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2.

1 reddito nazionale

Le imprese pagano imposte indirette; queste devono essere sottratte dal PIN prima di provvedere alla
retribuzione dei fattori produttivi. L’ammontare delle imposte indirette non è trascurabile, infatti raggiunge
quasi il 10% del PIN. Ciò che rimane per pagare i fattori produttivi è il reddito nazionale, che è pari, grosso
modo, all’80% del PIL.

2.2 componenti della domanda

Le componenti della domanda aggregata di beni e servizi prodotti in un paese sono quattro: la spesa in
consumi delle famiglie (C), la spesa in investimenti delle imprese d delle famiglie (I), gli acquisti pubblici (sia
dello stato sia delle amministrazioni locali) di beni e servizi (G), le esportazioni nette (NX). Per definizione, la
spesa totale è data dalla somma di queste quattro voci.

Y=C+I+G+NX

Consumi : la principale componente della domanda era la spesa in consumi delle famiglie. Questa voce
comprende le spese per l’acquisto, da parte delle famiglie, di qualunque bene e servizio, dal cibo alle lezioni
di golf. Vi rientrano anche, come vedremo parlando degli investimenti, le spese per l’acquisto di beni
durevoli, per esempio, automobili, che potrebbero essere considerate investimenti invece checonsumi.

Spesa pubblica: in questa voce rientrano, per esempio, le spese per la difesa nazionale, quelle per la
manutenzione delle strade sostenute sia dallo stato sia dalle amministrazioni locali e gli stipendi dei
dipendenti pubblici.

Investimenti: la voce investimenti lordi privati richiede qualche precisazione. In primo luogo, in tutto il testo
il termine “investimento” sta a indicare un’aggiunta allo stock fisico di capitale. Se si una il termine in
questa accezione, non si può, per esempio, definire investimento l’acquisto di obbligazioni o di azioni della
General Motors. Rientrano invece negli investimenti la costruzione di abitazioni, di uffici e di stabilimenti,
l’acquisto di macchinari e gli incrementi delle scorte da parte delle imprese. Se intendessimo l’investimento
in senso più generale, come qualunque attività corrente che accresce la capacità produttiva futura del
sistema economico, dovremmo tener conto anche dei cosiddetti investimenti in capitale umano. Il capitale
umano è costituito dalle conoscenze e dalle capacità acquisite dalla forza lavoro. Gli investimenti in
istruzione possono essere considerati investimenti in capitale umano; tuttavia nella contabilità nazionale le
spese personali per l’istruzione vengono incluse nella voce consumi e la spesa pubblica per l’istruzione nella
voce acquisti pubblici di beni e servizi. Si può quindi seguire una semplice regola pratica: si considerano
investimenti le operazioni con cui le imprese accrescono lo stock fisico di capitale, comprese le scorte,
mentre tutte le spese effettuate dalle famiglie vengono incluse tra i consumi.

Esportazioni nette: la voce “esportazioni nette di beni e servizi” indica la differenza tra quanto gli stranieri
spendono per acquistare prodotti del nostro paese e quanto spendiamo noi per acquistare prodotti esteri.
La cifra che gli stranieri spendono per acquistare prodotti del nostro paese va ad accrescere la domanda di
beni e servizi interni; viceversa, la cifra che noi spendiamo per acquistare prodotti esteri va sottratta dalla
domanda di beni e servizi nazionali. Ne consegue che la differenza tra esportazioni e importazioni, vale a
dire le esportazioni nette, è una delle componenti della domanda aggregata di prodotti nazionali.
Riepilogo: la domanda di beni e servizi nazionali può essere suddivisa in quattro componenti, ossia consumi,
investimenti, spesa pubblica in beni e servizi ed esportazioni nette. l’entità
relativa delle componenti della domanda varia nel corso del tempo e da paese a paese. Per quanto riguarda
gli stati uniti, la ripartizione della domanda è grosso modo la seguente: consumi 70%; investimenti 15%;
acquisti pubblici di beni e servizi 19%; esportazioni nette, leggermente in negativo.

2.3 alcune importanti identità

Un’economia semplificata

Indichiamo in Y il livello di produzione nel nostro sistema economico semplificato, nel quale non esistono
né una pubblica amministrazione né scambi con l’estero. Indichiamo inoltre con C la spesa per consumi e
con I la spesa per gli investimenti. La prima identità fondamentale è che l’ammontare della produzione
deve essere pari all’ammontare delle vendite. Le scorte accumulate vengono considerate parte degli
investimenti e, pertanto, tutta l’intera produzione viene consumata o investita. Le vendite si possono
esprimere mediante la somma delle componenti della domanda; nel caso specifico, mediante la somma di
consumi e investimenti.

Y=C+I

Il reddito verrà in parte destinato al consumo e in parte risparmiato.

Y=S+C

Dove S indica il risparmi del settore privato. Da ciò risulta che tutto il reddito viene ripartito tra consumo e
risparmio. A questo punto possiamo confrontare le due identità ottenendo

C+I=S+C

Il membro di sinistra indica le componenti della domanda, quello di destra invece l’allocazione del reddito.
L’identità mette quindi in evidenza che l’ammontare della produzione coincide con l’ammontare delle
vendite. Il valore della produzione è pari al reddito percepito dai fattori produttivi, e il reddito, a sua volta,
viene speso per acquistare beni e servizi oppure viene risparmiato.

Introduzione del settore pubblico e del commercio estero

Indichiamo con G gli acquisti pubblici di beni e servizi e con TA tutte le imposte. Con TR indichiamo invece i
trasferimenti pubblici al settore privato e con NX le esportazioni nette.

Y=C+I+G+NX

La relazione fondamentale tra produzione e reddito disponibile. Il reddito disponibile YD è pari al reddito al
netto delle imposte, più i trasferimenti.

YD=Y+TR-TA
Inoltre il reddito disponibile viene ripartito tra consumi e risparmio

YD=C+S

Riordiniamo e otteniamo

YD-TR+TA=C+I+G+NX

Da cui otteniamo

C+S-TR+TA=C+I+G+NX

Infine abbiamo

S-I=(G+TR-TA)+NX

Il primo gruppo di termini al secondo membro, (G+TR-TA), corrisponde al disavanzo del bilancio pubblico
(BD). G+TR è la spesa pubblica complessiva, che è data dalla somma degli acquisti pubblici di beni e servizi
(G) e dei trasferimenti pubblici (TR); TA indica le entrate fiscali della pubblica amministrazione.
L’espressione (G+TR-TA) rappresenta perciò l’eccesso di spesa rispetto alle entrate del settore pubblico,
inoltre parole il disavanzo del bilancio pubblico. Il disavanzo di bilancio è un avanzo negativo, BS=TA-(G+TR).
L’ultimo termine al secondo membro, NX, indica la differenza tra esportazioni e importazioni, cioè le
esportazioni nette di beni e servizi. NX viene anche detto avanzo commerciale se positivi e deficit
commerciale se negativo. La formula indica quindi che l’eccesso di risparmio rispetto agli investimenti (S-I)
nel settore privato è pari alla somma del disavanzo del bilancio pubblico e dell’avanzo della bilancia
commerciale.

Sono 3 i modi in cui il settore privato può impiegare il suo risparmio. Innanzitutto può concedere prestiti al
settore pubblico, che così potrà colmare la differenza tra le sue uscite e le entrate fiscali. In secondo luogo,
può concedere prestiti agli stranieri che acquistano nel nostro paese più di quanto noi acquistiamo da loro.
In seguito a ciò gli stranieri incassano da noi meno denaro rispetto all’ammontare di cui avrebbero bisogno
per pagare i beni e servizi acquistati dal nostro paese; quindi devono contrarre debiti con i nostri
risparmiatori. In terzo luogo, il settore privato può prestare denaro alle imprese, che lo useranno per
finanziare i loro investimenti. In tutti e tre i casi i risparmiatori verranno ripagati dopo un certo tempo e, in
aggiunta al capitale prestato, riceveranno interessi o dividendi.

2.5 inflazione e i prezzi

L’inflazione è il tasso di aumento dei prezzi e il livello dei prezzi è il risultato dell’inflazione registrata in
passato. Se indichiamo con Pt-1 il livello dei prezzi dell’anno scorso e con Pt il livello dei prezzi attuale, il
tasso d’inflazione relativo all’ultimo anno può essere espresso nel seguente modo

Pt −(Pt−1 )
π=
Pt −1

dove π è il tasso d’inflazione. Ne consegue che il livello dei prezzi attuale sarà pari al livello dei prezzi
dell’anno scorso adeguato all’inflazione

Pt= Pt −1 + (π* Pt −1 )
Indice dei prezzi

Non esiste un indice dei prezzi perfetto. I tre principali indici dei prezzi sono: il deflattore del PIL, l’indice dei
prezzi al consumo e l’indice dei prezzi alla produzione. 1) dal calcolo del PIL reale si ricava un utile
indicatore dell’inflazione, denominato deflattore del PIL. Il deflattore del PIL è pari al rapporto tra il PIL
nominale di un determinato anno e il PIL reale dello stesso anno. Esso misura la variazione dei prezzi tra
l’anno base e l’anno corrente. 2) l’indice dei prezzi al consumo(IPC) misura il costo di un paniere fisso di
beni e servizi rappresentativo degli acquisti del consumatore medio. Le principali differenze tra IPC e il
deflattore del PIL sono tre. Innanzitutto il deflattore si basa su un insieme di beni e servizi molto più ampio.
In secondo luogo l’IPC si basa su un paniere fisso di beni, mentre i beni e servizi di cui tiene conto il
deflattore variano di anno in anno, a seconda dicosa viene prodotto all’interno del sistema economico. In
terzo luogo il paniere cui fa riferimento l’indice dei prezzi al consumo comprende beni importati, mentre il
deflatore si basa solo sui prezzi dei beni prodotti all’interno del sistema economico. Anche l’indice dei prezzi
alla produzione (IPP) viene usato frequentemente per stimare l’inflazione, misura il costo di un determinato
paniere di beni, come l’indice dei prezzi al consumo; tuttavia differisce in parte da quest’ultimo per il tipo di
beni ai quali fa riferimento, tra cui rientrano anche materie prime e semilavorati. Inoltre l’IPP differisce
dall’IPC in quanto misura i prezzi in una fase precedente della catena di distribuzione. Mentre l’indice dei
prezzi al consumo rileva i prezzi nei luoghi in cui le famiglie effettuano i loro acquisti (cioè al dettaglio),
l’indice dei prezzi alla produzione misura i prezzi in corrispondenza della prima transazione commerciale
significativa. Di conseguenza IPP è un indice dei prezzi più flessibile e spesso è in grado di segnalare prima
dell’IPC le variazioni del livello generale dei prezzi.

2.6 disoccupazione

Il tasso di disoccupazione misura la frazione della forza lavoro che non è occupata e cerca un’occupazione o
si aspetta di essere richiamata al lavoro a seguito di una sospensione temporanea o definitiva del rapporto
di lavoro. Il tasso di disoccupazione è un indicatore importante dell’andamento dell’economia.

2.7 tassi di interesse e tassi di interesse reali

Il tasso di interesse indica il tasso del pagamento ricevuto su un prestito o su un altro tipo di investimento,
oltre al rimborso del capitale, in termini di una determinata percentuale annua.

2.8 tasso di cambio

Il tasso di cambio è il prezzo della moneta estera. Alcuni paesi consentono alle loro divise di fluttuare,
lasciano cioè che il prezzo venga determinato dalla domanda e dall’offerta, in modo che i tassi di cambio si
modificano nel tempo. Altri paesi fissano il valore del loro tasso di cambio offrendo la conversione della loro
valuta in dollari a un tasso fisso. In pratica, molti paesi esercitano un controllo sui propri tassi di cambio solo
in alcuni momenti e non in altri, quindi i loro tassi di cambio non sono né puramente fissi né puramente
fluttuanti. Il fatto che una data moneta valga più o meno di un dollaro non è in alcun modo legato al costo
dei beni e dei servizi in quel dato paese.
5 domanda aggregata e offerta aggregata

Il modello della domanda aggregata e dell’offerta aggregata è lo strumento macroeconomico fondamentale


per studiare sia le fluttuazioni della produzione sia la determinazione del livello dei prezzi e del tasso
d’inflazione.

5.1 la curva di offerta aggregata

La curva di offerta aggregata classica indica, in corrispondenza di ciascun livello dei prezzi, la quantità di
prodotto che le imprese sono disposte a offrire. Nel breve periodo essa è orizzontale (si parla di curva di
offerta keynesiana), mentre nel lungo periodo è verticale (curva di offerta classica). La curva di offerta
classica è verticale, e indica perciò che,in corrispondenza di qualunque livello dei prezzi, verrà offerta la
stessa quantità di beni. La curva di offerta classica si basa sull’ipotesi secondo cui il mercato del lavoro sia in
equilibrio e, quindi, tutti i lavoratori siano occupati. Se l’idea che, nel lungo periodo, la curva di offerta
aggregata sia verticale vi lascia perplessi, ricordate che in macroeconomia con “livello dei prezzi” si fa
riferimento all’insieme di tutti i prezzi. Il livello di produzione corrispondente alla piena occupazione viene
definito PIL potenziale, Y*. Il PIL potenziale cresce nel tempo, sia per l’aumento della quantità di risorse sia
per il progresso tecnologico, di conseguenza la curva di offerta aggregata classica si sposta sempre verso
destra. È importante notare che, sebbene il PIL potenziale subisca variazioni di anno in anno, tali variazioni
non dipendono dal livello dei prezzi. Si dice che il PIL potenziale è “esogeno rispetto al livello dei prezzi”.
Inoltre, se si considerano intervalli di tempo brevi, in genere le variazioni del PIL potenziale sono
relativamente modeste.
La curva di offerta aggregata keynesiana è invece orizzontale, e indica perciò che, in corrispondenza del
livello di prezzi corrente, le imprese sono disposte a offrire qualunque quantità di beni venga domandata.
Ciò deriva perché, essendoci disoccupazione, le imprese possono impiegare la quantità di lavoro che
desiderano al tasso salariale corrente. Ciò implica che il costo medio di produzione da esse sostenuto non
cambi al variare della quantità prodotta, il che appunto induce le imprese a offrire qualsiasi quantità venga
domandata ai prezzi correnti. L’origine della curva di offerta aggregata keynesiana risale al periodo della
grande depressione, quando sembrava fosse possibile espandere la produzione in misura illimitata senza
dover alzare i prezzi,k ma impiegando il capitale e il lavoro inutilizzati; oggi questa idea è stata superata dal
concetto di “rigidità dei prezzi nel breve periodo”. Ciò significa che, nel breve periodo, le imprese sono
restie a modificare i prezzi in corrispondenza di variazioni della domanda, ma preferiscono aumentare o
ridurre il volume di produzione. Ne consegue che, nel breve periodo, la curva di offerta aggregata ha una
pendenza molto ridotta. È importante osservare che, lungo una curva di offerta aggregata keynesiana, il
livello dei prezzi non dipende dal valore del PIL.

5.2 la curva di domanda aggregata

La curva di domanda aggregata indica le combinazioni livello dei prezzi/livello di produzione in


corrispondenza delle quali i mercati dei beni e i mercati monetari sono contemporaneamente in equilibrio.
Le politiche espansive (come ad esempio incrementi della spesa pubblica, la riduzione delle imposte o
aumento dell’offerta di moneta) fanno spostare la curva di domanda aggregata verso destra. Se c’è
ottimismo, la curva di domanda aggregata si sposta verso destra; se invece c’è un clima di sfiducia, la curva
si sposta verso sinistra. La chiave per comprendere la relazione tra produzione e prezzi, rappresentata dalla
curva di domanda aggregata, è che quest’ultima dipende dall’offerta reale di moneta. Per offerta reale di
moneta si intende il valore della moneta messa in circolazione dalla banca centrale e dal sistema bancario.
Se indichiamo con M il valore nominale della quantità di moneta circolante(offerta nominale di moneta) e
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con P il livello dei prezzi, l’offerta reale di moneta sarà . Quando aumenta, i tassi d’interesse
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diminuiscono e l’investimento cresce, per cui si ha un incremento della domanda aggregata. Viceversa,
quando M/P diminuisce, si ha un calo dell’investimento e della domanda aggregata. Se i prezzi sono alti, il
valore della quantità di moneta in circolazione è scarso. Ne consegue che a un alto livello dei prezzi
corrisponde un basso valore della domanda aggregata, e viceversa. La curva di domanda aggregata
rappresenta la condizione in cui i mercati dei beni e i mercati monetari si trovano contemporaneamente in
equilibrio. La quantità di complessiva di moneta spesa in un paese in un anno, il PIL nominale, è data da
P*Y. Il numero di volte in cui un’unità monetaria passa di mano in un anno prende il nome di velocità di
circolazione della moneta,V. se la banca centrale mette a disposizione del sistema una quantità di moneta
pari a M, avremo

M*V=P*Y

Se poniamo V costante, l’equazione si traduce in una curva di domanda aggregata. Se l’offerta di moneta è
costante, qualsiasi aumento di Y dovrà essere compensato da una riduzione di P e viceversa. È importante
sottolineare che, un aumento dell’offerta nominale di moneta fa sì che la curva di domanda aggregata si
sposti verso l’alto in misura esattamente proporzionale all’entità dell’aumento.

5.3 la domanda aggregata a seconda delle diverse ipotesi sull’offerta

Adesso useremo il modello della domanda aggregata e dell’offerta aggregata per studiare gli effetti della
politica fiscale e monetaria nei due casi estremi di andamento dell’offerta: keynesiano e classico.

Il caso keynesiano: l’equilibrio iniziale è nel punto e ove si verifica l’intersezione tra la AS e la AD.
Ipotizziamo che si verifichi un incremento della domanda aggregata legato, per esempio, a un aumento
della spesa pubblica, a una riduzione delle aliquote d’imposta e a un’espansione dell’offerta di moneta; in
seguito a ciò la curva di domanda aggregata si sposta verso destra. Il nuovo punto di equilibrio è E‘, che
corrisponde a un livello di produzione più elevato. Poiché le imprese sono disposte a offrire qualunque
quantità di prodotto al livello dei prezzi P₀, non si ha alcun effetto sui prezzi. Risulta come unica
conseguenza un aumento della produzione e dell’occupazione.

Il caso classico: secondo la concezione classica, la curva di offerta aggregata è una retta verticale,
posizionata in corrispondenza del prodotto di piena occupazione. Ciò significa che le imprese offriranno la
quantità Y*, indipendentemente dal livello dei prezzi. In questo caso il livello dei prezzi non è fisso, ma
dipende dall’interazione fra domanda e offerta aggregata. Esaminiamo gli effetti di una politica fiscale
espansiva nell’ipotesi classica sull’offerta. La curva di offerta aggregata è AS e inizialmente il punto di
equilibrio è E, dove c’è piena occupazione perché, coerentemente con l’assunto di partenza, le imprese
offrono il prodotto di piena occupazione quale che sia il livello dei prezzi. La politica fiscale espansiva fa
spostare la curva di domanda aggregata da AD a AD‘. Dato il livello dei prezzi iniziale, P₀, all’interno del
sistema economico la spesa aumenterebbe da E a E‘. in corrispondenza di P₀ la domanda di beni è
cresciuta; tuttavia le imprese non riescono a trovare la manodopera necessaria per accrescere la
produzione, per cui l’offerta non può adeguarsi all’aumento della domanda. Poiché le imprese cercano di
attirare nuovi lavoratori, fanno aumentare i salari e, di conseguenza, i costi di produzione, per cui devono
vendere i loro prodotti a prezzi più elevati. Ne consegue che l’incremento della domanda di beni fa
aumentare soli i prezzi e non la produzione. L’aumento dei prezzi riduce l’offerta reale di moneta e quindi
porta a una diminuzione della spesa; il sistema economico si sposta verso l’alto lungo la curva di domanda
aggregata AD‘, finché i prezzi non sono aumentati in misura tale da riportare la spesa allo stesso livello del
prodotto di piena occupazione. Ciò avviene in corrispondenza del livello dei prezzi P‘. Nel punto E“ la
domanda aggregata, dopo l’aumento della spesa pubblica, coincide nuovamente con l’offerta aggregata.

5.4 le politiche economiche dal lato dell’offerta

Le politiche che agiscono sull’offerta, come l’abolizione di norme e regolamenti inutili, il mantenimento di
un sistema giuridico efficiente e i provvedimenti volti a favorire il progresso tecnologico, sono condivisibili,
anche se non è sempre facile metterle in pratica. Tuttavia un gruppo di politici ed esperti, adoperando
l’espressione “politiche economiche dal lato dell’offerta” ritiene che una riduzione delle aliquote d’imposta
faccia aumentare enormemente l’offerta aggregata, tanto che le entrate fiscali, invece di diminuire,
aumentano. Una riduzione delle aliquote d’imposta influisce sia sulla domanda aggregata sia sull’offerta
aggregata. La curva di domanda aggregata si sposta verso destra, e tale spostamento è relativamente
consistente. Anche la curva di offerta aggregata si sposta verso destra, perché la diminuzione delle imposte
incentiva il lavoro. Tuttavia gli economisti hanno appurato da tempo che gli effetti di questo incentivo sono
limitati, per cui l’aumento del PIL potenziale è modesto. Quali sono gli effetti di questi spostamenti? Nel
breve periodo il sistema economico passa da E a E‘; il PIL aumenta in misura consistente e, di conseguenza,
le entrate fiscali diminuiscono in misura meno che proporzionale rispetto alle aliquote d’imposta. Tuttavia
questo è solo un effetto dell’aumento della domanda aggregata. Nel lungo periodo il sistema economico si
sposta nel punto E“: il PIL è cresciuto rispetto al suo valore iniziale, ma non di molto. Ne consegue che le
entrate fiscali diminuiscono e il deficit pubblico cresce; inoltre si ha un aumento permanente del livello dei
prezzi. Non tutte le politiche suggerite dai fautori di questa teoria sono fallimentari; anzi solo le politiche
che agiscono sull’offerta sono in grado di accrescere permanentemente il prodotto interno . malgrado siano
molti importanti, infatti, le politiche di controllo della domanda hanno effetto solo a breve termine. Per
questa ragione numerosi economisti sono decisamente favorevoli alle politiche dal lato dell’offerta, pur non
credendo agli effetti miracolosi di una riduzione delle imposte. Al tempo stesso parecchi economisti
approvano una riduzione delle aliquote fiscali, perché sono convinti che questo provvedimento funzioni
davvero da incentivo, seppure in misura limitata. Va notato, però, che contemporaneamente alle imposte
andrebbe ridotta anche la spesa pubblica: in tal modo le entrate fiscali diminuirebbero, ma poiché
diminuirebbe anche la spesa pubblica il disavanzo di bilancio resterebbe pressoché invariato.

5.5 l’incontro tra domanda e offerta aggregata nel lungo periodo

Nel tempo, la curva di domanda aggregata di lungo periodo si sposta verso destra a un ritmo abbastanza
stabile: un tasso di crescita annuo del 2% è alquanto basso, mentre un tasso del 4% è elevato. Per contro, le
oscillazioni della domanda aggregata nei lunghi periodi possono essere più o meno marcate, soprattutto in
base alle variazioni dell’offerta di moneta. L’output cresce quando le curve si spostano verso destra. Negli
anni novanta si è avuto uno spostamento relativamente, ma non esageratamente, maggiore rispetto a
prima. D’altra parte, tra il 70 e 80 si sono registrati invece spostamenti verticali marcati nella domanda
aggregata, quindi i prezzi sono aumentati molto più rapidamente negli anni settanta che non negli anni
successivi. I prezzi crescono ogni volta che la domanda aggregata si sposta verso l’esterno più dell’offerta
aggregata. Nel lungo periodo, la produzione deriva fondamentalmente dall’offerta aggregata mentre i
prezzi sono determinati dallo spostamento della domanda rispetto a quello dell’offerta aggregata.

8.1 la domanda aggregata e il prodotto di equilibrio

La domanda aggregata è la quantità totale di beni e servizi richiesta dalle diverse componenti che
interagiscono nell’economia. Distinguendo fra spesa per consumi (C), per investimenti (I), spesa pubblica
(G) ed esportazioni nette (NX), la domanda aggregata (AD) è determinata nel modo seguente:

AD=C+I+G+NX

Il prodotto si trova al livello di equilibrio quando la quantità di beni e servizi prodotta (Y) è uguale a quella
richiesta, perciò l’economia è nel punto di equilibrio quando:

Y=AD=C+I+G+NX

Quando la domanda aggregata non eguaglia la produzione totale, si verificano investimenti o


disinvestimenti in scorte non programmate, dati da:

IU=Y-AD

Dove IU indica le variazioni non programmate delle scorte. Se la produzione totale è superiore alla
domanda aggregata si hanno investimenti in scorte in eccesso, le imprese riducono la produzione finché la
quantità prodotta e la domanda aggregata non sono nuovamente in equilibrio. Al contrario, se la
produzione è inferiore alla domanda globale le scorte vengono assottigliate fino al ripristino dell’equilibrio,
ossia IU=0.

8.2 la funzione di consumo e la domanda aggregata

I fattori che determinano la domanda aggregata: la funzione di consumo. La domanda di beni di consumo in
effetti non è costante, ma cresce all’aumentare del reddito: come le famiglie con un reddito più elevato
hanno un livello di consumo maggiore rispetto alle famiglie più povere, così i paesi il cui reddito nazionale è
più alto hanno livelli di consumo globale superiori. La relazione tra consumo e reddito è descritta dalla
funzione di consumo. Ipotizziamo che il consumo cresca all’aumentare del livello del reddito:

C=Ć +cY Ć >0 0<c<1

La variabile Ć , l’intercetta, rappresenta il livello di consumo quando il reddito è uguale a zero. Per ogni
dollaro in più di reddito il consumo aumenta di un importo pari a c dollari, per esempio, se c è pari a 0.90,
per ogni dollaro di aumento del reddito, il consumo ha un incremento di 90 cent. La pendenza della
funzione di consumo è uguale a c e il livello del consumo aumenta con quello del reddito.

Consumo e risparmio
Che cosa accade alla restante frazione del dollaro di reddito (1-c) che non viene spesa per consumi? Se non
è spesa deve essere risparmiata; il reddito infatti può essere destinato alla spesa oppure al risparmio, non
esistono usi diversi.

S=Y-C

Il risparmio è uguale al reddito meno il consumo. Ciò implica l’esistenza di una funzione del risparmio, che
mette in relazione il livello del risparmio con quello del reddito.

S=Y-C=Y-Ć -cY=-Ć +(1-c)Y

Da ciò si deduce che il risparmio è funzione crescente del livello del reddito, poiché la propensione
marginale al risparmio, 1-c, ha valore positivo. In altri termini, il risparmio cresce all’aumentare del reddito.

Consumo, domanda aggregata e spesa autonoma

Come si può osservare, a questo punto il consumo dipende dal reddito disponibile:

YD=Y-TA+TR

C=Ć +cYD=Ć +c(Y+TR-TA)

AD=C+I+G+NX

=Ć +c(Y-TA+TR)+I+G+NX

=[Ć -c(TA+TR)+I+G+NX]+cY

= Á +cY

La parte della spesa globale costituita da Á è indipendente dal reddito, ossia è autonoma. Tuttavia la
domanda aggregata dipende anche dal livello del reddito, ossia è direttamente legata al reddito, poiché la
spesa in consumi cresce all’aumentare di quest’ultimo. La curva di domanda aggregata si ottiene
sommando la spesa per i consumi, gli investimenti, la spesa pubblica per beni e servizi e le esportazioni
nette in corrispondenza di ogni livello di reddito; quando il livello del reddito è Y₀, quello della domanda
aggregata è AD₀.

Reddito e prodotto di equilibrio

Utilizzare la funzione di domanda aggregata per determinare il livello di equilibrio della produzione e del
reddito. Il reddito di equilibrio è quello per cui il livello della spesa aggregata eguaglia il livello del prodotto
(che a sua volta è uguale al reddito). La retta inclinata di 45°, AD=Y, individua i punti in cui produzione e
domanda globale sono uguali: soltanto nel punto E, e al corrispondente livello di equilibrio sia del reddito
sia della produzione, Y₀, la domanda aggregata è esattamente uguale al prodotto. Quando il valore della
produzione e del reddito è Y₀, spesa programmata e produzione coincidono. Se il reddito si trova a un
qualsiasi livello inferiore a Y₀, la domanda supera la produzione, le imprese vedono che le scorte calano e
quindi incrementano la produzione; se viceversa la produzione è maggiore di Y₀, si ha un accumulo di scorte
e di conseguenza le imprese riducono la quantità prodotta. Come indicano le frecce, questa dinamica porta
il sistema economico verso il reddito di equilibrio Y ₀ , in corrispondenza del quale la produzione corrente e
la spesa globale programmata coincidono esattamente e non vi sono variazioni inesatte delle scorte.

La formula del prodotto di equilibrio

Y=AD

Y=A+cY

1
Y₀= A
1−C

La posizione della curva di domanda aggregata è determinata dalla pendenza,ossia dal coefficiente
c(propensione marginale al consumo), e dall’intercetta A(la spesa autonoma). Data l’intercetta, a una
maggiore pendenza della curva AD, dovuta a un’accresciuta propensione marginale al consumo,
corrisponde un reddito di equilibrio più alto. Analogamente, data la propensione marginale al consumo, un
livello più elevato di spesa autonoma, ovvero un valore maggiore dell’intercetta, implica un reddito di
equilibrio superiore. Queste relazioni, suggerite dall’esame della figura 8.2, si possono facilmente verificare
mediante l’ultima equazione, che costituisce la formula del livello di equilibrio del reddito. Si può dunque
concludere che il livello del prodotto di equilibrio cresce all’aumentare della propensione marginale al
consumo, e della spesa autonoma. È bene sottolineare che il livello del PIL, è funzione della propensione
marginale al consumo e della spesa autonoma. Partendo dall’equazione (3) è possibile mettere in relazione
le variazioni del prodotto con le variazioni della spesa autonoma nel modo seguente:

1
∆Y= ∆A
1−c

Risparmio e investimento

Nel punto di equilibrio l’investimento programmato è uguale al risparmio. Questa identità si applica
solamente a un’economia priva di un settore pubblico e di rapporti commerciali con l’estero. La distanza
verticale tra la curva di domanda aggregata e quella del consumo è uguale alla spesa per l’investimento
programmato, indicata in I. Si può notare inoltre che anche la distanza verticale tra la curva del consumo e
la retta a 45° misura il risparmio a ciascun livello di reddito (S=Y-C). Il reddito di equilibrio si individua nel
punto in cui la curva AD interseca la retta a 45°, ossia nel punto E: ne consegue che in corrispondenza del
livello di equilibrio del reddito, e solo a quel livello, le due distanze verticali sono uguali, o, in altri termini, il
risparmio è uguale all’investimento programmato. Poiché il reddito può essere destinato al consumo o al
risparmio, si ha Y=C+S; se si suppone che non vi siano un settore pubblico ne scambi con l’estero, la
domanda aggregata è data dalla somma del consumo e dell’investimento, ossia Y=C+I. Unendo le due
formule si ha C+S=C+I, e quindi S=I. Se nell’analisi inseriamo il settore pubblico e il commercio estero,
otteniamo un quadro più completo che mette in relazione l’investimento con il risparmio e le esportazioni
nette. a questo punto il reddito può essere destinato al consumo, al risparmio oppure al pagamento delle
imposte, vale a dire Y=C+S+TA-TR; poiché la formula completa della domanda aggregata è Y=C+I+G+NX, si
ha:
C+I+G+NX=C+S+TA-TR

I=S+(TA-TR-G)-NX

Ossia l’investimento è uguale al risparmio privato, S, più l’avanzo di bilancio pubblico, TA-TR-G, meno le
esportazioni nette, NX, ovvero, se preferite, più le importazioni nette.

8.3 il moltiplicatore

In condizioni di equilibrio, il reddito è uguale alla domanda aggregata, sembrerebbe che un incremento
della domanda ovvero della spesa autonoma pari a un dollaro faccia crescere il reddito di equilibrio di un
dollaro; le cose non stanno cosi. Supponiamo innanzitutto che il PIL aumenti di un dollaro in corrispondenza
dell’incremento della spesa autonoma; questo aumento del prodotto e quindi del reddito creerebbe a sua
volta una nuova spesa indotta, poiché il livello dei consumi cresce in seguito all’incremento del reddito.
Quale parte del dollaro iniziale di reddito aggiuntivo sarebbe speso per i consumi? Soltanto una frazione c.
Ipotizziamo quindi che la produzione cresca ulteriormente per soddisfare questa spesa indotta, in altri
termini che il prodotto e quindi il reddito aumentino di un importo pari a 1+c; a questo punto si avrà ancora
un eccesso di domanda, poiché l’espansione della produzione e del reddito pari a 1+c genererà una nuova
spesa indotta; il processo potrebbe continuare in questo modo a lungo, ma c’è un punto in cui si esaurisce?
La variazione complessiva della spesa aggregata è uguale a un multiplo dell’incremento della spesa
1
autonoma. Il fattore prende il nome di moltiplicatore. Il moltiplicatore indica l’entità della variazione
1−c
del prodotto di equilibrio determinata da un aumento della spesa autonoma pari a una unità. Data la sua
importanza, viene introdotto un nuovo simbolo: il moltiplicatore è uguale a ∆Y/∆A, ossia alla variazione del
PIL di equilibrio prodotta da una unità in più di spesa autonoma. Nel modello sono stati trascurati il settore
1
pubblico e il commercio estero, indichiamo il moltiplicatore con α= . Da ciò si ricava che maggiore è la
1−c
propensione marginale al consumo, c, maggiore sarà il moltiplicatore: se c è 0.6, il moltiplicatore è 2.5; se c
è 0.8, il moltiplicatore è 5. In effetti, un’elevata propensione marginale al consumo implica che una
maggiore frazione di un dollaro in più di reddito sarà spesa in consumi e quindi di aggiunta alla domanda
aggregata; ciò provocherà di conseguenza un maggiore incremento della spesa indotta.

Un aumento della spesa autonoma fa crescere il livello di equilibrio del reddito; l’incremento del reddito è
un multiplo dell’incremento della spesa autonoma; maggiore è la propensione marginale al consumo,
maggiore sarà il moltiplicatore che deriva dalla relazione tra consumo e reddito.

8.4 il settore pubblico

Per quanto riguarda le possibilità d’azione, il settore pubblico esercita un’influenza diretta sul livello di
equilibrio del reddito in due modi distinti: in primo luogo la spesa pubblica per beni e servizi, G, è una
componente della domanda aggregata; in secondo luogo le imposte e i trasferimenti incidono sulla
relazione fra prodotto e reddito, Y, e il reddito disponibile, YD, ossia il reddito che resta a disposizione delle
famiglie da destinare al consumo o al risparmio. Il reddito disponibile è il reddito netto che le famiglie
possono destinare al consumo dopo aver ricevuto i trasferimenti pubblici e aver pagato le imposte. Esso è
dato quindi dal reddito, più i trasferimenti, meno le imposte, ossia YD=Y+TR-TA.
La politica fiscale è la linea d’azione adottata dal governo riguardo all’entità della spesa pubblica per beni e
servizi, all’ammontare dei trasferimenti e al sistema fiscale. Poniamo la spesa pubblica e i trasferimenti
costanti, e che lo stato applichi un’imposta proporzionale sul reddito, vale a dire che prelevi una frazione
del reddito pari a t sotto forma di imposte:

G=Ǵ ´
TR=TR TA=tY

C=Ć +c(Y+TR-tY)=Ć +cTR+c(1-t)Y

La presenza dei trasferimenti fa crescere la spesa autonoma per i consumi di un importo pari alla
propensione marginale al consumo del reddito disponibile, c, moltiplicata per l’ammontare dei
trasferimenti. Viceversa, le imposte sul reddito fanno diminuire i consumi a ciascun livello di reddito; infatti
la spesa delle famiglie per beni e servizi dipende dal reddito disponibile anziché del reddito vero e proprio,
e le imposte dirette riducono il reddito effettivamente utilizzabile. Mentre la propensione marginale al
consumo del reddito disponibile rimane uguale a c, la propensione marginale al consumo del reddito
diventa c(1-t), dove il fattore 1-t rappresenta la parte di reddito che rimane dopo il pagamento delle
imposte.

AD= Á +c(1-t)Y

La pendenza della curva AD è inferiore perché le famiglie devono pagare una parte di ciascun dollaro di
reddito in imposte e di quel dollaro resta loro a disposizione solo una frazione pari a 1-t;
conseguentemente, la propensione marginale al consumo del reddito è ora c(1-t) anziché c.

Il reddito di equilibrio

Y= Á +c(1-t)Y

Per trovare l’equilibrio del reddito, Y₀, possiamo risolvere l’equazione raccogliendo i termini in Y e
ottenendo:

1
Y₀= Á
1−c (1−t)

Si deduce che la presenza del settore pubblico implica notevoli differenze: innanzitutto essa fa aumentare
la spesa autonoma di un importo pari agli acquisti di beni e servizi da parte dello stato, Ǵ , e alle spese
´ ; inoltre l’imposta sul reddito riduce il moltiplicatore.
indotte dai trasferimenti netti, cTR

Le imposte sul reddito e il moltiplicatore

Le imposte sul reddito riducono il moltiplicatore. Se, per esempio, la propensione marginale al consumo è
pari a 0.8, e non ci sono imposte, il moltiplicatore è 5; con la stessa propensione marginale al consumo e
un’aliquota fiscale pari a 0.25, il moltiplicatore si dimezza, in quanto 1/[1-0.8(1-0.25)]=2.5. La ragione per
cui le imposte dirette fanno diminuire il valore del moltiplicatore è che attenuano l’incremento dei consumi
indotto da una variazione del reddito; di conseguenza, l’introduzione delle imposte porta a una curva di
domanda aggregata più orizzontale.
Le imposte sul reddito come stabilizzatore automatico

L’imposta proporzionale sul reddito costituisce un esempio dell’importante concetto di stabilizzatore


automatico. Si definisce stabilizzatore automatico qualsiasi meccanismo che, all’interno del sistema
economico, agisca indipendentemente da un intervento politico ad hoc per attenuare le fluttuazioni del
prodotto derivanti da variazioni della domanda autonoma. Le cause del ciclo economico possono essere
individuate nelle variazioni della domanda autonoma, in particolar modo degli investimenti. In alcuni
periodi gli investitori sono fiduciosi verso il futuro, quindi le spese in investimenti sono elevate e ciò si
traduce in un alto livello di produzione. Viceversa, in altre fasi prevalgono aspettative pessimistiche, che
determinano investimenti deboli e, di conseguenza, un basso livello di produzione. Le oscillazioni della
domanda di investimenti hanno un impatto attenuato sulla produzione quando agiscono gli stabilizzatori
automatici, come l’imposta proporzionale sul reddito che, riduce il moltiplicatore; in presenza di questi
meccanismi è allora logico aspettarsi che le fluttuazioni del prodotto siano di minore entità. Tra gli
stabilizzatori automatici rientrano anche i sussidi di disoccupazione, che consentono a chi non ha lavoro di
continuare ad acquistare i beni di consumo necessari; in altri termini i trasferimenti, TR, aumentano quando
il reddito, Y, diminuisce. Ciò significa che, quando sono previsti i sussidi di disoccupazione, la contrazione
della domanda è minore di quanto non sarebbe se chi ha perso il lavoro non ricevesse un sussidio. Anche in
questo caso il valore del moltiplicatore risulta ridotto e il livello della produzione più stabile.

Le conseguenze di una modifica della politica fiscale

1
α G=
1−c (1−t)

dove è stato introdotto il simbolo αG per indicare il moltiplicatore in presenta delle imposte sul reddito.
Un dollaro aggiuntivo di spesa pubblica determinerà dunque un incremento del reddito maggiore di un
dollaro: se la propensione marginale al consumo, c, è 0.8 e l’aliquota dell’imposta sul reddito, t, è 0.25, il
moltiplicatore risulterà pari a 2.5; ciò significa che un dollaro in più di spesa pubblica fa crescere il reddito di
equilibrio di 2.5 dollari. Supponiamo ora che, invece di accrescere la spesa pubblica per beni e servizi, G, il
governo decida di aumentare i trasferimenti, TR: la spesa autonoma crescerà solo di un ammontare pari a
c∆TR. Il moltiplicatore dei trasferimenti è inferiore a quello della spesa pubblica di un fattore pari a c: ciò è
dovuto al fatto che, quando lo stato aumenta i trasferimenti, parte di essi viene risparmiata. Se il governo
aumenta le aliquote fiscali marginali, si producono due effetti: il primo è che la domanda aggregata viene
ridotta in quanto l’aumento delle imposte riduce il reddito disponibile e, di conseguenza, il consumo; in
aggiunta a ciò, il moltiplicatore si ridimensiona, quindi gli shock avranno un effetto minore sulla domanda
aggregata.

La spesa pubblica e i trasferimenti incidono sul reddito in modo analogo a un incremento delle spesa
autonoma; un’imposta proporzionale sul reddito riduce la frazione di ogni dollaro aggiuntivo di prodotto
che si traduce in reddito disponibile per il consumo, perciò ha gli stessi effetti sul reddito di una riduzione
della propensione marginale al consumo; un’imposta proporzionale sul reddito è uno stabilizzatore
automatico; una riduzione dei trasferimenti pubblici fa diminuire il prodotto.

8.5 il bilancio pubblico


Perché ci si preoccupa del deficit di bilancio? Il timore è che, a causa dell’indebitamento pubblico, risulti
difficile per le aziende private contrarre debiti e fare investimenti, e quindi che la crescita economica
rallenti. Il primo concetto importante è quello di avanzo di bilancio (BS). L’avanzo di bilancio è l’eccedenza
delle entrate dello stato, derivanti dalle imposte, sulle uscite complessive, costituite dagli acquisti di beni e
servizi e dai trasferimenti:

´
BS=TA-Ǵ -TR

Un avanzo di bilancio negativo, ossia un eccesso di spesa pubbliche rispetto alle entrate, si definisce deficit
di bilancio.

´
BS=tY-Ǵ -TR

Quando i livelli del reddito sono bassi, il bilancio è in deficit (l’avanzo è in negativo), poiché la spesa
pubblica, G+TR, è superiore al gettito dell’imposta sul reddito. Viceversa, in corrispondenza di livelli di
reddito elevati, il bilancio pubblico è in avanzo perché le entrate derivanti dall’imposta sul reddito superano
le uscite, rappresentate dalle spese per beni e servizi e dai trasferimenti. Il deficit pubblico non dipende
solo dalle decisioni del governo in materia di politica di bilancio, che si riflettono nei livelli dell’aliquota
d’imposta, t, degli acquisti di beni e servizi, G, e dei trasferimenti, TR, ma anche da qualsiasi altro fattore in
grado di provocare una variazione del livello del reddito. Supponiamo, per esempio, che la domanda di
investimenti cresca, facendo così salire il livello del reddito prodotto; di conseguenza il disavanzo scenderà,
ovvero l’avanzo di bilancio aumenterà perché è cresciuto il gettito fiscale, ma la variazione non è dovuta ad
alcun intervento da parte dello stato.

Gli effetti della variazione della spesa pubblica e delle imposte sull’avanzo di bilancio

Vogliamo scoprire se un incremento della spesa pubblica per beni e servizi riduca necessariamente il saldo
positivo di bilancio. A prima vista sembra ovvio, poiché una spesa pubblica maggiore si traduce in un avanzo
di bilancio inferiore oppure in un deficit accresciuto. Riflettendo più attentamente appare chiaro, tuttavia,
che una spesa pubblica più elevata determina un aumento (moltiplicato) del reddito e, di conseguenza, un
maggiore gettito dell’imposta sul reddito. Ciò induce a formulare l’interessante ipotesi secondo la quale
l’incremento delle entrate fiscali potrebbe risultare superiore a quello della spesa pubblica. Un incremento
della spesa pubblica riduce il saldo positivo di bilancio. Si deduce che la variazione del reddito dovuta a una
spesa pubblica più elevata è uguale a ∆Y₀= α G∆Ǵ . Una parte di quel reddito aggiuntivo viene prelevata sotto
forma di imposte, quindi gli introiti fiscali aumentano di un importo pari a t α G∆Ǵ . Riscrivendo il fattore α G
si ottiene la variazione dell’avanzo di bilancio:

∆BS=∆TA-∆Ǵ

( 1−c ) (1−t )
=- ∆Ǵ
1−c (1−t )

Che è senza ombra di dubbio negativa. Un incremento della spesa dello stato per beni e servizi determinerà
una riduzione dell’avanzo di bilancio, la cui entità, in base a questo modello, risulta tuttavia notevolmente
inferiore a quella dell’aumento della spesa pubblica. Viceversa, un aumento dell’aliquota di imposta farà
scendere il livello del reddito: sembrerebbe dunque che, a parità di spesa pubblica, tale incremento possa
ridurre il saldo positivo di bilancio. In realtà un’aliquota d’imposta più elevata determina un maggiore
avanzo di bilancio, nonostante la riduzione del reddito che essa provoca. Il moltiplicatore del bilancio in
pareggio. Supponiamo che la spesa pubblica e le imposte aumentino in misura uguale, per cui nella nuova
condizione di equilibrio l’avanzo di bilancio rimane invariato: di quanto crescerà il prodotto? In questo caso
particolare il moltiplicatore è uguale a 1, ossia il prodotto aumenta precisamente dello stesso ammontare
dell’incremento della spesa pubblica.

8.6 l’avanzo di bilancio di piena occupazione

L’aumento delle imposte fa crescere il saldo positivo di bilancio, mentre una maggiore spesa pubblica lo fa
diminuire; abbiamo dimostrato che l’aumento delle imposte abbassa il livello del reddito, mentre
l’incremento della spesa pubblica e dei trasferimenti lo fa crescere. L’avanzo di bilancio sembra essere
dunque un criterio di misura comodo e semplice per valutare gli effetti complessivi della politica fiscale
sull’economia. Quando, per esempio, il bilancio è in deficit, diremmo che la politica fiscale è espansiva,
ossia tendente a far crescere il PIL. L’avanzo di bilancio ha un grave limite: il saldo positivo può modificarsi a
causa di variazioni della spesa autonoma privata. Di conseguenza, un aumento dl deficit pubblico non
implica necessariamente che il governo abbia modificato la politica di bilancio per cercare di far salire il
livello del reddito. Per valutare in che modo viene utilizzata la politica di bilancio sono necessari strumenti
di misura che non dipendano dalla particolare fase del ciclo economico. Un indicatore di questo tipo è
rappresentato dall’avanzo di bilancio di piena occupazione, che indichiamo con BS*. L’avanzo di bilancio di
piena occupazione misura il saldo positivo di bilancio al livello del reddito di piena occupazione, ovvero al
prodotto potenziale. Designando con Y* il livello di reddito prodotto in regime di piena occupazione,
possiamo scrivere la seguente formula:

´
BS*=tY*-Ǵ -TR

Viene anche definito come avanzo (o disavanzo) corretto per il ciclo e avanzo strutturale. È difficile definire
in modo preciso: in effetti, sarebbe opportuno interpretare Y* come un comodo criterio di misura, che fissa
un dato livello di occupazione come punto di riferimento. Per comprendere quale sia la differenza tra il
bilancio effettivo e quello di pieno impiego, sottraiamo l’avanzo di bilancio effettivo all’avanzo di bilancio di
piena occupazione:

BS*-BS=t(Y*-Y)

L’unica differenza è dovuta al gettito dell’imposta sul reddito. Se il prodotto è al di sotto del livello di piena
occupazione, l’avanzo di pieno impiego è maggiore di quello effettivo; viceversa, se il prodotto effettivo
supera quello di pieno impiego, l’avanzo di piena occupazione è minore rispetto a quello effettivo. La
differenza tra bilancio effettivo e bilancio di piena occupazione costituisce la componente ciclica del bilancio
pubblico, la quale, in fase di recessione, tende a essere in deficit, mentre durante un’espansione può anche
presentare un avanzo. Sono opportune due avvertenze. In primo luogo, non si può dire con certezza quale
sia il vero livello di produzione di pieno impiego, mentre sono possibili varie ipotesi sul tasso di
disoccupazione esistente quando vige la piena occupazione. In secondo luogo, l’avanzo di piena
occupazione non fornisce una misura precisa dell’orientamento della politica fiscale. Ciò è dovuto a una
serie di motivi: un incremento della spesa pubblica, unito a un equivalente aumento delle imposte, lascerà
il deficit invariato ma farà salire il reddito; le aspettative relative a future modifiche della politica fiscale
possono influire sul livello corrente del reddito; in generale, poiché la politica di bilancio comprende la
determinazione di numerose variabili (l’aliquota d’imposta, i trasferimenti e la spesa pubblica per beni e
servizi), risulta difficile descriverne con precisione l’orientamento mediante un unico dato numerico. Ciò
nonostante, l’avanzo di piena occupazione rimane un utile indicatore della direzione della politica fiscale.

9.1 il mercato dei beni e la curva IS

La curva IS mostra le combinazioni di tassi d’interesse e livelli di produzione per cui la spesa programmata è
pari all’ammontare del reddito.

La curva della domanda di investimenti

Gli investimenti sono spese per beni che vano ad accrescere il capitale di un’impresa, quali macchinari o
fabbricati; generalmente, per acquistare beni d’investimento le imprese prendono denaro in prestito.
Maggiore è il tasso d’interesse su tali prestiti, minori sono i profitti che le imprese si aspettano di realizzare
contraendo debiti per l’acquisto di nuovi macchinari e fabbricati, e quindi minore sarà la loro disponibilità a
prendere a prestito fondi a fare investimenti. Viceversa, in presenza di tassi d’interesse più bassi le imprese
saranno maggiormente disposte a finanziare gli investimenti in questo modo.

Gli investimenti e il tasso d’interesse

Funzione della spesa per investimenti:

I= Í -bi b>0

Dove il parametro “i” rappresenta il tasso d’interesse e il coefficiente “b” misura la sensibilità degli
investimenti al tasso d’interesse; la variabile Í designa ora la spesa autonoma in investimenti, ossia quella
che non dipende né dal livello del reddito né dal tasso d’interesse. L’equazione indica che quanto minore è
il tasso d’interesse, tanto maggiore è l’investimento programmato; se il coefficiente b è grande, un
aumento relativamente modesto del tasso d’interesse provoca una riduzione notevole della spesa in
investimenti. La posizione della curva dell’investimento è determinata dalla pendenza (coefficiente b) e dal
livello della spesa autonoma in investimenti. Se l’investimento è molto sensibile al tasso d’interesse, una
modesta diminuzione di quest’ultimo provocherà un incremento notevole degli investimenti, dunque la
curva sarà quasi una retta orizzontale. Per contro, se la sensibilità degli investimenti ai tassi d’interesse è
scarsa, la curva sarà quasi verticale. Le variazioni della spesa autonoma in investimenti, Í , comportano
invece spostamenti della curva. Un aumento della variabile Í sta a indicare infatti che, in corrispondenza di
ogni livello del tasso d’interesse, le imprese programmano investimenti in misura maggiore: ciò si traduce
in uno spostamento verso destra della curva.

Il tasso d’interesse e la domanda aggregata: la curva IS


Le componenti della domanda aggregata sono sempre la domanda di beni di consumo, di beni
d’investimento, la spesa pubblica per beni e servizi e le esportazioni nette, solo che ora la spesa per
investimenti dipende dal tasso d’interesse.

AD=C+I+G+NX

´ +c(1-t)Y]+( Í -bi)+Ǵ + NX
=[Ć +cTR ´

= Á +c(1-t)Y-bi

In corrispondenza di un determinato livello di reddito un incremento del tasso d’interesse riduce la


domanda aggregata, poiché fa scendere la spesa per investimenti. Inoltre, la parte della domanda
aggregata su cui non incide il livello di reddito né il tasso d’interesse, Á , comprende in realtà una quota
della spesa in investimenti, vale a dire Í ; Í rappresenta la componente autonoma della spesa in
investimenti, indipendente cioè dal tasso d’interesse. Al variare del tasso d’interesse, cambia il livello di
equilibrio del reddito. Dato un tasso d’interesse, diciamo pari a i₁, bi₁ diventa una costante, per cui
possiamo tracciare la funzione della domanda aggregata , solo che ora l’intercetta è uguale ad Á -bi₁. Il
livello di equilibrio del reddito, ottenuto nel modo consueto, è pari a Y₁, in corrispondenza del punto E₁.
Poiché quel livello di equilibrio del reddito è stato ricavato in base a un determinato livello del tasso
d’interesse, rappresentiamo tale coppia di valori (i₁,Y₁) nel grafico inferiore, individuando così un punto E₁
sulla curva IS, vale a dire una combinazione di tasso d’interesse e reddito in corrispondenza della quale il
mercato dei beni è in equilibrio. Supponiamo ora che vi sia un tasso d’interesse più basso, pari a i₂. la spesa
per investimenti aumenta al diminuire del tasso d’interesse, il che comporta uno spostamento verso l’alto
della curva di domanda aggregata a causa del fatto che l’intercetta ( Á -bi₂) è maggiore. In seguito
all’incremento della domanda aggregata, il punto di equilibrio diventa E₂ sulla curva IS è l’espressione
grafica del fatto che il tasso d’interesse pari a i₂ comporta il livello di equilibrio del reddito Y₂. E₂ costituisce
un altro punto sulla curva IS. Possiamo ripetere questa operazione per tutti i possibili valori del tasso
d’interesse e ottenere in tal modo tutti i punti che generano la curva IS. Essi hanno in comune la proprietà
di rappresentare combinazioni di tassi d’interesse e livelli di reddito in corrispondenza delle quali il mercato
dei beni è in equilibrio; per questo motivo la curva IS viene chiamata curva di equilibrio del mercato dei
beni. La curva IS ha pendenza negativa e ciò significa che una riduzione del tasso d’interesse è
accompagnata da un incremento della domanda aggregata. È possibile ricavare la curva IS anche utilizzando
la condizione di equilibrio del marcato dei beni, in base alla quale l’ammontare del reddito uguaglia quello
della spesa programmata:

Y=AD= Á +c(1-t)Y-bi

Che può essere semplificata per ottenere:

1
y=α G( Á -bi) α G=
1−c (1−t)

dove αG è il moltiplicatore. In questa equazione è possibile osservare che, a parità di spesa autonoma, un
tasso d’interesse più elevato si traduce in un livello di equilibrio di reddito più basso. La costruzione della
curva IS non presenta grandi difficoltà e potrebbe anche apparire più semplice di quanto non sia
effettivamente.
Pendenza della curva IS

La curva IS ha pendenza negativa perché un tasso d’interesse più elevato provoca una diminuzione della
spesa in investimenti, riducendo in tal modo la domanda aggregata e quindi il livello di equilibrio dei
reddito. Il coefficiente angolare della curva dipende dal grado di sensibilità degli investimenti alle variazioni
del tasso d’interesse, nonché dal moltiplicatore.

Il ruolo del moltiplicatore

Una determinata riduzione del tasso d’interesse, fa aumentare l’intercetta delle curve di domanda
aggregata della stessa distanza verticale. Tuttavia, la variazione di reddito che ne deriva è assai diversa da
una curva all’altra: la variazione del reddito di equilibrio dovuta a una determinata variazione del tasso
d’interesse è tanto più ampia quanto più inclinata è la curva di domanda aggregata; in altri termini,
maggiore è il moltiplicatore, maggiore sarà l’incremento del livello del reddito. Maggiore è il moltiplicatore
meno inclinata risulta la curva IS e più ampio è il cambiamento del livello del reddito conseguente a una
certa variazione del tasso d’interesse. Quindi, minore è la sensibilità della spesa per investimenti al tasso
d’interesse e minore è il moltiplicatore, maggiore risulta la pendenza della curva IS.

Á Y
I= -
b αG b

Funzione che esprime il tasso d’interesse in funzione del livello del reddito. Data una variazione del fattore
Y, la variazione di i che ne deriva sarà dunque tanto maggiore quanto minore è il valore di b e di αG. La
politica fiscale può incidere sulla pendenza della curva IS, dal momento che quest’ultima dipende dal
moltiplicatore; sul fattore αG agisce infatti l’aliquota d’imposta: quando essa aumenta, il valore del
moltiplicatore si abbassa. Di conseguenza, più elevata è l’aliquota d’imposta maggiore è l’inclinazione della
curva IS.

La posizione della curva IS

Ciò che determina lo spostamento della curva IS è un aumento della spesa autonoma. Supponendo che, a
parità di tasso d’interesse, il livello di spesa autonoma salga da Á ad Á ‘: ciò comporta un incremento del
livello di equilibrio del reddito in corrispondenza del tasso d’interesse i₁. Un incremento della spesa
autonoma determina dunque lo spostamento verso destra della curva IS. Di quanto si sposta la curva IS? La
variazione di reddito dovuta a un diverso livello di spesa autonoma è esattamente pari al prodotto del
moltiplicatore per la variazione della spesa autonoma; ciò significa che la curva risulta traslata
orizzontalmente di una distanza pari al prodotto del moltiplicatore per la variazione della spesa autonoma.
Un aumento della spesa pubblica o dei pagamenti per trasferimenti farà spostare verso destra la curva IS, e
l’entità dello spostamento dipenderà dall’entità del moltiplicatore. Viceversa, in caso di riduzione dei
trasferimenti o della spesa pubblica la curva IS si sposterà verso sinistra.

Riepilogo: la curva IS è l’insieme delle combinazioni di tasso d’interesse e livello di reddito per le quali il
mercato dei beni è in equilibrio; la curva IS ha pendenza negativa perché un aumento del tasso d’interesse
riduce la spesa programmata per investimenti e quindi la domanda aggregata, facendo scendere di
conseguenza il livello di equilibrio del reddito; minore sono il moltiplicatore e la sensibilità degli
investimenti alle variazioni del tasso d’interesse, maggiore è la pendenza della curva IS; lo spostamento
della curva IS è determinato da variazioni della spesa autonoma. Un incremento della spesa autonoma, per
esempio una spesa pubblica più elevata, fa spostare verso destra la curva IS.

9.2 il mercato monetario e la curva LM

La curva di equilibrio del mercato monetario, o curva LM, mostra le combinazioni di tassi d’interesse e livelli
di produzione per cui la domanda e l’offerta di moneta sono uguali.

La domanda di moneta

La domanda di moneta è definita in termini reali poiché la moneta viene detenuta per ciò che essa
consente di acquistare: più alto è il livello dei prezzi, maggiore è la quantità nominale di moneta di cui un
individuo deve disporre per poter acquistare una determinata quantità di beni. La domanda reale di
moneta dipende dal livello del reddito reale e dal tasso d’interesse. Dipende innanzitutto dal reddito reale
perché gli individui detengono moneta per pagare i beni che acquistano, i quali, a loro volta, dipendono dal
livello del reddito. È poi determinata dal “costo opportunità” insito nel possedere moneta, ossia
dall’interesse a cui si rinuncia detenendo il denaro in forma di contanti anziché di altre attività: più alto è il
tasso d’interesse, più costoso diventa possedere moneta e, di conseguenza, minore sarà la quantità di
contante detenuta per un dato livello di reddito. Quando il tasso d’interesse aumenta, gli individui possono
ridurre la quantità di contante posseduto gestendo in modo più attento la liquidità e trasferendo i propri
fondi sui titoli ogni volta che l’ammontare di moneta di cui dispongono diventa consistente. Con un tasso
d’interesse pari all’1% il vantaggio economico derivante dal fatto di detenere titoli anziché moneta è
trascurabile; con un tasso d’interesse pari al 10% varrebbe la pena di tenere in valuta soltanto la quantità di
moneta necessaria a finanziare le transazioni quotidiane. La domanda reale di moneta cresce al crescere
del livello del reddito e diminuisce all’aumentare del tasso d’interesse. La domanda di moneta in termini
reali, che indichiamo con L, viene espressa in termini matematici come segue:

L=kY-hi k,h>0

I parametri k,h indicano rispettivamente la sensibilità della domanda reale di moneta al livello del reddito e
al tasso d’interesse: per esempio, un aumento del reddito reale pari a 5 dollari determinerà un incremento
della domanda di moneta uguale a kx5 dollari reali; se invece il tasso d’interesse aumenta di un punto
percentuale la domanda reale di moneta scenderà di un ammontare pari a h dollari reali. Dato un livello di
reddito, la quantità di moneta richiesta è funzione decrescente del tasso d’interesse. Quanto più elevato è il
livello del reddito, tanto maggiore è la domanda reale di moneta e tanto più a destra si colloca la relativa
curva.

L’offerta di moneta, l’equilibrio del mercato monetario e la curva LM


La quantità nominale di moneta, M, è controllata dalla banca centrale. Consideriamo tale quantità data al
livello Ḿ e ipotizziamo che il livello dei prezzi sia costante, Ṕ, cosicché l’offerta reale di moneta risulta pari

a . La curva di domanda reale di moneta rappresenta una funzione decrescente del tasso d’interesse.


L’offerta reale di moneta , è indicata dalla linea verticale, essendo prestabilita e perciò indipendente dal

tasso d’interesse. In corrispondenza del tasso d’interesse, la domanda reale di moneta eguaglia l’offerta,
quindi il punto E₁ sulla curva LM è un punto di equilibrio del mercato monetario. Un maggiore livello di
reddito comporta una domanda reale di moneta più elevata in corrispondenza di un tasso d’interesse dato,
motivo per cui la curva di domanda reale di moneta si sposta verso l’alto e a destra. Il tasso d’interesse sale
per mantenere l’equilibrio nel mercato monetario in presenza del superiore livello di reddito, di
conseguenza il nuovo punto di equilibrio del mercato monetario è E ₂. Ripetendo il tutto otteniamo una
serie di punti che, uniti, ci danno la curva di equilibrio del mercato monetario LM, ossia l’insieme delle
combinazioni di tassi d’interesse e livelli di reddito per le quali la domanda reale di moneta è uguale
all’offerta. La curva LM ha pendenza positiva: un aumento del tasso d’interesse contrae infatti la domanda
reale di moneta, perciò, affinché tale domanda rimanga uguale all’offerta, che è costante, il livello del
reddito deve salire. Per mantenere in equilibrio il mercato monetario un incremento del tasso d’interesse
deve essere dunque accompagnato da un aumento dell’ammontare del reddito. Sfruttando la condizione
che definisce l’equilibrio del mercato monetario (domanda uguale all’offerta), possiamo ottenere la curva
LM direttamente combinando la curva di domanda reale di moneta, e l’offerta di moneta in termini reali:


=kY-hi

Risolvendo l’equazione rispetto al tasso d’interesse:

1 Ḿ
i= (kY - ) espressione della curva LM
h Ṕ

La pendenza della curva LM

Quanto più la domanda di moneta è sensibile al reddito (coefficiente k alto) e quanto meno lo è al tasso
d’interesse (coefficiente h basso), tanto più inclinata risulterà la curva LM. Data una variazione del reddito
∆Y, l’effetto sul tasso d’interesse, i, sarà tanto maggiore quanto più alto è il valore di k e quanto più basso è
quello di h. se la domanda di moneta è relativamente insensibile al tasso d’interesse e quindi h è prossimo
allo zero, la curva LM è quasi verticale. Se, al contrario, la domanda di moneta è assai sensibile al tasso
d’interesse e dunque il coefficiente h è grande, la curva LM è una retta quasi orizzontale; in questo caso una
modesta variazione del tasso d’interesse deve essere accompagnata da una variazione notevole del livello
del reddito affinché sia mantenuto l’equilibrio del mercato monetario.

La posizione della curva LM

Dal momento che lungo la curva LM l’offerta reale di moneta è costante, una variazione di quest’ultima farà
spostare la curva LM. Se l’offerta reale di moneta aumenta, per ripristinare l’equilibrio del mercato
monetario è necessario che il tasso d’interesse scenda. Ciò comporta uno spostamento della curva verso il
basso e verso destra. In altri termini, per ogni livello di reddito il tasso d’interesse di equilibrio deve essere
più basso per indurre la popolazione a detenere una maggiore quantità reale di moneta. In alternativa, in
corrispondenza di ciascun tasso d’interesse l’ammontare del reddito deve essere più alto per far crescere la
domanda di moneta destinata alle transazioni quotidiane e assorbire in tal modo l’offerta reale di moneta
più elevata.

Riepilogo: la curva LM è data dall’insieme delle combinazioni di tassi d’interesse e livelli di reddito per cui il
mercato monetario è in equilibrio; la curva LM ha pendenza positiva. Data l’offerta di moneta costante, un
incremento del livello del reddito, che accresce la quantità di moneta richiesta, deve essere accompagnato
da un aumento del tasso d’interesse. Ciò determina una riduzione della domanda di moneta e consente
quindi di mantenere il mercato monetario in equilibrio; la curva LM è più inclinata quando la sensibilità
della domanda di moneta è elevata rispetto al reddito e ridotta rispetto ai tassi di interesse; la curva LM si
sposta a causa delle variazioni dell’offerta di moneta: un aumento di quest’ultima provoca lo spostamento
verso destra della curva LM.

9.3 equilibrio del mercato dei beni e di quello monetario

Le curve IS e LM sintetizzano le condizioni che devono essere soddisfatte affinché il mercato dei beni e
quello monetario siano in equilibrio. Il nostro compito ora consiste nello stabilire in che modo questi
mercati raggiungono l’equilibrio simultaneo. Affinché ciò si realizzi, è necessario che il tasso d’interesse e i
livelli di reddito siano tali da portare sia il mercato dei beni sia quello monetario in equilibrio. Il tasso
d’interesse e il livello del prodotto sono determinati dall’interazione tra il mercato monetario (curva LM) e
quello dei beni (curva IS). L’assunto principale è che il livello dei prezzi sia costante e che al livello dei prezzi
corrente le imprese siano disposte a fornire qualsiasi quantità di prodotto domandata. Supponiamo che, al
livello dei prezzi Ṕ, le imprese siano disposte a offrire l’ammontare di prodotto pari a Y₀. Si tratta di
un’ipotesi.

Variazioni del livello di equilibrio del reddito e del tasso d’interesse

Il livello di equilibrio del reddito e del tasso d’interesse cambia quando la curva IS oppure la curva LM si
spostano. Per esempio, in presenta di un incremento del saggio d’investimento autonomo, esso fa crescere
la spesa autonoma Á , causando lo spostamento verso destra della curva IS, e si traduce in un incremento
del livello di reddito e del tasso d’interesse al punto E‘. Ricordando che un aumento della spesa autonoma
in investimenti fa spostare verso destra la curva IS di un ammontare pari a α G∆ Í . Nel capitolo 8, dove ci
siamo occupati soltanto del mercato dei beni, avevamo considerato α G∆ Í come la variazione del livello di
reddito derivante dalla variazione della spesa autonoma, pari a ∆ Í . Tuttavia, la variazione del reddito in
questo caso ammonta solo a ∆Y₀, che chiaramente è inferiore rispetto allo spostamento della curva IS. Dal
grafico risulta evidente che la spiegazione sta nella pendenza della curva LM: se quest’ultima fosse
orizzontale, non ci sarebbe differenza tra l’entità dello spostamento in senso orizzontale della curva IS e la
variazione del reddito: in questo caso quando la curva IS si sposta il tasso d’interesse rimarrebbe invariato.
L’aumento della spesa autonoma di fatto tende a far salire il livello del reddito, ma un reddito più elevato
determina una maggiore domanda di moneta; poiché l’offerta di moneta è costante, il tasso d’interesse
deve aumentare per garantire che la domanda di moneta rimanga uguale all’offerta. Quando il tasso
d’interesse aumenta, la spesa per investimenti si contrae, dal momento che l’investimento è inversamente
legato al tasso d’interesse. Ne consegue che la variazione del livello di equilibrio del reddito è minore dello
spostamento in senso orizzontale della curva IS, α G∆ Í .

9.5 una trattazione formale del modello IS-LM

Reddito e tasso d’interesse di equilibrio

L’intersezione delle curve IS e LM determina il reddito e il tasso d’interesse di equilibrio. Ricaveremo ora le
espressioni matematiche di questi valori di equilibrio utilizzando le equazioni delle curve IS e LM. Ricordate,
in base a quanto detto in precedenza, che l’equazione di equilibrio dei due mercati sono:

1 Ḿ
curva IS: Y=α G( Á -bi) curva LM: i= (kY - )
h Ṕ

l’intersezione delle curve IS e LM corrisponde alla soluzione del sistema formato dalle due equazioni IS e
LM: lo stesso tasso d’interesse e lo stesso livello di reddito assicurano l’equilibrio sia nel mercato dei beni
che in quello monetario. Tornando alle equazioni, ciò significa che possiamo sostituire il tasso d’interesse
ricavato dall’equazione di LM, nell’equazione IS:

b Ḿ
Y=α G[ Á - (kY - )]
h Ṕ

Raccogliendo a fattor comune e risolvendo rispetto al livello di equilibrio del reddito abbiamo:

hαG b α G Ḿ
Y= Á + (a)
h+kb α G h+kb α G Ṕ

L’equazione mostra che il livello di equilibrio del reddito dipende da due variabili esogene: la spesa
autonoma (che comprende il consumo e l’investimento autonomi, e i parametri della politica fiscale), e lo
stock reale di moneta, M/P. il reddito di equilibrio è tanto più elevato quanto più alti sono il livello della
spesa autonoma e della quantità reale di moneta. Questa equazione è l’espressione analitica della curva di
domanda aggregata. Essa sintetizza la relazione IS-LM, mettendo in rapporto Y con P in corrispondenza di
dati livelli di Á e Ḿ . Poiché P è al denominatore, la curva di domanda aggregata ha pendenza negativa. Il
tasso d’interesse di equilibrio, i, si ottiene sostituendo il livello di equilibrio del reddito, Y₀:

k αG 1 Ḿ
i= Á -
h+kb α G h+kb α G Ṕ

mostra che il tasso d’interesse di equilibrio dipende dai parametri della politica fiscale (tale dipendenza si
manifesta attraverso il moltiplicatore e la variabile Á ) e dallo stock reale di moneta. Una quantità reale di
moneta più elevata comporta un tasso d’interesse di equilibrio più basso.

Il moltiplicatore della politica fiscale

Il moltiplicatore della politica fiscale indica l’entità della variazione del livello di equilibrio del reddito
prodotta da un aumento della spesa pubblica, mantenendo costante l’offerta reale di moneta. Prendete in
esame l’equazione (a) e considerate l’effetto di un incremento della spesa pubblica sul reddito: poiché
l’aumento della spesa dello stato per beni e servizi,∆ Ǵ , costituisce una variazione della spesa autonoma, si
ha ∆ Á =∆Ǵ . L’effetto prodotto dalla variazione di Ǵ è dato da:

∆Y hαG
=γ γ=
∆ Ǵ h+kb α G

Dove γ rappresenta il moltiplicatore della politica fiscale ovvero della spesa pubblica ottenuto tenendo
conto dell’aggiustamento del tasso d’interesse. Considerate la differenza tra questo moltiplicatore e
l’espressione più semplice αG che era valida in presenza di tassi d’interesse costanti. Dall’analisi dei due
fattori risulta che γ è minore di α G poiché 1/(1+kα Gb/h)<1. Quest’ultimo termine fornisce la misura in cui
un aumento dei tassi d’interesse legato a una politica fiscale espansiva ne attenua l’effetto di espansione
nel modello IS-LM.

Il moltiplicatore della politica monetaria

Il moltiplicatore della politica monetaria indica l’entità dell’incremento del livello di equilibrio del reddito
provocato da un aumento dell’offerta reale di moneta, mantenendo la politica fiscale invariata. Se
utilizziamo l’equazione (a) per esaminare l’impatto sul reddito di un’offerta reale di moneta più elevata
otteniamo:

∆Y b bαG
= γ=
∆( Ḿ / Ṕ) h h+kb α G

Quanto più piccoli sono h e k e quanto più grandi b e αG, tanto più espansivo risulta l’effetto sul livello di
equilibrio del reddito di un aumento dei saldi monetari reali. Coefficiente b e α G di valore elevato
corrispondono a una curva IS molto piatta.

10.1 la politica monetaria

La banca centrale attua la politica monetaria principalmente mediante le operazioni di mercato aperto. Con
un’operazione di mercato aperto la BC acquista titoli in cambio di moneta, aumentando in tal modo lo stock
monetario, oppure vende titoli in cambio di liquidità ceduta dagli acquirenti dei titoli, riducendo così
l’offerta di moneta. La BC paga i titoli che acquista con moneta che essa può creare. Quando la BC acquista
titoli, ne riduce la quantità disponibile sul mercato e tende, di conseguenza, ad aumentarne il prezzo,
ovvero ad abbassarne il rendimento; soltanto a un tasso d’interesse più basso il pubblico sarà disposto a
detenere una quota minore della propria ricchezza sotto forma di titoli e una quota maggiore sotto forma di
moneta. L’equilibrio iniziale, punto E, si trova sulla curva LM di partenza, cui corrisponde un’offerta reale di

moneta pari a . Supponiamo ora che la BC effettui un acquisto sul mercato aperto: ciò determina un

incremento della quantità nominale di moneta e, dato il livello dei prezzi, anche di quella reale. Di
conseguenza la curva LM si sposterà verso destra; il nuovo equilibrio si troverà nel punto E‘, cui corrisponde
un tasso d’interesse più basso e un reddito più elevato. Il livello di equilibrio del reddito sale perché
l’operazione di acquisto sul mercato aperto comporta una riduzione del tasso d’interesse e, quindi, un
incremento della spesa per investimenti. Maggiore è l’inclinazione della curva LM, maggiore è la variazione
del reddito. Se la domanda di moneta è molto sensibile al tasso d’interesse (nel qual caso la curva LM è
relativamente piatta), affinché una determinata variazione dello stock di moneta sia assorbita dai mercati
delle attività è sufficiente una modesta variazione del tasso d’interesse. Un intervento di acquisto sul
mercato aperto avrebbe quindi scarso effetto sulla spesa in investimenti. Per contro, se la domanda di
moneta non è molto sensibile al tasso d’interesse (nel qual caso la curva LM è relativamente inclinata), una
determinata variazione dell’offerta di moneta provoca un’ampia variazione del tasso d’interesse e ha un
notevole influsso sulla domanda di investimenti. Analogamente, se la domanda di moneta è molto sensibile
al reddito, affinché un dato aumento dell’offerta di moneta venga assorbito è sufficiente una variazione
relativamente piccola del reddito e il valore del moltiplicatore della politica monetaria sarà minore.
Nel punto di equilibrio E, l’aumento dell’offerta di moneta produce un eccesso di offerta di moneta a cui il
pubblico si adegua cercando di acquistare altre attività. Questo meccanismo fa sì che il prezzi delle attività
aumentino e quindi i loro rendimenti diminuiscano. Poiché il processo di aggiustamento nei mercati
monetari e delle altre attività è rapido, si ha uno spostamento immediato al punto E₁, dove il mercato
monetario raggiunge l’equilibrio e il pubblico è disposto a detenere la maggiore quantità reale di moneta,
perché il tasso d’interesse è sceso a sufficienza. Tuttavia nel punto E₁ si registra un eccesso di domanda di
beni: il calo del tasso d’interesse, dato il livello iniziale del reddito Y₀, ha determinato infatti l’incremento
della domanda aggregata e ciò comporta la riduzione delle scorte detenute dalle imprese. Queste ultime
reagiscono espandendo la produzione e comincia così lo spostamento verso l’alto lungo la curva LM‘. Il
tasso d’interesse sale durante il processo di aggiustamento, perché l’aumento del prodotto crea una
maggiore domanda di moneta, che è necessario contenere mediante tassi d’interesse più elevati.
L’incremento dell’offerta di moneta, quindi determina innanzitutto una riduzione dei tassi d’interesse,
poiché il pubblico adegua il portafoglio, e successivamente un aumento della domanda aggregata.

Il meccanismo di trasmissione

Esistono 2 fasi del meccanismo di trasmissione (processo attraverso il quale variazioni della politica
monetaria influiscono sulla domanda aggregata): la prima consiste nel fatto che un aumento della quantità
reale di moneta genera uno squilibrio di portafoglio; ciò significa che, per un dato livello del reddito, il
pubblico detiene una quantità di moneta maggiore rispetto a quella desiderata. Di conseguenza, chi detiene
un portafoglio cercherà di ridurre l’ammontare di moneta posseduta mediante l’acquisto di altre attività,
cosicché i prezzi e i rendimenti di queste ultime cambino; in altre parole, la variazione dell’offerta di
moneta modifica i tassi d’interesse. La seconda fase ha luogo quando la variazione dei tassi d’interesse si
ripercuote sulla domanda aggregata. Vi sono due anelli di collegamento cruciali tra la variazione dello stock
reale di moneta e l’effetto finale sul reddito. In primo luogo la variazione della quantità reale di moneta,
generando uno squilibrio di portafoglio, comporta necessariamente una correzione dei tassi d’interesse. In
secondo luogo, quest’ultima inevitabilmente modifica la domanda aggregata. Attraverso questi due anelli di
collegamento le variazioni dell’offerta reale di moneta incidono sul livello del prodotto. Però, se per
qualsiasi ragione, lo squilibrio di portafoglio non porta a variazioni significative dei tassi d’interesse, oppure
se la spesa non è sensibile alle modifiche dei tassi d’interesse, non c’è connessione tra la moneta e il
prodotto.
La trappola della liquidità

Nell’ambito della discussione degli effetti prodotti dalla politica monetaria sull’economia, due casi limite
hanno ricevuto notevole attenzione. Il primo è la trappola della liquidità, una situazione in cui, a un
determinato tasso d’interesse, il pubblico è disposto a detenere qualunque quantità di moneta offerta. In
tal caso la curva LM è orizzontale e le variazioni della quantità di moneta non ne provocano lo
spostamento; la politica monetaria attuata mediante operazioni di mercato aperto ha allora un effetto nullo
sia sul tasso d’interesse sia sul livello del reddito: in una circostanza del genere la politica monetaria è del
tutto impotente per quanto riguarda il tasso d’interesse.

Riluttanza delle banche a concedere prestiti?

Nel ’91 si verificò negli USA un’altra circostanza indicativa del fatto che, a volte, le misure di politica
monetaria attuata dalla BC possono avere un’influenza assai limitata sull’economia. Alla fase (3) della
tabella 10.1 la spesa per investimenti dovrebbe aumentare in risposta a tassi d’interesse più bassi; tuttavia,
quando nel ’91 i tassi d’interesse negli USA scesero, le banche si dimostrarono restie ad aumentare
l’erogazione di prestiti. Tale comportamento era motivato dal fatto che molte aziende di credito avevano
concesso crediti a rischio alla fine degli anni ottanta, principalmente per finanziare operazioni sul mercato
immobiliare. Quando quest’ultimo crollò, le banche si trovarono in una situazione in cui un numero
significativo dei loro debitori non sarebbe stato in grado di rimborsare completamente il prestito. Non
sorprende dunque il fatto che le banche si dimostrarono riluttanti a concedere altri prestiti a nuovi debitori,
forse a rischio d’insolvenza. Essi preferirono, piuttosto, effettuare prestiti allo stato mediante l’acquisto di
titoli, quali i buoni del tesoro. Negli USA un prestito erogato allo stato offre la massima sicurezza che si
possa chiedere, perché lo stato rimborsa sempre i propri debiti. Se le banche non sono disposte a
concedere credito alle imprese, una quota importante del meccanismo di trasmissione tra un acquisto sul
mercato aperto da parte della BC e un incremento della domanda aggregata e del prodotto viene
neutralizzata.

Il caso classico

Il caso opposto rispetto alla curva LM orizzontale (che comporta l’incapacità della politica monetaria di
incidere sul livello del reddito) è la curva LM verticale, che si verifica quando la domanda di moneta è
completamente insensibile al tasso d’interesse.


=kY-hi

Se h è uguale a zero, allora in corrispondenza di una determinata offerta reale di moneta, M/P, si ha un
unico livello di reddito, il che significa che la curva LM è verticale in corrispondenza di tale livello di reddito.
La situazione in cui la curva LM è verticale viene definita il caso classico.

Ḿ =k( ṔxY) h=0

Come si può vedere, il caso classico implica che il PIL nominale, PxY, dipende solamente dalla quantità di
moneta: si tratta della classica teoria quantitativa della moneta, secondo la quale il livello del reddito
nominale è determinato esclusivamente dalla quantità di moneta. La motivazione originaria alla base di
questa teoria si fonda sulla convinzione che i cittadini detengono una quantità di moneta proporzionale al
volume complessivo delle transazioni da effettuare, PxY, a prescindere dal tasso d’interesse. Quando la
curva LM è verticale, una determinata variazione della quantità di moneta produce il massimo effetto sul
livello del reddito: verificate questa affermazione facendo spostare verso destra una curva LM verticale e
confrontando la variazione di reddito che ne deriva con quella generata da un analogo spostamento
orizzontale di una curva LM inclinata. Una volta tracciata una curva LM verticale, potete anche osservare
che, in questo caso, gli spostamenti della curva IS non incidono sull’ammontare del reddito. Ne consegue
che, quando la curva LM è verticale, la politica monetaria ha la massima efficacia sul livello del reddito,
mentre quella fiscale ha effetto nullo.

10.2 la politica fiscale

Le variazioni di politica fiscale determinano lo spostamento della curva IS, che rappresenta l’equilibrio del
mercato dei beni. La curva IS ha pendenza negativa, perché un abbassamento del tasso d’interesse fa
aumentare la spesa per investimenti, accrescendo in tal modo la domanda aggregata e il livello del prodotto
in corrispondenza del quale il mercato dei beni è in equilibrio.

Un incremento della spesa pubblica

Un’espansione fiscale determina un aumento del reddito di equilibrio e del tasso d’interesse. A tassi
d’interesse invariati, un livello più elevato di spesa pubblica accresce l’ammontare della domanda
aggregata; per poter soddisfare la maggiore domanda di beni, il prodotto deve aumentare. A ciascun livello
del tasso d’interesse, il reddito di equilibrio deve salire di un importo pari a αG moltiplicato per
l’incremento della spesa pubblica. La curva IS, pertanto, si sposta verso destra per una distanza pari a αG x
∆G. Se inizialmente l’economia è in equilibrio nel punto E, e la spesa pubblica aumenta di un importo pari a
100, ci si sposterebbe nel punto E“ qualora il tasso d’interesse rimanesse costante: nel punto E“, infatti, il
mercato dei beni si trova in equilibrio, poiché la spesa programmata è uguale al prodotto. L’equilibrio viene
a mancare però nel mercato monetario: il reddito è aumentato e, di conseguenza, la quantità di moneta
domandata è maggiore. Poiché si ha un eccesso di domanda reale di moneta, il tasso d’interesse sale; in
presenza di tassi d’interesse più elevati gli investimenti programmati dalle imprese vengono ridotti, perciò
la domanda aggregata diminuisce. Solo nel punto E‘ il mercato dei beni e quello monetario si trovano
entrambi in equilibrio; infatti soltanto in tale punto la spesa programmata uguaglia il reddito e, nel
contempo, la quantità reale di moneta domandata è uguale a quella offerta. (nuovo punto di equilibrio).

Lo spiazzamento

Confrontando il nuovo punto di equilibrio con quello iniziale, si può notare che una spesa pubblica più
elevata fa salire sia il reddito che il tasso d’interesse. Dal confronto tra i punti E“ ed E‘ risulta chiaro che
l’aggiustamento dei tassi d’interesse e il loro influsso sulla domanda aggregata attenuono l’effetto
espansivo di un incremento della spesa pubblica. Il reddito, anziché salire al livello Y“, cresce solo fino a Y₀.
Il motivo di questa crescita più limitata del reddito sta nel fatto che l’aumento del tasso d’interesse riduce il
livello della spesa per investimenti: diciamo allora che l’incremento della spesa pubblica spiazza gli
investimenti. L’effetto di spiazzamento ha luogo quando una politica fiscale espansiva fa salire i tassi
d’interesse, riducendo in tal modo la spesa privata, in particolare gli investimenti. Il reddito aumenta tanto
più e i tassi d’interesse aumentano tanto meno, quanto più piatta è la curva LM; il reddito e i tassi
d’interesse salgono tanto meno quanto più è piatta è la curva IS; il reddito e i tassi d’interesse crescono
tanto più quanto maggiore è il moltiplicatore, e quindi più ampio è lo spostamento orizzontale della curva
IS. In ogni caso l’entità dello spiazzamento è maggiore quanto più sale il tasso d’interesse all’aumentare
della spesa pubblica.

La trappola della liquidità

Se l’economia si trova in una situazione di trappola della liquidità e quindi la curva LM è orizzontale, un
incremento della spesa pubblica esercita il suo completo effetto di moltiplicatore sul livello di equilibrio del
reddito; il tasso d’interesse non cambia al variare della spesa pubblica e, di conseguenza, non si hanno tagli
alla spesa per investimenti. Ciò significa che gli effetti sul reddito di un incremento della spesa pubblica non
vengono attenuati. Se la curva LM è orizzontale, la politica monetaria ha effetto nullo sull’equilibrio
dell’economia, mentre quella fiscale ha la massima efficacia. Considerando un caso meno estremo, se la
domanda di moneta è molto sensibile al tasso d’interesse, e quindi la curva LM è quasi orizzontale, le
manovre di politica fiscale hanno un impatto piuttosto rilevante sul livello di equilibrio del prodotto, mentre
le variazioni di politica monetaria hanno un’incidenza ridotta.

Il caso classico e lo spiazzamento

Se la curva LM è verticale (caso classico), un aumento della spesa pubblica ha influsso nullo sul livello di
equilibrio del reddito e accresce soltanto il tasso d’interesse. Un maggiore livello di spesa del settore
pubblico fa spostare la curva IS verso l’alto, non influendo sul reddito. Se la domanda di moneta non è
legata al tasso d’interesse, come indica una curva LM verticale, esiste un unico livello di reddito in
corrispondenza del quale il mercato monetario è in equilibrio. Di conseguenza, in presenza di una curva LM
verticale, un aumento della spesa pubblica non può modificare il livello di equilibrio del reddito e fa
crescere esclusivamente il tasso d’interesse di equilibrio. Tuttavia, se il prodotto è invariato e si ha un
aumento della spesa pubblica, questo deve essere compensato da una riduzione della spesa privata. In
questo caso, l’incremento dei tassi d’interesse “spiazza”, ossia riduce la spesa privata (gli investimenti) di un
ammontare pari all’aumento della spesa pubblica. Si verifica, dunque, il completo spiazzamento se la curva
LM è verticale. L’espansione fiscale fa salire il tasso d’interesse di equilibrio; la spesa per investimenti, di
conseguenza, scende. Occorrono tre precisazioni: la prima delle quali rappresenta anche un’importante
avvertenza: stiamo ipotizzando un sistema economico in cui i prezzi sono dati e la produzione è al di sotto
del livello di pieno impiego. In queste condizioni, quando l’espansione fiscale fa crescere la domanda, le
imprese possono aumentare il livello della produzione assumendo un maggior numero di lavoratori. Nelle
economie in cui vige la piena occupazione lo spiazzamento si manifesta, invece, con un meccanismo
diverso: in questo caso, una domanda più elevata determina un innalzamento del livello dei prezzi (ovvero
uno spostamento verso l’alto lungo la curva di offerta aggregata). Prezzi maggiori comportano una
riduzione del valore reale degli stock monetari. Tale diminuzione dell’offerta reale di moneta determina
uno spostamento verso sinistra della curva LM, facendo salire in tal modo i tassi d’interesse finché
l’aumento iniziale della domanda aggregata non è completamente spiazzato. La seconda precisazione è
che, comunque, in un’economia con risorse inutilizzate il completo spiazzamento non ha luogo, perché la
curva LM in realtà non è verticale. Un’espansione fiscale fa salire non solo i tassi d’interesse, ma anche il
livello del reddito. Ciò che interessa è, dunque, l’intensità con cui si verifica lo spiazzamento. L’aumento
della domanda aggregata fa crescere il reddito e, con l’incremento di questo, sale il livello del risparmio;
l’espansione del risparmio, a sua volta, consente di finanziare un disavanzo di bilancio maggiore senza
spiazzare completamente la spesa privata. La terza precisazione è che, in presenza di disoccupazione e
quando, perciò, è possibile espandere la produzione, i tassi d’interesse non devono necessariamente salire
quando la spesa pubblica aumenta, e non si deve verificare necessariamente un effetto di spiazzamento.
Questo perché le autorità monetarie possono accomodare l’espansione fiscale con un aumento dell’offerta
di moneta. La politica monetaria è accomodante quando, durante un’espansione fiscale, l’offerta di moneta
viene ampliata per impedire che i tassi d’interesse salgano. L’accomodamento monetario viene definito
anche monetizzazione del deficit di bilancio, un processo mediante il quale la BC conia nuova moneta per
acquistare il titoli con cui lo stato finanzia il proprio disavanzo. Quando la BC accomoda un’espansione
fiscale, entrambe le curve IS e LM si spostano verso destra. Il prodotto ovviamente aumenterà, ma non i
tassi d’interesse; di conseguenza non si hanno effetti negativi sugli investimenti.

10.3 la composizione del prodotto e il mix di politica economica

Che differenza c’è tra utilizzare la politica monetaria oppure quella fiscale per tenere sotto controllo il
prodotto? La scelta tra misure di natura monetaria o fiscale quali strumenti della politica di stabilizzazione è
una questione importante e controversa; elementi determinanti di valutazione sono la flessibilità e la
rapidità con cui tali politiche possono essere messe in atto e produrre effetti. La politica monetaria opera
stimolando le componenti della domanda aggregata sensibili ai tassi d’interesse, principalmente la spesa
per investimenti. I dati reali, per quanto riguarda gli USA, indicano chiaramente che i primi effetti della
politica monetaria si avvertono nel settore dell’edilizia abitativa. La politica fiscale, al contrario, agisce in un
modo che dipende esattamente dal tipo di acquisti che il settore pubblico effettua, oppure dalle imposte e
dai trasferimenti che esso modifica. Lo stato potrebbe decidere di effettuare spese per la difesa, oppure di
ridurre l’imposta sui profitti delle società, le imposte di consumo o i contributi di previdenza sociale;
ciascuno di questi provvedimenti incide sul livello della domanda aggregata e comporta un aumento del
prodotto, ma la composizione di quest’ultimo dipende dalla particolare misura adottata. Per esempio, un
incremento della spesa pubblica determinato dall’aumento degli acquisti del settore pubblico fa salire la
spesa per consumi; una riduzione dell’imposta sul reddito ha un influsso diretto sulla spesa per consumi;
una sovvenzione agli investimenti determina un incremento della spesa per investimenti. Tutte le politiche
fiscali espansive comportano l’innalzamento del tasso d’interesse qualora la quantità di moneta rimanga
invariata.

Una sovvenzione agli investimenti

Sia un taglio all’imposta sul reddito, sia un aumento della spesa pubblica fanno salire il tasso d’interesse e
riducono la spesa per investimenti. Lo stato ha comunque la possibilità di incentivare le imprese a investire
per mezzo di una sovvenzione agli investimenti. Quando lo stato eroga sovvenzioni agli investimenti
sostiene, in pratica, parte del costo degli investimenti effettuati da ciascuna impresa. Una misura di questo
tipo determina lo spostamento della curva degli investimenti: in corrispondenza di ciascun tasso
d’interesse, le imprese programmano ora maggiori investimenti, che si traducono in un aumento della
domanda aggregata. La curva IS si sposta di una distanza pari al prodotto del moltiplicatore per l’aumento
dell’investimento autonomo dovuto alla sovvenzione. Il nuovo equilibrio del mercato dei beni e di quello
monetario si trova nel punto E‘. Però, nonostante l’aumento dei tassi d’interesse, gli investimenti sono più
elevati. Il livello degli investimenti è salito. L’incremento del tasso d’interesse attenua, ma non inverte
l’effetto della sovvenzione agli investimenti; ciò costituisce un esempio in cui sia i consumi, indotti da un
reddito più alto, sia gli investimenti aumentano in seguito a una politica fiscale espansiva.

Il mix di politica economica

Quale scelta politica economica effettuare se un sistema si trova in una situazione caratterizzata da
disoccupazione e vuole giungere al prodotto di piena occupazione? È opportuno optare per un’espansione
fiscale, che farebbe spostare l’economia nel punto E₁, dove reddito e tassi d’interesse sono più elevati?
(lungo la curva LM) oppure è preferibile un’espansione monetaria, che porterebbe alla piena occupazione
con tassi d’interesse più bassi, nel punto E₂? (lungo la curva IS). O ancora, è meglio la combinazione di
un’espansione fiscale e una politica monetaria di tipo accomodante, che condurrebbe a una posizione
intermedia? Nel momento in cui riconosciamo che tutte queste politiche determinano l’aumento del livello
del prodotto, ma differiscono in modo significativo per quanto riguarda il loro impatto sui vari settori
dell’economia, abbiamo a che fare con un problema di politica economica. Una volta presa la decisione di
accrescere la domanda aggregata, chi dovrebbe trarne il vantaggio principale? È opportuno che
l’espansione sia il risultato di una diminuzione dei tassi d’interesse e di una maggiore spesa in investimenti,
oppure di una riduzione delle imposte e di un incremento della spesa privata, o ancora che si traduca in un
aumento delle dimensioni del settore pubblico? A prescindere dagli aspetti relativi alla rapidità e alla
prevedibilità delle varie politiche, le questioni cui abbiamo accennato vengono risolte in base agli
orientamenti politici. I conservatori, generalmente favorevoli ad attuare tagli alle imposte, propongono
politiche di stabilizzazione fondate sulla riduzione della pressione fiscale nelle fasi di recessione e sulla
diminuzione della spesa pubblica durante le espansioni. Nel corso del tempo, dopo un certo numero di cicli
economici, le dimensioni del settore pubblico risultano assai ridotte, così come dovrebbero essere secondo
i conservatori. Il punto di vista opposto è espresso da coloro che ritengono vi siano ampie possibilità di
utilizzo della spesa pubblica in settori quali l’istruzione, l’ambiente, i programmi di addestramento e
reinserimento professionale e così via: essi, di conseguenza, sostengono l’opportunità di favorire politiche
espansive basate su una spesa pubblica più alta, mentre propongono imposte più elevate per contenere
un’espansione. Infine, i sostenitori dello sviluppo economico e le “lobby” che difendono gli interessi del
settore edile sono favorevoli all’attuazione di politiche espansive che agiscano mediante bassi tassi
d’interesse o sovvenzioni agli investimenti. Il fatto di riconoscere che le manovre di politica monetaria e
fiscale hanno effetti diversi sulla composizione del prodotto è importante: fa capire che i responsabili delle
politiche economiche possono scegliere un mix di politica economica (una combinazione tra politiche fiscali
e monetarie) che non solo permetta all’economia di raggiungere l’obiettivo della piena occupazione, ma
contribuisca a risolvere anche altri problemi.

10.4 applicazione del mix fiscale-monetario

La necessità di adottare un mix fiscale-monetario nasce dal fatto che una politica monetaria espansiva
riduce il tasso d’interesse, mentre una politica fiscale dello stesso segno lo aumenta. Di conseguenza, una
politica fiscale espansiva fa salire la produzione facendo decrescere, nel contempo, il livello degli
investimenti. Una politica monetaria espansiva, invece, fa crescere il livello della produzione e degli
investimenti. Le autorità politiche devono scegliere il mix di politiche economiche a seconda dei propri
obiettivi di crescita, di aumento dei consumi e in base a quella che ritengono la dimensione desiderabile del
settore pubblico nell’economia.

11.1 la bilancia dei pagamenti

La bilancia dei pagamenti è il conto in cui vengono registrate le transazioni intercorse tra i residenti di un
paese e il resto del mondo; si suddivide in due conti principali: conto corrente (o partite correnti) e il conto
capitale (o movimenti di capitale). Sotto il profilo contabile, la bilancia dei pagamenti osserva la semplice
regola in base alla quale ogni transazione che dà luogo a un pagamento da parte dei residenti di un paese
costituisce una voce passiva nella bilancia dei pagamenti del paese in esame. Ad esempio, per l’Italia,
l’importazione di automobili, doni all’estero, l’acquisto di terreni in spagna o un deposito in una banca
svizzera sono tutte voci passive. Tra le voci attive ci sarebbero, invece, vendite di aeroplani all’estero,
pagamenti dall’estero per la concessione di licenze per l’’utilizzo di tecnologia italiana, pensioni ricevute
dall’estero da parte di residenti e acquisti di attività italiane da parte di residenti in paesi esteri. Il conto
corrente registra il commercio in beni e servizi nonché i trasferimenti. I servizi comprendono noli,
pagamenti di royalties e di interessi; inoltre fa parte dei servizi anche la voce redditi netti da investimento,
ossia gli interessi e i profitti ricavati da attività che i residenti in un paese detengono all’estero meno il
reddito che i non residenti guadagnano con le attività possedute nel paese in esame. I trasferimenti
consistono in rimesse degli emigrati, doni e sovvenzioni. Il saldo della bilancia commerciale registra
semplicemente la differenza tra importazioni ed esportazioni di merci; aggiungendovi la differenza tra
importazioni ed esportazioni di servizi e i trasferimenti netti, otteniamo il saldo del conto corrente. Il conto
corrente è in avanzo se le esportazioni superano le importazioni più i trasferimenti netti all’estero o, in altre
parole, se le entrate derivanti dal commercio in beni e servizi e dai trasferimenti eccedono i pagamenti. Il
conto capitale registra invece gli acquisti e le vendite di attività quali azioni, obbligazioni, e terreni. Si ha un
avanzo in conto capitale (ovvero un afflusso netto di capitali) quando in un paese le entrate dovute alla
vendita di azioni, obbligazioni, terreni o altre attività e ai depositi bancari dei residenti nel resto del mondo
superano i pagamenti nazionali per l’acquisto di attività all’estero.

I conti con l’estero devono essere in pareggio

Gli individui e le imprese devono pagare ciò che acquistano all’estero. Se una persona spende più dl proprio
reddito, il deficit in cui viene a trovarsi deve essere finanziato vendendo attività oppure prendendo denaro
a prestito. Analogamente, se un paese registra un disavanzo in conto corrente perché spende all’estero più
di quanto ricavi dalle vendite al resto del mondo, il deficit deve essere finanziato vendendo attività oppure
ottenendo prestiti dall’estero. Queste operazioni di vendita o di indebitamento si traducono in un avanzo in
conto capitale per il paese in esame. Di conseguenza, qualsiasi disavanzo del conto corrente è
necessariamente finanziato mediante un afflusso compensatore di capitali:

conto corrente + avanzo in conto capitale = 0

ciò evidenzia un punto molto importante: se un paese non ha attività da vendere o riserve in valuta estera
da utilizzare e non trova chi sia disposto a concedere prestiti, deve comunque raggiungere l’equilibrio nel
conto corrente, per quanto difficile e doloroso ciò possa essere. Spesso è utile suddividere ulteriormente il
conto capitale in due sezioni distinte: le transazioni del settore privato di un paese; le transazioni
riguardanti le riserve ufficiali, che corrispondono alle attività della banca centrale. Un deficit di conto
corrente può essere finanziato in due modi: dai privati residenti, che liquidano le attività detenute all’estero
o prendono a prestito denaro dall’estero; in alternativa, o in aggiunta, dal governo, che riduce le proprie
riserve valutarie, vendendo valuta estera sul mercato dei cambi. Per contro, quando il conto corrente è in
avanzo, il settore privato può utilizzare le proprie entrate in valuta estera per saldare i debiti o per
acquistare attività all’estero; in alternativa, la banca centrale può acquistare l’ammontare (netto) di valuta
estera guadagnato dal settore privato e aggiungerlo alle proprie riserve. L’aumento delle riserve ufficiali
viene definito anche avanzo complessivo della bilancia dei pagamenti.

Avanzo bilancia pag = aumento riserve ufficiali = avanzo di c/c + afflusso netto di capitali privati

Se il conto corrente e il conto capitale relativo al settore privato sono entrambi in disavanzo, il saldo
complessivo della bilancia dei pagamenti è negativo; ciò significa, in altri termini, che la banca centrale sta
riducendo le proprie riserve. Quanto un conto è in avanzo e l’altro in deficit esattamente dello stesso
importo, il saldo totale è uguale a zero, ossia la bilancia dei pagamenti non è né in avanzo né in disavanzo.

Tassi di cambio fissi

Il tasso di cambio indica il prezzo di un’unità di una moneta in termini di un’altra moneta. In un sistema di
tassi di cambio fissi le banche centrali straniere sono pronte ad acquistare o a vendere la propria moneta a
un prezzo fisso in rapporto alla moneta nazionale. Alla fine della seconda guerra mondiale le nazioni più
importanti avevano stabilito tassi di cambio fissi tra le rispettive monete e tale regime è stato mantenuto
fino al 1973. Oggi vi sono alcuni paesi che fissano i tassi di cambio reciproci, mentre altri non lo fanno. Il
fatto che le banche centrali fossero disposte ad acquistare o vendere qualsiasi ammontare di dollari a
questi prezzi (o tassi di cambio) fissi significava che i prezzi di mercato sarebbero stati certamente uguali ai
tassi prestabiliti, perché, tra coloro che volevano acquistare dollari, nessuno avrebbe pagato più di 4,90
franchi per un dollaro se i franchi potevano essere acquistati a quel prezzo presso la banca centrale
francese. Allo stesso modo, nessuno avrebbe venduto dollari in cambio di franchi a un prezzo inferiore a
4,90 franchi per un dollaro se la banca centrala francese, attraverso il sistema bancario, era disposta ad
acquistare dollari a quel prezzo.

Intervento della banca centrale

Le BC dei vari paesi detengono riserve (scorte in dollari, oro e altre valute che possono essere vendute per
ottenere moneta nazionale) da vendere quando desiderano o sono costrette a intervenire sul mercato dei
cambi. Per intervento s’intende l’acquisto o la vendita di valuta estera da parte della banca centrale. Che
cosa determina l’entità dell’intervento da parte della BC in un sistema di tassi di cambio fissi? Naturalmente
la bilancia dei pagamenti. Se per esempio, gli stati uniti registrassero un deficit della bilancia dei pagamenti
rispetto al Giappone e, quindi, la domanda di yen in cambio di dollari da parte degli operatori economici
statunitensi superasse l’offerta di yen in cambio di dollari da parte degli operatori giapponesi, la BC
giapponese interverrebbe acquistando l’eccesso di dollari offerti, che pagherebbe in yen. I tassi di cambio
fissi agiscono, dunque, come qualsiasi altro meccanismo di sostegno ai prezzi, quali quelli operanti sui
mercati agricoli. Date la domanda e l’offerta del mercato, chi stabilisce i prezzi deve provvedere a colmare
la domanda in eccesso o ad assorbire l’offerta in eccesso. Per poter garantire che il prezzo (o il tasso di
cambio) rimanga stabile, ovviamente è necessario detenere una scorta in valute estere che possano essere
fornite al mercato in cambio della moneta nazionale. Finché la BC possiede le riserve necessarie, essa può
intervenire sui mercati valutari per assicurare la stabilità del tasso di cambio. Tuttavia, se un paese continua
a registrare disavanzi nella bilancia dei pagamenti, la BC finirà per esaurire le riserve in valute estere e non
sarà più in grado di proseguire gli interventi. Prima di arrivare ad una situazione del genere, è probabile che
la BC decida di non poter più sostenere il tasso di cambio predeterminato e, quindi, proceda a svalutare la
moneta.

Tassi di cambio flessibili

In un sistema di tassi di cambio fissi, le autorità monetarie devono fornire qualsiasi ammontare di valuta
estera si renda necessaria per finanziare gli squilibri della bilancia dei pagamenti. Per contro, in un sistema
di tassi di cambio flessibili, le BC si astengono dall’intervento sui mercati e lasciano che il tasso di cambio si
adegui in modo da equilibrare domanda e offerta di valuta estera. Se il cambio dollaro/yen fosse di 0.81
centesimi per uno yen e le esportazioni giapponesi verso gli stati uniti aumentassero, obbligando gli
americani a pagare più yen agli esportatori giapponesi, la BC giapponese potrebbe semplicemente astenersi
dall’intervento sui mercati e lasciare che il tasso di cambio si aggiusti. In questo caso specifico il cambio
potrebbe passare da 0,81 centesimi a, supponiamo, 0.85 centesimi per yen, il che renderebbe i prodotti
giapponesi più costosi in termini di dollari e ne ridurrebbe la domanda da parte degli americani.

Fluttuazione “pulita” e fluttuazione “sporca”

In un sistema caratterizzato da fluttuazione “pulita”, le BC si astengono completamente dall’intervento e


lasciano che i tassi di cambio siano determinati liberamente sui relativi mercati. Poiché in un sistema di
questo tipo non c’è intervento di autorità monetarie sui mercati valutari, le transazioni riguardanti le
riserve ufficiali sono nulle. Ciò significa che il saldo totale della bilancia dei pagamenti è uguale a zero: il
tasso di cambio, infatti, si adegua in modo che la somma del saldo del conto corrente e di quello del conto
capitale sia zero. In pratica, il regime di cambi flessibili in vigore dal 1973 non prevede una fluttuazione
pura, bensì una fluttuazione manovrata, o “sporca”: le BC intervengono per acquistare e vendere valute
estere nel tentativo di influire sui tassi di cambio. In questo caso, dunque, si verificano transazioni
riguardanti le riserve ufficiali.

Terminologia

Se il tasso di cambio dollaro/sterlina scende, il dollaro viene a valere di più rispetto alla sterlina, ossia
occorrono meno dollari per acquistare una sterlina. Quando in un paese il prezzo delle valute estere in
regime di cambi fissi viene aumentato con un intervento ufficiale ha luogo una svalutazione. Essa comporta
una situazione in cui per gli operatori dei paesi esteri la moneta svalutata costa meno, mentre per i
residenti del paese che svaluta acquistare valute estere costa di più. Il contrario di una svalutazione è una
rivalutazione. Una variazione del prezzo delle valute estere in un paese in regime di cambi flessibili viene
detta deprezzamento o apprezzamento. Una moneta si deprezza quando, in un sistema di cambi fluttuanti,
costa meno in termini una o più valute estere. Per esempio, se il cambio della sterlina passa da 1.56 a 1.50
dollari per sterlina, significa che la valuta britannica subisce un deprezzamento. Viceversa, una moneta si
apprezza quando costa di più in termini di altre monete. Sebbene i termini “svalutazione/rivalutazione” e
“deprezzamento/apprezzamento” siano utilizzati rispettivamente in riferimento a regimi di cambi fissi e
flessibili, non c’è differenza dal punto di vista economico: essi descrivono infatti la direzione in cui un tasso
di cambio si muove.

Riepilogo: la bilancia dei pagamenti è l’insieme dei conti in cui sono registrate le transazioni che avvengono
tra una nazione e il resto del mondo. Il conto capitale descrive transazioni aventi per oggetto attività,
mentreil conto corrente registra transazioni riguardanti beni e servizi,nonché i trasferimenti; qualsiasi
pagamento all’estero costituisce una voce passiva della bilancia dei pagamenti, qualsiasi pagamento
ricevuto dall’estero rappresenta una voce attiva. Il disavanzo (o l’avanzo) della bilancia dei pagamenti è la
somma del disavanzo (o dell’avanzo) in conto corrente e di quello in conto capitale; in un sistema di tassi di
cambio fissi, le BC sono pronte a soddisfare la domanda di valute estere a un prezzo fisso in termini di
moneta nazionale. Esse finanziano la domanda o l’offerta in eccesso di valuta estera (ossia, rispettivamente,
il disavanzo o l’avanzo di bilancia dei pagamenti) al tasso di cambio predeterminato, riducendo oppure
aumentando le loro riserve valutarie; in un sistema di tassi di cambio flessibili, la domanda e l’offerta di
valuta estera vengono equilibrate mediante i movimenti dei tassi di cambio. In caso di fluttuazione “pulita”,
non c’è intervento della BC sul mercato dei cambi e la bilancia dei pagamenti presenta un saldo finale pari a
zero, tuttavia, in un sistema di cambi flessibili, le BC talvolta intervengono sul mercato valutario e, in questo
caso, si parla di fluttuazione “sporca”.

11.2 il tasso di cambio nel lungo periodo

Il governo o la BC di un paese possono sostenere il valore della propria moneta, ossia fissarne il tasso di
cambio, per un certo periodo di tempo. Nel lungo periodo, però, il tasso di cambio tra due nazioni è
determinato dal potere d’acquisto relativo delle due valute nei paesi in cui circolano. Se, per esempio, un
hot dog costa 25 corone danesi a Copenaghen e 2.50 dollari a Filadelfia, ci si aspetterebbe, a ragione, che il
tasso di cambio dollaro statunitense/corona danese fosse 0.10 dollari: ciò illustra la teoria della parità dei
poteri d’acquisto, indicata anche con la sigla PPP. Due valute si trovano al livello della parità dei poteri
d’acquisto quando un’unità della moneta nazionale può acquistare lo stesso paniere di beni nel paese in cui
circola o all’estero. Il potere d’acquisto relativo di due valute è misurato dal tasso di cambio reale. Il tasso di
cambio reale, R, è il rapporto tra prezzi esteri e prezzi interni, calcolati nella stessa moneta. Esso misura la
competitività di una nazione nel commercio internazionale ed è definito nel modo seguente:

e Pf
R=
P

Dove P e Pf rappresentano, rispettivamente, il livello dei prezzi interni e di quelli esteri, mentre e indica il
prezzo della valuta estera nella moneta nazionale. Osserviamo che, poiché Pf rappresenta i prezzi esteri,
ossia, in base all’esempio precedente, i prezzi misurati in corone danesi, e il tasso di cambio è calcolato in
termini di dollari per corona danese, il numeratore esprime i rezzi all’estero calcolati in dollari; dato che al
denominatore figura il livello dei prezzi nazionale, calcolati in questo caso sempre in dollari, il tasso di
cambio reale risulta esprimere i prezzi esteri in rapporto a quelli interni. Se il tasso di cambio reale è uguale
a 1, le monete si trovano dunque al livello di parità dei poteri d’acquisto. Un tasso di cambio reale superiore
a 1 significa invece che i benicommerciati all’estero sono più costosi di quelli prodotti a livello nazionale. A
parità di ogni altra circostanza, ciò implica il fatto che gli operatori economici presumibilmente sposteranno
parte della loro spesa sui prodotti nazionali: si parla in tal caso di aumento della competitività dei prodotti
nazionali. Finché R è maggiore di 1, ci aspetteremmo che la domanda relativa di prodotti nazionali aumenti.
Alla fine ciò comporterebbe l’incremento dei prezzi nazionali oppure il calo del tasso di cambio, il che
avvicinerebbe il paese al livello di parità dei poteri d’acquisto: le forze di mercato impediscono che il tasso
di cambio si allontani troppo dalla PPP o che ne rimanga lontano indefinitamente. Ciò nonostante, le
pressioni affinché le valute si avvicinino al livello di parità dei poteri d’acquisto agiscono solo lentamente. Vi
sono numerose ragioni per cui il processo di avvicinamento alla PPP è lento. In primo luogo, i panieri di beni
sono diversi da paese a paese: per esempio, gli americani e i danesi non consumano gli stessi prodotti. In
secondo luogo, esistono numerose barriere al movimento delle merci tra i vari paesi; alcune di esse sono
naturali (le spese di trasporto rappresentano un ovvio costo aggiuntivo), mentre altre, come i dazi doganali,
sono imposte dai vari stati. Talvolta, oltre ai movimenti di beni finali, si rendono necessari movimenti di
lavoratori e capitali: è assai improbabile, infatti, che gli americani pensino di fare i pendolari per andare a
vendere hot dog in Danimarca. In terzo luogo, ed è forse l’aspetto più importante, molti beni (la terra ne è
un esempio classico) sono “non commerciati” e non possono essere spostati da un paese all’altro. Pur
essendo valida nel lungo periodo, in un arco di tempo di mesi, e persino di ani, la teoria della parità dei
poteri d’acquisto è solo uno dei fattori che determinano il tasso di cambio. Poiché sia Pf che P nella
formula del tasso di cambio reale rappresentano panieri di beni specifici per ogni paese, la PPP non implica
necessariamente che il tasso di cambio reale debba essere uguale a 1. Essa, nella pratica, viene interpretata
nel senso che nel lungo periodo il tasso di cambio reale tornerà al suo livello medio (che talvolta viene detto
PPP relativa). Di conseguenza, se il tasso di cambio reale è superiore al livello medio di lungo periodo, in
base a questa teoria esso è destinato a diminuire.

11.3 commercio di beni, equilibrio del mercato e bilancia commerciale

Analizziamo ora gli effetti degli scambi commerciali sul livello del reddito e le conseguenze di varie
perturbazioni sia sul reddito sia sulla bilancia commerciale. Inseriamo quindi il commercio estero nel
modello IS-LM. Supponiamo che il livello dei prezzi sia dato e che la domanda di prodotto sia uguale
all’offerta. È facile, sia dal punto di vista teorico sia da quello tecnico, eliminare l’ipotesi di prezzi fissi.
Tuttavia, poiché è importante illustrare con chiarezza in che modo l’introduzione del commercio con
l’estero modifichi l’analisi della domanda aggregata, iniziamo la trattazione a partire dal livello di base del
modello IS-LM.

Spesa nazionale e spesa in prodotti nazionali

In un’economia aperta, parte della produzione nazionale viene venduta all’estero e parte della spesa dei
residenti è destinata all’acquisto di prodotti esteri, quindi è necessario modificare la curva IS di
conseguenza. La variazione più importante consiste nel fatto che la spesa dei residenti non determina più la
produzione nazionale, dipendendo invece quest’ultima dalla spesa in prodotti nazionali. Una quota della
spesa nazionale, infatti, è destinata alle importazioni, per esempio all’acquisto di birra proveniente da altri
paesi. La domanda di prodotti nazionali comprende le esportazioni, ovvero la domanda estera, insieme a
una parte della spesa dei residenti. Indicando con A la spesa effettuata dai residenti, avremo:

spesa dei residenti = A=C+I+G


spesa in prodotti nazionali = A+NX=(C+I+G)+(X-Q)

= (C+I+G)+NX

Dove X indica l’ammontare delle esportazioni, Q le importazioni e NX=X-Q è l’avanzo commerciale (beni e
servizi). La spesa in prodotti nazionali consiste nelle spese complessive dei residenti al netto della cifra che
essi spendono in importazioni, più la domanda estera ovvero le esportazioni. Poiché la differenza tra
esportazioni e importazioni rappresenta l’avanzo della bilancia commerciale, ossia le esportazioni nette
(NX), la spesa in prodotti nazionali è anche pari alla somma della cifra spesa dai residenti e dell’avanzo della
bilancia commerciale. Dopo aver chiarito questi aspetti possiamo ritornare al nostro modello di
determinazione del reddito. Formuleremo l’ipotesi che la spesa nazionale dipenda dal tasso d’interesse e
dal reddito, quindi:

A=A(Y,i)

Esportazioni nette

Le esportazioni nette, ossia l’eccedenza delle esportazioni sulle importazioni, dipendono da: il nostro
reddito nazionale, che influisce sulla spesa in importazioni; il reddito dei paesi stranieri, Y f , che incide sulla
domanda estera delle nostre esportazioni; il tasso di cambio reale, R. un aumento di R, ovvero un
deprezzamento reale, migliora la nostra bilancia commerciale, poiché la domanda si sposta dai beni
prodotti all’estero a quelli prodotti nel nostro paese:

NX=X(Y f ,R)-Q(Y,R)=NX(Y,Y f ,R)

Possiamo indicare già ora tre conseguenze importanti:

1. Un incremento del reddito estero, a parità di ogni altra circostanza, migliora la bilancia
commerciale del nostro paese e, quindi, fa salire la domanda aggregata;
2. Un deprezzamento reale della valuta nazionale migliora la bilancia commerciale facendo
aumentare, dunque, la domanda aggregata;
3. Un aumento del reddito interno accresce la spesa in importazioni e, di conseguenza, peggiora la
bilancia commerciale.

L’equilibrio del mercato dei beni

L’aumento della domanda di importazioni determinato da un incremento del reddito nazionale pari a un
euro è definito propensione marginale alle importazioni. La propensione marginale alle importazioni misura
la frazione di un euro aggiuntivo di reddito che verrà spesa in beni d’importazione. Il fatto che parte del
reddito sarà destinata all’acquisto di beni d’importazione (anziché di prodotti nazionali) implica che la curva
IS sarà più inclinata di quanto non sarebbe in un’economia chiusa: data una certa riduzione dei tassi
d’interesse, è necessario infatti un incremento più ridotto della produzione e del reddito per ripristinare
l’equilibrio del mercato dei beni. La curva IS di un’economia aperta comprende le esportazioni nette quale
componente della domanda aggregata; ne consegue che il livello di competitività, misurato dal tasso di
cambio reale R, influisce sulla curva IS. Un deprezzamento reale accresce la domanda di prodotti nazionali,
facendo spostare la curva IS verso l’esterno e verso destra. Analogamente, un aumento del reddito estero
e, di conseguenza, un incremento della cifra spesa dagli stranieri per acquistare beni prodotti nel nostro
paese farò salire le esportazioni nette, ovvero la domanda di prodotti italiani. Abbiamo quindi

Curva IS: Y=A(Y,i)+NX(Y,Y f ,R)

Poiché il livello di equilibrio del reddito dipenderà ora sia dal reddito estero sia dal tasso di cambio reale,
dobbiamo chiederci in che modo perturbazioni del primo, oppure variazioni del secondo, influiscano sul
reddito di equilibrio. In caso di un aumento del reddito estero: la cifra più elevata spesa dagli stranieri per
acquistare prodotti del nostro paese fa salire la domanda e dunque, a tassi d’interesse invariati, richiede un
incremento del prodotto. Ciò comporta lo spostamento verso destra della curva IS: l’effetto completo di
una domanda estera più elevata consiste, perciò, in un incremento dei tassi d’interesse nonché del
prodotto e dell’occupazione nazionali. È facile delineare la dinamica di una variazione in senso opposto. Un
indebolimento delle economie estere riduce il volume delle loro importazioni e, di conseguenza, fa
scendere la domanda nel nostro paese; il reddito di equilibrio e i tassi d’interesse nazionali in questo caso
diminuiscono. Per quanto concerne un deprezzamento reale, esso fa aumentare le esportazioni nette in
corrispondenza di un dato livello di reddito e, quindi, fa spostare la curva IS verso l’alto e verso destra; in
altri termini, comporta un incremento del nostro reddito di equilibrio.

Effetti di ripercussione

In un mondo in cui le nazioni sono interdipendenti, le variazioni della politica economica nazionale
influiscono non solo sul nostro paese, ma anche sugli altri, e sortiscono quindi un effetto di feed-back sulla
nostra economia. Quando il nostro paese aumenta la spesa pubblica, sale il reddito nazionale; parte del
reddito aggiuntivo sarà spesa in beni d’importazione, il che significa che crescerà anche il reddito degli altri
paesi. L’incremento del reddito estero si tradurrà in una più alta domanda di nostri prodotti da parte dei
paesi stranieri, il che a sua volta accrescerà l’espansione del reddito nazionale dovuta alla maggiore spesa
pubblica e così via. Questi effetti di ripercussione possono avere grande importanza nella realtà. Quando,
per esempio, gli stati uniti attraversano una fase di espansione, svolgono una funzione trainante per il resto
del mondo; analogamente, quando si espande l’economia del resto del mondo, gli stati uniti condividono
tale espansione.

11.4 mobilità dei capitali

I capitali sono perfettamente mobili a livello internazionale quando gli investitori possono acquistare
attività in qualsiasi paese vogliano, rapidamente, con bassi costi di transazione e senza limiti di ammontare.
In condizioni di perfetta mobilità dei capitali, coloro che detengono attività desiderano e possono spostare
ingenti importi da un paese ad un altro, alla ricerca del rendimento più elevato o del minor costo
d’indebitamento. Dato l’alto grado di integrazione dei mercati dei capitali, i tassi d’interesse di un paese
non possono allontanarsi troppo da quelli del resto del mondo senza determinare flussi di capitali che
tendono a riportare i rendimenti al livello mondiale. Se in Canada i rendimenti diminuissero rispetto a quelli
degli stati uniti, si verificherebbe un deflusso di capitali dal Canada, poiché coloro che concedono prestiti
sposterebbero i loro fondi da tale paese, mentre coloro che desiderano un prestito si rivolgerebbero al
mercato canadese. Dal punto di vista della bilancia dei pagamenti, ciò implica che una diminuzione relativa
dei tassi d’interesse (un calo dei tassi nazionali rispetto a quelli esteri) tenderà a peggiorare la bilancia dei
pagamenti, a causa del deflusso di capitali derivante dalla concessione di prestiti all’estero da parte dei
residenti. il fatto di riconoscere che i tassi d’interesse incidono sui flussi di capitali e sulla bilancia dei
pagamenti ha implicazioni importanti per quanto concerne le politiche di stabilizzazione. Innanzitutto, dal
momento che le politiche fiscali e monetarie influiscono sui tassi d’interesse, esse esercitano un influsso sul
conto capitale e quindi sulla bilancia dei pagamenti. Le conseguenze di queste politiche sulla bilancia dei
pagamenti non sono limitate agli effetti sulla bilancia commerciale discussi in precedenza, ma si estendono
al conto capitale. Secondariamente, il modo in cui le politiche monetaria e fiscale influiscono sull’economia
nazionale e sulla bilancia dei pagamenti varia in presenza di flussi internazionali di capitali.

La bilancia dei pagamenti e i flussi di capitali

Introduciamo il ruolo dei flussi di capitali sulla base dell’ipotesi che il nostro paese sia di fronte a un
determinato prezzo delle importazioni e a una data domanda di esportazioni; supponiamo, inoltre, che il
tasso d’interesse mondiale, i f (ossia il tasso d’interesse sui mercati esteri dei capitali), sia definito. Inoltre,
nell’ipotesi di perfetta mobilità dei capitali, se il nostro tasso d’interesse è più elevato di quello estero (in
assenza di ulteriori precisazioni, d’ora in poi supporremo che il rischio associato al tasso di cambio sia
nullo), nel nostro paese si avrà un flusso illimitato di capitali. Viceversa, se il nostro tasso d’interesse è più
basso di quello di altri paesi, i flussi di capitali in uscita saranno illimitati. Consideriamo a questo punto la
bilancia dei pagamenti. L’avanzo di bilancia dei pagamenti, BP, equivale alla somma dell’avanzo
commerciale, NX, e dall’avanzo in conto capitale, CF:

BP=NX(Y,Y f ,R)+CF(i - i f )

L’equazione mostra che la bilancia commerciale è funzione del reddito nazionale, di quello estero e del
tasso di cambio reale, mentre il conto capitale dipende dal differenziale fra i tassi d’interesse. Mentre un
incremento del reddito peggiora la bilancia commerciale, un aumento del tasso d’interesse al di sopra del
livello mondiale attira capitali dall’estero migliorando, quindi, il conto capitale. Ne consegue che, quando il
reddito cresce, anche il minimo aumento dei tassi d’interesse è sufficiente a mantenere la bilancia dei
pagamenti complessivamente in equilibrio; il disavanzo commerciale verrebbe finanziato, infatti,
dall’afflusso di capitali.

Dilemmi di politica economica: equilibrio interno ed equilibrio esterno

Il fatto che i movimenti di capitali possano finanziare un disavanzo di conto corrente è estremamente
importante. Ogni paese si trova spesso di fronte a dilemmi di politica economica, nel senso che una politica
mirata ad affrontare un certo problema ne aggrava un altro. In particolare, talvolta c’è conflitto tra
l’obiettivo del raggiungimento di un equilibrio esterno e quello del raggiungimento di un equilibrio interno.
L’equilibrio esterno sussiste quando il saldo della bilancia dei pagamenti è vicino allo zero. In caso contrario,
vorrebbe dire che la BC sta riducendo le proprie riserve oppure che le sta aumentando (cosa che la banca
non intende fare in misura illimitata). L’equilibrio interno si verifica quando il prodotto è al livello di piena
occupazione. La nostra ipotesi chiave, la perfetta mobilità dei capitali, impone che la retta BP=0 sia
orizzontale. Solo quando i tassi d’interesse interni sono allo stesso livello di quelli esteri si può verificare
l’equilibrio esterno; se i tassi interni sono superiori, si ha un forte avanzo in conto capitale e nel saldo totale
della bilancia dei pagamenti; se invece essi sono inferiori ai tassi esteri, si registra un disavanzo illimitato. La
retta BP=0 dev’essere dunque orizzontale al livello dei tassi d’interesse mondiali. I punti che si trovano al di
sopra della retta corrispondono a un avanzo, mentre quelli collocati al di sotto corrispondono a un
disavanzo. Nella figura 11.4 è stato tracciato anche il livello del prodotto di pieno impiego Y*. Il punto E è
l’unico in cui vengono raggiunti sia l’equilibrio interno che esterno; il punto E₁, per esempio, corrisponde a
una situazione di disoccupazione e deficit della bilancia dei pagamenti; il punto E₂, per contro, rappresenta
un caso di deficit e sovraoccupazione. Possiamo discutere dei dilemmi di politica economica riferendoci ai
quattro quadrati. Nel punto E₁, per esempio, una politica monetaria espansiva potrebbe affrontare il
problema della disoccupazione, ma peggiorerebbe la bilancia dei pagamenti, quindi è evidente che i
responsabili della politica economica si troverebbero di fronte a un dilemma. L’esistenza di flussi di capitali
sensibili ai tassi d’interesse suggerisce la soluzione: se il paese trova il modo di alzare i tassi d’interesse,
ottiene finanziamenti per il disavanzo commerciale. Ciò significa che per raggiungere il simultaneo
equilibrio interno ed esterno è necessario utilizzare sia la politica monetaria sia quella fiscale. Infatti, ogni
punto della figura 11.4 può essere visto come un’intersezione delle curve IS e LM: entrambe devono subire
uno spostamento, ma le modalità del processo di aggiustamento dipendono in modo cruciale dal regime
dei tassi di cambio. Possiamo a questo punto estendere l’analisi della determinazione del prodotto in
un’economia aperta in condizioni di perfetta mobilità dei capitali.

11.5 il modello di Mundell-Fleming: perfetta mobilità dei capitali in regime di tassi di cambio fissi

L’analisi che estende il modello IS-LM standard all’economia aperta in condizioni di perfetta mobilità dei
capitali prende il nome di modello di Mundell-Fleming. Essi svilupparono questo modello negli anni
sessanta, molto tempo prima che i tassi di cambio flessibili entrassero effettivamente in vigore. Benché
studi successivi abbiano perfezionato l’analisi di Mundell e Fleming, la loro formulazione iniziale rimane
sostanzialmente immutata quale strumento per comprendere in che modo agiscano le politiche
economiche in condizioni di elevata mobilità di capitali. In condizione di perfetta mobilità dei capitali, il
minimo differenziale dei tassi d’interesse provoca flussi illimitati di capitali. Ne consegue che, quando i
capitali sono perfettamente mobili e vige un regime di tassi di cambio fissi, le BC non possono condurre una
politica monetaria indipendente. Per capirne i motivi, supponiamo che un paese intenda alzare i tassi
d’interesse; in questo caso avvierà una politica monetaria restrittiva e i tassi d’interesse aumenteranno.
Immediatamente, gli investitori di tutto il mondo sposteranno la loro ricchezza per poterne trarre
vantaggio. In seguito all’enorme afflusso di capitali, la bilancia dei pagamenti del paese in esame registrerà
un avanzo di dimensioni eccezionali; gli stranieri cercheranno di acquistare attività nazionali, di
conseguenza il tasso di cambio tenderà ad apprezzarsi e la BC sarà costretta a intervenire per mantenerlo
stabile. Le autorità monetarie acquistano valuta estera in cambio di moneta nazionale e questo intervento
accresce lo stock monetario interno; la restrizione monetaria iniziale viene così neutralizzata. Il processo
termina quando i tassi d’interesse interni sono stati riportati al livello iniziale. In altre parole, un piccolo
differenziale degli interessi è in grado di spostare una quantità di moneta all’esterno o all’interno di un
paese tale da prosciugare le riserve disponibili della BC. L’unico modo attraverso il quale un’autorità
monetaria può evitare una diminuzione dei tassi di cambio consiste nel ridurre il differenziale dei tassi. In
conclusione, in regime di tassi di cambio fissi e perfetta mobilità dei capitali, un paese non può perseguire
una politica monetaria indipendente. I tassi d’interesse non possono allontanarsi dal livello prevalente sul
mercato mondiale. Qualsiasi tentativo di condurre una politica monetaria indipendente determina flussi di
capitali e la necessità di intervento da parte delle autorità monetarie, fino a quando i tassi d’interesse non
sono nuovamente in linea con quelli del mercato mondiale. Quando il tassodi cambio tende ad apprezzarsi
perché gli operatori esteri cercano di acquistare valuta nazionale, quest’ultima dev’essere fornita dalla BC.
Esattamente come in un’operazione di mercato aperto, la BC acquista e vende titoli in cambio di moneta,
così, in caso di intervento sul mercato dei cambi, le autorità monetarie acquistano e vendono valuta estera
in cambio della moneta nazionale. L’offerta di moneta risulta pertanto legata alla bilancia dei pagamenti: un
avanzo della bilancia dei pagamenti comporta automaticamente un’espansione monetaria, un disavanzo
una contrazione.

Espansione monetaria

A questo punto è opportuno esprimere la precedente conclusione nei termini del modello IS-LM applicato
ad un’economia aperta. Solo quando i tassi d’interesse interni sono allo stesso livello di quelli esteri (i= i f ) il
paese può registrare l’equilibrio della bilancia dei pagamenti. In corrispondenza di qualunque altro tasso
d’interesse i flussi di capitali sono così massicci che la bilancia dei pagamenti non può essere in equilibrio,
perciò la BC deve intervenire per mantenere la stabilità del tasso di cambio; questo intervento fa spostare
la curva LM. Consideriamo in particolare un’espansione monetaria a partire dal punto E. la curva LM si
sposta verso il basso e a destra e l’economia passa al punto E‘; qui, tuttavia, si ha un ampio disavanzo della
bilancia dei pagamenti e di conseguenza si manifestano pressioni per un deprezzamento del tasso di
cambio. La BC deve intervenire vendendo valuta estera e ricevendo in cambio moneta nazionale, quindi
l’offerta di moneta nazionale diminuisce. Ne consegue che la curva LM si sposta verso l’alto e a sinistra. Il
processo continua finché non viene ripristinato l’equilibrio iniziale in E. in realtà, in caso di perfetta mobilità
dei capitali l’economia non riesce mai a raggiungere il punto E‘; la reazione dei flussi di capitali, infatti, è
talmente ampia e rapida che la BC è costretta a invertire l’espansione monetaria iniziale non appena cerca
di attuarla. Per contro, qualunque tentativo di contrarre lo stock monetario comporterebbe
immediatamente un notevole incremento delle riserve, costringendo le autorità a una manovra espansiva,
con il conseguente ritorno all’equilibrio iniziale.

Espansione fiscale

Mentre la politica monetaria è sostanzialmente inefficace nel contesto in esame, una politica fiscale
espansiva in regime di cambi fissi e perfetta mobilità dei capitali risulta, al contrario, estremamente valida.
Ne descriviamo gli effetti in termini di modello IS-LM. Con l’offerta di moneta inizialmente invariata,
un’espansione fiscale fa spostare la curva IS verso l’alto e verso destra, quindi tende ad accrescere sia il
tasso d’interesse sia il livello del prodotto. Il tasso d’interesse più elevato genera un afflusso di capitali che
determinerebbe un apprezzamento del tasso di cambio. Affinché quest’ultimo rimanga stabile, la BC deve
espandere l’offerta di moneta, facendo così salire ulteriormente il reddito. L’equilibrio viene ripristinato
quando l’offerta di moneta è aumentata al punto da riportare il tasso d’interesse al suo livello originale, i= i f
. In questo caso, con un’offerta di moneta endogena, il tasso d’interesse in effetti è fisso ed è valido il
moltiplicatore keynesiano semplice.

Lo stock di moneta endogeno

L’aspetto essenziale è che l’impegno a mantenere un tasso di cambio fisso fa si che lo stock monetario sia
endogeno, poiché la BC deve fornire la valuta estera o la moneta nazionale domandate al tasso di cambio
fisso. Di conseguenza, anche quando la mobilità dei capitali non è perfetta, la BC non può intervenire
liberamente sull’offerta di moneta, poiché essa deve provvedere a mantenere il tasso di cambio prefissato.

11.6 perfetta mobilità dei capitali e tassi di cambio flessibili

Ipotizziamo che i prezzi interni siano fissi, anche se il tasso di cambio è flessibile. In un sistema di tassi di
cambio completamente flessibili la BC non interviene sul mercato dei cambi. Il tasso di cambio deve
adeguarsi in modo che la domanda e l’offerta di valuta estera siano in equilibrio; il saldo totale della
bilancia dei pagamenti deve risultare, dunque, uguale a zero senza che la BC intervenga. L’assenza di
intervento delle autorità monetarie comporta una bilancia dei pagamenti in equilibrio. Un disavanzo in
conto corrente deve essere finanziato mediante entrate di capitali privati; viceversa, un avanzo di conto
corrente è bilanciato da flussi di capitali in uscita. Gli aggiustamenti del tasso di cambio assicurano che la
somma dei saldi del conto corrente e del conto capitale sia uguale a zero. Inoltre, in presenza di tassi di
cambio completamente fluttuanti implica il fatto che la BC ha libertà di azione nello stabilire l’offerta di
moneta. Poiché non c’è obbligo di intervento sul mercato dei cambi, viene a cadere ogni legame fra la
bilancia dei pagamenti e l’offerta di moneta. La perfetta mobilità dei capitali comporta l’esistenza di un
unico tasso d’interesse in corrispondenza del quale la bilancia dei pagamenti è in equilibrio:

i=i f

in presenza di qualunque altro tasso d’interesse i flussi di capitali sarebbero così consistenti che la bilancia
dei pagamenti non potrebbe essere in pareggio. Sappiamo che il tasso di cambio reale è uno dei fattori che
determinano la domanda aggregata, quindi al variare del tasso di cambio reale la curva IS si sposta. Dati i
prezzi P e Pf , un deprezzamento rende il nostro paese più competitivo, migliora le esportazioni nette e fa
spostare la curva IS verso destra. Per contro, un apprezzamento del tasso di cambio reale fa sì che i prodotti
nazionali diventino relativamente più costosi; di conseguenza, la situazione della bilancia commerciale
peggiora e la domanda di prodotti nazionali diminuisce, quindi la curva IS si sposta verso sinistra. Se il tasso
d’interesse interno è superiore a i f , l’afflusso di capitali determina l’apprezzamento della moneta nazionale.
In corrispondenza di ogni punto al di sopra della retta i= i f , il tasso di cambio si apprezza, i prodotti nazionali
diventano relativamente più costosi e la domanda aggregata diminuisce; la curva IS si sposterà dunque
verso sinistra. Viceversa, tutti i punti al di sotto della retta i= i f , corrispondono a un deprezzamento della
moneta nazionale, al miglioramento della competitività e all’aumento della domanda aggregata: la curva IS,
di conseguenza, si sposterà verso destra.

L’aggiustamento in seguito a una perturbazione reale

Il primo caso che prendiamo in esame è un aumento esogeno della domanda mondiale dei beni prodotti nel
nostro paese, ovvero un incremento delle esportazioni. Partendo da un equilibrio iniziale nel punto E della
figura 11.7, vediamo che l’aumento della domanda estera implica un eccesso di domanda dei prodotti
nazionali. In corrispondenza dei livelli iniziali di tasso d’interesse, tasso di cambio e produzione, la domanda
di prodotti nazionali supera adesso l’offerta disponibile; per raggiungere l’equilibrio del mercato dei beni,
con il tasso d’interesse e il tasso di cambio iniziali è necessario un livello più elevato di produzione. Di
conseguenza, la curva IS si sposta verso l’esterno e a destra. Soffermiamoci per n momento sul punto E‘, in
corrispondenza del quale il mercato dei beni e quello monetario raggiungono l’equilibrio: in questo punto la
produzione è aumentata per soddisfare la maggiore domanda. La crescita del reddito ha fatto salire la
domanda di moneta e, quindi, il tasso d’interesse di equilibrio; E‘: la sua tendenza a muoversi in quella
direzione determinerà un apprezzamento del tasso di cambio che riporterà il sistema all’equilibrio iniziale,
nel punto E.

Il processo di aggiustamento

Supponiamo, dunque, che si verifichi un aumento della domanda estera e che, in risposta, il prodotto e il
reddito nazionali tendano a crescere. L’incremento indotto della domanda di moneta farà salire i tassi
d’interesse, allontanandoli dal livello di quelli internazionali. I conseguenti afflussi di capitali eserciteranno
immediatamente pressioni sul tasso di cambio, ovvero faranno sì che la valuta nazionale si apprezzi. Con
l’apprezzamento del tasso di cambio, i prezzi delle importazioni scendono e i beni nazionali diventano
relativamente più costosi: la domanda di prodotti nazionali diminuisce e le esportazioni nette calano. In
riferimento alla figura 11.7, l’apprezzamento comporta che la curva IS si muova da IS‘ verso sinistra. A
questo punto dobbiamo chiederci fino a quando il cambio si apprezzerà e in che misura ciò attenuerà
l’effetto espansivo dovuto all’aumento delle esportazioni nette. il tasso di cambio continuerà ad apprezzarsi
finché il tasso d’interesse nazionale si mantiene al di sopra del livello mondiale, vale a dire fino a quando la
curva IS non sarà ritornata alla sua posizione iniziale. Questo processo di aggiustamento è simboleggiato
dalle frecce lungo la curva LM: solo quando l’economia sarà ritornata al punto E, il prodotto e il reddito
avranno raggiunto un livello compatibile con l’equilibrio monetario, al tasso d’interesse mondiale. In
condizioni di perfetta mobilità dei capitali, un’espansione del volume delle esportazioni non ha effetto
duraturo sul prodotto di equilibrio. Quando la mobilità dei capitali è perfetta, la tendenza alla crescita dei
tassi d’interesse, in seguito all’aumento della domanda di esportazioni, fa sì che la valuta nazionale si
apprezzi e che l’incremento delle esportazioni sia, quindi, interamente compensato. Una volta che
l’economia è ritornata al punto E, le esportazioni nette sono nuovamente al loro livello iniziale; il tasso di
cambio, ovviamente, si è apprezzato e di conseguenza le importazioni aumentano; l’espansione iniziale del
volume delle esportazioni viene dunque in parte controbilanciata dall’apprezzamento del tasso di cambio.

La politica fiscale

Una riduzione delle imposte o un aumento della spesa pubblica darebbe luogo a un’espansione della
domanda con un meccanismo analogo a quello innescato da un incremento delle esportazioni. Anche in
questa circostanza, la tendenza alla crescita dei tassi d’interesse determina un apprezzamento e, di
conseguenza, una riduzione delle esportazioni e un aumento delle importazioni; si verifica dunque il
fenomeno di completo spiazzamento. Lo spiazzamento ha luogo non perché i tassi d’interesse più elevati
riducono gli investimenti, ma perché l’apprezzamento del cambio fa diminuire le esportazioni nette.
l’aspetto importante, a questo proposito, è che le perturbazioni reali della domanda non influiscono sul
prodotto di equilibrio in presenza di tassi di cambio flessibili e perfetta mobilità dei capitali. Per capire
meglio questa osservazione, è utile confrontare un’espansione fiscale in regime di cambi flessibili con i
risultati ottenuti nel caso dei tassi fissi. Precedentemente abbiamo dimostrato che, con un tasso di cambio
fisso, un’espansione fiscale in condizioni di perfetta mobilità dei capitali, è assai efficace ai fini dell’aumento
del prodotto di equilibrio. In presenza di tassi flessibili, viceversa, una politica fiscale espansiva non modifica
il prodotto di equilibrio; determina, invece, un apprezzamento del tasso di cambio, che compensa l’effetto
dell’espansione stessa, e una modifica della composizione della domanda interna a favore dei prodotti
esteri e a svantaggio di quelli nazionali.

L’aggiustamento in seguito ad una variazione dello stock monetario

Analizziamo ora una variazione dello stock di moneta mostrando che, in presenza di tassi di cambio
flessibili, essa determina un incremento del reddito e un deprezzamento del tasso di cambio. Utilizzando la
figura 11.8, a partire da una posizione iniziale nel punto E consideriamo un aumento della quantità

nominale di moneta, Ḿ . Poiché i prezzi sono dati, cresce lo stock monetario reale, ; pertanto nel punto

E vi sarà un eccesso di offerta di moneta in termini reali. Per ripristinare l’equilibrio, i tassi d’interesse
dovrebbero essere inferiori oppure il reddito superiore: la curva LM si sposta, dunque, verso il basso e a
destra, in LM‘. Ancora una volta ci chiediamo se, in E‘, l’economia sia in equilibrio. In tale punto il mercato
dei beni e quello monetario sono in equilibrio (al tasso di cambio iniziale), ma i tassi d’interesse sono scesi
al di sotto del livello mondiale; di conseguenza, i flussi di capitali in uscita esercitano pressione sul tasso di
cambio, determinando un deprezzamento. Ciò fa sì che i prezzi delle importazioni aumentino, i prodotti
nazionali diventino più competitivi e, quindi, la loro domanda cresca. La curva IS inizia, dunque, a spostarsi
verso l’esterno, continuando finché il deprezzamento del cambio non abbia fatto salire la domanda e il
prodotto al livello indicato dal punto E“: solo in questo punto si realizza l’equilibrio del mercato dei beni e di
quello monetario compatibile con il tasso d’interesse mondiale. Di conseguenza, non c’è alcuna ulteriore
tendenza alla variazione dei tassi di cambio, dei prezzi relativi e della domanda. In regime cambi flessibili,
una politica monetaria espansiva determina un aumento del prodotto e un deprezzamento del tasso di
cambio. Cosa emerge dal confronto tra questi dati e quelli ottenuti nell’ipotesi di tassi di cambio fissi? In
quest’ultimo caso, le autorità monetarie non possono controllare lo stock nominale di moneta e qualunque
tentativo di espanderlo determina semplicemente una riduzione delle riserve e un azzeramento
dell’aumento della quantità di moneta. In regime di cambi flessibili, invece, la BC non interviene e quindi
l’aumento dello stock monetario non è controbilanciato da movimenti di capitali. Il deprezzamento e
l’espansione della produzione si verificano realmente, dati i prezzi fissi per ipotesi. Il fatto che la BC possa
controllare l’offerta di moneta in un sistema di tassi flessibili è un aspetto chiave di tale sistema.
12.1 l’aggiustamento in regimi di cambi fissi

Il ruolo dei prezzi in un’economia aperta

Introduciamo i prezzi nella nostra analisi dell’economia aperta. Nel capitolo precedente abbiamo ipotizzato
che il livello dei prezzi rimanesse costante; dato il tasso di cambio, se i prezzi sono fissi sarà fisso anche il
tasso di cambio reale, R, per il quale, vale la seguente relazione:

e Pf
R=
P

Dove e è il tasso di cambio nominale, Pf è il livello dei prezzi esteri e P il livello dei prezzi interni. Ora
abbandoniamo l’ipotesi che il livello dei prezzi interni sia fisso, ma, per il momento, consideriamo dati il
tasso di cambio e i prezzi esteri. In che modo influisce sulla curva di domanda aggregata il fatto che
l’economia sia aperta? Nella versione del modello della domanda e dell’offerta aggregata relativa a
un’economia chiusa, la domanda aggregata diminuisce con l’aumentare del livello dei prezzi: un aumento
del livello dei prezzi implica una riduzione dell’offerta reale di moneta, tassi d’interesse più elevati e quindi
una diminuzione della spesa. In un’economia aperta in cui il tasso di cambio sia fisso, un aumento del livello
dei prezzi determina un calo della domanda anche per un altro motivo: un incremento dei prezzi interni
rende i nostri beni meno competitivi di quelli esteri, che diventano relativamente più convenienti per noi; a
causa di un aumento del livello dei prezzi interni, dunque, parte della domanda si sposta dai nostri beni a
quelli importati e si riducono le esportazioni. Nella figura 12.1 è rappresentata la curva di domanda
decrescente di beni nazionali, AD. La domanda è pari alla spesa aggregata dei residenti più le esportazioni
nette, ovvero AD=A+NX, e ora sono due le ragioni per cui la curva di domanda aggregata è decrescente. La
curva di domanda di beni nazionali, AD, è stata tracciata considerando dati il livello dei prezzi esteri,
l’offerta nominale di moneta, la politica fiscale e un tasso di cambio fisso. Un aumento dello stock nominale
di moneta, così come l’adozione di una politica fiscale espansiva, fa spostare la curva verso l’alto. Nella
figura 12.1 sono rappresentate anche la curva di offerta aggregata di breve periodo, AS, e il livello di
produzione di pieno impiego, Y*. E è il punto di equilibrio iniziale, in corrispondenza del quale c’è
disoccupazione. Osserviamo ora la curva di equilibrio della bilancia commerciale, NX=0. Un aumento del
reddito nazionale fa aumentare le importazioni e provoca un deficit commerciale. Per ristabilire l’equilibrio
della bilancia commerciale, il livello dei prezzi interni dovrebbe scendere; in questo modo i beni nazionali
diventerebbero più competitivi, le esportazioni aumenterebbero e le importazioni diminuirebbero. La curva
di equilibrio della bilancia commerciale pertanto è decrescente; essa è stata tracciata per un dato livello dei
prezzi esteri e ipotizzando che fosse più inclinata rispetto alla curva di domanda dei beni nazionali.

Finanziamento dei disavanzi della bilancia dei pagamenti

Nel punto E il paese ha un deficit commerciale: i prezzi sono troppo alti o il reddito è troppo elevato perché
vi sia equilibrio tra esportazioni e importazioni. Per riportare in equilibrio la bilancia commerciale, il paese
dovrebbe diventare più competitivo, ovvero esportare di più e importare di meno. In alternativa, si
potrebbe ridurre il reddito, in modo da far diminuire la spesa per importazioni. Cosa fa un paese con un
disavanzo di conto corrente, come quello che si ha nel punto E? in un sistema di cambi fissi la BC può
utilizzare le proprie riserve per finanziare squilibri temporanei della bilancia dei pagamenti, cioè per far
fronte all’eccesso di domanda di valuta straniera che, al tasso di cambio corrente, deriva da un disavanzo
della bilancia dei pagamenti. In alternativa, un paese che si trovi ad avere un saldo negativo della bilancia
dei pagamenti può prendere in prestito all’estero valuta straniera; non si può però finanziare un disavanzo
delle partite correnti in questo modo senza che si ponga il problema di come verrà estinto il debito. Il
prestito, infatti, verrà concesso se i creditori esteri giudicheranno che il paese richiedente è in grado di
restituirlo, per esempio perché la causa del deficit è temporanea o perché ritengono che il prestito verrà
utilizzato per accrescere la competitività; se però il denaro preso a prestito andrà a finanziare la spesa in
consumi, l’estinzione del debito estero potrebbe divenire problematica. In ogni caso è impossibile
mantenere e finanziare disavanzi di conto corrente per periodi di tempo molto lunghi: il sistema economico
deve trovare il modo di risolvere il problema del disavanzo, eliminandolo o almeno riducendolo. Come si è
detto, ciò può avvenire automaticamente o mediante provvedimenti di politica economica; esaminando
dapprima i principali meccanismi di aggiustamento automatico.

Aggiustamento automatico

Consideriamo la domanda aggregata. Se un paese ha un deficit con l’estero, la domanda di valuta straniera
è maggiore della quantità offerta dai mercati privati e la BC deve soddisfare l’eccesso di domanda. Quando
la banca centrale vende valuta estera, provoca una diminuzione della base monetaria nazionale e quindi
dell’offerta di moneta, a meno che non sterilizzi il suo intervento sul mercato valutario acquistando titoli
per compensare la vendita di valuta estera. Escludendo questa possibilità, il disavanzo che si ha nel punto E
della figura 12.1, implica che la BC sostiene il tasso di cambio vendendo valuta estera, per impedire il
deprezzamento di quella nazionale, e così facendo riduce lo stock di moneta. Ne consegue che, con il
tempo, la curva di domanda aggregata si sposterà verso il basso e a sinistra. Consideriamo ora l’offerta
aggregata. In corrispondenza del punto E c’è disoccupazione; quest’ultima determina un calo dei salari e dei
costi di produzione, che causa volta si traduce in uno spostamento verso il basso della curva di offerta
aggregata. Nel corso del tempo, quindi, il punto di equilibrio di breve periodo, che inizialmente era in E, si
sposta gradualmente verso il basso, in seguito allo spostamento delle curve di domanda e offerta
aggregate, sino a E‘, dove il processo si conclude. Poiché in E‘ la bilancia commerciale è in equilibrio, non c’è
bisogno di interventi sul mercato valutario per stabilizzare il tasso di cambio, per cui non si verificano
ulteriori variazioni dello stock di moneta. Dal lato dell’offerta, salari e costi di produzione rimangono
costanti, cosicché la curva di offerta aggregata non si sposta. Pertanto, raggiungendo il punto E‘, il paese ha
corretto automaticamente il disavanzo iniziale della bilancia dei pagamenti e ha raggiunto
contemporaneamente il pareggio della bilancia commerciale e la piena occupazione. Questo si chiama
“processo di aggiustamento classico”. Esso si fonda su accomodamenti dei prezzi e sull’adeguamento
dell’offerta di moneta in base al saldo della bilancia commerciale. Questo processo funziona, ma può
richiedere molto tempo e comporta una lunga recessione. Se non si vuole aspettare che siano i meccanismi
automatici a ristabilire l’equilibrio, l’alternativa consiste nell’adottare provvedimenti politici mirati per
conseguire più rapidamente tale risultato.

Riduzione e riallocazione della spesa

A causa degli effetti collaterali, le politiche miranti a ristabilire l’equilibrio esterno devono in genere essere
associate ad altre finalizzate al raggiungimento della piena occupazione; in realtà le politiche che creano
occupazione spesso peggiorano i conti con l’estero, mentre quelle in grado di riportare in attivo la bilancia
commerciale influiscono sull’occupazione. Se si vuole perseguire sia l’equilibrio interno sia quello esterno è
quindi necessario combinare politiche di modifica della spesa (che spostano la domanda dai beni nazionali a
quelli d’importazione o viceversa) con politiche di riduzione (o di incremento) della spesa. Un sistema per
correggere i disavanzi di conto corrente consiste nell’introduzione di tariffe doganali, vale a dire imposte
sulle importazioni. Tuttavia questo provvedimento non può essere utilizzato liberamente, anche perché
esistono accordi e organizzazioni internazionali, come l’organizzazione mondiale per il commercio o il
fondo monetario internazionale, che vietano, o per lo meno disapprovano, il suo impiego. Dopo la 2 guerra
mondiale l’uso delle tariffe doganali si è fatto meno frequente e gli scambi commerciali tra i paesi
industrializzati sono divenuti più liberi. Un altro modo per correggere i disavanzi di conto corrente prevede
l’adozione di politiche che facciano diminuire la domanda aggregata (politiche di riduzione della spesa); in
proposito, vale la pena ricordare che un disavanzo commerciale è indice di una spesa che è superiore al
reddito.

NX=Y-(C+I+G)

Dove NX è l’avanzo commerciale e I l’investimento. Pertanto è possibile ridurre il deficit commerciale


facendo diminuire la spesa (C+I+G) rispetto al reddito (Y), mediante una politica fiscale e/o monetaria
restrittiva. La relazione tra deficit con l’estero e disavanzo di bilancio pubblico è indicata da:

NX=(S-I)+[TA-(G+TR)]

Dove S è il risparmio privato e TA-(G+TR) l’avanzo di bilancio pubblico. L’equazione indica l’esistenza di una
relazione tra il saldo del bilancio pubblico e il saldo con l’estero. Se il risparmio e l’investimento fossero
costanti, le variazioni del saldo di bilancio pubblico si tradurrebbero esattamente in variazioni del saldo con
l’estero; i tagli di bilancio porterebbero a riduzioni identiche del deficit con l’estero. Tuttavia essi
influirebbero anche sul risparmio e sull’investimento; è quindi necessario un modello più completo per
spiegare esattamente come i tagli di bilancio si ripercuotono sul saldo con l’estero.

La svalutazione

La disoccupazione che normalmente accompagna l’aggiustamento automatico, e i vantaggi del libero


scambio, che sconsigliano l’impiego di tariffe doganali, sono entrambe validi motivi per cercare una politica
alternativa in grado di ristabilire l’equilibrio interno ed esterno. Il principale strumento politico per
correggere i disavanzi della bilancia dei pagamenti è la svalutazione, che di solito deve essere associata a
provvedimenti restrittivi di politica fiscale e/o monetaria. Per svalutazione si intende un aumento di prezzo
della valuta estera in termini di valuta nazionale: dati i prezzi nominali in due paesi, essa accresce il prezzo
relativo dei beni importati nel paese che la attua e riduce il prezzo relativo dei beni esportati dallo stesso
paese. La svalutazione è fondamentalmente una politica di modifica della spesa. Che effetti apporta?
Consideriamo dapprima il caso particolare di un paese in cui c’è piena occupazione e la bilancia
commerciale è in pareggio: siamo nel punto E della figura 12.2. Ora sappiamo che, per cause di natura
esogena, si verifichi un calo nel fatturato delle esportazioni, cosicché la curva di equilibrio della bilancia
commerciale si sposta da NX=0 a NX‘=0. Poiché la domanda di esportazioni è diminuita e il tasso di cambio
è fisso, la produzione si contrarrà; la curva di domanda aggregata si sposta verso sinistra, in seguito alla
diminuzione delle esportazioni, e il minor reddito riduce le importazioni, ma non in misura sufficiente a
controbilanciare il calo del reddito da esportazioni. Tutto ciò provoca disoccupazione e deficit commerciale.
Il meccanismo di aggiustamento automatico sarebbe in grado di ristabilire l’equilibrio, ma richiederebbe
troppo tempo. In alternativa, il paese potrebbe svalutare la propria moneta: in questo caso non sarebbe
necessaria una lunga recessione per ridurre i costi interni: se venisse decisa una svalutazione della moneta,
l’aggiustamento sarebbe istantaneo. Ma perché una svalutazione ristabilirebbe l’equilibrio? Dati i prezzi in
valuta estera dei beni prodotti all’estero, una svalutazione fa aumentare il prezzo relativo dei prodotti
esteri, di conseguenza le importazioni calano e le esportazioni crescono. Tuttavia il caso che abbiamo
considerato è particolare: all’inizio il sistema economico si trovava in una situazione di pieno impiego, con
la bilancia commerciale in pareggio. La perturbazione che si è verificata in seguito ha interessato la bilancia
commerciale. Quindi, se fosse possibile riportare il luogo dei punti per i quali NX‘=0 nella posizione iniziale
(cosa che può avvenire con una svalutazione), si raggiungerebbero contemporaneamente l’equilibrio della
bilancia commerciale; per questo motivo entrambi i problemi possono essere risolti con una svalutazione.
In generale però, dopo che si è verificata una perturbazione, un paese non può ristabilire sia l’equilibrio
interno sia quello esterno usando un unico strumento di politica economica: una regola generale è che
occorre utilizzare tanti strumenti quanti sono gli obiettivi da raggiungere. In proposito è opportuna
un’osservazione: in un sistema di cambi fissi, il tasso di cambio è uno strumento di politica economica. In
effetti la BC può modificare il tasso di cambio per motivi politici, ricorrendo a una svalutazione quando
appare che il disavanzo di conto corrente potrebbe durare a lungo. Al contrario, in un regime di fluttuazione
pura il tasso di cambio varia liberamente mantenendo in equilibrio la bilancia dei pagamenti. In un sistema
di fluttuazione amministrata, la BC cerca di influenzare il tasso di cambio, anche se non ha come obiettivo il
raggiungimento di un valore prestabilito. Il sistema di fluttuazione amministrata si colloca cioè in una
posizione intermedia tra il sistema di cambi fissi e il sistema di fluttuazione pura.

Tassi di cambio e prezzi

Una svalutazione attuata quando i prezzi interni e quelli esteri sono stabili raggiunge l’obiettivo di ridurre il
prezzo relativo dei beni prodotti dal paese che svaluta, e quindi, migliora il saldo della sua bilancia
commerciale. Tuttavia il livello dei prezzi tende a variare insieme al tasso di cambio. Di conseguenza,
quando un paese decide di svalutare la propria moneta, è fondamentale che si tratti di una svalutazione
reale: un paese ottiene una svalutazione reale quando, modificando il tasso di cambio, riesce a ridurre il
prezzo dei prodotti nazionali rispetto a quello dei prodotti esteri. Tenendo presente la definizione di tasso di
e Pf e
cambio reale, R= , e per un livello dei prezzi esteri Pf dato, si ha una svalutazione reale quando
P P
aumenta, vale a dire quando il tasso di cambio cresce più del livello dei prezzi interni.

Tassi di cambio con parità mobile

Se un paese è caratterizzato da un tasso d’inflazione superiore a quello dei partner commerciali, mantenere
fisso il tasso di cambio implicherebbe una continua perdita di competitività. Al fine di evitare il progressivo
aumento del deficit con l’estero, molti paesi adottano la politica dei tassi di cambio con parità mobile.
Questa politica prevede che il tasso di cambio venga svalutato a un tasso groppo modo pari al differenziale
d’inflazione tra un determinato paese e i suoi partner commerciali. Lo scopo della parità mobile è di
Pf
P
mantenere costante il tasso di cambio reale, R = P , facendo in modo che e aumenti allo stesso tasso di .
Pf
e
Dalla figura 12.4 risulta chiaro che per lunghi periodi di tempo, per esempio tra il 1989 e il 1992, il Messico
non ha compensato gli effetti dell’inflazione sulla competitività interna. Il tasso di cambio non è stato
svalutato abbastanza rapidamente da mantenere costante il tasso di cambio reale; di conseguenza i
prodotti messicani hanno perso competitività e il problema del deficit con l’estero è rimasto irrisolto. Le
autorità pubbliche cedono spesso alla tentazione di utilizzare il tasso di cambio per rallentare l’inflazione.
Se si mantiene costante il tasso di cambio, i prezzi dei beni importati rimangono invariati (ammesso che
all’estero i prezzi non aumentino), quindi i prezzi di alcuni beni in base ai quali viene calcolato l’indice dei
prezzi al consumo non salgono, cosicché l’inflazione risulta più contenuta. Tuttavia questo rallentamento
dell’inflazione comporta una costante perdita di competitività e spesso tale strategia finisce con il
provocare una crisi valutaria. L’inflazione deve comunque essere frenata mediante la politica fiscale e
monetaria: la politica dei tassi di cambio può costituire al massimo uno strumento aggiuntivo, a volte molto
prezioso, ma non ci si può aspettare di fondare su di esso una disinflazione.

12.2 variazioni dei tassi di cambio e aggiustamento della bilancia commerciale: problemi empirici

Ci occuperemo di due importanti problemi empirici riguardanti l’effettiva possibilità di correggere gli
squilibri di conto corrente modificando il tasso di cambio. Dapprima ci chiederemo se le svalutazioni
nominali si traducono sempre in svalutazioni reali oppure, se ciò avviene solo di rado. Il secondo
interrogativo è: se le variazioni dei prezzi relativi, quando avvengono, migliorano il saldo di conto corrente.
Quando il prezzo dei beni importati aumenta, è probabile che la domanda di importazioni non diminuisca in
misura sufficiente e quindi la spesa totale per importazioni (data dal prezzo per la quantità acquistata) in
realtà aumenti.

Tassi di cambio e aggiustamento dei prezzi relativi

Nel modello classico, salari e prezzi si adeguano in modo da garantire la piena occupazione. In pratica, però,
i prezzi dipendono dal costo del lavoro, cioè dai salari. Supponiamo che i salari reali siano rigidi, perché i
lavoratori vogliono mantenere invariato il potere d’acquisto delle retribuzioni; la rigidità dei salari può
essere dovuta alla loro indicizzazione, oppure essere semplicemente il risultato della contrattazione tra
imprese e lavoratori. In una simile situazione le variazioni del costo della vita dovute a una svalutazione si
tradurrebbe in variazioni dei salari nominali, che a loro volta si ripercuoterebbero sui prezzi, con il rischio di
annullare gli effetti della svalutazione nominale. Un processo nel corso del quale le variazioni dei prezzi
provocano variazioni dei salari, che a loro volta influiscono sui prezzi, prende il nome di spirale salari-prezzi
e può determinare una notevole instabilità, in quanto il livello dei prezzi può variare notevolmente anche in
seguito a modeste perturbazioni. Supponiamo, innanzitutto, che i salari siano agganciati all’indice dei prezzi
al consumo, calcolato in base a un paniere di prodotti sia nazionali sia d’importazione; le variazioni
dell’indice dei prezzi al consumo, quindi, si traducono automaticamente in variazioni dei salari. Ipotizziamo,
inoltre, che gli aumenti salariali si traducano interamente in incrementi dei prezzi interni. Supponiamo a
questo punto che il paese svaluti la propria moneta nel tentativo di riportare in equilibrio la bilancia
commerciale: la svalutazione fa salire i prezzi delle importazioni e, di conseguenza, l’indice dei prezzi al
consumo aumenta. I salari indicizzati crescono e le imprese scaricano sui consumatori l’incremento del
costo del lavoro, aumentando i prezzi. Quale è la situazione quando il processo si conclude? I salari reali
sono rimasti costanti, il che significa che i salari nominali e il livello dei prezzi sono aumentati nella stessa
proporzione. Inoltre gli incrementi salariali sono stati interamente trasferiti sui prezzi al consumo, cosicché i
salari reali sono invariati anche in termini di produzione interna. Questi due risultati implicano che i prezzi
relativi sono invariati e che la svalutazione nominale non ha avuto alcun effetto sul tasso di cambio reale.
Che effetto ha l’aumento del livello dei prezzi sulla domanda aggregata? Se il governo non aumenta lo stock
di moneta, l’incremento dei prezzi fa diminuire la quantità di moneta in termini reali e la domanda
aggregata; poiché il reddito diminuisce, si ha un miglioramento del saldo di conto corrente. La spirale salari-
prezzi farà sentire i suoi effetti solo se, quando i salari aumentano, il governo accresce lo stock di moneta
per non creare disoccupazione. Quindi in caso di svalutazione, è fondamentale che la BC non reagisca
all’aumento dei prezzi nominali con una politica monetaria accomodante, se si vuole ottenere una
svalutazione reale.