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Il libro

La nuova stagione
Si narra che la Sibilla, adirata contro le fate che si attardavano a
ballare il salterello con i pastori, avrebbe scagliato loro le pietre che
divennero poi il paese di Arquata del Tronto: pietre destinate a
rotolare di nuovo, drammaticamente, durante il terremoto. Le sorelle
Nadia e Olga si sentono a casa proprio qui, in questa terra che si
muove, e che scendendo dai monti Sibillini verso il mare si fa
campagna. Il loro papà ha trascorso la vita coltivando i campi, perciò
ancora oggi la famiglia viene trattata con rispetto. Ma adesso tutto è
cambiato. L’amore e il lavoro hanno portato Olga e Nadia lontano, i
figli sono cittadini del mondo. La gente vuole fragole e susine anche
a gennaio. È una nuova stagione. Ed è tempo di separarsi dalla
terra.
Inizia per le sorelle un viaggio a ritroso, nella memoria, e uno reale,
attraverso gli incredibili colloqui con i possibili acquirenti del terreno,
ex mezzadri arricchiti o emissari di multinazionali della frutta; tutti
maschi, tutti ambigui, tutti apparentemente incapaci di capire quanto
male facciano le radici quando bisogna tagliarle. È davvero tutto
immutabile nell’avvicendarsi delle generazioni, dei raccolti?
Possiamo ancora sperare di lasciare questo pianeta un po’ migliore
di come lo abbiamo ricevuto?
Silvia Ballestra scrive un romanzo attualissimo e antico, come i
luoghi dove è nata, cui dedica pagine di graffiante umorismo ma al
tempo stesso piene della nostalgia e dello stupore di chi sente
iniziare una nuova stagione.

L'autore
Silvia Ballestra
SILVIA BALESTRA, marchigiana, vive e lavora a Milano. È autrice
di romanzi, raccolte di racconti, saggi e traduzioni, pubblicati per i
maggiori editori italiani. Fra i suoi libri, tradotti in varie lingue, i long
seller Compleanno dell’iguana, Gli Orsi, Nina, I giorni della Rotonda,
Amiche mie e Vicini alla terra. Storie di animali e di uomini che non li
dimenticano quando tutto trema. Dal romanzo La guerra degli Antò è
stato tratto l’omonimo film diretto da Riccardo Milani.
Quest’opera è frutto di fantasia e non ha intenti realistici, pertanto eventuali riferimenti a
persone, enti, ditte realmente esistenti o a fatti accaduti sono da considerarsi casuali e
attengono esclusivamente alla narrativa di finzione.

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www.bompiani.it

© 2019 Giunti Editore S.p.A. / Bompiani


Via Bolognese 165 - 50139 Firenze - Italia
Piazza Virgilio 4 - 20123 Milano - Italia
ISBN 978-88-587-8458-7

Prima edizione: ottobre 2019

Realizzazione editoriale: SEIZ – Studio editoriale Ileana Zagaglia


Prima edizione digitale: ottobre 2019
Illustrazione di copertina: © Valentina Marchionni (Flaccidia).
Progetto grafico di copertina: Francesca Zucchi.
“Una posizione meravigliosa, un bel fiume profondo. Unica cosa è
che, certo, bisogna mettere un po’ a posto, ripulire… In primo luogo,
diciamocelo pure, buttar giù tutti i rustici, compresa questa casa, che
non servono più a niente, tagliare il vecchio giardino dei ciliegi…”
Anton Čechov, Il giardino dei ciliegi

“Di lassù si vede luccicare il mare all’orizzonte e si abbraccia tutto


intero il poderoso nodo montano; intorno, colline di forme capricciose,
brevi pianure come piazzuole verdi e piccole valli scavate dai fiumi
che, buoni buoni, se ne vanno dai monti al mare serpeggiando con
grazia.”
Dolores Prato, Campane a Sangiocondo
L’estate che le mie cugine vendettero la terra fu un’estate di
particolare siccità. L’anno con meno pioggia degli ultimi due secoli.
In compenso a luglio c’era stata una grandinata spaventosa sulla
costa. Su un paio di paesi del sud delle Marche si era abbattuta una
sassaiola di ghiaccio dalle zocche grosse come limoni. La spiaggia,
dopo quella furiosa passata, era imbiancata manco fosse Natale.
Tutte le tapparelle delle finestre verso nord apparivano bucherellate
come per effetto di mitragliate. Facciate di case da rifare, tettucci e
cofani delle macchine bugnati da piccoli crateri, foglie segate
longitudinalmente, tendoni squarciati come da pugnalate, vetri delle
finestre in frantumi. Era durato poco ma era stato stupefacente e,
dopo, abitanti e turisti si aggiravano per le vie come se fossero stati
flagellati, presi a schiaffi dal cielo.
Mesi prima, altri eventi eccezionali avevano ferito quei posti.
Terremoti di forte intensità avevano colpito l’entroterra causando
centinaia di vittime e danni terribili a decine di paesi. Era successo in
agosto, poi di nuovo a ottobre, poi a gennaio.
Con i terremoti dell’inverno era arrivata anche un’enorme nevicata
che aveva provocato una grossa valanga: tonnellate di ghiaccio e
pietre e alberi e neve avevano investito un albergo abruzzese
seppellendolo e uccidendo ventinove persone.
Quella parte di Italia, il centro del paese che molti indicavano con
immagini come il cuore, o la spina dorsale, dunque oltre che luogo
mediano e interno anche nucleo innegabilmente vitale e forte,
capace di irrorare e dare rilievo a tutto il resto, era sotto shock da
allora, dalla notte di agosto di un anno prima. E faticava a
riprendersi.
Era come se quei luoghi, da sempre dolci e domestici, accoglienti
e benigni, si fossero trasformati in posti aspri e oscuri. Incattiviti.
Imprevedibili. Sibillini come il nome di una delle loro catene
montuose.
Le quiete colline si muovevano. In montagna, le gole
normalmente percorribili franavano. Le belle piazze dei paesi si
mostravano ostili. Gli amati borghi sembravano volersi liberare degli
abitanti, svuotarsi. Le casette di pietra antiche, magari ingentilite da
belle linee e decori, si scrollavano via pareti e tetti e balconi, avendo
avuto l’accortezza di allontanare tutti con una scossa di avvertimento
che aveva evitato altre vittime.
La terra sgroppava.
Lo aveva sempre fatto, nei secoli, ma in quel modo brutale e
spaventoso non succedeva da un pezzo. I più vecchi erano stati
portati via, alcune famiglie e certi giovani tenaci provavano a
resistere, ma molti si erano trasferiti altrove, scacciati dai crolli e
dalla tensione continua per le scosse che non cessavano, seppure
ormai si manifestassero solo a bassa intensità, come brontolio,
come ringhio sommesso.
Per pura coincidenza, non troppo distante da quei luoghi, fu in
quei mesi che le mie cugine Olga e Nadia Gentili si separarono dai
terreni che la loro famiglia aveva posseduto più o meno da dopo
l’Unità d’Italia: al contrario di chi si era visto crollare il mondo
addosso, loro con quella vendita chiudevano per sempre una piccola
storia e si congedavano da un passato remoto e dai luoghi di
famiglia, per scelta. O, almeno, così pensavano loro.
Fu una strana estate. Sospesa, di passaggio.
Mi capitò di accompagnarle in un paio di occasioni (la visita
all’ufficio tecnico del Comune di Altodono, una sortita alla ricerca di
una macchina cippatrice a Servino) e ne approfittavamo per entrare
e uscire dalle chiese, aggirarci per le vie, ammirare le mura dei paesi
come se le vedessimo per la prima volta.
Dopo quello che era successo, un nuovo affetto ci legava a quei
posti. Una volontà di cura, di protezione, di conoscenza.
Perché, mi aveva detto Olga che fra l’altro non viveva più lì da
tanto tempo, era vero: quei posti la facevano dannare, e spesso
l’avevano fatta sacramentare, ma lei non gli aveva mai voluto bene
come in quei mesi terribili.
Quei luoghi le davano delle preoccupazioni, dei pensieri e talvolta
anche dei dispiaceri, ma non poteva fare a meno di loro.
E lei, che veniva da una famiglia di proprietari terrieri, queste
figure che risalivano a un passato di cui, diversamente da altrove, ci
si era liberati in modo incruento e graduale e in fondo da poco, si
trovava a fare i conti non solo con la materialità dei suoi beni, ma
anche con i ricordi dell’infanzia, con la vita di tante persone che
avevano lavorato insieme a lungo e con l’alternarsi di stagioni, più o
meno floride, più o meno dense, che avevano governato quei luoghi
come un regno. Ma di chi erano quei luoghi? Di chi li aveva accuditi
o di chi li sentiva suoi per esserci nato e cresciuto?
Nel momento in cui a Olga, alla sorella Nadia e alla madre Liliana
toccava fare un passo indietro affidando ad altri ciò che era stato il
loro vecchio patrimonio, tutti gli sforzi e l’umana piccolezza
dell’avvicendarsi su quella terra le tornavano in mente in forma di
lascito e retaggio, storia sommersa e comune che veniva allo
scoperto.
Come ogni anno, a giugno facemmo un’escursione sulla Sibilla,
questa montagna che per secoli aveva attirato viandanti, pastori,
pellegrini e ora turisti.
Sorge, maestosa e allo stesso tempo accessibile, fra il monte
Vettore e il monte Priora. Per arrivarci bisogna puntare su
Montemonaco, un grazioso borgo dallo spettacolare balcone a
sprofondo su verdissimi dirupi, dove ci si può fermare a rifornirsi di
panini con la lonza o con il ciauscolo. Fette di pane enormi che
richiedono buone mascelle, da accompagnarsi poi con un dolce
ricotta e cioccolato o con una fetta di crostata alle visciole comprati
al forno del paese. Roba buonissima, vere bombe che aiutano ad
affrontare le scarpinate in quota.
Presi i rifornimenti in centro, si ripartiva verso la frazione Collina,
da dove sarebbe iniziata la salita in macchina fino al rifugio, su una
pietraia che, dal basso, sembrava una serie di zeta sovrapposte e
schiacciate, un vero sfregio alla montagna. Una strada di un
chilometro e mezzo che però faceva più impressione vista che
affrontata. Una volta imboccata, saliva, sì, con i suoi bei tornanti, ma
era larga abbastanza e percorribile senza troppi problemi. A metà
c’era sempre un gregge con la guardiania di cani bianchi – il pastore,
invisibile, forse ricoverato nella roulotte ai lati della strada, forse al
bar giù in paese – che a volte abbaiavano a volte ti fissavano in
preoccupante silenzio. Se guardavi bene, passando, potevi vederne
un paio immobili dietro le rocce, disposti a protezione del gregge
secondo orientamenti noti solo a loro.
Nel parcheggio del rifugio c’erano, di solito, non più di tre-quattro
macchine, almeno in quei primi mesi estivi e a metà settimana, i
giorni che sceglievamo noi per non incontrare troppe persone.
Avevamo cominciato a fare escursioni solo da una ventina d’anni,
da quando erano nati i figli di Olga e Nadia. La generazione dei
nostri genitori era più per la montagna in inverno: sci e slittino,
camminare neanche a pensarci.
Poi noi avevamo cominciato a salire dalla costa, a esplorare la
parte montuosa della nostra regione proprio per “spezzare il mare”,
mettere una pausa ogni tanto al fluire di nuotate e sudaticcio e
cappone d’afa che dai primi anni del nuovo millennio, già a fine
maggio, attanagliava pianura e città anche per settimane.
“Passami le racchette,” avevo chiesto a mia nipote, che mi aveva
guardato beffarda mentre prendeva gli zaini dal bagagliaio della
macchina.
“Sì, sono una vecchia,” dissi. “Le racchette servono a noi vecchie.
E se continui a ridacchiare te ne do una in testa. Come fanno, per
l’appunto, le vecchie.”
Ero fiera delle mie racchette. Da quando ne avevo acquistato un
paio blu metallizzato, per quindici euro, scendevo che era una
meraviglia. Servivano più per la discesa che per la salita.
“Sembra ieri che dovevamo metterli negli zaini porte-enfant,”
disse Olga. “E adesso ci prendono in giro se rallentiamo un po’ per
rifiatare.”
“Sì, fino a pochi anni fa li portavamo alla festa delle streghe e dei
folletti di Montalto e adesso dicono che le streghe le portano loro.”
“Yuuuhu,” ci salutarono ormai a distanza i ragazzi, decisi a
raggiungere il luogo che la leggenda voleva ritrovo di demoni e
ombre notturne ma che al sole del mattino estivo era una magnifica
meta da escursione classificata “facile”.
Nadia, Olga e io avevamo camicie leggere, scarponcini vintage
antistorta e antivipera che avevano già affrontato il ghiaione delle
Lame Rosse e i pantani di Accumoli, un paio di zaini con il mangiare
e le bottigliette dell’acqua, felpe annodate in vita.
“Imo,” aveva proclamato Olga, facendosi scudo al sole con la
mano. Forse in italiano esisteva solo “ite”, ma non importava. Era
uno sprone. Partimmo.
La prima tratta era ancora abbastanza erbosa, poi i ciuffi si
diradavano e i fiori di campo lasciavano il posto alle specie
appenniniche: cardi, stelle e fritillarie che occhieggiavano, piccole e
isolate, gialle e viola, tra i sassi.
All’inizio era meglio procedere in silenzio. Già dopo dieci minuti il
sole picchiava sul coppino. Mi fermai a mettermi una manata di
crema dietro il collo e quando ripresi a camminare mi accorsi di
essere rimasta ultima. Le mie cugine salivano e avevano già svoltato
un tornante; i ragazzi, avanti, manco si vedevano più. Attorno
ronzavano insetti a tutto andare e avevo la netta impressione che
l’odore pungente della crema protettiva li richiamasse tutti su di me.
A destra si apriva il panorama verso il mare. Da quella parte c’era
Montefortino e, celata alla vista, Amandola. Era la parte
dell’Infernaccio, con la sua gola ombrosa e sgocciolante. In fondo,
nella spaccatura che divideva la Sibilla dalla Priora, le sorgenti del
fiume Tenna ruscellavano nelle “pisciarelle”, un nome graziosetto, e
allo stesso tempo crudo e sboccato, per le cascatelle sotto cui
dovevi passare per forza, volendo affrontare la salita all’eremo di
San Leonardo. Da noi era tutto così: pizzo del Diavolo e Infernaccio
e Passo Cattivo, ma anche pisciarelle. Escursioni per famiglie, ma
anche elisoccorso che ogni tanto doveva andare a ripescare qualche
tedesco in cordata sul Palazzo Borghese o aiutare comitive di boy
scout rimaste bloccate nell’Ambro. Placide terme per anziani a
Sarnano, ma anche terremoti da cui dover fuggire a gambe levate.
Posti da picnic domenicale, ma anche campi paramilitari a Venarotta
per terroristi neri di Ascoli Piceno. Culto dei papi mandati a Roma da
quelle terre, ma anche bestemmie a profusione. Divino e pagano,
antico e moderno. Musica e urlo.
Scossi la testa; così, da sola. Pensai alla piscia della befana, di
cui parla un Leopardi dodicenne in una lettera scherzosa a una
conoscente, firmata, appunto, “la befana”. Procedevo, puntando le
mie picche accordate al ritmo dei passi – corti e regolari come si
raccomanda in montagna – e pensavo alla natura matrigna, a come
si era rivelata all’improvviso, da quelle parti, mesi addietro.
Pensavo che non eravamo certo i primi ad assistere a sconquassi
del genere lì, ma pensavo pure che i precedenti più gravi risalivano a
centinaia d’anni prima. E che a Norcia, per esempio, di là dal Vettore
alle mie spalle, sotto la stupefacente piana di Castelluccio, la basilica
aveva sofferto per vari terremoti ma solo questa volta si era
sbriciolata.
Seguivo docilmente il sentiero sapendo che la leggenda della
Sibilla suscitava ancora meraviglia e interesse, pure dopo secoli,
anche se non riuscivo a cogliere il lato pauroso della faccenda. Nel
tempo, poi, la sua figura era cambiata, attraversando paganesimo e
cristianesimo, dai culti del sole, delle pietre e della terra, alla
stregoneria medievale, passando per la letteratura, fino ad arrivare
alla saggezza matristica di conoscitrice ed esperta di tecniche
agricole, allevamento, artigianato, medicina e alimentazione. C’era
chi si lasciava affascinare dal lato erotico della Sibilla, regina
bellissima che con le sue fate e il ballo del saltarello insegnava ai
giovani l’arte della seduzione, e chi si soffermava sul suo ruolo di
depositaria della memoria e sulle capacità di vaticinio del futuro.
La storia, narrata la sera nelle veglie notturne, col fiato delle
bestie e l’odore di ammoniaca che saliva in vapore dai pagliericci
alla luce di candele, voleva che nella grotta dentro la montagna che
ora mi si parava davanti vivesse una signora che, seduta al telaio,
tesseva una trama con raggi di sole filtrati dalle crepe sulle rocce
intrappolandoli nel suo ordito. E che nel tessuto di luci e ombre
rimanesse impigliato il tempo in disegni e colori diversi, per le donne
e per gli uomini, per gli animali e per le piante. E che ogni giorno le
tre sorelle della signora indossassero i vestiti ricavati da quei tessuti,
nei quali erano fissati i segni dello scorrere delle stagioni e degli
eventi. La sorella vestita di bianco portava il vento, quella di rosso e
oro portava il caldo di mezzogiorno, la sorella vestita di nero il
sonno. Chi voleva cambiare vita doveva arrivare al telaio, guardare i
disegni della stoffa e porre tre domande alla tessitrice, ma non
doveva farlo per sé o con il misero intento di arricchirsi e ottenere
potere, altrimenti le sorelle lo avrebbero punito: la bianca
scaraventandolo sulle rocce con il suo figlio vento, la rossa
facendolo bruciare da suo figlio sole, la nera buttandolo nella
voragine davanti alla grotta e condannando le sue ossa a mai
dormire e a illuminarne l’entrata con il loro biancore.
E questa era solo una delle storie su quei monti magici.
L’altra narrava di un sabba che si era protratto troppo a lungo, con
le fate della Sibilla che se la spassavano insieme ai pastori per i
campi e la loro regina che, arrabbiata, scagliava pietre dalla cima
provocando terremoti.
Mi aveva fatto molta impressione un video che era circolato sulle
televisioni e che ora si trovava naturalmente in rete: quello dei
cacciatori appostati con i fucili carichi, che erano stati sorpresi dal
terremoto in cima alla loro garitta. Era una bellissima mattinata, tersa
e tranquilla e tutto attorno, all’improvviso, le foglie tremavano, come
scosse da furie invisibili, sul monte davanti si levava lo sbuffo di
polvere di qualche crollo, i cacciatori bestemmiavano e dicevano:
“Questo ha ammazzato la gente,” con un accento che conoscevo
bene. E c’era orrore nella loro voce e preoccupazione per “balzo di
Montegallo”, che era forse il loro stesso paese, visto da lontano. Da
lassù, dove erano andati a caccia di poveri animali e dove erano
stati scioccati dalla terra in rivolta, si capiva e si vedeva
l’inquietudine della Sibilla. Manifesta, terribile.

Mi riunii infine agli altri sul crinale, la prima tappa dell’escursione,


forse il punto più spettacolare. Non era il più arduo da raggiungere,
ma da lì potevi guardare oltre e ti si rivelava una fuga inaspettata di
cime e dirupi immacolati, deserti e verdissimi che apparivano come
raccolti in una conca di cui non si capiva la profondità.
Il vuoto, il vento, il silenzio sono i padroni di quei luoghi da
contemplare.
Olga e Nadia erano ferme ad aspettarmi. Olga seduta su un
mucchio di pietre, Nadia in piedi con il peso poggiato sulla gamba
destra dritta davanti, a squadra. I ragazzi erano discosti, sulla destra,
sul monte Zampa, la cui cima, per uno strano effetto di prospettive,
sembra lontana e remota quando invece per raggiungerla ci vogliono
solo pochi minuti di cammino. Da lì dove si trovavano, la vista era
ancora diversa: spaziava sul versante orientale delle Marche, quasi
fino al Conero, sulle valli verso il mare. Da qualche parte laggiù, un
po’ immersi nella foschia tremolante da calura, c’erano i loro terreni.
“Quei grandi cerchi nell’erba,” dissi alle mie cugine, indicando il
fianco della montagna, “li fanno dei funghi.”
“Allucinogeni?”
“Non credo. A parte che da qui non si vedrebbero, ma penso
siano addirittura sotterranei. Possono rendere l’erba più verde o più
secca, a seconda della specie. Ma comunque si propagano a
cerchio.”
“I cerchi delle streghe,” disse Olga. “I fairy circles.”
“Eh,” dissi. “Le streghe non c’entrano nulla, sono funghi.”
“Qui la terra si muove, ci sono le frane, compaiono questi enormi
cerchi sull’erba. Capisci che il luogo è parecchio sibillino,” disse
Nadia.
Rievocai la volta che, salendo in macchina verso Tallacano, dietro
una curva mi ero trovata una ragazza seduta in mezzo alla strada.
“Schivata per un pelo, sembrava proprio fatta. E quando siamo
ripassati in giù, era sparita nel nulla. Ma non c’erano paesi o frazioni
vicino: solo faggete.”
Nadia disse che le ricordava la storia misteriosa di diverse
persone che avevano trovato un uomo insanguinato, vittima di un
incidente, lungo una strada di montagna lì vicino ed erano andate a
cercare aiuto ma quando erano tornate l’uomo era sparito, non c’era
più nessun incidente e non ne era rimasta la minima traccia. Era
pure una scena eclatante: cioè, avevano visto quest’uomo travolto
da un camion che trasportava tronchi e qualche albero era pure
caduto dal pianale. E dopo venti minuti, invece, non c’era più niente.
Manco una forcella, una foglia fuori posto.
“Me lo ricordo vagamente,” dissi.
“Di che parlate?” chiesero i due ragazzi di ritorno. “State di nuovo
infamando l’eremita, con quella storia di festini e limousine, donne e
bisbocce?”
“Intanto non era di qui, ma umbro,” disse Olga.
“Sì, sì, le nefandezze solo gli umbri e gli abruzzesi,”
sghignazzarono loro. “Quelli di qui, mai. Tutti santi, tutti boni. Tutti
eremiti genuini.”
“Guardate che era una cosa vera,” intervenni. “Si era costruito
davvero una galleria abusiva che portava nel cuore della montagna
e dentro ci teneva parcheggiata la macchina. Era una Porsche, non
una limousine, che non può mica inerpicarsi per i tornanti. Una
Porsche Cayenne o un jeeppone. E l’amante ce l’aveva. Pure più di
una.”
Olga, seria, si lamentò che non era possibile mettere sempre tutto
in burletta. E che voleva conoscerla, la donna che si accompagnava
a un eremita puzzolente.
“Ma non è una burletta, come dici tu,” protestai io. “È una storia
verificata, un caso abbastanza noto. Risale agli anni novanta, mica a
chissà quando!”
Ci riferivamo a uno scandalo di paese, la vicenda di un frate molto
chiacchierato di cui avevamo parlato l’anno prima, in quello stesso
punto.
L’anno prima avevamo pure parlato della famiglia scomparsa.
Una storia classica di sparizione misteriosa da una casa isolata in
montagna, con tutta la tavola imbandita per la cena rimasta intonsa,
la porta sprangata da dentro, padre madre figli mai più visti. E
questo doveva essere successo negli anni cinquanta, sotto la
montagna dell’Ascensione. Dalle parti del maceratese, sul monte
d’Aria, chiamato anche “buca d’aria” per il cratere d’un vulcano ormai
spento ricoperto da una fitta boscaglia, c’era una villetta al centro di
una vicenda analoga (famigliola sparita all’improvviso con in più
tracce di sangue in cucina). Erano trame ricorrenti, con solo qualche
piccola variazione, racconti di paura e mistero, genere che poi si
trasforma in casa degli spiriti o casa diroccata. Molto diffusi in zone
montuose, dunque isolate quando non abbandonate.
“Ora noi si va alla corona della Sibilla,” disse Nadia, “senza por
tempo in mezzo.”
Io da lì però non mi sarei più mossa. Soffrivo di vertigini e la linea
netta del sentiero in cresta mi stava mettendo ansia.
C’era vento, era questo che mi inquietava. Li lasciai andare
avanti, con me rimase Olga.
Dopo appena due minuti, Nadia e i ragazzi erano figurette un po’
curve che salivano verso la cima come elfi in processione, creature
sognanti di cui distinguevi ormai solo il profilo, arcane e silenziose in
equilibrio su una frattura. Si stagliavano nell’azzurro profondo del
cielo solo a tratti oscurato da nuvole che passavano veloci, fiocconi
bianchi rotolanti verso le cime del monte Bove e del Redentore come
gigantesche ruzzole spinte dal vento. Il gioco delle ombre era
stupefacente e irreale, cambiava continuamente contorni e distanze.
“Ce la fai?” mi chiese Olga, gentilmente.
“Proviamo, appena il vento si placa un po’ andrà meglio,” dissi.
“Se proprio non riesco, torno indietro e vi aspetto alla macchina, ok?
Ridiscendo da qui.”
Il vento pettinava l’erba scuotendo i ciuffi più lunghi, con un
rumore sordo e misterioso. Lontano, sotto di noi, una manciata di
briciole bianche in mezzo a un prato che potevano essere pecore o
una frana di pietre. Da lì non si capiva bene.
“Non ti lasciamo da sola, che fai la fine delle tipe di Hanging
Rock.”
“Sono troppo vecchia per fare la fine delle ragazze di Hanging
Rock, non mi si prende nessuno, manco la montagna. Non ancora,
almeno.”
“Ma dobbiamo andare a chiedere alla Sibilla!” rise Olga.
“Dobbiamo fare l’anello. Vuoi perderti la sentenza?”
“Perché, dobbiamo andare a chiedere delle cose? Non basta
arrivare su e mangiarci i panini guardando il panorama?”
“Vedrai,” rise di nuovo. “La maga stavolta ci deve aiutare!”
Le dissi che mi serviva ancora qualche minuto. Forse il vento si
sarebbe placato, oppure mi sarei fatta coraggio e basta. Non volevo
bloccarla, obbligandola a rinunciare alla compagnia degli altri e alla
corona della Sibilla che per lei non era un problema.
“Forse più che a cosa ci aspetta, dovremmo pensare a quello che
ci lasciamo alle spalle,” dissi.
“Ci penso continuamente, a quello che ci lasciamo alle spalle,”
disse lei, avvicinando con lo scarponcino una pietra a una
piramidella di altre pietre che qualcuno aveva ammucchiato ai lati del
sentiero. “Lo conosco e cerco di conoscerlo sempre più a fondo.
Però, innegabilmente, alcune cose si allontanano sempre più. E
comunque niente è statico, mai.”
“Manco queste montagne,” aggiunse. “Persino loro si muovono.”
Se c’era un tempo per dirlo, era proprio quell’estate.
Alla base del canalone sotto di noi spuntò una coppia. A breve
sarebbero arrivati dove eravamo, sicuramente si sarebbero fermati
anche loro per le foto e per guardare nell’Infernaccio.
Mia cugina disse che dall’indomani lei e sua sorella sarebbero
state impegnate nelle vicende che riguardavano la “dismissione”
degli ultimi pezzi della vecchia azienda agricola. Ci sarebbero state
altre gite nel corso dell’estate, disse, ma gran parte delle giornate
sarebbe stata dedicata allo sgombero delle piante, a sistemare le
carte e a impazzire dietro la mostruosa creatura nota a tutti con il
nome di burocrazia. Al solo pensiero le veniva voglia di buttarsi di
sotto. “Considera che dopo sarai più libera e leggera,” dissi.
“Pensalo come una nuova stagione, l’inizio di una nuova fase, non
solo la chiusura di una vecchia.”
Disse che, se era per questo, non vedeva l’ora. Ma che non era
semplice come vuotare e vendere una casa, operazione già
logorante e da incubo per molti figli. “Cerchiamo di sostenerci,” disse
sospirando. “Dateci una mano anche voialtri, che io e Nadia siamo
già un po’ provate.”
La coppia ci aveva quasi raggiunte. Sembravano ben attrezzati e
determinati, non dei fanatici ma neanche due che avevano deciso
all’ultimo momento di salire. Parlavano con accento romano e
stavano rievocando escursioni passate. Ci salutammo,
cortesemente. Dissero qualcosa sul tempo e ci chiesero di un
ristorante di Castelsantangelo sul Nera che aveva riaperto dopo il
terremoto. Erano fra i pochi venuti a visitare quelle zone. Pensai si
trattasse del genere di persone che, viaggiando, preferiscono
tornare nei luoghi dove sono state bene per conoscerli ogni volta
meglio invece di cercare sempre cose nuove. Era più o meno il mio
stesso atteggiamento per cui pensai che, a quel punto, volessero
anche campo libero e desiderassero restare soli.
Così mi misi in piedi, allacciai il giubbino fino al collo, inforcai gli
occhiali da sole graduati e mi rassegnai a seguire Olga, cercando di
non guardare troppo in basso e non pestare le cacarozze di pecora
infestate di mosche cavalline che punteggiavano il sentiero.
“Si conclude, va a buon fine la vendita?” urlò Olga, un’oretta più
tardi, contro la parete di una casa che, unica sulla montagna e quasi
nascosta su un fianco dei pascoli, era stata edificata negli anni
settanta e poi chiusa, forse sequestrata.
“Ita, ita, ita,” le rispose l’eco.
“Ita può voler dire sia che è andata nel senso che non si quaglia,
sia che è andata in porto,” considerò Nadia, perplessa. “Entrambe le
cose.”
“Uhm,” disse Olga, “proviamo con palme.”
“Ce ne liberiamo, delle palme?” urlò.
La risposta fu “alme, alme, alme” che i ragazzi interpretarono
come “calme” di state calme, o, sghignazzando, come “salme” di
forse quando sarete salme.
Olga si lamentò che non si capivano, quelle risposte. “Troppo
sibilline.”
“Che pretendi. Gli oracoli sono vaghi. In più, il procedimento non è
ortodosso. Così sono buoni tutti. Con l’eco, urlando come
pescivendole,” dissi.
“Ti rimane la terza domanda, però,” le segnalò il figlio.
“Ok,” disse lei, prendendo fiato. “Ce l’ho. Senti: le tagliamo queste
radici?”
E sulla Vallelunga si sentì risuonare nell’aria “ici, ici, ici”,
rimbalzante come un ciottolo sulla superficie dell’acqua.
“Secondo me, mamma, ti hanno ricordato che devi pagare l’Ici.
Oppure, hanno risposto ‘che cacchio dici’,” interpretò lui per tutti noi.
“L’Ici non c’è più, si chiama Imu e non me la nominare per favore,”
tagliò corto lei. “Poi secondo me hanno detto che siamo troppo cinici.
Ici era la coda di cinici, ok?”
I più agili tra noi fecero uno scatto in avanti verso il sentiero che
proseguiva in discesa. Guardammo un’ultima volta verso la cima
della Sibilla che adesso, essendo passato il sole, aveva ombre più
lunghe, e riprendemmo tutti a scendere in silenzio.
Olga era particolarmente angustiata al pensiero di abbandonare
per sempre il tasso che non aveva mai visto, la grande quercia
secolare che reggeva un’intera scarpata, la non organizzazione del
paesaggio a cui aveva concesso di prendere il sopravvento e,
sebbene non l’avesse mai padroneggiata fino in fondo, anche una
parte della lingua di quei luoghi che forse non avrebbe udito più.
In cuor suo si sentiva una traditrice e una mass murderer di
palmizi. Su quest’ultima cosa scherzava ma dopo aver letto un paio
di saggi sulla raffinatezza sociale e l’intelligenza delle piante, sui loro
sensi – quindici in più di quelli umani – e sulla loro capacità di
comunicare, sentiva di star facendo una cosa che non avrebbe
proprio voluto fare.
Della presenza del tasso si sapeva grazie alle tracce lasciate sul
terreno. Unghiate attorno alle piante nel campo dei meloni e
impronte di dentini sui frutti, scelti tra i più belli e profumati, oltre al
grosso buco vicino alla quercia, dietro il capanno degli attrezzi, che
sembrava proprio l’ingresso di una tana. Doveva essere la classica
galleria che porta a diverse stanze ipogee, talvolta condivise con una
volpe da cui i tassi si fanno pagare l’affitto sotto forma di cibo e resti
di carcasse. O magari abitate da vari altri membri della famiglia,
chissà, ragionavano le mie cugine accucciate a contemplare la nera
cavità. Erano convinte che il tasso fosse uno solo – lo avevano
sempre chiamato il tasso, al singolare – perché, pur avendo letto
che, come bestia, poteva coabitare con diversi nuclei familiari, non
avevano mai visto nessuno degli eventuali parenti. E comunque non
avevano mai visto nemmeno il titolare: non l’avevano mai beccato a
portare fuori foglie e muschio dalle sue camere sotterranee per
metterli a scaldare al sole in inverno, né l’avevano pizzicato a
banchettare con i famosi meloni buoni in estate, né era mai stato
visto sotto la siepe durante il giorno sdraiato a godersi il paesaggio
olfattivo della campagna come fanno talvolta i tassi per sfuggire alle
tensioni in casa o per far giocare eventuali cuccioli.
E, di sicuro, mai avrebbero potuto vederlo al lavoro, intento a
costruire la tana che doveva scendere fin sotto le radici della quercia
e diramarsi in vari cunicoli con uscite secondarie e prese d’aria.
Il tasso è uno scavatore. Un architetto del sottosuolo, un abitatore
profondo dei luoghi (così dicono gli etologi e forse anche certuni un
po’ sciamani). Con il suo buon carattere e il pelo folto dalle nobili
insegne, il tasso è considerato, in tutto il mondo, un animale
fortemente simbolico: un filosofo e un poeta dallo strettissimo
legame con i luoghi, in quanto abile costruttore della casa che poi gli
eredi si tramandano per generazioni ampliandola e migliorandola.
Doveva aver marcato il terreno in lungo e largo, secondo Olga e
Nadia, ed era da considerarsi il custode, invisibile, animale,
selvatico, della loro proprietà. Sapevano che era la laboriosa
creatura capace di tenere uniti il sotto e il sopra, l’essere un po’
sovrannaturale e al tempo stesso assai terrestre che aveva accesso
alle viscere della collina ove si immergeva segretamente, facendo la
spola dentro e fuori per stringere un legame ancora più forte tra ciò
che vi era, là sotto, di sepolto e notturno e ciò che invece era all’aria,
disteso e alla luce.
Da loro aveva scelto la parte più bella di tutte. Quella sotto la
quercia monumentale, la zona lasciata in pace dai trattori e dalle
colture in quanto un po’ scoscesa e vicina al fosso. Lì, accanto al
vecchio letamaio, proliferavano i biancospini in una formazione, a
primavera e nei primi mesi estivi, spettacolare e profumatissima.
Sotto, dunque, si immaginava dovessero ramificarsi le gallerie e
le stanze della tana che poteva avere altri sbocchi comodi nel folto
del fosso – da cui ogni tanto si sentivano grufolare dei cinghiali – e
più su, a salire la collina, dove un mattino avevano trovato i resti di
una pelliccia di lepre.
E comunque Olga e Nadia avrebbero dovuto abbandonare anche
la quercia, ma almeno quella la sapevano protetta e tutelata, in vista
com’era e sacra a tutti in quanto regina della loro regione, ultimo
simbolo di foreste antiche sostituite dal paesaggio agrario e coltivato.
Fin lì era scampata al taglio, anche se non sapevano come avrebbe
reagito all’arrivo di avvelenatori senza scrupoli. Di uomini, pensava
Olga da sempre conservazionista, ormai convertiti al pensiero
industriale che, lavorando la terra esclusivamente con le macchine e
per profitto a breve termine, si avviavano a trattare il mondo stesso
che li circondava come un prodotto della tecnica invece che come
una creatura viva da proteggere e rispettare nei limiti del possibile.
Già il loro padre era stato molto attento a maneggiare le sostanze
micidiali che dall’industrializzazione dell’agricoltura in poi avevano
impestato la campagna. Ora però sarebbero arrivati altri, armati di
autobotti, ghiaietta, diserbanti e smaniosi di ordine e pulizia, ben
diversi dalle sorelle Gentili, così propense, negli ultimi anni, a
lasciare che quello spazio naturale residuo si mantenesse rifugio per
specie che non trovavano ospitalità altrove.
Sapevamo che i contadini quegli spazi li consideravano inutili e
d’intralcio. Ma quanto si sbagliavano: dei veri villani! In questo, la
loro conoscenza del territorio non li aiutava e nonostante fossero
conservatori su tutto il resto, di fronte all’eventuale guadagno si
lasciavano andare alla spregiudicatezza e al menefreghismo.
Dunque bisognava controllarli, vigilare, perché ogni tanto gli
scappava la mano e si mettevano a segare cornioli, platani, gelsi e
faggi da veri ignoranti e criminali. Per esempio, erano a rischio certi
esemplari di prugnoli che mio zio aveva piantato decenni prima per
fare da portainnesto a peschi e susini e che dopo, spariti i frutteti,
avevano costituito protezione e casa per altre piante e uccelli.
Su questo aspetto, sulla gestione della terra sia nella parte
coltivata che in quella incolta, c’erano sempre stati attriti, divergenze,
fra la visione contadina del mezzadro e quella del padrone o del
fattore. E non era detto che il mezzadro la sapesse più lunga. Forse
poteva saperne di più sulle tecniche, sulla parte pratica, ma la
progettazione e la gestione era stata per secoli in mano alla
proprietà e questo aspetto, nel pur giusto canto epico degli ultimi,
era stato tralasciato.
Ma non importava più: nuovi padroni arrivavano a reclamare,
comprare, occupare. E a questo bisognava rassegnarsi.
E poi c’era la lingua. Anche quella sarebbe un giorno andata
persa. E le famose palme.
Olga mi raccontò di quando, camminando tra i filari inselvatichiti di
palme, aveva contato i passi per farsi un’idea di quante fossero. Un
passo corrispondeva a un metro. Più o meno. Aveva fatto trinciare,
che significa pulire da erbacce e rovi.
“A ci sta le carge,” le aveva detto il contadino Secondo, quando
l’aveva chiamato pregandolo di trovarle qualcuno che andasse da lei
con la trincia e il trattore.
“Che ci sta?” aveva urlato Olga nello smartphone.
E lui imperterrito: “Le carge. Ci sta tante carge.”
Ogni volta che il contadino Secondo se ne usciva con parole del
genere, toccava prendersi quei due o tre secondi per riflettere e
attivare una sorta di traduttore mnemonico dalla sibillina lingua della
montagna: quella lingua sibillina che, alla fonte, parte tutta contratta
e petrosa come le montagne da cui sgorga per poi andarsi a
sciogliere, lentamente, lungo il corso del Feronia, dove beneficia
delle arie in arrivo dai crinali di destra, l’ascolano, e di sinistra, il
fermano, che la fluidificano accompagnandola verso lo sbocco in
Adriatico e il dilagare sulla costa.
Non so se sono note a tutti certe belle stampe stilizzate in bianco
e nero, con le strade che sembrano serpentelli e due o tre collinette
giulive sparse qua e là, che illustrano i testi sulla Sibilla. O anche le
mappe più ricche, come quella cinquecentesca, sontuosissima,
dipinta d’azzurro e oro – oro a chili e azzurro a chilometri – nella
Galleria delle Carte Geografiche dei Musei Vaticani. O il globo della
Sala del Mappamondo della biblioteca di Fermo con i mostri che
emergono dai mari.
Nel caso non le si conoscesse, più semplicemente basta andare
su Google Maps, digitare “Marche del sud” e spaziare a destra e
manca dal mare al monte Vettore e, dall’alto in basso, posizionarsi
fra Sarnano e Teramo: il pezzetto di mondo in cui si svolge questa
vicenda è, grosso modo, quello.
Un francobollo, l’ombra del polpastrello di un indice puntato
appena sotto la gobba del monte Conero (molto rimpiccolito col
cursore sul “meno”).
La lingua, si diceva.
E quindi, quando il contadino Secondo, che da su veniva,
dall’interno, dove le parlate maceratesi e ascolane fanno a testate
fra loro da prima dell’arrivo dei romani, e più precisamente da
Montefurtì, ti diceva “sorgu”, bisognava capire che intendeva “solco”.
E quando ti diceva tutto attaccato “sto-a-’ddacquà” significava che
stava irrigando (adacquando) e non, come poteva sembrare a un
primo ascolto, “sto di qua” o “sto de qua”. E questo valeva per altre
centinaia di lemmi, sintagmi, nomi di misteriosi insaccati e,
soprattutto, l’infinita e sfinente gamma di bestemmie che costituisce
la specialità del posto.
Quindi, che saranno mai state “le carge”?
Perché poi non c’entrava solo la pronuncia; da quelle parti, ci
sono anche misteriosi spostamenti di senso, come “scappato” che
sta per “uscito” e ti lascia sempre un po’ perplesso. Può capitare,
infatti, di telefonare a qualcuno e sentirti dire che, mannaggia, il tale
che cerchi “non c’è, è scappato proprio addè”, e già te lo vedi in
fuga, con la polizia alle calcagna giù per gli antichi vicoli, ma è un
attimo e poi realizzi che magari è solo andato a comprare il pane o in
farmacia o se ne sta tranquillo in un negozio a provare delle scarpe.
E succede pure a quei poveretti degli studenti che quando da fuori
provincia vanno in convitto a fare le Industriali a Fermo, all’inizio, al
suono della campanella sentono tutti questi “Scappemo! Scappemo!”
e si scaraventano fuori, senza neanche prendere lo zaino, pensando
di dover fare una prova d’evacuazione antincendio e invece,
semplicemente, sono finite le lezioni e possono unirsi ai pendolari
nativi che, senza particolari urgenze, escono per andare a “’cchiappà
la corriera”, se non, addirittura, “lu postale” per casa di nonna – linea
Paludi/Piane di Falerone.
Ma, tornando al contadino Secondo, in quel “a ci sta le carge”, a
ben guardare, la parola più inquietante non era “carge”, che pure
Olga non sapeva cosa significasse, quanto la “a” iniziale. Che
poteva voler dire “là”, ma anche “ah!”, oppure “altolà”.
Esaminiamo i tre enunciati.
Nel primo caso, a) “là ci sta le carge”, ci troviamo in territorio
neutro e di sicurezza: un semplice avverbio di luogo che indica
qualcosa di noto e conosciuto, una semplice constatazione.
Nel secondo caso, b) “Ah! Ci sta le carge!”, la cosa comincia a
complicarsi, contemplando stupore e cautela davanti alla natura
matrigna, invasiva ed escludente dei guardi dell’ultimo orizzonte
propria di certe piante e siepi di cui sappiamo tutti.
Nel terzo caso, il più probabile, c) “Altolà! Ci sta le carge”,
significa che il prezzo del lavoro è destinato a salire in quanto la
trincia potrebbe rompersi nell’affrontare queste misteriose “carge”, e
anzi si romperà di sicuro.
Le lingue di questi posti, insomma, funzionano così. Devi
masticarle, altrimenti non ti raccapezzi. Cioè ti pare che non siano
del tutto incomprensibili – molti verbi tronchi, un accento
contadinesco, una cosmogonia pagana che informa la lingua come
fosse parlata da un’archeologica statuina di bronzo picena con la
bocca a favetta e l’elmo in testa – ma in realtà nascondono insidie. E
per comunicare con la gente del posto, e seguire queste vicende, un
po’ di fermano e un po’ di ascolano e pure un po’ di abruzzese
bisogna orecchiarli. Anche nella pronuncia, nella cadenza. Ti devi
adattare. Alla lingua e alla mentalità. O, come si dice, a lu genius
loci.

Quel pezzetto di terra piantato a palme era infestato dalle acacie,


dunque. Giacché le “carge” erano le acacie, apprese Olga dopo un
rapido consulto con la sorella.
“Dice Secondo che ci sta le carge, ma io non so cosa siano.”
“Ahahah, indovina! Puoi arrivarci.”
“Boh!”
“Arrivaci per assonanza.”
“Non lo so! Dimmi almeno se appartengono al regno vegetale o a
quello animale.”
“Vegetale, vegetale.”
“E dimmi, su, non mi far perdere tempo con questi cavolo
d’indovinelli.”
“Sono le acacie.”
“E tu come lo sai?”
“Ci sono già passata, due anni fa.”

E dunque Olga, richiamandolo, aveva comunicato tutta saputa al


contadino Secondo: “Digli al terzista di lasciare stare le carge, digli di
aggirarle.”
Subito si era chiesta se aggirarle fosse il verbo adatto. Aggirare le
carge non riusciva quasi a pronunciarlo.
“Digli di giracce torno torno,” aveva allora improvvisato, sempre
urlando nello smartphone. “Non ho bisogno di un lavoretto di fino,
ma di una semplice sgrossata, sci capitu? Me so’ spiegata?”
Doveva fare questo primo lavoro, il primo di una serie che si
prospettava inquietante, su richiesta di un certo signor Wesson, che
non era un cittadino americano ma il fratello di un altro tale Smith e
per tutti e due, essendo di Santa Maria Goretti fraz. di Monte
Sant’Emidio e non di Phoenix, si trattava di soprannomi risalenti
forse a infanzie anni sessanta intrise di film western in bianco e nero.
Wesson, di mestiere vivaista, le aveva assicurato che c’era un
siciliano interessato alle sue palme.
Perché Olga doveva liberarsi di un migliaio di palme. In realtà,
non sapeva quante fossero di preciso visto che non le riusciva di
contarle e questi passi che veniva facendo non la aiutavano affatto,
ma erano abbastanza. Forse trecento? O cinquecento? Non si
capiva, perché il terreno formava una specie di triangolo addossato
a un laghetto e quindi avrebbe dovuto ricorrere al teorema di
Pitagora, e chi si ricordava le formule, e lì dal campo non poteva
collegarsi a Wikipedia o altro per vedere come si calcolano le
superfici.
“Te le prende tutte,” le aveva detto Wesson.
Dai, si era rallegrata. È fatta.
“Intanto dagli una pulita, così le vede bene. Il tipo passa
mercoledì.”
“Ma cosa credi a Wesson,” aveva però sbuffato la sorella quando
gliel’aveva riferito, sempre nella telefonata di cui sopra. “Non stare a
fidarti. Mica di lui, poveraccio, ma di questi stronzi che promettono
promettono e poi non concludono mai niente. Vedrai. Maledetti.
Prendono in giro lui per primo.”
“Mmh.”
Nadia aveva preso troppe scottature, con questi tipi della
campagna. Non con i contadini, che erano rimasti in pochi, vecchi, e
tutto sommato li si conosceva bene nel loro essere ex mezzadri (ma
sempre mezziladri), quanto piuttosto con queste nuove figure:
terzisti, commercianti, sensali di compravendite di piante,
trasportatori. Vivaisti.
Olga pensava che magari la sorella esagerava. Sul povero
Wesson e sui suoi interlocutori.
“Comunque, richiamalo,” le aveva detto Nadia. “Vedi un po’. Delle
mie pare che ne piglia trenta. Se le sta pulendo da solo. Ma mo’
vediamo come va a finire questa storia. Io gli do un limite, oltre
ferragosto non vado. Bisogna stargli dietro. Bisogna perderci tempo
e stargli addosso, a ’sta manica di stronzi.”
Questo era vero, valeva sempre: in campagna si deve sputà
sangue. Che se non sputi sangue non sei nessuno. E se non lo vuoi
sputà, ci pensano gli altri a fartelo sputare. Anche se lì non vai
praticamente mai. Anche se paghi tutto subito, sull’unghia e in
contanti e senza fare storie.

Ed era per questo che mio zio, quando era stato il momento,
aveva sconsigliato alle figlie di frequentare qualunque tipo di scuola
agraria: né istituto superiore né, tantomeno, facoltà universitaria.
“Per carità, tenetevi lontane dall’agricoltura e dalla campagna,
voialtre.”
Dopo le aveva scongiurate anche di tenersi lontane dalla politica.
Insomma, per mio zio, come per tanti padri, bisognava tenersi
lontane da tutto, ma questo è un altro discorso essendo noi, in quella
parte di mondo, popolazioni misantrope e schive, timide e solitarie,
prudenti e immobili, disfattiste e senza troppi slanci (dunque molto
influenzate dal contadinesco, anche se nostro malgrado: per storia e
geografia, non per cattiva volontà).
Però in effetti ora, col senno di poi, toccava proprio dargli ragione.
Sia per ciò che riguardava l’agricoltura, sia per ciò che riguardava la
politica e peccato, mi confessò Olga, non poterglielo dire.
In quei giorni, ovviamente, le capitava spesso di pensare al padre
che era morto da una decina di anni lasciando in eredità quel che
rimaneva della sua azienda agricola, a sua volta ereditata dai
genitori, che l’avevano avuta dai nonni. O meglio, dalle nonne,
provenendo, questa all’inizio notevole quantità di ettari (credo che in
partenza fossero duecentocinquanta, via via divisi e alienati nell’arco
d’un centinaio d’anni), dal ramo femminile della famiglia.
La nonna di Olga e Nadia era la sorella di mia nonna e loro sono
le mie cugine. Attenzione, non sorelle-cugine come direbbero gli
oriundi intendendo la parentela di primo grado ma, appunto, cugine
in seconda.
Questo patrimonio di terreni e case coloniche si era conservato
pressoché integro fino al dopoguerra, fino a quando era stato il turno
dei nostri padri – quelli che i contadini fra loro avevano sempre
chiamato, con grande naturalezza, “li patrò” già noti come “li fiji de li
patrò” – che si erano trovati a gestirlo in funzione dei grandi
rivolgimenti avvenuti con la fine della mezzadria. Mio padre aveva
imboccato tutt’altra strada: essendo i suoi terreni vicino al paese, se
ne era disfatto presto per dedicarsi alla carriera di professore di
matematica a Camerino. Mio zio, invece, era rimasto intrappolato
nella cura dei suoi anziani genitori prima, della campagna ereditata
dopo.
Quel giovane uomo aveva da subito dovuto disfarsi di una parte
dell’azienda per pagare certe tasse di successione e la liquidazione
del fattore. Quindi, non del tutto convinto, si era adattato a fare
l’agricoltore per il resto della vita non senza angoscia, incazzature e
qualche contraccolpo alle finanze.
Nei suoi anni migliori aveva investito nell’azienda per
ammodernarla e adattarla alle nuove misure e direttive, ai nuovi patti
e rendimenti. Però, a un certo punto, si era stufato, visto che non se
ne ricavava chissà quanto, a parte preoccupazioni e accidenti di
vario tipo. Allora un po’ l’aveva affittata, un po’ continuava a
coltivarla, un po’ l’aveva trasformata in vivaio, scegliendo di puntare
sulle palme.
Le palme avevano reso benissimo per anni.
Poi a un bel momento era arrivato un vero e proprio cataclisma,
nel settore palme, un cataclisma che sembrava piovere da un horror
movie, più precisamente dal sottogenere natural horror, diceva Olga,
e le cose erano precipitate.
E questo era successo nell’esatto momento in cui erano entrate in
scena loro, seconda, o forse sarebbe meglio dire terza-quarta,
generazione.
Ora dirò perché per le eredi Gentili mie cugine era tempo di
vendere. I motivi erano diversi. Non avevano bisogno assoluto di
quei soldi ma un po’ sì, avrebbero aiutato e, a parte le spese che
intaccavano i loro bilanci annuali (per non parlare della mamma
proprietaria anche dell’ultima casa colonica rimasta che le costava
un sacco di Imu), erano le prospettive ad angosciarle. Cosa
avrebbero potuto farci, della campagna, un domani? E se non si
fosse presentato nessun altro compratore?
Liliana aveva messo in vendita la sua parte già dieci anni prima,
da subito, e in dieci anni erano arrivate proposte di tutti i tipi ma mai
serie.
Appena completata la successione, oltre al natural horror sulle
palme di cui si dirà, era arrivata la grande crisi del 2008 che aveva
bloccato ogni iniziativa di espansione delle aziende, ammazzato lo
spirito d’intrapresa, congelato la fiducia.
Era stata un’onda non lunga: infinita. E ancora non aveva esaurito
la sua potenza di soffocamento e depauperamento.
Liliana, angosciatissima e con molto tempo a disposizione, in tutti
quegli anni aveva pressato gli agenti immobiliari, i mediatori, i
geometri di paese. Era corsa dietro a tutte le voci, ai racconti dei
parenti, alle fandonie dei contadini che si divertono un mondo a
parlare, parlare, gonfiare e poi smontare.
“Mamma in questi anni ha fatto un gran casino,” ha sempre
sostenuto Nadia. “È andata a raccontare i fatti suoi pure ai sassi. Il
brutto è che raccontando i suoi, ha raccontato pure i nostri.”
E Olga: “Non è una novità, mi pare. Lo sappiamo da
cinquant’anni.”
“Ah, certo che no. Però facendo la parte della vecchia disperata,
rovina la piazza. Va lamentandosi con tutti e la gente che deve
pensare? Che la può prendere per il collo.”
“Per fame. La povera vecchina indigente.”
“Ora, saranno pure cavoli suoi. Anche se io l’ho avvisata mille
volte: stai buona, non andare chiacchierando, ‘radio Valferonia’ non
perdona, non aspettano altro… e lei niente, imperterrita a ciarlare
con tutti. Ma il guaio è che così danneggia anche noi. Se lei svende,
noi siamo costrette a calare.”
Negli anni ne hanno sentite di tutti i colori.
A Olga, con la quale confinava, Liliana mandava di tutto, dando il
suo numero di telefono a destra e a manca.
“Ce parli lei, mediatore, con le figlie mie, che con me non ci
vogliono discutere.”
Olga e Nadia, adesso, neanche se li ricordavano tutti. Ma alcuni
sì.
Alcuni pazzeschi.
Una volta Olga era alla cassa di una rosticceria, con il pollo già
imbustato da portare a casa di corsa prima che si freddasse, e
l’aveva chiamata una misteriosa vecchia che offriva cifre irrisorie.
“Signora, ma non è che confonde le lire con gli euro? Non è che si
è dimenticata un paio di zeri per strada?” le aveva fatto seccamente
notare Olga, riponendo il resto del pollarolo nel borsellino.
E questa tizia, voce cavernosa da fumatrice: “Ma me lo dice
quanto vuole? Quanto chiede, a tavola?”
“Ma che tavole?”
“Quanto chiede a tavola?”
“Oddio, mi sa che usiamo misure diverse. Io so di ettari, di tavole
non so niente. Che sono le tavole? Misure anglosassoni? Iarde?
Iugeri? Pertiche? Che cacchio sono le tavole, eh?”
“Io ti posso dare ottanta centesimi a tavola.”
“Centesimi di lira o di euro?”
Con le vecchie dovevi sempre accertarti che avessero
metabolizzato il passaggio da lire a euro. Questa pareva di no. O
forse era una tecnica per farle scucire il prezzo che aveva in mente a
ettaro.
“Senta, a proposito di tavole, io adesso devo portare un pollo a
casa. Non la conosco, signora, e quindi non è il caso di farci
confidenze per telefono. Magari quando vengo giù ci risentiamo e ne
parliamo di persona. Che ne dice?”
Quella allora s’era indispettita e le aveva urlato che chi cacchio si
credeva di essere? Che la terra non la voleva più nessuno, te la
tiravano dietro e doveva ringraziare che qualcuno potesse anche
solo lontanamente pensare di comprarne anche solo un centimetro
quadro. E che lei ne aveva un sacco, di terreni, che le erano stati
venduti senza tante storie.
“A posto, signò,” le aveva detto Olga, definitiva. “Se ne ha tanta,
chi glielo fa fare di prenderne altra? E se, come dice lei, gliela tirano
dietro, si vada a prendere quella che tirano. Ma poi bisogna
scansarsi, quando ti tirano dietro della terra, che fa pure male. Io qui
non tiro, non vendo, e quindi non so manco che cifra dirle.
Arrivederci.”
Anche se aveva fretta, le rimaneva tempo per chiamare la madre
e farle due urli, visto che per gridare contro le madri il tempo si trova
sempre.
Digitando furiosamente, l’aveva beccata al volo: “Mamma! Ma a
chi cazzo vai dando il mio numero? Mi ha telefonato una
rincoglionita e puoi averla mandata solo tu!”
E Liliana, che era l’unica ad avere il suo numero e quindi a darlo:
“Io? Ma io non l’ho dato a nessuno, giuro! Ma ti pare? A una
rincoglionita poi… Io non conosco nessuna rincoglionita.”
“Ooooooh. Non darlo più, mai più. A nessunoooo.”
Fiato sprecato.
Un’estate, Olga e Nadia erano state contattate da certi misteriosi
faccendieri di Porto San Giorgio che cercavano una piana di tot ettari
per impiantarvi qualcosa di misteriosissimo per cui giuravano di
avere “tutte le autorizzazioni”.
Ma non volevano dire cosa.
“Le autorizzazioni… chi ha bisogno di autorizzazioni? Per fare
che? E perché devono farlo entro due mesi altrimenti gli scadono i
permessi?”
“Permessi per cosa?”
Le sorelle avevano pensato volessero aprire un parco
divertimenti. Un acquapark forse? Un centro commerciale no, perché
sapevano che non c’era niente del genere nel piano regolatore.
Erano andate a Porto San Giorgio, in un ufficio schifoso nel retro
di un negozio di non si sa bene cosa.
Due dannati della terra, di quelli che puzzano di fallimento lontano
un chilometro, sulla tarda quarantina ma che forse erano solo
trentenni devastati dai passi più lunghi delle gambe, le avevano
accolte in una girandola di “Ahò”, “Ce serve subbito”, “Come potemo
fa’?”
“Ma si potrebbe sapere per farci che o è chiedere troppo?”
“Che ve frega, a voi, una vòrta che siete uscite, quello che ce
facciamo non ve interessa.”
“E invece sì. Perché a voi serve solo la piana e quindi rimarrebbe
un pezzetto sulla collina e finiremmo a confinare con voi. Quindi noi
vogliamo sapere chi siete e cosa dovete metterci perché potreste
fare danni pure a noi.”
E quelli giù a dire che le autorizzazioni c’erano, c’erano tutte ma
scadevano, per dio! E quindi bisognava chiudere presto, prestissimo!
E quando ricapitava, un affare del genere? Eh, signorine belle?
“Signorine, un corno,” aveva detto Olga calandosi certi occhiali
neri che le coprivano mezza faccia. “Siamo più vecchie di voi di
sicuro. Siete ciechi?”
I toni, inizialmente cordiali, stavano virando velocemente verso la
rissa.
“Cosa sono questi segreti? Dovete farci una discarica? Nel piano
regolatore non c’è. Quindi?”
Alla fine era venuto fuori che si trattava di un deposito interrato
per il gas, pericolosissimo e inquinantissimo.
“Cosa cosa?”
“Le nuove normative Cee ci impongono di costruire serbatoi
speciali per mettere in sicurezza questo gas con cui noi
commerciamo da sempre ma che mai prima d’ora aveva richiesto
cautele e fresche varie.” (“Fresche varie” non era il termine tecnico
usato dai burocrati di Bruxelles, ma fa niente.) “E scade, questo
cacchio di decreto, e dobbiamo metterci in regola entro un mese o ci
tolgono licenze e concessioni! Quindi abbiamo già provato a trattare
un paio di terreni da queste parti ma saremmo più interessati al
vostro, che è più vicino al casello dell’autostrada e ci viene più
comodo.”
Erano disperati. Pagavano pochissimo. Non solo rischiavano di
saltare con tutta la collina – le sorelle, la casa di Liliana, i palmeti –
ma, nel caso, sarebbe stato pure per due soldi.
“Signori, arrivederci,” avevano detto Olga e Nadia alzandosi.
E una volta fuori avevano subito telefonato a Liliana in vivavoce.
“Mamma, cazzo!” avevano urlato dalla macchina, venendo via
dagli infernali semafori sulla nazionale di Porto San Giorgio. “Ma sai
che ci volevano fare questi? Eh? Ma tutti tu li trovi?”
Tutti lei li trovava.
Alcuni non si facevano neanche vedere e rimanevano come
ectoplasmi a vagare nelle fantasie e nei sogni affaristici di Liliana.
Per mesi, a volte per anni. Tornando fuori a sorpresa quando
meno te l’aspettavi.
Come l’emissario di uno sceicco arabo che aveva bisogno di terra
piana per far sgambare un’intera scuderia da trotto.
O i fanfaroni di ogni sorta che arrivavano, chiedevano il prezzo,
poi schifati dicevano tutti sprezzanti: “Signore care, tenetevela che la
troviamo più bella e regalata.” (Costoro venivano salutati gentilmente
ma in modo fermo, riservandosi, le due sorelle, dei sonori
“vaffanculo” per l’attimo immediatamente successivo alla chiusura
della telefonata.)

Poi c’erano i gaglioffi delle agenzie immobiliari che,


periodicamente e con molta probabilità pungolati ed eterodiretti da
Liliana in persona, assillavano Olga e Nadia con telefonate
esplorative di richiesta prezzi.
Quelli li consumavano come fazzoletti durante i malanni invernali:
uno via l’altro.
Questi agenti immobiliari erano di due tipologie.
Tipologia a): professionali, cauti, interlocutòri, abbastanza
rispettosi.
Tipologia b): grezzi e dialettali, aggressivi, muniti di telefoni con
problemi di ricezione in quanto collegati dalla macchina lanciata a
tutta velocità sulla Feroniense di ritorno, forse, da una
compravendita di maiali o diretti a un corso di ballo salsa con dubbie
insegnanti. Alcuni te li vedevi proprio seduti direttamente agli sgabelli
delle slot machine nelle sale scommesse di Civitanova, col cellulare
incastrato fra spalla e orecchio; cosa potevano essere, altrimenti,
quei ding ding, suoni di vittoria, campanelli e scrosci di monetine che
si sentivano in sottofondo assieme a vocìo e risate? Strutturalmente
incapaci di dare del lei e sicuramente gonfi di cocaina o pieni come
botti di mistrà (che è un distillato casalingo a base di anice, un tempo
usato come decotto per curare la malaria dei pastori, di cui è proibita
la commercializzazione ma è diffusissimo il consumo locale), ti
telefonavano rivolgendotisi come se stessero parlando a un osso di
prosciutto, beccandoti mentre tu stavi, magari, leggendo un saggio
sulla storia del colore nella società moderna o scrivendo
un’importante mail di lavoro.
Avere a che fare con queste persone non era semplice.

I più seri, quelli che avevano creato vere aspettative, erano stati
due vecchi volponi della zona che le avevano convocate, Olga e
Nadia, dando loro appuntamento in un bar – il bar Spadoni, very
mezzadrile e very on the road in quanto proprio lungo la strada –,
per un aperitivo.
“E andiamo a prendere un aperitivo,” aveva detto Olga.
“Ma che è ’sta roba degli aperitivi,” aveva detto Nadia. “Io non
sono abituata, non vado mai per bar. Bisogna bere degli alcolici?”
“Sì, dei liquorini,” le aveva detto Olga, seria.
“Vedrai che fichi, comunque,” aveva detto Nadia. “Questo
Ferracuti, io lo conosco. È un tipo che briga, con le mani sempre in
pasta nelle cose del Comune.”
“Uno che sa, uno che fa.”
“Per l’appunto.”
Avevano incontrato questa improbabile coppia, dunque. Il
Ferracuti, un sessantenne asciutto e sportivissimo con la faccia da
schiaffi, e un vecchio massiccio e poderoso di cui non ricordano il
nome.
“Signorine,” le aveva apostrofate il più anziano, dopo le
presentazioni e dopo aver preso posto al tavolino di una saletta
deserta, piena di casse dell’acqua, tovaglie a frange viola e gialle
piegate e luridi portacenere della Cinzano. “Quanti anni mi date?”
“E che ne so,” disse Olga.
Questi vecchi pavoni gagliardissimi annoiavano Olga oltre ogni
immaginazione.
“Ce ne ho ottantatré.”
“Ah bene. Che devo dire? Gne noccia.”
Le sorelle, pur sembrando piovere da un’altra dimensione,
sapevano come ci si doveva comportare, quali erano le risposte da
dare.
“Io mi ricordo di vostro padre.”
“Eh.”
“Un innovatore, uno che non aveva mai fatto il contadino ma la
sapeva molto più lunga di tutti questi contadinacci, qua, che non
capisce niente.”
Olga aveva guardato Nadia. Era sorprendente quello che diceva il
vecchio perché sembrava proprio un contadino e quindi non si
capiva perché dovesse prendere le distanze così.
Nadia disse di nuovo: “Eh.”
Olga si morse le labbra perché se avesse sentito ancora un altro
“eh” sarebbe scoppiata a ridere. Nadia stava recitando, cazzo, li
stava prendendo per il culo. E invece erano d’accordo che sarebbero
rimaste serie e avrebbero ascoltato cosa volevano questi tizi, senza
sbottonarsi, senza rivelare mezza informazione.
“Andiamo là e ascoltiamo. Non fare prezzi, per carità, che questi
sono astuti come faine e non aspettano altro. Ha già fatto
abbastanza danni mamma, non aggiungiamo altre cifre deliranti al
tutto. Non aspettano altro che di mangiarci in un boccone,” si erano
dette prima di muoversi da casa.
In ogni modo, il vecchio la stava buttando sul sentimentale. Non
erano ancora arrivati i crodini che già s’era messo a rammemorare
quando comprava le vacche dal loro nonno.
“Nonno vostro ci aveva delle stalle favolose. Ah, cose incredibili,”
aveva detto allargando le braccia per dare ampiezza a queste belle
immagini di stabilimenti zootecnici del passato. “Profumate
addirittura! Le stalle de solito puzza de stabbio, no? Oh quelle,
Ferracuti, profumavano… Con le mattonelle bianche e blu lucide che
ce potevi magnà.” (Sguardo eloquente fra Olga e Nadia, mentre sul
tavolino atterravano ciotole e guantiere piene di patatine arancione
fosforescente, molli lupini maleolenti e noccioline del secolo scorso.)
“E certo,” aveva annuito Olga.
Anche Nadia aveva annuito, stringendo le labbra ed evitando di
guardare Ferracuti che, secondo Olga, un po’ le aveva sgamate.
“Pensa che io con quelle vacche ci so’ comprato due case a Porto
San Giorgio,” e nel dirlo aveva fatto il segno di vittoria che indicava
pure il due. “Una per ognuna delle figlie mie. A grezzo, eh,
intendiamoci. Con ogni vacca che vendevo me ce pagavo un piano
della casa.”
Olga aveva di nuovo annuito. Qualche giorno prima aveva
svuotato un mobile della cantina buttando, finalmente, i registri
dell’azienda agricola dei nonni risalenti a sessant’anni prima e le
erano passate davanti cifre e numeri infiniti su damigiane d’olio,
tonnellate di finocchi, chili di nafta, balle di fieno e pure capi di
bestiame. Trenta maiali a botta, polli manco a contarli, decine di
vacche solo per un’annata (crede il 1947). Fosse stato vero quello
che diceva il vecchio, che ogni vacca equivaleva a un piano di casa,
a quest’ora le Gentili avrebbero dovuto avere l’Empire State
Building. Il Burj Khalifa. L’Unicredit Tower di Milano, toh.
A grezzo, eh. Poi per rifinirlo, magari, ci voleva qualche migliaio di
conigli e pulcini, vai a sapere.
Con Nadia si erano guardate di sfuggita, uno sguardo che
significava: “Lo fregà che ha fatto questi… Questi non avranno mai
pagato una lira di tasse, madondru ladru.”
A quel punto si erano calate nella parte con tutte le scarpe.
“E dunque,” aveva detto Nadia. “E dunque, Ferracuti. Che
volevate dirci? Siamo tutt’orecchie, vi ascoltiamo.”
“Ah ma noi volevamo sapere da voi,” aveva risposto il furbone.
“E che volete sapere di bello?”
“Be’, volevamo sapere se c’è intenzione di vendere qualcosa, da
parte vostra. Perché ci sarebbe gente interessata.”
“Ah, bene. Bene.”
“Bene, chi è ’sta gente?”
“Eh, per il momento preferirebbero non venire allo scoperto.”
“Come mai?” aveva chiesto Olga. “Appartengono a una loggia
segreta?”
Nadia aveva riso e le aveva tirato una ginocchiata che si era
impigliata nelle frange gialle e viola della tovaglia rischiando di
trascinare tutto l’armamentario approntato dalla gentile barista (una
signora che si era improvvisamente ricordata di avere cose
urgentissime da fare proprio nello sgabuzzino dietro a dove stavano
loro, in modo da sentire per bene tutto il conciliabolo di quel
quartetto così scombinato).
Ferracuti aveva scosso la testa, con un sorriso falsottero sulle
labbra.
“No, no, per carità,” aveva detto. “Niente di segreto. È che stanno
aspettando delle risposte dall’amministrazione e intanto volevano
capire se c’è volontà. Stanno cercando della terra per un’attività che
dovrebbe partire da zero.”
Pausa. Silenzio. Attesa.
Stallo marchigiano.
“Ma stanno o state? Cioè, siete voi? È questo signore qui?” aveva
chiesto Nadia.
“Per l’amor di Dio, magari!” aveva tuonato il vecchio. “E che, non
mi piacerebbe? Magari fossi io, magari!”
E Ferracuti, svelto: “No, no. Non siamo noi. Noi siamo qui perché
ce ne stiamo interessando.”
“Capisco.”
“Voi, signorine, ve lo ricordate quello che ha comprato da vostra
zia? Quello che gli si diceva Berlusconi?”
“Accipicchia se ce lo ricordiamo. Come dimenticarlo, con quel
nome…”
“Ma era il soprannome.”
“Certo, certo. Era il soprannome in quanto era ricchissimo, no?”
“Il fatto è che non era ricchissimo. Solo che aveva un cugino in
Regione.”
“Ah.”
“E ’sto cugino gli aveva annunciato che stava per passare un
piano di sviluppo agricolo per cui sarebbe arrivata una pioggia di
contributi. Ma tanti, eh. Che bisognava tenersi pronti, che ’sto cugino
era appena stato nominato in una di queste commissioni per
l’agricoltura e avrebbe indirizzato un flusso di denaro enorme da
queste parti, soldi come non s’erano mai visti prima. Quindi
Berlusconi si è messo a correre, ha fatto mutui con la banca indicata
dal cugino, ha comprato tutto dove ha trovato, la maggior parte da
vostra zia, e poi è rimasto fregato perché la giunta regionale è
caduta e il cugino non è più stato eletto.”
“Hai capito…”
Dire che alle mie cugine dispiaceva per lui sarebbe stato dire una
bugia.
“Eh, infatti. Bisogna stare attenti con queste cose.”
“Mi rendo conto. Pare una di quelle parabole evangeliche, quelle
storie che dovrebbero insegnare un po’ di cose agli uomini. No? No,
Ferracuti? Di questi che si credono svelti e invece ci vanno a
rimettere l’osso del collo.”
Ferracuti aveva convenuto che sì, era una storia esemplare.
“E che fine ha fatto Berlusconi?”
“Ah, non s’è visto più. È sparito.”
“Dice che si è suicidato?” aveva chiesto Olga, inorridita.
“No, no. È andato tutto all’asta,” aveva spiegato il vecchio. “Però
adesso so che lavora in una carrozzeria, fa l’aiutante. Solo che non
ha più provato a fare l’imprenditore.”
“Eh, bisogna essere Berlusconi vero per fare certe cose.”
“Mi pare ovvio. Non è che basta che ti chiamino Berlusconi per
fare Berlusconi.”
Il vecchio aveva assentito.
“Ma torniamo a noi. A voi a quanto piacerebbe vendere, nel
caso?” aveva detto Ferracuti.
“A noi non piacerebbe vendere,” aveva detto Olga. “Almeno, a me
dispiacerebbe.”
Nadia aveva fatto una faccia strana.
Poi aveva sparato una cifra. Alta.
Aveva evidentemente deciso che si poteva parlare. Comunque
era una cifra che avevano concordato tempo prima quindi la sorella
non poteva protestare o dissociarsi.
Ferracuti era rimasto impassibile. Il vecchio aveva pensosamente
raccolto le bucce succhiate dei lupini e le aveva sistemate nella sua
ciotola (dovevano ricordarsi di non dargli la mano, andando via).
“Capito,” aveva detto Ferracuti.
“Vediamo che si può fare,” aveva detto il vecchio.
“Queste sono le cifre che girano, comunque,” aveva detto Nadia.
“Papà chiedeva molto di più.”
“Erano altri tempi, quand’era vivo vostro padre,” aveva
commentato Ferracuti.
“Tempi berlusconici,” aveva detto Olga.
“Quei tempi non torneranno più. Sono passati.”
“Ah sì, sì. Infatti noi chiediamo meno. Mica siamo matte,” aveva
detto Nadia.
L’incontro era finito così. Le sorelle avevano lasciato da pagare a
loro, ovviamente.
E nel tornare alla macchina, Olga aveva detto a Nadia: “Ma non
dovevamo ascoltare e basta senza scucire manco mezza
informazione?”
“Eh, infatti. Mica gli abbiamo detto niente!”
“Ma come non gli abbiamo detto niente? Gli hai detto una cifra!”
“E vabbè, perché mi ero stufata. E poi che era quel delirio? Le
vacche, Berlusconi, i segreti. Che cacchio era? Bisognava parlare di
affari!”
“Dio mio, ma si fa così! Prima si parla cordialmente del più e del
meno e poi si vanno a scoprire le carte. Ma dovevano farlo loro!
Dovevano dire delle cose loro. Ci hanno cercate loro mica noi!”
“Oh senti, tanto le cifre che girano le sanno tutti. Più o meno sono
quelle, dai. L’importante era tamponare le cose che va raccontando
mamma: mamma abbassa troppo, noi dobbiamo riequilibrare
sparando tutto dall’altra parte. È il principio della barca: tutti di qua,
poi tutti di là, e alla fine il centro si trova.”
Olga questo principio lo conosceva solo di sfuggita.
“Ma se spari troppo alto, la gente si mette paura. Ci vuole una via
di mezzo, una cosa realistica.”
“Ti parevano realistici quei due? Quei due marpioni? Uno che con
una mucca si compra un piano di casa?”
Cominciarono a ridere con l’euforia scema dell’estate e della
disperazione. E a pigliarsi per il culo per l’improbabile incontro a cui
avevano partecipato in doppia coppia.
Ora dirò perché per le eredi Gentili era tempo di vendere.
E due (ma ci sarà anche un tre).
Qui si apre una storia più complicata, che guarda al passato
remoto per spiegare scelte e svolte. E che accenna alle storie di
queste tre donne che qualche furbone di compratore pensava di
prendere all’amo non sapendo bene con quali persone di tempra ed
esperienze più varie avesse a che fare.

Per capire com’erano arrivate a quel punto, bisogna tornare


indietro di una trentina d’anni. A quando, fatto salvo l’imperativo
paterno di stare lontane dalla campagna, finite le superiori, le sorelle
avevano imboccato ognuna la propria strada senza alcun tipo di
orientamento.
Olga e Nadia non me ne vorranno se rievoco un paio di episodi
del loro passato, giusto per capire come erano andate certe
faccende e come si erano venuti concatenando apprendistati,
educazioni sentimentali e formazioni di vario tipo. Traccerò per
entrambe un sommario percorso soffermandomi di più su alcuni
episodi e sorvolando su altri. Scegliendole fra mille altre, mi
attarderò su cose più antiche, che sarebbero anche episodi minori
ma possono dare un quadro di un’epoca, di un clima. E spiegare
certe traiettorie.
Per cominciare, a entrambe era stato garantito un corso di studi
universitari e poiché erano studentesse abbastanza brillanti, con alti
e bassi sì ma alla fine più alti che bassi, ebbero diritto anche a più
d’una sessione fuori corso – che almeno Olga sfruttò senza remore,
o per meglio dire si giocò come jolly per cambiare strada in corsa.
Nadia si era iscritta a Storia a Macerata e, quando un paio d’anni
dopo era arrivato il suo turno, la sorella aveva in un primo momento
deciso di studiare Architettura a Pescara.
Erano scelte tutto sommato poco impegnative economicamente
ma garantivano loro, comunque, di lasciare casa e abitudini e
confrontarsi con un giro di persone più ampio e variegato.
In quegli anni a Pescara era attivissimo un gruppo di agitatori
culturali, esagerati e senza paura, che lavoravano prevalentemente
sulla musica indipendente mettendo in piedi festival e mostre di
fumetto o mail art. Producevano un paio di fanzine sulla falsa riga
dei giornali underground dell’epoca, non solo italiani (però in bianco
e nero, visto che si andava di fotocopiatrice), in cui si mescolavano
controinformazione sulle droghe, anarchia, recensioni di dischi e libri
e concerti, reportage di denuncia sociale sul territorio e interviste ai
personaggi fighi di passaggio in provincia o beccati nella capitale
durante le frequenti trasferte in corriera da Marche e Abruzzo. Si
riusciva a metterci qualche foto, poi, esaurito il budget, si abbondava
in disegni, fumetti, vignette, decori vari. Tutto a china.
Nadia, che dalle medie in poi aveva preso lezioni di piano per
sette anni dalla signorina Gabrielli, un’occhialuta insegnante privata,
in una di queste serate alternative in spiaggia – un concerto dei
Fuzztones, mi pare – aveva conosciuto Amedeo, un ragazzo
chietino che suonava il basso e scriveva testi cimentandosi un po’
anche con il canto (la tecnica vocale, a quei tempi, non aveva molta
importanza).
Longilineo, vestito attillato, acconciato con mèche cotonate a
spiovere su un profilo torvo e ironico, vantava una discreta presenza
scenica che avrebbe affinato con le tante esibizioni dal vivo. Insieme
avevano cominciato a fare delle prove con un certo Memmo, un
introverso di Macerata che sapeva suonare la chitarra piuttosto
bene, trovato grazie a un annuncio nella bacheca di Lettere. Si
incontravano a metà strada, a Porto d’Ascoli, dove avevano avuto in
prestito da un parente di Amedeo un bilocale dietro il lungomare per
il periodo settembre-maggio. Quel quartiere di seconde case
pensate per le vacanze, vuoto d’inverno, con i palazzi nuovi deserti,
le tapparelle abbassate, i portoni sprangati, era il luogo giusto per
alzare a palla il volume degli amplificatori e ripetere a piacimento i
pezzi dei Clash di cui Memmo possedeva certi spartiti mezzo distrutti
dal passaggio di mano in mano.
Nadia aveva comprato un Hammond usato mettendo insieme un
anno di regali e vecchie paghette risparmiate; Memmo, scaffalista
part-time in un supermercatino, si faceva carico delle bollette;
Amedeo aveva ordinato una batteria elettronica ma non smetteva di
provinare aspiranti batteristi. Scriveva i testi che poi cantava
cacciando degli ululati ispirati a Jeffrey Lee Pierce e nello stesso
tempo si concentrava sulle linee ritmiche. Quando cantava, invece di
guardare davanti a sé, fissava la tastiera del basso nel timore di
dimenticare qualche passaggio. Quello che invece non sollevava gli
occhi da terra era Memmo. Non incrociava uno sguardo di uno
spettatore mai, nemmeno sotto minaccia e men che meno nelle
esibizioni dal vivo: ma era normale, a quei tempi la timidezza
micidiale e insensata faceva parte del pacchetto nichilismo.
Nadia non aveva di questi problemi; sedeva sullo sgabello di
solito sul lato sinistro del palco, usava la pianola come una sorta di
scudo fra lei e il pubblico e restava impassibile a qualsiasi
provocazione e commento cretino di eventuali bestie ubriache in
arrivo dalla “fossa”, la mezzaluna che si creava davanti al palco, il
più delle volte spazzata da un pogo furibondo, una massa indistinta
di panni neri e anfibi e bracciali borchiati, capocce a pinolo che
dondolavano e annuivano vigorosamente e da cui arrivavano urla
risate fischi messicani applausi e yodel.
Si erano messi nome Morìa, poi siccome tutti continuavano a
pensare alla “moria delle vacche” di Totò e non andava bene,
l’avevano cambiato, radicalmente, in Crazy Diamond.
Dopo un intero inverno di prove ad accordarsi e impratichirsi con
cover e pezzi propri, erano stati pronti al debutto, che era avvenuto
in una vecchia discoteca all’aperto con palco e pista di cemento
contornati di rovi, a Force. Tra personale del locale, parenti – Olga,
io, la cugina di Memmo, un nipote di Amedeo che aveva la stessa
età dello zio – e amici scettici e imbarazzati, c’erano in tutto ventidue
persone di pubblico in uno spazio che poteva ospitarne sei-
settecento. E questo era molto in tema.
Il trio, così assortito, funzionava.
Anche se qualche spiritosone aveva detto che, fra tutti, “il migliore
a suonare” era la batteria elettronica, Memmo era stato impeccabile
e Nadia a un certo punto aveva anche fatto un’incursione con la
fisarmonica, ovviamente Farfisa, producendosi nella rivisitazione
punk di una raspa tradizionale che sarebbe diventato il loro pezzo
forte, il bis con cui chiudere tutti i concerti in una sarabanda sfrenata
di ceffoni, spinte bonarie, pacche sulle spalle e tutto il campionario
dell’epoca.
Amedeo aveva superato brillantemente la prova con il pubblico
femminile e i pantaloni aderenti zebrati sui chelsea boots dai tacchi
sversi avevano fatto il loro lavoro lasciandogli agio di saltare da una
parte all’altra del palco fra aste, casse e cavi, per quasi tutto il
concerto, bis compresi. Anche nell’underground, avere dalla tua la
fetta di pubblico femminile era indispensabile per la sopravvivenza.
Nadia non era affatto gelosa, trascorrendo con lui la quasi totalità
del tempo e avendo questo rapporto anche “artistico”, o comunque
di solidarietà creativa, abbastanza inattaccabile. Per lei, il frontman
chietino dalle lunghe mèche cotonate aveva scritto una ballata che
era sempre il quarto pezzo in scaletta. Si intitolava Lullaby for one
hard to climb ed era un brano piuttosto tormentato, uno di quelli in
cui il lancio degli ululati che sarebbero diventati il suo marchio aveva
un suo perché. Parlava di questa ragazza, seria “as a lady”, riservata
e sarcastica, impenetrabile come il vallo di Adriano (“Haaaadrian’s
Wall” era il verso del famoso vibrato). Cantava di battaglie, dogane e
prezzi da pagare, immaginava fortezze da scalare. Era un inserto a
metà fra l’amor cortese e il romanticismo britannico che spezzava un
repertorio altrimenti postpunk, in prevalenza proletario e socialista,
sperimentale e rumorista, a ricalco del filone “red” della musica in
arrivo dall’Inghilterra, un genere che in Italia praticavano in pochi e
male ma che comunque dava argomenti ai giornali di sinistra e
sostanza alle riviste musicali.
Da parte sua, Nadia pensava che, mantenendo scoscesa e
scivolosa la muraglia su cui arrampicarsi, avrebbe alzato l’asticella
della sfida e distratto il compagno dalle moine e dalle lusinghe di
possibili groupie.
Eventuali interpretazioni maliziose del testo erano lasciate agli
ascoltatori che avevano studiato inglese, vale a dire, a quell’epoca,
gruppetti di happy few non collegati tra loro.

I Crazy Diamond erano andati avanti un paio d’anni, al ritmo di


tre-quattro concerti al mese in inverno e tournée più o meno brevi in
estate, quando si spingevano anche a suonare nelle isole
affrontando trasferte e traghetti con un vecchio pulmino BMW bianco
dal tettuccio color crema. In quelle occasioni capitava di
accompagnarli, in piccole formazioni di sostenitori più o meno
nutrite: a volte la sottoscritta, a volte Olga, o la ragazza di Memmo
(anche i più timidi, una volta sul palco, trovavano da fidanzarsi con
una facilità inaspettata in altre condizioni) se la fabbrichetta di tomaie
in cui faceva la ragioniera le dava un paio di giorni di permesso, o il
nipote coetaneo di Amedeo, o tutti assieme se era estate, con
relativi fidanzati e occasionali compagni di strada eccetera.
Avevano inciso un paio di dischi, ben recensiti e ormai oggetto di
collezione. La copertina del primo Lp l’aveva disegnata e assemblata
Olga, lavorando su una loro foto in bianco e nero, sempre fatta da lei
con una Yashica reflex e molto sovraesposta anche in fase di
sviluppo e stampa. In quegli anni andavano forte sfondi di pareti
screpolate e noi, nei nostri paesi altomedievali, avevamo solo
l’imbarazzo della scelta fra vecchi mattoni attaccati dai convolvoli,
blocchi scabrosi con erba murana, case in rovina. Una volta
sistemati, con opportune facce scazzate, in posa a destra e a
sinistra di logge, vicoli, tabernacoli, cappelle abbandonate, bastava
inquadrare i componenti della band dal basso: ne risultava una
composizione fra il dark e il postatomico, da trattare con colori fluo o
sovrascrivere con il rosso che ci stava sempre divinamente.
“’Sto rosso, col bianco e nero ci canta!”
“Ci dice?”
“Avoja.”
“E rosso sia, che ha anche la sua bella valenza.”
Gli zigomi di Amedeo funzionavano; il suo volto scavato e quasi
arcigno, la sua apparente austerità, le movenze ieratiche ispiravano
autorevolezza. Era credibile, faceva pure un po’ paura.
Per sistemare date dei concerti e spostamenti avevano chiesto
aiuto a Grazia, una loro amica definita pomposamente “tour
manager”, che qualche volta faticava a destreggiarsi fra i tanti
imprevedibili casini ma in generale era molto brava. Non si faceva
problemi a tenere testa a gestori di locali e circoli che pagavano in
contanti e spesso in nero a fine serata, per questo accompagnava
sempre i Crazy Diamond in tournée: per riscuotere, prendere
contatti, concludere affari vis-à-vis, badare che tutti fossero puntuali
e fronteggiare le rogne pratiche tipo il radiatore del pulmino che ogni
tanto andava in ebollizione per via di una certa cinghia difettosa o i
diverbi con i tecnici del palco e del mixer. Oltre a papparsi le
comunicazioni surreali con le madri di Pinguzzo di Brindisi o Fenny
di Viterbo o Blasco della Franciacorta che rispondevano ai numeri
della sua magica agenda – a quei tempi bisognava passare anche
per certe psichedeliche telefoniste visto che non c’erano cellulari con
canali diretti e sicuri e questi organizzatori di rassegne e serate
erano anche molto improvvisati e caserecci, a parte tutto –, Grazia si
occupava anche della vendita diretta di dischi e bootleg al banchetto,
che però era l’ultimo dei loro pensieri visto che da lì non arrivavano
grandi cifre essendo gli spettatori piuttosto squattrinati e più propensi
a investire in altri generi di conforto.
Comunque, per circa due anni, come si diceva, fra concerti e
dischi ci avevano campato in quattro, più o meno alla pari, anche se
a scrivere era prevalentemente Amedeo. Si erano divertiti e avevano
visto posti e conosciuto persone.
Avevano dormito poco, mangiato male e tardi, guidato moltissimo,
visitato paesi sperduti, nel cuore della Sardegna, ai confini del
Salento, lungo le pedemontane orobiche. Bevuto e fumato, letto dei
gran libri assurdi seguendo suggerimenti raccolti fra un discorso e
l’altro – persino certi poeti del primo dopoguerra francese
protonazisti e molto contestati. “E leggiamoli, ’sti qua, vediamo da
dove arrivano, che succedeva di là dalle Alpi.”
Il maledettismo andava esplorato anche nei suoi risvolti più neri.
Anzi, proprio in quelli, stanandolo da libercoli trovati sulle bancarelle,
edizioni polverose tirate fuori dalle soffitte di nonni presidi e zie
zitelle laureate in francese.
Amedeo era andato in fissa con Lautréamont e l’aveva
saccheggiato in lungo e in largo per comporre i testi di almeno metà
del secondo album. Nadia si era messa ad ascoltare blues del Delta,
Memmo certi gruppi elettronici israeliani che avevano inciso solo Ep.
Erano giovani. Tutto era abbastanza nuovo e scintillante. C’era un
mondo da leggere e studiare, mischiare e rivisitare. Nonostante una
discreta preparazione scolastica, le cose da imparare erano una
marea, cercando da soli.
Perché c’era da scriverle, queste canzoni, prima ancora di
suonarle.

Poi una sera, a Brindisi, mentre Nadia radunava la roba che


sarebbe stata caricata sul pulmino con l’aiuto di qualcuno del locale
e Amedeo rilasciava un’intervista piuttosto delirante a un anziano
collaboratore locale del Mucchio Selvaggio, era scoppiato un mezzo
casino per una risposta che non era piaciuta molto a Memmo, il
quale ascoltava seduto in un angolo buio del retropalco.
“Scusa scusa,” aveva detto il solitamente taciturno maceratese.
“Cosa odono queste orecchie? Chi sarebbe il deus ex maghina di
’sta band di rubagalline?”
“Ah ah ah, si scherza,” aveva biascicato il cantante, serrando il
pugno sul collo lungo di una bottiglietta di birra.
Il collaboratore del Mucchio aveva drizzato le antenne (la
definizione di “band di rubagalline” l’aveva già annotata, comunque,
ridacchiando compiaciuto). Grazia era tornata indietro
abbandonando all’improvviso la decisione di andare in bagno. Nadia
aveva sistemato l’ultima custodia sulla pila da caricare e si era
messa in ascolto.
“Vuoi negare che faccio tutto io qua in mezzo?”
“Tutto cosa? In questo momento stai solo chiacchierando.”
“Testi: tutti miei. Tranne un pezzo che sembra la brutta copia di
I’m lost in the supermarket e che si potrebbe intitolare I’m lost in the
minimarket, visto che parla del tuo dramma di scaffalista di provincia
nella drogheria del vicino. Musica: mia per la maggior parte pure
quella. Io in prima linea a prendere l’onda del pubblico nei concerti,
metterla in moto e poi cavalcarla. Io interviste. Io primo piano nelle
foto. Io dichiarazioni.”
Nadia e Grazia si erano guardate di sfuggita. Sopracciglia alzate,
teste inclinate impercettibilmente, smorfie di lieve incredulità sulle
labbra.
“Ohi,” aveva avvisato Nadia. “Ohi.”
Memmo aveva accusato il colpo sul suo testo (anche se alla fine
parlava di lavoretti, paesi che cambiano, vecchie sole fra pacchi di
pasta e barattoli di pomodoro, ragazzi senza futuro se non quello di
sistemare merci uscite da catene di industrie alimentari, insomma di
piccolo sfruttamento e consumismo) ma sulla musica non poteva
transigere. Erano suoi i giri di chitarra che reggevano tutto, le code a
cui si appoggiavano i suoni degli altri, avvitandosi e intrecciandosi.
Sua la pazienza, il lavorio di struttura e variazioni, la tessitura della
passerella musicale su cui gli altri due poi correvano o sfilavano, in
fuga precipitosa o incedendo come altezze reali.
“Senti, strunzu, è un po’ che te lo volevo dire,” dichiarò. “Me stai a
piglià d’aceto. Sarà la fama, sarà ’sto successo da rubagajine come
dici tu, o sarà che stai de fòri per motivi che non so. Ma stai a
diventà un personaggio pesante. E qua la cosa è sbilanciata
dall’inizio, visto che tu e Nadia siete fidanzati e non so che ve dite
quando restate soli.”
“Ma niente, oh,” era intervenuta Nadia, stupitissima. “Chi si dice
niente su di te? Sei-mica-cazzo-paranoico?”
La chiusero lì ma non spirava un vento buono, per loro.
La velocità con cui una situazione del genere poteva deragliare
era assai pericolosa, un ghiaione sedimentato da chissà quanto che
poteva cascarti sulla capoccia e seppellirti per un po’ o forse per
sempre, te e tutte le note, gli accordi, i concerti, i diamanti pazzi da
sgrezzare, le guidate tutta una tirata nella notte, le recensioni belle e
brutte, gli incontri, le collaborazioni e pure qualche soldino.

Avevano rotto con Memmo e con tutto, alla fine.


“Sono stremato, consumato, ho bisogno di aria fresca,” aveva
dichiarato in un attacco di istrionismo più forte del solito, una sera,
Amedeo. Nadia lo sapeva da un po’ e in realtà lo sapevano anche gli
altri, ma questa Londra, agognata Londra, sembrava più una cosa
buttata lì ogni tanto. Invece erano già partiti in cinque o sei, fra i loro
conoscenti, e chi andava a trovarli tornava con notizie confortanti.
Con informazioni anche pratiche su come fare all’inizio senza tanti
soldi. E dicevano che si poteva prendere facilmente la social
security, che c’era il movimento di squatter che ti aiutava a occupare
una casa – gli allacci erano la cosa più difficoltosa, ché occupando
poi bisognava anche attaccarsi illegalmente a gas e luce – e che
c’erano lavoretti vari, non prestigiosi ma fattibili. A piacimento: da
prendere al volo quando ti pareva o mollare in un minuto. Pagati,
cash, la sera stessa. Ovviamente c’era della gran musica; la scena
inglese, sebbene in quegli anni un po’ in ribasso, comunque era
sempre vitale e interessante.
E poi la lingua, vuoi mettere? Finalmente si poteva imparare
l’inglese decentemente, non come in Italia dove a scuola c’erano
solo due sezioni e in provincia non trovavi neanche corsi privati e col
cavolo che era vero che l’inglese lo potevi imparare alla perfezione
anche solo ascoltando i dischi dei Beatles!
Sarebbe stato comunque un investimento, oltre che
un’esperienza.
“A Londra c’è tutto il mondo,” sosteneva Amedeo. “Non solo la
regina.”
Così la decisione era stata presa. Sarebbe partito Amedeo, a
settembre, poi Nadia l’avrebbe raggiunto dopo aver capito come
organizzarsi per gli esami all’università. Memmo no. Memmo restava
a Macerata e i Crazy Diamond sparivano, in attesa di ricomporsi un
giorno o forse no.

Ci furono quindi questi otto o nove mesi british, fra l’88 e l’89, in
una casa occupata di Bethnal Green. Era una casa della Corona,
una scrostata villetta vittoriana su tre piani, la quinta di una schiera
affacciata su un parchetto ovale molto verde in cui, un paio di volte
al giorno, si riversavano i ragazzini della scuola elementare di fronte.
Rimaneva a poche centinaia di metri dalla fermata della
metropolitana rossa, dunque molto comoda per recarsi in centro a
frequentare la scuola d’inglese. Dalle finestre sul retro si scorgeva
uno spicchio dell’edificio del Museo del Giocattolo, un delizioso
ricettacolo di case delle bambole e sontuosi, bellissimi, orsi di
peluche consumati dagli abbracci e dalle tarme, dove rifugiarsi nei
momenti più duri, veri attacchi di malinconia e lontananza, a rimirare
quei musi carichi di piccole storie e affetti.
Amedeo si era stabilito lì un mese dopo il suo arrivo insieme a un
amico di Chieti che conosceva uno spagnolo pazzo, Ramon, un
uomo sulla quarantina, nobile d’aspetto e di nascita che s’era ridotto
a squattare case a Londra e vivere di lavoretti per sfuggire alle
rapaci madre e sorella determinate a farlo sposare a tutti i costi (lui
era omosessuale ma non riusciva a dirlo alla sua famiglia nera e
religiosissima). Ramon se n’era scappato oltre Manica, scriveva
lettere piene di menzogne alla madre e viveva nel terrore che le due,
che annunciavano imminente un viaggio a Londra per vedere come
si fosse sistemato, gli piombassero addosso e scoprissero la verità.
Per il momento si era accordato con l’amica Helena che,
all’occorrenza, avrebbe fatto la parte della fidanzata; quanto alla
casa, non era detto che queste sistemazioni durassero. Lui stesso
aveva già occupato tre case in due anni e prima di spaccare con un
paletto il portoncino sul retro di quell’ultima, era entrato dalla finestra
di un appartamento al primo piano un paio di isolati più in là: con una
gamba già dentro e l’altra fuori, penzoloni, s’era accorto nel buio che
gli occhi spalancati di un giamaicano colossale coricato su una
brandina lo fissavano sorpresi.
“E che hai fatto?” gli chiedeva ogni volta Amedeo, che gli faceva
ripetere questa storia a ogni nuovo arrivato, ammazzandosi dalle
risate.
“Nada. Gli ho detto: ‘Sorry, amigo, man,’ e soy tornato indietro,
scomparendo nella noche.”
“Correva come un gatto, come un lepre,” raccontava a tutti
Amedeo, dando a intendere che in quell’occasione aveva fatto da
palo allo spagnolo. “Eh, Ramon? Like a cat in the night! Como un
perro negro ne la noche mas negra.”
“Per fortuna abbiamo trovato subito questa casa vuota.”
Una volta dentro, avevano attaccato un volantino fotocopiato con
su la sigla di un movimento per l’occupazione, una specie di
proclama sul diritto alla casa con un simbolo che ricordava quello
degli anarchici, e questo bastava a tenere buoni per un po’ i
funzionari preposti alle ristrutturazioni e al riassegnamento del
patrimonio immobiliare della Corona.
“Qui è il paradiso,” aveva scritto Amedeo a Nadia. “Sbrigati a
venire su.”
Essendo gli ultimi anni del regno Thatcher, anche se eri italiano
potevi ancora chiedere la social security e usufruire di una piccola
formazione nei campi più disparati, dal giardinaggio alla sartoria,
mentre arrotondavi con lavoretti di tutti i tipi trovati nelle agenzie
interinali che lì già esistevano.
Insomma, anche se la vecchia stronza strega bacheca con i denti
finti e i capelli a brioche, dopo aver piegato i minatori, aveva
smantellato tutto – e lo vedevi ancora nei tanti scioperi per la sanità
pubblica sotto attacco, con gli ospedali presidiati dai picchetti degli
infermieri –, qualche scampolo di ammortizzatore sociale resisteva e
funzionava.
Così, quando alla fine era arrivata, un mese dopo, Nadia aveva
seguito tutta la procedura già collaudata da Amedeo e dagli amici:
aveva avuto il suo numero di assistenza, aveva fatto la sua bella fila
all’ufficio disoccupazione e si era iscritta al corso base per Hair
Cutting. Era il momento dei doppi tagli, dei ciuffi cotonati tipo cresta
di gallo o moicana, delle asimmetrie, e le persone sembravano
ancora molto ben disposte a sperimentare, anche orribilmente,
acconciature che poi andavano mantenute con gel e gommine,
fiocchi e fasce alla Madonna o alla Boy George oppure, all’opposto,
rasature alla Annie Lennox. Insomma, tutto era lecito e ben accetto.
Sotto la guida di una certa Cordelia, una formatrice che a sua
volta, una vita prima, aveva studiato da Vidal Sassoon, Nadia si era
ingegnata a lavorare di forbici e macchinetta per ottenere testine
scolpite. A casa si esercitava sui sette coinquilini e sui vari amici
ospitati dall’Italia e dalla Spagna, certi pavoni giovani, capelluti e
senza un soldo, che si preparavano per i concerti girando per
Camden, o come anni prima i fratelli maggiori, per i banchi di
Portobello. Per loro un taglio gratis era una manna dal cielo,
pazienza se veniva un po’ irregolare: si poteva sempre rasare a zero
o camuffare col Crazy Color.
Il suo corso era durato quattro mesi. Poi, munita di questo primo
diploma di base, ne aveva fatti due lavorando in un piccolo negozio
a Soho, subito al taglio, senza passare dalla trafila lavatesta, piega,
colore. Nel frattempo, frequentava un corso d’inglese insieme ad
Amedeo, ma in classi separate, sebbene la tentazione di parlare
italiano, almeno a scuola, non ci fosse: il loro era un metodo di
studio un po’ meccanico, basato sull’apprendimento mnemonico
della struttura della lingua mediante ripetizione orale. Man mano che
si finiva un manuale sulla costruzione delle frasi e si passava a
quello successivo, enunciati e concetti si facevano più complessi ma
potevi stare sicuro che dopo due o tre lezioni qualche parola con i
giapponesi, i brasiliani, i turchi tuoi compagni di classe, riuscivi a
scambiarla pure se non eri un chiacchierone neanche nella lingua di
partenza. Dopo, sarebbe arrivato il lessico con cui personalizzare e
dare un senso al tutto, ma quello dovevi cercartelo da solo,
ascoltando la radio, guardando la tv e soprattutto frequentando
anglofoni.
La sera andavano ai concerti. I più importanti costicchiavano e
quindi dovevano lavorare il doppio, ma per fortuna c’erano anche
eventi più piccoli, in sale dell’università o club sotterranei dal
pavimento appiccicoso o teatrini dalle pareti dipinte di nero, che non
ti obbligavano a svenarti pur fornendoti una qualità anche tecnica
sempre molto superiore a quella media italiana. Ogni tanto si
riusciva anche a comprare qualche disco ma di suonare non si
parlava molto, pur essendosi procurati un piccolo sintetizzatore e
una chitarra da battaglia: Amedeo, provenendo dal basso, con
queste altre corde non se la cavava bene e Nadia era spesso in giro
a far da assistente a Cordelia, così le toccava lasciare delle basi
registrate o rincorrere poi malamente le trovate solitarie del
compagno che non capiva più molto bene.
Le cose fra loro andavano così così.
Di un’eventuale rigenerazione creativa non c’era traccia e questo
influiva molto sull’umore di Amedeo. Nadia, da parte sua, in questa
convivenza all’estero non vedeva grandi vantaggi. In Italia doveva
ancora finire l’università e sapeva che i genitori non erano tanto
contenti di questa partenza. Intanto perché si appenavano a saperla
lontana, loro che non erano dei gran viaggiatori, poi perché Amedeo
non l’avevano mai sopportato molto.
Ogni volta che telefonava a casa si sentiva dire: “Quand’è, allora,
che torni? E che stai facendo esattamente?”
Così evitava di farsi viva troppo spesso, preferendo scrivere
notizie a Olga, che poi provvedeva a riferirle sbrigativamente alla
madre. Il padre borbottava per conto suo, di sera, seduto a tavola da
solo fino a tarda ora. Ogni tanto Olga gli sentiva dire “stronza” o
“coglione disgraziato”, ma non poteva giurare che non stesse
parlando di qualche suo affare della campagna, o addirittura della
moglie, anche se ogni volta, per prima cosa, lei pensava ovviamente
si riferisse alla coppia londinese.
Sapevamo tutti che della figlia che da tre anni girava notte e
giorno con quella che lui chiamava sprezzantemente “orchestrina”
non era contento, ma pensavamo pure che doveva rassegnarsi, che
il tempo dell’autorità paterna, della – orrore! – patria potestà morale
e ideale era tramontato per sempre, vaffanculo e finalmente, e una
di ventitré anni che si manteneva da sola e aveva anche un discreto
successo non doveva stare a rendere conto di chissà cosa a chi non
voleva capire e ancora si lasciava scappare accenni bislacchi al
matrimonio, alla verginità e ad altri anacronismi medievali del
genere.
Il tempo degli scontri feroci, degli orari da rispettare per il rientro a
casa, del ferreo controllo da eludere con le balle per avere un po’ di
briglia lenta e tenerli tranquilli, quegli ansiosi, era finito da un pezzo.
Così diceva Olga e io le davo, naturalmente, ragione.
Comunque, a parte questo risvolto sgradevole, Nadia aveva
trovato un suo ritmo e veniva imparando cose che all’inizio non
aveva messo in conto: l’inglese che poteva sempre servire e questo
mestiere che, boh, poteva essere pure una possibilità futura, strana
e imprevista.
Certo, su non mangiava benissimo. Le zuppe che riportava ogni
sera Ramon dal locale macrobiotico dove faceva l’aiutocuoco, i dolci
spugnosi della Tesco confezionati in contenitori chiusi di plastica in
quanto zuccherosissimi e impregnati di sciroppo rosso, il pollo al
coriandolo dell’indiano all’angolo, un intingolo untuoso e aromatico
cotto per ore in cui galleggiavano ossicini staccati dal gran bollire.
Non ne andava pazza, ma finché sei giovane puoi permetterti
qualche svarione a livello di dieta.
Poi c’erano i coinquilini, anche loro non erano il massimo. La
spagnola Helena saputissima e logorroica che viveva sullo stesso
pianerottolo di Ramon; i due tossici di Napoli che occupavano il
pianterreno e capitava collassassero in bagno ma riuscivano a
cavarsela sempre senza lasciarci la pelle.
E, nel basement, il compaesano di Amedeo che aveva una
fidanzata tedesca massiccia e cattivissima che ogni tanto gli mollava
un ceffone facendolo volar via, lui tisico e nevrastenichetto. Quando
quei due bisticciavano, cioè spesso, il casino arrivava fino al primo
piano, dove Nadia e Amedeo si guardavano stupiti, loro che non
alzavano mai la voce e che non avevano mai avuto grossi attriti.

E invece, purtroppo, l’arrivo della primavera, per la loro coppia


acqua cheta, aveva rappresentato la fine. Nonostante il tempo fosse
uno schifo, come sempre a quella latitudine, vale a dire che pioveva
e faceva bello e poi di nuovo pioveva e rifaceva bello come nel resto
dell’anno con sbalzi di temperatura e grigiore vario che nella vecchia
casa vittoriana dalla carta da parati giallina prendeva di orzata
guasta, qualcuno doveva aver sentito il friccicarello dell’aria e della
natura rifiorente.
E quel qualcuno era Amedeo, beccato una sera d’aprile a fare lo
svelto con una ragazza turca, sorella d’un collega della caffetteria
dove lavorava in quel periodo. Beccato proprio lì, nella stanza del
suo compaesano, quella seppellita nelle viscere della casa. Era
successo che Nadia, tornata prima per colpa di un panino al tonno
avariato, non avendo fatto in tempo a raggiungere camera loro
aveva usato il bagno del basement, calcolando di fare prima a
scendere che a salire (per tutto il viaggio in metropolitana si era
tenuta un pugno premuto sulle labbra, poi era corsa come una
dannata fino a casa, infilando la porta al volo e precipitandosi giù).
Si era liberata in tre o quattro potenti sussulti, fissando a occhi
sbarrati le pareti crostose di quel cesso antidiluviano forse mai
ristrutturato dal tempo della regina Vittoria. E le pareva di stare
meglio, dopo essersi sciacquata la bocca e aver tamponato le
tempie, maledetti tramezzini del cavolo, ma all’uscita dal gabinetto si
era trovata faccia a faccia con il suo compagno.
Avvolto in un pazzesco kimono di rayon e accennando passi di tip
tap, Amedeo trasportava dalla cucina un vassoio di tartine all’uovo
sodo per l’amica turca che, aveva scoperto subito dopo Nadia, lo
aspettava dentro il letto gentilmente offerto dal famoso compaesano
e dalla compagna tedesca. Proprio, lì, alla loro sinistra: una stanza
tutta tappezzata di velluti e ciaffi bric-à-brac, teiere, manifesti di
concerti, diffusori di incenso per mascherare la puzza d’umido di
cantina e le tende tirate nonostante fosse primo pomeriggio.
“Oh mio dio, A-me-deoh!” aveva detto Nadia gorgogliando, prima
di rivomitare, stavolta verde, nel disimpegno.
“Ehi,” aveva detto Amedeo, scansando il braccio per salvare le
tartine.
“Eh?” aveva detto Nadia alla faccia stralunata del boy che ancora
stava impalato col suo vassoio in mano così com’era stato pizzicato.
“Ma che cazzo ti sei messo? E che ci fai a casa a quest’ora?”
Poi lei aveva guardato oltre la porta socchiusa e sue italianissime
bestemmie e grida erano piovute, peggio di frecce in battaglia, in
corridoio e nella stanza dove la ragazza turca si era tirata le coperte
fino al naso, impaurita dalla scenata di cui non capiva una parola ma
di cui, in compenso, afferrava benissimo il senso.
Non c’erano voluti più di tre secondi per realizzare cosa stesse
succedendo e non sarebbero stati certo i conati e il bruciore acido al
piloro a impedirle di urlare e strepitare cose orrende e violente contro
il fidanzato.
Infine, dato sfogo al peggio, con terribili fitte allo stomaco e un
pallore mortale sul volto, Nadia si era lasciata alle spalle lo stipite
imbrattato come il linoleum a terra – pulisse Fred Astaire in kimono –
e imprecando e piangendo dal dolore, non si sa bene se allo
stomaco o altro, si era inerpicata per le strette scale fino alla loro
stanza. Ci si era chiusa dentro con il chiavistello e aveva smaltito un
febbrone inquietante, accaldata e in preda a incubi e risvegli
stupefatti, aprendo la porta solo a Helena la quale, un paio d’ore
dopo, su sua richiesta, era andata all’agenzia di viaggi a prenderle
un biglietto Alitalia sul primo volo disponibile.
Era prenotata sul volo per Roma di due giorni dopo.
Non aveva più visto Amedeo, che nel frattempo era sparito senza
tentare una riconciliazione e senza neanche reclamare le proprie
cose chiuse nella loro stanza con lei, e dopo un alienante viaggio in
metropolitana di un’ora e mezza sepolta sotto il suo vecchio zaino da
montagna e un valigione di plastica che impediva di muoversi a
mezzo vagone, se n’era ripartita il sabato da Heathrow lasciando
campo libero alla turca. Passato lo shock e in via di miglioramento
dall’intossicazione, era colma solo di disgusto e orrore. Aveva
salutato solo Helena e Ramon e lasciato un biglietto a Melina e al
fidanzato tossico di cui non sapeva benissimo il nome, visto che
quello usava varie identità per ritirare vari sussidi (e va’ a sapere
quale fosse quella vera), ma aveva accuratamente evitato il
compaesano di Amedeo, suo lurido e scorretto complice.

***

Nadia aveva preso una botta grossa, inaspettata, ma aveva meno


di venticinque anni, e una bella tempra, e sapeva che il mondo
andava avanti. In attesa al suo gate, con le hostess della British
Airways che attraversavano in battaglione i grandi corridoi, e i jumbo
con le insegne delle nazioni più disparate che planavano e
atterravano uno via l’altro mentre il sole tramontava in fondo alle
piste, si era levata un braccialetto di bachelite a fiorellini rossi e neri
ricevuto in dono da quell’idiota il Natale prima ed era andata a
buttarlo dentro un cestino giurando a se stessa che più in basso di
così non sarebbe mai caduta.
Il riverbero della sera primaverile dalle vetrate dell’aeroporto era
rosato con striature arancioni e rifletteva una strana luminosità,
rispecchiandosi sulle superficie lucide delle hall, dei cubi di cristallo
dei negozi e delle boutique sofisticate, degli oblò degli aeromobili
attaccati ai finger. In quella luminescenza esotica e aerea, a Nadia
pareva di fluttuare, pronta a staccarsi per sempre da quella fase
della sua vita, pronta a un nuovo viaggio, forse più tranquillo ma
comunque più protetto.
Rimuginava, osservava, le venivano in mente persino idee per
delle canzoni, fughe per partiture.
Canticchiò a labbra chiuse, mosse le dita come per suonare: si
accorse che un signore tedesco, probabilmente un manager, la
sbirciava da dietro un giornale finanziario aperto come una tendina e
allora smise, mettendosi in attesa della chiamata, prima in inglese
poi in italiano.
Quindi si imbarcò e fece un volo velocissimo, sulle ali dei venti
favorevoli, fino a Fiumicino, rifiutando rinfreschi e offerte varie,
attenta solo a non vomitare di nuovo a bordo.
Arrivata a casa, non disse niente a nessuno. I miei zii, senza nulla
chiedere, si rallegrarono in cuor loro di quella rottura anche se
vedevano che la figlia tardava a riprendersi dalla delusione.
Finiti gli esami, prendendo voti altissimi in due facoltativi di
inglese, Nadia si laureò nel giro di un paio di anni con una tesi di
Storia contemporanea sulla fine dello stato sociale (la tesi non era la
prima cosa che scriveva: al ritorno, oltre a stare chiusa in casa a
studiare, aveva anche buttato giù una specie di memoir intitolato
Cose turche, che poi un bel giorno, anni dopo, sarebbe finito senza
rimpianti nel bidone della carta).
Una convivenza di un anno con successivo rientro a casa era un
po’ tosta anche se non avevi ancora fatto dei veri piani duraturi.
Finché si era trattato di finire l’università, bene: si era potuta
prendere ancora del tempo. Ma uscire la sera e pensare che Liliana
la aspettava senza cercare di nasconderlo, presentandosi in bagno
spiritata a qualunque ora per vedere in che stato fosse, manco
passasse le notti a fare chissà cosa, era un incubo. Suo padre, poi,
pesante come il piombo in quanto ossessionato dalle solite faccende
della campagna, occupava gli spazi comuni della casa a qualunque
ora, invadente ed egoriferito, fastidioso, nevrotico e insofferente a
tutto.
Lo sentiva, certe sere, parlare fino a tardi da solo in salotto:
borbottava, studiava le cose da dire all’avvocato che gli stava
seguendo da tempo una causa contro una cooperativa. “Parla da
solo, cristo,” diceva Nadia. “Pur di parlare.”
“È un giocatore di scacchi,” commentava Olga quando, di ritorno
da Urbino si ritrovava la sera con lei nella loro vecchia camera in
fondo al corridoio. “Sta cercando di prevedere tutte le mosse degli
avversari.”
“Ma si può campare immaginando avversari ovunque, nemici a
ogni angolo? Dovrebbe uscire di più, vedere qualcuno.”
Nadia la pensava così ma anche lei non è che fosse
particolarmente gioviale e aperta. Dopo la botta londinese, poi, si era
fatta guardinga e molto selettiva. E come darle torto?
S’era buttata, allora, sul lavoro. Non uno legato ai suoi studi, che
non si sapeva poi neanche quale dovesse essere a parte qualche
eventuale supplenza, ma uno che le arrivava direttamente dal suo
passato di musicista.

Durante l’università Nadia aveva dato qualche lezione di piano a


Tino, un adolescente che aveva cominciato tardi ma puntava a
suonare l’organo (un giovane obeso fissato con chiese e canti
gregoriani, figlio di un’amica di Liliana), e a Fernanda, una bambina
silenziosa e diligente che si impegnava moltissimo, e si era accorta
che lì da loro esistevano solo insegnanti casalinghi che lavoravano
in nero, non creavano occasioni di incontro e non disponevano di
spazi per fare prove di orchestra.
“Ma possibile che ci siano o il conservatorio a Fermo o la banda
cittadina? Una via di mezzo, no? Un’alternativa?”
Per prima cosa si era messa a cercare uno spazio. L’aveva
trovato al paese alto, in un palazzetto gentilizio di certi signori
trasferiti a Roma che occupavano, solo d’estate, un paio di
appartamenti di un’ala laterale. C’era, al piano terra, un vecchio
salone da musica con un minimo di acustica ben calcolata e diverse
stanze laterali dove l’isolamento era garantito dalle antiche mura
spesse e possenti. Le era sembrato un ottimo posto, meglio degli
stanzoni dispersivi e rimbombanti di certe strutture nuove, lungo
l’inquinata e chiassosa nazionale, o dei sotterranei dei condomini
dove la gente di sopra veniva a lamentarsi del “rumore”.
Poi aveva contattato i maestri di musica che conosceva in città,
loro sì usciti dal conservatorio e in attesa di chiamate dalle scuole. A
insegnare pianoforte erano in tanti ma aveva trovato anche virtuosi
di violino, percussioni, flauto, organetto e, naturalmente, chitarra.
A parte, con lezioni anche per adulti, c’erano il canto e il coro.
Quando aveva messo assieme il piano dei corsi, Nadia si era
accorta che il corpo docente era composto perlopiù da donne. Aveva
allora scelto il nome Note in musica.

***

Alla fine degli anni novanta, Nadia aveva incontrato quello che
sarebbe diventato suo marito. L’aveva conosciuto al cineforum, dove
questo Maurizio, un uomo sulla trentina che mai prima aveva
lasciato la casa dei genitori, mite e arguto, curava la
programmazione insieme a un gruppo di amici. Di vista lo conosceva
da sempre, a dirla tutta, ma solo quando Maurizio aveva fatto un
banchetto una sera al cinema per raccogliere le firme di non si sa più
quale campagna di difesa degli spazi culturali, Nadia, appena
firmato, si era fermata a parlare. Era simpatico, gentile, con una
preparazione da cinefilo non troppo settario.
Si erano messi insieme. Nadia a quel punto viveva in una piccola
casa presa in affitto, un bilocale vicino a una bella pineta, e
lentamente la loro relazione aveva preso la forma di una convivenza,
prima lasca poi sempre più strutturata. Non solo, anche sul lavoro
avevano cominciato a fare progetti e vita comune: Maurizio aveva un
diploma in ragioneria e si era offerto di curare la contabilità della
scuola di musica, visto che già lo faceva per i genitori titolari di una
società semplice.
Pur avendo fatto fin lì tutto da sola, Nadia aveva considerato che
un aiuto non poteva che giovarle. Poteva dedicarsi alla sua musica,
che aveva ripreso in mano avvicinandosi all’uso delle macchine e del
theremin in uno sperimentalismo estremo, senza prospettive ma,
proprio per questo, liberissimo.
Quando poi era rimasta incinta, avevano deciso di sposarsi e, con
mia grande sorpresa, l’avevano fatto più per non dispiacere ai
genitori di lui che per altro. Nel 2001 era nata Teresa e i primi anni
Nadia e Maurizio si erano organizzati per accudire la bambina
secondo orari che permettessero a entrambi di lavorare.
È vero che Maurizio continuava a passare molte sere fuori casa
per via di questa attività col cinema – che sembrava un hobby ma
non lo era, visto che avevano anche messo su un piccolo festival di
cortometraggi con sovvenzioni comunali sempre un po’ ballerine –,
ma a Nadia non scocciava affatto: la sera arrivava stanca dal lavoro
e le ore più belle della giornata le passava con la figlia, loro due da
sole, a fare mille cose. Libri, giochi, lavoretti, sonatine, scherzi.
Il rapporto con il marito, però, negli ultimi anni aveva preso una
strana piega. Già quando Teresa aveva finito le medie, Nadia aveva
cominciato ad avere più tempo per sé. Come tutti i genitori che
accompagnano i figli, ai corsi o alle serate, le capitava ora di fare
molti giri, oltre alle solite passeggiate che si concedeva, quando era
bel tempo, sul lungomare o al mercato.
Si era così resa conto, incrociandolo mentre sfrecciava in auto o
vedendolo spuntare in zone incongrue, che Maurizio aveva un suo
circuito di relazioni e contatti molto ramificato e vivace di cinefili,
teatranti, artisti vari e intellettuali generici, anche solo simpatizzanti
del tipo con occhiali alla Arthur Miller sia gli uomini che le donne,
immancabili alle proiezioni e agli incontri di ogni genere.
A casa non ne parlava tantissimo. Certo, si sapeva che
conosceva un sacco di gente e che un sacco di gente era passata
per quella attività del cineforum, ma Nadia dopo un po’ non se ne
era più interessata.
Lo riscopriva ora, con rinnovato stupore.
Non contestava questo trafficare incessante che sempre aveva
affiancato l’altro lavoro del marito, quello con cui raggranellava due
soldi, ma si domandava se Maurizio non si fosse stufato, dopo tanti
anni, se non fosse il caso di mollare un po’. L’attività dei genitori di
lui, una fabbrichetta di stampi per tomaie a conduzione familiare, da
un po’ era stata rilevata da un altro figlio e c’erano dissapori tra i due
fratelli perché sembrava che Maurizio non seguisse bene la
contabilità come un tempo. Ma parlandone con Nadia, Maurizio
raccontava la sua versione e nella sua versione era sempre il fratello
a incasinare certe questioni mentre lui appariva come quello che
risolveva tutti i problemi grazie al suo savoir-faire e ai suoi buoni
uffici.
Nadia non aveva motivo di dubitare, in tanti anni era filato tutto
liscio, mai un intoppo, mai un disguido, anche se ultimamente un
piccolo campanello d’allarme avrebbe dovuto almeno risuonare.
Da troppi mesi si susseguivano telefonate tra Maurizio e il fratello,
discussioni, andirivieni dalla banca. Lei non stava a chiedere, anche
perché Maurizio parlava già molto di suo, si profondeva in
spiegazioni complicatissime, fumose, zeppe di invettive contro il
fratello. Alla fine era anche stucchevole. A ben guardare, a Nadia,
cosa poteva importargliene?
Invece qualcosa avrebbe dovuto approfondire, si disse in seguito.
Perché una bella mattina si era presentato alla Note in musica un
ufficiale giudiziario con una comunicazione per lei.
Una delle insegnanti, l’arpista Tonia, reclamava stipendi non
pagati.
“Però io li ho pagati,” aveva detto Nadia sbiancando davanti alle
colonne dei conteggi. “Mi pare proprio che fosse stato versato tutto.
Cosa manca?”
Guardava il foglio contenente la comunicazione, aperto sul tavolo
dell’accoglienza, con le ginocchia che le si piegavano e una mano
alzata come a fermare quel pericolo inaspettato che le si parava
davanti. Stavano provando l’attacco dei Carmina burana, giù
nell’auditorium, e le arrivava un clangore di piatti che qualche
ragazzino faceva entrare a sproposito nel brano.
Nadia aveva chiamato subito il marito.
“Vuoi vedere che…” si disse. “Ma non sarà mica matto?”
Ecco che l’inquietudine che l’accompagnava da almeno due anni,
e che per due anni non aveva avuto una forma o una sostanza,
prendeva corpo e finalmente si svelava con il suo carico di presagi di
fregature varie.

La sera stessa c’era stato un tesissimo confronto. Fra mille


domande e spiegazioni senza capo né coda, con Maurizio che
tergiversava, non articolava, balbettava, incalzato da una Nadia
sempre più spaventosamente lucida e sconvolta, in un crescendo di
incazzature e altarini che venivano scoperti, saltò fuori che Maurizio
aveva sottratto negli ultimi nove mesi una cifra piuttosto consistente
dalle casse della scuola di musica, compresi alcuni contributi
destinati agli impiegati.
“Rifondo tutto, subito,” aveva giurato lui, verso le due di notte.
“Domattina rimetto tutto sul conto.”
“Ma cosa diavolo dici? Cosa minchia dici?” aveva urlato lei
tirandogli in faccia dei fogli su cui aveva appuntato delle cifre.
“Domattina cosa? Dove li vai a prendere domattina, se fino a ieri non
li avevi? E questa roba della vertenza come va a finire? È a mio
nome, santiddio, razza di idiota. E per fare cosa? Per farci cosa?”
“Ho rilevato una casa editrice specializzata in critica
cinematografica. Un buon affare. La Perlini di Follonica, la conosci.
Quella delle biografie e dei saggetti sui singoli film.”
Un bugigattolo di editore polveroso con un catalogo risalente agli
anni settanta. Una cosa con un valore “affettivo”.
“Di prestigio,” aveva detto Maurizio. “Un editore glorioso.
Un’occasione.”
“Cioè? Ti sei fatto appiccicare un’impresa che non va da nessuna
parte, in un momento di crisi dell’editoria, del cinema, e pure della
musica? Un momento di crisi di tutto! Ovunque! E proprio adesso
che la gente impara a suonare da sola con i tutorial, prende lezione
via Skype? Ormai la gente guarda YouTube, gli streaming, altro che
andare al cinema!”
Maurizio provò a sostenere che era proprio in momenti di crisi
come quelli che bisognava investire. Che la roba veniva via con
poco e si stava per imboccare una curva di risalita, sicuramente,
mica poteva andare peggio di così. Nadia non sapeva se ridere o
piangere. E non sapendolo, un po’ rideva e un po’ piangeva e un po’
sparava nel mucchio, mettendo insieme terrore vero per la sua
piccola impresa, spauracchi postmoderni su cultura e nuovi media,
diffidenza assoluta verso il marito. Rovesciava argomenti sulla
capoccia di quel maledetto pasticcione, tentando di non svegliare la
figlia che il giorno dopo aveva scuola.
“Ma almeno certe cazzate falle con i soldi tuoi,” ringhiò a bassa
voce, incredula. “Le cazzate non andrebbero fatte. Punto primo. Ma
nel caso, vaffanculo, falle con i soldi tuoi! Così è un furto. E un
azzardo.”
Lo ripeté più volte, nel corso di quella nottata.
Non le sembrava di dire una cosa strana. Anzi.
Poi si ricordò dei dissapori del marito con il fratello e le venne in
mente che anche la cassa dell’azienda di famiglia potesse essere
finita sotto attacco.
“Non so come funziona a casa tua, bello,” disse verso le quattro e
mezza per concludere quell’orribile confronto. “A casa mia funziona
che queste cose non restano impunite.”

Tolleranza zero, si era andata ripetendo. Tolleranza zero con chi


fa certe cazzate.
Ma poi, nei giorni e nei mesi successivi, la vita e le Note in musica
avevano ripreso il loro corso, anche se ora il sound si era fatto
ossessivo e all’improvviso erano comparsi dei ritornelli sui soldi.

Le cazzate falle con i soldi tuoi;


a casa mia certe cose non restano impunite;
così è un furto e un azzardo.
Se non li cantava al diretto interessato, di sicuro Nadia se li
ripeteva ogni tanto fra sé e sé. A volte, la mattina davanti allo
specchio. Oppure guidando verso il lavoro, soprappensiero. O
ancora, sotto la doccia. Le sembrava venissero bene su una musica
alla Renato Zero, tragica, tesa e nauseante, e vi aggiungeva ogni
tanto dei “mai” e “sai”.
Non sapeva se Maurizio la sentisse e non le importava. Non le
importava di sembrare una pazza.
Alla fine, la faccenda con l’arpista Tonia era stata aggiustata in via
bonaria e suo marito aveva veramente rimesso in cassa le cifre
sottratte. Insomma, i danni erano stati abbastanza contenuti.
A quel punto si poteva considerare una vicenda archiviata, non
fosse che Nadia non si fidava più.
Oltre alle canzoni che le risuonavano in testa, non faceva che
rimuginare su come riuscire a proteggere i suoi risparmi.
Intanto, aveva affidato la contabilità di Note in musica a una
commercialista estromettendo Maurizio.
In tutto questo, non le sarebbe dispiaciuto avere due soldi per
stare tranquilla e pagare gli studi universitari alla figlia, dando un
taglio alle tasse e alle spese che comportava quella campagna
ricevuta in eredità.

Ma veniamo a Olga. Anche per quel che la riguarda, occorre un


salto all’indietro di una trentina d’anni. Un saltone, come le era
capitato di fare negli ultimi tempi quando, di fronte a una svolta della
vita, si era messa a fare bilanci e considerazioni sul suo passato.
Dunque, dopo lo Scientifico aveva provato a iscriversi ad
Architettura a Pescara. Aveva fatto un paio d’anni e passato, credo,
sette esami, con voti medio-alti. Ma aveva capito che la materia non
la faceva impazzire e l’idea, un domani, di lavorare come
scenografa, o come arredatrice d’interni, era impraticabile e
rischiosa. Di scenografi c’era pochissima richiesta, mentre
all’opposto c’era in giro una quantità di interior designer e dunque,
nell’uno e nell’altro caso, molta concorrenza. Quindi aveva rallentato
e aveva cominciato a guardarsi in giro in cerca di un’alternativa.
Disegnava un po’.
Faceva, da sempre, dei pupazzetti caratterizzati da abbigliamento
e capigliature strane, un po’ bidimensionali ma abbastanza
espressivi. Funzionavano sia come strip che come vignette.
Poi un giorno, come si suol dire “per scherzo”, accompagnando la
sua amica Olivia a Urbino a fare il test per l’Isia, esattamente come
in tante storie di amiche e amici vittime del fato, l’aveva provato
anche lei ed era finita che Olga era stata presa e Olivia no.
L’Istituto per le arti grafiche costava parecchio, ma durava meno
dell’università. Era una scuola vivace, strana, promettente, diversa.
In quattro e quattr’otto, Olga aveva trasferito armi e bagagli in un
appartamentino zeppo di studentesse posto in una viuzza dietro la
casa di Raffaello e si era cimentata con colori e matite, estetica del
design e comunicazione grafica, cercando di dimenticare il freddo
che per almeno tre mesi assediava crudelmente il caro borgo del
Montefeltro e di non curarsi delle salite da stambecco che ti si
paravano davanti più volte al giorno con le macchine, ai lati,
posteggiate quasi per miracolo una dietro l’altra a quarantacinque
gradi, come appese, come in bilico.
I professori erano alla mano e si facevano trovare sempre in
studio, non come quelli di Architettura che arrivavano perlopiù da
Roma ed erano inavvicinabili. Il paesello, faticoso da raggiungere ma
ben strutturato attorno alla vita universitaria, ospitava ragazzi di tutto
il mondo. Per avere un’idea dell’elettricità e dello spirito malandrino
che lo percorreva quando tutti gli studenti erano in sede per le lezioni
e si spostavano da un’aula all’altra, da una festa a una serata in
appartamento, basti dire che quelli provenienti da Puglia e Basilicata
lo definivano “il paese dei balocchi”.
Qualche volta Olga riusciva ad andare su con la Ritmo bianca
scassata di Liliana. In generale, servendosi di scomodi pullman e
trenini, tornava abbastanza spesso a casa. Però, volendo, poteva
anche restarci tre settimane di seguito, con puntate in qualche club
di Viserba e Gabicce tipo Aleph o Slego in cui fare notte per un
concerto o semplicemente per ballare. Quando tornava a casa,
faceva base, la sera, al Malaria di Giulianova. Io e Nadia, in quelle
serate, la accompagnavamo.
Poi c’erano i festival di teatro, non lontani – dall’Umbria alla
Toscana, da Polverigi a Santarcangelo.
Proprio a Polverigi, un’indimenticabile notte di fine anni ottanta,
aveva incrociato un fregno assoluto. Le era bastato un solo sguardo
per consegnargli almeno tre anni della sua giovinezza (facciamo tre
in chiaro – “tre con la condizionale” rideva ogni tanto –, poi neanche
lei avrebbe saputo dire quanti altri criptati in pensieri, echi, palpiti,
risonanze e nostalgie).
Ci ripensava spesso a quell’incontro, come a una serata
magnetica e a una svolta mai affrontata prima.
La caratteristica del festival InTeatro di Polverigi era che andava
avanti fino alle ore piccole e gli spettacoli cominciavano non prima di
mezzanotte. Fra le rappresentazioni in programma quella volta c’era
un balletto dei Gratiadei e Olga e Nadia ci erano andate con
Francesco Maria, un nostro amico che, unico a quel tempo dalle
parti nostre, usava mettere la gonna. Quella sera ne indossava una
nera fino ai piedi che gli cascava come un pennazzone e portava
degli anfibi rossi e una camicia grigio scuro a maniche lunghe
nonostante il caldo.
Avevano invano tentato di entrare. Nonostante i biglietti in pugno
e la fila da trenta minuti, si erano visti negare l’ingresso causa
esaurimento posti. Il balletto doveva infatti svolgersi nella corte d’un
casolare e il piccolo spazio riservato al pubblico si era subito
esaurito. All’inizio avevano accettato di buon grado quella notizia ma
poi, vedendo che continuava ad arrivare gente più grande di loro che
veniva accolta e fatta accomodare con mille cerimonie, si erano
imbizzarriti. Dopo aver confabulato tra loro, caricandosi, s’era fatta
avanti Olga con la sua faccetta più soave e sfrontatella.
“Ascolti, come mai ’ste persone accedono e noi che siamo arrivati
prima e abbiamo l’abbonamento per l’intera serata, dobbiamo levare
le tende?” aveva chiesto sul piede di guerra.
“Sono della stampa,” aveva risposto un supponente con la
barbetta e un forte accento anconetano sistemato dentro un
casottino di legno che fungeva da ingresso.
“Ma sono entrate quindici persone,” aveva detto Olga. “Quindici?
Quindici giornalisti non ci sono neanche in tutte le Marche!”
“Vengono pure dall’Umbria,” aveva ribattuto pronto quello,
lasciando passare una coppia di amiche quarantenni e ridanciane
vestite comode e impreziosite dai soliti accessori etno-chic.
“Mah. Non mi sembra comunque giusto.”
“Già. Allora, non dovreste vendere i biglietti,” aveva detto Nadia.
“C’è stata un’affluenza maggiore del previsto,” aveva sottolineato
il barbetta d’Ancona.
“Un’affluenza di amici vostri…”
“Ragazze,” aveva tentato di scrollarsele via l’addetto all’ingresso,
con una maligna occhiata alle caviglie di Francesco Maria, “fate le
brave. C’è anche quella produzione lituana, su al castello, in
contemporanea. Quella dei pifferi e delle bolle di sapone.
Temperanza e Durevolezza… Temperance and Endurance. C’è
Dimitri Magnus vestito da picchio, che suona il flauto di Pan. È molto
interessante, una prima assoluta. Provate con quella.”
“Certo, come se fosse la stessa cosa. Noi siamo venuti per
questo, abbiamo fatto la fila, su sarà già chiuso e al completo, ché lo
spazio è ancora più piccolo…”
“Lei tradurrebbe endurance con durevolezza?” si era inserito
Francesco Maria. “Ne è sicuro?”
Il barbetta non aveva raccolto. Resisteva a tutti gli urti. Forse era
proprio lui l’ispiratore della pièce lituana che d’altronde era stata
composta espressamente per InTeatro.
“Dentro c’è l’assessore regionale alla cultura. Se volete parlarci,
quando viene fuori, magari riuscite voi, per il prossimo anno, a
strappare spazi maggiori per eventi come questo. Noi abbiamo fatto i
miracoli per arrivare a esistere ancora una volta, e ogni edizione
diventa più difficile. Non peggiorate le cose, per favore,” sospirò.
C’era da prenderlo a schiaffi, tanto manifestamente le stava
gabbando, mi raccontò Olga.
Allora, per non compromettersi, il trio si era allontanato
disperdendosi fra le macchine posteggiate ai bordi della strada
provinciale. Avevano imboccato una salita, indignati e decisi a
raggiungere la biglietteria per fare gazzarra, quando si erano accorti,
dall’alto d’una curva, che il barbetta fungeva in realtà da guardiano a
nulla di veramente chiuso e recintato. O meglio, transenne di spago
bianco tremolavano fra due edifici del casolare, e sembravano
dunque un ingresso, ma oltre quel ridicolo blocco si spalancava poi,
di fatto, l’aperto dei campi. E si vedeva il semicerchio degli spettatori
pronti alla performance, eccitati nell’attesa da élite. Quelli delle prime
file seduti a terra o accosciati in preda a vaghi crampi, che
traballavano rischiando di sbilanciarsi, quelli dietro che premevano e
spintonavano. Le loro facce quarantenni non avevano perso il
ghigno sardonico da umbro-marchigiani eruditi e frustrati, nonostante
ora fossero probabilmente inglobati in istituzioni, o in uffici, o nei
partiti, o in musei e fondazioni, grazie alla proverbiale “pedata nel
culo”. Ma si trattava, per loro, di mortificanti premi di consolazione al
di fuori dei giochi grossi. Era facile intuirlo, bastava guardarli per
capire che si sentivano immensamente al di sopra di tutto e che
erano convinti che le loro critiche, e il loro giudizio, fossero
inappellabili e proprio non si capacitavano come mai non fossero a
dirigere qualche festival internazionale, o a capo di una casa di
produzione, o sovrintendenti di qualche grosso teatro.
Fatto sta che a quel punto, su intuizione di Nadia, i tre ribelli
avevano circumnavigato dei fossi, costeggiato delle siepi e dei rovi.
Allontanandosi man mano dalla luce dei lampioni comunali,
ridacchiando e smadonnando, saltellando fra le zolle, incurvati come
per un agguato, Francesco Maria impacciato dal lungo pennazzone
e le due sorelle con le gambe nude esposte alle spine ma tutto
sommato più agili di lui nei sandali neri di copertone e lacci, erano
quasi strisciati per un centinaio di metri di campagna buia
punteggiata dalle solite balle di paglia lasciate a seccare nel campo.
Quindi erano sbucati di nuovo dentro un cono di luce, stavolta però
proiettato dai grossi riflettori fissati ai muri della casa colonica.
Ora veniva il difficile.
Si trattava di appropinquarsi alle prime file senza dare troppo
nell’occhio, continuando a scivolare come volpi.
Sì, doveva essere una tecnica da volpi, un avvicinamento al
pollaio che forse si ripeteva, in forme legittime e congrue, ogni notte,
e che quella notte, a causa della confusione teatrale, era stato
momentaneamente sospeso. Olga aveva guardato nel buio,
cercando di individuare lo scintillio di un occhio, il profilo d’una
pelliccia bionda, un respiro sommesso, ma c’era solo l’odore della
terra e le prime, lente, note della musica di clavicembalo che
accompagnava il balletto già arrivavano a sfugare eventuali canidi
frequentatori titolati di quelle zone.
Avanzando accovacciati, si ritrovarono dietro un montarozzo di
paglia chiara. Accanto avevano un paio di giovani mezzi nudi e
muscolosi, accovacciati anch’essi. Sembravano, tutti loro, un gruppo
di donne intente a fare pipì nei campi al riparo di covoni.
“Oh, che facciamo? Qui sta cominciando, andate avanti voi?”
aveva bisbigliato Olga ai due.
Quelli s’erano girati e avevano guardato il commando di
portoghesi (muniti però di regolare biglietto) con sbigottito
rimprovero. Avevano entrambi portato l’indice alle labbra invitando i
tre ribelli a fare silenzio senza muoversi d’un millimetro.
“Siete stranieri?” aveva mormorato Francesco Maria.
I due s’erano innervositi ancora di più e avevano fatto con le mani
un gesto di sciò, identico a quello che l’abitante della casa colonica
avrebbe fatto a insolenti volatili da cortile.
Guardandoli meglio, Olga e Nadia si accorsero che questi tizi
erano vestiti solo di pelli di daino legate in guisa di mutande, ed
entrambi esibivano un unico, lungo codino alla base di teste a uovo
accuratamente rasate.
“Porcoggiuda, andiamo andiamo. Siamo fra i ballerini…”
Francesco Maria s’era quasi messo a correre, tutto chino,
tuffandosi contro i primi spettatori. Le due sorelle lo avevano seguito
a ruota, viola d’imbarazzo ma anche pronte a baccagliare, se
necessario. Per qualche secondo avevano avuto gli occhi del
pubblico puntati addosso, poi, quando gli astanti avevano realizzato
che loro tre scemi non facevano parte della coreografia, erano tutti
tornati a concentrarsi sui due esseri primordiali che adesso,
lentamente, facevano capolino, sulle note bucoliche, dai covoni
disordinati ad arte.
Lo scenografo non aveva fatto grandi sforzi. Ma se aveste provato
a dirlo, quei simpaticoni del pubblico vi avrebbero liquidato con un
gelido sguardo di disapprovazione.
I ballerini si spostavano con movenze lente e disarticolate prive
però d’alcunché di animalesco o di vegetale in boccio. Erano solo
due ballerini di danza contemporanea e facevano esattamente
quello che t’aspettavi: accenni, movenze enigmatiche, sofferenti,
contratte, alternando fluidità a nevrosi, tirandosi della paglia in faccia
e poi tornando a sprofondarci dentro. Anche la musica seguiva
quell’andamento schizo e alle imbambolanti note metalliche e quasi
medievali si sovrapponevano urli da scannatoio rilasciati da uomini e
donne forse invasati.
Non durò molto, solo il tempo che Olga si accorgesse del suo
vicino. Non aveva guardato subito ai lati, troppo atterrita dalla
figuraccia fatta piombando lì dal nulla, finita accaparrandosi la prima
fila in quel modo imperioso, e timorosa di eventuali scenate di
qualche guardiano, magari proprio del barbetta di prima. Solo dopo
qualche minuto, ormai sicura che l’attenzione di tutti fosse
definitivamente focalizzata sulla scena, si era arrischiata a sbirciare
alla sua destra. Allora aveva intercettato lo sguardo divertito del suo
vicino. Aveva pensato con orrore che doveva averla tenuta
sott’occhio dall’inizio.
Era un ventottenne attraente oltre ogni ragionevolezza, uno in
grado di farti uscire di senno, e nessuno avrebbe osato insinuare
che non fosse più che cultivé e avvezzo alle platee most exotic e
snob. Lo capivi da come stava seduto in terra, le gambe incrociate e
il mento poggiato sul ginocchio, le braccia raccolte e le mani
conserte, ma non per questo curvo o storto, anzi. Aveva capelli
mossi che ricadevano ogni tanto sulla fronte ampia il giusto, e il naso
dritto dalle narici sottili non accentuava troppo la magrezza del viso
che era ossuto senza apparire scarno. E c’era quel sorrisetto critico
ma non antipatico sulle labbra, e quella luce negli occhi verde scuro
che faceva piazza pulita di ogni riserva o sospetto.
È fantastico, pensò Olga, in un unico, potente lampo che la
illuminò e trafisse sul posto. Cercò di mantenersi impassibile mentre
il primo moto era stato portarsi una mano alla bocca e dare di gomito
alla sorella.
Francesco Maria e Nadia cercavano di capire qualcosa di come
sarebbe andata a finire, su quella parodia di palco, e non si
perdevano neanche una delle movenze dei danzatori. Olga, invece,
da quel momento seguì lo spettacolo in una trance distratta. La
musica continuava nel suo stillicidio sfinente di cembali e sgocciolii
ottenuti elettronicamente, xilofoni manovrati forse da paralitici o
gente riabilitata da poco nella motilità, e il suo bel vicino, ogni tanto,
scuoteva la testa in modo quasi impercettibile. Quando in scena fece
la sua irruzione una folla ululante di donne in aderenti tute nere, il
giovane bellissimo si schiarì la gola come in un gentile grugnito di
protesta.
Lei lo guardò e quello, sorridendo, alzò gli occhi al cielo. “Le
prefiche? Le furie? O, meglio, le megere?” le sussurrò con una voce
calda e sicura, ed era un commento ma anche un test.
Lei rise, fece di sì con la testa.
“O forse si sono informati sulla storia delle faterelle ballerine che
scendevano a irretire i pastori. Oppure la coreografa, sotto sotto, è
una stendechina. Ma non farti sentire, o vengono qui e ti divorano in
un boccone,” disse lei, audace.
Cosa fosse una stendechina si riprometteva già di spiegarglielo in
un secondo momento, se avesse voluto ascoltarla.
Lui spalancò gli occhi e stirò le labbra facendo saltar fuori una
favolosa coppia di fossette.
“Secondo me arriva prima il padrone di casa con la roncola,”
disse ridendo. Accennò al casolare.
“E tra i due chi ci farà fuori per primo, le stendechine o il villico
imbufalito?”
“A te il villico. Sicuro.”
Queste erano state le loro prime, assurde, parole. Uno scambio
così. Surreale, com’era surreale tutto il contesto.
Il confuso e finto baccanale andava avanti con le sue urla e i
movimenti folli ma in quella precisa centiara di terra era scesa una
concentrazione, un’irresistibile forza di attrazione, che escludeva il
resto del mondo.

***

Lo spettacolo degli inglesi Test Department che sarebbe iniziato


alle tre e mezza dentro una cava di ghiaia leggermente discosta dal
paese, raggiungibile solo a piedi, non l’avevano visto con gli altri.
Terminato il balletto dei Gratiadei fra non poche perplessità del
pubblico, gli spettatori seduti, dopo un esitante applauso riscaldato
solo dall’entusiasmo di alcune donne forse alticce per i brindisi
precedenti coi locali vini di Staffolo, s’erano messi in piedi tentando
sommarie spolverate da paglia e terriccio.
Il vicino di Olga era un attore, le disse. Anzi, più un drammaturgo.
Ma si occupava anche di produzioni. Ne aveva seguita una fino a
due giorni prima a Matera.
Avevano chiacchierato un po’ anche con certi suoi amici, andando
verso la cava e poi ancora dopo, aspettando l’arrivo di quegli
sciamannati inglesi famosi per il Ministro del Potere. Lui le aveva
parlato subito di Mejerchol’d e Nemirovič e, con passione e
trasporto, dei progetti che aveva in cantiere.
Lei si era bevuta tutto fino all’ultima parola, cercando di ricordare i
nomi mai sentiti prima che quello andava snocciolando con
fichissima nonchalance. Poi, siccome lo spettacolo ritardava, si
erano incamminati verso il paese alla ricerca – inventata,
improbabile a quell’ora – di un caffè.
La campagna notturna, tutt’attorno, era magnifica. Da qualche
parte, si sapeva e la luce della luna lo lasciava intuire, c’erano case
abbandonate con finestrelle aperte come occhi. E, ammantate dal
buio, colline verdi e marroni, placide, morbide, avvolgenti.
Le condizioni per gli sponsali c’erano tutte.
Prati come ondulati tappeti infiniti, il firmamento tutto scritto e
disegnato sopra di loro (lucette tremolanti su velluto nero), baccanali
e spettacoli in tre-quattro fuochi diversi. Fiori e frutti ancora da
raccogliere. Odori di terra irrigata, canto di grilli e cicale, più altri
versi di animali non facilmente identificabili, forse colombi forse
rapaci notturni. Il favore delle tenebre, una notte senza ore
canoniche. Nessun controllore all’orizzonte.
Ombre, luna, lo stelo d’un fiore brunito dalla notte, profili scuri di
montagna da ammirare. Un formicaio addormentato, pietre chiare
ammucchiate su uno stradello, tolte dal campo per non inceppare i
denti della fresa attaccata al trattore e rimaste lì a segnare la via in
modo apparentemente casuale. Il respiro fresco e umido d’un
fossocanale, mani sulle gote una dell’altro come a raccogliere, per
guardarlo meglio, un grande uovo delicato o un prezioso reperto
appena rinvenuto, palpebre chiuse da sfiorare, labbra accostate,
corpi allacciati, bisbigli.
Da lontano, selvagge percussioni di bidoni e urla degli spettatori
che reagivano alle bravate dei Test Department: quelli stavano
spruzzando il pubblico, alle quattro del mattino, con dei grossi idranti
montati sul rimorchio di un trattore e la massa di spettatori si
divideva, disperdendosi, fra grida estasiate e proteste tacitate a colpi
di catena dai membri del gruppo sparsi a terra, confusi fra la povera
gente percossa e irrorata. C’era chi cercava scampo qua e là, ma
camminare sulla breccia della cava non era impresa semplice,
figurarsi sgambettare goffamente senza direzione, pressati da torme
di pecorame allo sbando. Alla fine, si seppe che Francesco Maria
s’era goduto lo spettacolo divertendosi e trovando ristoro negli
spruzzi della botticella – “Sono i degni eredi della Fura dels Baus!”
aveva approvato – mentre Nadia s’era assai seccata per gli
innumerevoli pestoni distribuiti alla folla e la pioggia di quella che
sperava fosse acqua ma non ci avrebbe giurato, provenendo da una
cisterna per fare i trattamenti e dunque non essendo esattamente il
più chiaro, fresco e potabile distillato delle sorgenti.
Olga e quello che sarebbe diventato la sua dannazione per un bel
pezzo, si erano invece salvati ricomparendo dai campi solo a giorno
fatto, sposi pagani e lunari. Giovani e ingenui.

Così ingenua che l’esaltazione per quell’incontro avrebbe


irraggiato bellezza e calore per tanto tempo, cancellando ogni
risvolto negativo relativo a narcisismo e superficialità dovuti al
mestiere di lui. Così ingenua da pensare che uno di quei casolari
abbandonati le cui aie erano aperte, fornite di strade bianche con il
verde dell’erba alta in mezzo, accessibili dopo brevi discese o facili
salite, parevano invitarli, loro due. Quei focolari addormentati che
potevano risalire anche al Seicento, ormai visitati solo da piccoli
esseri selvatici, talpe, rondini con il nido sulla trave di mezzo,
lumache, l’avevano guardata quasi a dirle di fermarsi ed entrare
come se fossero arrivati a casa. E già lei immaginava cose
improbabili, tipo loro due da vecchi che, in un autunno tiepido, da
una di quelle corti sulle cime delle colline più alte guardavano la
nebbia spandersi come schiuma di cappuccino sulle catene di valli.
Fino alla Laga e oltre, fino alla Majella. O che, nelle mattine
particolarmente limpide, cercavano di indovinare i rilievi della
Croazia oltre il mare.
E invece poi le cose sarebbero andate, ovviamente, in modo tutto
diverso.

Dopo il corso triennale, Olga aveva cominciato quasi subito a


lavorare, soprattutto con agenzie di pubblicità della zona del
pesarese, la più vicina alla scuola dove le sezioni marketing delle
ditte di abbigliamento romagnole e bolognesi si recavano spesso a
caccia di talenti giovani e freschi sintonizzati sulle ultime tendenze.
Per suo esclusivo diletto, mentre disegnava loghi e packaging,
aveva anche cominciato a produrre materiale con i suoi pupazzetti
che poi cercava di far girare nei circuiti underground.
Fu in quel periodo che disegnò la copertina dell’Lp dei Crazy
Diamond. Aveva provato a proporgli qualcosa con i suoi
personaggini ma Amedeo l’aveva stroncato come troppo puerile e
acerbo (dopo questa notazione odiosa, Olga completò il lavoro solo
per rispetto verso la sorella).
Con amici e colleghi, si lamentava molto della situazione italiana,
orfana delle prestigiose riviste di fumetto dove avevano esordito i
grandi degli anni ottanta. I maestri giovani erano da poco spariti e
così le riviste; rimanevano, a quell’epoca, degli spazi per la satira
politica e, ovviamente, l’estero. La Francia, naturalmente – alcuni
suoi amici erano andati oltralpe a tentare la fortuna e c’era
attenzione anche per i giovani italiani – dove ognuno aveva almeno
una possibilità. Era l’inizio degli anni novanta e per quel lavoro era il
posto giusto: si guardava con interesse a certe cose che stavano
succedendo qui, in politica, in televisione, nell’editoria come ai
fermenti di un Paese che poteva vivere una nuova giovinezza, una
piccola rivoluzione (non avevamo capito niente nessuno dei tanti, a
riguardo, ma non importava: una piccola scossa, un’ondina di breve
intensità c’era comunque stata, prima del non troppo metaforico
diluvio di escrementi immediatamente successivo).
Olga però non l’aveva fatto, non era partita e le era capitato, poi,
di rimpiangerla, questa sua mancanza di slancio. C’era stato un
momento in cui avrebbe potuto fare un azzardo, un salto nell’ignoto,
raggiungere Gabriela, la sua amica argentina uscita dall’Accademia
di Urbino che dall’Italia era passata alla Francia convinta che il futuro
sarebbe stato lì: Olga ci aveva pensato, eccome se ci aveva
pensato, e si era detta che anche se fosse andata male, pazienza,
sarebbe comunque stato un tentativo. Ma, come succede per vie
imperscrutabili (o forse scrutabilissime) le era capitato
contemporaneamente di ricevere un’offerta interessante dalla
celebre ditta di cucine di Pesaro, proprio “la più amata dagli italiani”,
e conoscere quello che, per quasi vent’anni, sarebbe diventato il suo
compagno. Il caro Lorenzo, un architetto fiorentino alto e distinto,
sobrio e posato, svettante in mezzo a tante altre bestie del giro
tardo-universitario che ancora lei si ostinava a frequentare.
Più grande di Olga di sette anni, con una faccia interessante e
occhi color nocciola, rappresentava la calma dopo la tempesta del
rapporto schizofrenico con l’attore giovane, il quale alla fine l’aveva
tirata scema per tre anni demolendo molto del suo amor proprio
prima di sparire e lasciarle, oltre alle sue irrequietezze, anche
qualche velleità artistica che la esponeva più alla disillusione che
non all’euforia dei processi creativi, industriali o artigianali che
fossero.
Per farla breve e non tornarci mai più sopra, il signore attor
giovane pazzo e bellissimo di cui ancora adesso Olga vorrebbe
dimenticare persino il nome, in certe notti che sanno solo loro (dopo
la prima fra i campi anche altre in giro per il mondo e per case varie)
le aveva ripetuto fino al delirio che doveva consacrare la sua vita alla
passione e alla disciplina per qualcosa – nel suo caso il disegno –
come lui aveva fatto con la drammaturgia. Alla ricerca dell’eterno e
della felicità.
Olga faceva fatica a spiegargli che essendo il disegno un’attività
solitaria e priva della dimensione performativa pubblica, tutti questi
suoi entusiasmi ed esperienze metafisiche non riusciva proprio a
comprenderli né condividerli.
Alla fine, tra l’altro, si era pure convinta che, dunque, questo sacro
fuoco dell’arte doveva covare ben nascosto sotto qualche sabbia o
sotto dei detriti, affievolito e soffocato da cinismo, o da sarcasmo, o
da scoramento generico, perché lei, da queste fiamme, non si
sentiva scaldare e scottare, né le vedeva ardere gagliarde. E di
sicuro, se il trasporto per quell’esaltato aveva all’inizio acceso la
miccia di qualcosa, per quanto la riguardava, dopo, riusciva in
momenti di solitudine e meditazione e onestà a capire che i tonfi in
campo artistico potevano rivelarsi fatali, definitivi.
A questo tormento, meraviglioso ma anche corrosivo, e
orribilmente giovanile, aveva posto termine, finalmente, l’incontro
con Lorenzo.
Con lui mia cugina aveva ripreso animo e allegria, uscendo dal
tunnel claustrofobico in cui l’aveva attirata quel disgraziato pazzo
che aveva reso pazza anche lei troppo a lungo.
In modo piuttosto evidente, dopo quegli anni a singhiozzo fra i
tentennamenti suoi e l’instabilità anche anagrafica, proprio di stato in
luogo visto che era perennemente in qualche tournée o corsi,
festival, residenze e seminari itineranti in mezza Europa, di
quell’altro, il fatto che Lorenzo avesse una sua posizione lavorativa
piuttosto definita e solida aveva aiutato molto. Lo faceva apparire
come una placida baia in cui approdare per capire cosa fare, intanto;
un porto sicuro al riparo dai venti e dai colpi di testa e dalle correnti
invisibili che per troppo tempo l’avevano trascinata sulla scia del
disgraziato conosciuto quella famosa notte d’estate a Polverigi.
L’idea della rada le veniva dal fatto che all’inizio, quando ancora
non si conoscevano, Lorenzo aveva lavorato alla progettazione
d’interni di navi da crociera da realizzarsi nei cantieri navali di
Ancona. Gliene aveva parlato spesso come di un mondo, quello
dello svago, del diporto, del lusso (producevano e progettavano
anche yacht) quasi astratto, extraterrestre.
Lei, a dire la verità, non era attratta dalla possibilità di abitarlo,
quel mondo: era attratta dal suo racconto. Per troppo tempo aveva
pasturato nei bassifondi studenteschi, e per convenzione artistici, o
nei placidi tinelli delle classi medie di provincia, per non stare a
sentire, con interesse e anche con repulsione, come vivevano altri
accanto a lei.
Insomma, non esistevano solo loro e i loro amici. C’erano universi
paralleli con cui potevano entrare in contatto continuamente, anche
se gravitavano al di sopra o lontanissimi da loro.
Lontani anche nello spazio.
Perché Lorenzo, poi, si era cimentato con tante sfide diverse del
suo mestiere, senza fermarsi troppo a lungo su un solo tipo di
progetto.
Per esempio, dopo aver lavorato per un po’ nell’industria di cucine
concorrente della “più amata dagli italiani”, aveva preso l’appalto per
la costruzione di resort medio-alti nella nascente Sharm el-Sheik. In
quel periodo aveva proprio fatto i soldi e si era divertito e aveva
potuto aprire un suo studio il cui fatturato era rappresentato
totalmente dalle commesse in Egitto. Si era preso dei collaboratori e
per dieci anni aveva lavorato alla grande.
Era andato spesso giù, approfittandone per fare bellissime
vacanze: non nei cantieri, ovviamente, ma nelle parti già avviate,
prospicienti una barriera corallina fra le più straordinarie, e aveva
incontrato teste notevoli, come il professore romano Fabio Ottaviani,
ricercatore di demoetnoantropologia già studioso dell’Albania e del
Mozambico, che gli aveva schiuso nuovi orizzonti dell’economia del
turismo e soprattutto della pianificazione del territorio.
Esaurito quella specie di filone aurifero, il suo studio si era
scavato una buona nicchia in cui poter collaborare con gli enti
pubblici locali, soprattutto con un paio di Province e molta Regione.
Lavorava in diversi ambiti, dall’urbanistica all’edilizia privata, fino agli
allestimenti per le mostre del circuito museale.
Questi suoi contatti avevano, a un certo punto, investito anche il
lavoro di Olga; un lancio di eventi di qua, una cartella stampa di là,
finché, quando era rimasta di nuovo incinta – di Linda, arrivata
quattro anni dopo Pietro – contrariamente alla prima volta in cui
aveva chiesto solo un part-time, si era decisa a lasciare del tutto il
posto in azienda e tentare la strada del lavoro autonomo e delle
collaborazioni occasionali.
Il solito tentativo di avere più tempo da dedicare alla famiglia, il
solito errore di molte donne.
Aveva preso una partita Iva con la presunzione di farsi bastare
qualche collaborazione, qualche contratto più sostanzioso ogni
tanto. Si era calata nella parte di chi non ha bisogno di tanto per
vivere, di chi è superiore agli sprechi, di chi può tirare avanti con una
paghetta da primo impiego. Invece, superati i quaranta, tutto questo
non era più molto dignitoso. E gli anni a venire non si prospettavano
migliori.
Lorenzo, poi, le aveva combinato un bello scherzetto alle spalle,
una porcata di cui Olga aveva avuto sentore ma che aveva rimosso
per due anni, confidando segretamente che gli sarebbe passata e
non avendo alcuna voglia di affrontarla. Per farla breve, in quanto so
che per Olga è troppo nauseante vederla pure scritta dopo averla
rivangata per la centesima volta, il bravo marito si era invaghito di
una stagista trentenne del suo studio. Così ovvio? Sì, così ovvio.
Liscio liscio.
Piattume, o pattume, assoluto.
E va bene, niente di che.
Ma non si era solo invaghito, si era proprio costruito una storia
bella e buona, con tanto di pied-à-terre ben ammobiliato e allegri
viaggetti e tragitti al lavoro in macchina come un servizievole e
mattutino chauffeur (chissà per quale giro perverso della mente, la
cosa che più bruciava a Olga era l’idea che la signorina avesse
posato le sue gentili terga, cinque giorni alla settimana, andata e
ritorno, al suo posto, sul suo sedile nella macchina di famiglia;
questo dettaglio apparentemente secondario la disturbava più di
un’ipotizzabile, scatenata, fregola fra i due amanti segreti: questa
sua involontaria, indiretta, intimità con l’amante del marito, questa
condivisione di cui Olga era stata all’oscuro, questa presa di
possesso dell’altra con relativa occupazione della seduta a lei
tradizionalmente riservata, sebbene protetta da abiti e cappotti, le
faceva immensamente più schifo, igienicamente parlando).
Comunque, non ce l’aveva fatta a passarci sopra come a un
capriccio, a uno sbaglio del compagno. Due anni non sono uno
sbaglio, non sono un colpo di testa. Sono uno scandalo.
Come una slavina, la scoperta del tradimento di Lorenzo si era
portata dietro detriti e tronchi morti di cui Olga ignorava l’esistenza.
Blocchi di ghiaccio, strutture che non tenevano più.
Ripensava agli ultimi venti anni vedendo solo gli aspetti negativi,
proiettandovi solo l’ombra terribile della diffidenza e della paura,
come se tutto fosse stato preparato per andare a finire in questa
specie di imbuto, in questa strozzatura palpitante da cui doveva
uscire al più presto a riveder la luce, se voleva salvare qualcosa.
Sentiva di aver perso interi monconi di vita. Progetti a medio
termine e occasioni di crescita. Arrivava persino a pensare di aver
sbagliato tutto dall’inizio, sin dalla scuola, e si interrogava su come
potesse essere successo, su come fosse finita a confidare così tanto
su un progetto di vita in comune con uno che da un certo punto in
poi, e senza dirglielo, aveva cominciato a pensare solo per sé.
Cioè, era stata sempre consapevole che vi potesse essere una
doppia faccia in Lorenzo, l’aveva messa persino in conto, ma aveva
sempre relegato questa eventualità all’ambito del sentimento, a una
possibile delusione personale, a una dimensione di coppia. Quel che
non aveva considerato erano i riverberi materiali e prosaici, le
conseguenze sulla minuta economia quotidiana.
Ci aveva riflettuto abbastanza, a monte, quando era stato il
momento di prendere decisioni solide ed epocali, o non si era
piuttosto lasciata scivolare, fluttuando sugli eventi così come si
presentavano? Assecondando la forma che la realtà, tutto attorno,
prendeva, e calandosi, senza un grido, in quello stampino che la
società aveva preparato per lei e per le donne come lei?
Come aveva potuto capitolare e assoggettarsi al ruolo a lei
assegnato forse da secoli, in maniera così totale e definitiva, non se
lo spiegava. Perché non si era rivoltata? Come aveva potuto lasciare
che succedesse?, mi diceva, si doleva.
Perché, anni prima, non aveva seguito il suo originario desiderio,
quello di fare studi scientifici, di occuparsi della campagna, e invece
si era avviata tutta contenta per la strada almeno all’inizio più facile,
ma alla lunga più impervia? Ne avrebbe potuto parlare meglio con i
genitori, all’epoca, se fossero stati più propensi al dialogo – il
dialogo, diamine, non i loro fottuti monologhi inzeppati di pregiudizi e
timori su tutto! Quante paure sulle figlie femmine, quanti piedi di
piombo, quanta malcelata diffidenza. Era una condanna mica da
poco!
Perché si era sposata?
In realtà si sentiva perfettamente, profondamente, single (non
essendoci una parola italiana equivalente, ugualmente dignitosa e
precisa, le andava bene pure l’irriguardoso “zitella”), ma non aveva
fatto nulla per raggiungere quell’olimpica condizione. Anzi aveva
contrastato in tutti i modi ogni tentazione a riguardo, maritandosi
molto presto.
Aveva tanto voluto dei bambini, questo era certo. Il resto era
venuto da sé.
Ma perché si era consegnata così a un compagno, lei che era
diffidente e sospettosa su tutto? Perché non aveva preteso di avere
le sue stesse possibilità nel lavoro, in termini di tempo, investimenti,
relazioni?
A volte, magari nel bel mezzo di uno dei suoi lavoretti senza rete,
si faceva queste domande. E se le faceva anche certe notti in cui si
svegliava in preda all’angoscia e si arrovellava su calcoli furibondi e
spaventosi.
Non stava dando la colpa ad altri della sua attuale situazione, sia
chiaro: se la prendeva tutta lei, la responsabilità. Di tutto. Tutto. Però
ogni tanto si chiedeva se gli altri non avessero avuto una parte in
alcune sue decisioni.
Era stata una delle prime della sua generazione ad assaggiare i
morsi della flessibilità, dei salassi fiscali su quei miseri bocconi, a
ballare sullo schifoso tagadà dei contratti delle collaborazioni
continuative mantenendosi con braccia sempre più deboli ai bordi di
quel catino infernale e ingovernabile. Ora si beccava anche i
fallimenti di enti e società, i tagli agli assessorati alla cultura, la
chiusura di attività che resistevano da anni e anni e all’improvviso
schiantavano fra liquidatori e ingiunzioni di creditori privilegiati.
Si faceva una colpa di non essere stata abbastanza lungimirante.
Ammetteva la sua debolezza, la sua totale imperfezione.
Se ne vergognava perché pensava di essersi disfatta troppo in
fretta, presto, della sua preparazione, di tutte le sue ambizioni, con
sbadataggine e un filo di disincanto di troppo.
Di averne fatto uno sciupio insensato.
Adesso, dopo tanti anni, con i figli cresciuti e la rottura con
Lorenzo quasi cauterizzata, poteva dirlo forte: “Sono stata una
cogliona. Ci sono cascata con tutte le scarpe: io, proprio io, signora
cogliona Olga Gentili.”
Poteva dirlo e se lo diceva, con tono amaro.
Lo diceva anche a me e a Nadia. E ai figli e alla nipote.
E poteva scriverlo controfirmandolo e apponendovi un sigillo di
lacca rossa.

E queste erano loro due a quel punto della loro vita. C’erano stati
questi iniziali girovagare, spontanei e scoordinati, che preludevano
forse a quelli dei giovani di oggi, orientati però all’epoca ad
apprendistati artistici ed esistenziali invece che a formazione politica
o volontaristica come invece capita ora ai figli dei post-mezzadri in
viaggio per progetti di cooperazione internazionale o scambio
culturale strutturato e mirato.
Avevano corso dei pericoli, si erano prese dei rischi; avevano
sbattuto il muso, come si diceva da quelle parti. Avevano fatto i conti
con delle false partenze. Qualche volta per scelta, altre per occasioni
limitate ma sempre con la presunzione di essere loro stesse le
principali artefici del proprio destino.
Si sbagliavano, a riguardo, non era dipeso solo da loro. Non tutto.
E ora, con l’età, la musica era cambiata. In meglio, probabilmente.
A Olga e Nadia, almeno, sembrava in meglio.
Quello che il disamore aveva tolto a entrambe, le due sorelle lo
avevano acquistato in lucidità ed efficienza.
Erano pronte ad affrontare e risolvere le angosce materiali
liberandosi una volta per tutte da chi le aveva intralciate facendo
perdere tempo e occasioni. E a questo giro non avrebbero fatto
sconti a nessuno, forti anche di formidabili alleati come i figli che
sempre le sostenevano, ascoltandole, appoggiandole e arricchendo i
loro progetti con idee e suggerimenti. Teresa, Pietro e Linda, pur
presi dalle cose di scuola, infatti seguivano e approvavano tutto e,
per Olga e Nadia, solo questo contava.

Poi, ultima ma non ultima, c’era la madre. Liliana.


Per lei era tutto più semplice, visto che il grosso dei giochi era
fatto. Doveva solo assicurarsi una terza età accettabile, una
vecchiaia in cui poter navigare da un medico senza scrupoli all’altro,
nutrendo la sua ipocondria e scrutando continuamente ogni angolo
di corpo, passandolo allo scanner dentro e fuori per poi riflettere con
le sue amiche coetanee sui risultati e confrontarli con altre avvezze
alle lamentele di tipo sanitario. Se necessario, pubblicando e
recensendo ogni minimo risultato di quelle analisi e visite in ogni
spazio pubblico del paese: bar, Poste, spiaggia, lungomare. O al
telefono, via WhatsApp, per posta elettronica.
La sua tecnica era questa: non appena sapeva di qualche
conoscente morto di malattia, chiedeva i minimi particolari sulle
prognosi, sull’esito, sui sintomi, quindi, presa ispirazione, correva a
farsi dare un appuntamento dagli specialisti del caso.
“Come forma di prevenzione.”
“Non puoi pensare di beccare tutto tutto,” le dicevano
perfidamente le figlie. “In questo modo rischi di perdere tempo – e
soldi, mamma, tanti soldi! – con cose improbabili e remote.”
“E di trascurare qualcosa di più necessario per te che rischia di
sfuggirti,” aggiungeva Nadia, scrupolosa.
Con Nadia, si commentava la poca professionalità di certi dottori
che prendevano in cura Liliana anche per mesi, facendosi pagare
profumatamente per ascoltare le sue geremiadi e segnarle placebo,
brodini, integratori, cataplasmi, prima di incassare parcella.
“Farabutti,” dicevano, a rotazione, le sorelle.
“Questa non è medicina, è superstizione,” sosteneva Olga. E
ricompilava l’elenco dei dottori in letteratura che, pur senza farsi
radiare dall’ordine, ammettevano di campare sulle paure delle
vecchie ricche o semplicemente benestanti. Ma erano romanzi, o al
limite memoir di medici ironici o morfinomani o alcolizzati poi
diventati scrittori, nella Russia dell’Ottocento o nel selvaggio West o
in certi nauseabondi pulp: che esistessero davvero, vivessero nella
provincia marchigiana a nuovo millennio avviato, e fossero così
intraprendenti e sfacciati, risultava intollerabile.
Quello che le insospettiva assai, loro figlie, era che Liliana pareva
aggravarsi in certe sue manie solo quando aveva due soldi in mano.
Allora ricomparivano fastidi insopportabili anche se non mortalmente
gravi, sfoghi, infiammazioni, coliche, cistiti.
E giù di dottori, fisioterapisti, nutrizionisti.
Quando invece i quattrini cominciavano a scarseggiare, ecco
tornare una parvenza di ottima salute, la bella cera, i discorsi più
leggeri e solari, le distrazioni di ogni tipo.
“È uno di quei bizzarri casi in cui i soldi non fanno la felicità e
neanche la salute,” notavano le mie cugine scuotendo la testa.
“Ribalta tutti gli studi economici e sociologici a riguardo.”
Insomma, Liliana aveva questo debole e loro erano molto
preoccupate. Per il momento andava tutto bene e lei, per la
tranquillità di tutti, era in ottima forma. Faceva ginnastica tre volte
alla settimana, passava i pomeriggi a giocare a carte con un gruppo
di amiche gustando pasticcini e barando a tutto andare – talvolta
bestemmiando per disturbare le avversarie più devote – poi la sera
si metteva a fetecchiare sui social come la più navigata degli hater.
Ma la preoccupazione delle figlie era per il futuro prossimo.
Già si vedevano costrette a correre qua e là per pagare i suoi
conti presso gastroenterologi, osteopati e fisiatri; temevano, un
domani non lontano vista la velocità con cui bruciava assegni e
banconote, di dover far fronte a rette di cliniche o fior di badanti.
“E come le paghiamo?” pensavano, dicevano, le urlavano. “Come
le paghiamo, messe come siamo messe?”

La vendita della terra, senza dilungarsi oltre, era molto, molto


urgente.
Ora dirò perché per le eredi Gentili era tempo di vendere.
E tre.
Dunque, per quanto la riguardava, Olga non era del tutto orientata
a disfarsi della terra. Almeno fino a quel momento, aveva cercato di
tenere duro.
Però.
Il mondo intorno a loro era cambiato.
Negli anni aveva dato in affitto tutto in blocco a un vecchio
contadino segaligno e lamentoso, tal Armando, che fra una cosa e
l’altra coltivava cinquecento ettari senza possederne manco mezzo.
Era uno dei famosi “terzisti” che, partiti da mezzadri ma acquistati i
mezzi agricoli negli anni, erano diventati i nuovi, veri, latifondisti.
Latifondisti dell’affitto, latifondisti dei contributi europei per la politica
agricola comune – la famosa “Pac”–, latifondisti di girasoli, senape,
sorgo, colza, biomasse. Da Olga questo Armando coltivava ancora
ortaggi e grano, ma altrove dei simil-Armando non si facevano
problemi a sfruttare intensivamente, ignorando i riposi richiesti dalle
colture, irrorando diserbanti senza riguardi, e pazienza se a lungo
andare i terreni di collina dilavavano, crepavano e ruscellavano
finendo a formare calanchi, belli ma irrimediabilmente inariditi. Che
gli importava? Tanto non erano i loro…
Per la terra di Olga, visto che ce l’aveva vicino casa così che gli
veniva comoda ed era di estensione giusta, il tal Armando nutriva
ancora un certo rispetto: la trattava alla stregua di un giardino e
anche se la lavorava arrivando ai margini estremi senza lasciare
neanche un centimetro incolto, non si azzardava a buttare giù
niente; non spianava le scoline, non cancellava le cavedagne, stava
attentissimo a non toccare nessuna delle roverelle lungo gli argini
del fiume. Solo, facendo manovra con un “imballa-insacca” una volta
le aveva buttato giù una bella pianta di fico nero portoghese che
Olga aveva acquistato al vivaio La Fiorita e trapiantato con le sue
manine (e di cui lei in otto anni aveva provato, forse, un solo,
stentatissimo, frutto), e poi l’aveva fatta sparire simulando un furto a
opera di fantomatici indiani, questi stranieri sfruttati che vengono
buoni per accollarsi ogni malefatta.
“Ma sai chi mi ha chiamato per farmi gli auguri di Natale?”
“Chi?”
“Armando. È la prima volta in tanti anni.”
“Uh. E che ha detto?”
“‘Tanti auguri, Olga, a te e famiglia. E ti volevo dire che è sparita
la pianta di fico che avevi piantato giù.’ Testuali parole.”
“E be’, ti ci telefona la vigilia di Natale?”
“Ma che ne so. È strano, vero?”
“Ti dico io che è successo. Quello è andato giù alla chiesa a
confessarsi perché è Natale e il prete gli ha detto che doveva fare
penitenza. E lui, preso da pentimento e paura dell’inferno, ti ha
telefonato.”
“E mi ha detto una balla? Fammi capire. Mica ha confessato di
averla presa lui! Ha detto che sono stati degli indiani.”
“Perché alla fine non ha avuto il coraggio. Si sarà vergognato.”
“Mi sembra una ricostruzione fantasiosa. Un po’ romanzata. Più
facile che ha pensato: mo’ quella viene giù per Natale e si accorge
che il fico è sparito. E ha messo le mani avanti.”
“Oh, può essere.”
“Poi l’inferno per una pianta di fico… Addirittura.”
“Il peccato, per chi ci crede, è peccato. Grande o piccolo, se il
prete ti cazzia, non fa differenza: quello ti spetta, ladro!”
Avevano riso.
Questo maledetto vizio di fregare era un retaggio della sparita
mezzadria derivante dapprima dal ricordo dei diritti d’uso di beni
marginali come legna, fascine, ghiande, erba da pascolo, poi da un
fisiologico e taciuto riequilibrio del contratto fifty-fifty.
Ma col tempo non si trattava più di frutti e raccolti: questi, con la
proprietà non più residente sul posto, si fregavano di tutto. Tubi
d’irrigazione, pezzi di motore di rotolone, nafta. E se glielo dicevi si
lamentavano: “Qua è tutto un fregà, gli uni con gli altri. In tutta Italia.
Non hai letto l’ultimo rapporto della Coldiretti sui furti campestri?”
E passavano a elencarti quello che era stato fregato a loro
ultimamente.
Alle sorelle Gentili avevano rivenduto per ben due volte lo stesso
motorino per il rotolone che in origine era già loro.
“Mi pare di conoscerlo questo motorino.”
“Ma i motorini sono tutti uguali, c’è una marca sola dalle parti
nostre.”
“Sarà. Mo’ gli do una martellata così la prossima volta lo posso
identificare dall’ammaccatura.”
“Fai un po’ come credi, Olga. Se ti pare una cosa sensata…”
“Mi pare sì, con tutti ’sti ladri in giro.”
Nadia aveva appeso cartelli surreali attorno alla sua parte di terra,
fogli A4 dentro cristallini fissati con le puntine ai fusti degli ulivi, con
scritte tipo “Sorridi, sei videosorvegliato” e faccine gialle di smile con
gli occhiali da sole e mani che facevano ciao a cui sapeva benissimo
che quelli non avrebbero creduto neanche per un secondo. “Intanto
sanno che io so.”
“Capirai che soddisfazione…”
E si andava avanti così, via con le fregature a botte di
centocinquanta, duecento euro.
Era meglio tenersi lontane dai campi e continuare a dare in affitto,
anche se per un tozzo di pane.

Vista la situazione, mia cugina non era del tutto scontenta di


questo affittuario, anche se le dava una miseria che, una volta
pagato il Consorzio, si riduceva a una cifra veramente ridicola. Tanto
non c’era verso di ottenere di più: ogni volta che Olga ci provava,
quello attaccava una cantilena devastante sui costi, le tasse, i
rimborsi che non arrivavano, la grande distribuzione che ti
strangolava, la grandine, i contributi, il prezzo della nafta per il
rotolone e quello delle sementi, la schiena che doleva per la
vecchiaia, i prezzi dei concimi, l’ispettorato del lavoro, che proprio ti
veniva voglia di suicidarti per il pessimismo cosmico e la lagna. E se
gli chiedevi: “Ma chi te lo fa fare, allora?” ti rispondeva che lo faceva
per passione, per attaccamento alla terra (che però non era la sua e
la voleva solo in affitto) e anche, con incredibile faccia tosta, anche
per farti un po’ un piacere.
“E questo no, Armando, questo vallo a raccontare a un altro,”
protestava mia cugina.
“Mi devi credere,” si incaponiva il neolatifondista. “È già tanto se ci
faccio pari.”
“No, non ti credo,” rispondeva lei serissima. “Mi spiace ma
qualcuno, qua, qualcosa ci guadagna. Perché l’umanità continua a
mangiare e quando andiamo a fare la spesa la roba la paghiamo.
Non è che viviamo di caccia e raccolta, e non siamo durante la
Grande Depressione, quindi Armando non mi prendere in giro.”
Si spazientiva, Olga, perché non aveva molta scelta: sapevano
entrambi che non si sarebbe trovato nessuno disposto a sganciare
un solo euro in più. Anzi, semmai, il contrario. La situazione era
quella.
E Armando continuava a prendere in affitto ettari su ettari
ovunque, espandendosi fino a Osimo, fino alla Romagna, e al
telefono era difficile beccarlo: sempre in giro, come un demonio, a
spostare trattori, squadre di operai, mezzi.
Aveva un potente macchinone nero, con i vetri oscurati, alto e
largo che pareva un’astronave, forse era una Lexus, non so, e
diverse vecchie utilitarie da battaglia per andare nei campi, in mezzo
alla fanga degli irrigatori, e un paio di Pandini 4x4 buoni per
inerpicarsi sulle colline. Casa sua era una vera casa-azienda con
un’officina per tutti i macchinari agricoli possibili e immaginabili, uno
stagno, un deposito di gasolio, vari magazzini, un pollaio, una
cantina, locali a pianterreno per tenere le carte e cambiarsi prima di
accedere ai piani sopra che, invece, erano occupati da appartamenti
lindi e pinti tenuti come bomboniere. Uno suo, uno del fratello.
Non era una villa come tante che i contadini avevano costruito
negli anni: da fuori era una casa senza fronzoli, in posizione
strategica sulla sommità di una collina davanti al mare, senza inutili
recinzioni, con tre cagnetti da pagliaio e una manciata di superbe
oche sveglissime a far la guardia. Ma dentro, dentro “devi vedè, li
lussi!” aveva detto Liliana che la conosceva per averci
accompagnato, ogni anno, il marito a riscuotere affitti e pagare lavori
agrari. “Li lussi neri, da non crederci!”
Terra attorno, di proprietà, non ne avevano.
Ogni volta che Olga gli aveva detto: “Armando, perché non ti
compri un paio di ettari, con tutti i soldi che hai?” lui le aveva
risposto: “E per farci cosa? Tanto ci state voi che me la date in
affitto.”
Insomma, con Armando Olga non spuntava mai niente. Era di una
resistenza e cocciutaggine assolute e le raccontava un sacco di
palle, secondo lei.
Poi faceva anche dei dispetti, naturalmente.
Cioè, più che dispetti – a parte quella pianta di fico nero
portoghese che le aveva abbattuto col trattore o rubato dando poi la
colpa a dei poveri indiani che lavoravano in una stalla più giù, ’sto
falsone, Olga se l’era legata al dito e lo raccontava a tutti – non ti
faceva un piacere manco a morire. Questo in generale. Neanche a
Nadia e tanto meno a Liliana, che infatti aveva inutilmente tentato di
litigarci.
Una volta che Olga aveva avuto bisogno di una pulizia di alcuni
terreni di là dalla strada, Armando aveva avuto la faccia tosta di
inventarsi che, date le nuove norme Cee, con il trattore suo non
poteva attraversare la provinciale e passare nell’altro campo di mia
cugina.
“Armando, ma io ti pago. Mica te lo scalo dall’affitto: ti pago
subito.”
“Ma ti pare, Olga, che mi posso far pagare per una fregnaccia del
genere? È un lavoretto di venti minuti.”
“Eh, appunto. Che ti ci vuole?”
“Ma il mio mezzo non può circolare sulla strada, non ha la targa
omologata Cee.”
“Ma che stai dicendo? Come ce l’hai portato allora lì? Da casa tua
fino a me, come ce l’hai portato? Volando?”
“Col camion.”
“Ma quando mai?”
“Oh Olga, ma che ne sai tu, che qua non ci vivi e non ci vieni mai?
Sono cambiate tante cose da quando siamo in Europa.”
“Ma ci siamo da una vita.”
“Ma ci sono tutte ’ste leggi nuove. Non ti puoi più muovere, non ti
fanno campare.”
Olga l’avrebbe strangolato volentieri. Non era vero nulla,
ovviamente.
“Sul campo ci posso andare, sulla strada no.”
“Devi fare due metri di strada. Due metri, Armando. Lo sai
benissimo. Guardo io se arriva qualcuno.”
Niente. Non c’era stato verso.
Subito si era lamentata con la madre, con la sorella e pure con il
contadino Secondo.
Ma Secondo, da quando era in pensione, veniva facendo dei
lavoretti per Armando e quindi era tutto per Armando, bravo
Armando, al mondo non ci sta nessuno meglio di Armando.
Olga, comunque, Armando se lo teneva lo stesso perché c’era
solo un altro come lui, un tale Salvanelli, che però pagava uguale e
si comportava uguale. Inoltre era ancora più arrogante, pareva.

Firmavano dunque i loro contratti alla Cia, Olga intascava il suo


piccolo assegno e si salutavano dicendosi: “L’anno prossimo,
vedremo.”
“Se ci stiamo ancora, chissà,” chiosava, sempre, Armando, in
puro stile mezzadrile/vergaro.
“Be’, io penso di starci,” ridacchiava lei. “Spero.”
Se avevano discusso un po’ su chi dovesse pagare le spese di
registrazione del contratto (non aveva mai fatto il bel gesto di dire
che le pagava lui nonostante prendesse la Pac e l’acqua la pagasse
invece Olga e nonostante, avrebbe scoperto in seguito, lui
registrasse i suoi cinquanta contratti d’affitto tutti assieme al costo di
uno), gli diceva: “Tu non so,” perché se voleva che si desse credito
alle sue lagne allora doveva anche mettere in conto un commentino
acido e, oserei dire, obiettivo, visto che era tanto stufo e vecchio e
chi glielo faceva fare eccetera.
Allora un po’ si preoccupava, perché i contadini sono molto
superstiziosi, e le diceva: “E però, un gorbu,” e lei rideva di pessimo
umore salutandolo con la mano e chiedendosi se questa cosa
sarebbe mai finita e se non sarebbe stato giusto ricavare un po’ di
più da tutta quella storia, prima o poi.
E Olga pensava anche che madonna, però, non sarebbe stato
male darci un taglio, ricevere una buona offerta, vendere e farci due
soldi giusto per non stare strozzati. Ma proprio nelle bacheche della
Cia, della Confagricoltura, dell’Upa, della Coldiretti, fiorivano questi
annunci di VENDESI, e le agenzie immobiliari pure, quelle
specializzate in vendite agli stranieri, dietro i casolari più o meno da
ristrutturare, ci appiccicavano quanta più terra possibile; altri, invece,
si ingegnavano a federarsi per proporre progetti in Regione e
cercavano sostegno con trovate mirabolanti da sottoporre alla
politica del tipo agricoltura sociale o agricoltura didattica per
l’università.
Le mie parenti, invece, andavano avanti con contratti d’affitto
annuali, aspettando, e in quell’attesa si diventava tutti un po’ più
vecchi e più obsoleti e più scoraggiati. A sentire Armando, sempre
con un piede nell’agognata pensione o preso a fronteggiare vari
accidenti di tipo sanitario com’era, prima o poi avrebbe chiuso
baracca e burattini e quindi Olga si sarebbe dovuta trovare un altro
affittuario.
E dove lo andava a trovare? Salvanelli? Dalla padella alla brace!
Non voleva pensarci, si diceva la lascerò “in sodo” e poi vedremo,
qualcosa succederà, ma nel frattempo si teneva l’odioso e segaligno
Armando che vedeva un paio di volte l’anno e da cui si accomiatava
con un misto di sollievo e cordialità, fuori dalla Cia, ben sapendo che
il settembre dopo l’avrebbe rivisto e avrebbero rifatto gli stessi
discorsi con lo stesso incedere del riproporsi immutato delle stagioni
e dell’eterno ritorno, perché in campagna va così finché qualcuno
non schiatta davvero.
Lui risaliva sul suo macchinone nero, Olga inforcava la sua
bicicletta un po’ arrugginita e malandata, e via: si partiva verso
un’altra annata agraria.
C’erano altri nelle loro stesse condizioni, tanti. Altri con cui
parlava Liliana perché le figlie non avevano tempo di andare in giro a
chiacchierare e mai l’avrebbero fatto. Anche gli altri erano in attesa
di fantomatici “milanesi” o “russi” o “cinesi” che presto, ne erano
sicuri, avrebbero scommesso sugli incredibili vantaggi e benefici
dell’investire in una regione appartata e “tutta da scoprire”, come
diceva la pubblicità.
Lo sceicco arabo con i cavalli da corsa faceva parte di questa
tipologia di chimere o creature del sogno, dei sogni di tanti.
I russi pure, che venivano giù con i personal shopper locali a fare
incetta di scarpe e vestiti negli outlet dei calzaturifici di marca, erano
una preda ambita, ma non risultavano molto attivi e presenti sul
fronte real estate come succedeva, per esempio, in Toscana. Gli
agenti immobiliari spiegavano che quei nuovi ricchissimi ex Urss
cercavano pacchianate con piscine a forma di conchiglia magari
rivestite in madreperla e azulejos, con spazio per un minizoo che
avrebbe ospitato tigri della Siberia e puma della Kamchatka portati
dai loro autisti in minivan, più varie dépendance per cuochi, colf e
maggiordomi, dotate di minimo quattordici stanze da letto con relativi
bagni in Bisazza e sanitari a sospensione, già ristrutturate a gusto
russo, dicevano (tipo insalata russa, piena di pezzi diversi e colorati
pasticciati in materia grassa forse?), del valore di partenza di svariati
milioni di euro. Non era dunque il caso delle mie cugine.
E non andavano bene neanche i pensionati tedeschi e olandesi e
inglesi che cercavano i nidi pittoreschi sulle verdi soft rolling hills, un
po’ nascosti, dotati di verande, pergolati, giardini segreti e macchie
di bambù: la loro era proprio terra da lavoro.
Fertile, bellissima da coltivare, di estensione medio grande se
ricomposta tutta assieme.
E pace se la Regione aveva messo, da qualche anno, dei vincoli
del cavolo ampliando a dismisura la zona esondazione del fiume:
secondo loro, dalle Gentili non si potevano impiantare serre, di
nessun tipo. Eppure, guarda caso, erano circondate da serre e vivai,
soprattutto dall’altra parte del fiume, che ricadeva sotto la provincia
di Ascoli (noi si era da poco in quella di Fermo, un’entità nuova di
zecca che ci aveva provocato non pochi problemi di software al
momento del rinnovo del passaporto, un’entità che sembrava creata
esclusivamente per dare fastidio ai cittadini e provocare ilarità in chi,
percorrendo la Valferonia, si trovava a ogni curva cartelli blu di fine
provincia Fermo-inizio provincia Ascoli e viceversa: un manicomio
delirante e cretinissimo). Liliana, per anni, aveva detto a Olga: “Vai a
farti togliere il vincolo sennò sei rovinata,” ma, a parte che lei non
aveva tempo e modo di andare da nessuna parte, vivendo a cento
chilometri di distanza, ma poi, si chiedeva, ma che bastava andare a
urlare o a prostrarsi davanti a qualche maledetto funzionario e il
fiume, come per magia, non sarebbe più esondato dalla parte sua?
Ma cos’era, un film di Miyazaki? Il fiume decideva di straripare solo
dalla riva sinistra risparmiando quelli a destra? Un osservatore
ingenuo avrebbe potuto dire: saranno stati fatti degli studi,
considerato lo storico delle piene, studiato l’andamento delle acque.
E quell’osservatore avrebbe sbagliato, nella sua buona fede.
Nessuno studiava un bel niente, era solo una questione burocratica
per eventuali risarcimenti futuri. Tu sì, tu no, mio cugino sì, il fratello
dell’assessore sì pure lui, queste no, chi sono?, ah le eredi Gentili,
no no le eredi Gentili no, chi se ne frega di quesse, Mimma la moglie
di Antonì di Porchiano sì, questi tali Paniguli no che tanto vivono a
Roma e non votano qua, di nuovo Antonì di Porchiano che ha un
altro pezzo di terra quaggiù sì, via dai, oh aspetta la cognata del
consigliere provinciale, ex!, vabbè ex, va bene anche ex, passami un
po’ l’evidenziatore, a posto, guarda facciamo qua due tratti per
ombreggiare, che dici?, la cognata è salva, ok, cuscì vabbè, va bene
ti dico: vidimato, consegnato, fai firmare al sindaco e ciao. Chi vuole
consultare, è tutto depositato alla conservatoria dell’Unioncamere,
aperta tre giorni al mese, dalle 11.20 alle 11.40 del mattino dei giorni
dispari quando il giorno 8 del mese cade di domenica e chi ha da
ridire faccia ricorso che vediamo di aggiustare (la cognata del
consigliere regionale, invece, può venire quando vuole, per lei è
sempre aperto, anzi può chiamarci a qualsiasi ora sul cellulare che
noi arriviamo).
Olga a farsi togliere il vincolo non c’era mai andata. Si era
rifiutata, tanto non doveva impiantare nessuna serra né procedere
con strutture fisse eccetera. Se qualcuno voleva comprarla, quella
benedetta terra, ci avrebbe pensato lui. Lei già pagava un sacco di
tasse e soprattutto pagava il Consorzio di Bonifica.
Ecco, il Consorzio di Bonifica.
Un ente, il Consorzio di Bonifica, che, puntualissimo, veniva a
bussare a suon di mille-millecinquecento euro l’anno, che tu usassi
l’acqua oppure no (i canali scorrevano scoperti, senza contatori sulle
bocchette neanche nei tratti dove invece erano coperti, quindi le cifre
da pagare venivano calcolate secondo criteri imperscrutabili: non in
base ai consumi, non in base ai prelievi, alla piovosità, ma in base a
qualcosa che non sapevano spiegarti, anche se tutti un mezzo
sospetto ce lo avevano).
“Un cavolo di carrozzone,” sibilava Liliana, anno dopo anno. “Un
poltronificio. Un cimitero di elefanti morti dove imbucano i trombati
alle elezioni e i parenti loro.” E non aveva torto, perché se anche non
era un ente del tutto inutile visto che qualcuno doveva manutenere i
canali e la diga e fornire materialmente l’acqua d’estate, certi costi
apparivano ingiustificati e terribilmente esosi.
E quando andavi nei loro uffici, pur essendoci decine di porte con
sulle targhette nomi di ingegneri e geometri, questi laureati e tecnici
erano sempre tutti fuori e le segretarie, ben due, manco ritiravano le
raccomandate e se chiamavi cadevano sempre dalle nuvole. Però
erano puntuali al limite del maniacale nell’inviare queste cartelle che
scadevano di solito due giorni dopo che le avevi ricevute, contenenti
certe mazzate tremende, spesso a luglio quando ti eri appena
ripreso dalla stangata della denuncia dei redditi, o a ridosso del
Natale come pacco regalo.
“A te ti è arrivata la bolletta del Consorzio?” era la domanda più
odiosa e angosciante che potessero farsi tra loro.
E “L’ho pagato il Consorzio?” era la domanda più odiosa e
angosciante che potevi farti svegliandoti certe volte alle tre di notte e
non riuscendo più a riprendere sonno.
Certe esperienze con il Consorzio di Bonifica, inoltre, erano fra le
più allucinogene che avessero mai vissuto. L’apice era stato
raggiunto da Olga, a suo modesto avviso, ma la sorella e la madre
sostenevano che loro avevano vissuto esperienze ancora più
oniriche con ometti del Consorzio che le avevano raggiunte fin sotto
l’ombrellone per consegnare a mano richieste di soldi e avvisi
inculatòri vari (“Signora, lo sa che frequentiamo lo stesso
stabilimento?”, “Lo so sì, Pertichini, la vedo tutti i santi giorni con le
bambine e mi chiedo: Ma Pertichini non lavora mai? Giù al
Consorzio non ci va mai? Non fa orario d’ufficio?”), insomma era una
bella gara.
Però secondo Olga l’apice del delirio l’aveva raggiunto lei la volta
che aveva dovuto aprire un passo carraio, unico accesso al suo
fondo dopo che Liliana aveva litigato con l’affittuario Armando – che
prima ancora era affittuario suo – e le aveva proibito di farlo passare
– “MAI più, quel cafone d’un contadinaccio!” – dall’accesso originario
ora di sua proprietà (poi Liliana aveva naturalmente fatto pace con
quel cavolo di falsissimo Armando, falso e segaligno, e anzi gli
aveva ri-concesso anche di coltivare la terra sua, ma intanto Olga
aveva dovuto sborsare tremila euro e perdere un anno dietro alla
Provincia e la mamma l’avrebbe volentieri ammazzata eccetera).
Vabbè, poiché per aprire questo passo carraio e accedere al suo
terreno, Olga sarebbe dovuta passare sopra un canale del
Consorzio, aveva avuto bisogno di un permesso speciale.
In un mattino di fine giugno si era ritrovata a fare un’ora e
quaranta di anticamera, tutta sudata per essersi messa i jeans e le
scarpe chiuse anche se c’erano trentasette gradi (ma dopo doveva
andare in campagna e ci volevano i pantaloni lunghi), accasciata in
attesa in un vestibolo polverosissimo, in compagnia di un Bersani
talmente datato da avere ancora i capelli in testa, neri, che la fissava
dalla copertina di una rivista della Cgil abbandonata il secolo prima,
anzi il millennio prima si poteva dire, sul tavolino di cortesia
dell’ingresso, e nessuno che se la filasse. Olga, non la rivista. E solo
alla fine si era scoperto che l’ingegnere capo con cui doveva parlare
non era affatto dietro la porta chiusa alla fine del corridoio come
sostenuto dalla segretaria poi sparita al piano di sotto, ma proprio
quel giorno era fuori per sopralluoghi.
La cosa stupefacente era che anche tutti gli altri erano fuori per
sopralluoghi, una coincidenza inspiegabile visto che a livello idrico
non si era verificato nessun evento eccezionale: nessuna alluvione,
nessuna invasione di coccodrilli nei canali, nessun avvelenamento
delle falde, nessun cedimento delle dighe.
“So’ spariti tutti,” le aveva detto allegra la segretaria, passando di
lì per caso, a un certo punto, mentre Olga stava diventando isterica
dal caldo e per effetto della contemplazione di Bersani sulla
copertina della rivista (per ingannare il tempo si era anche letta
l’intervista dentro: risaliva a quando ancora c’era il Pds e Bersani era
un promettente funzionario dell’Emilia Romagna, quindi era una
rivista vecchia di trent’anni ma dentro le stanze del Consorzio il
tempo non aveva lo stesso giro e la stessa dimensione che fuori,
essendo puro Twilight Zone).
“Mi scusi, sono qui da un’ora e quaranta e non c’è mai stato
nessuno, tranne me e Bersani in foto,” aveva provato a obiettare
Olga. “Uno può sparire se prima c’era. Qui, prima, non c’era
nessuno!”
“Ah no?” aveva detto la segretaria.
“No. Non è che sono al piano di sotto, dove lei è stata fino
adesso?” aveva chiesto mia cugina, ormai paranoica e disidratata.
La segretaria aveva giurato che sotto non c’era nessuno, solo un
vecchio usciere che ora se n’era pure andato a casa a mangiare –
erano le dieci e mezzo del mattino, a parte tutto.
“Ma devo andare a cercarli? Giochiamo a nascondino?” Olga
sapeva di essere inquietante ma non le importava più niente, ormai.
Mesi prima aveva insultato uno stronzissimo geometra della
Provincia al grido di “Cosa devo pensare, geometra? Eh? Devo
pensare male? Ho le allucinazioni uditive o questo non è frusciar di
mazzette con conseguente tintinnar di manette? Le piace la
filastrocca? Le piacciono le rime basciate, geometra? Me lo sgancia
questo semplice, standard, porcozzio di un nullaosta sì o no?” – ché
quando ti prendono per disperazione solo quello ti rimane: il
surrealismo o l’urlo di Ginsberg – quindi era pronta a tutto, anche a
minacciare la povera segretaria.
Quella aveva ripetuto che il piano di sotto era solo un archivio e
nient’altro e nessuno ci metteva mai piede e di sicuro gli ingegneri
non andavano a nascondersi là dove faceva ancora più caldo.
Olga aveva cominciato a nutrire forti dubbi su tutta la situazione e,
persa la pazienza e ogni remora, aveva costretto la povera
impiegata a cercare insieme a lei la sua cazzo di raccomandata non
prima di aver accennato a stipendi e poltrone pagati alle anime
morte sue e degli ingegneri.
“È sparita,” ripeteva la donna, agitandosi fra una scrivania e
l’altra.
Ma Olga stringeva in pugno la cartolina gialla della ricevuta di
ritorno.
“Vi ho telefonato tre volte in maggio, per raccomandarvi la mia
raccomandata. E qui c’è una firma. La riconosce?”
Della firma non si poteva dire che fosse sparita. C’era, illeggibile
ma c’era.
“Ma quessa è una firma che mettemo un po’ dappertutto, una
firma convenzionale. Non corrisponde a una persona precisa,
potrebbe averla messa chiunque di noi,” aveva spiegato la
segretaria.
Olga aveva fatto la faccia emozionata di chi sta per scoppiare.
Tutta rossa e a occhi sbarrati.
“E va bene, e sia, farò finta di non aver sentito. Ma qualcuno, il
mio plico, l’ha ritirato. Ora, dov’è? E guardi che era un plico
voluminoso: ventisette euro di raccomandata con trentadue pagine
di progetti di ponticello rinforzato per il passo carraio. Rinforzato per
fare passare i mezzi agricoli, capisce, signora? Per non spaccarvi il
canale, che poi me lo fate ripagare come il restauro d’un Bernini!
Controfirmata da un tecnico di mia fiducia e mandata per
raccomandata apposta!”
“Alla posta?”
“Guardi, non faccia la furba,” l’aveva ammonita mia cugina.
“Eh, signora, il problema è quesso. Lu postino, qua, passa tre
volte alla settimana, non tutti i giorni perché le Poste nei piccoli centri
hanno tagliato il personale come da indicazione Cee, e inoltre non
siamo sempre gli stessi a ritirare. Ruotiamo. Non sapendo chi l’ha
presa, non saprei dove cercare,” si era giustificata la segretaria.
Da indicazione Cee – dove l’aveva già sentito Olga? – dubitava,
comunque si era messa a frugare in giro, tirando penne elastici
graffette sui ripiani e qualche bestemmia sottovoce.
Finalmente aveva scovato il suo plico arenato sotto una
spaventosa quantità di comunicazioni e scartoffie su una delle
scrivanie per fantasmi che arredavano la segreteria deserta.
“Questa busta è intonsa!” aveva detto Olga, incredula, rigirandola
da tutte le parti. “Nessuno l’ha consegnata all’ingegner Lupidi
Pompilio-Emidio! È passato un mese e mezzo e chissà quanto altro
tempo sarebbe passato se non fossi venuta qui di persona. Eppure
c’è scritto ‘ALLA C.A.’ bello grosso, cortese attenzione, signora, non
so se mi spiego! Attenzione cortese: cortese ma attenzione, signora!
E c’è anche scritto ‘URGENTE’!, lo vede? Cosa diavolo combinate in
questo posto? E Lupidi Pompilio-Emidio che fine ha fatto, si può
sapere?”
Perché Olga aveva sempre avuto seri dubbi che il Lupidi
esistesse davvero, con quel nome. E ora che proprio non si
materializzava, i suoi sospetti sul signor Pompilio-Emidio
prendevano sempre più corpo.
Ma su queste figure fantasma e zone agonizzanti e false identità
della burocrazia ci sarà modo di tornare. Ricompariranno come
revenant. Poltergeist agrari.

Poi. Non ho finito.


Il terreno che Olga non dava in affitto era quello occupato dalle
palme.
E con l’apparire di questa parola, la parola “palme”, cominciano i
dolori veri. Per molti.
Basterebbe un solo episodio, risalente a prima di tutta questa
storia della vendita.
Una telefonata di Nadia a Olga, una bella estate di san Martino di
diversi anni fa, che lei ancora ricorda come fosse oggi.
“Problema,” le fa sua sorella. “Problema grosso. Ho qui una
lettera dall’ufficio Palme per te.”
“L’ufficio Palme? Esiste un ufficio palme?”
“Sì, certo. Nella regione Marche esiste un ufficio Palme. Nella
regione Abruzzo, a quindici chilometri da qui, non esiste un ufficio
Palme. C’è solo nelle regioni rosse, che sono molto efficienti e
stronze. Comunque, sono state trovate delle palme infette.”
“Nooo. Porca! È arrivato?”
“È arrivato.”
Anche se non lo hanno nominato, stanno parlando del punteruolo
rosso. Il punteruolo rosso delle palme. Il coleottero che dall’inizio del
nuovo millennio, arrivato dall’Africa via Spagna grazie a dei coglioni
di vivaisti sprocedati e fuori controllo, si sta mangiando i giardini
ornamentali e i viali di mezza Italia, da Palermo alla Liguria,
passando per Roma, la Toscana e, naturalmente, banchettando alla
grande nella Riviera delle Palme, che sarebbe la dicitura trovata da
un qualche cervellone nostrano per indicare la nostra fascia costiera
e zone limitrofe.
Stando le palme delle Gentili a qualche chilometro dalla costa,
finora si erano salvate. Belle, fitte, fronzute, verdissime. Olga e
Nadia sono le fortunate proprietarie di un’ottantina di grosse palme a
testa che costituirebbero una specie di bancomat: ogni tanto
potrebbero venderne due o tre, o anche una decina, e avere un po’
d’ossigeno per tirare avanti e coprire parte delle spese anche lì in
campagna. Almeno, il padre ultimamente faceva così, anche se, da
quando le palme le hanno ereditate loro, non ne hanno venduta
neanche mezza.
“E mo’?”
“Dice che hai quindici giorni, per rivolgerti a un centro autorizzato,
e poi eseguire il lavoro e mandare tutta la documentazione
all’Assam, che è l’organo che segue le robe fitosanitarie delle
Marche.”
“Ma solo io? Le tue stanno a posto?”
“Eh, pare che siano solo le tue. Adesso devono venire a fare dei
controlli.”
“Ma sono vicine. Come mai solo le mie?”
“Tu dovresti averne tre infette. Io una.”
Poiché Olga è davanti al computer, digita subito furiosamente
Assam e schizza alla voce “emergenza fitosanitaria”. Le si apre una
tendina con le diciture: tarlo asiatico del fusto e processionaria del
pino e Rhynchophorus ferrugineus Olivier e Paysandisia Archon.
Loro sono Rhyncophorus.
“Il Paysandisia Archon, chi è?”
“Lascia stare il Paysandisia. Non lo so. Noi siamo
Rhynchophorus. E comunque abbattere una palma malata e
procedere allo smaltimento costa sui mille euro, pare.”
“Mille a palma? O mille tutto?”
“Mille a palma. Tu ne hai tre, malate. Fai un po’ i conti. Ciao, devo
andare. Ah, hai quindici giorni per provvedere.”
E la lascia così, ché deve andare a prendere la figlia a scuola.
Olga molla il lavoro che stava facendo e pensa furiosamente per
tutto il pomeriggio e compulsa la rete terrorizzandosi sempre più.
Non esistono cure, se non sperimentali e costosissime. Cioè, viene a
costare mille euro a palma anche la cura. E non è manco detto che
funzioni.
Le amministrazioni comunali ci si stanno rovinando, con queste
palme. Figuriamoci un privato, già malmesso come lei.
Le ricerche su Google sputano fuori titoli via via più allarmanti:
“Attenzione punteruolo rosso. Regione Campania”, “Punteruolo
rosso ora attacca pure palme nane in Sardegna”, “Sforzo congiunto
a Varazze per la lotta al punteruolo rosso”, “Piano d’azione contro il
punteruolo rosso a Montecatini”, “Punteruolo rosso divora due palme
al Kursaal”, “Il Comune stanzia un’altra carriolata di euro contro il
punteruolo rosso”, e via andare, per pagine e pagine.
È un’ecatombe.
Lei si sente come negli Uccelli di Hitchcock, capofila del genere
natura impazzita.
Si sente, nel suo piccolo, come in un capitolo della Febbre dei
tulipani, il saggio sui tulipani uscito qualche anno fa che analizzava il
fenomeno, testualmente, “che determinò la prima vera crisi
speculativa del capitalismo moderno”. E qui non si tratterà della crisi
del capitalismo mondiale, magari no, ma delle finanze di Olga e
Nadia di sicuro sì e per loro è la stessa cosa.
E che faccetta simpatica, ha, questo coleottero arrivato dall’Asia.
Ha un naso a trombetta – è con quello che sugge i fusti delle palme
– e un bel dorso scintillante rosso che è proprio una sciccheria.
Ok, non sarà la peronospera della patata che mise in ginocchio
l’Irlanda fra il 1845 e il 1849 provocando migliaia di morti, ma certo
mille euro per bonificare le palme giù da lei, e per tre palme infette in
tutto fanno tremila euro, Olga adesso non ce li ha. E Nadia, idem,
anche se deve farne fuori solo una.

Dopo cena Olga richiama la sorella.


“Devi occuparti tu di questa faccenda delle palme. Ti scongiuro.
Non mi fare venire giù apposta. Come faccio? Mi è appena entrato
un lavoro grosso, non posso mollare proprio adesso. Ho la consegna
fra tre settimane. Che poi, così, va a finire che con questo lavoro ci
pagherò ’sta storia delle palme. Capito che beffa? Quindi devo farlo
per forza, non mi può saltare. Mi ci mancavano le palme!”
Povere palme. Povere, povere palme.
“Povere noi. Allora,” le fa la sorella. “Ho chiamato il tipo
dell’Assam, mi sono fatta spiegare bene. Per sicurezza, ho registrato
la telefonata. Per non dimenticarmi niente, perché le istruzioni sono
complicatissime e quello, se sbaglio qualcosa, può sempre dirmi: ma
chi glielo aveva detto, signora, di fare così?”
“Giusto.”
“Intanto che cerchiamo qualcuno che viene a portarle via, le
possono infasciare con dei teloni. Così la bestia non vola e non si
diffonde.”
“Ottimo.”
“E non impesta tutte le altre.”
“Eh, infatti! Lo sai quante sono? Quante sono le altre?” grida lei.
“Ottanta? Ho fatto il conto, mille euro a palma… Guarda non lo dico
nemmeno, non lo dico sennò svengo, tanto si fa presto a capire la
portata dell’orrore!”
“Eh, che non lo so? Non è tutto il pomeriggio che ci penso?”
“Cioè, io con tremila euro ci sto ancora dentro,” mente Olga,
deglutendo. “Ma di più no. Di più sono morta.”
“E io? Io allora, ti pare che ce li ho?”
“No, ma infatti.”
“Allora, ho pensato: queste infette le sistemiamo come dicono
loro. Poi, subito dopo, abbattiamo tutte le altre. Anche se sono
buone. Anche se stanno bene.”
Questo succedeva molti anni fa, anche se Olga quando lo
racconta ne parla al presente perché, sostiene, l’orrore è sempre in
agguato. Almeno per i bei viali dei nostri bei paesi è ancora in
agguato, e certe notti uomini in tuta bianca e maschera ti fermano e
ti dicono che è in corso un trattamento fitosanitario e di lì non puoi
passare, ci sono le transenne e una gran nuvola di puzza, e il giorno
dopo sui tronchi delle palme del lungomare compaiono dei nastri
bianchi e rossi come quelli delle scene degli omicidi, con su il
cartello “Attenzione, palma sotto trattamento. Non toccare”, e in
alcuni giardini ci sono monconi di palma giganteschi che i proprietari
non hanno i soldi per farli eradicare e portare via e quindi si sono
limitati a scapitozzarle. Cosa non definitiva e orribile a vedersi.
Comunque, con le palme grosse era andata così.
Poi Olga e Nadia possedevano delle palme piccole, di una specie
che al punteruolo rosso per fortuna non piaceva (gli facevano proprio
schifo queste altre palme che avevano ancora, lo facevano
vomitare). E però non solo a lui: pareva non piacessero a nessuno,
anche se erano proprio carine e scenografiche e stavano benissimo.
Soprattutto non le voleva la Ciuff co., prima offerta SERIA finalmente
arrivata per la loro terra, che voleva tutto – pareva – ma non le
palme.
Dunque, una proposta vera l’avevano ricevuta, anche se per farla
concretizzare c’erano voluti tempo e numerosi incontri di
avvicinamento, oltre all’opera di tessitura di un vecchio geometra di
fiducia. Uno dei primi abboccamenti risaliva al marzo di un anno
prima, quando loro tre insieme erano partite per andare a incontrare
questi compratori a casa loro. La giornata era tiepida e soleggiata,
Nadia guidava la macchina della madre.
Avevano appuntamento con il geometra Paoletti appena prima
dell’imbocco della superstrada. Dopo avrebbero proseguito in
colonna, con la Toyota del geometra a far da apripista visto che,
come indicato da Paoletti, era molto difficile trovare il capannone di
questi esportatori di frutta tra i mille capannoni di scarpari nella zona
industriale di Monte San Coso, “provingia de Magerada”.
Lungo il tragitto, in macchina erano risuonati gli urli della
guidatrice all’indirizzo della madre mentre Olga, sul sedile dietro, a
tratti se la rideva a tratti si univa alla foga della sorella.
Fuori dal finestrino alla loro destra scorreva a nastro il paesaggio
della costa adriatica: il mare verde dall’alto dei viadotti appariva
calmo e piatto, i vari paesi quieti e scaldati dal sole primaverile e la
campagna, a portata di mano sia a fianco della carreggiata che sugli
acclivi sulla sinistra, era un quilt di toni e spessori armonicamente
alternati.
“Non aprire bocca, capito?” ripeté Nadia a Liliana. “Quando siamo
lì, zitta e muta.”
“Eh, ma mica è la fine del mondo: potrò dire la mia…”
“No! NO NO NO!” disse Nadia, guardando nello specchietto a
sinistra per superare uno che andava persino più piano di loro.
“Assolutamente NO!” ruggì.
E Liliana, cercando conforto presso l’altra figlia: “Olga, parlaci tu
con questa che non vuole ragionare. La senti quant’è cattiva? Mi
urla…”
“Mamma,” le disse lei, decisa, “ascolta Nadia. Sta seguendo lei
questa cosa, ascolta quello che ti dice di fare. Non serve che
parliamo in cinquanta.”
“Ma non in cinquanta,” si lamentò la madre. “Che cinquanta e
cinquanta. Siamo in tre! E poi che potrei dire di così tremendo?”
Olga alzò un sopracciglio in maniera eloquente ma nessuno la
vide: era dietro e tutte e tre erano intente a guardare fuori per cavoli
loro.
“Uh,” sbottò Nadia, “lasciamo perdere! Come se non ti
conoscessimo!” Mollò il volante con la destra per agitarla in aria e
dare enfasi.
“Va bene, adesso concentrati sulla guida e cerchiamo di avvistare
Paoletti, sempre che non sia in ritardo,” disse Olga. “E tu, mamma,
smettila. Non parlare e basta.”
“Va bene va bene, su,” disse lei. “Vorrà dire che starò zitta.” Ma
subito dopo borbottò: “Cosa sono venuta a fare, però.”
“Magari per ascoltare?” chiese Nadia, con astio.
“E dai ma’, non fare l’offesa!” le intimò Olga. Ridacchiò per conto
suo, con lo sguardo incollato al paesaggio: quando vogliono, le mie
due cugine sono in grado di diventare implacabili, più spietate di una
coppia di demoni coreani.
Uscirono dall’autostrada e recuperarono il geometra nel posto
convenuto. Non sotto l’insegna del Top club che offriva “drink con
ragazza a 10 euro” e aveva proprio il disegno buzzurro e mortificante
di una donnina dentro una coppa di champagne su fondo blu, bensì
lì accanto, davanti allo spaccio Fornarina. Accostarono e fecero luci
e segnalazioni poi, in colonna, arrivarono a destinazione che erano
quasi le cinque.
Lo spiazzo davanti alla ditta, sulla parte a ridosso della
superstrada, non era immenso. C’erano posteggiate una decina di
macchine, scure, costose, ma molti degli stalli erano vuoti perché a
quell’ora il grosso degli impiegati doveva essersene già andato,
segno che lì la giornata lavorativa cominciava presto.
“Be’, il nome corrisponde,” disse Olga, indicando con un cenno
del mento il cartello che campeggiava sul tetto del capannone.
Liliana, scendendo, alzò gli occhi verso l’insegna e annuì;
masticava lentamente una pastiglia Leone per tenere a bada la
tosse da reflusso che la tormentava sempre quando era
preoccupata.
Raggiunsero il geometra Paoletti, in attesa qualche metro più in
là, che brandiva in pugno un fascio di fogli A3 arrotolati a
cannocchiale: sicuramente le piante catastali tutte segnate a
evidenziatore che già nei giorni precedenti avevano discusso
insieme nel suo ufficio, chini sul tavolo ad aguzzare la vista e
scervellarsi fra linee e numeri.
“Allora esistono,” disse Liliana, dopo aver salutato il geometra.
Parlava della ditta.
“Esistono, esistono. E che, non esistono?” ribatté lui alzando le
spalle allegramente. “Ci mancherebbe!”
Esistevano, pur chiamandosi con un nome che faceva venire in
mente un trenino beffardo o un piccolo piffero da fiera di paese.
“Ciuff co.” recitava la grande insegna bianca e rossa.
Il nome era questo. Ciuff (come ciuff ciuff) company.
“Oh arrivano loro, i locomotori dell’economia rurale,” aveva detto
Olga quando l’aveva sentita nominare la prima volta. “O un bel
ciuffolo.” I ciuffoli, nella nostra famiglia, sono anche le frange delle
coperte, quelle annodate a pirolo in fondo ai plaid. E siccome si dice
anche “ricavarci un ciuffolo” al posto di un cavolo, o di un cacchio o
peggio, con questa sigla non partivano bene.
“Ciuffco, poi, sembra pure un asino,” aveva detto Nadia.
Tutti questi commenti erano stati fatti nel corso di mesi, dopo che
il geometra aveva telefonato a Liliana dicendo che c’erano delle
persone interessate alla loro terra.
“La prendono tutta.”
A quell’annuncio erano seguite varie consultazioni tra le sorelle,
poi tra le figlie singolarmente con la madre (“Parlaci tu, vedi come
butta, se ragiona,” detto in triangolazione indifferentemente da tutte
e tre riguardo alle altre), poi una consultazione generale madre e
figlie insieme.
Telefonate incrociate, telefonate e visite di madre da sola con il
geometra.
Telefonate e visite di Nadia dal geometra da sola.
Telefonate e visite dal geometra di Nadia con madre.
Quindi c’era stato un incontro dal geometra con un emissario
della ditta. All’inizio, solo Nadia e madre, in quanto Olga non si
poteva muovere e aveva delegato a Nadia l’ingrato compito di tenere
redini della questione e contatti.
Dopo quei primi movimenti, erano seguiti mesi di silenzio.
Poi la cosa aveva ripreso vela.
Poi avevano cominciato a circolare delle cifre.
Il geometra aveva detto: “Si fa, si fa.”
“Ma delle cifre, il geometra che ha detto?” si era informata Olga,
al telefono dall’altro capo della regione.
“È ottimista. Dice che questi, i soldi, ce li hanno.”
“Bah,” aveva detto Olga.
“Bah,” aveva detto Nadia.
“Bah,” aveva detto la mamma.
Infine si erano materializzati. Tre uomini con accenti che
andavano dal Nord al Sud della penisola passando per il Centro,
accompagnati da Peppe Lupacchini, un gagliardo sessantenne che
tutte noi conosciamo praticamente da sempre, essendo il figlio di un
vecchio mezzadro. E cioè tale Arduino, fra gli ultimi dei coloni ad
andarsene dopo il licenziamento del fattore: anzi, per la precisione,
l’ultimo a rimanere con un piede dentro.
Comunque. Con questi potenziali compratori c’era stata una
riunione iniziale, poi innumerevoli contatti telefonici, comunicazioni di
proposte inaccettabili, rilanci, stop and go e vicissitudini varie che si
erano trascinate per un anno.
Prima di Natale, quando ormai i giochi sembravano chiusi, si
erano rifatti vivi. “Con le trattative,” aveva spiegato il geometra, “va
così.”
Lui non aveva mai smesso di essere ottimista.
Le Gentili, invece, non ci credevano molto.
Di questi signori, di questa società o company, era stato subito
detto che con molta probabilità trattavasi di un sistema di scatole
cinesi, qualsiasi cosa significasse. E che esisteva una casa-madre in
Liguria, al confine con la Toscana, misteriosissima ed enorme, che
era scesa a investire nella nostra zona da una decina di anni. Le
sorelle avevano fatto delle ricerche in Internet già mentre ne
parlavano al telefono la prima volta ed era venuto fuori che
effettivamente esisteva un grosso esportatore di frutta, che
effettivamente lavorava in tutto il mondo, che effettivamente aveva
una sede vicino a La Spezia e una lì nelle Marche.
“Ma chi l’ha detto che è un sistema di scatole cinesi? Mamma? O
tu?” si era informata Olga. Scatole cinesi era linguaggio da Liliana.
“L’ha detto il geometra,” aveva chiarito Nadia.
“Ah ok, perché se l’avete detto tu o mamma non vale. Mamma,
poi, lo dice di qualsiasi cosa, di chiunque,” aveva tenuto a ricordare
Olga, a se stessa e a Nadia.
Il fatto che lo avesse detto il geometra, avevano convenuto, era
però inquietante.
“Ma a noi che ci frega, in fondo? Se pagano, se hanno i soldi per
comprare, che ci frega di chi sono e cosa fanno?” almanaccavano,
anche con la madre.
“Ah sì, sì. Se pagano.”
In realtà gliene fregava moltissimo.
Sia per un valore affettivo, di tutela di quello che andavano a
lasciare, sia da un punto di vista dell’affidabilità di eventuali solvenze
e provenienze del denaro.
Più volte avevano cliccato sul sito della ditta in questione,
cercando nomi, foto, notizie. Non c’era molto in vetrina, se non
generiche comunicazioni aziendali, una breve agiografia del
fondatore della ditta – “Chi siamo. La nostra famiglia” –, le solite
dichiarazioni un po’ standard di benevolenza verso i dipendenti
tipiche del capitalismo casereccio italiano, il trito, ipocrita “non
abbiamo dipendenti ma collaboratori”. In un’altra sezione del menù
campeggiavano una vaga policy ambientale, articoli da riviste
specializzate sulle nuove tecniche di produzione di snack energetici
a base di chips di mela e sui succhi in brick, ma non si trovava,
comunque, alcun cenno su eventuali piani di espansione in Italia.
“Però sono buoni tutti a fare un sito,” aveva detto Nadia, vibrando
di diffidenza contadina.
Le notizie in rete erano poche e non chiarissime, anche frugando
in angoli più privati, tipo le bacheche Facebook delle persone di cui
conoscevano il nome (trovarono cose interessanti sulle fortune della
famiglia di Peppe: “Oh, tutti laureati ’sti figli, che bella riuscita!” e
“Guarda che bei viaggi il fratello Ermete, quello che ha fatto i soldi a
palate!” e “Stai guardando le foto di come degustano sigari e cognac
in crociera?”, e giù a ridere come sceme facendo le voci, “Sci, oh!
Ammazza come si pavoneggiano” e dei gran “Ma chi l’avrebbe detto”
e poi “Oh guarda il profilo del giovane” che era un agronomo
trentenne consulente alla Ciuff co. pieno di foto di festini estivi con
gran piatti di gamberi rossi e unti, balli caraibici, cafoni atroci,
beveroni colorati e degrado post-mezzadrile à go go).
A parte tutte queste perdite di tempo e depistaggi, quello che non
capivano, le due detective da tastiera, era il legame fra la casa-
madre e lo stabilimento lì, locale.
“Perché sono venuti a investire qui? Come ci sono sbarcati? E
perché in una zona di scarpari?”
“Forse perché ci sono i soldi?”
“Eh be’, ma loro li portano, mica li vengono a prendere.”
“Mah. Sarà vero? Esisteranno? O sarà l’ennesima fantasia?”
Invece, eccoli. Esistevano. E ora loro erano lì, a vedere dal vivo.
Tastare con mano. A incontrare questa gente.
“Nella tana del lupo. Il lupo mangia-frutta,” mi disse poi Olga,
citando uno dei giochi più apprezzati negli asili.

Lo stabilimento era candido, con un portone dai riflettenti vetri


azzurrati che richiamava il cobalto dei pannelli solari spalmati sul
tetto leggermente inclinato. Sul lato destro del capannone si
vedevano gli ingressi per i camion e un grande spazio di manovra.
Addossate al muro, pile di cassette di plastica verde e, per terra,
bancali di legno.
Il geometra Paoletti, un uomo alto sulla tarda sessantina, con
sopracciglia pelose su occhi scuri e ironici e basette quasi a favorito,
dopo aver attraversato il piazzale guidando il loro piccolo drappello,
tenne aperta la porta alle signore, poi le seguì per le scale che
salivano subito a gomito.
L’edificio sembrava vuoto. Al primo piano c’erano varie porte in
laminato bianco socchiuse su ufficetti lindi e deserti. Proseguirono
dritte, a intuito: dalla fine del corridoio provenivano voci, di uomini.
Uomini che ridevano.
Arrivato in fondo, il piccolo battaglione fece il suo ingresso in una
sala riunioni. Al centro, un grosso tavolo di cristallo con numerose
poltrone girevoli attorno faceva immaginare convention a cui
dovevano partecipare fino a quindici-sedici persone. Davanti alla
finestra sedevano, uno di fronte all’altro, due uomini: uno aveva un
camice bianco, l’altro era in tenuta casual.
L’uomo vestito come un dottore era il famoso figlio del vecchio
mezzadro.
“Oh Peppe,” esordì Liliana.
“Signora, buonasera,” disse quello scattando in piedi per
accoglierle mentre l’altro, impegnato in una telefonata, non alzò
neanche gli occhi dal blocco su cui stava scarabocchiando chissà
cosa.
Scambiarono veloci strette di mano e Liliana cominciò a tossire.
Colpi nervosi e ripetuti – di nuovo la sua tosse da reflusso – che
spinsero finalmente il boss seduto alla scrivania a degnarle di uno
sguardo. Era una tosse fastidiosa, sia per lei che ne soffriva, sia per i
frequentatori di concerti e presentazioni di libri della fascia costiera
compresa fra Porto San Giorgio e Martinsicuro per i quali era un
sottofondo familiare, visto che lei non si perdeva mai un
appuntamento culturale.
Olga non vedeva Peppe da trentacinque anni, a occhio e croce,
ma lo riconobbe subito perché non sembrava passato neanche un
giorno. Quando lei era una bambina lui era già un uomo adulto,
quindi le sembrò il solito. Pur veleggiando verso la settantina, aveva
un’aria giovanile perché conservava intatti gli stretti occhi celesti
della madre Andina e quella forma di viso a zigomo alto e mascella
quadra che, sebbene segnata da piccole rughe, con l’età non
prevede grossi crolli. Anzi, resta tirata e dura come selce, selce
buona per rinforzare qualche attrezzo agricolo o, più semplicemente,
per schiacciare dei pinoli raccolti sotto gli alberi de li patrò sin da
piccini e mangiati sul posto dopo averli sbattuti contro la spianata di
cemento sull’aia per sconocchiarli e raggiungere il frutto oleoso e
saporito. Insomma, un volto duro, dalle classiche sole due
espressioni – con cappello e senza cappello (in quel momento non
ce l’aveva, ma all’aperto indossava sempre un panama bianco in
paglia di Montappone che faceva tanto uomo Del Monte, come nelle
foto che avevamo visto tutte su Facebook) – alle quali doveva
essersi tenuto fedele sin dalla giovinezza sapendo di somigliare, un
po’, a Clint Eastwood.
D’altronde, ogni volta che si vede Clint Eastwood in tv, non si dice
forse: “Pare un contadì della Valferonia”?
Sì sì, si dice. A casa loro, e anche a casa nostra, si dice sempre.

“Intanto che il ragioniere è impegnato al telefono vi faccio fare un


giro di sotto,” propose Peppe Eastwood. “Vi va? Così vedete come
lavoriamo, cosa facciamo.”
“Benissimo,” disse Liliana.
“Senz’altro,” acconsentì Nadia e poi, neanche troppo sottovoce,
alla madre, seccamente: “E basta, con questa tosse!”
Non era una protesta, era un ordine, e il geometra e Peppe
ridacchiarono ma Liliana tirò dritta senza calcolarla.
Ridiscesero in fila indiana le scale e dall’atrio, infilando uno stretto
corridoio, si diressero verso la pancia dello stabilimento. Superata
una pesante porta a doppio battente con maniglioni antipanico,
entrarono in uno spazio tipo hangar.
Non c’era nessuno.
“Che freddo,” disse Liliana. E ricominciò a tossire, stavolta per
l’umido.
“Qui la temperatura è più bassa perché ci sono le celle frigorifere,”
spiegò Peppe, alzando la voce in quello spazio algido e artificiale.
“Serve a non interrompere la catena del freddo durante il carico e
scarico.”
Decine e decine di padelle di cartone impilate le une sulle altre,
con ai lati stampigliato l’allegro logo della ditta, svettavano accanto a
cassette di plastica a sponde abbattibili.
“Tutte eco-friendly,” disse orgogliosamente Peppe Eastwood che,
nel suo camice bianco, precedeva il piccolo gruppo.
A destra, decine di celle frigorifere. Chiuse.
“Tutto nei frigoriferi,” considerò Liliana. “Dimmi, Peppe, ma questo
po’ po’ di roba quando la tirate fuori?”
“Quando la chiede il mercato,” disse lui.
Spiegò che lavoravano sulle primizie e provavano a coprire
l’intero anno con la frutta di contro-stagione.
“Se uno ha bisogno di una susina in inverno a Milano, cerchiamo
di soddisfarlo,” disse Peppe.
“Non può aspettare ? Non sta nella pelle? Arde di avere una
susina in gennaio, a Milano, questo consumatore esigente?” disse
Olga. Quando sentiva robe del genere, a mia cugina veniva sempre
voglia di farsi catara, ritirarsi in un eremo, sui Sibillini appunto, per
controbilanciare sprechi e derive consumistiche del resto del mondo.
Peppe scrollò le spalle perché a lui non importava proprio nulla:
ormai era un arciconvinto cantore dell’agribusiness e più le richieste
si facevano imperiose e impossibili, più loro potevano alzare i prezzi
e ricavare profitti.
Ma qualcosa aveva colto anche Liliana, rifacendosi però alla sua
esperienza di tutti i giorni.
“Ah, queste sono quelle sozzure che quando le compri al
supermercato sembrano tanto belle e poi, una volta a casa, nel giro
di due ore sono tutte chiazzate di marrone, insapori, schifose?”
chiese con aria finta ingenua. “Dai, Peppe, non mi dire che non lo sai
pure tu. Su, sei figlio di contadini, non raccontiamoci storie. Colto e
mangiato è la regola, non così. Tu la mangi questa roba? Gliela
riporti, a tua moglie?”
Peppe inclinò leggermente la testa e la luce del tardo pomeriggio
primaverile che filtrava dagli alti finestroni del capannone
all’improvviso evidenziò delle zone d’ombra fra le linee dure del suo
volto.
“Sono soldi buttati,” ribadì Liliana. “Quando è passata la stagione,
la frutta non è più buona, inutile girarci attorno. Compri la roba,
spendendo pure non poco, fra l’altro, la porti a casa, la sistemi sulla
fruttiera e quando la guardi, subito dopo, già non pare più lei. Le
pesche, d’estate, un disastro. Persino in estate, che sarebbe la
stagione giusta, figuriamoci in un altro momento dell’anno.”
Attorno giacevano, ripiegate in tante matasse, le retine rosse per
le cipolle. In fondo al capannone si vedeva la linea con i nastri
trasportatori per la calibratura e il confezionamento del prodotto, ma
questa era una cosa già nota dagli anni settanta qui da noi: da
quando la prima cooperativa, di matrice democristiana, aveva
iniziato a sistemare la merce in plateau imbottiti con la paglia o negli
alveoli in polipropilene che preservavano dalle ammaccature i frutti
più delicati, in partenza, belli ordinati come soldatini di una
coreografica e colorata parata marziale cinese, per lunghi viaggi
verso i mercati ortofrutticoli delle grandi città.
Il geometra, intento com’era a prefigurarsi la riunione che sarebbe
seguita a breve, si attardava con aria assente. Nadia, invece,
all’improvviso voleva scapparsene, perché immaginava la presenza
di gas, proveniente sia dai frigoriferi sia dai trattamenti che vengono
somministrati di solito alla frutta durante la lavorazione che precede
lo stoccaggio nelle celle. Che sostanza era? Volatile, inodore,
invisibile: si sarebbe attaccata ai vestiti? L’avrebbe accompagnata
come la nuvoletta di Pig-Pen fin dentro casa?
“Quello su avrà finito?” chiese al geometra.
Voleva anche troncare certi discorsi che la madre aveva
cominciato a fare sull’aglio in arrivo dalla Cina, le mele del Cile, le
patate delle Filippine. Posti con cui, aveva spiegato Peppe, la Ciuff
co. intratteneva scambi e commerci.
“Tutto qua fate sbarcare?”
“No, sbarcano a La Spezia, che è per noi il porto più strategico
sulla terminalistica, anche per una questione logistica rispetto alla
casa-madre. Solo dopo vengono mandate qui. E anche altrove.”
Peppe Eastwood parlava come un libro stampato, quando parlava
del suo lavoro (Liliana le aveva avvisate: “Dovete sentire quanto ci
capisce,” e aveva ragione: infatti quando prima aveva detto “eco-
friendly”, Olga stava per restarci secca).
Accompagnandole di nuovo al piano degli uffici, il figlio del
vecchio mezzadro Arduino raccontò per filo e per segno del centro
banane, dove veniva gestita la maturazione con tecnologie
all’avanguardia (“Al computer,” disse), che dipendeva sempre da loro
ma si trovava a qualche chilometro da lì.
Se intendeva fare buona impressione, ci riuscì solo in parte, mi
disse poi Olga.
Una volta sopra, si accomodarono tutti al tavolo di cristallo con
quello che sembrava il boss e che si era presentato farfugliando non
si sa cosa – tipo “Mangioni”, almeno Olga capì Mangioni, anche se
sapeva benissimo che si chiamava Maggioni – e Liliana inaugurò i
trattati con un bel: “Tanto io compro solo biologico, in un
supermercatino ottimamente fornito di Porto San Giorgio, dove c’è
Francesco, un ragazzo bravissimo che mi dà tanti consigli
sull’alimentazione e anche consigli su tutto, su come andare di
corpo, come mantenersi attivi. Un ragazzo d’oro. Bio anch’io: ve lo
consiglio. Tanto bene, mi trovo.”
Il geometra rise di fronte a Nadia che alzò gli occhi al cielo.
“Francesco di Bio anch’io è tanto bravo, tanto. Un ragazzo d’oro.”
“Vabbè questa cosa non interessa,” disse Nadia. “Su, adesso
cominciamo.”
Estrasse da una borsetta di broccato un paio di occhiali viola da
presbite che le conferivano un’aria assai autorevole.
Anche le tre penne a sfera cromate, infilate impeccabilmente nel
taschino del camice bianco di Peppe, davano un tocco di
managerialità al quadro d’insieme, così come il tavolo di cristallo, le
planimetrie del geometra e la grande carta del mondo – le sorelle la
notavano solo adesso, appesa alla parete alla loro destra – su cui
campeggiava come bandierine di territori conquistati il logo Ciuff co.
là dove la ditta aveva delle sedi: Sud America, Canarie, Filippine,
Emirati Arabi. Da quei punti, come nelle mappe in fondo alle riviste di
bordo delle compagnie aeree che illustrano le tratte intercontinentali,
linee paraboliche convergevano al centro dell’Italia. Puntavano al
logo più grosso della Ciuff co., cuore e stemma del sacro capitale da
cui pompavano vene e arterie della globalizzazione.
“Allora, geometra, le signore si sono convinte?” disse Maggioni,
senza alzare lo sguardo su di loro.
Aveva una voce profonda e si sentiva forte l’accento marchigiano,
della marca maceratese, pesante come il resto. Olga non riusciva a
smettere di fissare il casco di capelli bianchi che a mo’ di
parrucchetta da omino Lego conteneva e incorniciava, rigido e
compatto, il volto inspiegabilmente ostile di quel marcantonio.
“Convinte siamo convinte,” disse Liliana. “Voi siete convinti?”
Nadia le scoccò un’occhiataccia, evidentemente urlare in
macchina non era servito. Infatti la madre masticava pastiglie Leone
tutta contenta e parlava, invece di tenere la bocca cucita come
aveva giurato.
“Siamo qui per discutere i dettagli,” si inserì Paoletti. “Mi
sembrava che le cifre fossero state approvate.”
“Le cifre sono state grosso modo approvate,” confermò Maggioni.
“Ma bisogna accordarsi sui tempi. Ora: che succede…?”
“Eh, che succede?” chiese Olga, non tollerando le pause a effetto.
Senza badarle, il ragioniere disse: “Succede che il business plan
per quest’anno è stato ridiscusso nell’ultima riunione e quindi si è
deciso che questa cosa finirà all’anno prossimo. Potrebbe andar
bene anche per quest’anno ma stiamo aspettando delle risposte
dall’Argentina, dove abbiamo in ballo un grosso affare. Finché non
chiudiamo giù, qui non possiamo fare nulla.”
“E vabbè, ma allora!” sbuffò Liliana.
E Nadia, allungandole una zampata sotto il tavolo, visibile a tutti
grazie al piano trasparente di cristallo: “Cosa ci avete fatto venire su
a fare, allora? Non potevate dirlo per telefono?”
Maggioni alzò finalmente lo sguardo. Sembrava ingolfato nel
girocollo blu di cotone di cui portava le maniche accorciate sugli
avambracci, maniche da cui sporgevano polsi grossi come
prosciuttelle.
“Perché è sempre valida la proposta di prendere la terra in affitto,
intanto,” disse.
“O santiddio, ancora?” disse Nadia, incredula. Poi, girandosi
verso Paoletti: “Geometra, ma lei lo sapeva?”
Paoletti alzò le mani in gesto di resa, le fece ricadere sui braccioli
della poltrona e si affrettò a chiarire: “Assolutamente no! Questa è
nuova anche per me! Giuseppe, nessuno mi ha avvisato. Che
succede?”
Peppe si guardò le sue, di mani, conserte sul ripiano di cristallo,
attento a non muovere un muscolo del viso manco per sbaglio.
Olga pensò :“Che stronzi,” ma non lo disse.
E Maggioni: “Oggi doveva passare di qui il capo della divisione
Italia ma non ce l’ha fatta. È dovuto partire per le Filippine. Vi
avevamo convocati perché doveva venire lui di persona a illustrarvi
la proposta.”
“E come si chiama questo fantomatico personaggio?” chiese
Nadia con un sorrisino tagliente.
“Non lo possiamo dire,” bofonchiò Maggioni. “Tanto che
importanza ha?”
“E insomma, questa è una commedia,” disse Liliana, spazientita.
“Ma perché non si può sapere, il nome di questo signore? Sa, noi
cominciamo a pensare che si tratti di un paravento, di un fantoccio
creato ad arte per rimbalzare, rimandare, aggiustare, ricominciare
ogni volta,” disse Nadia.
“E che, non vi fidate?” alzò la voce Maggioni.
“Ma scusi Maggioni,” ribatté prontamente Nadia. “Ma che siamo,
amici? Io fino a qualche mese fa non sapevo neanche che
esistevate. Ci avete cercate voi. Ci avete convocate, con la proposta
del rent-to-buy. Vi è stato detto di no in tutte le lingue.”
“Già,” si intromise Olga, “no è no anche in inglese. E magari
anche in filippino.”
Doveva essere chiaro, al ragioniere, che Olga faceva parte del
fronte ostile. Gliel’aveva detto a Nadia, in quei mesi: “Usami come
osso duro. Di’ che tua sorella è contraria, a qualsiasi cosa.
Contrarissima. Cifre, tempi, condizioni? Rispondi che tua sorella è
contraria. Io sono per noi quello che il fantomatico emissario della
casa-madre è per loro.”
Solo che ora Olga c’era e quell’altro no.
E Nadia, tutto d’un fiato: “Vi è stato fermamente detto di no: da
me, da mia madre e anche da mia sorella. Ve l’abbiamo detto per
telefono, tramite geometra, poi anche al qui presente Peppe di
persona. È stato detto a quel vostro consulente che si è fatto vivo
per primo, è stato detto anche a lei, Maggioni, subito. E ora? Ora ci
fate venire qui, ci parlate di un grande capo che è in viaggio per le
Filippine, di affari in Argentina, e si ricomincia con l’affitto. Non lo
sente anche lei che suona come una commedia? Un teatrino?”
Poi, siccome Maggioni non rispondeva e si limitava a dondolare
nervosamente le gambe sotto il tavolo, aggiunse: “Paoletti, dica
qualcosa. Peppe, tu che stai tutto abbottonato.”
Già, era proprio abbottonato dentro quel dannato camice.
Olga guardò sua madre. Lei scosse la testa, sconsolata. Le disse:
“Ma che roba. Qua, ogni volta, si ricomincia tutto da capo.”
“Allora la chiudiamo! Adesso!” urlò Maggioni. “Sapete che vi dico?
Basta! La chiudiamo qui!”
Liliana lo fissava con un’espressione beffarda. Aveva notato il
rossore che stava diffondendosi sul viso di quell’uomo corpulento e a
lei, che ai settantasette ci era arrivata con pochi acciacchi, proprio
non riusciva di non sorridere con un filo di perfidia per quel rialzo di
pressione.
“Eh ma sì,” protestò anche Nadia che invece era impallidita. “La
chiudiamo qui sì. L’avevamo già chiusa, le ricordo.”
“Se vi fanno schifo diecimila euro subito,” urlò Maggioni. “A me
non farebbero schifo, magari li offrissero a me! Mi ci andrei subito a
fare una bella cena di pesce giù a Grottammare! Subito!”
Liliana guardò Nadia. Mormorò: “Ma è matto?”
Nadia mosse un sopracciglio, poi si fece di pietra. Intendeva
adottare la stessa tattica di Peppe. Era una teorica della tattica di
Peppe, una sua ammiratrice: orecchie basse, silenzio, attesa. Solo
che non sempre riusciva a metterla in pratica.
E poi in quel silenzio si infilò la madre.
“Non si alteri, ragioniere. Ascolti il mio consiglio. Mi sembra un
tipo un po’ collerico ma, mi creda, non ne vale la pena. Ne va delle
coronarie, sa? Lei è un po’, come dire, sanguigno: deve stare
attento. Rischia uno scompenso. Dia retta, sono sorella di un
medico.”
Olga vide chiaramente che quello, sotto il tavolo, faceva le corna.
Siccome non l’aveva visto solo lei, il ragioniere pensò bene di
ripeterle, simpaticamente, in maniera più plateale, rivolte al viso di
Liliana.
“Non faccia così, ragioniere, lo dico per il suo bene,” ripeté lei, per
nulla offesa. E poi: “Se posso ribadire quello che ci siamo detti già
tante volte, lo riassumerei, con il vostro permesso.”
Aveva un tono conciliante e tutti la guardarono in attesa anche se
la più grande delle figlie avrebbe voluto incenerirla.
“Soldi,” disse mia zia, fissando un punto preciso del tavolo davanti
a lei, come se davvero lì ci fosse un mucchietto di soldi.
Fece un respiro profondo, poi, alzando lo sguardo verso la
finestra aperta sulla vallata, aggiunse: “Terra.”
E poi ancora, tornando sul ragioniere e Peppe, disse: “Padroni.”
Le tre parole risuonarono come tre sentenze. Un po’ sibilline,
d’altronde erano ai piedi dei Sibillini, ma comunque assai solenni.
“Eh?” disse Nadia, dando voce allo sconcerto di tutti.
“Sì,” spiegò allora Liliana, con un cenno della mano. “I signori, qui,
devono capire che la terra è in vendita. E gli verrà venduta volentieri.
E dopo averla pagata, potranno farci quello che vogliono. È un
passaggio semplice e logico: soldi, terra, padroni. Non c’è molto da
aggiungere.”
Seguì una piccola pausa con primaverile e meraviglioso garrito di
rondini in sottofondo, ma fu solo un attimo.
“I preti ce l’hanno data in affitto,” rivelò il ragioniere non volendo
lasciare la scena a Liliana. “Senza farla tanto lunga.”
Peppe annuì.
Era una mossa a sorpresa. Con la notizia sui preti, i maggiori e
più antichi possidenti di tutta la regione ex Stato pontificio, i furbi
pensavano di aver calato una briscola. Nadia dardeggiò uno sguardo
come una sciabolata a Paoletti, il quale sporse lievemente il labbro
di sotto.
“E bravi i preti,” disse Nadia. E poi: “Che vi devo dire?”
“I preti sono i preti,” considerò Liliana, calma. “Che c’entrano con
noi? Avranno fatto i loro calcoli. Che ce ne importa, a noi, dei preti?
Mica stiamo a guardare quello che fanno i preti. Saranno affari loro,
scusate.”
E anche questo non faceva una piega.
O meglio, una pieghetta la faceva. Perché era il primo colpo
concreto che Ciuff co. metteva a segno in zona. E creava un
precedente. Non troppo significativo, ma pur sempre un precedente
che non andava nella direzione sperata, non per le mie care cugine.
I preti volevano affittare? Benissimo. I preti affittavano sempre. I
preti affittavano pure per novantanove anni. Che problema c’era? La
terra della curia, non avevano nessuna intenzione, e forse neanche
la possibilità, di alienarla: non l’avevano fatto in tanti secoli, non
avrebbero cominciato certo adesso.
“Insomma ce l’hai fatta, Giuseppe,” disse Paoletti. “L’hai
spuntata.”
Peppe sorrise. “È stato un lavoro lungo,” ammise. “Ma ci siamo
riusciti. Trenta ettari ce li abbiamo.”
“E allora,” disse Nadia alzandosi e riallacciando i cordoni della
sua borsetta di broccato. “Che stiamo qui a perdere tempo. Olga, io
direi di andare. Mamma? Andiamo, dai.”
E agli altri: “Partite con questa terra che avete trovato in affitto e
tanti auguri.”
Aveva un tono di voce normale, non seccato né stizzito. In realtà
lei sapeva che quelli, per chiedere determinati finanziamenti
all’Europa e alla Regione, avevano bisogno anche di terra di
proprietà. L’affitto non bastava. Lei aveva studiato i bandi.
“Tanti auguri sì,” disse la madre, alzandosi a sua volta.
“L’importante è non fare passi azzardati. Perché si rischia di andare
a zampe per l’aria,” buttò lì, di nuovo nella parte della vecchia Sibilla
assisa nella grotta ad aspettare i guerrin meschini.
“Ma scusi signora,” ruggì Maggioni. “Signore belle, scusate.” Si
alzò che pareva volesse schiacciarle, sbuffando come una pentola a
pressione. “Voi credete che noi qui stiamo a scherzare. Non vi fidate.
Pensate che abbiamo tempo da perdere? E poi perché adesso deve
tirare in ballo eventuali tonfi? Noi siamo solidi, che credete. Come ve
se deve dire? Siamo grossi, abbiamo affari in tutto il mondo,” ribadì.
“Eh,” lo stoppò Liliana con una voce improvvisamente fina,
conciliante. “Grossi, siete grossi. E si vede. Ma più uno è grosso, più
il tonfo è grosso,” decretò, gelando tutti (solo Olga continuava a
ridacchiare come una giapponesina infernale perché pensava che,
alla mamma, la formula “too big to fail” le faceva un baffo).
“Le corna non bastano più,” disse Maggioni ridendo gradasso
all’indirizzo del collega. “Peppe, qua tocca toccarsi.”
“Ma dal tavolo di cristallo si vede, quindi non fatelo,” lo avvisò
Liliana. “Non sarebbe un bello spettacolo.”
E Nadia, che già aveva imboccato il corridoio, disse: “Va bene, su.
Adesso non trascendiamo, tutti quanti.”
Anche il geometra Paoletti, dopo un attimo di incertezza, fece per
prendere congedo.
“E come rimaniamo?” disse, ché era lui a dover tenere in riga
quella complicata trattativa.
“Rimaniamo che ci risentiamo quando abbiamo novità dalla sede
centrale,” disse Peppe.
“Rimaniamo che ci risentiamo se trovate i soldi,” gli fece eco Olga,
seguendo la altre.
“I soldi ce li abbiamo, i soldi li troviamo,” tuonò Maggioni.
“Ma che sono, i suoi?” disse Nadia che era arrivata a metà
corridoio. “Scusi, Maggioni, non mi sembrava dovesse metterceli lei:
non la prenda come una cosa personale.”
“Me fa incazzà che non credete che ’sti soldi ce stanno, che la
volontà c’è e che siamo seri e grossi,” disse quello mancando tutti i
congiuntivi.
“E allora fate un’offerta scritta,” ribadì Olga. “Per ora siamo ancora
al livello delle chiacchiere e anche che ci fate venire qui e ritirate
fuori la questione dell’affitto quando sapete che non vogliamo
neanche sentirla nominare.”
Ma siccome quello si agitava e lo si sentiva borbottare alle spalle,
sussurrò un temperato: “Scusi, sa, ma non è così? Porca miseria, sì
che è così!”
Le odiava, lo sapevano anche loro. Le odiava tutte, mi disse Olga,
e sicuramente stava pensando le peggiori cose su di loro, tipo
“rancide”, “befane”, “ so io cosa vi servirebbe”, che sono le solite,
usurate, grezzaggini riservate alle femmine di ogni età.
“Ragioniere, noi ci intendiamo,” lo accontentò Liliana, ancora
trionfante per il suo exploit di poco prima. “Noi sì che parliamo di
cose concrete. Dovremmo parlare solo noi, condurre noi la
trattativa.”
E Nadia, con gli occhi al cielo: “Ehhh, boom! Siamo a cavallo.”
Anche il geometra e Peppe risero. Olga disse che, con due fini
diplomatici del genere, sarebbe come minimo scoppiata una guerra
termonucleare di portata mondiale, perché era noto a tutti che i veri
artefici dell’affare, se mai sarebbe giunto a buon fine, non potevano
che essere Nadia e Peppe. Però era chiaro che, per il momento,
quell’incontro era stato un buco nell’acqua. Ne erano usciti tutti
scornati. E perplessi.
Lasciarono il ragioniere nell’ufficio, Peppe lo persero a metà
corridoio.
Una volta fuori, davanti alla macchina del geometra, Nadia
chiese: “Ma davvero una ditta così grossa affida le trattative a un
rustico del genere?”
Il geometra disse: “Assolutamente sì, è proprio così che si fanno
gli affari.”
“Ah sì? Fra òmmini rudi,” commentò Nadia, muovendo una mano
come a impastare.
“Rudissimi,” disse Olga.
E proprio in quel momento dall’edificio uscì il tronfio Maggioni
sottobraccio a una sventola bionda dagli occhi azzurri e freddi come
il cielo del Kazakistan in un’alba di febbraio. Da lontano, il ragioniere
fissò il loro gruppetto con aria di sfida e morire se accennò a un
minimo saluto. Azionò il telecomando per l’apertura delle portiere di
un Suv Audi nero e, una volta a bordo, partì a razzo in retromarcia,
fra brecciolino che schizzava dappertutto. Manovrò per girare a
destra, e passando lì accanto fece un discreto pelo alla macchina di
Liliana senza degnarle di uno sguardo.
“Questo ci fa magnà la polvere,” disse Olga.
Lo videro scomparire dietro una curva, in un lampo.
E Nadia, facendo la voce marchigiana: “E quella da ndo’ scappa,
da uno de li frigoriferi de sotto?”
E Olga: “O da lu Top Club jò lo svincolo? ’Sti patroni nuovi non se
fa mancà gnente.”
Il geometra, armeggiando con la portiera della sua macchina,
sogghignò e non rispose.
“Ma poi che era? Una russa?” disse Liliana. “O un’ucraina?”
Quando tutto sembrava fermo e arenato, all’improvviso, in
quell’estate siccitosa già in pieno cambiamento climatico, bisognò
mettersi a correre. I signori si erano decisi. O si era sbloccato
qualcosa in Argentina.
Fatto sta che, esattamente come nel malefico teorema del battito
d’ali di farfalla in Cina, in casa loro, e nella nostra sperduta e poco
nota valle delle Marche, si produceva il delirio.
“Fare! Preparare le carte! Scrivere! Compromesso a inizio giugno,
rogito entro Ferragosto.”
“Eh?”
“Queste sono le richieste, altrimenti perdono i fondi europei.”
“E adesso si svegliano? Dopo due anni, mo’ bisogna fare tutto in
due mesi? Che gli venga un colpo, maledetti.”
“Meglio così, su.”
“Sì, almeno la chiudiamo.”
“Pensa che a me sembrava già chiusa!”
“Ma no, si sapeva che sarebbe successo qualcosa. Però non così
di corsa. Così all’improvviso.”
“L’importante è che mamma non faccia cazzate.”
“Quello sempre. Ma perché, che potrebbe fare?”
“Ripensarci. Confondere le acque. Tornare sui suoi passi.”
“Mmh.”
“Ha già detto che un pezzetto se lo tiene. Scorpora venti tavole di
terra.”
“E perché?”
“Ah, saperlo! Ci farà delle servitù.”
“Ma è matta?”
“Si tiene una strada aperta, dice.”
“Ma cosa diavolo se ne fa?”
“Dice che magari, un domani, ci apre un chioschetto di bibite.
Lungo la provinciale. Se fanno la ciclabile che collega Altodono ai
Sibillini.”
“Stai scherzando?”
“Lascia perdere, cavoli suoi. Quelli hanno detto che va bene,
quindi non stiamo a discutere.”
“Ma chi ci mette a lavorare nel chioschetto? Ma qui tocca sentirle
tutte.”
“Lascia perdere, ti dico, lascia stare.”
“Mamma fra poco avrà ottant’anni! Un domani? Si mette a fare
spremute d’arancia lungo la strada? Dentro un camper?”
“Ooooooh. Ti ho detto che non lo so. Guarda, peggio per lei. Non
voglio sapere niente. Anzi, non stare a dirle niente. Tanto ha già
parlato col geometra e con quelli, quindi non c’è niente da fare. È
straconvinta.”
“Un domani. Un domani, di anni, ne ha novanta.”
“E vabbè su. Le sta in testa così.”
“Ti trovo stranamente conciliante.”
“Perché mi sono rotta. E voglio chiudere, passare oltre.”
“Non dico altro neanche io, allora.”
“Ecco, bene. Anche perché adesso c’è da pensare alle particelle.
Cioè, scusa, alle prelazioni. Comunque c’entrano anche le
particelle.”
“Eh. Di che si tratta?”
“Per una delirante legge che prevede di accorpare e ampliare il
fondo – dimmi te, prima li vogliono spezzare, poi li vogliono
ricomporre – quando vendi devi avvisare tutti i vicini, oltre agli
affittuari, i quali vicini hanno il diritto di prelazione. Devi avvisarli con
una raccomandata contenente la cifra, le particelle, le date eccetera
e aspettare che passino trenta giorni dal ricevimento della
raccomandata. In quei trenta giorni, possono esercitare il loro
sacrosanto diritto medievale, a patto che offrano la stessa cifra.”
“Sì, ok, si sapeva. Comunque il mio vicino sei tu. Poi ho come
vicini più simpatici il fiume, la strada provinciale e un fosso. Ah, e la
star del web. Quella che cucina.”
“La cuciniera del web non fa testo, in quanto non è coltivatrice
diretta né imprenditrice agricola, visto che non ha terra ma solo una
casa, e visto che il grosso dei suoi redditi ormai deriva dal web e dai
libri di cucina. Il problema si pone solo con queste figure qua:
coltivatori diretti o Iap, che sono gli imprenditori agricoli.”
“Tu come sei messa, a confini?”
“Anche io confino con fosso, strada, fiume, con te e con mamma.”
“Ok, nessuno di questi ha diritto.”
“Però il problema è mamma. Mamma confina con una vecchia
che non ci abita ma che ci tiene dei gabbioni di polli, quindi è una
che potrebbe essere pensionata ma aver mantenuto la qualifica di
Iap. Vale anche se sei in pensione, se continui a pagare i contributi.”
“E che cazzo. Una pensionata con un paio di gabbioni di polli, dici
che si mette a comprare ettari di terreno per ricomporre un latifondo
che, per altro, non ha mai avuto? Ma io non credo.”
“Come vedi con queste vecchie non c’è da fidarsi. Proprio qui ne
abbiamo una che vorrebbe aprire un chioschetto di bibite lungo la
provinciale…”
“Ah già.”
“E comunque va fatto. Mamma poi ne ha anche un altro, rognoso,
di confinante. Tale Palloni Ettore. Aveva già fatto delle offerte anni fa,
quindi potrebbe volerla. Poi pare che abbia trovato da comprare da
un’altra parte, almeno così dice mamma. Ma vatti a fidare!”
“Di mamma o di Palloni Ettore?”
“Di entrambi! Questi sono capaci di riattivarsi solo per farti un
danno.”
“Uhm. Vero. Questo Palloni Ettore quanti anni ha?”
“Ma che ne so, è un vecchio pure lui. Però magari ha dei figli, o
dei soci.”
“E in trenta giorni trovano una cifra del genere?”
“Il notaio al telefono mi ha detto che gli aventi diritto, se
interessati, essendo una vendita in blocco, poi devono accollarsi
tutto. Non è che possono scegliersi dei pezzi. Ma devo andare a
parlarci di persona. Non è il solito notaio di Altodono, è uno di fuori
che sta qui da poco e sembra molto rigoroso. Pure troppo.”
“Tutto non se lo può accollare nessuno, in questo momento. Mo’,
così, in trenta giorni, pum e pam. Non ci credo manco se lo vedo.
Per anni non si è trovato nessuno e mo’ tutti a fare la fila per
prendersi la terra nostra?”
“E anche se fosse, a noi non ci cambia niente. Uno o l’altro, la
cifra deve essere la stessa.”
“E occhei.”
“L’unico problema sono i tempi. Perché i nostri hanno una fretta
della malora, per via dei bandi e del fatto che devono cominciare a
fatturare entro una certa data. Poi c’è il notaio che chiuderà due
settimane per ferie…”
“In agosto. Già è tanto che faccia solo due settimane di ferie.”
“Aspetta, a luglio si fa già dieci giorni.”
“Ah.”
“E queste raccomandate devono partire il giorno dopo la scrittura
del compromesso, che si farà dal notaio perché i compratori hanno
chiesto così. Quindi le raccomandate partono immediatamente, visto
che noi corriamo alla Posta subito appena apre. Ma si spera, poi,
che vengano ritirate. Ricevuta di ritorno, ovviamente, da conservare
per dieci anni.”
“Fresca!”
“Eh, lo so, una follia, dieci anni. Il problema è che c’è un sacco di
gente che le raccomandate non le ritira subito. Trova l’avviso in buca
e prima di andare alla Posta chissà quanti giorni passano.”
“Porco cazzo, sì. È vero. Se ne fottono, come quelli del Consorzio
che mettono firme false.”
“Una volta che abbiamo la cartolina di ritorno consegnata dalle
Poste sono cavoli loro, noi siamo libere. L’ideale sarebbe l’email
certificata.”
“Dici che la signora dei gabbioni dei polli ha la PEC?”
“Se si appoggia al sindacato o a una di queste organizzazioni tipo
unione agricoltori, gliela gestiscono loro. Te la danno al momento
dell’iscrizione.”
“Mi sorprendi: ne sai una più del diavolo.”
“Ho studiato. Ma tanto non sappiamo se questa fa da sola o si
affida a qualcuno, quindi è tutto vago. Sono mie supposizioni.”
Nadia stava facendo da matti, in quei mesi. Leggeva tutti i bandi
della Regione, della Comunità europea, leggeva tutto quello che
trovava sul notariato, il catasto, il diritto civile sui confini, le sentenze
di Cassazione, leggeva le norme sul taglio dei lecci, le deroghe dei
contratti d’affitto agricolo.
“Stai in trip.”
“Cerco di parare tutti gli eventuali colpi. Siamo sul filo del rasoio.”
“Ma lo sai che la fregatura suprema arriverà da dove non te
l’aspetti, vero? Comunque, non capisco perché ti agiti tanto. Ci sono
dei tecnici, siamo assistite da ogni parte.”
“Ti fidi dei tecnici? Uhm. Se succede qualcosa fra il compromesso
e il rogito, siamo morte. Siamo morte noi, non i tecnici.”
“Addirittura!”
“Sì, perché devi restituire la caparra raddoppiata.”
“Allora sì, siamo morte.”
“Ecco. Quindi non deve succedere assolutamente niente.”
Dovevano essere irreprensibili, loro tre: arrivare al rogito con le
carte pulite. Immacolate.
Venne fuori che non era vero che Olga confinava solo con entità
naturali e incoltivabili come strade, fossi e fiumi. C’era una particella
bastarda, sfuggita a tutti i radar ma non a quello del geometra
Paoletti, che per la vertiginosa lunghezza di sei metri la certificava
come vicina della particella 37 di proprietario sconosciuto.
“Ma quella è la siepe della cuciniera star del web!”
“Sulla carta è tua ed è la carta a fare legge. La carta comanda.”
“Ma signoriddio, non ci posso credere. Non credo ai miei occhi!”
“Comunque, si tratta solo di fare una raccomandata in più.”
“Ok. Sappiamo a chi?”
“Dicono che era la terra di Berlusconi.”
“Era?”
“Berlusconi quello finto, quello che è stato soprannominato
Berlusconi.”
Ogni volta, toccava stare a precisarlo, nonostante le ghignate che
ci si faceva con questo nome, “È arrivato Berlusconi, compra tutto
Berlusconi,” avevano ripetuto per anni, con scherno, i vicinati
invidiosi, e Liliana diceva al marito: “Che culo ha avuto tua sorella,
con quel Berlusconi!” e il marito faceva spallucce perché mai
avrebbe ammesso che sua sorella aveva fatto un affare e lui no,
permanendo una certa gelosia infantile tra fratelli anche a
settant’anni suonati. Comunque, dopo aver comprato la terra che
confinava con quella del padre, e che adesso era di Olga, il
Berlusconi nostro era fallito, era andato tutto all’asta.
Nessuno sapeva chi l’avesse ricomprata. Il geometra diceva che
l’aveva rilevata un tale Martinelli del vino, che aveva messo tutte
vigne.
“Paoletti dice che dovrebbe essere di Martinelli, dice che ci parla
lui, che lo conosce.”
Invece, due ore dopo, Nadia aveva richiamato Olga.
“Non è di Martinelli. Martinelli ha tutto ma non quella particella.
Questa particella del cazzo, scusa ma tocca proprio dirlo così, è
stata accorpata a una società che si è aggiudicata il lotto sulla cima
della collina. Hanno tutto quello su di sopra più questa particella
vagante.”
“Guarda, io ho finito le bestemmie, non aggiungo altro. Dove sta
questa società?”
“Pare sia una società formata da due donne. Misteriose.”
“Senti, io non credo alle mie orecchie. Una società di due donne
che partecipa a un’asta per comprare della terra da un fallimento?
Ma che storia è? Dai, sarà la solita balla, la solita voce incontrollata.”
Cioè, le donne, in Italia, escluse da un sacco di lavori, dai ruoli
dirigenziali nelle imprese, dalla politica, ora parevano circondare,
assediare le due povere sorelle: donne che si mettevano in società
per rilevare aziende agricole, montavano gabbioni per i polli,
aprivano chioschi di bibite a novant’anni, diventavano star del web
con le ricettine delle palline cacao e cocco e del coniglio all’aglio
incamiciato di nonna Vergarella. Tutte da loro.
“Ma questa terra la lavorerà qualcuno, giusto? Chi c’è lì a
lavorare?”
“C’è stato visto a lavorare Cocciò.”
Olga aveva notato subito la formula usata dalla sorella: “c’è stato
visto”. Riprendeva, sottolineandola, la prudenza omertosa del
vicinato che dice e non dice, che ha visto ma non ha visto, che non
vuole esporsi ma allo stesso tempo vuol farti sapere che lui sa,
osserva, non si fa sfuggire nulla, registra, ricorda, controlla e poi trae
le sue conclusioni. Insomma, le famose scarpe grosse e il cervello
fino dell’universale contadino.
“E chi è Cocciò? Come faccio a sapere il nome vero? Come si
chiama? Come si chiama nella realtà, invece che in questo universo
di follia ed esaurimenti? Come si chiama questa gente? Tutti loro!
Chi sono? Come cazzo si chiamano?”
D’un tratto Olga, presa da un virulento attacco di stupidera,
cominciò a ridere. All’improvviso. Uno scoppio di risa come si
scoppia a piangere. Un torrente di risate. Irrefrenabile. Rapinoso.
Insopprimibile.
Era nell’ingresso di casa sua, mi raccontò, fra le librerie, e piegata
in due da queste scosse ridanciane aveva poggiato la fronte sul
ripiano di una Billy dove stazionavano, impolverati e in doppia fila,
romanzi americani a tema terra, grande depressione e dintorni.
Singhiozzava e sua sorella, subito contagiata, dall’altra parte, pure.
“Ho una crisi isterica,” urlò Olga. “Mi sento male, mi stanno
uscendo le lacrime.”
La sorella, di là dal telefono, rideva e diceva solo: “Anche io, oh.
Anche a me,” e giù a ridere e piangere insieme.
Le sgorgavano veramente le lacrime: facevano tremolare i titoli
che aveva davanti agli occhi. Sia lode ora a uomini di fama, La casa
del respiro, Il piccolo campo, Ora che è novembre, La valle
dell’Eden. Tutti capolavori sulla provincia agraria americana,
drammatici, epici, grandissimi. Intrisi di socialismo, pieni di ingiustizia
sociale, sfighe epocali, dolore rurale, saghe familiari.
E loro due lì, due stronze ex patroncine della marda, che
ridevano.
Con Olga che urlava: “Chi madonna è Cocciò? Che mostro sarà,
Cocciò? Io ho paura a telefonare a ’sto Cocciò!”
E Nadia: “Dici che sarà fatto de coccio?”
“Oh sì, sicuro! Mi tratterà malissimo.” E poi, riprendendo fiato fra
una fitta e l’altra dal gran ridere, le voci in falsetto: “Pronto? Parlo col
signor Coccioni? O Coccione? E sarà pure un cicciò? Cocciò lu
cicciò? Paura, terrore!”
E quell’altra sghignazzando e quasi ululando: “Ma no, gli spieghi
la situazione.”
“E che gli dico, per telefono? Buongiorno, signor Cocciò, per chi
lavora lei? Ma quello mi ci manda, mi dice: che ’azzo te ne
fregaaaaah? Signò, so’ fatti miei per chi lavoro io, chi te conosce?
Che vòli?”
Stavano sbroccando per la prima volta dall’inizio di tutta quella
storia. Non sarebbe stata l’ultima.
E comunque, incredibile, il tipo a cui doveva telefonare Olga si
chiamava veramente Cocciò di cognome. Non era il solito
soprannome.

“Ehm, buongiorno, parlo con il signor Cocciò?”


“Sìììì?”
“Signor Cocciò, buongiorno, la chiamo da Pesaro. Noi non ci
conosciamo, ma io sono Olga Gentili e sono proprietaria di un
pezzetto di terra lungo la Valferonia. Ora, avrei bisogno di una
cortesia. So che lei ha preso in affitto della terra da alcune signore,
vicino all’agriturismo della star del web, che confina con me, e avrei
bisogno di contattare queste signore per una questione che riguarda
la mia proprietà. Solo, non riesco a trovare né i nomi né i numeri. Se
lei, che è loro affittuario, potesse cortesemente darmeli…”
“Sì, sono affittuario.”
Silenzio. Rumore di strada provinciale in sottofondo.
“Eh, dunque lavora per queste persone. Le vedrà, le sentirà.”
Silenzio.
“Almeno una volta l’anno dovrete firmare i contratti…”
“Signora, io vorrei aiutarla ma lei sa che ci sono delle leggi sulla
privacy.”
Eh???
“Mi scusi, non sento bene perché forse l’ho disturbata mentre sta
guidando, può ripetere?”
Ripete a voce più alta.
Dice proprio privesi. Anche con accento british.
Olga si dice che non scoppierà a ridere. Giura che non lo farà.
Non lo prenderà in giro chiedendo se per caso non può dirglielo
“come da direttiva Cee”. E nemmeno gli ricorderà che è il figlio di
uno dei loro vecchi mezzadri. Le servono troppo quei nomi. È vitale.
“Sì, capisco,” dice allora con estrema gentilezza e fluidità,
spacciandosi per donzella svampita. “Ma lei avrà un numero di
telefono, un indirizzo… Non è per chissà che, è solo che sono mie
vicine ma non risiedono lì, e io neanche risiedo lì, e nessuno sa dirmi
co’.”
Lascia cadere quel “co’” (che sta per “cosa” e quindi nulla, niente)
con nonchalance, solo per segnalare a quel cafone stronzo che sta
chiamando sì da fuori, ma è LEI, orcu madondru pistu!, è la figlia de
lu vecchio patrò de lu Coccione padre.
E lo sa benissimo che lui la odia pur non avendola mai vista, la
odia in quanto figlia di patrone e donna, ma ormai è un ricco terzista,
ricco sfondato, e “ci avémo tutti quasi cinquant’anni”, quindi perché
comportarsi così? Che scemenza è questa della privacy?
È solo un lurido dispetto. Uno dei tanti.
Un giorno bisognerà parlarne, della dispettosità dei paesani e dei
contadini. Dei paysans, di coloro che vivono nei posti piccoli e si
conoscono tutti. Per il momento, Olga ne parla solo con la sorella,
sicura di trovare comprensione e supporto.
“Oh ma lo sai che m’ha detto Cocciò? Che non mi può dare i
numeri perché c’è la legge sulla privacy!”
“Ma che cazzo dice? Ma che siamo matti?”
“Oh, ti giuro!”
“Ma mica è una società di servizi, una banca, un supermercato…
Mica è un notaio! È il signor Cocciò, che cavolo!”
“Ti dico: la follia. Ma questi sono bacati, hanno dei complessi. E
poi dovevi sentire come parlava in perfetto italiano e con che
accento da scuola d’arte drammatica. Cioè, è stato anche educato e
gentile, ma stronzo forte.”
Sui lavori (trattori a norma Cee per attraversare un metro di
provinciale), sui pagamenti, sulle informazioni loro specialità di
chiacchieroni pettegoli maledetti, erano tutti stronzi. E cretini,
dispettosi. Infantili. Contadini.
Era anche per questo che mio zio aveva cercato in tutti i modi di
tenere le figlie lontane dal lavoro in campagna. Perché c’era da
“scombatterci”, perché era difficile avere a che fare con certi
personaggi, perché capitava di discutere e litigare. Già era stato
complicato per lui, figurarsi per quelle che, all’inizio, sarebbero state
poco più che ragazze.
In casa, poi, si aveva memoria di un fatto molto brutto che aveva
riguardato la storia della famiglia, seppure di striscio. Uno di quei
casi che fanno paura e che sono in grado di lavorare nel profondo,
restando come monito, come segno spaventoso.
Noi avevamo sempre saputo. Seppure non se ne parlasse
chiaramente, avevamo capito da racconti fatti a mezza bocca,
accennati e poi lasciati cadere.
Quando le mie cugine erano piccole, erano state tediate per mesi
– a noi pareva per anni – con “la storia dell’eredità De
Caroli/Proietti”. Sia il loro padre che il mio, a un bel momento,
avevano dovuto decidere se entrare a far parte di una cordata di
parenti che intendeva reclamare una grossa eredità, chiamata
“eredità De Caroli”, che non si sapeva come spartire, dato che erano
successi dei fatti non tanto belli ai legittimi discendenti.
I fatti non belli non erano legati a persone che si chiamavano De
Caroli di cognome, ma a dei signori noti come Palmensi e soprattutto
a una signora che si chiamava Proietti.
Quindi noi, che eravamo bambine quando si discuteva di queste
cose nelle nostre famiglie, non ci avevamo mai capito molto.
Ma a proposito della signora Proietti sapevamo che erano
successe cose molto gravi e drammatiche.
Per tanto tempo avevamo solo saputo che era stata trovata una
mattina di inizio estate da un contadino, buttata su uno stradello che
tagliava i campi. La faccia rivolta a terra, la sottana in disordine, i
cappelli di paglia sparsi nel fossetto vicino. Cappelli a zuccotto con la
tesa rialzata, di paglia chiara con nastri blu che, impigliati ai rovi,
allegri come campanule o preistoriche capannucce di gnomi,
punteggiavano la scena tutt’attorno al corpo immobile e disarticolato.
Chissà perché, nel racconto che si era tramandato, la “sottana”
prendeva la foggia più antica di una gonna a corolla, con balza e
pieghe, di tessuto leggero. Rosa o gialla o bianca. In realtà, più
probabilmente, era un’ordinaria gonna nera di cotone, dritta e
semplice, taglia 44 o 46 visto che le donne sulla quarantina,
all’epoca, non erano esattamente smilze.
Portava calze leggere, scarpe scure da tutti i giorni di pelle
morbida con tacco medio e cinturino del modello detto “alla bebè”,
una blusa aderente di cotone color panna, confezionata da una
magliaia non ai ferri ma a macchina, con tre bottoncini davanti che si
erano quasi staccati nell’assalto.
I capelli, che sembravano di media lunghezza, coprivano in parte
il volto schiacciato a terra; una forcina marrone giaceva vicino a una
narice su cui si era raggrumato sangue già scuro, un’altra reggeva
ancora una ciocca fissata alla nuca. Un ematoma su uno zigomo
sfigurava la parte di faccia visibile. Al polso, un orologio d’oro dal
vetrino spaccato; il cinturino zigrinato d’ottima fattura orafa brillava al
sole estivo già gagliardo e caldo alle otto e mezzo (le lancette
continuavano ad andare).
Le mani, escoriate e con due unghie spezzate, erano sporche di
terra, sangue ed erba. Di una si vedeva il palmo graffiato, l’altra era
rimasta chiusa in un pugno impotente.
Un braccio era piegato all’indietro, a elle, sulla schiena. L’altro era
adagiato su un solco.
L’avevano colpita alle spalle. La prima bastonata era arrivata sulla
nuca, dove c’era proprio il segno dritto di una legnata, una scoppola
precisa, e poi con un ginocchio fra le scapole le avevano afferrato le
braccia da dietro per mantenerla a terra, e dopo c’era stata
comunque una lotta: si presumeva dai colpi sul volto e dalle mani
rovinate. Di quanti? Uno o due?
Ce n’erano voluti due, contro una donna sola, in mezzo ai campi,
forte ma probabilmente provata dalla scarpinata, seppur abituata?
No, forse ne era bastato uno, di vigliacco.
Non si riusciva a immaginare nulla di più vile. Un assalto a una
donna sola, alle spalle, in mezzo a campi deserti, al tramonto, a
sorpresa. Una cosa brutale e spietata. Doveva essere opera di un
maniaco.
“Povera signora, chissà chi ha incontrato.”
Che fosse una signora, non v’erano dubbi. L’orologio d’oro, la
maglia, le scarpe, la pelle poco segnata, le calze di nylon, non erano
cose da campagna o da popolo.
Poi c’erano quei cappelli di paglia coi nastri. Una quindicina di
cappelli graziosi e nuovissimi, di taglia piccola o media, pronti per
essere indossati al mare o nel pomeriggio di città. Com’erano carini!
Facevano pensare a secchielli e palette, coni gelato, tendoni a righe
e pinete, sabbia fina da scrollare via. Che ci facevano tra quelle erbe
di fosso, qualcuno schiacciato, sparpagliati tutt’attorno a quella
scena di violenza e sopraffazione?
Il contadino prima aveva visto i cappelli, poi il fagotto scuro a
terra.
Sullo sfondo dei campi, oltre una macchia verdissima, svettava la
villa di certi signori, imponente, con una torretta alleggerita da pilastri
di marmo bianco. Da lassù, dalla torretta, affacciandosi, si sarebbe
potuto scorgere il mucchietto buttato a terra, i nastri blu di
guarnizione a quelle concoline di paglia chiara.
Almeno finché c’era stata luce, si sarebbe potuto scorgere.
Ricostruendo i tempi, dopo, si era venuto a sapere che il fatto
doveva essere successo attorno alle otto, quindi, essendo inizio
giugno, c’era stata ancora un’ora abbondante di luce per vedere, per
trovarla e forse riuscire a soccorrerla. Ma dalla torretta, esattamente
come tutti gli altri giorni, non si era affacciato nessuno.
L’aveva trovata Marziale Ficcadenti che, zappa in spalla, stava
andando nei campi. Viveva a qualche centinaio di metri con la
famiglia e qualche volta si faceva aiutare da uno dei figli. Quella
mattina era solo.
Non la conosceva.
Non l’aveva guardata molto bene: quando aveva capito di cosa si
trattava era arretrato e poi, gettata la zappa, si era messo a correre
per cercare aiuto.
“Mi sono affrettato giù per la scarpata. Sono jitu a chiamare lu
dottore che ci ha l’ambulatorio dopo la curva.”
Aveva bussato alla porta dell’ambulatorio forte, quasi con i pugni,
perché, anche se il dottore stava già visitando, doveva uscire
immediatamente e ascoltarlo.
Prima di lasciare insieme l’ambulatorio, il dottore aveva chiamato i
carabinieri. Per spiegare dove dovevano andare si era rivolto a
Ficcadenti e insieme avevano cercato di dare indicazioni più precise
possibili. Alla fine si erano accordati affinché il contadino, nel giro di
venti minuti, aspettasse i carabinieri sul ciglio della provinciale per
poi condurli attraverso i poderi. Era inutile stare a spiegare al
telefono come muoversi fra le terre dei Gentili e dei Vecchioni: anche
se il laghetto artificiale dei Marchionni era un buon punto di
riferimento, ’sti militari venivano dal paese e tante cose non le
sapevano.
Quando alla fine si erano ritrovati tutti assieme attorno a lei, in
cinque (il dottore, il contadino e tre carabinieri), l’unica cosa diversa
dal mattino presto era un braccio della signora, sollevato dal dottore
per sentire il polso e poi riadagiato, spostato di solo qualche
centimetro. Gli occhi non erano stati chiusi, i capelli erano come li
aveva visti il contadino.
Il dottore, un medico condotto di mezza età pronto a ogni
situazione e abituato agli infortuni sul lavoro delle campagne, aveva
toccato il minimo possibile, limitandosi ad accertare la morte e a fare
un sommario esame visivo. Per l’autopsia ci sarebbero stati i colleghi
di Fermo. E prima di ogni altra cosa, bisognava aspettare il
fotografo, che era stato chiamato e stava venendo giù da Force.
Ma, intanto, chi era quella signora? Dove andava? Da dove
veniva? Chi aveva incontrato?
A nessuno di loro cinque pareva di conoscerla.
“Bisogna chiedere ai Vecchioni, quelli che abitano alla villa. Una
signora così, può darsi che tornasse da una visita a loro. I signori,
qua, se conosce tutti fra de loro. O è una donna che era andata a
fare una consegna, con tutti ’sti cappelli pe’ le ma’. Bisogna che
chiediamo pure a mojema, che magari ve lo sa di’. Fra donne, se
conosce,” disse il contadino.
Ma sua moglie sarebbe tornata solo a mezzogiorno, dopo aver
fatto una notte in ospedale ad assistere la madre operata a Porto
San Giorgio. Intanto, già che c’erano e aspettavano, il maresciallo
mise un po’ sotto pressione quel sessantenne tarchiato dai bicipiti
che cominciavano a perdere tono. Dunque quella notte era solo
senza moglie? Sì ma c’erano tutti i figli. E dove abitava di preciso?
Non lontano ma da dov’erano casa sua non si vedeva e lui da casa
sua non vedeva quel posto. E sentire qualcosa? Nella notte no,
avevano chiuso scuri e finestre ché minacciava pioggia, anche se
poi non aveva piovuto. E la sera prima? La sera prima era stato con
uno dei figli a cercare un pezzo di ricambio per il trattore fino a
Grottazzolina. Avevano girato tre officine, su e giù per la provincia.
Il contadino Ficcadenti Marziale sembrava a posto.
Riferì che, comunque, ogni tanto si vedeva ancora passare
qualche sconosciuto, ma poi si veniva a sapere che magari era un
pastore col gregge sistemato lungo il fiume. Non era più come dopo
la guerra, quando ne girava di gente strana, e qualcuno anche
stravolto o su di giri, sperduto, pazzo o rinselvatichito.
No, ultimamente non c’erano state facce nuove. I cani non
avevano abbaiato.
Però anche quella donna lui mica l’aveva mai vista prima: non
poteva certo conoscere tutti.
I signori su alla villa, per esempio, ogni tanto ricevevano persone
dalla città. Avvocati, commercianti, fornitori, ospiti stranieri come
quel tedesco con i capelli lunghi amico del parrucchiere Silvio di By
Silvio di Civitanova, un tipo che si faceva notare per i riccioli biondi, i
pantaloni aderenti bianchi e i mocassini lucidi con le fibbie. Il tedesco
aveva colpito tutti. Intanto perché un tedesco con i capelli lunghi,
affabile, conciato così, a pochi anni dalla guerra, faceva colpo su chi
aveva conosciuto ben altri tedeschi, da quelle parti, e poi perché si
chiamava Horst e i locali, per quanto si sforzassero, riuscivano solo
a dire “Oste” o, ridendo di gusto fra loro, “Ostia”. Ah, poi guidava una
Porsche pazzesca che si sentiva arrivare da dieci chilometri di
distanza. Marziale Ficcadenti ogni tanto andava a fare qualche
lavoretto dai Vecchioni e vedeva tante facce, di tutte le età. Non li
conosceva uno per uno, però. Ripeté che secondo lui questa donna
poteva essere una sarta, o una che stava portando quella roba da
qualche parte.
Il maresciallo mandò uno dei suoi alla villa, a sentire se sapevano
qualcosa. Intanto s’erano fatte le dieci e quaranta. Dalla caserma
avevano comunicato che non si era presentato nessuno, nelle ultime
ore, a denunciare la scomparsa di una donna.

Alla villa c’era solo il giovane figlio dei proprietari. Tutti gli altri –
nonna, padre e madre, zia – erano andati a Sant’Elpidio per un
consulto con un notaio. Filippo Vecchioni, che all’epoca aveva
diciassette anni, stava facendo degli esercizi con i pesi: la scuola era
appena finita e aveva iniziato un suo allenamento per potersi
presentare in spiaggia in una forma un po’ più strutturata dei suoi
scarsi cinquanta chili di magro adolescente.
Il ragazzo si passò un asciugamano sulla faccia, infilò una polo
azzurra e scese a sentire cosa volevano queste persone, avvertito
dalla custode Maria.
A domanda, rispose.
La sera prima, per quanto ne sapeva, non avevano ricevuto visite,
non a cena di sicuro e non nel tardo pomeriggio.
Conosceva una signora che commerciava con i cappelli, però: era
un’amica di famiglia, di sua zia in particolare. Disse che si chiamava
Giancarla Proietti, di Monsammarino, mora, ben piazzata, faccia
larga, capelli spesso legati in uno chignon.
“La riconoscerebbe?”
“Certo,” disse Filippo. “Anche Maria la riconoscerebbe: passa
spesso di qui, va a ritirare i cappelli che commissiona a certe donne
oltre il monte. Lo fa di lavoro, a volte va in macchina ma spesso fa
delle passeggiate fin lassù e, se ha tempo, passa anche da mia zia.”
“Ascolti,” disse uno dei carabinieri, “abbiamo trovato una donna
che ha avuto un incidente e che potrebbe essere questa Giancarla
Proietti, visto che ci sono dei cappelli accanto al corpo. Ma non ha
borsetta né altri segni di riconoscimento, quindi non sappiamo chi
sia. Potrebbe mandare Maria a vedere con noi?”
Maria, che aveva ascoltato preoccupata le risposte del ragazzo, si
era stretta le mani al petto e aveva e annuito.
“Vengo anch’io,” aveva detto Filippo.
Sia lui sia Maria avevano capito subito che non doveva trattarsi di
un incidente di macchina. Non stavano camminando verso la
provinciale ma si stavano dirigendo dalla parte opposta, fra campi in
cui in macchina si faceva fatica a passare e dove arrivavano,
semmai, solo i trattori.
Però non dissero nulla, nessuno dei due, ubbidienti e impauriti.
Avvicinandosi al piccolo drappello di uomini assiepati attorno al
fossetto, Maria ebbe un attimo di smarrimento e chiese di potersi
sedere un minuto prima di andare a vedere.
“Stai qui,” disse Filippo. “Vado io.”
Filippo era stato accompagnato dai due carabinieri per gli ultimi
venti metri e solo alla fine aveva visto lo scempio, quando il
fotografo, che nel frattempo era arrivato e già era al lavoro da un po’,
si era spostato per prendere altre inquadrature.
“È Giancarla,” aveva detto Filippo.
“Vuoi guardare meglio? Sei sicuro?”
Filippo aveva scosso la testa. “È lei, è lei. Ma cos’è successo?
Non è un incidente, vero?”
Era sbiancato e, seppure la voce non gli tremasse, si vedeva che
era molto emozionato.
“Vieni qua,” l’aveva chiamato allora Maria. “Filippo, vieni da me.”
E ai carabinieri: “Può venire, adesso?”
Il maresciallo aveva fatto cenno di sì, ma prima aveva buttato un
occhio alle mani del ragazzo, al collo, alle braccia. C’era solo
qualche arrossamento a metà degli avambracci, dove l’asta del
bilanciere si era poggiata poco prima, scivolando per essere rimessa
sui sostegni.
“Io vi servo?” aveva vociato con più energia Maria, dal suo
cantuccio fra l’erba.
“No, stia pure,” le avevano risposto. “Quando si sente meglio,
tornate a casa. Fate però attenzione se attorno alla villa, o fra questi
stradelli, trovate una borsetta, un fagotto, qualcosa che pure doveva
avere con sé. Dei vestiti sporchi buttati da qualche parte. ”
Poi il maresciallo aveva chiesto, da lontano: “Sa l’età?”
E Maria aveva detto che doveva averne quarantotto, forse
quarantasette. Era più o meno sua coetanea, ma non sapeva di
preciso, perché lei veniva da un altro paese e le scuole erano
diverse. Dovevano aspettare il ritorno dei Vecchioni per saperne di
più, ma sarebbero arrivati dopo pranzo.
“Ma che sarà successo, povera signora?” s’era poi ripetuta
tornando verso casa, sottobraccio a Filippo. “Chi ha fatto una cosa
così, a due passi da noi? Che hai visto, cocco? Com’era ridotta?”
E siccome Filippo non rispondeva, gli aveva chiesto scusa per
non esser stata abbastanza in forze e per non averlo aiutato, per
non avergli evitato quella visione.
Sul momento Filippo l’aveva rassicurata, dicendole che non era
niente e che qualcuno doveva farlo. Poi, nei giorni successivi,
incupito e triste, aveva pensato che sì, era stato un orrore.
Un pugno nello stomaco che aveva proiettato un’ombra terribile
su tutta l’estate dei suoi diciassette anni e non solo.
Giancarla era una brava signora, una buona amica della zia che
aveva sempre una parola gentile per lui e non partecipava ai
ricevimenti della sua famiglia – certe riunioni mondane pretenziose –
in cui si ritrovavano nobilini e nobiloni, notabili e signorotti di mare e
di campagna, tutti compresi in questioni patrimoniali o pettegolezzi
vari: un fritto misto di mummie e noia che ogni tanto lui osservava,
molto infastidito, dalla sua finestra al primo piano della villa.
Giancarla, fuori da questo giro purulento, passava un paio di volte
al mese, al pomeriggio tardi, per brevi visite discrete e di pura
cortesia alla zia Nora.
Lui sapeva cosa faceva quella donna e lo apprezzava.

Giancarla Proietti, nubile, anni quarantasette, nata a


Monsammarino il 20 settembre 1923, da Edmondo Proietti,
proprietario terriero, e Maria Grazia De Caroli.
“È la cugina dei Palmensi,” aveva detto, quello stesso pomeriggio,
Nora ai carabinieri. “I Palmensi di qui. Mario Palmensi, il figlio del
cavaliere. Lo conoscerà.”
Sì, lo conoscevano. Frequentatore di bische, bon vivant, riccone
decaduto che ogni tanto prestava soldi a strozzo ma non era poi
capace di recuperarli e si faceva pagare in cassette di pesce, laterizi
per rattoppare la sua grande villa in rovina, macchine usate che poi
rivendeva o cedeva a sua volta, promesse di affari poco chiari che
non si concludevano in nulla di buono. Una vita così. Suo fratello,
invece, ben ammanicato con la politica, aveva ottenuto la
conversione di certe sue proprietà lungo il mare di Porto Potenza in
area fabbricabile per la realizzazione di case popolari e quartieri
turistici. Stava costruendo a tutto spiano e faceva soldi a palate.
Almeno così si diceva.
E questi erano i Palmensi. Erano imparentati con Giancarla per
parte di madre: erano suoi cugini primi, figli della sorella di Maria
Grazia.
Tutto chiaro? Sì, taccuino alla mano era tutto chiaro.
Almeno il maresciallo aveva bisogno del taccuino, Nora Vecchioni
invece era uno schedario vivente. Col suo naso dritto, gli occhi
attenti e mobili, le mani piccole infilate nelle tasche un po’ sformate
di un cardigan beige, non perdeva una battuta, non aveva un attimo
di esitazione. Conosceva i legami di parentela delle famiglie nel
raggio di cinquanta chilometri, preferibilmente delle famiglie legate
alla terra, ma non disdegnava anche i commercianti e i negozianti di
almeno sette paesi della costa partendo da Porto Potenza Picena a
scendere. Della morte brutta di Giancarla aveva saputo da Maria
appena aperta la portiera della macchina – “Signora, sapesse,” s’era
precipitata quella, “non si può immaginare” – e per due ore non
aveva aperto bocca, decisa a soffocare l’agitazione che pure le
palpitava in petto e a restare lucida per l’incontro con gli
investigatori.
“Vi posso aiutare,” aveva dichiarato subito al maresciallo.
“Giancarla la conosco da sempre.”
Nora aveva saputo fornire i nomi di almeno tre donne che
lavoravano per Giancarla al confezionamento dei cappelli. Una era
Santina de Lu Ca’, una Luigia Morozzi, un’altra Meri Neri. Tutte e tre
ex pazienti del manicomio di Teramo.
Nora aveva detto anche che Giancarla girava sempre con un
quadernetto blu con segnati tutti i dettagli del suo commercio. Lo
conservava nella borsetta a mano con la chiusura a scatto in cui
teneva anche caramelle, spicci, chiavi, fazzoletto e acqua di colonia.
“E soldi?”
“Soldi, se aveva ritirato i cappelli, credo di no. Pagava alla
consegna e quindi, se aveva finito il giro, non doveva averne con sé.
Ma basta chiedere a queste sue lavoranti.”
Quanto agli uomini, non se ne parlava.
“Nonglieseneconosceuno,” aveva detto Nora. E tutti avevano
capito cosa intendesse.

***

Giancarla, figlia unica, rimasta orfana di padre a diciassette anni.


E di madre a ventisette. Sedicenne allo scoppio della guerra, erede
universale di uno zio De Caroli alla morte della madre, ma non
ancora in possesso della quantità di terreni contemplata nel legato
per via dell’opposizione dei cugini Palmensi, che le avevano fatto
causa dieci anni prima.
Una causa orribile, costosissima, con corsi e ricorsi contro almeno
due sentenze contraddittorie. Nel frattempo, avvocati da pagare. E
per pagarli non bastavano le entrate ordinarie di certi fondi da parte
di padre che a malapena garantivano la sopravvivenza sua e della
madre, finché c’era stata.
Giancarla aveva vissuto male la sua giovinezza in tempo di
guerra, fra spaventi, incubi e patemi per un primo amore – uno
studente di Servigliano in convitto all’Itis di Fermo conosciuto in
spiaggia attorno ai quindici anni – appena più grande e quindi presto
partito soldato, tornato poi stravolto, tanti anni dopo, da un campo di
prigionia in Polonia, ricoverato a Teramo senza che la loro storia
prendesse mai una qualche forma articolata, senza che mai si
concretizzasse un futuro.
Era stato questo vago legame (il “nonglieseneconosceuno” di
Nora Vecchioni era stato una forma di protezione, anche motivata
dal fatto che tutto era stato alquanto platonico, affettuoso, amicale e
lontano nel tempo) a mettere Giancarla in contatto con il microcosmo
della casa di cura per disturbi nervosi di Teramo e permetterle poi di
creare quella rete solidale con alcune ex pazienti bisognose di
reinserimento e lavoro.
Anche lei aveva avuto bisogno di lavoro, di liquidità, di credito, a
fronte di quei beni immobili e teorici che erano le terre.
Questa cosa l’aveva fatta sorridere spesso, amaramente. “Le
terre: beni terreni e materialissimi ma per me astratti e quasi
metafisici,” aveva detto, più d’una volta, alla sua amica Nora.
Con Nora parlavano di questo: soldi, affari, progetti, commerci.
Avevano fatto un paio d’anni di scuola assieme, dalle monache di
Ripatransone, quando erano state sfollate a casa di parenti a
Montefiore. Era stata poi Nora a presentarle le sorelle Marsili, certe
marchigiane che a Roma possedevano un grosso e antico negozio
di confezioni e passamanerie, alle quali Giancarla faceva arrivare, in
corriera, i cappelli commissionati alle sue donne ex pazze.
Giancarla era il tramite ma anche la creatrice dei modelli. Da
Roma le mandavano alcune guarnizioni, i giornali di moda, i
cartamodelli in anteprima di abiti a cui andavano abbinati accessori e
cappellini vari, e lei provvedeva a ricavarne idee e indicazioni.
Cercava il resto dei materiali, la paglia più fine anzitutto, recandosi
spesso a Montappone, che allora era il glorioso centro pulsante della
produzione del cappello e risultava all’avanguardia per tecniche e
lavorazioni alte (solo decenni dopo sarebbero arrivate le
delocalizzazioni e le produzioni cinesi più dozzinali).
Non c’era stata violenza sessuale, ma lo stesso bastone con cui
l’avevano colpita era stato poi usato per tentare un atto abominevole
e offensivo. L’aveva subito evidenziato il dottor Corinaldesi già nella
prima fase dell’autopsia quando, spogliando il povero corpo, aveva
trovato le mutande strappate e graffi profondi nella parte interna
delle gambe.
Il bastone – un ramo, a giudicare dalla scabrosità delle ferite, più
che un manico di zappa o un qualsiasi altro legno liscio – non
proveniva dalle immediate vicinanze ma poteva esser stato preso
anche poco prima, non necessariamente portato da chissà dove e
comunque non era stato ritrovato, forse buttato in una delle scarpate
ricoperte dai boschi che, tutt’attorno, punteggiavano le colline.
L’assalitore doveva essere arrivato a piedi e a piedi essersi
allontanato, nessuno poteva dire se avesse seguito Giancarla o se
fosse in attesa, appostato in qualche macchia vicino al luogo del
delitto o lungo il percorso.
Giancarla, avrebbero accertato, aveva lasciato la casa dell’ultima
sua lavorante attorno alle sette e tre quarti. Aveva camminato per
circa trentacinque minuti; avevano fatto varie prove, a passo deciso,
con un paio di donne della stessa altezza. Non sapevano se avesse
fatto soste di qualche tipo lungo il percorso né se con l’assalitore si
fosse fermata a parlare, ed eventualmente quanto.
Comunque si era difesa: aveva le braccia segnate e le mani ferite.
Come primo atto investigativo, oltre a recarsi alla villa e ascoltare
di persona Nora Vecchioni, il maresciallo aveva previsto un controllo
a tappeto dei dintorni per un raggio di sette chilometri con la
raccomandazione di cercare l’arma in pozzi e pozzetti, anfratti e
macchie, casolari e capanni e poi sentire tutti gli abitanti, soprattutto
quelli più vicini alle strade, asfaltate o bianche non faceva differenza:
da qualche parte l’assalitore doveva essere arrivato, qualcuno
doveva aver visto macchine parcheggiate in posti strani o notato
qualche estraneo girovagare.
Sembrava un omicidio d’impeto, molto rabbioso e brutale, ma non
si poteva escludere la premeditazione. L’appostamento lungo un
percorso che Giancarla faceva abbastanza regolarmente.
Quanto a quel dettaglio terribile del vilipendio al corpo, le ipotesi
erano tre: impotenza in un eventuale assalitore sessuale, tentativo di
simulazione, mano femminile.
Riguardo a queste tre supposizioni, le indagini vennero orientate
soprattutto sulla prima. In un secondo tempo, si batté la terza pista.
Era un atto frutto di patologia mentale o un semplice, orrendo,
sfregio?

***

Cose del genere, in quella zona, non erano mai successe.


C’erano state tragedie brutte durante la guerra, ma ormai erano
passati venticinque anni (non tantissimi, a pensarci bene) ed erano
state, se non rimosse, lasciate alle spalle. I morti per
bombardamenti, le mitragliate contro le corriere di civili, la caccia ai
partigiani sui monti sembravano relegate in un’epoca dolorosa e
passata, da cui allontanarsi a tutta velocità.
E anche se non se ne parlava, c’era molta violenza domestica,
mani alzate contro le mogli e qualche volta contro le figlie. La società
contadina non era solo idillio campestre, sapeva essere feroce ed
era bestialmente patriarcale.
La fatica dei campi, poi, l’isolamento, i tempi morti del lavoro,
qualcuno li alleviava col vino di campagna di cui ogni cantina era
fornita.
Poteva essere stato un ubriaco? Andavano controllati tutti gli
uomini della zona. Guardati in faccia, osservati su braccia e mani,
interrogati sui movimenti della sera prima. Era un lavoraccio e
c’erano poche persone a disposizione per battere campi e contrade.
Il giorno prima c’era stato mercato in almeno due paesi vicini;
bisognava chiedere nei bar se erano state viste facce nuove e se
quelle vecchie degli ambulanti, invece, avessero qualcosa di strano.
Da Montegiberto, nel pomeriggio, era ripartito un camioncino di
uno che vendeva biancheria e aveva un aiutante mai visto prima. Si
sapeva che venivano da Pescara e che erano parenti degli zingari di
giù. Naturalmente, fu questa la prima segnalazione perché pensare
subito a gente venuta da fuori, incolpare estranei, meglio se
appartenenti a gruppi già tinti nella fantasia popolare, era l’impulso
più semplice e immediato. Il maresciallo lo sapeva e se lo aspettava
ma chiamò comunque i colleghi di Pescara per un controllo.
Poi era stato segnalato, da qualcuno, un vecchio un po’ tocco che
aveva perso il contatto con il mondo da quando il suo unico figlio era
stato dato per disperso in guerra. Il dolore aveva travolto sia lui che
la moglie, ma da quando lei era morta, un paio d’anni prima, lui era
scivolato ancora di più nella depressione. Era ridotto pelle e ossa,
barba intrecciata, un bastone lungo come un pastorale per girare in
certi borghetti abbandonati, da poco svuotati dall’emigrazione verso
Roma.
“Quillu gira sempre per struvà il figlio. Lu va cerchenne pure in
capo al mondo. Ci ha un bastone grossu e li ca’, quando lo vede, no
’bbaia, ché lu conosce vene.”
Ecco, cani che non avevano abbaiato. O, perlomeno, nessuno
aveva notato qualche baccano più forte. Ugualmente, in molti si
recarono a chiedere se c’erano cuccioli disponibili all’allevamento
Lupi della Valferonia perché i contadini sapevano bene che un cane
attorno casa poteva fare la differenza e infatti ne avevano sempre, di
tutti i tipi e qualità, crudelmente attaccati alla catena per non farli
scappare giù in strada. Ora si sentiva il bisogno anche di cani da
difesa, oltre che da allarme, perché l’estate stava arrivando e non
potevano stare con porte e finestre sbarrate pure di giorno: le stalle
andavano lasciate aperte, nell’orto bisognava andarci, a ritirare le
uova dai pollai pure.
Per mesi, dopo questa storia terribile, cercarono di rinforzare la
guardia anche con reti e paletti di recinzione.
Comunque il vecchio che girava col bastone alla ricerca del figlio
perduto era stato eliminato dalla lista dei sospetti, in quanto si era
scoperto che era morto quattro mesi prima all’ospedale di Amandola.

***

Quasi subito si cercò di ricostruire le ultime ore di Giancarla


andando a chiedere alle sue lavoranti, quelle modiste casalinghe ma
assai specializzate che teneva a libro paga e che visitava con
cadenza quindicinale.
Queste donne ex pazze Giancarla le aveva conosciuto al
manicomio di Teramo.
Aveva incrociato le dame di carità di Porto San Giorgio che
svolgevano volontariato presso cliniche, orfanotrofi e manicomi una
volta che era andata a trovare quell’amico di gioventù e, sul piazzale
dell’ospedale, era stata “agganciata” da tal Carolina Buscalferri,
conoscente in comune con Nora.
La Buscalferri, un’illuminata e possente donna dal vulcanico
spirito d’iniziativa, vedendola un po’ patita e sofferente aveva
pensato bene di suggerirle un’attività di volontariato all’interno di
qualche istituzione. Magari proprio del manicomio.
“Non esattamente dentro,” le aveva spiegato. “Potresti fare visite
domiciliari alle donne che sono state dimesse. Per seguirle una volta
fuori e accertarsi che mantengano un loro equilibrio. Sono molto
vulnerabili, sai, quelle che riescono a uscire. E a volte sono sole,
abbandonate dalle famiglie che spesso sono le prime a chiederne il
ricovero.”
Quest’accenno alla solitudine aveva colpito al cuore Giancarla.
Ci aveva pensato su e si era consultata anche con Nora – “Non è
che mi accompagneresti, almeno all’inizio?” – poi aveva preso
slancio e si era fatta dare nomi e indirizzi dalla Buscalferri.
I nominativi erano tre.
Santina Mandolini che stava nella parte nuova di Petritoli, una
donna che aveva passato vari periodi in manicomio fino ai trent’anni
ma ormai da quindici riusciva ad avere una vita indipendente e
tranquilla occupando un sottoscala a casa di una cognata.
Luigia Morozzi, anni trentasette, ospitata nei locali retrostanti la
Società Operaia di Monterabbito.
E infine Meri Neri, anni cinquantanove, accolta in una specie di
autorimessa in disuso accanto a una delle case coloniche dei
marchesi Passeri, sotto Lapedona, dove abitava una coppia di
decrepiti salariati molto gentili e caritatevoli.
“Sentiamole tutte e tre anche se la più vicina dovrebbe essere
quest’ultima,” aveva deciso il maresciallo.
Santina aveva una pila di cappelli a bustina in feltro blu tagliati e
impilati in un angolo, da rifinire e orlare prima di essere mandati a
Roma dove sarebbero stati esposti in vetrina già a settembre. Ma
sarebbero mai partiti, a quel punto?
“Sto lavorando all’inverno,” aveva spiegato ai due carabinieri del
suo paese, riempiendo una moka da quattro.
Sul tavolo di cucina, una tovaglia di plastica a grandi fiori colorati,
dalla fantasia molto simile al grembiule che portava Santina, riparava
il piano dai forbicioni, dalla colla, dall’attrezzatura che lei aveva
ammassato in un angolo non appena erano arrivati quei due che
conosceva di vista.
La notizia l’aveva ricevuta la sera prima, perché il luogo del
ritrovamento non era lontano da Petritoli e notizie del genere corrono
in fretta.
“Ho preso una pillola per dormire, ieri sera,” dichiarò. “Volete
anche qualche biscotto? Le pasterelle non ce le ho, ma un paio di
wafer posso offrirveli,” disse, sistemando le tazzine sui piattini. “Io
non lo so che può essere successo. Voi dovete sapere che io, prima
di essere rinchiusa, giravo sempre di notte. Per le campagne, per il
paese, per le case.”
I carabinieri lo sapevano. Il maresciallo si era fatto un’idea
interrogando il dottore che almeno un paio di quelle signore le
conosceva già. Pur senza entrare nei particolari, il dottore aveva
spiegato a grandi linee per quali patologie erano state ricoverate e
poi dimesse.
“Ma nonostante questo,” aveva detto Santina, versando il caffè,
“nonostante questo non mi è successo mai niente. Ma mai, mai. Mai
incontrato malintenzionati, mai avuto paura di qualcuno che
sbucasse da una siepe, mai stata importunata. Anzi, quando mi
vedevano, gli uomini scappavano. Facevo paura, facevo. Pure
quando ero ragazza.”
Nessuno di loro rideva. Non erano cose dette per ridere. Santina
era una donna di corporatura normale, più sul minuscolo, in realtà,
con denti larghi e ora molto rovinati, zigomi sporgenti e occhi vivaci,
maschili. I capelli fini, corti, vagamente increspati dal caldo
mattutino. Di sicuro non doveva aver fatto paura da un punto di vista
fisico, ma per altro. Magari per quell’orlo di baratro che poteva
apparire negli occhi quando girava lo sguardo di lato e sembrava
partire con la testa per conto suo.
La sua cucina, l’unica stanza della casa oltre alla camera da letto,
alle nove del mattino era già soffocante nonostante gli scuri ben
accostati.
“’Sta stanza è un forno,” disse. “Lo so. Giancarla pure ci stava
male, qui da me. Da qualche tempo soffriva un po’ di vampate,
sapete cosa intendo, ma non si è mai lamentata, era troppo gentile,
ci stava tanto attenta a non dire cose che potessero farmi intristire.
Una delle persone più buone mai incontrate. Ma io so che quando
stava qui più di mezz’ora cominciava a penare. Tirava fuori un
fazzoletto e cercava di tamponarsi il sudore, soprattutto
all’attaccatura dei capelli. E dietro il collo. È vero che l’hanno
bastonata sulla nuca? Che cosa terribile! Che assassini schifosi!”
“Scusi, Santina, mi ha detto vampate?” chiese il carabiniere che
prendeva appunti.
“Eh sì, le vampate della menopausa,” disse. “Ma non è che
c’entra niente, non credo. Io dicevo per dire, adesso. Perché mia
madre ha avuto una menopausa molto pesante, e mi ricordo che era
sempre irritabilissima e zompava come un grillo e scoppiava a
piangere per ogni cosa.”
I carabinieri si erano guardati velocemente. Era quello di cui
erano stati avvisati, ma non sulla madre di Santina: su Santina
stessa.
“Non fatela agitare, è ipersensibile, molto emotiva. Non
impressionatevi se scoppia a piangere, sarà di certo provata,” li
aveva avvisati il maresciallo in via precauzionale.
“Invece Giancarla, no. Sempre precisa, inappuntabile, solo una
volta s’è lamentata che ’ste caldane avrebbero potuto
compromettere le sue passeggiate. D’inverno veniva anche con la
macchina, ha una Cinquecento rossa che scala qualunque collina,
ma solo se pioveva tanto o doveva caricare tanta roba. Sennò
preferiva sempre arrivare fino qua a piedi. Io glielo dicevo che
camminare può aiutare, soprattutto se hai quei fastidi lì dell’età.
Camminare fa bene, benissimo. Me lo dicevano sempre anche mio
padre e mia madre. Poi però i dottori mi hanno detto che io non
potevo, che era meglio se la smettevo di marciare giorno e notte.
Che mi dovevo dare una calmata, trovare pace. Io però continuo a
dirlo a tutti. Camminate, camminate. Chi può cammini.”
“Faceva sempre la stessa strada, la Proietti?”
“No, no. Cambiava. I giri non erano fissi, perché certe volte passa
prima da Meri, o viceversa. Prima da me poi da Meri. Non passa,
passava. Ieri il giro è stato prima da me e poi da Meri. Santiddio, non
ce posso pensà. Io non esco più molto, anzi per niente. Però mi
vengono i brividi se penso che in tutti quegli anni che sono stata in
strada da sola, poteva capitare a me.”
Il caffè era stato bevuto. Due notizie erano state raccolte.
“Io addè mi devo mettere tranquilla, ma sono tanta preoccupata.”
Santina si torceva le mani, le sue abili dita abituate a intrecciare e
curvare i diversi materiali. “Lavoravo solo per lei, sono sei anni che
faccio questo lavoro con Giancarla. Mi pagava bene. Ieri mi ha
portato i soldi dell’ultima consegna e per un mese mi bastano, ma
poi? Mi devo trovare qualche servizio. O andare a Montappone a
sentire se serve lavoro in più a qualche ditta. Io sono operaia
specializzata, si dice così anche per noi modiste. Ma ho sempre
lavorato da casa e adesso la casa ce l’ho qua, da ’sta parente mia, e
ci vuole un sacco ad andare fino a su, e non posso più andarci a
piedi, mi devo far portare da qualcuno. O prendere la corriera. Non ci
posso andare a piedi, ho paura che mi rinchiudono un’altra volta. E
poi se incontro gli stessi assassini che ha incontrato Giancarla? Chi
saranno, santiddio. Saranno di qui? Gente che si conosce? E se
torno tardi, qua se mettono tutti in allarme e roba che dicono che ho
ricominciato a vagare come prima. E che li faccio preoccupare e gli
faccio perdere tempo appresso a me.”
Santina non stava esagerando, diceva cose che avrebbe potuto
dire chiunque, ma i due carabinieri erano stati messi in guardia:
poteva diventare un fiume in piena. E parlava a voce alta, questo sì,
tanto alta che quelli stavano quasi per dirle che non erano sordi. E
con qualche accelerazione sospetta dell’eloquio, soprattutto quando
faceva riferimento a se stessa (forse prendeva ancora dei farmaci).
Non che si facessero intimorire da una cosa del genere, ma un
modo per fermarla, eventualmente, dovevano trovarlo.
Un modo gentile. Chiesero se lì in quel paese Giancarla avesse
altri contatti, se l’ultimo giorno avesse incontrato qualcuno, riferito
qualcosa di insolito. Se aveva un appuntamento, se ne aveva
parlato.
“Assolutamente no,” dichiarò Santina. “I giorni di lavoro, per lei,
erano di lavoro. So solo che certe volte, tornando a casa, si fermava
da un’amica che sta giù alle piane, una signora che vive nella villa,
quella grossa dei Vecchioni. Veramente è una Vecchioni anche lei,
non so perché ve l’ho detto così. Ve la so’ fatta complicata. Ma da
quella signora Vecchioni ci va solo alla fine del suo giro, mai prima. Il
lavoro era lavoro e Giancarla era una persona precisissima. Non si
perde in chiacchiere come me. Cioè, io non è che non lavoro per
parlare, ma parlo mentre lavoro, questo sì. Pure se sto da sola. Il
silenzio mi fa un po’ paura. Ho sempre la radio accesa, la spengo
solamente se arriva qualcuno. Mi fa compagnia, poi mi piace tanto la
voce di quello che parla al pomeriggio. Un uomo tanto gentile, uno
che secondo me ha gli occhi celesti e le mani perfette. E sento
sempre i radiodrammi e le letture dei romanzi. Hanno appena finito Il
giardino dei Finzi-Contini e ora iniziano Agostino, ma se devo andare
a Montappone a cercare lavoro non potrò seguirlo. Che disgrazia,
santiddio. Che disgrazia. Povera Giancarla mia.”
Le altre lavoranti di Giancarla le conosceva?
“Meri Neri sì, siamo state in ospedale insieme. Non dormiva con
me, stava in un’altra camerata, però siamo diventate amiche. Quella
giovane, Luigia, l’ho vista solo una volta che è venuta con Giancarla.
Cioè, non è giovanissima, ma in confronto a noi è una fantella, come
si dice? Una vardascia. Lei fa le cose più semplici. Invece a Meri
Neri je so’ insegnato io. Mamma era la più brava di Montappone a
fare cappelli di paglia e anche altro, è pure andata in Croazia a
insegnare alle donne di là come fare: c’è stata tre anni e mezzo
quando era giovane. Era come una maestra. E dopo ha insegnato
pure a me. E io ho insegnato a Meri Neri. E pure ad altre. È così, ci
si aiuta un po’ fra di noi. Giancarla mi ha aiutato tanto. Anche se ero
già uscita dall’ospedale da un pezzo, non riuscivo a ripartire bene.
Con lei invece è stato tutto più semplice. Tutte le cose organizzative
le curava lei. Mi portava i materiali, io non potrei andare a comprarli.
Intanto perché non ho soldi da improntare, poi perché la gente non
mi dà molto retta. Dai Marzonetti, per esempio, ogni volta che vado a
prendere qualcosa, un po’ di filo, la gommapiuma, mi trattano
sbrigativamente. La moglie è tanto ignorante, se dà un sacco d’arie.
Con Giancarla, invece, erano tutti gentili. Lei non ha mai lasciato un
buffo, neanche di cento lire. Non ha mai chiesto crediti, anche se
prendeva un sacco di roba. E scì, mi ha sempre pagato
puntualmente.”
All’improvviso parve ricordarsi di una cosa con un soprassalto.
“Ma i cappelli che ha ritirato qua da me, le pagliette per bambino
col nastro blu, che fine fanno? Alla radio hanno detto che ce li aveva
ancora dietro. Adesso che fine fanno?”
I carabinieri le dissero che erano stati raccolti e portati via ma non
sapevano cosa ne avrebbero fatto. Erano stati sequestrati ma non
avevano molto a che fare con le indagini.
“Ma erano puliti?” chiese Santina. “Comunque non si possono
vendere. Un bambino mica si può mettere in testa una cosa che è
stata in un luogo del genere! Porterebbe sfortuna, sarebbe una cosa
orribile, un maleficio che un innocente si mette in testa. E poi la
signora è stata colpita proprio in testa, no?”
I carabinieri convennero che no, non potevano essere messi in
commercio.
Intrattenendosi troppo a lungo con gli interrogati, possibili
testimoni, venivano fuori informazioni più o meno utili ma anche
suggestioni strane. E adesso loro dovevano raggiungere il paese
dopo per parlare con la seconda delle donne di Giancarla.

La Morozzi, da quando aveva saputo la notizia, non aveva


smesso di lavorare. E non soltanto perché non poteva
permetterselo; lei non aveva solo Giancarla come committente ma
lavorava anche per un certo Filiaggi, per cui preparava dei prodotti
grezzi che poi quello portava a rifinire altrove. Luigia Morozzi cuciva,
soprattutto. Con una macchina Singer a pedale che le avevano
donato gli stessi della Società Operaia presso cui alloggiava a
Monterabbito.
Lavorava in un laboratorio che era anche il soggiorno della sua
casa di sole due stanze, con la porta aperta su una piazzetta
minuscola, appartata, in cui la figlia giocava con i bambini del paese,
all’aperto fino a inverno inoltrato. In realtà la sua Lucia cominciava a
diventare signorina e i nascondini, le campane, il gioco della fioraia
stavano lasciando il passo a chiacchiere, risate segrete e sguardi
lunghi fra gruppetti che andavano separandosi a seconda del sesso
e dell’età: i maschi cominciavano a bazzicare il bar del paese,
parlando di sport e guardando i vecchi che si scannavano a briscola,
le femmine stavano fra di loro, un po’ annoiate e protese, con i
pensieri e le parole, verso Fermo, che troneggiava come un diadema
sul monte dirimpetto con il mare ora grigio ora azzurro sullo sfondo.
Luigia e Lucia erano sole al mondo. La carognata che marito e
soprattutto suocera avevano fatto a Luigia era indelebile. Dopo
averla tormentata in tutti i modi, l’avevano fatta rinchiudere in
manicomio quando lei aveva solo venticinque anni e la bimba era
molto piccola.
Ora diffidava di tutto e di tutti, china sulla sua Singer in modo
quasi compulsivo.
Non fu facile strapparle qualche informazione: tanto era loquace e
ospitale Santina, quanto schiva e intimidita Luigia. Con labbra sottili
strette e incorniciate da precoci rughe della marionetta, le
sopracciglia folte su occhi grigioverdi, i polsi segnati dalla dermatite
e i capelli raccolti in un fazzoletto legato a scocca dietro, dimostrava
più anni di Santina pur avendone una decina di meno. Santina si era
fatta una giovinezza folle e solitaria all’aria aperta, quasi selvaggia
nella sua libertà di andare in giro per case e chiese, scambiare
conversazioni con tutti, non sottostare a disciplina di alcun tipo.
Aveva pagato per questo. Le avevano rimproverato di avere delle
smanie, e quelle smanie di proiettarle sui giovanotti (“Te pizzica,
Santì? Te moccica? Mhhhh”) ma, pur essendo le solite malignità
riservate alle donne insubordinate, erano finite a far mucchio nella
sua cartella clinica, nella lettera per l’internamento che il sindaco
aveva diligentemente compilato su richiesta di alcuni compaesani
disturbati dal suo comportamento, sopra le righe a tutte le ore. Non
stava bene che una donna girasse a quel modo, li infastidiva,
dicevano. Parlava da sola pur non essendo ubriaca, urlava, si
rivolgeva sottovoce alle signore e alle ragazze chiamandole “faccette
spisciatelle” per riderne poi tra sé e sé, spaventava i bambini:
arrivarono a dire che faceva le voci di due persone mettendo in
scena, oltre ai monologhi, spaventosi dialoghi tanto da sembrare
posseduta. “Pazzi bugiardi,” aveva protestato Santina. “Che
stupidaggine. Chissà cosa sentono.” Era molto probabile che si
trattasse di calunnie di paese, si sa che giro prendono, ma Santina
la sua parlantina effettivamente ce l’aveva e durante i vari esami da
medici e psichiatri era uscita fuori con ancora più veemenza, visto
che veniva analizzata in situazioni in cui lei aveva necessità anche di
difendersi, cosa che faceva senza risparmiarsi.
Luigia, invece, il contrario: debole e silenziosissima. Sposata
presto, era entrata a casa del marito, un uomo giovane come lei
orfano di padre e succube di una madre-arpia, e ci era rimasta
praticamente chiusa dentro per anni. La madre del marito l’aveva
subito messa sotto.
Per carità, ognuno aveva le sue manie, i suoi dolori; la suocera di
Luigia, per esempio, il terrore di perdere l’unico figlio dopo aver visto
cadere il marito con tutto il trattore dentro un fosso e restare
schiacciato, morto drammaticamente davanti a lei in attesa dei
soccorsi. Ma questo non la autorizzava a tormentare la ragazza che
il figlio aveva portato in casa. Non era la sua schiava, non poteva
caricarla di lavoro e criticarla per tutto e non concederle neanche di
nutrirsi decentemente.
Solo durante la gravidanza Luigia aveva potuto mangiare carne e
uova, eccezionalmente persino del pesce.
Dopo il parto, la giovane sposa si era tanto avvilita. La suocera le
aveva praticamente tolto la bambina, prendendola sotto il suo diretto
controllo e cura. Questo le aveva fatto molto male, l’aveva fatta
sentire svuotata e in trappola. Dopo i primi mesi di latte scarso,
aveva smesso di tenere la neonata in braccio per le poppate ed era
stata estromessa del tutto dalla vecchia suocera.
Emidio, suo marito, un marcantonio tenuto come una reliquia
dalla madre, non sveglissimo, di anni ventotto, spesso sbronzo, che
era fuori tutto il giorno per lavoro, quando l’aveva vista deperire e
indebolirsi aveva cominciato a mollarle delle gran sberle e a
scuoterla come un pupazzetto di lana (strana idea di aiuto, insensata
e bestiale terapia per farla riprendere e rimetterla in piedi e
rimandarla a servizio dell’implacabile vecchia vergara).
Luigia non aveva avuto la forza di tirarsi fuori. La stessa
mancanza di alimentazione adeguata e di sufficienti quantità di aria
e luce l’aveva fatta scivolare ancora di più nella depressione e nella
sofferenza. Le pareti della casa in cui viveva con quelli erano gonfie
di umidità, l’intonaco non era mai stato rifatto ed era scrostato e
grigiastro, la vernice verde sulle porte veniva via a riccioli, il
pagliericcio del materasso cambiato secoli prima ospitava chissà
quali invisibili organismi, la turca alloggiata nell’angolo più lontano
della rimessa, d’inverno sembrava un buco infernale esposto ai
quattro venti.
Lei era abituata al paese, dove con la sua famiglia era cresciuta
sopra la bottega di un fornaio, sempre tiepida e odorosa di pane e
dolci e quella casaccia dov’era finita, vicina a una scarpata di rovi, le
sembrava essa stessa un polveroso cespuglio di spine, ostile e
squallida.
Le dolevano spesso le articolazioni e la pelle aveva cominciato a
squamarsi per le dermatiti non curate, rendendola brutta e
repellente. Il marito e la suocera le rinfacciavano anche questo: “Fai
schifo, sei un mostro,” le diceva il gentiluomo; e la vecchia: “La
bambina, se ti vede, si spaventa, anima santa. Meglio che non ti
incontra proprio.”
Luigia stessa era spaventata da quei dolori per niente normali alla
sua età.
Le erano anche andate via le mestruazioni e viveva nel terrore
costante che qualcuno facesse del male alla figlia, che gliela
portassero via per sempre.
Era così carina, quella piccolina: una versione mini e graziosa di
lei, senza nulla dell’odiosa e claustrofobica famiglia del marito. Le
voleva un gran bene e ogni volta che si metteva a pensare alla sua
figlioletta si commuoveva e cominciava a piangere senza riuscire a
fermarsi. Le dispiaceva che la sua bella bambina crescesse fra le
grinfie di quella befana. Per lei la suocera era la strega di Hansel e
Gretel. Ed Emidio il porco carnefice servo della madre, un
personaggio secondario ma brutale e pauroso.
Una mattina che l’anziana non era in vista e quell’altro era uscito
da un pezzo per andare a lavorare, Luigia si era incollata la piccola
Lucia, che già camminava ma non abbastanza in fretta da seguirla
nella fuga, e si era precipitata giù dalla collina passando da una
macchia per non farsi vedere.
La casa paterna, però, era stata solo una tappa illusoria prima
dell’internamento in manicomio. Era arrivata dopo quattro ore di
marcia sotto il sole – un sole che l’aveva quasi ustionata, quasi
uccisa, lei che in quegli anni era diventata un’ombra, una creatura
del buio – ed era stata accolta con diffidenza e preoccupazione.
Dovevano darle retta? Era possibile che quella sua nuova famiglia
fosse così pessima e spietata?
La bambina sembrava stare bene, era la madre a soffrire.
Il padre di Luigia, un vecchio commesso di ferramenta, aveva già
da badare alla moglie inferma e allettata e si era rallegrato, all’epoca
del matrimonio della figlia, che quella si fosse sistemata.
Le sistemazioni per le figlie femmine, come da duemila anni a
quella parte, erano i matrimoni, belli o brutti che fossero.
Ora eccone uno che andava in pezzi quasi subito.
Luigia aveva narrato a padre e madre i suoi tormenti, i suoi disagi,
e per tutta risposta aveva ricevuto un “Devi resistere, sono le fatiche
del matrimonio, passerà. Presto la suocera non ci sarà più. Pensa a
questo e tira avanti”.
Ma non si era fatta incantare: sapeva lei di cosa parlava, vedeva
da sola come si era ridotta. Allora era andata a fare la sua denuncia
ai carabinieri.
Qualche segno ancora lo portava addosso, un grosso livido dietro
un orecchio, brutti ematomi gialli e viola su un braccio che il marito
aveva provato a torcerle due giorni prima. Solo gli ultimi dei tanti
maltrattamenti (altri non aveva voluto nominarli né mai l’avrebbe
fatto, per vergogna, per pudore e perché neanche sapeva che
potessero essere considerati tali).
La denuncia era stata presa in carico e i due aguzzini erano stati
convocati. Per tutta risposta, madre e figlio avevano parlato delle
follie di Luigia, del suo stare chiusa al buio per giorni e giorni, delle
sue malinconie e – terribile colpa – della sua fuga da casa con la
bambina.
I carabinieri avevano ascoltato e battuto a macchina le loro
dichiarazioni e poi le avevano passate al magistrato.
Intanto, a casa di Luigia si lavorava a una mediazione con la
famiglia del marito. Che Luigia stesse male era sotto gli occhi di tutti,
di chi fosse la responsabilità sarebbe stato stabilito più avanti, ma
intanto bisognava aiutarla a uscire da quella situazione e soprattutto
occuparsi della bambina.
Il dottore che l’aveva visitata per stilare un referto di sevizie si era
accorto della spossatezza della giovane mamma, delle carenze
alimentari – indotte o volontarie ancora non era chiaro – che la
stavano debilitando fino a minarle anche la psiche. Oltre ai sospetti
sintomi di pellagra, aveva parlato di esaurimento nervoso, una
diagnosi spesso riservata alle donne che cedevano di fronte ai tanti
obblighi, alla fatica, alla clausura e alla mancanza di relazioni sociali.
Luigia accettò di farsi ricoverare. In cambio ebbe l’assicurazione,
scritta, che la bambina sarebbe rimasta a casa dei suoi genitori e
che marito e suocera non avrebbero avanzato alcuna pretesa su di
lei fino alla fine del processo.
Concordarono una permanenza in manicomio di almeno sei mesi.
In quel periodo, l’ospedale di Teramo era guidato da uno psichiatra
che veniva da Roma e restava cinque giorni alla settimana, il dottor
Fulimeni, un professore della Sapienza che si faceva aiutare anche
dai suoi allievi. Fulimeni, dal suo arrivo, aveva avviato piccole ma
significative riforme: una ristrutturazione degli spazi, il potenziamento
delle cucine, l’ampliamento di uno spazio esterno che ora, oltre al
giardino, contemplava un grande orto.
Per i casi come quello di Luigia (almeno per quel che riguardava
le carenze alimentari ancora molto frequenti nelle campagne),
Fulimeni puntava molto su una dieta mirata a recuperare un giusto
equilibrio proteico e vitaminico. Poi ci volevano l’esposizione al sole,
all’aria, e un’occupazione che prevedesse concentrazione e
laboriosità. Purtroppo per i rapporti sociali non erano in grado di fare
molto, ma intanto si poteva iniziare dai bisogni più urgenti e vedere
come andava.
Si poteva provare, a Luigia parve un’occasione.
I suoi sei mesi si trasformarono in diciotto, com’è facile
immaginare non semplici né tantomeno piacevoli, ma alla fine
terminarono. Nel frattempo, dopo un veloce passaggio in pretura,
marito e suocera erano stati condannati a un mese ciascuno per
sevizie e la bambina affidata definitivamente alla famiglia di Luigia in
attesa del suo ritorno a casa.
“Io diciotto, loro uno,” aveva raccontato Luigia a Giancarla
quando, anni dopo, si erano conosciute. “Strano eh? Loro colpevoli e
io innocente ma io ho scontato di più e i dottori dicono anche che mi
credo perseguitata. Ma io non ‘mi credo’, è una sentenza che lo
dice!”
Luigia era stata una vittima, una prigioniera. Per potersi liberare,
aveva dovuto farsi rinchiudere ancora di più. In cambio aveva
ottenuto che sua figlia venisse allontanata da marito e suocera e
che, una volta fuori, le venisse affidata. La bambina, in quei mesi
terribili, non le era mai stata portata in visita perché il manicomio non
era proprio un posto ameno e frequentabile e tutti avevano
convenuto che, essendo piccola, non aveva bisogno di sapere nei
dettagli perché la mamma fosse chiusa in un ospedale e come mai
non fosse possibile vederla.
Luigia, comunque, le mandava ogni quindici giorni vestitini nuovi
per la bambola cuciti con grande cura. Aveva imparato a cucire
come parte della terapia e oltre a lavorare ai rammendi di biancheria
e lenzuola per tutto l’istituto, con ritagli e scampoletti confezionava
giacchine, camiciole, babbucce per la bambola Beatrice, una
splendida Furga dai foltissimi capelli color carota che la bimba aveva
avuto in dono dalla nonna per il suo terzo compleanno. Con pizzi e
nastri avanzati, Luigia aveva anche preparato un bel vestito da
sposa. Poi, dopo averci pensato su per ben due notti, prima di
mandarlo alla sua piccolina l’aveva modificato, trasformandolo in un
abito da pomeriggio con l’aggiunta di motivi a losanghe neri.
La bambina non aveva mai visto il manicomio ma si sa che le
bambine, in una famiglia dove ci sono segreti del genere, sono le più
pronte a sentire e cogliere ogni minimo accenno.
I segreti di famiglia ti trascinano, ti trasformano, ti addestrano a
muoverti in zone oscure avendo come unica attrezzatura te stessa
come sei in quel momento. In quel momento, essendo piccola, Lucia
aveva i suoi giochi – bambole, pupazzi, vestitini, trottole, biglie,
pentoline, un mondo in miniatura – e quelli usò, insieme alle cose
che vedeva attorno a lei: il cortile con le sue piante e gli arnesi del
nonno, le parole dei parenti che andavano a trovare la nonna e
riferivano all’inferma allettata notizie sulla figlia rinchiusa, i racconti
delle cugine grandi che sapevano qualcosa di più per averlo sentito
in famiglia.
Quei diciotto mesi avrebbero segnato entrambe, mamma e figlia.
Eppure se ne sarebbero tirate fuori entrambe, insieme: soprattutto
grazie a Giancarla, conosciuta al ritorno da Teramo, che le aveva
dato un lavoro, l’unico antidoto per non ricadere in quella che, alla
fine, era stata una malattia causata dalla povertà. E dal fatto di
essere una donna.

Visti i suoi trascorsi, Luigia aveva paura della gente in divisa.


Quasi non si era mossa dalla sua postazione quando quei due
carabinieri erano comparsi sull’uscio spalancato. Per un attimo, in
controluce sotto la mezzaluna colorata che ingentiliva la sua porta e
proiettava un bel riflesso giallo e rosso sul pavimento di cotto
appena spazzato, le parvero conciati come nelle illustrazioni del
vecchio Pinocchio di Lucia. Ma era stato solo un lampo. Erano
giovani e indossavano la divisa estiva, non avevano né gli assurdi
cappelli a pennacchi dell’alta uniforme né i baffoni lunghi a punta.
Anche dal colloquio con lei non emerse nulla che potesse aiutare
le forze dell’ordine a far luce sull’accaduto.
“Uomini?” chiesero i due a un certo punto.
“No, no.”
“Qualcuno che poteva aver messo gli occhi addosso alla Proietti?”
A quello Luigia non aveva neanche risposto: li aveva guardati di
sottecchi e aveva scosso la testa stancamente. Come a dire “e
basta, dai”. Sempre con ’sti uomini e ’ste donne…
“Dobbiamo chiederglielo, lo capisce.”
“Sì lo capisco ma la risposta alla domanda è no.”
Quando se ne andarono, Luigia tornò a respirare normalmente. Si
era compressa per quei pochi minuti di scambi e cominciavano a
sudarle i palmi. Non poteva permetterselo, per il suo lavoro
necessitava di mani asciutte ed efficienti.
Si passò una manciata di farina fra le dita, bevve un bicchiere
d’acqua fresca. Ma la paura era ancora tanta, per quello che era
successo a Giancarla e per il suo passato che tornava fuori
sgradevolmente a ogni contatto con medici o forze dell’ordine.
La notte prima l’aveva passata in bianco, con addosso una
grande angoscia.
Pensare a Giancarla le avrebbe procurato dolore e orrore per il
resto della vita. Quanto gli uomini potessero essere cattivi lo sapeva
bene per averlo provato in prima persona.

Però che si trattasse di uomini era tutto da vedere, secondo il


maresciallo. C’era quel dettaglio che non gli tornava, non avendo
grande esperienza investigativa né alcuna formazione specifica. Il
dettaglio del bastone.
I suoi gli avevano riferito che mani e braccia delle due donne
interrogate erano a posto, a parte alcune piaghe dalla forma
tondeggiante di pelle rossa e screpolata sui gomiti di Luigia Morozzi
che lui sarebbe tornato a esaminare di persona o con il medico.
Meri Petrucci, sposata Neri, la più anziana del terzetto di aiutanti
di Giancarla, e la più importante in quanto era stata l’ultima ad averla
vista, l’aveva interrogata lui il pomeriggio prima, subito dopo aver
completato le operazioni sul campo. Ci era andato direttamente, con
il suo collega Girardi di Lapedona, e le aveva comunicato la notizia
per primo.
Non l’avevano trovata in casa, avevano dovuto fare un giro per i
casolari vicini perché i vecchi salariati presso cui stava non erano
sicuri dove fosse.
“Doveva prendere delle uova da Firmina,” sosteneva la vergara.
Ma il marito disse: “No no, a me ha detto che andava a cogliere
qualche ciliegia con il nipotino dei Passeri. Chiedete qua attorno,
non sarà lontana.”
L’avevano trovata quasi subito, venendo giù dalla sterrata, che
camminava con cautela lungo la provinciale, gli occhi fissi a un
curvone in salita che le si parava davanti. Una figura che non si
poteva non vedere, dall’andatura precisa, ben piazzata.
“Signora Neri?” le avevano detto dal finestrino aperto dopo
essersi fermati all’imbocco.
“Sì?” aveva risposto lei sorpresa.
“Se può avvicinarsi, le dovremmo parlare.”
Il maresciallo era sceso e le aveva porto una mano
presentandosi. Poi le aveva dato la brutta notizia.
Meri Neri aveva ascoltato trattenendo il fiato. Dopo i primi attimi di
silenzio, stringendo il fazzoletto che conteneva un po’ di ciliegie
bianche e rosse, quelle con la buccia un po’ spessa visto che le più
belle le aveva lasciate ai padroni del frutteto, si era morsa piano il
labbro inferiore.
Aveva un tic a un angolo della bocca, o almeno sembrava un tic.
Guardandola meglio, il maresciallo si accorse che in realtà era uno
spasmo. Le guardò anche le mani, che avevano qualche segnetto
fresco (ma potevano anche essere piccoli graffi di ciliegio).
“Non pensavo avrebbero finito per farle del male,” disse.
“Forse è meglio se andiamo da qualche parte a sederci,” propose
il maresciallo. “Non possiamo parlare qui in mezzo alla strada.”
“Casa mia è qui dietro,” disse lei. “O devo seguirvi da qualche
parte?”
No, per il momento non c’era bisogno di verbali o altro, era un
colloquio informale e casa sua andava benissimo. Girardi fece
manovra e li seguì lentamente dall’imbrecciata, un po’ discosto per
non investire con troppa polvere gli altri due che si inerpicavano
tagliando per una scarpatella.
Nella cucina di Meri Neri, una ciotola di plastica azzurra con della
lattuga tagliata e lavata era stata lasciata ad asciugare sul piano di
marmo del tavolo. Si sedettero tutti e tre guardandosi dapprima in
silenzio. C’era un vago odore di muffa, in quel locale fresco e
ombreggiato, ma non era una traccia sgradevole: era un sottofondo
tenue, terroso.
Meri, entrando, aveva abbandonato il fazzoletto con le ciliegie in
un angolo del lavandino e quello si era svoltolato lasciando rotolare
giù un paio di fruttini che non si era preoccupata di raccogliere.
La donna era chiaramente provata dalla notizia. Da qualche
minuto si sentiva un buco nella pancia che le sembrava poter
diventare una voragine. Afferrò un pezzo di pane dalla madia dietro
di lei, girandosi di tre quarti, e ne offrì un po’ agli altri.
“Devo mangiare,” si scusò. “So che magari non è la cosa migliore,
visto che dobbiamo parlare, ma prima bisogna che metto qualcosa
nello stomaco. Mi conosco, non è la prima notizia brutta che ricevo
nella vita.”
Il maresciallo e Girardi non avevano nessuna voglia di pane a
tozzi, né di altro.
Aspettando che Meri finisse il suo avanzo di filoncino, il
maresciallo si guardò attorno. Era una casa di campagna ricavata in
una vecchia rimessa, quindi aveva degli ampi finestroni dai vetri
riquadrati che risultavano collocati più in alto e più in orizzontale di
normali finestre. Ai muri erano appese stampe di erbari montate in
passepartout rossi con cornicette dorate, a fianco, qualche piatto di
maiolica che riproduceva scorci dei loro paesi – una piazza che
riconobbe come quella di Monterabbito, circondata da motivi verdi e
neri – si alternava ad altri con stemmi delle famiglie nobiliari di Ascoli
e Fermo.
Lungo la parete di fronte era sistemato un divanetto di legno nero
foderato di velluto porpora, un po’ stinto, con cuscini a mezzo punto
decorati di fiori e frutta; davanti c’era un baule verde che fungeva da
ripiano per riviste e libri. In un angolo una lampada a fusto di legno
verniciato in oro lavorato a riccioli, schermata da un tessuto beige
orlato da nastro lucido più scuro, incombeva su un tavolo fratino
occupato da un massiccio giradischi grigio e da un paio di cornici
con foto in bianco e nero.
L’altro angolo era dedicato al lavoro: vi erano sistemati un largo
tavolaccio con sgabello regolabile, pile di feltro spesso ancora da
tagliare, coni di legno di varie misure, testine levigate, supporti per
cappelli a pomello, scatoloni traboccanti di stoffe e nastri,
cartamodelli sparsi un po’ ovunque o attaccati al muro con le puntine
accanto a modelle sbarazzine, lady stilose, bambini sorridenti con le
fossette e figure varie. Tutto ritagliato dalle riviste femminili. Grazia,
Annabella, Burda.
Da una porta semichiusa si vedeva una testata di letto singolo,
una di quelle, alte e leggere, in legno dipinto di nero e decorato di
tralci floreali rosa. Davanti, uno scendiletto ovale ricavato
intrecciando e fissando con qualche punto avanzi di feltro in varie
tonalità di rosso.
“Va meglio,” annunciò Meri.
“Bene,” disse il maresciallo. “Prima mi sembrava avesse fatto
riferimento a qualcuno. Lei era in confidenza con la signora Proietti?
Voglio dire, al di là del lavoro. È un fatto eccezionale, quello che è
successo, nulla di mai visto prima qui. E dobbiamo cominciare da
qualche parte, capire i giri della signora. Tutto quello che ci dirà sarà
molto utile per le indagini.”
La guardò negli occhi per qualche istante, in attesa, cercando di
farle capire che poteva fidarsi.
“Aveva dei problemi con i cugini. Lo sa già? O devo
raccontarglielo?” disse lei.
“No, non lo so. Ho parlato solo con Nora Vecchioni, che abita
vicino a dove è stata trovata. Mi ha nominato i cugini Palmensi, ma
solo nominati. Non ha fatto cenno a eventuali problemi.”
“Eh be’,” disse Meri. “Il grande cruccio di Giancarla, il principale
dei suoi problemi, era questa storia con i cugini che si trascina da
anni. Sul testamento di uno zio. C’è una causa in corso per la quale,
come si dice, non si trova la strada. Una volta viene data ragione a
lei, un’altra a loro. Poi si ricomincia, si ripagano gli avvocati, si rilitiga
su chi deve occuparsi, nel frattempo, della gestione di questa grande
proprietà, si aspettano le udienze che vengono rimandate anche di
anno in anno. Il tribunale ha pignorato i terreni, e di conseguenza
anche i raccolti e i frutti, e non si capisce come far andare avanti
l’azienda, in queste condizioni. Poi i cugini sono due e litigano pure
fra di loro. Poi fanno la pace. Poi rilitigano. Insomma, un pasticcio
ingarbugliatissimo.”
Il maresciallo ascoltava e osservava Meri.
La donna aveva accusato il colpo tanto da doversi rimettere in
forze mangiando qualcosa, ma la sua voce era sicura e sembrava
avere le idee chiare. Gli sembrò una di quelle persone che,
spaventate o raggiunte da sgradevoli sorprese, reagiscono per prima
cosa attaccando. Bisognava cercare di capire quanto di quelle
notizie che stava dando c’entrasse davvero con il fatto che era
successo e quanto fosse dettato da altro.
Perché una cosa sul suo conto, il maresciallo la sapeva: tornando
dal colloquio con Nora Vecchioni aveva ritrovato il dottore, che
presiedeva allo spostamento del corpo per il trasferimento all’obitorio
di Porto San Giorgio, e aveva fatto in tempo a chiedergli se
conosceva le tre donne che gli erano state indicate come aiutanti di
Giancarla.
Il dottore aveva come mutuata solo Meri Neri e gli aveva detto
che nonostante il suo passato in manicomio non aveva mai avuto
bisogno di prescrizioni di psicofarmaci né di consulti di tipo
psichiatrico. Era una persona, a suo avviso, molto lucida (“Molto più
equilibrata della maggior parte dei miei pazienti che in manicomio
non ci hanno mai messo piede”) e l’idea che si era fatto lui era che
quel suo passato particolare doveva in qualche modo avere a che
fare con vicende familiari girate male.
“In che senso?”
“Nel senso che è stata incastrata. Dal cognato.” Poi, firmando
delle carte che gli venivano porte dai barellieri, il dottore aveva detto:
“Le sto riferendo quello che pensano in molti, non è un segreto. Lo
stesso, confido che se lo tenga per sé.”
Quindi, ora, sentendo che in qualche modo Meri puntava subito il
dito verso la pista delle relazioni familiari di Giancarla, il maresciallo
considerò che ogni dichiarazione a riguardo dovesse essere
soppesata con cura, in quanto poteva forse risultare viziata da
eventuali pregiudizi della donna.
“Che lei sappia, oltre alle vicende giudiziarie, c’erano rapporti tesi
anche nella vita di tutti i giorni? Nel senso, c’erano state scenate,
litigi diretti?”
“Molte, moltissime scenate, da parte dei cugini. In modalità
diverse. Quello che sta a Porto Potenza e che dovrebbe essere il più
regolare, quello presentabile, è il più infido e cattivo. L’altro, lo
scioperato, sembra più malleabile. Probabilmente perché il primo è
più avido mentre il secondo si accontenta di meno e punta a una
transazione. Comunque, quello con cui aveva più rapporti diretti
Giancarla è il secondo. Nel senso che si incontravano spesso, anche
fuori. Ma non erano incontri cordiali, intendiamoci.”
Girardi prendeva appunti a tutto andare.
Meri Neri tratteggiò un quadro articolato di tensioni e affronti.
“C’è mai stata qualche minaccia da parte di questi signori?”
“Ma continuamente! Di tutti i tipi: oltre che per quel che riguardava
le cose legali, proprio minacce pesanti tipo urli e qui si va a finire
male!, guardati le spalle quando rientri la sera, occhio che non
scherziamo…”
“Capisco, ma la Proietti cosa diceva? Era preoccupata?”
Meri alzò brevemente le sopracciglia.
“Contenta non era. Nel senso che nessuno gradisce avere
situazioni del genere in piedi, no? Avrebbe preferito chiudere, delle
volte era così esasperata che giurava di voler rinunciare a tutto
purché questo tormento finisse. Ma lo diceva così. Lei aveva
bisogno di quel patrimonio e le spettava di diritto. Poi questi cugini
erano stati i compagni della sua infanzia, amici fino a che non erano
cresciuti. I suoi ultimi parenti rimasti. Non è facile troncare certe
relazioni, neanche se sono orribilmente guastate. Non so se mi
capisce.”
No, il maresciallo procedeva per linee più dritte e in questo senso
non capiva. Ma non era importante, quello che c’era sul piatto
poteva bastare.
Girardi invece aveva annuito.
“I parenti…” aveva detto, come se la sapesse lunga.
“Cosa? I parenti, cosa?” chiese il maresciallo girandosi verso di
lui.
“I parenti sono quelli che ci fanno più male. Nel senso che i
dispiaceri che ci danno i parenti bruciano di più. Sono persone che
conosciamo bene, da sempre. Che abbiamo sott’occhio,
incontriamo, di cui ci arrivano notizie.”
“Capisco, vale in linea generale,” disse il maresciallo. “Nella vita di
tutti i giorni. Ma qui siamo di fronte a un fatto gravissimo, una
degenerazione che va oltre i normali equilibri.”
Ragionavano insieme, a voce alta.
“Ma sa, maresciallo, che è un attimo? Io ne sono la
dimostrazione, mi creda. Io ho vissuto in prima persona questo lato
brutto e marcio delle persone che si mostra, che viene fuori… che si
attiva quando ci sono i soldi e la roba di mezzo. E la disperazione,”
disse Meri.

La prima notte dopo il fatto di Giancarla era stata terribile per tutti:
per chi l’aveva trovata e per chi l’aveva saputo subito o, come
Santina e Luigia, dopo un po’.
Santina, dopo averne parlato a lungo con la cognata pur senza
sapere bene i fatti se non per sommi capi, verso le dieci e mezza si
era presa un sonnifero, aveva serrato le persiane con i fermi interni,
si era messa a letto con una camiciola leggera tirandosi la coperta
fin sopra il mento ed era caduta in un sonno nero e pesante.
A Monterabbito, la notizia era arrivata proprio alla Società
Operaia, tramite uno stradino passato di lì a fine turno, e Luigia, per
prima cosa, era uscita a cercare la figlia che stava con le amiche ai
giardini pubblici, pregandola di tornare davanti casa, dove poteva
vederla.
Le aveva raccontato cos’era successo – Lucia conosceva bene
Giancarla, naturalmente – ma senza entrare troppo nei particolari,
visto che in quelle prime ore non sapeva molto neanche lei. La
ragazza l’aveva guardata in silenzio, con la bocca spalancata e gli
occhi sgranati, poi l’aveva seguita mestamente verso casa. Avevano
cenato con la radio accesa, la porta ben chiusa e le orecchie tese a
ogni movimento e suono proveniente dallo sprofondo scuro sotto le
mura, la piccola selva di canne e alberi senza nome che cingeva
tutt’attorno Monterabbito sin dai tempi dei farfensi.
Poi Lucia aveva letto un po’ ed era andata a dormire senza troppe
storie, e quando anche Luigia si era decisa a mettersi giù, uno
strano impasto di figure aveva popolato un sonno leggero e a
singhiozzo. Quei territori dell’incubo, Luigia purtroppo li conosceva
bene. Riuscivano a scovarla anche quando tornava a chiudersi bene
dentro casa. Figuriamoci se non sarebbero comparsi nelle ore dopo
la morte di Giancarla: lei lo aveva immaginato e aveva sperato
nell’arrivo del mattino.

Meri, invece, si era sistemata fuori, sola e silenziosa. Dopo la


visita del maresciallo e di Girardi, si era seduta su una panchina che
aveva accanto all’uscio e per un po’ aveva cercato di concentrarsi
sulle umanissime attività che si svolgevano sull’aia dei vicini e che,
in quelle sere lunghe di luce di inizio estate, si protraevano fino a
tardi.
Era rimasta lì fin dopo il tramonto. Da dove era lei non si vedeva il
sole cadere in quel mare di colline, ma la luce calda e quieta,
arrivando alle spalle, investiva maestosamente le linee delle valli
tutt’attorno e si spandeva fino al mare lontano. Le pezze marroni
delle terre lavorate spiccavano fra le tante tonalità di verde pieno di
ombre, e certi richiami e voli in picchiata di rondine animavano
l’orizzonte morbido e chiaro.
Era un’ora dolce e promettente e a Meri non riusciva di credere
che in quelle stesse condizioni di cielo sereno e aria calma, soltanto
il giorno prima, si fosse potuto produrre tanto orrore contro la sua
buona amica e compagna Giancarla.
Compagna, sì. Di sventura. Come lei stritolata da intrecci
patrimoniali e familiari che si erano andati stringendo e
aggrovigliando come lacci impazziti e ingovernabili e da cui non
avevano saputo uscire, nessuna delle due.
Tanti anni prima, Meri era stata vittima della disonestà senza
scrupoli di gente di famiglia avida e spietata.
Non si trattava di suoi consanguinei, ma di parenti, seppur vicini,
acquisiti. I cognati Lillina e Patrizio. La sua era una storia tutto
sommato semplice ma incredibile.
Rimasta vedova a quarantuno anni, aveva ereditato una notevole
proprietà consistente in un paio di case e molti terreni sparsi su tre
comuni della provincia di Ascoli Piceno. Non essendosi mai
occupata prima della gestione dei campi, si era appoggiata in tutto e
per tutto al vecchio fattore, Elvio Governatori. Questo fattore era
vecchio non tanto per età (anzi aveva cinque anni meno di lei),
quanto per il fatto che a lungo si era occupato dell’azienda della
famiglia Neri, avendo addirittura rilevato questa mansione dal padre
che a sua volta era stato fattore del suocero di Meri. Insomma, vi era
stata una specie di passaggio di consegne fra padre e figlio, fin
quando i fratelli Neri, dopo anni di discussioni su conti e scelte a loro
avviso sbagliate, non l’avevano estromesso del tutto decidendo di
occuparsi direttamente dei loro affari.
Il fatto che Meri, alla morte del marito, lo ritirasse dentro per quel
che riguardava la sua parte, aveva disturbato moltissimo sia Lillina
che Patrizio. “Cacciato dalla porta rientra dalla finestra,” aveva
commentato acidamente Lillina e Patrizio aveva chiosato: “E che
finestra… Spalancata!”
Alludeva al fatto che su Meri e questo Governatori si erano fatte
delle gran chiacchiere dopo un viaggio dei due a Roma per
accompagnare il figlio di lei da una sua sorella che l’avrebbe tenuto
in città per studiare e anche dopo una permanenza di qualche giorno
all’albergo della stazione di Ascoli, dove erano rimasti tre giorni per
sistemare le carte al catasto occupando due stanze sì separate ma
dal balcone comune su cui si aprivano le rispettive portefinestre (che
erano state viste accostate in orari sospetti). In quei tre giorni
ascolani Meri e Governatori avevano naturalmente cenato insieme
chiacchierando, ridendo, addirittura bevendo vini di diverse qualità e
delle anisette.
Era vero, sia chiaro, ma a Meri non era passato neanche per
l’anticamera del cervello che potesse essere inteso come un
comportamento sconveniente o peccaminoso.
Che due persone adulte, un uomo e una donna, parlassero e
passeggiassero fino a tardi non costituiva mica un reato!
Eppure era stato notato e riferito a chi di dovere, addirittura
arrivando ad attraversare le aeree distanze da un paese all’altro.
Cento occhi e cento bocche erano pronti a testimoniare, giurare,
documentare, riferire – in forma rigorosamente riservata –
spostamenti e orari, posture e gesti.
Lui le aveva regalato un mazzo di ginestre! Lei lo aveva aspettato
chiusa in macchina sotto una pioggia battente per mezz’ora! Insieme
avevano passeggiato sulla spiaggia di sassi di Marina di
Massignano! D’inverno, solo loro due nel raggio di miglia! In mezzo a
una tempesta! Uh!
E via così, un continuo.
Tutti osservatori, tutti giudici.
Tutti che la sapevano lunga sulle cose della vita e sui palpiti del
cuore. Tutti un po’ operettistici e allo stesso tempo un po’ questurini.
Perché, nonostante la guerra fosse finita da anni, i robusti innesti
del fascismo continuavano ad attecchire con forza nelle teste di molti
e alla mentalità poliziesca e ossessionata dall’ordine che per anni
aveva dettato legge con forza e brutalità, tenuta in vita e alimentata
com’era da bigottismo e cretinerie varie di provincia, non si riusciva
facilmente a dare il colpo di grazia. Almeno non ancora.
E la morale era ancora una scusa. Il mezzo, non il fine.

Ebbene, Lillina e Patrizio assistevano a certe scelte della cognata


– compravendite, affitti, villeggiature, la stessa partenza del figlio alla
volta di Roma per studio – con preoccupazione e ostilità.
L’avevano conosciuta come persona oculata e parsimoniosa e ora
si ritrovavano in famiglia una donna spendacciona, continuamente in
viaggio, sfuggente, astiosa, molto discutibile, forse impazzita per un
tipo più giovane e spregiudicato che aveva già dato prova, in casa
loro, di inaffidabilità e inadeguatezza.
“Stai al tuo posto, cane,” aveva detto un giorno Meri a Patrizio. I
rapporti erano degenerati fino a quel punto. E lei, dopo avergli detto
quelle cose, faceva il verso del cane, proprio abbaiava al suo
passaggio, da dietro le persiane, e rideva. Ma non era stato lui a
darle della scrofa? L’aveva saputo, Meri, proprio dal suo amico
fattore e Patrizio non aveva negato.
Quindi lui poteva darle della maiala in pubblico e lei non poteva
dargli del cane in privato?
Poi il cognato aveva affrontato Governatori e, anche se Meri non
aveva mai saputo i contenuti del confronto, quello si era messo
paura ed era sparito da un giorno all’altro.
“Pure vigliacco, l’amico tuo,” l’aveva sbeffeggiata Patrizio,
parlandole un giorno attraverso una finestra.
A quel punto lei non ci aveva visto più e senza neanche il tempo
di infilarsi qualcosa, era uscita dalla camera dove stava facendo
colazione e gli era corsa dietro così com’era, in camicia da notte e
con una spazzola per le mani.
Patrizio si era rifugiato nella sua parte di casa chiudendosi il
portone alle spalle e Meri aveva preso a colpire con il dorso della
spazzola prima la toppa della serratura poi la maniglia. Intanto urlava
insulti terribili e bestemmie, minacciandolo di castrazione, salvo poi
correggere il tiro dicendo: “Tanto non sarebbe un gran danno visto
che non ti funzionano.”
Punto sul vivo, Patrizio aveva spalancato il portone e l’aveva tirata
dentro per menarla. Lei, armata di spazzola, l’aveva fatto nero di
botte, lì nell’ingresso, fra il portaombrelli e l’appendiabiti a specchiera
che nella colluttazione si era crepata.
Era partita la prima denuncia incrociata.
Ma mentre Meri aveva semplicemente sporto querela contro di lui,
Patrizio aveva cominciato a lavorare in silenzio. Aveva scritto al figlio
di lei e ne era seguito un lungo scambio epistolare. Il ragazzo aveva
sedici anni e stava a Roma ma veniva costantemente tenuto
informato sui movimenti di soldi della madre, sia da Lillina che da
Patrizio. La famiglia paterna, compresa la nonna, l’aveva riempito di
allarme e timori. Patrizio aveva preso le lettere del ragazzo,
sottolineando certi passaggi che sarebbero tornati utili (erano
risposte che da lontano il nipote forniva alle loro sollecitazioni,
accogliendo il loro sgomento), le aveva unite alla querela e a certi
conti che aveva tenuto e ne aveva fatto un fascicolo che aveva
sottoposto all’avvocato Natale, un loro vecchio consulente.
Natale aveva detto che non erano sufficienti per interdire la
donna. Ci voleva qualcosa di pesante.
“Ma è una pazza, lo sanno tutti,” aveva spiegato Patrizio. “Da
quando ha avuto modo di mettere le mani nella borsa, ha solo fatto
pasticci. Poi ride, piange, urla, mena le mani. È una violenta, ha
delle crisi.”
Natale aveva detto che ci voleva una visita che ne certificasse lo
stato mentale.
“Fa il verso del cane! Più di così?” aveva detto Patrizio, tacendo il
fatto che lui la provocava con il verso di volatili, a volte galline a volte
oche.
Alla fine non era servito neanche un consulto medico:
testimonianze varie, spericolati atti di compravendita firmati dalla
donna e il generico parere di uno psichiatra di Ascoli trovato
dall’avvocato Natale, uniti alle dichiarazioni della famiglia e
soprattutto del figlio, erano bastati a chiedere il ricovero di Meri per
evitare il “ripetersi di attività inconcludente che compromette il
patrimonio di famiglia”.

Una volta dentro l’istituto di Teramo, era stato fatale scivolare in


un vortice di disagio e spavento. Meri ne era uscita solo dopo dieci
mesi per pura forza di volontà.
Per dieci mesi aveva tenuto duro navigando come un vascello
fantasma fra gli ampi corridoi dell’istituto zeppo di urla, lallazioni,
pianti, tristezze, lenzuola bagnate, lacrime, stupore, atti
incontrollabili, paura, insonnia, corse senza meta che finivano contro
muri, autolesionismo, scabbia, cartoline e lettere di preghiere alle
famiglie, buchi neri, cadute, cartelle cliniche, facce contorte,
sudiciume, infermiere a volte indistinguibili dalle pazienti, povertà,
manie e morbi che dilagavano attorno a lei, aggirandosi fra mura
spesse un braccio risalenti al Medioevo, spelacchiati giardini chiusi,
refettori con enormi marmitte e forni che avrebbero potuto contenere
un bue, o una persona tutta intera, panchine arrugginite e vetri luridi
protetti da fitte grate polverose e unte.
Alla fine ne era scampata grazie alla sua classe sociale – che le
garantiva gli strumenti per spiegarsi e difendersi – e si era pagata la
sua fuga dalla cattività con la rinuncia a tutto: a future pretese sulle
proprietà, a rivalse contro il cognato accusatore, a denunce contro la
cricca che era stata messa assieme per contenerla e punirla in quel
modo truffaldino e schifoso. Il tempo le avrebbe consegnato anche
un riavvicinamento al figlio, occasioni permettendo (lui era
stabilmente a Roma, lei non aveva trovato modo di sganciarsi dalle
Marche).
Ma se per se stessa aveva rinunciato a lottare, piegandosi sotto i
colpi di quell’essere meschino che poi era pure morto presto, di
cuore, a Giancarla aveva sempre consigliato, invece, di non cedere,
di battersi per i suoi diritti e di non farsi spaventare.
Ora un po’ le veniva il dubbio di aver contribuito a esacerbare una
situazione troppo pericolosa.
La paura di non aver imparato la lezione e, anzi, di aver messo a
rischio una persona che le era molto cara con consigli e incitamenti
sbagliati l’assalì quella sera con la sgradevolezza di una doccia
gelata.
Dei suoi lontani mesi neri e opprimenti, Meri aveva conservato il
ricordo di notti insonni passate su un letto alto e bitorzoluto, con lo
stomaco in subbuglio per la fame e l’acidità visto che il mangiare era,
oltre che terribile, a suo avviso sempre scarso.
E la sensazione che dalla sua pancia partisse un urlo nel buio,
interno e udibile solo a lei ma fortissimo, assordante, interminabile.
Le Gentili avevano passato un pomeriggio infernale dal notaio.
Infernale e infinito. Solo per scrivere il compromesso, poi, mica per il
rogito.
“Ci vuole tempo perché in realtà si tratta di tre atti diversi,” aveva
detto il notaio a un certo punto.
Il notaio era un cavolo di puntiglioso incredibile (uno che, secondo
la definizione brutale ma efficace del geometra consulente delle
Gentili, “se faceva un sacco de seghe mentali”, al che, Olga aveva
detto: “Sarà, ma sempre meglio di te che sei un maledetto
pasticcione,” giacché quello, prima di sfasciarsi durante una discesa
di scialpinismo giù dal Vettore chiuso per slavine, le aveva
combinato dei casini con un rilevatore Gps difettoso a cui aveva poi
tentato di rimediare sul campo con una falce da morte personificata
che lo faceva apparire come la triste mietitrice, zoppo com’era,
mentre si apriva una strada fra i rovi per prendere le misure a mano
come usava prima dell’avvento della tecnologia satellitare).
Comunque, il mondo notarile era un mondo di segretarie factotum
silenziose ed efficientissime, scartoffie e cartelline, vassoi di colorate
caramelle gelée alla frutta miste, certificati, codici e codicilli, bozze
da correggere, doppie firme su tutte le facciate, timbri. All’apparenza
era un universo algido e noioso, ma, quando le cose si
complicavano un po’, venivano fuori gli affari di famiglia, le liti, le
storie delle generazioni e del territorio, la Legge che non ammette
ignoranza, i ripensamenti, gli importantissimi archivi, le sconfitte per
la roba persa, le speranze e i timori per le imprese che andavano a
cominciare, i dolori per i lutti, le memorie impastate nella calce delle
case, e poi, a pioggia, le donazioni, le prelazioni, le servitù, gli stati
civili e incivili.
Ogni giorno transitava negli studi notarili del mondo una umanità
più o meno ripugnante, più o meno tragica.
Peppe, in una pausa di quel pomeriggio logorante, aveva
sganciato una delle sue perle di saggezza popolare: “Come diceva
mio padre: chi vende pensa sempre di aver preso poco, chi compra
pensa sempre di aver pagato troppo. E, alla fine, nessuno dei due è
mai del tutto contento.”
Invece contenti c’erano, attorno a quel tavolo. Il notaio, intanto, e
il geometra Paoletti, che beccavano la propria parcella senza nessun
coinvolgimento emotivo.
Gli altri cinque, invece, un po’ friggevano e un po’ smaniavano,
ognuno sulla propria sedia attorno al tavolo lungo.
“Staremo a fa’ una cazzata?” si chiedevano, muti e compresi nella
parte, venditrici e compratori, una mano premuta sulle labbra.
Nonostante tutto, Olga, Nadia e Liliana si erano comportate
abbastanza bene. Abbastanza.
Solo a tratti Liliana aveva fatto interventi fuori tema, subito
rintuzzati dalla solita Nadia.
In generale, si erano armate di santa pazienza. Olga e Nadia
avevano passato al pettine fine ogni singolo rigo, ogni parola, ogni
numeretto dell’atto, anche per la madre.
Per ben tre volte, una per ognuna di loro, il notaio aveva scandito
la formula “avuta in eredità dal signor Gentili, nato a, deceduto il, con
accettazione dell’eredità avvenuta il…” e a ogni lettura loro erano
rimaste zitte, ferme e a occhi bassi ma consapevoli dei mille pensieri
che affollavano la testa delle altre.
C’era anche l’altra di formula, il “coniugata con…” seguito dal
confortante “in regime di separazione dei beni”, che alle orecchie
delle figlie suonava più liberatorio e lieve.
E poi c’erano precisazioni, elenchi di particelle, un pozzo da
accatastare, la sistemazione dei confini e le benedette palme da
portare via. Era stato messo tutto nero su bianco. Cifre, tempi e
doveri di entrambe le parti.
Firme su ogni foglio, dichiarazioni per l’antiriciclaggio,
distribuzione di assegni circolari che Maggioni aveva sventolato tutto
il tempo con fare sciantoso, un po’ per scena, un po’ per puerilità, un
po’ perché faceva un caldo terribile.
Ne erano uscite provate ed esauste ma già tutte proiettate verso
l’indomani, quando avrebbero dovuto preparare le famose
raccomandate da spedire con mille riguardi ai vicini per la
prelazione.
Il geometra Paoletti aveva consegnato delle lettere standard a cui
loro avrebbero dovuto accludere copia del compromesso per
dimostrare a questi sconosciuti confinanti la veridicità dell’offerta.
“Ma così tutti sanno tutti i cavoli nostri…”
“È così.”
“Cioè, anche dati sensibili come residenza eccetera.”
“È la legge.”
“Ma che roba!”
Il giorno dopo si erano procurate delle belle buste formato A5 e si
erano lette per bene il regolamento Raccomandate sul sito delle
Poste. Avevano scelto la spedizione più costosa ma più veloce e
sicura e, verso mezzogiorno, con tutte le ricevute e gli avvisi di
ritorno compilati e timbrati ben ripiegati in saccoccia, avevano tirato
un sospiro di sollievo.
“Almeno questa parte di incubo è finita.”
“È fatta.”
“Ora ci sono due giorni di pausa per il fine settimana poi
bisognerà cominciare a cercare di capire cosa fare con le palme.”
“Ci sono novità su quel fronte?”
“Aspettavo il preventivo di Venanzio ma mi ha fatto dei discorsi
pazzeschi. Non mi convince per niente, anche se lui dice che l’ha
fatto altre volte.”
“Cioè, c’è altra gente che si è trovata nella nostra stessa
condizione? Non ci credo.”
“Dai, poi ti dico meglio. Adesso vado a casa, mi ha detto Teresa
che è arrivata una raccomandata. Raccomandate che partono,
raccomandate che arrivano. Sarà una multa, porca miseria. A forza
di fare avanti e indietro dalla campagna avrò beccato uno di quei
maledetti autovelox che hanno messo fra la Croce e Carassai.”
Olga ridacchiò. Disse che le spiaceva e che era davvero una cosa
incredibile visto che Nadia guidava come una lumaca.
Se ne andò a casa anche lei, verso il piccolo appartamento che
era rimasto dalla divisione della palazzina di famiglia e confinava con
quello di Liliana, dopo esser passata dal fornaio a prendere una
crostata prugne e cioccolata e un sacchetto di maritozzi per la
colazione. La spiaggia, quell’estate, l’aveva vista solo col
cannocchiale. Non aveva fatto manco due bagni, in un mese e
mezzo, e aveva un’abbronzatura da muratore a cui prima o poi
avrebbe dovuto rimediare.
Si disse che comunque sole in campagna in quei giorni ne
avrebbe preso a sufficienza e poi ci pensavano i figli a sfruttare
l’ombrellone prenotato per tutta la stagione.
Non era neanche entrata in cucina che già il telefonino squillava
con il nome della sorella lampeggiante sullo schermo.
“Ancora? Di nuovo?” si disse. Se avesse consultato il registro
delle chiamate di quei mesi, avrebbe trovato solo lunghissimi elenchi
di telefonate fra lei e Nadia, in entrata e in uscita.
“Non era una multa,” le disse Nadia. “Tu non sai cosa sta per
capitarci.”
Olga colse una traccia, fortissima, di panico nella voce della
sorella.
“Ci stanno espropriando un pezzo della terra che stiamo
vendendo.”
Olga lasciò cadere il sacchetto dei maritozzi sul tavolo, poi alzò gli
occhi al cielo e poggiò la fronte contro lo sportello del frigorifero,
sopraffatta da quella notizia comunicata con un’inquietante giro di
frase.
Dunque era questo, il diventare definitivamente adulte, se non
vecchie, mi disse mia cugina una sera che eravamo andate a
guardare il tramonto dal belvedere di Montedinove. Disperarsi per
una lettera di esproprio invece che per una lettera d’amore finito.
Farsi battere il cuore per un pagamento andato a incasso invece che
per la voce di quel tipo così affascinante. Piangere per colpa di uno
sconosciuto geometra di Collesailcavolo invece che per la partenza
di un fidanzato. Stare sveglie la notte per il terrore di aver sbagliato a
mettere una firma su un pezzo di carta e non per quella telefonata
dall’amato attesa per ore e mai arrivata.
Mia cugina mi disse di aver finalmente capito che tutti i casini un
po’ fanciulleschi che la gente faceva attorno agli amori e amorazzi
erano solo una copertura, una cortina fumogena, per smussare e
ignorare ansie e oppressioni relative ai soldi, alle preoccupazioni
materiali.
Una specie di distrazione. Uno svago più o meno allegro e
doloroso.
E mi disse anche che lei non sapeva cosa preferire, tra i due.
Cosa fosse più insulso.
“Finché si tratta di cose così,” le dissi. “Cuore, terra, aria, assegni
a buon fine, fidi… Che vuoi che sia? Di fronte a tutto questo?”
Perché sotto di noi si svolgeva un ammasso di gomitoli in fuga
verso le montagne, indorato di verde e arancione scuro e
punteggiato di alberi e vallette di sovrumana bellezza e grandiosità
che ti rapiva sì, anche mostrandosi solo per brevi attimi, la vista e la
mente.
Era il nostro luogo, ancora bello anche dopo le ferite non lontane.
Oltre il monte dell’Ascensione, sapevi che cominciavano i danni.
Era stata colpita una zona così vasta che quasi non riuscivi a
circoscriverla neanche se, grosso modo, la conoscevi. Correva per
tre regioni e non so quante province. Ridisegnava la topografia del
luogo, saltando le divisioni amministrative per unirsi in questa nuova
denominazione, “cratere”, quasi extraterrestre, quasi a indicare che
quello che era accaduto non era una cosa di questo mondo.
Eppure era un fenomeno più che naturale. Era il richiamo più forte
che ci fosse a una presa di coscienza sulla terra. Per questo, forse,
le persone preferivano ignorarlo e molti, fuori, avevano cominciato a
dire: “Andatevene.” E anche: “Non ne vale la pena.”
Ma era insensato, perché si trattava di centinaia di paesi e di un
territorio che forniva nutrimento a tutti: mica ci si poteva ammassare
nelle città e vivere di aria sporca e roba sintetica. Non potevi mica
trattare la terra come una cartella Excel o spostare e incolonnare le
persone in piani quinquennali di novecentesca memoria.
C’era una serie di gradazioni fra le città congestionate e i borghi
svuotati.
Quel territorio era improvvisamente fragilissimo, il terremoto ne
aveva scosso le fondamenta lasciandolo solo e impaurito.
Sapevamo cosa c’era, ad andare verso l’interno.
Edifici chiusi, chiese transennate, costruzioni cerchiate. A Force,
paese antico di ramai e calderai, la piazza e il centro storico erano
chiusi col nastro bianco e rosso. A Monsampietro Morico idem. A
Santa Vittoria in Matenano, certe torrette e smerli di porte d’ingresso
alla città erano tenute su con cavi di acciaio e tavolette di legno. A
San Ginesio, paese devoto al santo protettore dei mimi e degli artisti,
il gotico fiorito della Collegiata era intrappolato in una struttura di tubi
che ricordava un gigantesco busto a stecche o la grata di una
gabbia.
Via via che si andava verso la montagna i danni aumentavano, i
sassi in terra si infittivano, le crepe sulle case diventavano profonde
e cattive. C’erano posti a cui neanche si poteva pensare di
avvicinarsi, sorvegliati da militari con i mitra in braccio. Strade,
cittadine, paesi importanti come Camerino – centro universitario sin
dal 1336 – risultavano sigillati, fermi, impigliati in un brutto
incantesimo arrivato di notte o al mattino presto di un giorno di
cambio di tempo.
Come se il passaggio dall’orario estivo a quello invernale avesse
significato uno stop al fluire della vita, adesso di certe case, di certe
piazze, di certe chiese, non potevi più sapere i colori
nell’avvicendarsi della luce: gli ocra, i gialli, il rosa dell’arenaria, dei
capitelli, delle argille, e il chiaro dei travertini continuavano a
scaldarsi al sole o ingrigire alle piogge lontano da occhi umani,
sottratti alle attenzioni e ai suoni di comunità viventi e amorevoli.
I palazzetti comunali, quelli dei priori, le case gentilizie, le statue
dei papi negli slarghi, gli affreschi azzurro e oro nelle basiliche, i
soffitti a cassettoni, i musei, le casette cielo-terra strette le une alle
altre nelle piazze salotto, i conventi dei farfensi, le cinte murarie, i
portici e le cripte, i mercatali e le fontane, le campane scolpite, le
annunciazioni, le pale d’altare, i transetti, le biblioteche con le sale
degli stemmi, fino ai gioielli e gioiellini, piccoli e piccolissimi, di pietra
e legno e tela, o le case con le cucine esterne accoglienti e
misteriose in mezzo alle radure – come le case della fiaba di Riccioli
d’Oro – delle frazioni in mezzo ai boschi, Spelonga bella, frazione
della crollata Arquata, Pretare, pure frazione della crollata Arquata,
paese di pietre tirate dalla Sibilla, tutto questo e anche altro, a salire
verso il maceratese e poi addentrarsi verso il reatino, svalicando per
arrivare agli altopiani più o meno conosciuti, seguendo il grande
anello dei Sibillini, per raggiungere le dighe di Campotosto, ad
avvistare il Gran Sasso, sapendo che l’Aquila è vicina, e le
montagne, le montagne sono lì sullo sfondo, bellissime e maestose,
azzurre e a pieghe, con le forme inconfondibili come i denti
dell’Ascensione sopra Ascoli, il cappellone del monte San Vicino a
Camerino, il laghetto a forma di occhio sulla cima del Vettore,
insomma tutti i tesori e la bellezza e il quotidiano, tutto, era ferito,
interrotto. Immerso nel silenzio.
Tutto, o quasi, chiuso. Sentieri chiusi, strade sbarrate, zone
interdette.
Noi eravamo lontane dal cuore delle zone colpite; eravamo ai
margini, ai piedi delle colline che corrono divertite lungo le vallate,
con i paesi sui cocuzzoli come fiori sulle coroncine, i belvedere
privilegiati, le mille strade che si snodano bianche e grigie simili a
nastri allentati, al sole o fra le improvvise pozze di ombra verdissima,
sotto alberi possenti che gli stradini devono passare a rifinire più
volte nel corso dell’estate altrimenti camion e furgoni ci si impigliano
facendo danni.
Eravamo lontane, ma non troppo, e sapevamo. Conoscevamo.
E quell’estate, anche nei nostri paesi più sicuri, giravamo le
piazze ed entravamo nelle chiese con i loro ex voto e le statue di
sant’Antonio con il porcello protettore di stalle e animali,
percorrevamo tutte le vie e le ruelle acciottolate con i falangi e i
gerani in vaso ai lati, dicendoci: “Finché ci sono,” e ne uscivamo
senza fiato per il timore di perderle, un giorno, o non trovarle mai più
aperte. Perché adesso sapevamo che poteva succedere anche
questo.
“Leggi bene, lentamente. Con calma.”
“Tu scriviti questo numero e chiama appena puoi.”
“Sarà arrivata anche a me?”
“Sicuramente.”
“A mamma?”
“Mamma no perché questa roba passa sul pezzo sotto, quindi
solo da noi. Anzi sì, anche mamma, perché ha la casa! Anzi proprio
la casa è quella che deve essere collegata alla rete fognaria. Quindi
la conduttura la fanno passare in mezzo ai campi nostri per
avvicinarsi alla casa di mamma.”
“Ma dimmi te.”
“Anche lei sta vendendo la casa. Anche lei a metà del guado, in
attesa di completare l’atto.”
“Ma per la casa è un intervento migliorativo. È a noi che può farci
danno.”
“Infatti.”
“Mi puoi mandare la foto della mappa? Giusto per capirci
qualcosa?”
“Te la mando subito. Guarda la linea fatta con l’evidenziatore
giallo.”
“Ok.”
“Adesso chi glielo dice a quelli? Proprio il giorno dopo aver firmato
il compromesso!”
“Ma mica è colpa nostra… Che diavolo potevamo saperne!”
“Ci possono fare storie, chiederci i danni.”
“No, no, no. Li avvisiamo subito.”
“Aspetta. Prima cerchiamo di capirci qualcosa.”
“Ti pare facile? Prova a chiamare questo numero.”
“E che gli dico?”
“Gli dici che c’è una vendita in corso e non possono fare questa
porcata che stanno facendo!”
“Ma un esproprio è un esproprio, mica ti opponi facilmente.
Esproprio per pubblica utilità, c’è scritto.”
“Capirai! Non possiamo fare niente, è l’eventualità peggiore. Sai
che ti dico? Saranno affaracci di chi compra. Se la vedranno loro. Ci
parleranno loro.”
“Chiamali intanto tu, poi li chiamo anche io.”
“Chi?”
“Tu chiama questi del Consorzio Idrico, io chiamo Peppe.
Dividiamoci i compiti.”
“Provo.”

Olga aveva chiamato il numero in calce alla lettera. Le aveva


risposto, dopo quindici squilli, un uomo di mezza età terribilmente
scazzato.
Le disse che lui non sapeva niente.
Olga gli spiegò che aveva chiamato il numero riportato sotto la
dicitura “per informazioni: chiamare”. “È il suo numero?”
Lui negò.
Lei perse la pazienza. Alzò un po’ la voce.
Lui disse che doveva chiamare un altro geometra e che adesso,
purtroppo, doveva salutarla in quanto impegnato con altro lavoro.
Lei gli chiese se, gentilmente, poteva dirle il nome.
Lui disse che il suo nome non era importante.
“Decido io se è importante. Ma gradirei sapere con chi ho
parlato.”
“Sono un altro,” aveva detto quello.
“Un alias?”
Non rideva per niente, stavolta. Stupore e stupidera erano finiti da
un pezzo, trionfavano disappunto e orrore.
“Ascolti, si metta nei miei panni. Ho firmato un compromesso e fra
un mese e mezzo vado a rogito. Voi mi cambiate in maniera
significativa lo stato delle cose proprio a metà di questo delicato
passaggio. Cosa dovrei fare? Lo sa che rischio di veder andare tutto
in fumo per colpa vostra e roba pure che mi chiedono i danni? La
caparra raddoppiata? Dopo, chi li va a ripigliare i soldi, eh? A chi li
vado a chiedere? Me li restituisce lei? O il suo alias? O la sua
identità negata? Non mi dite tempi, non sapete manco voi cosa state
facendo… Lo capisce o no che questa situazione è terribilmente
confusa e angosciante?”
“Guardi che è una faccenda di pubblica utilità. Pubblica, chiaro?
Delle vostre beghe di proprietà privata non ce ne frega niente.”
“Lo capisco, lo vedo.”
“Faccia le sue osservazioni per iscritto e qualcuno le risponderà.”
“Come le devo fare? Chiedendo di ridisegnare il progetto? Perché
non l’avete fatta passare lungo la strada, questa tubazione, che fra
l’altro vi costava pure meno, e me la piazzate in mezzo al campo?
Posso vedere il progetto complessivo? Da dove parte e dove arriva?
Avete tirato una riga dritta sulla carta o siete andati a fare i
sopralluoghi?”
“Non-so-NIENTE,” ripeté quello.
Olga chiese di nuovo di poter conoscere il suo nome, aggiunse:
“Ci metto un attimo a prendere la macchina e piombare lì.” Non era
vero ma era così alterata che quello ci cascò e sputò fuori il nome.
“È lo stesso riportato qui, dove c’è scritto, nero su bianco, che
deve darmi informazioni. Quindi adesso mi dice qualcosa.”
“E io non so niente, niente!” urlò quello. “Me le invento, le cose?”
“Con chi cazzo devo parlare allora?” urlò lei.
“Con lo studio che ha realizzato lo studio.”
“Che significa? Cosa sta dicendo? Si rende conto?”
“Il Consorzio ha affidato lo studio di fattibilità a uno studio di
ingegneri esterni. Sanno tutto loro.”
“E perché allora mi scrivete dicendo che devo muovere a voi le
eventuali obiezioni? Se poi non sapete una mazza? Che ve le dico a
fare le mie osservazioni se non sapete manco come vi chiamate?”
“Signora, le ripeto che avrei altro da fare.”
“E allora vada a farsi ’ntel…” Tututututu.
Come facevano questi a intuire quale fosse il punto di ebollizione
perfetta? Come facevano a chiudere proprio nel momento in cui
veniva lanciata l’ingiuria, riuscendo a schivarla alla grande? Saranno
stati digiuni di idraulica, ma sui rapporti con il pubblico erano dotati di
conoscenze psicologiche raffinatissime e agivano con grande
tempestività.
Misteri della burocrazia.

“Sembra una burla del destino. Sembra che la terra non voglia
mollarci.”
“Andrà sempre così? Anche agli altri succedono queste cose?”
“Non credo.”
“Se fosse arrivata in un altro momento, non ce ne saremmo
manco accorte. L’avremmo messa da una parte pensando vabbè,
poi si vedrà.”
“In effetti, qualcosa di simile era già arrivato anni fa. Un progetto,
anche quella volta. Evidentemente è stato bocciato, non saprei
perché, e ora si ripresentano con questa ipotesi.”
“Per me possono fare tutte le ipotesi che vogliono ma è una
questione di tempi. Guarda, ci cade fra capo e collo.”
“Sui tempi stiamo tranquille: possiamo dimostrare in ogni
momento di averlo saputo il giorno dopo, che prima nessuno ci ha
detto nulla!, certo proprio il giorno dopo è incredibile ma insomma…
La cosa peggiore è questa dicitura per cui ‘fino al momento
dell’approvazione non potranno essere fatti impianti, investimenti,
apportato nessun tipo di modifica allo stato attuale’. Tradotto
significa: ora che sapete che c’è un esproprio imminente non provate
a fare i furbi aumentando il valore con opere impiantate sopra.”
“Ma è pazzesco! In campagna mica puoi stare fermo ad aspettare
loro… le cose cambiano continuamente: un attimo prima ci sono i
broccoli, l’attimo dopo potrei voler impiantare degli alberi da frutto.”
“Come in questo caso.”
“Esattamente come in questo caso. Con in più l’aggravante che
l’altro giorno Peppe stava parlando di nuove tecniche di
subirrigazione interrata, a goccia, che va a colpire le radici e non
evapora: molto più efficaci di quelle tradizionali a pioggia. Dice che si
risparmia e che funziona benissimo.”
“Quindi, questi con le fogne, gli vanno a colpire trasversalmente i
filari di piante e incrociano pure questo eventuale nuovo impianto.”
“Oh senti, noi glielo comunichiamo subito. Chiamalo.”
“Sì, convochiamolo. Intanto glielo dico a voce poi scriviamo a lui e
a questi del collettore fognario.”
“Raccomandate.”
“Raccomandate per tutti.”
“Giù a roppe con ’ste raccomandate. Pure al notaio. A tutti.”
“Poi però mi ricovero in una beauty-farm. O in una clinica, in
Svizzera a fare la cura del sonno.”
“Eh no, carina. Dobbiamo prima finire la storia delle palme.”
Dunque, dovevano sbarazzarsi di tutte quelle palmette. L’altra
volta avevano fatto abbastanza presto, quindi, quando Peppe aveva
imposto nel compromesso che il terreno venisse consegnato libero
dalle palme, non si erano scomposte più di tanto.
Ma Peppe, furbo, aveva anche imposto che sparissero.
“Non è che le cavate e poi me le lasciate in giro.”
“Se fate una buca e ce la ficcate dentro, le trovo.”
“Non ci provate.”
“E non provate a bruciarle che mi impestate tutto il terreno.”
Olga e Nadia lo avevano guardato sdegnate.
“Che problema hai, Peppe?”
“Ho il problema che se me le lasciate da qualche parte fanno i
vermi.”
“Ma in fondo al campo, ai lati del laghetto, non succede niente.
Mica arriva un Frankenstein di palme a mangiarsi le pere tue.”
“Fatele sparire, non fate le furbe!”
Questi patroni nuovi non andavano per il sottile.
“Quell’odioso Peppe chissà da quanti anni aspettava di poterci
dare degli ordini secchi, così.”
“Però a lui mica gli venivano dati in questo modo. Io non credo
proprio. Da papà no di sicuro.”
“No, infatti. Papà era sempre gentile, quando chiedeva le cose.
Infatti veniva considerato troppo signorittu. Credo che nonno,
spalleggiato da quel terribile fattore, fosse più severo e imperioso.
Infatti Peppe ha questo mito, dice sempre che quello era un vero
patrone. Che significherà? Comunque, è un arrogante mica da
niente.”
“Rustico. Ma poi se lo dicono da soli: cent’anni sotto lu camì
puzza sempre de cuntadì.”
“Saggezza popolare. Lo diceva sempre sua madre, quel motto, si
vede che lui non vuole smentirlo. Pazienza. Dunque, ’ste palme.
Tirarle giù ha un costo come l’altra volta. È lavoro da trattorista.
Quello ce lo abbiamo. Anche se poi non saprebbe come smaltirle.”
“Dobbiamo capire come fare. Certo che se il siciliano di Wesson
le avesse prese, sarebbe stato tutto più facile. Io proverei a cercare
ancora qualcuno.”
“A questo punto anche gratis.”
“Certo. Se se le porta via, gliele regalo.”
“Alternative?”
“Bruciarle non si può. Primo perché non è stagione e fino a
settembre è proibito.”
“E noi dobbiamo farlo entro agosto.”
“Esatto. Pure questa coincidenza temporale… E secondo perché
quel cretino di agronomo gli ha detto che la cenere inquinerebbe il
terreno, quando si sa benissimo che la cenere lo alleggerisce e
concima e quindi fa un gran bene. Anzi è un’antica pratica che
consigliano tutti, tranne questo agronomo cretino loro.”
“Però visto che hanno accelerato così i tempi e ci danno solo
trenta giorni, potrebbero anche essere meno stronzi. Quel Peppe
avrà escogitato tutto questo apposta.”
“Ma non credo.”
“Eh, io comincio a pensare di sì.”

***

Un pomeriggio erano andate a sficcanasare nei dintorni di casa di


Peppe.
Avevano preso questa decisione dopo un tumultuoso incontro
avvenuto prima con dei cani pastore dai quali erano scappate
urlando, poi con Peppe in persona che transitava sulla provinciale
proprio al momento della loro fuga.
Era successo che, intente come al solito in quei giorni a trafficare
fra le palme, mentre si aggiravano dalle parti del fiume, avevano
visto da lontano sbucare questa coppia di cuccioloni maremmani.
Dopo qualche attimo di iniziale e vicendevole sorpresa, i due
gagliardissimi cani le avevano puntate da qualche centinaio di metri
e si erano messi a galoppare verso di loro come non ci fosse un
domani.
“Oh, ce l’hanno con noi,” aveva detto Olga. “Scappiamo, che con
questi non ci si ragiona. Andiamo, andiamo. Quessi non perdonano
se ci sono le pecore da qualche parte. Dai, dai. Corri!”
Ed erano partite senza guardarsi indietro e pregando di arrivare
alla macchina in tempo.
Nadia in fuga si era messa a gridare: “Ma non è peggio, così?” E
anche: “Magari sono buoni…”
“Corri, corri intanto,” urlava Olga, “allontaniamoci dal fiume, le
pecore, se ci sono, stanno lì e loro difendono le pecore. Sono
giovani, incustoditi, chi si fida? E sono in due, cazzo.”
“Ma che cavolo vogliono da noooooi?”
“Fanno il loro lavoro, non vogliono niente. Però dovrebbero stare
fermi, non correre a casaccio dietro le persone. Non saranno
addestrati. Peggio, cazzo. Peggio.”
Nadia aveva rallentato per girarsi un paio di volte e siccome quelli
che all’inizio erano puntini bianchi erano diventati palline e poi
batuffoli e poi nuvolette, non si era girata più per paura di vedere
possenti dentature canine a portata di chiappe e caviglie.
Avevano messo un po’ di distanza fra loro e i due inseguitori
pelosi ma, in compenso, stavano per morire.
Fuori allenamento e preoccupate com’erano, riuscirono a
raggiungere l’aia della casa abbandonata che ancora apparteneva a
Liliana: lì vicino c’era Armando con dei parenti, tutti carponi a
raccogliere fagiolini da un pezzetto di terra oltre la strada provinciale.
Erano in tutto un gruppetto di cinque o sei persone e forse non le
avevano viste correre e urlare come galline terrorizzate.
“Rallenta, oh. Sto per morì,” aveva detto Olga, quasi senza più
fiato. “Guarda tu se a cinquant’anni mi tocca fare ’ste corse fra i
campi.”
I cani si erano fermati a una ventina di metri dalla casa, incerti sul
da farsi.
“Ricomponiamoci. Li vedi?”
“Stanno fermi là.”
“Sono giovani, adolescenti. Forse sono solo due coglioni che
vogliono giocare.”
“Nel dubbio, vadano a cercare compagnia da un’altra parte. Con i
pastori non si scherza,” aveva detto Olga. Si chiedeva come
facessero i contadini in casi come questo.
Da quello che ricordava lei, di norma erano molto cauti con i cani
grossi. Ne avevano timore. Prendevano delle pietre e cercavano di
spaventarli, a volte dei bastoni. E urlavano cose come “pussa via,
vatte via” facendo la voce cattiva.
Comunque, col fiato corto e rosse in faccia, un po’ scosse per lo
spavento, avevano risalito un dosso e dopo aver attraversato la
strada con prudenza si erano avvicinate ad Armando e agli altri.
“Buongiorno, come va?”
“Buongiorno Olga. Buongiorno Nadia,” avevano detto quelli in
coro.
“Che raccogliete di bello? Fagiolini?”
“Sì, sono gli ultimi. Di là avemo già tagliato tutto.”
Armando indicava un mucchio di resti che doveva giacere lì da
qualche giorno, a giudicare dall’aspetto e dalla puzza di marcio.
“Ma li raccogliete a mano?”
“Quelli,” aveva detto di nuovo Armando, sempre indicando il
mucchio in decomposizione, “li sémo passati a macchina. Questi
’rmasti li facciamo a mano. È poca roba.”
“Mo’ finiamo qua, poi sgomberiamo per sempre,” aveva detto il
fratello. “Giusto Olga?”
“Eh,” aveva detto Nadia. “Arriva li patroni nuovi.”
E li patroni nuovi, come evocati, erano arrivati davvero in quel
momento.
Con un pick-up che sembrava uscito da una serie americana e il
solito cappello Panama in testa, i Ray-Ban a goccia e il fido
agronomo al fianco, Peppe Eastwood era piombato nel loro piccolo
slargo con una manovra repentina.
“Olga! Nadia! Eccovi qua,” aveva detto, scendendo.
E Nadia, di rimando: “Esselo, lu patrone nòvo!”
Chissà se si rendeva conto di essere indisponente o se proprio le
usciva così, pensò Olga.
Il gruppetto di Armando aveva fatto un veloce cenno ai nuovi
arrivati senza aprire bocca. Sembravano tutti interessatissimi solo a
raccogliere fagiolini, in un lavoro minuto di pricisione e concentraziò,
dunque all’apparenza completamente indifferenti all’incontro che si
svolgeva davanti a loro.
Ma, ovviamente, stavano a ’recchie tese e lo sapevano tutti.
Peppe, a beneficio degli spettatori, recitò il suo ruolo con
abbastanza convinzione, ma non aveva messo in conto la follia delle
due Gentili.
“Vedo che la situazione palme non è mutata di un centimetro,”
disse.
“Vedi bene, Peppe,” disse Olga. Poi aggiunse, come svagata:
“Che giorno è oggi?”
Il giovane agronomo, incauto, abboccò. “Giovedì,” disse.
“Il numero,” disse Olga. “Che giorno è, di numero.”
“Il venti.”
“Mese di luglio, giusto?” disse di nuovo lei.
“Mese di luglio,” confermò Peppe che aveva mangiato la foglia.
“E tu Peppe, hai in mente le date, vero? Al contrario di questo
signore che vedo per la prima volta,” disse Olga.
Lo disse senza nemmeno guardarlo, cercando invece di capire se
i cani se ne fossero andati o se girellassero ancora da quelle parti.
Peppe fece un gesto di fastidio. Gli scocciava parlare in dettaglio
dei fatti loro davanti agli altri contadini, anche se quelli ci tenevano
ad apparire improvvisamente sordi e muti.
“Va bene, ho capito. Volevo solo ricordarvi che non resta molto
tempo,” disse. “Avete già organizzato tutto?”
“Sì,” mentì Nadia. “È tutto pronto. Le palme se ne vanno presto,
non preoccuparti.”
“Chi ve lo fa il lavoro?” disse lui.
“Uno di fuori,” disse Nadia. “Ovviamente,” aggiunse con tono più
alto, a uso e consumo di Armando.
“Ci vuole lo scavatore,” disse Peppe.
“Ovvio, certo,” disse Olga. “Lo scavaturittu. Perché non serve
quello grosso, basta uno medio. Poi quelli grossi mo’ sono tutti
impegnati con le macerie del terremoto. Non è semplice trovare chi
ha tempo per i lavori ordinari, così, al volo. Ma noi ci abbiamo uno
bravo.”
Gliela voleva fare un po’ pesare. E dimostrargli, anche, che se la
cavavano comunque, pure con quelle rotture di coglioni gratuite
messe per iscritto nell’atto per espressa volontà di Peppe, pure con
l’ostracismo di gente come Armando che non ti faceva un lavoro
manco a morire.
“Senti un po’, Peppe,” disse Olga. “Ieri ho comprato le pesche che
fate voi.”
“Buone, vero?”
“Buone e belle. Con tutta una confezione di cartoncino rosa e
giallo, con le foto, le spiegazioni,” disse Olga. “Certo, costano un po’
di più, ma almeno sapendo quanto le hai pagate le mangi in fretta.”
“Eh, si cerca di non sprecarle.”
“Esatto. Comunque buone, sì.”
“Vorremmo fare lo stesso con le pere. Creare un brand.”
“Un brand pere.”
“Una specie di Dop.”
Olga rideva sotto i baffi al pensiero di quello che stavano
sentendo gli altri accucciati a cogliere fagiolini.
“Volete fare uno storytelling delle pere, insomma.”
Forse l’aveva sparata grossa.
Aggiunse: “Oggi come oggi senza storytelling, cioè, senza
narrazione, non vai da nessuna parte.”
Era serissima.
Lei le aveva comprate veramente le pesche loro. E si era letta
tutta la pappardella dietro: ricette, tabelle nutrizionali, storia del
produttore, stabilimento di distribuzione. Tutto. E aveva in mente
certe pubblicità di frutta che ogni tanto passavano in televisione,
sotto tono ma ben presenti.
“Come le mele della Val di Non,” aveva spiegato Peppe. “Infatti,
su questa terra vostra che dà sulla provinciale, vorrei metterci un
cartello bello grosso, così che lo vedano tutti.”
Al che, Olga aveva detto: “Con scritto cosa? Peppe Pere?”
Poi aveva cominciato a ridere.
E anche dal gruppetto carponi era arrivata una ghignata.
Nadia aveva detto: “Sì! Bello! Peppe pere! Peppeperepé! Pere
Peppe! Pereppepé! Hai già anche il jingle per lo spot! Con le
vuvuzelas. I fischietti. Mette allegria!”
E aveva cominciato a ridere anche lei.
L’agronomo aveva guardato Peppe seccatissimo. Quelle due
Gentili erano delle vere pesti, nonostante l’età e la posizione. O forse
proprio per quello. Sembravano le due oche degli Aristogatti, Evelina
e Guendalina Blabla, da quanto si stavano ad ammazzare dalle
risate alle loro spalle.
Peppe fece buon viso a cattivo gioco. Più tardi, in macchina, al
collega giovane avrebbe sganciato la vecchia perla di saggezza, il
rassegnato e amaro evergreen: “Damme retta: non te mette mai
contro le donne.”
Per il momento fece una mezza risatina pure lui, aspettando che
le due matte si placassero.
Ma quelle erano fuori di testa, adrenaliniche per la fuga dai cani di
prima e per le notti che passavano insonni a pensare come liberarsi
delle palme.
“A parte gli scherzi,” riprese. “Io non dico più niente e non vi
chiedo più niente. Ma questa storia delle palme la dovete risolvere.
Che poi tu, Olga, mi lasci pure un sacco di zozzo da questa parte.”
“Ma che vuoi, scusa?” aveva detto Olga, piccatissima. “Di questo
non si è mai parlato. Non è scritto da nessuna parte.”
“Non te l’ho manco chiesto perché so che sei una tirchia.”
Armando, dietro, aveva annuito.
“Io tirchia? Ma che dici? Quando mai hai avuto a che fare con
me? Ma lo sai quanto mi verrà a costare ’sto scherzo delle palme?
Eh? Che ti ci vuole, a te, a ripulire di qua? Saranno due acacie, un
po’ di rovi. Ci metti dieci minuti.”
Poi si era girata verso Armando e aveva detto: “Qui i tirchi sono
ben altri.”
Il gruppo marmoreo formato dal clan Armando non si era dato per
inteso: giù a raccogliere come matti. Silenziosi, concentrati.
Allora Peppe, a voce più bassa, aveva detto: “Voi scherzate, voi ci
ridete su perché vi siete liberate. Io, invece, non ci dormo la notte. È
adesso che cominciano i dolori.”
Guardava verso la piana che di lì a pochi giorni sarebbe stata
finalmente sua. Ci era cresciuto lì, poi se n’era andato con tutta la
famiglia, verso case nuove e decenti, e poi nella sua bella villa da cui
dominava la valle.
Eppure, a quanto pareva, era lì che voleva tornare.
Olga immaginò che dovesse averci pensato tutta la vita.
Passando e ripassando di lì più volte al giorno, guardando cosa
veniva facendo il vecchio padrone, prendendo spunto.
Naturalmente a Olga capitava di pensare a cosa avrebbe detto
suo padre, se avesse saputo CHI era che stava per comprare.
E però, non lo sapeva più, cosa avrebbe potuto dire.
“Dunque, ci hai messo dei soldi?” aveva chiesto, a bruciapelo,
Nadia a Peppe.
Olga lo sosteneva dall’inizio che dietro tutta quella manfrina
potesse esserci una società formata da Peppe e Maggioni.
“Beata te,” aveva detto Peppe. “Io sono un semplice dipendente.”
“Mmh.”
“Ma sì, Nadia, come te lo devo dire? Anche loro lo sanno.
Armando, diglielo un po’. Da quanto lavoro alla Ciuff co.?”
“Eh,” disse Armando. “Che sarà? Quindici anni?”
“Diciassette.”
“E allora perché te la prendi tanto? È un investimento che fanno
loro. I rischi sono loro,” disse Olga.
“Ma io mi sono esposto. Ho insistito tanto perché questo
diventasse il plafond di tutto il progetto. Le terre Gentili devono
essere il centro strategico, la base, della divisione Ciuff co. Marche.”
“E chi te l’ha fatto fare?”
“È che questa terra la conosco bene. Mi ricordo come veniva la
frutta. Le pere, quaggiù, erano speciali.”
Era vero. Il padre di Olga e Nadia, giù, ci teneva pere e ortaggi,
dopo aver tolto una vecchia vigna polverosa. Ma Olga non aveva
questo ricordo eclatante, prediligendo le albicocche e le susine e le
pesche che, invece, erano state piantate sopra, sulla parte più
collinare.

Perché, essendo un’azienda agricola anche un luogo per


sperimentare, e le coltivazioni laboratorio di intelligenza esercitata
sulla terra, c’era stato un tempo di investimenti nei frutteti che
avevano ripagato bene.
Pesche e albicocche erano state le regine assolute, nei campi del
signor Gentili, affiancate dalle più umili pere e susine: in primavera i
terreni esplodevano di fiorellini.
Non solo lui, poi. Tutta quella zona era famosa per la frutta.
In primavera, rami carichi di meraviglie coloravano di strisce
bianche e rosa le vallate o ti sorprendevano, in un’unica macchia, a
una svolta, in mezzo a una collina, vicino a una casa. Passato
questo momento spettacolare, quasi chiassoso, sfacciato, esplosivo,
che durava qualche settimana scaglionandosi e offrendo diversi
scorci scenografici – era una visione che quasi faceva venire il
giramento di testa per bellezza e abbondanza e i Sibillini ancora
incappucciati di neve sullo sfondo vegliavano sulla fuga di campi
intiepiditi dal sole in questa baldoria di natura risvegliata dove anche
le rondini facevano la loro parte – arrivava il periodo delle gemme.
Dopo un mese si passava al diradamento. Si trattava di una
pratica che a Olga pareva uno spreco eppure era assolutamente
necessaria: fare posto ai frutti più grossi affinché crescessero con
agio senza pressarsi gli uni agli altri, sacrificare i piccoli per
alleggerire i rami e permettere agli alberi di conservare energie.
Da bambina seguiva il padre che, percorrendo a piedi i filari,
eseguiva questa operazione in silenzio e secondo criteri indecifrabili.
Lo osservava senza capire su cosa basasse le sue scelte. Di due
albicocchette verdi e dure, sorelline appaiate, solo una sopravviveva:
l’altra cadeva a terra sotto il tocco che sembrava quello di un
inesorabile pianista.
A giugno, veniva il momento della raccolta. Squadre di stagionali
– studenti, donne, pensionati, operai vari – lavoravano dalle sette del
mattino alle undici, quando si fermavano esausti per il caldo che
faceva, e riprendevano dopo un pranzo a base, in linea di massima,
di pasta e carne. Il trattore Fiat faceva avanti e indietro dai frutteti
all’aia con il rimorchio carico di cassette che pesavano, ognuna, sui
venticinque chili e occupavano quasi alla perfezione il ripiano,
incastrate in file da due che al centro potevano anche ospitare un
ulteriore rinforzo di tre o quattro casse. Quei trasporti dal campo alla
casa li faceva il contadino Secondo, portandosi dietro – per farsi
dare una mano – un paio di ragazzetti che si sistemavano sui grandi
parafanghi arancioni del trattore e da lì, svettando fieri, salutavano
quelli imboscati in mezzo ai rami o arrampicati sulle scale agricole a
punta, urlavano sconcezze, ridevano, si bersagliavano con i frutti più
brutti (“Quesso no, eh! Stateve fitti o ve li faccio ’rpagà, madoschi!”
urlava Secondo dando gas in una fumèra di nafta bruciata che
stecchiva tutti) o infastidivano le donne e le ragazze. Più le ragazze,
veramente, ché le donne erano conciate un po’ male, con grembiuli
e parannanze fiorate e gambe che sembravano quelle dei
centravanti dell’Italia ai mondiali, sia a livello di muscoli che di peli,
adorne di scarpe da ginnastica sformate o ciabatte di plastica
intrecciata da cui spuntavano pagnotte di piedi rovinatissimi. Ma a
parte questo, che poteva anche non costituire un freno, il fatto era
che le donne rispondevano a tono e se li magnavano in un sol
boccone, quei segaioli imberbi che je potevano esse figli e nipoti,
umiliandoli davanti a tutti. Quindi era meglio concentrarsi sulle
ragazze e riservare alle adulte solo punzecchiature più leggere.
Nel frattempo le mani andavano, le braccia si protendevano, si
saliva e scendeva per raggiungere anche l’albicocca più aerea,
gagliarda e arancionissima, in cima alla pianta; si agganciavano e
sganciavano i grossi secchi ovali di plastica ai rami manovrando
spessi uncini di ferro a rischio tetano, si spostavano le scale, si
andava a svuotare il raccolto nelle casse amministrate dalla moglie
di Secondo che le sistemava ai lati dei filari, recuperandole da dove
le aveva lasciate cadere, incastrate le une nelle altre a gruppi di tre,
insieme al marito la mattina presto.
Il trasporto era importante quasi quanto la raccolta. Ci volevano
tempo e perizia e venire via col rimorchio carico giù dalla collina, per
quanto la pendenza fosse dolce, non era semplice. Bisognava
procedere a quindici all’ora con le casse che comunque
beccheggiavano a ogni zolla o buca degli stradelli segnati dai solchi.
Solo a sera arrivava il camion a portarle via: allora il muro di
casse che si era creato durante il giorno veniva smantellato a poco a
poco. Il trasferimento del carico dall’aia al camion era operazione
che si faceva in tre. Uno, di solito il trasportatore stesso, saliva sopra
a ricevere e stivare le casse che venivano afferrate dai due a terra i
quali, uno per parte, nel prenderle di slancio, quasi gliele tiravano, là
in alto.
“Piano, oh,” urlava quello. O, soprattutto all’inizio, quando doveva
fare avanti e indietro dal fondo: “Spettéte un attimo!”
“Madosco, sali su e vall’aiutà,” cristonava allora Secondo (a
quell’epoca ancora diceva delle bestemmie con protagonista
privilegiata sant’Anna, maledetta e vituperata in una sequela di pose
ambigue e contronatura o colpita da malattie preferibilmente
veneree), acchiappando per un braccio il primo ragazzotto di
passaggio.
Ce lo ricordavamo tutti e se lo ricordava bene Peppe: nel periodo
della raccolta della frutta, quei campi si animavano di voci e
presenze che, nonostante il caldo feroce e la fatica, erano una festa.
Spesso, alla fine della giornata di lavoro, i ragazzi si fermavano
un po’ di più per una partita a pallone, scoordinatissima e
inguardabile, sull’aia. Era impressionante vedere che qualcuno
tentava di correre e calciare con le solite ciabatte di plastica: “Ma
come fai, che vuoi fare? Non ci si riesce, no?”
Allora se le toglievano e giocavano scalzi. Sul ghiaietto. Come
niente fosse. Senza ferirsi, senza provare dolore.
E Liliana, che arrivava con la sua macchina, a quell’ora, per
prendere qualche sacchetto di frutta dopo aver fatto dei giri suoi, li
scrutava ammirata e inorridita e, dopo, lei che sfoggiava sempre
pedicure impeccabili e smalti che spuntavano dai sandali di vernice,
alle figlie diceva delle cose tipo: “Uh, ma ’sti contadì avranno dei calli
fenomenali al posto delle piante dei piedi.”
Olga e Nadia da ragazzine avevano aiutato con le loro poche
forze. E poi da studentesse si erano fatte le loro belle giornate come
tutti gli altri, con la sola differenza che piuttosto che bere dall’unico
bicchiere passato di bocca in bocca e sciacquato con l’acqua
all’Idrolitina, si lasciavano morire d’arsura, in quanto giustamente
schifiltose. In realtà non morivano veramente, perché durante tutto il
giorno un po’ di quella frutta se la mangiavano. Ed era una frutta
zuccherina che dava energia e forniva anche un succo dissetante,
soprattutto le susine alle quali, però, dovevi togliere per bene la
patina che si formava sulla buccia, bianca e opaca. La patina
protettiva, che Secondo per non smentirsi chiamava “panna”, si
formava con la condensa ed era lo straordinario modo che aveva
escogitato la natura per conservarle e proteggerle.
Comunque a casa loro la frutta veniva sempre lavata e sbucciata,
su indicazione del padre che conosceva bene i trattamenti fatti e la
quantità di roba che ci veniva irrorata sopra: gli anticrittogamici, i
fitofarmaci, i fungicidi e via andare.
Sebbene lui rispettasse scrupolosamente tempi e quantità,
sospettava fortemente che in quegli anni si stesse esagerando con
veleni e porcherie varie pure autorizzati.
In quei giorni, a loro e ai più giovani fra i raccoglitori, le facce
esposte al primo sole estivo s’arrossavano di una tinta calda e rosa
che sotto gli occhi e sul naso risultava macchiata da minuscole
lentiggini. “Stiamo diventando noi stesse albicocche?”
“Può essere,” si dicevano.
Però un cappello non se lo mettevano, perché era considerato da
vecchi e faceva sudare un bel po’.
Certe sere, chiudendo gli occhi prima di dormire, a Olga si
ripresentavano i piccoli globi arancioni o verdognoli dei frutti che le
erano passati davanti per tutto il giorno, che era andata a scovare
dietro le foglie, tra le forcelle dei rami, e lei pensava, non senza
inquietudine, che se li sarebbe anche sognati.
(Adesso le stava per succedere con le palme, queste palme che
guardava e riguardava, contava e pensava, e preoccupandola assai,
le palme, in effetti, le avrebbe sognate, ma non per molto, perché
ora aveva l’età per perdere il sonno senza lasciarsi sconvolgere
troppo da eventuali notti in bianco.)
Negli anni erano passati in tanti, lì da loro, a raccogliere la frutta
fra la fine di giugno e l’inizio di luglio. Dopo le albicocche, veniva il
tempo delle susine e delle pere. In mezzo, ancora qualche scampolo
di pesche – le famose pesche della Valferonia – che però erano
state decimate dalla Cydia molesta, ovviamente chiamata “accidia”
dal solito Secondo, fino a essere mollate del tutto perché i costi per i
trattamenti antiparassitari annullavano oramai ogni possibile ricavo.
Allora il padre aveva fatto tagliare i frutteti e al loro posto aveva
piantato solo ortaggi.
Ma la memoria di quell’abbondanza, delle buste gialle
commerciali ben imbottite della paga a fine raccolta, di tutte quelle
casse che si riempivano e partivano, a centinaia, era rimasta ben
impressa nei ricordi di tutti quelli che l’avevano vista con i loro occhi
e avevano partecipato e goduto di quei frutti.
In special modo, a quanto pareva, nei ricordi di uno in particolare.
Peppe.

Ora invece c’erano queste palme. In campagna andava così; si


procedeva anche per sperimentazioni. Tentativi, attese. Ambigua
necessità di controllo su entità incontrollabili come le piogge, gli
infestanti, la fortuna, il clima, incognite varie e sorprendenti come le
mode alimentari.
Nei quasi quarant’anni in cui il padre di Olga e Nadia si era
occupato di condurre direttamente l’azienda, aveva lavorato sulla
frutta e verdura seguendo le richieste del mercato e i destini delle
aziende che si occupavano della trasformazione dei prodotti. Per
quanto riguarda le verdure, si trattava più o meno sempre di broccoli,
fagiolini, spinaci che la Surgela poi confezionava nello stabilimento
di Porto d’Ascoli. Quando la Surgela, finita nel gorgo della
privatizzazione della Sme (Iri), era stata chiusa e rilevata dalla
Nestlé per diventare Valle degli Orti, mio zio aveva trovato dei
grossisti locali che lavoravano con la grande distribuzione. Con loro
sembrava esserci un buon accordo, non come quando, anni
addietro, gli era capitato di buttare a terra la roba e lasciarla marcire
o non raccogliere l’insalata e passarci sopra con l’erpice rotante pur
di non svenderla a certe cooperative o distributori che pagavano
troppo poco. Sì, succedeva. Le figlie si scandalizzavano e anche la
moglie diceva: “Ma no, ma possibile?”
Il padre non rispondeva, alzava le spalle e cominciava una
sequela di maledizioni fra sé e sé, a bassa voce, contro quei
delinquenti che dal campo alla tavola ricaricavano i prezzi in maniera
inimmaginabile.
Comprava tutti i giorni il Sole 24 Ore per vedere le quotazioni di
frutta e orticoli e informarsi su tendenze e richieste in generale. In
quegli anni, da quelle parti, era il solo a pianificare le colture in quel
modo, vale a dire leggendo Terra e vita, a cui era abbonato, e
comprando dei manuali per ogni nuovo, eventuale, cultivar.
E comunque non era l’unico a sacrificare interi raccolti quando il
mercato diventava troppo vorace e sfacciato.

Negli ultimi anni aveva piantato la barbabietola da zucchero, poi


l’Europa aveva imposto le quote (come da normativa Cee…) e lo
zuccherificio Sadam di Fermo aveva chiuso facendo venir meno
un’entrata piuttosto sicura.
Era stato per questo che alla fine si era affidato a una pianta che
si badava un po’ da sé: la palma. Almeno su delle strisce laterali
della proprietà, in certi pezzetti abbastanza inutili dove era scomodo
passare con il trattore, o lungo i fossi che costituivano i confini. Era
successo che, quasi contemporaneamente, il padre si era ricordato
di certe palme che aveva piantato per diletto da giovane vicino a una
delle vecchie case mezzadrili e nel frattempo, più a sud, nella vallata
del Tesino, era scoppiata la corsa al vivaio: tutti diventavano vivaisti,
montavano serre con il cellofan, si industriavano con vasetti e
innesti, puntavano sui crisantemi per la festa dei morti, lavoravano le
stelle di Natale, gli agrifogli, il vischio. Chiunque avesse un
francobollo di terra, poco più che un giardino, vicino a casa o vicino
a casa dei genitori campagnoli, si buttava in questo settore
totalmente nuovo che agli statali permetteva anche di avere un
secondo lavoro, di poche ore, con cui compensare l’entrata
principale. Non era forse questa, già in sé, la mentalità mezzadrile
che mai li aveva abbandonati? Un lavoro, poi un altro lavoretto, poi ti
fai l’olio, poi ti fai l’orto, poi metti due pomodori, qualche patata.
Le piante ornamentali rendevano tanto, più di qualsiasi cosa vista
fin lì. Soprattutto le palme.
I lungomare di Cupra Marittima, Grottammare, e soprattutto San
Benedetto del Tronto erano punteggiati da ottomila piante di Phoenix
canariensis e Washingtonia, e dunque le palme andavano forte. Nei
giardini pubblici e privati, nei parchi cittadini, ai bordi della piscine dei
camping facevano la loro maestosa figura.
Qualcuno aveva anche provato a piantarle in spiaggia perché
sarebbe stato esotico averle al posto degli ombrelloni, ma
naturalmente gli arenili dell’Adriatico non erano le dune del deserto
con le oasi improvvise d’acqua dolce e quindi quell’idea balzana era
rimasta un miraggio.
Comunque, il padre si era ricordato di quelle palme che teneva ai
margini di un’aia abbandonata da molto tempo e aveva provato a
venderle. Con sua grande sorpresa, ci aveva ricavato cifre
interessanti senza grandi spese.
Era morto un anno prima che sulle palme si abbattesse la
maledizione del punteruolo rosso.

“Sarà questa?” si erano chieste, procedendo a velocità di crociera


lungo una strada secondarissima.
“Sì, sì. Dice Armando che Peppe è fuori di testa per questa casa:
che ha rifatto il muro di recinzione sette o otto volte.”
“E perché mai?”
“Perché è un fissato. Che ci tiene. Vòle fare i lavori precisi.”
“Ah. Ma è un’esagerazione di villa. Dentro ci starà spazio per
quattro o cinque famiglie.”
“Tutta blindata. Impenetrabile. Super-riservata. Certo che è un
tipo strano, il nostro amico.”
“E lì che c’è?”
“Delle palme! Come le nostre!”
“Noooo. Guarda, guarda.”
Erano palmette identiche alle loro, effettivamente. Un bel
pezzettino.
“Forse è meglio se ce ne andiamo. Pensa che figura se adesso
arriva.”
“Ma che figura? Gli diciamo che passavamo di qua e ci siamo
fermate a guardare queste palme.”
“Nessuno passa di qua. Solo Armando e Peppe. Noi, qui, non
passavamo per caso. È una strada che, oltre alle loro case, non
porta in nessun posto.”
“E zitta… Gli diciamo che volevamo vedere la terra nostra
dall’alto.”
“Ma siamo lontanissime dalla terra nostra.”
Poi si era materializzata una figura molto inquietante, a un lato
della strada, una sagoma bardata in una tuta di plastica, con una
maschera retata come quella degli apicoltori a coprire il viso, guanti
gialli di gomma, una pertica per le mani.
“Che cacchio è? Uno spaventapasseri?”
“È Peppe,” aveva detto Olga, per scherzo.
“È troppo alto per essere Peppe. Fanculo.”
“Io accelererei un pochino, se posso dire la mia.”
“E fammi guardare per bene. Non lo sai come si fa in campagna?
Si va a cinque all’ora per spiare ben benino i campi degli altri,” aveva
insistito Nadia.
“Cos’è quella nuvola di polvere che si avvicina?”
“Sarà la macchina di Peppe,” aveva spiritoseggiato di nuovo Olga.
Ma Nadia: “Peppe è appena passato giù da noi con un pick-up
rosso, questa è una berlina scura.”
“Ok. Per fortuna.”
E invece era proprio Peppe, naturalmente, che aveva cambiato
macchina. Lo videro quando sfilò a un centimetro da loro, fissandole
stupito in mezzo al polverone che veniva sollevando a quella velocità
da matto.
“Diosanto era lui per davvero!”
“Ma che cavolo!”
“Ci guarda dallo specchietto.”
“Sì, ci ha riconosciuto all’ultimo. Ma che va facendo? Un attimo
prima sta giù con una macchina, l’attimo dopo sta quassù con
un’altra…”
“Ma che ne so,” aveva riso Nadia, “che ne so!”
In silenzio, avevano svoltato sulla sinistra.
“Andiamo su verso il paese. Facciamo finta che ci eravamo
perse.”
Erano seccate per essere state pizzicate all’ultimo.
“Guarda comunque che quelle palme saranno le sue. Quelle
vicino a casa sua.”
“Ce le ha copiate? Mo’ se la prende in saccoccia pure lui. Non le
vuole nessuno!”
“Eh ma lui lo sa che non le vuole nessuno, altrimenti le nostre se
le teneva e vendeva lui. Ecco perché insiste, perché ne ha già un bel
po’ sul groppone. Altro che vermi.”
“Oh, comunque è proprio un emulo. Ma dove vai?”
Nadia aveva svoltato all’improvviso a sinistra piombando in un’aia
aperta sulla strada, dove una donna stava dando del pane
ammollato a un cane.
La donna le aveva guardate a bocca aperta.
“Buonasera!” aveva gridato Nadia sporgendosi verso il finestrino
aperto di Olga, che era più vicino alla signora.
“Un’informazione, per cortesia. Se me la può dare.”
La signora era pronta a fornire indicazioni stradali, ma Nadia la
colse di sorpresa.
“Quelle palme là, signora, quelle che si vedono sulla collina qui di
fronte, sono di un certo Peppe?”
“Peppe chi?”
“Peppe Lupacchini.”
“Sì. Quelle dovrebbero essere le sue.”
“Tutte?”
“Questo non glielo so dire. Alcune sono di quello che ha il
ristorante qui sotto. Quante sono quelle di Peppe Lupacchini non lo
so.”
Olga, guardando altrove ma seccata per il fatto di ritrovarsi in
mezzo al fuoco delle due dialoganti quasi in apnea, aveva
mormorato: “Vabbè, mo’ andiamo. Mica le puoi fare un
interrogatorio!”
Nadia, invece, non si sa perché, voleva proprio fare la post-
mezzadra del caso. E quindi non ripartiva.
“Grazie signora,” aveva detto Olga. “È stata gentile. Eravamo
interessate a comprare delle palme e non trovavamo il proprietario.
Ci hanno fatto il nome di questo Peppe, ora lo andiamo a cercare.”
Poi aveva ringhiato a Nadia di partire, per amor del cielo.
“Buona sera,” aveva detto alla signora, tirando su il finestrino e
continuando a salutare con il capo. Nadia si era finalmente mossa,
facendo un cenno dritto con la mano alla signora e tracciando una
lenta U per tornare sulla strada.
“Si può sapere che ti frega delle palme di Peppe? Abbiamo già
abbastanza casini con le nostre.”
“Mi incuriosisce il fatto che non ce ne abbia parlato. Ce lo poteva
dire, no? E poi così, la prossima volta che viene a rompere, lo tiro
fuori. Occupati delle palme tue, gli dico.”
“Non ci rompere le palme, intendi?”
“Eh, una cosa così. Perché noi le dobbiamo portare via entro una
certa data e lui, prima di quella data, non può venire a dire niente.
Non può venire a dare ordini e controllare quello che facciamo.”
“Giusto.”
“Anzi, bene che ci abbia visto attorno a casa sua.”
“Giusto.”
“E se la signora gli riferisce che sono venute due donne a fare
domande su di lui: benissimo! Mettiamogli pressione. Che si crede?
Di saperlo fare solo lui?”
“Sacrosanto. Aderisco su tutta la linea.”
Quell’estate Olga e Nadia cercavano di essere sempre in due
nelle loro spedizioni in campagna. Nel caso una non fosse libera,
chiamavano me o si facevano accompagnare dai figli.
Perché non c’era solo la vecchia storia di Giancarla che seminava
angoscia e paura da anni, praticamente da sempre: c’erano anche
storie più recenti che mettevano i brividi e facevano patire.
Non erano successe lì da loro ma erano ugualmente spaventose.
Erano storie che un tempo si sarebbero raccontate sottovoce, nelle
veglie di paura, in soffitta fra vecchi bauli i padroni, la sera nelle
stalle i contadini, e ora, invece, venivano mandate in onda sui canali
specializzati, nelle trasmissioni di nera, a tutte le ore del giorno e
della notte.
Come il caso della signora calabrese, una commercialista madre
di tre figli che, dopo il suicidio del marito, aveva deciso di prendersi
cura dei terreni di famiglia, grossi produttori di kiwi. Non l’avevano
più trovata: sparita dalla macchina, alle otto del mattino, davanti al
cancello della sua azienda agricola. Sangue ovunque, sportello
aperto, motore della macchina acceso, telecamere delle ville vicine
manomesse. Un operaio rumeno l’aspettava per dei lavori in mezzo
ai filari, ma non aveva sentito nulla per via del rumore del trattore e
solo una ventina di minuti più tardi, non vedendo arrivare la signora,
era andato a cercarla e aveva trovato il macello all’ingresso.
Forse c’entrava la ’ndrangheta, forse c’entrava la famiglia del
marito, gonfia d’odio per la separazione con conseguente
depressione tragica, forse c’entrava qualcos’altro che nessuno
ancora sapeva. Si era separata perché stufa del marito e presa da
un altro uomo, un’altra storia? Si diceva anche questo ma nessuno
sapeva indicare di chi si trattasse né se ci fosse un possibile
sospetto.
Fatto sta che il corpo non era mai stato trovato e la scena non
lasciava presagire nulla di buono.
“Hai sentito di quella poveretta giù in Calabria? La coltivatrice di
kiwi?”
“Ho sentito sì, ho visto il servizio dalla Sciarelli. Pazzesco, una
storia pazzesca.”
“E poi hai visto la storia delle sorelle siciliane tiranneggiate dalla
mafia dei pascoli?”
“Ma lì è appunto la mafia, di sicuro.”
“Certo che è la mafia. E sarà la mafia pure in Calabria, alla fine.
Forse famiglia più mafia, nel caso della signora sparita. Ma le tre
sorelle prese di mira dopo la morte del padre è proprio una storia
tipica, una storia antica. Di prepotenti che si accaniscono contro tre
donne pensando di trovare terreno facile.”
“Bastardi. Vigliacchi.”
Talmente vigliacchi da mandare avanti mandrie di bovini
inselvatichiti che irrompevano nei novanta ettari coltivati a grano
delle tre sorelle e calpestavano tutto quello che trovavano,
distruggendo i raccolti, vanificando le semine, soffocando sotto
decine di torte di cacca verdastra le povere piantine appena
spuntate. E talmente vigliacchi, questi mafiosi dei pascoli, da
ammazzare i cani delle signore in maniera barbara e terrorizzante:
decapitandoli. A monito, a minaccia.
Non era servito recintare i campi, con grande spesa e fatica, e
piazzarvi telecamere. Le mandrie erano state fatte passare da un
bosco su un dirupo raggiungibile solo dai quadrupedi ungulati. Le tre
sorelle, sostenute dalla madre e da parte dell’opinione pubblica
nazionale, resistevano. Denunciavano. Rafforzavano le barriere anti-
intrusione. Ma giù al paese una parte dei concittadini le criticava e
ostracizzava. E anche parte della loro famiglia, desiderosa di quieto
vivere o, semplicemente, più pavida e connivente.
“Comunque, qui non siamo a quei livelli. Ma certo, se decidono di
non farti campare più, ci riescono.”
“E sì. Ti fanno terra bruciata attorno: non vengono a lavorare per
te, appena torni a casa ti si fregano tutto quello che lasci nei campi –
rotolone, tubi, nafta, i fichi, le casse. A me m’hanno fregato pure una
zappa appena comprata. Voglio dire, una zappa. Ma ce l’avrai una
zappa a casa tua, no? Sei un contadino. No! Mi hanno voluto
togliere pure quella.”
“Non me ne parlare. Ma mi hanno mai lasciato un melone da
assaggiare? Impossibile!”
“Hanno fatto a gara con il tasso a chi si mangiava più meloni tuoi.”
“Il tasso aveva tutti i diritti del mondo: il tasso poteva, va bene?
Non ce l’ho mai beccato, usciva di notte, ma sentivo che era mio
amico. Invece questi stronzi no. Questi non sono miei amici.”

Faceva paura stare in mezzo ai campi da sole. E quindi, per la


faccenda palme, Olga e Nadia cercavano sempre di accompagnarsi
a vicenda e di rimanere poi una in vista dell’altra.
Una delle prime volte in cui andarono per capire quante fossero,
quelle cavolo di palme, Olga sentì delle voci.
Marciava verso il fiume a grandi falcate, avendo calcolato che un
suo passo corrispondeva a un metro, tutta presa a tenere il conto,
quando aveva sentito la voce di un uomo tra le frasche.
Era un suono cupo, profondo, ma non un richiamo: un pezzo vero
e proprio di discorso. Un soliloquio, quasi.
Sulle prime si era bloccata, per capire bene se fosse o no
un’allucinazione uditiva, poi aveva fatto dietrofront e si era affrettata
verso la sorella che stava trafficando in macchina, intenta a infilarsi
delle calosce strette e alte modello cavallerizza sopra i jeans.
Impresa quasi impossibile.
“Oh, ma ci sta qualcuno fra le palme,” le aveva detto,
preoccupata.
“Eh?”
“Un uomo.”
“E chi è? Non c’è nessuna macchina. Come ci è arrivato?”
“Non lo so, si sente la voce.”
“Ma dai.”
“Ma com’è possibile, però? Perché uno dovrebbe stare da solo, in
mezzo a delle palme impenetrabili, a parlare a voce alta?”
“E che dice?”
“Non si capisce.”
“Occazzo. Che si fa? Ce ne andiamo?”
“No, casomai vieni a sentire pure tu. Magari mi sono sbagliata.”
“Doveva venire Wesson a pulirsi un po’ di palme ma so che è
passato ieri e che aveva finito. Avrà mandato un aiutante?”
“Ma no, quelle pulite sono queste. Giù è ancora tutto incasinato,
non ci si passa per andare là dentro. È tutto ostruito dai rami, dalle
spine.”
“Santiddio, andiamo a sentire.”
Erano ripartite verso il fiume, perplesse.
Arrivate al punto di prima, si misero in ascolto. Effettivamente
c’era una voce d’uomo che arrivava dal folto di foglie e rovi.
Sembrava vicina, forte, ma lo stesso non si distinguevano le
parole. E poi come ci era arrivato, là dentro? E con chi stava
parlando?
“Oh, ma chi cazzarola è?”
“Ma non è che ci vive qualcuno, come l’altra volta?”
Circa quindici anni prima, pulendo le palme grosse quando
ancora si riuscivano a vendere e a vendere bene, uno dei vivaisti
aveva trovato un morto. Uno straniero, si pensò, che aveva piazzato
una tenda da campeggio in mezzo alla giungla di palme e ci aveva
vissuto (nessuno sapeva per quanto tempo, forse dei mesi) prima di
restarci secco. Il padre di Olga e Nadia, che all’epoca già non si
spostava volentieri da casa, si era faticosamente recato sul posto a
capire cosa fosse successo. Era stranissimo che nessuno si fosse
accorto di nulla perché, anche se i giornali locali avevano parlato di
“palmeto abbandonato” facendoci ridere molto, il controllo sociale,
come si sarà capito, era ancora abbastanza forte, se non altro per
spiare e rompere le scatole ai vicini. E poi all’epoca già c’era, proprio
sopra quell’appezzamento, l’agriturismo della star del web che non
era ancora star del web, non esistendo ancora YouTube, ma già era
agrituristica ancorché sconosciuta e poco frequentata.
Però nemmeno lei si era accorta di nulla, allora.
Possibile che, adesso, si ripresentasse una situazione analoga?
Possibile che Wesson, che negli ultimi giorni aveva passato un
sacco di tempo lì a ripulirsi le palmette per sé, non avesse inteso
nulla? Visto niente? Trovato traccia alcuna?
“Il mistero della voce delle palme,” considerò Nadia.
“C’è qualcuno?” aveva urlato Olga, non tanto convinta.
La voce continuava a sentirsi, imperterrita.
“Oh! Aoh!”
Niente, come prima.
“Proviamo ad andare più avanti e vedere se si sente ancora. O se
c’è qualche passaggio, un varco.”
Percorsero una ventina di metri.
All’improvviso partì una musica.
“È una radio.”
“Cioè, hanno tirato una radio accesa là in mezzo e se ne sono
andati? Ma che storia è? O c’è qualcuno, lì in mezzo, che sta
sentendo una radio?”
Olga riconobbe la pubblicità della “sagra del cappello del prete e
dell’arrosto del sagrestano”, uno strazio che andava in onda su
Radio Azzurra circa ventimila volte al giorno, da una settimana, e su
cui aveva fatto battutacce da osteria cariche di doppi sensi via via
più volgari, in macchina con i figli, i quali avevano aggiunto, se non
bastasse, altre amenità a tema padre Pio che funzionavano sempre.
“Ma che storia è? Che diavolo è?”
“È una nuova sagra,” spiegò Olga, “una cosa zozza, cotta nelle
sagrestie… Secondo me non avrà successo.”
“Come il coniglio di Guerrina Piscaglia?” chiese Nadia.
Il caso Guerrina Piscaglia era un altro caso di donna fatta sparire
raccontato in tv dalla Sciarelli, un caso terribile, avvenuto
sull’Appennino tosco-marchigiano, che vedeva coinvolto un prete
congolese gran consumatore di conigli in pentola preparati dalle
parrocchiane. Il corpo di Guerrina non era mai più stato trovato.
“Padre Graziano, che roba. Oh. Un tappo pettoruto che faceva
strage di donne… L’ultimo messaggio è stato: il coniglio lo cucina
un’altra donna.”
“Uh. Che storia.”
“La pòra Guerrina. La noia fa fare cose brutte, nei paesi.”
“Tipo andà a scopà co’ li preti come padre Gratien dopo aver
cucinato un coniglio. Ma ti pare?”
Si aggirarono ancora qualche minuto fra le canne, cercando di
individuare la provenienza di quella bizzarra fonte sonora.
“Ma non sarà un gioco di echi, di là dal fiume?” ipotizzò Olga. “Tu
che ti intendi di acustica, non potrebbe essere una strana rifrazione
del suono?”
“Dici che da Campofilotto, addirittura, una radio se po’ sentì
quaggiù, come se trasmettesse dalle palme mie?”
“Non può essere? Non può essere una spiegazione?”
Scostavano rami di palme come esploratori della giungla, ma non
si capiva nulla.
“Io, quasi quasi, me ne andrei. Questa storia non mi piace,” aveva
detto Olga.
“Torniamo un altro giorno,” aveva convenuto Nadia. “Domani. Un
po’ più presto, quando il sole è ancora alto.”
“Certe volte arrivano suoni di là dal fiume, potrebbe essere così
anche stavolta.”
Si erano incamminate verso la macchina. Molto inquiete.
“Ma di là dal fiume non c’è una casa vicina. Non così vicina,
almeno,” aveva detto Olga.
“Non ti credere. Prima non si vedevano perché c’erano più alberi,
ma qualche casa c’è.”
Erano venute via sconsolate. Non solo nessuno voleva quelle
belle palmette e loro dovevano trovare in fretta il modo di
sbarazzarsene e non sapevano da dove cominciare; non solo non
riuscivano neanche a contarle e a sapere quante fossero, per farsi
un’idea di quanta roba stavano parlando, ma poi se la facevano pure
sotto ogni volta che dovevano andare a occuparsene.
Dunque, chiuso anni prima con le Phoenix Canariensis causa
punteruolo, ora c’era comunque da far fuori le Chamaerops humilis.
Si procedette con un’iniziale ricerca in Internet riguardante il
possibile uso della palma nana, oltre a quello ornamentale per cui
veniva coltivata.
Con loro somma sorpresa, le mie cugine scoprirono che in rete
ricorrevano diverse, feroci, domande: come uccidere una palma,
come sradicare una palma, come distruggere una palma, come far
seccare una palma.
Le risposte non erano confortanti.
Buttarle giù era facile, bastava chiamare un trattorista e dargli un
po’ di soldi. Il problema era smaltirle. Come si sa, Peppe aveva
proibito sia di interrarle (“Ricacciano”), sia di bruciarle (per colpa
dell’agronomo intransigente che sosteneva, come in un thriller in cui
l’assassino continua a risorgere anche dopo essere stato
ripetutamente colpito con pistole, mazze, coltellate: “Ricacciano pure
dopo gli incendi”), sia di lasciarle in un angolo (“Fanno i vermi,
ingombrano, non le voglio vedere. Inoltre, ricacciano”).
Rassegnate, le due sorelle si erano messe al lavoro.
Nadia aveva proposto di farsi fare almeno due preventivi. Anche
tre.
Il primo era quello dell’uomo che anni prima aveva buttato giù le
palme grosse, il secondo di un vicino che faceva questo genere di
lavori e si chiamava Venanzio, il terzo di un individuo incredibile
convocato da Nadia un pomeriggio tardi.
Quest’ultimo si chiamava Mariotto e, al solito, era il figlio di un
vecchio contadino dei loro nonni, scoprirono.
Arrivò alle sette di sera accompagnato da un amico. Olga e Nadia
aspettavano sull’aia della casa in vendita di Liliana appoggiate alla
macchina di Nadia, a braccia conserte. Puntuali, i due uomini
spuntarono dal cancello aperto a bordo di una vecchia Fiesta lurida,
talmente lurida che colore e targa erano indefinibili.
“Buonasera, eccoci qua,” disse Mariotto dal finestrino aperto.
Erano circospetti.
“Siamo venuti per vedere il lavoro che ci sta da fa’.”
“Venite, vi facciamo strada,” disse Nadia.
“Ce se può arrivà in macchina?”
“Volendo,” disse Nadia. “Noi però andiamo a piedi, visto che
saranno venti metri. La macchina mia mi si sporca e poi non è fatta
per andarci pei campi.”
Olga e Nadia si incamminarono e quelli le seguirono a dieci
all’ora, come veri maniaci.
“Madonna, sono inquietanti.”
“Davvero, oh. Comunque una volta mi ha fatto un lavoro, anni fa,
quindi non è un impostore, è un trattorista vero. Solo, all’epoca, mi
pareva messo meglio.”
“Sembra l’uomo di Neanderthal,” disse Olga.
“L’amico peggio,” disse Nadia.
Arrivati in area palme, quelli si decisero a scendere dalla
macchina.
Il tale Mariotto era alto e secco come una pertica, aveva capelli
lunghi grigiastri senza forma e indossava una maglietta
completamente ricoperta di terra. Almeno sembrava terra. Era
marrone, comunque, poi se si trattasse di fango solidificato o di terra
polverizzata, ecco, questo le sorelle non avrebbero saputo dirlo.
Lo guardarono a bocca aperta.
L’amico era un panzone dall’abbronzatura di cuoio che si accese
subito una sigaretta puzzolente, senza dire una parola. Era un po’
più pulito dell’amico ma non era vestito meglio, visto che indossava
una canottiera di rete nera e dei bermuda militari sformati. Poteva
avere cinquant’anni portati malissimo.
Contemplarono il campo di palme in silenzio per almeno un
minuto. Interminabile.
Olga, non sopportando più quella sospensione senza senso,
disse: “Sapete già cosa c’è da fare, giusto? Nadia, gliel’hai spiegato
al signore?”
“Sì,” si decise a dire il signore coperto di fango. “Ci sta da tirare
giù le palme. Un lavoro di un paio di giorni.”
“Sì, un paio di giorni dovrebbero bastare,” acconsentì Nadia. “Ti
ricordi quando sei venuto a pulirmi su di sopra? Ci hai messo un
pomeriggio, mi pare.”
Il signore coperto di fango non si ricordava. Si grattò il collo.
“Ebbè, basta che vengo con lo scavatore.”
“Sì, queste sono palmette, l’apparato radicale non è tanto
profondo.”
Olga pensò che la sorella era matta a usare termini così sofisticati
con il laconico tizio coperto di fango.
Quello, come massima concessione, annuì.
“Ma dopo che ce fai delle piante, una volta buttate giù?”
“Ecco, il problema è questo. Bisognerebbe capire come
disfarsene. Se hai dei suggerimenti, sono ben accetti. Se conosci
qualcuno che può essere interessato…”
“Per fare il fuoco non sono buone. Se erano piante da frutto, o
alberi, potevano venire a prendersele quelli che fanno la legna. Ma
di ’sta roba che ci fai?”
“Sono tutte fibre. Magari questi che fanno i pannelli di truciolato,
che ne so. Non c’è nessuno da queste parti che fa pannelli di
truciolato?”
“No.”
“Nessuno tritura? Non ci sta qualcuno che fa la cippatura?”
“Assolutamente no. Non qui.”
“Da un’altra parte?”
“Sapevo di uno di Ascoli, ma non so come si chiama.”
“Se ti viene in mente, me lo fai sapere? Quando ci sentiamo per il
preventivo.”
“Va bene. Chiedo anche a uno che può conoscerlo.”
“D’accordo. Ci sentiamo fra un paio di giorni?”
“Sì, però richiamami tu che il telefonino mio non funziona bene.”
“Ok. Il lavoro è questo, l’hai visto.”
“Sì, ci risentiamo.”
I due rimontarono in macchina.
Fecero inversione in mezzo al campo e partirono alla solita
andatura lentissima.
“Madonna però, ma chi vai trovando?” disse Olga alla sorella.
Prima che quella potesse rispondere, la macchina che le
precedeva si fermò.
“Oh, ma m’ha sentito?”
“Impossibile. Vorrà qualcosa.”
Infatti maglietta di fango agitò un braccio fuori dal finestrino.
Lo raggiunsero in un attimo.
“Sai a chi puoi chiedere?” disse il tale Mariotto guardando verso
l’orizzonte.
“Eh. A chi?”
“A quelli delle biomasse.”
“Ah, giusto, è una buona idea. Ma dove stanno? Chi sono?”
“Chi sono non lo so, ma qua si sono tutti messi a piantare roba
per fare le biomasse, quindi qualcuno le prenderà.”
“Ma dove, però? C’è un centro biomasse? Esiste un deposito?”
“Non te lo so dire. Devi chiedere a qualcuno che fa questo
lavoro.”
Olga e Nadia si guardarono: Armando coltivava decine di ettari a
biomassa.

Nisba, Armando non le aiutava.


“Non so niente, io faccio ’ste coltivazioni a Osimo, non qui. Qui
non ci usa. Su passa a ritirare tutto uno che sta in Umbria. Posso
provare a chiederglielo, ma lo rivedo fra due mesi.”
“Vabbè, ma non ha un numero di telefono? Una sede? Una ditta?
Lo chiamo io, non occorre che ci parli tu. È per capire se può
interessargli.”
“No, passa lui. Non ha un vero recapito.”
Elusivo al massimo, come al solito. Tutto un segreto, una
vaghezza del cavolo.
“Ma che ti aspetti? Che ti aspetti da quel dispettoso?”
Nadia scuoteva la testa.
“Per fortuna esiste Internet, esiste Google, così questi stronzi
hanno finito di spadroneggiare!”
Internet e Google, scoprirono, su questo non servivano a molto.
Se digitavi “biomasse”, venivano fuori tutte le proteste contro le
centrali a biomasse o veniva fuori “pellet” che però riguardava
rivenditori di stufe e non potenziali compratori di cascami di palma.

Il secondo incontro per il secondo preventivo non andò meglio. Fu


un abboccamento telefonico con il vicino Venanzio. Venanzio era un
protegé di Liliana, uno che lei raccomandava sempre per lavori che
Armando o Secondo si rifiutavano di fare. Ma Olga non si fidava
troppo della madre: ogni volta che quella le aveva detto di avere
operai o fornitori a buon mercato e onesti, a lei l’avevano spellata
viva.
Elettricista “bravissimo, economicissimo”? Un vecchio odioso che
per cambiare due prese aveva voluto duecento euro.
Pittore “velocissimo, pulito, modesto”? Una specie di
cardiochirurgo di altissimo livello con lista d’attesa di tre settimane,
tariffa oraria, vernice spacciata per ecologica a peso d’oro poi
rivelatasi piena di Cov come tutte le altre.
Tappezziere che “mi ci è sempre venuto gratis per ogni cosa,
dalle poltrone ai tendoni, tanto bravo, premuroso, s’accontenta di
una piccola mancia”? A Olga fatture spaventose anche per ricucire
una passamaneria staccata dal gatto.
“Lascia stare gli ometti di mamma,” era una regola spesso
ripetuta fra sorelle.
Venanzio, infatti, aveva sparato una cifra stratosferica.
“Ma diviso due? O a testa?”
Seppur richiesto di diversificare e dettagliare le voci, Venanzio
aveva mandato via WhatsApp una cifra finale con solo la dicitura
“scavo e rimozione”.
“C’è la rimozione dentro,” aveva commentato Olga.
“Sì, carico e rimozione con camion.”
“Buono allora, via.”
“Con un piccolo dettaglio: che le carica sì sul camion, ma poi non
sa dove portarle.”
“E quindi che vuol dire?”
“Che fa tutta la prima parte del lavoro ma poi non sa come
disfarsene.”
“Bisognerà portarle in discarica.”
“Infatti pensavo di sentire un paio di discariche. Però a quel punto
mi farei fare un forfait, i camion ce li hanno pure loro. In alternativa,
Venanzio dice che potrebbe occuparsi di bruciarle.”
“Non si possono accendere fuochi fino al primo di ottobre.”
“Infatti. Ma Venanzio propone di scavare una buca, lo fa lui con lo
scavatore, ficcarci le piante, ricoprire con uno strato di terra e dare
fuoco al tutto lasciando una specie di camera d’aria.”
“Un fuoco sotterraneo? Ma la terra non serve a spegnerli, i
fuochi?”
“Oh che ne so, io riferisco la proposta di Venanzio. Dice che l’ha
fatto altre volte. Che dura un paio di notti, in cui lui dovrebbe stare
comunque lì a sorvegliare, quindi ci sarebbe anche il costo per il
lavoro extra e notturno.”
“Ma quando mai? Ha fatto un forno sotterraneo di palme? E per
chi? Che mi dicesse il nome, mi fornisse delle referenze! Lo voglio
conoscere uno che acconsente a una scemenza del genere. Primo
perché secondo me non esiste, non funziona. Secondo, perché metti
che invece funziona ma Venanzio durante la notte si addormenta un
attimo, scappa fuori una scintilla e prende fuoco tutta la collina… tu
che dici, chi ci va di mezzo? Il Venanzio che si dà alla fuga, sparisce
e dice le palme sono le loro, o le due sprovvedute che hanno messo
in piedi un’impresa del genere? Eh? Chi ci va, in GALERA, visto che
è penale, è PENALE? Di sicuro non Venanzio, semplice esecutore. È
un piano demenziale e criminale. Demenziale perché mi sfugge la
fisica del forno di palme sotterraneo, criminale perché non si
possono fare falò. Non si può e basta. E poi è un’estate siccitosa
come non se ne vedevano da secoli. Basta un filo di paglia e… ma ti
pare, è una cosa incredibile. Questi sono matti.”
La questione “fisica” riguardava anche i volumi. Quanto avrebbe
dovuto essere grande questa buca per ficcare tutte quelle palme?
“Enorme, direi.”
“E Peppe ha detto: niente buche e niente falò. Qui ci sarebbe una
buca enorme, con un falò dentro, e le piante, una volta ridotte in
cenere – se mai ci si ridurranno – collasserebbero lasciando una
voragine!”
Olga e Nadia ragionavano insieme e più ragionavano e più
Venanzio appariva come un fantasioso improvvisatore. Un pazzo.
I contadini, però, ogni tanto lo facevano. Di ingegnarsi a risolvere
situazioni chiedendo qua e là, raccogliendo suggerimenti che spesso
erano scherzi e prese per i fondelli, credendoci, riadattandoli,
riproponendoli. Succedeva con la coltivazione delle piante,
l’allevamento degli animali, la preparazione di conserve e insaccati.
La credulità si mischiava alla coglioneria, la noia alla malizia, i
racconti epici ed esagerati alla goffaggine, producendo un po’ di
quell’aura fiabesca che circondava certi dipinti di Bruegel, certe
dicerie popolari, certo folklore rurale: una miscela scoppiettante di
cazzate, candore, meraviglia, piccole sperimentazioni che potevano
trasformarsi in cataclismi ed errori madornali. E ancora: tenerezze,
minuta saggezza, insegnamenti della tradizione e chi più ne ha più
ne metta che alimentavano il grande serbatoio di aneddoti, fatterelli,
scantafavole, minchionelle e mottetti vari.
Nadia disse: “Teniamocelo come ultima chance.”

Siti delle discariche in Internet: fichissimi, pieni di informazioni,


tendine sui servizi forniti infinite, numeri verdi e numeri grigi, parole
tutte precedute dal prefisso “eco” sparso a piene mani, bandi,
certificazioni, descrizione degli impianti di smaltimento.
Tutto all’avanguardia. Isole verdi, riciclerie, compostaggi vari, ritiri
porta a porta. Animazioni con lampadine dotate di piedi che,
salutando con allegre manine, andavano a consegnarsi da sole
come Raee; allegre illustrazioni di bidoni con la faccina a bocca
aperta nell’atto di ingoiare computer, ferri da stiro, iPad e stampanti;
foto di bambini sorridenti coinvolti nei progetti “educational”.
Però, alla voce tariffe “ritiro falciature”, cifre orripilanti a metro
cubo per buttare due foglie.
“Qua prendono gratis solo i primi due metri cubi di sfalcio poi
parte il tassametro…”
“Due metri cubi? I nostri saranno migliaia!”
Si misero a fare calcoli di volumi. Impossibili. Non sapevano
manco quante fossero quelle dannate piante.
Si misero a fare calcoli di peso. Impossibili. Quanto pesava una
palma?
“Chiediamo a Wesson. È il mestiere suo. Se le incolla in spalla,
avrà un’idea…”
Wesson: buio totale.
“Sto qua da mamma con la badante che non trova i cerotti
medicati, Olga, che ne posso sapere di quanto pesa una palma? Ti
potrei dire venti chili. Ma potrebbero essere trentacinque. O quindici.
Boh.”
In effetti sembrava una domanda da gente fumata, o da bambini
piccoli: “Quanto costa un Tir? E un peschereccio? Perché dalla testa
delle balene esce uno sbuffo? Quante foglie ha un albero? Quanta
bava produce una lumaca all’ora? Quanto pesa una palma?”
Avessero almeno avuto ancora la vecchia bilancia che nel vecchio
magazzino serviva a pesare le casse della frutta! Olga ci ripensava
con un misto di orrore e nostalgia. Quel magazzino polveroso, in
penombra, custodiva barattoli di pesche sciroppate, conserve, piccoli
arnesi di tutti i tipi, stivali di gomma verdi e neri, mantelli cerati,
plotoni per raccogliere la roba (essendo “plotone” l’italianizzazione di
“plotò”, a sua volta marchigianizzazione di “plateau”, inteso come
contenitore per il trasporto della frutta), una cassetta del kit di pronto
soccorso con l’antidoto per i morsi di vipera da non toccare
assolutamente, damigiane d’olio, taniche di nafta, sacchi di sementi
e fertilizzante azotato in microsfere bianche dall’odore acre e
chimico, un calderone nero per la bollitura della salsa di pomodoro in
bottiglia, lattine di caffè usate con dentro pennelli secchi intrisi di
vecchia acquaragia, falci martelli bulloni di ogni misura. Al centro di
tutto ciò stava, come una regina, la bilancia. Una stadera su cui
Olga, da piccola, si faceva pesare osservando a occhi spalancati i
maneggi della madre con i vari pesi e leve mentre lei, le braccia
incrociate dietro la schiena, oscillava sul piano basculante e zigrinato
come sul tappeto di Aladino.
Di quel magazzino Olga aveva ben presente l’odore di spazio
chiuso e buio, mattoni pieni e terra, che ti avvolgeva soffocante e
gradevole quando mettevi piede lì dentro dopo esser stata ore e ore
all’aria aperta. E la luce, gialla, un’unica lampadina appesa a un filo
che, appena faceva scuro, in autunno e in inverno, stava nel nero
dell’intera collina a segnalare un’aia, la presenza di un posto abitato.
La porta di legno verniciata di verde dall’anta aperta su un ambiente
vivo e operoso che, dalla strada provinciale, vedevi anche se eri solo
di passaggio, viandante nella notte.

Anche il grande scienziato Stefano Mancuso, uno dei più


illuminati studiosi di piante al mondo, aveva notato in quelle
palmette, osservandole sulle colline siciliane vicino al mare che
spesso in estate vengono date alle fiamme da sciagurati piromani, la
capacità di resistere al fuoco e alle avversità.
“Sono sempre là una volta spento il fuoco; alcune bruciacchiate,
altre ridotte a carboncini, altre perfino incenerite. In pochi giorni, con
l’umiltà che ci si aspetta dal loro nome, ricominciano a produrre
nuovi getti; commoventi germogli di un verde splendente – che
spicca ancora più smeraldino contro la distesa di cenere nera –
appaiono qui e là, spuntando da piante che mai si penserebbe
possano essere ancora vive,” aveva scritto introducendo il capitolo
“Democrazie verdi” nel suo libro sugli insegnamenti che possono
darci le piante. Olga lo avrebbe letto, mesi dopo, sentendosi molto
male per quello che aveva dovuto fare.
Ma già ci erano arrivate da sole, a scartare l’ipotesi rogo, dopo
aver cassato l’idea di comprare in società, su Amazon, un
biotrituratore-cippatore bi-lame da tremiladuecento euro, consegna
Prime, che prometteva di ridurre a quadrelli fini tronchi (e braccia)
ma si vedeva già dalle foto che con la stoppia delle palme si sarebbe
definitivamente inceppato al primo inserimento.
Quindi le due sorelle avevano dato la precedenza alla mesta
opzione discarica. L’unica praticabile, ancorché costosissima.
Avevano deciso di estirpare subito le piante, senza por tempo in
mezzo.
“Intanto cominciano a seccarsi e, perdendo acqua, perdono peso.
Nel frattempo continuiamo la ricerca di un luogo dove portarle.”
Quindi, bocciato il preventivo carissimo di Maglietta di Fango, un
pomeriggio era arrivato un uomo mandato dallo scavatore di fiducia
– il loro primo scavatore – che, in quattro e quattr’otto, aveva
abbattuto tutti i filari.
A terra, restavano centinaia di caduti con le radici scoperte, in un
misto di seccume e terra, piccioli spinosi, ventagli di lamine coriacee,
a migliaia, come mani mozzate che non sarebbero più state agitate
al vento nei giorni di bufera.
Non c’era più molto da fare, per tutte loro.
I giorni d’estate passavano. Arrivò anche un serata molto attesa,
in quella stagione secca e asciutta. La serata allo Sferisterio di
Macerata con il cantante e il chitarrista dei Radiohead impegnati in
un live di beneficenza per l’arte danneggiata dal terremoto.
Assieme alle mie cugine, partecipai, emozionata e incantata
davanti al grande muraglione scarpato illuminato di azzurro del
prestigioso teatro contro cui si stagliavano le due figurette alle prese
con chitarra, pianoforte e tastiere elettroniche, a un evento
memorabile.
Eravamo riuscite a prendere i biglietti in maniera fortunosa, con
tre computer collegati a uno sfarfallante wi-fi, carta di credito alla
mano e dita pronte per schiacciare al volo. Non ci era andata bene al
primo colpo: il sito delle vendite era andato subito in tilt ed eravamo
rimaste con un palmo di naso a leggere di altri che ce l’avevano fatta
e molti che, come noi, inveivano contro quella che sembrava una
cavolo di folle lotteria telematica.
Ma i posti erano pochi, erano quelli della lirica, e non c’era altro
modo per comprare i biglietti. Testarde e decise a provarle tutte,
eravamo rimaste un’ora e mezzo davanti ai computer collegati,
compulsando fan pages, telefonando alle tabaccherie e alle edicole
dei paesi più assurdi che normalmente si occupavano di smerciare i
biglietti dello Sferisterio (“Li Radio-che?”, “Li Radioedde!”) e
chattando con un amico che ci perculava perché lui c’era riuscito e
giurava che si poteva fare.
Poi, all’improvviso, il sito aveva ripreso vita e riaperto le
prevendite. Ci eravamo accaparrate tre posti nel settore oro,
pagando effettivamente oro, ma non ci pesava: anche quello era un
modo per stare vicine alle piazze, alle chiese, ai gioielli dei nostri
paesi.
Non sapevamo cosa aspettarci, una volta arrivate a Macerata:
tutto, in quella strana estate, era rarefatto, eccezionale, persino un
po’ sconnesso. Anche per i due musicisti doveva essere una serata
unica. Avevano da poco finito un tour per festival rock e si erano
dovuti rimettere a provare, sistemare i pezzi per l’esibizione a due,
pensare una scaletta per un concerto che sarebbe stato solenne e
minimale insieme.
Arrivate in città nel tardo pomeriggio, avevamo posteggiato in uno
dei parcheggi sotto lo Sferisterio ed eravamo salite in ascensore con
una coppia di giovani vestiti da sera scesi da una Jaguar.
Lui, fustellato in un abito blu elettrico Hugo Boss, monologava di
concerti già visti, versioni che si aspettava di sentire, dischi che
risalivano a diciassette anni prima; lei, come da copione, un po’
ascoltava in silenzio un po’ sgranava gli occhioni ben truccati sul
panorama attorno, sulle persone che sciamavano verso via
Pantaleoni, sulla coda per i controlli che veniva formandosi al primo
ingresso.
Poiché mancava ancora un po’ all’apertura dei cancelli, avevamo
provato a vedere se in piazza Mazzini ci fosse qualcosa da
mangiare. Ci andavano bene anche una pizzetta al taglio o un
gelato, al contrario degli stranieri che già alle sette contemplavano
piatti di tagliatelle al ragù appena scodellati ai tavoli del bar. Erano
fan dei Radiohead venuti da tutto il mondo, persino dall’Australia, e
si confondevano con i turisti inglesi e olandesi che trovavi spesso in
giro nell’entroterra marchigiano.
“Ma quello non è Memmo?” avevo detto, appena uscita dalla
gelateria, col mio bel cono medio in pugno. “Memmo che suonava
con te?”
Mi riferivo a un uomo di mezza età, con i capelli sale e pepe, in
jeans e maglietta gialla, che ci fissava già da un po’ svettando fra un
gruppetto di persone dall’altra parte della piazza.
“Dici?” chiese Nadia, asciugando con un tovagliolino un rivolo di
cioccolato che colava dal bordo della coppetta. “E come fai a
riconoscerlo? Io non lo vedo da trent’anni.”
“Ma è lui, ci sta pure salutando!”
“Vero,” disse Olga. “È Memmo,” e si sbracciò a chiamarlo.
Memmo, a quel punto, ci venne incontro sorridendo. “Sorelle,”
disse, “cugina. Le stesse di sempre!”
“Insomma… Pure tu, comunque. Dai, Memmo, ti mantieni
abbastanza,” risi.
Ci guardammo con curiosità, nessuno di noi era particolarmente
stravolto rispetto alle antiche forme: non c’era gente plasticata o
mummificata, solo un po’ ciancicata. Ce lo dicemmo. Attaccammo a
parlare, del concerto imminente e del tempo trascorso senza avere
avuto reciproche notizie.
Memmo aveva continuato a seguire la scena musicale restando
più o meno fedele ai generi della sua gioventù, quindi conosceva
benissimo il repertorio dei Radiohead che considerava il gruppo
inglese più importante degli ultimi trent’anni. Ci disse che non aveva
mai smesso di suonare, con varie band, anche se non aveva mai più
raggiunto i livelli dei Crazy Diamond.
“Sono in contatto su Facebook con Amedeo,” disse. “A te, Nadia,
invece non ti ho mai incrociato per bacheche.”
Nadia, elusiva al massimo, gli spiegò velocemente che, pur
dirigendo una scuola di musica, non ci teneva granché a condividere
e pubblicizzare ascolti e scoperte. Olga e io, poiché davamo per
scontato che lo facessero tutti, non dicemmo nulla della nostra
abitudine allo spionaggio leggero in rete. In effetti, nel tempo, non
avevamo ficcato troppo il naso in quel segmento lontano della nostra
vita passata: senza dircelo, sapevamo che era qualcosa di mesto
come le cene di classe con gli ex compagni del liceo alle quali, a
costo di fare la figura delle solite asociali, nessuna di noi aveva mai
voluto partecipare.
“Quella è mia figlia,” disse Memmo. “Ve la presento. È lei che è
riuscita a comprare i biglietti, io resto fuori.”
Richiamata da un cenno del padre, si avvicinò una moretta sui
venticinque anni, in jeans e camicia scura, con un piccolo tatuaggio
di zampette all’interno di un polso e un paio di occhiali da vista dalla
montatura rettangolare sul viso pieno e amichevole.
“Lei era la tastierista dei Crazy,” disse Memmo, indicando Nadia.
Cercai di guardare mia cugina con gli occhi di una giovane a cui
venga presentata una ex ragazza del rock alternativo.
Ci stava, era abbastanza enigmatica e spigolosa per
corrispondere a un ruolo del genere.
Memmo ci spiegò che la figlia era appena tornata dal Marocco,
dove aveva preso parte a una ricerca sulle condizioni delle lavoratrici
agricole nell’area del Mediterraneo. Ci complimentammo con lei,
sinceramente ammirate. Ero sicura che le mie cugine avrebbero
voluto saperne di più, sul percorso che aveva fatto quella giovane
studiosa e anche su un mucchio di persone che, se avessero
cominciato a parlare più fittamente, sarebbero senz’altro venute fuori
dai ricordi come anticaglie da una scatola portagioie dimenticata in
una casa in cui non si torna spesso.
“Ma che brava questa figlia, Memmo,” dissi. “Questi ragazzi sono
formidabili. E hanno le idee chiare.”
“Vivono in un mondo più grande,” disse lui. Ci raccontò che, per
quel che lo riguardava, aveva scambi con mercati di paesi di cui fino
a qualche anno prima ignorava proprio l’esistenza. “Fra Russia e
Cina,” buttò lì. Lavorava ormai da decenni per un suo parente che
aveva una fabbrica di scarpe, titolare di due o tre marchi pregiati noti
solo alla clientela internazionale più raffinata. “Non si sa che lingua
parliamo con l’estero ma ci intendiamo,” rise. “Non come le figlie mie
che hanno fatto l’Erasmus in Turchia. Anni fa, eh, non adesso.”
“Te la ricordi la tua canzone sul supermercato, Me’? Avevi
anticipato il tema della globalizzazione,” disse Olga.
“Eh sì,” convenne lui. “Anche se all’epoca era una parola che
manco esisteva, forse. Almeno, io non l’avevo mai sentita.”
Parlammo del mondo che si era allargato e del tempo che aveva
accelerato. Poi Olga disse: “Però mo’ basta che sembriamo i vecchi
del West quando è arrivata la ferrovia e credevano di morire per la
troppa velocità.”
“Mi sa che la storia era un po’ diversa,” dissi. “E riguardava gli
indiani.”
“Molto accelerato, se pensi a quanto ci ha messo il punk ad
arrivare sin qui. Meno della mela diffusa nel Nuovo Mondo da
Johnny Appleseed, ma molto più del punteruolo rosso che è
piombato qui da chissà dove,” disse Olga.
“Ma dici Johnny Appleseed della canzone di Joe Strummer con i
Mescaleros?” disse Memmo, meravigliato.
“Non lo so,” ammise Olga. “Credo di sì, io l’ho trovato in un libro
sulle piante. Un personaggio che è una leggenda. Ha seminato
migliaia di alberi di mele per chilometri e chilometri di Stati Uniti.
Praticamente tutto il continente. Un grande.”
“C’era anche una canzone dei NOFX,” intervenne Nadia.
“Sì, è vero!” annuì Memmo, entusiasta. “Grandi pezzi, entrambi.”
La figlia di Memmo, a sorpresa, aggiunse la canzone dei Counting
Crows.
“Questi non li conosco bene,” dissi.
“Generazione Spotify,” rise Memmo. “Non ti sei adeguata? Io
campo solo di quello. Viene fuori tutto e in un colpo solo. Mica come
quando facevamo le cassette o telefonavamo alle madri degli
organizzatori di concerti.”
“Zitto, per carità,” disse Olga. “Per prendere questi biglietti, noi
brave creature figlie del low-fi abbiamo volato sulle ali di un wi-fi
scalcinatissimo. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta.”
L’incontro con Memmo ci aveva messo allegria, a quel punto ci
dispiaceva solo che non potesse entrare al concerto.
“Pazienza,” disse. “Noi maceratesi abbiamo posti speciali da cui
ascoltare i concerti. Oltre ai balconi degli amici, c’è un vicolo
segretissimo in cui ho passato tutto il pomeriggio a sentire le prove.”
“Sono due grandi,” aggiunse. “Due grandi musicisti e due grandi
persone. Questa cosa per il terremoto e per l’arte, per le opere
danneggiate di cui parlano in pochi, mi commuove.”
Lui non aveva avuto danni, ci disse, ma come tutti gli altri aveva
ballato per un intero inverno e conosceva le devastazioni.
“Il tempo sarà pure accelerato e il mondo sarà pure allargato,”
disse. “Ma qui sembra essersi fermato tutto, da quella prima notte e
dai mesi dopo.”
Lo sapevamo.
Lo sapevamo tutti.
Migliaia di quadri, sculture, decorazioni, reperti archeologici,
riposavano chiuse in depositi più o meno attrezzati di Abruzzo,
Lazio, Marche e Umbria. Ripulite, trasportate in braccio come
creature avvolte in morbidi plaid, confezionate in teloni di tessuto
non tessuto, le opere d’arte che si erano salvate aspettavano di
tornare a casa, ma nessuno sapeva se ci sarebbero mai riuscite.
A questo pensavamo, venendo giù nella notte da quella serata di
raccoglimento e ascolto, con in mente le note di John Greenwood e
la voce di Thom Yorke mentre nel buio più profondo affrontavamo le
placide curve delle colline dai paesi feriti e spogliati.
Alle statue di Cristo lignee, le madonnine dai volti sbreccati, i busti
di papi perplessi, i volti dei santi accigliati, i cherubini in volo sospesi
sul nulla vuoto, gli intonaci delle volte crollati a tocchi e le crepe nere
sui muri squarciati.
Sapendo delle tante zone rosse, delle zone scosse, delle zone
smosse tutt’attorno a noi.
Due settimane dopo Olga e Nadia portarono via le palme. Un po’
si erano seccate, ma non tantissimo.
Avevano trovato due trasportatori del luogo indicati da un tizio
della discarica. Erano arrivati un pomeriggio – l’ennesima coppia di
uomini, ma stavolta in formazione anziano/ragazzo, o meglio
suocero/genero – per farsi un’idea di cosa avrebbero dovuto
predisporre.
Il giovane aveva detto: “Punto primo: devono accettarcele in
discarica. Quando quelli sentiranno che si tratta di palme, faranno
storie.”
“Ma non sono palme malate!”
“Fanno storie lo stesso, per fortuna c’è una segretaria che ci vuole
bene: speriamo di trovarci lei. Punto secondo, per farvi un preventivo
sui costi, dobbiamo fare un carico di prova e vedere quanto viene.
Lo pesiamo in discarica, tutto certificato, peso in entrata e peso in
uscita: vedete tutto.”
“Vada per la prova.”
“Una volta fatta la prova, fissiamo i giorni. Tranne il mercoledì
perché il mercoledì andiamo a ritirare i fanghi di una fabbrica di
cinesi che lavora jeans.”
“Ok.”
Erano arrivati con un camion dal cassone blu e in un paio d’ore,
lavorando col braccio meccanico, l’avevano riempito fino all’orlo.
“Quello che te l’ha scavate ha fatto un lavoro grossolano, sono
piene di terra. E la terra pesa. Non posso portare in discarica troppa
terra,” aveva detto il giovane, tirando indietro la visiera di un
cappellino da baseball che indossava quando montava sulla gru del
cassone.
“Daje una scuturata, quando le tiri su,” aveva suggerito Olga.
“Questa parte del lavoro te la pago a ore, ci metti di più ma
risparmiamo sul peso.”

La mattina dopo avevano chiamato con le classiche due notizie,


una buona e una cattiva.
Olga, a quell’annuncio, rispondeva sempre: prima la cattiva, che
tanto la buona non sarà così buona. Ma il giovane aveva riso e
detto: “Ti do prima la buona, dai.”
La buona era che in discarica facevano uno sconto sul costo a
quintale, la cattiva era che ogni camionata conteneva varie
tonnellate. E le camionate sarebbero state un bel po’.
Le mandò via WhatsApp la foto dello scontrino elettronico emesso
dalla pesa del camion. Era un foglietto rosa pieno di cifre e codici
alfanumerici e faceva paura.

Olga, che all’inizio di tutto l’affaire palme era sembrata la più


calma e fatalista, all’improvviso fu presa da una terribile ansia.
Avevano fissato l’inizio delle operazioni a metà della settimana
dopo e lei passò quegli ultimi giorni in preda al terrore che venisse a
piovere.
“Vuoi vedere che dopo mesi di siccità, mi acchiappa la piovuta del
secolo e le palme inzuppate peseranno come piombo?” si diceva e
diceva alla sorella e a me, con voce preoccupata e le dita della
mano a fare le corna.
“Non te la chiamare, però!” le dissi io.
“Non metterti a fare il vergaro pessimista e lagnoso della
situazione!” le disse la sorella.
Si svegliava all’alba e cominciava a guardare tutti i siti meteo
possibili e immaginabili. Dagli orari delle comunicazioni che
risultavano via telefono, di accesso o di visualizzazioni varie, notavo
che neanche sua sorella si svegliava mai dopo l’alba.
Olga chiamò il giovane trasportatore e gli disse che avrebbero
dovuto fare in fretta. Aveva visto una bava di nuvola all’orizzonte.
“Olga non te preoccupà, se piove lo rimandiamo di una giornata,”
le aveva detto quello.
“No no, se piove dobbiamo aspettare che si asciughino! E non
abbiamo molto tempo!”
La campagna era così.
“Me ce manca solo questo. Non facciamo scherzi. Certo che i
lavori agricoli sono un gran patimento.”
Si ripeteva e ci ripeteva queste cose.
Poi passava a enumerare quelli che le sembravano singolari
segni mesmerici sostenendo che l’acqua, di solito in campagna vita
nascita e crescita e dunque benedizione e salvezza, per lei stava
trasformandosi in iattura. “Prima l’acqua del Consorzio che ci è
costata sempre un sangue, poi quelli delle fogne e del depuratore
che vengono a rompere con gli espropri, ora l’acqua dal cielo che mi
può ammazzare definitivamente.”
Da quando aveva letto che più del 99,5 per cento della biomassa
presente sulla terra era costituita dalle piante, tutto quel peso se lo
sentiva sulle spalle.
Niente, si era calata nella cantilena. Neanche il mare, che al
mattino scintillava gagliardo al sole di agosto, riusciva a distoglierla
dallo scrutare il cielo con l’animo genuino e timoroso della
primordiale donna georgofila.

***

Assistette a tutto il lavoro. Puntuale lì sul campo alle sei del


mattino, essendo partita da casa una mezz’ora prima – sveglia e
colazione alle cinque.
Seduta sul bordo del terreno, o facendo avanti e indietro dalla
strada al fiume come un’anima in pena, guardava il braccio idraulico
che abbrancava in un’unica presa foglie, fusti, radici, rovi simili a
enormi tele di ragno nella casa delle streghe. Il pugno meccanico le
sollevava in alto come un trofeo, le scuoteva due o tre volte in aria
per far cadere la terra e poi le faceva sparire dentro la pancia del
cassone blu. Il rumore era terribile.
Motore acceso e cigolio di cremagliere, martinetti sotto sforzo,
dondolio della grossa pinza, fruscio di ramaglie, pioggia di terra
secca, tonfi via via più attutiti man mano che il rimorchio veniva
riempiendosi. “Ancora, ancora,” pregava Olga in silenzio. E poi
aggiungeva mentalmente, rivolta al giovane manovratore, di cui
vedeva solo la sagoma: “Non fare il tirchio, ammucchia quanto più
puoi. Stipa, pressa, carica a colmare. E anche di più. E dai.”
Non appena uno dei cassoni scarrabili blu era pieno, il ragazzo
provvedeva a sostituirlo con il secondo. Poi arrivava il socio anziano
della ditta con una motrice e se li portava via verso la discarica.

Durante quelle grandi manovre, Olga si assentò solo una volta.


Una mattina che aveva cominciato a fare davvero tanto caldo,
staccò un attimo dalla sua assurda sorveglianza per andare a
comprare del tè freddo e dell’acqua nel paese vicino (lo spaccio del
benzinaio dove da piccola arrivava a piedi per fare merenda con un
panino al prosciutto e una Coca-Cola ghiacciata era chiuso da
almeno vent’anni). Aveva dimenticato l’arsura che può prenderti in
campagna.
Quello che non aveva dimenticato, di quel tempo lontano, era la
figura di suo padre sul trattore cabinato che scarrozzava tubi e rulli,
o che, seduto anche lui a terra o nella macchina dal finestrino
aperto, contemplava i suoi campi, assorto in progetti e
considerazioni sul da farsi.
Anche lei passò molte ore, le ultime, a contemplare quella distesa
viva di una vita invisibile. Non solo popolata di ricordi, della sua
infanzia, di case e persone che non c’erano più – i Tartari, questi
esseri invisibili che avevano abitato certe casupole misteriose sulla
collina già abbandonate negli anni settanta; i loro vecchi coloni,
compresi i genitori di Peppe Lupacchini che lì avevano lavorato fino
a che avevano potuto, anche quando ormai abitavano da tutt’altra
parte, trasferiti in appartamenti di paese con bagni tripli e salotti
incellofanati; la famiglia di suo padre, i nonni che lei aveva
conosciuto prevalentemente attraverso racconti e ricordi altrui, e i
documenti, le lettere, i registri che aveva riordinato di recente.
Olga guardava il grande campo lavorato accanto al pezzetto delle
palme e sapeva che sotto quell’aspetto uniforme e compatto, fermo
e tranquillo, brulicava un mondo di esseri minuscoli e vitali.
Facendo avanti e indietro, fino al fiume partendo dal canale del
Consorzio di Bonifica, si chiedeva quante bestiole vivessero lì in
mezzo.
Per quanti anni, fra le sue palme, avevano trovato rifugio,
indisturbati, insetti, lucertole, arvicole?
Quel serpone nero, per esempio, che giaceva, tagliato in due con
il sangue rosso secco attorno, di traverso al solco lasciato da uno dei
mezzi, era stato ucciso dalla trincia, dallo scavatore o da qualche
predatore nella notte?
Poteva essere stato un incidente, il serpone poteva aver
attraversato il terreno nel momento sbagliato: diretto al laghetto
accanto (una pozza folle ed enorme, larga e lunga duecento metri e
profonda non si sa quanto, rimasta dopo una cavata di ghiaia, in cui
Olga aveva pure pensato per un attimo di buttare, di nascosto, le
palme), non aveva fatto in tempo ad andare a tuffarsi nella sua
acqua? Era rimasto vittima di tutto quello sconvolgimento trinciatorio,
di quei lavori approntati da lei che avevano spazzato via rifugi e tane
provocando, sicuramente, un fuggifuggi generale?
L’avevano fatto fuori le lame dell’infernale attrezzo, a lui, lungo e
dunque più vulnerabile di altri nell’attraversamento, o una volpe che
nottetempo si era trovata, improvvisamente, campo libero?
O era stata una faina?
Sotto le famose carge, fra le canne, in mezzo ai rovi che
delimitavano i confini e contornavano il laghetto e gli argini del fiume,
palpitava una vita invisibile: lo si intuiva dalle tane, dai tanti buchi
scavati nei dossi e dossetti argillosi delle rive, lo sentivi dal fruscio
che si produceva al tuo passaggio fra le erbe, ti ronzava nelle
orecchie prendendo la forma di bombi voccentò, o insetti azzurri
senza nome, api, mosche cavalline e certi maledetti tafani che,
pungendoti, ti inoculavano una specie di ovetto sottopelle. Verso
sera, poi, Olga lo sapeva, comincia un concerto di rane niente male,
dalle parti del canale, almeno là dove scorreva scoperto.
Sotto le zolle, sotto qualche sasso, attorno a certe radici che
venivano in superficie a ogni dissodata pesante, a ogni scasso. Nelle
congiunzioni dei vari appezzamenti costituite da strisce e da
macchie più verdi e fitte, piccole selve create da piante selvatiche e
resistenti, ai lati degli stradelli a servizio dei trattori, nei solchi lasciati
in mezzo, tra i filari non trinciati, o tra un ciottolo e l’altro delle
vecchie aie abbandonate e non soffocate dalla temibile ghiaia di
risulta che andava forte negli ultimi anni, nascevano erbe e, a
primavera, fiori di campo e papaveri su cui, a milioni, si posavano
coccinelle, farfalline, dopo la pioggia strisciavano chiocciole rigate, si
imboscavano ricci e porcospini, scorrazzava il loro amico tasso. E
vivevano esseri sconosciuti i cui nomi esistevano, forse, solo in
qualche repertorio ottocentesco di Scienze naturali depositato nel
fondo della preziosa biblioteca di Fermo.
Nel canale, negli anni, erano stati avvistati dei “castorini”.
Erano nutrie.
E Olga, che pure aveva terrore dei topi, le nutrie, invece, ora le
ammirava e si rallegrava della loro comparsa, lì nel canale, come
alla foce del Tesino, dove, a distanza di sicurezza, affacciandosi dal
ponte del lungomare, si potevano osservare mentre nuotavano o si
riposavano su una secca.
Proprio nella grande casa colonica al centro della piana, quella in
mezzo al suo campo, quando era piccola era successo qualcosa con
dei topi, mentre lei giocava fra certi mobili che erano stati portati lì in
deposito dopo un trasloco. Ora era disabitata da circa quarant’anni –
non da soli cinque come quando ci giocava lei – e Olga alzava, ogni
tanto, lo sguardo verso il tetto terribilmente ammalorato. I colori
stinti, il giallo pastello delle pareti, il blu che incorniciava le finestre
dai vetri rotti da cui passavano colombi e ogni altro tipo di volatile
(forse pure dei rapaci notturni, bellissimi e misteriosi), che avevano
fatto il nido nelle tante stanze vuote e abbandonate, ancora si
lasciavano intuire e non erano troppo intaccati da macchie e umidità.
Erano i colori con cui suo nonno aveva dipinto i casali tirati su negli
anni cinquanta. Quattro casali distribuiti di qua e di là dal Feronia,
grandi ognuno da ospitare due famiglie di mezzadri, a completare il
resto di case, più antiche, risalenti forse ai secoli in cui per
enumerare le famiglie contadine si parlava di “fuochi”.
Ora anche quell’ultimo rudere stava per essere ceduto. Sua
madre aveva trovato un dj umbro che lo voleva per farci il suo buen
retiro.
Chissà cosa sarebbe diventato.

***

Il lavoro andò avanti una settimana con un paio di interruzioni per


impegni dei due e con un pomeriggio saltato perché, con grande
sgomento di Olga, aveva minacciato pioggia.
Sul terreno, come un muto rimprovero, rimasero centinaia di
grosse buche, parecchie acacie e coriacei sfalci secchi sparsi a
perdita d’occhio come paglia.
Una settimana dopo l’atto definitivo – la parola fine a tutta quella
estenuante vendita – accompagnai le mie cugine a casa Lupacchini.
Dovevano consegnare a Peppe una copia originale e firmata del
progetto di esproprio di quei metri destinati alle fognature. Erano
andate a richiederlo allo studio di consulenze che l’aveva realizzato
per l’ufficio tecnico della Provincia.
Fummo fatte accomodare in un bel salotto moderno, elegante e
accogliente nei toni del beige, dalla moglie di Peppe, una signora
sulla sessantina, bionda e timida, che ci preparò un caffè e offrì dei
gianduiotti e dei fru fru.
“Ma che bella vista da quel finestrone!” dissi, ammirata.
Dai doppi vetri perfettamente lustri di una finestra bianca della
migliore qualità, si dominava la coperta di appezzamenti srotolati fino
al mare azzurro che andavano a comporre un armonico insieme,
una sorta di bellissimo manto arboreo misto a seminativo che
ricordava per ricchezza e dettagli certi motivi di abiti dipinti dal
Crivelli.
Mentre Olga e Nadia si confrontavano con Peppe sulle possibili
proposte alternative che avrebbe dovuto fare a proposito di quelle
condutture anche sulla base delle osservazioni che loro avevano già
scritto, comunicato e protocollato a riguardo, mi cadde l’occhio sul
volto in fotografia di una donna ritratta in bianco e nero. La fotografia
era contenuta in una grande cornice di cristallo lavorato, dietro ad
altre cornici d’argento che però contenevano foto di famiglia a colori,
più recenti. Era sistemata un po’ di lato, quasi in ultima fila, su un
tavolino affollato di vari oggetti e soprammobili.
“Questa però non è tua madre,” dissi alzandomi dal mio posto e
avvicinandomi per guardare meglio. “Eh Peppe? Tua madre era
diversa, infatti eccola qua, con tuo padre. Uh, me li ricordo! È forse
sua madre, allora?” chiesi alla signora Lupacchini.
Non mi vergognavo di mostrare curiosità: anche noi avevamo i
nostri tavolini con le nostre foto, i nostri cari nelle cornici, in casa
nostra, e stavano lì per farci compagnia ma anche per mostrarsi.
“Veramente no,” disse la moglie di Peppe. “È una foto che mi ha
lasciato mio padre. Non è mia madre e non è neanche una nostra
parente.”
E siccome anche il piccolo conciliabolo delle mie cugine più
Peppe si era fatto attento e silenzioso, proseguì, un po’ esitante.
“È una signora legata a una vecchia storia di cui si era occupato
mio padre, che era maresciallo dei carabinieri, e lui ci teneva a
conservarla. A voi non dirà nulla, è una storia di molti anni fa. Era
una signora che non aveva nessun parente e a mio padre questa
foto è stata affidata da un’amica di questa signora. Forse gliela diede
per fare le indagini o forse perché non sparisse, non venisse del
tutto dimenticata, e mio padre l’ha messa in cornice e tenuta sempre
con grande cura, quindi lo faccio anche io.”
Venne fuori, attraverso le parole della moglie di Peppe e i ricordi
miei e delle mie cugine, che la donna in foto era Giancarla Proietti.
Accantonata in un baleno la questione per cui ci trovavamo lì, ci
radunammo attorno al tavolino delle foto, manco fosse una tavola
per sedute spiritiche, ad ascoltare la storia come la sapeva la moglie
di Peppe.
A grandi linee, corrispondeva a quello che ci avevano sempre
detto in casa, ma lei ci raccontò che suo padre, il maresciallo
originario di Ancona che aveva diretto le indagini dal primo
momento, era stato sempre convinto che responsabile della morte
violenta di Giancarla fosse una delle sue lavoranti.
Se ne era convinto per via della modalità: la bastonata, il ramo
usato in quel modo, il fatto che nessun’altra pista aveva portato a
nulla.
Ma la sua convinzione, naturalmente, non bastava a formulare
nessuna vera accusa. Non aveva trovato neanche mezza prova del
coinvolgimento di nessuna delle tre donne. Ma aveva continuato a
passare ora dall’una ora dall’altra, in diversi momenti e circostanze,
per farsi un’idea più chiara. “Forse anche per fare due chiacchiere,”
aveva mormorato Olga. “Magari queste donne erano pure
simpatiche, interessanti. Con quel passato, quelle storie.”
“Be’, questo non lo so,” aveva detto sorridendo con dolcezza la
sorprendente moglie di Peppe. “So solo che si sbagliava, povero
babbo. E tanto.”
Era diventato amico di Meri, quella che all’inizio aveva sospettato
con più convinzione. Era stata lei a consegnargli la foto di Giancarla.
“Qualche volta la signora è stata pure a pranzo da noi, mi ricordo
un Natale, con il figlio che era venuto da Roma. Tu, Peppe te la
ricordi? Eravamo fidanzati, secondo me l’hai incontrata.”
Peppe non si ricordava, ma la storia la conosceva per via della
foto e perché era una di quelle storie che compongono, oltre alla
memoria familiare, quella di un luogo. Di un territorio.
A maggior ragione di un luogo che fino a una certa data non
aveva avuto giornali, depositi, archivi in cui cercare e trovare.
E poi, invece, quando i giornali erano arrivati, e già da decenni
avevano redazioni locali, la storia era tornata fuori. Dapprima perché
legata a una sentenza che aveva fatto giurisprudenza e riguardava
la questione dell’eredità De Caroli – ma su questo continuava a non
raccapezzarci nulla nessuno dei tanti, se non qualche
amministratore o studente di Legge a Macerata e Teramo, forse – e
poi perché era stato svelato, infine, il mistero di quel lontano
omicidio.
“È stato svelato?” chiese Olga. Sembrava particolarmente colpita.
“Sì, ma mica di recente. Parliamo di una trentina di anni fa!” disse
la signora Lupacchini.
“Non ne sapevamo niente,” disse Nadia.
“No,” confermai.
“Mah,” cercò di ricordare la nostra ospite. “Sarà stato a inizio anni
novanta. Babbo era morto da poco, infatti se ne è andato senza
sapere. Terribile, eh? Se non sapete nulla, ve lo dico io. Insomma,
hanno trovato un diario contenente una confessione. L’ha trovato un
restauratore dentro una cassapanca che era stata venduta vuotando
uno di questi casolari di campagna.”
“E?” chiese Olga.
“E il responsabile era un uomo di Servigliano, un cinquantenne
che aveva accumulato un piccolo patrimonio prestando soldi.”
“Un usuraio.”
“Sì, uno strozzino. Uno che aveva prestato una grossa cifra al
cugino della Proietti, non so a quale dei due: voi li conoscete meglio,
forse… O quello che aveva intrapreso la costruzione delle case per
vacanze a Porto Potenza o l’altro, quello più sciamannato. Fatto sta
che questi soldi non rientravano e questo tipo, che non è mai entrato
nelle indagini o nei sospetti perché nessuno ha mai fatto il suo nome
e nessuno sapeva di questi traffici tranne i diretti interessati, ha
pensato bene di far fuori quella povera donna così che i cugini, uno
dei due o tutti e due, ripeto, non so bene, entrassero finalmente in
possesso dell’eredità e onorassero il debito. Capito?”
“Be’, che storia,” dissi io.
“Una storia nera,” disse Nadia.
“Quindi non si trattava di un maniaco. Né di una pazza,” disse
Olga.
“No, quelle erano solo voci. Normale, eh. Ovvio pensare a ipotesi
del genere,” disse la signora.
“Mia moglie legge un sacco di quei libri lì,” aggiunse Peppe,
indicando uno scaffale pieno di thriller in brossura e romanzi noir di
una collana dalla copertina blu. “E vede pure un sacco di
sceneggiati.”
“Sarà di famiglia,” disse lei alzando le spalle.
Ci congedammo, visto che con tutte quelle storie si era fatto molto
tardi.

“Ma porca miseria,” disse Olga, subito appena montate in


macchina. “Ma nessuna di voi sapeva niente?”
“No, assolutamente,” dissi.
“Ma ti pare? Te l’avrei detto!” si scandalizzò la sorella.
“Chiama un po’ mamma,” disse Olga. Sembrava un ordine,
spiccio.
Le giornate, arrivate a quel punto della stagione, si erano
accorciate senza appello. La luce che, appena qualche decina di
giorni prima, resisteva morbida a lungo dopo il tramonto, ora spariva
di botto, lasciando il posto a un cielo nero sereno ma cupo nella sua
severità di fine ciclo.
Nadia, allacciandosi la cintura e mettendo in moto, spinse il
pulsante del vivavoce e disse: “Té-le-fono.” Dall’interno della casa
qualcuno azionò un comando e il cancello elettrico si aprì
lasciandoci uscire.
Mia cugina aveva una macchina nuova il cui sistema doveva
ancora settarsi sulla sua voce: le toccava pronunciare “telefono” in
modo molto buffo altrimenti il riconoscimento vocale non funzionava.
Nelle situazioni più varie, in solitudine o con passeggeri a bordo,
doveva scandire la parola come un robot e chiudendo la prima “e”.
Noi, immancabilmente, scoppiavamo a ridere. Ridemmo anche
quella sera, nonostante il malumore di Olga e un po’ di apprensione
perché si era fatto tardi e a casa ci aspettavano per cena. Quando
dopo tre squilli nell’abitacolo risuonò la voce di Liliana, tornammo
serie.
“Mamma,” urlò Olga dal posto dietro. “Te la ricordi la storia della
povera Giancarla Proietti?”
“Sì,” disse Liliana, che forse stava già mangiando.
“E dell’eredità De Caroli?”
“Certamente.”
“E perché non ci hai mai detto niente?”
“Che dovevo dirvi?” chiese Liliana, sorpresa.
“Chi era stato. Non ce l’hai mai detto!”
“Scusate, ma come vi viene in mente, così, all’improvviso? Dove
state, in macchina?”
“Sì, sì, siamo in macchina. Ma senti un po’, tu lo sapevi che
avevano scoperto chi era stato?”
“Eh, da un pezzo. È successo tanto tempo fa.”
Mi girai verso Olga. Ci guardammo: veniva voglia anche a me di
chiamare mia madre per chiederle se anche lei sapesse e perché
noi, invece, niente.
Liliana sembrò deglutire, a conferma che avevamo interrotto la
sua cena. “È stato quel mascalzone di usuraio. Un cravattaro, come
si dice… Uno strozzino. Un tipaccio.”
“Eh,” disse Olga. “Infatti. Ma come mai noi non lo sapevamo?”
“E che ne so io?” disse, comprensibilmente, Liliana. “Sarà venuto
fuori quando voi non c’eravate. Quando stavate a studiare. Quando
Nadia è andata a Londra.”
“Quando Nadia è andata a Londra io stavo qua,” disse Olga.
“Allora quando tu ti sei trasferita a Urbino e poi a Pesaro,” disse
Liliana.
Sì, era possibile.
“Ma dove siete? Perché torna fuori questa storia? Dove siete
state?” chiese Liliana con un tono, se non allarmato, pieno però di
stupore e attesa.
“Ma niente ma’,” disse allora Olga. “Domani ti raccontiamo.
Stiamo tornando.”

Nel tragitto verso casa, ci confrontammo sul fatto che le mie


cugine Gentili erano state tenute lontane dalla campagna, distolte
dal rilevare e continuare l’attività di famiglia, per varie ragioni,
dunque. Non solo perché non era un’attività per donne, convinzione
che loro pensavano si fosse radicata nella testa del padre per
educazione e per esperienza e non solo perché condizionato dalla
vicenda tragica di quell’amica di famiglia. Non era stato solo per
amore e per desiderio di proteggerle. Non era mai così semplice e
lineare, tutto era sempre un impasto di tante cose, di relazioni e
sistemi.
“Papà non ci voleva fra i piedi,” concluse Nadia. “È tanto
semplice, voleva continuare a fare le sue cose senza che le figlie ci
mettessero bocca.”
Olga sapeva che era vero. Ma rimpiangeva anche di non aver
potuto opporre, all’epoca, un esempio diverso, un argomento
possibile. Di ribattere al padre che c’erano state donne che,
nonostante tutto, si erano potute misurare con la ricerca, e dunque
con eventuali sconfitte e frustrazioni, con la sperimentazione, con
l’innovazione anche in agricoltura. Anche da loro, anche in passato.
Come Carlotta Parisani, di Camerino, famosa ibridatrice di frumento
di inizio Novecento che Olga aveva scoperto solo di recente
all’Accademia Georgica di Treia: una scienziata, moglie e aiutante
dell’agronomo e genetista Strampelli, alla quale recentemente era
stato riconosciuto un ruolo importantissimo nella “Rivoluzione verde”.
Era un modello alto e lontano, ma c’erano anche donne che
avevano impiantato imprese e si erano affermate in diversi ambiti,
specializzandosi in produzioni sorprendenti, dalla viticoltura fino ad
arrivare all’allevamento delle pecore, per esempio, che da sempre
erano stati domini di uomini.
Si erano fatte avanti credendoci e attingendo a una forza che
davvero sembrava derivare da qualcosa di magico e sovrumano.
Sibillino.
“Certo ci voleva un po’ di fiducia. E un po’ di positività,” mormorò
Olga. “Meno paura, meno atavica prudenza.”
“Sì, è quello che penso anche io,” dissi.
Lo sapevamo benissimo, ma ce lo ripetevamo.
“Non smetterà mai di sembrarmi una cosa anacronistica,
assurda,” disse Olga.
“Lo è,” dissi. “Lo è. Ma solo qualche decennio fa non lo era. Solo
qualche decennio fa c’era la mezzadria.”
“E solo qualche decennio fa la gente finiva in manicomio per cose
che adesso sono considerate semplici disturbi o curabilissime e
temporanee nevrosi,” disse mia cugina più grande. “Uomini e
donne.”
E Olga aggiunse, allora: “E tre decenni fa andavamo ai festival di
teatro che si svolgevano in mezzo ai campi e cominciavano alle due
di notte.”
Ridemmo al ricordo, perché anche quella era stata una follia
assurda. E pareva passato un secolo.
I primi giorni di settembre, Olga ripartì.
Voleva tornare a Pesaro, a finire dei lavori e anche per versare i
soldi direttamente nella sua banca. Aveva un assegno con il saldo,
una strisciolina di carta con il suo nome e una cifra. Un coriandolo di
carta in cambio del quadratino verde e marrone che, con la mappa
satellitare, poteva ingrandire al massimo riempiendo il monitor del
computer su cui lavorava ai suoi disegni e guardare in qualsiasi
momento come galleggiando dallo spazio, come in volo sulle creste
delle tondeggianti colline.
Lì, ancora per un po’ ci sarebbe stata la traccia delle palme. Poi,
al nuovo passaggio dell’implacabile occhio elettronico spedito in
orbita, al loro posto sarebbero apparsi gli impianti di pere della Ciuff
co.
Salvò quelle immagini e se le mise come sfondo sul computer.
Una traccia fantasmatica da avere sotto gli occhi a ogni accensione
di schermo, un impalpabile spettro mnesico come una visita dal
passato a fare compagnia nelle serate di lavoro casalingo.
Ci salutammo alla presenza di Nadia e Liliana che si
apprestavano a riprendere le attività settembrine di sempre: Nadia le
iscrizioni alla scuola di musica, Liliana la spesa, un qualche suo
esame medico e gli ultimi sprazzi di spiaggia e bagni nell’acqua più
bella di tutta l’estate.
“Ma questa storia non è mica conclusa,” mi disse ridendo
luciferina. “Parto, ma torno per la sagra del ciauscolo. Poi ci sarà,
ancora, l’estate di San Martino, e, prima di Natale, le fochere
dell’Immacolata.”
Non aveva ancora finito, con quei posti. Non li mollava davvero.
E quando la volta dopo ripassò per la sua vecchia terra alla
ricerca di una casa da comprare in paese (addirittura nello stesso
comune, la pazza!), scorse, ai lati della terra ora pettinata in filari
ordinati, un paio di ricacci di palma, teneri ma verdissimi. Riconobbe
i festuchi ribelli e irridenti che, anche nel gelo dell’inverno,
occhieggiavano tenaci e orgogliosi ai bordi del campo e sorrise
annuendo in silenzio, per nulla stupita. Se ha gradito la lettura di
questo libro la preghiamo di venire a trovarci su: marapcana.today
clicchi su questo testo e troverà la biblioteca completamente gratuita
più fornita ed aggiornata del web! La aspettiamo!
Nota

In questo libro nomi veri di paesi e località sono mescolati a nomi di finzione
per le ragioni “dell’arte”: la Valferonia non esiste nella realtà, ma esistono
decine di Valferonie nel Centro Italia, accomunate da un passato centenario di
mezzadria, dal paesaggio modellato da quel tipo di organizzazione, dall’aver
fatto parte per quasi un millennio dello Stato Pontificio. Ho voluto rendere
omaggio ai paesi colpiti dal terremoto, ma per quel che riguarda gli altri mi
sono presa la libertà di trattarli alla stregua di personaggi, dunque narrando,
inventando, esagerando, distorcendo: facendone, insomma, luoghi di
invenzione tra fiaba e incubo, così come lo sono certe storie fantastiche dei
Sibillini.
A questo proposito, la versione della leggenda della Sibilla è quella
contenuta in Segreti e storie popolari delle Marche di Antonio De Signoribus
(Newton Compton), da cui provengono pure le figure delle faterelle ballerine,
della stendechina e il mistero della casa nella buca d’aria.
Fra i testi che ho tenuto accanto a me nella stesura di questo romanzo,
vorrei citare Agricoltura e mondo contadino di Sergio Anselmi (il Mulino),
Storia del paesaggio agrario italiano di Emilio Sereni (Laterza), Le Marche
nella mezzadria. Un grande futuro alle spalle a cura di Francesco Adornato
(Quodlibet), il volume fotografico Terre scritte di Mario Giacomelli (Silvana) e,
per il racconto sulle donne del passato, Ammalò di testa di Annacarla
Valeriano (Donzelli).

S.B.
Indice

La nuova stagione