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Editoriale Carte in Tavola..................................................

Attualità Festa della Donna…………………………………….……5


La storia dei 150 anni………………………..………..…9
Il Governo va a puttane……………………………….11
Il grido d’Arabia……………………………15

Poesie
Creatività Bancarotta…………………………………………… …..21
Ottobre……………………………………………… … ….22
Sulo o’ Bbene………………………………………....... .23
Luce di Città…………………………………………………24
Frammenti………………………………………………..…25
Racconti
La Sindrome di Baudelaire………………… ……..26
Tango Bianco…………………………………………… ..28
Pazzo per Assuntina…………………………………….31

Focus 150 anni di lutto nazionale…………………….……33


Il 2011 del Sudan…………………………………………34
Viaggi spazio-temporali…………………..36
Imbolc…………………………………………………………39

1911 – Centenario del Polo Sud………………….43


Inserto 1921 – Nasce il Partito Comunista Italiano…46
1931 – Nobel a Jane Addams………………………49
1941 – Il suicidio di Marina Cvetaeva………….50
1951 – Moussadeq………………………..………..….53
1961 – JFK Presidente…………………………………55
1971 – Jim Morrison……………………….59
Nobel a Neruda………………………..……..61
1981 – Alfredino Rampi…………………...………….64
Attentato al Papa…………………….…..….67
1991 – Nevermind……………………………………….68
Prima Guerra del Golfo…………………..71
Moby Prince…………………………………..73
2001 – 11 Settembre……………………………………77
2011 – Nobel alle Donne d’Africa……………....81

Cultura Emilio Salgari………………………………………………83


Il Ballista
John Lennon e i Rosacroce………………………….85

Recensioni Letteratura
Il Richiamo della Foresta…………………………….88
Musica
Mogwai………………………………………………………91
Cinema
Elementare Sherlock……………………………….….93

Titoli di Coda Matrioska….………………………………………………..95


editoriale
C'era una volta l'informazione indipendente... e c'è ancora.
Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, ideare e creare un magazine
fuori dai canali ufficiali, 'autogestito' per aplòmbarci con terminologia d'antan,
snob di merda che siamo, significava far ricorso a fotocopiatrici, forbici, taglierini
e colla stick. Oggi abbiamo i software. Cambiano i tempi e le metodologie, non
cambia l'urgenza ulcerina di avere e volere qualcosa da dire su argomenti che fan
fare bum-bum al cuore, oltre le cesure censorie dei telegiornali e la stampa
ufficiale, e i libri di storia, che la storia non l'hanno mai letta. Magari con la
speranza di chiosare, se non con qualcosa di nuovo, almeno di diverso.
C'erano le redazioni spontanee, messe insieme dalla passione per i fumetti
Marvel o l'album Panini, o la fica, che si riunivano al bar, in qualche aula
universitaria inutilizzata e piena di acari, in casa dell'amico col divano più comodo,
e dove si poteva fumare. Oggi c'è skype, msn, i software e tante altre diavolerie
tecnologiche, ma la voglia di fare qualcosa è la stessa. Siamo fatti di un sacco di
cose, e l'inerzia ci abbiocca.
Finito il pistolotto, e descritta la Genesi del Giornalista Ideale, che come ogni
ideale, non esiste, andiamo a vedere che cosa è questa cosa che avete davanti agli
occhi: Creativity Papers.
Anche se di cartaceo non ha niente – ma ci piaceva metterci sul piano di
Dickens, almeno nel titolo – non la trovate distribuita a mano, in edicola, in
libreria, o sul metrò, ma hostata da downloadare, è una rivista con tutti i crismi.
Nasce dall'idea congiunta di due siti, Creativity Station e Monkey Business
Movement, il primo un forum che si occupa di scrittura, e ospita poesie e racconti
di autori emergenti, l'altro più indirizzato verso temi di attualità, politica e società.
Le esperienze di entrambe queste realtà, e talking heads da ambedue, vanno a
congiungersi nel magazine che avete sui pixel, in un cocktail che speriamo gustoso
e della vostra gradazione.
Nasce soprattutto dalla voglia di un gruppo di gente che pensa in attivo, cerca di
sfruttare al meglio possibilità già testate nei due siti suddetti, coinvolgendo nelle
proprie iniziative un sacco di altra gente. Una cosa che funziona, sembra averlo
fatto, finora. Speriamo continui a farlo.
Non sto qui a parlare di quello che troverete in questo Numero Zero inaugurale
dei Papers, basta scorrere il sommario e, naturalmente leggere i pezzi.
Però, trattandosi di un debutto in società, anche noi abbiamo messo le
scarpette belline, e con un cerotto per gli alluci, vi facciamo dono addirittura di un
carnet da ballo costituito da inserto speciale ripercorrente il XX Secolo,
nientepopòdimenoché, attraverso disamina di fatti peculiari occorsi negli anni '1'
(1901, 1911, 1921... e via Unando).
Ci proponiamo di descrivere il presente analizzando il passato, e se il futuro ci è
propizio, fra dieci anni potremo agge anche il 2021 alla lista, in un numero
celebrativo dei Paiungerpers, che magari saranno a qual punto davvero fogli di
carta palpabili al tatto, oppure gustabili ancora con chissà quali altre diavolerie
tecnologiche avrà inventato il progresso.
Per chiuderla qui, benvenuti al Numero Zero di Creativity Papers, ce la
metteremo tutta per arrivare avanti, utilizzando al meglio il cervello e le 26
lettere dell'alfabeto.
Buona lettura.

Il Vostro affezionato vicino di caos,

Roberto Sonaglia.
attualità
Le origini della Festa della Donna risalgono al lontano 1908, quando, pochi giorni
prima di questa data, a New York, le operaie dell'industria tessile Cotton scioperarono
per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo
sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l'8 marzo il proprietario, Mr. Johnson,
bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo
stabilimento venne appiccato il fuoco e le 129 operaie prigioniere all'interno
morirono arse dalle fiamme. Tra le vittime c’erano anche delle italiane, comunque
tutte donne che cercavano semplicemente di migliorare la qualità del proprio lavoro e
della propria vita. Successivamente questa data venne proposta come giornata di
lotta internazionale, a favore delle donne, da Rosa Luxemburg, proprio in ricordo
della tragedia. Assunse col tempo un'importanza mondiale, diventando il simbolo
delle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli e il punto di
partenza per il riscatto della loro dignità. L’8 marzo è quindi il ricordo di quella triste
giornata. Non è una ‘festa’ ma piuttosto una ricorrenza da riproporre ogni anno come
segno indelebile di quanto accaduto.
Dopo una po’ di sana informazione sulle radici di questa giornata che andremo a
celebrare tra pochi giorni – chi più, chi meno dignitosamente –, vorrei portare a galla
alcune riflessioni. Facendolo, vi prego di non scambiarmi per una femminista seguace
di Marilyn French.1
Quanto hanno penato le donne, da sempre, per raggiungere una certa autonomia?
Quanto ci è costato scrollarci (parzialmente) di dosso la netta supremazia dell'uomo
su di noi?
Molto, moltissimo, in termini di energie e in termini di ‘forzature’ su un modo di
essere che ci era stato inculcato per secoli. Le ultime generazioni, forse, potranno già
cogliere i primi frutti del nuovo modo di essere della donna. La mia generazione,
invece, e quella immediatamente precedente e successiva (parlo delle ultratrentenni
e delle ultraventenni), sono ancora ibride, piene di contraddizioni.
Siamo riuscite ad affermare il nostro diritto all'autodeterminazione, ma molte di noi
sono rimaste legate al concetto che, ad esempio, una donna senza figli è incompleta.
E quindi ci siamo costruite una famiglia, contemporaneamente lavorando, faticando
come somari per mantenere un decente equilibrio tra le nostre vite parallele.
Ci siamo anche parzialmente liberate da vecchie concezioni legate al nostro aspetto
fisico, portando avanti il discorso che una donna non deve necessariamente essere
bellissima per essere comunque una persona affascinante, ma poi i chirurghi
guadagnano miliardi proprio grazie a molte di noi.
In politica, purtroppo, non c'è contraddizione... eravamo poche prima, siamo poche
anche adesso, almeno in Italia. E ci vengono comunque affidati sempre compiti
marginali, o tutt'al più legati al sociale.
Contraddizioni normali, io credo, che dovranno fungere da raccordo tra il vecchio e
il nuovo modo di intendere il genere femminile.
Ma la donna, checché se ne dica, è
sempre stata l’apice della creazione, la
scintilla d’eternità la Musa ispiratrice…
Vi chiedo di seguirmi nel passato e di
osservare alcune Donne – la maiuscola è
d’obbligo – di cui, purtroppo, non sempre
i libri di storia parlano. Donne della
politica, della letteratura, della filosofia,
della scienza, dell’arte, della mitologia…
Cristina Trivulzio Belgiojoso fu
un’importante patriota italiana che
partecipò attivamente al Risorgimento
italiano. Fu editrice di giornali
rivoluzionari, scrittrice e giornalista. Era
bella, potente, e poteva dare molto
fastidio. Fortunatamente la sua fama, la
sua posizione sociale e la sua solerzia alla
fuga, la salvarono da arresti facili.
Nonostante ciò, con la dovuta cautela, il
governo di Vienna le mise comunque i
bastoni fra le ruote e, sentendosi
costantemente minacciata, Cristina
scappò nel sud della Francia dove visse
sola e senza soldi. Tutti i suoi averi erano
stati congelati dalla polizia austriaca e per
molto tempo non poté attingere alcun denaro. Si arrangiò con pochi soldi, cucinò per la prima volta
da sola i suoi pasti e si guadagnò da vivere cucendo pizzi e coccarde. A lei continueranno ad arrivare
richieste di soldi per fini patriottici, e lei cercherà di distribuirne tantissimi, in modo da aiutare i poveri
esuli italiani e investendo in sommosse o addirittura organizzando movimenti di armi per i ‘ribelli’
italiani. Muore nel 1871, a soli 63 anni. Ebbe una vita colma di peripezie, soffrì sempre di varie
malattie e si trascinò dietro le diverse ferite causate da un tentativo di omicidio. Al suo funerale non
partecipò nessuno dei politici dell'Italia che lei, così grandemente, aveva contribuito ad unire.
Giovanna d'Arco, oggi conosciuta come la Pulzella d'Orléans. Riunificò il proprio Paese
contribuendo a risollevarne le sorti durante La Guerra dei Cent’anni, guidando vittoriosamente le
armate francesi contro quelle inglesi. Catturata dai Borgognoni, Giovanna fu venduta agli inglesi.
Durante la detenzione Giovanna fu rinchiusa in una stretta cella, i suoi piedi erano serrati in ceppi
di ferro e le mani spesso legate; la notte i suoi piedi erano saldamente fissati in modo che la ragazza
non potesse lasciare il proprio giaciglio. La sottoposero ad un processo per eresia al termine del quale
fu condannata al rogo. In ginocchio, avvolta da avide fiamme, domandò ed offrì perdono a tutti. I
soldati ordinarono al boia: «fa' ciò che devi». Il fuoco salì veloce e Giovanna, investita dalle fiamme,
nel dolore atroce, gridò a gran voce:
«Gesù!». Così morì Giovanna la Pulzella,
a soli diciannove anni. Nel 1456 Papa
Callisto III, al termine di una seconda
inchiesta, dichiarò la nullità di tale
processo. Giovanna fu beatificata nel
1909, canonizzata nel 1920 e dichiarata
Patrona di Francia.
Virginia Woolf cercò, con il suo
temperamento, di liberare il racconto
dalle regole. Innovatrice nei suoi scritti,
Virginia Woolf lo fu anche nelle sue
letture: nei suoi articoli di critica
letteraria come nelle sue scelte di
editore indipendente. Privilegiò sempre
gli autori che condividevano con lei
questo sguardo nuovo che esige modi
d’espressione nuovi.
Nel corso degli anni ‘30, un ciclo di depressione
l’assedia, e non è il primo. Diversi fattori
concorrono a peggiorare la sua situazione: la morte
di un nipote ucciso durante la guerra civile in
Spagna, l’orrore incombente del nazismo e, una
volta scoppiata la guerra, il timore di un’invasione
tedesca, un timore che le origini ebree del marito
non fanno che aumentare man mano che si
confermano i segni della barbarie. Mentre i
bombardieri tedeschi solcano il cielo inglese,
Virginia Woolf, sempre più convinta che la follia
abbia preso il dominio del mondo, decide di porre fine alla sua sofferenza, cercando nell’acqua
quella fluidità che non era stata capace di cogliere in vita.
Oggi è considerata come uno dei principali letterati del XX secolo, attivamente impegnata nella
lotta per la parità di diritti tra i due sessi; fu, assieme al marito, militante del fabianesimo,2 nel
periodo fra le due guerre fu membro del Bloomsbury Group e figura di rilievo nell’ambiente
letterario londinese.
Maria Montessori fondò la prima ‘Casa dei Bambini’ nel 1907 a Roma, ma era già nota in Italia per
essere stata una delle prime donne laureate in medicina, per le sue lotte femministe e per il suo
impegno sociale e scientifico a favore del bambino, l'essere fino a quel momento dimenticato e
sostituito dall'adulto. La Montessori indicò il metodo più adatto allo sviluppo spontaneo di ogni
bambino e, dimostrata la sua ricca disponibilità all'apprendimento culturale, ottenne dei risultati
che non erano mai stati immaginati e verificati prima.
Iniziò dunque il suo pellegrinaggio scientifico in ogni
parte del mondo, dove nascevano e si sviluppavano le
sue scuole e dove altrettanto grande era l'esigenza di
una nuova preparazione degli insegnanti. Il regime
fascista tentò di orientare la sua opera e il suo pensiero
in una direzione incompatibile con i suoi principi ideali
ed educativi: la sua immagine e i suoi libri vennero dati
alle fiamme prima a Berlino e poi a Vienna negli anni del
dominio nazista.
Gabriella Degli Esposti, di famiglia contadina, divenne

partigiana e antifascista. La sua casa divenne la base della Quarta Zona della Resistenza; madre di
due bimbe e in attesa di un terzo figlio; partecipò ad azioni di sabotaggio; il suo nome di battaglia
era ‘Balella’. Il 13 dicembre del 1944, mentre era in corso un rastrellamento dei tedeschi, Gabriella
venne catturata da un gruppo di SS; nonostante la sua gravidanza, venne picchiata e poi
minacciata di morte se non avesse rivelato dove si trovava il marito. Il 17 dicembre del 1944
Gabriella venne condotta sul fiume Panaro e fucilata. La cosa più atroce fu che, prima di essere
fucilata, Gabriella fu seviziata: il suo cadavere venne ritrovato privo di occhi, con il ventre
squarciato e i seni tagliati. Questa barbarie istigò molte donne della zona ad unirsi ai partigiani: è
così che si fondò il distaccamento femminile
‘Gabriella Degli Esposti’, forse fu l’unica
formazione partigiana composta esclusivamente
di donne. Anche a lei fu conferita alla memoria la
Medaglia d’oro al valor militare.
Artemisia Gentileschi è una delle poche
protagoniste femminili della Storia dell'arte
europea. Ma è anche la protagonista di una
torbida vicenda a tinte fosche, infarcita di
elementi sentimentali, erotici, patetici e
fantastici, in una brillante fusione romanzesca. È
stata una delle poche donne sfuggite alle maglie
del rigidissimo sistema sociale in cui viveva,
tuttavia la sua sofferta vicenda privata si è spesso
sovrapposta a quella di pittrice, generando molte
ambiguità.
La sua popolarità raggiunse infatti il vertice soprattutto
perché ebbe il coraggio di accusare il suo violentatore (al
punto da sottoporsi allo schiacciamento dei pollici per
confermare l'attendibilità delle sue accuse, cosa che per lei,
pittrice, non dovette rappresentare solo un dolore fisico).
Artemisia divenne così il simbolo del femminismo e del
desiderio di ribellarsi al potere maschile; tuttavia questo
fatto le fece un grande torto: l’attenzione si spostò sulla
vicenda dello stupro, mettendo in ombra i suoi meriti
professionali. Comunque, per l’epoca, Artemisia diventò
un'etichetta per ogni rivendicazione di tipo femminista
(basti pensare a Berlino, dove l’Albergo Artemisia
accoglieva esclusivamente clientela femminile), una figura
di culto, sia come rappresentante del diritto
all'identificazione col proprio lavoro, sia come paradigma
della sofferenza, dell'affermazione e dell'indipendenza
della donna.
La Contessa di Castiglione, donna bellissima e con predisposizione all’intrigo, tanto che Cavour le chiese
di sedurre Napoleone III per avvicinarlo alla causa risorgimentale, infatti, senza l’aiuto della Francia, l’Italia
non avrebbe potuto liberarsi né dell’occupazione austriaca né dello Stato Pontifico che occupava il centro
Italia. E naturalmente, Napoleone III non resistette al suo fascino: la missione della nobildonna era così
compiuta.
Medea, con la sua storia, è uno dei personaggi più cupi nell'universo del mito antico. Maga, figlia del re
della Colchide, nipote della maga Circe, si innamorò del greco Giasone che giunse nel suo paese (sul mar
Nero) per impossessarsi del vello d'oro. Per Giasone, Medea tradì il padre, uccise il fratello, abbandonò la
patria; ma l'atto che la distingue per la selvaggia tragicità è quello che Euripide scelse di rappresentare nel
suo dramma: l'uccisione dei figli, l'atto estremo con cui essa si vendicò dell'abbandono di Giasone. Il
tragico infanticidio costituirà per lei un punto di non-ritorno. Irma Bandiera, sebbene fosse di famiglia
benestante, scelse di essere staffetta partigiana nella VII brigata GAP Gianni Garibaldi di Bologna e prese il
nome di ‘Mimma’. Venne catturata dai fascisti che le infierirono atroci torture ed infine la sottoposero alla
fucilazione a Bologna. Era il 14 agosto del 1944 e il suo corpo venne esposto in strada vicino alla sua casa.
Alla memoria le è stata conferita la medaglia d’oro al valor militare.
Anita Garibaldi, conosciuta universalmente anche come l’Eroina dei Due Mondi, divenne una leggenda
del Risorgimento italiano quale donna-guerriero che combatteva per i diritti dei popoli e per l’eguaglianza
dei cittadini. Devo limitarmi, ma tante ancora sarebbero le Donne da citare per rendere omaggio a questa
ricorrenza. Tante di loro si sono battute, tante hanno fatto la Storia, a tante dobbiamo le numerose cure
che ogni giorno ci salvano la vita. Ognuna di loro ha rappresentato un tassello. E tutte, unite una all’altra
come in un puzzle, ci riportano ai nostri giorni. Da sempre sgomitiamo con forza per farci spazio, non dico
per ottenere un posto a sedere, ma almeno per riuscire a ‘salire sul tram’. La libertà e la parità che
vantiamo in Occidente è ancora un’illusione in alcune parti del mondo. In Afghanistan le donne sono
vittime di un’oppressione perpetrata in nome di una fede che fa loro perdere la dignità di esseri umani. In
Bangladesh – e non solo – le donne vengono rapite per essere ridotte in schiavitù o avviate alla
prostituzione; il 60% delle donne sposate è continuamente vittima di continue percosse da parte del
marito, di stupri, omicidi e violenze psicologiche. In India, ogni sei ore, una donna viene bruciata viva,
picchiata a morte o spinta al suicidio. In Nepal, ogni due ore, una donna muore di parto, mentre alcune
decine di migliaia muoiono di Aids o contraggono il virus dell’HIV. In Iran – e non solo – la lapidazione
viene usata per condannare a morte le donne accusate di adulterio. In Somalia, l’infibulazione viene
praticata in società a carattere patriarcale, in cui la donna viene considerata un essere inferiore, con una
sessualità da reprimere e da condannare, infatti garantisce la verginità della donna, ne riduce il desiderio
sessuale, impedisce la masturbazione. È evidente agli occhi di tutti quanto la situazione in Occidente sia
rosea per la donna (sebbene, nemmeno qui, il suo rispetto venga garantito sempre, ovunque e
comunque). Nulla che voglia puzzare di retorica, ma sarebbe dignitoso per noi, per le Donne che sono
state prima di noi, per le Donne che verranno, per le Donne che non hanno ancora questa opportunità, se
l’8 marzo lo celebrassimo come una giornata votata al ricordo e alla riflessione e non come una squallida
occasione per uscire, bere, puttanizzarsi, per poi tornare ‘Santa Maria Goretti’ il giorno dopo. Sarebbe
come rivendicare un posto in società. Quel posto in società, qui dove viviamo, è già nostro, è nostro di
diritto, non perché ce l’hanno offerto spontaneamente, ma perché ce lo siamo preso. Con la forza.

Note
1. Scrittrice, icona del femminismo, morta il 2 maggio del 2009.

2. Movimento politico e sociale britannico che ha come scopo istituzionale l'elevazione delle classi lavoratrici per renderle idonee ad
assumere il controllo dei mezzi di produzione.
attualità
C'era una volta una regione che fece da precursore perché oggi si potesse parlare di
Risorgimento. Questa regione è il Piemonte. Un periodo storico che ha segnato
profondamente il desiderio di indipendenza e di espansione, da parte del Piemonte
sabaudo. Un cambiamento che fu possibile grazie alla volontà dell'esercito e della
diplomazia dello Stato sabaudo, all'intelligenza di uno statista (Camillo Benso conte di
Cavour) e al potere di una dinastia (i Savoia). In questo periodo nacque un sentimento
nazionale e di unità che permise di edificare uno stato unitario.
All'inizio questa necessità di fondare uno stato unitario venne accolta da importanti
uomini, che nel 1848-1849 tentarono di avvicinarsi all'unità, all'indipendenza, alla
voglia di libertà. Giuseppe Mazzini, Giuseppe Ferrari e Carlo Pisacane. Tentarono una
sfortunata spedizione nel 1857 a Sapri. Molti al ritorno si sentirono delusi e presero la
decisione di passare al partito liberale. I più importanti che aderirono al partito furono
Giuseppe La Farina e Giuseppe Garibaldi.
Un uomo di nome Massimo d'Azeglio ricevette l'incarico di formare un nuovo governo e
si avvalse dell'esperienza di importanti ministri i quali avviarono un periodo di riforme.
Tra queste le più importanti sono le leggi Siccardi,1 la riforma agraria e quella
dell'esercito. Fu all'interno di questa legislatura che venne fuori tutto il genio di Camillo
Benso conte di Cavour. Ricoprì molti incarichi: fu ministro dell'agricoltura e del
commercio e delle finanze. Impresse un notevole sviluppo all'economia del nostro
Paese. Il suo comportamento estroso lo fece entrare più volte a invadere altri dicasteri.
Fu sempre lui a imprimere le condizioni per il cambiamento con il cosiddetto
Connubio.2 Questa alleanza servirà a isolare le ali più estreme del parlamento. Nel
febbraio 1853 assunse un atteggiamento di intransigenza nei confronti dell'Austria e
contro i mazziniani. Nel 1855 dovette fare i conti con i rapporti con la Chiesa per una
riforma che annullava gli ordini contemplativi.3 In questo periodo in Piemonte si
rifugiarono 30.000 esuli tra cui Bertrando Spaventa, Francesco de Sanctis e Niccolò
Tommaseo.
Cavour dovette poi fare i conti con la seconda guerra di indipendenza. Riuscì comunque
nel suo intento, cioè quello di conquistare la Lombardia, la Toscana e l'Emilia.
All'Austria rimasero le Venezie e alla Francia Nizza e la Savoia.
Possiamo dire che l'unificazione era quasi finita. Cavour, infatti, non aveva pensato ad
una annessione del sud Italia. Questa volontà nacque dal basso e trovò la realizzazione
nelle mani di Giuseppe Garibaldi. L'11 maggio sbaragliò le truppe borboniche a Marsala,
il 15 a Calatafimi e il 20 a Milazzo; il 6 giugno giunse a Palermo. Ad agosto si
impadronirono della Calabria e il 7 settembre occuparono Napoli. Il sovrano spagnolo
dovette rifugiarsi a Gaeta. Andò contro la volontà di Cavour che desiderava una
soluzione dualistica, con Vittorio Emanuele al nord e Francesco II al sud. Nell'11
settembre del 1860 i mille occuparono lo Stato pontificio, penetrando nelle Marche e in
Umbria. Garibaldi giunse fino a Castelfidardo e poi sconfisse le truppe borboniche a
Volturno. Al parlamento piemontese non restò che votare l'annessione di Napoli e della
Sicilia al Regno sabaudo. Garibaldi dopo lo storico incontro a Teano (26 ottobre), in cui
indicò Vittorio Emanuele come iI ‘Re d'Italia’ si ritirò nell'isola di Caprera.
Il 17 marzo venne proclamata l'unità d'Italia.
Mancava ancora l'unificazione amministrativa del sistema scolastico, dell'economia e
dei servizi.
Il ministro La Marmora formò così le 59 province amministrate da un prefetto; ogni provincia
divisa in comuni, ognuno presieduto da un sindaco.
Rimase aperta la questione romana ‘Libera Chiesa in Libero Stato’, ma nessuno voleva scendere
ad un compromesso.
Nel 1863 la capitale fu spostata a Firenze.
La sinistra più progressista lo sentì come una rinuncia di conquistare Roma.
L'esercito italiano attaccò l'esercito francese, aprendo una breccia a Porta Pia.
Il 27 gennaio 1871, il senato italiano voterà il trasferimento della capitale da Firenze a Roma.

Questi sono i fatti più importanti che è bene ricordare alle porte di questo anniversario. Un
sunto di 150 anni di Storia d'Italia in una pagina. Ma i Papers hanno pensato a darne un saggio
completo. Col prossimo numero uscirà un volumetto che traccerà la storia dettagliata del
Risorgimento in Italia. Per ora proviamo a vivere questa festa con la consapevolezza che tra 50
anni la rivivremo ancora. Per fare questo bisogna però meditare sulla strada da prendere. Ora
celebriamo i 150 anni!

Note
1. Abolizione del foro ecclesiastico, abolizione del diritto di asilo politico, abolizione della manomorta, divieto di compravendita
di beni immobili da parte degli enti morali.
2. Accordo politico tra Cavour e Rattazzi che avvenne nel 1852.
3. Crisi Calabiana.
attualità
Il 2010 potrebbe essere ricordato come l'anno
più breve della repubblica italiana. Certamente
denso di fatti e tutti attorno ad una sola figura
che, malgrado gli scarsi meriti, ha monopolizzato,
volente o nolente, l'agenda italiana. L'onda lunga
sta arrivando in questi primi giorni del nuovo
anno.
Le elezioni anticipate sembrano sempre più
probabili e Tremonti si esercita già per un
eventuale governo di transizione. Il ministro dell'economia lascia tutti a bocca aperta
vantando Berlinguer, citando Scritti Corsari di Pasolini ed elaborando una propria critica
dello sviluppo e della globalizzazione. Per la verità chi ha letto il suo libro La paura e la
speranza poteva già aspettarselo.
Tutto comincia da un episodio che non aiuta per niente i piccoli progressi fatti
dall'opposizione: l'attentato al premier da parte di Tartaglia, subito riconosciuto come
incapace di intendere e di volere. Così si è creata un'occasione d'oro per riallacciare i
rapporti resi gelidi col Quirinale, accusare come mandanti i pochi giornalisti e politici in
grado di fare una critica seria al governo (Travaglio, Santoro, Di Pietro, ecc.) e infine si è
coniato un nuovo slogan, velatamente intollerante: "noi siamo il partito dell'amore", a cui
si contrapporrebbe il ‘partito dell'odio’.
Il 26 marzo i gorilla della Digos fermano due ragazzi che lavoravano presumibilmente nel
reparto grafici di Sky, rete nei cui studi si era recato Berlusconi per rilasciare un'intervista.
Sono gli autori di un manifesto affisso in una delle finestre degli studi televisivi recante una
frase di Quintiliano: "odiare i mascalzoni è cosa da nobili". La Digos, messa in allarme,
vorrebbe portarli in questura. Poi ci rinunciano perché non esiste ancora il reato di ‘porto
abusivo di cultura’. La frase era stata già citata da Luttazzi in una manifestazione per la
difesa della libertà di stampa, e segna la fine di questa infelice dicotomia amore-odio,
sciaguratamente applicata alla politica. Interessante il fatto che la Digos leggendo
‘mascalzoni’ abbia subito fatto il collegamento con Berlusconi. Chissà cosa ne avrebbe
pensato Freud?
Dopo questo attentato – slogan intolleranti a parte – il governo appare invincibile. Invece
no.
Cominciano a saltare fuori vagonate di scandali che portano Berlusconi addirittura a
ripulire il PdL dagli elementi più impresentabili. Ce n'è per tutti: dallo scandalo della
protezione civile (conti gonfiati, appalti irregolari e massaggiatrici varie) a Scajola, il quale si
accorge che gli hanno comprato casa a sua insaputa. Cose che capitano…
Ma il PD di fronte a tutto questo come ne esce? Molto male, perché da che pulpito può
gridare allo scandalo e all'indignazione un partito che candida in Campania personaggi
come De Luca, già imputato in due processi? Con alle spalle una condanna per aver
autorizzato come sindaco la costruzione di una discarica abusiva. Sono sotto processo
anche la moglie di De Luca, per aver presentato carte false in un concorso pubblico, e il
figlio per reati fiscali. Non dimentichiamoci però di Bassolino, governatore della Campania,
imputato per truffa alla regione che lui stesso amministra. Inutile dirlo: anche lui in quota
PD. E col piffero che si dimette. Queste persone fanno parte di un partito che dovrebbe
criticare Berlusconi perché i rifiuti a Napoli non sono ancora spariti, oltre a pretendere
trasparenza e moralità da parte del governo.
Intanto il 10 febbraio Bertolaso, capo della
protezione civile, viene raggiunto dall'avviso
di garanzia; assieme al suo vice Balducci è
accusato di aver manipolato gli appalti
pubblici favorendo parenti e amici. Per
motivi analoghi è scoppiato lo scandalo
‘parentopoli’ a Roma, dove il sindaco
Alemanno ha in questi giorni licenziato
l'intera giunta, presentandone una nuova.
Bertolaso risulta coinvolto in diversi illeciti
legati al G8 della Maddalena, (poi spostato
a L'Aquila) i lavori per i mondiali di nuoto
2009 (piscine costruite senza rispettare le
misure standard) e per finire – attualissimo
– i lavori per i 150 anni dell'unità d'Italia. I
corruttori sarebbero il duo Balducci-
Anemone, gli unici per altro ad essere stati
arrestati. Bertolaso se l'è cavata andando in
pensione. Tra le merci di scambio ci sono
anche delle sedicenti massaggiatrici che
allietavano il capo della protezione civile
all'interno di un centro benessere, tenuto
aperto solo per lui. L'uso sistematico del
corpo femminile, come vedremo, è una
costante all'interno del ‘Partito dell'Amore’
(a pagamento).
Il 5 marzo viene approvato in Parlamento
il decreto salva liste, presentato dal governo
per inserire in extremis le liste di Formigoni in Lombardia e della Polverini nel Lazio. Il primo aveva
presentato delle firme irregolari, la seconda non le ha presentate in tempo. Napolitano firma e
giustifica il tutto sostenendo che non si poteva escludere la forza politica più importante, in due delle
maggiori regioni italiane, dalla corsa elettorale. Questo in parole povere significherebbe che, se un
partito piccolo come i Radicali presenta una firma in meno del previsto, o in ritardo di un secondo, può
essere escluso dalla competizione elettorale. I grandi partiti invece si faranno un decreto in un secondo
momento che li salva in corner. Oppure se proprio vogliamo – che sciocchi – pensare che siamo tutti
uguali di fronte alla legge, dovremmo pensare che d'ora in poi tutte le liste possibili e immaginabili
partecipano alle elezioni. La cosa allucinante è che questo decreto è totalmente illegale, esiste infatti
una legge che proibisce i decreti volti a influire sul sistema elettorale.
Anche in questo caso l'opposizione è assente. Infatti il candidato del PD in Emilia Romagna, Vasco
Errani, si presenta alle regionali al suo terzo mandato (idem dicasi per Formigoni in quota PdL), cosa
che la legge vieta espressamente limitando il numero di mandati a due. Anche qui varrebbe la tesi del
partito forte che può ignorare le regole a scapito dei più deboli. Se le istituzioni non sono più rispettate
nemmeno da chi dovrebbe difenderle è la fine.
Non sembra... è già di fatto una repubblica
delle banane.
Il 12 marzo scopriamo, grazie ad uno
scoop de Il Fatto Quotidiano, che la
procura di Trani sta indagando
Berlusconi, il direttore del TG1
Augusto Minzolini e il commissario
dell'Agicom (Autorità garante delle
comunicazioni) Gian Carlo Innocenzi. Il
Cavaliere avrebbe fatto pressioni
attraverso questi personaggi contro
programmi Rai a lui sgraditi, tutto
questo si evince da delle
intercettazioni abbastanza eloquenti.
In una di queste si sente Innocenzi fare pressioni al direttore Rai, Masi, perché annullasse una puntata
di Anno Zero; Masi risponde che non poteva bloccare una trasmissione semplicemente presumendo
che commetterà una irregolarità. In un'altra intercettazione Minzolini assicura a Berlusconi che si
occuperà personalmente della questione riguardante le rivelazioni di Spatuzza ai magistrati. Tra le
trasmissioni nel mirino del premier, oltre Anno Zero, ci sono anche Ballarò e addirittura Parla con me.
Innocenzi è stato già dirigente Fininvest e segretario di Forza Italia, ma noi dobbiamo avere fede e
augurarci che nel suo operato non agevolerà quello che più volte lui stesso usa chiamare ‘il padrone’.

Arriviamo al 7 aprile. E' il momento di Calderoli, non potevamo infatti trascurare il contributo dei
leghisti allo sfacelo incontrastato dell'etica nel ‘Bel Paese’. Secondo il ministro della semplificazione
legislativa, il suo dicastero avrebbe eliminato 375 mila leggi inutili su un totale di 500 mila. Poi
Tremonti lo smentisce sostenendo che le leggi italiane sono in tutto meno di 170 mila. Ammettendo
che abbia ragione Calderoli (arriviamo quindi al fantasy), c'è da chiedersi come avrebbe fatto il
ministro in meno di due anni che sta al governo a esaminare 500 mila leggi. Tanto per prenderlo per i
fondelli qualcuno si è divertito a fare un calcolo: dal 1861 (data dell'unità d'Italia) ad oggi, per
produrre quella mole di leggi il Parlamento avrebbe dovuto produrre una legge all'ora, lavorando
tutti i giorni. Insomma, stiamo parlando di un ballista di prima categoria. Ci sarebbe da ridere se non
fosse per il fatto che recentemente ci si è accorti di un fatto abbastanza grave: tra le leggi cosiddette
inutili eliminate da Calderoli, la Gazzetta Ufficiale segnala anche una norma sui minori degli anni '30.
Nonostante sia stato corretto l'errore si verranno comunque a creare dei cavilli nati durante il
periodo in cui tale legge figurava nulla. Insomma, molti processi che implicano reati a danno dei
minori potrebbero finire con l'archiviazione.
Il 4 maggio è il turno di Scajola. Ne abbiamo già accennato. Si tratta di un recidivo: è la seconda
volta che si dimette; la prima risale a quando da ministro dell'interno dà del coglione a Marco Biagi,
pochi giorni dopo il suo assassinio. Questa volta spuntano di nuovo le corna di Anemone, il quale
avrebbe depositato su conto svizzero – a insaputa del ministro – i soldi per l'acquisto
dell'appartamento nel centro di Roma, con vista sul Colosseo. Quando si dice ‘il caso’. Si ricorda che,
in questo governo, Scajola era ministro delle attività produttive.
Ma le sorprese non sono finite.
Il 7 maggio un'inchiesta del giornalista di Repubblica, Attilio Bolzoni, dimostra quello che tutti
sapevano ma nessuno osava dire (anche perché mancavano ancora dei tasselli): è esistita una
alleanza tra stato e mafia e in quest'ottica andrebbe rivisto l'attentato a Falcone nell'Addaura e,
prima ancora, le stragi di stato e i depistaggi. E' la tesi del doppio stato, sostenuta già da numerosi
storici. Sappiamo anche per testimonianza di un ex presidente della repubblica come Ciampi, che nel
1992 si sarebbe inscenato un colpo di stato, fortunatamente fallito, il quale avrebbe dovuto aprire la
strada ad una nuova forza politica.
Poco tempo dopo Berlusconi scende in campo e crea una nuova forza politica; si chiama Forza
Italia. Ogni riferimento a fatti e cose è puramente casuale.
L'8 luglio scopriamo anche dell'esistenza di una Loggia P3. Salta fuori che i giudici faziosi esistono
davvero, ma non sono comunisti. Si tratta di membri della Corte Costituzionale verso i quali la P3
fece pressioni per approvare il Lodo Alfano. Va da sé che – nell'universo narrativo di Berlusconi – chi
non si lascia corrompere, votando contro il Lodo, diventa automaticamente una toga rossa.
Vengono arrestati quattro faccendieri dalla veneranda età, tra questi anche Flavio Carboni che ha
una lunga carriera in fatti loschi, a partire dal caso Calvi e il crack del Banco Ambrosiano. Il canale di
comunicazione tra la P3 e il governo sarebbe stato Denis Verdini, coordinatore del PdL, già indagato
per la vicenda dell'Eolico in Sardegna. Tra i personaggi di spicco coinvolti si ricorda anche Marcello
Dell'Utri. A dimostrazione di tutti questi intrallazzi numerose intercettazioni, spesso le telefonate,

assumono un tono ai limiti della serata al bar. Eccola la


magistratura politicizzata.
E' in questo contesto che, il 30 luglio, va compresa la
scissione di Fini e dei finiani dal PdL con la formazione del
nuovo partito Futuro e Libertà. Scissione questa,
provocata dallo stesso Berlusconi, che mette alla porta il
presidente della Camera. Viene costruito così, dal nulla, il
sedicente scandalo dalla cucina Scavolini e della casa a
Montecarlo.
Tutti i giornali e le reti di regime si concentrano durante l'estate a gettare fango sul presidente
della Camera. E' importante tenerlo in mente perché il caso Ruby e l'imputazione di sfruttamento
della prostituzione nei confronti di Berlusconi, Mora e Fede si reggono su una impalcatura
probatoria ben più solida; ma evidentemente lo zelo col quale giornalisti come Minzolini, Feltri e
Belpietro condannano Fini, sulla base di chiacchiere e mistificazioni varie, va considerata come
normale amministrazione. Pare essere invece la trasposizione dal manganello alla macchina da
scrivere dello squadrismo più becero. Stessa sorte toccò anche alla ex moglie di Berlusconi,
Veronica Lario, le cui dichiarazioni sullo stato di salute mentale del premier e sulle sue
frequentazioni di minorenni oggi trovano riscontro nelle intercettazioni. All'estero si stupiscono
del fatto che gli italiani non reagiscono. Il problema è che gli italiani, come massa, sono dei malati
di Altzeimer che nel giro di pochi giorni dimenticano tutto. Un popolo senza memoria, che per la
maggior parte si informa attraverso la tv la quale è quasi del tutto sotto il controllo del Presidente
del Consiglio. Ecco svelata l'anomalia italiana. Pensiamo ad esempio alle importanti rivelazioni di
pentiti come Spatuzza nei confronti di Schifani, che avrebbe messo in contatto Dell'Utri coi fratelli
Graviano, già con le mani in pasta in Sicilia con giunte pluri commissariate perché infiltrate dalla
mafia. Non una riga sui giornali. Fanno eccezione Il Fatto Quotidiano, L'Espresso e Repubblica. Nel
resto dei media, buio completo. Eppure si tratta del Presidente del Senato. Quando poi ad un
convegno del PD lo si invita e dei manifestanti fischiano, Fassino ha anche la bella idea di tacciarli
di squadrismo. Le possibilità sono due: o i dirigenti del PD non hanno capito niente, oppure
pensano che non abbiamo capito niente noi. In un interessante documentario di Marco Travaglio,
Berluscoma, il noto giornalista parla dell'ultimo ed ennesimo attacco di Berlusconi alla
magistratura, risalente al 3 ottobre, nonostante ormai i suoi processi fossero congelati e non ci
fossero nuove indagini in corso. "A meno che - dice Travaglio - lui non sappia delle cose che noi
non sappiamo". Osservazione profetica che oggi fa sorridere.
Il 2010 finisce il 14 dicembre, col voto di sfiducia alla Camera. Anche in questa occasione
Berlusconi non ci delude, regalandoci un altro episodio in pieno stile ‘prima repubblica’. Non
parleremo nel dettaglio delle ultime rivelazioni sul caso Ruby, sul PD che fa i voti di sfiducia
sapendo di perderli e sulla condanna di Cuffaro. Siamo un periodico bimestrale, dobbiamo
attenerci al tema dell’articolo che tratta esclusivamente le vicende politiche dell’anno appena
trascorso. Ci riserberemo di approfondire le vicende future nei prossimi numeri.
attualità
Il faraone era in silenzio.
Stava seduto, come fa spesso ora che è anziano, nella sua casa di vacanza a Sharm el
Sheikh, contemplando l'isola di Tiran nel mar Rosso.
È qui che riceve di solito i leader mondiali, qui che si siede impettito accanto ai premier
israeliani o che presenta i presidenti statunitensi ai capi di stato arabi.
Hosni Mubarak, 82 anni, si sente più a sua agio nella quiete di Sharm el Sheikh che
nella numerosa, sporca e affollata capitale. È qui che ha stabilito la sua corte ed è qui
che ha preferito restare in silenzio.
Il primo ministro ha promesso che il governo avrebbe tollerato la libertà d'espressione a
patto che fosse stata esercitata ‘con mezzi legittimi’: Mubarak non ha nemmeno negato
che la moglie e il figlio Gamal, designato come suo delfino, sono fuggiti all'estero.
Mubarak non ha commentato niente. Non c'era niente di più pericoloso che
confermare le voci o inoltrarsi nei meccanismi del suo stato di polizia. Fu l'errore che
fece, due settimane prima, il Presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali, che poi fu
costretto a lasciare il Paese.
Arriva poi venerdì 28 gennaio 2011. Sembra che tutta la frustrazione accumulata in
trent'anni di regime stia improvvisamente esplosa. Venerdì è il giorno della resa dei
conti, un giorno di violenza e vendetta che ricorda la rivolta del pane del 1977.
Anwar al Sadat ordina ai soldati di sparare sui manifestanti e ottanta persone
rimangono uccise. Questa volta la notizia della prima vittima arriva da Suez, dove la
polizia ha ucciso un manifestante. L'episodio, però, non ha dissuaso gli altri, così come
non è servito a niente il coprifuoco imposto dal governo. Le proteste più imponenti
sono state quelle di piazza Tahrir, al Cairo. Malgrado la forte presenza di polizia, i
manifestanti hanno sfondato le barriere permettendo ad altri di passare dopo di loro.
Al suono dei tamburi ripetevano ossessivamente: "Il popolo vuole rovesciare il regime".
La capitale stava precipitando nel caos.
Ma il faraone non diceva niente.
Il 29 gennaio, un quarto d'ora dopo mezzanotte, Mubarak ha rotto il silenzio con un
discorso sinistro asserendo che, pur rispettando le legittime preoccupazioni del popolo,
non tollerava il caos nelle strade. Lui, che ha dedicato la vita al Paese fino allo
sfinimento, avrebbe difeso la libertà e la stabilità. Ha promesso democrazia e lavoro.
Poi ha licenziato i suoi ministri.
L'avversario più temibile di Mubarak è Mohamed el Baradei, 68 anni. Anche lui fa
parte dell'élite egiziana, è figlio di un'influente e ricca famiglia di avvocati, è cresciuto al
Cairo e ha studiato per diventare diplomatico. Come capo dell'Agenzia Internazionale
per l'Energia Atomica (AIEA) ha ricevuto il Nobel nel 2005 ed è stato insignito del collare
dell'Ordine del Nilo, la massima onorificenza civile egiziana. Intellettuale schivo,
giocatore di golf e amante dell'opera , El Baradei è tutt'altro che un tribuno del popolo
e in Egitto non ha nessun incarico. Eppure potrebbe essere l'uomo giusto al momento
giusto. È relativamente disinvolto, dialoga con i fratelli musulmani e, malgrado le
differenze, considera quello degli islamisti ‘un movimento legittimo’. Su di lui pesa il
sospetto di essere troppo vicino all'occidente o corrotto dal denaro statunitense. Alla
fine del suo terzo mandato all'AIEA voleva ritirarsi a vita privata, ma quando a febbraio
del 2010 è tornato al Cairo ed è stato accolto con calore si è lasciato contagiare
dall'entusiasmo dei suoi connazionali.
Si è reso conto che poteva essere un
‘catalizzatore del cambiamento’. In rete ha
raccolto il sostegno di migliaia di persone, ma le
ha deluse quando ha lasciato il Paese per
andare a scrivere le sue memorie nel sud della
Francia e a insegnare negli Stati Uniti. Il 27
gennaio, però, ha deciso di tornare in Egitto e si
è proposto come possibile Presidente di
transizione: "Se gli egiziani vogliono che io
prenda le redini del cambiamento, non li
deluderò".
Il 28 gennaio si è unito ai manifestanti.
"Il popolo ha rotto la cultura della paura. Da qui
non si torna indietro». El Baradei aveva già
criticato l'occidente, in particolare la segretaria
di stato americana Hilary Clinton che, mentre
reclamava i diritti civili per gli egiziani, definiva
‘stabile’ il regime di Mubarak.
"Mi chiedo quale sia il prezzo di questa
stabilità", aveva inoltre fatto notare, "Si basa su
ventinove anni di legge marziale? Si basa sulle
elezioni truccate?" Probabilmente neanche lui
si aspettava che le proteste proseguissero
nonostante il coprifuoco e che l'esercito
chiamato da Mubarak finisse per sostenere la
popolazione. Gli slogan urlati dai manifestanti
non erano a favore di niente, neanche della
democrazia, ma erano sempre contro qualcosa
o qualcuno. In piazza si è creata un'ampia
alleanza spontanea di persone che insieme
hanno chiesto le dimissioni di Mubarak. La scintilla è partita dai giovani studenti senza lavoro e dalle
persone di cultura che hanno capito le difficoltà del ceto inferiore. La scintilla ha provocato
un'esplosione. "Il partito di Facebook" - come lo scrittore Ala al Aswani definisce la generazione tra i
venti e i trent'anni – "è riuscito in quello che i partiti d'opposizione tradizionali – islamisti, sinistra,
liberali e nasseriti – non hanno saputo fare". I fondatori di un gruppo su Facebook chiamato
‘movimento 6 aprile’ hanno raccolto 70mila adesioni. I blogger stimano che almeno 15mila abbiano
accolto l'appello degli attivisti per trasformare il 25 gennaio, la giornata nazionale della polizia, nel
‘giorno della rabbia’. Alla fine quando sindacalisti, politici di sinistra ed egiziani comuni si sono uniti a
Facebook l’obbiettivo era raggiunto.
"C'era gente a perdita d'occhio. Un mare di persone!", ha esultato Al Aswani.
"È stato un momento speciale. Mi
tremavano le gambe". Secondo lo scrittore
egiziano, il fatto che le rivolte siano rimaste
senza leader non è una debolezza ma un
punto di forza: "Nessuno dei partiti
tradizionali ha potuto sfruttare le
manifestazioni. Non si tratta di islamismo né
di socialismo né di nasserismo. La gente
vuole solo libertà e benessere". Il
settimanale d'opposizione Al Fagr ha
descritto il primo giorno di proteste come ‘il
giorno del giudizio universale’. I
manifestanti stavano saldando il conto con
il regime e con ‘trent'anni di povertà, brogli
elettorali, torture e corruzione’.
Nella rivolta del mondo arabo per la
dignità, i diritti e la libertà, la Tunisia è stata
il grilletto e l'Egitto il premio in palio.
Abbiamo assistito a una svolta che molto
probabilmente porterà alla sostituzione del
Presidente Hosni Mubarak con una nuova
leadership più vicina alle aspirazioni politiche della
nazione.
Il 30 gennaio cinque eventi importanti hanno
contribuito a sancire l'inizio della fine dell'era
Mubarak. Nelle strade di tutto il Paese, e in
particolar modo al Cairo, i manifestanti hanno
sfidato il coprifuoco e sono rimasti dov'erano. La
maggior parte dei poliziotti si è dileguata e i soldati
che hanno preso il loro posto hanno subito messo
in chiaro che il loro obbiettivo non era sparare
sulla folla per difendere il regime, ma mantenere
l'ordine e proteggere gli edifici pubblici. La
combinazione tra la coraggiosa determinazione del
popolo e il rifiuto delle forze di sicurezza di sparare
sui cittadini ha segnato un punto di svolta per
entrambi gli schieramenti. I manifestanti hanno
capito che la loro causa è condivisa da molti
egiziani, mentre gli agenti hanno fatto capire alla
piazza, e al Presidente, che la situazione può
essere risolta solo con il dialogo.
Il secondo episodio significativo è stata la nomina
a vicepresidente del generale Omar Suleiman, un
figura molto rispettata tra le forze armate. Tale
ruolo è rimasto vacante per trent'anni e la
decisione di Mubarak indica probabilmente che il
Presidente ha capito di avere i giorni contati.
Mettere un generale settantenne al posto di un
altro generale-presidente ancora più anziano non è
il segno di una rinascita dell'Egitto ma la
riaffermazione di una vecchia abitudine.
Il terzo evento chiave è stato l'annuncio da parte
del Presidente del parlamento, Fathi Surour, che
l'attuale composizione dell'assemblea verrà rivista
alla luce di centinaia di ricorsi presentati dai
cittadini dopo le elezioni politiche del novembre
scorso.
Il quarto sviluppo significativo è stato la
dichiarazione di sostegno ai dimostranti da parte di
alcuni rappresentanti dell'associazione dei giudici
egiziani. Negli ultimi anni i magistrati sono stati
una delle poche istituzioni in grado di contrastare il
regime conservando, allo stesso tempo, la fiducia
dei cittadini.
Il quinto segnale dell'imminente democratizzazione dell'Egitto è stata la notizia che i principali
movimenti di opposizione avevano fondato una coalizione nazionale per il cambiamento,
incaricando Mohamed el Baradei di negoziare la transizione dal governo di Mubarak verso un
esecutivo più rappresentativo e democratico.
Dopo il 28 gennaio il mondo non è stato più lo stesso. Nel mondo arabo i cambiamenti cominciati
in Tunisia oltre un mese fa, e ora in corso in Egitto, sono considerati un evento epocale. La maggior
parte dei 360milioni di arabi sono talmente giovani da aver conosciuto soltanto capi di stato che
sono rimasti così a lungo al potere da diventare delle icone. Solo gli egiziani oltre i trent'anni e libici
oltre i quaranta possono ricordare un presidente diverso da Mubarak o da Muammar Gheddafi. I
tunisini hanno dimostrato che si possono rimuovere perfino le icone. Liberi dalle paure che li hanno
paralizzati per decenni, i popoli dei paesi arabi scendono in piazza a Sana'a come ad Amman. I
governi europei e quello statunitense, ormai abituati ai dittatori arabi, sono sorpresi per non aver
saputo prevedere questi fatti e non avere preso le distanze in anticipo.
La situazione dei governo in Libia, in Tunisia (stato in
cui è già avvenuta la caduta del proprio tiranno),
Marocco, Algeria, Egitto (passato nel potere dei
militari), Yemen, Bahrein e Oman è del tutto precaria.
Le informazioni non sono molto attendibili dai luoghi
caldi della battaglia. Ai giornalisti non è permesso
entrare e le uniche informazioni che si riescono ad
avere sono legate ai blogger o ai social network, come
Facebook e Twitter.

Libia
E così anche il vecchio, folle e paranoico volpone
libico – il pallido, infantile dittatore della Sirte dalle
guance cadenti, sempre scortato dalle sue amazzoni,
l'autore del Libro Verde – sta per essere abbattuto o
per sparire. La realtà della rivolta dei libici viene
raccontata su YouTube e su Facebook, creando una
realtà sfocata e sgranata. Commissariati dati alle
fiamme a Bengasi e Tripoli, i cadaveri, uomini armati e
furibondi, una folla di studenti che abbatte un
monumento dedicato al Libro Verde.
Colpi di arma da fuoco, fiamme e urla nei cellulari.
Muammar Gheddafi, pochi giorni fa, invece di
affrontare il popolo ha incontrato un suo amico per
sottoporsi ad un intervento chirurgico. Gheddafi non
aveva certo un bell'aspetto. Il viso da pazzo era
flaccido, gonfio, sembrava un attore comico che alla
fine della carriera aveva deciso di recitare in una
tragedia. Cerca disperatamente una truccatrice prima
di bussare per l'ultima volta alla porta di un teatro. Il
20 febbraio è suo figlio Saif al Islam a sostituirlo.
Mentre Bengasi e Tripoli erano in fiamme, ha dovuto
prendere il posto di oratore e salire sul palcoscenico.
Ha minacciato la popolazione dicendo che il caos
avrebbe portato ad una guerra civile, di dimenticarsi le
forniture di petrolio e di gas. 'Ci sarà la guerra civile'.
Nelle immagini trasmesse dalla televisione la testa di
Saif al Islam si stagliava sull'immagine di un
Mediterraneo verde, che sembrava uscire dal suo
cervello.
Un bel necrologio per 42 due anni di regime. “Gheddafi è più simile ad un altro dittatore rinchiuso in un
bunker, che convoca eserciti inesistenti perché vadano a combattere nella sua capitale per salvarlo,
addossando al popolo le proprie sventure. Lasciamo perdere Hitler. Quella di Gheddafi è una categoria
a parte, un misto tra Topolino e il profeta, Batman e Clark Gable, Anthony Quinn che interpreta il
condottiero Omar Mukthar nel film Il leone del deserto, Nerone e Mussolini (versione anni venti) e,
inevitabilmente – il più grande attore di tutti – se stesso.” (Robert Fisk, The Independent).
Se davvero siamo di fronte ad una rivoluzione, allora saremo presto in grado di curiosare negli archivi
di Tripoli per scoprire tutta la verità sulla strage di Lockerbie e sulla bomba del 1989 sul volo 722
dell'Uta, oltre che sull'attentato del 1986 in un locale di Berlino, che provocò una rappresaglia degli
Stati Uniti in cui rimasero uccisi molti civili arabi, tra cui la figlia adottiva di Gheddafi. Potremo saperne
di più sugli omicidi degli oppositori del colonnello in patria e all'estero, sull'uccisione di un poliziotto
britannico, sull'invasione del Ciad, sugli affari con i petrolieri britannici e sul rilascio dell'attentatore
Abdelbaset al Megrahi.
Per decenni gli avversari hanno cercato di ucciderlo. I nazionalisti, detenuti nelle sue camere di
tortura e gli islamisti si sono ribellati. Lui li ha sempre schiacciati. La storia attuale racconta come lui, a
differenza degli altri leader, ha deciso di sparare sui manifestanti e di usare l'aviazione. Questa scelta
riflette una certa visione del mondo da parte di Gheddafi, che si è sempre proposto come 'fratello,
leader e comandante'. Secondo il leader libico, nella 'fratellanza' tra leader e sudditi non c'è spazio per
le manifestazioni e i cambi di regime. Il patto tra il leader e il popolo si fonda su un buon sistema
scolastico e su un'economia relativamente stabile. Non poteva rispondere né con il dialogo, né con un
passaggio di poteri pacifico. Come in tutte le vicende mediorientali, una lunga storia precede il drammatico
spettacolo della caduta di Gheddafi. La situazione in Libia è diversa da quella di Egitto e Tunisia, dove
c'erano partiti, l'esercito e istituzioni civili. I principi della 'costituzione' libica si basano sul Libro Verde di
Gheddafi. Il paese non ha partiti né un forte movimento islamico, e la situazione è aggravata dalla complessa
struttura tribale. Il pericolo denunciato dal figlio di Gheddafi è che ora la Libia possa dividersi in zone tribali.

Tunisia
È stato il primo stato di quelli arabi ha scrollarsi della paura che molti si erano portati dietro con gli anni.
Sicuramente inaspettato. Tutto nato perché uno studente disoccupato, preso dalla disperazione, si è dato
fuoco. Così è diventato il simbolo di una lotta contro il potere quarantennale di Zine el Abidine Ben Ali. Si è
risolta tutta in poche settimane ed è stata la miccia per molti altri stati arabi. La situazione attuale è molto
precaria. Non c'è un governo e il paese si trova allo sbando, così la popolazione è costretta ad emigrare negli
altri stati, per non cadere nella trappola del caos.
poesie
Chiedevo che il mio nome
fosse un'eco
- sognavo di sentirlo
venire da lontano,
fingendo fosse un'altra
voce a dirlo,
non la mia,
che non riesce a superare
questa stanza.

Credevo fossi stanco,


già vissuto,
col fiato accartocciato
nel fumo dei polmoni,
milite ignoto in ogni
monumento.

Assiderato
d'argento, in mezzo a tutto
questo ghiaccio

raggio di sole rifiutato,


profumo d'epica
e sudore

Avevo cinque corde


consumate
sulla chitarra acustica.
La voce amplificata.
Un'istantanea nuova
già sbiadita,
una patente
fresca e già scaduta.

Finché

le stelle
mi sono cadute
dalle nocche:
ho aperto il pugno,
non c'erano più.
poesie
Come posso oppormi
ad un'altra partenza
al cambio di stagioni
che soffia vento per poi negarlo
al brivido di un temporale
che lascia l'aridità
in ciò che è statico
come i pochi versi
che stillano dalle mie mani
ancora.

Domani la lontananza
avrà un pensiero stanco
sui tasti di una coscienza
che più non ho
come una passeggiata di fine autunno
che ti scaglia
sottile sabbia negli occhi
un mare assente.

L'oggi è un tempo
che vivi ma non tocchi.
poesie
Nu vase doce,
annascunnute arete
a' na fronne e' limone,
mentre na lenza e' sole,
te trase dint'à ll'uocchie....
e c'iaggio leggiuto 'o scuorno,
ma pure a voglia e c'iarrubbà.
È overo c'amme fatto giuramento,
ma tutto nasce e tutto po' fernì,
e si addiventa tutto nu turmiente,
s'arraggia o' core e nun o' puo' sentì,
c'abballa e canta quanno vene l'ora,
cu nuje azzeccate, ca po' facimme ammore,
senza sentì ne' fridde e ne' calore,
ma sulo o' bene ca c'esce a' fore.

TRADUZIONE

Un dolce bacio,
nascosti dietro
un albero di limoni,
mentre un raggio di sole,
ti entra negli occhi,
e ci ho letto il pudore,
ma anche la voglia di rubarci.
È vero che abbiam fatto un giuramento,
ma tutto nasce e tutto può finire,
e se diventa tutto un tormento (l’amore),
il cuore si arrabbia e non lo puoi sentire,
ballare e cantare quando viene l'ora,
con noi attaccati, che poi facciamo l'amore,
senza sentire né freddo e né caldo,
ma solo il bene che vien fuori.
poesie
Immobile lei
e tutto.

Puntuale
sbiadisce le stelle
e le fa guizzare
ai marciapiedi.

Da solo,
respiro un aria
mia. -e rido da solo per voi-
poesie
Ascolta il silenzio
di un giorno di pioggia.
I miei occhi,
sono antichi quanto il tempo.
Scrivo questi versi
per non dedicarti
la mia solitudine.
Siamo fiori che piangono
petali d'oro
lungo rive senza tramonto.
Quando il Sole sfiorisce
anche il Cielo e la Terra si uniscono.
racconti
Tornò sui suoi passi e le diede un’altra pedata in faccia.

- Ti avevo detto di stare zitta, stronza!


Le aveva detto anche: “non muoverti, non toccarmi, non guardarmi.” E prima ancora: “lavati con questo,
niente profumo, nessuna biancheria. Niente di personale.” L’aveva pure pagata bene per questo ma era
stato più forte di lei.
- Ti piace così eh? - aveva detto dopo un po’.
- Zitta per favore…
- Tu sì che sei un po’ strano eh? - aveva proseguito.
- Vuoi stare zitta cazzo!?
- Ooh calmati bello eh?… Se non si può nemmeno respirare trovati una morta allora!
- Sarai tu se non stai zitta…
- Ma chi cazzo sei? Sei pazzo!?… Ma capitano solo a me quelli… Basta! Vattene via! Via! Subito!
Si era divincolata respingendolo con forza con le mani e le gambe, ed era scivolata fuori dal letto. Si era
messa a strillare e a gesticolare come una demente. Non aveva avuto paura abbastanza quando si era alzato
e le si era avvicinato. Non aveva pianto dopo il primo schiaffo. E ora giaceva sul pavimento, con il collo
spezzato e una faccia che non somigliava più a nessuna.
- Non avevo finito… Puttana…

Non gli piacevano le donne. Nessuna. O forse quando piangevano. Sì, erano belle quando piangevano,
tutte, ma solo in quel momento. Il loro viso convulso e bagnato aveva qualcosa di magnetico, s’illuminava di
una luce propria che lo alleviava per un po’ dal suo tormento. Ma non tutte piangevano. Ed erano purtroppo
il mezzo incontornabile attraverso il quale riusciva a raggiungere una pace necessaria, vitale, seppure
momentanea. Perché era costretto a fare quella cosa con loro. Per forza. Ne aveva bisogno. Ma solo in
determinate condizioni. E le odiava, non tanto per quel che doveva compiere con il loro corpo, ma perché
erano lì, e perché potevano guardarlo, sentirlo, pensarlo mentre era nelle loro mani e si agitava e sudava
sopra il loro corpo. Debole, ridicolo e volgare come una lurida scimmia appesa ad un sottile ramo di vetro,
incosciente e vulnerabile fino a quando il ramo non si spezzava e non lo liberava dal loro ventre
permettendogli di essere di nuovo se stesso. Perciò non dovevano guardarlo, non dovevano toccarlo e non
dovevano assolutamente parlargli.
Scese nella prima stazione metropolitana che trovò sul suo cammino e si presentò agli sportelli automatici.
La ragazza era di spalle, lo sguardo rivolto verso il retro di un distributore di biglietti. Era immobile, e
avrebbe potuto illudere anche una mente all'erta come un manichino o un pannello pubblicitario
dimenticato lì se dopo un po' non si fosse strofinata il naso con il dorso della mano. Si fermò e la osservò
meglio. Con quei vestiti sembrava una di quelle giovani rom che fanno l’elemosina per le vie della città. La
ragazza si strofinò di nuovo il naso e si asciugò la bocca con la manica della sua giacca di lana, macchiandola
di aloni scuri. Lui si avvicinò di qualche passo e cercò di vederle la faccia. Lei lo sentì, perché girò
leggermente la testa e gli rivolse uno sguardo veloce con la coda dell’occhio. Poi si nascose di nuovo dietro la
capigliatura disordinata. Tirò su con il naso. Lui si avvicinò ancora.

- Tutto bene...? - disse. Annusò l’aria e provò a sentire un odore qualunque.


-Allora? Stai bene...?

La ragazza si girò e lo fissò senza nessun’esitazione. Il suo sguardo era senza espressione ma deciso. Aveva
un livido recente sullo zigomo e sangue strofinato attorno al naso e sulle guance. Il labbro superiore era
gonfio e percorso da un lieve tremore. Piangeva, ma senza rumore, come se non sapesse di piangere. Lui si
frugò nelle tasche alla ricerca di fazzoletti, ma scorse l’insegna di un tabaccaio più avanti nella galleria.

- Aspettami qui…
Quando tornò la ragazza era sparita. La cercò tra un’estremità e l’altra della galleria e la vide appena in
tempo sulla scala mobile mentre veniva assorbita dalle luci della superficie.
La ragazza lo stava aspettando sul marciapiede di fronte alle porte della stazione. O così gli sembrò perché lo
fissò appena sbucò dalle scale. La raggiunse e le si piazzò davanti. Non piangeva più. Non esprimeva né
paura, né dolore, né tristezza, né fastidio, semplicemente lo fissava. Tendeva la mano palmo in su. Le porse i
fazzoletti e provò a sorriderle. Ma il suo viso non si mosse. Non espresse nulla. Continuò a fissarlo.

- Hai fame? - le chiese. Fece forse segno di sì, perché lui s’incamminò verso uno snack bar dall’altra parte
della strada. Non provò a voltarsi, ma sperava che lo stesse seguendo.

"Una notte che giacevo presso un'orribile Ebrea, come un cadavere disteso presso un cadavere, mi diedi a
pensare, vicino a quel corpo venduto, alla malinconica bellezza di cui il mio desiderio si priva. Mi figuravo la
sua nativa maestà, il suo sguardo armato insieme di forza e di grazia, i capelli che le fanno un casco
profumato e il cui ricordo in me riaccende l'amore. Avrei con ardore baciato il tuo nobile corpo e passato il
tesoro di profonde carezze dai tuoi freschi piedi alle tue trecce nere, se, qualche sera, o regina crudele, con
un pianto ottenuto senza sforzo tu potessi solamente offuscare lo splendore delle tue fredde pupille."
(Charles Baudelaire)
racconti
L’aveva scoperto Dino. Gliel’aveva detto Marione, suo
fratello più grande. Lo chiamavamo Marione perché aveva
due pale al posto delle mani. Dino l’aveva detto a me e a
Norberto, così eravamo partiti. L’appuntamento era sotto
casa mia, vicino al nocciolo. Come al solito Dino era l’ultimo.

- Ah ce l’hai fatta finalmente eh?


Avanzava ansimando, col doppio mento che gli premeva sul
collo della camicia. Era l’ennesima notte caldissima. L’aria
afosa sembrava volesse entrarti in bocca come un grosso
pezzo di cotone bianco.
- Hai capito dov’è il posto? - chiese Norberto con la faccia
arrossata dalla sigaretta.
-Sì, più o meno - rispose Dino, vago.

Avevo voglia di picchiarlo come si fa coi cani randagi ma mi trattenni, perché era la nostra unica possibilità
di vedere il tango.

- Andiamo allora - dissi a denti stretti.


Dino prese a camminare e noi dietro, affamati. Ci davamo di gomito eccitati e incitavamo Dino a muoversi,
ma lui non ne voleva sapere; era già tanto se camminava a quella velocità. Aveva un fazzoletto con cui si
asciugava il sudore della fronte. Era enorme, rosso con pallini bianchi grossi come occhi spalancati.
-Senti Dino, perché non ci dici dov’è quella cascina? Così uno di noi intanto può andare a vedere quello che
fanno e l’altro cammina assieme a te - questo lo chiese Norberto, perché è furbo come una volpe. Al paese
lo chiamano Faina.

Dino non si fece mettere nel sacco. Serbò il suo segreto, perché sapeva che altrimenti ce la saremmo filata
a vedercelo da soli, il tango, e lui lo avremmo lasciato solo a boccheggiare dall’afa e dalla fatica.
La luna piena illuminava i sassi bianchi, che mi facevano venire in mente le cosce delle ballerine. Sode,
diafane. E pensavo nella testa: muoviti Dino, muoviti ciccione.
Dino disse: ci siamo quasi. E noi due, Norberto e io, tirammo un sospiro che uscì fuori come un ringhio.

- Dopo quella macchia di alberi, quelle luci là - disse Dino.


Io rallentai il passo guardandomi intorno.
- Ma qui non siamo alle felci? - chiesi guardando Norberto.
- Hai ragione. Siamo alle felci - rispose lui, capendo tutto subito. – E se siamo alle felci significa che quella è
la cascina di Nicola! Vieni qua bastardo di un ciccione che ti gonfio!
-No no vi prego! Se ve l’avessi detto subito voi non mi avreste aspettato e io avevo paura a fare la strada da
solo! È notte!

Lo lasciammo perdere, perché tanto dopo ci saremmo vendicati correndo a casa come diavoli e lasciandolo
indietro. E soprattutto perché al di là di quelle finestre illuminate, laggiù in fondo, c’era il paradiso.
Correvamo fissando la luce come le falene. Non ce ne fregava niente dei sassi, dei piccoli burroni, dei
tronchi. Volevamo solo quelle finestre, al più presto.
Poi quando arrivammo ci gettammo ansanti contro al muro, appoggiati di schiena. Ci guardammo, io e
Norberto. Si sentiva la musica. Era allegra, piena di violini e di aspettative. Chissà come muovevano le gambe
sopra a quel ritmo le ballerine! Di qua, di là. Su e giù, coi brividi che partivano dalle caviglie e mi arrivavano
dietro le orecchie. Pizzi e raso nero dappertutto, e quella rosa rossa, in bocca, simbolo delle più peccaminose
promesse. Sarebbe stato tutto come in quei libri pieni di baci e sospiri che la cugina di Norberto conservava
gelosamente sul fondo del cassettone dei vestiti.
Norberto si accese la sigaretta dei momenti importanti. Diede una boccata e ne diedi una anch’io. Poi ci
alzammo piano piano, e sbirciammo.
In un angolo c’era il grammofono che sputava le sue note, il tavolo era stato messo da una parte e le sedie
pure, tutt’intorno al muro. Nel mezzo: la pista. C’era tutto quello che io e Norberto ci eravamo immaginati.
C’erano i pizzi svolazzanti, i vestiti appariscenti, gli uomini coi capelli impomatati e le gambe che volavano.
I capelli lunghi e ciondolanti, gli occhi bistrati.
Arrivò Dino, ansando come un caprone.

-Allora, si vede qualcosa?

Norberto sputò per terra.

- Sì Dino, certo. Si vede tutto.


- Fatemi spazio allora, fatemi spazio!
-Eccoti lo spazio - gli dissi scostandomi e lanciandogli un’occhiata di fuoco - Accomodati.

Lui non aspettava che quello. Anche Norberto si scostò; lasciammo tutta la finestra per lui. Dino si mise in
punta di piedi e si affacciò con le mani sul davanzale. Dette un’occhiata e poi strizzò gli occhi. Guardò di
nuovo. No, non si era sbagliato. Si girò verso di noi e inghiottì la saliva.

- Che roba è? - chiese con la voce spezzata.


- Diccelo tu Dino - ringhiò Norberto.
- Non è colpa mia! - protestò lui – È stato mio fratello che ci ha detto una cavolata!
Norberto lo prese per i ciuffi e gli girò la testa.
-La vedi quella Dino? Quella più a sinistra che si dimena abbracciata a quell’uomo col vestito grigio?

Dino gemette.

- Quella è la mia lattaia Cristo santo! E potrei giurare che quello che balla con lei è il porcaio! Dove sono le
bellezze che ci avevi promesso? Dove sono le gambe lunghe?
La mia rabbia aveva lasciato posto ad un’amarezza profonda.
- Ci hai portato in un covo di vecchi Dino - dissi sconsolato.

Anche a Norberto prese lo sconforto. Lasciò Dino e si appoggiò al davanzale. Ora ce ne stavamo tutti e tre
appoggiati a quel maledetto davanzale solo perché non ci era vento in mente di staccarcene. E mentre
scuotevamo le teste e pensavamo a tutte le grazie che ci eravamo persi cominciammo a guardar dentro, con
gli occhi afflitti.
Mi accorsi d’un tratto che la musica era sempre la stessa. Con quel tripudio di violini, ti faceva pensare a
una bambina che guarda qualcosa con gli occhi sbarrati dallo stupore. E quei vecchi lì dentro che danzavano
e danzavano, come se fossero giovani, come se fossero felici. Mi chiesi come facessero a non crepare di
caldo, le donne coi vestiti lunghi e gli uomini con le giacche. Poi capii che del caldo non gliene fregava
niente. Poco importava se le fronti erano imperlate: venivano asciugate con la manica o tamponate col
fazzoletto alla fine del ballo, quando c’era una piccola pausa per risistemare la puntina all’inizio del disco.
Poi di nuovo in mezzo alla stanza, a seguire la musica.
Cominciò a prendermi qualcosa di strano. Mi ritrovai con le mani che stringevano il davanzale; le ritirai
subito. Più guardavo dentro più era come se mi avessero versato dell’olio caldo nelle orecchie, o come se
fossi sdraiato sulla zattera di tronchi che avevamo costruito la settimana prima. C’era qualcosa che mi tirava
le pupille e me le piantava in mezzo alla stanza, e io non potevo farci proprio niente.
Riconobbi Vincenzo. Vincenzo era un omone scontroso e zitto, che si guadagnava il pane vangando i campi.
Girava il paese con la zappa, la pala o la vanga sulla spalla sinistra e nella mano destra portava sempre un
sacco lercio in cui teneva il vino e il formaggio. Quando lavorava vicino a casa mia poi a pranzo si sdraiava
sotto il nocciolo e beveva lunghe sorsate, guardando i ragni che filano la tela.
Là in mezzo, col vestito buono che gli tirava le spalle, che non gli cadeva bene addosso, con le maniche
troppo corte che gli lasciavano scoperti i polsi, abbracciato alla lattaia o alla sarta che stava in fondo alla
strada, con le sue mani grosse e callose che stringevano la vita della partner e racchiudevano le sue dita,
anch’esse rugose e segnate dal lavoro, in un abbraccio profondo, coi piedi grossi e pesanti abituati alle zolle
smosse, che calcavano il pavimento lurido della cascina in disegni perfetti. Là in mezzo, sembrava un dio.
Tutti e tre ora, Dino, Norberto e io, ce ne stavamo zitti e guardavamo dentro quella stanza come se ci fosse
un’alba o i fuochi d’artificio che si fanno per la festa della Madonna. Quando il disco finiva era come se
prendessimo un respiro profondo e ci ronzavano le orecchie. Si fermavano tutti e guardavano il
grammofono, ritornando per qualche secondo le persone che erano. I ballerini si staccavano, evitavano di
guardarsi negli occhi, limitandosi ad asciugarsi il sudore o a sistemarsi le spalline. Io strizzavo le palpebre e
passavo le mani bagnate sui pantaloni ruvidi.
Un attimo prima che la musica partisse, quando la puntina raschiava e basta, si mettevano tutti in
posizione; le donne chiudevano gli occhi. Non c’era più la cascina, i campi, le colline. Erano in Argentina, in
uno di quei saloni magnifici che si vedono in certe foto rare. Non c’eravamo noi tre, che ci sporgevamo
sempre di più e sembrava volessimo entrare a ballare con loro. C’erano solo i violini, il piano, i passi. C’erano
solo loro due, nemmeno più gli altri intorno.
Poi la musica finì per l’ultima volta e nessuno rimise a posto la puntina. La notte era alta e il giorno dopo il
lavoro li aspettava. Mi risvegliai, e presi a respirare regolarmente. Senza dire una parola ci staccammo dal
davanzale. Norberto tirò fuori le sigarette, poi le rimise in tasca. Dino si massaggiava il collo. Ci avviammo
verso casa, camminando piano, con la sensazione che fosse appena successo qualcosa. La luna, imperterrita,
continuava a far risplendere i sassi bianchi dappertutto.
racconti
-Vuoi del caffè, Assuntina? Ti farà bene. No? Non ne vuoi? Dovrei
bermi da solo un'intera caraffa? D’accordo, lo farò. Però ti avverto:
tutto questa schifezza mi farà male, diventerò nervoso oltre ogni
limite. Inizierò a pronunciare frasi sconnesse, confuse, sfilacciate.

Inizierò a dire una marea di cazzate. Tu vuoi questo? Vuoi vedermi in


questo stato? Non ti faccio pena abbastanza? Guarda le mie mani, ti
prego! Guardale! Guarda come tremano! Una volta potevo toccarti,
accarezzarti, pizzicarti e anche picchiarti. Ora non riesco nemmeno
più a sfiorarti. Cristo, guarda le mie mani!
Nino ritirò le sue mani nervose e tremanti dietro la schiena, dopo averle mostrate con ottusa ostentazione
da patetica vittima di grandi sciagure immaginarie.
Si avvicinò alla sua scrivania su cui era poggiata la caraffa di caffè. Prese un bicchiere di carta e ne versò un
bel po’: per sé e per il pavimento.
Assuntina era comodamente seduta sul letto dalla coperta chiazzata di caffè, guardando l'uomo bere
avidamente il liquido nero.
Era impassibile, imperturbabile, senza che un muscolo del suo gracile corpo si muovesse, anche
leggermente, magari impercettibilmente.
Assuntina era davvero molto bella. La sua bellezza era poco appariscente, delicata, sensuale nel suono
delle parole, dal fascino celato nelle sue morbide forme appena accennate.
Nino l'amava e l'aveva amata in maniera smisurata per quindici anni.
Ad Assuntina era sempre piaciuto sentirsi toccata, accarezzata, pizzicata e anche picchiata dalle sue mani,
dalle sue dita così delicate, così affusolate. Le era piaciuto così tanto che non aveva mai provato dolore
alcuno al loro contatto, solo brividi d'intenso amore.
Ora osservava mestamente quelle mani che tremavano giorno e notte, che marcivano perché non
sentivano più il corpo di lei.
Ogni volta che Nino aveva tentato di toccarla, Assuntina aveva sentito che non ci sarebbe mai riuscito,
ancor prima di accostarsi a lei. E lei lo aveva sempre guardato senza dirgli niente, sperando fino all'ultimo
che lui facesse quel passettino avanti che gli avrebbe consentito quantomeno di sfiorarla. E se ciò fosse
successo, Assuntina sarebbe stata felice, anche più di Nino. Se ciò fosse successo, avrebbero ricominciato a
vivere, ad uscire insieme, a toccarsi, ad accarezzarsi, a non sentirsi più soli.
In pochi minuti Nino aveva bevuto già mezza caraffa di caffè. Era agitato, le mani tremavano
irrefrenabilmente, come accadeva sempre nei suoi momenti più critici. Il sangue gli ribolliva con ferocia nelle
vene visibilmente ingrossate e che attraversavano la pelle come corsi ramificati di fiumi.
Il concitato battito del suo cuore lo si poteva percepire anche in lontananza. Pure Assuntina lo sentiva
nitidamente dal lettuccio. E per questo lei soffriva.
Avrebbe tanto voluto fare qualcosa per lui.
Non poteva.
Nino trangugiò ancora un po’ di caffè, poi cominciò a gironzolare freneticamente attorno a un tavolino di
vetro situato al centro della camera.
Per un attimo tornò al passato.

-Non ricordi, Assuntina cara? Ah, che serate! Quelle notti trascorse in locali di luci blu, di malto, di fumo, di
blues. Non potrò mai dimenticare, non devo dimenticare. E tu? È troppo importante il passato per me e per
te, sai? Sì, è troppo importante…sì…

Assuntina lo ascoltava e l'osservava marcire nella stanza.


Avrebbe voluto fermare la sua triste frenesia.
Non poteva. Era costretta ad assistere a quello spettacolo pietoso e lo faceva con mesta rassegnazione.
Nino terminò di bere caffè, ma le sue narici erano costantemente invase dal suo forte e inebriante aroma.
Era drogato.
-Era magnifico vederti muovere tra la gente, udire la tua voce. Era magnifico per me, soprattutto per me.
Sapevi come farmi guadagnare da vivere. Sapevi farmi felice come un fanciullo, un bambino capriccioso.
Sapevi come non farmi sentire solo. Era eccitante guardarti vivere per farmi vivere. Ora, invece, sembri un
quadro dai colori sbiaditi, sciatti. Ma non è stata colpa tua. Ho rovinato tutto io, sai? Ho rovinato tutto con la
mia merdosa gelosia.

Nino parlava senza rivolgere lo sguardo ad Assuntina e sembrava non avesse più il coraggio di farlo.
Lei se ne accorse.
Avrebbe voluto chiudere gli occhi oppure distoglierli da lui e rivolgerli altrove.
Non poteva.

- Senti, perché stasera non usciamo, eh? Che ne dici? Perché non torniamo a vivere? Non è poi così difficile
come vogliono farci credere, sai? Ce ne andiamo in qualche bel ristorantino sul lungomare. C'è ancora il
mare in questa città di merda, sì? Allora? Ho ancora qualche soldo da parte e credo che potrei pagare una
cena, una meravigliosa cena a base di pesce e vino bianco. Niente caffè e birra, eh?

Nino sorrise. Si sentì piacevolmente scosso da uno strano brivido: eccitante e rassicurante al tempo stesso.
Per un istante si sentì sicuro di riuscire nel suo piccolo ma prezioso progetto. Ciò significava tornare a
vivere, e con lui anche Assuntina.
Poi, all’improvviso, si udì bussare bruscamente alla porta, che venne aperta senza che qualcuno avesse
chiesto il permesso di entrare.
Un donnone vestito con un camice bianco sbucò dal buio, varcando di mezzo passo la soglia.
Nino smise di girare forsennatamente attorno al tavolino di vetro e guardò la vacca con gli occhi spiritati.

- Signor Nino, è ancora qui! Ha forse dimenticato quando deve pranzare? - disse il donnone.
- Certo che no - rispose risentito Nino.
- Allora si muova, su! Raggiunga i suoi compagni in mensa che l'aspettano, forza!
- Sì certo… Ma Assuntina?
- Assuntina rimarrà qui ad aspettarla, come sempre. Non è così?
- Sì come sempre… Certo.
- Su, esca dalla stanza.
- Sì, ora esco… Certo.
- Anche oggi ha parlato con lei, vero?
-Sì, anche oggi ho parlato con lei, come sempre… Certo… Come no?

Nino uscì dalla stanza e si avviò lentamente verso la mensa già affollata.
Il donnone, la vacca, stava ancora di mezzo passo al di là della soglia della porta, con una manaccia posata
sgraziatamente sulla maniglia, attendendo pazientemente che Nino si allontanasse un po’.
Fu poi raggiunta da un uomo, anch'egli vestito con un camice bianco.
Parlarono sottovoce per qualche secondo dopodiché entrarono decisi in camera di Nino, chiudendo la
porta a chiave.
Osservarono gravemente Assuntina.
Le si avvicinarono.
L'uomo disse qualcos'altro al donnone, sfregò le mani sui pantaloni e afferrò Assuntina.
La toccò ovunque, l'accarezzò, la pizzicò e, infine, le inflisse colpi mortali.
Peccato non l'avesse mai vista con Nino nelle lunghe notti del passato.
Peccato non l'avesse mai ascoltata.
Ora udiva soltanto le sue armonie colpite a morte e un suono angosciato, distorto e raccapricciante
provenire dal suo martoriato corpo.
Mentre l'uomo col camice bianco e la sua vacca, sudando parecchio, commettevano l'atroce delitto, Nino
stava avviandosi a raggiungere, molto debolmente, i suoi compagni in mensa.
Fischiettava un motivetto appena creato.
Camminava a braccia incrociate, tenendo le mani ben strette sotto le ascelle, tentando invano di frenare il
loro esasperante tremore. Il bianco corridoio che avrebbe dovuto condurlo in mensa era infinito.
Da quel giorno in poi quelle meravigliose malate mani non avrebbero potuto nemmeno più sperare di
sfiorare Assuntina e ascoltare le sue parole.
Parole che lui le ispirava.
Parole che lei suonava.
Assuntina era stata il più bello strumento della città.
E Nino l'aveva amata in tutta la sua dolce follia.
focus
Se si prende un atlante storico e si cominciano a sfogliare le cartine dell’Italia dal 1800 al
1861 vediamo un’isola, la Sardegna, supponiamo di colore rosso, poi nella cartina successiva
relativa al 1815 il rosso copre il Piemonte, la Liguria, la Valle d’Aosta e alcune regioni della
Francia Sud Orientale. Sopra questi territori compare una scritta eloquente: Regno di
Sardegna.
Da qui lo slogan “dalla Sardegna parte l’unità d’Italia” che riflette tanta superficialità da parte
di chi lo assimila, quanta furbizia da parte di chi lo ha creato. Senza contare la miseria
intellettuale del sardo che si sente addirittura orgoglioso di questo. In realtà se andiamo ad
analizzare i fatti storici lo scenario è decisamente diverso. Non si tratta di fare una
operazione di revisionismo storico; non stiamo scoprendo pagine fosche inedite – come nel
caso del colonialismo piemontese nel Meridione – semplicemente prendiamo atto di quello
che tutti dovrebbero aver studiato nei sussidiari delle scuole medie inferiori.
Il Regno di Sardegna apparteneva nominalmente al papato, come una sorta di feudo senza
trono. La nazione sarda era allora divisa nei quattro giudicati e non riuscì a creare uno stato-
nazione, come avvenne invece in Francia o in Inghilterra dopo la guerra dei cento anni. Nella
metà del XV secolo gli aragonesi, approfittando di questa divisione, invasero l’isola, e i suoi
sovrani vennero legittimati come re di Sardegna. Quando nel 1714, al termine della guerra
dei sette anni, la Spagna dovette pagare la sconfitta in oro e terre, il regno di Sardegna passò
ai duchi di Savoia (dopo un intermezzo di pochi anni in cui il regno è sotto l’Austria, mentre i
Savoia ottengono la Sicilia; Avverrà poi che i due governi si scambieranno queste due isole)
che quindi vennero promossi di rango, passando dal livello ducale a quello regale. Così negli
atlanti storici scompare la dicitura 'Ducato di Savoia' e compare la scritta 'Regno di
Sardegna'. Per la verità i meridionali che subirono l’unità d’Italia impararono a conoscerli
come piemontesi o sabaudi; quest’ultimo è il termine che gli stessi piemontesi preferiscono.
Va detto inoltre che la Sardegna non ha mai partecipato al Risorgimento. Non esiste nessun
episodio storico che lega i sardi a questa epopea. L’isola viene menzionata solo alla fine,
quando Garibaldi sceglie Caprera come sua ultima dimora. Ecco quindi che prendendo in
considerazione i fatti storici, di pubblico dominio, scopriamo che definire l’unità d’Italia
come un fenomeno storico che comincia dalla Sardegna è pretestuoso.
Finché lo stato italiano continuerà a ignorare le istanze naturali della nazione sarda alla sua
autodeterminazione, nell’ambito dell’Unione Europea e fuori dall’occupazione militare della
Nato – patto che la Sardegna non ha mai sottoscritto – per tutti i patrioti sardi l’anniversario
dell’unità d’Italia sarà visto come un giorno di lutto.
È sbagliato considerare l’indipendentismo sardo come qualcosa che mina l’unità d’Italia.
Non si tratta infatti di una secessione da una nazione a cui si era appartenuti, ma il
riconoscimento di una diversità da una nazione che per i sardi è del tutto estranea.
Con questo breve articolo mi rivolgo in modo particolare ai lettori del nostro magazine, che
per la maggior parte sono, e orgogliosamente si sentono (come è giusto che sia), italiani, con
un invito all’approfondimento, a non fermarsi ai meri slogan. Ben venga questa ricorrenza
storica, purché non ci si limiti alle fanfare. Che sia invece un’occasione per poter analizzare in
modo critico cosa realmente avvenne 150 anni fa, e riconoscere quelli che, effettivamente,
possano essere definiti italiani, e chi invece deve essere riconosciuto come appartenente ad
una nazionalità diversa.
Esistono dei posti ingiustamente dimenticati, soprattutto dai giovani: si chiamano
biblioteche. La schiavitù più grande è quella che una cultura dominante impone alle masse,
in modo da far loro compiere scelte che in realtà sono state già pianificate dall’alto. È molto
facile, basta che il telespettatore o il votante non abbia un quadro completo e approfondito
dei problemi, del proprio senso di appartenenza, o di cosa sia realmente la dignità.
Per liberarsi da queste catene la cultura è l’arma più efficace. Ed è proprio quello che la
nostra redazione si propone di fare.
focus
In questi giorni si diffondono in occidente le notizie su nuovi scontri in Sudan, nel
Darfur, e sull'imminente referendum nel sud del Paese. Tuttavia, ben poco
sappiamo delle vicissitudini storiche di questo luogo travagliato e dei retroscena
delle odierne questioni; è venuto dunque il momento di chiarire le idee.
Innanzitutto il Sudan non è una nazione, e dunque la prima ragione delle sue
guerre intestine è di tipo etnico-geografico1; il settentrione dello stato è
prevalentemente di lingua araba, mentre nel meridione si trovano in grande
maggioranza neri con varie lingue tribali; nel Darfur esiste lo stesso problema: la
regione è divisa culturalmente tra arabi e tribali. Inoltre, in tutto il territorio sono
presenti ben 50 gruppi etnici suddivisi in circa 600 tribù; notiamo quindi la stupidità
nella gestione dei confini dovuti alla colonizzazione che, in Sudan come in altri
Paesi, ha creato degli ‘stati-calderone’ al cui interno sono presenti etnie diverse e
magari rivali. Il germe della lotta interna è infatti già presente fin dalla
proclamazione dell'indipendenza sudanese2 avvenuta durante una guerra civile tra
nord e sud, iniziata nel 1955 e finita nel 1972.
In tale anno il presidente sudanese Al-Nimeiry, nazionalista arabo progressista,
firma la pace coi ribelli negli ‘accordi di Addis Abeba’ con cui è sancita una certa
autonomia del meridione. Il nuovo governo socialista era giunto al potere con un
golpe militare nel 1969 capeggiato dagli ufficiali filo-nasseriani; il presidente Jafar
Al-Nimeiry seppe dimostrarsi un capo accorto e riformatore con la nazionalizzazione
di banche e industrie e la riforma agraria.
Si noti che era un laico e ciò favorì la negoziazione tra le due parti in conflitto,
divise anche tra islamici (arabi) e cristiani (tribali neri). Il potere di Khartoum è
sempre stato legato al popolo del nord e quindi il nazionalismo arabo-laico era
sicuramente l'unico movimento politico capace di frenare gli attriti e di presentare
l'autorità come autenticamente di tutti i sudanesi.
Purtroppo la storia è andata diversamente e alla fine degli anni settanta avvenne
la metamorfosi di Nimeiry da progressista a fondamentalista islamico. Le cause di
tale mutamento stanno nei tentativi di golpe subiti a metà decennio da parte di
Sadiq el Mahdi; così il timore di perdere il potere e l'opposizione crescente spinsero
Nimeiry alla ricerca di nuovi appoggi: gli Stati Uniti, l'Egitto di Sadat e il
fondamentalismo islamico. Ora i primi due sostegni di Khartoum non ci sono più,
mentre il terzo è ancora in vita.
È bene ricordare che gli Usa – che oggi sono fieri nemici del governo sudanese –
proprio nel momento della svolta islamista del governo hanno appoggiato
Khartoum; è quindi il fondamentalismo islamico la seconda ragione del conflitto.
Sadat e Reagan furono subito conquistati dall'adesione di Nimeiry agli accordi di
Camp David, con cui l'Egitto riconobbe l'esistenza dello stato di Israele. I
fondamentalisti islamici diventarono alleati del governo grazie alla sciagurata
decisione di applicare la Shar'ia in tutto il territorio del Paese, nel 1983. Nello stesso
anno riprendono gli scontri, ora alimentati da questo palese tradimento degli
accordi del '72.
Proprio mentre Al-Nimeiry si trova in visita alla Casa Bianca3 un gruppo di militari
depone il regime senza spargimento di sangue.
Da qui al 1989 si sono avvicendati due
presidenti che hanno portato il Paese tra gli
stati non allineati e ricevuto ugualmente gli
aiuti per lo sviluppo da parte di Stati Uniti e
Fondo Monetario Internazionale i quali
elaborarono un piano di salvataggio del Paese
nel 1982, nonostante il quale il Sudan rimane
uno dei più poveri del mondo benché ricco di
petrolio.
Ci introduciamo dunque alla terza ragione dei
conflitti attuali, quella politico-economica in cui
bisogna usare un po' di ipotesi in mancanza di
una visione a 360 . Nel 1989 sale al potere
Omar Al-Bashir, tuttora capo della repubblica,
alleato del Fronte Islamico Sudanese del
magistrato Al-Turabi, il quale nel 1991 elabora
il nuovo codice islamico che contribuisce ad
alimentare la ribellione meridionale. A causa
dell'eco suscitata dalla violazione dei diritti civili
nel sud, gli Stati Uniti abbandonano le relazioni
con il Sudan e tagliano gli aiuti economici con il
beneplacito del Fmi4 che rompe con Khartoum
a causa del mancato pagamento dei debiti. Il
voltafaccia occidentale porta il regime di Bashir
ad avvicinarsi alla nuova superpotenza, l'unica
in grado di ‘sfidare’ il dominio americano: la
Repubblica Popolare Cinese. Qui entriamo in
uno scenario
che ci riporta al clima di guerra fredda di mezzo secolo fa.
In Darfur è nata la più grande emergenza umanitaria attuale.
Oggi in Sudan si fronteggiano Usa e Cina per cercare di conquistare le abbondanti risorse del
paese (soprattutto nel sud e nel Darfur). In Sudan la Cina ha inviato ben 8 miliardi di dollari in vari
settori energetici e dal paese africano importa circa il 5% del suo fabbisogno nazionale. I cinesi
hanno sostituito l’FMI con le sue banche statali e si mostrano come interlocutori comprensivi e
rispettosi dell'Africa, non impedendo il proprio modello politico-economico e scambiando risorse
con la costruzione di infrastrutture, tutte con manodopera cinese.
All'inizio del 2000 il governo di Khartoum giunse a trattative con l'Esercito di Liberazione Popolare
(i ribelli sudisti), bloccando il lungo conflitto e sancendo finalmente la pace, a Doha, nel 2005,
stabilendo la fine della Sharia nel sud ed il riconoscimento della diversità culturale di quest'ultimo.
L'esito della diatriba tra le due grandi parti del Paese provocò un nuovo e più terribile conflitto in
Darfur su basi etniche: arabi contro tribali dell'Africa Nera. L'opposizione dei Fur, animata dal JEM5e
dall' ELS6 si sollevò nel 2003, sicuramente nella speranza di scendere a trattative col governo. In
Darfur nacque invece la più grande emergenza umanitaria attuale. E' il genocidio più grave del
nuovo secolo, con 450.000 morti e 1
milione di profughi; ai due movimenti
armati dei Fur si contrappongono gli
islamisti filo-governativi Janjaweed,
seminatori di terrore, ribelli JEM nel
Sudan. Per i crimini commessi, la Corte
Penale Internazionale, nel 2010, ha
incriminò Omar Al Bashir per genocidio
ed emanò contro di lui un mandato di
cattura internazionale.
I nuovi scontri del 25 dicembre
hanno dimostrato che la questione
Darfur è ancora ben lontana
dall'essere risolta, a differenza
dell'altro grande conflitto che sembra
avviarsi a conclusione.
focus
E' possibile aprire uno spiraglio sul passato? Possiamo trovare una scorciatoia per
il futuro? Può, in sostanza, la tecnologia permettere all'uomo di dominare il tempo?
La risposta viene da Stephen Hawking, l'illustre matematico ed astrofisico britannico
da lungo tempo vittima di una grave atrofia muscolare progressiva. Il professor
Hawking risponde a questi interrogativi in maniera sorprendente, senza lasciare
spazio a dubbi: tutto questo è possibile.
"Fino a pochi anni fa", spiega infatti lo scienziato, "nel programma The mysteries
of the universe viaggiare nel tempo era visto come una sorta di eresia scientifica,
come una favola da fantascienza. Oggi, invece, grazie ai progressi della ricerca negli
ultimi cento anni, è possibile dimostrare come viaggiare nel tempo sia una
possibilità reale".
Secondo il famoso cosmologo, esistono diversi modi per compiere un viaggio del
genere, tutti compatibili con le leggi scientifiche in nostro possesso.
Tutto parte dal concetto fisico di tempo. Il tempo, come la lunghezza, la larghezza e
la profondità, rappresenta una dimensione che caratterizza qualsiasi cosa nello
spazio: l'uomo, ad esempio, che vive circa ottant'anni; le stelle, che durano miliardi
di anni; o alcuni microrganismi, che esistono per pochi millesimi di secondo.
Viaggiare nel tempo significa viaggiare in questa quarta dimensione, proprio come
un'automobile sportiva viaggia nelle prime tre.
"Per un momento", suggerisce Hawking, "pensiamo alla fantascienza". In quasi
tutti i film di questo genere, infatti, i protagonisti viaggiano nel tempo utilizzando
delle ‘finestre’ spazio-temporali, che potrebbero catapultarli chissà dove, e quando.
Queste finestre, dimostra Hawking, in realtà esistono, tanto che gli scienziati hanno
dato loro anche un nome: ‘cunicoli’.
L'esistenza di questi cunicoli viene subito dimostrata.
Il tempo, spiega lo scienziato, è una dimensione piuttosto irregolare; analoga, in
questa caratteristica, alle altre tre dimensioni dello spazio. Così come una
estremamente liscia, ‘perfetta’ palla da biliardo in realtà presenta delle irregolarità a
livello molecolare, anche il tempo presenta delle discrepanze e dei vuoti
infinitesimali. Queste anomalie si trovano ad un livello sub-atomico della materia
chiamato ‘schiuma quantistica’, dove si formano, si dissolvono e si riformano,
raggiungendo a stento dimensioni milioni di volte inferiori ad un trimiliardesimo di
centimetro. Secondo Hawking queste anomalie, se ingigantite artificialmente,
possono essere usate come delle scorciatoie spazio-temporali.
Ma è possibile calcolare dove e quando ci si ritroverà? Si può, in linea di massima,
sapere almeno in che direzione si effettuerà il ‘viaggio’? Questi ‘cunicoli’ sono dei
tunnel verso il passato o verso il futuro?
Su questo punto, stranamente, tutti gli scienziati si trovano d'accordo; i viaggi nel
tempo si possono effettuare in una sola direzione: nel futuro.
Esistono, infatti, diverse dimostrazioni all'impossibilità di viaggiare nel passato: la
più conosciuta è la possibilità dei paradossi. Tra questi, il più famoso è il ‘paradosso
del nonno’.
Poniamo un attimo che sia possibile
viaggiare nel passato. Ipotizziamo così che
uno scienziato pazzo, tramite un cunicolo
allargato, ritorni nel passato ai tempi di
gioventù del nonno, e per una sua ragione
lo uccida. Cosa ne consegue? Il nonno,
morto, non potrà più generare suo figlio,
che a sua volta non genererà mai lo
scienziato pazzo. Dunque lo scienziato non
è mai esistito. Ma allora chi ha ucciso il
nonno?
La possibilità di questo paradosso (e come
di questo, di tanti altri), è la dimostrazione
del perché i viaggi nel passato siano
impossibili in fisica. Essi esulano, infatti, da
due delle leggi fondamentali dell'universo:
le cause precedono sempre gli effetti; i fatti
compiuti non possono mai annullarsi da soli.
Quindi i cunicoli rendono possibili i solo
viaggi verso il futuro, che sarebbero tra
l'altro senza ritorno. A questo si aggiunge la
difficoltà delle loro dimensioni, che sono, in
natura, troppo piccole per il passaggio di un
qualsiasi essere vivente.
Ma quello dei ‘cunicoli’ non è il solo
metodo per compiere viaggi spazio-
temporali: esistono altre due possibilità,
entrambe teorizzate nel secolo scorso.
Per arrivare a comprendere la prima di queste, è utile equiparare il tempo alle acque di un fiume.
Queste non scorrono ad una velocità costante lungo tutto il suo corso, poiché lungo un fiume sono
sempre presenti ostacoli come rocce o detriti che ne rallentano il corso in determinati punti. Così è
il tempo; esso non scorre in maniera uniforme in tutti i punti dello spazio, ma varia a secondo dei
luoghi: in alcuni punti scorre più velocemente, in altri più lentamente.
Ma a cosa è dovuto il rallentamento o l'accelerazione dello scorrere del tempo? A questo
interrogativo rispose Albert Einstein quasi un secolo fa: "Nello spazio, un corpo di massa
considerevole, come ad esempio un pianeta o una stella, genera un ‘attrito’ con lo scorrere del
tempo, proprio come delle rocce generano un attrito con lo scorrere delle acque di un fiume". In
parole povere, nelle vicinanze di un corpo molto pesante, lo scorrere del tempo rallenta. Viceversa,
il tempo accelera man mano che da quel corpo ci si allontana.
Prendiamo ad esempio i 31 satelliti in
orbita attorno alla Terra per la
navigazione satellitare: essi hanno a
disposizione dei particolari cronografi
sensibili fino al miliardesimo di secondo,
e sono proprio questi cronografi, tarati
perfettamente, a confermare
quest'incredibile ipotesi. Essendo più
lontani di noi dalla Terra, che svolge un
azione di attrito temporale, il tempo per
loro scorre più velocemente:
esattamente, ogni giorno guadagnano
rispetto all'umanità la bellezza di tre
miliardesimi di secondo. Sembrerebbe
uno scarto minuscolo, ma non
sorvoliamo su questo problema solo
perché infinitesimale: se questi
cronografi non azzerassero lo
sfasamento in questione allo scadere di ogni giorno, si verrebbero a creare dei gravi problemi
nella navigazione satellitare.
Il perché di questo ‘scarto temporale’ così ridotto, comunque, risiede nell'altrettanto ridotta
dimensione della Terra. Essa genera poco attrito temporale, poiché è un corpo celeste dalla massa
modesta. Ma se provassimo ad avvicinarci ad un buco nero, il corpo celeste con la più grande
massa dell'universo, che cosa succederebbe?
Il buco nero posizionato al centro della nostra galassia, ad esempio, ha una massa 26 milioni di
volte superiore a quella del Sole, una massa concentrata in uno spazio molto, molto ridotto.
L'attrazione gravitazionale di un corpo tale è così formidabile che anche la luce viene catturata
da esso, e così il buco nero è avvolto da una sfera di oscurità dal diametro di 24 milioni di
chilometri.
Se, tuttavia, un giorno si riuscisse a costruire un'astronave capace di compiere un giro attorno al
corpo celeste evitando di venire risucchiata da esso, gli astronauti all'interno della navicella
compirebbero, pur senza accorgersene, un viaggio nel tempo. Il buco nero, infatti, genera un
attrito così grande sullo scorrere del tempo, che viaggiare intorno ad esso per un anno
equivarrebbe a lasciar passare due anni sulla Terra. In pratica, ritornando in patria, gli astronauti
‘guadagnerebbero’ un anno, e si ritroverebbero su una Terra più vecchia di un anno: sarebbero
arrivati nel futuro senza bisogno di un qualsivoglia tunnel.
Anche questo secondo metodo, però, non è molto pratico: per avvicinarsi ad un corpo
abbastanza massiccio da generare un attrito percepibile, bisognerebbe fare enormi progressi nella
tecnologia delle astronavi.
Il terzo e ultimo metodo è, concettualmente, il più semplice: per viaggiare nel tempo basta
anche solo andare molto, molto veloci. Immaginiamo un treno che corra su dei binari lungo tutta
la circonferenza terrestre, un treno così veloce da fare in un secondo sette volte il giro della Terra,
e in questo modo sfiorare la velocità della luce (300.000 km/s). Il tempo all'interno dei vagoni
rallenterebbe, fino a che una sola settimana all'interno del treno equivarrebbe a cento anni
all'esterno. Tutto questo fu dimostrato da Einstein nella sua teoria della relatività.
Questo rallentamento del tempo all'interno di un corpo spedito alla velocità della luce potrebbe
essere sfruttabile anche in altri modi: costruendo e spedendo nello spazio un'astronave con
queste caratteristiche, infatti, all'interno della navicella il tempo rallenterebbe così tanto da
permettere a degli astronauti di raggiungere i confini della nostra Galassia in appena ottant'anni.
focus
Imbolc è meglio conosciuta come festa di mezzo
inverno poiché ne segna il culmine: cade infatti il 1
febbraio, nel punto mediano tra il solstizio d’inverno
e l’equinozio di primavera. Nell’antichità la
celebrazione iniziava al tramonto del giorno
precedente poiché il calendario celtico faceva
iniziare il giorno appunto dal tramonto del Sole.
"Ascoltate le parole della Le divinità coinvolte sono Brighit e Kernunnos
Strega Birghit viene rappresentata spesso come tre sorelle
(fanciulla vergine, madre feconda e vecchia) ovvero
che invoca la Signora e il
le tre manifestazioni e fasi della Natura. Brighit é la
Signore: potente Dea del cambiamento, la trasformazione, la
Luna sopra e Terra sotto divinazione, la poesia e tutto quanto ha a che fare
Cielo blu freddo e caldo Sole con l’ispirazione. Viene raffigurata come un serpente
splendente, verde. La Dea incarna la Natura che ritorna alla vita,
in questo preciso momento dopo la morte invernale, giovane, rigenerata e pura.
riempite queste pagine con il In epoca cristiana Brighit è divenuta Santa Brigida.
vostro potere. Kernunnos è la divinità maschile che presiede a
questa festa. Divinità antichissima, venerata anche
Che occhi impreparati non
in Italia dalla popolazione Camusa: egli rappresenta
leggano il Sole ma anche le forze primordiali della natura che
i segreti che furono affidati si risvegliano e fecondano la Dea.
a me che percorro questa via Questa festività celebra la luce che si riflette
nascosta nell’allungamento della durata del giorno e nella
per arrivare alla mia tranquilla speranza per l’arrivo della primavera. In passato era
dimora. tradizione celebrare la festa accendendo lumini e
Guardiani dei quattro punti candele. La luce che nasce al Solstizio di Inverno
comincia a manifestarsi proprio in questo periodo: le
cardinali,
giornate si allungano poco alla volta e anche se la
ascoltatemi e accordatemi la stagione invernale continua a mantenere la sua
vostra protezione: gelida morsa, ci accorgiamo che qualcosa sta
che queste verità della Terra e cambiando. Le genti antiche erano molto più attente
dei Cieli di noi ai mutamenti stagionali, anche per motivi di
siano al riparo da occhi sopravvivenza. Questo era il più difficile periodo
indiscreti. dell’anno poiché le riserve alimentari accumulate
Ma alla Strega per cui questo per l’inverno cominciavano a scarseggiare. Pertanto i
segni che annunciavano il ritorno della primavera
libro è una mappa,
erano accolti con uno stato d’animo che oggi, al
la via sia facile da vedere, riparo delle nostre case riscaldate e ben fornite,
e in ogni età futura facciamo fatica ad immaginare.
trovi in queste pagine la La parola ‘Imbolc’ pare derivare da Imb-folc, cioè
propria casa. 'grande pioggia’, e in molte località dei paesi celtici
Piaccia che sia così!“ questa data è chiamata anche ‘Festa della Pioggia’:
ciò può riferirsi ai mutamenti climatici della stagione
(Jack Veasey, Benedizione della ma anche all’idea di una lustrazione che purifica
dalle impurità invernali.
Morrigan al Libro delle Ombre)
Nell’Europa celtica era onorata Brighit, Dea del
triplice fuoco; infatti era la patrona dei fabbri, dei
poeti e dei guaritori. Il fuoco della fucina si
univa a quello dell’ispirazione artistica e
dell’energia guaritrice: la poesia era
considerata un’arte sacra che trascendeva la
semplice composizione di versi e diventava
magia, rito, personificazione della memoria
ancestrale delle popolazioni; la capacità di
lavorare i metalli era ritenuta anch’essa una
professione magica e le figure di fabbri semi-
divini si stagliano nelle mitologie non solo
europee ma anche extra-europee (l’alchimia
medievale fu l’ultima espressione tradizionale
di questa concezione sacra della metallurgia); i
misteri druidici della guarigione hanno
preservato fino ad oggi numerose tradizioni
circa le loro qualità guaritrici. Ancora oggi, ai
rami degli alberi che sorgono nelle vicinanze, i
contadini di quei luoghi appendono strisce di
stoffa o nastri a indicare le malattie da cui
vogliono essere guariti. Sacri a Brighit erano la
ruota del filatoio, la coppa e lo specchio. Lo
specchio è strumento di divinazione, la ruota
del filatoio è il centro ruotante del cosmo e
anche la ruota che fila i fili delle nostre vite, la
coppa è il grembo della Dea da cui tutte le cose
nascono.
Si diceva che Brighit avesse il potere di moltiplicare cibi e bevande per nutrire i poveri, potendo
trasformare in birra perfino l’acqua in cui si lavava. Cristianizzata come Santa Bridget o Bride, le fu
consacrato il monastero irlandese di Kildare, dove un fuoco in suo onore era mantenuto
perpetuamente acceso da diciannove monache. Ogni suora, a turno, vegliava sul fuoco per un’intera
giornata di un ciclo di venti giorni; quando giungeva il turno della diciannovesima suora ella doveva
pronunciare la formula rituale “Bridget proteggi il tuo fuoco. Questa è la tua notte”. Il ventesimo
giorno si diceva fosse la stessa Bridget a tenere miracolosamente acceso il fuoco. Il numero 19
richiama il ciclo lunare che si ripete identico ogni diciannove anni solari. In questo monastero solo alle
donne era concesso di entrare nel recinto dove bruciava il fuoco che veniva tenuto acceso con
mantici. Il fuoco bruciò ininterrottamente dal tempo della leggendaria fondazione del santuario, dal
VI secolo, fino al regno di Enrico VIII quando la Riforma protestante pose fine a questa devozione più
pagana che cattolica.
I riti tradizionali legati a questa festività sono molti. In Scozia, per esempio, la vigilia di Santa Bridget
le donne vestono un fascio di spighe di avena con abiti femminili e lo depongono in una cesta, il 'letto
di Brid', con a fianco un bastone di forma fallica. Poi gridano tre volte “Brid è venuta, Brid è
benvenuta!”, quindi lasciano bruciare torce e candele vicino al letto tutta la notte.
Se la mattina dopo trovano l’impronta del bastone nelle ceneri del focolare, ne traggono un
presagio di prosperità per l’anno a venire. Il significato di questa usanza è chiaro: le donne preparano
un luogo per accogliere la Dea e invitano allo stesso tempo il potere fecondante maschile a unirsi a
lei. La pianta sacra di Imbolc è il bucaneve: è il primo fiore dell’anno a sbocciare e il suo colore bianco
ricorda allo stesso tempo la purezza della Giovane Dea, simbolo di vita e di speranza.
Una leggenda racconta che Adamo ed Eva, una volta cacciati dal Paradiso Terrestre, furono
trasportati in un luogo gelido, buio e dove era sempre inverno. Eva ben presto fu presa dallo sconforto
e dal rimpianto: non accettava l’idea di vivere in quelle condizioni; un angelo, avuta compassione di
lei, prese un pugno di fiocchi di neve, vi soffiò e ordinò che si trasformassero in boccioli una volta
toccato il suolo. Eva, alla vista dei bucaneve, prese forza e si rianimò. Ci sono diversi modi per
celebrare Imbolc. Fisicamente è opportuno praticare una dieta più leggera, dopo che i banchetti delle
feste invernali e la forzata sedentarietà trascorsa al chiuso delle nostre case hanno appesantito il
nostro fisico. Possiamo anche decidere di fare una bella pulizia in casa. È utile purificare la nostra casa
e il nostro corpo con il fumo dell’incenso. Psicologicamente è il momento di purificare la nostra
mente dai cattivi pensieri e dai sentimenti inadeguati con una bella pulizia mentale che ci consenta di
fare entrare in noi la luce della Natura rinnovata e di partecipare al risveglio del cosmo dalla lunga
notte invernale. Spiritualmente può essere utile la celebrazione di piccoli rituali legati ai simboli della
festa. Qui ne riepilogo 3 di facile esecuzione: Un rituale molto semplice può essere quello di accendere
una candela bianca (colore di purificazione) dicendo “Accendo la fiamma di Brighit per illuminare il
cammino della mia vita”.
Si medita per un po’ di tempo sul nostro bisogno di purificazione, sulla necessità di abbandonare cose
e aspetti della nostra vita che non ci piacciono più, sulle nuove cose che vogliamo portare nelle nostre
esistenze. Poi si porta la candela accesa nelle varie stanze della nostra abitazione, facendo il giro degli
ambienti in senso orario (direzione propizia che porta energia). Alla fine si spegne la candela dicendo
“Spengo la fiamma di Brighit per farla vivere in me” e si visualizza la luce della candela che entra in noi.
Se si vuole invece compiere qualcosa di più tradizionale, gli uomini possono uscire dopo l’imbrunire
della vigilia di Imbolc per andare a raccogliere un dono per Brighit (pietra, conchiglia, penna di uccello)
da riportare in casa. Le donne invece possono trascorrere la vigilia di Imbolc pulendo la casa e
immaginando di spazzare via le energie morte dell’inverno: la Vecchia dell’Inverno è cacciata fuori
dall’uscio di casa con la scopa.
Poi, sempre le donne, con rametti raccolti in precedenza, preparano un letto per Brighit dove
depongono una bambola fabbricata con spighe e danno il benvenuto alla Dea accendendo una candela
bianca e meditando sulla nuova vita che sta tornando. Anche gli uomini, ritornati in casa con il dono
per Brighit, possono accendere una candela bianca e meditare sul ritorno della luce e della buona
stagione.
Un rituale invece più complesso, che possono eseguire comunque tutti, consiste nel procurarsi tre
candele (sempre di colore bianco) e disporle in un triangolo la cui punta deve essere rivolta a Nord. Nel
centro del triangolo così disposto si pone un calice di acqua (simbolo della purificazione) o di latte
(simbolo del nutrimento della nuova vita). Ci si muove poi verso la candela a nord, la si accende e si
dice “Signora dell’Inverno, ti dico addio, la tua stagione è terminata” e si visualizza il gelido potere
dell’inverno che si allontana. Dopo ci si sposta alla candela di sud-est, la si accende e si dice “Signora
della Primavera, ti offro un caloroso benvenuto, la terra è il tuo letto”. Si visualizza il gioioso potere
della primavera che si avvicina. Infine si va alla candela di sud-ovest, la si accende e si dice “Signora
dell’Estate, presto io ti chiamerò e risveglierò il tuo amante”. Si visualizza il potere ancora lontano della
bella stagione, desideroso di nascere e pulsante di vita nel sottosuolo. Si va quindi al centro del
triangolo, si raccoglie il calice e si dice “Io bevo il potere della Triplice Dea. Possa questo potere
diffondersi su tutta la terra per segnare la nascita della primavera”.
Bevendo si immagina il potere che fluisce in noi e attraverso di noi per risvegliare la Natura. Si può
semplicemente concludere la cerimonia andando verso ogni candela, spegnendole nell’ordine in cui
sono state accese e dicendo mentalmente o ad alta voce “Va’ fuoco e caccia l’inverno, riscalda la terra
e risveglia la primavera”.
Dunque Imbolc è l’inizio promettente di ogni cosa. In verità continua a fare freddo e il tempo è
spesso inclemente, il cielo è saturo di nubi minacciose, di acqua, di neve. Ma chi guarda intorno con lo
sguardo acuto riesce a cogliere i primi segni manifesti della ripresa: il primo bucaneve fiorito nel campo
di notte, sotto i raggi della Luna, le gemme quasi invisibili. Ogni giorno che passa, la luce ci accompagna
un po’ più a lungo.
Nulla sarà come prima se sapremo cogliere i segni della trasformazione, ma per cogliere la differenza
bisogna riuscire ad aprirsi.
INSERTO SPECIALE MARZO-APRILE 2011 N 00
1911
Shackleton partì da Londra l'1 agosto del 1914 e si
diresse nella Georgia del Sud, dove rimase per circa un
mese, per poi salpare alla volta del mare di Weddel. La
nave raggiunse il Mare di Weddel soltanto il 10
gennaio del 1915. Il 19 gennaio rimase incastrata nel
pack1.
La nave fu abbandonata il 27 ottobre e il 21 venne
distrutta completamente dalla pressione del ghiaccio.
A questo punto Shackleton dovette trasferire
l'equipaggio (composto da 27 uomini) in un
accampamento di emergenza chiamato ‘Ocean Camp’.
Trasportarono le scialuppe di salvataggio con loro e il
luogo venne chiamato ‘Patience Camp’.
L'8 dicembre la banchina incominciò a sciogliersi e
“Quando immaginiamo le grandi tentarono di raggiungere, a bordo di scialuppe, l'isola
scoperte pensiamo sempre a Elephant. Raggiunsero la costa dell'isola il 15 aprile
quelle che sono rivolte al campo del 1916 (498 giorno della spedizione). Le possibilità
scientifico e culturale. di chiamare i soccorsi erano praticamente nulle.
Ci sono poi scoperte che hanno Shackleton si convinse ad utilizzare una scialuppa
per raggiungere le coste della Georgia del Sud. La
dello straordinario anche solo
distanza che lo separava dalla salvezza era di 800
grazie ai benefici che hanno miglia marine (1.295 km). Salpò, con cinque uomini, il
portato. 24 aprile 1916. Quindici giorni dopo raggiunse la parte
Nel 2011 ricorre il centenario meridionale dell'isola (Baia del Re Haakon) dopo aver
dell'avanzata dell'uomo verso navigato in condizioni terribili.
l'Antartide. Egli fu il primo, insieme a Tom Crean e Frank
Il primo che è riuscito a Worsley, che riuscì ad attraversare 30 miglia in 36 ore
raggiungere la meta (il Polo Sud) è tra montagne e ghiacciai inesplorati della Georgia del
Sud, per giungere alla stazione baleniera di Stromness,
stato l'esploratore norvegese
il 20 maggio. Da questo luogo il comandante della
Roald Engelbregt Gravning spedizione diresse le operazioni di soccorso. Soltanto
Amudsen. al quarto tentativo tutti gli uomini vennero tratti in
Il fascino che l'impresa portò con salvo da parte del rimorchiatore cileno Yelcho. La
sé era dovuta alla competizione spedizione dell'Endurance è la meno conosciuta
che ci fu con altri due importanti poiché ebbe più ampio respiro la tragedia della
esploratori dell'epoca. Il primo fu spedizione di Scott.
Robert Falcon Scott (capo della
spedizione Discovery), il secondo Spedizione Quest
Nel 1920 Shackleton decise di tornare in Antartide
fu Ernest Henry Shackleton con perché non aveva ottenuto i finanziamenti necessari
una doppia spedizione (la più per recarsi al Polo Nord. Lui e il suo equipaggio
importante denominata salparono il 17 settembre del 1921 da Londra; a bordo
Endurance). La fame di c'erano molti partecipanti della spedizione
conquistare il continente di dell'Endurance. L'obbiettivo scientifico della Quest
ghiaccio fu vista come un fiore non era ben definito. Attraccarono al porto di
all'occhiello da parte dei rispettivi Grytviken, lo stesso in cui rimasero bloccati per un
mese. Nella notte del 5 gennaio Shackleton ebbe un
Stati.” (nda)
forte attacco cardiaco e morì poche ore dopo. La
moglie Emily dette disposizioni perché il suo corpo
riposasse nel cimitero dei pescatori di Grytviken, nella
Georgia del Sud.
Robert Falcon Scott
Terra Nova

Secondo Scott il raggiungimento del Polo Sud non era solo un punto
di prestigio per questioni nazionali. Egli, infatti, lo considerava anche
un'opportunità di miglioramento e arricchimento per la propria
famiglia. L'1 giugno la nave Terra Nova salpò da Londra alla volta
dell'Antartide.
Fu subito chiaro che il raggiungimento del Polo Sud sarebbe stato una
sorta di gara con il norvegese Amudsen. Mentre quest’ultimo aveva
sci e cani da slitta, Scott e i suoi utilizzarono pony della Manciuria e
motoslitte, che si rivelarono difettose.
Molti furono gli errori commessi da parte di Scott e il più
importante fu quello di non includere nessuno tra i membri della
spedizione che sapesse condurre mute di cani da slitta. La spedizione
(composta da Edward Wilson, Edgar Evans, Lawrence Oates e dal
tenente Henry Bowers) raggiunse il Polo Sud tra il 17 e il 18 gennaio
del 1912, ma trovarono sui ghiacci la bandiera lasciata il 14 dicembre
del 1911 dalla spedizione di Amudsen. La delusione fu molta.
I difetti nell'organizzazione della spedizione vennero a galla
soltanto nel viaggio di ritorno.
Per Scott fu chiaro da subito che sarebbe stato meglio arrendersi:
Amudsen percorreva tra le 15 e le 20 miglia al giorno (sebbene egli
avesse previsto di percorrerne 30 al giorno), mentre Scott raggiunse
una prestazione massima di 13 miglia al giorno. Scott dovette
arrendersi alle pessime condizioni meteorologiche con temperature
rigide che furono registrate soltanto una volta.
Il primo che dovette arrendersi nella marcia di ritorno fu Edgar
Evans che si era infortunato in seguito ad una caduta ed ebbe un
crollo fisico e psicologico.
Poco dopo peggiorarono le condizioni di Lawrence Oates tanto da
ostacolare la marcia degli altri membri della spedizione. Quando si
rese conto di non avere molte possibilità di sopravvivenza (aveva
perso un piede a causa del congelamento), e soprattutto di
rappresentare un fattore di rischio per i rimanenti membri della
spedizione, abbandonò volontariamente la spedizione durante una
tempesta di neve pronunciando le storiche parole: "Sto uscendo per
stare un po' fuori".
Il suo corpo non fu mai ritrovato. Venne recuperata solo la sua
borsa di viaggio.
Tuttavia il gesto fu inutile: vennero trovati i cadaveri degli altri tre
membri della spedizione intatti, nella propria tenda, solo sei mesi
dopo, a sole 11 miglia da un grande deposito allestito per loro. Non
rimase più nulla del loro passaggio se non una macchina fotografica e
i loro diari.
I loro corpi vennero tutti sepolti nel punto in cui furono trovati dalla
spedizione inglese mandata in loro soccorso.
Dopo averla calata su di essi, la stessa tenda fu
coperta di ghiaccio e sul tumulo venne posta
una croce.
È celebre la frase di Scott, tratta da For God's
sake look after our people, che racconta gli
ultimi attimi della sua vita "Fossimo
sopravvissuti, avrei avuto una storia da
raccontarvi sull'ardimento, la resistenza ed il
coraggio dei miei compagni che avrebbe
commosso il cuore di ogni britannico".

Roald Engelbregt Gravning Amudsen


(Spedizione Fram)

Amudsen insieme a Olav Bjaaland, Helmer Hanssen, Sverre Hassel e Oscar Wisting arrivò al Polo Sud
il 14 dicembre 1911: 35 giorni prima della spedizione guidata da Robert Falcon Scott.
Amudsen fu a capo della spedizione capace di portare il primo uomo al Polo Sud ed ebbe una grande
carriera come esploratore delle regioni polari. La sua spedizione era stata preparata in ogni minimo
dettaglio: l'utilizzo dei cani si dimostrò più valido delle motoslitte usate sino a quel momento per
queste imprese (alcuni di essi furono anche uccisi e macellati per nutrire quelli superstiti.

Il successo di Amudsen fu reso noto solo il 7 marzo 1912.

Note
1. Il pack è uno strato di ghiaccio marino derivato dallo sgretolamento della banchisa.
1921
Per la verità si chiamava Partito Comunista d’Italia, e così
continuò a chiamarsi fino alla chiusura della III
Internazionale, nel 1943.
Fin da quando Marx era ancora vivo, e intellettualmente
affermato, si era andato a formare un contrasto all’interno
del movimento operaio internazionale; da una parte
c’erano i riformisti di Kautsky - che, assieme a Engels, è
stato il padre del marxismo, dando al pensiero marxiano
una coerenza e sistematicità che di fatto non aveva -
dall’altra parte dello schieramento c’erano i rivoluzionari di Lenin. In seno al partito
Socialdemocratico russo questa divisione si concretizzò nei più noti menscevichi e
bolscevichi. In sostanza i kautskyani optavano per una via parlamentare al socialismo,
con possibili compromessi con la borghesia; il proletario, secondo Marx, è un
rivoluzionario per natura e la rivoluzione deve avvenire nelle menti al fine di creare una
coscienza di classe. I leninisti, invece, ritenevano dovesse essere l’èlite, l’intellighenzia
del movimento, che già aveva le idee chiare, a prendere il potere al fine di istruire il
proletariato, che altrimenti non riuscirebbe da solo a raggiungere una coscienza di
classe, comprendendo quindi il proprio ruolo nella storia. Niente compromessi coi
borghesi dunque. Solo attraverso una rivoluzione violenta sarebbe stata possibile la
dittatura del proletariato.
Il marxismo giunge in Italia nella seconda metà del XIX secolo attraverso Antonio
Labriola, filosofo di matrice hegeliana. Egli fu anche il primo a difenderlo dalle correnti
riformiste.
Poi sarà la volta di Gramsci: nasce ad Ales (Oristano) il 22 gennaio 1891. Le sue prime
esperienze come giornalista le ebbe ancora giovane a Cagliari in qualità di
corrispondente de ‘l'Unione Sarda’. Dopo aver preso il diploma si trasferì Torino per
frequentare l'Università usufruendo di una borsa di studio per studenti poveri che vinse
assieme a Togliatti, proveniente anche lui dalla Sardegna. Durante il periodo
universitario conosce Tasca e Terracini.
Nel 1919 fonderanno insieme il settimanale Ordine Nuovo che, l’anno successivo,
diverrà quotidiano sotto la direzione di Gramsci. Dalle colonne del suo giornale questa
nuova corrente radicale si schiera coi leninisti, entrando in polemica coi riformisti,
indicando un’unica via per il movimento operaio: "la conquista dei poteri dello stato …
la dittatura del proletariato industriale e dei contadini poveri, che deve essere lo
strumento della soppressione sistematica delle classi sfruttatrici". Per questo, continua:
"è necessario disarmare completamente la borghesia e i suoi agenti, e armare tutto il
proletariato … il metodo principale di lotta è l’azione delle masse fino al conflitto aperto
contro i poteri dello Stato capitalista".
La crepa tra queste due anime del Socialismo aumenta fino a diventare un’incolmabile
voragine quando, durante la Prima Guerra Mondiale, i socialisti tedeschi e francesi si
schierano in appoggio alle rispettive borghesie nazionali, anteponendo la patria alla
fratellanza tra i lavoratori di tutte le nazioni. Al contrario, Lenin in Russia (fatto rientrare
dal governo tedesco) attua una politica pacifista, considerando la guerra come un
affare tra borghesi che non doveva dividere gli operai, ma invece creare le condizioni
per una rivoluzione mondiale.
Il trionfo della Rivoluzione Bolscevica in
Russia e la crisi economica nel dopo guerra
rendono ancor più affascinanti le idee leniniste.
Nel 1919, in Ungheria, una rivoluzione
comunista – seppur temporanea – prende il
soppravvento; in Germania esplode la
Rivoluzione Spartachista di Rosa Luxemburg la
cui repressione, ad opera dei primi freikorps
(come le future SA di Röm), è appoggiata dagli
stessi Socialdemocratici tedeschi, essendo
quella una rivoluzione più anarchica che
marxista.
Ormai la fiaccola del marxismo-leninismo è
diventata un incendio che divampa anche nei
paesi vincitori: Francia, Gran Bretagna, si forma
negli Stati Uniti un Partito Comunista,
capeggiato da John Reed, autore del
celeberrimo I dieci giorni che sconvolsero il
mondo, un lucido resoconto della Rivoluzione
di Ottobre alla quale lo stesso Reed partecipò.
La rivoluzione insomma si fece anche coi libri.
Intanto a Torino, nel 1920, cominciano le
occupazioni di fabbriche – è iniziato il Biennio
Rosso sulla scia della crisi economica e sociale e
Gramsci ne è l’ispiratore – nascono i consigli
operai intesi come forma di autogoverno delle
masse, ispirati ai soviet russi. Gramsci li definirà

"forma concreta dello stato proletario". Dopo la sconfitta di questi moti operai il suo pensiero diviene
ancor più drastico: "la fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la conquista del
potere da parte del proletariato rivoluzionario... o una tremenda reazione da parte della classe
proprietaria assieme alla classe governativa e nessuna violenza sarà trascurata".
Già nel gennaio 1919 Lenin lancia un appello per la rottura con la II Internazionale (la prima si chiuse
con la defenestrazione degli anarchici in favore di una nuova internazionale in linea coi principi
marxisti) e a Mosca si costituisce la prima sezione della III Internazionale; l’anno successivo, la seconda
sezione a Pietrogrado è quella fondativa dei partiti comunisti in tutti i paesi, o quasi. Tutti i partiti
socialisti aderenti all’Internazionale dovevano diventare comunisti. Questo creerà inevitabilmente delle
scissioni in quanto i marxisti riformisti sono ancora molto numerosi.
In Germania nasce il KPD (fino al 1933 sarà la
più forte sezione dell’Internazionale), in
Francia nasce il PCF e, tra il 1920 ed il 1922,
nasce in Spagna il PCE. Partiti comunisti di
minor rilevanza nascono anche in Gran
Bretagna, nei Paesi Scandinavi e, come già
accennato, anche in Usa. L’Asia non è da
meno: nascono dopo il 1921 i partiti
comunisti cinese e indocinese.
In Italia, tanto per cambiare, non esiste una
posizione chiara. Ci sono i massimalisti, che
comprendono i rivoluzionari (bolscevichi),
con la corrente minoritaria di Gramsci e
Bordiga. I massimalisti sono maggioritari
all’interno del Partito Socialista. Già durante
la guerra partecipano a delle conferenze
assieme ai bolscevichi russi per difendere
l’unità tra i proletari di tutte le nazioni, ma la
posizione ufficiale è quella riassumibile nel
motto "né aderire né sabotare". Il PSI non è
apertamente contro il leninismo, non ha problemi nemmeno ad una eventuale adesione alla III
Internazionale, ma rifiuta di accettare due condizioni poste per l’adesione: cambiare nome al
partito ed espellere i riformisti.
Così la corrente di Gramsci e Bordiga entra in conflitto coi massimalisti, decisamente
‘cerchiobottisti’, carattere che non fatichiamo a riconoscere anche nell’attuale sinistra italiana.
Ormai non si può più far finta di niente, esiste una scissione irrimediabile in seno al PSI; i
bolscevichi si stringono attorno alle figure di Gramsci e Bordiga. L’ala sinistra al XVII congresso
socialista, tenutosi a Livorno nel 1921, esce dal partito: "Al congresso di Livorno" ricorda Pietro
Secchia "vista l’impossibilità di dare al PSI un indirizzo consono alle esigenze della lotta
antifascista e rivoluzionaria, i comunisti abbandonarono la sala del congresso per dar vita al
Partito Comunista d’Italia".
Intanto finiscono agli arresti numerosi militanti del P.C.d'I., il vecchio gruppo di Ordine Nuovo
si disgrega, assieme al gruppo dirigente del partito, che durante la direzione di Bordiga difende
una certa autonomia dalle direttive dell'Internazionale; questo ed altri contrasti interni
porteranno presto Gramsci a succedergli. Nel febbraio 1924 fonda l'Unità, organo ufficiale del
partito.
Il nuovo partito conta al momento della fondazione circa 40.000 iscritti, vi aderiscono
principalmente le avanguardie operaie e parecchi militanti della Federazione Giovanile
Socialista. Nel maggio dello stesso anno i comunisti ottengono 304.000 voti alle elezioni.
Vent’anni dopo diverrà il più importante partito comunista dei paesi al di là della cortina di
ferro. Determinanti nella lotta antifascista, i comunisti lasceranno un segno importante anche
nella futura Costituzione italiana, una delle carte fondamentali più moderne del mondo
occidentale, basti pensare al suo primo articolo che pone nel lavoro il fondamento dello Stato.
1931
Jane Addams nacque il 6 ottobre 1860 a Cedarville. Si laureò presso la facoltà di Rockford
nel 1881. Assieme a Ellen Gates Starr, sua compagna di università, fondò la Hull–House in
un quartiere di Chicago nel 1889.
Entrambe vissero per tutta la vita nel quartiere della Hull–House e lavorarono
attivamente ai loro progetti. La reputazione di Jane divenne, ben presto, molto prestigiosa
in tutto il Paese: era la donna più importante dell'epoca anche grazie al suo impegno
costante, alla cura per i suoi testi e alle sue iniziative per la pace.
Il progetto di Jane Addams nacque in risposta ai problemi creati dall'urbanizzazione,
dall’industrializzazione e dall'immigrazione. Nel 1880 venne creato il primo insediamento
sociale. La Hull–House, nel 1980, si trovava in un quartiere densamente popolato da ebrei,
italiani, irlandesi, tedeschi, greci, boemi, russi e polacchi. Durante il 1920 gli afroamericani
e i messicani incominciarono ad insediarsi nel quartiere affondando lì le proprie radici.
Il richiamo verso questa zona di Chicago fu dettato anche dalle garanzie e dai progetti che
Jane riuscì a mettere in atto: fornì il luogo di un asilo nido, di servizi di assistenza per madri
lavoratrici, di un ufficio di collocamento, una galleria d'arte, biblioteche, corsi di inglese e di
cittadinanza, teatro, musica e arte. Tutto questo fu possibile, soprattutto, grazie
all'appoggio di cui godeva.
Fu in grado di costruire un gruppo impressionante e forgiò un potente movimento di
riforma capace di smuovere tutte le coscienze. Fu la prima ad impostare dei progetti per la
protezione degli immigrati e costruì, inoltre, il primo tribunale minorile della nazione. Nel
1893 riuscì a introdurre nella legislatura dell'Illinois una legge a favore della tutela dei
diritti di donne e bambini.
Nel 1912 venne creato l'ufficio di presidenza del Children e nel 1916 venne approvata una
legge federale contro il lavoro minorile. Nell'arco della sua vita fu investita di diverse
cariche: fu presidentessa della Lega Consumatori, presidentessa della Conferenza
Nazionale della Caritas (più avanti si chiamerà Conferenza Nazionale del Lavoro Sociale),
presidentessa della Commissione della Federazione Generale del Lavoro Femminile, vice–
presidente del Campfire Girls, membro esecutivo del Parco Nazionale del Bambino e del
National Labor Committe.
Sostenne attivamente la campagna per il Suffragio Femminile, la Fondazione per il
Progresso della Gente di Colore (1909) e L'American Civil Liberties Union (1920). Nei primi
anni del XX secolo fu coinvolta nel movimento per la pace.
Durante la prima guerra mondiale, infatti, partecipò al Congresso Internazionale dell'Aia;
l'intento era quello di fermare la guerra in corso.
Mantenne, tuttavia, il suo atteggiamento da pacifista lavorando alla fondazione di un
nuovo movimento. Fu così che, nel 1919, nacque l'associazione Women's International
League for Peace and Freedom e lei ne fu il primo Presidente. Questo fu l'ultimo progetto
che venne abbracciato da Jane Addams. Per i suoi sforzi sociali, per la dedizione e la
costanza dimostrata in tutti i suoi anni di vita l'accademia più importante del mondo, nel
1931, le conferì l'onorificenza più insigne: il Nobel per la Pace.
Jane Addams morirà a Chicago il 21 maggio 1935. Il suo corpo riposa a Cedarville, sua
città natale.
1941
Molti avvenimenti hanno riempito il 1941, al centro il tragico evolversi della
Seconda Guerra Mondiale. Mentre si succedevano, repentini, fatti che avrebbero
disegnato una delle più grandi catastrofi operate per mano dell’uomo, noi
scegliamo di distogliere lo sguardo e rivolgerlo altrove, a quel 31 agosto in cui
‘l’eterna ribelle’ (come la definì Henri Troyat nel romanzo a lei dedicato) decise di
abbandonare la vita. Ma sarà certamente affascinante tornare indietro per
avventurarci in quella favola semplice, a tratti dolorosa, dallo stile scorrevole e
coinvolgente, dal contenuto ad effetto che è stata la vita di Marina Cvetaeva.
Marina nacque a Mosca, l’8 ottobre del 1892. Figlia di un filologo e storico
dell’arte - creatore e direttore dell’attuale Museo Rumjancev - e di una pianista di
talento che cercò di trasmetterle l’amore per la musica e la pittura. Nonostante ciò
l’attenzione di Marina fu da sempre rivolta alla poesia: a sei anni iniziò a comporre
versi, a soli 18 pubblicò la sua prima raccolta. Si sposò giovanissima e la sua
primogenita nacque nel 1912.
Dotata di un carattere forte, indipendente e straordinariamente romantica; la
giovane poetessa si taglia i capelli, fuma, viaggia da sola e vive diverse storie
d’amore. Nel 1917 Marina fu testimone della sanguinosa rivoluzione bolscevica di
ottobre. Nello stesso anno nacque la sua seconda figlia. A causa della guerra civile
Marina si trovò separata dal marito e, a soli venticinque anni, rimase sola con due
figlie in una Mosca in preda ad una carestia terribile.
La poetessa, appartenente ad una classe sociale che non aveva mai lavorato,
sprovvista di senso pratico, non riuscì a conservare il posto di lavoro che le
avevano benevolmente procurato. Durante l’inverno 1919-20 si trovò costretta a
lasciare la figlia più piccola in un orfanotrofio e la bambina morì nel febbraio per
denutrizione. Al termine della guerra civile, nel 1922, Marina emigrò a Praga
passando per Berlino. A Berlino ritrovò suo marito e diede alla luce il suo terzo
figlio.
Nei primi anni di quel periodo di emigrazione Marina partecipò attivamente alla
vita culturale russa e le sue pubblicazioni le fruttarono modesti onorari, essenziali
per il sostegno della famiglia. È proprio di quegli anni un ricordo che la vede
protagonista, tramandatoci da Elena Izvol’skaja: "La mia Marina: quella che
lavorava, e scriveva, e raccoglieva la legna, e nutriva la famiglia con le briciole.
Lavava per terra, faceva il bucato, cuciva con le sue dita, una volta esili e adesso
ingrossate dal lavoro. Ricordo bene quelle dita, ingiallite dal fumo, che reggevano
la teiera, la casseruola, la padella, la gavetta, il ferro da stiro, infilavano il filo nella
cruna, accendevano la stufa. Eppure, quelle stesse dita guidavano la penna o la
matita sulla carta, sul tavolo della cucina dal quale tutto era stato tolto in fretta.
Seduta a quel tavolo, Marina scriveva versi, prose, buttava giù le brutte copie di
interi poemi, talvolta tracciava due, tre parole, una sola rima, e molte, molte volte
la ricopiava".
Ma intorno a lei l’atmosfera stava cambiando: il marito era passato dalla parte
dei Soviet. Marina si trovò completamente isolata e all’inizio degli anni 30 fu
costretta a trasferirsi in una casa più modesta, abbandonando la poesia e
dedicandosi alla più remunerativa prosa.
La sua grande indecisione consisteva nel
non saper decidere se tornare in Russia o
meno, ma un giorno lesse la promessa
fatta ad Efron nel 1917 "Vi seguirò
dovunque, come un cagnolino". Marina
annotò a margine "Ed ora lo sto seguendo
– come un cagnolino (21 anni dopo)".
Scrisse la data, quella del 17 giugno 1938 e
nel giugno del 1939 si imbarcò per la
Russia.
Prima di partire riordinò e affidò i
manoscritti a persone di fiducia,
chiaramente rendendosi conto di ciò che
le poteva succedere, ma anche
conservando la convinzione che i suoi
lavori non sarebbero stati dimenticati.
Ma Marina non conosceva il peggio: suo
marito aveva cominciato a collaborare con
la GPU partecipando addirittura ad un
omicidio. Quello che aveva sofferto in
Francia sembrò presto una sciocchezza al
confronto di ciò che la aspettava in
Unione Sovietica. Nonostante alcuni
vecchi amici e colleghi scrittori la vennero
a salutare, Marina capì in fretta che per lei
in Russia non c’era posto.

e furono procurati dei lavori di traduzione, ma dove abitare e cosa mangiare restava un
problema. Tutti la sfuggivano. Tutto sommato lei era una ex emigrata, una ‘bianca’, aveva
vissuto all’Ovest con le epurazioni ed il terrore di massa degli anni 30, quando milioni di persone
erano state sterminate senza che avessero commesso alcunché, tanto meno delitti come quelli
che gravavano proprio sul suo conto.
Nell’agosto del 1939 sua figlia venne arrestata e deportata nei gulag. Ancora prima era stata
presa la sorella. Quindi venne arrestato e fucilato il marito di Marina: un nemico del popolo ma,
soprattutto, uno che sapeva troppo.
Marina cercò aiuto tra i letterati. Quando si rivolse a Fadeev, l’onnipotente capo dell’Unione
degli Scrittori, egli disse alla ‘compagna Cvetaeva’ che a Mosca non c’era posto per lei, e la spedì
a Golicyno (venne fucilato quindici anni dopo).
Nel settembre del 1940 ella scrisse sul quaderno di appunti "… già da un anno cerco con gli
occhi un gancio... Da un anno misuro la morte. Tutto è mostruoso e terribile. Ingoiare pasticche è
disgustoso, buttarsi da una finestra è abominevole e ho un’innata ripugnanza per l’acqua. Non
voglio spaventare nessuno (da morta), mi sembra di aver già paura - da morta - di me
stessa. Non voglio morire. Voglio - non essere. Assurdo. Finché sarò necessaria... ma, Dio mio,
come sono piccola, quanto poco posso fare! Vivere fino in fondo - è come masticare fino in
fondo. Assenzio amaro".
Quando l’estate successiva cominciò l’invasione tedesca, Marina venne evacuata ad Elabuga,
nella repubblica autonoma di Tataria. Si sentiva completamente abbandonata. I vicini
l’aiutavano a mettere insieme le razioni alimentari. Dopo qualche giorno si recò nella città vicina
di Cistopol’, dove vivevano altri letterati; una volta lì, chiese ad alcuni scrittori famosi - Fedin e
Aseev - di aiutarla a trovare lavoro e ad allontanarsi da Elabuga. Non avendo ricevuto da loro
alcun aiuto tornò a Elabuga disperata.
Il suo terzo figlio si lamentava della vita che conducevano, pretendeva un abito nuovo, il
denaro che avevano bastava appena per due pagnotte.
Domenica 31 agosto 1941.
Marina è sola a casa, sale su una sedia, rigira una corda attorno ad una trave e si impicca.
Lascia un biglietto, scomparso adesso negli archivi della milizia. Nessuno andò ai suoi funerali
svoltisi tre giorni dopo nel cimitero cittadino, e non si conosce il punto preciso dove fu sepolta.
Marina si ribellò da sempre alla famiglia, alla scuola, alla vita coniugale, agli impegni domestici,
ad ogni residenza prolungata, ad ogni affetto definitivo, aspirò sempre
ad una condizione migliore di quella vissuta, cercò l’amore sia di
uomo sia di donna.
Istintiva e passionale, questo si può dire di lei, una donna che,
convinta delle sue qualità artistiche, del suo bisogno d’amore, non
rinunciò a scrivere né ad amare, pur in circostanze avverse. Tutta la
sua vita fu una disgrazia, una maledizione: esperienze negative a casa,
IO SONO UNA a scuola, un marito che non si curò della famiglia, due figli che le
furono ostili, uno che morì di stenti. Marina giunse alla povertà
PAGINA PER LA estrema, alla miseria, a vivere di elemosine, a ricavare il
TUA PENNA sostentamento per la famiglia da pubbliche letture dei suoi versi, dal
lavoro di traduzione, a vestirsi di stracci, a darsi la morte quando si
sentì sopraffatta dalla situazione.
Io sono una pagina Avrebbe voluto essere libera, libera da tutto. Essere sola e scrivere.
Mattina e sera. Da una lettera alla sorella "…per chi avrebbe
per la tua penna. desiderato una condizione di riserbo, di quiete onde consacrarsi
Tutto ricevo. Sono all’arte ritenuta il proprio, unico destino… Ho sempre saputo tutto fin
una pagina bianca. dalla nascita. Ho sempre avuto un sapere innato". Era un’artista
Io sono la custode incline a vivere solo di spirito, d’idee; la sua vita fu soprattutto
materia, realtà, per lei che aspirava a placare la sua naturale
del tuo bene: inquietudine, la sua diversità dall’ambiente.
lo crescerò e lo Nella sua scrittura poetica ci fu un’esistenza di perenne travaglio,
ridarò centuplicato. lotta, scontro con situazioni, persone, elementi avversi. Ma non smise
mai, tuttavia, di seguire la sua ispirazione nel segreto di se stessa. Ora
investono tutti nelle sue Opere ma per anni, per una vita, ci ha
Io sono la campagna, creduto soltanto lei fino a sopportare disagi di ogni genere: è un
la terra nera. esempio di quanto si può subire per non rinunciare alle proprie idee, è
Tu per me sei il un atto di eroismo spinto fino al sacrificio della vita per salvare ciò che
raggio e l’umida avviene nell’interiorità dell’anima.
Una ribelle, uno spirito libero: ha accettato gli infiniti vincoli che la
spiaggia. sorte le aveva riservato.
Tu sei il mio Dio e Un’artista che avrebbe voluto vivere di sé: si è impegnata per gli
Signore, e io altri, e se improvvisamente ha smesso di farlo, significa che continuare
Sono terra nera e a credere nelle proprie cose in una situazione simile era stato un
dramma, e che era durato fin troppo.
carta bianca.

(Maria
Cvetaeva)
1951
Muhammad Moussadeq, nel 1951, all'età di
settant'anni, salì finalmente agli albori della politica
mondiale. Seppe rappresentare le istanze del popolo
iraniano contro la sudditanza imposta dagli stranieri e
spalleggiata dallo shah Mohamed Reza Pahlavi.
Inoltre, fu per breve tempo un simbolo del Terzo
Mondo, quella parte della Terra che cerca di collocarsi
in un porto indipendente dalla Guerra Fredda.
Moussadeq era il capo del Fronte Nazionale dell’Iran, un movimento politico
che cercò di catalizzare su di sé diverse sensibilità con l’obiettivo di riscattare il
Paese dall’influenza straniera; l’orientamento principale – quello del leader –
era un nazionalismo laico e repubblicano. Il potere straniero di allora in Persia
era la Gran Bretagna e la sua multinazionale petrolifera: la Anglo-Iranian Oil
Company (AIOC). Dal 1908 alla compagine petrolifera britannica (oggi si chiama
British Petroleum) fu concessa la licenza per cercare il petrolio e per la
costruzione di raffinerie ad Abadan. Fino alla prima guerra mondiale anche la
Russia esercitò la sua pressione al nord, ma dalla Rivoluzione d’Ottobre – salvo
una parentesi nel secondo conflitto mondiale – gli inglesi sono un potere
occulto del Paese. Nel 1926 appoggiano l’ascesa al trono imperiale di Reza
Khan, ex comandante militare cosacco, il quale diede il via
all’occidentalizzazione culturale del Paese e nel 1933 riconfermò la
concessione petrolifera all’AIOC.
Dopo la seconda guerra mondiale – in cui Urss e Gran Bretagna hanno
occupato il Paese, per impedirne l’accesso ai tedeschi e per sfruttare il Golfo
Persico – il Fronte Nazionale entrò nel parlamento di Teheran (Mylis) grazie
alla volontà popolare di riscatto del paese. Nel 1951 Moussadeq bloccò in
parlamento il rinnovo dell’utilizzo di giacimenti al gruppo britannico, in marzo
fu approvata la nazionalizzazione del petrolio. Essendo diventato l’uomo
politico più influente, in aprile fu investito dallo Shah Mohamed Reza della
carica di primo ministro. L’AIOC venne sciolta e sostituita dalla National Iranian
Oil Company.
La Gran Bretagna – il cui governo laburista è in forte crisi – dichiarò subito
illegittimo l’atto del governo di Teheran, impose il blocco delle esportazioni
petrolifere e spinse gli Stati Uniti a dichiarare l’embargo. Moussadeq rispose
con l’espulsione dei tecnici inglesi dal Paese e la chiusura delle relazioni
diplomatiche con Londra. Tuttavia, l’embargo causò al Paese una grave crisi
economica. Il leader persiano divenne popolare ma allo stesso tempo fu odiato
dalla politica occidentale; era considerato dalla propaganda come colui che
avrebbe aperto la via al comunismo nel Golfo Persico.
Per la rivista inglese Times è l’uomo dell’anno, stesso ‘onore’ sarà tributato
all’Ayatollah Khomeini nel 1979. Alla sua rapida ascesa seguì l’altrettanto
repentino declino. La sfortuna volle che, alla fine del ’51, i conservatori di
Churchill tornassero al governo, inoltre, l’anno successivo il repubblicano
Eisenhower fu eletto Presidente degli Stati Uniti. Altre sfortunate congiunture
politiche furono la fine della guerra di Corea e l’approdo di Allen Dulles alla
direzione della CIA. La Persia era un Paese prezioso per l’occidente, sia per la
lotta al comunismo, che per la ricchezza del suo sottosuolo. Inoltre, la sfida della
nazionalizzazione era un precedente pericolosissimo. Moussadeq non poteva rimanere al
potere.
Così, i britannici iniziarono a cospirare per l’abbattimento del capo del governo. Non
essendone capaci, cercarono il sostegno degli Stati Uniti ma incontrarono la resistenza di
Truman, già impegnato in Corea. Eisenhower e Dulles erano invece entusiasti di usare l’Iran
come cavia per i futuri golpe nei paesi terzomondisti, Stati i cui governi hanno il brutto vizio di
nazionalizzare le proprietà delle multinazionali.
Così nel 1953 la CIA abbatté Moussadeq per mezzo del generale Fahedi, che restaurò il potere
dello shah. Per tre giorni, infatti, il leader politico aveva mobilitato il popolo contro l’imperatore,
che aveva anche lasciato il Paese. La fine di Moussadeq creò una grave ferita nel popolo
iraniano, destinata a sfociare nella rivoluzione islamica del 1979. Solo lui poteva creare una
repubblica laica e liberata dagli stranieri.
Un’altra occasione persa.
1961
Cercheremo di tenere i piedi per terra, senza produrre la
solita agiografia sul sogno americano, nel raccontare
l’ascesa di un presidente che non ebbe qualità superiori alla
media, ma si trovò nel posto giusto al momento giusto, né
tanto meno emerse dalla massa.
Cosa ha rappresentato John Fitzgerald Kennedy?
In vita fece il suo dovere, quasi sempre bene, e seppe catalizzare attorno
alla sua figura i sogni della classe media, rilanciando quello che Roosevelt
fece a livello economico (il New Deal), trasferendolo a livello sociale (la
Nuova Frontiera), nel pieno del boom economico degli anni ’60, che
raggiunse anche l’Europa, inasprendo la Guerra Fredda; questione della
quale avrebbe probabilmente fatto volentieri a meno.
Kennedy univa al suo fascino e alla sua cultura un carisma molto forte,
aveva uno spiccato senso dell’umorismo e niente da invidiare alle star di
Hollywood; non a caso tra i vari gossip che lo immortalarono nei rotocalchi si
ricorda il flirt con Marilyn Monroe. Nel suo seguito troveremo brillanti
docenti universitari e giornalisti di valore. Non dimenticò mai suo padre Joe,
per amore del quale salì in politica. Lo si capisce dal gran numero di irlandesi
che inserì nella pubblica amministrazione. Verrebbe da chiedersi come mai
se i ‘poteri forti’ volevano farlo fuori, non si siano limitati a coinvolgerlo –
magari facendo carte false – in una ‘vallettopoli’ o ‘parentopoli’, visto che il
personaggio si prestava bene a questo tipo di impeachment. Per Kennedy
come per tutti gli altri statisti vale la metafora del ristorante: finché si mangia
bene nessuno si lamenta se alla cassa non danno lo scontrino. Ecco perché
lui è stato ammazzato e Nixon no.
Abbiamo detto che non emerse dalla massa per volere del fato: la sua
storia è legata indissolubilmente a quella della sua famiglia. Tutto cominciò
quando l’irlandese Patrick J. Kennedy mise radici a Boston cominciando come
barista e finendo come banchiere. Suo figlio sarà un importante uomo
politico democratico e il nipote Joseph P. (Joe), con l’aiuto della malavita,
diventerà uno degli uomini più ricchi del Paese e del partito democratico. Joe
divenne amico di Roosevelt ed ebbe da lui diversi incarichi governativi; fu
capo della commissione del controllo dei cambi e di quella per la marina
mercantile in un periodo che va dal 1934 al ’37. Stiamo parlando di una
persona che durante il proibizionismo era un potente banchiere con le mani
in pasta nel racket degli alcolici, che evidentemente arrivavano in USA
attraverso carichi clandestini stipati nelle navi mercantili. Tradotto: conflitto
di interesse, nella migliore ipotesi; concussione nella peggiore. Joe concluse
la sua carriera come ambasciatore a Londra dal 1937 al ’40. Aveva una certa
influenza nelle decisioni di Roosevelt, ma la storia era contro la sua idea di
non intervento, specie se motivata dagli affari che si potevano fare
sfruttando tutti i Paesi in guerra, Germania compresa. Così quando lasciò la
capitale britannica gli inglesi fecero festa. A quel punto il patriarca dei
Kennedy dedicò tutte le proprie forze per aiutare la carriera dei figli,
specialmente quella di John e Robert, detto Bob.
J. F. Kennedy nacque a Boston nel 1917 e
fu assassinato in circostanze misteriose a
Dallas nel 1963; chi volesse cimentarvisi
potrà trovare nella sua storia e nel suo
programma di governo, di cui ci
apprestiamo a raccontare, il movente
dell’attentato e forse potrà anche stilare un
identikit dei suoi potenziali assassini.
La sua giovinezza è quanto di più consono
per la formazione di un leader: studia nelle
migliori scuole a Wallingford, Princeton e
Harvard. Dal 1937 al ’39 viaggia col padre in
Europa traendo ottimi spunti per la tesi di
laurea in scienze politiche, pubblicata nel
1940, Why England Slept, uno studio sulla
scarsa preparazione della Gran Bretagna
alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale,
che ottiene un notevole successo editoriale.
Frequenta un corso di approfondimento a
Stanford, poi viaggia nel Sud America fino a
quando gli Stati Uniti entrano in guerra nel
dicembre del ’41 e lui si arruola in marina.
Come tutti i rampolli miliardari avrebbe
potuto evitare la leva (soffriva di un
problema alla schiena che lo avrebbe
giustificato ampiamente) invece compie
quello che ritenne un dovere di cittadino
‘uguale’ agli altri. Nel 1943, ferito nel
Pacifico, trova comunque la forza di salvare, con un gesto eroico, numerosi compagni d’armi;
otterrà per questo una decorazione.
Finita la guerra nel 1945, a soli 28 anni, John possedeva un curriculum che superava notevolmente
le aspettative paterne. Certo, i soldi e gli amici di papà Joe aiutarono ampiamente la sua ascesa
politica, ma quel ragazzo non era solo un ‘belloccio radical chic’ (il padre era morto da poco),
dimostrava anzi grande lucidità intellettuale e politica. Inoltre era un eroe di guerra.
Più tardi dirà: "Sono entrato nella vita politica perché Joe è morto. Se mi capitasse qualcosa
(grassetto del sottoscritto, Nda), Bob prenderebbe il mio posto…". Interessante questa visione
della politica come un affare di famiglia.
Con l’appoggio dei parenti e degli ‘amici di Harvard’, Kennedy vince le elezioni alla Camera dei
Rappresentanti per tre volte consecutive, tenendo il seggio dal 1945 al ’52. Le sue campagne
elettorali si svolgono nel quartiere operaio di Boston – un duro tirocinio politico a contatto con la
vita reale dei cittadini poveri, che deve averlo temprato parecchio – battendosi contro la legge
Taft-Hartley, che minava gran parte dei diritti dei lavoratori.
Nel 1952 si candida al Senato come
rappresentante del Massachussetts.
Vince contro un avversario di spessore
come Henry Cabot Lodge, importante
esponente del partito repubblicano.
Sono gli anni del Maccartismo e
Kennedy rema contro, nonostante il
fratello Bob avesse avuto degli incarichi
nella commissione del Senatore Mc
Carthy, che alla fine sarà silurato nel ’54.
John diviene in questo periodo una
personalità politica di rilievo,
presentando disegni di legge coraggiosi
per l’epoca; vuole migliorare le
condizioni dei lavoratori, sostiene le
importazioni di petrolio (cosa che
doveva renderlo antipatico ai petrolieri
americani) presumibilmente per ridurne il
prezzo, sollecita gli aiuti economici
all’estero in funzione anti sovietica, e le
sovvenzioni federali alle città. Il suo piatto
forte sono i diritti civili dei neri e di tutte le
minoranze. L’appoggio alla lotta di Martin
Luther King lo renderà il ‘santo laico’ della
sinistra liberale e farà da apri pista ad un
processo storico e culturale che ha portato
oggi un uomo di colore come Barack Obama
alla presidenza degli Stati Uniti. I neri,
formalmente liberi da circa un secolo, nel
sud si vedevano negato il diritto di voto,
non avevano un trattamento equo nei
tribunali e subivano un'odiosa apartheid.
Kennedy è un nemico dell’autoritarismo;
critica aspramente la politica di Eisenhower
e prende posizione in favore
dell’indipendenza dell’Algeria. Diritti civili,
sostegno all’Europa e un’economia che
rispettasse la dignità dei lavoratori; questa
era la ricetta di John F. Kennedy. Quando si
presenta alle primarie del 1956 i tempi non
sono ancora maturi e perde.

Si rifà candidandosi per la seconda volta al Senato nel 1958. Vince trionfalmente con un vantaggio di
oltre 870 mila voti rispetto all’avversario. Ciò che maggiormente gli impedì di vincere due anni prima le
primarie non furono soltanto le sue idee, avverse anche ai conservatori democratici del sud, ma la sua
religione: si temeva che un cattolico – un papista al potere, si diceva – non sarebbe stato
sufficientemente laico, dando sovvenzioni federali alle scuole cattoliche e allacciando relazioni
privilegiate con Roma. Spesso il pregiudizio si batte con altro pregiudizio. La vita mondana di Kennedy
era quanto di più lontano poteva essere dal perbenismo cattolico e il suo laicismo lo dimostrava
proprio nella difesa delle minoranze, storicamente oggetto dei pregiudizi cattolici. Vale anche per i
puritani, ma questi ricordano solo quello che subirono i loro antenati dai papisti in Europa.
Così Kennedy ci riprova nel 1960. È molto più forte e sconfigge alle primarie, fin dal primo scrutinio, il
rivale Johnson, che accetta la vicepresidenza. Il suo rivale repubblicano alle presidenziali è Richard M.
Nixon. La sua nemesi: un quacchero di famiglia povera e dignitosamente austera, il suo fratello
maggiore, malato di poliomielite, preferì morire rinunciando alle cure in modo da indirizzare i risparmi
dei genitori agli studi del piccolo Richard. Nixon diverrà un animale politico, per arrivare alla
candidatura dovrà giocare sporco. Suo fratello morì per farlo diventare il sostenitore del sistema che lo
ha ucciso. Se durante uno dei quattro dibattiti televisivi, che chiusero la campagna elettorale, Nixon
avesse tagliato con la spada laser la mano di Kennedy dicendo: "io sono tuo padre", non ci avrebbe
stupito.
Il dibattito in diretta tv Nixon vs. Kennedy segnò una tappa importante nella storia delle
telecomunicazioni e della politica in generale. Da una parte un bel giovanotto spigliato e raggiante,
dall’altra un vecchio professionista della politica, flaccido, sudato e dall’aria stanca. Chi lo ascoltò alla
radio diede Nixon per vincente, ma era l’età della televisione e vinse Kennedy, con un vantaggio
relativamente molto piccolo di 100 mila voti su 69 milioni di suffragi.
Nel gennaio del 1961 Kennedy recita il giuramento come 35 Presidente degli Stati Uniti d’America e
si insedia alla Casa Bianca. Aveva 41 anni, con appena 13 anni di esperienza parlamentare, senza mai
aver avuto incarichi di governo, nemmeno come Governatore.
del suo insediamento, aveva in testa i missili e
l’idea di produrne più dei russi. La sua maggiore
critica a Eisenhower era quella di non essere stato
sufficientemente duro nella competizione con
l’Unione Sovietica; volente o nolente, Kennedy
sarà responsabile sia della crisi dei missili a Cuba
(sbarco nella Baia dei Porci) sia dell’entrata in
guerra degli Usa in Vietnam (incidente del
Tonchino). Tutti errori verso i quali John Kennedy
non può essere assolto; i presidenti ereditano dalle
amministrazioni precedenti gli impegni
internazionali approvati dal Congresso, non le
operazioni segrete. Sia a Cuba che in Vietnam il
casus belli va addebitato all’amministrazione
americana. La CIA – comunque siano andate le
cose – dipende dal Presidente, che è il principale
responsabile del suo operato.
Nella sua idea di creare un corpo di pace che
desse aiuto e sostegno ai paesi del terzo mondo,
tenendo conto della presenza nel suo gabinetto di
personaggi come Dean Rusk (fondazione
Rockfeller) e Robert S. Mc Namara (Segretario alla
Difesa, difensore di un mercato senza limiti che
doveva regolarsi da solo) troviamo i primi germi di
quello che faranno il FMI (Fondo Monetario
Internazionale) e il WTO (World Trade
Organization) nella creazione della Globalizzazione,
principale causa delle future bolle finanziarie e
degli attuali problemi sociali ed economici
mondiali.
Questi errori – voluti o meno – non si devono
solo alla grettezza di alcuni uomini di cui il
Presidente si circondò, ma anche alla ingenuità di
una mente che credeva sul serio nel liberismo
come arma efficace per creare benessere in tutte
le classi sociali. Ingenuità che comunque ebbe
anche dei lati positivi, dando a Kennedy il coraggio
di affrontare questioni che prima erano tabù,
come le rivendicazioni politiche e sociali dei neri. Si progettarono inoltre aiuti ai coltivatori e ai
diseredati, il Governo si inserì come tramite nelle controversie tra operai e imprenditori, tema al
quale Kennedy deve l’inizio della sua carriera. Inoltre per la prima volta si cominciò a parlare di una
sanità accessibile a tutti, con aiuti specialmente agli anziani. Ci piace pensare che fu proprio il
contatto con la gente, nel quartiere operaio di Boston, a dettare questa linea politica.
Non possiamo definire Kennedy un grande statista solo per il fatto che la sua carriera fu
eccezionalmente rapida, ma di certo non fu per niente un pessimo politico. Seppe interpretare il
bisogno di speranza nel suo popolo come negli altri del suo tempo, in un futuro migliore. Nella frase
"Ich bin ein berliner", pronunciata nella Germania del Muro e nella sua promessa di raggiungere la
Luna prima dei Sovietici c’è la forza del cambiamento.
L’essenza del futuro.
1971
Fra gli appartenenti al "club 27", i musicisti Rock
morti a 27 anni, Jim Morrison siede, se non al vertice,
perlomeno nei gradini più alti, accanto a Janis Joplin,
sopra Kurt Cobain, sotto forse soltanto a Jimi Hendrix.
La fama che vuole Morrison una delle figure cardine
degli anni '60 è dovuta in gran parte ad agiografia
postuma. In vita fu, si, un artista di successo, come
voce solista dei Doors, e un personaggio che ebbe una
certa influenza nel panorama controculturale di quegli
anni, ma per brevissimo tempo, e nulla di
lontanamente paragonabile all'importanza dei Beatles
o Bob Dylan. In realtà, durante la loro breve parabola,
ed eccettuato i primi due anni, i Doors erano associati più al mainstream che
all'avanguardia musicale, un gruppo da classifica con un cantante che ogni tanto
'andava oltre', più provocatorio che realmente conflittuale.
Nulla a che vedere quindi col mito propagatosi negli anni, a partire dal 3 Luglio
del 1971, quando Morrison fu trovato privo di vita, stroncato ufficialmente da un
infarto, nella vasca da bagno dell'appartamento parigino in cui si trovava per un
periodo sabbatico dalla sua band.
Mito dovuto principalmente al mistero che circonda la sua morte, a tutta una
serie di biografie scritte e filmate che ne hanno iconizzato figura e gesta, forse al di
là della reale importanza del suo breve tragitto artistico, alla fine degli anni '60.
Con questo non voglio sminuire l'opera musicale dei Doors, né il valore poetico
dei testi scritti da Morrison, tutt'altro: i primi due dischi della band di Los Angeles
(Jim, però, era nato in Florida, a Miami, figlio di un ammiraglio della marina
militare) rimangono fra i testamenti più intelligentemente originali e colti dell'era
psichedelica, e le liriche che Jim Morrison scriveva spiccavano, per temi se non per
pregnanza poetica, in mezzo al ridondare da retorica flower-power di quegli anni.
Probabilmente solo Lou Reed, coi suoi Velvet Underground, poteva rivaleggiare e
superare la band di Morrison nello scavare a fondo, musicalmente e a livello di
testi, nell'Abisso.
Ma dal terzo album in poi, e parliamo degli anni 68-71, i Doors rallentarono la
loro corsa, ammorbidirono il suono, addomesticando certe spigolosità dei testi,
diventando, da parte più o meno consapevole dell'avanguardia Art-Rock, un
gruppo mainstream, nemmeno di più tanto successo, a parte qualche singolo ben
venduto. A questo andava ad aggiungersi la crescente propensione di Morrison
per l'alcool, che portò a episodi come il famigerato concerto di Miami del 1 Marzo
1969, in cui il cantante, completamente ubriaco, prima provocò verbalmente il
pubblico, infine - almeno così vuole la leggenda, anche se non esistono
testimonianze fotografiche o filmate del fatto - mostrò il pene in scena, prima di
essere fermato e portato via dal palco. Un episodio, vero o falso che sia, che
comportò un processo e una condanna per atti osceni, con il conseguente
ostracismo di gran parte delle sale da concerti per i Doors, e l'inizio di un calvario,
artistico e umano, terminato nella decisione di dare uno stop temporaneo alla
band, per permettere a Morrison di volare a Parigi, nel Marzo 1971, ed esercitare,
lontano dalle luci di una ribalta che adorava, al tempo stesso aborriva, e che
comunque a quel punto non era più dalla sua parte, la vera vocazione, quella di
poeta. Con Jim, nel breve periodo francese che preludette alla morte, la fedele
Pamela Courson, fidanzata col cantante dai tempi dell'università.
Cosa sia successo a Parigi in quei mesi è vago e
lacunoso. Morrison e la Courson conducevano una
vita fuori dai riflettori, non frequentando i locali alla
moda, dove curiosi paparazzi potevano infastidirli, e
comportandosi in tutto e per tutto, stando a chi
ebbe la possibilità di frequentarli, come una coppia
di comunissimi americani in vacanza all'estero.
Alcuni dicono che Jim aveva ripreso di buona lena a
scrivere poesie, e aveva smesso di bere. Altri
affermano che le abitudini di Morrison, lungi
dall'essere cambiate, erano addirittura debordate
verso i lidi delle droghe pesanti.
Sia quel che sia, il 3 Luglio 1971, Pamela Courson
telefonò oltreoceano, sconvolta, al manager dei
Doors, affermando di aver trovato Jim morto nella
vasca da bagno. E qui inizia il mistero che ancora
circonda, ammantandola di leggenda, la fine del Re
Lucertola. Nessuna autopsia venne eseguita sul
cadavere, che fu immediatamente messo in una
bara, e sepolto al Père-Lachaise, il cimitero degli
artisti di Parigi. Il certificato di morte, redatto dal
medico che esaminò il corpo senza vita di Morrison -
e che è l'unica persona, oltre a Pamela, ad aver visto
Jim morto - parlava genericamente di 'attacco
cardiaco', senza specificare ci fossero cause indotte.
Pamela ha sempre affermato, nei pochi anni che le
rimasero (morì di overdose nel 1974), che Jim
Morrison era davvero morto, che lei stessa presenzio all'esame del medico legale e alla successiva
inumazione.
Ma la scarsezza di altre informazioni oggettive, e l'alone di mistero che circonda le poche ore
trascorse dalla telefonata di Pamela in America alla sepoltura di Jim, hanno portato molti a credere che
il cantante avesse inscenato la propria morte, per poter iniziare una nuova vita con una nuova identità,
da qualche parte del Sud America, e dedicarsi soltanto alla poesia, ipotesi che la stanca Rockstar
Morrison, negli ultimi tempi prima della partenza per Parigi, aveva ipotizzato, scherzando forse
nemmeno più di tanto, con diversi amici. Ma se poi, in effetti, abbia messo in pratica tale proposito,
nessuno potrà mai dirlo con certezza, anche se è molto improbabile. D'altra parte è sempre difficile
staccarsi dai propri idoli, e quando persista anche solo un elemento di dubbio, la speranza può far
perdere il senso della realtà, basti pensare a quanti sono graniticamente convinti che Elvis sia vivo.
Qualunque sia la verità, il Jim Morrison piccola e controversa icona della controcultura anni '60 muore
quel Luglio del 1971, da lì in poi inizia la Leggenda del Re Lucertola, favolistica figura di
ribelle senza causa, affascinato dal mito di Edipo tanto
quanto quello di Dioniso, da Nietzsche e William
Blake, dal sesso e dalla morte.
E la sua figura fasciata in pelle nera, ingrugnata,
minacciosa, sinistramente affascinante, così diversa
dalla beautiful people sorridente in camicie kashmir
colorate e fiori nei capelli, che dominava la scena
nell'era hippie, è diventata un modello, anche dal
punto di vista del look, per ogni artista alternativo in
cerca di pose da 'bello e perdente', sia esso Metal,
Punk, Gotico, o semplicemente con null'altro da offrire
sull'altare dell'Arte. Cosa che, al contrario, con tutte le
sue contraddizioni e umane debolezze, Jim Morrison
aveva.
1971
È il 12 luglio del 1904.
In un comune piovoso e malinconico del selvaggio sud del
Cile nasce Neftalì Ricardo Reyes.
Lentamente muore
Fin da piccolo dimostra un profondo interesse per la
scrittura e la letteratura. Il padre lo scoraggia. Gabriela
Mistral, futura vincitrice del Premio Nobel e sua insegnante,
Lentamente muore chi diventa lo sprona.
schiavo dell'abitudine, ripetendo Il suo primo articolo ufficiale, dal titolo Entusiasmo y
ogni perseverancia, lo pubblica a 13 anni scegliendo il suo
giorno gli stessi percorsi, chi non appellativo d’arte in onore del poeta ceco Jan Neruda,
cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei
cantore della povera gente.
vestiti, chi non parla a chi non Così prende forma La Leggenda di colui che tutto il mondo
conosce. conoscerà come Pablo Neruda, nome che in seguito gli
verrà riconosciuto anche a livello legale.
Muore lentamente chi evita una Nel 1923 Pablo Neruda ha 19 anni. Pubblica Crepuscolario,
passione, chi preferisce il nero su una raccolta di poesie d’amore in stile erotico, motivo che
bianco e i puntini sulle "i" spinge alcuni a rifiutarlo e che in futuro sarà, invece, una
piuttosto che un insieme di
emozioni,
delle sue opere maggiormente apprezzate.
proprio quelle che fanno brillare gli Gira il mondo come rappresentante diplomatico del suo
occhi, quelle che fanno di uno Paese e vive la guerra civile spagnola in prima linea
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno
prendendo le difese della Repubblica aggredita.
battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti. Vivere quella guerra provoca in lui un profondo
mutamento nell’anima, nell’ideologia, nella cultura e nella
Lentamente muore chi non capovolge
poesia che diventa quella dell’uomo con gli uomini, votata
il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per alla lotta politica, alla speranza e alla rabbia d’azione.
l'incertezza, per inseguire un Profonda è la repulsione che prova nei confronti dei
sogno, chi non si permette almeno
soprusi compiuti dai fascisti di Francisco Franco durante gli
una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore anni della guerra civile spagnola. Il suo appoggio al fronte
chi non viaggia, chi non legge, chi repubblicano è totale: nei discorsi e negli scritti. Lo
non ascolta musica, chi non trova
scompiglio che Neruda regala alla letteratura spagnola lo
grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non rende paladino della ‘poesia impura’.
si lascia aiutare; chi passa i Siamo nel 1943. Pablo Neruda, fermandosi in Perù, visita
giorni a lamentarsi della propria
Machu Picchu: la città degli Inca lo colpisce tanto che gli
sfortuna o della pioggia incessante.
regalerà, nel 1945, l’ispirazione per comporre Alturas de
Lentamente muore chi abbandona un Machu Picchu, un poema sulla colonizzazione spagnola, e
progetto prima di iniziarlo, chi non
Canto General, nel 1950, con fortissimi accenti polemici
fa domande sugli argomenti che non
conosce, chi non risponde quando gli contro l’imperialismo statunitense (di cui denuncia, tra
chiedono qualcosa che conosce. l’altro, abusi di multinazionali coma la Coca-Cola).
Seguono anni in cui esprime chiaramente il suo appoggio
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo all’Unione Sovietica e a Stalin al quale dedicherà una
richiede uno sforzo di gran lunga composizione, nel 1953, in occasione della sua morte. In
maggiore del semplice fatto di
seguito verrà però a conoscenza di alcune rivelazioni sulla
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al politica del leader sovietico e sulle purghe staliniste che gli
raggiungimento di una splendida faranno rinnegare l’ammirazione espressa in precedenza. Si
felicità.
rammaricherà per aver contribuito alla creazione di
un’immagine non reale di Stalin, ma questa delusione non
Pablo Neruda contribuirà mai ad allontanarlo dalle sue convinzioni
comuniste.
Siamo nel 1946. Il candidato ufficiale del
Partito Radicale Cileno, Gabriel Gonzàles
Videla, gli chiede di assumere la direzione della
sua campagna elettorale.
Neruda vi si dedica con fervore, ma rimane
deluso per l'inaspettato voltafaccia di Videla
proprio nei confronti del Partito comunista,
subito dopo le elezioni.
Il punto di non ritorno nel rapporto tra
Neruda e Videla avviene con la violenta
repressione con cui quest'ultimo colpisce i
minatori in sciopero nella regione di Bìo-Bìo: i
manifestanti vengono imprigionati in carceri
militari e in campi di concentramento.
Il 6 gennaio del 1948 la disapprovazione di
Neruda culmina nel drammatico discorso -
chiamato in seguito Yo acuso - davanti al
senato cileno: legge all'assemblea l'elenco dei
minatori tenuti prigionieri. La reazione di Videla
è l'emanazione di un ordine d'arresto contro
Neruda. Per sottrarsi alla cattura il poeta si
vede costretto ad intraprendere un duro
periodo - 13 mesi - di fuga, nascosto da amici e
compagni.
Siamo nel marzo del 1949. Neruda riesce a
rifugiarsi in Argentina dopo un'avventurosa
attraversata delle Ande, di cui racconterà nel
discorso della cerimonia di consegna del Nobel.
Anche grazie all'aiuto di Pablo Picasso,
Neruda riesce ad arrivare a Parigi compiendo
un’apparizione a sorpresa al Congresso
Mondiale dei Partigiani della Pace. È
clamorosa la sua comparsa poiché il governo cileno aveva continuato a negare che Neruda avesse
lasciato il territorio natio.
Siamo nel 1952. Neruda vive per un periodo in una villa messagli a disposizione da Edwin Cerio a
Capri. Tale permanenza verrà poi rappresentata da Massimo Troisi nel film Il postino (1994).
Sempre nel 1952 il governo del dittatore Videla è ormai al termine. Viene colpito da numerosi
scandali per corruzione e il Partito Socialista presenta la candidatura, a nuovo presidente, di Salvador
Allende, richiedendo contemporaneamente la presenza in patria del suo letterato più illustre al fine
di avallarne al meglio l'investitura. Finalmente, in agosto, Neruda torna in Cile.
Non ha subito cambiamenti l’impegno di Neruda nella causa comunista. Prenderà ad esempio
posizione contro gli Stati Uniti durante la crisi dei missili di Cuba e per la guerra del Vietnam.
Le svariate campagne che tenteranno di minare in ogni modo la sua credibilità e la sua reputazione
verranno frenate solo nel 1964 quando si affaccerà l'ipotesi di insignire Neruda del Premio Nobel e
l'unica candidatura alternativa sarà quella
di Jean-Paul Sartre, personaggio ancora
più contrastato dai conservatori
statunitensi.
Durante il viaggio di ritorno in Patria
Neruda fa sosta in Perù. Questa visita
verrà mal vista da Cuba (in quegli anni i
rapporti tra Perù e Cuba erano alquanto
tesi a causa delle differenze politiche) e
Neruda sarà accusato dagli intellettuali
cubani di essere un revisionista al servizio
degli Yankees, e non potrà recarsi
sull'isola caraibica fino al 1968.
Nella sua autobiografia, Confesso che ho
vissuto, criticherà l'atteggiamento degli
intellettuali cubani, definendolo
‘bigotto’.
Nel 1967, alla morte di Ernesto Che Guevara in Bolivia, Neruda scrive molti articoli sulla perdita
del ‘grande eroe della rivoluzione’. Tale stima era peraltro ricambiata, come testimonia la
composizione, da parte di Guevara, di un piccolo saggio elogiativo sul libro di Neruda Canto
Generale. Giungiamo finalmente al 21 ottobre 1971. Neruda ottiene, terzo scrittore dell'America
Latina, il Premio Nobel per la Letteratura. Al suo primo ritorno in patria, l'anno successivo,
verrà trionfalmente accolto in una manifestazione presso lo stadio di Santiago. Prima di morire
assisterà al disfacimento del primo governo democratico cileno e al colpo di stato del generale
Augusto Pinochet dell'11 settembre, nonché alla morte del presidente Allende, suo amico
personale.
Insediatasi la dittatura, i militari cominceranno a vessarlo con le perquisizioni ordinate dal
generale golpista. In seguito si dirà che, durante una di queste, Neruda avrebbe detto ai militari:
"Guardatevi in giro, c'è una sola forma di pericolo per voi qui: la poesia". Giungiamo alla fine del
nostro viaggio ed è il 23 settembre 1973.
Neruda attende di poter espatriare in Messico, ma muore. Ufficialmente per un cancro alla
prostata o, più probabilmente, secondo la recente testimonianza del suo autista e guardia del
corpo, assassinato nella clinica santa Maria a Santiago con una misteriosa iniezione. Il suo
funerale sarà uno dei primissimi momenti di opposizione alla dittatura: la presenza ostile e
intimidatoria dei militari a mitra spianato non intimoriranno coloro che vorranno fermamente
ostentare la loro presenza in onore a Neruda. Il loro sarà, inoltre, un gesto di solidarietà e di
ribellione contro l'ultimo sfregio nei confronti di Neruda, compiuto mentre il suo cadavere giace
nel letto d'ospedale: la devastazione, sempre per ordine di Pinochet, delle sue proprietà. Le sue
opere verranno riabilitate e rimesse in commercio, in Cile, solo nel 1990, dopo la caduta della
dittatura.
È il 2011.
Celebriamo in quest’anno il centenario di colui che visse in continua e strenua tensione,
esistenziale e poetica, tra sponde opposte: tradizione e rinnovamento, sogno e realtà, umorismo
e disperazione, memoria e novità, amore e morte. Di certo possiamo dire che Neruda fu un
uomo che, nella ricerca di se stesso e del senso più autentico della vita, non si è mai risparmiato.
Sul finire del suo vagabondare terreno – in Residenze sulla terra – chiedeva soltanto un riposo
"di pietre o di lana, simboli di quanto è elementare e puro". La natura ha fatto da sfondo
costante alla Poesia di Neruda: il Sud del mondo, con i suoi boschi e i suoi fiumi e la presenza
costante della pioggia hanno finito per costituire una sorta di paradiso, sempre rimpianto, non
come luogo perduto bensì come riferimento fortificante, restauratore di energia e di speranza.
Neruda ha cantato i temi più diversi, anche quelli ritenuti meno poetici, e ha dato vita a
creazioni di affascinante bellezza, anche cromatica, pervase sempre di pensiero.
Così lo immaginiamo salire scale vellutate, accecato da luci che cercano di lui, osservato,
ammirato e criticato da chi lo osserva incedere a testa china. Immaginiamo che in quel
momento, pur tanto gratificante, lui stia pensando alla sua gente, quella che è morta sfruttata
indegnamente nelle miniere o che ancora soccombe per i ricorrenti terremoti della sua terra.
1981
13 Giugno 1981: nasce la televisione moderna. Quella che non si limita più a
riportare fatti e notizie ma, morbosamente in cerca di risonanza sempre più ampia, a
prendere la cronaca, pedinarla ossessivamente per trasformarla in fatto mediatico. In
chiave prodromica, i primi berci di un essere proteiforme, figlio della società che
pasce e di cui si pasce, del quale i calendari di Avetrana sono, per il momento, l'ultima
manifestazione.
A chi ha vissuto le interminabili 18 ore di diretta RAI a reti unificate, che a cavallo del
12 e 13 giugno di trent'anni fa, seguirono le fasi di un tentativo di soccorso finito in
tragedia, i nomi di Vermicino e Alfredino Rampi fanno scattare un interruttore, forse
rimosso, o dimenticato. Per molti di quelli che seguono quotidianamente le infinite
trasmissioni-sandwich che mischiano politica e gossip, ricette e avanspettacolo e
peloso cronachismo su fatti che solleticano i bassi istinti dell'immarcescibile opinione
pubblica, magari quei nomi non dicono nulla. Il che è come minimo un peccato, visto
che se oggi la TV manca totalmente di morale, pudore e, anzi, pattuglie di giornalisti
in competizione per accaparrarsi un quarto d'ora di notorietà fanno a gara per seguire
minuto per minuto indagini concernenti parri/infanticidi, minori abusati nei modi più
fantasiosi, storie di sesso droga e sangue senza Rock n' Roll ma tanto bunga bunga,
tutto nasce lì, perlomeno per l'Italia. Il che poi è anche un bel record, visto che altrove
- leggi, gli Stati Uniti - il carrozzone mediatico a seguito di una tragedia simile a quella
di Vermicino si mise in moto ben 30 anni prima. A volte arrivare molto dopo l'America
non è poi segno di sottosviluppo, anzi.
Ma andiamo alla Storia: il 10 Giugno del 1981, Alfredino Rampi, un bambino di 6
anni, cadde in un pozzo artesiano largo 30 cm e profondo 80 metri, a Vermicino, una
località fra Roma e Frascati.
Partirono subito le operazioni di soccorso, che si dimostrarono da subito
difficoltose. Il bimbo si era fermato a una profondità di circa 40 metri, e per
raggiungerlo era necessario scavare un pozzo parallelo a quello dove si trovava, ma
mentre l'opera era in atto, Alfredino scivolò ancora più in basso. I media televisivi,
cioè all'epoca la sola RAI, con due reti, puntarono subito l'obiettivo verso Vermicino,
ma erano tempi, quelli, in cui esisteva qualcosa chiamata 'moralità della notizia', per
cui un evento veniva seguito in differita, dando aggiornamenti sulla situazione se
c'erano novità, e aspettando si concludesse per poterlo riassumere. Era sempre
successo così. E questo accadde anche allora, almeno all'inizio. Notizie nei TG, rapidi
aggiornamenti, flash in diretta negli spazi dedicati all'informazione. Poi qualcosa
scattò. La diretta non si fermò. Quello che doveva essere uno speciale pomeridiano di
pochi minuti per aggiornare il pubblico che, da casa, stava seguendo con crescente
(morboso?) interesse una normale, per quanto difficile, operazione di salvataggio,
diventò una trasmissione ininterrotta. Forse perché, appunto, l'operazione di
salvataggio, man mano che passavano le ore, si stava dimostrando tutt'altro che
normale? Forse perché il caso stava diventando talmente 'mediatico' da far confluire
sul posto una folla sempre crescente (che spesso ostacolava l'operato dei
soccorritori)? Talmente importante e mediatico diventò salvare quel povero bambino
finito dentro un pozzo che, sul posto, si recò persino l'allora Presidente della
Repubblica Sandro Pertini.
Ma nemmeno lui poté operare alcun miracolo (gli andrà meglio un anno dopo con la
Nazionale di Bearzot ai Mondiali di Spagna). Seguita dalle telecamere, dai microfoni
che portavano nelle case di venti milioni di telespettatori la voce lontana e sempre
più fievole di un bambino che stava morendo chiamando la mamma, l'agonia di
Alfredino Rampi terminò alle 6 di mattina del 13 Giugno.
Le telecamere si spensero, il popolo
teledipendente che non si era accorto di essere
appena nato andò a letto, la TV cambiò per
sempre.
Ci furono molte polemiche a seguire questo
uso 'inedito' e in parte incontrollato del mezzo
televisivo, e piovvero sull'emittente di stato
critiche di opportunismo, di aver voluto
continuare a trasmettere perché l'audience
cresceva col passare delle ore. In realtà critiche
di questo tipo sono, a ben guardare, assurde.
Come abbiamo detto, nel 1981 c'era solo la
RAI, e la diretta su Vermicino venne mandata in
onda a reti unificate. Alla RAI si giustificarono
dicendo che la diretta iniziò perché sembrava
che, in quel momento, si fosse molto vicini a
salvare Alfredino, e quindi sarebbe stato bello
poter far vedere a tutta l'Italia quel momento di
catarsi; in seguito, quando la situazione si
dimostrò ben altra, era troppo tardi per
spegnere le telecamere, ormai si era in ballo, in
sostanza. La ragione vera non la sapremo mai,
probabilmente nemmeno ce n'è una. Quel
giorno scattò semplicemente qualcosa, chissà
cosa, che trasformò la televisione per sempre.
Un naturale processo 'evolutivo' del medium
televisivo, chissà (come ci farebbe comodo, ora,
McLuhan, altro che Umberto Eco!).
Gli anni '80 sono stati il decennio in cui la
televisione ha assunto un ruolo sempre più attivo nell'influenzare e condizionare - a sua volta
condizionata da - l'opinione pubblica. Oggi siamo abituati a seguire minuto per minuto fatti anche
molto più gravi, se è lecito dire così, di quello di Vermicino, che dopotutto fu una tragedia seguita a un
incidente (anche se, al solito, ci fu chi inneggiò alla teoria del 'complotto', affermando Alfredino fosse
stato calato, e non caduto da solo, nel pozzo, ma lasciamo perdere, di misteri in Italia ce ne sono già
tanti). Abbiamo interminabili dirette, speciali, dibattiti con politici esperti tronisti ballerine che
disquisiscono allegramente di madri che uccidono i figli, zii che scopano e poi massacrano le nipoti,
giovani che si schiantano strafatti a 200 all'ora contro muri e TIR. Abbiamo le copertine dei tabloid e i
calendari. Abbiamo un sacco di roba, insomma, che prima del 13 Giugno 1981 non c'era. Siamo pieni,
decisamente pieni. Di merda.
Ma dato che alla mia età giudicare straborda troppo nel far morale, e non voglio (fare il vecchio, non
il moralista), inoltre di cultura pop, come tutti, sono imbevuto essendoci purtroppo nato in mezzo, mi
limito per concludere a citare e riflettere su quella che, secondo me, è una curiosità storico-mediatica
in parte già accennata sopra. La tragedia di Vermicino ha un precedente: nel 1949, in California, una
ragazzina di 4 anni cadde in un pozzo.
Anche lì non si potè far nulla per
salvarla, anche lì il circo mediatico di
allora (principalmente la radio) seguì
l'evento in diretta. L'episodio è ricordato
in Radio Days di Woody Allen, ma un
altro film, nel 1951, quindi a ridosso di
quella tragedia, aveva già posto la
questione se i media possano o no
influenzare un evento per trasformarlo
in fatto mediatico, L'Asso nella Manica,
di Billy Wilder. Lì un operaio rimaneva
intrappolato in una miniera, e un
giornalista a caccia di successo,
magistralmente interpretato da Kirk
Douglas, faceva di tutto per rallentare le
operazioni di soccorso in modo da potersi lavorare il più a lungo possibile la notizia, finendo
però così per far morire il poveraccio.
A Vermicino non è successo nulla del genere, per carità!, né in nessuno degli altri casi seguiti
dai media in questi anni. Quello era un film che estremizzava una situazione per creare un
archetipo su cui riflettere in chiave morale. Però, e qui il dubbio c'è, l'ingerenza mediatica su
fatti di cronaca su cui sono ancora in corso le indagini non può, involontariamente quanto si
vuole, rallentare le stesse? Condizionarle? Si può fare qualcosa, rispettando al contempo il
sacrosanto diritto alla libertà d'informazione? Dovrebbero essere gli stessi organi
d'informazione, le persone che ci lavorano, i giornalisti, a capire per primi quando la linea non
dovrebbe essere attraversata?
Per un primo piano al TG si venderebbe la mamma, certo, però poi è quando manca la mamma
che ci si accorge quant'è difficile prendersi cura di se stessi da soli.
Ciao Alfredino, che oggi avresti 36 anni. Io ne avevo 15 quando la TV mi ha fatto vedere come
morivi.
1981
Il 13 maggio 1981, pochi minuti dopo l'ingresso in Piazza San Pietro per l'udienza
generale, Ali Ağca sparò due colpi di pistola al Papa.
Pur riuscendo a raggiungere il colonnato di Piazza San Pietro, con l'intento di fuggire dal
luogo dell'attentato, venne prontamente fermato: urtò contro un frate e rimanendo
disarmato fu possibile, per le forze dell'ordine, arrestarlo facilmente.
Wojtyla fu sottoposto ad un intervento di 5 ore e 30 minuti.

Il 22 luglio del 1981 si svolse il processo per direttissima.


Solo dopo tre giorni i giudici della corte d'Assise condannarono Mehmet Ali Ağca
all'ergastolo per tentato omicidio di Capo di Stato Estero.
Ağca rinunciò all'appello, esplicitando che l'attentato "non fu opera di un maniaco, ma
venne preparato da un'organizzazione eversiva rimasta nell'ombra".
La sua difesa non sostenne questa tesi.
Sostenevano, infatti, che Ağca avrebbe agito da solo in preda ad una schizofrenia
paranoica mossa dal desiderio di divenire un eroe del mondo mussulmano.

Nel Natale del 1983 Giovanni Paolo II fece visita all'attentatore, nel carcere di
Rebibbia. I due parlarono soli, a lungo, e la loro conversazione rimane ancora oggi
privata.
Il 20 febbraio 1987 il Papa ricevette in udienza la madre e il fratello i quali gli chiesero di
intercedere per la grazia.
Dopo ventisei anni di carcere è stata chiesta la libertà condizionata. Fu poi Carlo Azeglio
Ciampi a concederla dopo aver consultato la Segreteria di Stato Vaticana.
Il giorno dopo Ağca fu estradato in Turchia e venne rinchiuso nel carcere di Ankara
perché scontasse la pena per l'omicidio del giornalista Adbi Ipekci.

Il 18 gennaio 2010, il giorno della sua liberazione definitiva, Ağca disse di essere il
Cristo e di voler scrivere la Bibbia preannunciando l'Apocalisse.

Restano alcuni punti interrogativi in questa vicenda.


Lo stesso Ağca nella ricostruzione non è mai stato chiarissimo: cambiò versione più
volte.
Si pensò persino ad un coinvolgimento dei servizi segreti Ungheresi o Bulgari dietro
all'attentato al Santo Padre.

Tuttavia la verità assoluta non la conosceremo mai, poiché non è permesso all'uomo di
sapere i segreti degli Stati più antichi del mondo.
1991
Non è un anno di importanza storica come il 1967, o il 1977, né verrà ricordato come
particolarmente fecondo in termini di quantità/qualità della produzione, con qualche
eccezione, ma il 1991 segna comunque una data importante per il Rock, iconicamente e
per ragioni di sintesi simboleggiata dall'uscita di Nevermind, il secondo album dei
Nirvana. In pratica, il momento in cui la musica underground, 'alternativa' se preferite,
conquista le classifiche o, guardandola da un altro punto di vista, quando l'industria
discografica assorbe il dissenso musicale, trasformandolo in mainstream.
Il successo in parte inaspettato, in parte costruito, del gruppo-punta di diamante del
movimento Grunge, apre le dighe per il debordare del Rock alternativo (da qui in
avanti, alt-Rock) che dominerà la scena musicale di gran parte degli anni '90,
influenzando anche la musica pop più strettamente industriale, per non parlare delle
colonne sonore di serial e film direttamente dedicati a un pubblico problematicamente
adolescenziale (che comprende anche molti over-30 e 40).
Non è naturalmente la prima volta che una band, e un suono, per definizione,
'sperimentale', riesce ad arrivare in cima alle hit parade. Nei tardi anni '60 e primi '70 le
classifiche erano dominate da artisti undergorund (Hendrix, Doors, Cream, David
Bowie, Yes, Genesis rappresentavano l'avanguardia per le rispettive epoche), ma
trattasi di scena musicale molto diversa da quella del 1991. Da una parte stava il
pubblico che seguiva la musica più deliziosamente 'commerciale', pop, quello che
comprava i 45 giri; dall'altra un pubblico altrettanto numeroso, che acquistava
principalmente gli LP, e chiedeva alla musica maggiore complessità, stratificazioni,
'arte'. Le case discografiche accontentavano gli uni e gli altri, con una particolare
attenzione nel dare spazio alle tendenze più avanzate. Oggi sarebbe impensabile
pensare a una major discografica che metta sotto contratto Tim Buckley o i King
Crimson. In quegli anni accadeva.
Torniamo al 1991, anzi, facciamo un passo indietro di qualche anno. Gli '80 avevano
lasciato una profonda disgregazione nel mercato discografico, una miriade di generi,
ognuno molto ben definito, ognuno con un suo pubblico. Alcuni di quei generi venivano
dall'underground, ma si erano adeguatamente annacquati per rientrare nelle regole
delle radio commerciali e, soprattutto, dell'ancor giovane, ma già scalpitante MTV, vedi
l'Hair Metal, o il Synthpop. Altri generi, come il Goth Rock o il Thrash Metal portavano
avanti, per un pubblico non numeroso, ma agguerrito, le tendenze più pure della
musica alternativa, o almeno ci provavano. Poi c'erano generi più sotterranei, di culto,
come lo Shoegaze e, appunto, il Grunge, che sintetizzavano nella maniera più diretta le
domande senza risposta della Generazione X. Generi difficili da maneggiare, poco se
non per nulla contenenti elementi che potessero essere definiti 'commerciali', gruppi
che si autogestivano, facevano parte di piccoli giri autarchici in cui, molto spesso, i
dischi venivano venduti direttamente ai concerti, insieme al merchandising fatto in
casa. In poche parole, quello che rimaneva dello spirito Punk del '77.
In particolar modo la scena Grunge di Seattle, col suo spirito di purezza comunitaria
fatto di band che si aiutavano a vicenda, suonavano tutte negli stessi posti, incidevano
per una piccola etichetta cittadina, la Sub Pop, proponendo una musica violenta, metà
Punk metà Heavy Metal, nichilista in superficie, ma piena di tutti quei contrasti interiori
che ogni adolescente problematico ha affrontato almeno una volta in vita sua,
cominciava ad attecchire un po' dappertutto,
soprattutto là dove la patina di fredda
perfezione formale delle produzioni degli
anni '80 iniziava a stancare chi nella musica
cerca anche un po' di sangue, oltre ai bei
suoni. Le chitarre sporche e distorte, le
camicie di flanella e i jeans strappati, i capelli
lunghi e poco curati di Soundgarden, Alice in
Chains, Mudhoney e, appunto, Nirvana,
sembravano segnare un ritorno al miglior
spirito del Rock degli anni d'oro.
Chiaro che le major avessero gli ben puntati
verso Seattle, ma aspettassero di vedere se,
in mezzo al mucchio, ci fosse qualcuno in
grado di elevare quella scena da circuito per
pochi eletti a materiale altamente vendibile.
Dopotutto l'industria era, a quel punto,
un'industria, punto: Badava ai profitti e non
all'arte, piuttosto che investire nel creare un
'fenomeno' che poteva poi risolversi nel
proverbiale buco nell'acqua, preferiva
lasciare le band crescere da sole, farsi le ossa,
costruirsi un seguito, per poi prelevarle al
momento giusto dall'underground e farne
delle superstar. Era successo qualche anno
prima coi Metallica, perché non poteva
succedere anche a Seattle?
Inizialmente i candidati papabili al ruolo di Dei del Rock Alternativo americano anni '90 sembravano
essere i Soundgarden di Chris Cornell e i Mudhoney di Mark Arm. Poi però quasi dal nulla sbucò
fuori Kurt Cobain.
Biondo, piccolo, fragile, problematico, la faccia triste di un angelo caduto o un bimbo che non
trova più la strada di casa, Cobain incarnava perfettamente l'icona dell'eroe tragico per la
Generazione X, molto di più dell'aitante Cornell, o dell'ironico Arm. I testi dei Nirvana non parlavano
di scopate come quelli dei Soundgarden, né di... beh, di qualunque cosa parlino testi come
Magnolia Caboose Babyshit dei Mudhoney. Erano poesie di disperazione urlate con alienante
indifferenza, solitudine, abbandono, la solita roba che prende un sacco chi ha un paio di genitori
separati e molti problemi di comunicazione al liceo, insomma.
Forma e sostanza al posto giusto nel momento giusto: il giovane Werther punk, romantico ma un
sacco incasinato, che suona la chitarra come se fosse la sua peggiore nemica, e alla fine dei concerti
la fa pure a pezzi (con implicazioni autodistruttive molto più dirette rispetto all'happening Pop Art
anni '60 di Pete Townshend), che non ride né sorride mai, e probabilmente, nonostante il
bell'aspetto, non scopa pure da un sacco di tempo.
Bleach, il primo album dei Nirvana (e il migliore, se mi permettete) esce per la Sub Pop, registrarlo
costa un'inezia (ma i Nirvana devono
far entrare temporaneamente in
formazione un secondo chitarrista,
perché è l'unico nel giro di amici che
ha i 600 dollari necessari per pagare lo
studio di registrazione!), e fa il botto.
Sempre, naturalmente, nel giro
undergorund. Fa insomma parlare di
sé, porta in giro il nome di questa band
di ventenni che, un riff dei Black
Sabbath qua, un giro di basso Joy
Division style là, una tensione musicale
continua e incessante, è capace anche
di stemperarsi - raramente, ma ne è
capace - in melodie dal vago sapore
Beatlesiano (About a Girl),
proponendosi come una delle
realtà più interessanti uscite dal
mare magnum della Seattle
Grunge.
E David Geffen, che non è un
coglione (per la sua bio, se
improbabilmente non sappiate chi
sia, consultate Wikipedia... o date
un'occhiata alla 'D' di 'SDK' che
compare sotto il logo della
Dreamworks!), capisce subito come
Cobain e i suoi Nirvana possano
rivelarsi galline dalle uova d'oro per
tempi incasinati come l'inizio
dell'ultimo decennio del XX Secolo.
Messi sotto contratto per la sua etichetta, con un bel budget a disposizione e la libertà di fare il
disco che vogliono, basta sia un po' più pop di Bleach (o, vedendola da un altro punto di vista:
esplori più marcatamente le potenzialità melodiche soltanto intraviste nel disco precedente...
ehm), i Nirvana sfornano Nevermind. Il disco di alt-Rock perfetto, in tutti gli aspetti. Dal titolo, che
rimanda all'album d'esordio dei Sex Pistols, alla copertina naturalmente controversa, all'approccio
one-two-three-four-GO! di Ramonesiana memoria degli incipit, alla sensazione di trovarsi ad
ascoltare un album degli anni '60 suonato con le motoseghe, tipico dei Sonic Youth,
all'immancabile presenza del pezzo, anzi, il PEZZO, che non può non sbancare le classifiche, Smells
Like Teen Spirit, che a sua volta ha un titolo che più perfetto non si può.
E Nevermind sbanca, sbanca così tanto da diventare un caso. Un disco di una band non
esattamente commerciale che viene trasmesso continuamente per radio e MTV, che sale le
classifiche di tutto il mondo, e trasforma un trio di sgangherati ragazzotti malvestiti e
maleodoranti in superstar nel giro di una notte. Il mondo che si accorge esiste qualcosa chiamato
Rock alternativo. E che quindi il massimo dell'avanguardia musicale non sono i Guns n' Roses (che
fra l'altro incidono anche loro per la Geffen, oh whatever, nevermind...)
Fosse così semplice, sarebbe il... nirvana, appunto. La realtà è che da sempre l'industria, di
qualunque tipo, cerca di assorbire le tendenze più sovversive per togliere le avvertenze di
pericolosità dalla confezione del prodotto. E' successo e succede nel cinema, in letteratura, nella
musica. Nel Rock, anzi, fu una delle prime cose che capitò, quando il ribelle ancheggiante col
ciuffo, Elvis di Memphis, venne mandato a fare il soldato e poi a Hollywood e poi a cantare
canzoncine innocue come la cover di 'O Sole Mio (che è una grandissima canzone... ma non
cantata da Elvis!). Negli anni '80 si era cercato di farlo, con gli Hüsker Dü prima e i Sonic Youth poi,
ma il mercato non aveva risposto (anche perché quelle band col cazzo si dimostrarono propense
ad annacquare il loro suono, pardon, esplorare più marcatamente le potenzialità melodiche
soltanto intraviste nei dischi precedenti). Coi Nirvana rispose, eccome. E gli anni '90 diventarono
gli anni del Rock alternativo. Pearl Jam, Pavement, Sugar, Foo Fighters, Promise Ring, Green Day,
Blink 182, Silverwing, Nickelback, la lista delle band che, grazie alla porta sfondata dai Nirvana (e
da David Geffen), sono riuscite a portare suoni una volta relegati nell'undergorund è davvero
troppo lunga e, tutto sommato, inutile. La cosa strana è che oggi, a distanza di vent'anni, quando
si sente una chitarra distorta e sporca, un coretto condito con raucedine controllata e una batteria
pompata, Grunge insomma, il primo pensiero è: "solito Rock da classifica". Difficile pensare una
cosa simile ascoltando l'intro di Purple Haze di Hendrix. Che era una superstar, come Kurt Cobain.
Ma in altri tempi e luoghi.
Per fortuna gli anni '90 e il 1991 in particolare non sono stati solo alt-Rock alla Nirvana. Lo stesso
anno di Nevermind, in Inghilterra, i My Bloody Valentine di Kevin Shields sfornarono Loveless, il
vero capolavoro dei Nineties; poco più avanti nel tempo, certi Radiohead giocarono anch'essi con
forme d'onda sonore senz'altro più pure e, dando tempo al tempo, più ampie di quelle lasciate
dietro di sé da Kurt Cobain. E David Geffen.
1991
Il conflitto del 1991 è di grande interesse in quanto si è trattato del primo scontro
dell’era post Guerra Fredda, con la peculiare caratteristica del massiccio coinvolgimento
mediatico nel racconto dell’evento. Inoltre, con l’Unione Sovietica sulla via delle riforme
e prossima alla dissoluzione, la Guerra del Golfo fu la prima guerra con gli Stati Uniti
come unica super potenza monopolizzatrice.
Per capire i fatti del ’91 si deve necessariamente compiere un passo indietro all’anno
precedente; il 2 agosto 1990 Saddam Hussein decide di occupare il Kuwait. Ciò che spinse
il rais a tale gesto fu il disastro economico in cui l’Iraq era piombato a causa del lungo
conflitto con l’Iran, terminato solo nel 1988; gli obiettivi di Saddam erano quindi il
giacimento petrolifero di Rumayla e l’importante accesso al Golfo Persico tramite la
conquista delle isole di Bubiyan e Warba. Tuttavia, l’avversione allo sceiccato kuwaitiano
era motivata all’interno con discutibili rivendicazioni storiche o con gli atti del governo di
Kuwait City per abbassare il prezzo del petrolio, causando all’Iraq ingenti perdite
economiche.
L’atto di guerra contro il Kuwait fu immediatamente condannato dalla Lega Araba (14
membri su 21) e dall’ONU che – con la risoluzione 661 – impose l’embargo commerciale
totale allo stato di Baghdad.
Intanto, l’Arabia Saudita – intimorita dalle ambizioni irachene – si adoperò per ospitare
una forza multinazionale ‘monopolizzata' dagli Stati Uniti come deterrente per Saddam.
Tale fatto provocò una conseguenza che – all’epoca – passò inosservata: Osama Bin
Laden ruppe col proprio Paese e iniziò la sua lotta contro l’America e i suoi alleati. Per
farsi alleggerire il debito pubblico anche l’Egitto decise di inviare un proprio contingente
contro l’Iraq. L’OLP di Arafat si schierò invece in favore del leader iracheno mentre Israele
volle mantenersi neutrale. Un altro atteggiamento politico fu sorprendente ai più: la Siria
– da sempre nemica di Usa e Gran Bretagna – si schierò contro Saddam.
Gli Sati Uniti – governati da Bush – videro nel conflitto un’occasione per lavare l’onta
del Vietnam e affermarsi come potenza determinante negli atti di ‘polizia internazionale’.
A tali motivi vanno aggiunti interessi politici ed economici nell’area, con un’Iraq
intenzionato ad alzare il prezzo del petrolio e minaccioso vero Israele. Per gli amanti del
‘machiavellismo’ ricordo che solo poco tempo prima gli Stati Uniti e il Kuwait sostennero
Saddam Hussein contro l’Iran.
Falliti tutti i tentativi diplomatici e di distensione, nel novembre 1990 il Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite – con la sola astensione della Cina – approvò l’uso della
forza contro l’Iraq.
Il 5 gennaio 1991 Bush intimò al suo rivale di Baghdad di abbandonare il Kuwait entro
10 giorni.
Cessato l’ultimatum, nella mezzanotte tra il 15 e il 16 gennaio, iniziò l’operazione Desert
Storm, ovvero l’attacco aereo delle forze alleate comandate dal generale Schwartzkopf.
Anche l’Italia diede il suo piccolo contributo, inviando una squadriglia aerea di
ricognizione oltre che due navi; il 18 gennaio i piloti italiani Maurizio Cocciolone e Gian
Mario Bellini risultarono dispersi. Ricompariranno due giorni dopo sulla tv irachena,
insieme ad altri tre prigionieri, mentre Cocciolone recita un messaggio contro la guerra.
Tale video è un prologo dei futuri rapimenti nelle zone di guerra del XIX secolo, con
analogo utilizzo dei mass media da parte del terrorismo islamico.
Il 22 gennaio – mentre un missile iracheno venne scagliato contro Tel Aviv – Saddam fece
bruciare i 732 pozzi petroliferi del Kuwait; per spegnerli tutti ci vorranno dieci mesi. Il
conflitto proseguì con i massicci bombardamenti degli alleati, ufficialmente contro gli
obiettivi militari iracheni, causanti migliaia di vittime tra i civili. Le operazioni
dell’aviazione militare, per oltre un mese,
furono le sole azioni da parte della
coalizione; tali atti riuscirono a fiaccare
l’Iraq e fecero risorgere l’opposizione
interna (specialmente di Curdi e Sciiti). A
febbraio, Saddam è intenzionato a chiudere
il conflitto alla prima occasione utile per
occuparsi della repressione dei dissidenti.
Il 24 febbraio parte l’offensiva alleata di
terra per liberare il Kuwait; tuttavia, si
marcia anche verso Baghdad, nonostante
l’abbattimento del regime non sia un
obiettivo della missione. La resistenza
dell’armata popolare irachena è piuttosto
scarsa. Il 26 Saddam annuncia il ritiro dalla
regione occupata e l’accettazione
incondizionata della risoluzione ONU. Il 27
febbraio gli alleati entrano a Kuwait City; le
forze armate americane, che avrebbero
dovuto continuare l’avanzata verso la
capitale irachena, sono bloccate in quanto
l’obiettivo della coalizione è raggiunto. La
guerra è finita: il 3 marzo il cessate il fuoco è
ufficiale.
A conflitto concluso inizia la tragedia dei
curdi. La responsabilità di ciò ricade sulle
forze multinazionali che – ingenuamente –
hanno abbandonato subito l’Iraq, non
curandosi dei conflitti interni. È il presagio
della tragedia di quattro anni dopo a
Srebrenica; l’analogia tra un’incompetenza ONU nel ’91 e quella della NATO nel ’95 è lampante.
Il ministro degli interni iracheno – detto sinistramente Alì il chimico – sollecitato dal rais, usò gas
asfissianti e napalm allo scopo di sconfiggere i ribelli curdi occupanti Kirkuk.
Oltre ai curdi, anche l’opposizione sciita fu oggetto di una repressione sanguinosa.
L’ONU farà comunque in tempo a farsi gabbare un’altra volta: sollecitata dalla Francia, invia un
contingente nel nord iracheno1 al fine di proteggere l’esodo di due milioni di curdi verso Iran e
Turchia. Solo due giorni dopo il ritiro, la repressione contro i curdi riprese. Quando avremo
un’istituzione internazionale autorevole?

Note
1. Questo contingente agisce tra il 13 e il 18 aprile 1991.
1991
Il 10/04/1991 il Traghetto Moby Prince della compagnia Navarma lascia la
banchina del porto di Livorno alle 22:03, con 141 persone a bordo tra passeggeri ed
equipaggio. Alle 22:14 viene visto dall'avvisatore marittimo che avvisa la capitaneria
dell'uscita. Alle 22:25 viene captato il May-Day. Il traghetto entra in collisione con la
petroliera Agip Abruzzo, ancorata in rada. Il traghetto si incendia e muoiono tutti
tranne un giovane mozzo. Nessun ferito sulla petroliera. Le cause ufficiali del
disastro, riprese nella sentenza, sono nebbia, eccessiva velocità del Moby,
equipaggio del traghetto distratto da una partita di Coppa. Le contraddizioni si
sprecano:
La nebbia: Per alcuni c'era, per altri no, interessante notare come qualcuno abbia
testimoniato che assomigliava a fumo, sia nell'aspetto che all'olfatto. Altri ancora
riferiscono di strani tipi di nebbia che avrebbero interessato esclusivamente l'Agip
Abruzzo...c'era Fantozzi a bordo?
Eccessiva velocità ed equipaggio distratto: Le testimonianze al processo sono
unanimi. Il comandante Ugo Chessa era conosciuto e stimato come persona seria ed
estremamente ligia al dovere. L'unico sopravvissuto, il mozzo Alessio Bertrand, ha
testimoniato di essere salito in plancia per portare panini al personale di guardia;
comandante, ufficiale in seconda, marconista e timoniere. Tutti erano regolarmente
al loro posto. Il pilota del porto, che lasciò il Moby poco prima della collisione ha
confermato che il radar era regolarmente in funzione. Possibile inoltre che nessuno
in plancia si accorga di essere in rotta di collisione, con una nave lunga più di 330
metri, larga 51 e alta 25?

Vi sono altri numerosi elementi da prendere in considerazione per imbastire un


tentativo di ricostruzione:
1) Il grande affollamento che vigeva nella rada del porto di Livorno la notte del
disastro.
Quella notte la rada del porto di Livorno è ricca di presenze mercantili, petroliere,
navi militari e naviglio minore. Le navi ancorate in rada devono tenersi, per motivi di
sicurezza, al di fuori del cosiddetto ‘cono di uscita’ adibito al transito delle navi che
vanno e vengono dal porto.
2) Le incongruenze sulla effettiva posizione della petroliera al momento della
collisione.
Nei primi concitati messaggi a seguito della collisione, la petroliera comunica le
coordinate della sua posizione. Da successive verifiche la nave risulterebbe dentro il
cono d'uscita. Nell'inchiesta vengono acquisite le coordinate relative alla petroliera
due giorni dopo il disastro. Perché? L'ufficiale di macchina ha testimoniato che la
nave mosse per almeno dieci minuti in seguito alla collisione. In seguito si appurerà
che l'Abruzzo ha fornito almeno 4 diverse posizioni.
3) Le incongruenze nelle dichiarazioni del comandante e del marconista dell'Agip
Abruzzo.
Dapprima parlano di una nave che "ci è venuta addosso", in seguito parlano di
collisione con una ‘bettolina’. Intervistato in banchina il comandante Superina parla
di una nebbia fittissima come probabile causa del crash. Subito dopo la collisione via
radio dicevano: "Livorno ci vede, e ci vede con gli occhi.“
4) Il grave ritardo dei soccorsi verso il Moby Prince.
"Sembrava una bettolina quella che ci è venuta addosso. Attenti a non scambiare
loro per noi": questa è la richiesta di soccorso dall'Abruzzo. Intanto il Moby Prince,
in fiamme e coi motori e l'impianto di
condizionamento acceso, vaga per la rada.
Solo alle 23:35, più di un'ora dopo la
collisione, una piccola imbarcazione con due
ormeggiatori a bordo raggiunge il traghetto e
trova il mozzo attaccato al parapetto di poppa,
lo invitano a lanciarsi in mare per poi
recuperarlo. I due ormeggiatori chiedono aiuto
alla capitaneria, secondo il mozzo vi sono
ancora persone da salvare. Il mozzo viene
riportato in porto da una motovedetta.
Secondo chi l'accompagnava, dichiarò: "tutti
morti bruciati". Alle 3:30 un marinaio sale a
bordo per agganciare il traghetto che viene
trainato in porto dove viene finalmente estinto
l'incendio a mattina inoltrata. Da notare che a
seguito dell'autopsia si appurò che le vittime
erano tutte morte per asfissia causata da
prolungata inalazione dei fumi dell'incendio. Da
notare altresì, che la maggior parte degli
imbarcati venne trovata radunata in uno dei
saloni della nave, dotata di paratie tagliafuoco.
Probabilmente vennero radunati in attesa dei
soccorsi che si attendevano in breve tempo
vista la vicinanza al porto.
Ma non basta. La mattina un elicottero dei
carabinieri sorvola il relitto e riprende il ponte
di poppa, si intravede un uomo steso, sembra
addormentato ma è integro; i vigili del fuoco salgono a bordo due ore dopo e lo trovano carbonizzato.
C'era qualcuno ancora vivo? Certamente sì.
5) La presenza, poco distante, della base NATO di Camp Darby.
Poco distante dal porto di Livorno è ubicata la base NATO di Camp Darby. La prima Guerra del Golfo era
terminata poco più di un mese prima, e vi era un gran movimento di imbarcazioni militari e non che
movimentavano in quei giorni grosse quantità di armamenti, munizionamenti soprattutto.
Venivano usate anche piccole imbarcazioni, pescherecci e barchette varie appositamente assoldate.
Due soprattutto hanno creato qualche dubbio, la 21 Octobar II e la Theresa. La prima soprattutto verrà
collegata all'omicidio di Ilaria Alpi in Somalia.

Ve ne sarebbero di ulteriori, ma ben più sinistri:

6) L'ipotesi della bomba a bordo, priva di alcun riscontro.


Alcuni hanno a gran voce parlato della presenza di una bomba a bordo che avrebbe deviato la rotta del
traghetto facendolo collidere con la petroliera. L'unico sopravvissuto non ne ha mai accennato.
Inoltre, nel salone dove erano raccolte
gran parte delle vittime è stata ritrovata,
sotto di esse, una borsa con una
videocamera, col nastro miracolosamente
intatto. Il video mostra poche scene, le
prime in uno dei saloni della nave dove
sono raccolti passeggeri ed equipaggio che
si guardano la partita, poi prosegue in una
delle cabine. Poco prima dell'interruzione
dell'audio c'è chi giura di sentire un boato,
che potrebbe essere sia frutto di
un'esplosione sia della collisione. Bomba
messa da chi?, viene da chiedersi, e con
quale movente?
7) Il tentativo di sabotaggio dei leveraggi del timone,
operato sul relitto del Moby da parte di un nostromo della
Navarma, per conto di un dirigente della compagnia

CONO DI stessa.
Il nostromo Navarma Ciro DiLauro, autoaccusatosi di aver
manomesso la barra del timone del relitto. Era il nostromo
DIVIETO del Moby salvatosi grazie ad una licenza. Raccontò di essere
In ogni porto esiste un salito sul relitto il 12 aprile insieme all'ispettore tecnico
“cono di divieto”: Navarma Pasquale D'Orsi che lo convinse a picchiare con
un’area che deve una lancia antincendio su ciò che rimaneva del timone, per
essere lasciata libera al portarlo in posizione da ‘manuale’ ad ‘automatico' con la
passaggio delle navi in promessa di un lavoro presso una rinomata ditta di
uscita. rimorchiatori. Lo scopo era di scaricare la responsabilità su
timoniere e comandante.
D'Orsi si è prontamente chiamato fuori dalla faccenda,
asserendo che DiLauro avrebbe agito da solo, ma la
Stando agli atti del testimonianza di quest'ultimo è avvalorata da numerose
processo, la petroliera altre.
si trovava fuori dal cono 8) L'affondamento del relitto nel 1998.
quando avvenne Il fatto parla da sé. Solo un caso in una vicenda così
l’impatto col Moby torbida, o un ulteriore tentativo di insabbiamento?
Prince. 9) La presenza, nello scafo della petroliera, di due squarci
con peculiari caratteristiche e di un tubo d'aspirazione
semicarbonizzato.
Quella sera nella rada di Livorno vi erano due petroliere
del gruppo SNAM, Agip Napoli e appunto Agip Abruzzo,
entrambe autorizzate a fare ‘bunkeraggio’, ossia
Dalle comunicazioni di rifornimento in mare ad altre imbarcazioni. C'è un video su
bordo risulta in base youtube, girato a bordo di una motobarca dei vigili del
alle coordinate fuoco, in cui viene ripresa la fiancata della petroliera, a
comunicate, che la dritta, ossia a destra. Sotto il cassero di poppa si nota un
petroliera si trovava grosso squarcio, sicuramente quello prodotto dalla prua del
ben dentro il cono. Moby Prince, ma se ne nota un secondo, più piccolo, a
destra di quello principale. Difficile credere che il Moby,
dopo la prima collisione, abbia fatto retromarcia e abbia
CHI DOBBIAMO nuovamente cozzato sull'Abruzzo. Ricordiamoci del
comandante Superina che prima parla dell'urto con una
CREDERE? nave, poi parla di bettolina. Altro elemento: una cisterna
dell'Abruzzo non sigillata con un tubo, una manichetta
semicarbonizzata che ne fuoriesce. Stavano forse
rifornendo qualcuno?
10) Lo scoppio di un incendio nella plancia della

DOPPIO petroliera, tre giorni dopo la strage, che riduce in cenere il


giornale di bordo.
Anche in questo caso si può parlare di una coincidenza?
SQUARCIO Difficile credere che si lasci continuare a bruciare una
petroliera carica...
11) Il tentato omicidio, nel 2007, di un consulente sul
caso.
Fabio Piselli, ex parà della Folgore che indagava
privatamente sulla morte del fratello, incappò in alcuni
documenti dell'ambasciata americana, interessanti riguardo
la tragedia del Moby Prince. Nel 2007 venne aggredito da
alcuni uomini incappucciati che dopo averlo malmenato lo
rinchiusero nella sua auto a cui poi dettero fuoco. Per
Nell’immagine sopra sono visibili due fortuna riuscì a liberarsi e a dare l'allarme. A giorni si
squarci nello scafo della petroliera. Il più sarebbe dovuto incontrare con l'avvocato Carlo Palermo,
grande è certamente quello dell’impatto legale dei figli del comandante del Moby, Ugo Chessa.
col Moby Prince, ma il secondo cosa
c’entra? Indica una esplosione o si tratta
di un secondo impatto con un’altra
12) Nebbia o fumi d'incendio?
Significativa la testimonianza di un ufficiale della Guardia di Finanza che parla di una serata limpida
con visibilità pressoché perfetta. In seguito alla richiesta se ci fosse nebbia rispose di sì, ma era una
nebbia strana, non fresca e piacevole, ma acre e puzzolente... sarà stato fumo d'incendio?
Una splendida serata sul mare, poi una petroliera viene avvolta da una bolla di nebbia, e un
traghetto ci va a cozzare contro, tutti accorrono verso la nave cisterna mentre il traghetto con 141
persone a bordo brucia come una fiaccola. Lo lasciano bruciare, su questo non ci piove. Lo
localizzano alle 23:35, quando viene ripescato Bertrand. Solo alle 3:30 un marinaio vi sale per
agganciarlo. E solo a mattina inoltrata i vigili del fuoco ci mettono piede. Una tempestività
incredibile. Non vi è il minimo coordinamento nei soccorsi. L'inchiesta è una farsa, nessun
colpevole, nemmeno per i ritardi sui soccorsi. Il comandante del porto, il comandante della
petroliera, nessuno ha pagato.
Ecco lo scenario: l'Agip Abruzzo che rifornisce in mare altre imbarcazioni, ma qualcosa va storto.
Una collisione seguita da un incendio e forse da un'esplosione, petrolio in mare che si incendia.
Sulla petroliera c'é un black-out, circostanza confermata da due testimoni, una signora che
passeggia sul lungomare e una guardia dell'Accademia Navale. Il Moby arriva sul posto attraversa il
mare in fiamme e cozza sull'Abruzzo. Altro petrolio che si scarica sia in mare che sul Moby.
L'equipaggio, come da procedura, raduna i passeggeri nel salone DeLux, dotato di paratie A60, 60
minuti di resistenza al fuoco. Messi al sicuro i passeggeri, parte dell'equipaggio, marinai,
comandante, timoniere, marconista e ufficiale in seconda, cercano di organizzare l'abbandono della
nave. Ma il Moby sta galleggiando su un mare di petrolio in fiamme, cadono uno dopo l'altro
asfissiati dai fumi dell'incendio. Uno si lancia in mare con uno zatterone, viene ripescato senza vita
coi vestiti e i polmoni pieni di petrolio. Bertrand si attacca al parapetto di poppa, dove lo trovano i
due ormeggiatori. Intanto nel salone DeLux le paratie iniziano a cedere. L'ambiente è rifornito d'aria
dall'impianto di ventilazione che verrà trovato ancora in funzione dai vigili del fuoco il giorno dopo.
Entra fumo, i soccorsi che si attendevano a minuti non arrivano. Il fumo continua a penetrare.
Qualcuno, forse gli ultimi sopravvissuti, in extrema ratio aprono una delle porte per tentare la
fuga, ma dà ossigeno alle fiamme che già stavano divorando la nave e che così fanno scempio di chi
si trova nel salone. Un passeggero austriaco si era rifugiato in sala macchine, addirittura si era
immerso nell'acqua di sentina ma è stato lo stesso ucciso dal monossido di carbonio. Si parla di ossa
ridotte in cenere dal calore. Un forno crematorio ci mette un'oretta a 900 gradi per incenerire gran
parte di un cadavere i cui resti vengono anche frantumati prima di essere riposti nell'urna funebre.
Un classico incendio domestico viaggia tra i 250 e 300 . Quanto è rimasto il Moby in balia delle
fiamme? Tanto. E perché? Perché i soccorsi si sono concentrati esclusivamente sulla petroliera?
Come mai nessuno ha pensato di scandagliare il fondale nella zona del disastro, magari alla ricerca
di qualche relitto che indicasse il punto d'impatto? E se qualcuno lo avesse già fatto, magari per
togliere qualcosa di compromettente?
“Come si

2001
possono
dimenticare
certi giorni e
certi eventi?
È ancor più
difficile Così abbiamo chiesto a un giovane ragazzo, Simone, di
ripercorrere le paure e le angosce del giorno più lungo della
quando questi sua vita.
eventi hanno L'11 Settembre 2001 si trovava a New York, cuore centrale
degli attentati in cui persero la vita 2974 persone.
segnato in
qualche modo Cosa ti ricordi del'11 settembre 2001?
A Manhattan era mattina presto quando il sistema di
la nostra sicurezza degli Stati Uniti andò nel panico. Io fui svegliato da un
Storia” frastuono assordante. Tutti dormivano tranne me. Mi alzai e mi
avvicinai di corsa alla finestra che dava sulla baia di Manhattan.
Vidi fumo nero fuoriuscire dalla torre numero 1. Ero troppo
piccolo per capire quello che stava accadendo. Svegliai i miei zii
dicendo loro di alzarsi e di venire a vedere. Dopo pochi minuti i
nostri occhi si conficcarono tutti nel grattacelo, poi vedemmo
avvicinarsi un altro aereo: quello diretto nella torre numero 2.
Venni allontanato dalla finestra da mio cugino, velocemente.
Mi accese la televisione, disperatamente, per farmi vedere i
cartoni animati, ma invece...
Invece c'era lo spettacolo apocalittico degli uomini
appartenenti all'organizzazione terroristica di Al–Qa'ida.
Furono due i voli dirottati sul World Trade Center: il volo
American Airlines 11 e il volo United Airlines 175. Un altro
gruppo dirottò il volo American Airlines 77 che andò a
schiantarsi contro il Pentagono. I dirottatori del quarto aereo, il
volo United Airlines 93, intendevano colpire la Casa Bianca e
invece precipitarono nei pressi di Shanksville, in Pennsylvania.
A questo punto capii che non era un fatto normale, che stava
accadendo qualcosa fuori dalla quotidianità. Immaginai uomini
intrappolati in lamiere di metallo perché in tutta New York
imperavano le sirene dei vigili del fuoco. Capii che non fu più
possibile tornare indietro...
Qual è la cosa più rilevante da dire sul volo United Airlines
93?
Il dettaglio di maggior rilievo di quel volo era sicuramente la
scatola nera. L'unico pezzo dell'aereo che non si era perso, che
non era andato distrutto. Era tutto registrato all'interno di
quella scatola. Nera perché sarebbe potuta cadere nel
dimenticatoio, invece di passare alla storia per le informazioni
che ha dato all'intera commissione del'11 settembre.
Si venne a conoscenza, dunque, che sul volo United Airlines
93 i passeggeri e i controllori di volo tentarono di sottrarre il
controllo dell'aereo ai dirottatori. Questo dopo che ricevettero
la notizia che altri aerei erano stati mandati a schiantarsi
contro altri edifici. Non appena i dirottatori si resero conto che
stavano perdendo il controllo del velivolo, uno di loro diede
l'ordine di virare.
L'aereo si andò a schiantare in un campo vicino a
Stonycreek alle ore 10:03 della mattina (14:03:11
UTC). In seguito uno dei dirigenti di Al–Qa'ida,
Khalid Shaykh Muhammad, affermò che
l'obbiettivo era il Campidoglio di Washington.
Nome in codice ‘facoltà di legge.’
Quali furono gli obbiettivi degli altri aerei?
Gli altri aerei sono quelli che ho visto io. Ero
proprio davanti al vetro quando vidi l'American
Airlines 11 e lo United Airlines 175 schiantarsi
contro le torri nord e sud del World Trade Center.
Ricordo che la prima torre ad essere colpita fu la
torre meridionale. Il volo era lo United Airlines
175. Venne colpita alle 9:03 e il WTC 2 collassò 56
minuti più tardi.
Il volo American Airlines 11, invece, colpì alle
9:14 il WTC 1. Collassò alle 10:28, dopo un
incendio di circa 102 minuti.
La caduta del World Trade Center 1 produsse
numerosi detriti che danneggiarono la vicina WTC
7. A causa dello scoppio degli incendi la penthouse
crollò alle ore 17:21, ora locale.»
Quali furono le cause che portarono al crollo
del World Trade Center?
Ricordo che il National Institute of Standards
and Technology aveva diramato nell'ottobre del
2005 un rapporto riguardo al

WTC 1 e al WTC 2. Il 21 agosto 2008 venne pubblicato il rapporto sul WTC 7. Questo rapporto stabilì che il
crollo dell'edificio era stato causato dalla dilatazione termica, prodotta dagli incendi incontrollati per ore,
dell'acciaio della colonna primaria, la numero 79. Il cedimento diede inizio ad un collasso progressivo delle
strutture vicine.
Ricordi quali furono le prime precauzioni che vennero adottate?
Ho ancora in testa la concitazione di quegli attimi. Le urla di centinaia di persone, le sirene impazzite dei
vigili del fuoco e il rumore assordante di quegli elicotteri. Era chiaro che c'era stata una falda nel sistema di
sicurezza. Pertanto fu proibito a tutto il traffico aereo civile internazionale di atterrare su terreno
statunitense per tre giorni. Gli aerei che erano già in volo furono fatti atterrare in Canada e Messico.
Quanti decessi ci furono durante gli attentati?
Sappiamo tutti che quando si parla di perdite di vite umane si gioca con i numeri. Purtroppo possiamo
soltanto dire che furono in molti a perdere la vita. Se pensiamo, però, al numero delle persone presenti nei
luoghi delle stragi possiamo affermare che la perdita fu ancora minima.

Le vittime degli attentati furono 2974:


246 su quattro aeroplani, 2603 a New York
e 125 al Pentagono. Ancora oggi si contano
24 dispersi.
I civili presenti nel complesso del World
Trade Center erano tra i 14.154 e i 17.400.
Al momento dell'attacco venne fatta
evacuare tutta la zona dell'impatto.
Le vittime che si trovavano nella zona
dell'impatto o nei piani superiori della
torre meridionale erano 1366. Almeno 200
persone saltarono dalle torri in fiamme e
morirono.
Sono emblematiche le foto degli uomini che si
lanciano, precipitando sulla strada e sui tetti degli
edifici. Altri, disperatamente, attesero sui tetti
sperando di essere salvati dagli elicotteri, ma a New
York nessuno pensò ad un salvataggio di quel tipo...
Inoltre, in molti casi, le porte che portavano ai tetti
erano chiuse.
Anche le forze dell'ordine persero un numero ingente
di uomini. Il dipartimento dei vigili del fuoco perse 341
uomini, il dipartimento di polizia perse 23 agenti, la
polizia portuale ne perse 37 e i servizi di emergenza
medica ne persero 16 tra tecnici e paramedici.
La Cantor Fizgerald L.P., una banca di investimenti,
perse 658 impiegati.
La Marsh Inc. perse 295 impiegati.
La Aon Corporation perse 175 dipendenti.
Tutto questo non dice assolutamente nulla. È fin
troppo noioso da leggere, perché come al solito si parla
sempre di numeri. Mi accorgo di non dire niente.
Soltanto 1600 persone furono identificate. Vennero
raccolti 10.000 frammenti di ossa e tessuti che furono
impossibili da ricollegare alla lista dei decessi.

Scendere qui, nella fossa, dove migliaia di persone persero la vita, quale emozione produce in te?
Se penso che dieci anni fa avevo solo 11 anni, fa male. Ora che sono più uomo, va meglio. Ricordo
ancora i rivoli di pianto che sgorgavano dal mio volto.
Non capivo ancora cosa fossero il bene e il male. Mi ero appena avvicinato alla vita. Ricordo come per
cancellare i ‘mostri’ fu inevitabile dover andare dallo psicologo. Ero piccolo e gli uomini di Al–Qa'ida si
erano impossessati della mia mente. La notte successiva, nel silenzio surreale di New York, interrotto dalle
ruspe al lavoro, io guardavo questo cratere dal 168 piano della mia stanza. Per l'intero anno successivo
non riuscì più a dormire nel letto da solo.
Chi è Al–Qa'ida?
L'origine di Al–Qa'ida risale al 1979, anno dell'invasione sovietica dell'Afghanistan. Osama Bin Laden si
recò in Afghanistan per collaborare con l'organizzazione dei mujaheddin arabi e alla formazione di
Maktab al–Khidamat, il cui scopo era quello di raccogliere fondi e assoldare i mujaheddin, per resistere
all'Unione Sovietica. Quando nell'89 le forze russe si ritirarono, il Maktab al–Khidamat si trasformò in una
'forza di intervento rapido' della jihad contro i governi del mondo islamico. Sotto la guida di Ayman Al–
Zawahiri, Bin Laden assunse posizioni più radicali. Nel 1996 promulgò la prima fatwa1. Lo scopo era quello
di allontanare i soldati statunitensi dall'Arabia Saudita. Nel 1998 promulgò un'altra fatwa in cui avanzò
delle obbiezioni alla politica estera degli Stati Uniti nei riguardi di Israele. Nella stessa criticava la presenza
delle truppe statunitensi anche dopo la fine della Guerra del Golfo.
Bin Laden citò testi dell'Islam per esortare ad azioni di forza contro soldati e civili statunitensi fin quando
non saranno risolti i problemi.
Come furono organizzati gli attacchi del'11 settembre 2001?
L'idea degli attentati nacque da Khalid Shaykh Muhammed. Fu il primo a presentarla a Osama Bin Laden
nel 1996. In quell'anno Osama e l’organizzazione di Al–Qa'ida, appena tornati dal Sudan, vivevano un
periodo di transizione. L'attacco diretto agli Stati Uniti era incominciato nel 1998 con gli attentati alle
ambasciate statunitensi. Alla fine del 1998 e all'inizio del 1999, Bin Laden diede il proprio consenso a
Muhammed per l'organizzazione dell'attentato. Si ebbero una serie di incontri nella primavera del 1999
tra Khalid Shaykh Muhammed, Bin Laden e Mohammed Atef. Osama approvò e garantì il sostegno
finanziario.
Fu anche coinvolto nella scelta dei partecipanti all'attacco, tanto che fu lui a scegliere Mohammed Atta
come capo dei dirottatori. Fu lui a fornire il supporto operazionale, selezionando gli obbiettivi e
organizzando i viaggi per i dirottatori. Il dato eloquente è che 27 membri di Al–Qa'ida tentarono di
entrare negli Stati Uniti d'America per prendere parte agli attacchi del'11 settembre. Non tutti gli
obbiettivi vennero accettati da Bin Laden. Venne respinta la U.S. Bank Tower di Los Angeles.
La 9/11 Commission affermò che gli organizzatori dell'attentato del'11 settembre spesero in totale tra
400.000 e 500.000 dollari per progettare e mettere in atto il loro attacco. Rimane, tuttavia, ancora
anonima la precisa origine dei fondi utilizzati per gli attacchi.
Da dove provenivano i dirottatori? Fu possibile attribuire un'identità a tutti?
Quindici dirottatori provenivano dall'Arabia Saudita. Due dagli Emirati Arabi Uniti. Uno dall'Egitto.
Uno dal Libano. Per la prima volta fu introdotta una nuova figura di attentatori suicidi. Erano adulti
maturi e ben istruiti, la cui visione del mondo era ben formata. Dopo alcune ore dagli attacchi, l'FBI fu
in grado di determinare i nomi e, in molti casi, i dettagli personali dei sospetti piloti e dirottatori. Il 27
settembre l'FBI rese pubbliche le foto dei 19 dirottatori, assieme alle informazioni sulle possibili
nazionalità e sui falsi nomi. Impiegarono un numero ingente di agenti speciali che fino a quel momento
non era mai stato messo in campo: 7000.
Quali furono le reazioni a questi attacchi?
La risposta degli Stati Uniti fu quella che conosciamo oggi. La guerra al terrorismo. Il gesto fu
condannato da tutto il Medioriente, ad eccezione dell'Iraq. In una dichiarazione affermarono che "i
cowboys americani stavano cogliendo il frutto dei loro crimini contro l'umanità".
Gli attentati spinsero la politica degli Stati Uniti a dichiarare guerra al terrorismo. In un primo tempo
all'Afghanistan, governato dai Talebani; in un secondo tempo all'Iraq di Saddam Hussein.
Quale dichiarazione di Osama Bin Laden fece scatenare questa ondata di violenza?
Durante tutta la storia dei popoli islamici gli ulema2 hanno unanimemente affermato che la Jihad è un
dovere individuale se il nemico devasta i paesi musulmani.
Stiamo uscendo dal luogo del dolore. Che cosa ti senti di aggiungere?
È difficile uscire da questo luogo senza versare nessuna lacrima. Non tornavo a Ground Zero dal
giorno in cui ho lasciato New York. Ricordo ancora i controlli effettuati all'aeroporto e il timore di
trovarsi una persona di origine araba di fianco. Il terrorismo era ormai diventato un vocabolo
quotidiano. Era entrato nella mente di tutti e, credo, risieda ancora oggi nella mente di ognuno di noi.
Per cancellare le immagini e i pensieri è stata dichiarata guerra al terrorismo. Oggi, a distanza di anni, è
ancora necessario combattere un nemico invisibile? La domanda, ritengo, sia lecita. Non è stato
sconfitto il terrorismo con l'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq. È stata semplicemente allargata la
macchia dell'odio. Come dice Gandhi "all'odio bisognerebbe rispondere con l'indifferenza e non con
altra violenza".
Mi auguro che le parole che hai detto siano presto un sogno reale. Grazie mille, Simone, della
disponibilità a percorrere con noi i giorni più bui della tua vita.

Note
1. Si tratta di una sentenza di conformità alla dottrina islamica. Se un musulmano vuol sapere se una sua condotta è o meno conforme si rivolge a un esperto della legge che dà una risposta detta appunto
‘fatwa’. Il problema però è che non esiste una gerarchia o una organizzazione centralizzata e quindi le fatwa possono e sono spesso contrastanti e hanno valore nella misura in cui chi le emette ha prestigio e
fama.
2. Dotti mussulmani di ‘scienze religiose’.
2011
Con questo slogan si conclude a Dakar il Seminario
Internazionale di Studio e Confronto sulla campagna
NOPPAW: Nobel Peace Prize for African Women.
L’obbiettivo? Assegnare alle donne dell'Africa il
Nobel per la Pace 2011.
Perché? Le donne, in Africa, sono protagoniste e
trainanti sia nei settori della vita quotidiana che
nell’attività politica e sociale. Sono loro che reggono
l’economia familiare, nello svolgimento di
quell’attività che permette ogni giorno, anche in situazioni di emergenza, il
riprodursi del miracolo della sopravvivenza.
Il Seminario ha visto la partecipazione di circa 150 persone, in gran parte donne
del Senegal e di altri Paesi d’Africa ed Europa. Tra le tante cose si è discusso della
presenza e del coinvolgimento nel Forum Sociale Mondiale che si svolgerà a Dakar,
proprio a febbraio 2011. Inoltre è prevista l’organizzazione di una carovana che
verrà realizzata insieme all’associazione Cinemobil e che partirà dal Sud Africa per
arrivare a Stoccolma, toccando tutti i Paesi d’Africa e d’Europa. Nel contempo, sarà
promossa una carovana di donne che toccherà tutte le regioni del Senegal.
Un altro evento internazionale è previsto per marzo 2011 a Bruxelles in occasione
della Festa della donna: verranno coinvolti istituzioni internazionali, parlamentari,
associazioni. Parallelamente la Campagna Noppaw continuerà e portare avanti il
suo impegno per la raccolta delle firme di adesione all’appello con l’obbiettivo di
raggiungere 2.000.000 di adesioni. La campagna vuol coinvolgere Premi Nobel, Capi
di Stato e di Parlamento, persone del mondo della cultura, dello sport e dello
spettacolo, affinché supportino nei rispettivi settori questa iniziativa, con una
particolare attenzione alle donne, sia in Africa che nelle altre parti del mondo.
Verranno individuati contenuti e storie di vita femminile per preparare, entro la
fine di febbraio 2011, un dossier di candidatura da presentare al Comitato del Nobel
di Stoccolma. Contemporaneamente verranno programmate le prossime tappe per
fare in modo che la Campagna Noppaw arrivi in tutti i Paesi del mondo.
L’impatto che questa campagna sta avendo nella società senegalese e nei Paesi in
cui è stata presentata è ottima. La partecipazione è attiva, responsabile, costante,
quotidiana e vede le donne come prime e spesso uniche protagoniste.
Le donne africane meritano il Premio Nobel per la Pace perché sono costruttrici di
pace, per la grande dignità e la forte determinazione con cui guardano avanti
nonostante le difficoltà che incontrano. Senza di loro non è concepibile né il
presente né il futuro dell’Africa.
Sono loro la speranza per il futuro del continente.
Finora la proposta di assegnare il Nobel per la Pace alle donne africane nel loro
insieme non ha avuto buon esito. Anche se presentata calorosamente, da qualche
anno a questa parte, per ora è rimasta appunto solo una proposta. Il 2011,
finalmente, potrebbe essere l’anno giusto, quello che vedrebbe consegnare il più
illustre premio alle donne del continente africano, quelle che, senza nome per il
mondo, quotidianamente combattono la loro battaglia per l’Africa.
In una terra martoriata ancora da guerre e carestie le donne africane fronteggiano
il virus dell’Aids e la decimazione della malaria, sono la colonna portante
dell’economia informale, rappresentano il cardine delle relazioni sociali nei villaggi e
sono le prime depositarie dei segreti dei
vincoli sacri che legano l’uomo all’ambiente.
Tutto questo nell’anonimato e nel silenzio,
senza gli agi della tecnologia e del benessere,
senza poter dare nulla per scontato. Non il
diritto alla parità, non quello allo studio, né
all’accesso all’acqua potabile,
all’alimentazione, alla salute, alla libertà.
Ma per loro tutto questo non vale la
rassegnazione. Continuano a battersi per un
domani migliore per sé, per i propri figli e per
il proprio Paese. Sono loro le più attive nella
formazione sanitaria della loro comunità, loro
a subire e a combattere l’infibulazione e le
mutilazioni genitali.
Sono proprio le donne, per la maggior parte,
a lavorare i campi in una terra che quasi mai
appartiene a loro, solo perché di sesso
femminile.
Sono migliaia le organizzazioni di donne
impegnate nella politica, nelle problematiche
sociali, nella salute, nella costruzione della
pace. Sono le donne che trovano il coraggio di
alzarsi di fronte alle prevaricazioni del potere
e la forza di difendere i diritti dei più deboli.
Il Nobel per la Pace spetta a loro, come diritto

inequivocabile, come forza collettiva.


Non a una singola personalità, ma a una coralità sfaccettata e compatta per una missione condivisa.
"L’Africa cammina con i piedi delle donne. Le donne sono la spina dorsale che la sorregge. In tutti i
settori della vita: dalla cura della casa e dell’infanzia, all’economia, alla politica, all’arte, alla cultura,
all’impegno ambientale. Senza l’oggi delle donne non ci sarebbe nessun domani per l’Africa", spiega
l’appello che promuove l’assegnazione del Premio.
E perché questo appello acquisti un tono di voce alto e inconfondibile, occorre che l’apporre la
propria firma in calce diventi un bisogno di ognuno di noi. Occorre che ogni firma sotto l’appello
divenga mobilitazione.
Abbiamo tutti l’occasione di alzare di una tacca il volume di questa voce: http://www.noppaw.org/
cultura
Emilio Salgari nacque a Salzano nel 1862 da madre
veneziana e padre veronese. Crebbe in Valpolicella.
Dal 1878 studiò presso il Regio Istituto Tecnico e Nautico
di Venezia.
Non arrivò mai a possedere il grado di Capitano di
Marina, nonostante ciò amò fregiarsi impropriamente
del titolo dopo aver solcato i mari dell'Adriatico a bordo
della nave Italia Una.
Non conobbe mai i paesi in cui ambientò la maggior
parte dei suoi romanzi.
Il suo esordio letterario fu con un racconto edito in quattro puntate, I selvaggi
della Papuasia, scritto all'età di vent'anni, che venne pubblicato su un settimanale
milanese.
Dal 1883 riscosse un notevole successo con il romanzo La tigre della Malesia,
pubblicato a puntate sul giornale veronese La nuova Arena. Non ebbe, tuttavia, un
ritorno economico significativo.
Nel 1884 pubblicò il suo primo romanzo, La favorita del Mahdi, che compose nel
1877, quando aveva solo 15 anni. Questo romanzo lo rese ancora più
straordinario, come personaggio.
Nel 1889 iniziò un periodo travagliato a seguito del suicidio del padre.
Nel 1892 sposò Ida Peruzzi, attrice di teatro, e si trasferì a Torino.
Dal 1892 al 1898 venne messo sotto contratto dall'editore Speirani. Con lui
pubblicò una trentina di opere tra le quali Il tesoro del presidente del Paraguay, Le
novelle marinaresche di Mastro Catrame, Il re della montagna, Attraverso
l'Atlantico in pallone e I naufragatori dell'Oregon.
Nel 1896 iniziò un contratto di lavoro con l'editore Donath di Genova. Il suo
esordio con questa casa editrice coincise con l'uscita de I Pirati della Malesia.
Nello stesso anno sottoscrisse un contratto anche con la casa editrice Bompard e
pubblicò La stella dell'Auracania.
Molti romanzi di Emilio Salgari ebbero un notevole successo ma lui non ebbe mai
la possibilità di beneficiarne, perché furono soprattutto gli editori ad incassare i
proventi.
Dal 1903 i debiti iniziarono a moltiplicarsi anche a causa delle cure che dovette
garantire alla moglie arrivando, talvolta, a contrattare per riuscire a garantirle
l'assistenza sanitaria. Nel 1910 la salute mentale di Ida peggiorò e l’anno
successivo dovette farla curare in un manicomio.
La sua popolarità è dovuta alla vasta produzione romanzesca con 80 opere
distinte in cicli di avventure, fu in grado di inventare personaggi di grande
successo come Sandokan, Yanez de Gomera e il Corsaro Nero: risulta tutto inserito
in un contesto storico accurato e ciò fu possibile soltanto tramite gli studi condotti
dalla storica Bianca Maria Gerlich, che lui poté consultare nella biblioteca di
Verona.
Gli furono attribuite opere non appartenenti alla sua produzione, furono fatte
circolare dagli stessi editori o addirittura dai figli, inoltre pubblicò sotto falsa
identità per poter aggirare il contratto con la casa editrice Donath. Ma nemmeno
questo bastò a donargli la tranquillità.
La passione per la scrittura diventò presto un lavoro forzato: i contratti lo
obbligavano a scrivere tre libri l'anno, la mole di lavoro era immensa e, inoltre,
dirigeva un periodico di viaggi.
Scriveva fumando cento sigarette al giorno e bevendo marsala.
I nervi cedettero.
Nel 1910 tentò per la prima volta il suicidio, ma venne salvato.
La mattina del 25 aprile 1911 lasciò sul tavolo tre lettere: una indirizzata ai figli, una ai direttori
dei giornali e una ai suoi editori. Uscì di casa portando con sé un rasoio.
Ai Figli lasciò scritto:
"Sono un vinto: non vi lascio che 150 lire, più un credito di oltre 600 che incasserete dalla
signora".
Agli Editori lasciò scritto:
"A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in continua
semi-miseria ed anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dato
pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna".
Lo scrittore morì nel bosco di Val San Martino, a Torino.
Si squarciò la gola e il ventre con il rasoio, facendo harakiri, con lo sguardo verso il sole.
La tragedia, poi, segnerà l'intera famiglia.
Nel 1912 morirà la moglie.
Nel 1914, per tisi, Fatima.
Nel 1931 il suicidio di Romero.
Nel 1936, a causa di un incidente, perderà la vita Nadir.
Persino il più piccolo, Omar, si suiciderà nel 1963 gettandosi nella tromba delle scale.
ambientato nel quartiere alla moda di
Manhattan.
La protagonista è Rosemary Woodhouse
(Mia Farrow), una giovane casalinga che si
trova a dover partorire l’Anticristo.
Il 9 agosto 1969, mentre Polanski stava
lavorando a Londra, sua moglie, Sharon Tate
e altre quattro persone furono assassinate
nella residenza dei Polanski a Los Angeles da
membri della family di Charles Manson, che
lasciarono sui muri, scritti col sangue delle
vittime, i titoli di alcune canzoni del White
Album dei Beatles, Helter Skelter e Piggies.3
L’assassino di Lennon era una guardia
giurata delle Hawaii, stato nel quale risiede la
donna che venne stuprata dal regista
Polanski, il quale a sua volta perse la moglie in
circostanze orribili per mano della famiglia
Manson. Charles Manson, autore di delitti
efferati, era leader di un sedicente gruppo
Hippy dai risvolti satanici. La canzone Helter
Skelter era, secondo lui un pezzo contenente
dei messaggi occulti che preparavano
l’avvento dei quattro angeli dell’apocalisse,
appunto i quattro ragazzi di Liverpool.
Troppe coincidenze legano Lennon, la
famiglia Manson, due personaggi delle
Hawaii: una vittima di stupro e un assassino, il
regista Polanski, il satanismo e i messaggi occulti nelle canzoni dei Beatles. Il che ci porta ad un
legame tra questi personaggi nell’ambito di una setta occulta, sodalizio che deve essere terminato
quando John scioglie la band. Si ritira dal giro e forse vuole rivelare tutto alla stampa. Verrà ucciso
perché si portasse il segreto nella tomba.
L’omicidio avvenne di fronte all’ingresso del Dakota, in piena notte per mano di David Chapman, il
quale ebbe tutto il tempo per fuggire ma non lo fece; diverse ore prima si era fatto fotografare con
Lennon. Nella sua stanza d’albergo trovano in perfetto ordine, sopra una scrivania, tutte le prove
che servono alla polizia per incastrarlo. Risulterà essere pazzo; quindi perché cercare dei complici?
Un folle agisce mosso dalla psicosi, e basta. Caso chiuso. Samantha Geimer, concittadina di
Chapman non parlerà mai del suo stupratore, preferisce dimenticare, oggi Polanski è super protetto
da stuoli di fans, intellettuali e colleghi registi. Sembra intoccabile, tutt’ora gli USA non riescono ad
estradarlo per fargli scontare la condanna per stupro. Quali poteri occulti lo proteggono?
Mosso dal fervido intuito che
contraddistingue ‘noi complottisti’ ho
subito sospettato che la chiave di tutto
fosse il nome della protagonista di
quel film. Se ha avuto un figlio dal
demonio è implicito che sia avvenuto
un amplesso, e che questo sia stato
consumato secondo un certo rituale. Il
regista si è approfittato di Samantha
otto anni dopo il brutale omicidio della
moglie Sharon nel 1969 ad opera di
Charles Manson e della sua ‘famiglia’.4
Esiste una intervista del 1977
realizzata dal Daily Mirror, dove la
ragazza descrive le
pratiche sessuali che dovette subire a soli 13 anni.5
Non bisogna essere degli esperti per capire quanto sia
importante lo stupro di una vergine nei riti satanici.
Adesso andiamo ad analizzare il nome della
protagonista del film: Rose Mary Wood House. Salta
subito all’occhio il riferimento ai Rosa Croce; infatti la
croce di Cristo era di legno, (wood) Betlemme significa
‘casa del pane’, (house) ma in altre traduzioni
indicherebbe il segno della Vergine (sia la minorenne
Samantha, che la madre di Cristo, Mary, erano delle
vergini). Dai Rosa Croce agli Illuminati il passo è breve,
e da questi ultimi il cerchio si chiude con il satanismo.
La stessa moglie di Polanski è morta in un rituale
satanico ad opera della famiglia Manson.
Sappiamo anche che i nazisti erano degli occultisti, la
stessa svastica lo dimostra, inoltre sappiamo anche
che Hitler è stato indicato come l’anticristo. Qui
torniamo al collegamento con John Lennon e quelli
che Manson definiva ‘i quattro angeli dell’apocalisse’.
A questo punto ci troviamo di fronte ad una domanda
la cui risposta potrebbe essere agghiacciante: perché
Samantha è ancora viva e non ha mai voluto
denunciare il suo stupratore? Forse da quel rapporto
violento è nato l’anticristo? E’ questo avvento che
stavano preparando i Beatles? Non lo sapremo mai,
perché i Rosa Croce, con loro i poteri forti del Nuovo
Ordine Mondiale, saranno sempre un passo davanti a
noi. Pronti a cancellare ogni traccia. Eppure noi
sappiamo per certo che John quando conobbe Yoko
cambiò la sua condotta, lasciò i Beatles diventando
fricchettone, e politicamente schierato. Da certi giri
non puoi uscirne vivo. Lo stesso Chapman spiegò di
averlo ucciso in quanto, secondo lui, Lennon era un
ipocrita (rispetto a cosa?) forse perché non si addice
ad un rosacrociano diventare di tutto punto un amico
del popolo, contro i potenti?

Per il momento ci fermiamo qui. Ma non temete,


torneremo il mese prossimo con un nuovo mistero.

Note
1.
http://it.wikipedia.org/wiki/Sgt._Pepper's_Lonely_Hearts_Club_Band#La
_copertina
2. http://www.croponline.org/paulmccartney.htm
3. http://en.wikipedia.org/wiki/Roman_Polanski#Film_director
4. http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/roman-polanski-il-
racconto-della-sua-vittima-tredicenne-violentata-e-sodomizzata-sotto-
leffetto-dellalcol-110602/
5. Non ho mai letto quella intervista, ma so che esiste e voi col cazzo che
ve la cercate in internet per leggerla.
letteratura
A: "Mamma, ho trovato questo libro nella tua libreria? Che
cos’è?"
M: "Amore mio, è un libro bellissimo. Si chiama Il richiamo
della foresta".
A: "Di cosa parla, mamma?"
M: "Parla di Buck…"
A: "E chi è Buck?"
M: "Buck è un cane grosso e tranquillo che, dalla nascita ai
quattro anni di età, è vissuto in una calda villa californiana".
A: "E poi?"
M: "E poi si trova sbattuto d'improvviso in un mondo ostile".
A: "Perché mamma?"
M: "Perché un inserviente lo ruba ai suoi padroni e lo vende a
uno spedizioniere che sta portando cani al Nord. Viene gettato tra i ghiacci del
Klondike, nell’epoca della corsa all’oro. Viene picchiato, venduto, reso schiavo".
A: "E perché questa persona lo porta così lontano da casa sua?"
M: "Perché un cane forte vale centinaia di dollari, e Buck è fortissimo. Impara presto
che deve adattarsi e nello stesso tempo combattere".
A: "Combattere per cosa?"
M: "Combattere perché l'uomo vuole obbedienza, non va affrontato direttamente e gli
altri cani possono essere temibili nemici. Buck sperimenta sulla propria pelle tutti i
caratteri dell’animo umano: la bassezza e la grandezza, l’avidità e la solidarietà , la
violenza e l’amicizia. Trovandosi a contatto con l’uomo Buck compie un viaggio di
iniziazione nel cuore della natura, dove passato e presente si confondono e il richiamo
ancestrale del branco si fa sempre più irresistibile".
A: "E poi, mamma?"
M: "Vedi, la supremazia sui cani del branco va affermata con la forza. Buck diventa
astuto e cattivo. Si prepara per mesi e, agendo di sorpresa, uccide il suo rivale, Spitz,
durante un duello a morte. Così diventa capo-branco; fa vincere una grossa scommessa
a un suo padrone trainando da solo mezza tonnellata di carico sul ghiaccio".
A: "Quindi Buck diventa cattivo?"
M: "No, amore, Buck tiene stretto il suo gran cuore ed è capace anche di grandi gesti di
generosità: salva due volte un padrone buono rischiando di morire".
A: "Ma farà questa vita per sempre?"
M: "No, amore mio. Buck comincia a sentirsi sempre meno un cane e sempre più un
lupo. Al richiamo della foresta e dei suoi antenati dà l'addio alla vita civilizzata e
scompare fra i ghiacci, alla testa di un branco di lupi".
A: "Mamma, mi parli meglio di Buck? Vorrei immaginare come è fatto…"
M: "Vediamo…Buck è figlio di un gigantesco Sanbernardo e di una Collie. Ha preso dal
padre la struttura imponente e dalla madre la linea elegante. Assomiglia a un lupo, ma
è molto più massiccio. Quasi settanta chili di muscoli d'acciaio!"
A: "Mamma, ma come si conoscono Buck e Spitz?"
M: "Appena arrivato al Nord, Buck ha visto all'opera Spitz, il capobranco. Curly, una
grande e tranquilla cagna di Terranova, viene uccisa e sbranata da altri cani. Spitz
guarda con la lingua in fuori, come se stesse ridendo. Buck si sente spaventato e
stordito. Sta distante da Spitz, che ugualmente lo evita, ma a poco a poco capiscono che
uno dei due è di troppo.
Buck comincia a proteggere i compagni
perseguitati da Spitz. Un giorno è quasi sul
punto di sopraffare il rivale, ma interviene il
padrone che separa i due a colpi di frusta. Ma
Buck non ha fretta. Sa che verrà il momento".
A: "E quel momento arriva, mamma?"
M: "Certo… Al mattino l'aurora boreale
accende il cielo di fredde luci e la sua slitta
corre verso le miniere d’oro. Buck pensa al
calore perduto della California. Una sera,
vicino all'accampamento, uno dei cani vede
un coniglio selvatico. Bianco, tenero, coperto
da un fitto pelo. Tutto il branco, una
sessantina di cani, si getta all'inseguimento.
Buck è in testa. Guardando quel piccolo
animale in fuga, leggero come un fantasma,
sente ridestarsi un'antica ferocia: l'istinto
della caccia. Si muove come una macchina,
ognuno dei suoi muscoli e dei suoi tendini è
sincronizzato. Però il più furbo è Spitz".
A: "E il coniglio viene ucciso da Spitz?"
M: "Un po’ di pazienza, amore mio, ora ti
racconto: Spitz, freddo calcolatore, ha preso
una scorciatoia per tagliare la strada al
coniglio selvatico. È un lampo: un baleno di
zanne e la bestiola è stesa sulla neve. Il
branco si avventa con un urlo selvaggio di trionfo, ma Buck non pensa già più al coniglio. Senza
frenare l'impeto della corsa sceglie d'istinto il suo vero obiettivo, che è Spitz. Gli piomba addosso con
irruenza cieca, mirando alla gola, ma Spitz è un combattente nato. Evita la presa con uno scarto
fulmineo e azzanna il nemico alla spalla".
A: "È questo il duello a morte di cui mi parlavi?"
M: "Esatto. I cani intorno aspettano anch'essi la preda, perché lo sconfitto verrà divorato. È Buck il
primo ad attaccare, cercando di azzannare la gola o di rovesciare Spitz. Poi le parti si invertono, è
Spitz che sembra prevalere. Il branco scatta in piedi. Buck riprende l'equilibrio. Ragiona come un
uomo: spietato e freddo. Finge di voler addentare una spalla, poi abbassa la testa di colpo e chiude le
mascelle su una gamba di Spitz. Bilanciato su tre gambe, questo resiste ancora".
A: "E poi, mamma??"
M: "E poi Buck attacca di nuovo. Si sente il rumore delle ossa spezzate. Un'altra gamba. Spitz,
indomito, con il pelo ritto, morde l'aria. Buck gli dà il colpo definitivo alla gola. Spitz scompare sotto il
branco che gli si avventa addosso".
A: "Mamma, dev’essere bellissimo questo libro! Ma perché è stato intitolato Il richiamo della
foresta?"
M: "Pensaci un attimo, amore…"
A: "Mi viene in mente che il richiamo
della foresta è presente ovunque
attorno a noi. Ce ne possiamo accorgere
osservando la natura, quella selvaggia
che ci mostra l’attaccamento di ogni
forma di vita al suo ambiente, la fuga da
ciò che è ritenuto estraneo ad esso, e la
nostra stessa civiltà, dove le foreste
sono sostituite da palazzi di cemento, i
sentieri da strade asfaltate, l’aria pura
da nubi di smog".
M: "Esatto: alcuni uomini sentono il
bisogno di allontanarsi da tutto questo,
magari solo il fine settimana, così come
gli animali non perdono occasione per
affermare la propria selvatica libertà,
frenata da collari, impegni, gabbie, case".
A: "Quando hai letto questo libro, mamma? Qui c’è scritto che è adatto a chi ha 9 anni…"
M: "Si dice che questo sia un libro adatto agli adolescenti, ma non sono sicura di poter definire
questo romanzo esclusivamente per ragazzi. Io l’ho letto quando ne avevo 25 di anni e ne porto un
ricordo immenso nel mio cuore, un ricordo che abbatte ogni definizione e che mi porta a
considerarlo uno dei più belli che abbia mai letto. Potremmo parlarne per ore, ma per me Buck
esiste davvero: ha sofferto, è cresciuto, ha vinto mille battaglie contro la crudeltà e ha conosciuto
l’amore, quello vero e sincero, dettato dall’amicizia pura. Lo posso ancora vedere tornare nel luogo
dove disse addio all’uomo, seguito dal suo branco selvaggio e fiero. Mi ha fatto pensare che magari
io non avrei avuto la stessa forza di Buck o la sua capacità di abbassare il capo ed essere
sottomessa, pur sapendo di non essere più debole di chi crede di avermi in pugno. Anche adesso
che te lo racconto sento i brividi corrermi lungo la schiena. Tutto questo significherà pure qualcosa.
Spero che anche tu possa provare le stesse emozioni sentendo… Il Richiamo".
A: "Chi ha scritto questo Capolavoro, mamma?"
M: "L’autore si chiama Jack London. Dicono che il suo più avvincente romanzo fu la sua stessa vita.
Nacque a San Francisco nel 1876, e morì ad appena quarant'anni. Ebbe un'infanzia poverissima,
fece mille lavori, sempre con l'ansia di arricchirsi. Alla fine del secolo, dopo che le riviste avevano
accettato diversi suoi racconti, ottenne un enorme successo proprio con Il richiamo della foresta.
Mise insieme e perdette diversi patrimoni, spendendo tutto quello che guadagnava in modo
nevrotico. Tutto sommato era un romantico e finì proprio come Hemingway, togliendosi la vita".
A: "Mamma, scusa, credo che uscirò adesso…"
M: "Ma amore…nevica…dove vuoi andare con questo freddo?"
A: "A rendere giustizia a Buck. Questo libro va letto lì, dove lui ha trovato la libertà. A dopo…"
musica
I primi dieci anni del terzo millennio si sono appena dati alla fuga e, come al solito,
come alla morte di ogni decennio, si fa un elenco delle cose che sono rimaste. Così
succede anche, se non soprattutto, con la musica.
Il nuovo millennio è venuto alla luce con un importante peso sulle spalle,
un’eredità ingombrante da sopportare: gli anni novanta; il grunge, Kurt Cobain,
Creep, Jeff Buckley, Billy Corgan e tutto il resto, che è stato tanto.
I Radiohead, allo scoccare degli anni zero, hanno subito fatto intendere che sì, gli
anni novanta avrebbero certamente lasciato una traccia indelebile, ma che
avrebbero anche dovuto assistere senza troppo alzare la voce a cambiamenti sonori,
seppur provenienti da lontano, pronti a proiettarci in molteplici dimensioni in cui
ognuno di noi si sarebbe riconosciuto. Avremmo avuto la possibilità di scegliere le
evoluzioni sonore a noi più consone; avremmo avuto modo di acciuffare emozioni
non più soltanto in semplici riff, ma anche in arrangiamenti che ci avrebbero
allargato ulteriormente gli orizzonti. E Kid A, album d’importanza storica, è una sorta
di manifesto di questa nuova filosofia musicale. Ma non è di Kid A né dei Radiohead
che voglio parlare. Troppo famosi; di loro è stato detto praticamente tutto e troppo.
Voglio mettere in vetrina una delle band più rappresentative di questi primi dieci
anni appena trascorsi del nuovo millennio, sebbene non tra le più famose e
pubblicizzate: i Mogwai, scozzesi di Glasgow. Nascono nel 1995, ma già con il loro
primo album ufficiale, Youg Team del 1997, fanno capire che la loro intenzione è
quella di conquistare amanti della musica con un orecchio già proteso verso gli anni
a venire. Sia chiaro, i Mogwai non suonano e non hanno mai prodotto musica
sofisticata, elettronica del venticinquesimo millennio dopo Cristo, né hanno mai
avuto la pretesa di attirare cervelli calcolatori, intellettuali e fondamentalisti
futuristi che impazziscono per estreme sonorità ambient. La musica dei Mogwai è
istintiva, non troppo ragionata, emozionale, che sfocia in umori diversi nell’arco di
un unico brano, spesso di lunga gittata e quasi sempre solo strumentale. I loro pezzi
non hanno la struttura tipica della canzone; viaggiano, appunto, seguendo la scia
dell’emozionalità, dell’essere spontanei, degli umori che ogni nota può suggerire da
un momento all’altro. Il loro stile, sempre coerente in tutti questi anni, è fatto di
quiete seguita da turbamenti sonori, deflagrazioni, feedback, lentezza malinconica,
aggressività struggente e drammatica, minimalismo lirico e apoteosi di carattere
noise schizzato fuori dalle loro chitarre che sembra sbattano contro un muro.
L’istinto li fa nascere morbidi, con le chitarre (ben tre) che dialogano placide tra
loro, fino, a volte dopo pause sospese, a giungere a delle vere e proprie esplosioni in
cui i distorsori spaccano le orecchie e l’anima.
Nonostante a volte si denotino nella loro musica radici che affondano nel Punk o
addirittura nell’hardcore, i Mogwai (classificati dagli esperti nel genere Post Rock)
stupiscono perché riescono a costruire musiche corali di un’intensità quasi
orchestrale; hanno la capacità di sorprendere con arrangiamenti, intessuti in sordina
e mai intrusivi, che li caratterizzano in qualità di sperimentatori, a volte inserendo
un leggero tocco di elettronica, di vocoder, piano ed effetti sonori estremamente
suggestivi.
I Mogwai hanno saputo ben interpretare la svolta sonora del terzo millennio, e
uno degli album che meglio li rappresenta è, secondo il mio parere, Mr. Beast
(Matador), datato 2006. E’ un disco che contiene tutte le caratteristiche della band
sin qui illustrate. L’introduzione, Auto Rock, è affidata a minimali e decisi tocchi di
piano, in sordina, accompagnati da effetti
elettronici, chitarre che provengono da
lontano e una batteria che incute quasi
timore per la sua inesorabile progressione.
La dolce melodia iniziale viene infine
sconquassata dall’intensità, quasi ipnotica,
finalmente esplosa negli ultimi attimi del
brano. Glasgow Mega-Snake è un fraseggio
armonico che finisce per annegare in
maniera estatica in una guerra di distorsori
che si rincorrono attorno a una batteria
secca, precisa e per niente impertinente che
si gode lo scontro tra le chitarre impazzite.
Il disco prende fiato con l’incedere scarno
della drum machine di Acid Food, uno dei
rari pezzi cantati dalla band scozzese, una
sorta di acida ballata. Altro brano cantato è
Travel Is Dangerous, possente e robusto,
strutturato con momenti di calma
apparente poi lacerati da schizofreniche
sberle delle chitarre noise. Evoca immagini
notturne la suggestiva Team Hunded, quasi
visionaria nella sua strumentalità
appassionata e struggente; lenta,
malinconica, eppure sofferente che non
lascia traccia di quiete. Immagini suggestive
e lente vengono accarezzate anche
dall’incantevole Emergency Trap, in questo caso però l’intensità cresce in modo emozionante e
toccante grazie all’avvicinarsi, col passare dei secondi di una chitarra distorta che piange note
rauche. Dissonanze e distorsioni ritornano in Folk Death 95, anch’essa caratterizzata da iniziali
momenti lievi, contornati da effetti, poi travolti da gracchianti chitarre, per poi finire tutto in un
debole sussurro corale. Sussurro che poi trova voce di pura bellezza in I Chose Horses, cantata, o
meglio parlata da Tetsuya Fukagawa.
Con questo disco i Mogwai ci hanno regalato l’immortalità della bellezza che soffre; di quello
splendore che non trova mai pace, che parte piano, bisbigliando, e poi, riemergendo da un
vuoto sospeso, esplode a bocca larga, trasudando a volte schizofrenia, altre volte ribellione,
altre ancora un grido che chiede ascolto. Ma è bellezza pura, perché la si ammira con gli occhi e
con le orecchie attraverso suoni che penetrano l’anima, avviluppandola come in sogno. E non
escono più.
cinema
Due anni fa uscì nelle sale Sherlock Holmes, film diretto da
Guy Ritchie, e tratto da un fumetto di Lionel Wigram, ispirato
alle vicende dell'omonimo personaggio di Conan Doyle. Il
grande scrittore scozzese a sua volta si ispirò per il suo
personaggio più famoso, ad uno scienziato realmente
esistente; Doyle assistette alle sue lezioni, a quanto pare fu
anche coinvolto nelle indagini riguardanti Jack lo Squartatore.
Il film è godibile. Per quanto mi riguarda gli darei un 3/5. Ma
conosco amici cinefili1 che non sono di manica larga come
me. Ciò che ha scatenato lo stronzo che alberga in me sono
alcuni errori presenti nel film. Alcuni perdonabili, altri no.
Imprudenti bagni nel Tamigi.
Sherlock Holmes
Non so in che condizioni siano le acque del Tamigi oggi, ma sono certo
(tit. or. Sherlock Holmes)
che in epoca vittoriana non doveva essere molto sano farci il bagno. (2009)
Praticamente era una fogna a cielo aperto. Nel film il protagonista ci si
butta con disinvoltura almeno due volte. Com'è possibile che non riporti
neanche una leggera infezione della pelle?
Regia: Guy Ritchie
Uso improprio dei condensatori. Soggetto: Lionel Wigram,
Michael Robert Johnson,
Il condensatore è un apparecchio elettronico che accumula elettricità da
ispirato ai personaggi creati da
un alimentatore. Una volta carico, l'attività elettrica si arresta. È composto Sir Arthur Conan Doyle
da due armature e la sua potenza aumenta man mano che le armature si Sceneggiatura: Michael
avvicinano tra loro, senza però toccarsi mai, altrimenti entra in Robert Johnson, Anthony
cortocircuito. Nel film Holmes ne carica uno, ma sorprendentemente lo Peckham, Simon Kinberg
usa più volte. Questo è impossibile: una volta che il condensatore viene Prodotto da: Joel Silver, Lionel
separato dall'alimentatore questo può scaricare a terra tutto il suo Wigram, Susan Downey, Dan
Lin
potenziale elettrico se, per esempio, lo usate per tramortire un grosso
Produttori Esecutivi: Bruce
nemico dallo spiccato accento francese, come succede nel film. Quindi per Berman, Michael Tadross,
essere utilizzato una seconda volta, e con gli stessi effetti, andrebbe Dana Goldberg
ricaricato di nuovo. Fotografia: Philippe Rousselot
Musiche: Hans Zimmer
Ma che dico! Scenografia: Sarah
Quel condensatore non poteva funzionare nemmeno una volta. Infatti il Greenwood
Montaggio: James Hebert
protagonista per caricarlo fa girare una dinamo. Questo significa che si
Cast:
trattava di un alimentatore a corrente alternata. Si intende quindi una Robert Downey jr. (Sherlock
corrente che ad ogni ciclo della dinamo cambia il suo verso di circolazione. Holmes)
Per caricare un condensatore, invece, occorre una corrente continua. A Jude Law (Dr. John Watson)
meno che quel macchinario non avesse un ‘filtro’. Peccato però che un Rachel McAdams (Irene Adler)
filtro in grado di trasformare la corrente alternata in continua richieda Mark Strong (Lord Henry
anche l'impiego di un diodo. I diodi sono dei cristalli (in genere di silicio o Blackwood)
Eddie Marsan (Ispettore
germanio) modificati artificialmente, in modo da lasciar passare solo un
Lestrade)
verso di circolazione della corrente. In un universo narrativo steampunk2 Robert Maillet (Dredger)
di solito si utilizzano le valvole sotto vuoto (antenate dei diodi) che nel Geraldine James (Mrs.
macchinario non si vedono. Ma va bene, ammettiamo pure che il cattivo Hudson)
del film fosse in grado di fabbricare addirittura i diodi.
Alla buon'anima di Hertz nessuno ci pensa?
Quelle che oggi conosciamo, grazie all'omonima invenzione di Marconi, come ‘onde radio’, in
realtà sarebbero le ‘onde hertziane’ e si chiamano così in onore del grande scienziato che le scoprì.
E infatti in epoca vittoriana erano conosciute con questo nome. Holmes invece le chiama con il
termine moderno, il che è impossibile perché tale termine fu coniato nel XX secolo (almeno due
decenni dopo l'epoca vittoriana) dagli americani. Comunque non sarebbe carino continuare a
chiamarle così nemmeno oggi; ma c'è sempre l'unità di misura delle onde e dei cicli periodici (le
frequenze insomma) a ricordare il mitico Hertz.

Note
1. Da non confondere con ‘cinofili’. Fatta eccezione per i fan di Lessy, Balto, Rex, ecc.
2. Lo steampunk è un genere letterario e cinematografico che risponde alla domanda “come sarebbe stato il passato se il futuro fosse
arrivato prima”, ovvero, come sarebbe stata la Londra vittoriana se tutte le scoperte scientifiche odierne fossero state già realizzate
in quel periodo? Si ritiene che Verne, sia – a sua insaputa – il padre di questo genere fantascientifico. Per la fantascienza in generale,
invece, condivide la paternità assieme a H. G. Welles.