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LE SETTE MISTICHE

Il documento che segue è opera d'Ingegno di Henri Serouya, ed è stato


pubblicato dalle Edizioni Mediterranee nel testo: La Cabala. Ogni diritto è
riconosciuto
Introduzione
Il Pietismo di Safed
La Scuola di Cordovero
La Scuola di Luria
Sabbatai Zevi e i Sabbatiani
Frank e i Frankisti
Israel Baal Shem Tob e i Chassidim
Il Chassidismo di Beth-El
Conclusioni

Gli adepti della dottrina mistica diventano sempre più numerosi nel corso dei
secoli, senza, in genere, che siano penetrati dalla sua portata metafisica.
Soprattutto nel campo della pratica religiosa questi adepti sembrano veramente
attivi. Il successo della rapida diffusione della Qabalah tra la massa si fonda su
un fatto psicologico. Nella disperazione, nelle ore tristi lunghe e senza uscita,
l'uomo cerca di evadere e di cullarsi nel sogno, di librarsi nelle sfere
paradisiache degli angeli, dove la tirannia, l'astuzia machiavellica del carnefice
non hanno accesso. Il misticismo è nato dalla sofferenza, dalla paura quasi
perpetua, dal cedimento talora senza limite. L'uomo immerso nello sconforto si
ripiega su di sé, tende a dimenticare il mondo in cui vive. Questa vita interiore
può dare vita a pensieri profondi, a ispirazioni geniali, o a una sorta di
alienazione mentale evocatrice di miti, di eccentricità e di ossessioni talora
pericolose. Sono precisamente queste due tendenze quelle che cercheremo di
individuare nelle anime dei cabalisti moderni o degli illuminati troppo esaltati.
La Qabalah non ha sempre riscosso l'adesione entusiasta dei razionalisti ebrei.
Molti di loro l'hanno combattuta severamente e talora, come abbiamo visto e
come vedremo ancora nel corso di questo capitolo, con giusta ragione, se
pensiamo agli eccessi di sfrenatezza, di superstizione, di idolatria che essa ha
potuto generare. Le sette che si ricollegano a Sabbatai Zevi e ad altri più portate,
in realtà, verso la Qabalah pratica sono state dannose per l'espansione del
giudaismo creatore. Senza dubbio la posizione cambia se l'essenza della Qabalah
rimane salda nella sua tendenza tutta spirituale, che condensa lo slancio e
l'attività del pensiero per decifrare gli sconcertanti enigmi dell'universo. Questa
tendenza speculativa ha, fin dalle origini, rappresentanti eminenti. Molti di loro
hanno richiamato particolarmente la nostra attenzione. Per esempio gli Esseni,
Akiba, Meir, Simeon ben Yochai, Filone, Saadyà Gaon, Ibn Gabirol, Jehuda Halevi,
Ibn Ezra, Isaac il Cieco, Azriel, Nachmanide, Abulafia, Mosè di Léon, Joseph ben
Abraham Gikatilla, Isaac Ibn Latif, Jehuda ben Samuel Chasid, Eleazar di Worms,
Bachya ben Asher di Saragozza, Isaac ben Mosè Arama, Menachem ben
Benjiamin Recanati, ne hanno fatto oggetto di un'esposizione più o meno
importante, ma in ogni caso, nelle pagine che seguono, non si è trascurato di fare
spesso allusione alle loro opere o alla natura particolare della loro personalità.
Arriviamo adesso a una fase non meno importante, che conta egualmente spiriti
potenti, ma questa volta alle soglie di una decadenza durevole o definitiva. Di
questa fase fanno parte in primo luogo le due famose scuole di Safed, quella di
Cordovero e quella di Luria. L'insegnamento di Cordovero ha un carattere
filosofico; egli ha avuto un'influenza considerevole su pensatori di primo piano,
come Herrera e altri. Quello di Luria, di natura più visionaria, coincide
perfettamente con la Qabalah pratica, e ha suscitato numerose sette fra le quali i
sabbatiani, i frankisti e i chassidim. Queste sette, in linea generale, sono state
funeste per i valori spirituali ed eterni del giudaismo. Dovremo dunque
occuparci, di Cordovero e di Luria, e di coloro che si collegano strettamente ad
essi e che hanno sconvolto da capo a fondo la vita e lo spirito di Israele negli
ultimi tre secoli. Ma prima è necessario accennare al raccoglimento, al pietismo,
al ribollimento dei mistici di Safed nel XVII secolo, evocando in particolare una
personalità eminente, Joseph Caro.
La Qabalah era divenuta una preoccupazione sempre più pressante per gli
Israeliti espulsi dalla penisola Iberica. Essa aveva quasi raggiunto il suo apogeo
in questo paese un tempo clemente e favorevole al progresso delle idee, ed era
considerata soprattutto da Azriel, da Ibn Latif e da Nachmanide sotto
l'angolazione filosofica. Questa spiritualità speculativa si trasforma, per i
disgraziati fuggiti ai roghi di Torquemada, in pietismo, in una vita interiore più
fervida, più raccolta, in una parola più religiosa. Essa portava inoltre questi
naufraghi alla speranza di una conclusione presto felice, di un Salvatore così
desiderato, nel loro subcosciente millenaristico, di padre in figlio. Si, tutti coloro
che soffrono cercano in qualche parte un appoggio, un rifugio, un essere
straordinario capace di renderli felici. Poco importa che questo essere sia fittizio
o no: una sola idea li ossessiona, quella della liberazione.
Così Samuel Molcho, il martire di Mantova, diffondeva dolci illusioni circa
l'arrivo del Messia. Egli era sinceramente convinto che il Messia sarebbe arrivato
l'anno 5300 della creazione del mondo (1540). Maimonide stesso non sembrava
ostile al sogno di questo salvatore provvidenziale che avrebbe liberato una volta
per sempre Israele dai suoi oppressori tirannici e crudeli. Egli vedeva l'avvento
del Messia preceduto da un tribunale ebreo, un Sanhedrin riconosciuto
dall'unanimità dei figli di Giacobbe.
Ci si affrettò per realizzare questo sogno con tutti i mezzi. Ma quale angolo di
terra poteva offrirsi a questo bel sogno, a questo campo di esperienza, se non la
Palestina, il paese benedetto e antico degli Ebrei, che gode di un'atmosfera dolce,
leggera, impregnata profondamente dal soffio eterno o dalle anime immortali
dei profeti? In questa terra santa, considerata dallo Zohar come l'Eden,
residenza quasi esclusiva della spiritualità divina, sarebbe apparso il Messia. Là,
secondo la Qabalah, l'aria rianima il corpo e libera lo spirito. Un'anima nuova e
superiore rinasce in colui che vi abita.
Verso questa terra, continuamente evocata dai canti del salmista, di Jehuda
Halevi e di altri, si dirigevano i fuggitivi di Spagna, il ramo aristocratico del
giudaismo. I più vecchi di loro scelsero di preferenza Safed, città relativamente
recente della Palestina, situata nell'alta Galilea. Nel XV secolo e agli inizi del XVI,
essa contava circa trecento famiglie ebree. Gli esiliati di Spagna svilupparono a
poco a poco questo angolo per sempre memorabile. Joseph Saragossi, che era
andato là a cercare rifugio, fece per gli ebrei di Safed quello che Obadia di
Bertinoro aveva fatto per quelli di Gerusalemme. Ricco di doti, affabile, benevolo
con tutti, perfino con i musulmani, egli predicava continuamente l'unione e la
concordia. Fu lui a introdurre a Safed lo studio del Talmud e soprattutto quello
della Qabalah.
A fianco di Joseph Saragossi si trovavano David ben Zimra, suo allievo e futuro
maestro di Luria, Levi ben Habib e altre personalità cabalistiche notevoli come
Salomon Alkabetz, autore di Lecha dodi e di altri poemi mistici, Joseph Caro,
l'illustre autore di Shulchan 'Aruch (libro canonico), Mosè Al Sheikh, Eleazar
Azkiri, Abraham Galanti, Samuel Galichi, Mordechai Dato, Abraham Maimon,
Shelomo di Vida, autore di Reshich Chokhmah (Principio della Saggezza), Israel
Nagara, Joseph Vital e suo figlio Chayim, propagatore delle idee di Luria, Mosè
Cordovero e Isaac Luria. Vi erano anche due profetesse, una delle quali si
chiamava Franceza.
Fra tutti questi uomini notevoli, gli ultimi due, Cordovero e Luria, in quanto
capiscuola di considerevole influenza, saranno esaminati in modo approfondito.
Ma non dobbiamo, anzitutto, passare sotto silenzio una figura veneratissima,
Joseph Caro, il maestro di Cordovero, considerato come un secondo Maimonide.
Joseph Caro (14881575) era stato espulso ancor fanciullo con i suoi genitori.
Dopo lunghe peregrinazioni e molte sofferenze, arrivò a Nicopoli (Turchia
europea), dove si dedicò specialmente allo studio di una parte del Talmud
spesso trascurata e non tardò a conoscere a memoria la Mishna. Da Nicopoli
partì per Adrianopoli, dove la sua scienza talmudica, già molto apprezzata dai
suoi correligionari, gli permise di farsi degli allievi. All'età di trent'anni, Joseph
Caro intraprese il compito gigantesco di commentare il codice religioso di Jacob
Asheri. Questo prodigioso sforzo per chiarire il Talmud, assomiglia al tentativo
di Maimonide per quel che riguarda la sua grande opera Yad Chazzakà. Egli
dedicò a quest'opera vent'anni della sua vita (15221542) per correggerla,
svilupparla, e sostenerla con le prove. Impiegò altri dodici anni (15421554) per
rivederla. Ma frattanto la comparsa di Samuel Molcho portò una diversione a
questa arida occupazione. Presto sedotto da lui, Caro si lasciò iniziare ai misteri
della Qabalah e condivise con lui i suoi sogni messianici. Restò in corrispondenza
con Molcho, che si trovava allora in Palestina e presto formulò il progetto di
andare a raggiungere l'amico in Terra Santa. Al pari di Molcho aveva visioni e
aspirava a morire martire per offrirsi come olocausto all'Eterno. L'essere
superiore (maggid) con cui si intratteneva durante le sue visioni non era né un
angelo né un'apparizione fantastica, ma la stessa Mishna che, di notte, gli
rivelava cose segrete, perché egli era completamente votato al suo culto. Per
quarant'anni, fino al termine della sua vita, l'illustre autore di Shulchan 'Aruch fu
ossessionato da queste visioni che fece conoscere in parte per scritto. La Mishna
gli imponeva mortificazioni durissime. La sua predilezione per essa non era
invenzione menzognera: le visioni erano il prodotto di un'immaginazione
sovreccitata. Convinto, a sua volta, di avere un compito messianico da svolgere
in Palestina, lasciò Adrianopoli e si recò a Safed contemporaneamente a un altro
cabalista, Salomon Alkabetz, il cui inno in onore della fidanzata del Sabato (lekha
dodi) è più conosciuto del suo nome.
Caro ebbe la soddisfazione di vedere realizzata a Safed una parte dei suoi sogni.
Jacob Berab, altissimo spirito, stabilitosi a Safed dopo numerose peregrinazioni
(in Egitto, a Gerusalemme, a Damasco), lo consacrò membro del futuro
Sanhedrin. Dopo la morte di Berab, gli si aprirono brillanti prospettive.
Continuando l'opera di Berab, egli sperava di essere presto riconosciuto dai
rabbini della Palestina e di fuori come il capo di tutti gli ebrei palestinesi e
perfino turchi, di essere considerato come “l'immagine santa”(diokna kaddisha),
di poter formare notevoli allievi e compiere miracoli, grazie soprattutto al suo
commentario al codice religioso di Asheri, portato a termine e diffuso fra i suoi
correligionari.
Così, sotto l'azione combinata di una sincera pietà mistica e di un'ambizione
ragionata, Caro lavorava con ardore al suo libro che doveva far scomparire, nel
campo religioso, le contraddizioni, le incertezze, le oscurità, in una parola un
libro capace di servire come regola precisa per l'intero giudaismo. Questa
impresa parve fallire. Il suo codice, intitolato Shulchan 'Aruch, i cui echi e la cui
influenza sono stati considerevoli nel mondo ebreo, fu combattuto in diversi
punti da un giovane rabbino di Cracovia, Mosè Isserles.
Tuttavia, grazie a Caro e alle altre personalità che abbiamo citato, Safed è
divenuto un celebre centro di misticismo, con un carattere molto pio. In questa
città si ebbero la sistematizzazione della Qabalah e la sua decisiva influenza sulla
religione. Dopo il Gaonato e la Spagna, Safed può essere considerata come una
tappa della terza grande epoca dell'evoluzione capitale della Qabalah. La sua
influenza immediata si eserciterà anzitutto in Italia e poi su tutto il giudaismo
europeo. Questa importante epoca, iniziata con l'emigrazione degli Ebrei
spagnoli, finirà con il movimento decadente di Sabbatai Zevi.
Le due tendenze che hanno elevato il valore classico della rinascita del
misticismo palestinese, si manifestano nelle due scuole, quella di Cordovero e
quella di Luria, il cui esame stiamo per affrontare.
La scuola di Cordovero è specificamente speculativa. Essa resta fedele alla
tradizione dei giudaismo spagnolo, più preoccupato del valore filosofico, più
positivo, se così si può dire, nelle sue tendenze mistiche. É più prudente, in tutto
quello che enuncia e non si avventura nell'insicuro labirinto della Qabalah
pratica. Non manca di immaginazione, ma sa frenarla e dirigerla sulla giusta via
per afferrare a poco a poco i misteri della trascendenza. Nelle sue ricerche
scrupolosissime fondate su di un metodo rigoroso, essa ha aperto nuovi
orizzonti che hanno ravvivato il valore intrinseco della dottrina esoterica. I suoi
risultati, ormai classici, si riallacciano allo slancio spirituale di Cordovero,
animatore probo e penetrante di quel serio movimento che fu la rinascita
cabalistica a Safed.
Rabbi Mosè ben Jacob Cordovero (S. A. Horodetzki, Torat ha Kabballa chel. R.
Mosché Cordovero, Berlino, 1924, The Jewish Encyclopedia), abbreviato in Emk,
nasce nel 1532. Discende da una famiglia ebrea di Spagna che viene
probabilmente da Cordova (da cui il cognome Cordovero). Dopo aver compiuto
gli studi rabbinici sotto la direzione di Joseph Caro, Cordovero si preoccupa di
aumentare le sue conoscenze in altri campi. A trent'anni fu iniziato alla Qabalah
da suo cognato Salomon Alkabetz. Era egualmente versato nella filosofia giudeo-
araba. Ma la Qabalah fu per lui una cosa appassionante, la hase di tutta la sua
vita. Egli vedeva in essa la scienza che tratta tutti gli enigmi misteriosi e
sconcertanti che superano il nostro intelletto. Presto fu riconosciuto come
un'autorità altamente competente in questo campo. Cordovero non si è occupato
solo dello studio approfondito dello Zohar, dove riconobbe dei mistici ante
litteram nelle persone di Simeon ben Yochai e dei suoi amici, ma di tutti gli
scritti cabalistici. Qualche volta fa allusioni di ordine critico a Maimonide, senza
citarlo, perché questi si è talora opposto alla dottrina esoterica. Ma sembra aver
subito una profonda influenza dalla Guida degli Smarriti per le sue
interpretazioni aristoteliche. Egli consiglia coloro che si sforzano di possedere
una conoscenza perfetta e adeguata della Qabalah, di affrontare con uno studio
penetrante le fonti dirette, ossia le opere attribuite a Rabbi Simeon ben Yochai,
lo Zohar e i Tikkunim, il Pastore fedele e il Cantico dei cantici, i frammenti
intitolati Il Vecchio (Seba) e Il Fanciullo (Yonoka), e altre opere anteriori a
queste, il Sefer Yetzsirah, il Sefer ha-Bahir, i midrashim dello Zohar relativi a
Ruth, alle Lamentazioni e a Esther, il Sefer Ma'ian ha-Chokhmà (La fonte della
Saggezza), i capitoli sulla Merkaba (Carro) e il Ma'asè Bereshit (Storia della
creazione).
Approfondendo con ardore e passione lo studio di tutti questi scritti si può fare a
meno dei commentari o di confrontare rigorosamente con essi queste opere.
Dopo aver dedicato molti anni allo studio delle opere classiche della Qabalah che
abbiamo enumerato, Cordovero ne diede, in uno scritto intitolato Or Yakar (Luce
preziosa), una spiegazione molto acuta. Nella maggior parte delle sue opere, egli
fa allusione a questo scritto ancora inedito traendone citazioni intere. Sulla base
di questa spiegazione luminosa, i suoi allievi furono iniziati ai testi ermetici del
Sefer Yetzsirah e dello Zohar. Questi chiarimenti, che lo hanno reso illustre in
paesi lontani, hanno naturalmente, indebolito il prestigio dei commentari
precedenti. Ormai non sarà più possibile affrontare i testi classici della Qabalah
senza ricorrere al notevole commentario di Cordovero, copiato sotto diverse
forme e diffuso in tutta la Diaspora.
La sua opera più importante, libro classico per eccellenza, che ha avuto una
grande risonanza nel mondo cabalistico, è il Pardes Rimonim (Il giardino di
Melograni). Quest'opera, che comprende tredici sezioni divise in capitoli,
contiene il sostrato dei punti più delicati, più sottili e più oscuri della Qabalah.
Un riassunto di questo monumento è stato pubblicato con il titolo di 'Assis
Rimonim da Samuel Gallico. É stato commentato da Menachem Azaria da Fano,
Moredechai Prszybram, Isaac Horowitz, e pubblicato per la prima volta a
Cracovia nel 1591. L'opera originale è stata tradotta parzialmente in latino dal
Bartolocci (Biblia Rabbinica, IV, 231 e segg.), da Joseph Ciantes (in De
Sanctissima Trinitate Contra Judeos, Roma, 1664), da Atanasius Kircher (Roma,
1652, 1654) e da Knorr von Rosenroth (in Kabbala Denudata, Sulzbach, 1677).
Le sue altre opere sono: Or Nèerab, diviso in sette parti (Venezia, 1587),
introduzione alla Qabalah; Sefer Gerusin (Venezia, 1548), che comporta
riflessioni e commenti cabalistici su novantanove passi della Bibbia; un trattato
etico, Zibhè Shelamim (Lublino, 1613); un commentario cabalistico sulle
preghiere del Giorno dell'Anno e del Giorno del Grande Perdono; Tikkunè keriat
Shemà (Praga, 1615), sul modo di leggere lo Shemà, che è l'essenza della
preghiera ebrea.
Molti scritti di Cordovero sono ancora inediti: Elimah Rabba, Shiur Komà
(manoscritto Bension, n°18) Sefer Or Yakar, Perush Sefer Yetzsirah, Perush Shir
haShirim, Mebakesh Adonai, Hene zu haRimonim, Be Saba Ta'ama, Tefillah le
Moshe.
Quest'opera prodigiosa e sostanziale ha esercitato un'influenza considerevole
nel mondo dotto ebraico, e in particolare in Francia. Numerosi discepoli si
riunivano attorno a Cordovero per studiare la sua dottrina. I più celebri fra loro
sono Rabbi Elia di Vida, autore del Reshith Chokhmà; più vicini al maestro sono
Rabbi Samuel Gallico, Rabbi Abraham Galanti, Rabbi Mardechai Dato, Rabbi
Abraham Maimon, autore di poemi mistici, Rabbi Moshè Romi, penetrante
erudito. Perfino il suo antico maestro, Rabbi Joseph Caro, ha subito la sua
influenza; Rabbi Menachem Azaria al pari di Rabbi Isaac Luria si considerarono
suoi allievi.
In che cosa consiste la sua dottrina?
Notiamo anzitutto che Cordovero si dedicò completamente alle speculazioni
cabalistiche di carattere puramente metafisico, quella che si chiama Qabalah
Iiunith, e lasciò quasi interamente da parte la Qabalah pratica (ma'asith), che
sarà diffusa intensamente dopo la sua morte per iniziativa di Isaac Luria e dei
suoi discepoli. D'altra parte il lettore ha senza dubbio potuto accorgersi che nel
corso di questa opera abbiamo avuto più di una volta occasione di discutere le
sue idee, quelle che costituiscono la base della sua dottrina esposta acutamente e
chiaramente soprattutto nel suo libro capitale, Pardes Rimonim.
Il suo sistema tende alla totalità, spiegando i misteri dell'universo con la teoria
dell'emanazione e delle Sephiroth. Egli chiarisce con rara maestria la parte
predominante e astratta di queste ultime. Nel suo sistema si troverà una
parentela fondamentale o per lo meno una singolare somiglianza con la filosofia
di Spinoza. Il pensatore dell'Aia, che sembra ispirarsi direttamente all'opera di
Herrera, ha subito senza dubbio l'influenza di Cordovero. Fatta ogni riserva sullo
slancio creatore di Spinoza, il suo sistema accusa un'influenza straordinaria
della dottrina del celebre rabbino di Safed. La relazione di Dio con le sue
creature, messa in luce da Cordovero nel suo Shiur Komà (cap. XXII), che è un
riassunto della sua grande opera Pardes Rimonim, sembra corrispondere in
maniera quasi identica con il passo di una lettera (1) scritta da Spinoza al suo
amico Oldenburg circa il pensiero antico degli Ebrei.
Dio, per Cordovero, è il punto capitale di tutta la sua dottrina. Per lui è il Tutto, il
centro da cui emanano tutti gli esseri con un determinismo rigoroso e in un
ordine perfetto. L'uomo deve concepire che vi è un solo Dio, senza corpo, che fa
scaturire da sé tutto ciò che esiste. Non si deve vedere in lui un agente attivo
sottomesso alle fluttuazioni del tempo, che può cambiare o migliorarsi. Egli è
sempre lo stesso prima e dopo l'esistenza delle cose. É eterno e immutabile nel
corso delle modificazioni e del continuo rinnovamento degli esseri (Elima, pagg.
1, 5, 6).
Il fondo della fede reale e adeguata risiede nella conoscenza intima di Dio. Essa è
più o meno profonda e dipende dallo sviluppo dell'intelligenza. Per esempio si
può concepire la sua esistenza contemplando l'immensità del cielo, una tenda
gigantesca tesa in ogni senso, che ci copre, o la terra con le sue montagne, le sue
valli, i suoi fiumi e le sue creature variate e disperse.
Cordovero si sforza di far penetrare nello spirito umano la nozione incrollabile
del Dio uno, unico, fonte inesauribile della creazione o dell'emanazione. Il suo
luogo (makom) è nel mondo, ma egli non ha luogo. É lui colui che ha dato nascita
al luogo in cui gli esseri saranno creati. Egli si trova in tutto e tutto si trova in lui
e dipende da lui. Tutti gli esseri sono lui. Lui ed essi sono della stessa natura.
Tutti gli esseri, grandi o piccoli, animali o vegetali, persistono nella vita e
possono sussistere solo grazie a lui (Elima, pagg. 9, 25. Pardes Rimonim, pag.
83).
Queste idee di ordine panteista che fanno di Cordovero un vero precursore di
Spinoza, sono inerenti alla Qabalah stessa e al suo spirito profondo. Lo sforzo di
Cordovero rivela qui una profonda comprensione e una originale
interpretazione di essa. Egli dichiara (Shiur Komà, pag. 15) a questo proposito
che colui che afferra la trascendenza non dovrebbe nemmeno comunicarla da
bocca a orecchio, perché vi è là un mistero (sod) sulla natura di Dio.
Il suo panteismo è ancora più sensibile nelle considerazioni seguenti. Cordovero
spiega che tutto ciò che è, è di un'essenza unica: lo spirituale è inseparabile dal
materiale, l'alto è nel basso e il basso è nell'alto. Tutto comporta la stessa
direzione, lo stesso mistero. Tutto costituisce una sola immagine globale. Tutto è
perfetto e tutto è completo. Tutto ciò che esiste ha la sua ragione d'essere, e non
è ammissibile scartare alcuna creatura dell'En-Sof perché il Tutto è uno solo e
costituisce il complemento dell'immagine nell'immagine globale. L'azione si
effettua costantemente nel seno dell'immagine globale. In questo senso Dio
rinnova ogni giorno la storia della creazione (Ma'asè Bereshit) perché veglia sul
mantenimento degli esseri e pensa alla loro sussistenza. Se egli si allontana da
loro, sia pure per un istante, essi sono immediatamente ridotti a nulla. Egli li
rinnova di continuo come l'acqua di un fiume (Elima, pag. 11, Shiur Komà, pag.
25; Pardes Rimonim, pag. 88).
Per quel che riguarda le relazioni dell'infinito col finito è inconcepibile che vi sia
un qualsiasi cambiamento nel disegno divino. In qual modo il finito corporeo
procede da Dio, che è infinito e incorporeo? Cordovero si limita a risolvere il
problema con la teoria della concentrazione della luce divina (Zimzum). Ma
questa luce divina che tende al finito, non ha in realtà alcuna esistenza di per sé;
ha solo un'apparenza di esistenza. Dalla concentrazione della luce divina
procedono, per emanazioni successive, le dieci Sephiroth, o i vasi dinamici, che
sono alla base di ogni cambiamento.
L'intelletto umano è incapace di afferrare d'un tratto l'En-Sof in sé. Non può
concepirlo che nelle sue “emanazioni pure e sante”, ossia negli atti delle sue
manifestazioni esteriori. Questi atti risiedono nelle Sephiroth senza le quali non
è possibile conoscere Dio. Le Sephiroth sono in qualche modo dei registri in cui
tutto ciò che esiste, tutto ciò che si fa qui in basso nel passato, nel presente e nel
futuro, è menzionato, descritto e spiegato. La luce dell'En-Sof, che abbaglia gli
occhi dell'intelligenza può essere raggiunta solo dall'esterno, nel suo vestito. E
sono proprio le Sephiroth quelle che adempiono a questa funzione di
intermediari o di veste luminosa dell'En-Sof. In questo senso solo alle Sephiroth
bisogna rivolgere la preghiera perché esse sono la veste (emanazione) dell'En-
Sof (Or NÉerab, pag. 81; Elima, pag. 3, in Horodetzki, loc. cit., pag. 49).
Cordovero, con notevole sottigliezza, mostra nel suo Pardes Rimonim la
formazione progressiva delle Sephiroth che reggono l'universo. Il loro compito
effettivo nell'universo appare solo con lo svolgersi dell'emanazione dell'En-Sof.
Tuttavia, la sottilissima luce spirituale (dak ruchani) dell'En-Sof, che si trasforma
in esistenza concreta sotto la pressione in qualche modo meccanica delle
Sephiroth, non ne altera la sostanza intrinseca. Le emanazioni, in quanto si
materializzano nel corso della loro attività, non sono che una proiezione
dell'immagine primitiva dell'En-Sof, immagine che riveste un carattere
armonioso. Così che le emanazioni spirituali che si diffondono, non sono che
un'impronta, un “vestito”di fronte alla loro fonte originale. Naturalmente, in
tutto questo, la radice, nella sua essenza primitiva, non subisce alcuna
modificazione reale.
Cordovero nota anche che quando la volontà dell'En-Sof si manifestò, tutti gli
esseri invisibili all'occhio formarono a poco a poco un'immagine della
concezione. Poi una seconda immagine di carattere definitivo si formò in essa,
relativamente a questi esseri, la cui esistenza effettiva lo ripeto è subordinata
alle emanazioni multiple e successive. Questi esseri sono chiamati volti (panim)
quando sono a contatto diretto con la prima emanazione, o dorsi (achoraim)
quando ne sono lontani. Ma possono essere ora volti ora dorsi nelle loro
emanazioni reciproche.
I tre primi esseri, di una finezza estrema, sono i tre punti della luce primordiale
(kadmon), che hanno dato nascita alle tre prime Sephiroth, Kether, Chokhmah e
Binah, fondamento di tutte le altre. Nella volontà di “emanare le emanazioni”,
dunque, dichiara Cordovero, si disegnarono nella radice sostanziale i tre punti
che sono Kether, Chokhmah e Binah. Da essi procedono tutte le emanazioni.
Tuttavia, aggiunge, i tre punti non formano in realtà che un punto solo. Come la
sostanza è una, così i tre punti sono uno. I punti e la sostanza sono una sola cosa.
Se consideriamo questi punti come una trinità, è perché essa è la fonte capitale
dei tre rami fondamentali del sistema sefirotico, ossia Kether, Chokhmah e Binah
(2).
Non vediamo la necessità di indugiare ancora sulla dottrina delle Sephiroth, a cui
abbiamo già dedicato, in quest'opera, un intero capitolo. Ci siamo limitati a
mettere in luce il carattere fondamentale dell'originalità di Cordovero nelle sue
acute interpretazioni. Non parliamo nemmeno della sua spiegazione relativa ai
quattro mondi della Qabalah, già noti al lettore che ci ha seguito finora.
Notiamo tuttavia che l'uomo, per la Qabalah, e in particolare per Cordovero, è la
sintesi della totalità degli esseri, dal punto primordiale fino al termine della
creazione, dell'emanazione, dell'azione. Come l'En-Sof mantiene la vita
dall'inizio all'infinito, così (in proporzione), fa l'anima nel corpo umano. In
questo senso, agli occhi di Cordovero, l'Adam può riflettere di volta in volta le
categorie sefirotiche dei quattro mondi, ossia dieci Sephiroth della creazione,
dieci Sephiroth dell'emanazione, dieci Sephiroth della formazione e dieci
Sephiroth dell'azione. L'uomo, quale lo vediamo, di carne ed ossa (gushmi;
Pardes, pagg. 25, 81, 84), non è dunque che il riflesso o piuttosto il simbolo della
totalità dei quattro Adam distinti d'ordine spirituale, che contengono
l'integralità dell'universo.
L'uomo, osserva Cordovero, che è in qualche modo l'immagine (selem),
l'equivalenza o l'ombra del Cosmo superiore, deve sforzarsi nei suoi atti di
mostrarsi degno del rango così importante che occupa, di essere effettivamente
questa immagine spirituale. Altrimenti snatura o falsifica il carattere sacro di
tale immagine. É necessario dunque che i suoi atti assomiglino a quelli della
Sephirà Kether, che sono le tredici vie della clemenza trascendente. II suo
pensiero, le sue azioni devono essere consacrate al bene generale, e il suo amore
per Dio deve essere sincero e reale, superando tutto ciò che lo occupa. Bisogna
che egli si comporti onestamente ed equamente verso il suo prossimo e i suoi
amici; che si eserciti ad amare nell'intimo del suo cuore tutti gli uomini senza
eccezione, anche i malvagi, come se fossero suoi fratelli. É egualmente
necessario che preghi per gli infelici e i diseredati. Il saggio deve mettere la sua
scienza a disposizione di tutti coloro che desiderano istruirsi, incoraggiandoli e
sforzandosi di elevare il livello del loro spirito. Ogni volta che il suo sapere può
essere utile, egli non deve rifiutarsi. Se è ricco, non deve mancare di provvedere
ai bisogni di coloro che si dedicano in modo disinteressato alla Torah o agli
studi. In una parola non deve solo rispettare il suo simile, ma tutti gli esseri
perché sono creature di Dio, soprattutto dopo aver penetrato l'essenza
straordinaria della divinità creatrice in tutte le sue fasi.
Tali sono le idee metafisiche ed etiche di Cordovero, che si esprimono nel suo
insegnamento cabalistico. Cordovero fu un vero saggio, sempre dedicato allo
studio nonostante una vita piena di difficoltà. Tutti coloro che lo avvicinavano lo
consideravano un santo. Altruista e pieno di generosità al pari di Hillel, amava la
gente e non trascurava di rendere felici con la sua profonda scienza tutti coloro
che avevano sete di sapere e di istruzione. Li guidava sulla buona strada, facendo
partecipare i loro spiriti alla conoscenza e all'amore di Dio. Molto socievole, non
ammetteva la vita eremitica e l'isolamento. Questo mistico, il cui temperamento
e le cui idee si ritroveranno più tardi in Spinoza, si comportava nella vita
quotidiana in modo sempre ragionevole. Fu razionalista, anche quando cercava
di porsi direttamente nel cuore delle meditazioni cabalistiche, cosa che mostra
in lui uno spirito potente che non si lascia sviare nel labirinto, talora pericoloso,
che non si abbandona a sogni fantastici che oltrepassano i limiti del vero
misticismo, il vero sostrato dello spirito. Questo atteggiamento non sarà
adottato da Isaac Luria, il quale più di una volta si appella a lui (3). Questo
visionario di grande potenza, sincerissimo, il secondo caposcuola del misticismo
safediano, era più incline alla Qabalah pratica e all'applicazione o realizzazione
di tutto ciò che essa comprende. Purtroppo alcune di queste idee avranno
un'influenza funesta sul giudaismo. Vedremo subito come esse susciteranno un
illuminismo nefasto, assurdo, di pura ciarlataneria presso un gran numero dei
suoi adepti. Non si constaterà, invece, alcuno di questi germi morbosi negli eredi
spirituali di Cordovero. Cordovero, nel fondo del suo essere, è rimasto un vero
filosofo per tutta la vita; ha chiarito diversi problemi spinosi nel difficile campo
dell'origine dell'essere, ispirandosi all'antico sapere dei saggi di Israele. Il suo
contributo è enorme. Morì il 25 giugno 1570 a quarantotto anni. Secondo le
testimonianze dell'epoca, la sua perdita fu crudele per il nucleo cabalista di
Safed. Sulla tomba di questo grande modesto, il suo illustre maestro, ancora in
vita, Joseph Caro, dichiarò con parole commosse: “Qui riposa l'arca della Legge”.
Cordovero fu un irradiarsi di influenza che oltrepassò il centro della sua scuola a
Safed. Spiriti eminentissimi possono considerarsi suoi discepoli, in quanto le
loro ricerche nel dedalo della Qabalah sono fondate su un motivo razionale e
filosofico.
Fra coloro che erano imbevuti di conoscenza filosofica e che hanno seguito in
modo notevolissimo le tracce di Cordovero, vi è Herrera, uno di quei Marrani che
erano stati accolti in Olanda: Alonso Herrera (nato in Spagna e morto ad
Amsterdam nel 1631, che contava fra i suoi antenati, dal lato materno, il celebre
generale Consalvo di Cordova, il conquistatore di Napoli). Questo spirito
originale, di stirpe nobile, abitava a Cadice come residente spagnolo e
rappresentante del sultano del Marocco, quando questa città fu presa dagli
Inglesi. Fatto prigioniero, ottenne la libertà e passò ad Amsterdam. Là tornò al
giudaismo sotto il nome di Abraham de Herrera, o Abraham Cohen de Herrera.
Sedotto dal misticismo di Luria, si affrettò a farsi iniziare alla Qabalah da Israel
Saruk. Si dedicò con fervore allo studio di essa e presto giunse a familiarizzarsi
con gli scritti di Mosè Ibn Gabai, di Jehuda Hayyat, di Chayim Vital e soprattutto
con quelli di Cordovero come con quelli di Platone e del più recente dei platonici,
Marsilio Ficino, suo preferito. Ma Herrera, la cui influenza sembra essere stata
considerevole sull'ispirazione metafisica di Spinoza, come abbiamo detto, non
restò a lungo fedele adepto di Luria. Spirito filosofico, non tardò a notare il
valore poco efficace della Qabalah pratica di Luria, e così vi sostituì, da fedele
discepolo della tradizione mistica del giudaismo spagnolo, la vera Qabalah,
quella che si avvicina, nelle sue linee fondamentali, alla dottrina di Cordovero.
Egli introdusse nel suo sistema cabalistico idee del neoplatonismo, di cui si
conosce la parentela con la dottrina del misticismo ebraico, e anche idee dei
moderni storici della filosofia. Le sue opere, scritte in spagnolo, Puerta del Cielo
e Casa de Dios, non sono state ancora pubblicate in questa lingua. Furono
tradotte, secondo la sua volontà, in ebraico, sotto il titolo Shaar haShamaim, da
Isaac Fonseca Aboab (uno dei maestri di Spinoza) ad Amsterdam nel 1665, e
parzialmente in latino (1677) dal barone von Rosenroth in Kabbala Denudata.
Passiamo adesso al secondo caposcuola mistico di Safed, al grande successore
immediato di Cordovero, colui che fu soprannominato Ari (Leone).
Note: 1- Lettera 73. Questa somiglianza appare ancora più evidente se vengono
confrontati il passo dell'Etica (II, scolio 7): “Egualmente il modo dell'estensione e
l'idea di questo modo sono una sola e stessa cosa, ma espressa in due forme:
cosa che certi Ebrei sembrano aver visto attraverso una nube, poiché essi
ammettono che Dio, l'intelletto di Dio e le cose comprese da lui sono una cosa
sola,” con ciò che esprime Cordovero nel suo Pardes Rimonim (pag. 55): “II
Creatore è lui stesso a un tempo la conoscenza, ciò che conosce e ciò che è
conosciuto. Il suo modo di conoscere non consiste nell'applicare il pensiero a
cose che sono fuori di lui; solo conoscendosi e sapendosi conosce e percepisce
tutto quello che è. Nulla esiste che non sia unito a lui e che egli non trovi nella
sua stessa sostanza”. Si sono visti nella triade, menzionata da Cordovero e da
Spinoza, che è di origine aristotelica, gli stessi termini della Qabalah. Per
esempio, Sefer, Sofer e Sippur del Sefer Yetzsirah, le prime tre Sephiroth, Kether,
Chokhmah e Binah, i tre mondi dei cabalisti, Beriah, Yetzsirah e Assiyah. Questa
triplice divisione sarebbe corrisposta alle tre categorie di Spinoza: la sostanza,
gli attributi e i modi. Confessiamo che tutto questo ci sembra poco verosimile.
2 - Nel suo Pardes Rimonim, Cordovero si dilunga in modo particolare sugli
attributi divini. Egli non solo adotta il principio aristotelico relativamente
all'intelletto, l'intelligente e l'intelligibile, ma pone anche una differenza
essenziale tra i modi del pensiero di Dio e quelli dell'uomo.
3 - Non vi sono dubbi, osserva Horodetzki (loc. cit., pag. 86), circa l'influenza di
Cordovero su Luria. Questi si è ispirato molto alle opere di Cordovero, in
particolare ai suoi commentari sullo Zobar. D'altra parte ha studiato con lui
come discepolo e amico. Notiamo a questo proposito la falsa interpretazione
relativa a Cordovero e a Luria nella voce sulla Qabalah nell'Encyclopedia
Britannica.
Abbiamo visto le concezioni profonde che si liberano dal pensiero di Cordovero
sulle considerazioni puramente speculative della Qabalah. Questa tendenza, che
si presta alla concezione filosofica dell'essere, sarà molto meno accentuata nello
sforzo originale e costruttivo di Luria. Le sue idee sono di ordine molto più
pratico. Egli non è più il metafisico inquieto che, a forza di meditare e di
interrogare l'insondabile, il trascendente, giunge a poco a poco a sollevare il velo
dei misteri: è il visionario che crede di avere già penetrato i loro arcani e adesso
aspira solo a vivere in questo mondo soprasensibile, ad agire, a compiere atti
sorprendenti. Per questo, Luria non ha scritto: egli assomiglia così a tutti coloro
che hanno compiuto grandi azioni nel mondo: Gesù, Socrate, ecc.
Seguiamo le tracce significative di questo iniziatore il cui interesse psicologico è
considerevole.
Isaac Luria Levi, soprannominato Ari (Leone), nacque a Gerusalemme nel 1534 e
morì a Safed il 5 agosto 1572. Discendeva da una famiglia ebrea tedesca.
Nell'infanzia perse il padre e fu ospitato dallo zio, molto ricco, Mordekhai
Francis, che gli fece studiare il Talmud e la Qabalah. Fu un allievo brillante negli
studi rabbinici. Sposò sua cugina all'età di quindici anni. Allo studio arido e
austero del Talmud, che acuisce lo spirito, preferì i sogni e perfino le divagazioni
del misticismo. Si sentì particolarmente attratto dallo Zohar, che la stampa
diffondeva dappertutto. Era sinceramente convinto che quest'opera fosse l'opera
autentica di Simeon ben Yochai e contenesse rivelazioni divine. Talora, nel
fervore della sua immaginazione, credeva di vedere di fronte a sé il profeta Elia,
il rivelatore per eccellenza dei misteri, e i maestri dell'antichità, Rabbi Akiba,
Rabbi Simeon ben Yochai stesso ecc., con cui si intratteneva.
A venti anni lascia la giovane moglie e va a condurre vita eremitica in un luogo
solitario sulle rive del Nilo. Durante sette anni di solitudine, vide la sua famiglia
solo il Sabato, parlando solo in ebraico e dicendo solo l'indispensabile. Finì così
col perdersi nel sogno e negli accessi di estasi.
Nel 1569, Luria tornò in Palestina e, dopo un breve soggiorno a Gerusalemme,
andò ad abitare definitivamente a Safed, già celebre per i suoi cabalisti e in
particolare per la fiorente scuola di Cordovero. Luria fu dapprima un discepolo
di quest'ultimo e non tardò a farsi conoscere. Dopo la morte di Cordovero, riuscì
a riunire attorno a sé degli adepti entusiasti per divulgare la sua dottrina. Questa
dottrina, che si confondeva con quella di Cordovero, tendeva a stabilire una
nuova base per il sistema morale del mondo. I discepoli si dividevano in due
classi: i novizi, ai quali egli spiegava gli elementi fondamentali della Qabalah, e
gli iniziati, depositari del suo insegnamento segreto e delle sue formule di
invocazione e di scongiuro. Il più iniziato e il più favorito di tutti fu Chayim Vital
di Calabria (15431620), più anziano del maestro, il cui padre era emigrato
dall'Italia in Palestina. Questo Chayim Vital, mistico ardente e irrequieto, aveva
una conoscenza superficiale del Talmud e della Qabalah, ma era dotato di una
immaginazione fervida e si interessava appassionatamente a tutto ciò che era
eccentrico. Quando Luria venne a Safed, Chayim Vital abbandonò l'alchimia, a cui
per due anni e mezzo aveva chiesto il segreto della fabbricazione dell'oro, per le
divagazioni della Qabalah. Insieme, i due mistici si recavano in luoghi isolati e si
attardavano presso le tombe. Luria si intratteneva con l'anima di Simeon ben
Yochai e di altri famosi dottori. Egli incaricava il suo discepolo preferito di
evocare gli spiriti con formule che gli insegnava e che consistevano in certe
trasposizioni delle lettere del nome di Dio.
Prima di essersi legato a Vital, Luria era poco conosciuto. Il prestigio della scuola
di Cordovero dominava ancora nella cerchia cabalistica. Vital, abilissimo, faceva
molto chiasso attorno al nome di Luria: vantava la sua intelligenza straordinaria
e il suo dono di rivelazioni favorite da Dio. Così Luria si accattivò numerosi
partigiani fedeli, che si separarono, con le loro famiglie, dalla comunità
principale e formarono un gruppo distinto, cosa che provocò la creazione di una
nuova setta ebraica per quel che concerne i riti e le cerimonie religiose. Il Sabato,
Luria si vestiva di bianco per ricordare il colore delle anime pure e si copriva di
4 abiti in onore delle 4 lettere di cui si compone il nome di Dio. Con le sue
rivelazioni e il suo insegnamento, Luria cercava, in definitiva, di diffondere la
credenza “di essere il Messia discendente di Joseph, precursore del Messia uscito
dalla razza di David”. Tuttavia ne parlava ai suoi discepoli solo misteriosamente,
ma era del tutto convinto che l'epoca messianica era cominciata con la seconda
metà del secondo millennio (a partire dalla distruzione dei tempio di
Gerusalemme), ossia l'anno 1568.
Abbiamo detto che Luria non ha scritto nulla o perlomeno assai poco. Il suo
sistema cabalistico ci è rivelato per esteso da Chayim Vital, che ha potuto riunire
le note dell'insegnamento che egli dava ai suoi discepoli. Queste note sono state
l'oggetto di molte opere, in particolare Etz Chayim, in sei volumi. Questo libro,
copiato solo in un certo numero di esemplari, circolò solo fra i discepoli ed era
proibito diffonderlo all'estero sotto pena di scomunica. Così questi scritti
restarono per un certo periodo in Palestina. Essi passarono tuttavia in Europa e
furono pubblicati a Zolkiev nel 1772 da Satanow. In quest'opera erano esposte
insieme la Qabalah speculativa e soprattutto la Qabalah pratica che è il fondo
originale di Luria.
Luria considerava lo Zohar come un sistema filosofico completo, che presenta
un'unità perfetta nelle sue diverse parti concatenate in modo logico. Il suo
pensiero speculativo non sembra differire molto da quello di Cordovero e di altri
teologi della Qabalah. Si distingue notevolmente nella definizione delle
Sephiroth e nella teoria degli agenti intermediari chiamati parzufim ( da
pròsopon, volti). Egli dimostrò come, secondo lo Zohar, Dio ha creato il mondo
con l'aiuto dei numeri (Sephiroth), come la divinità si è rivelata sotto forme
materiali o come si è ripiegata su se stessa per far uscire il finito dall'infinito. La
sua teoria della creazione è molto confusa. L'idea relativa alla penetrazione della
luce attraverso i dieci cerchi (Sephiroth) o i dieci vasi (kelim) dinamici, che
racchiudono un punto centrale di spazio vuoto, non sembra chiara; egualmente
per quel che riguarda l'idea della trasformazione delle Sephiroth in
“volti”(parzufim) per le emanazioni successive. Queste trasformazioni avevano
lo scopo di estendere il compito della luce infinita solo alle tre prime Sephiroth
considerate come pura sostanza (1). La prima Sephirà Kether diveniva
l'esistenza potenziale di tre teste del Macroprosopom (Erek Anfin); la seconda
Sephirà Chokhmah diveniva il principio attivo del maschio chiamato
“Padre”(Abba); la terza diveniva il principio passivo della femmina chiamata
“Madre”(Imma). Le sei Sephiroth infrante (vasi spezzati nel senso dinamico e in
quello astratto) erano considerate come “Figlio”(Zachar), capace di produrre il
principio attivo del maschio e il principio passivo della femmina. La decima
Sephirà Malkhuth era considerata come “Figlia”(Bat).
Luria dichiara che Dio creò questi cinque volti in luogo delle Sephiroth, perché al
principio della creazione il bene e il male non esistevano ancora. Questi volti si
trovano in ognuno dei quattro mondi (emanazione, creazione, formazione,
azione) che rappresentano l'universo materiale.
Il sistema psicologico di Luria è fondato sulla Qabalah pratica, inseparabile
tuttavia dalla sua dottrina metafisica. Egli pensava che le cinque anime:
Neshamah, Ruach, Nefesh, Chayyah, Yechidah, emanassero dai cinque “volti”di
cui abbiamo parlato. La prima anima è la più alta e l'ultima la più bassa.
Appoggiandosi così sullo Zohar, egli pretendeva che le anime “rappresentassero
la stretta alleanza del finito con l'infinito. Tutte le anime chiamate ad apparire in
questo mondo, sono state create contemporaneamente ad Adamo, ma emanano
da forme o da organi più o meno nobili a seconda della distinzione che devono
ricevere”. Il cervello, gli occhi, le orecchie, le mani, i piedi hanno la loro anima
speciale. Ognuna di queste anime è una “emanazione”o una scintilla (nisus) di
Adamo. Ma in seguito al peccato originale, il bene e il male, ossia le anime
superiori e le inferiori, si sono frammisti, così che gli esseri più puri portano oggi
in sé un elemento cattivo, o sono coperti da una “scorza”(kelipà). Il mondo
tornerà completamente buono solo quando le conseguenze del peccato originale
saranno scomparse (2); in altre parole, quando il bene e il male saranno stati
nuovamente separati. “Le più cattive anime del serbatoio sono state riservate ai
pagani mentre le migliori sono passate nel popolo ebreo”; tuttavia “né i pagani
sono completamente cattivi, né gli Ebrei sono completamente buoni”. La
situazione morale tornerà quella che era prima del peccato originale solo con
l'arrivo del Messia. E affinché questo grandioso avvenimento possa attuarsi, è
necessario che le anime, soprattutto quelle degli Israeliti “passino per diversi
corpi di uomini e di animali e talora vivano addirittura nei fiumi, nei boschi e
nelle pietre”. Qui la dottrina della metempsicosi forma il centro del sistema di
Luria. Tutte le anime, quali che siano le persone in cui sono state incorporate,
anche quelle degli uomini pii, sono condannate a passare per altri corpi, perché
Luria pensa che attualmente nessun uomo fa sempre il bene e, di conseguenza,
nessuna anima è in grado di essere perfetta.
Come si possono far scomparire al più presto le conseguenze funeste del peccato
originale? Il mezzo che Luria preconizza è forse la parte più originale della sua
teoria: è l'associazione delle anime. Un'anima, anche purificata, che ha
trascurato di compiere qui in basso “qualche dovere religioso, è costretta a
scendere nuovamente dal cielo per associarsi all'anima di un vivente e riparare
le sue omissioni”. Inoltre, a volte, le anime di uomini pii e giusti tornano sulla
terra con l'intenzione di sostenere altre anime incerte e aiutarle a perfezionarsi.
Queste associazioni (gilgul) avvengono solo fra anime parenti, ossia originarie
dello stesso organo o della stessa scintilla adamica. In questo senso, le anime
omogenee possono esercitare un'azione reciproca l'una sull'altra; mentre le
anime eterogenee si respingono a vicenda. Da questa teoria risulta che la
dispersione di Israele fra gli altri popoli è capace di salvare il mondo: le anime
purificate dei pii Israeliti si uniscono alle anime di altri credenti per renderle più
perfette.
Accanto alla trasmigrazione e all'associazione delle anime, Luria distingue il loro
sesso. Le anime femmine possono abitare talvolta in corpi maschi e viceversa. Il
matrimonio è armonico se la coppia che si unisce ha anime che si confanno. I
loro figli saranno virtuosi. Altrimenti vivranno in cattivo accordo e la loro
posterità si condurrà male. Notiamo che questa teoria fu funesta per certi adepti.
Molti cabalisti ripudiavano le loro mogli alla minima difficoltà col pretesto che vi
era un errore nella loro unione. Abbandonavano così la moglie e i figli e si
sposavano più volte, senza occuparsi dei figli ottenuti da queste unioni
successive.
Luria si vantava di possedere il segreto per evocare gli spiriti buoni e
costringerli ad entrare di nuovo nel corpo dei viventi e a rivelare “quello che
sapevano dell'aldilà”. Era convinto che il possesso di questo segreto gli
assicurasse il potere di condurre “il regno del Messia e di ristabilire l'ordine nel
mondo”. Del resto, come abbiamo detto, “credeva di avere lui stesso l'anima del
Messia e si diceva incaricato di liberare il suo popolo”. Questo mistico, molto
portato al sogno e all'estasi, vedeva dappertutto spiriti e ascoltava le loro voci,
nel mormorio dell'acqua, nello stormire degli alberi, nel gorgheggiare degli
uccelli e nello scoppiettare del fuoco. Vedeva “le anime staccarsi dal corpo al
momento della morte e slanciarsi verso l'alto”; le vedeva anche uscire dalle
tombe. Questo grande evocatore di spiriti, familiare con le tombe, viveva nel
passato. Come abbiamo detto aveva frequenti colloqui con personaggi biblici e
talmudici, e in particolare con Simeon ben Yochai, il preteso autore dello Zohar.
Più pratico che teorico, più portato all'applicazione delle formule sotto forme
diverse (macerazioni, digiuni, ecc.), Luria diede nascita a varie scuole o sette
mistiche, soprattutto a quelle della Polonia. In questo senso la posizione di Luria
è molto diversa da quella di Cordovero. Non tanto l'universo, preso nell'insieme
dal punto di vista metafisico, lo preoccupa, quanto l'uomo, meta suprema dei
suoi orientamenti mistici. Nella speculazione relativa all'assoluto, alla divinità
pura di Cordovero, l'uomo non sembra avere nessuna parte. Per Luria è il
contrario: l'uomo non è solo un prodotto della divinità ma ne fa parte. Questo
“microcosmo”è in rapporto immediato con tutto ciò che è di ordine
trascendente. Il meccanismo prodigioso dell'armonia universale può dipendere
dalla sua volontà. Per questo Luria preconizzò, nel dominio pratico della
preghiera, delle kavvanoth (intenzioni, concentrazioni di spirito) per stabilire
una corrispondenza intima tra l'Essere supremo e l'uomo.
Luria ha introdotto tutto un sistema mistico nei riti religiosi. Ogni parola, ogni
sillaba delle preghiere prescritte nascondevano dei nomi di Dio. Il Sabato
occupava il rango sicuramente più importante: tutto aveva il suo significato in
questo giorno, le preghiere, la mensa, il minimo gesto. La giornata del Sabato era
esaltata come la “fidanzata mistica”e si celebrava il suo arrivo con canti. Luria
stabilì un secondo giorno di espiazione, lo Hoshanà Rabbà, il settimo giorno della
festa dei Tabernacoli, che era un giorno di gioia. Lo stesso Joseph Caro, nel suo
codice religioso Shulchan 'Arukh, non osò dare un senso mistico a questo giorno.
In breve, vennero ordinate e codificate nuove cerimonie mistiche sotto il nome
di Luria, lo Shulchan 'Arukh shel Ari.
Le idee di Luria, talora male applicate nel campo talmudico e nell'
interpretazione della Qabalah, fecero un torto enorme alla vita religiosa degli
Ebrei. Vedremo fra poco le sette che possono fare appello a questa dottrina. Le
usanze (minhagim) prescritte da Luria, secondo l'osservazione di Graètz, a chi
non è portato alle tendenze mistiche, si offrono al riso e inseriscono il ridicolo
nelle cose più sante e più elevate.
Le stravaganti fantasie di Isaac Luria e le sue idee relative all'origine delle anime,
alla metempsicosi, all'associazione delle anime, alla taumaturgia e alla credenza
nella venuta del Messia non cessarono di turbare gli spiriti e di sviare i cuori. “I
giovani leoncelli”, titolo dato ai discepoli di Luria, si dedicavano con molto zelo a
divulgare leggende di carattere straordinario (3) e magico sul loro maestro.

Essi vedevano in lui il simbolo integrale della divinità, come più tardi per lo
pseudo Messia Sabbatai Zevi. Per più di cinquant'anni (1572-1620), fino alla sua
morte, Chayim Vital, il principale agente della propaganda lurianista, esercitò un
dominio assoluto sulle anime credule della Palestina e delle regioni vicine. Israel
Saruk diffuse le idee di Luria in Italia e in Olanda.
L'influenza di Luria sembra essere decisiva su molti distinti cabalisti: essi hanno
potuto ispirarsi direttamente o indirettamente alla sua dottrina grazie
all'intensa propaganda dei suoi discepoli zelanti e devoti.
Manasse ben Israel, maestro di Spinoza alla scuola del Talmud Torah, amico del
pittore Rembrandt, uomo coraggioso che intraprese il difficile compito di
dissipare i pregiudizi degli Inglesi contro gli Ebrei, si dava con ardore allo studio
della Qabalah. Nel suo libro Speranza di Israele, opera scritta sotto l'impressione
delle atrocità dell'Inquisizione, si trova egualmente, un po' alla maniera di Luria,
la preparazione degli spiriti alla prossima venuta del Messia.
Mosè ben Mordechai Zacuto, abbreviato in Rmz (nato verso il 1635 e morto a
Mantova nell'ottobre del 1697), condiscepolo di Spinoza, che fin dall'infanzia
tendeva al misticismo, adottò la dottrina di Luria, alla quale fu iniziato da
Beniamin ha-Choen allievo di Chayim Vital. Questo celebre cabalista non
mancava certo di talento poetico. Compose quarantasette poesie liturgiche di
carattere essenzialmente mistico. É anche autore di molte opere fra cui Iggerot
ha-Remez, relativo alle lettere cabalistiche.
Ebbe una grande influenza insieme a un altro aderente al lurianesimo,
Menachem Azaryà di Fano. Segnaliamo anche un estremista di questa dottrina,
Chayim David Azulai (17241807), autore di Shem haGedolim. Le sue opere
contengono in abbondanza la permutazione dei numeri.
Ormai il lurianesimo va degenerando in diverse sette di un carattere funesto per
il giudaismo. Questa decadenza appare immediatamente nell'illuminismo di
Sabbatai Zevi e dei suoi numerosi fautori il cui studio stiamo per affrontare.
Note:
1 - Si sa che questa divinità sefirotica è posta immediatamente in prossimità
dell'En-Sof.
2 - A questo proposito, Luria preconizza la teshubà, il ritorno alla provvidenza
divina. Secondo il processo del Notarikon, la parola teshubà si scompone così:
giovane, sacco, cenere, pianto, lutto.
3 - Joseph Ergas, teorico razionalista della Qabalah al modo della scuola di
Cordovero, era un luriano fervente. Nel suo libro Shomer Emunim, pag. 7,
afferma che Luria è una grande luce, un grande ispirato dalla divinità.

Senza dubbio avremo ancora occasione di incontrare uomini veramente dotati


nella speculazione pura della Qabalah. Ma, fatta eccezione per un certo numero,
vedremo presto degli spiriti deboli, o addirittura degli impostori, interessarsi a
essa per fini unicamente pratici. Uno di questi illuminati ben noti, di un'audacia e
di una volontà rare, che seppe suscitare un delirio di entusiasmo fra i suoi
correligionari del mondo intero, si chiamava Sabbatai Zevi. Nacque a Smirne nel
luglio del 1626 e morì nel settembre del 1676 in una piccola città dell'Albania,
Dulcigno. La sua vita presenta un documento psicologico di particolare interesse
che conviene raccontare.
Quest'uomo, che fu adorato quasi come un Dio, discendeva da una famiglia ebrea
spagnola. Suo padre, Mordecai, giunto poverissimo dalla Morea e divenuto
agente commerciale di una ditta inglese a Smirne, vide prosperare i suoi affari.
Attribuì particolarmente la sua riuscita allo zelo di suo figlio per la Qabalah e alle
sue virtù. Per tutta la vita lo venerò quasi come un santo. Il giovane Sabbatai, che
frequentò la Yeshiba (scuola, seminario) di Rabbi Joseph Escapa, non manifestò
alcuna disposizione per le questioni giuridiche, i pilpulim del Talmud. Al pari di
Luria, fu totalmente affascinato dalla Qabalah, specialmente dalle sue
applicazioni pratiche che permettevano di comunicare con Dio e con gli angeli, di
predire l'avvenire e fare miracoli. Ancora fanciullo sdegnò i giuochi e le
distrazioni e cercò la solitudine. I suoi genitori lo fecero sposare giovane, ma egli
si tenne lontano da sua moglie, che non tardò a chiedere il divorzio. Un secondo
matrimonio ebbe la stessa sorte. Egli si impose severe mortificazioni, si bagnava
spesso nel mare, anche d'inverno e si abbandonava a fantasie estatiche.
Naturalmente queste singolarità attirarono l'attenzione su di lui. Non presentava
niente di straordinario nell'apparenza ma aveva un aspetto seducente; era
grande e di statura imponente. Aveva una bella barba nera e una voce
melodiosa, capace di attirargli tutte le simpatie.
Come gli venne in mente di imporsi come Messia?
Le idee relative al prossimo arrivo del Messia circolavano un po' dappertutto.
Abbiamo visto in proposito l'atteggiamento di Molcho, che poté convincere un
grande talmudista come Joseph Caro, e quello non meno singolare e significativo
di Luria. Inoltre i sanguinosi eccessi della guerra dei trent'anni e le sofferenze
atroci che ne risultarono, condussero persino dei dotti cristiani, non ostili al
giudaismo, a credere che l'epoca millenaria annunciata nel libro di Daniele e
dell'Apocalisse fosse vicina, e che “i mali presenti fossero precursori di felicità
inattese”. Per questi illuminati, tali sogni non potevano realizzarsi senza la
partecipazione effettiva degli Ebrei che, per primi, “avevano ricevuto l'annuncio
di questo importante evento, e se essi non avessero ripreso possesso della Terra
Santa”. Solo che Israele non era in grado di riconquistare la Palestina senza
l'aiuto di un Messia uscito dalla stirpe di David. Questi cristiani mistici si
rimettevano alle circostanze per appianare le difficoltà che potevano sorgere fra
il loro proprio redentore, ossia Gesù Cristo, e quello che veniva atteso dagli
Ebrei. Queste stravaganze trovavano credito presso qualche personalità ebrea di
cui abbiamo parlato, in particolare Manasse ben Israel, che attendeva, come
abbiamo visto, il prossimo arrivo del Messia. D'altra parte lo scopo fondamentale
di Luria consisteva nel preparare gli spiriti all'avvento di questo salvatore e
nell'affrettare l'epoca della liberazione, annunciata, da un passo interpolato dello
Zohar, per l'anno 5408 (1648).
Tutto questo non sembra essere stato estraneo a Sabbatai. L'epoca di cui parla lo
Zohar coincideva esattamente con quella del nostro illuminato. In quell'anno
stesso (1648), atteso con impazienza, Sabbatai Zevi, allora ventottenne, si rivelò
a un gruppo di discepoli, in particolare a Isaac Silveyra e Mosè Pinheiro
[Quest'ultimo era il cognato del cabalista italiano Rabbi Joseph Ergas], come il
Messia annunciato. Il suo primo colpo teatrale fu di pronunciare un giorno, nella
sinagoga, contrariamente a un uso plurisecolare e malgrado la proibizione del
Talmud le quattro lettere del nome sacro di Dio (I.H.V.H.). Interdetto subito per
questa infrazione di una prescrizione rabbinica, fu infine espulso da Smirne con i
suoi discepoli verso il 1651. L'agitazione messianica parve in tal modo essere
soffocata in germe, ma non fu così. Il fuoco continuò a covare “sotto le ceneri ed
esplose quindici anni dopo in un terribile incendio”.
Questa umiliazione non diminuì Sabbatai agli occhi dei suoi sostenitori: al
contrario aumentò il suo prestigio e la sua autorità. Le risorse della famiglia gli
permisero di viaggiare da città a città dignitosamente. Dappertutto cercava di
reclutare ferventi adepti. A Costantinopoli fece amicizia con un predicatore,
Abraham Yakhini, “povero diavolo, ma abile mistificatore, che lo confermò nella
sua follia”. Egli consegnò a Sabbatai un documento apocrifo, scritto da lui stesso
in antichi caratteri, e che annunciava Sabbatai come Messia: “Io, Abraham, sono
stato chiuso per quarant'anni in una caverna e mi stupivo che il tempo dei
miracoli non arrivasse. Udii allora una voce che mi disse: Un fanciullo nascerà
l'anno 5386 della creazione (1626), si chiamerà Sabbatai e dominerà il grande
drago; sarà il vero Messia e combatterà senza armi”.
Da Costantinopoli, Sabbatai passò a Salonicco, dove immaginò una di quelle
scene che impressionavano sempre i cabalisti: il suo matrimonio mistico con la
Torah. Per i cabalisti, questo significava che la Torah, figlia del cielo, si univa con
un legame indissolubile al Messia, egualmente figlio del cielo. I rabbini di
Salonicco, come è naturale, trovarono quasi sacrilega una tale cerimonia e
scomunicarono immediatamente Sabbatai, che passò in Grecia e poi al Cairo. Al
Cairo fece una recluta importante, Raphael Joseph Halabi (originario di Aleppo),
Sarafbasbi, monetiere e appaltatore delle imposte ebree, uomo di candida
credulità e di ascetismo mistico.
Questo ricco personaggio riceveva giornalmente alla sua tavola cinquanta
talmudisti e cabalisti. Ma sotto il lusso delle sue vesti ufficiali, portava
continuamente un cilicio. Moltiplicava i digiuni e le abluzioni e si alzava a
mezzanotte per farsi flagellare. Samuel Vital, figlio del cabalista Chayim Vital,
dirigeva le sue mortificazioni secondo le prescrizioni di Luria. É inutile dire che
questo eccentrico accolse con spontaneità ed entusiasmo lo pseudo Messia.
Sabbatai abbreviò tuttavia il suo soggiorno al Cairo e, nel 1663, partì per
Gerusalemme, la città santa, luogo propizio dove sperava di vedere compiersi il
miracolo che avrebbe dissipato una volta per sempre i dubbi sul carattere divino
della sua missione. A quest'epoca la comunità di Gerusalemme era povera. I
notabili erano partiti e la direzione degli Ebrei di questa città era stata affidata ai
cabalisti di Luria e di Chayim Vital. Il terreno per le superstizioni e la fede cieca
nei miracoli era pronto per l'arrivo di Sabbatai Zevi. Nei primi tempi del suo
soggiorno egli si limitò a condurre una vita di mortificazione, visitando spesso le
tombe degli uomini pii e preoccupandosi, come Luria, di evocare i Loro spiriti.
Anche là il suo fascino funzionò: numerosi seguaci si raggrupparono intorno a
lui. Le circostanze lo favorirono ancora. I Turchi esigevano dagli Ebrei di
Gerusalemme una considerevole somma di denaro che la comunità impoverita
non aveva assolutamente la possibilità di pagare. Essa ripose ogni speranza nella
generosità del ricco monetiere Raphael Halabi, e si affrettò a mandare in
delegazione presso di lui il suo grande amico Sabbatai, il quale, felicissimo di far
la parte del salvatore, si recò subito al Cairo e ottenne il soccorso richiesto. Un
altro caso gli avrebbe permesso di cominciare in questa città la realizzazione del
suo sogno messianico.
Nel corso degli orribili massacri eseguiti dai soldati di Shmielaiki, capo dei
guerrieri cosacchi, nelle comunità ebraiche della Polonia, i cristiani trovarono
una piccola orfana ebrea di sei anni e la misero in un convento. Sebbene educata
nella religione cattolica, l'orfana rimase fedele alle credenze paterne, ma
l'educazione ricevuta in convento ne fece una mistica. Divenuta una ragazza di
rara bellezza, riuscì a fuggire dal chiostro. Un giorno degli Ebrei la incontrarono
nel cimitero, coperta dalla sola camicia. Ella disse loro di essere di origine
ebraica, di essere stata allevata nel convento e che, la notte precedente, lo spirito
di suo padre l'aveva afferrata e portata al cimitero. Per confermare le sue parole,
ella mostrò alle donne presenti le tracce di unghiate sul suo corpo; erano
probabilmente dei graffi che si era fatta da sola. Inviata ad Amsterdam, trovò suo
fratello, ma, in egual tempo, manifestò la sua stravaganza: affermava di essere
destinata come moglie al Messia che sarebbe presto apparso. Da Amsterdam
partì per Livorno, dove si fece conoscere sotto il nome di Sara. Pur conducendo
in questa città, secondo testimonianze degne di fede, una vita sregolata,
persistette nella sua affermazione di dover sposare il Messia. La singolare storia
di questa ragazza arrivò fino al Cairo. Quando Sabbatai Zevi ne fu informato,
dichiarò di sapere già, grazie a una visione, che una giovane polacca sarebbe
divenuta sua moglie, e inviò un messaggio a Livorno per far venire Sara. Con la
sua bellezza, la sua eccentricità, i suoi modi liberi, Sara fece una grande
impressione su Sabbatai Zevi e sui suoi seguaci. Sabbatai sapeva che la condotta
di questa avventuriera non era sempre stata irreprensibile, ma tale particolarità
stessa lo faceva credere ancor di più alla sua missione. Diceva che, come il
profeta Osea, era stato destinato dalla Provvidenza a sposare una donna di
costumi impuri. Raphael Halabi, felicissimo che il Messia si sposasse nella sua
casa con una moglie predestinata, mise tutte le sue ricchezze a disposizione di
Sabbatai e si dichiarò apertamente suo seguace. L'adesione di Halabi ne portò
molte altre. Anche la bella Sara portò al marito molti seguaci, probabilmente
poco preoccupati dall'arrivo del Messia. Sabbatai, che era arrivato al Cairo come
delegato, ne partì come Messia.
Tornato in Palestina, a Gaza, Sabbatai conquistò una recluta, Nathan Benjamin
Levi (16441680), figlio di uno di quei collettori di elemosine di Gerusalemme,
che andavano, muniti di lettere di raccomandazione, attraverso l'Africa
settentrionale, l'Olanda e la Polonia. Era poco istruito, ma sapeva maneggiare
abilmente lo stile rabbinico del tempo, vuoto e pomposo. Divenuto molto agiato
grazie al matrimonio con la figlia guercia di un uomo ricco, Nathan si dichiarò
amico fedele di Sabbatai e divenne uno dei suoi seguaci più zelanti. Egli aveva
allora vent'anni e Sabbatai quaranta.
Sabbatai e Nathan si misero immediatamente all'opera per produrre senza
interruzione rivelazioni profetiche. Nathan si presentava come il profeta Elia,
incaricato di preparare la via al Messia. Egli proclamò che fra un anno e qualche
mese il Messia sarebbe apparso in tutta la sua gloria... Questo evento
meraviglioso doveva avvenire nel 1666, e il preteso profeta di Gaza si sforzava di
diffondere dappertutto i suoi scritti per annunciarlo. A questa notizia,
Gerusalemme e le comunità vicine furono prese come dalle vertigini, ma presto
Sabbatai si accorse che i rabbini si mostravano poco favorevoli alla sua impresa.
Decise di tornare a Smirne, dove poteva contare sull'appoggio della sua famiglia
e dove le lettere di Nathan avevano già preparato un terreno favorevole
sovreccitando gli spiriti. Tuttavia, prima di lasciare Gerusalemme, inviò
messaggeri attivi e zelanti nei diversi luoghi per divulgare la notizia della
comparsa del Messia e agitare le comunità. Tra questi agenti, alcuni, come
Sabbatai Raphael della Morea, erano gente senza scrupoli, altri, come il cabalista
tedesco Mathias Bloch, facevano la loro parte con ingenua semplicità.
L'importante comunità ricevette il nostro pseudo Messia come un trionfatore:
Smirne, sua città natale, lo accolse con entusiasmo. Egli vi giunse nell'autunno
del 1665: nessuno pensava più alla scomunica lanciata contro di lui dai rabbini
di Gerusalemme. Sabbatai era accompagnato dal suo segretario, Samuel Primo di
Gerusalemme, che sapeva mantenere il sangue freddo in mezzo a tutta quella
agitazione e che possedeva in più l'arte di rivestire con la pompa dello stile
ufficiale le cose più insignificanti.
A Smirne, Sabbatai Zevi non si affrettò a proclamarsi Messia; volle attendere
qualche tempo. Infine, cedendo all'impazienza e alle pressioni dei discepoli, nel
settembre o nell'ottobre del 1665, al suono della tromba, dichiarò alla sinagoga
di essere il Messia atteso. Questa dichiarazione fu accolta da uno slancio di gioia;
da ogni parte si acclamò: “Viva il nostro re, viva il nostro Messia!”. Tutta la
comunità smirniota, “uomini, donne e fanciulli sembravano impazziti”, tutti si
preparavano a tornare in Terra Santa. Abbandonarono i loro affari e si
preoccuparono solo della prossima liberazione. Inoltre, per rendersene degni,
molti smirnioti si imposero le più dolorose macerazioni: digiuni di più giorni,
veglie di più notti consecutive, abluzioni nel freddo più intenso e sepolture nella
terra sino al collo. Altri si abbandonarono a dimostrazioni di gioia soprattutto
quando Sabbatai percorreva le vie cantando salmi o quando predicava in
sinagoga sulla sua missione. Le sue parole erano ripetute mille volte,
interpretate, venerate, come se venissero da Dio stesso. Ogni suo atto era
ammirato e considerato miracolo. I suoi seguaci non esitarono a maritare i loro
figli, di dodici e anche di dieci anni, per permettere al resto delle anime, ancora
senza compito, di andare ad abitare nei corpi, cosa che, secondo le dottrine
cabalistiche, poteva affrettare l'avvento dell'epoca messianica.
Inutile dire che la seduzione esercitata da Sara contribuiva molto al successo di
Sabbatai e gli procurava seguaci. D'altronde, in questi momenti di
sovreccitazione generale, i costumi, di solito così severi presso gli Ebrei, si
rilassarono alquanto. Inebriati dalla prospettiva dell'arrivo del Messia, uomini e
donne danzavano assieme e dimenticavano ogni riserbo. Le proteste erano
soffocate dai clamori della moltitudine. Il rabbino Aron de Papa, onesto e degno
vecchio che aveva scomunicato il Messia, dovette subire le ingiurie di Sabbatai e
fu costretto a lasciare Smirne.
Dal quartiere ebreo di Smirne, la reputazione del nuovo Messia si diffuse in altre
città e in altri Paesi. Il suo segretario privato Samuel Primo, al pari di Nathan di
Gaza e dei missionari Sabbatai Raphael e Mathias Bloch, si sforzarono di far
conoscere in luoghi lontani il grande avvenimento. Furono aiutati nella loro
opera di propaganda da numerosi cristiani residenti, agenti di case commerciali
inglesi e olandesi, preti, che naturalmente informavano le loro famiglie e i loro
amici di quello che avveniva a Smirne. Nelle principali Borse d'Europa si parlava
di Sabbatai Zevi come di un'apparizione miracolosa.
Gli Ebrei dell'Europa, sbigottiti dapprima da questi fatti straordinari, non
tardarono ad entusiasmarsi per il nuovo Messia abbandonandosi alle
dimostrazioni più stravaganti. Non solo la folla, ma anche la maggior parte dei
rabbini e perfino pensatori seri credettero alla missione di Sabbatai. Henri
Oldenburg, dotto tedesco, uno dei primi segretari della Società Reale di Londra,
scrisse (Lettera VIII) a Spinoza (5 dicembre 1665) in questo senso: “Si parla
molto del ritorno nella loro patria degli Israeliti dispersi da più di duemila anni.
Pochi vi credono ma molti lo sperano. Vi prego di farmi sapere ciò che ne sentite
dire e quello che ne pensate Quanto a me, sebbene la notizia mi sia giunta, per
l'intermediario di una persona degna di fede, da Costantinopoli, che è la città più
interessata a questa faccenda, non posso credervi. Sarei molto lieto di conoscere
quello che ne hanno saputo gli Ebrei di Amsterdam e come hanno accolto la
notizia che dovrebbe certo portare un grande sconvolgimento nel mondo”.
Spinoza stesso sembra ammettere la possibilità, per gli Ebrei, di restaurare il
loro regno e tornare ad essere il popolo eletto. Tra i rabbini che seguivano con
interesse Sabbatai, ricordiamo Isaac de Fonseca Aboab, Mosè Raphael de
Aguilar, Mosè Galante, Mosè Zacuto, Chayim Benveniste e perfino il
semispinoziano Dionysius Mussophia.
Ad Amsterdam come a Londra, fra i Portoghesi come fra i Tedeschi, il numero
dei seguaci di Sabbatai si accrebbe di giorno in giorno. Anche loro si
abbandonavano, nella sinagoga, a una gioia esuberante. Ad Amburgo, dove gli
Ebrei soffrivano allora l'intolleranza dei cristiani, l'agitazione messianica
assunse un vero carattere di follia. Uomini notevoli, che occupavano alte
posizioni, come Manoel Texeira e il medico Bendito de Castro, saltavano e
danzavano nella sinagoga con un rotolo della Legge sotto braccio. Le voci più
singolari correvano per la città. “Si raccontava che nella Scozia settentrionale era
stata vista una nave con le vele e i cordami di seta, diretta da marinai che
parlavano l'ebraico, portante una bandiera con questa iscrizione: 'Le dodici tribù
di Israele'. Secondo la loro abitudine, gli Inglesi fecero scommesse importanti
circa i prossimi successi di Sabbatai: sostenevano che entro due anni sarebbe
stato consacrato re di Gerusalemme. Dappertutto la stessa vertigine si
impadroniva degli Ebrei; ad Avignone essi si preparavano a partire, nella
primavera del 1666, per la Palestina. Nelle principali città commerciali,
Amsterdam, Livorno, Amburgo, dove gli Israeliti occupavano una posizione
preminente, gli affari subirono un notevole rallentamento perché si aspettavano
cambiamenti profondi. Ad Amburgo dei pii protestanti domandarono consiglio
al predicatore Esdras Edzar sulla condotta che dovevano tenere: “Abbiamo
saputo,”dissero, “non solo dagli Ebrei, ma anche dai nostri corrispondenti
cristiani di Smirne, Aleppo, Costantinopoli e altre città della Turchia, che il nuovo
Messia degli Ebrei opera miracoli e che i suoi correligionari di tutti i paesi
accorrono a lui. Come conciliare questi eventi con la dottrina cristiana la quale ci
insegna che il Messia è già arrivato?”.
In tutto questo, nessuno sospettava che la Qabalah, naturalmente quella di
ordine pratico, era la causa delle eccentricità che portavano stati d'animo
inconsci e pronti alla follia. Tuttavia un uomo di grande coraggio e di vasta
erudizione talmudica, Jacob Sasportas, che era allora ad Amburgo, combatté con
energia l'agitatore fin dagli inizi inviando lettere su lettere alle comunità
dell'Europa, dell'Asia e dell'Africa per smascherarne le furberie e mostrarne le
conseguenze disastrose. Sasportas era egli stesso un adepto della Qabalah, ma
non per questo ignorava, secondo Graëtz, che il male veniva di lì. Credeva
piuttosto, denunciando questo impostore, di combattere in egual tempo le idee
assurde o mal assimilate di un ramo di questa dottrina, quasi interamente
abbandonato o perfino respinto dagli spiriti mistici più seri.
Comunque gli Ebrei di ogni parte inviavano delegati a Smirne per salutare
Sabbatai come re d'Israele e mettere a sua disposizione i beni e la vita dei suoi
soggetti. Ma il preteso Messia sembrava incapace di utilizzare per qualche
grande opera l'entusiasmo e la devozione dei suoi seguaci. Si lasciava
beatamente adulare “attendendo da un miracolo la realizzazione delle speranze
che aveva fatto nascere in tutto il giudaismo”. Samuel Primo e gli altri suoi amici,
più intraprendenti, o in ogni caso, meno esitanti di lui, tentarono di distruggere il
giudaismo rabbinico che sembrava loro un ostacolo importante. Essi si
fondarono sullo Zohar per ottenere l'abolizione delle leggi cerimoniali. La loro
concezione della divinità aveva un carattere particolare. “A forza di limitare la
potenza di Dio e di glorificare il Messia, li avevano quasi posti su un piano di
eguaglianza”. Essi ammettevano, in un certo senso, un Dio in tre persone:
“l'Antico dei giorni”, il “Santo Re”e un essere femminile, la “Shekhinà”. Per loro,
“il Santo Re”, il Messia, era in realtà il vero Dio, il salvatore del mondo, il Dio di
Israele, che solo doveva essere invocato. L' “Antico dei giorni”sembrava in
qualche modo avere abdicato in favore di Sabbatai. Essi appoggiarono la loro
dottrina a un versetto del Cantico dei cantici: “Dio assomiglia a Zevi”. Samuel
Primo, che promulgava spesso ordinanze in nome del Messia, firmava: “Io, il
Signore, vostro Dio, Sabbatai Zevi”.
Primo e i suoi accoliti cominciarono i loro attacchi contro le prescrizioni rituali.
Trasformarono il digiuno del 10 Thebet in giorno di gioia con l'annuncio
seguente: “Il Figlio amato di Dio, Sabbatai Zevi, Messia e liberatore della nazione
ebrea, a tutto Israele, salute! Poiché siete stati giudicati degni di vedere il gran
giorno e di assistere alla realizzazione delle promesse divine fatte dai profeti,
potete trasformare i vostri gemiti in canti e il vostro digiuno in festa.
Rallegratevi, fate udire inni e cantici e sostituite le vostre mortificazioni e il
vostro lutto con dimostrazioni di gioia”.
Questa riforma svegliò evidentemente i sospetti dei rigoristi, per i quali il Messia
doveva essere un rabbino molto rigoroso nell'osservanza delle pratiche. Essi non
pensavano che Sabbatai e i suoi luogotenenti si ispirassero a una certa parte
della Qabalah favorevole all'abolizione delle leggi rituali.
Improvvisamente si apprese che Sabbatai Zevi aveva ricevuto l'ordine di andarsi
a presentare alle autorità turche a Costantinopoli. Sembra che il preteso Messia
abbia scelto, per cominciare il suo viaggio, l'inizio dell'anno 1666, data di grande
importanza, come abbiamo visto, per i dottrinari messianici. Era accompagnato
dal suo segretario Samuel Primo. Al suo sbarco ai Dardanelli, “fu arrestato per
ordine del gran visir Ahmed Koeprili, che era stato informato dell'agitazione
creata a Smirne e in altri luoghi della Turchia, e condotto, con i ferri alle mani, in
una località vicino a Costantinopoli; lo lasciarono lì per non farlo viaggiare il
giorno del Sabato”. La domenica (6 febbraio 1666), fece il suo ingresso a
Costantinopoli in una posizione meno elegante e trionfante. Ebrei e Turchi,
tuttavia, gli andarono incontro in gran numero. Quando sbarcò, un vice pascià lo
schiaffeggiò pubblicamente: Sabbatai ebbe la presenza di spirito di porgere
l'altra guancia. Così si atteggiava a vittima rassegnata, pronta a ricevere tutte le
umiliazioni nell'interesse della sua missione provvidenziale.
Quanto a Mustafà-Pascià, che lo accusava di aver provocato un'agitazione
malsana fra gli Ebrei, Sabbatai rispose di essere un semplice Chakham (rabbino)
venuto da Gerusalemme per raccogliere elemosine e di non essere responsabile
delle testimonianze di devozione che gli venivano prodigate. Mustafà lo fece
gettare in prigione. I partigiani di Sabbatai, per nulla scossi nella loro fede,
considerarono al contrario le sofferenze sopportate dal Messia come prove
necessarie alla sua gloria, e si affollavano tutti attorno alla sua prigione per
cercare di vederlo un istante. Presto i Turchi si unirono a loro e professarono
per lui la più profonda venerazione.
Il governo turco, che sembrava provare una certa timidezza davanti al Messia,
non osò condannarlo a morte, come avrebbero fatto per qualsiasi altro agitatore.
Essendo in guerra con i Cretesi, il gran visir Koeprili credette prudente non
lasciarlo nella capitale, dove, in sua assenza, avrebbe potuto provocare dei
disordini, e lo fece internare nel castello di Kostia, presso i Dardanelli. In questo
castello, che fu chiamato dai suoi seguaci Migdal Oz, la sua cattività fu in realtà
molto dolce. Arrivato ai Dardanelli la vigilia della festa di Pasqua, Sabbatai fece
sgozzare un agnello per sé e per i suoi compagni, in ricordo dell'agnello
pasquale, e ne mangiò anche le parti proibite dalla legge di Mose, per mostrare
apertamente l'abolizione radicale delle antiche prescrizioni. Grazie ai sussidi
della sua famiglia e dei suoi seguaci ricchi, poté organizzare nel castello di Kostia
una vera corte, dove dominò come un sovrano. “Innumerevoli navi gli
conducevano continuamente visitatori da ogni paese, che tornavano abbagliati
da ciò che avevano visto e diffondevano il loro entusiasmo per il Messia”. Quasi
tutti gli Ebrei erano sinceramente convinti che fosse il salvatore annunciato. A
Venezia vi furono conflitti fra gli amici e gli avversari di Sabbatai, e uno di questi
ultimi per poco non fu ucciso. Quando si chiese allo pseudo Messia come ci si
dovesse comportare con i Koferim (increduli) egli dichiarò semplicemente “che
era permesso ucciderli anche il giorno del sabato, e che l'uccisore si sarebbe
assicurato la vita futura”.
Per istigazione di Samuel Primo (1), Sabbatai abolì il digiuno di Tamuz e dichiarò
che il nono giorno di Ab non doveva più essere considerato come un giorno di
lutto, ma celebrato gioiosamente come anniversario della sua nascita. Istituì per
questa data un ufficio speciale in cui si recitavano salmi e ringraziamenti al
suono dell'arpa e con canti.
Stava per abolire tutti i giorni di festa, compresa quella dell'Espiazione (Kippur),
quando un'imprudenza rovesciò improvvisamente tutti i piani. Fra i suoi
numerosi visitatori accorsi da tutte le regioni, si trovavano infatti due rabbini
polacchi, i quali lo informarono che nel loro paese un profeta, Nehemia Cohen,
predicava egualmente la prossima venuta del regno messianico, ma senza mai
pronunciare il suo nome. Allarmato da questa concorrenza, Sabbatai si affrettò a
far venire il profeta presso di sé. I due agitatori, chiusi insieme nel castello di
Kostia, discussero a lungo sui segni dai quali si doveva riconoscere il vero
Messia. Nehemia non rimase convinto e non lo nascose. Alcuni seguaci fanatici di
Sabbatai pensarono allora di far scomparire Nehemia Cohen, giudicandolo
pericoloso per la loro impresa, ma questi fuggì sano e salvo dal castello di Kostia
e si recò ad Adrianopoli, dove si fece musulmano e denunciò Sabbatai al
kaimakam Mustafà, accusandolo di voler tradire la Turchia.
Il kaimakam informò il suo signore, Maometto IV, che esaminò con i suoi ministri
e il muftì Vanni le misure da prendere contro Sabbatai (2).
Temendo che la sua morte divenisse causa di disordini, Vanni propose di tentare
di convertirlo all'islamismo. Fu adottata questa proposta, e il medico del sultano,
un apostata ebreo di nome Didon, fu incaricato di questa conversione. Arrestato
e condotto ad Adrianopoli, Sabbatai fu messo immediatamente in rapporto con
Didon. Sembra che non siano stati necessari grandi sforzi per decidere Sabbatai
ad abbandonare il giudaismo. “Condotto davanti al sultano, egli gettò a terra il
berretto ebreo, in segno di disprezzo per la sua antica religione, e si mise un
turbante bianco e un abito verde indicando così di essere divenuto musulmano”.
Felice di questa devozione, Maometto IV diede a Sabbatai il nome di Mehemet
Effendi e gli affidò le funzioni di sorvegliante del palazzo (capigi Baschiotorak)
con un trattamento elevato. La conversione di Sabbatai fu seguita da quella di
sua moglie, Sara, e di parecchi suoi partigiani. Qualche giorno dopo la
conversione, egli ebbe l'audacia di rivolgersi ai suoi fratelli di Smirne in questi
termini: “Dio ha fatto di me un ismaelita (turco); egli ha ordinato e io ho
obbedito. Il nono giorno dopo la mia seconda nascita”.
Naturalmente questa brusca conclusione produsse negli Ebrei uno stupore
profondo. Il Messia glorioso, in cui avevano riposto le loro speranze e la loro
fiducia, non era che un vile e abbandonava il giudaismo: musulmani e cristiani
non risparmiavano più le loro derisioni agli ingenui adepti del falso Messia.
D'improvviso mali più seri per poco non caddero sugli Israeliti. Col pretesto di
un tentativo di tradimento, il sultano decise di sterminare tutti gli Ebrei del suo
impero e di convertire all'islamismo tutti i fanciulli di meno di sette anni.
Rinunciò poi al suo progetto criminale per le insistenze dei suoi due consiglieri e
di sua madre, ma decise di far morire cinquanta dei principali rabbini di
Costantinopoli, di Smirne e di altre città turche perché non avevano illuminato le
loro comunità sulle azioni di Sabbatai. Per fortuna questa decisione non venne
attuata. Nelle comunità le lotte fra gli adepti e gli avversari di Sabbatai
avrebbero potuto divenire funeste se i saggi rabbini non avessero ordinato
l'astensione totale di ogni dileggio nei riguardi di coloro che avevano
ingenuamente creduto alla missione del preteso Messia.
I seguaci di quest'ultimo non si rassegnarono tuttavia alla perdita delle loro
illusioni. Per molti di loro, Sabbatai non si era fatto turco: solo la sua ombra era
rimasta sulla terra, ma lui stesso era salito al cielo, dove si era rifugiato presso
dieci tribù per riprendere la sua opera di liberazione in un momento più
propizio. I suoi profeti, Samuel Primo, Jacob Falingi, Jacob Israel Dunhan si
sforzarono di mantenere la folla nel suo errore e di rafforzare ancora una volta
l'autorità del loro maestro. I rabbini si decisero a mettere fine a questa nuova
propaganda e scomunicarono Nathan di Gaza. Ma uno dei capi di questi
illuminati dichiarò che Sabbatai aveva provato l'autenticità della sua missione
messianica con la sua stessa conversione, che, disse, era predetta dallo Zohar.
Mosè stesso, il primo liberatore, era vissuto alla corte del Faraone, in Egitto,
prima di salvare il suo popolo. “Rinnegato in apparenza, ma in fondo puro e
santo”: tale era la nuova parola d'ordine dei seguaci di Sabbatai.
Grazie all'appoggio indefettibile dei suoi sinceri amici, e grazie soprattutto alle
predizioni di Nathan di Gaza, Sabbatai conservò un gran numero di adepti. Nei
primi tempi che seguirono la sua apostasia si tenne lontano dagli Ebrei
mostrandosi fervente musulmano. Ma a poco a poco, per il desiderio di
riprendere la sua parte di Messia, rinnovò le relazioni con loro e si dichiarò di
nuovo “ispirato dallo Spirito Santo e favorito da rivelazioni divine”. Fece
pubblicare un'opera mistica in cui si affermava che “Sabbatai era il vero Messia”,
capace di moltiplicare le prove del suo potere, ma che si era coperto con la
maschera dell'islamismo per facilitare la diffusione delle credenze ebree. Al
sultano e al muftì, invece, diceva di restare in rapporto con gli Ebrei per
convertirli all'islamismo. In tal modo riuscì a farsi autorizzare a predicare nelle
sinagoghe di Adrianopoli. Molti dei suoi correligionari imitarono il suo esempio
facendosi musulmani. Si formò così intorno a lui un gruppo considerevole di
giudeo-turchi.
Uno dei più importanti adepti conquistati in quest'epoca da Sabbatai fu Abraham
Miguel Cardoso, nato da genitori marrani, che studiò la medicina a Madrid con
suo fratello Fernando. Questo fannullone, che faceva spesso serenate sotto i
balconi delle belle madrilene, si trasformò in un ardente cabalista e si dichiarò
seguace fedele di Sabbatai. Affermava di avere spesso visioni, e in più
proclamava che l'apostasia del falso Messia era stata necessaria, perché il Messia
doveva commettere questo peccato per espiare il delitto di idolatria di cui
Israele si era reso tante volte colpevole. Riferiva a Sabbatai le predizioni di Isaia
relative al popolo eletto e alla sua resurrezione, che i cristiani applicano a Gesù.
Ma il suo celebre fratello, notevole sapiente, Isaac Fernando, derideva le sue
divagazioni e le sue stravaganze cabalistiche, e gli chiedeva ironicamente “se
avesse acquistato il dono della profezia suonando l'arpa sotto le finestre delle
sue belle”. Miguel persistette però egualmente nella sua follia. Oratore eccellente
e abile scrittore, raccolse in Africa numerosi aderenti al falso Messia,
conducendo una vita avventurosa a Costantinopoli, a Smirne, nelle isole greche e
al Cairo. Le sue varie conoscenze, acquisite dalle scuole cristiane, gli
assicuravano una superiorità sugli altri apostoli del Messia: divenne così uno dei
seguaci più utili e più decisi di quest'impostore.
Sabbatai continuò, dunque, anche dopo l'apostasia, a far la parte del Messia
presso gli Ebrei. Molto spesso riuniva i suoi aderenti ebrei per celebrare con loro
l'ufficio, cantare i salmi e leggere la Torah. Sposò perfino una seconda moglie,
figlia di un talmudista, Joseph Filosofo, di Salonicco. I Turchi finirono con
l'accorgersi della sua condotta ambigua: la polizia lo sorprese un giorno in una
riunione di Ebrei, in cui recitava dei salmi. Per ordine del gran visir venne allora
esiliato a Dulcigno, in Albania, dove morì oscuramente nel 1676.
Abbiamo visto che i partigiani di questo pseudo Messia erano numerosi. Molti di
loro, di cui abbiamo parlato, hanno svolto una parte molto importante a suo
favore mentre era vivo. Dobbiamo ancora mettere in rilievo alcuni noti capi che
diressero, dopo la sua morte, il movimento sabbatiano localizzato in diversi
luoghi.

Daniel Israel Bonafoux, cantore di Smirne, riuscì a raggruppare intorno a sé un


gran numero di Ebrei per rendere culto alla memoria del falso Messia. Aveva
trovato un attivo collaboratore in Abraham Miguel Cardoso, fedele adepto della
prima ora, che fu, come abbiamo detto, un eccellente propagandista. Questo
Bonafoux prese infine il turbante per vendicarsi delle vessazioni dei rabbini di
Smirne.
Mordekhai d'Eisenstad, partigiano non meno fervente di Sabbatai, creò
un'agitazione più seria, che si estese fino in Polonia. Di aspetto imponente e
venerabile, aveva acquistato una grande autorità digiunando per più giorni
consecutivi e imponendosi le più dure mortificazioni. Predicò in Ungheria, in
Moravia e in Boemia sulla necessità immediata di fare penitenza e di condurre
una vita di contrizione. Incoraggiato dal successo delle sue predizioni, si fece
passare per profeta affermando che Sabbatai Zevi era il vero Messia, che aveva
obbedito alle esigenze della sua missione abbracciando l'islamismo, e che tre
anni dopo la sua morte apparente (perché in realtà non era morto) sarebbe
venuto a liberare definitivamente il suo popolo. Davanti al crescente numero dei
suoi ascoltatori e alla cieca fiducia che gli testimoniavano, decise di presentarsi
lui stesso come il vero Messia della casa di David dichiarando di essere Sabbatai
Zevi risuscitato. La reputazione del Messia ungherese si diffuse vastamente; egli
sembrava dispostissimo a ricevere il battesimo. Alla fine si fermò in Polonia,
dove fondò una setta che durò fino al principio dei tempi moderni.
Verso la stessa epoca (XVII secolo), un nuovo movimento messianico nacque in
Turchia. La vedova di Sabbatai Zevi si recò a Salonicco dove fece passare suo
fratello Jacob per un figlio che avrebbe avuto da Sabbatai. Questo giovanotto, che
aveva preso il nome di Jacob Zevi, era veneratissimo dagli antichi seguaci di
Sabbatai, che lo soprannominarono Querido (diletto). Si disse che riuniva in sé le
due anime dei due Messia attesi, quello della casa di Giuseppe e quello della casa
di David, ed egli fu considerato il vero successore di Sabbatai, il Redentore
inviato da Dio. Presto i suoi seguaci furono accusati di cattivi costumi. Per
mettere fine a questi scandali, i rabbini li denunciarono alle autorità turche.
Adottando il metodo infallibile del loro maestro, essi si fecero tutti musulmani
(1687), e, per confermare la sincerità della loro conversione, in gran numero,
con il loro Messia, si recarono in pellegrinaggio alla Mecca. Durante il ritorno,
Querido morì ad Alessandria. Suo figlio Berakhia gli succedette come capo
religioso.
Questi neo Turchi, limitati quasi esclusivamente a Salonicco, formarono una
piccola chiesa particolare che i Turchi chiamarono Deunmeh, ossia “scismatici”,
nome che indica egualmente, secondo Abraham Danon, dei “veri
credenti”(ma'amine kether Adonenu), o compagni (haberim), o anche, per
metafora “maestri dei combattimenti”. Ad Adrianopoli fu dato loro il
soprannome di Sazanicos, piccole carpe. Questi Deunmeh si dividevano in tre
gruppi: i Tarpucblis, caratterizzati da un turbante di forma speciale; i Cavalieros,
che portavano scarpe a punta, e gli Honiosos, o “Camusi”, che si riconoscevano
dal loro naso corto e piatto. I tre gruppi si odiavano reciprocamente, mentre in
seno a ogni gruppo regnava una stretta solidarietà. Vivevano tra i musulmani,
ma i Turchi, diffidenti, provavano per loro una certa repulsione. Nemmeno i
rapporti fra Israeliti e Deunmeh erano amichevoli; i primi consideravano
apostati i secondi, e i sabbatiani chiamavano miscredenti (kofrim) gli Israeliti. I
Deunmeh erano di origine sepharadi e parlarono a lungo l'ebreo-spagnolo; in
questa lingua hanno redatto i loro Piutim. Si sposavano solo fra loro e, nel 1897,
contavano solo un migliaio di famiglie. Andavano a volte a pregare in una
moschea, ma spesso si riunivano per adorare il loro Liberatore. Alcuni membri
di questa setta conoscevano l'ebraico perché era prescritto di recitare i salmi
tutti i giorni. Conservarono, del giudaismo, l'uso della circoncisione e della
Bibbia oltre ai Salmi e al Cantico dei Cantici, che si presta alle interpretazioni
mistiche. Rivolgevano allo Zohar un rispetto particolare e vi attingevano i testi
dei loro sermoni. Ecco un passo significativo delle preghiere redatte in ebraico-
spagnolo a proposito del digiuno: “In nome dell'Eterno, Dio di Israele, per la
gloria di Israele, [per] i tre legami della fede che formano l'unità sublime nel
Nostro Signore Re Sabbatai Zevi, nostro Messia, nostro Redentore, il Vero
Messia, che la sua magnificenza sia elevata e che la sua regalità sia esaltata al
pari dell'En-Sof”. Notiamo che, nelle elucubrazioni sabbatiane, questi “tre legami
della fede”rappresentano la trinità insegnata da Hayon, che vedremo tra poco, e
di cui le tre persone sono: il Santo Antico ('Atika kadisha), il re Santo (Malca
kadisba) e la sua emanazione (Weshkbinte), che formano insieme una sola
persona alla quale si deve pensare recitando lo Shema. Questo dogma della
Trinità, adottato da Hayon, diverrà più tardi una delle credenze fondamentali dei
frankisti. Quanto all'En-Sof l'Essere Infinito dei cabalisti, è stato soppresso dai
sabbatiani. Come abbiamo visto, essi lo hanno sostituito con il Re santo, ossia
con Sabbatai Zevi.
Come al tempo di Sabbatai, la follia mistica di bassa levatura, per così dire,
divenne contagiosa e diffuse sempre più le sue devastazioni. Alle sette già
esistenti si aggiunsero nuove sette. In Polonia, degli illuminati, sotto la guida di
Jehuda Hassid di Dubno, e di Chayim Malkah, si misero a condurre una vita
improntata a un misticismo esasperato in vista della liberazione messianica. Essi
presero il nome di Chassidim (pii). Ma, colpiti da amare disillusioni, alcuni si
fecero musulmani e altri abbracciarono il cristianesimo. Chayim Malkah restò
parecchi anni a Gerusalemme e là continuò a dirigere i destini di un piccolo
gruppo di aderenti. In luogo del Dio-Uno del giudaismo, egli insegnava un Dio in
due o tre persone. Ammetteva il dogma dell'incarnazione e rendeva così un culto
divino al suo maestro Sabbatai, di cui aveva fatto scolpire un'immagine in legno
per esporla all'adorazione dei suoi seguaci. Espulso da Gerusalemme per istanza
dei rabbini, andò a raggiungere i sabbatiani musulmani o Deunmeh a Salonicco,
e di lì andò a Costantinopoli, dove venne scomunicato. Tornò in Polonia e riprese
la sua propaganda. A quanto si dice, morì alcolizzato.
Un adepto di Sabbatai, Nehemia Hiyya Hayon (nato verso il 1650 e morto dopo il
1726) riuscì a gettare la discordia fra gli Ebrei suscitando una agitazione tra le
più funeste. Astuto, ipocrita e audace, condusse una vita di avventure e di
piaceri. Compose un'opera, Mehmenuta deKola (La fede universale) per
dimostrare che il giudaismo, quale era insegnato nella Qabalah, riconosceva un
Dio triplo, come abbiamo già detto. Il testo di questa opera era di un sabbatiano,
forse, come pensa Graëtz (loc. cit., pag. 209), di Sabbatai Zevi stesso. Dopo molte
peregrinazioni, fu ora scomunicato, ora protetto e sostenuto. A Praga fu
circondato da un importante gruppo di seguaci, fra cui il celebre talmudista
Jonathan Eibeschütz, affiliato alla setta dei criptosabbatiani, che incontreremo
presto. Hayon si avvicinò ai cristiani, senza mancare, ben inteso, di ingiuriare gli
Ebrei ostinati nella loro cecità. Faceva intendere di credere egualmente alla
Trinità. Ma la diffidenza si risvegliava dappertutto contro di lui. Disperando di
esercitare qualche azione in Europa o in Oriente, si imbarcò per il Nord Africa,
dove morì. Suo figlio, che tentò più tardi di riscattare il suo fallimento, accettò il
battesimo.
Infine Jonathan Eibeschütz o Eibeschützer (nato a Cracovia nel 1690 e morto ad
Altona nel 1764) veniva da una famiglia cabalista. Dotato di una memoria
prodigiosa e di un'acuta sagacia, si distinse fin dalla giovinezza per la vastità e la
solidità delle sue conoscenze talmudiche. Inoltre lo interessò vivamente la
Qabalah. Come abbiamo detto, durante il suo soggiorno a Praga, manifestò una
viva simpatia per Hayon. Si avventurò a leggere gli scritti di Cardoso sebbene
fossero stati dichiarati eretici, e infine aderì all'idea che il Dio onnipotente, la
Causa Prima, non ha alcuna relazione con l'universo, e che una seconda divinità,
chiamata Dio di Israele ha creato il mondo e rivelato la Legge del Sinai. Sembra
anche che egli abbia accettato quest'altra credenza dei sabbatiani, “che Sabbatai
Zevi, il Messia, fosse stato l'incarnazione di questa seconda divinità e che la sua
apparizione sulla terra dovesse avere come risultato l'abolizione della Torah”.
Molto prudente, Eibeschütz non si dichiarò apertamente avversario del Talmud,
come avevano fatto numerosi sabbatiani polacchi. D'altra parte egli amava la
letteratura talmudica che gli permetteva di sfoggiare il suo vigore dialettico e la
sua sottigliezza di spirito, e in cui la sua competenza e la sua autorità erano così
grandi. A ventun anni era stato a capo di una scuola talmudica che fu frequentata
successivamente da migliaia di discepoli. Il suo insegnamento attraente e
comunicativo era ravvivato dalle sue battute inattese e dall'originalità delle sue
interpretazioni. Grazie ai servizi resi dalla sua scuola e all'autorità di cui godeva,
non fu scomunicato insieme agli altri sabbatiani con i quali era in strette
relazioni. Tuttavia queste relazioni non furono dimenticate. Quando fu nominato
rabbino di tre comunità (Altona, Amburgo e Wandsbeck), vi regnava un vero
panico:
in un anno numerose giovani spose erano morte di parto. Per mettere in fuga
l'angelo sterminatore che aveva fatto tante vittime, Jonathan Eibeschütz,
talmudista celebre e taumaturgo provato, non esitò a scrivere amuleti e a usare
ciarlatanerie per guarire le malattie. Aveva già distribuito amuleti analoghi
quando era rabbino a Metz. Improvvisamente si sparse la voce ad Altona che
l'iscrizione degli amuleti di Eibeschütz aveva un carattere eretico. Se ne aprì uno
e vi si scoprirono le parole seguenti: “Oh Dio di Israele, tu che sei nella gloria
della tua potenza (espressione cabalistica), in favore del merito del tuo servo
Sabbatai Zevi, degnati di inviare la guarigione a questa donna affinché il tuo
nome e quello del Messia Sabbatai Zevi siano santificati sulla terra”. Le lettere di
certe parole, in questo amuleto erano trasposte, e talora era messa una lettera
per un'altra, ma non era difficile trovare la chiave di questi rebus. Vi era allora
ad Altona un rabbino molto serio che non esercitava funzioni ufficiali ma che
godeva tuttavia di una certa considerazione. Era Jacob Emden, figlio di Zevi
Ashkenazi. Quando ebbe preso conoscenza di questi amuleti, concluse che
Jonathan Eibeschütz continuava ad essere affiliato all'eresia sabbatiana. Dopo
avere esitato ad entrare in lotta con un talmudista di grande autorità, un giorno
lo accusò apertamente in sinagoga. Le tre comunità ordinarono al denunciatore
di lasciare la città. Ma Emden, che era autorizzato da un privilegio reale a
dirigere una stamperia ad Altona, rifiutò di obbedire. Sottoposto allora ad ogni
sorta di vessazioni e di persecuzioni, si esasperò in questa lotta ineguale. Era sul
punto di soccombere quando gli arrivarono da Metz gli amuleti che Eibeschütz
riconosceva di aver scritto e distribuito, e in cui Sabbatai Zevi era esplicitamente
riconosciuto come Messia. La contesa ricominciò più violenta e assunse
un'estensione notevole. In Germania come in Polonia si discusse vivacemente la
questione degli amuleti e molte comunità si divisero in due campi. Partigiani e
avversari si scomunicavano reciprocamente. Il pastore David Frederick
Megerlin, dotto ebraizzante, incaricato dal re di Danimarca Federico V (1755) di
chiarire questa faccenda, si pronunciò in favore di Eibeschütz, ma rendendolo
ancora più sospetto agli occhi degli Ebrei. Secondo lui, “le lettere misteriose degli
amuleti, riferite a Sabbatai Zevi, erano semplicemente un'allusione mistica a
Gesù Cristo”. Megerlin invitò Eibeschütz a farsi battezzare. Questi, che avrebbe
dovuto protestare contro le affermazioni di Megerlin, preferì lasciar dire che
nell'intimo del cuore era cristiano. Per quanto assurda, l'argomentazione di
Megerlin convinse Federico V: Eibeschütz fu mantenuto nelle sue funzioni di
rabbino e la comunità di Altona ebbe l'ordine di obbedirgli (1756). Egualmente il
senato di Amburgo lo riconobbe di nuovo come rabbino della comunità tedesca.
Così questa lotta decennale, di carattere sabbatiano, che aveva eccitato le più
vive passioni nelle comunità ebraiche, dalla Lorena alla Podolia e dal Po all'Elba,
si concluse col trionfo di Eibeschütz.
Tali sono i tratti caratteristici che si riferiscono a Sabbatai Zevi e ai sabbatiani, il
cui movimento ha avuto una vivacità eccezionale nello svolgimento della vita
ebrea. Questo movimento così nefasto susciterà, a sua volta, in modo diretto o
indiretto altre sette come i frankisti e i Chassidim, che vedremo presto. Queste
sette lacereranno ancora in larga misura il giudaismo.
Come giudicare questo impostore di alta levatura, Sabbatai Zevi, e i suoi
luogotenenti più audaci che hanno creduto alla sua stella? Nonostante la loro
astuzia, la loro soperchieria e talora la loro disonestà fin troppo manifeste, essi
appaiono nell'intimo delle loro anime abbastanza sinceri.
Questi illuminati sono numerosi nella storia. Sono più pericolosi perché si
impongono, spesso rapidamente, alla mentalità delle folle sempre pronte a
condividere i loro sentimenti. Questi semifolli sono naturalmente portati alle
fantasticherie stravaganti, al fascino dell'aldilà; inoltre sono spesso assecondati
da circostanze di vario ordine, politico, economico, sentimentale, e soprattutto
da coloro che soffrono, che vivono nella paura, nella miseria, e che attendono
con impazienza l'ora favorevole della liberazione. Questi illuminati non sono in
genere privi di interesse. Hanno più o meno certe qualità fisiche e morali,
temperamento potente e attraente, eloquenza, voce fascinosa ecc. che
permettono loro in larga misura di guadagnarsi le simpatie popolari. E proprio il
popolo, elettrizzato da parole sensibili, capaci di vibrare nel suo intimo, affretta
la loro ascesa sulla scena pubblica e ne impone calorosamente l'ammirazione.
L'adesione delle classi elette, o almeno di alcuni sbandati provenienti da esse,
non tarda ad arrivare, soprattutto dopo il trionfo popolare. La convinzione dei
loro seguaci diviene col tempo incrollabile, anche in coloro che sono molto
dotati, come nel caso di Eibeschütz. É uno stato d'animo difficile da sradicare,
che persiste malgrado il buon senso. Solo così si può spiegare il caso psicologico
della personalità messianica di Sabbatai. Questa personalità, grazie
all'immaginazione popolare, appare come un essere straordinario, un mito che si
impone come una realtà vivente agli occhi di tutti, anche, ancora una volta, agli
occhi dei sapienti abituati alla riflessione solida e matura, ma che nutrono
nell'intimo delle loro anime una tendenza che coincide con lo spirito
dell'impostore. In ogni caso, l'atteggiamento assurdo di tutti questi illuminati
che trionfano, che falliscono e lasciano talora delle tracce, sconcerta lo spirito
sano. D'altra parte il caso di Sabbatai Zevi, mistico decadente che illustra i dati
della Qabalah pratica, la quale raggiunse un grande prestigio dopo la morte di
Luria, non è isolato nella storia del giudaismo. Abulafia, scrittore fecondo e
teorico originale, non si è forse proclamato Messia, dato che, come abbiamo
visto, voleva convertire al giudaismo persino il papa Martino IV?
Gli atti di Sabbatai, di questo impostore contemporaneo dell'illustre Spinoza, il
quale gli sopravvisse solo cinque mesi, si ritrovano in qualche modo in certi
illuminati dei nostri giorni, che, per fortuna, non sono della stirpe di Israele.
Anche questi illuminati si proclamano guide e salvatori dell'umanità. Gli atti del
falso Messia di Smirne, di questo squilibrato affascinato dalle ricette della
Qabalah pratica, come quelli di altri che stiamo per considerare, sembrano in
realtà molto anodini se li confrontiamo con quelli dei sadici che dominano oggi,
miranti non solo a sopprimere il nutrimento spirituale dell'umanità, già così
poco felice, così diseredata nel suo insieme, ma a prepararle, come sua
principale risorsa, un gigantesco cimitero.
Note:
1 - Secondo Danon (loc. cit., t. XXXVII, pagg. 104 e segg.), che si fonda su una
tradizione locale, Samuel Primo, che sembra essersi rifugiato a Sofia, fu
nominato rabbino e capo della comunità di Adrianopoli. Il fatto che un
sabbatiano sia stato mantenuto come rabbino non è unico, come testimoniano
Chayim Benveniste a Smirne, Hayon a Uskup, Eibeschiltz a Praga. Samuel Primo
si vide costretto a bandire da Adrianopoli il troppo turbolento e sfrontato
Cardoso, di cui parleremo avanti.
2 - Ecco quello che dice di Sabbatai la storia di Rachid Effendi (Tarib,
Costantinopoli, 1282 dell'Egira, t. I, pag. 133, in Danon, loc. cit., t. XXXVII, pag.
103): “Assegnazione del celebre ebreo davanti al sultano e sua conversione
all'Islam. Qualche tempo fa apparve a Smirne un certo ebreo portante il nome di
rabbino, e riuscì ad accattivarsi la fede di una classe di Ebrei che, raccolti attorno
a lui, mostrarono segni di rivolta. Espulso e relegato nella fortezza dei
Dardanelli, continuò a seminare sedizione fra gli Israeliti, e di conseguenza il 16
del mese di Rebiul Ahir (1077 dell'Egira) fu citato ai piedi del trono imperiale ad
Adrianopoli. Questo ebreo, chiamato in presenza del sultano, assistito da Sheikh
Islam Effendi, da Vanni Effendi e dal kaiman Pascià, e interrogato su quello che
era avvenuto, smentì le sciocchezze che circolavano sul suo conto, e, sapendo
che stavano per condannarlo a morte, manifestò il desiderio di convertirsi
all'Islam”.

Abbiamo visto l'espandersi del movimento sabbatiano in tutti i circoli ebraici


grazie allo zelo dei suoi adepti che vi hanno avuto una parte di prim'ordine.
Questo movimento guadagnerà ancora terreno? Come? Per smentire le
affermazioni di Eibeschütz, circa l'assoluta inesistenza dei sabbatiani, questi
settari ricominciarono la loro agitazione in Podolia, raggruppandosi intorno a un
capo audace e pieno di iniziative, Jacob Frank, il cui vero nome era Yankiew
Leibowitz, nato in Galizia (17201791). Molto più abile e di carattere più
avventuriero di Hayon, questo capo reclutò un numero considerevole di nuovi
adepti e sconvolse da cima a fondo il giudaismo polacco. Già nella giovinezza
mirava a sbalordire la gente e si vantava “di avere ingannato suo padre”. Presto
partì per la Turchia. A Salonicco si era legato con la setta sabbatiana per metà
ebrea e per metà musulmana dei Deunmeh, e si era fatto turco, come si sarebbe
fatto più tardi cattolico romano e cattolico greco. Non aveva nessuno scrupolo
nel cambiare religione se il suo interesse lo esigeva. E a causa del suo soggiorno
in Turchia gli avevano dato il nome di Frank o Frenk.
Poco familiare col Talmud, Frank conosceva invece la Qabalah, senza dubbio solo
nella parte non speculativa. Per lui i diversi Messia come abbiamo detto erano
molto numerosi che si erano succeduti, non erano stati degli impostori ma
avevano incarnato successivamente la stessa anima. Il re David, il profeta Elia,
Maometto, Sabbatai Zevi e i suoi successori erano stati in realtà una stessa
personalità che aveva rivestito forme diverse. E affermava che anche lui era una
nuova incarnazione del Messia. Le circostanze lo aiutarono. Avendo messo
insieme una certa fortuna, e sposato un'avvenente giovane di Nicopoli, che gli fu
molto utile per aumentare il numero dei suoi adepti, Frank riunì attorno a sé un
piccolo gruppo di Ebrei di Turchia e di Valacchia, che condividevano le sue
credenze e lo veneravano come un Messia.
Informato, forse, della faccenda degli amuleti di Eibeschütz, che suscitò violente
discussioni fra gli Ebrei della Polonia, Frank apparve improvvisamente in questo
paese e si mise in rapporto con i sabbatiani clandestini, che erano allora
abbastanza numerosi in Podolia. Si presentò loro misteriosamente come il
successore di Sabbatai Zevi, o piuttosto come l'incarnazione dell'audace capo
sabbatiano Berakhia; si faceva chiamare “il santo signore” dagli adepti e lasciava
Loro credere che operasse miracoli. Dal canto loro, i seguaci, convinti della sua
natura divina, gli rivolgevano preghiere mistiche in aramaico (la lingua dello
Zohar). A poco a poco, sotto il suo impulso, i sabbatiani formarono una setta
particolare detta dei frankisti.
Il loro capo insegnava una morale singolare di carattere ripugnante, che
incoraggiava a procurarsi ricchezza anche con mezzi disonesti perché per lui
“l'astuzia e l'inganno erano prova di abilità e non atti illeciti”. Inoltre preferiva lo
Zohar al Talmud, dichiarando che solo lo Zohar contiene gli insegnamenti
autentici di Mosè. Di qui il nome di Zoharisti o Antitalmudisti che assumono i
suoi discepoli. Questi antitalmudisti andarono lontano. Essi compivano, nel
campo del matrimonio e della castità dei costumi, atti assolutamente
incompatibili con il giudaismo. Contavano nelle loro fila dei rabbini e dei
predicatori: Juda Leib Krysa, rabbino di Nadvorna; il rabbino Nathan ben Samuel
Levi di Busk, ed Elisha Shor di Rohatyn, con i suoi figli, che discendeva da una
famiglia di rabbini polacchi molto stimati. La figlia di quest'ultimo, Hayya,
considerata come profetessa, poteva recitare lo Zohar a memoria. I generi e i
nipoti di Elisha erano già segretamente affiliati alla dottrina sabbatiana ed erano
adesso felici di manifestare pubblicamente il loro disprezzo per le prescrizioni
rabbiniche.
Un giorno, a Laskorun, Frank fu sorpreso con una ventina dei suoi adepti riuniti
in un albergo la cui porta era chiusa a chiave. Essi sostennero di essersi chiusi là
semplicemente per recitare dei cantici nella lingua dello Zohar. Ma i loro
avversari affermavano di averli visti abbandonarsi ad atti immorali danzando
attorno ad una donna seminuda e andando poi a baciarla. Avvertirono la polizia
che un turco era venuto dalla Podolia per convertire gli Ebrei all'islamismo e
portarli poi in Turchia e che i suoi aderenti avevano costumi immorali. Frank e i
suoi seguaci furono arrestati, ma poiché egli fece valere la sua qualità di
straniero, fu rimesso in libertà, mentre i frankisti rimasero detenuti.
Questi intrighi di Frank produssero un terribile scandalo. Per arrestare il
diffondersi di questo nuovo movimento, i rabbini e gli amministratori delle
comunità ricorsero immediatamente ai loro procedimenti abituali: l'anatema e
la persecuzione. Le autorità polacche, persuase a forza di danaro, accordarono
loro un energico appoggio. In egual tempo le defezioni tra i frankisti divennero
numerose. Davanti al collegio rabbinico di Satanov, uomini e donne
confessarono pubblicamente che, in conformità con la dottrina deformata della
Qabalah, si erano abbandonati ad atti di ripugnante immoralità. Dopo questa
confessione, i rabbini di Brady (1756) colpirono i frankisti con un severo
anatema. Fu proibito agli Ebrei ortodossi di imparentarsi con loro: i loro figli
venivano dichiarati adulterini. Inoltre ogni Ebreo doveva denunciare
immediatamente i sabbatiani che conosceva. Questa formula di scomunica di
carattere energico, adottata da molte comunità, fu stampata e distribuita, e
doveva essere letta ogni mese nella sinagoga. Conteneva anche un articolo molto
importante che proibiva lo studio dello Zohar e di qualsiasi opera cabalistica
prima dei trent'anni. Adesso i rabbini si rendevano conto che, soprattutto dopo
Isaac Luria, la Qabalah. mal compresa aveva infettato il giudaismo con il suo
veleno. In egual tempo il sinodo di Costantinov chiese a Jacob Emden, divenuto
campione dell'ortodossia dopo la sua lotta con Eibeschütz, di mandare in Polonia
un ebreo portoghese istruito e abile oratore, capace di mettere in evidenza
davanti agli ecclesiastici polacchi il lato immorale e pericoloso delle pratiche dei
frankisti. Così Emden, davanti all'azione malefica che la Qabalah esercitava sugli
Ebrei, si domandò se lo Zohar, posto dai sabbatiani e dagli antitalmudisti al di
sopra della Bibbia, avesse realmente per autore un dottore stimato e venerato
come Simeon ben Yochai. Come abbiamo già detto all'inizio di quest'opera, dopo
uno studio minuzioso Emden concluse che almeno una parte del libro canonico
della Qabalah era dovuta alla penna di un impostore.
Forti dell'approvazione di Emden, i rabbini ortodossi giunsero a denunciare i
frankisti al clero cattolico come eretici pericolosi. Il vescovo di Kamienec, Nicolas
Dembrowski, sembrava essere sul punto di castigarli con rigore, ma Frank, con
molta abilità seppe evitare il pericolo che minacciava lui e i suoi seguaci. In
seguito ai suoi consigli, i suoi adepti dichiararono “di essere perseguitati perché
credevano alla Trinità e respingevano le prescrizioni talmudiche”, e non
esitarono a gettare altre menzogne sui seguaci del Talmud. Lietissimi di queste
dichiarazioni, Dembrowski e il suo capitolo fecero rimettere in libertà tutti i
frankisti e li autorizzarono a stabilirsi nella diocesi di Kamienec sperando di
portare così molti Ebrei polacchi al cattolicesimo.
I frankisti, che avevano così causa vinta, chiesero a Dembowski (1757) di
convocare i talmudisti e gli antitalmudisti a una controversia pubblica,
promettendogli di mostrare che lo Zohar e altri scritti di quest'ordine mistico
insegnano la Trinità, mentre il Talmud prescrive di ingannare e di uccidere i
cristiani. Il prelato, soddisfatto di questa assurdità, diede seguito alla richiesta. I
rabbini, intimiditi, turbati, ignoranti di tutto ciò che non fosse letteratura
talmudica, non seppero opporre, in questa controversia se non il silenzio e delle
risposte imbarazzate. Naturalmente Dembowski diede di nuovo causa vinta ai
frankisti e ordinò (14 ottobre 1757) che nella sua diocesi fossero requisiti tutti
gli esemplari del Talmud, ammucchiati in una fossa e bruciati per mano del
carnefice. Questa volta era la Qabalah quella che aveva acceso la torcia per dare
fuoco al Talmud. Che paradosso! Uno scritto ebraico venerato contro un altro
scritto ebraico venerato.
Tuttavia l'improvvisa morte di Dembrowski portò un cambiamento: si cessò di
perseguitare il Talmud e ci si mise a dare la caccia ai frankisti. Sei di loro si
recarono da Wratislaw Libenski, arcivescovo di Lemberg, per dichiarargli a
nome di tutti di essere pronti, sotto certe condizioni, ad accettare il battesimo.
Essi richiedevano un nuovo colloquio pubblico per dimostrare che “i talmudisti,
più ancora dei pagani, versavano sangue cristiano innocente”. Ma Libenski si
curò poco di dar seguito a questa proposta. Dopo la sua partenza per la
residenza di Genesen, l'amministratore dell'arcivescovato di Lemberg, il
canonico di Mikuliez, Mikolski, che aveva fretta di vedere i frankisti convertirsi,
promise loro di autorizzare una controversia dopo che avessero abbracciato il
cristianesimo. Quando Leib Krysa e Salomon di Rohatyn ebbero fatto, a nome di
tutta la setta, una professione di fede cattolica, Mikolski iniziò dei negoziati
all'insaputa di Serra, nunzio papale, per una seconda controversia pubblica a
Lemberg (giugno 1759). Questo colloquio, che doveva portare alla conversione
di numerosi Ebrei, eccitò l'interesse della nobiltà che venne in folla ad assistere
allo spettacolo. Le discussioni avvennero nella cattedrale di Lemberg sotto la
presidenza del canonico Mikolski. Secondo le testimonianze dell'epoca, fu un
triste spettacolo “quello di questi Ebrei che si accusavano reciprocamente dei
vizi e dei delitti più atroci”. Come, disgraziatamente, nella prima controversia, i
talmudisti, in numero di circa quaranta, si mostrarono ancora una volta goffi e
maldestri: erano costretti a ricorrere a degli interpreti per farsi capire dagli
astanti. I frankisti affermavano che lo Zohar insegna la Trinità e il dogma
dell'incarnazione. Per tema di irritare i cattolici, gli ortodossi non osavano
evidentemente parlare con energia contro questo dogma. Del resto lo Zohar,
come abbiamo visto, fa allusione a queste credenze, sebbene sotto
un'angolazione particolare. Dopo tre giorni di discussioni, i talmudisti furono
nuovamente battuti (1).
Dopo tale colloquio il clero cattolico fece pressione sugli antitalmudisti perché
abbracciassero il cristianesimo. Questi esitavano. Ma dietro ordine di Frank,
rientrato in scena alla fine della controversia, si decisero. Per fare impressione ai
Polacchi, Frank “uscì in una carrozza a sei cavalli, vestito di un costume turco e
accompagnato da guardie del corpo vestite egualmente alla turca”. Circa mille
frankisti abiurarono quel giorno a Lemberg. Tuttavia lo stesso Frank accettò il
battesimo solo a Varsavia, dove la cerimonia avvenne con gran pompa e il re
consentì a fargli da padrino.
Illuminato sul vero carattere di questo neofita, il clero cattolico aveva poca
fiducia nella sincerità della sua conversione. Lo sospettava di essersi messo la
maschera del cristianesimo, come si era messa quella dell'islamismo, solo per far
la parte del capo della setta. Alcuni dei suoi partigiani, prezzolati dal clero, lo
accusarono di “essere cristiano solo in apparenza e di farsi adorare come il
Messia, l'incarnazione della divinità, il Santo Signore”. L'ufficiale
dell'Inquisizione polacca lo fece allora arrestare per impostura e bestemmia e
chiudere nella fortezza di Czestochowa in un chiostro (1760). Se non lo
bruciarono come recidivo in eresia fu solo perché il re era suo padrino. Gli
imposero tuttavia lavori molto penosi. Molti frankisti furono ridotti alla
mendicità e segnati al disprezzo della popolazione, ma rimasero devoti e fedeli al
loro Messia, perché, per loro, tutte queste sciagure dovevano arrivare: lo Zohar
le aveva predette. Essi chiamavano il chiostro di Czestochowa, dove era detenuto
il loro capo, “la porta di Roma”. Tutti questi convertiti praticavano esteriormente
il cattolicesimo osservando tutti i riti, ma, come i loro pari musulmani, i
Deunmeh, vivevano separati dagli altri abitanti e si sposavano solo tra loro.
Graëtz dice che ancor oggi (secolo scorso), le famiglie Wolowski, Dembowski,
Dzalinski e altre, che discendono da questi settari, sono conosciute in Polonia
sotto il nome di Frenks o Schebs.
Liberato dai Russi (1771) dopo una prigionia di tredici anni, Frank si fece
cattolico greco, pur continuando a recitare la parte dell'imbroglione per più di
altri vent'anni a Vienna, a Brünn e a Offenbach. Alla fine “presentò sua figlia Eva
come l'incarnazione della divinità, e fino alla sua ultima ora, perfino oltre la
tomba, seppe ingannare i suoi aderenti e far credere loro nel carattere
messianico della sua sepoltura”.
Tutti questi particolari di ordine storico su questa setta di origine sabbatiana, ci
chiariscono ancora una volta la natura psicologica di questo misticismo corrotto.
La ciarlataneria, forse inconscia, di questi decadenti, di questi illuminati talora
senza scrupoli, ha fatto torto allo spirito reale della Qabalah. La vedremo adesso
in maniera ancora più acuta nella setta dei Chassidim, sebbene alcuni di loro
abbiano un valore profondo e un temperamento sincerissimo.
NOTE:
1 - Eibeschütz ebbe la sua parte in questi tristi eventi. Rivendicato dai frankisti
come uno dei loro, non osò mai smentirli. Suo nipote Wolf ebbe strette relazioni
con il frankista Salomon Shop Wolowski; si diede poi all'alchimia e ingannò tutti.
Il lettore ha senza dubbio notato l'infiltrazione, voluta o inconsapevole, della
dottrina di Luria nelle diverse sette sabbatiane di cui abbiamo esposto finora le
idee funeste e le fasi delle loro lotte accompagnate da astuzie e da imbrogli nella
loro genesi storica. Questi illuminati, vittime talora di una credenza cieca, di una
fede illimitata, refrattari al controllo della sana ragione, sono, sotto certi aspetti,
poco responsabili. Mistici in un certo senso beninteso di un carattere inferiore
non sospettano affatto la falsità della dottrina che è stata loro abilmente
inculcata. Credono fermamente che è la sola reale, traducendo adeguatamente la
verità. E questi capi successivi che abbiamo visto sfilare altri ne vedremo presto
proclamandosi Messia o incarnando a più riprese i due Messia, quello della casa
di Giuseppe e quello della casa di David, sono per questi cervelli deboli, o
addirittura semifolli, dei salvatori infallibili, veri e propri inviati di Dio. L'assenza
di un giudizio chiaro e felice predominerà anche in una setta ancora più
numerosa detta dei “Chassidim”(pii), che sembra persistere sino ai nostri giorni.
Questa setta, indicata col nome di “Nuovi Chassidim”, deriva forse in modo più
notevole dal lurianesimo, e adotta, sotto una forma un po' diversa, certe idee e
certi costumi propri dei sabbatiani. Le loro pratiche relative alle frequenti
abluzioni, alle vesti bianche, alle guarigioni miracolose e alla previsione
dell'avvenire, ricordano per certi aspetti i costumi degli Esseni.
Il fondatore di questa setta fu un carrettiere, Israel ben Eliezer, nato verso il
1900 in Podolia, verosimilmente ad Akof, e morto nel 1760 a Miedzborz, in
Volinia. Era soprannominato dai suoi seguaci il “taumaturgo”, in ebraico Baal
Shem Tob (maestro del buon nome), più noto sotto la sigla che si pronuncia
Besht. Notiamo che il nome di Baal Shem è frequente nella civiltà ebraica: è
portato tanto da spiriti nobili quanto da ciarlatani.
La leggenda ci presenta Israel istruttore in una piccola scuola di campagna,
intento a istruirsi in segreto di notte, vegliando. Aveva passato la giovinezza
nelle foreste e nelle caverne dei Carpazi, vivendo così per sette anni, con sua
moglie, in solitudine, raccoglimento e miseria. Là aveva probabilmente imparato
dalle contadine l'uso dei semplici, e, secondo il loro esempio, “evocava gli spiriti
e faceva scongiuri per rendere più efficace l'azione di questi rimedi”.
Avvicinandosi il tempo in cui doveva rivelarsi al mondo, Israel tornò con sua
moglie da suo cognato, Rabbi Gherson, a Brody. Questi, impietosito dalla loro
miseria, offrì a Besht di impiegarlo come cocchiere, ma la sua voluta incapacità
di svolgere questo mestiere, indusse Gherson a dargli una piccola fattoria, dove
sarebbe vissuto in pace lavorando i campi. Infatti fu sua moglie quella che si
occupò di questa attività per assicurare l'esistenza ad entrambi. Egli si fece un
ritiro nella foresta simile a quello di Luria lasciandolo solo per celebrare il
Sabato o, talora, per ricevere degli stranieri di passaggio. I suoi ospiti furono così
i primi testimoni indiscreti delle sue estasi e delle sue trasfigurazioni. In un caso
furono i primi a cui egli lasciò intravedere la sua santità, sia ammaestrandoli, sia
incaricandoli di annunciare la sua missione. In seguito Israel, di carattere quanto
mai ottimista, non si dissimula più. In compagnia di un discepolo, percorre
l'Ungheria, l'Ucraina, la Polonia, distribuisce i suoi amuleti e i suoi incanti, opera
guarigioni e numerosi esorcismi e si vale della sua chiaroveggenza per prevenire
pericoli e morti (1).
Presto acquista la reputazione di medico infallibile. Spesso gli stessi nobili
polacchi non esitano a consultarlo in casi difficili.
Alcuni anni più tardi si installerà a Miedzborz, che diventerà la culla o la prima
capitale dei Chassidim. In questa città vengono a consultarlo coloro che saranno
poi i suoi illustri successori, Rabbi Jacob Joseph di Polona e il grande Maggid
(predicatore) Dob Beer di Mizriez (19001772), considerato come il più profondo
mistico dei Chassidim, che succederà a Besht. Accanto a questo capo, Jacob
Joseph sarà il primo scrittore. Infatti l'opera di quest'ultimo, intitolata Tolodoth
Jacob Joseph (1781) suscitò sdegno e ostilità contro gli adepti di Besht. Ma
finché questi fu in vita, non si manifestò nulla di simile. Il suo grande desiderio fu
di conoscere la Terra Santa e di stabilire dei Chassidim a Safed, nell'alta Galilea, e
a Gerusalemme, perché si fondessero con i gruppi cabalisti stabiliti là fin dal XVII
secolo. Besht non ebbe la gioia di realizzare questo progetto, e i suoi discepoli
dovettero terminare il viaggio senza di lui. Egli tornò a Miedzborz, dove morì
verso il 1760.
Nelle gole solitarie in cui errava, Besht si era abituato a pregare in un modo
particolare: recitava le formule usuali, ma pronunciandole con estremo fervore,
levando alta la voce e imprimendo a tutto il suo corpo movimenti disordinati.
Pretendeva che, con questa accentuata agitazione di tutte le membra, potesse
raggiungere più facilmente il Creatore. “Coloro” diceva, “che pregano con
tristezza, a causa della malinconia che li domina, credono di pregare nel timore
di Dio, e quelli che pregano nella gioia perché sono di temperamento linfatico,
credono di pregare nell'amore di Dio, ma la loro preghiera non è valida; il loro
timore non è che tristezza e il loro amore non è che falsa gioia”. In poche parole,
la preghiera rivolta al Creatore supremo deve essere una manifestazione
spontanea, estremamente sincera, espressa con esultanza ed entusiasmo. Il suo
esempio fu presto imitato da numerosi seguaci che come lui atteggiamento che
ricorda quello dei Dervisci (danzanti) manifestavano il loro fervore durante la
preghiera battendo le mani, agitandosi, saltando e gridando. Queste stravaganze
si ritrovano in quest'epoca non solo presso i Dervisci (mistici musulmani), ma
anche in due sette cristiane, i “saltatori”o Jumpers in Inghilterra, e i “tremanti”o
shakers nell'America del Nord. Questa preghiera danzata, adottata poi dai
Chassidim, che sembra l'effetto di un accesso di follia, non è che la provocazione
di uno stato estatico per mezzo di un ritmo fisiologico. Vedremo in seguito che
questa agitazione è sostituita da una profonda meditazione nei cabalisti
portoghesi.
Nel corso di dieci anni, Besht riuscì a raggruppare intorno a sé circa diecimila
Chassidim che, all'inizio, non si distinguevano dagli Ebrei polacchi se non “per il
loro modo particolare di pregare, per le loro numerose abluzioni, la loro
costante serenità e, forse, per i lunghi riccioli che si lasciavano pendere lungo le
guance”. Il loro capo era un ignorante, e naturalmente, al pari dei frankisti e dei
sabbatiani, ostentavano un profondo disprezzo per lo studio del Talmud,
incapace, ai loro occhi, di formare Ebrei veramente religiosi.
Le testimonianze dirette dei contemporanei di Besht, relative agli aneddoti e ai
commentari biblici, sono raccontate nel Kether Shem Tod e nel suo Testamento,
raccolta di sentenze. Il primo è stato redatto trentasette anni dopo la sua morte,
il secondo è stato composto da uno dei suoi discepoli quando egli era ancora in
vita. Si hanno ancora, di Besht, molte lettere indirizzate a sua moglie e a suo
cognato, il rabbino Gherson di Kuty. Alcune di queste lettere sono state
pubblicate, altre si trovano negli archivi del Museo asiatico di Leningrado e nella
Biblioteca Nazionale di Gerusalemme.
Oltre alle leggende miracolose messe bene in luce nei Shibhè (lodi), gli si
attribuiscono certe idee dottrinali di carattere puramente panteista come le
seguenti.
Tutto, in alto e in basso, è una sola unità, perché Dio è nei Cieli e al di sopra dei
Cieli come sulla terra e sotto la terra. La creazione non appare nel tempo ma è
un'attività continua e senza fine. Egli è il luogo del mondo (idea tradizionale del
pensiero ebraico). La Shekhinà, o la divinità, è la base di tutti i mondi: la materia,
gli esseri viventi animali o vegetali. La potenza di Dio è inerente a tutti i mondi.
Se questa potenza si ritirasse, anche per un momento, tutti i mondi
scomparirebbero. Ogni essere racchiude una particella di spiritualità, e, a più
forte ragione, l'uomo in quanto essere pensante. Satana stesso ha qualche cosa
di Dio. Il pensiero è il padre della parola, e questa è solo la figlia del pensiero. Il
pensiero non è che l'ascolto dell'appello dell'alto. Il silenzio è il limite della
saggezza; permette di legarsi efficacemente al mondo del pensiero (idea del
Pirkè Aboth). “La lingua è la penna del cuore”. “Le parole sono santuari”. Esse
costituiscono un elemento primordiale della vita, la quale non è che
manifestazione di Dio. L'uomo, anche se è malvagio, non deve essere considerato
come un soggetto di diffidenza. Bisogna piuttosto diffidare del male che lo
domina. Bisogna cercare di difendere il malfattore. La verità può trovarsi nella
menzogna. La Shekhinà include tutti gli esseri, buoni o cattivi. Il male non è che
un vaso del bene. Il mondo è pieno di luce e di segreti meravigliosi, ma gli occhi
sono impediti da una piccola mano di percepire le grandi luci. Se il corpo è
malato l'anima diventa debole. Infine Besht dichiara di essere venuto al mondo
perché l'uomo si sforzi di amare Dio, la Torah e si astenga dalle macerazioni. “La
Shekhinà,”scrive Besht al suo discepolo Jacob Joseph di Polona, “non abita in
mezzo alla tristezza (azbuth) ma solo in mezzo alla gioia” (2)
Il misticismo gli appare un'alta verità e si caratterizza in un'intuizione geniale: é
la percezione adeguata del profeta. Il Tzaddik (giusto), di un idealismo
eccezionale, è simile ad esso.
La maggior parte di questi pensieri non sono trascendenti, si collegano
soprattutto a considerazioni etiche. Non sono nemmeno nuovi perché altri
pensatori o mistici ebrei, prima di Besht, li avevano espressi. Ma la sua
raccomandazione di non ricorrere più alle macerazioni costituisce un apporto
nuovo, che ha potuto derivare, in un certo senso, dalla riforma di Sabbatai per
quel che riguarda l'abolizione radicale dei giorni di digiuno. Quello che è
interessante in questo personaggio è la sua vita leggendaria riferita da racconti
che appaiono comuni in tutti i popoli. Ecco alcuni dati singolari che traiamo dal
Shibche Habaal Shem Tob.
Un giorno Israel andava per le alte montagne. Assorto nella meditazione, non
vide la china scoscesa a cui si avvicinava. Su di un'alta montagna della stessa
catena vi erano alcuni banditi che osservavano con interesse l'avvicinarsi di
Israel all'abisso. Ma quando egli si trovò sul ciglio, la montagna opposta venne
verso di lui e si saldò con l'altra. Israel continuò così il suo cammino senza
accorgersi di nulla. I banditi compresero allora che era un Santo.
“Una volta dei banditi, avendo litigato, pregarono Israel di risolvere la loro
contesa. Uno di loro, scontento del giudizio dato, decise di ucciderlo durante il
sonno. Mentre levava l'ascia, il bandito fu aggredito da esseri invisibili e
gravemente ferito”.
I banditi vennero un giorno a trovarlo per indicargli un cammino che, per grotte
e corridoi sotterranei, portava rapidamente in Palestina. Besht andò con loro.
Attraversarono una palude servendosi di una tavola gettata come ponte sulle
acque. Besht, nel seguirli, si accorse che era la lama girevole di una spada di
fuoco, e tornò indietro. Ma pensava di non essere venuto lì invano. Cammin
facendo, infatti, incontrò una rana gigantesca in cui un'anima dannata era chiusa
da cinquecento anni. Era stata relegata in quelle solitudini perché non potesse
trovare alcuno che la liberasse. Besht, preso da compassione, la liberò.
Poco prima della rivelazione definitiva di Besht, un discepolo di suo cognato
venne a trovarlo. Dopo desinare, l'ospite pregò Israel di preparare il carro.
Questi lo fece, ma lo pregò di passare con lui il Sabato. Lo straniero non lo prese
sul serio. Per via, una ruota si spezzò ed egli dovette tornare presso l'ignorante
campagnolo per passare il Sabato. Besht aveva predetto questo incidente. Lasciò
che l'ospite eseguisse tutte le cerimonie della mensa e lo pregò poi di fargli udire
delle parole sacre. L'ospite si limitò a spiegargli un passo della Santa Scrittura.
Gli prepararono un letto e Besht si coricò con sua moglie all'uso paesano. Nel
cuore della notte, l'ospite si svegliò e vide un grande fuoco intorno a sé. Credette
dapprima a un incendio, poi accorse e vide una grande luce che lo respinse;
cadde privo di sensi. Dopo averlo rianimato, Besht gli disse: “Non dovevi
esaminare ciò che è proibito vedere”. Il suo giovane ospite rimase stupito. Il
giorno dopo, Besht si rivelò a lui e gli svelò alcuni segreti della Scrittura.
Separandosi da lui, Besht ordinò allo straniero di non riferire a suo cognato
quello che aveva visto, e di andare a trovare i grandi Chassidim e il rabbino della
comunità e di dir loro: “Una grande luce si è dichiarata nelle vostre vicinanze;
sarebbe importante che la faceste vostra”. Infatti essi compresero che questa
luce era Besht e andarono tutti al villaggio dove egli viveva. Israel, che prevedeva
il loro arrivo, andò loro incontro, e quando si incontrarono in un villaggio, gli
abitanti costruirono un seggio con rami d'albero, vi misero sopra Besht e lo
proclamarono loro maestro. Poi Besht pronunciò davanti a loro le parole della
Scrittura.
Questi racconti che appartengono al campo del folclore e della Qabalah pratica
sono a favore di Besht, e questo prova in certa misura che, durante la sua vita e
anche negli anni che seguirono la sua morte, non si nota alcuna ostilità a suo
riguardo da parte dei rabbini. Jacob Emden di Altona, spietato, come si è visto,
verso il settarismo degli pseudo-cabalisti, e bene informato della situazione degli
Ebrei in Volinia e in Polonia, non mette affatto in questione Besht, uomo integro,
che non ha mai eccitato l'ostilità dei talmudisti verso di sé e che si è sempre
tenuto lontano dai funesti maneggi dei frankisti. Il suo nome è perfino
menzionato nel Lexique biographique et bibliographique di Haim Joseph David
Azulai, pio cabalista, che ignora volutamente coloro le cui opere toccano l'eresia
o soggetti profani. In ogni caso le poche fonti dubbie presentano Besht come un
predicatore pio e inoffensivo.
Notiamo che il primo periodo della vita di Besht fu ignorato dai Chassidim. Le
Shibchè, fonte principale della leggenda di Besht, sono state stampate solo nel
1815, così che si è potuto sostenere che, in realtà, egli non sia stato il fondatore
del movimento chassidico, ma solo il suo eroe.
Le idee chassidiche sembrano piuttosto derivare dalla scuola di Rabbi Dob Beer
di Mizriez (1900-1772), considerato tuttavia da Graëtz come l'immediato
successore di Besht. Anche la vita di Beer è avvolta nella leggenda. Nacque a
Lukez da un povero istitutore chiamato Abraham. Allievo molto dotato di L.
Jacob Josue, sposò a Torczyny la figlia di un povero erudito e si ritirò in
campagna dove divenne l'intendente di un possidente ebreo. La dottrina di Luria
lo conquistò; praticò digiuni e macerazioni per raggiungere l'estasi e restò fedele
al lurianesimo.
Sotto la sua direzione fu fondato il primo circolo chassidico (1760) e organizzato
nella città di Miedzborz. Uno dei propagandisti celebri di questo movimento
diceva che “la Shekhinà è partita da Miedzborz”, culla del chassidismo.
Beer, spirito poco colto, era abilissimo nel conquistare seguaci e nell'imporre la
sua volontà. Predicatore (Maggid) accorto, sapeva stabilire relazioni tra i passi
della Bibbia, del Midrash e dello Zohar, che non sembravano avere alcun
rapporto fra loro. Inoltre la sua figura imponente ispirava rispetto. Egli si
chiudeva per tutta la settimana nella sua stanzetta e riceveva solo gli intimi; la
folla non poteva contemplare il suo volto se non il Sabato, quando si mostrava
vestito di seta bianca. In questo giorno si degnava di unirsi ai suoi amici e ai suoi
seguaci per pregare, secondo Besht. Quando li vedeva tutti giocondi, gridava
improvvisamente: “Adesso servite l'Eterno con letizia”. Sotto la sua direzione, la
setta dei Chassidim aveva subito un netto cambiamento. Besht, tuttavia era
sincero: quando si agitava durante la preghiera, quando tutto il corpo era scosso
da convulsioni ed egli aveva visioni, era realmente in estasi. Beer non aveva
questo entusiasmo spontaneo e naturale. Nessun demone interiore lo possedeva.
Egli prese l'abitudine di attingere l'ispirazione divina da frequenti libagioni e da
copiose sorsate di acquavite. E, per far credere che sapeva penetrare i misteri, si
serviva di una sorta di polizia segreta, capace di informarlo su molte cose intime.
Nella sua stanzetta oscura, Beer si considerava l'eguale del papa, vicario, al pari
di lui, di Dio sulla terra. Vedremo che queste dicerie sono confermate dalla
testimonianza diretta di Salomon Maimon.
Per quel che riguarda la dottrina cabalistica, Beer non ha rinunciato alla teoria
dello Zimzum, dell'auto concentrazione di Dio in vista della creazione del
mondo, teoria che era stata ben messa in luce dal suo maestro spirituale, Luria.
Beer nota tuttavia che vi è una contraddizione in questa speculazione
neoplatonica. La plenitudine divina della natura, che è il risultato sui generis del
panteismo, esclude l'idea dell'auto concentrazione, caratterizzata da una
posizione all'esterno dell'universo. Bisogna concepire che Dio è nell' universo
intero e che non v'è un luogo privato per Lui (formula tradizionale di uso
frequente nel pensiero ebraico), nonostante la mancanza della luce dell'En-Sof
prima della creazione. Egli spiega che il Niente, che si produce durante la
cessazione della chiarezza dell'Infinito, è un'entità positiva. “É il Modo del Non,
la Hylè”. Il Niente non è che lo stato transitorio da una forma dell'essere all'altra
(3).
Il Niente, si legge in Maggid Debarav leYacob, non è una cessazione assoluta. La
prima esistenza, di conseguenza, non può essere esclusa dalla totalità. Beer
giunge sotto altra forma all'unità di Besht; Dio è il Finito di tutti i mondi ed è al di
sopra di tutto. É la vitalità dei mondi e li riempie. In una parola Dio è lo spazio di
tutti i mondi.
In questo modo Beer trova un felice compromesso per conciliare la sua
concezione luriana e la creazione del mondo grazie allo Zimzum con il panteismo
chassidico.
D'altra parte dalla Qabalah luriana viene il termine “Fragilità”. Il male non è che
il Bene in frammenti. In questo caso bisogna sforzarsi di elevare le sante scintille
che cadono nello stato di briciole. L'ascensione delle scintille, divenute
prigioniere dell'impurità, è il principale dovere che incombe soltanto all'uomo.
Perché, se tutto è pieno di Dio, la Purezza come l'Impurità, tutto deve servire alla
gloria di Dio. Qui Beer nega il caso. Vi sono solo degli indizi che ci sono dati per il
nostro cammino interiore verso Dio. Così che le cose che ci sembrano cattive
hanno una scintilla prigioniera che possiamo salvare in noi stessi. Beer rimane
discepolo fedele di Luria nel cammino che ci traccia per servire Dio. Sebbene
adottasse il principio della Gioia nel servizio della divinità, sembra che ignorasse
la grande salute del chassidismo di Besht, manifestata dall'Amore, principio
messo in rilievo da molti pensatori ebrei come Bachya ibn Paquda (Hobot
Halebaboth), Maimonide (La Guida degli smarriti), Chasdai Crescas (Or Adonai),
Elia de Vida (Reshit Chokhmà), Spinoza (Etica). Beer preferì tuttavia il Timore
(4) all'amore di Dio.
In ogni caso egli non ammette l'amore di Dio se l'uomo non ha anzitutto il
timore. Perché, per lui, l'amore senza limiti può condurre, con l'estasi, alla non
obbedienza. Questa considerazione severa non è nello spirito di Besht.
Beer mette la preghiera sopra tutti gli altri atti del culto. Sebbene meno mistico
di Besht, egli esigeva accanto all'estasi e all'ardore, la kavvanah (intenzione),
inaugurata, come si sa, da Luria. Egli ha cambiato anche i riti delle preghiere,
sostituendo al rito askenazi il rito sephardi, che si conforma alla base dei
kavvanoth di Luria. Ma dal rituale di Luria, da lui raccomandato, eliminò i piutim.
Egli riconosce che si può servire Dio col cuore soltanto, e considera, al pari di
Luria, che gli atti devono essere elevati al livello del mondo spirituale. A fianco di
Israele pone la Terra Santa, importante elemento di ordine cabalistico, che è
penetrato nel chassidismo, e, al centro di Israele, il Tzaddik (Giusto). “Il
Cosmo,”dice, “è Uno con Dio; Israele è il centro del mondo; Dio e Israele fanno
una sola unità; ognuno di loro dipende dall'altro; il Tzaddik è il centro di
Israele”(Or Torah, in Aescoly-Weintraub, loc. cit., pag. 70). Abbiamo visto che
egli considera il Tzaddik come il centro di Israele. Talora giunge ad assimilarlo a
Dio, ponendolo su di un piedistallo elevatissimo. Questo essere protetto da ogni
macchia e da ogni peccato, questo essere perfetto i cui atti e i cui pensieri
esercitano sull'universo intero un'influenza onnipotente, appare molto più
importante di quanto sia l'uomo nel lurianismo. Il suo vero apporto sembra
consistere nella sua teoria del Tzaddik .
E per questa ragione egli non nomina qui Besht, che raramente cita altrove. Con
tali idee, Beer riuscì a imporsi a numerosi seguaci. Il suo circolo si componeva di
stranieri e di giovani. Vi troviamo future celebrità come Sheneor Zalman di Liadi
(Russia Bianca), Israel di Kozienice (Polonia Centrale), Jacob Isaac il Visionario
di Lublino (Polonia Centrale), Abraham di Kolisk (Lituania), Mendel di Vitebsk
(Russia Bianca), Jacob Joseph d'Ostrog (Lituania), i fratelli Samuel e Pinhas
(Polonia).
Il secondo successore di Besht, o primo ausiliario di Beer, fu Jacob Joseph di
Polonia, il perno del movimento chassidico, discendente da una notevole stirpe
di cabalisti polacchi. Ancor giovanissimo fu rabbino a Szarygrod, a Raszkov e a
Nimirov. Questo dotto cabalista seguiva la via dei suoi avi, Samson d'Ostropole e
Joseph Katz di Posnania, e partecipava allo sviluppo del lurianismo polacco.
Abbiamo di questo talmudista, prima della sua adesione ufficiale al chassidismo,
due opere non prive di valore, Porat Yoseph e Tzafenat pa'aneach. Fu il primo a
creare la letteratura del chassidismo. Il suo libro, Toledoth Yacob Yoseph,
apparso nel 1781 senza l'approvazione rabbinica, è la prima opera di questa
letteratura che suscitò discussioni violente. Dopo avere constatato in questo
libro l'unità del panteismo e lottato contro il formalismo dei rabbini, venne al
tzaddikismo. Come per Beer, il Tzaddik è per lui l'anima o il fondamento del
mondo; la fonte, l'intermediario, lo scopo dell'essere. Ma la folla popolare non è
che la materia terrestre del genere umano o del giudaismo. É il corpo, l'esterno,
la materia. Jacob Joseph non esigeva niente per sé. Ottenne grandi successi con le
sue prediche, i suoi scritti, le sue epistole. Sebbene uscito da una aristocrazia
intellettuale lui stesso era rabbino e sapiente amava il popolo. Spiritualista,
mirava all'elevazione del pensiero. E in tal modo il chassidismo si è fatto
conoscere e apprezzare.
Tuttavia la sua opera Toledoth Yacob Yoseph non ispirò fiducia ai rabbini,
sempre diffidenti di fronte a ogni esaltazione mistica. Essi vi scorgevano
l'agitazione dei sabbatiani e dei frankisti, che avevano portato maestri e
discepoli gli uni al turbante, gli altri al battesimo. Avevano dunque ragione di
preoccuparsi e di accentuare nuovamente la loro ferma opposizione. Inoltre il
nome che questo circolo portava lo faceva sospettare come successore di un
ordine sabbatiano chiamato Chassidim ossia gli aderenti di Chayim Malka e di
Jehuda Hassid, emigrati più tardi in Palestina. Quest'ordine, come si sa, ha dato
in parte origine al franchismo. Comunque sia, doveva esservi un certo rapporto,
più o meno stretto, fra tutti i movimenti vicini o lontani a queste tendenze
mistiche. Così che il chassidismo di Miedzyrzez non sembra sfuggire alle
influenze precedenti.
Miedzyrzez fu considerato dai suoi avversari come il vero centro dei Chassidim.
Salomon Maimon, nella sua Autobiografia, ci dà alcuni particolari piccanti che
coincidono con quello che abbiamo già detto e si mostra non senza ragione di
un'estrema severità verso la condizione spirituale e le attività di questo centro
famoso. Ascoltiamolo (Lebensgeschichte, Berlino, 1792, t. I, in Frank, loc. cit.,
pag. 295, e altri autori).
“Appena arrivato a Miedzyrzez, la mia prima premura fu di recarmi dal
Superiore... Ma mi dissero di tornare il sabato seguente al pari degli altri
stranieri invitati alla sua tavola... Arrivai dunque il giorno di Sabato a questo
festino solenne, e trovai presso il mio ospite sconosciuto un gran numero di
ospiti venerabili, venuti con lo stesso mio scopo da diverse contrade. Il
grand'uomo fece infine il suo ingresso: aveva un contegno quanto mai
imponente e indossava un abito completo di seta bianca. Le sue calzature e
perfino la sua tabacchiera erano di questo colore, che i cabalisti considerano il
colore della grazia. Rivolse a ogni nuovo arrivato uno shalom, ossia li salutò. Ci
sedemmo a tavola e per tutto il tempo del pasto regnò un silenzio solenne.
Terminato il pranzo, il capo intonò una melodia sacra, adatta ad elevare l'animo;
poi si appoggiò una mano sulla fronte e ricordò ad alta voce il nome di ogni
arrivato e quello della sua abitazione, cosa che ci procurò un'estrema sorpresa.
Chiese a ognuno di noi di recitare un versetto della santa Scrittura e, quando
avemmo soddisfatto la sua richiesta, il Superiore cominciò un sermone a cui i
versetti recitati dovevano servire da testo. Sapeva collegarli con tanta arte che,
sebbene fossero presi a caso nei diversi libri della santa Scrittura, li presentava
come se avessero formato un tutto omogeneo; ma il più strano fu che ognuno di
noi credeva di trovare nella parte del sermone corrispondente alla sua citazione
dei rapporti con i suoi intimi sentimenti. Tutto questo suscitò in noi una grande
ammirazione. Ma mi bastò poco tempo per farmi ricredere dalla mia alta
opinione su questo capo e su questa severità in generale”.
Quello che contribuì a far cambiare opinione all'autore della Filosofia
trascendentale, fu la loro sfrenatezza nell'allegria, accompagnata da un
comportamento cinico. Maimon pensa che questi Chassidim, che sono giunti a
dominare quasi l'intera nazione, avrebbero potuto operare una grande
rivoluzione se le stravaganze di qualcuno di loro non avessero messo a nudo
molti lati deboli e fornito armi contro di loro agli avversari.
Comunque sia, i Chassidim non tardarono ad allontanarsi dagli ortodossi in cui
l'insegnamento talmudico (soprattutto in Polonia) non dava alcuna
soddisfazione al vero sentimento religioso e si preoccupava pochissimo di tutto
ciò che poteva commuovere il cuore e mettere l'anima in comunicazione col
cielo. Così si spiega lo zelo di numerose reclute per i Chassidim che, al contrario,
davano tanta importanza all'estasi e ai sentimenti religiosi. Ma anche in questo
campo esageravano. Invece di recitare le preghiere prescritte, pregavano tutte le
volte che si sentivano disposti senza tener conto dell'ora e senza preoccuparsi di
sopprimere arbitrariamente una parte delle preghiere obbligatorie.
Il loro numero, che aumentò rapidamente grazie a una propaganda attiva,
prudente e discreta, formò due gruppi importanti, i Mizrieziani e i Karliniani.
Essi riuscirono anche a fare delle reclute nella grande comunità di Vilna. Ma là si
attirarono addosso l'uragano. In questa città, infatti, viveva un dotto talmudista,
Elia Vilna (17201797), venerato sotto il titolo di “gaon”dagli Ebrei della Lituania.
Appena questo Gaon, di un carattere elevato e di profonda dottrina, fu informato
che un gruppo di Chassidim si era organizzato a Vilna e conduceva una
campagna contro il Talmud, ordinò un'inchiesta. Si scoprì nei loro scritti la
raccomandazione alla serenità e alla gaiezza, e, cosa più grave, l'incitamento a
modificare le preghiere senza tener conto dei rabbini. Elia, che era ancora sotto
l'impressione degli sviamenti dei frankisti, non esitò a condannare il capo di
questo gruppo, un certo Issar. Questi fu scomunicato un giorno di Sabato davanti
a tutta la comunità, e le opere scoperte furono bruciate (1772). Inoltre i rabbini
di Vilna scrissero a tutte le comunità importanti della Polonia per invitarle a
sorvegliare da vicino i Chassidim e a colpirli con l'anatema. In questo stesso
anno i Chassidim persero il loro grande capo spirituale Dob Beer Mizriez.
Scoraggiati da questi colpi continuamente ripetuti, sospesero per un certo
periodo la loro attività, ma, ostinati com'erano, non tardarono a riprendere la
loro propaganda con maggior vigore. Erano allora nel numero di cinquanta o
sessantamila, divisi in piccole comunità ognuna delle quali aveva a capo un
Rebbe. Tutti questi gruppi, uniti strettamente e fraternamente fra loro,
formavano una sorta di confraternita che ricorda lo ripetiamo gli Esseni, e
obbedivano al Tzaddik supremo che discendeva da Beer Mizriez. Egli godeva di
una grande autorità che si estendeva su tutti i rabbini e riceveva una parte delle
loro entrate.
Dopo la morte di Beer, il Chassidismo, come dottrina, era considerato concluso.
Enumeriamo coloro che sembrano i più noti fra i sapienti e i discepoli che hanno
più o meno contribuito all'edificazione di questo sistema. Il primo Tzaddik in
capo fu Abraham, figlio di Beer, soprannominato dai suoi seguaci hamalakh
(l'angelo). Questo solitario, questo santo, non aggiunge niente alle idee di suo
padre. Il suo insegnamento era pubblicato nella raccolta Chesed leAbraham.
Pregava tutto il giorno, mortificava la sua carne e viveva in margine alla vita
sociale. Non voleva succedere a suo padre a causa del suo orrore per
l'abbassamento dei Tzaddikim. Morì nel 1772, a trentasei anni. La leggenda lo
considera come un angelo.
Loeb Sarah, personaggio leggendario, si occupava, secondo la tradizione, di
approvvigionare i trentasei Tzaddikim nascosti, i veri protettori di ogni
generazione.
Nahum di Czerowbiety fu uno dei più puri spiriti del chassidismo; occupandosi
assai poco della materia, soffrì la fame... Era il più fervido discepolo e amico di
Beer. Unì l'ideale del chassidismo, la conoscenza di Dio, il timore e l'amore per
Lui, con una conoscenza approfondita della Halakha e della dottrina di Luria. La
particolarità della sua dottrina risiede nell'elemento erotico che egli sottolinea
con forza.
Elimelekh di Lizaenskie, a cui si collega il chassidismo polacco, non ha niente di
speciale nel suo insegnamento. Gli si attribuiscono due grandi virtù: la modestia
e la bontà.
Ma il più saggio dei capi e il discepolo più apprezzato da Beer stesso è Shneor
Zalman di Lituania. Spirito profondo e socievole, non abusò del suo titolo di
Tzaddik. Difese il chassidismo contro i suoi temibili avversari e compì l'opera di
distruzione del tzaddikismo. Non lottò contro questo o quel Tzaddik in modo
individuale e preferì combattere l'oscurantismo delle masse chassidiste dal
carattere morale rivoltante e illecito. Volle realizzare le idee della “Santa
compagnia”quali erano applicate quando Beer era in vita, e creare un'ideologia
chassidica indipendente dai Tzaddikim. Quest'uomo coscienzioso non aveva
notato che, se il chassidismo trionfava e dominava le folle, lo faceva solo in
grazia di questo essere onnipotente, intermediario fra l'uomo e Dio, il Tzaddik.
Così la Qabalah ha potuto diffondersi solo grazie alla sua parte teurgica. E la
Qabalah, che precedette il chassidismo, non era la Qabalah di Cordovero ma
quella di Luria, che diresse effettivamente gli spiriti. Il suo temibile avversario fu
Elia Gaon di Vilna, di cui abbiamo parlato. Questi due uomini che si
combatterono aspramente, si distinsero per tratti comuni di superiorità. Nel suo
Shulchan 'Aruch del chassidismo, che ricorda quello di Joseph Caro, Shneor
Zalman, che si dichiarava indipendente dal rabbinismo, accettava, relativamente
ai riti, solo quello che era prescritto nella sinagoga, mettendosi al riparo da ogni
accusa di apostasia. I gruppi lurianisti della Polonia si sono sempre serviti del
rito sephardi, forse anche sotto l'influenza del sabbatismo, come dimostra il
Siddur di Jacob Keppel. Shneor Zalman non ha fatto che correggere il libro di
preghiere di Luria.
L'opera dottrinale più importante di Shneor Zalman è la Raccolta di parole o
Tanya: è considerata come l'Etz Chayim (5) del chassidismo.
Ma il suo autore, che cerca di dimostrare l'inutilità del Tzaddik, la indica come
“un libro per i mediocri”. Vengono affrontati vari argomenti di portata filosofica
talora importanti, che si fondano sul lurianismo. La sua originalità appare, in
particolare, nella questione relativa alle Sephiroth. Shneor Zalman riprende
l'esposizione del Sefer Yetzsirah, che divide le Sephiroth in tre “Madri”(Imoth) e
sette “doppi”, pur servendosi in egual tempo delle Sephiroth dello Zohar per
risolvere il problema. Esclude la Sephirà Kether (corona), considerata come
superiore alla posizione delle altre due Sephiroth che fanno parte delle tre
“Madri”, e la sostituisce con la Sephirà Saggezza. Di qui il nome della sua
dottrina, Chabad, abbreviazione del nome delle tre Sephiroth superiori:
Chokhmah, Binah, Daath (Saggezza, Intelletto, Conoscenza). Le sette Sephiroth
che seguono sono per lui inferiori. Questa distinzione sembra corrispondere al
supposto dualismo dell'anima umana: l'intelletto (Sechel) e i modi (Middoth). Le
tre Sephiroth supreme costituiscono la sostanza morale, da cui derivano i modi.
La vera sostanza dell'anima produce un'esistenza materiale che si divide in tre
forme (“Abiti”), inerenti al mondo esterno: esse sono il Pensiero, la Parola e
l'Azione. Questi tre “Abiti”sono adesso esposti al potere dell'Impurità, capace di
renderli prigionieri e di produrre, di conseguenza, una reazione sulla sostanza
dell'anima (6). L'anima di ordine universale, che implica modo, qualità e
categorie (7), ha pure il suo doppio: l'anima dell'Impurità (8).
D'altra parte, Shneor Zalman prende le distanze anche dalla teoria
dell'emanazione, sostenendo che l'autoconcentrazione dei lurianisti è fondata su
un errore. Egli vede una contraddizione un po' al modo del suo maestro Beer
nel porre il panteismo a fianco dell'auto concentrazione. Perché, dichiara, dato
che Dio è un essere infinito, la sua creazione non può avere un altro carattere.
L'esistenza delle cose non è che uno dei modi della Sostanza, unica e infinita. E i
modi stessi sono della stessa natura della sostanza, da cui derivano. L'auto
concentrazione è piuttosto inerente alla Creazione e non al Creatore. Come un
grande sapiente, colpito dalle meraviglie della scienza, è costretto a concentrare
il suo intelletto e il suo pensiero sulla parola..., così dice Shneor Zalman, vi è stata
una grande concentrazione nel momento in cui Dio ha creato la natura (Sante
Epistole, V).
Questi elementi primordiali, che appaiono nel pensiero di Shneor Zalman,
presentano delle affinità con le dottrine cabalistiche esposte in precedenza.
Nonostante la critica che fa ai Tzaddikim, Shneor Zalman non tradisce la sua
sincera adesione al chassidismo. Per lui non tutti gli uomini sono capaci di
divenire tzaddik, cosa giustissima. Perché egli ritiene che il Tzaddik è colui in cui
il Male si è cambiato interamente in Bene. Egli credeva che questa filosofia fosse
capace di elevare il livello dello spirito, soprattutto per quel che riguarda la
liberazione da ogni potere personale. Tuttavia le sue Lettere, unite alla sua opera
Tanya, di cui abbiamo appena parlato, accusano la tragica distanza che separa il
maestro dai suoi seguaci. Queste lettere costituiscono un eccellente documento
sul chassidismo. Notiamo anche che egli non cita Besht in modo particolare, ma a
fianco del Talmud, dei Midrashim, di Maimonide, di Cordovero e di Luria.
Ancora dal seno della decadenza, dovuta all'abuso e alla degenerazione dei
Tzaddikim, esce un personaggio egualmente ostile a tale stato di cose: Nachman
di Bratislava. Quest'uomo, per la sua originalità religiosa nel beshtianismo e per i
suoi scopi chiari e precisi, è quasi unico nella storia del chassidismo. Anche lui,
come Shneor Zalman, riconobbe i difetti dei Tzaddikim. Ma era quanto mai
eccentrico e di animo estatico. In quanto maestro e capo differiva di molto da
Shneor Zalman, il suo grande contemporaneo. Nacque l'anno stesso in cui morì
Beer. La leggenda chassidista ha ornato la sua vita di fiori meravigliosi. Secondo
essa, nacque il primo Nissam 5532 (1772) a Miedzborg. Suo padre, Simcha, era
figlio del tzaddik Nachman di Horodenko. Sua madre Feiga era la nipote di Besht.
Da fanciullo era vivace, un po' ribelle e voleva raggiungere un'alta madregà
(grado morale). Selvaggio e fantasioso, si mortificava la carne e si recava di notte
alla tomba di suo nonno per parlargli. A dodici anni si sposa e, come tutti gli
eminenti chassidim, va ad abitare in campagna. La Qabalah di Luria risponde alle
sue aspirazioni. Poi raggiunge un alto livello di animo, grazie ai suoi sforzi: la
grandezza di animo si acquista da soli. Come Shneor Zalman, vede la causa del
male nell'obbedienza cieca al Tzaddik, che talora è ipocrita. Il vero Tzaddik, per
lui, è colui che cerca di elevare l'animo dei suoi discepoli a un'alta spiritualità
analoga alla sua propria. Questa idea lo faceva cadere in una ossessione di
grandezze: si credeva nato per compiere questa missione. La nostalgia mistica lo
indusse ad andare in Palestina, dove erano i resti dei cabalisti di Safed e degli
antichi maestri della tradizione zohariana. Già prima di lui, Mendel di Vitebsk
aveva portato in Terra Santa i germi del chassidismo; ma, dopo la sua morte, era
avvenuta una decadenza. Nachman sperava di rinnovare questo seme, cosa che
poteva favorire il suo desiderio di divenire maestro. Secondo la leggenda
chassidica, raggiunse Haifa l'ultimo giorno dell'anno 5559 (1799). Prese dimora
in Tiberiade e visse da solitario, considerato come un grande personaggio dal
piccolo gruppo di beshtisti che si trovava là. Si occupò della Qabalah e insegnò la
sua dottrina a vari discepoli.
Non tardò a dichiarare apertamente guerra ai Tzaddikim, che, a loro volta, non
esitarono a intraprendere la lotta contro di lui. Cambia di domicilio e va ad
abitare, nel 1802, a Bratislava, dove trova un ambiente chassidico favorevole. Il
suo fisico sempre malaticcio gli dà un umore instabile, spesso di una profonda
tristezza. Questo stato gli ispira racconti di una fantasia poetica notevolissima.
Desiderava ardentemente liberarsi della carne già prima di morire. I suoi
seguaci, divenuti numerosi, si riuniscono ancor oggi, più di un secolo dopo la sua
morte, sulla sua tomba. Si può porre questo spiritualista a fianco del filosofo
ebreoarabo Bachia ibn Pakuda.
Possediamo di lui un capolavoro, Likutè Meharan, degli aforismi, Sefer ha
Middoth e Likutè Ezzoth, racconti e favole, Sefer ha Ma'assioth, due volumi di
preghiere, un commentario cabalistico del Talmud e del Shulchari Aruch ecc.
Nei suoi aforismi diceva di essere il vecchio fra i vecchi, un fiume di acqua
corrente che purifica da ogni macchia. Non è possibile arrivare alla fede se non
per la via della verità; e non si può raggiungere la verità se non con
l'attaccamento ai Tzaddikim. Il Tzaddik è il fondamento del mondo. Bisogna
leggere il suo racconto dei “Sette mendicanti infermi”.
Non aveva riguardi per il Talmud e tanto meno per la Qabalah. Osò annullare la
questione relativa a Lilith (9) (superstizione sviluppata presso i luriani e anche
in tutti i circoli chassidici, che pesava sulle anime pie), recitando una breve
preghiera capace di uccidere tutte le forze malvagie che Lilith mette al mondo.
Shneor Zalman e Nachman lasciarono tracce nel chassidismo e hanno ancor oggi
dei seguaci grazie soprattutto ai loro probi insegnamenti, ma né l'uno né l'altro
riuscirono ad assicurarne l'avvenire. Il Tzaddikismo ucraino, infatti, dopo aver
subito l'urto violento dei loro attacchi, finì col trionfare e si mostrò capace di
dominare le masse ebree. I successori di questi due maestri saranno mediocri.
La decadenza del tzaddikismo appare sempre più nelle pratiche idolatriche. Le
due grandi tendenze dell'ultimo periodo non hanno potuto salvare il
chassidismo dalla degenerazione dei Tzaddikim. Le regioni che erano state culla
del chassidismo (Ucraina, Podolia, Volinia) furono le prime a perdere il valore
morale.
Tuttavia il chassidismo, che raggiunge il suo apogeo e decade in Ucraina e in
Galizia, cominciò a fiorire solo nel terzo paese in cui esercitò la sua influenza,
ossia nella Polonia propriamente detta.
Il primo che insegnò il chassidismo nella parte della Polonia che costituì, più
tardi, il regno di Varsavia, fu Israel Brica, predicatore a Kozimice, nella regione di
Lublino. Discepolo di Elimelekh di Lizensk, Israel, figlio del popolo, si mostrò
superiore al suo ambiente. Secondo la leggenda vi erano in lui indizi che
annunciavano una personalità straordinaria. Nel corso della sua carriera di
Tzaddik si mostrò di un misticismo esaltato, con particolari stranezze. Aveva la
reputazione di notevole taumaturgo anche presso i cristiani. Diceva le sue
preghiere al modo dei sacerdoti del tempio di Gerusalemme; le macerazioni che
si imponeva avevano qualche cosa di morboso. Le sue entrate erano
considerevoli doni dei suoi fervidi ammiratori ma egli le distribuiva ai poveri.
Diede un accento personale all'insegnamento del suo maestro Elimelekh. Il
periodo del regno di Israel di Kozienig e di Jacob Isaac Horovitz, il “Visionario”di
Lublino, può essere considerato come il primo periodo del chassidismo, ossia
quello di Miedzyrzecz.
Il chassidismo, quale che sia il suo valore, non sembra essersi definitivamente
spento. Il suo focolare sembra esistere ancora in Polonia e oggi trova un
difensore ardentemente convinto, il pensatore e scrittore M. Martin Buher,
fondatore, se così si può dire, di una particolare scuola “neochassidica”. Egli è
stato il primo a far conoscere agli Israeliti dell'Occidente e al mondo colto in
genere la vita religiosa dei Chassidim ispirata alla tradizione ebraica. Ma lui
stesso è un loro discendente e porta in sé “il sangue e lo spirito”dei Chassidim.
“Se oggi”, egli dice ('hassidisme in L'illustration juive, 1929, n° 4, pag. 5)
“centinaia di migliaia di Chassidim esistono ancora, il chassidismo è tuttavia
viziato. Ma gli scritti chassidici ce ne hanno conservato la dottrina e la leggenda.
La dottrina chassidica è la cosa più caratteristica e più vigorosa che la Diaspora
abbia creato: è l'annuncio della rinascita. Nessun rinnovamento del giudaismo
sarà possibile se non porterà con sé gli elementi del chassidismo. La leggenda
del chassidismo è il midollo della sua dottrina, il suo messaggero, il segnale della
sua marcia nel mondo. É l'ultima forma conosciuta del mito ebraico”.
Tale è il carattere fondamentale del risonante movimento chassidico (10).
Ma questo pietismo appare in un modo più sincero, più dolce, più concentrato
nella meditazione silenziosa, in un gruppo ristretto di cabalisti di rito sephardi
che stiamo infine per affrontare.

NOTE:
1 - Tutti questi fatti meravigliosi sono riferiti nel Sefer Shibche Habaal Shem
Tob, Berlino. 1922.
2 - Notiamo che in san Francesco d'Assisi (11811226) l'austerità si fondava
egualmente sulla gioia. É uno dei tratti più notevoli del suo carattere: gioia
dappertutto, anche nelle amarezze e nelle preoccupazioni. Anche Buddha aveva
escluso le macerazioni.
3 - Idea che sembra avvicinarsi al pensiero di Bergson relativo al disordine e
all'ordine, notevolmente sviluppato in L'évolution creatrice.
4 - Notiamo che i grandi moralisti ebrei non avevano trattato a fondo il problema
relativo al timore e all'amore di Dio. Il timore è la prima tappa per raggiungere
Dio, prescritta a tutti. L'Amore è una conquista dell'essere che si eleva sopra
ogni osservazione. Il chassidismo popolare, avendo trovato la magnifica unità
della natura nella trasformazione di Dio, trova insieme il cammino, in qualche
modo umano, verso Dio, il cammino che porta il figlio verso il padre, ossia la
scintilla verso la sua splendida Totalità. Nessun timore se il male non esiste. La
dottrina di Besht è piena d'amore per Dio. Mentre il lurianesimo, che
crocefiggeva la carne perché temeva la sua distruzione, non è afferrato, secondo
alcuni Chassidim, dal puro amore divino.
5 - É il titolo risonante dell'opera (Albero di Vita) attribuita alle idee di Luria.
6 - L'Essere divino, dice Shneor Zalman (Tanya, VI), è composto di dieci sante
Sephirot e si veste di tre abiti sacri. L'Essere del “Lato straniero”(Sitra achra),
avvolto nel sangue umano è composto di dieci Corone di Impurità... E
l'Intelligenza che le produce si divide in tre parti: la Saggezza, l'Intelletto e la
Conoscenza.
7 - Le categorie, per Shneor Zalman, corrispondono alle dieci Sephiroth
superiori, dalle quali sono uscite. Esse si dividono in due parti: le tre “madri”e i
sette “doppi”, ossia la Saggezza, l'Intelletto e la Conoscenza, e le sette della
Costruzione: la Grazia, la Forza, la Magnificenza, ecc.
8 - L'Essere dell'uomo si divide in due: Intelligenza e Morale. L'Intelligenza
comprende l'Intelletto, la Saggezza e la Conoscenza. La morale consiste
nell'amore e nel timore di Dio. Vengono chamate Chabad le “Madri e la Fonte
della Morale”, perché la morale è un prodotto di Chabad (Tanya, t.I, cap. III, in
Aescoly, loc. cit., pag. 155).
9 - Vi è nello Zohar un commentario terrificante su di un versetto della Bibbia. É
la legge sull'impurità degli Aaronidi, che sarebbero stati inquinati. L'esoterismo
ebraico diede una hase mistica a questo commentario, collegandolo
all'angelologia. Dalla semenza virile perduta, Lilith, la compagna di Samaele,
concepì e mise al mondo dei demoni.
10 - Ecco alcuni termini abbastanza frequenti nel chassidismo, che non abbiamo
avuto occasione di usare nella nostra esposizione: Ababah, amore; Gadlut,
grandezza, Debekut, adesione; Hitlahabut, fervore, entusiasmo; Hitpaalut,
stupore; Tahara, purezza; Yeridah, discesa; Middah, qualità; Nigun, melodia;
Mophety, atto soprannaturale; Amkut, profondità; Nizuzze, scintilla.

Questo movimento di alta portata spirituale non si è mai allontanato dall'antica


tradizione mistica: è rimasto fedele allo spirito intrinseco dei grandi profeti. Non
ha avuto in nessun luogo controversie animose contro i talmudisti o contro
coloro che abbiamo già esaminato, i mitnagdim (oppositori). Ha accolto senza
distinzione rabbini e Chassidim. Talmudisti di eccezionale levatura, come
Nachmanide e Chelomo ben Idret, contribuirono a rialzare, invece, il valore della
Qabalah. Nella sinagoga di Beth-El di Gerusalemme, centro delle loro riunioni,
regnava un'atmosfera di pace e d'armonia fra i membri disinteressati e
unitissimi. Tutta la comunità ebraica subì, a un dato momento, l'influenza
salutare di Beth-El , situata a fianco di altre sinagoghe dove pregava un tempo,
duemila anni fa, Yochanan ben Zaccai. Il capo di questi cabalisti, Rab haChassid,
fu in egual tempo grande rabbino di Gerusalemme e della Palestina. Del resto si
vede ancor oggi, nell'antica città per sempre memorabile, la santa Gerusalemme,
un monumento storico unico per il suo valore morale, redatto e firmato dalle
alte autorità rabbiniche e chassidiche dell'epoca. Questo documento è formulato
in termini di inalterabile e profondo amore dell'uomo per il suo prossimo e di
reciproco sacrificio nell'aspra lotta per la vita. Esso porta la firma di uomini
come Algazi, il famoso Azulai e il maestro Sharaabi, di cui parleremo adesso.
Tuttavia l'Occidente che è più o meno al corrente dei racconti misteriosi del
chassidismo dell'Europa orientale, che abbiamo esposto ignora che le fonti
mistiche della Qabalah hanno conosciuto a Gerusalemme ricche e belle fioriture
nel corso di numerose generazioni. É vero che questo movimento non ha mai
superato i limiti delle classi elevate. Non poteva dunque avere la stessa
popolarità di quello dell'Europa orientale. Coloro che fuggirono l'Inquisizione,
portando con sé il fuoco sacro dello Zohar, e fecero la loro comparsa sui monti
della Galilea, a Safed, per aspettare l'arrivo del primo Messia, Ben Yosef, erano,
come abbiamo già visto, un numero ristretto. Questa aristocrazia intellettuale
non cercava di raccogliere adepti a ogni costo. La sua gioia mistica, chiusa nel
silenzio, era al riparo degli sguardi del volgo. Nascosto per secoli, questo
movimento ha potuto così seguire il suo destino ascendente e raggiungere la
sintesi tra pensiero e azione. La piccola comunità chassidica, guidata più tardi
dal maestro mistico Ha-Ari o Luria, che imponeva rigorosamente ai suoi membri
l'acquisto della conoscenza e l'abnegazione personale dell'asceta, era
nell'impossibilità di conquistare le masse. Queste erano più attratte da Sabbatai
Zevi al tempo della sua residenza a Gerusalemme. Abbiamo visto come egli si
imponesse quale guida divina, grazie soprattutto all'estasi risvegliata con mezzi
concreti, canti erotico-mistici e danze suggestive con cui la bella Sara, sua
moglie, eccitava i sensi. Ma questo sistema esteriore, che ebbe una considerevole
influenza sulle folle dell'Europa orientale, è bastato per allontanarlo dai
Chassidim di Beth-El e costringerlo a lasciare Gerusalemme.
Si sa che il chassidismo askenazi aveva proclamato la supremazia dell'emozione
sulla ragione e non era estraneo alla concezione panteista di Gerusalemme.
Tuttavia le manifestazioni esteriori non erano identiche nei due chassidismi. II
chassidismo askenazi glorificava l'individuo, il rabbi o il Tzaddik, capace di
produrre miracoli, e si collegava soprattutto alla Qabalah pratica, sotto forma di
amuleti e di preghiera talora in favore dei ricchi. II chassidismo sephardi, che
ammetteva in certa misura le stesse credenze, esigeva tuttavia dai suoi adepti
una vita interiore molto pura, fondata sul senso di responsabilità individuale e
accompagnata dall'uso dei kavva not per la redenzione, come aveva ordinato Ha-
Ari. La gioia, così essenziale nel chassidismo, che è capace di rivelare l'Infinito,
non si esprimeva nello stesso modo nei due gruppi mistici. Quelli di
Gerusalemme provavano avversione per i discepoli di Baal Shem, che
traducevano la gioia in canti, danze, battiti di mani e clamori. Già un secolo
prima dell'apparizione di Sharaabi o di Besht, essi avevano respinto Sabbatai
Zevi, che, venuto a Gerusalemme per la consacrazione delle sue pretese
messianiche, faceva, come abbiamo detto, lo stesso chiasso o le stesse
ciarlatanerie.
A Beth-El, “la gioia non nasceva da mezzi artificiali, ma dalla meditazione
silenziosa, dall'introspezione o dalla musica, alleandosi al pensiero, facendo
dimenticare le cose esteriori, mentre ognuno si ripiegava in se stesso per
sondare la ricchezza della propria coscienza e vi ritrovava l'anima universale”.
L'uomo, guidato dalla scoperta del suo io interiore, raggiunge così l'estasi, che lo
porta al mistero della creazione, sfera della gioia. Solo nel silenzio, così propizio
all'incontro dell'anima con il suo Creatore, si realizza lo scopo dei kavvanot; i
mondi distrutti sono ricostruiti e restaurati nella loro perfezione originaria.
Questi kavvanot consistono “in una modulazione ritmata che segue la parola
onnisciente, la prolunga e ne approfondisce il significato, così come, nell'ascolto
di una sinfonia, una pausa non è che il prolungamento stesso della musica.
Questo canto muto acquista una profondità che le parole non saprebbero
raggiungere” (1)
E proprio nel silenzio Beth-El cercò la plenitudine della preghiera.
Ho detto altrove (Illustration juive, 930, n. 5, pagg. 1819; Mercure de France,
1936, pag. 239) quanto, ancor fanciullo, fossi commosso e preso dall'aspetto di
quei venerabili mistici quando erano nella meditazione e nella preghiera. A
questo proposito ho scritto che Bergson, la cui fonte filosofica può essere cercata
nella Qabalah, avrebbe trovato nello spettacolo di questi spiriti alle prese con la
coscienza, la miglior conferma delle estreme difficoltà che ci descrive quando si
tratta di possedere il metodo intuitivo.
Bension (loc. cit., pagg. 45) ci offre un'immagine mirabile di queste profondità
mistiche, che ricorda la bella descrizione di M. Martin Buber: “Là erano seduti su
divani uomini vestiti di abiti bianchi fluttuanti, di seta del regno del Sol Levante
o di morbida lana delle valli del Kashmir, la testa avvolta in stoffe persiane. Su
bassi tavoli, dei libri erano aperti davanti a loro; sulla pergamena color avorio
spiccavano come ebano lucido, caratteri luminosi scritti dalle pie mani che
avevano trascritto le numerose variazioni del nome 'J.H.V.H.' “. Poi, “in un
trasporto di preghiera, il Maestro, colui che essi chiamavano Rab Ha-Chassid,
rompeva il silenzio con una voce ora dolce e melodiosa, ora profonda e
vibrante”. Spesso “formulava i suoi pensieri su di un tono di melodia, e, mentre i
Mekavvenim (2) si chiudevano nella meditazione, il silenzio prendeva corpo e
vita.
E da questo silenzio scaturiva la lamentazione opprimendo con le sue pesanti ali
i nostri spiriti languenti. AI mormorio doloroso delle melopee veniva ad
aggiungersi il vento che gemeva sulle colline di Gerusalemme gonfiando i nostri
cuori di un'indicibile nostalgia. Improvvisamente la gioia prevaleva, un mondo di
bellezza e di comprensione si apriva dinanzi ai nostri occhi stupiti: lo scopo della
vita, la ragione della morte si rivelavano a noi, dolore e sventura, vita e gioia si
fondevano in un tutto”.
Beth-El non si è mai rivelato al mondo profano. Diversi scritti, Il Fiume della
Perfezione, Il Profumo della gioia, Le parole di accoglienza, opera dei suoi
membri, proiettano una luce particolare sulle sue ricerche mistiche.
Beth-El, le cui mura sono oggi in rovina ebbe il suo apogeo soprattutto grazie
alla bella e leggendaria figura di Shalom Sharaabi.
Shalom Sharaabi, il maestro costruttore, che ha innalzato l'intensità spirituale di
coloro che venivano a sfogare il loro animo in questo tempio meraviglioso di
serenità e di luce, apparve nel XVIII secolo. La sua presenza fra questi Chassidim
ha un grande interesse.
É lui quello che ha potuto ispirare a un sommo grado lo slancio e la potenza
dell'amore mistico, armonizzando i diversi elementi fondamentali del pietismo.
Fece di questa dottrina un ordine che improntò per molte generazioni la vita
ebraica di Gerusalemme.
Sharaabi era originario dello Yemen, dell'Arabia felice, che per un momento
aveva raggiunto la gloria di un regno ebreo, ma che disgraziatamente decadde
poi in modo miserevole. Il futuro grande mistico nacque all'epoca della
decadenza di questa regione. Figlio di un povero venditore ambulante, Shalom fu
mandato al Midrash (scuola); e là, seduto su di una pietra, imparò a leggere la
Bibbia (3) sotto tutte le forme.
Questo insegnamento elementare è insufficiente per chi ha un'ardente sete di
sapere. Il caso ha potuto aiutare il giovane Sharaabi che andava a piedi nudi a
offrire la sua mercanzia cantando la cantilena del venditore ambulante orientale:
“Lode a Dio per i suoi doni così abbondanti”. Uno studioso di Gerusalemme, che
conosceva il Talmud e la Qabalah, era appena sbarcato nello Yemen. Sharaabi
non tardò a scoprirlo e barattò, per questa scienza così desiderata, il denaro
guadagnato col suo commercio. Dopo essersi immerso appassionatamente nei
misteri della Qabalah e nella dottrina del Talmud, si affrettò ad assimilare tutto
ciò che il gerosolimitano era in grado di insegnargli. Portava sempre con sé
numerosi passi copiati di sua mano. Ma quando seppe dell'esistenza di Beth-El ,
tutto il suo essere languì nel desiderio di dissetarsi un giorno alla sua fonte
mistica.
Con un fisico avvenente, begli occhi neri capaci di magnetizzare, e una grande
dolcezza nella voce, il giovane Sharaabi era spesso perduto nei suoi sogni,
specialmente quelli su Beth-El, che non tardarono a realizzarsi grazie a
un'avventura incontrata per via. Toccata infatti dalla bellezza della voce del
venditore ambulante, una donna araba, che abitava in un castello, lo fece
chiamare. Nonostante l'uso che proibiva agli uomini l'accesso agli appartamenti
riservati alle donne, la domestica disse a Sharaabi di salire per mostrare la sua
mercanzia alla padrona. “Questa finse di guardare gli oggetti, ma si avvicinò
troppo al venditore. Con un solo sguardo questi la arrestò, ed ella, presa da un
terrore folle, fuggì urlando. Shalom corse alla terrazza sospesa sul ciglio di un
profondo dirupo”. Esitò un istante prima di saltare nel vuoto, giusto il tempo di
fare il voto di recarsi a Beth-El se fosse sopravvissuto alla pericolosa prova.
Toccò felicemente terra sano e salvo. Volse allora “il viso a Gerusalemme, e là,
nella casa dei Chassidim sephardi, il giovane pellegrino scrisse la pagina più
luminosa della storia di Beth-El”.
Quando Sharaabi giunse a Beth-El, il gruppo era ristretto e senza coesione. I suoi
membri, discendenti degli esiliati di Spagna, non avevano mezzi sufficienti per
consacrarsi interamente allo studio. Alla loro testa si trovava il grande sapiente
Ghedalia Hayon. “Shalom fu troppo modesto per sollecitare la sua ammissione a
questo gruppo a cui era venuto con la devozione di un pellegrino”. Si limitò a
chiedere che gli fosse permesso di aiutare il Shamash (scaccino), cosa che gli fu
accordata. I suoi servizi, in quel momento, non erano necessari, ma egli trovò un
posto nel cortile esterno, di dove poteva vedere e udire, attraverso una
finestrella, tutto quello che avveniva nell'interno del tempio.
Passava intere giornate tra le tombe dei santi e dei martiri sul monte degli Olivi e
nella valle di Josaphat, pur dedicandosi alla meditazione dei misteri, suscitata
talora dall'insegnamento di Beth-El che gli ronzava nello spirito. I mistici di
questo tempio, anch'essi assorti, notavano appena l'assidua presenza del
giovane straniero. Un giorno lo Shamash, soddisfatto della modestia e della
puntualità del suo giovane aiutante, decise di valersi dei suoi servizi durante la
sesta settimana dell'Omer, che era consacrata alla meditazione e all'esame di
coscienza. Shalom fu occupato a servire tazze di caffé ai cabalisti del tempio, che
si dedicavano allo studio e alla discussione per intere notti.
Questa atmosfera ardente offriva a Sharaabi un soffio di vita. Problemi difficili a
risolversi, relativi ai misteri, preoccupavano molto i saggi: quando questi si
allontanavano da Beth-El, il giovane si sedeva al loro posto e scriveva le
soluzioni dei problemi che li avevano turbati “rilevando i punti vulnerabili delle
loro discussioni”. Poi faceva scivolare queste soluzioni “fra i manoscritti sacri del
Rab-ha-Chassid, dove venivano trovati la notte seguente e accolti come un
miracolo”. Lo stesso fatto avvenne per più sere di seguito, e il Maestro giunse alla
conclusione che vi era un enigma. Riuniti tutti i membri, fece loro prestare un
giuramento imponendo a ognuno di dire la verità. Allora Shalom, timido e pieno
di confusione, confessò il suo atto davanti ai Mekavvenim costernati, molti dei
quali lo vedevano per la prima volta. Il Maestro sentì la sincerità e la grandezza
che si celavano dietro la timidezza e la confusione del giovane e, avanzatosi
verso di lui, lo abbracciò con effusione e, conducendolo al proprio posto, gli
disse: “Tu sei il nostro Maestro. Noi ci sediamo ai tuoi piedi e tu insegnaci”.
Subito la sua fama si diffuse in tutto il paese: si venne a vederlo e ad ascoltarlo
da luoghi diversi. Beth-El raggiò di luce brillante grazie al suo insegnamento. I1
gruppo di Beth-El fu trasformato presto da lui in un corpo organico che
possedeva insieme forza e autorità. Questa infusione nella vita spirituale del
santuario permise la creazione della comunità santa.
Come abbiamo già detto, le kavvanoth richiamarono la maggior attenzione del
gruppo mistico di Beth-El. Sharaabi ne fece un uso continuo che permetteva di
elevare l'animo verso l'alta sfera dell'amore universale, che è il carattere
distintivo dei Chassidim di Beth-El.
Notiamo ancora una volta che l'uso delle kavvanoth, quintessenza delle
rivelazioni dello Zohar, può in qualche modo avviarci per la via che ristabilisce
l'equilibrio nel seno delle forze contrarie e ricrea l'entità nella frattura
(Ghebarim) delle sfere. I Chassidim di Beth-El andarono più oltre degli altri
mistici ebrei: impregnarono dello spirito di meditazione (kavvanoth) i precetti,
le preghiere e le benedizioni. Queste kavvanoth derivano dalla concezione
panteista della creazione quale era stata esposta, in particolare, da Chayim Vital
in nome del suo maestro Ha-Ari in Etz Chayim, e le cui grandi linee ripetiamolo
sono le seguenti: “Quando l'En-Sof (che riempie tutto della sua luce), prima
ancora che vi fossero il tempo e lo spazio sentì salire in Sé, sulle ali del Suo
desiderio, la voglia di creare l'Universo per non solo essere, ma anche rivelarsi
alle Sue creature, ed essere riconosciuto da esse come la perfezione perfetta in
ognuno dei Suoi attributi d'amore, di clemenza, di pazienza, di misericordia, di
verità e di perdono, egli si contrasse (Zimzum) lasciando, con questa
contrazione, un vuoto (chalal), attraverso il quale emanò un raggio della sua
luce: l'Adam Kadmon. Da questa luce scaturirono le dieci Sephiroth, ognuna
delle quali racchiudeva migliaia di mondi di sola pura luce contenuta in vasi
egualmente di luce. Le tre Sephiroth superiori che sono: la Corona, la Saggezza e
l'Intelligenza, rimasero nella perfezione originaria della loro creazione; le altre,
la Grazia, la Forza, la Bellezza, l'Eternità, lo Splendore, il Fondamento e la
Regalità, fecero schiantare le loro pareti per l'abbondanza e la purezza delle loro
luci, che si sparsero fuori dei recipienti infranti. Attraverso queste pareti
spezzate, si infiltrarono in tutti i mondi e in tutte le creazioni finite alle quali è
concessa la Luce dell'En-Sof, la discordia che generò la Distruzione, il Male, la
Morte, il Niente apparente, il Dolore, il Cinismo e tutte le altre decadenze. Questi
mali toccarono dapprima le sfere elevate dello spirito e infine il mondo di qui in
basso, il mondo dei contrasti, nel quale l'uomo è stato gettato fin dalla nascita,
senza alcuna volontà da parte sua, e dal quale sarà strappato un giorno per
essere proiettato in ’qualche parte’, luogo che la sua ragione non ha mai potuto
concepire. Spaventato dalla propria impotenza e sentendosi alle dipendenze di
'Qualche cosa' che gli è invisibile, l'uomo riconosce l'En-Sof. E da questo
riconoscimento dell'Infinito scaturisce nella sua coscienza la fede nell'esistenza
di un Essere 'Uno', onnipotente e onnipresente, capace di salvare, di amare, di
avere misericordia e di dare felicità; e a questo 'Uno' egli rivolge la preghiera”.
Proprio qui la Qabalah vuole che la preghiera sia accompagnata da kavvanoth
(meditazione sul senso mistico della preghiera), perché attraverso queste
kavvanoth si opera la redenzione dell'Universo che é in perpetuo conflitto,
redenzione che benefica non solo chi prega, ma anche i mondi e le sfere più
elevati. In tal modo l'uomo porta nella propria vita il flusso del “Perfettamente
bene”, pur aspirando, d'altra parte, a liberare insieme la Shekhinà e le creazioni
dai ceppi di un esilio comune. Prepara la redenzione, che non può venire
dall'alto se non è prima venuta dal basso. Prima di Sharaabi, le kavvanoth erano
fatte nel più profondo silenzio, ma, grazie alla sua iniziativa, esse furono
accompagnate da melodie, che esprimono un'elevazione mistica. L'introduzione
di melodie per indicare i periodi di meditazione era una novità nella liturgia
ebraica. Rab-ha-Chassid doveva cantare lui stesso a voce alta la meditazione.
Queste melodie, come è noto, sono molto commoventi: esprimono le emozioni
profonde dell'anima, “il fuoco dello spirito”, capaci di trasportare anche il
profano nel regno del pensiero, dove risiedono coloro che comunicano con
l'Infinito. Sotto la magia di questa musica dolce e armoniosa che tocca il cuore,
Mekavvenim e assistenti, esseri animati e materia inerte, si fondono, in qualche
modo, nell'unità, nel vero e profondo senso del panteismo. Bisognerebbe sentire
il Maestro cantare “Hu Mebi Goel (4), specialmente quando eleva la voce in un
rapimento trionfante alle parole “in amore”e dove si dice che i Mekavvenim
devono essere pronti a morire per la santità del Nome Ineffabile “in amore” (5).
Ci si sente pieni di uno spirito eroico, pronti a compiere ogni sacrificio, a lottare
per il puro amore. Questa estasi che scaturisce dall'anima ci permette adesso di
capire l'atteggiamento dei santi e dei martiri che si davano gioiosamente alle
fiamme del rogo “in amore”. E quando si sentiva il Maestro cantare lo Shemà,
l'anima intera era purificata da ogni durezza; questa musica profonda
cicatrizzava ogni ferita, avvicinava i cuori e trasformava l'odio in amore, la
discordia in armonia. É così che la kavvana tende a ravvicinare “i frammenti in
conflitto delle Sephiroth spezzate”e li ricrea in un Echad (unità) perfetto. Essa
versa il suo balsamo guaritore nell'anima tormentata degli uomini e la riconduce
all'unità con le cose eterne.
Questa preghiera accompagnata da kavvanoth non rappresenta più per
Sharaabi, che seppe elevare il carattere mistico del rito, la ricerca di perfezione a
solo beneficio di colui che prega, ma esprime un amore trascendente e
universale che abbraccia insieme il Creatore e l'intera Creazione. É in qualche
modo ciò che Spinoza (Trattato teologico politico, prefazione) intende, da un
punto di vista più ristretto, per “un'idea semplice del pensiero divino quale si fa
conoscere ai Profeti per rivelazione: ossia che bisogna obbedire a Dio con tutta
l'anima praticando la giustizia e la carità”. Sharaabi aspirò a creare una sinfonia
piena di nostalgia che vibra, per così dire, nell'atmosfera diafana della vecchia
Gerusalemme, atmosfera spirituale per eccellenza, satura di visioni profetiche e
di sogni che agitarono numerose generazioni soprattutto di saggi e di martiri.
Sharaabi cercò così di approfondire l'amore di Israele per la Torah e l'umanità.
Aprì senza distinzione le porte di Beth-El a tutti coloro che desideravano vivere
in santità, ai poveri e ai vinti della vita, ai potenti e ai vittoriosi, seguendo la
tradizione mistica che comprende il Creatore e la cosa creata, l'uomo e il grano
di sabbia. Tutti possono incontrarsi e tutti sono necessari l'uno per l'altro.
Il folclore e le leggende che sono fiorite attorno all'affascinante figura di
Sharaabi “sono quasi sconosciuti fuori dal piccolo gruppo di Beth-El che oggi si
va spegnendo”. Sono privi di spirito miracoloso, sono storie umane che rivelano
una personalità potente, piena di saggezza, di rara umiltà e soprattutto di un
amore reale che si traduce in pensiero e in azione per la felicità di tutti gli esseri.
Ecco alcuni esempi di queste leggende di un commovente valore umano.
“Si racconta che, andando alla sinagoga sotto una pioggia scrosciante, vestito in
abito da festa, incontrò una cieca condotta da un fanciullo; incinta, ella
trascinava i piedi nudi sulle strade bagnate. Toltosi le scarpe, si chinò e le mise
lui stesso ai piedi della donna, poi, toltosi lo scialle, lo avvolse alle spalle del
fanciullo intirizzito, e proseguì in fretta per la sua strada”.
Sharaabi si sforzava di dissipare la credenza in un potere sovrannaturale che gli
veniva attribuito. Evitava l'uso di amuleti e di altri mezzi popolari,
frequentissimi, come è noto, negli autori di miracoli delle sette mistiche. “Gli fu
portato un uomo del fondo del Marocco, perché usasse il suo potere miracoloso
per guarirlo di un'allucinazione che lo costringeva a strofinarsi il naso credendo
che una mosca vi si fosse posata. Sharaabi dichiarò di non avere alcun potere
miracoloso, ma chiese che si portasse quest'uomo a Beth-El , durante 1'uffizio,
sperando che la concentrazione nella preghiera lo aiutasse a guarire. Nel tempio
fu messo vicino al Maestro e con la mano batteva continuamente il tavolo
facendo un rumore che turbava il silenzio delle meditazioni. Ma nel momento in
cui la voce del Maestro si alzò in un inno che saliva fino alle vette di una melodia
fascinosa, la mano dell'uomo si arrestò di colpo, la sua attenzione si concentrò:
era guarito”.
Si racconta “che i funzionari turchi avevano stabilito, per una delle loro richieste
di danaro, tanto spesso ripetute, una data prima della quale dovevano essere
fatti i pagamenti. Poiché la comunità non riusciva a procurarsi il denaro
necessario, furono arrestati tre Rabbi con la minaccia di impiccarli se non si
fosse trovato il denaro. Sharaabi, alla testa di un gruppo di anziani, venne a
implorare la clemenza del funzionario, ma questi disse recisamente: 'Pagate
prima di domani o morranno tutti e tre’. Sharaabi fece un passo avanti con la
luce di pietà negli occhi e una profonda tristezza nella voce, e disse: 'Ahimé, se
morranno in tre, morranno in quattro!' Pieno di rabbia, il Turco gridò indicando
Sharaabi: 'Ecco il quarto! Impadronitevi di lui!' ma, mentre i suoi uomini stavano
per obbedire furono trattenuti dallo sguardo magnetico di Sharaabi, e, mentre lo
fissavano atterriti, egli se ne andò tranquillamente. Il funzionario passò una
notte insonne, durante la quale lottò invano contro la paura e la superstizione.
L'indomani mattina liberò i rabbini lasciando in pace la comunità”.
Sharaabi considerava come un santo dovere le attività materiali del tempio.
Spesso faceva il lavoro dello scaccino quando questo tardava. “Una volta
Sharaabi, avendo trovato lo scaccino addormentato, non lo svegliò e, presa la
lanterna, andò per le vie oscure chiamando i fedeli al Chatzoth (preghiera di
mezzanotte)”.
La lunga e utile vita di Sharaabi volgeva alla fine. I suoi discepoli si sentivano già
orfani e non lasciavano il suo capezzale. Le sue ultime parole furono per
ricordare loro la loro responsabilità verso Dio e verso gli uomini, pur inculcando
loro questa credenza cabalistica: “Finché Israele è in Egitto, la Shekhinà (gloria
di Dio) è in esilio”.
La notte del decimo giorno di Shevat, Beth-El si adorna: “con i suoi paramenti
delle solennità e assume un'aria di festa; le camere sono affollate. É la notte in
cui il Maestro Sharaabi scomparve agli occhi degli uomini, la gioiosa
commemorazione della Hilulah (Festa della morte) del Maestro. Tutte le classi
del popolo vi partecipano. La corte è piena di persone umili venute ad ascoltare i
cabalisti che studiano il suo libro, Il Fiume di Pace. Nella vicina Yeshivah, dove
Sharaabi insegnò un tempo la sua dottrina mistica, sono riuniti i grandi rabbini
di Gerusalemme, intenti a studiare il Talmud e a festeggiare l'immortalità del
Maestro. Ancora una volta credono di sentirlo camminare tra loro... Il giorno
dopo tutti si uniscono per un pellegrinaggio d'amore sulla tomba di Sharaabi,
che riposa nella valle di Josaphat”
La stella di Beth-El , che si levò con la comparsa di Sharaabi, cominciò a declinare
alla fine del secolo scorso. La grande sinagoga è oggi preda degli elementi: la
muffa sgretola i muri un tempo custodi del fuoco sacro sceso dalle colline di
Galilea. E tuttavia, quale armonia regnava nei Chassidim di Beth-El !
NOTE:
1 - Ariel Bension, Le Hassidisme Sepharadi de Bet-El, in Illustration juive, 1930,
n. 7, pag. 5. Per il silenzio si può notare che la parola misticismo, che viene da
una radice greca (mOo), significa chiudere la hocca, esser muto. La parola
mistero viene egualmente da questa radice.
2 - I cabalisti che si concentravano nella meditazione.
3 - Notiamo che in questa specie di scuola poverissima, purtroppo non vi era mai
più di un libro per gruppo.
4 - “Egli invierà un Redentore ai figli dei loro figli per la grazia del suo Santo
Nome in amore...”.
5 - In questo senso la gioia, incarnazione divina del mondo, è eroismo al servizio
del vero, un omaggio al Creatore, che ci prepara col dolore in vista di un mondo
migliore. La Nona sinfonia di Beethoven ci fa toccare con mano il carattere
retrospettivo di questa sublime realtà.
Quanto presentato nelle pagine che precedono è il quadro generale delle vette
mistiche e delle sette dell'ultimo periodo, dal XVII secolo fino ai nostri giorni.
Non abbiamo esitato a dilungarci su considerazioni importanti che si collegano
alla vita, alle dottrine e all'ambiente di questi personaggi, risalendo alle fonti
dirette con l'aiuto di documenti obiettivi.
Ricordiamo che la Qabalah ha messo radici, in modo sistematico, in Spagna
(alludo qui alla sua Summa, lo Zohar), e che in particolare gli esiliati di questo
paese hanno contribuito a diffonderla. L'insegnamento speculativo di questi
esiliati a Safed ne ha innalzato il valore chiarendo in modo quasi definitivo alcuni
dei suoi punti più oscuri. L'influenza dei maestri di Safed, in particolare
Cordovero e Luria, è stata considerevole: essi hanno aperto nuovi orizzonti su di
un mondo poco accessibile. Il loro pietismo, che appare ancor oggi nel gruppo
mistico di Beth-El , è caratterizzato soprattutto da bontà, amore universale e
probità. Il gruppo di Beth-El ha portato al più alto grado la concentrazione in sé,
la meditazione silenziosa, trascinate ogni tanto da una dolce melodia che eleva
l'anima. Ma l'influenza di Safed non è sempre stata felice per tutto il giudaismo
della Diaspora. Le idee di Luria sebbene profonde hanno avuto una
ripercussione funesta. Molteplici sette, come i sabbatiani, i frankisti e i
Chassidim, sono il prodotto più o meno inconscio di queste idee. Luria, profondo
mistico, visionario di tempra superiore, non ne è certo responsabile: non ha
niente in comune con lo pseudo-messia, l'impostore Sabbatai Zevi che, a un dato
momento, ha sconvolto la vita ebrea nel mondo intero. E non ha nemmeno alcun
rapporto con i falsi Tzaddikim dell'Europa orientale. In ogni caso non ha nulla a
che fare con tutti questi movimenti che hanno turbato la pace di Israele; non ha
alcuna colpa se la sua dottrina è stata mal compresa o male applicata. Fatte
queste riserve, dobbiamo tuttavia riconoscere che le sue idee, in particolare
quelle che si riferiscono alla Qabalah pratica, pane delle folle sciocche, hanno
costituito il lievito, direttamente o indirettamente, della formazione, lenta o
spontanea, di queste sette.
Gli illuminati, questi deboli di spirito inclini alla degenerazione, sono sempre
numerosi attraverso i tempi e i luoghi.
Si entusiasmano facilmente al minimo gesto insolito, alle meraviglie
soprannaturali dei miti (1).
Inoltre sono aiutati da circostanze particolari. Quelli di loro che si impongono
come capi sono di un'audacia e di una furbizia senza limiti. Sono impregnati di
una sorta di misticismo che ho definito altrove “negativo”. Devono riuscire a ogni
costo a imporsi alle masse, a conquistarle e a dominarle. Abbiamo visto nel corso
di questo capitolo la parte nefasta rappresentata da paranoici di alta levatura
che si considerarono di volta in volta inviati da Dio, intermediari di Dio, autori di
miracoli, salvatori supremi. L'illuminazione è uno stato d'animo curiosissimo e
merita di essere sondata a fondo. Ma non confondiamola col misticismo reale,
sincero e scrupoloso. Per questo non ci siamo peritati di mettere in luce i tratti
curiosi e le idee di questi illuminati, ponendoli a fianco di personalità mistiche di
alto valore, come Caro, Cordovero, Luria, Besht, Shneor Zalman, Sharaabi.
Questa mescolanza inconsueta di pietre preziose e pietre false rispondeva a
ragioni plausibili: bisognava seguire da vicino la trafila, la corrente nella sua
origine, nelle sue varie tappe, nelle sue continue fluttuazioni; bisognava anche
porre questa corrente nel suo quadro storico, in modo che ci si potesse rendere
conto, cammin facendo, dei suoi progressi positivi e negativi. Qui, più che
altrove, le idee si concatenano, in particolare nell'ultimo periodo della Qabalah.
L'avvio per così dire, per questo modo particolare di illuminazione, è partito da
Safed. L'ispirazione era insieme buona e cattiva. Tutto questo ci ha permesso di
afferrare meglio la portata psicologica degli stati profondi dell'animo umano. Gli
stati d'animo di tutti coloro che sono stati oggetto di questo studio, si
manifestano in un inconscio più o meno felice, o in un'immaginazione smisurata,
carica di miti. Tutti questi stati non restano inattivi: agiscono secondo il
temperamento congenito dell'individuo, oscillando sotto forme diverse. Il loro
slancio può essere a volte grandioso, sublime, e a volte nefasto. Abbiamo visto di
volta in volta il soffio potente, che ci trasportava corpo e anima nell'alta sfera
della spiritualità, messo a fianco di idee demoniache di grandezza che
coincidevano con aspirazioni rimosse. Qualche volta queste, che tendono al
dominio assoluto, sembrano sincere. I loro autori credono fermamente di avere
una missione nobilissima da compiere. Ma il loro successo è provvisorio perché
solo la verità trionfa ed è possibile solo se incontrano sul loro cammino uomini
decadenti come loro e pronti a secondarli. La loro astuzia ha maggior fortuna
presso le masse desiderose, ogni tanto, di essere condotte come pecore da un
pastore, da una guida, in breve da un salvatore. Questi illuminati, dotati di spirito
machiavellico reciteranno sempre una parte più o meno efficace, ma limitata,
finché il mondo offrirà delle pecore facili a condursi, degli automi e non degli
uomini capaci di controllarsi. I veri mistici, invece, che abbracciano i valori
eterni, fanno del bene all'umanità e non esitano un attimo a consacrarsi ad essa.
NOTE:
1 - Il volgo, dice Spinoza (Trattato teologico politico, cap. I) è sempre assetato di
rarità e di stranezze; disprezza le doti naturali e non ne fa alcun caso.