Sei sulla pagina 1di 7

Il nazismo

Come Mussolini in Italia, anche Hitler giunse al potere facendo


uso della violenza, pur rimanendo entro i limiti previsti dalla
Costituzione. In breve, però, mostrò la natura autoritaria del
suo governo. Ottenuti i pieni poteri, diede inizio a un regime
dittatoriale realizzando le sue Idee politiche con disumana fe-
rocia, in particolare la persecuzione contro gli ebrei.

Anne-Lise Grobéty
Il tempo delle parole sottovoce
Due bambini, figli di due amici di vecchia data, si promettono a loro vol-
ta eterna amicizia, sicuri che nulla potrà mai separarli. Ma arriva il tem-
po in cui sì può parlare solamente sottovoce: i nazisti hanno conqui-
stato il potere e il padre di uno dei due bambini è ebreo e quindi co-
stretto a fuggire con la sua famiglia.
Nella tragedia della Storia, si consuma così il dramma di una violenta
frattura, incomprensìbile per i due bambini e resa ancor più straziante
dall'atrocità della deportazione.
Una vicenda triste e commovente che aiuta gli uomini a ricordare.

1 . Fu: ciò che sto per Fu^ in ima terra di colline perfette e di frutteti. In un borgo^ tran-
narrare avvenne. quillo, dove tutti si salutavano guardandosi dritto negli occhi.
2. borgo: villaggio, pae-
se. Fu tanto tempo fa: io ero ancora un bambino, e tutto mi sembrava
irraggiungibilmente grande: U giardino di mio padre, i l borgo, la
scuola, i l campo di calcio...
Avevo im amico. Un amico vero.
Oskar.
Da casa nostra alla sua la distanza era poca. A l ritomo da scuola fa-
cevamo insieme quasi tutto i l percorso. A dividerci c'era solo l'ulti-
3. T r a n g u g i a t i m e - ma stradina. E non per molto! Trangugiati merenda e compiti^ ba-
r e n d a e c o m p i t i : in-
ghiottita in fretta e con
stava ima corsa in fondo al giardino, all'altezza delle amie'' di mio
avidità la merenda e fi- padre, e lì, saltata la recinzione, ecco sull'altro lato della strada la ca-
niti con altrettanta fret- sa di Oskar.
ta i compiti.
4. arnie: cassette di le-
Mio padre e Anton, i l padre di Oskar, erano i pili grandi amici del
gno costruite per alle- mondo. Amici sin da quand'erano piccoli come Oskar e me. «Ami-
vare la api. ci da sempre», diceva mio padre.
«Sin dalla notte dei tempi», puntualizzava il padre di Oskar.
«Amici come le dita di una mano», rincarava il mio.
Anche Oskar e io eravamo molto più che semplici amici: eravamo
amici fratemi, proprio come loro. E da grandi saremmo stati amici
sin dalla notte dei tempi come le dita di una mano. Identici a loro.
Con Oskar ci davamo appuntamento in fondo alla strada, andavamo
a scuola, e al ritomo ci mettevamo sempre im po' più del dovuto; il
sabato giocavamo a calcio nel Campetto all'uscita dal borgo e ci di-
vertivamo a importtmare le bambine, inventandoci scemate.
Per noi non sembravano esserci altri pericoli che le punizioni del
5. ramanzine: rimpro- maestro, le ramanzine^ dei nostri padri e le urlate delle nostre madri.
veri, sgridate. Nessuna vera minaccia incombeva su di noi nelle stradine tranquil-
le del borgo, dove tutti si conoscevano e nessuno mancava mai di sa-
lutare il vicino guardandolo dritto negli occhi. Io ero il cocco di una
famiglia semplice, figlio di un padre che possedeva una botteguccia
sulla cui insegna era scritto SPEZIE E AETICOLI COLONIALI e che, fini-
to di lavorare, passava intere ore a occuparsi delle sue api nelle ar-
nie in fondo al giardino, oppure si sedeva all'ombra di un melo con
qualche «vero libro», come era solito dire per distinguerli dalla
6. paccottiglia: quan- «paccottighaS...
tità di libri scadenti, di
poco valore.
Certe volte, all'uscita da scuola, Oskar e io facevamo ima scappata a
salutare mio padre in drogheria, e lì, rintanati nel retrobottega e un
po' storditi dal miscugho di aromi che ci investiva le narici, ci finge-
vamo esperti e pretendevamo di individuarli a uno a uno. Poi ri-
7. gote: guance. prendevamo la strada di casa, sempre con le gote^ gonfie di qualche
8. a l b e r g a m o t t o : al squisitezza: confetti aUa violetta, caramelle al bergamotto^, o per me
gusto di bergamotto, doppia razione di pasticche d'orzo, perché Oskar odiava l'orzo ma
agrume simile all'aran-
cia. non aveva il coraggio di confessarlo a mio padre.
Riuscire a salutare il padre di Oskar era più difficile. Lavorava in una
delle due banche del borgo e aveva l'ufficio al primo piano. Non
avendo il permesso di entrare nell'edificio, noi speravamo che deci-
desse di lanciare un'occhiata giù in strada nell'istante preciso in cui
capitavamo sotto la sua finestra. Vederlo agitare la mano per salu-
tarci aveva la stessa dolcezza dei confetti alla violetta.
Nessun pericolo minacciava la nostra vita
di bambini finché non venne
il tempo delle parole
sottovoce.
Mio padre e il suo amico Anton furono sin dall'inizio fra quelli che
parlavano a voce più bassa di prima, quasi bisbigHata. Dal tono dei
loro discorsi intuivo che qualcosa era cambiato - ma cosa...?
Comunque anche uno scemo si sarebbe accorto che non ridevano
più come prima, quando si rintanavano fra meli e susini.
Persino i l sapore dei confetti alla violetta non mi sembrava più lo
9. girellavo: bighello- stesso mentre girellavo^ per il nostro borgo, dove improvvisamente la
navo, giravo oziosa-
mente e senza meta qua gente sembrava incapace di salutarsi guardandosi dritto negli occhi.
eia. Quanto alla Voce^° che parlava più forte di tutte le altre... Dovun-
10. Voce: è la voce di que ci si voltasse, la si sentiva sgorgare dal ventre delle radio: ber-
Adolf Hider.
1 1 . berciava: gridava, ciava^ ^ dalle finestre, suUe piazze, nei caffè e anche al cinema, snoc-
strillava. ciolando frasi di cui non si capiva granché, scortata daU'approvazio-
ne tonante di folle sempre più smisurate. Mio padre e i l padre di
Oskar avevano deciso che appena la Voce cominciava a strepitare
bisognava spegnere la radio. Mia madre aveva tentato debolmente di
protestare: «Ma Heinzi, lasciacelo ascoltare...».
«Lo ascolteremo quando dirà cose sensate. Per ora in quello che di-
ce non ci trovo niente di buono.»
Adesso che la Voce aveva assunto tutta quell'importanza nelle case,
nei luoghi pubblici e perfino nelle scuole, sui muri del borgo si ve-
deva comparire sempre più spesso una specie di ragno nero con le
gambe sciancate, che si arrampicava sul fondo rosso sangue di una
12. una specie,,, ban- bandiera^^. •
diera: la svastica, la cro- Per prima cosa ci furono le parole cambiate in bocca alla gente, il
ce uncinata simbolo del
nazismo, viene qui para- modo di salutarsi e l'intensità della voce. Poi ci fu il moltiplicarsi di
gonata a un «ragno ne- bandiere e parate. Noi bambini vi vedevamo solo l'aspetto festoso:
ro con le gambe scian-
cate», storpie, che si che spasso sfilare per le strade del borgo a passo di marcia, con tan-
arrampica sul fondo to di banda e labari^^ !
rosso della bandiera.
Fino al giorno in cui tutto andò sottosopra.
13. labari: vessilli, in-
segne. Fino alla giornata nera a scuola.

Eravamo appena entrati in classe. I l maestro disse a Oskar, a voce


molto alta: «Tu! Prendi le tue cose e va' all'ultimo banco. Kurt, met-
titi qui davanti, al suo posto».
Poi i l maestro non gli rivolse più la parola, come se il mio amico
Oskar avesse smesso di esistere. Io continuavo a voltarmi per guar-
darlo in faccia. Aveva gii occhi pieni di lacrime. Poi, quando cercò
di rispondere a una domanda cui noialtri non sapevamo rispondere,
il maestro gli disse: «Tu sta' zitto, e ringrazia il cielo che ancora ti te-
niamo in classe...». Poi aggiunse qualcosa che a me sembrò «figlio di
cane!».
Finita la lezione corsi da Oskar.
«Ma si può sapere cos'hai combinato?»
Per quanto si spremesse le meningi, il mio amico non riusciva a ca-
pire cosa potesse aver fatto al maestro per provocare una collera si-
mile. Aveva gli occhi rossi e camminava a testa bassa; non sapeva co-
sa dire a suo padre, era terrorizzato.
«Figlio mio, l'imbecillità umana non ha confini!», esclamò mio pa-
dre, quando, sgomento, gli ebbi raccontato cos'era successo quel
giorno a scuola... «Tu cerca sempre di non lasciarti coinvolgere, qua-
lunque cosa accada... E soprattutto non consentire mai né alla catti-
veria né alla stupidità di sporcarti la bocca. Mai.»
In realtà io volevo sapere perché «figlio di cane» - quale cane?... Ma
mio padre aveva un nodo alla gola, e quel nodo, troppo stretto, im-
pediva alle parole di uscire.
Iniziava l'inverno. Nel frutteto ogni cosa era immobile. I rami pare-
vano incollati per l'eternità al grigiore del cielo. Avevo voglia di
piangere, avevo bisogno d'essere consolato.
Alcune settimane - alcuni mesi? - passarono in gran tristezza. H pa-
dre di Oskar dovette lasciare la banca. Poi Oskar venne espulso dal-
la nostra squadra di calcio, e io, nonostante le insistenze di mio pa-
dre, rifiutai tassativamente^"* di tornare a giocare. Alla fine gli dissi
che mi faceva male il ginocchio ogni volta che toccavo il pallone, e
lui si arrese.
Poi, però, quando al mio amico e ad altri nostri compagni venne
proibito di entrare a scuola, purtroppo non ebbi scelta. Dovetti per
forza continuare a frequentare le lezioni.
Dopo tre giorni dal suo allontanamento, Oskar, stanco di sentirsi ur-
lare cose orribili dagli altri alunni, smise di venirmi ad aspettare al-
l'uscita da scuola. Ci ritrovavamo davanti a casa sua e andavamo a
rifugiarci in fondo al giardino di mio padre, più lontano possibile
dalle arnie... Lì ci dedicavamo a rifare il mondo, pienamente consa-
pevoh dell'importanza e della difficoltà di tale missione. Ci immagi-
navamo «figli di cane» (ovviamente pastori tedeschi!), giustizieri
pronti ad andare in giro per il paese ad azzannare i polpacci di tutti
quegli «sbraitoni», come li chiamavano i nostri padri.
10 di notte sognavo di correre fino alla palestra insieme a Oskar. So-
gnavo che strappavamo lo stendardo appeso all'entrata. Andavamo
a nasconderci nei boschetti lì intomo, e a tumo calpestavamo il ra-
gno, facevamo a pezzi il drappo...
Oskar avrebbe fatto un buco per terra con il suo coltello. E lì den-
tro avremmo seppellito i resti della bandiera.
Ma né rabbia né sogni di vendetta bastarono a impedire ciò che suc-
cesse in seguito.

Un giomo, niente più Oskar al nostro appuntamento. Rientrato a


casa, appresi che lui e la sua famigMa dovevano traslocare entro la fi-
ne della settimana per trasferirsi all'altro capo del borgo, in un
«quartiere riservato». Riservato a cosa? Mio padre, im tempo così
brioso e loquace^^, non apriva bocca.
L'unica cosa che riuscii a capire in tutta quella confusione fu che per
11 momento conveniva noa essere ebrei. Perché altrimenti non si po-
teva più né giocare nella squadra di calcio né entrare a scuola e si do-
veva trasferirsi in un quartiere riservato...
Bisognava non essere ebrei, punto e basta - e noi non lo eravamo.
Mio padre mi aveva fatto capire che per il momento conveniva che
Oskar e io evitassimo di vederci. Le cose si sarebbero sistemate, ma
nel frattempo bisognava che tutti quanti ci armassimo di coraggio e
pazienza.

Un giomo, in un'ora insolitamente mattiniera, qualcosa mi aveva


messo in guardia. Un rumore di passi. M i ero alzato dal letto. Avevo
visto la grossa sagoma di mio padre sgattaiolare verso i l fondo del
giardino. Non era troppo presto per occuparsi delle amie?
Ma eravamo in pieno tempo delle parole sottovoce, e quel mattino
mio padre aveva da fare qualcosa di più importante che occuparsi
delle api.
Era fermo di fronte al suo amico Anton. Si guardavano dritto negli
occhi e parlottavano fitto.
«Dopo tutti questi anni, tu e io abbiamo finito per avere lo stesso
concetto dell'amicizia», stava dicendo Anton.
«Credi che non lo sappia?»
«Nient'affatto, Heinzi, ma se lo dico è perché dovremo rivedere il
nostro rapporto. Io sono stato tuo amico...»
«Che significa, "sono stato"? Tu sei mio amico.»
«Ascolta, se davvero sono tuo amico, in questo momento non posso
che avere un solo desiderio: non esserlo più.»
16. cosa v a i f a r n e t i - «Suvvia, Anton, cosa vai farneticando^^?»
c a n d o ? : quali parole Mio padre scuoteva la testa. Lo vedevo di spalle, rannicchiato a
senza senso stai dicen-
do? Stai sragionando? qualche passo da loro, nascosto dalle amie.
«Sai bene che per te farò quello che è giusto fare», diceva adesso mio
padre. «Ho pensato a un posto perfetto per nascondervi...»
«Ecco, vedi? In nome dell'amicizia metteresti in pericolo la tua vita
per cercare di salvare la mia? Secondo te un vero amico sarebbe mai
capace di chiedere ima cosa simile? Se tu, mio amico, volessi corre-
re dei rischi per me, sarebbe mio dovere rifiutare il tuo aiuto. Sape-
re che almeno tu vivi al sicuro sarebbe un conforto per la mia infe-
licità.»
«Anton, cerchiamo di ragionare seriamente: se io non facessi niente
per aiutarvi, tu perdoneresti la mia vigliaccheria in nome dell'amici-
zia?»
Adesso fu Anton a sorridere, e le lacrime non tremano solo sulle fo-
glie della betulla:
«Sì, lo farei. E lo farei ancor più facilmente se sapessi che hai rinun-
ciato ad aiutarci dopo aver riflettuto».
«Non ho bisogno di riflettere, Anton: so perfettamente cosa devo
fare.»
«Ti prego, t i scongiuro, rifletti...»
«In ogni caso», aggiunse poi, «se decidessi di darci comunque il tuo
aiuto, dovrai venire da noi stasera, appena si fa buio. Dopo sarebbe
troppo tardi.»

Appena calata la notte, mio padre attraversò il giardino e andò a ca-


sa del suo amico Anton.
Nessuna luce. Nessun rumore.
Entrò dal retro, e subito capì che erano scappati.
1 7. lucore: luce, splen- Sotto la porta della stanza da pranzo scorse un lucore^^... La fiamma
dore. di una candela mezza consumata.
Ai suoi piedi, sul pavimento, lo aspettava una lettera.
520 «Caro Heinzi, amico di sempre», aveva scritto Anton, «la nostra an-
tica amicizia è stata gettata nel fuoco dalla follia degli uomini, ma
quanta luce sprigiona bruciando! So di poter contare su di te, e che
dunque stasera verrai, perché ho la certezza che questi anni insieme
non l i abbiamo vissuti invano. Quindi, per fare in modo che l'aiuto
che vuoi darmi non ti sia di troppo peso, e al tempo stesso che tu
possa ugualmente tener fede a quello che ai tuoi occhi è un dovere
di amicizia, ti affido il fardello più fragile e più prezioso. Ti affido la
nostra piccola Anai's, che abbiamo lasciato addormentata nella cul-
la. So che ormai potrà essere al sicuro solo fra le vostre braccia, e so-
no certo che in te troverà un padre affettuoso e attento, un padre co-
me quello che avrei voluto essere io se la vita non avesse deciso al-
trimenti. Che la nostra amicizia sopravviva tramite la nostra adorata
bambina! Grazie, Heinzi, e fatti coraggio. In questo momento ne hai
bisogno quanto me, per non maledire gli uomini. Ma non dimenti-
care mai che la parola disperare ne contiene per intero un'altra: spe-
rarci I l tuo amico per sempre, Anton.»
Ida // tempo delle parole sottovoce, trad. di S.C. Perroni, Bompiani, Milano, 2002. rid.l

Saper fare
COMPRENDERE

1. Il narratore racconta una vicenda accaduta dove e quando?


2. il narratore e Oskar sono amici fraterni. Proprio come chi?
3. li narratore e Oskar come trascorrono le loro giornate?
4. Nessun pericolo minaccia la vita dei due bambini finché non giunge «il tempo delle pa-
role sottovoce». Di quale tempo si tratta?
Una Voce però parla forte, assume grande importanza. Di quale Voce si tratta?
5. Un giorno, come si comporta il maestro nei confronti di Oskar?
6. Col passare del tempo che cosa succede a Oskar e a suo padre?
7. In seguito a quale fatto il narratore capisce che non conviene essere ebrei?
8. Un giorno, in un'ora insolitamente mattiniera, il narratore vede suo padre sgattaiolare
verso il fondo del giardino. Qui, nascosto dalle arnie, il narratore assiste a un colloquio
tra suo padre e il padre di Oskar. Che cosa si dicono i due uomini?
9 . Appena calata la notte, il padre del narratore si reca a casa del suo amico Anton. Qui
trova una lettera. Che cosa gli ha scritto Anton? Chi gli affida e perché?

ANALIZZARE

10. L'awento del nazismo cambia non solo il tono della voce delle persone, ma anche il
loro modo di salutare. In che senso?
11. Gli episodi di discriminazione di cui Oskar è vittima cambiano il modo di giocare dei due
bambini. In che senso?
Inoltre quali sogni di vendetta fa il narratore?
12. I padri dei due bambini si rivelano veri amici, «amici come le dita di una mano». Perché?
13. Quali sono, secondo te, i messaggi della vicenda narrata?

PRODURRE

14. Collegamento c o n Storia


Antisemitismo, guerra e conquista di uno spazio vitale. Queste, in sintesi, furono le idee
politiche di Hitler. Prova a spiegarle consultando il tuo testo di storia.
15. I l r a i z i s m o nazista c o n t r o g l i ebrei
•X ' ' Questa vignetta è tratta da un libro per bambini di epoca nazista intitolato «Non fidarti
- delle volpi e degli ebrei».
Osservala attentamente e poi rispondi alle domande.

• Il cartello dice: «Senso unico. Gli ebrei sono la nostra sventura». Quale significato sei
in grado di attribuire alle parole «Senso unico»?
• Come vengono raffigurati gli ebrei? Secondo te, quale significato assume la loro sgra-
devolezza fisica?
• Nella vignetta sono presenti due bambini ariani. Li riconosci? Uno dei due bambini in
che modo festeggia la partenza degli ebrei?

Potrebbero piacerti anche