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I PROMESSI SPOSI

Il romanzo racconta le travagliate vicende di due giovani popolani,


Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, il cui matrimonio viene
impedito da un prepotente signorotto locale invaghitosi di Lucia,
Don Rodrigo. Dopo innumerevoli peripezie, che vedono Lucia
catturata dall'Innominato e Renzo coinvolto in una sommossa
popolare a Milano, i promessi sposi riusciranno alla fine a
ricongiungersi e a celebrare le nozze.

L’AMBIENTE E I LUOGHI
Il romanzo è ambientato nella Lombardia della prima metà del
Seicento, al tempo della dominazione spagnola. Le vicende private
di Renzo e Lucia si intrecciano agli eventi realmente accaduti in
quel periodo: la carestia, la sommessa popolare di Milano, la guerra
per la successione del Ducato di Mantova, l'arrivo dei
lanzichenecchi, la peste. Per spiegare questi eventi che
condizionano l'intreccio del romanzo in quanto coinvolgono
direttamente o indirettamente i protagonisti, l'autore interviene
spesso nella narrazione con ampie digressioni, dalle quali emerge
la sua costante attenzione al vero storico. A intessere il quadro
dell'epoca si alternano nel romanzo, ma sempre con studiato
equilibrio, fatti veri e fatti verosimili.

LA GUERRA DEL MONFERRATO


Nel 1627,alla morte senza eredi di Vincenzo Gonzaga, scoppiò una
guerra di successione, passata alla storia con il nome di Guerra del
Monferrato. Il territorio del Monferrato aveva un’importanza
strategica perché era al centro dei traffici tra Genova e Milano;
questo fece si che più di un predentente aspirasse a governarlo,
così si oppose un altro Gonzaga, Ferrante, principale di Guastalla,
appoggiato dagli Spagnoli. A fianco dei Francesi intervennero
inoltre il papa e la Repubblica di Venezia, mentre l’imperatore
Ferdinando II d’Asburgo si schierò dalla parte degli Spagnoli. Si
inerì nel conflitto anche Carlo Emanuele I di Savoia, desideroso di
espandere i propri domini.Uno dei momenti più drammatici della
guerra fu quando calarono sul Ducato di Milano 36.000
Lanzichenecchi:che erano dei soldati mercenari di origine tedesca.I
Lanzichenecchi devastarono il Ducato e assediarono Mantova che
alla fine fu costretta a cedere.La guerra si conclude, comunque, con
la vittoria del granduca di Nevers, ma i danni furono enormi.

LA CARESTIA
Nel 1628, durante la guerra del Monferrato, una terribile carestia colpì il nord
della penisola italiana. I motivi erano diversi: la vendemmia era stata cattiva,
dall'anno precedente, a causa della siccità; inoltre la guerra impoverì
ulteriormente la regione: molti campi, devastati dalle truppe militari, non erano
stati coltivati. Gran parte del magro raccolto era stato utilizzato per nutrire i
soldati e gli spagnoli al potere, e il poco pane che rimaneva veniva venduto a
prezzi esorbitanti. Un documento dell'epoca spiega bene le cause di questa
mancanza di cibo:
Tra il popolo affamato cominciò, però, a circolare la con- vinzione che il pane
ci fosse, ma che i fornai lo tenessero nascosto per venderlo al di fuori del
Ducato di Milano a un prezzo più alto. La popolazione di Milano organizzò,
dunque, una sommossa, prendendo d'assalto i forni della città. Tale
sommossa è passata alla storia come la rivolta del pane, o tumulto di san
Martino.

LA PESTE
La peste: il contagio e la caccia agli untori Di lì a poco, scoppiò anche
una terribile epidemia di peste, una mattia infertiva che si manifesta con
la comparsa di bubboni intorno all'inguine e sotto le ascelle, e morte.
La malattia, negli anni precedenti, aveva già colpito il Nord Europa: in
Italia fu probabilmente portata dai Lanzichenecchi e si propagò
rapidamente, sia a causa delle scarse condizioni igieniche in cui la
popolazione viveva, sia perché l'ultima era già debilitata dalla
malnutrizione provocata dalla carestia. I primi casi comparvero fuori
Milano, ma le autorità spa- gnole si mostrarono indifferenti al problema e
non presero provvedimenti per evitare il contagio. Solo quando la peste
ormai entrata in città, fu emanato un provvedimento che vietava
l'ingresso in città a coloro che provenivano dai paesi infetti. Ormai,
però, era troppo tardi: il morbo cominciò mietere morti senza distinzione
di sesso, età o classe sociale. In breve tempo Milano divenne una città
fantasma: le vie deserte, le case abbandonate, i moribondi lasciati
senza con- forto e senza cure mediche. I cadaveri erano ammassati su
carri per essere condotti alla fossa comune. I pubblici inservienti addetti
a questo servizio, i monatti, annunciavano il loro passaggio facendo
suonare nello che portavano legato alla caviglia. Erano scelti tra le
persone che avevano già contratto la malattia e ne erano guarite e che
erano, il campa- dunque, immuni dal contagio. La peste imperversò per
tutto il 1630 e provocò circa 86.000 morti (più della metà della
popolazione di Milano, che ammontava a circa 150.000 abitanti). La
ripresa, negli anni successivi, fu lenta e difficile.
Come racconta Manzoni nel suo romanzo, il Seicento era anche ue
secolo di grandi superstizioni popolari: la popolazione di Milano
devastata dalla peste, era incapace di capire le cause reali che avevano
provocato l'epidemia e cominciò, quindi, ad attribuire la responsabi. lità
della malattia all’intervento umano. Si diffonde la notizia che alcuni
individui, per provocare la peste, andavano imbrattando i punti di
maggior passaggio della città con potenti intrugli e veleni. A tali indi-
vidui venne dato il nome di untori. Presto, in tutta la città, si diffuse un
clima di sospetto. Le fonti storiche ci tramandano due episodi che
partecipano a comporre bene l'irrazionalità e la follia del momento. il
primo riguarda dei visitatori francesi: stavano toccando il marmo del
Duomo per sentire quanto fosse levigato, ma i popolani, pensando che
stessero imbrattando il muro con dei veleni, accorsero subito e li
percossero. I poveretti furono portati in carcere con l'accusa di essere
untori. Una sorte ancora più crudele toccò a un uomo che, giunto in
chiesa, ebbe la malaugurata idea di spolverare con il proprio mantello la
panca su cui stava per sedersi: la folla, credendo che stesse spargendo
il veleno capace di provocare la peste, lo prese a calci e pugni, fino a
ucciderlo.

LA CONDANNA DI DUE INNOCENTI E LA “COLONNA INFAME”


Ma non fu solo la folla ignorante a perdere il lume della ragione. Le
autorità ritenevano che fossero le potenze straniere nemiche della
Spagna a pagare indi- vidui senza scrupoli perché propagassero la
peste, al- lo scopo di ridurre in ginocchio il Ducato di Milano. La caccia
all'untore da parte delle autorità spagnole portò alla condanna di
Guglielmo Piazza, commissario di sanità, e di Gian Giacomo Mora,
barbiere. I due, sottoposti a terribili torture, finirono per confessare i
reati di cui venivano accusati e furono sottoposti a pubblica esecuzione
nell'attuale piazza Vetra. La casa del barbiere, nei pressi della stessa
piazza, fu demolita e al suo posto fu eretta una colonna di grani- to con
in cima una sfera di pietra a eterno ricordo della malvagità dei
responsabili dell'epidemia. La colonna era accompagnata da una
lapide, che rievocava i fatti; mentre la colonna fu in seguito demolita, la
lapide è ancora oggi conservata al Castello Sforzesco. A questa
vicenda Manzoni dedica un saggio storico, che dal nome della colonia
prende il titolo di La storia della colonna infame.

IL ROMANZO
La stesura e la scelta della lingua Il romanzo fu scritto in due anni,
dal 1821 al 1823, ma prima di arrivare alla sua forma definitiva
(1840-1842) subì diversi ritocchi e revisioni, in lazione sia al
contenuto sia al linguaggio. Tra la prima stesura e l'ultima ca
soprattutto una differenza di lingua: Manzoni, infatti, convinto che la
lingue italiana doveva essere il fiorentino parlato dalle persone
colte, eliminò via forme dialettali, francesismi, lombardismi,
improprietà.

LA TRAMA
La trama del romanzo è un misto di invenzione e di realtà. La storia
prende avvio dalle vicende personali di due popolani del Seicento
che vivono a Pescarenico, un paese del Ducato di Milano: Renzo
Tramaglino e Lucia Mondella. La narrazione si allarga quindi fino a
diventare un quadro della società del Seicento. Le vicende di
Renzo e Lucia si intrecciano, infatti, con la narrazione di fatti storici
realmente accaduti: la sommossa milanese del novembre 1628, la
guerra, la carestia, la peste. Negli ultimi capitoli il cerchio narrativo
torna a restringersi intorno alle vicende dei due protagonisti. La
storia copre un arco di circa tre anni: dal 7 novembre 1628
all'autunno del 1631. La narrazione si presenta suddivisa in
trentotto capitoli.

I PERSONAGGI
Protagonisti del romanzo sono Renzo e Lucia, i due promessi
sposi. Sono due giovani di umile condizione sociale che lavorano
come operai in una filanda di seta. Accanto ai due protagonisti si
muovono e agiscono molti altri personaggi, umili, superbi, poveri,
ricchi: alcuni creati dall'invenzione dell'autore, altri storicamente
esistiti.
LA MORALE CRISTIANA
Il romanzo è incentrato sulla fede cristiana nell'esistenza di un Dio
giusto e misericordioso che consola gli afflitti, premia i buoni e
castiga o redime i malvagi. Su tutti gli uomini, buoni e malvagi, la
divina Provvidenza stende la sua misericordia e la sua luce di
redenzione e di salvezza. Per questo, l'intero romanzo è stato
giustamente definito «l'epopea della divina Provvidenza».

La finzione della scoperta del manoscritto seicentesco


Il romanzo è preceduto da un'Introduzione. In essa, Manzoni,
servendosi in modo nuovo di una finzione letteraria già adottata da
altri importanti autori, immagina di aver trovato un manoscritto,
opera di uno scrittore anonimo del Seicento, contenente il racconto
delle vicende di due contadini brianzoli promessi sposi. La storia gli
sembra molto bella e degna di essere conosciuto da un vasto
numero di persone; per questo motivo, in un primo tempo pensa di
trascriverla e di pubblicarla così come l'ha trovata, ma poi, a causa
dello stile gonfio e ampolloso usato dall'Anonimo, decide di
riscriverla in una prosa moderna e più familiare. Sul piano della
narrazione, utilizzo di tale finzione letteraria offre a Manzoni diversi
vantaggi. Ad esempio: la possibilità di collocare la vicenda in una
dimensione storica (il Seicento); la possibilità di attribuire alla
vicenda narrata un fondamento di «verità»; la possibilità di disporre
di due narratori (l'Anonimo, la cui voce sembra provenire dal
passato, e un narratore moderno, che riscrive e commenta i fatti).