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Terry Pratchett

 L’Ultimo Continente 
Il Mondo Disco è un mondo ed uno specchio di mondi.
Questo non è un libro che parla dell'Australia. No, si tratta di un posto completamente diverso, ma che ha
qualcosa, qua e là, di un po'. . . Australiano.
Insomma. . . non c'è problema, giusto?

2
Una tartaruga nuota tra le stelle, portando quattro elefanti sul suo guscio.
Sia la tartaruga che gli elefanti sono più grandi di quanto ci si potrebbe aspettare, ma nello spazio la differen-
za tra grande e minuscolo è, relativamente parlando, molto piccola.
Ma questa tartaruga e questi elefanti sono, per gli standard di tartarughe ed elefanti, grandi. Portano il Mondo
Disco, con le sue vaste terre, le sue distese nuvolose ed i suoi oceani.
La gente non vive sul disco più di quanto, in parti meno creative del multiverso, altri vivono su sfere. Oh, i
pianeti possono essere il luogo in cui il loro corpo solido beve il suo tè, ma loro vivono altrove, in mondi pro-
pri, che orbitano molto comodamente attorno al centro della loro testa.
Quando gli déi si riuniscono, raccontano la storia di un particolare pianeta in cui gli abitanti guardano, con mi-
te interesse, enormi lastre-continentali che si schiantano contro pareti ghiacciate di un altro mondo che è, in
termini astronomici, proprio accanto - e non fanno assolutamente nulla, perché questo genere di cose succede
solo nello Spazio Esterno. Una specie intelligente, però, avrebbe per lo meno trovato qualcuno con il quale
lamentarsi. In ogni modo, nessuno crede davvero a questa storia dato che una razza così stupida non avrebbe
mai nemmeno scoperto lo Slood1.
Le persone credono in ogni genere di cose, tuttavia. Ad esempio, ci sono alcune persone che credono alla leg-
genda per la quale l'universo intero si trova in una borsa di pelle appartenente ad un vecchio.
Ed in effetti hanno ragione.
Altri dicono: ma dai, se questo tizio ha l'intero universo in un sacco, giusto?, vuol dire che lui stesso ed il sac-
co sono dentro il sacco che sta portando, perché l'universo contiene tutto. Compreso lui. Ed il sacco, natural-
mente. Che contiene già lui ed il sacco. E così via.
Al che la risposta è: allora?
Tutti i miti tribali sono veri, per un dato valore di 'vero'.

Si tratta di una prova generale dell'onnipotenza di un dio il fatto che possano assistere alla planata di un picco-
lo uccellino. Ma un solo dio prende appunti e si annota alcuni aggiustamenti, in modo che la prossima volta
può farlo scendere più veloce e più lontano.
Potremmo scoprire perché.
Potremmo scoprire perché l'umanità è qui, anche se è più complicato e pone la domanda 'Dove altro dovrem-
mo essere?', e sarebbe terribile pensare che qualche divinità impaziente potrebbe separare le nuvole e dire,
'Accidenti, sei ancora qui? Pensavo che avessi scoperto l'Antartide diecimila anni fa! Ho diecimila miliardi di
tonnellate di ghiaccio in arrivo per Lunedi!'.
Potremmo anche scoprire il perché dell'ornitorinco2.

La neve, spessa e umida, cadeva sui prati e sui tetti dell'Università Invisibile, la primissima scuola di magia
del Mondo Disco.
Era neve appiccicosa, che faceva sembrare tutto come un costosissimo ed insipido ornamento, e si stava incro-
stando attorno agli stivali di McAbre, Capo Sanguefreddo, mentre arrancava attraverso la fredda, impervia
notte.
Altri due Sanguefreddi3 uscirono a ridosso di un contrafforte e filarono dietro di lui in una marcia solenne ver-
so i cancelli principali.

1
Molto più facile da scoprire del fuoco, e poco più difficile da scoprire dell’acqua.*
*Lo Slood è una sostanza naturale che può essere scoperta da esseri intelligenti. La Teoria Speciale dello Slood è stata
scoperta dall'Arcicancelliere Sloman, ed una finestra in vetro rappresentante questo evento è stata posta nella sala del
Consiglio dell'Università. Scuotivento ha ricoperto la posizione di Docente di Dinamica dello Slood. N.d.t.
2
Non perché è qualcosa in particolare. Ma perché è.

3
Era una vecchia usanza, secolare, ed in estate alcuni turisti avrebbero fatto la fila per assistervi, ma la Cerimo-
nia delle Chiavi continuava ogni sera di ogni stagione. Il ghiaccio, il vento e la neve non avevano mai avuto il
potere di fermarla. I Sanguefreddi si erano spesso arrampicati sopra mostruosità tentacolari per fare la cerimo-
nia; avevano guadato i fiumi attraverso le rapide, agitato le loro bombette contro piccioni erranti, arpie e dra-
ghi, e semplicemente ignorato docenti che avevano spalancato le finestre delle camere urlando imprecazioni
sulle linee di 'Volete fermare quel maledetto baccano? A che diavolo serve!'. Non si erano mai fermati, e
neanche pensato di fermarsi. Non si poteva fermare la Tradizione. Ci si poteva solo aggiungere qualcosa.
I tre uomini raggiunsero le ombre dal cancello principale, offuscato dalla neve turbinante. Il Sanguefreddo di
turno li stava aspettando.
“Alt! Chi Va Là?” gridò.
McAbre fece il saluto. “Le Chiavi Dell'Arcicancelliere!”
“Passa Pure, Le Chiavi Dell'Arcicancelliere!”
Il capo Sanguefreddo fece un passo avanti, distese le braccia di fronte a sé con le palme piegate verso di lui, e
si tastò il petto nel posto in cui alcuni Sanguifreddi ormai deceduti avevano una volta avuto due tasche sul da-
vanti. Pat, pat.
Poi stese le braccia lungo i fianchi e toccò rigidamente i lati della giacca. Pat, pat.
“Dannazione! Avrei Giurato Di Averle Fino A Un Attimo Fa!” urlò, scandendo ogni parola con l'attenzione
che avrebbe potuto avere un bulldog.
Il custode fece il saluto. McAbre fece il saluto.
“Hai Guardato In Tutte Le Tasche?”
McAbre fece il saluto. Il custode fece il saluto.
Una piccola piramide di neve si stava accumulando sulla sua bombetta.
“Credo Di Averle Lasciate Sul Comodino. Fa Lo Stesso, Vero?”
“Dovresti Ricordarti Dove Le Hai Messe!”
“Aspetta Un Attimo, Forse Sono Nella Mia Altra Giacca!”
Il giovane Sanguefreddo che era il Custode di questa settimana dell'Altra Giacca si fece avanti. Ogni uomo fe-
ce il saluto agli altri due. Il più giovane si schiarì la gola e riuscì a dire:
“No, Ho Guardato. . .Questa. . . Mattina!”
McAbre fece un lieve cenno del capo come per riconoscere un lavoro difficile fatto bene, e tastò di nuovo le
tasche.
“Aspetta, Porcamiseria, Erano Nella Tasca! Che Babbeo Che Sono!”
“Non Ti Preoccupare, Fa Lo Stesso!”
“Quanto Mi Vergogno! Un Giorno Di Questi Mi Dimenticherò Anche La Testa!”
Da qualche parte nel buio una finestra scricchiolò.
“Ehm, scusatemi, signori . . .”
“Ecco Le Chiavi, Finalmente!” Disse Mcabre, Alzando La Voce.
“Molto Riconoscente!”
“. . . mi chiedo se si potreste . . .” la voce querula continuò, scusandosi anche solo per il fatto che si stesse la-
mentando.
“Adesso Sono Sane E Salve!” gridò il custode, consegnando le chiavi.
“. . . abbassare un po' la voce.”
“Che Gli Dei Benedicano Tutti I Presenti!” urlò McAbre, le vene che marcavano il grosso collo.
“Attenzione A Dove Le Metti, Questa Volta. Ha! Ha! Ha!”

3
Un incrocio tra un portinaio ed un poliziotto. Un Sanguefreddo non è scelto per la sua immaginazione, perché molto
spesso ne è totalmente privo.

4
“Ho! Ho! Ho!” urlò McAbre, fuori di sé dalla rabbia. Salutò rigido, si girò e se ne andò calcando inutilmente i
piedi, dopo che l'antico scambio era andato a termine, dirigendosi verso la loggia dei Sanguefreddi e borbot-
tando sottovoce.
La finestra del piccolo sanatorio dell'Università si richiuse.
“Quell'uomo fa davvero venire voglia di imprecare” disse il Tesoriere. Si frugò in tasca e ne tirò fuori la pic-
cola scatola verde di pillole di rana essiccata, rovesciandone alcune mentre armeggiava con il coperchio.
“Gli ho mandato un sacco di lamentele scritte. Dice che è la tradizione ma, non so, è così. . . chiassosa. . .” tirò
su col naso. “Come sta?”
“Non molto bene” disse il Decano.
Il Bibliotecario era molto, molto malato.
La neve stessa intonacava i vetri della finestra chiusa.
C'era un mucchio di coperte davanti al fuoco scoppiettante. Occasionalmente rabbrividiva. I maghi guardava-
no con apprensione.
Il Docente di Rune Recenti stava sfogliando febbrilmente le pagine di un libro.
“Io dico, come facciamo a sapere se si tratta di vecchiaia o no?” disse. “Che cosa è la vecchiaia per un orangu-
tan? E poi è un mago. E trascorre tutto il suo tempo nella Biblioteca. È immerso nelle radiazioni magiche per
tutto il tempo. In qualche modo l'influenza sta attaccando il suo campo morfico, ma questo potrebbe essere
provocato da qualsiasi cosa.”
Il Bibliotecario starnutì.
E cambiò forma.
I maghi guardarono con tristezza qualcosa simile ad una comoda poltrona che qualcuno aveva, per qualche ra-
gione, rivestito in pelliccia rossa.
“Cosa possiamo fare per lui?” disse Ponder Stibbons, il più giovane membro della Facoltà.
“Potrebbe sentirsi più felice con alcuni cuscini.” rispose Ridcully.
“Questa era un po' cattiva, Arcicancelliere, se mi posso permettere.”
“Che cosa? A tutti piacciono dei comodi cuscini, quando ti senti un po' giù di corda, non è così?” disse l'uomo
per cui ogni malattia era un mistero.
“Si è trasformato in un tavolo questa mattina. Mogano, credo. Per lo meno sembra essere in grado di mantene-
re il suo colore.”
Il Docente di Rune Recenti chiuse il libro con un sospiro. “Ha certamente perso il controllo della sua funzione
morfica.” disse. “Non è così sorprendente, suppongo. Una volta che è cambiato la prima volta, cambierà di
nuovo molto più facilmente, temo. Un fatto piuttosto comune.”
Guardò il sorriso congelato dell'Arcicancelliere e sospirò. Mustrum Ridcully era noto per non sforzarsi più di
un tanto a capire le cose, se c'era già qualcuno in giro a farlo per lui.
“È molto difficile cambiare la forma di un essere vivente, ma una volta che è stato fatto è molto più facile da
fare la volta successiva.” tradusse in parole semplici.
“Può ripetere?”
“Era un uomo prima che fosse una scimmia, Arcicancelliere. Si ricorda?”
“Oh. Sì.” disse Ridcully. “E' davvero curioso, il modo in cui ci si abitua alle cose. Le scimmie e gli esseri
umani sono legati, come dice il giovane Ponder qui.”
Gli altri maghi avevano uno sguardo vuoto. Ponder fece una smorfia.
“Mi ha mostrato alcuni degli scritti invisibili.” disse Ridcully. “Roba avvincente.”
Gli altri maghi guardarono in modo torvo Ponder Stibbons, come si farebbe con un uomo sorpreso a fumare in
una fabbrica di fuochi d'artificio. Così ora sapevano a chi dare la colpa. Come al solito. . .
“E secondo lei è così saggio, signore?” disse il Decano.

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“Beh, a quanto pare sono l’Arcicancelliere, da queste parti, Decano.” rispose calmo Ridcully.
“Un fatto ciecamente ovvio, Arcicancelliere.” mormorò il Decano. Si sarebbe potuto tagliare il formaggio con
il suo tono.
“Dovrò pur avere degli interessi. Un’etica, sa com'è.” disse Ridcully. “La mia mente è sempre aperta. Mi vedo
come un membro della squadra.” Ponder trasalì di nuovo.
“Io non penso di essere imparentato con nessuna scimmia.” disse il Sommo Algebrico pensieroso. “Voglio di-
re, l'avrei dovuto sapere prima, no? Sarei stato invitato ai matrimoni e così via. I miei genitori avrebbero detto
qualcosa come: ‘Non preoccuparti per lo zio Charlie, questo è il suo odore naturale’, non è così? E ci sarebbe-
ro stati ritratti di. . .”
La sedia starnutì. Ci fu uno spiacevole momento di incertezza morfica, ed il Bibliotecario passò alla sua vec-
chia forma tramite un processo tentacolare. I maghi lo osservavano con attenzione per vedere cosa sarebbe
successo dopo.
Era difficile ricordare il tempo in cui il Bibliotecario era un essere umano. Certamente nessuno riusciva a ri-
cordare il suo aspetto, o tantomeno il suo nome.
Un esplosione magica, che è sempre un rischio in un posto come la Biblioteca, dove vengono conservati così
pericolosamente insieme tanti libri di magia instabile, lo aveva tramutato molti anni prima in una forma
scimmiesca. Da allora non aveva mai guardato indietro, e spesso non aveva guardato neanche giù. La sua
grande forma pelosa, oscillando appesa per le braccia da uno scaffale alto mentre risistemava i libri con i pie-
di, lo aveva fatto diventare popolare in tutto il corpo dell’Università; la sua devozione al dovere era stata un
esempio per tutti.
L'Arcicancelliere Ridcully, nella cui mente quest'ultima frase era un tradimento organizzato fine a sé stesso, si
rese conto che stava inconsciamente preparando un necrologio.
“Qualcuno ha chiamato un dottore?” chiese.
“Questo pomeriggio è venuto Jimmy Ciambella4.” disse il Decano. “Ha cercato di misurargli la temperatura
ma temo che il Bibliotecario lo abbia morso.”
“Lo ha morso? Con un termometro in bocca?”
“Ah. Non esattamente. Infatti è proprio questo il motivo della sua aggressione.”
Ci fu un momento di silenzio solenne. Il Sommo Algebrico prese una zampa di pelle nera e la accarezzò va-
gamente.
“Il libro dice per caso se le scimmie hanno il battito?” chiese. “E il naso dovrebbe essere freddo, o cosa?”
Vi fu un rumore leggero, come può essere fatto da una mezza dozzina di persone che trattengono il fiato in
una volta sola. Gli altri maghi cominciarono ad allontanarsi lentamente dal Sommo Algebrico.
Per alcuni secondi non vi fu nessun altro suono se non il crepitio del fuoco e l'ululato del vento fuori dalla fi-
nestra.
I maghi si avvicinarono di nuovo.
Il Sommo Algebrico, nei toni attoniti di qualcuno ancora in possesso di tutte le sue facoltà, molto lentamente
si tolse il cappello a punta. Questo era qualcosa che un mago avrebbe fatto solo nella più cupa delle circostan-
ze.
“Beh, questo è tutto.” disse. “Povero amico, sulla strada di casa. Verso i grandi campi celesti.”
“Ehm. foresta pluviale, forse.” lo corresse Ponder Stibbons.
“Forse la signora Whitlow potrebbe fargli un po' di minestra calda?” propose il Docente di Rune Recenti .

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Il veterinario capo di Ankh-Morpork, generalmente chiamato dalle persone di fronte a disturbi troppo gravi per essere
attendibilmente curati da chiunque eserciti una professione medica generale. Il punto debole di Ciambella era la sua atti-
tudine ad assumere che ogni suo paziente fosse, in misura maggiore o minore, un cavallo da corsa.

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L'Arcicancelliere Ridcully pensò alla calda minestra nutriente della governante. “Se non ammazza, ingrassa,
suppongo.” mormorò. Accarezzò attentamente il Bibliotecario. “Riprenditi, vecchio mio.” disse. “Rimettiti in
piedi e continua a dare un contributo all'Università.”
“Nocche.” disse il Decano cercando di rendersi utile.
“Come?”
“È una scimmia, no? Nocche, piuttosto che piedi.”
“Rotelle, ora come ora.” disse il Docente di Rune Recenti.
“Non siate così sarcastici.” disse l'Arcicancelliere.
I maghi uscirono dalla stanza. Dal corridoio venivano le loro voci lontane:
“Sembrava molto pallido intorno al copridivano, in realtà.”
“Siamo sicuri che esista una cura?”
“L'Università non sarebbe la stessa cosa senza di lui.”
“Sicuramente unico nel suo genere.”
Quando se ne furono andati il Bibliotecario si allungò cautamente, tirò un lembo di coperta sulla testa, coccolò
la sua borsa dell'acqua calda e starnutì.
Ora c'erano due borse di acqua calda, di cui una molto più grande rispetto agli standard e coperta di morbida
pelliccia rossa.

La luce viaggia lentamente sul disco ed è leggermente pesante, con una tendenza ad accumularsi contro le alte
catene montuose. I maghi ricercatori hanno ipotizzato che ci sia un altro e molto più veloce tipo di luce che
permette alla luce lenta di essere vista, ma dal momento che questa si muove troppo veloce per essere vista,
non sono riusciti a trovare un impiego per essa.
Ciò significa che, nonostante il disco sia piatto, in tutto il mondo non si sperimenta lo stesso tempo o, in man-
canza di un termine migliore, allo stesso tempo. Infatti, mentre ad Ankh- Morpork era così tardi che si poteva
dire fosse già mattina, altrove era....
....ma in questo posto non c'erano ore. C'era l'alba ed il tramonto, la mattina ed il pomeriggio, e presumibil-
mente c'era anche la mezzanotte ed il mezzogiorno, ma soprattutto c'era caldo. E rosso. Qualcosa di così arti-
ficiale ed umano come un'ora non sarebbe durata cinque minuti qui. Si sarebbe seccata e raggrinzita in pochi
secondi.
Soprattutto, c’era silenzio. Non era il freddo, desolante silenzio dello spazio infinito, ma il bruciante silenzio
organico che si ottiene quando, attraverso un migliaio di chilometri di scintillante orizzonte rosso, ogni cosa è
troppo stanca per emettere un qualsiasi suono.
Ma, quando l'orecchio dell'osservazione arranca attraverso il deserto, percepisce qualcosa di simile ad un can-
to, come una litania che lotta contro il silenzio, simile ad una mosca che sbatte contro il vetro della finestra
dell'universo.
La fonte ormai senza fiato del suono non era ben visibile, essendo immersa in una buca scavata nella terra ros-
sa; di tanto in tanto un piccolo mucchio di terra gli cadeva accanto. Un cappello sbiadito e malconcio ondeg-
giava a tempo con la stonata melodia. La parola 'Maggo' era, forse una volta, stata ricamata su di esso con del-
le paillette. La maggior parte erano cadute, ma la parola era ancora lì, brillante di rosso dove il colore origina-
le del cappello era rimasto. Diverse decine di piccole mosche gli orbitavano attorno.
Le parole erano di questo tipo:
"Larve! Questo è quello che mangeremo! Ecco perché le chiamano larve! E perché cerchiamo le larve? Perché
siamo qui per questo! Evviva!”

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Un'altra palata di terra si aggiunse al mucchio, e la voce disse, un po' più tranquillamente, “Mi chiedo se si
possano mangiare anche le mosche.”
Dicono che il caldo e le mosche in questo luogo possano rendere folle un uomo. Ma non dovete crederci, e
non dovete nemmeno credere al luminoso elefante di malva che è appena passato pedalando su un monociclo.
Stranamente, il pazzo nel buco era l'unica persona sul continente che attualmente avrebbe potuto gettare qual-
siasi tipo di luce su un piccolo dramma che si stava svolgendo ad un migliaio di chilometri di distanza e diver-
si metri sotto terra, dove il minatore opalino noto solo ai suoi compagni come ‘Diamine’ era in procinto di fa-
re la scoperta più pericolosa e più preziosa della sua carriera.
Diamine scavò nella roccia spostando la polvere dei millenni, e qualcosa brillò alla luce delle candele.
Era verde, come un gelido fuoco verde.
Con estrema attenzione, la sua mente improvvisamente congelata come la luce sotto le sue dita, prese la roccia
allentata dal piccone. L'opale raccolse e rifletté sempre più luce sul suo volto, una volta che i detriti furono ca-
duti. Sembrava che non ci potesse essere mai fine al bagliore.
Finalmente l'uomo poté espirare.
“Diamine!”
Se avesse trovato un piccolo pezzo di opale verde, delle dimensioni di un fagiolo, avrebbe chiamato i suoi
compagni e l'avrebbe subito speso per un paio di birre. Un pezzo delle dimensioni del suo pugno lo avrebbe
fatto saltare sul pavimento. Ma con questo. . . era ancora lì, a spazzolarlo delicatamente con le dita, quando gli
altri minatori notarono la luce e si precipitarono.
O almeno. . . iniziarono a precipitarsi. Mentre si avvicinavano, però, rallentarono fino ad una sorta di cammi-
nata reverenziale.
Nessuno disse nulla per un momento. La luce verde brillava sui loro volti.
Poi uno degli uomini sussurrò: “Buon per te, Diamine.”
“Non c'è abbastanza denaro in tutto il mondo, amico.”
“Attenzione, potrebbe essere solo smalto. . .”
“Varrebbe comunque due soldi. Vai avanti, Diamine. . . tirarlo fuori.”
Lo fissavano come gatti, quando il buco cominciò ad allargarsi e caddero rocce su rocce. E ancora rocce.
Ora le dita di Diamine cominciavano a tremare.
“Attento, amico. . . si vede un lato di. . .”
Gli uomini fecero un passo indietro, appena gli ultimi pezzi di terra scura caddero.
La cosa era oblunga, anche se il bordo inferiore era un miscuglio di opale contorto e sporcizia.
Diamine invertì il piccone e cominciò a battere il manico di legno contro il cristallo incandescente.
“Diamine, non è buono.” disse. “Dovevo saperlo. . . “
Batté la roccia.
Echeggiò.
“Non può essere vuoto, vero?” disse uno dei minatori.
“Mai sentito parlare di una cosa simile.”
Diamine prese un piede di porco.
“Bene! Facc-“
Ci fu un debole plink. Un grande pezzo di opale si staccò in prossimità del fondo. Si rivelò essere più spesso
di un piatto.
Rivelò anche un paio di dita, che si muovevano molto lentamente dentro il loro guscio iridescente.
“Oh, Diamine.” disse un minatore, quando le dita si allungarono “E' vivo.”

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Ponder sapeva che non avrebbe mai dovuto lasciare che Ridcully guardasse gli scritti invisibili. Non era forse
un principio di base quello di non lasciare che il tuo datore di lavoro sappia effettivamente cosa fai tutto il
giorno?
Ma non importa quali precauzioni prendi, prima o poi il boss deve entrare e curiosare e dire cose come, 'E'
questo il tuo lavoro, allora? ' e 'Come si chiama quella cosa con la tastiera?'
E questo era stato particolarmente problematico per Ponder, perché la lettura degli scritti invisibili era un lavo-
ro delicato e meticoloso, adatto al tipo di temperamento che segue il Grand Prix Continental Drift e si occupa
di montagne bonsai come hobby o addirittura guida una Volvo. Aveva bisogno di cure maniacali. Aveva biso-
gno di una mente in grado di godere nel fare puzzle in una stanza buia. Non aveva bisogno di Mustrum
Ridcully.
L'ipotesi dietro gli scritti invisibili era ridicolmente complicata. Tutti i libri sono debolmente collegati nello
spazio-L e, di conseguenza, il contenuto di ogni libro mai scritto o ancora da scrivere può, nelle giuste circo-
stanze, essere dedotto da uno studio sufficientemente attento dei libri già esistenti. Esistono libri a potenzialità
futura, per così dire, allo stesso modo in cui uno studio sufficientemente dettagliato di una manciata di melma
primordiale potrebbe accennare alla futura esistenza dei cracker di gamberi.
Ma le tecniche primitive utilizzate finora, sulla base di antichi incantesimi come l' Inaffidabile Algoritmo del
Tortino Zen, avevano fatto sì che ci fossero voluti anni per mettere insieme lo straccio di una pagina di un li-
bro non scritto.
Fu soprattutto il genio di Ponder ad aver trovato un modo per aggirarlo considerando la frase 'Come fai a sa-
pere che non è possibile fino a quando non hai provato?'
E gli esperimenti con Hex, il motore pensante dell'Università, avevano scoperto che, in effetti, molte cose non
sono impossibili fino a quando non sono state provate.
Come un governo che emana solo leggi costose vietando qualcosa di nuovo ed interessante quando la gente ha
effettivamente trovato il modo di farla, l'universo è basato fin troppo su cose non provate affatto.
Quando qualcosa è provato, aveva scoperto Ponder, spesso non si rivela essere impossibile molto rapidamen-
te, ma richiede un po' di tempo per essere davvero così5 in effetti, le leggi della causalità sempre oberate di la-
voro cercano di arrivare il più in fretta possibile sulla scena e fanno finta che non sia stato possibile per tutto il
tempo. Utilizzare Hex per rifare il tentativo in modi diversi ad altissima velocità, aveva portato ad un alto tas-
so di successo, ed ora stava assemblando interi paragrafi in poche ore.
“È come un trucco d'illusionismo.” aveva detto Ridcully “Tiri via la tovaglia prima che i piatti e le stoviglie si
ricordino di cadere.”
E Ponder era trasalito, dicendo, “Sì, proprio così, Arcicancelliere. Ben detto.”
Il che aveva portato a tutta una serie di problemi su Come Gestire Dinamicamente le Persone per Ottenere Ri-
sultati Dinamici in un Modo Affettuosamente Autorizzato in un Tempo Alquanto Dinamicamente Breve.
Ponder non sapeva quando questo libro sarebbe stato scritto, o addirittura in che mondo avrebbe potuto essere
pubblicato, ma sarebbe ovviamente stato popolare per il fatto che spesso le reti a strascico dello spazio-L sono
bucate. E forse non si trattava nemmeno un solo libro.
Ed i frammenti erano sulla scrivania di Ponder proprio quando Ridcully stava gironzolando lì intorno.
Purtroppo, come la maggior parte delle persone che sono istintivamente negate in qualcosa, l'Arcicancelliere
si vantava di quanto bravo fosse in quel qualcosa. Ridcully stava alla gestione come il re Erode stava all'Asso-
ciazione di Asili di Betlemme.

5
Nel caso della fusione fredda ci vuole più tempo.

9
Il suo approccio mentale si sarebbe potuto vedere come una sorta di diagramma di flusso con, in alto, un cir-
colo intitolato 'Io, il direttore di tutto' e, sotto di esso, collegato da una linea, un grande cerchio intitolato 'Tutti
gli altri'.
Fino ad ora tutto ciò aveva funzionato abbastanza bene perché, anche se Ridcully era un manager impossibile,
l'Università era impossibile da gestire e così tutto funzionava perfettamente.
E avrebbe continuato a farlo se lui non avesse improvvisamente cominciato a fissarsi con la preparazione di
pacchetti per lo sviluppo della carriera e, peggio di tutto, descrizioni e rapporti di lavoro.
Come il Docente di Rune Recenti aveva affermato: “Mi ha chiamato e mi ha chiesto che lavoro ho fatto, esat-
tamente. Avete mai sentito parlare di una cosa del genere? Che razza di domanda è? Si tratta di una universi-
tà!”
“A me ha chiesto se avevo delle preoccupazioni personali.” disse il Sommo Algebrico. “Non vedo perché do-
vrei tormentarmi per questo genere di cose.”
“E avete visto quel cartello sulla sua scrivania?” disse il Decano.
“Vuoi dire quello che dice, ‘Chi la dura la vince.’?”
“No, l'altro. Quello che dice, ‘Quando sei immerso fino al sedere negli alligatori, oggi è il primo giorno del
resto della tua vita.’.”
“E questo significa. . .?”
“Non credo che debba significare nulla. Penso che sia lì solo per essere.”
“Essere cosa?”
“Pro-attivo, credo. E 'una parola che usa sempre.”
“Che cosa significa?”
“Beh. . . a favore dell'attività, immagino.”
“Davvero? E' pericoloso. Nella mia esperienza, l'inattività ti passa attraverso.”
Complessivamente, non era un'Università felice in questo momento, ed pasti erano i peggiori. Ponder tendeva
ad essere isolato ad una estremità della Grande Tavola come l'architetto involontario di questa improvvisa
tendenza da parte dell'Arcicancelliere a cercare di unire tutti In Una Squadra di Uomini Sottili ed Aggressivi. I
maghi non avevano intenzione di essere sottili, ma erano sempre aggressivi in qualsiasi cosa.
E soprattutto, l'improvviso interesse di Ridcully nell'interessarsi fece sì che Ponder dovette spiegare qualcosa
circa il suo attuale progetto, ed un aspetto di Ridcully che non era cambiato era la sua orribile abitudine di,
Ponder sospettava, equivocare volutamente le cose.
Ponder era stato a lungo colpito dal fatto che il Bibliotecario, una scimmia - almeno in generale una scimmia,
anche se quella sera sembrava aver optato per essere una piccola tavola apparecchiata con un servizio da tè
ricoperta di pelo rosso - fosse, insomma, di forma così umana. In effetti, la maggior parte delle cose ha prati-
camente la stessa forma. Quasi tutto quello che incontri è più o meno una specie di tubo complicato con due
occhi e quattro braccia o gambe o ali. Oh, o a forma di pesce. O di insetto. Va bene, anche di ragno. Ed un
paio di cose strane, come le stelle marine ed i cetrioli di mare. Ma rimaneva ancora una notevole serie di for-
me fantasiose. Dov'erano le scimmie a sei braccia e sei occhi, che si arrampicavano attraverso i rami della
giungla?
Oh, sì, anche i polpi, ma alla fine sono solo una specie di ragni sottomarini. . .
Ponder aveva curiosato nel Museo, più o meno abbandonato, delle Cose Inusuali dell'Università, ed aveva no-
tato qualcosa di strano. Chi aveva progettato gli scheletri delle creature aveva ancora meno fantasia di chi
aveva costruito l'esterno. Almeno il secondo aveva provato qualche novità nel reparto macchie, lana e strisce,
ma il costruttore delle ossa aveva solamente messo un teschio su una cassa toracica, aggiunto un bacino, attac-
cato su di esso alcune braccia e gambe ed aveva oziato per il resto della giornata. Alcune casse toraciche erano
più lunghe, alcune gambe erano più corte, alcune mani diventavano ali, ma tutti sembravano essere basati su
un disegno, un formato allungato o ridotto uguale per tutti.

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Senza essere sorpreso, Ponder si era accorto di essere l'unico che trovava tutto ciò interessante. Aveva fatto
notare alla gente che i pesci erano incredibilmente a forma di pesce, e allora lo avevano guardato come se fos-
se impazzito.
Paleontologia ed archeologia e altri lavori sporchi non erano materie che normalmente interessavano ai maghi.
Le cose sono sepolte per un motivo, dicevano. Non ha senso chiedersi cosa fossero. Non andare a dissotterrare
le cose, nel caso in cui poi non ti permettano di essere sepolte di nuovo.
La teoria più coerente era quella che gli raccontava la sua nutrice quando era piccolo. Le scimmie, aveva det-
to, erano cattivi ragazzini che non erano rientrati a casa quando qualcuno gli aveva chiamati, e le foche erano
cattivi ragazzini che avevano poltrito sulla spiaggia invece di partecipare alle loro lezioni. Non aveva detto
che gli uccelli erano cattivi ragazzini che erano andati troppo vicino al bordo della scogliera, e in ogni caso le
meduse sarebbero state più probabili, ma Ponder era convinto che, per quanto innocuamente folle la donna
fosse stata, poteva aver avuto l'illuminazione sul punto esatto della situazione. . .
Passava la maggior parte delle notti monitorando Hex mentre stampava gli scritti invisibili per eventuali sug-
gerimenti. In teoria, a causa della natura dello spazio-L, era tutto assolutamente a sua disposizione, ma ciò si-
gnificava che era più o meno impossibile trovare qualunque cosa si stesse cercando, il che è lo scopo dei com-
puter.
Ponder Stibbons era una di quelle persone sfortunate, maledette con la convinzione che, se solo avesse scoper-
to abbastanza cose sull'universo, tutto avrebbe avuto, in qualche modo, un senso. L'obiettivo era la Teoria del
Tutto, ma Ponder si era concentrato di più sulla Teoria del Qualcosa e, a tarda notte, quando Hex sembrava
piuttosto irritato, si disperava anche di una Teoria del Nulla.
E quello che aveva sorpreso Ponder era stato che i maghi anziani avevano approvato Hex, nonostante tutti i
commenti sulle linee di 'Ai miei tempi eravamo abituati a pensare da soli.' I maghi erano tradizionalmente
competitivi, e, mentre l'Università Invisibile stava attraversando un lungo periodo di pace e tranquillità, con
nessuno degli omicidi informali che un tempo ne avevano fatto un luogo così mortalmente eccitante, un mago
anziano diffidava sempre di un giovanotto che stava facendo strada, dal momento che tradizionalmente la sua
strada sarebbe potuta passare attraverso il taglio netto della sua giugulare.
Quindi c'era qualcosa di confortante nel sapere che alcuni dei migliori cervelli dell'Università, che una genera-
zione prima sarebbero stati coinvolti in piani molto interessanti che avrebbero coinvolto botole sul pavimento
e carta da parati esplosiva, stavano spendendo tutta la notte nell’Edificio di Magia ad Alta Energia, cercando
di insegnare ad Hex a cantare 'Lydia la Dama Tatuata', esultando nell'ottenere da una macchina, dopo sei ore
di lavoro, una cosa che qualsiasi essere umano preso dalla strada avrebbe fatto per due soldi, quindi vomitare
a causa della pizza banana-e-sushi e addormentarsi sulla tastiera.
Gli anziani la chiamavano tecnomanzia, e dormivano un po' più tranquilli nei loro letti nella consapevolezza
che Ponder ed suoi studenti non dormivano nei loro.
Ponder doveva essere crollato, perché fu svegliato poco prima delle 2:00 da un grido e si rese conto che era a
faccia in giù nella metà della sua cena. Tirò via un pezzo di banana al gusto di sgombro dalla guancia, lasciò
Hex a cliccare tranquillamente attraverso la sua routine e seguì il rumore.
Il tumulto lo condusse alla sala di fronte alle grandi porte che conducono alla Biblioteca. Il Tesoriere giaceva
sul pavimento, mentre qualcuno lo sventolava con il cappello del Sommo Algebrico.
“A quanto pare, Arcicancelliere”, disse il Decano, “il poveretto non riusciva a dormire ed è venuto giù per un
libro.”
Ponder guardò le porte della Biblioteca. Una grande striscia di nastro adesivo nero e giallo era stata appiccica-
ta su di esse, assieme ad un cartello che diceva: Pericolo, Non Entrarre In Nessuna Circostanza. Al momento
era appeso fuori, e le porte erano socchiuse. Questa non era una sorpresa. Ogni vero mago, di fronte a un se-
gnale come 'Non aprire questa porta. Davvero. Seriamente. Non stiamo scherzando. L'apertura di questa porta
significherà la fine dell'universo', aprirebbe automaticamente la porta per vedere a cosa avrebbe portato vera-
mente tutto questo trambusto. Questo faceva si che i segnali fossero una perdita di tempo, ma almeno signifi-

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cava che al momento in cui avresti consegnato ai suoi parenti in lutto ciò che ne era rimasto, ovvero l'urna con
le ceneri, potevi dire 'Glielo avevamo detto, di non farlo'.
C'era silenzio ed oscurità dall'altro lato della porta.
Ridcully allungò un dito e la spinse leggermente.
Dietro di essa qualcosa fece un rumore svolazzante e le porte vennero chiuse di colpo. I maghi saltarono
all'indietro.
"Non rischi, Arcicancelliere!" disse il Professore degli Studi Indefiniti. "Ho cercato di entrare poco fa e l'intera
sezione di Saggi Critici era DAVVERO critica!'
Una luce blu tremolava al di sotto della porta.
Altrove, qualcuno avrebbe detto, 'Sono solo libri! I libri non sono pericolosi!'
Ma anche i libri ordinari sono pericolosi, e non solo quelli come Costruisci il Tuo Esplosivo al Plastico in
Modo Professionale. Un uomo si siede in qualche museo da qualche parte e scrive un libro innocuo di econo-
mia politica ed improvvisamente migliaia di persone che non l'hanno nemmeno letto stanno morendo a causa
di quelli che non hanno capito la battuta. La conoscenza è pericolosa, ed è questo il motivo per cui i governi
spesso reprimono le persone che possono pensare al di sopra di un certo calibro.
E la Biblioteca dell'Università Invisibile era una biblioteca magica, costruita su un sottile lembo di spazio-
tempo. C'erano libri su scaffali lontani che non erano stati ancora scritti, libri che non avrebbero dovuto esser
stati scritti. Almeno, non qui. Aveva una circonferenza di qualche centinaio di metri, ma non c'era alcun limite
noto al suo raggio.
Ed in una biblioteca magica i libri stillavano sapere, ed imparavano gli uni dagli altri. . .
"Hanno iniziato ad attaccare chiunque osi entrare." gemette il Decano. "Nessuno li può controllare quando il
Bibliotecario non è qui!"
"Ma siamo un'università! Dobbiamo avere una libreria!" disse Ridcully. "Aggiunge tono. Che tipo di persone
saremmo se non fossimo andati in Biblioteca?"
"Studenti." rispose il Sommo Algebrico imbronciato.
"Hah, mi ricordo di quando ero uno studente" disse il Docente di Rune Recenti. "Il Vecchio ‘Ritornello’ Swal-
lett ci ha portato in una spedizione per trovare la Sala di Lettura Perduta. Abbiamo vagato per tre settimane.
Abbiamo dovuto mangiare i nostri stivali."
"E l'avete trovata?" disse il Decano.
"No, ma abbiamo trovato i resti della spedizione dell'anno precedente."
"E che cosa avete fatto?"
"Abbiamo mangiato anche i loro stivali."
Da dietro la porta giunse un battito, come di copertine in pelle.
"Ci sono alcuni grimori piuttosto feroci là dentro" disse il Sommo Algebrico. "Possono strappare il braccio dal
corpo di un uomo."
"Sì, ma almeno non conoscono le maniglie." disse il Decano.
"Le conoscono, invece, se da qualche parte c'è un libro intitolato Maniglie per Principianti." disse il Sommo
Algebrico. "Si leggono l'un l'altro."
L'Arcicancelliere guardò Ponder. "Ci potrebbe essere un libro come quello, là dentro, Stibbons?"
"Secondo la teoria dello spazio-L, è praticamente certo, signore."
Come un solo uomo, i maghi si allontanarono dalle porte.
"Non possiamo permettere che queste sciocchezze vadano avanti." disse Ridcully. "Dobbiamo curare il Bi-
bliotecario. Si tratta di una malattia magica, e noi dovremmo essere in grado di preparare una cura magica, o
no?"

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"Sarebbe estremamente pericoloso, Arcicancelliere." disse il Decano. "Tutto il suo sistema corporeo è un pa-
sticcio di influenze magiche contrastanti. Non si sa quale effetto avrebbe l'aggiunta di magia. Ha già una
ghiandola temporale a ruota libera6. Un po' di magia in più e. . . beh, non so cosa potrebbe succedere."
"Lo scopriremo." disse Ridcully brusco. "Dobbiamo essere in grado di entrare in Biblioteca. Dobbiamo farlo
per l'Università, Decano. E l'Università Invisibile è più importante di un uomo-"
"Scimmia..."
"Si, grazie – di una scimmia, e dobbiamo sempre ricordare che ‘Me stesso’ non è una lettera dell'alfabeto."
Ci fu un altro tonfo oltre le porte.
"In realtà", disse il Sommo Algebrico, "penso che sarete d’accordo che, a seconda del tipo di carattere, "Me" o
anche "Stesso" sono, in effetti, presenti nell'alfabeto. Beh, all'incirca, comunq- "
"Certo", continuò Ridcully, liquidando il commento come la solita logica di fondo dell'Università, "potrei
sempre nominare un altro Bibliotecario. . . ovviamente dovrà essere un tipo anziano che sa come muoversi. . .
hmm. . . ora fammi vedere, a qualcuno viene in mente un candidato? Decano?"
"Va bene, va bene." esclamò il Decano. "Faremo a modo suo. Come al solito."
"Ehm. . . Non possiamo farlo, signore" azzardò Ponder.
"Oh?" disse Ridcully. "Si offre volontario per un porzione di libreria?"
"Voglio dire che davvero non possiamo usare la magia per cambiarlo, signore. C'è un problema enorme."
"Non ci sono problemi, signor Stibbons, ci sono solo opportunità."
"Sì, signore. E l'opportunità, ora, è quella di scoprire il nome del Bibliotecario."
Ci fu un brusio di accordo dagli altri maghi.
"Il ragazzo ha ragione." disse il Docente di Rune Recenti. "Non si può incantare un mago senza conoscere il
suo nome. Regola di base."
"Be', noi lo chiamiamo il Bibliotecario." disse Ridcully. "Tutti lo chiamano il Bibliotecario. Non è così?"
"Quella è solo una descrizione del suo lavoro, signore."
Ridcully guardò maghi.
"Uno di noi deve conoscere il suo nome, no? Santo cielo, voglio sperare che almeno sappiamo i nomi dei no-
stri colleghi. Insomma. . . " Guardò il Decano, esitò, e poi disse, "Decano?"
"E' stato una scimmia per un bel po'. . . Arcicancelliere." mormorò il Decano. "La maggior parte dei suoi col-
leghi sono ormai. . . trapassati. Invitati alla grande Cena del Cielo. Era un terribile periodo di droit de mortis7."
"Sì, ma deve pur essere stato nei registri, da qualche parte."
I maghi fecero vagare la mente alle grandi montagne di carta impilata che costituivano i registri dell'Universi-
tà.
"L'archivista non lo ha mai trovato" disse il Docente di Rune Recenti.
"Chi è l'archivista?"
"Il Bibliotecario, Arcicancelliere."
"Ma dovrebbe almeno essere nel libro annuale dell'anno in cui si è laureato."

6
I maghi sono certi dell'esistenza della ghiandola temporale, anche se ad oggi neppure il più invasivo degli alchimisti ha
trovato la sua esatta collocazione, e una moderna teoria presuppone la sua esistenza incorporea, come una sorta di appen-
dice eterea. Questa ghiandola tiene traccia di quanto è vecchio il tuo corpo, ed è così suscettibile all'influenza di un eleva-
to campo magico che potrebbe anche funzionare in senso inverso, assorbendo il normale afflusso del corpo di crononina.
Gli alchimisti dicono che è la chiave dell'immortalità, ma lo dicono anche del succo di frutta, del pane abbrustolito e della
propria urina. Un alchimista si mozzerebbe la testa, se pensasse che questo potrebbe renderlo immortale.
7
In linea di massima, si tratta dell'avanzamento di un mago attraverso i ranghi della magia tramite l'uccisione di più an-
ziani possibile. E' una pratica ormai caduta in disuso, dopo che alcuni entusiastici tentativi di rimuovere Mustrum Ridcul-
ly portarono un povero mago alla perdita dell'udito per due settimane. Ridcully sapeva che in alto a tutti c'era dello spa-
zio, e si sentiva in dovere di occuparlo tutto.

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"Questo è buffo", disse il Decano, "ma uno strano incidente sembra essere capitato ad ogni copia del libro di
quell'anno."
Ridcully notò la sua espressione di legno.
"E ‘l'incidente’ si tratta forse di una particolare pagina strappata con un certo odore di banana?"
"Ha indovinato, Arcicancelliere."
Ridcully si grattò il mento.
"La trama sta venendo alla luce." disse.
"Vedete, lui è sempre stato assolutamente contrario sul fatto che qualcuno scoprisse il suo nome." disse il
Sommo Algebrico. "Ha paura di essere trasformato di nuovo in un essere umano."
Lanciò uno sguardo significativo al Decano, che mise su un'espressione offesa.
"Alcune persone sono andate in giro a dire che una scimmia come bibliotecario non è adatta."
"Ho solo espresso l'opinione che questo è contro le tradizioni dell'Università-" iniziò a dire il Decano.
"Che consistono in gran parte di fastidiose, esagerate cene e rumorosi riti delle Chiavi nel bel mezzo della not-
te." ribatté Ridcully. "Quindi non credo che noi-"
Le espressioni sui volti degli altri maghi lo fecero voltare.
Il Bibliotecario era entrato nella sala. Camminava molto lentamente, a causa della quantità di vestiti che aveva
addosso; l'enorme volume di cappotti e maglioni aveva fatto sì che le sue braccia, invece di essere usate come
piedi supplementari erano orizzontalmente penzolanti su entrambi i lati del suo corpo. Ma l'aspetto più orribile
dell'apparizione erano quello che sembrava essere un cappellino da notte rosso.
Era allegro. Aveva un pompon. Era stato lavorato a maglia dalla signora Whitlow, che era tecnicamente una
ricamatrice davvero brava, ma aveva il brutto difetto di non prendere in considerazione le dimensioni precise
del destinatario. Diversi maghi avevano ricevuto in regalo una delle sue creazioni, che spesso avevano tre ca-
viglie o un collo di due metri di diametro. La maggior parte delle cose erano state gentilmente donate alle isti-
tuzioni di beneficenza. Questo puoi dire di Ankh-Morpork: non importa quanto deforme sia un indumento, ci
sarà sempre qualcuno da qualche parte che si adatta.
L'errore della signora Whitlow era stato il presupposto che il Bibliotecario, per il quale aveva un considerevo-
le rispetto, avrebbe voluto un cappello con il pompon rosso e con delle alette laterali che si univano sotto il
mento. Dato che questo tecnicamente avrebbe voluto dire che si sarebbero dovute unire sotto l'inguine, aveva
scelto di farle a lembo sciolto.
Il Bibliotecario girò una faccia triste verso i maghi, una volta fermatosi davanti alla porta della Biblioteca. Af-
ferrò le maniglie e disse, con voce debole "-k." e poi starnutì.
La pila di vestiti cadde.
Quando i maghi la scostarono, trovarono sotto un grande libro, rilegato in pelle rossa pelosa.
"Dice Ook in copertina." fece notare il Sommo Algebrico dopo un po', con una voce piuttosto tesa.
"Non c'è scritto l'autore?" chiese il Decano.
"Non faccia l'idiota."
"Volevo dire che forse ci potrebbe essere scritto il suo vero nome."
"Possiamo dare un'occhiata dentro?" disse il Professore degli Studi Indefiniti. "Ci potrebbe essere un indice."
"C'è qualche volontario per guardare all'interno del Bibliotecario?" chiese Ridcully. "Non tutti insieme."
"L'instabilità morfica risponde all'ambiente" osservò Ponder. "Non è interessante? E' vicino alla Biblioteca, e
di conseguenza si è trasformato in un libro. E' una sorta di. . . camuffamento protettivo, si potrebbe dire. E'
come se si evolvesse per adattarsi alle condizioni."
"Grazie, signor Stibbons. E qual'è il punto?"
"Be', suppongo che possiamo guardare dentro." disse Ponder. "Un libro è pensato per essere aperto. C'è anche
un segnalibro in pelle nera, vedete?"

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"Spero vivamente che sia un segnalibro." disse il Professore degli Studi Indefiniti, che non aveva smesso di
fissarlo nervosamente.
Ponder toccò il libro. Era caldo. E si apriva abbastanza facilmente. Ogni pagina era coperta di 'ook'.
"Bei dialoghi, ma la trama è un po' noiosa."
"Decano! Sarei grato se prendesse sul serio questa cosa, per favore!" disse Ridcully. Batté il piede una o due
volte. "Qualcuno ha idee?"
I maghi si guardarono l'un l'altro e si strinsero nelle spalle.
"Credo. . . " cominciò a dire il Docente di Rune Recenti.
"Sì, Rune. . .ehm, Arnold, non è vero?"
"No, Arcicancelliere. . . "
"Be', fa lo stesso."
"Credo. . . So che sembra ridicolo, ma. . ."
"Vada avanti. Siamo tutti impazienti di sentire la sua idea."
"Suppongo che ci sia sempre. . . Scuotivento."
Ridcully lo fissò per un attimo.
"Quel tipo mingherlino? Con la barbetta trasandata? Quel mago completamente inutile? Che ha quella specie
di scatola con le gambe?"
"Proprio così, Arcicancelliere. Ben detto. Ehm. . . è stato il vice Bibliotecario per un po' di tempo, come si ri-
corderà di sicuro."
"Non proprio, ma vada avanti." disse.
"In realtà lui era qui quando il Bibliotecario. . . divenne il Bibliotecario. E mi ricordo che una volta, quando
stavamo guardando il Bibliotecario stampare quattro libri allo stesso tempo, ha detto, ‘Incredibile, davvero,
quando pensi che è nato ad Ankh-Morpork.’ Sono sicuro che se qualcuno sa il nome di Bibliotecario, è lui."
"Be', andate a prenderlo, allora! Immagino che lei sappia dov'è, vero? "
"Tecnicamente, sì, Arcicancelliere." disse Ponder rapidamente. "Ma non siamo sicuri del tutto dove il posto si
trovi, se capisce cosa intendo."
Ridcully lo guardò.
"Vede, noi pensiamo che sia sull'IcsIcsIcsIcs, Arcicancelliere." disse Ponder.
"IcsIcs-"
"-IcsIcs, Arcicancelliere."
"Pensavo che nessuno sapesse dove fosse quel posto." disse Ridcully.
"Infatti, Arcicancelliere." disse Ponder. A volte bisognava intavolare i fatti in diversi modi, prima di trovare
quello giusto per inserirli nella testa di Ridcully.
"E cosa ci fa lì?"
"Non lo sappiamo, Arcicancelliere. Se si ricorda, riteniamo che sia finito lì dopo quell'affare con l'Impero
Agateo. . ."
"E perché mai è voluto andare lì?"
"Non credo esattamente che volesse." disse Ponder. "Ehm. . . lo abbiamo mandato noi. E' stato un errore bana-
le con la taumaturgia bi-localizzante, che avrebbe potuto fare chiunque."
"Ma l'ha fatto lei, se ben ricordo." disse Ridcully, dalla cui memoria a volte scaturivano sorprese del genere.
"Io ero solo un membro della squadra di ricerca, signore." si giustificò Ponder.
"Be', se lui non vuole essere lì, e abbiamo bisogno di lui qui, cerchiamo di portarlo ind- "
Il resto della frase fu soffocata, non da un rumore, ma da una sorta di pesante tranquillità che rotolò sopra i
maghi, così opprimente e morbida che non potevano nemmeno sentire i propri battiti cardiaci. Il Vecchio
Tom, la campana magica e senza pendaglio dell'Università, suonava alle 02:00 battendo il silenzio.

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"Ehm-" disse Ponder. "Non è così semplice."
Ridcully sbatté le palpebre.
"Perché no?" disse. "Lo faremo tornare con la magia. Noi lo abbiamo mandato lì, e noi lo riporteremo indie-
tro."
"Ehm. . . ci vorrebbero mesi per preparare tutto correttamente, se si desidera farlo ritornare qui." disse Ponder.
"Se sbagliamo qualcosa potrebbe finire in un raggio di quindici chilometri."
"Questo non è un problema. Se lo teniamo fuori da esso può atterrare ovunque."
"Non credo che lei abbia capito, signore. Il rapporto segnale-rumore di ogni trasferimento taumico su una di-
stanza incerta, unito alla rotazione propria del disco, quasi certamente provocherebbe nel soggetto un trasfe-
rimento all'incirca in un'area di una quindicina di chilometri, signore."
"Potrebbe ripetere?"
Ponder fece un respiro profondo.
"Voglio dire che finirà per arrivare come un cerchio. Quindici chilometri di raggio."
"Ah. Così probabilmente non sarebbe di grande aiuto in Biblioteca, allora."
"Solo come un gigantesco segnalibro, signore."
"Va bene, allora, si tratta di pura geografia. Chi è che sa qualcosa di geografia?"

I minatori emersero dal pozzo verticale come formiche che lasciano un nido in fiamme. Ci furono colpi e tonfi
dal basso, e ad un certo punto il cappello di Diamine venne sparato in aria, girò un paio di volte su sé stesso e
ricadde.
Ci fu silenzio per un po' e poi i frammenti di qualcosa furono proiettati fuori, come pezzi erranti del guscio di
un pulcino appena nato, e la cosa si tirò fuori dal tunnel e. . .
. . . .si guardò intorno.
I minatori, accovacciati dietro vari cespugli e capannoni, erano piuttosto certi di questo, anche se il mostro
non aveva occhi visibili.
Si voltò, le sue centinaia di piccole gambe che si muovevano piuttosto rigidamente, come se avessero trascor-
so troppo tempo sepolte nel terreno.
Poi, barcollando leggermente, se ne andò.

E lontano, nel deserto rosso scintillante, l'uomo con il cappello a punta si arrampicò con cautela fuori dal suo
buco. Teneva con entrambe le mani una ciotola fatta di corteccia. Conteneva. . . un sacco di vitamine, proteine
preziose e grassi essenziali. Beh, per lo meno non strisciavano.
Un fuoco ardeva poco lontano. Lui appoggiò la ciotola con cautela e prese un grosso bastone, rimase in silen-
zio per un attimo e poi improvvisamente cominciò a saltellare intorno al fuoco, percuotendo il terreno con il
bastone e urlando, "Hah!".
Quando fu abbastanza soddisfatto, se la prese con due cespugli, come se lo avessero offeso gravemente, ed
anche con uno o due alberelli.
Dopodiché avanzò verso un paio di pietre piatte, alzando prima una e poi l'altra, distolse lo sguardo, gridò,
"Hah!" di nuovo ed agitò ciecamente la terra sotto di esse.
Il paesaggio, essendo stato accettabilmente pacificato, gli permise di sedersi e mangiare la cena prima che po-
tesse sfuggirgli.

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Aveva un sapore che si avvicinava a quello del pollo. Quando si è abbastanza affamati, praticamente tutto può
assomigliare al pollo.
Ed un paio di occhi lo stavano fissando dalla vicina pozza d'acqua. Non erano i piccoli occhi dei coleotteri
brulicanti e dei girini che prendevano tutto ciò che lui beveva per un'attenta precauzione gastronomica. Questi
erano occhi di gran lunga più anziani, ed attualmente senza alcuna componente fisica.
Per settimane un uomo la cui capacità di trovare l'acqua era stata fino ad allora limitata a verificare che i suoi
piedi fossero bagnati era sopravvissuto in questo forno di paese esclusivamente cadendo dentro le rare pozze
d'acqua. Un uomo che pensava ai ragni come piccole creature innocue aveva avuto un paio di brutti colpi
quando, lasciando cadere le sue convinzioni, aveva visto gambe della dimensione di barili strisciare nell'oscu-
rità. Quell'uomo aveva anche provato a lasciare la terraferma, remando verso i flutti per incappare in delle pic-
cole meduse blu, ma ogni osservatore avrebbe potuto testimoniare che fosse stato punto solo una volta, dato
che aveva smesso di agonizzare dopo soli due giorni.
La pozza d'acqua ribollì e la terra tremò, come se, nonostante il cielo fosse senza nuvole, stesse arrivando una
tempesta.

Erano le tre del mattino. Ridcully era bravo a far si che gli altri dormissero poco.
L'Università Invisibile era molto più grande dall'interno. Migliaia di anni in cui la materia principale era stata
la magia pratica, ovvero un mondo in cui le dimensioni erano in gran parte una questione di fortuna, avevano
lasciato molto spazio in luoghi dove non ce ne sarebbe dovuto essere affatto. C'erano stanze contenenti stanze
che, se si fosse riusciti ad entrare, si sarebbe scoperta contenere la stanza con cui era iniziato tutto, il che può
essere un problema se state ballando la conga in fila.
E per il fatto che fosse così grande, si poteva permettere di avere un numero quasi illimitato di personale al
suo interno. Il diritto di possesso era automatico o, più precisamente, inesistente. Potevi trovare una stanza
vuota in cui nasconderti, uscire per il consueto pasto, ed in genere nessuno se ne sarebbe accorto, tuttavia se
eri sfortunato potevi attirare gli studenti. E se cercavi attentamente nelle remote aree dell'Università, potevi
anche trovare un esperto del Nulla.
Potevi anche trovare un esperto sulla Ricerca di un Esperto. Il professore di Architettura Recondita e del Pie-
gamento ad Origami delle Mappe venne svegliato. Fu introdotto davanti all'Arcicancelliere, che non aveva
mai posato gli occhi su di lui prima, e presentò una mappa dell'Università che probabilmente sarebbe stata ac-
curata per pochi giorni, e aveva l’aspetto di un crisantemo nell'atto di esplodere.
Alla fine, i maghi raggiunsero una porta e Ridcully fissò la targa d'ottone su di essa, come se fosse appena sta-
ta sfacciata con lui.
"’Professore Emerito di Geografia Insolita e Crudele’. " disse. "Questo sembra quello che stiamo cercando."
"Dobbiamo aver camminato per miglia." mormorò il Decano, appoggiato al muro. "Non conosco questo po-
sto."
Ridcully si guardò intorno. Le pareti erano di pietra, ma erano ad un certo punto state dipinte in quel particola-
re verde istituzionale che si ottiene quando una tazza quasi finita di caffè viene lasciato riposare per un paio di
settimane. C'era una tavola ricoperta di sughero e feltro verde scuro, sulla quale era stata ottimisticamente ap-
piccicata la parola "Annunci". Ma a quanto si poteva vedere su di essa non vi era mai stato alcun avviso e non
vi sarebbe mai stato. C'era un odore di antichi pasti.
Ridcully si strinse nelle spalle, e bussò alla porta.
"Io non lo ricordo." disse il docente di Rune Recenti.

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"Io penso di si." disse il Decano. "Non è un ragazzo molto promettente. Aveva delle orecchie, suppongo. Non
lo vedi spesso in giro, però. E' sempre abbronzato. E' un po' eccentrico."
"E' del personale docente. Se qualcuno sa qualcosa di geografia, quello è lui."
Ridcully bussò di nuovo.
"Forse è fuori." disse il Decano. "Infatti la geografia, a quanto ne so, è all'esterno."
Ridcully indicò un piccolo dispositivo in legno accanto alla porta. Ce n'era uno fuori dall'ufficio di ogni mago.
Si trattava di un piccolo pannello scorrevole in una cornice. Attualmente stava mostrando la parola 'DENTRO'
e, presumibilmente, stava coprendo la parola 'FUORI', anche se non si poteva mai essere sicuri con alcuni ma-
ghi8.
Il Decano cercò di far scorrere il pannello. Si rifiutò di muoversi.
"Dovrà pure uscire qualche volta." disse il Sommo Algebrico. "Come è vero che gli uomini sensibili dovreb-
bero essere a letto alle tre del mattino."
"Sì, ben detto." esclamò il Decano con enfasi.
Ridcully batté sulla porta. "Apra subito!" gridò. "Io sono il Maestro Supremo di questo Collegio!"
La porta si spostò sotto il colpo, ma non di molto. Era bloccata da quella che si rivelò essere, dopo qualche fa-
ticoso spintone da parte dei maghi, un enorme mucchio di scartoffie. Il Decano prese un pezzo di carta ingial-
lita.
"Questa nota dice che sono stato nominato Decano." disse. "E' stato anni fa!"
"Sicuramente dovrà pur uscire qualche v-" cominciò a dire il Sommo Algebrico. "Oh cavolo. . ."
Lo stesso pensiero era venuto anche agli altri maghi.
"Ricordate il povero vecchio Wally Sluwer?" mormorò il Professore di Studi Indefiniti, guardandosi intorno
con una certa trepidazione. "Tre anni di lezioni post-mortem."
"Be', gli studenti dicevano che era un po' tranquillo, in effetti." disse Ridcully. Provo ad annusare. "Non c'è un
cattivo odore qui. Molto fresco, davvero. Piacevolmente salato. Aha. . ."
C'era una luce brillante sotto una porta all'altra estremità della stanza disordinata e polverosa, ed i maghi an-
nusarono delle vampate dolci.
"Bagno notturno, a quanto pare." disse Ridcully. "Beh, non disturbiamolo."
Guardò i titoli dei libri che costeggiavano la stanza.
"Ci dev'essere qualcosa a proposito dell'IcsIcsIcsIcs qui da qualche parte." aggiunse prendendo un volume a
caso. "Coraggio, venite. Prendete un libro ciascuno."
"Possiamo almeno uscire fuori per fare colazione?" brontolò il Decano.
"E' troppo presto per la colazione." disse Ridcully.
"Be', per la cena, allora?"
"E' troppo tardi per la cena."
Il Professore degli Studi Indefiniti guardò i recessi della stanza. Una lucertola sgattaiolò attraverso la parete e
scomparve. "C'è un bel po' di confusione qui, no? " disse, fissando il luogo in cui era scomparsa la lucertola.
"E' tutto molto polveroso. Cosa ci sarà in tutte quelle scatole?"
"Dice ’Rocce’.", lesse il Decano. "Ovviamente. Se si ha intenzione di studiare la vita all'aria aperta, meglio
farlo al chiuso."
"Ma che mi dice di tutte le reti da pesca e le noci di cocco?" Il Decano dovette guardare meglio. Lo studio era
un disastro, anche per gli standard estremamente disordinati di un mago. Scatole di rocce polverose occupava-
no il poco spazio che non era coperto con i libri e la carta. Erano state etichettate con cura, con iscrizioni come

8
Il Docente di Incertezza Creativa, per esempio, adorava specificare che lui era sempre in uno stato di dentrezza e fuo-
rezza, finché qualcuno non bussò alla sua porta ed il segnale cadde in terra e si frantumò. La logica è una cosa meravi-
gliosa, ma non sempre batte la dura realtà.

18
'Rocce profonde', 'Altre rocce', 'Rocce curiose' e 'Probabilmente non rocce'. Ulteriori scatole, che interessava-
no a Ponder più di tutto il resto, erano state segnate con 'Ossa notevoli, 'Ossa monotone' ed 'Ossa'.
"Scommetto che è una di quelle persone che ficca il naso dove non dovrebbe." disse il Docente di Rune Re-
centi, ed annusò. Annusò di nuovo, e guardò il libro che aveva scelto a caso.
"Si tratta di una libro sulle collezioni di calamari." disse.
"Oh, davvero? Raccoglievo sempre le stelle marine, quando ero piccolo." disse Ponder.
Il Docente di Rune Recenti chiuse il libro e lo guardò da sopra la copertina aggrottando le sopracciglia.
"Non avevo dubbi, ragazzo. Ed anche vecchi fossili, scommetto."
"Ho sempre pensato che i vecchi fossili avessero molto da insegnare." affermò Ponder. "E' forse sbagliato?"
aggiunse cupamente.
"Beh, io personalmente non ho mai creduto a tutta questa faccenda degli animali morti che si trasformano in
pietra." disse il Docente di Rune Recenti. "E' contro ogni logica. Cosa ci guadagnerebbero, poi?"
"Allora, come può spiegare i fossili?" chiese Ponder.
"Ah, beh, non lo faccio." disse il Professore di Rune recenti, con un sorriso di trionfo. "Ci si risparmiano un
sacco di problemi. Come fanno le salsicce a stare unite, signor Stibbons?"
"Che cosa? Come faccio a sapere una cosa del genere?"
"Davvero? Non sa una cosa così semplice ma pensa di essere qualificato per sapere come faccia l'intero uni-
verso a stare insieme, non è così? In ogni caso non c'è bisogno di spiegare i fossili. Sono lì. Perché cercare di
trasformare tutto in un grande mistero? Se si va in giro a fare domande per tutto il tempo non si verrà mai a
capo di nulla."
"Beh, perché siamo qui, allora?" chiese Ponder.
"Eccolo di nuovo!" esclamò il Docente di Rune Recenti.
"Qui dice che è emerso dal mare." disse il Sommo Algebrico.
Fissò i loro sguardi.
"Questo continente, l'IcsIcsIcsIcs." aggiunse puntando un dito sulla pagina. "Qui dice 'Poco si sa su di esso
salvo che è uscito dal mare'."
"Sono contento di vedere che qualcuno sta svolgendo il suo compito." disse Ridcully. "Voi due cominciate a
cercare, per favore. Bene, allora, Sommo Algebrico. . .emerso dal mare, è così?"
"A quanto pare."
"Bene. . . se le cose stanno così." disse Ridcully. "Qualcos'altro?"
"Una volta conoscevo un tipo di nome Emerso." disse il Tesoriere. Il terrore della Biblioteca aveva spedito la
sua sanità mentale altamente personalizzata in caduta libera nei recessi di una memoria consolante.
"Beh, non. . . molto." disse il Sommo Algebrico, sfogliando le pagine. "Il Signor Roderick Purdeigh trascorse
molti anni alla ricerca del presunto continente, ed era molto convinto che non esistesse."
"Conoscevo anche una Gertrude Emersa. Credo che fosse quello il suo nome. Aveva una tale faccia tosta..."
"Sì, ma una volta si è perso nella sua camera da letto." disse il Decano, sfogliando un altro libro. "Lo hanno
trovato nel guardaroba."
"Mi domando se fosse la stessa Emersa?" mormorò il Tesoriere.
"Potrebbe essere, Tesoriere." lo rassicurò Ridcully. Indicò gli altri maghi. "Non c'è nessuno che può fargli
avere dello zucchero o della frutta?"
Per un po' non ci fu alcun suono, se non il rumore dell'acqua dietro la porta, il frusciare delle pagine ed il
mormorio del Tesoriere.
"Secondo questa nota in Le Vite di Molte Persone Noiose di Wallsport." disse il Sommo Algebrico, strizzando
gli occhi sulla piccola scritta, "Incontrò un vecchio pescatore che gli disse che in quel continente in autunno la
corteccia cadeva dagli alberi e le foglie restavano sù."

19
"Sì, ma le persone si inventano sempre questo genere di cose." disse Ridcully. "Altrimenti è troppo noioso.
Non è un bene tornare a casa dopo due anni di naufragio e dire che sei sopravvissuto mangiando lumache di
mare. Devi inventarti un sacco di storie su uomini che camminano su un solo grande piede e la Terra delle Gi-
gantesche Prugne Pelose e un sacco di altre panzane del genere. "
"Ascoltate!" disse il Docente di Rune Recenti, che era stato assorto fino a quel momento in un volume all'altro
capo del tavolo. "Qui si dice che le persone sull'isola di Slakki non indossano vestiti e le donne sono di una
bellezza insuperabile."
"Mi sembra abbastanza terribile." commentò con sussiego il Professore degli Studi Indefiniti.
"Ci sono diverse xilografie."
"Sono sicuro che nessuno di noi le vuole vedere." disse Ridcully. Fissò il resto dei maghi e ripeté, con voce
più forte, "Ho detto che sicuramente nessuno di noi le vuole vedere, Decano. Venga qui subito, e prenda la sua
sedia!"
"C'è una menzione dell'IcsIcsIcsIcs nel libro I Serpenti del Mondo di Wrencher." disse il Professore degli Stu-
di Indefiniti. "Si dice che il continente ha alcuni serpenti molto velenosi. . . Oh, c'è una nota in calce." Il suo
dito scorse in basso nella pagina. "Dice, 'La maggior parte di loro sono stati uccisi dai ragni.' Questo è molto
strano."
"Oh." disse il docente di Rune Recenti. "Qui dice anche che 'Gli abitanti del Isola Purdee vivono allo statto
bradho" - l'uomo cominciò una dura battaglia con l'antica scrittura dal misterioso significato - "ed hanno una
buona sallutte ed un buon portamanto e statura e sono una sorta di....mobili selvaggi."
"Mi faccia dare un'occhiata." disse Ridcully. Il libro attraversò il tavolo in volo. L'Arcicancelliere aggrottò la
fronte. "C'è scritto 'nobili', non mobili." disse. "Selvaggi perbene. Vuol dire che ti comporti come un genti-
luomo e non vai in giro a fare cose disdicevoli."
"Un gentiluomo come. . . andare a caccia di volpi, inchinarsi davanti alle signore, non pagare il sarto. . . Que-
sto genere di cose?"
"Non credo che quel tipo avesse molto bisogno di un sarto." precisò Ridcully, guardando l'illustrazione accan-
to. "Va bene signori, vediamo cos'altro possiamo trovare. . ."
"Ci mette molto a fare il bagno, avete notato?" disse il Decano, dopo un po'. "Voglio dire, mi piace essere pu-
lito e lucido come un uovo, ma questo qui rischia ti sfregarsi via anche la pelle."
"Sembra che stia sguazzando dentro qualcosa." disse il Sommo Algebrico.
"Mi ricorda molto il mare" disse il Tesoriere felicemente.
"Cerchi di tenere per sé le sue idee, Tesoriere." disse stancamente Ridcully.
"In realtà. . . ", affermò il Sommo Algebrico, "c'è una certa componente di gabbianità, ora che me lo fa notare.
. ."
Ridcully si alzò, si diresse verso la porta del bagno ed alzò il pugno per bussare.
"Io sono l'Arcicancelliere." borbottò, abbassandolo. "Posso aprire le porte quando mi pare e piace."
E girò la maniglia.
"Ecco." disse mentre la porta si apriva "Vedete, signori? Un bagno perfettamente normale. Vasca di pietra, ru-
binetteria in ottone, cuffia da doccia, simpatica paperella di gomma. . . un bagno perfettamente normale. Non
c'è nulla che assomigli, lasciate che ve lo faccia notare, ad una sorta di spiaggia tropicale. Non sembra nean-
che lontanamente una spiaggia tropicale."
Indicò verso la finestra aperta del bagno, dove le onde lambivano languidamente la riva sotto un cielo blu bril-
lante. Le tende del bagno ondeggiavano su una tiepida brezza. "Quella è una spiaggia tropicale." disse. "Vede-
te? Non è per nulla somigliante."

20
Dopo il suo pasto nutriente che conteneva grandi quantità di vitamine e minerali essenziali e purtroppo un bel
po' di gusto, l'uomo con la parola 'Maggo' sul cappello si preparò per un po' di pulizie, per quanto fossero pos-
sibili in assenza di una vera e propria casa.
Si trattava di intaccare un pezzo di legno con un'ascia di pietra. Sembrava una tavola davvero piccola, e la ve-
locità con la quale l'uomo la stava lavorando suggeriva che lo aveva già fatto prima.
Un cacatua si appollaiò sull'albero accanto a lui, e cominciò a guardarlo. Scuotivento lo fissò con sospetto.
Quando il pezzo di legno fu levigato, si mise in equilibrio su un piede su di esso, e ne tracciò il contorno con
un pezzo di carbone preso dal fuoco. Fece lo stesso con l'altro piede, e poi si mise a incidere di nuovo il legno.
L'osservatore nella pozza d'acqua si rese conto che l'uomo stava facendo due tavolette a forma di piede.
Scuotivento prese una cordicella di spago dalla tasca. Aveva trovato un particolare rampicante che, se toglievi
con attenzione la corteccia, ti avrebbe procurato una terribile eruzione cutanea. Quello che effettivamente sta-
va cercando era un rampicante che, se toglievi con attenzione la corteccia, ti avrebbe procurato una funzionale
cordicella, ed aveva avuto un sacco di eruzioni cutanee prima di trovare quella adatta.
Se fate un buco su un paio di suole e ci fate passare uno spago, formando un occhiello dove far passare le dita
dei piedi, otterrete una sottospecie di calzature. Barcollerete come un ominide primitivo, ma, quantomeno, ne
potrete trarre alcuni benefici. In primo luogo, il costante flop, flop, della camminata avrebbe messo in fuga
qualsiasi creatura pericolosa, che, nella recente esperienza di Scuotivento, erano TUTTE le creature. In secon-
do luogo, anche se era impossibile correre con quegli aggeggi, era molto facile correrne fuori, in modo che in
caso di pericolo saresti potuto dartela a gambe mentre uno strisciante bruco nelle vicinanze sarebbe rimasto a
fissare le ciabatte chiedendosi dove fosse finito il proprietario.
Ed effettivamente il mago aveva dovuto correre un sacco. Ogni notte doveva costruire un nuovo paio di san-
dali, ed ogni giorno li lasciava da qualche parte nel deserto.
Quando fu soddisfatto del risultato, Scuotivento prese un pezzo di corteccia dalla tasca. Collegato ad esso con
un filo di spago c'era un preziosissimo e minuscolo mozzicone di matita. Aveva deciso di tenere un diario nel-
la speranza che l'avesse potuto aiutare. Guardò le recenti annotazioni.
Probabilmente Martedì: caldo, mosche. Cena: formiche da miele. Attaccato dalle formiche miele. Caduto in
una pozza d'acqua.
Mercoledì, con un po'di fortuna: caldo, mosche. Cena: o uvetta o escrementi di canguro trovati dietro ad un
cespuglio. Inseguito dai cacciatori, non so perché. Caduto in una pozza d'acqua.
Giovedì (potrebbe essere): caldo, mosche. Cena: lucertola dalla lingua blu. Aggredito da lucertola dalla lingua
blu. Inseguito da diversi cacciatori. Caduto da rupe, rimbalzato su albero, usato come gabinetto da piccolo or-
sacchiotto grigio incontinente, caduto in una pozza d'acqua.
Venerdì: caldo, mosche. Cena: una sorta di radici che sembravano malate. Questo mi ha fatto risparmiare
tempo.
Sabato: più caldo di ieri, ancora più mosche. Davvero sete.
Domenica: caldo. Delirando per sete e mosche. Non posso vedere assolutamente nulla, con i cespugli negli
occhi. Deciso di morire, crollato, caduto da una duna e finito in una pozza d'acqua.
Scrisse con molta attenzione e il più piccolo possibile:
'Lunedi: caldo, mosche. Cena: larve di falena.'
Fissò la frase. Parlava da sola.
Perché non piaceva alle persone di questo posto? Aveva incontrato una piccola tribù, era stato amichevole,
aveva appreso un paio di consigli, aveva conosciuto qualche nome, si era costruito un vocabolario, abbastanza
per parlare di cose quotidiane come il tempo - e poi improvvisamente lo avevano cacciato via inseguendolo.
Dopo tutto, tutti parlano del tempo, non è così?

21
Scuotivento era sempre stato felice di pensare a se stesso come un razzista. I Cento Metri, il Miglio, la Mara-
tona - li aveva corsi tutti a razzo, per l’appunto. Più tardi, quando aveva appreso con una certa sorpresa che
cosa significasse quella parola, era stato altrettanto certo di non esserlo. Era una persona che aveva sempre di-
viso il mondo, semplicemente, in persone che cercavano di ucciderlo e persone che non cercavano di farlo. Il
che non lasciava molto spazio a dettagli raffinati come il colore della pelle. Ma lui si era solamente seduto ac-
canto al fuoco, azzardando una semplice conversazione, ed improvvisamente la gente si era arrabbiata per nul-
la e lo aveva scacciato. Non ti aspetteresti che le persone si arrabbino solo perché hai detto qualcosa come,
'Ma si può sapere quando è stata l'ultima volta che ha piovuto qui?'.
Scuotivento sospirò, prese il suo bastone, percosse duramente un pezzo di terra, si stese e si addormentò.
Di tanto in tanto urlava nel sonno e le sue gambe si muovevano come in uno scatto di corsa, il che faceva in-
tuire che stesse sognando.
La pozza d'acqua si increspò. Non era grande: una semplice pozza in un burrone vicino ad cespuglio tra alcune
rocce, ed il liquido che conteneva poteva chiamarsi acqua solo perché i geografi si rifiutano di usare parole
come 'brodo rancido'.
Tuttavia si increspò, come se qualcosa fosse caduto al centro. E le increspature non si fermarono al pelo
dell'acqua, ma continuarono sulla terra, come piccoli cerchi di luce bianca in espansione. Quando raggiunsero
Scuotivento si sciolsero e scorsero intorno a lui, in modo che ora era al centro delle linee concentriche di pic-
coli punti bianchi, come fili di perle.
La pozza d'acqua esplose. Qualcosa salì in aria e corse via attraverso la notte.
Zigzagò attraverso rocce, monti e pozze d'acqua. E se l'occhio dell'osservatore fosse riuscito a focalizzarsi
meglio, avrebbe potuto notare la striscia itinerante illuminare brevemente altre piccole linee, fluttuanti sul suo-
lo come fumo, in modo che tutto il terreno sembrava avere un sistema circolatorio o nervoso. . .
Ad un migliaio di miglia dal mago dormiente la linea colpì di nuovo la terra, emerse in una grotta, e passò at-
traverso le pareti come un faro.
Aleggiò di fronte ad un enorme roccia appuntita per un attimo e poi, come se avesse preso una decisione, si
girò di nuovo verso il cielo.
Il continente rotolò giù quando scese. La luce colpì la pozza d'acqua, senza un tonfo ma, ancora una volta, tre
o quattro increspature che percorsero l'acqua torbida e la sabbia circostante.
La notte scese di nuovo. Ma ci fu un battito lontano sotto la terra. I cespugli tremarono. Negli alberi, gli uccel-
li si svegliarono e volarono via.
Dopo un po', su una roccia vicino alla pozza d'acqua, le linee bianche pallide cominciarono a formare una fi-
gura.

Scuotivento aveva attirato l'attenzione di almeno un altro osservatore, a parte qualunque cosa fosse quella che
abitava nella pozza d'acqua.
Morte teneva il libro della vita di Scuotivento in un posto speciale del suo studio, allo stesso modo in cui uno
zoologo osserva un campione particolarmente intrigante. I Libri della Vita della maggior parte delle persone
avevano la classica forma che Morte riteneva giusta per il proprio compito. Sembravano essere grandi clessi-
dre, anche se, dal momento che i granelli di sabbia corrispondevano ai secondi di vita di qualcuno, non erano
molto diverse le une dalle altre.
La clessidra di Scuotivento assomigliava a un qualcosa creato da un soffiatore di vetro che aveva avuto il sin-
ghiozzo in una macchina del tempo. Secondo la quantità di sabbia che conteneva al momento - e Morte era
abbastanza bravo a fare questo tipo di stima - sarebbe dovuto morire molto tempo prima. Ma strane curve ed
estrusioni di vetro si erano sviluppate nel corso degli anni, e molto spesso la sabbia era scorsa all'indietro, o in
diagonale. Chiaramente, il mago era stato colpito da tanta magia, era stato spinto a malincuore attraverso il
tempo e lo spazio così spesso che aveva quasi rischiato di incontrare sé stesso tornando indietro, ed ora il ter-

22
mine preciso della sua vita era ormai difficile da trovare come l'inizio di un rotolo di nastro adesivo trasparen-
te.
Morte aveva familiarità con il concetto di eterno, l'eroe immortale, il campione dai mille volti. Aveva evitato
di commentare. Aveva spesso incontrato eroi, in genere circondati da, e questo era importante, i cadaveri di
quasi tutti i loro nemici, dicendo 'Che diavolo è successo?'. Se poi c'era qualche strano modo che avrebbe
permesso loro di ritornare, non era affar suo.
Ma aveva riflettuto che, se questa creatura esisteva davvero, doveva in qualche modo essere bilanciata dall'e-
terna vigliaccheria. L'eroe dalle mille ritirate, forse. Molte culture avevano una leggenda che parlava di un
eroe immortale che un giorno sarebbe risorto, ma l'equilibrio della natura richiedeva invece il contrario.
Qualunque sia la verità ultima della questione, il fatto è che ora Morte non aveva la minima idea di quando
Scuotivento sarebbe morto. Questo era molto fastidioso per una creatura che si vantava della sua puntualità.
Morte scivolò attraverso il vuoto vellutato del suo studio fino a raggiungere il modello del Mondo Disco, se
davvero si trattava di un modello.
Le orbite vuote guardarono giù.
MOSTRAMI, disse.
Metalli preziosi e pietre sbiadirono. Morte vide correnti oceaniche, deserti, foreste, nuvole alla deriva come
mandrie di bufali albini. . .
MOSTRAMI.
La visuale curvò e si tuffò nella mappa vivente, ed una spruzzata rossastra crebbe in una distesa di mare turbo-
lento. Antiche catene montuose scivolarono via, deserti di roccia e sabbie se ne andarono.
MOSTRAMI.
Morte guardò la figura dormiente di Scuotivento. Di tanto in tanto le sue gambe scattavano.
HMM.
Morte sentì qualcosa strisciare sulla parte posteriore della sua veste, fermarsi per un istante sulla spalla, e sal-
tare. Un piccolo scheletro di roditore vestito di un abito nero atterrò nel centro dell'immagine ed iniziò ad agi-
tare la sua piccola falce contro di essa, emettendo squittii agitati.
Morte raccolse la Morte dei Ratti per il cappuccio e la sollevò per l'ispezione.
NO, NON LO POSSIAMO FARE IN QUEL MODO.
La Morte dei Ratti si dimenò follemente. SQUEAK?
PERCHE' E' CONTRO LE REGOLE, disse la Morte. LA NATURA DEVE FARE IL SUO CORSO.
Guardò di nuovo l'immagine come se un pensiero lo avesse colpito, ed appoggiò la Morte dei Ratti sul pavi-
mento. Poi andò al muro e tirò una corda. Lontano, una campana suonò.
Dopo un po' un uomo anziano entrò con un vassoio.
"Mi dispiace, signore. Stavo pulendo il bagno."
PER COSA TI STAI SCUSANDO, ALBERT?
"Volevo dire, è per questo che ero in ritardo con il suo tè, signore." disse Albert.
NON HA IMPORTANZA. DIMMI, CHE COSA SAI DI QUESTO POSTO?
La Morte puntò il dito toccando il continente rosso. Il suo servo guardò attentamente.
"Oh, quello" disse. " 'Il Terrore Incognito' lo chiamavamo quando ero vivo, maestro. Non ci sono mai stato. A
causa delle correnti, sa com'è. Molti poveri marinai sono stati trasportati sulle sue rive piuttosto che cadere di-
rettamente oltre il bordo, e se ne sono anche pentiti, suppongo. Secco come il cu- molto secco, insomma, mae-
stro, o almeno così dicono. E caldo come un demone arr- ehm, molto, molto caldo, davvero. Ma lei deve pur
essere stato laggiù, qualche volta?"
OH, SI. MA SAI COM'È, QUANDO SEI LÌ PER LAVORO NON HAI MOLTO TEMPO PER VISITARE
IL POSTO. . .

23
La Morte immerse il dito nella grande spirale di nubi che si attorcigliò lentamente intorno al continente, come
sciacalli che circondano cautamente un leone morente, ma che sarebbe potuto essere ancora in grado di farsi
un ultimo boccone.
MOLTO STRANO disse. UN ANTI-CICLONE PERMANENTE. E ALL'INTERNO, UN ENORME, CAL-
MA TERRA, CHE NON HA MAI VISTO UNA TEMPESTA. E NEMMENO UNA GOCCIA DI PIOGGIA
"Un buon posto per una vacanza, allora."
VIENI CON ME.
I due, preceduti dalla Morte dei Ratti, entrarono nell'enorme biblioteca di Morte. C'erano delle nubi vicino al
soffitto.
Morte tese una mano, VOGLIO, disse, UN LIBRO SULLE CREATURE PERICOLOSE DEL QUATTRO-
ICS.
Albert alzò lo sguardo e si tuffò di lato, i traumi furono solo lievi perché ebbe l'accortezza di chiudersi a ric-
cio. Dopo un po' Morte, con la voce un po' soffocata, disse: ALBERT, TI SAREI DAVVERO GRATO SE
VENISSI A DARMI UNA MANO.
Albert scavalcò un mucchio di giganteschi volumi, ed alla fine ne spostò abbastanza da permettere al suo pa-
drone di tirarsi fuori.
HMM. . .
Morte raccolse un libro a caso e guardò la copertina. MAMMIFERI PERICOLOSI, RETTILI, ANFIBI, UC-
CELLI, PESCI, MEDUSE, INSETTI, RAGNI, CROSTACEI, ERBE, ALBERI, MUSCHI E LICHENI DEL
TERRORE INCOGNITO, lesse.
Il suo sguardo si spostò lungo il dorsale. VOLUME 29C, aggiunse. OH. PARTE TERZA, A QUANTO VE-
DO.
Alzò lo sguardo verso gli scaffali in ascolto. FORSE SAREBBE PIU' SEMPLICE SE RICHIEDESSI UNA
LISTA DI CREATURE INNOCUE DEL CONTINENTE?
Attesero.
A QUANTO PARE NON-
"No maestro, aspettate. Eccolo."
Albert indicò qualcosa di bianco che zigzagava pigramente attraverso l'aria. Finalmente Morte afferrò quel
singolo foglio di carta.
Lo lesse con attenzione e poi lo rigirò brevemente, nel caso in cui qualsiasi cosa fosse scritta sul lato opposto.
"Posso?" chiese Albert. Morte gli porse il pezzetto di carta.
" 'Alcuni esemplari di pecora.' " lesse Albert ad alta voce. "Vabbè. Forse una settimana al mare è molto me-
glio, allora."
CHE POSTO INTERESSANTE disse Morte. SELLA IL CAVALLO, ALBERT. SONO SICURO CHE C'E'
BISOGNO DI ME, LAGGIU'.
SQUEAK, disse la Morte dei Ratti.
COME, PREGO?
"Ha detto: ‘Non c’è problema’, maestro." disse Albert.
NON RIESCO AD IMMAGINARE PERCHÉ.

Quattro enormi battiti di silenzio rotolarono sulla città quando il Vecchio Tom batté l'ora.

24
Diversi inservienti spingevano un carrello lungo il corridoio. L'Arcicancelliere lo aveva ordinato. La colazione
era in arrivo.
Ridcully abbassò il suo metro a nastro.
"Proviamo di nuovo, va bene?" disse. Uscì fuori dalla finestra e prese una conchiglia dalla sabbia. Era calda
per il sole. Poi si tirò indietro nel bagno e camminò intorno ad una porta accanto alla finestra.
Da essa entrava un'umida, muschiosa luce, che faceva sembrare la normale luce del giorno una specie di pati-
na sporca. Anche la neve non sarebbe riuscita ad ottenere più che una spolverata di fiocchi in questa luce. La
finestra su questo lato scintillava nella luce della porta come una piscina di olio molto nero.
"Va bene, Decano." disse. "Cerchi di passarci attraverso. Ora si muova un po'."
I maghi guardavano la superficie delicatamente increspata. Ci sarebbero dovuti essere diversi metri di legno
massiccio in fila dietr di essa.
"Bene, bene, bene." disse l'Arcicancelliere, andando indietro nell'aria fredda. "Sapete, non ho mai visto uno di
questi cosi."
"Qualcuno ricorda gli stivali dell'Arcicancelliere Bewdley?" disse il Sommo Algebrico, servendosi di qualche
fetta di montone freddo dal carrello. "Ha fatto un errore ed ha aperto una di quelle cose nello stivale di sini-
stra. Davvero seccante. Non puoi camminare molto facilmente con un piede in un'altra dimensione."
"Be', no. . ." disse Ridcully, fissando la scena tropicale e toccandosi pensieroso il mento con la conchiglia.
"Non è possibile vedere ciò che stai calpestando, quantomeno." disse il Sommo Algebrico.
"Una volta se n'è aperto uno nelle cantine, tutto da solo." disse il Decano. "Solo un buco rotondo e nero. Tutto
quello che ci gettavi dentro scompariva. Così il vecchio Arcicancelliere Weatherwax lo usava come latrina."
"Un'idea molto sensibile." commentò Ridcully, ancora pensieroso.
"Lo pensavamo anche noi, finché non abbiamo scoperto che lo sbocco era in soffitta. Era come l'altra parte
della cosa stessa. Sono sicuro che non ho bisogno di disegnarvi un quadro."
"Non ho mai sentito parlare di queste cose!" disse Ponder Stibbons. "Le possibilità sono incredibili!"
"Tutti lo dicono la prima volta." disse il Sommo Algebrico. "Ma quando sarà stato un mago per il tempo che
lo sono stato io, ragazzo mio, imparerà che non appena troverà qualcosa che sembra offrire infinite possibilità
all'umanità, è meglio che ci metta un coperchio sopra e finga che non sia mai esistito."
"Ma se si riuscisse a metterne uno sopra l'altro e vi si gettasse qualcosa dentro, quel qualcosa uscirebbe da uno
ed entrerebbe dall'altro, e cadrebbe di nuovo in uno per uscire ancora dall'altro. . . potrebbe raggiungere velo-
cità sorprendenti, e la quantità di energia generata potrebbe essere-"
"Questo è esattamente quello che è successo tra la soffitta e la cantina." disse il Decano, prendendo una coscia
di pollo freddo. "Grazie al cielo per l'attrito dell'aria, posso solo dire questo."
Ponder agitò la mano cautamente attraverso la finestra e sentì il calore del sole.
"E nessuno gli ha mai studiati?" disse.
Il Sommo Algebrico si strinse nelle spalle.
"Studiato cosa? Sono solo fori. Si ottengono con grandi quantità di magia concentrate che permettono di sci-
volare dall'uno all'altro come una palla di gomma unta di lardo. Se uno di quelli comparisse sul bordo di qual-
cosa, di sicuro ci si cadrebbe dentro."
"Punti di stress nel continuinuinuum spazio-temporale . . ." disse Ponder. "Ci devono essere centinaia di usi-"
"Hah, sì, allora non c'è da stupirsi se il nostro Egregio Professore è sempre così abbronzato." disse il Decano.
"Mi sembra che stia barando. La Geografia dovrebbe essere più difficile da raggiungere. Quello che voglio di-
re è che non dovrebbe essere nel proprio box-doccia. Non dovresti arrivarci sgattaiolando fuori dall'Universi-
tà."
"Be', in realtà non l'ha fatto." disse il Sommo Algebrico. "Ha solo esteso un po' il suo studio."
"Pensate che sia l'IcsIcsIcsIcs, per caso?" disse il Decano. "Certamente è un posto straniero."
"Beh, c'è il mare." disse il Sommo Algebrico. "Ma lei direbbe che è come se effettivamente ne fosse emerso?"

25
"Me lo aspettavo più. . . sapete. . .poltiglioso."
"Si potrebbe in qualche modo immaginare che un continente emerso dal mare apparirebbe più. . .epico." disse
il Docente di Rune Recenti. "Sapete, no? Onde tonanti e così via."
"Forse potremmo andare a dare un'occhiata ed indagare." disse Ponder.
"Accadrebbe qualcosa di orribile se lo facessimo." disse il Sommo Algebrico cupo.
"Al Tesoriere non è successo nulla." disse Ridcully.
I maghi si affollarono intorno alla finestra. C'era una figura in piedi su un surf. Il suo abito era stato arrotolato
sopra le ginocchia. Alcuni uccelli volavano in cerchio sopra di lui. Le palme sventolavano sullo sfondo.
"Deve essere uscito di testa mentre non lo controllavamo." disse il Sommo Algebrico.
"Tesorieeere!" gridò Ridcully.
Lui non si voltò.
"Non vorrei creare problemi", disse il Presidente degli Studi Indefiniti, guardando malinconicamente la spiag-
gia assolata, "ma nella mia camera da letto si gela, e la scorsa notte c'era della brina sul piumino. Non vedo
alcun male in una breve passeggiata al caldo."
"Siamo qui per aiutare il Bibliotecario!" scattò Ridcully. Un debole russare provenì dal volume intitolato Ook.
"E' quello che intendevo io. Il poveretto sarebbe molto più felice tra quegli alberi laggiù."
"Vuole dire che lo potremmo appoggiare tra i rami?" disse l'Arcicancelliere. "E' ancora la ‘Storia dell'Ook’, se
non se ne fosse accorto."
"Sa cosa voglio dire, Mustrum. Una giornata al mare per lui sarebbe meglio di una. . . una giornata al mare,
per così dire. Andiamo là fuori, sto congelando."
"È impazzito? Ci potrebbero essere dei mostri terribili! Guardate quel poveretto là in piedi sul surf! Quel mare
probabilmente brulica di pericoli."
"Squali." disse il Sommo Algebrico.
"Bene!" disse Ridcully. "E...?"
"Barracuda." disse il Sommo Algebrico. "Marlin. Pesci spada. Sembra sia da qualche parte vicino al bordo,
secondo me. I pescatori dicono che lì ci sono pesci capaci di staccarti un braccio."
"Bene.” disse Ridcully. "Bene. . ."
Ci fu un piccolo ma significativo cambiamento nel suo tono. Tutti sapevano dei pesci imbalsamati che riempi-
vano le sue pareti. L'Arcicancelliere Ridcully sarebbe andato a caccia di qualsiasi cosa. L'unico galletto che
ancora gironzolava entro il raggio di duecento metri dall’Università, doveva nascondersi sotto un cartello.
"E quella giungla." disse il Sommo Algebrico, piagnucolando. "Sembra dannatamente pericolosa per me. Ci
potrebbe essere qualsiasi cosa là dentro. Cose mortali. Potrebbero esserci tigri e gorilla ed elefanti ed ananas.
Non vorrei avvicinarmici. Sono d'accordo con lei, Arcicancelliere. Meglio congelare qui che guardare qualche
rabbioso mangia-uomini negli occhi."
Le pupille di Ridcully si erano illuminate. Si accarezzò la barba pensieroso.
"Tigri, eh?" disse. Poi la sua espressione cambiò. "Ananas?"
"Mortali." sottolineò il Sommo Algebrico con fermezza. "Uno di loro si è preso mia zia. Non siamo riusciti a
tirarlo fuori dalla gola. Le ho detto che non era quello il modo in cui si supponeva fossero mangiati, ma mi ha
ascoltato?"
Il Decano guardò in tralice l'Arcicancelliere. Era lo sguardo di un uomo che, oltretutto, non voleva un'altra
notte in una camera da letto ghiacciata, ed aveva subito capito su quali leve puntare.
"Anch'io sono con lei, Mustrum." disse. "Non passerei mai attraverso un buco nello spazio per finire in qual-
che calda spiaggia con un enorme mare pieno di pesci ed una giungla zeppa di trofei di caccia." Sbadigliò co-
me un cattivo giocatore di poker. "No, ho proprio voglia di andare nel mio gelido letto a congelarmi. Io non so
voi. Arcicancelliere?"
"Io credo-" cominciò Ridcully.

26
"Sì?"
"Vongole." disse il Sommo Algebrico, scuotendo la testa. "Sembra proprio una spiaggia infernale. Basta chie-
dere a mio cugino. Devi prima trovarne una buona, però. Non dovrebbero trasudare roba verde, gli ho detto. E
non dovrebbero fare le bolle, gli ho detto. Ma mi ha ascoltato?"
L'Arcicancelliere attualmente era dalla parte di chi non l'avrebbe fatto.
"Pensate che portarlo là sarebbe la cosa giusta per il Bibliotecario?" disse. "Sarebbe un tonico per il poveretto,
una o due ore sotto quel sole, vero?"
"Ma suppongo che dovremmo essere pronti a proteggerlo, eh, Arcicancelliere?" disse il Decano, innocente-
mente.
"Giusto, non ci avevo pensato." esclamò Ridcully. "Hmm, sì. E' una cosa importante. Meglio farmi portare la
mia balestra da 500 millimetri con le frecce perforanti e la mia attrezzatura portatile di tassidermia. E tutte e
dieci le canne da pesca. E tutte e quattro scatole di attrezzatura. E la collezione di piombini."
"Buona idea, Arcicancelliere." disse il Decano. "E poi potrebbe decidere di fare il bagno se si sentisse me-
glio."
"In questo caso", disse Ponder, "Penso che porterò la mia thaumodalite ed i miei quaderni. E' fondamentale
per capire dove siamo. Potrebbe essere l'IcsIcsIcsIcs, suppongo. Sembra molto selvaggio."
"Suppongo che sarebbe meglio se portassi la mia pressa per rettili ed il mio erbario." disse il Presidente degli
Studi Indefiniti, che alla fine ci era arrivato. "Scommetto che potrei imparare molto dalle piante, laggiù."
"Ed io potrei certamente fare uno studio su tutte le popolazioni dai gonnellini d'erba di quelle parti." aggiunse
il Decano, con uno sguardo avido.
"E lei, Rune?" chiese Ridcully.
"Io? Oh, ehm. . ."
Il Docente di Rune Recenti guardò disperatamente i suoi colleghi, che stavano annuendo freneticamente verso
di lui. "Ehm. . .questo potrebbe essere un buon momento per riprendere le mie letture, ovviamente."
"Bene." disse Ridcully. "Perché noi non stiamo, e voglio metterlo in chiaro, non stiamo facendo tutto questo
per divertirci, è chiaro?"
"E che dire del Sommo Algebrico?" disse il Decano con cattiveria.
"Io? Divertirmi? Ci potrebbero essere anche dei gamberetti laggiù." disse il povero Sommo Algebrico.
Ridcully esitò. Gli altri maghi fecero spallucce quando li guardò.
"Senta, vecchio mio", disse infine, "credo di aver capito la storia delle vongole, ed ho una sorta di immagine
mentale di sua nonna e l'Ananas-"
"Mia zia-"
"-Sua zia e l'ananas, ma. . . che cosa c'è di così mortale nei gamberetti?"
"Hah, provi a vedere com'è essere sepolti sotto una miriade di quei cosi, dopo che una cassa ti è caduta in te-
sta!" disse il Sommo Algebrico. "A mio zio è successo!"
"Va bene, credo di aver capito. Questa è un'importante lezione di sicurezza per tutti." disse Ridcully. "Evitare
le casse. Capito? Ma non siamo qui per qualche tipo di vacanza! Mi avete capito tutti?"
"Assolutamente." dissero i maghi all'unisono.
Tutti lo avevano capito.

Scuotivento si svegliò con un urlo, tanto per cambiare.


Poi vide l'uomo che lo guardava.

27
Era seduto a gambe incrociate contro l'alba. Era nero. Non marrone o blu-nero, ma nero come lo spazio. Que-
sto posto inceneriva le persone.
Scuotivento si tirò su e pensò di raggiungere il suo bastone. E poi pensò di nuovo. L'uomo aveva un paio di
lance conficcate nel terreno vicino a lui, e la gente qui era brava a lanciare, perché se non colpivi efficacemen-
te le cose che si muovevano velocemente, dovevi poi mangiare le cose che si muovevano lentamente. Era an-
che in possesso di un boomerang, e non era uno di quei giocattoli che tornano indietro. Questo era piuttosto
pesante, leggermente curvo, e non sarebbe tornato indietro per il semplice fatto che era conficcato nella gabbia
toracica di qualcuno. Si sarebbe potuto ridere all'idea di armi di legno fino a quando non si vedeva il tipo di
legno che cresceva qui.
Era stato dipinto con strisce di tutti i colori, ma sembrava ancora un oggetto pratico.
Scuotivento cercò di sembrare innocuo. Non dovette sforzarsi più di un tanto.
L'osservatore lo guardò con quel tipo di silenzio che faresti di tutto per rompere. E Scuotivento veniva da una
cultura dove, se non c'era niente da dire, dicevi comunque qualcosa.
"Ehm. . ." disse il mago. "Io. . . Amaco. . . Amoco. . . appartengo. . . accidenti, ma che-" ci rinunciò e guardò il
cielo blu. "Ancora una volta il sole splende." disse.
L'uomo sembrò sospirare, infilò il boomerang nella striscia di pelle animale che era la sua cintura e, in effetti,
era tutto il suo guardaroba, e si alzò. Poi prese un sacco coriaceo, lo mise sopra una spalla, prese le lance e,
senza voltarsi indietro, sparì dietro ad una roccia.
Questo avrebbe colpito chiunque come un gesto rude, ma il mago era sempre felice di vedere qualsiasi perso-
na pesantemente armata andarsene. Si stropicciò gli occhi e contemplò il triste compito di procurarsi la cola-
zione.
"Vuoi un po' di larve?" La voce era quasi un sussurro.
Scuotivento si guardò intorno. Poco lontano c'era il buco da cui la cena della sera prima era stata scavata. A
parte questo, non c'era nulla fino all'orizzonte se non radi cespugli infiniti e calde rocce rosse.
"Penso di averne già scavate la maggior parte." disse, debolmente.
"Nah, amico. Voglio dirti il segreto per trovare cibo nella boscaglia. C'è sempre un nido, se si sa dove guarda-
re, amico."
"Come mai parli la mia lingua, voce misteriosa?" chiese Scuotivento.
"Non la parlo." disse la voce. "Sei tu che ascolti nella mia lingua. Devo farti mangiare come si deve. Ti cante-
rò in un vero cercatore di nidi."
"Sante larve." disse Scuotivento.
"Stai lì e non muoverti."
Sembrava come se la voce invisibile cominciasse a cantare molto tranquillamente attraverso un naso invisibi-
le.
Scuotivento era, dopo tutto, un mago. Non molto bravo, ma era sensibile alla magia. Ed il canto stava facendo
succedere cose strane.
I peli sul dorso delle mani cercavano di strisciare via dalle braccia, e la parte posteriore del collo cominciò a
sudare. Le sue orecchie si tesero e, molto delicatamente, il paesaggio cominciò a girare intorno a lui.
Guardò per terra. C'erano i suoi piedi. Quasi certamente i suoi piedi. Ed erano in piedi sulla terra rossa e non si
muovevano affatto. Le cose si muovevano intorno a lui. Non era stordito, ma, per quanto poteva vedere, il
paesaggio lo era.
Il canto si fermò. C'era una sorta di eco, che sembrava riecheggiare dentro la sua testa, come se le parole fos-
sero state solo l'ombra di qualcosa di più importante.
Scuotivento chiuse gli occhi per un po', e poi li riaprì.
"Ehm. . . bene" disse. "Molto. . .orecchiabile".

28
Non riusciva a vedere il suo interlocutore, così parlava con la gentilezza che si userebbe con qualcuno armato
e probabilmente dietro le vostre spalle.
Si voltò. "Mi aspetto che tu. . . ehm. . . debba andare da qualche parte, vero?" disse all'aria vuota.
"Ehm. . . ciao?"
Anche gli insetti si erano tranquillizzati.
"Ehm. . .non hai mica notato una scatola che va in giro su delle gambe, vero? Per caso?"
Cercò di vedere se qualcuno si sarebbe potuto nascondere dietro un cespuglio.
"Non è importante, è solo che avevo la mia biancheria pulita lì dentro. "
Il silenzio sconfinato fece un'eloquente dichiarazione sul punto di vista dell'universo sulla biancheria pulita.
"Quindi. . . ehm. . . Andrò a cercare un po' di cibo tra i cespugli, credo." azzardò. Guardò gli alberi più vicini.
Non sembravano più fruttuosi rispetto a prima. Si strinse nelle spalle.
"Che persona strana."
Si diresse verso una pietra piatta e, con un bastone pronto contro qualsiasi cosa lo avesse potuto attaccare, la
tirò su.
Sotto c'era un sandwich di pollo.
Sapeva di pollo.
Poco lontano, dietro le rocce vicino alla pozza d'acqua, un disegno scomparve nella pietra.

Questo era un altro deserto, altrove. Non importa dove eravate, questo posto sarebbe sempre e comunque stato
altrove. Era uno di quei posti troppo lontani rispetto a qualsiasi viaggio concepibile, ma forse vicino come il
lato opposto di uno specchio, o solo un fiato. Non c'era il sole nel cielo qui, a meno che il cielo stesso fosse
stato il sole - brillava di giallo. Sotto di esso il deserto rimaneva rosso-sabbia, ma caldo abbastanza da cuoce-
re.
Una brutta caricatura di un uomo apparve su una roccia. A poco a poco, strato dopo strato, divenne più com-
plesso, come se una mano invisibile stesse cercando di aggiungere ossa, organi, sistema nervoso ed anima.
Fece un passo sulla sabbia e posò la borsa che, qui, sembrava molto più pesante. Allungò le braccia e schioccò
le nocche.
Almeno qui poteva parlare normalmente. Non osava alzare la voce laggiù nel mondo delle ombre, per non sol-
levare le montagne. Disse una parola che, sull'altro lato della roccia, avrebbe agitato gli alberi e creato prati.
Significava, nel vero linguaggio delle cose che il vecchio parlava, qualcosa come: Imbroglione. Una creatura
come lui compare in molte credenze, anche se il nome è diverso in ognuna. Gli imbroglioni hanno quel robu-
sto senso dell'umorismo per cui mettere una mina sotto un cuscino genera qualche risata.
Un uccello bianco e nero apparve, e si appollaiò sulla sua testa.
"Sai cosa fare" disse il vecchio.
"Lui? E' un soldo di cacio." disse l'uccello. "L' ho osservato. Non e molto eroico. E' solo nel posto giusto al
momento giusto."
Il vecchio indicò che questa effettivamente era la definizione di eroe.
"Va bene, ma perché non ci vai tu?" disse l'uccello.
"Serve un eroe." disse il vecchio.
"E suppongo che lo dovrò aiutare io." disse l'uccello. Tirò su col naso, che è molto difficile da fare attraverso
un becco.
"Esatto. vai."
L'uccello si strinse nelle spalle, che è facile da fare se si hanno le ali, e volò giù dalla testa del vecchio. Non
atterrò sulla roccia, ma ci volò dentro; per un momento ci fu il disegno di un uccello, e poi svanì.
I creatori non sono dèi. Fanno posti, il che è molto difficile. Sono gli uomini che fanno gli dei. Questo spiega
molte cose.

29
Il vecchio si sedette ed attese.

Metti a confronto un mago con il concetto di costume da bagno, e comincerà ad innervosirsi. ‘Perché deve es-
sere così striminzito?’ comincerà a chiedere. ‘Dove diavolo posso mettere tutti i ricami in oro? Come si può
avere qualsiasi tipo di costume senza almeno quaranta tasche utili? Ed i simboli occulti ricamati in paillette?
Sembra che non ci sia posto per loro. E dove sono, alla fine di tutto, i risvolti?’
In più c'era anche il concetto di superficie. E' di vitale importanza che i maghi siano ricoperti per la maggior
parte della superficie corporea, in modo che le persone timide ed i cavalli non si spaventino. Ci possono essere
giovani maghi robusti con la pelle color rame ed i muscoli solidi come una tavola, ma non dopo 60 anni di ce-
ne all'Università Invisibile. Avevano il potere di dare ai maghi quella che loro chiamavano Gravitas, ma che
sarebbe stata definita più correttamente con Forza di Gravità.
Inoltre, ci sarebbe voluto un sacco di lavoro per separare un mago dal suo cappello a punta.
Il Professore degli Studi Indefiniti guardò di traverso il Decano. Entrambi indossavano una gran moltitudine
di capi di abbigliamento in cui strisce bianche e rosse predominavano.
"L'ultimo che arriva in acqua è un uomo in piedi da solo sulla spiaggia!" gridò9.
Dietro uno sperone di roccia, surfando a piedi nudi, Mustrum Ridcully accese la pipa e tirò un filo alla fine del
quale c'era una tale gamma di terribili esche e pesi che qualsiasi pesce non avesse abboccato sarebbe stato di
sicuro colpito a morte.
Il cambio di scenario sembrava funzionare sul Bibliotecario. Dopo pochi minuti passati al sole aveva starnuti-
to, tornando alla sua forma originaria, ed ora era seduto sulla spiaggia avvolto in una coperta e con una foglia
di felce in testa.
Era davvero una bella giornata. Era caldo, il mare mormorava splendidamente, il vento sussurrava tra gli albe-
ri. Il Bibliotecario sapeva che avrebbe dovuto cominciare a sentirsi meglio ma, invece, provava un estremo di-
sagio.
Si guardò intorno. Il Docente di Rune Recenti era andato a dormire riparandosi gli occhi con il suo libro. Era
intitolato Principi di Propagazione Taumica ma, grazie all'azione della luce solare e delle vibrazioni ad alta
frequenza emesse dai granuli di sabbia sulla spiaggia, le parole leggibili erano Cospirazione Omega 10.
Ed in mezzo c'era la finestra. Sospesa in aria, un semplice quadrato che si affacciava su una stanza in penom-
bra. L'Arcicancelliere non aveva fiducia nella chiusura della finestra e l'aveva perciò bloccata con un pezzo di
legno. Un cartello di avviso era appeso ad essa e dimostrava che c'era stato molto da pensare prima di scrivere
la frase: 'Non rimuovere questo pezzo di legno. Nemmeno per vedere cosa succede. IMPORTANTE!'
Sembrava esserci un po' di foresta dietro la spiaggia, e dietro ancora svettava la punta di una montagna, ma
certamente non abbastanza alta per essere innevata.
Alcuni degli alberi che costeggiavano la spiaggia sembravano ossessivamente familiari, e parlavano al Biblio-
tecario di casa. Questo era strano, perché lui era nato a Moon Pond Lane, ad Ankh-Morpork, vicino alla con-
ceria. Ma parlavano di casa alle sue ossa. Aveva voglia di arrampicarsi. . .

9
I maghi hanno un grande senso dell'umorismo, ma spesso non hanno occasione di ampliarne il vocabolario.
10
Non si tratta di magia. Questa è una semplice legge universale. Le persone si aspettano sempre di cogliere l'occasione
di una bella vacanza al sole per leggere quei libri che avevano sempre desiderato leggere, ma la combinazione alchemica
di sole, cristalli di quarzo e latte di cocco, in qualche modo trasforma sempre un libro interessante in uno piuttosto spesso
con almeno una lettera dell'alfabeto greco nel titolo (L' Imperativo Gamma, La Stagione Delta, Il Progetto Alfa, e, in casi
estremi, Il Complotto Mu Ka Pi). A volte sulla copertina compaiono armi. Questo è probabilmente causato dall'azione
delle macchie solari, dato che senza dubbio vanno nella direzione sbagliata. E' stata una fortuna per il Bibliotecario aver
starnutito prima di tramutarsi in un libro lungo centinaia di pagine pieno zeppo di termini tecnici sulle armi.

30
Ma c'era qualcosa di sbagliato negli gli alberi. Guardò le belle conchiglie sulla spiaggia. C'era qualcosa di
sbagliato anche in loro. Paurosamente, preoccupantemente sbagliato.
Alcuni uccelli volavano in cerchio, ed erano sbagliati. Avevano la forma giusta, per quanto ne sapeva, e sem-
bravano anche fare i rumori giusti. Ma nonostante tutto erano sbagliati.
Oh cielo. . .
Cercò di fermare uno starnuto nell'atto di lanciare fuori l'aria, ma questo è impossibile per chi vuole continua-
re a trascorrere la vita con l'uso dei timpani.
Ci fu uno sbuffo, un rumore sferragliante, ed il Bibliotecario si trasformò in qualcosa di adatto per la spiaggia.

Si è spesso detto sugli ambienti desertici che vi è in realtà un sacco di cibo nutriente in giro, se si sa cosa cer-
care.
Scuotivento rifletté su questo quando tirò fuori da una tana un piatto di pan di spagna ricoperto di cioccolato.
Aveva delle decorazioni di cocco disidratato.
Girò la lastra di pietra con cautela. Beh, non si poteva discutere con questo fatto. Stava trovando del cibo nel
deserto. In realtà, aveva trovato anche il dessert nel deserto.
Forse aveva qualche talento speciale finora sconosciuto alle persone gentili che avevano occasionalmente
condiviso il cibo con lui negli ultimi mesi. Non mangiavano questo genere di cose.
Avevano macinato semi e scavato sottili patate e mangiato cose con più occhi che quell'affare che la Guardia
aveva trovato dopo il caso di Medley il Medico Cleptomane.
Quindi le cose stavano andando bene per lui. Qui fuori nel deserto rovente qualcosa voleva che lui rimanesse
in vita. Questa era una cosa preoccupante. Nessuno lo aveva mai mantenuto in vita per un bello scopo.
Questo era Scuotivento dopo diversi mesi: il suo abito da mago era piuttosto corto al momento. Dei pezzi di
stoffa erano stati strappati ed utilizzati come stringhe o, dopo alcuni antipasti particolarmente resistenti, come
bende. Ora mostrava le sue ginocchia, ed i maghi non sono proprio dei campioni di ginocchia. Esse tendono
ad apparire, come avrebbe detto il libro, nobilmente selvagge.
Ma aveva ancora il suo cappello. Aveva intrecciato una nuova tesa larga, e aveva dovuto rifare la corona una o
due volte con pezzi freschi di corda, e la maggior parte delle paillette erano state sostituite con pezzi di con-
chiglie attaccate a fili d'erba, ma era ancora il suo cappello, lo stesso vecchio cappello. Un mago senza cappel-
lo era solo un uomo triste con un gusto sospetto nel vestirsi. Un mago senza cappello non era nessuno.
Ma anche se questo particolare mago aveva un cappello, non aveva occhi abbastanza acuti da vedere apparire
un disegno su una roccia rossa mezza nascosta nella macchia.
Iniziò come un uccello. Poi, senza essere altro che macchie color ocra e carbone che erano state lì per anni,
cominciò a cambiare forma. . .
Scuotivento guardò le montagne lontane. Erano state visibili per diversi giorni. Non aveva la più pallida idea
se rappresentassero una direzione sensata, ma almeno erano una direzione.
La terra gli tremò sotto i piedi. Lo faceva una volta o due al giorno da un po', il che era una cosa strana, perché
questo non sembrava un paese vulcanico. Questo era il tipo di paese in cui, continuando a fissare una rupe per
qualche centinaia di anni, se ne fosse caduta una sola pietra se ne sarebbe parlato per interi lustri. Tutto di quel
continente diceva che era già passato attraverso tutti i più ardui esercizi geologici molto tempo prima ed ora
era un bel paese tranquillo in cui, in altre circostanze, un uomo si sarebbe potuto sentire a casa.
Si rese conto dopo un po' che un canguro lo stava guardando dall'alto di una piccola roccia. Aveva visto delle
cose, prima, balzare via tra i cespugli. Di solito non se ne andavano a spasso quando c'erano degli uomini in
giro.

31
Questo lo stava seguendo.
Erano vegetariani, vero? Anche se lui indossava del verde.
Alla fine saltò fuori dai cespugli ed atterrò di fronte a lui.
Si grattò un orecchio con una zampa, e lanciò a Scuotivento uno sguardo significativo.
Si grattò l'orecchio con l'altra zampa, ed arricciò il naso.
"Sì, bene, bene." disse Scuotivento. Iniziò a sgattaiolare via, ma poi si fermò. Dopo tutto era solo un grande. . .
beh, coniglio, con una lunga coda ed il tipo di piedi che normalmente vengono associati con nasi rossi e panta-
loni sformati.
"Io non ho paura di te." disse. "Perché dovrei avere paura di te?"
"Be' " rispose il canguro, "con un calcio potrei spararti lo stomaco in gola."
"Ah. Sai parlare?"
"Sei un tipo perspicace." disse il canguro. Si strofinò di nuovo un orecchio.
"Qualcosa non va?" chiese Scuotivento.
"No, quello era il linguaggio canguro. Lo stavo provando."
"Qualcosa del tipo, una grattata per "sì", uno per "no"? Questo genere di cose?"
Il canguro si grattò un orecchio, e poi si ricordò.
"Sì." disse. Arricciò il naso.
"E quella cosa col naso?" disse Scuotivento.
"Oh, quello significa ‘Fai presto, qualcuno è caduto in un buco profondo’." disse il canguro.
"E lo usi spesso?"
"Saresti sorpreso."
"E. . . qual'è il gesto canguro per ‘Tu sei necessario per una missione della massima importanza’?" domandò
Scuotivento, con studiata innocenza.
"Sai, è buffo che tu lo chieda-"
I sandali si mossero leggermente. Scuotivento balzò fuori da essi come un corridore che lascia i blocchi di par-
tenza, e prima di atterrare i suoi piedi compivano già vari movimenti in aria.
Dopo un po' il canguro lo affiancò, raggiungendolo con una serie di semplici balzi.
"Perché stai scappando senza nemmeno ascoltare quello che ho da dirti?"
"Ho avuto una lunga esperienza nell'essere me." ansimò Scuotivento. "So cosa sta per succedere. Sto per esse-
re trascinato in cose che non mi dovrebbero riguardare. E tu sei solo un'allucinazione causata da cibi troppo
ricchi a stomaco vuoto, quindi non provare a fermarmi!"
"Fermarti?" disse il canguro. "Perché fermarti, quando stai andando nella direzione giusta?"
Scuotivento cercò di rallentare, ma la cosa risultò difficile dal momento che il suo precedente metodo di ese-
cuzione si basava sul fatto che fermarsi era l'ultima cosa che avrebbe fatto. Con le gambe ancora in movimen-
to, corse per un po' nell'aria, e cadde nel vuoto.
Il canguro abbassò lo sguardo e, con una certa dose di soddisfazione, arricciò il naso.

"Arcicancelliere!"
Ridcully si svegliò, e si mise a sedere. Il Docente di Rune Recenti stava correndo verso di lui, senza fiato.
"Il Tesoriere ed io siamo andati a fare una passeggiata lungo la spiaggia" disse. "E indovini dove siamo fini-
ti?"

32
"In Via Kiddling, a Quirm." disse Ridcully acidamente, spazzolando un coleottero via dalla barba. "Quella con
la sala da tè, con gli alberelli dentro."
"Questo è stupefacente, Arcicancelliere. Perché sa, in effetti non l'abbiamo fatto. Ci siamo ritrovati di nuovo
qui. Siamo su una piccola isola. Si stava per caso riposando?"
"Stavo cogitando per qualche istante." disse Ridcully. "Ha idea di dove siamo, signor Stibbons?"
Ponder alzò gli occhi dal suo taccuino.
"Non sarò in grado di determinarlo con precisione fino al tramonto, signore. Ma penso che siamo abbastanza
vicini al bordo del Rim."
"E penso che abbiamo trovato il posto dove il Professore Emerito di Geografia Insolita e Crudele si è accam-
pato.” disse il Docente di Rune Recenti. Frugò in una tasca profonda.
"C'era un campo, e della brace. Mobili in bambù e quant'altro. Calzini messi ad asciugare su un filo. E que-
sto."
Tirò fuori i resti di un piccolo taccuino. Era quello standard dell'Università Invisibile. Ridcully non avrebbe
mai permesso a nessuno di averne uno nuovo fino a quando non avessero riempito ogni pagina su entrambi i
lati.
"Era in terra." disse il Docente di Rune Recenti. "Temo che le formiche se lo siano smangiucchiato."
Ridcully lo aprì e lesse la prima pagina.
" 'Alcune osservazioni interessanti sull'Isola Mono'." disse. " 'Un posto singolare'."
Sfogliò il resto del libro.
"Solo un elenco di piante e pesci." disse. "Non è nulla di speciale per me, ma io non sono un uomo appassio-
nato di Geografia. Perché l'ha chiamata l'Isola Mono?"
"Significa ‘Un'Isola’." disse Ponder.
"Beh, mi ha già detto che è un'isola." disse Ridcully. "Comunque, c'è di più là fuori. Grave mancanza di im-
maginazione, direi." Infilò il taccuino nella sua veste. "Bene, allora. Nessun segno del tizio?"
"Stranamente, no."
"Probabilmente se n'è andato a nuoto ed è stato mangiato da un ananas." disse Ridcully. "Come sta il Bibliote-
cario, signor Stibbons? Comodo, vero?"
"Devo dirle, signore", cominciò Ponder, "che si è seduto su di lui per tre quarti d'ora."
Ridcully guardò la sedia a sdraio. Era coperta di pelo rosso.
"Questo è-?"
"Sì, signore."
"Pensavo che fosse stata portata qui dal nostro professore di Geografia."
"Non, ehm, con le unghie nere, signore."
Ridcully guardò ancora. "Dovrei alzarmi, forse?"
"Beh, è una sedia a sdraio, signore. Quindi il fatto che qualcuno ci si sieda sopra è normale per lui."
"Dobbiamo trovare una cura, Stibbons. Questo è troppo strano-"
"Ehilà, signori!"
C'era attività di fronte alla finestra. Era principalmente incentrata su una visione rosa, anche se certamente sa-
rebbe stata il tipo di visione irregolare generalmente associata agli allucinogeni.
In teoria non c'è un modo dignitoso per una signora di una certa età di passare attraverso una finestra, ma que-
sta tentò di trovarlo comunque. In effetti lei si muoveva con qualcosa di più della dignità, che è qualcosa di
comune tra vescovi e re; quello che aveva era rispettabilità, solida come ghisa. Tuttavia, ad un certo punto
avrebbe dovuto mostrare un po' di caviglie, e la donna si incuneò goffamente sul davanzale mentre cercava di
evitare che questo accadesse.
Il Sommo Algebrico tossì. Se avesse indossato una cravatta, l'avrebbe raddrizzata.
"Ah" disse Ridcully. "L'inestimabile signora Whitlow. Qualcuno vada a darle una mano, Stibbons."

33
"La aiuto io!" disse il Sommo Algebrico, solo un po' più veloce di quello che avrebbe voluto11.
La governante dell'Università si voltò e disse qualcosa a qualcuno di invisibile al di là della finestra, e poi tor-
nò indietro. Le sue imprecazioni-contro-i-subordinati furono brevemente udibili prima di venir eclissate dal
linguaggio-più-cordiale-verso-i-maghi.
Il Professore degli Studi Indefiniti una volta aveva sconvolto il Sommo Algebrico dicendo che la governante
aveva un volto pieno di doppi-menti, ma c'era una lucentezza in lei che ricordava ad alcune persone una can-
dela che era stata tenuta al caldo per troppo tempo. Le linee rette non c'entravano nulla con la Signora Whit-
low, fino a quando non scopriva che qualcosa non era stato pulito correttamente, allora le sue labbra diventa-
vano dritte come un righello.
La maggior parte della Facoltà viveva col terrore di lei. Aveva strani poteri di cui non riuscivano a capacitarsi,
come l'abilità di fare i letti e lavare le finestre. Un mago che avrebbe potuto scagliare un pentacolo scoppiet-
tante contro un orrendo mostro di qualche spaventosa regione, era comunque perfettamente in grado di racco-
gliere la polvere usando un piumino dalla parte sbagliata, ferendo gravemente se stesso. Ad un capriccio della
Signora Whitlow i vestiti delle persone venivano lavati ed i calzini rammendati12. Se qualcuno le avesse dato
fastidio, avrebbero trovato il loro studio molto più pulito e profumato di quanto avrebbero voluto, e dal mo-
mento che per un mago la sua stanza è un posto personale come le tasche dei pantaloni, questa sarebbe stata
una terribile vendetta.
"Pensavo che voi gentiluomini avreste avuto voglia di uno spuntino di metà mattina." disse una volta che i
maghi l'ebbero aiutata a scendere. "Così mi sono presa la libertà di prendere gli ingredienti per preparare una
collazione fredda. Basta andare a prenderli e. . ."
L'Arcicancelliere si alzò in fretta. "Ben fatto, signora Whitlow."
"Ehm. . .uno spuntino di metà mattina?" disse il Sommo Algebrico. "A me sembra più metà pomeriggio. . ."
Il suo tono metteva in chiaro che se la signora Whitlow voleva che fosse mattina, non ci sarebbe stato alcun
problema.
"La luce attraversa il disco." disse Ponder. "Siamo vicini al bordo, ne sono sicuro. Sto cercando di ricordare
come si può riconoscere l'ora guardando il sole."
"Forse si deve aspettare un po'." disse il Sommo Algebrico, strizzando gli occhi sotto la mano. "E' troppo lu-
minoso per vedere i numeri, adesso."
Ridcully annuì felicemente.
"Sono sicuro che tutti potremmo fermarci per uno spuntino." disse. "Qualcosa di adatto alla spiaggia, magari."
"Carne di maiale e senape fredda." disse il Decano, risvegliandosi.
"Forse qualche birra." aggiunse il Sommo Algebrico.
"E magari uno di quei pasticci, sapete, quelli con l'uovo dentro?" propose il Docente di Rune Recenti. "Anche
se devo dire che ho sempre pensato fosse piuttosto crudele verso il pollo-"
Ci fu un debole scoppiettio, molto simile a quello che si ottiene, all'età di circa sette anni, quando ti infili il di-
to in bocca e lo tiri rapidamente fuori, pensando che sia incredibilmente divertente.
Ponder girò la testa, temendo lo spettacolo a cui stava per assistere.
La Signora Whitlow aveva un vassoio di posate in una mano e agitava inutilmente l'aria con le pinze che tene-
va nell'altra.

11
Il Sommo Algebrico una volta era passato accanto alla camera della signora Whitlow quando la porta era appena soc-
chiusa, ed aveva avuto una visione del corpo nudo, senza testa e senza braccia, del manichino che la donna usava per cu-
cire i suoi vestiti. Dopo quell'evento aveva dovuto stendersi per un po', e da allora pensava alla signora Whitlow in un
modo speciale.
12
Nella mappa genetica dei maghi manca il cromosoma HW. Le ricercatrici femministe lo hanno definito come il cromo-
soma che permette alla gente di vedere la lavatrice nei lavandini prima che l'umanità abbia effettivamente inventato la
ruota. O scoperto lo Slood.

34
"L'ho spostata solo per farci passare attraverso le cose", disse, "ma ora non riesco a trovare dove è andata a fi-
nire quella sciocca cosa."
Dove prima c'era un'apertura rettangolare affacciata sullo studio del Geografo, ora c'erano solo palme agitate e
sabbia illuminata dal sole. A rigor di termini, si potrebbe dire che fosse un miglioramento. Dipendeva dal pun-
to di vista.

Scuotivento risalì in superficie, senza fiato.


Era caduto in una pozza d'acqua.
Era dentro. . . bè, sembrava che una volta ci fosse stata una grotta, ed il tetto fosse crollato. C'era un grande
cerchio di luce blu sopra di lui.
Delle rocce erano cadute, la sabbia si era dispersa, e dei semi avevano messo le radici. Freddo, umido e verde.
. .il buco era una piccola oasi, ma lontana dal sole e dal vento. Si tirò fuori dall'acqua e si guardò intorno,
strizzando l'abito. Delle viti erano cresciute tra le rocce. Qualche piccolo albero era riuscito a mettere radici
nelle fessure. C'era anche un po' di spiaggia. Da quanto si poteva vedere dai segni sulle rocce, l'acqua un tem-
po era stata molto più alta.
E lì. . .Scuotivento sospirò. Non era sempre così? Trovi una piccola e tranquilla macchia di bellezza, ed ecco
qualche artista di graffiti pronto a rovinare tutto. Era come quella volta che si era nascosto nelle montagne di
Morpork, e proprio nella parte posteriore di una delle grotte più profonde qualche vandalo aveva disegnato un
sacco di tori stupidi ed antilopi. Scuotivento era stato così disgustato che li aveva cancellati. E avevano lascia-
to un sacco di vecchie ossa e spazzatura in giro. Alcune persone non avevano idea di come comportarsi.
Qui, avevano coperto le pareti di roccia con disegni in bianco, rosso e nero. Ancora animali, notò il mago.
Non avevano nemmeno un aspetto particolarmente realistico.
Si fermò, sgocciolandosi l'acqua di dosso, di fronte ad uno di essi. Qualcuno aveva probabilmente voluto di-
segnare un canguro. C'erano le orecchie e la coda e le zampe da clown. Ma sembrava un alieno, e c'erano così
tante linee e tratteggi incrociati che la figura sembrava. . . strana. Era come se l'artista non avesse solamente
voluto disegnare un canguro da fuori, ma si fosse messo in testa di disegnare pure l'interno, e poi aveva voluto
disegnare il canguro l'anno prima ed oggi e la prossima settimana e tutto ciò che gli era passato per la testa,
tutto allo stesso tempo, ed aveva deciso di illustrare il tutto con un po' di pigmento color ocra ed un bastoncino
di carbone.
Ed il disegno sembrava muoversi nella sua testa.
Batté le palpebre, ma faceva ancora male. I suoi occhi sembravano voler passeggiare in direzioni diverse.
Scuotivento si affrettò lungo la grotta, ignorando il resto dei dipinti. Le macerie accatastate dopo la caduta dal
soffitto raggiungevano quasi la superficie, ma c'era spazio sul lato opposto, andando verso l'oscurità. Sembra-
va che un pezzo di tunnel fosse crollato.
"L'hai già superato." disse il canguro.
Il mago si voltò. Era in piedi sulla piccola spiaggia.
"Non ti ho visto scendere." disse il mago. "Come sei arrivato qui?"
"Vieni, devo farti vedere una cosa. Puoi chiamarmi Scrappy, se vuoi."
"Perché?"
"Siamo compagni, non è così? Sono qui per aiutarti."'
"Oh cielo."
"Non può farlo da solo, attraverso questa terra, compare. Come credi di essere sopravvissuto finora? L'acqua è
difficilissima da trovare in questi giorni."

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"Oh, non lo so, continuavo a cadere n-" Scuotivento si bloccò.
"Sì" disse il canguro. "Strano davvero."
"Pensavo di essere solo fortunato." disse Scuotivento. Pensò poi a quello che aveva appena detto. "Devo esse-
re impazzito."
Non c'erano nemmeno le mosche quaggiù. C'era l'occasionale debole ondulazione dell'acqua, il che non era
confortante, dato che non c'era apparentemente niente che muovesse la superficie. In alto, il sole stava incen-
diando la terra e le mosche brulicavano come, beh, mosche.
"Perché non c'è nessun'altro qui?" chiese.
"Vieni e vedrai." disse il canguro.
Scuotivento alzò le mani e si allontanò. "Stiamo parlando di denti e pungiglioni e zanne?"
"Basta che osservi quel quadro lì, amico."
"Che cosa, quello del canguro?"
"E quale sarebbe, amico?"
Scuotivento guardò lungo la parete. Il quadro del canguro non era dove lo ricordava.
"Avrei giurato-"
"Quello che voglio che osservi è laggiù."
Scuotivento guardò la pietra. Quello che vide, delineate in ocra rossa, erano decine di mani. Sospirò.
"Oh, giusto." disse stancamente. "Capisco il problema. Esattamente la stessa cosa che penso io."
"Di che cosa stai parlando, compare?"
"E' la stessa cose che succede a me quando cerco di prendere un'immagine con un iconografo." disse Scuoti-
vento. "Imposti una bella foto, il demone dipinge, e quando la guardi, oops, c'è il pollice in mezzo. Devo avere
una decina di foto del mio pollice. Eh si, riesco a vedere il tuo ragazzo lì, pronto a fare la sua pittura, con un
po' di fretta, i pennelli tutti pronti e poi, splosh, dimentica di tirar via la mano da-"
"No. E' il quadro di sotto quello di cui sto parlando, compare."
Scuotivento guardò più da vicino. C'erano delle deboli linee lì, che si sarebbero potute scambiare per difetti
della roccia, se non si osservavano bene. Scuotivento strizzò gli occhi.
Altre linee sembravano giuste. . .Sì, qualcuno aveva dipinto delle figure. . .Erano. . .
Spazzò via un po' di sabbia.
Sì, erano. . .
. . .stranamente familiari. . .
"Sì." disse Scrappy, la sua voce apparentemente proveniente da una grande distanza. "Assomiglia un po' a te,
non è vero. . .?"
"Ma queste sono-" cominciò. Si raddrizzò. "Da quanto tempo questi dipinti sono qui?"
"Beh, guarda. . ." disse il canguro. "Lontano dal sole e dalla pioggia, niente che li potesse disturbare, ehm. . .
Ventimila anni?"
"Non può essere!"
"No, è vero, probabilmente trentamila, in un bel posto riparato come questo."
"Ma questi sono. . .Questo è il mio. . ."
"Naturalmente, quando dico 30 mila anni", disse il canguro, "Voglio dire che dipende da come la si guarda.
Anche le mani dipinte in alto sono qui da cinquemila anni, sai. E quelli sotto. . .Oh, sì, devono essere piuttosto
vecchi, decine di migliaia di anni, eccetto-"
"Eccetto che cosa?"
"Non erano qui la scorsa settimana, amico."
"Stai dicendo che sono stati qui per secoli. . .ma non per molto tempo?"
"Vedi? Lo sapevo che eri intelligente."

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"E ora mi dirai di cosa diavolo stai parlando?"
"Bravo."
"Scusami, mi limiterò a trovare qualcosa da mangiare." Scuotivento sollevò una roccia. C'erano un paio di pa-
nini alla marmellata sotto.

I maghi erano uomini civilizzati di notevole istruzione e cultura. Di fronte all'essere inavvertitamente abban-
donati su un'isola deserta avevano capito subito che la prima cosa da fare era dare la colpa a qualcuno.
"Era così chiaro!" gridò Ridcully, agitando la mano freneticamente in aria nel luogo in cui era stata la finestra.
"Ed avevo anche messo un segnale!"
"Sì, ma non può sperare di mettere un ‘Non disturbare’ inchiodato alla porta dello studio", disse il Sommo Al-
gebrico, "ed aspettarsi che la signora Whitlow continui a portarci il tè la mattina!"
"Signori, per favore!" disse Ponder Stibbons. "Dobbiamo risolvere alcune cose ora!"
"Sì, esatto!" ruggì il Decano. "Ed è stata colpa sua! Il segnale non era abbastanza grande!"
"Voglio dire che dobbiamo-"
"Ci sono delle signore!" sbottò Sommo Algebrico.
"Signora." La signora Whitlow pronunciò la parola con attenzione e con decisione, come un giocatore d'az-
zardo che mette giù una mano vincente. Rimase in piedi a guardarli. La sua espressione diceva: Io non sono
preoccupata, perché con tutti questi maghi in giro non mi può accadere nulla di male.
I maghi si ricomposero.
"Chiedo scusa se ho fatto qualcosa di sbagliato." disse.
"Oh, no, lei non ha sbagliato." disse Ridcully rapidamente. "Non esattamente sbagliato. Come tale."
"Chiunque avrebbe potuto farlo." aggiunse il Sommo Algebrico. "Neanch'io riuscivo a leggere le lettere sul
cartello."
"E, guardando il lato positivo, è certamente meglio essere bloccati qui con l'aria fresca ed il sole che in quello
studio chiuso." continuò Ridcully.
"Questa è una visione molto ottimista della situazione, signore." disse Ponder dubbioso.
"E noi torneremo a casa in due battiti di coda d'agnello." disse Ridcully, raggiante.
"Purtroppo, questa non sembra una specie molto agricola di-" cominciò Ponder.
"E' un modo di dire, signor Stibbons, un modo di dire."
"Il sole sta calando, signore." insistette Ponder. "Il che significa che sarà presto notte."
Ridcully guardò nervosamente la Signora Whitlow, e poi il sole.
"C'è qualche problema?" disse la signora Whitlow.
"Oh, santo cielo, no!" disse Ridcully in fretta.
"Ho notato che il piccolo buco nel muro non sembra essere ritornato." disse la Signora Whitlow.
"Noi, ehm. . ."
"E' un piccolo scherzo, vero?" continuò la governante. "Sono sicura che voi signori vi state solo divertendo,
vero?"
"Sì, questo è-"
"Ma adesso Le sarei grata se mi volesse far tornare indietro, Arcicancelliere. Stavo facendo il bucato, oggi
pomeriggio, e temo che stiamo avendo un sacco di problemi con la biancheria da letto del Decano."
Il Decano improvvisamente sapeva come si sentiva una zanzara nel fascio di un proiettore.

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"Risolveremo la questione al più presto, non tema, Signora Whitlow." disse Ridcully, senza distogliere lo
sguardo dal povero Decano. "Nel frattempo, perché non si siede e non si gode il sole?"
Ci fu un clack come se una sedia sdraio si fosse ripiegata. Ed avesse starnutito.
"Ah, è tornato di nuovo con noi, Bibliotecario." disse Ridcully all'orangutan disteso nella sabbia. "Lo aiuti, per
favore, signor Stibbons. Una parola per il resto di voi, per piacere. Ci può scusare un attimo, signora Whitlow?
Riunione Docenti. . . "
I maghi si riunirono.
"Stava parlando della salsa di pomodoro, vero?" disse il Decano in fretta. "Mi è capitato di fare uno spuntino a
letto e, sapete com'è, si è macchiato un po'."
"Sono sicuro che non siamo affatto interessati allo stato della sua biancheria da letto, Decano." disse Ridcully.
"No, di sicuro." confermò il Sommo Algebrico con impeto.
"Proprio no." disse il Docente di Rune Recenti, battendo il Decano sulla schiena.
"Dobbiamo ritornare." disse Ridcully. "Non possiamo passare la notte da soli con la signora Whitlow. Non sa-
rebbe accettabile."
"Non vedo perché qualcuno dovrebbe fare una tale confusione su un po' di salsa di pomodoro. Ho anche tolto
tutti i fagioli da solo-"
"Beh, non siamo proprio soli, no? Non singolarmente." disse il Docente di Rune Recenti. "Voglio dire, siamo
in sette, escluso il Bibliotecario."
"Sì, ma siamo tutti insieme da soli." disse Ridcully con urgenza. "La gente potrebbe parlare."
"Di che cosa?" disse il Professore degli Studi Indefiniti, che tendeva a rimanere indietro.
"Sa" disse il Docente di Rune Recenti. "Sette uomini e una donna. . .darebbe da pensare. . ."
"Beh, io per primo proibisco categoricamente di procurarsi altre sei donne." disse il Professore con fermezza.
"Forse la finestra si aprirà di nuovo?" chiese il Sommo Algebrico.
"Ne dubito." disse Ridcully. "Ponder dice che il nostro passaggio probabilmente ha alterato l'equilibrio taumo-
statico. Cosa ne pensa, Decano?"
"Era solo salsa di pomodoro." disse il Decano. "Poteva succedere a chiunque."
"Volevo dire circa il nostro essere abbandonati su questa isola." disse Ridcully. "Qualcuno ha qualche idea?
Dobbiamo affrontare questa situazione come una squadra."
"Che cosa diremo alla Signora Whitlow?" sussurrò il Sommo Algebrico. "Lei pensa che questo sia uno scher-
zo."
"Sommo Algebrico, siamo maghi anziani, saggi ed esperti." disse Ridcully. "Gli studenti sono scherzoni."
"Burloni, forse." mormorò Ponder Stibbons.
"Fa lo stesso. E comunque noi non indugiamo negli scherzi."
"Con noi è in un vero e proprio guscio d'oro." disse il Docente di Rune Recenti.
"Non vedo il motivo per cui le persone debbano fare un tale baccano su un po' di salsa di pomodoro." borbottò
il Decano.
"Nessuno ha qualche incantesimo pronto?" chiese Ridcully.
"Alle quattro del mattino? Per andare su una spiaggia?" disse il Docente di Rune Recenti. "Ovviamente no."
"Allora dovremo contare sulle nostre risorse. C'è sicuramente una nave che passerà di qui, prima o poi. Il pun-
to è, signori", aggiunse, "che noi siamo il prodotto di un'alta formazione universitaria. Sono abbastanza sicuro
che i popoli primitivi non hanno avuto difficoltà a sopravvivere in un posto come questo, e pensate a tutte le
cose che abbiamo e che ai nostri rozzi antenati mancavano."
"La signora Whitlow, tanto per cominciare." disse il Professore degli Studi Indefiniti.
"Non permetterebbe mai una maleducazione di qualsiasi tipo." concordò il Sommo Algebrico.

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"Sa niente di barche, Decano? Mi aveva detto di aver avuto un riconoscimento Marrone* per il canottaggio
quando era più magro." disse Ridcully. "La prego di notare che la questione non ha nulla a che fare con la sua
biancheria da letto."
"Be', in effetti costruire le barche non è un compito difficile." disse il Decano, emergendo dai suoi pensieri.
"Anche le persone primitive possono costruire barche, e noi siamo uomini civili, dopo tutto."
"Allora lei sarà il capo del Comitato Costruzione Barche." disse Ridcully. "Il Sommo Algebrico può aiutarla.
Il resto di voi compagni sarà meglio che veda se c'è acqua in giro. E del cibo. Raccogliete un paio di noci di
cocco. Questo genere di cose."
"E lei cosa farà, Arcicancelliere?" domandò con malignità il Sommo Algebrico.
"Sarò il Commissario del Comitato per le Proteine." disse Ridcully, agitando la canna da pesca.
"Ha intenzione di stare qui e pescare ancora? Che cosa porterà di buono, questo?"
"Potrebbe procurare una cena a base di pesce, Sommo Algebrico."
"Qualcuno ha del tabacco?" disse il Decano. "Sto morendo dalla voglia di fumare."
I maghi andarono ognuno ai loro compiti, lamentandosi ed incolpandosi l'un l'altro.
E, proprio all'interno della foresta, tra gli ammassi frondosi, delle radici si dispiegarono ed un certo numero di
piccole piante cominciarono a crescere come impazzite. . .

"Questo è l'ultimo continente" disse Scrappy. "E' stato. . . messo insieme per ultimo, e. . . diversamente dagli
altri."
"Sembra piuttosto vecchio." disse Scuotivento. "Antico. Quelle montagne sembrano vecchie come montagne."
"Sono state fatte a 30 mila anni di età." disse il canguro.
"Ma dai! Sembra che abbiano milioni di anni!"
"Già. Trentamila anni fa erano state fatte da un milione di anni. Il tempo qui è", il canguro si strinse nelle spal-
le, "non è lo stesso. E'. . . incollato insieme in modo diverso, d’accordo?"
"Cerca di capirmi." disse Scuotivento. "Sono un uomo seduto qui ad ascoltare un canguro. Non discuto nulla."
"Sto cercando di trovare parole che puoi capire." disse il canguro in tono di rimprovero.
"Bene, vai avanti, alla fine ci riuscirai. Vuoi un panino alla marmellata? È all'uva sultanina."
"No. Sono vegetariano, amico. Ascolta-"
"E' strana, la marmellata di uva sultanina. Voglio dire, non si vede spesso. Lampone e fragola sì, anche ribes
nero. Un barattolo di marmellata su almeno un centinaio è di uva sultanina. Scusami, vai pure avanti."
"Stai prendendo questa cosa seriamente, vero?"
"Sto sorridendo?"
"Hai mai notato come il tempo passa più lentamente nei grandi spazi?"
Il panino si fermò a metà strada verso la bocca del mago. "In realtà è vero. Ma forse sembra solo più lento."
"E quindi? Quando è stato fatto questo posto non c'era molto spazio, ed il tempo è rimasto a lavorare, vedi? Si
sono dovuti unire insieme per lavorare di più. Il tempo si verifica nello spazio e lo spazio si verifica nel tem-
po-"
"Sai, credo che ci potrebbe essere anche una prugna dentro questa marmellata, sai?" disse Scuotivento, con la
bocca piena. "E forse un po' di rabarbaro. Saresti sorpreso di quanto spesso lo mettono. Sai, mettono la frutta
più economica. Ho incontrato quest'uomo in una locanda, una volta, che lavorava per un marmellatificio ad
Ankh-Morpork, e mi ha detto che dentro ci mettevano della vecchia spazzatura e un po' di colorante rosso, ed

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io gli ho chiesto 'E per quanto riguarda quella di lampone?', e lui ha detto che la facevano con il legno. Legno!
Ha detto che avevano una macchina per tritarlo. Ci riesci a credere?"
"Vuoi smetterla di parlare di marmellata e cercare di essere ragionevole per un attimo!"
Scuotivento abbassò il panino.
"Santo cielo, spero di no." disse. "Sono seduto in una grotta in un paese in cui tutto ciò che si muove ti morde
e non piove mai e sto parlando, senza offesa, con un erbivoro che profuma come il tappeto di una casa dove ci
sono un sacco di cuccioli eccitabili, ed io ho improvvisamente acquisito questo talento per la ricerca di panini
alla marmellata e dolci trovati inspiegabilmente in luoghi inaspettati, ed ho visto qualcosa di molto strano in
un'immagine su qualche vecchio muro di una grotta, ed improvvisamente un canguro mi dice che il tempo e lo
spazio sono tutti sbagliati e vuole che io sia ragionevole? Come diavolo potrei esserlo?"
"Guarda, questo posto non è stato finito, giusto? Non stava-" si voltò. . .
Il canguro guardò Scuotivento come se stesse leggendo nella sua mente, ed in effetti era così.
"Hai familiarità coi puzzle, vero? L'ultimo pezzo è della forma giusta, ma bisogna girarlo perché si adatti?
Giusto? Ora pensa al pezzo come un continente terribilmente grande che è stato girato in circa nove dimensio-
ni e..."
"Asciutto?" disse Scuotivento.
"Stramaledettamente giusto!"
"Ehm. . . So che questa può sembrare una domanda sciocca", disse Scuotivento, cercando di togliersi un pezzo
di uva sultanina da una cavità del dente, "ma perché io?"
"E' colpa tua. Sei arrivato qui e all'improvviso le cose hanno cominciato a mettersi male."
Scuotivento guardò verso il muro. La terra tremò di nuovo.
"Puoi ripeterlo di nuovo?" disse.
"Qualcosa è andato storto nel passato."
Il canguro guardò l'espressione vuota del mago impiastricciato di marmellata, e provò di nuovo.
"Il tuo arrivo ha causato una nota sbagliata." azzardò.
"In che cosa?"
La creatura agitò una zampa vagamente.
"In tutto." disse. "Si potrebbe chiamare una nocca insanguinata multidimensionale di una fase localizzata nello
spazio, o forse puoi semplicemente chiamarla la canzone."
Scuotivento si strinse nelle spalle. "D'accordo, mi dispiace di aver ucciso qualche ragno." disse. "Ma eravamo
o io o loro. Voglio dire, alcuni di loro ti attaccavano alla testa."
"Hai cambiato la storia."
"Oh, andiamo, alcuni ragni non fanno molta differenza, alcuni di loro usavano le loro tele come trampolini, ad
un tratto sentivi un boing ed il momento dopo-"
"No, non la storia da ora in poi, la storia che è già successa." disse il canguro.
"Ho cambiato le cose che sono già accadute tanto tempo fa?"
"Esatto."
"Arrivando qui ho cambiato quello che è già successo!"
"Sì. Guarda, il tempo non è così semplice come credi-"
"Non ho mai pensato che lo fosse." lo interruppe Scuotivento. "Ed io ci ho passeggiato attraverso un paio di
volte. . ."
Il canguro agitò una zampa. "Non solo le cose future possono influenzare le cose passate." disse. "Le cose che
non sono accadute, ma che sarebbero potute accadere possono. . . influenzare le cose realmente accadute. An-
che le cose che sono successe e che non sarebbero dovute succedere e per quello sono state rimosse sono an-
cora, oh, chiamiamole ombre nel tempo; cose rimaste che interferiscono con quello che sta succedendo. Tra te

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e me", andò avanti, agitando le orecchie, "è tutto tenuto insieme da uno sputo. Nessuno fa mai un po' di puli-
zia. Sono sempre stupito quando il domani segue all'oggi, questa è la verità."
"Anch'io." disse Scuotivento. "Concordo in pieno."
"Non c’è problema, eh?"
"Penso che non mangerò più marmellata." disse Scuotivento. Mise giù il panino. "Perché io?"
Il canguro si grattò il naso "Doveva esserci qualcuno" disse.
"E cosa dovrei fare?" chiese Scuotivento.
"Spargerla per il mondo."
"C'è una soluzione?"
"Potrebbe essere. Dipende."
Scuotivento si voltò a guardare di nuovo le immagini sulla roccia, le immagini che non c'erano fino a qualche
settimana prima e poi improvvisamente erano sempre state lì.
Le figure che tenevano lunghi bastoni. Figure con lunghe vesti. L'artista aveva fatto un buon lavoro nel dise-
gnare qualcosa di sconosciuto. E nel caso in cui vi fosse stato qualche dubbio, bastava guardare quello che c'e-
ra sulle loro teste.
"Sì. Noi li chiamiamo I Capi a Punta." disse il canguro.

"Ha iniziato a pescare." disse il Sommo Algebrico. "Questo significa che verrà da noi tutto tronfio, da un mo-
mento all'altro, e inizierà a chiedere quali sono i progetti che abbiamo ideato per fare una barca, sa com'è fat-
to."
Il Decano esaminò alcuni schizzi che aveva fatto su una roccia.
"Come può essere difficile, costruire una barca?" disse. "Le persone con le ossa nel naso costruiscono barche.
E noi siamo il prodotto finale di migliaia di anni di evoluzione. Costruire una barca non è al di là delle possi-
bilità di uomini come noi, Sommo Algebrico."
"Certo, Decano."
"Tutto quello che dobbiamo fare è cercare su quest'isola fino a trovare un libro con un titolo come Edilizia
Nautica Pratica per Principianti."
"Esattamente. E dopo avremo il vento in poppa, Decano. Ahaha."
Alzò lo sguardo, e deglutì. La signora Whitlow era seduta su un tronco all'ombra, facendosi vento con una
grande foglia. La vista mosse alcune cose nel Sommo Algebrico. Non era del tutto sicuro di cosa fossero, ma
piccoli dettagli come il modo in cui si muovevano facevano scricchiolare qualcosa dentro di lui.
"Tutto bene, Sommo Algebrico? Sembra quasi che abbia preso un colpo di calore."
"Ho solo un po'. . . caldo, Decano."
Il Decano lo guardò allentarsi il colletto. "Beh, non durerà a lungo." disse.
Gli altri maghi stavano camminando lungo la spiaggia. Uno dei vantaggi di una veste lunga è che può essere
tenuta come un grembiule, e quella del Professore degli Studi Indefiniti era molto più gonfia del solito.
"Avete trovato qualcosa da mangiare?" domandò il Sommo Algebrico.
"Ehm. . . sì."
"Frutta e noci, suppongo." borbottò il Decano.
"Ehm. . . sì, ma anche no." disse il Docente di Rune Recenti. "Uhm. . . è piuttosto strano. . . "
Il Professore degli Studi Indefiniti lasciò cadere il suo carico sulla sabbia. C'erano noci di cocco, frutta a gu-
scio di varie dimensioni, e cose pelose assortite o vegetali bitorzoluti.

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"E' tutto piuttosto primitivo." disse il Decano. "E probabilmente velenoso."
"Be', il Tesoriere si è strafogato come se non ci fosse un domani." disse il Docente di Rune Recenti. Il Teso-
riere ruttò felicemente.
"Questo non significa che non lo siano lo stesso." disse il Decano. "Che cosa avete voi due? Continuate a
guardarvi l'un l'altro."
"'Ehm. . . abbiamo assaggiato un paio di cose anche noi, Decano." disse il Docente di Rune Recenti.
"Ah, vedo che i raccoglitori sono tornati!" gridò felicemente Ridcully, camminando verso di loro. Indicò tre
pesci agganciati ad una corda. "Avete per caso trovato qualcosa che assomigli a delle patate, ragazzi?"
"Voi non crederete a nulla di tutto ciò." borbottò il Docente di Rune Recenti. "Ci accuserete di inganno."
"Di cosa sta parlando?" disse il Decano. "A me non sembrano molto ingannevoli."
Il Professore degli Studi Indefiniti sospirò.
"Prenda una noce di cocco." disse.
"Non è che esploderà o qualcosa del genere?"
"No, niente di tutto ciò."
Il Decano raccolse una noce, le lanciò uno sguardo sospettoso, e la sbattè su una pietra. Si divise in due metà
esatte.
Non uscì del latte. All'interno della buccia c'era un guscio marrone, pieno di soffici fibre bianche.
Ridcully raccolse una metà e l'annusò. "Non ci posso credere." disse. "Questo non è normale."
"E allora?" disse il Decano. "Si tratta di una noce di cocco piena di cocco. Cosa c'è di strano?"
L'Arcicancelliere staccò un pezzo di guscio e glielo porse. Era morbido e leggermente friabile.
Il Decano lo assaggiò. "Cioccolato?" esclamò.
Ridcully annuì. "Al latte, a quanto pare. Con un ripieno cremoso al cocco."
"Questo non è poffible." disse il Decano a bocca piena.
"Allora lo sputi."
"Penso che forse potrei provarne un altro po'." disse il Decano, mandando giù. "Solo per una piccola ricerca, si
capisce."
Il Sommo Algebrico prese un frutto nodoso e bluastro delle dimensioni di un pugno e lo batté sperimental-
mente. Andò in frantumi, ma rimase insieme a causa del contenuto appiccicoso.
L'odore era molto familiare. Un attento assaggio confermò il tutto. I maghi guardarono le interiora del frutto
in silenzio scioccato.
"Ha anche le venature blu." disse il Sommo Algebrico.
"Sì, lo sappiamo, ne abbiamo già provato uno." disse debolmente il Professore degli Studi Indefiniti. "E, alla
fine, c'è anche una cosa che è come un frutto di pane-"
"Ne ho sentito parlare." disse Ridcully. "Ed ho sentito che c'è anche una cosa come una noce di cocco al cioc-
colato che non ne è davvero ricoperta, perché il cioccolato è una sorta di patata."
"Un chicco, forse." disse Ponder Stibbons.
"Fa lo stesso. Ma non credo assolutamente che ne esista uno che sembri il formaggio liquido stagionato alle
noci del Lancre!" punzecchiò la cosa.
"Ma la natura a volte fa saltare fuori alcune coincidenze molto divertenti, Arcicancelliere." disse il Professore
degli Studi Indefiniti. "Perché io stesso, da bambino, una volta ho trovato una carota che, ahaha, sembrava
proprio un uomo con un-"
"Ehm. . . " disse il Decano.
Era solo un piccolo suono, ma aveva una certa qualità portentosa. Si voltarono a guardarlo.
Aveva staccato una buccia ingiallita da qualcosa che sembrava un piccolo baccello di fagiolo. Quello che ora
teneva in mano era-

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"Hah, sì, bello scherzo." disse Ridcully. "Certamente quelli lì non crescono."
"Non ho fatto niente! Guardate, ha ancora attaccati i pezzi di buccia!" disse il Decano, sventolando selvag-
giamente la cosa.
Ridcully la prese, annusò, la portò all'orecchio e la scosse, e poi disse piano: "Fatemi vedere dove l'avete tro-
vato, d'accordo?"
La pianta era in una piccola radura. Decine di piccoli germogli verdi pendevano tra le sue foglie. Da ognuno
pendeva un fiore, ma i fiori si arricciavano e cascavano. I frutti erano maturi.
Coleotteri multicolori volarono via dalle fronde quando il Decano selezionò un frutto e lo aprì, rivelando un
cilindro bianco leggermente umido. Lo esaminò per qualche secondo, poi ne tagliò un'estremità coi denti, pre-
se una scatola di fiammiferi da una tasca sul cappello, e lo accese.
"Un fumo piuttosto liscio." disse. La sua mano tremò leggermente quando tirò via la sigaretta e soffiò un anel-
lo di fumo. "Ha anche il filtro di sughero." disse.
"Ehm. . . in effetti, sia il tabacco che il sughero sono prodotti naturali", balbettò il Professore degli Studi Inde-
finiti.
"Professore?" disse Ridcully.
"Sì, Arcicancelliere?"
"Potrebbe chiudere il becco, per piacere?"
"Sì, Arcicancelliere."
Ponder Stibbons ruppe un filtro di sughero. C'era un piccolo spazio con all'interno quelli che sarebbero potuti
essere-
"Semi." disse. "Ma questo non ha senso, perché-"
Il Decano, avvolto dal fumo blu, ammirava le vigne circostanti.
"Nessun’altro ha notato che questi baccelli sono notevolmente rettangolari?" disse.
"Controlli lei, Decano." rispose Ridcully.
Una buccia marrone venne tirata via.
"Ah." disse il Decano. "Biscotti. Quelli con il formaggio."
"Ehm. . ." disse Ponder. Indicò.
Poco oltre la pianta, un paio di stivali giaceva a terra.

Scuotivento fece scorrere le dita sulla parete della caverna.


La terra tremò di nuovo.
"Da che cosa è causato questo?" chiese.
"Oh, alcune persone dicono che è un terremoto, alcuni dicono che è il paese che si sta prosciugando, altri di-
cono che è un serpente gigante che striscia veloce attraverso la terra." disse Scrappy.
"E quale di questi è?"
"Domanda sbagliata."
Sicuramente le figure sembravano maghi, pensò Scuotivento. Avevano quella forma a cono familiare a chiun-
que fosse stato all'Università Invisibile. Tenevano in mano delle cose. Anche con i materiali grezzi a loro di-
sposizione gli antichi artisti erano riusciti a ritrarre i bastoni alle loro estremità.
Ma l'Università Invisibile non esisteva nemmeno 30 mila anni prima. . .
Poi notò, per la prima volta, il disegno a destra, alla fine della caverna. C'erano un sacco di impronte color
ocra sopra di esso, come se - e il pensiero si allargò nella sua mente in un modo subdolo - come se qualcuno

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avesse pensato che in quel modo avrebbero potuto tenerlo giù nella roccia, evitando che - questo era un pen-
siero sciocco, lo sapeva - esso potesse uscire.
Spazzolò via un po' di polvere.
"Oh, no." borbottò.
Era una cassa oblunga. L'artista non aveva utilizzato la prospettiva convenzionale, ma non c'era dubbio che
avesse cercato di dipingere centinaia di gambette.
"Questo è il mio Bagaglio!"
"E' sempre la stessa storia, giusto?" disse Scrappy, dietro di lui. "Arrivi in un posto e il tuo bagaglio finisce da
qualche altra parte."
"Migliaia di anni fa?"
"Potrebbe essere una preziosa antichità."
"Ci sono i miei vestiti dentro!"
"Allora faranno un bel ritorno, vedrai."
"Tu non capisci! Si tratta di un baule magico! Dovrebbe essere dove sono io!"
"Probabilmente è già dove sei tu. Solo che non è quando sei tu."
"Che cosa? Oh."
"Ho detto che il tempo e lo spazio sono stati tutti mescolati, no? Dovrai aspettare fino a che non sarai in viag-
gio. Ci sono luoghi dove le cose accadono più volte contemporaneamente e posti dove non c'è quasi più tem-
po, e tempi in cui non c'è quasi più posto. Hai capito, giusto?"
"Vuoi dire, come mischiare le carte?" disse Scuotivento. Si fece un appunto mentale su 'sarai in viaggio'.
"Già."
"Ma questo è impossibile!"
"Lo sai, lo avrei detto anch'io. Ma lo farai. Ora, dovrai concentrarti su questo attimo, giusto?" Scrappy fece un
respiro profondo. "So che lo farai, perché lo hai già fatto."
Scuotivento si prese la testa fra le mani.
"Ti ho già detto che lo spazio ed il tempo qui possono essere piuttosto confusi." disse il canguro.
"Ho già salvato il paese?"
"Ehggià."
"Oh, bene. Beh, non è stato così difficile. Non voglio molto - una medaglia, magari, i sentiti ringraziamenti
della popolazione, forse una piccola pensione ed un biglietto per casa. . . " Alzò gli occhi. "Non avrò nulla di
tutto ciò, vero?"
"No, perché-"
"-Non l'ho ancora fatto, vero?"
"Esattamente! Stai capendo il nocciolo della storia! Devi andare e fare quello che sappiamo che stai andando a
fare perché l'hai già fatto. Infatti, se tu non lo avessi già fatto, io non sarei qui per assicurarmi che venisse fat-
to. Quindi è meglio farlo."
"Dovrò affrontare terribili pericoli?"
Il canguro agitò una zampa. "Leggermente terribili." disse.
"E viaggiare per molti chilometri su terreni aridi e senza strade?"
"Be', sì. Noi non abbiamo nessun'altro tipo di terreno."
Scuotivento si illuminò leggermente. "E incontrerò compagni di cui i punti di forza e le competenze saranno
di grande aiuto per me?"
"Non ci conterei troppo."
"C'è qualche possibilità di avere una spada magica?"
"Cosa ci faresti con una spada magica?"

44
"Giusto. Giusto. Dimentica la spada magica. Ma dovrò pure avere qualcosa. Un mantello dell'invisibilità, una
pozione fortificante, qualcosa del genere. . ."
"Quella roba è per le persone che sanno come usarla, compare. Dovrai fare affidamento sulla tua naturale in-
telligenza."
"E non ho nulla? Che tipo di ricerca è questa? Non puoi darmi qualche indizio?"
"Potrebbe essere necessario bere qualche birra." disse il canguro. Si tirò indietro per un attimo, come se si
preparasse ad una tempesta di obiezioni.
Scuotivento disse: "Oh. Bene. Quello lo so fare. Quale direzione devo prendere?"
"Oh, lo scoprirai."
"E quando arriverò dove sto andando, cosa dovrei fare?"
"Sarà. . . ovvio, credo?"
"E come faccio a sapere che ho fatto quello che sto andando a fare?"
"La Stagione tornerà."
"La stagione di cosa?"
"Pioverà."
"Credevo che non avesse mai piovuto, qui." disse Scuotivento.
"Vedi? Lo sapevo che eri intelligente."
Il sole stava tramontando. Le rocce intorno al bordo della caverna brillavano di rosso. Scuotivento le fissò per
un po', poi prese una decisione coraggiosa.
"Io non sono l'uomo che si sottrae al suo dovere, quando il destino di interi paesi è in bilico." disse. "Partirò
all'alba per portare a termine questo compito che ho già portato a termine, per Hoffler, o il mio nome non è
Smuovivento!"
"Scuotivento" disse il canguro.
"Infatti!"
"Ben detto, amico. Però dormirei un po', se fossi in te. Potrebbe essere una giornata faticosa domani."
"Non mi faccio trovare impreparato, quando il dovere chiama." disse il mago. Raggiunse un tronco cavo e,
dopo aver rovistato per un po', tirò fuori un piatto di uova e patatine.
"Ci vediamo all'alba, allora."
Dieci minuti dopo era disteso sulla sabbia, con il piccolo diario usato a mò di cuscino, e guardava il cielo vio-
la. Qualche stella aveva già cominciato a brillare.
Ora, c'era qualcosa. . .Oh, sì. Il canguro era steso sull'altro lato della pozza.
Scuotivento alzò la testa. "Hai detto qualcosa a proposito di quando ‘lui’ ha creato questo posto, ed hai parlato
di ‘lui’. . ."
"Già."
"E' solo che. . . Sono abbastanza sicuro di aver incontrato il Creatore. Tizio bassino. Fa tutti i suoi fiocchi di
neve da solo."
"Ah sì? E quando lo hai conosciuto?"
"Quando stava facendo il mondo, a quanto pare." Scuotivento decise di astenersi dal menzionare che aveva
lasciato cadere un panino su una spiaggia, allora. Alla gente non piace sentire che si sono evoluti dal pranzo di
qualcuno. "Viaggio molto." aggiunse.
"Mangi gamberi crudi?* "13
"Che cosa? Oh, no. Certo che no. Gamberi crudi? Non io. Non l'ho mai fatto. O anche gamberi cotti. O crosta-
cei di ogni tipo, soprattutto quelli che stanno nelle pozze. Non io. Ehm. . . che cosa intendevi dire in realtà?"

*
"Are you coming the raw prawn?" - Gioco di parole non traducibile: in gergo Australiano. Significa aver mentito o
prendere in giro qualcuno. N.d.t.

45
"Beh, non ha creato questo posto." disse Scrappy, ignorandolo. "Questo è stato fatto dopo."
"Può succedere davvero?"
"Perché no?"
"Beh, non è come costruire su un formicaio?" disse Scuotivento. "Qualcuno gironzola su un mondo appena
finito, ed ecco che spunta fuori un nuovo continente?"
"Succede, amico." disse Scrappy. "Stramaledizione, sì. Perché no, in ogni caso? Se altri creatori vanno in giro
lasciando grandi oceani vuoti, qualcuno sarà destinato a riempirli, giusto? Fa di un mondo un posto migliore,
con un aspetto fresco, delle nuove idee, dei nuovi modi."
Scuotivento fissò le stelle. Aveva una visione mentale di qualcuno che cammina di mondo in mondo, cimen-
tandosi in terre aggiuntive quando nessuno guarda.
"Sì." disse. "Per quanto mi riguarda, non avrei mai fatto tutti quei serpenti mortali, e tutti quei ragni ancor più
mortali de serpenti. Ma l'idea di mettere delle tasche su tutto? Geniale."
"Ben detto." disse Scrappy. Era appena visibile ora, come se il buio avesse riempito la grotta.
"Ne ha creati un sacco, vero?
"Già."
"Perché?"
"Così forse almeno una parte resisteranno. Ci mette sempre anche i canguri. Una specie di firma, si potrebbe
dire."
"Questo Creatore ha un nome?"
"No. E' solo l'uomo che porta il sacco che contiene tutto l'universo."
"Un sacco di pelle?"
"E' lui." il canguro annuì.
"L'intero universo in un piccolo sacco?"
"Già."
Scuotivento si sistemò. "Sono contento di non essere religioso." disse. "Deve essere molto complicato."
Dopo altri cinque minuti cominciò a russare. Dopo mezz'ora mosse leggermente la testa. Il canguro non sem-
brava essere lì.
Con una velocità inaudita fu in posizione verticale, e si arrampicò sulle rocce cadute, sopra il bordo della grot-
ta e nel forno buio della notte.
Fissò lo sguardo su una stella casuale e andò per la sua strada, ignorando i cespugli che gli sferzavano le gam-
be nude.
Hah!
Quando il dovere l'avrebbe chiamato, non si sarebbe fatto trovare impreparato. Non si sarebbe fatto trovare
affatto.
Nella grotta l'acqua nella pozza si increspò sotto la luce delle stelle, i cerchi in espansione lambirono la sabbia.
Sulla parete c'era un antico disegno di un canguro, in bianco e rosso e giallo. L'artista aveva cercato di realiz-
zare in pietra quello che avrebbe potuto essere realizzato con otto dimensioni ed un grande acceleratore di par-
ticelle; aveva cercato di includere non solo il canguro, ma anche il canguro in passato, ed il canguro in futuro
e, in breve, non ciò che il canguro sembrava, ma ciò che il canguro era.
Tra l'altro, anche se era un po' sbiadito, sorrideva.

46
Tra le complessità che componevano il bipede intelligente noto al resto del mondo come la signora Whitlow
c'era anche questo: non esisteva una cosa chiamata 'pasto informale' nel mondo della signora Whitlow. Se la
Signora Whitlow preparava dei panini anche solo per se stessa, ci avrebbe messo un rametto di prezzemolo in
cima. Si metteva un tovagliolo in grembo per bere una tazza di tè. Se la tavola avesse avuto un vaso di fiori ed
una tovaglietta con una piacevole vista di qualcosa di bello, tanto meglio.
Era impensabile che lei avrebbe dovuto mangiare un pasto equilibrato in ginocchio. In realtà era impensabile
pensare che la Signora Whitlow avesse le ginocchia, anche se il Sommo Algebrico sentiva la necessità di farsi
vento col cappello di tanto in tanto. Così la spiaggia era stata perlustrata per trovare abbastanza pezzi di legno
per fare un tavolo molto approssimativo, ed alcune rocce adatte da utilizzare come sedie.
Il Sommo Algebrico ne stava spolverando una con il cappello. "Ecco qui, Signora Whitlow. . . "
La governante aggrottò la fronte. "Sono sicura che non è giusto, per il personale, mangiare con i signori." dis-
se.
"Noi desideriamo che lei sia nostra ospite, signora Whitlow." disse Ridcully.
"Non posso davvero. Non sarebbe giusto infrangere i ranghi." disse la Signora Whitlow. "E non sarei più in
grado di guardarvi negli occhi, signore. Spero di saper ancora conoscere qual è il mio posto."
Ridcully sembrò perplesso per un momento, e poi disse piano: "Riunione Docenti, signori?"
I maghi si riunirono un'altra volta, un po' lontano sulla spiaggia.
"Cosa dovremmo fare a riguardo?"
"Penso che sia molto lodevole da parte sua. Il suo mondo è Sotto le Scale, dopo tutto."
"Sì, va bene, ma non ci sono nemmeno delle scale su questa isola."
"Possiamo sempre costruirne."
"Non possiamo lasciare quella povera donna seduta da sola da qualche parte, questo è il punto."
"Ci abbiamo messo un'eternità a fare quel tavolo!"
"E avete notato il legno, Arcicancelliere?"
"Sembrava un legno perfettamente normale per me, Stibbons. Rami, tronchi d'albero e quant'altro."
"Questa è la cosa strana, signore, perché-"
"E' molto semplice, Ridcully. Mi auguro che, come gentiluomini, sappiamo come trattare una donna-"
"-una Signora."
"Mi lasci dire che è stato inutilmente sarcastico, Decano." disse Ridcully. "Ottimo. Se il Profeta Ossory non
andrà alla montagna, la montagna deve andare dal Profeta Ossory. Come dicono nel Klatch."
Fece una pausa. Conosceva bene i suoi maghi.
"Credo, signore, che fosse ad Omnia che-" cominciò Ponder.
Ridcully agitò una mano. "Qualcosa del genere, comunque."

Ed era per questo che la signora Whitlow stava cenando da sola al tavolo, mentre i maghi erano seduti intorno
al fuoco un po' più in là, se non che molto spesso uno di loro si alzava per offrirle alcuni bocconcini dei gene-
rosi regali della natura.
Era ovvio che la fame non sarebbe stata un problema su questa isola, anche se la dispepsia e la gotta sarebbero
potute esserlo eccome.
Il pesce era la portata principale. Ricerche mirate non erano riuscite a trovare un cespuglio di bistecche, fino-
ra, ma avevano trovato, oltre a numerosi frutti più convenzionali, un cespuglio di pasta, una specie di zucca
che conteneva qualcosa di molto simile alla crema pasticcera e, per il disgusto di Ridcully, una pianta di ana-
nas, che si rivelò contenere, quando la buccia era stata strappata, un grande budino di prugne.
"Ovviamente non è proprio un budino di prugne." protestò. "Sembra effettivamente che sia un budino di pru-
gne perché ha un sapore esattamente come un. . . budino di prugne...."
La sua voce si spense.

47
"Ha prugne e ribes dentro." disse il Sommo Algebrico. "Mi può passare la zucca con la crema pasticcera?
Grazie."
"Il punto è che pensiamo che sembrino ribes e prugne-"
"No, pensiamo anche che abbiano il sapore di ribes e prugne." disse il Sommo Algebrico. "Senta, Arcicancel-
liere, non c'è nessun mistero. Ovviamente dei maghi sono stati qui prima di noi. Questo è il risultato di una
magia perfettamente ordinaria. Forse il nostro Geografo perduto ha fatto un po' di sperimentazione. O è Stre-
goneria, forse. Alcune di queste cose sono state create nei tempi, beh, un cespuglio di sigarette è come una bir-
ra piccola in confronto, eh?"
"Parlando di birra. . .", disse il Decano, agitando la mano, "qualcuno mi passi il rum, per favore."
"La signora Whitlow non approva i liquori forti." disse il Sommo Algebrico.
Il Decano guardò la governante, che stava delicatamente mangiando una banana, una prodezza che è abba-
stanza difficile da eseguire.
Posò il guscio di noce di cocco. "Be', lei. . .Io sono. . .Non vedo perché. . . bene, dannazione a tutto, questo è
quello che ho da dire."
"Che linguaggio scurrile." disse il Docente di Rune Recenti.
"Io voto per prendere alcune di quelle api con noi." disse il Professore degli Studi Indefiniti. "Piccole creature
meravigliose. Non ronzano in giro accontentandosi di fare del noioso miele. Basta raggiungerle e scegliere
uno di questi piccoli contenitori di cera a portata di mano ed il gioco è fatto."
"Sta togliendo lentamente tutta la buccia in torno, prima di mangiarla. Oh, cielo..."
"Va tutto bene, Sommo Algebrico? Ha per caso un colpo di calore?"
"Che cosa? Eh? Hmm? Oh, niente. Sì. Api. Cose meravigliose."
Guardarono un paio di api, che si stavano affaccendando attorno ad un cespuglio fiorito in penombra. Stavano
lasciando alcune scie di fumo nero.
"Filano come piccoli razzi." disse l'Arcicancelliere. "Incredibile."
"Sono ancora preoccupato per quegli stivali." disse il Sommo Algebrico. "Sembra quasi che l'uomo che li por-
tava ne sia stato direttamente strappato fuori."
"E 'un'isola molto piccola", disse Ridcully. "Tutto quello che abbiamo visto sono uccelli, alcune piccole cose
che scricchiolano e una marea di insetti. Non ci sono animali feroci in un'isola in cui puoi praticamente lancia-
re un sasso da una parte all'altra. Deve essersi. . . sentito un po' libero. E' un po' caldo per gli stivali qui, co-
munque."
"Allora perché non lo abbiamo visto?"
"Hah! Probabilmente si sta nascondendo." disse il Decano. "Si vergogna di noi. Avere una bella isola soleg-
giata nel proprio studio è contro le regole dell'Università."
"Davvero?" chiese Ponder. "Non ho mai sentito menzionare una regola del genere. Da quanto tempo è in vo-
ga?"
"Da quando devo dormire in una camera da letto congelata." disse il Decano, cupamente. "Mi passerebbe il
frutto del pane-e-burro, per favore?"
"Ook." disse il Bibliotecario.
"Ah, è bello vedere che sei ritornato alla tua forma, vecchio mio." disse Ridcully. "Cerca di tenerla più a lungo
questa volta, eh?"
"Ook."
Il Bibliotecario era seduto dietro un mucchio di frutta. Normalmente non avrebbe messo in discussione un po-
sto del genere, ma ora anche le banane gli davano fastidio. C'era la stessa sensazione di scorrettezza. C'erano
quelle lunghe e gialle, e quelle tozze, e quelle rosse e quelle marroni e grosse quelle-
Fissò i resti dei pesci. Ce n'era uno grande argentato ed uno grosso ed uno rosso ed uno piccolo grigio, ed uno
molle che sembrava un merluzzo-

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"Evidentemente qualche Stregone è sbarcato qui ed ha voluto rendere il luogo più accogliente." disse il Som-
mo Algebrico, ma sembrava perso in altri pensieri.
Il Bibliotecario contò. La pianta del budino alla prugna, la vite della zucca alla crema, la noce al cioccolato-
Girò la testa per guardare gli alberi.
Ora sapeva quello che stava cercando, ma non riusciva a vederlo da nessuna parte.
Il Sommo Algebrico smise di parlare, quando la scimmia si appoggiò sulle nocche e corse verso il bagnasciu-
ga. I maghi guardarono in silenzio mentre andava a tentoni attraverso le conchiglie ammucchiate. Tornò con
una doppia manciata, che lasciò cadere trionfalmente davanti all'Arcicancelliere.
"Ook!"
"Che cosa è, vecchio mio?"
"Ook!"
"Sì, molto carine, ma cos-"
"OOK!"
Il Bibliotecario sembrò ricordarsi con che tipo di intelletto aveva a che fare. Alzò un dito e guardò Ridcully
interrogativo. "Ook?"
"Non ti seguo ancora del tutto." Due dita si alzarono. "Ook ook?"
"Non sono sicuro di aver-"
"Ook ook ook!"
Ponder Stibbons guardò le tre dita alzate. "Penso che stia contando, signore." Il Bibliotecario gli porse una ba-
nana.
"Ah, il vecchio ‘Quante Dita Vedi?'." disse il Decano. "Ma di solito tutti dovrebbero aver bevuto prima."
Il Bibliotecario agitò la mano verso il pesce, verso il cibo, verso le conchiglie e verso gli alberi. Un dito accol-
tellò il cielo. "Ook!"
"E' tutto un insieme per te?" disse Ridcully. "E' un grande posto unico? Hai dei ricordi?"
Il Bibliotecario aprì la bocca di nuovo, e poi starnutì.
Una grande conchiglia rossa giaceva sulla sabbia.
"Oh, cielo." disse Ponder Stibbons.
"Questo è interessante." disse il Professore degli Studi Indefiniti. "Si è trasformato in un bell’esemplare di
conchiglia gigante. È possibile ottenere un suono meraviglioso da una di loro se si soffia alla fine punta. . ."
"Qualche volontario?" disse il Decano, quasi sottovoce.
"Oh, cielo." disse di nuovo Ponder.
"Che cosa le succede?" disse il Decano.
"Ce n'è uno solo." disse Ponder. "Questo è quello che stava cercando di dirci."
"Uno solo di cosa?" chiese Ridcully.
"Di tutto, signore. Ce n’è uno solo uno di tutto."
Era, pensò più tardi, una buona frase drammatica. La gente avrebbe dovuto guardarsi l'un l'altro in una cre-
scente ed inorridita realizzazione e dire cose come, ‘Per Om, sapete, ha ragione!’. Ma questi erano maghi, ca-
paci di pensare grandi pensieri in piccoli pezzi.
"Non sia stupido, ragazzo." disse Ridcully. "Ci sono milioni di quei maledetti gusci, tanto per cominciare."
"Sì, signore, ma vede, sono tutti diversi, signore. Tutti gli alberi che abbiamo trovato. . .c'era un solo esempla-
re di ogni tipo, signore. Un sacco di alberi di banane, ma tutti producono diversi tipi di banane. C'era solo un
albero di sigarette, non è così?"
"Un sacco di api, però." disse Ridcully.
"Ma solo uno sciame." disse Ponder.
"Milioni di coleotteri." disse il Decano.

49
"Non credo di averne visti due uguali, signore."
"Be', questo è interessante." disse Ridcully, "Ma non vedo come-"
"Uno di tutto non funziona, signore" disse Ponder. "Non può riprodursi."
"Sì, ma sono solo alberi, Stibbons."
"Gli alberi sono sia maschi che femmine, signore."
"Davvero?"
"Sì, signore. A volte sono diversi pezzi dello stesso albero, signore."
"Che cosa? Ne è sicuro?"
"Sì, signore. Mio zio è cresciuto con le noci, signore."
"Abbassi la voce, ragazzo, abbassi la voce! La signora Whitlow potrebbe sentirla!"
Ponder venne preso alla sprovvista. "Che cosa, signore? Ma. . . insomma. . . lei è la signora Whitlow, signore.
. ."
"E questo cosa vorrebbe dire?'
"Voglio dire. . . presumibilmente c'è stato un signor Whitlow, signore?"
Il volto di Ridcully si impietrì per un momento e le sue labbra si mossero come se stessero per formulare varie
risposte. Infine si stabilì, debolmente, per un: "Potrebbe essere, ma a me sembra tutto piuttosto strano."
"Ho paura che la natura sia fatta così, signore."
"Mi piaceva camminare attraverso i boschi in una bella mattina di primavera, Stibbons. Vuole dire che gli al-
beri erano tesi come coltelli per tutto il tempo?"
La conoscenza orticola di Ponder si era un tantino esaurita, a questo punto. Cercò di ricordare ciò che poteva
su suo zio, che aveva trascorso gran parte della sua vita su una scala.
"Io, ehm, penso che talvolta servano delle spazzole di cammell-" iniziò, ma l'espressione di Ridcully diceva
che questo argomento non era affatto appropriato, così continuò, "In ogni caso, signore, questi non quadrano.
E c'è un'altra cosa, signore. Chi fuma le sigarette? Voglio dire, se il cespuglio si augurava solo che i mozziconi
sarebbero caduti intorno al luogo, chi pensava gli avrebbe fumati?"
"Che cosa?"
Ponder sospirò. "Il punto sulla frutta, signore, è che si tratta di una sorta di richiamo. Un uccello mangia il
frutto e poi, ehm, fa cadere i semi da qualche parte. E' il modo in cui la pianta diffonde i suoi semi in giro. Ma
abbiamo visto solo gli uccelli e qualche lucertola su questa isola, così come-"
"Ah, capisco quello che vuole dire." disse Ridcully. "Sta pensando: che tipo di uccello smette di volare per
una sigaretta veloce?"
"Una Pulcinella di mare." disse il Tesoriere.
"Sono contento di vedere che è ancora con noi, Tesoriere." disse Ridcully, senza voltarsi.
"Gli uccelli non fumano, signore. Dovrebbe chiedersi cosa c'è sotto il cespuglio. Se ci fosse gente, qui, beh,
suppongo che avrebbero potuto avere una sorta di albero alla nicotina alla fine, perché avrebbero fumato delle
sigarette - voglio dire", si corresse, perché si vantava del suo pensiero logico, "queste cose che sembrano siga-
rette, e le avrebbero gettate tutt’intorno, diffondendo così i semi che sono nel filtro. Alcuni semi hanno biso-
gno di calore per germinare, signore. Ma se non ci sono persone, il cespuglio non ha alcun senso."
"Noi siamo persone." disse il Decano. "E mi piace un po' di fumo dopo cena. Tutti lo sanno."
"Sì, ma con rispetto, signore, siamo stati qui solo un paio di ore e dubito che la notizia si sia diffusa fino alle
piccole isole." disse Ponder con pazienza, e, come si scoprì in seguito, al cento per cento sbagliato. "Proba-
bilmente non è abbastanza tempo per un'evoluzione in piena regola."
"Mi sta dicendo", disse Ridcully, come un uomo che ha qualcosa in mente, "che crede che quando mangi una
mela la stai aiutando a. . ." Si fermò. "Quello che ha detto prima era già terribile di per se." Tirò su col naso.
"Io mangerò solo pesce. Almeno si arrangiano da soli. A distanza decente, mi pare. E sa cosa penso dell'evo-

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luzione, signor Stibbons? Se succede, e francamente l'ho sempre considerata un po' una favola, deve succedere
in fretta. Guardi i lemming, per esempio."
"I lemming, signore?"
"Esatto. Quelle piccole canaglie che continuano a cadere giù dalle scogliere, giusto? E come mai nessuno si è
evoluto in un uccello durante la caduta, eh? Eh?"
"Beh, nessuno, di sicu-"
"Questo è il punto." disse Ridcully trionfante. "E nessuno di loro durante la discesa ha mai pensato, ‘Hei, forse
dovrei sbattere un po' i miei artigli’, è vero? No, quello che dovrebbero fare è decidersi con risoluzione di farsi
crescere delle vere ali."
"Che cosa, in un paio di secondi? Mentre stanno precipitando verso gli scogli?"
"Sarebbe il momento migliore per farlo."
"Ma i lemming non si trasformano in uccelli così, signore!"
"Sarebbe una fortuna per loro se potessero, però, eh?"
Ci fu un boato, lontano nella piccola giungla. Sembrava un corno.
"Siete sicuri che non ci siano creature pericolose su quest'isola?" disse il Decano.
"Credo di aver visto alcuni gamberetti." disse il Sommo Algebrico nervosamente.
"No, l'Arcicancelliere aveva ragione, è troppo piccola." disse Ponder, cercando di respingere il pensiero di
lemming volanti. "Non può esistere nulla che ci possa danneggiare, signore. Dopo tutto, che cosa mangereb-
be?"
Ora tutti potevano sentire qualcosa schiantarsi tra gli alberi.
"Noi?" rispose esitante il Decano.
Una creatura vagava a tentoni per le sabbie del tramonto. Era grande e sembrava essere principalmente forma-
ta da una testa - un'enorme testa di rettile grande quasi quanto il corpo sotto di essa. Camminava su due lun-
ghe zampe posteriori. C'era una coda, ma data la quantità di denti in bella mostra dall'altra parte i maghi non
erano inclini a prendere in considerazione troppi dettagli aggiuntivi.
La creatura annusò l'aria e ruggì di nuovo.
"Ah." disse Ridcully. "Ho il sospetto che questa sia la soluzione al mistero del Geografo scomparso. Ben fatto,
Sommo Algebrico."
"Penso che-" cominciò il Decano.
"State fermo, signore!" sibilò Ponder. "Un sacco di rettili non possono vederti se non ti muovi!"
"Le posso assicurare che alla velocità in cui intendo andarmene nulla mi potrebbe vedere. . ."
Il mostro girò la testa di qua e di là, e cominciò a strisciare avanti.
"Non riescono a vedere le cose che non si muovono?" disse l'Arcicancelliere. "Vuole dire non ci resta che
aspettare che si evolva in un albero?"
"La signora Whitlow è ancora seduta lì!" esclamò sottovoce il Sommo Algebrico.
Infatti stava spalmando del formaggio su un biscotto in modo signorile.
"Non credo che lo abbia visto!"
Ridcully si arrotolò la manica. "Sto pensando ad una scarica di palle di fuoco, signori." disse.
"Aspetti." disse Ponder. "Questa può essere una specie in via di estinzione."
"Lo è anche la signora Whitlow."
"Ma non abbiamo il diritto di elimin-"
"Assolutamente." disse Ridcully. "Se il suo creatore avesse voluto che sopravvivesse, gli avrebbe dato una
pelle a prova di fuoco. Questo è il suo principio di evoluzione, Stibbons."
"Ma forse potremmo studiarlo. . .?"

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La creatura cominciò ad accelerare. Era incredibile quanto velocemente poteva muoversi, considerando quan-
to fosse grande.
"Ehm. . ." disse Ponder nervosamente.
Ridcully alzò il braccio.
La creatura si fermò, balzò in aria, e poi si afflosciò, come una palla di gomma su cui qualcuno aveva cammi-
nato, ed in effetti quando ritornò di nuovo alla sua forma fu con un rumore simile al suono fatto quando un
cattivo prestigiatore sta avendo problemi a torcere le zampe dell’animale fatto coi palloncini. Nella misura in
cui poteva avere un'espressione, sembrava più stupito che ferito. Piccoli lampi gli crepitarono intorno. Si af-
flosciò di nuovo, si arrotolò in un cilindro, si contorse in una gamma di forme interessanti ma probabilmente
dolorose, si ridusse ad una palla delle dimensioni di un pompelmo e poi, con un po' di rumore finale e piutto-
sto triste che potrebbe essere stato onomatopeizzato come prarp, scese di nuovo sulla sabbia.
"Bè, questo è stato piuttosto forte." disse Ridcully. "Chi di voi compagni lo ha fatto?"
I maghi si guardarono l'un l'altro.
"Non noi." disse il Decano. "Ci sarebbero state una marea di palle di fuoco."
Ridcully diede una gomitata a Ponder. "Coraggio." disse. "Gli dia un'occhiata."
"Ehm. . ." Ponder guardò la creatura perplessa sulla sabbia. "Ehm. . . il soggetto sembra essersi trasformato in
un grosso pollo."
"Bene, ben fatto." disse Ridcully, come per tirar su gli spiriti. "Peccato sprecare questa palla di fuoco, però."
La scagliò.

Era una strada.


O quantomeno era un lungo pezzo di deserto con dei solchi di ruote. Scuotivento la fissò.
Una strada. Le strade portavano da qualche parte. Prima o poi andavano ovunque. E quando ci arrivavi, in ge-
nere trovavi muri, edifici, porti. . . barche. E per dirla tutta una carenza nel parlare con i canguri. Questo era in
pratica uno dei tratti distintivi della civiltà.
Non era che lui fosse contro l'idea di salvare il mondo in generale, o che qualcuno volesse salvarlo. Solo non
sentiva il bisogno di essere lui a farlo.
Da che parte doveva andare? Prese una direzione a caso e corse per un po', mentre il sole si avvicinava.
Dopo un po' vide una nuvola di polvere contro l'alba, che si stava avvicinando. Scuotivento restò speranzoso
sul bordo della pista.
Quello che apparve all'apice opposto della nube era un carro, trainato da una stringa di cavalli. I cavalli erano
neri. Così era anche il carro. E non sembrava voler rallentare.
Scuotivento sventolò il cappello in aria, proprio quando i cavalli lo oltrepassarono.
Dopo un po' la polvere si diradò. Tornò sui suoi passi, barcollando tra i cespugli finché trovò il carro dove si
era fermato a riposare. I cavalli lo guardarono con diffidenza.
Non era un carro così grande da dover essere trainato da otto cavalli, ma sia loro che il carro erano stati coper-
ti con un tale mucchio di legno, cuoio e metallo che probabilmente non avevano tanta energia da sprecare.
Punte e borchie ricoprivano ogni superficie.
Le briglie del conducente non erano collegate al solito sedile, ma ad un buco nella parte anteriore del carro
stesso. Questo era ricoperto con ancora più legno e ferramenta - pezzi di vecchie stufe, armature, coperchi di
pentole e lattine che erano state appiattite ed inchiodate sopra.
Sopra l'antro in cui le redini entravano c'era qualcosa di simile ad un pezzo di tubo da stufa piegato, che si
immergeva attraverso il tetto del carro. Aveva un aspetto vigile.

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"Ehm. . .ciao?" disse Scuotivento. "Mi dispiace aver spaventato i tuoi cavalli. . ."
In assenza di risposta salì su una ruota blindata e guardò sopra il carro. C'era un coperchio rotondo che era sta-
to aperto.
Scuotivento non prese nemmeno in considerazione di guardare dentro. Significava che la sua testa si sarebbe
delineata contro il cielo, un modo sicuro per far si che il corpo si fosse delineato contro il terreno.
Un ramoscello si spezzò dietro di lui.
Sospirò, e scese lentamente, facendo molta attenzione a non girarsi.
"Mi arrendo completamente." disse, alzando le mani.
"Proprio così", disse una voce. "Ho una balestra, amico. Diamo un'occhiata al tuo brutto muso."
Scuotivento si voltò. Non c'era nessuno dietro di lui.
Poi abbassò lo sguardo.
La balestra era quasi verticale. Se avesse sparato, la freccia sarebbe partita dritta lungo il suo naso.
"Un nano?" disse.
"Hai qualcosa contro i nani?"
"Chi, io? No! Alcuni dei miei migliori amici sarebbero nani. Se avessi degli amici, voglio dire. Ehm. Sono
Scuotivento."
"Sì? Beh, io sono irascibile." disse il nano. "La maggior parte delle persone mi chiamano Matto."
"Solo ‘Matto’? Questo è un. . .nome insolito."
"Non è un nome."
Scuotivento lo fissò. Non c'era dubbio che il suo rapitore fosse un nano. Non aveva la tradizionale barba o
l'elmo di ferro, ma c'erano altri modi in cui potevi dire che lo era. C'era il mento su cui avresti potuto rompere
delle noci di cocco, l'espressione fissa di ferocia, e la determinata ostinatezza che significava che il suo pro-
prietario avrebbe potuto passare attraverso le pareti affrontandole a viso aperto. E, ovviamente, se tutto il resto
non fosse contato, il fatto che la sua testa era circa all'altezza dello stomaco di Scuotivento era un indizio suf-
ficiente. Matto indossava una tuta di pelle, ma, come il carro, c’era un sacco di metallo rivettato sopra, dove
possibile. E dove qualora non c'erano rivetti, c'erano armi.
La parola 'amico' saltò in prima linea nel cervello di Scuotivento. Ci sono molte ragioni per essere amico di
qualcuno. Il fatto che stia puntando un'arma letale su di te è tra le prime quattro.
"E' una buona descrizione." disse il mago. "Facile da ricordare."
Il nano piegò la testa da un lato e ascoltò.
"Diavolo, mi stanno raggiungendo." Guardò di nuovo verso il mago e disse, "Riesci a sparare una freccia?" in
un modo che indicava che rispondere 'no' sarebbe stato un buon modo per contrarre immediati problemi al
condotto nasale.
"Assolutamente." disse Scuotivento.
"Sali sul carro, allora. Sai, ho bazzicato per questa strada per anni e questa è la prima volta che qualcuno ha
mai avuto il coraggio di chiedere un passaggio."
"Incredibile", disse Scuotivento.
Non c'era molto spazio sotto la botola, e la maggior parte di esso era occupato da molte armi. Matto spinse
Scuotivento da parte, afferrò le redini, sbirciò nel periscopio fatto col tubo della stufa ed esortò i cavalli a
muoversi.
I cespugli raschiarono contro le ruote ed i cavalli rientrarono di nuovo in pista e cominciarono a guadagnare
velocità.
"Belli, vero?" disse Matto. "Possono correre più veloci di qualsiasi cosa, anche con l'armatura."
"Questo è certamente un carro molto. . .originale." disse Scuotivento.
"Ho fatto alcune modifiche io stesso." dichiarò Matto. Sorrise malignamente. "Sei un mago, compare?"
"In linea di massima, sì."

53
"E sei bravo?" Matto stava caricando un'altra balestra.
Scuotivento esitò. "No", disse.
"Fortunatamente per te." disse Matto. "Ti avrei ucciso se lo fossi stato. Non posso reggere i maghi. Un am-
masso di fanatici, giusto?".
Afferrò le maniglie del tubo della stufa piegate e le ruotò intorno.
"Ecco che arrivano." mormorò.
Scuotivento guardò sopra la parte superiore della testa di Matto. C'era un pezzo di specchio all'interno del tu-
bo. Mostrava la strada dietro, ed una mezza dozzina di punti sotto un'altra nuvola di polvere rossa.
"Una banda di strada." disse Matto. "Ci inseguono. Vorranno rubare tutto. Tutti i bastardi sono bastardi, ma
alcuni bastardi sono davvero bastardi. " Prese un pugno di musette da sotto il sedile. "Bene, vai lassù con un
paio di balestre, ed io mi occupo del rifornimento."
"Che cosa? Vuoi che io mi metta a sparare contro le persone?"
"Vuoi che mi metta IO a sparare contro le persone?" disse Matto, spingendolo su per la scala.
Scuotivento strisciò fuori sulla parte superiore del carrello. Ondeggiava e rimbalzava. La polvere rossa lo sof-
focava ed il vento cercava di soffiargli la veste sopra la testa.
Odiava le armi, e non solo perché spesso erano state utilizzate verso di lui. Avevi un sacco di problemi con
un'arma. La gente ti sparava immediatamente se pensava che stessi per sparargli. Ma se eri disarmato, spesso
si fermavano a parlare. Certo, tendevano a dire cose come, 'Non indovinerai mai quello che stiamo per fare
con te, amico' ma almeno prendevano tempo. E Scuotivento avrebbe potuto fare molto in pochi secondi. Ad
esempio li avrebbe potuti utilizzare per vivere più a lungo.
I punti in lontananza erano altri carri, progettati per la velocità piuttosto che per trasportare qualcosa. Alcuni
avevano quattro ruote, alcuni ne avevano due. Uno ne aveva. . .solo una, una enorme tra due aste strette, con
una piccola sella sulla parte superiore. Il pilota sembrava che avesse comprato i suoi vestiti nelle discariche di
rottami di tre continenti e, dove non erano bastati, si fosse legato un pollo.
Ma non uno grande come il pollo che stava tirando la ruota. Era più grande di Scuotivento, e la maggior parte
di ciò che non erano gambe, era collo. Solcava il terreno veloce come un cavallo.
"Che diavolo è?" urlò.
"Un Emù!" gridò Matto, che ora stava appeso tra le cinghie. "Prova a colpirlo, sono un buon carburante!"
Il carro barcollò. Il cappello del mago volò via nella polvere.
"Ecco, ora ho perso il mio cappello!"
"Bene! Era un cappello stramaledettamente orrido!"
Una freccia fece volar via un piatto di metallo vicino al piede del mago.
"E mi stanno sparando!"
Un carro emerse dalla polvere. L'uomo accanto al conducente fece ondeggiare qualcosa sopra alla testa. Un
grappino colpì il legno vicino all'altro piede di Scuotivento, e strappò una piastra metallica.
"E stanno-" cominciò.
"Hai una balestra, giusto?" urlò Matto, che era in equilibrio sul retro di uno dei cavalli. "Trova un modo per
tenerli occupati, se ne andranno da un minuto all'al-"
Il carro era mosso dal galoppo incessante, ma all'improvviso accelerò in avanti e fece quasi cadere Scuotiven-
to fuori. Del fumo si fece largo tra le assi. Il paesaggio si sfocò.
"Che diavolo è?"
"La supercarica!" gridò Matto, issandosi sul carro a pochi centimetri dagli zoccoli che martellavano freneti-
camente. "Ricetta segreta! Ora tienile strette, dato che qualcuno dovrà pur guidare!"
L'emù emerse dalla nube di polvere con alcuni dei carri più veloci che gli traballavano dietro. Una freccia si
conficcò nel carrello proprio tra le gambe di Scuotivento.
Lui si gettò sul tetto ondeggiante, tese la balestra, chiuse gli occhi e fece fuoco.

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Conformemente all’antica prassi narrativa, il colpo rimbalzò sul casco di qualcuno ed abbatté un uccello inno-
cente ad una certa distanza, il cui unico ruolo fu in effetti precipitare con un strillo opportunamente umoristi-
co.
L'uomo alla guida dell'emù li fiancheggiò. Da sotto un cappello con la familiare scritta 'Maggo' vagamente vi-
sibile tra la sporcizia, lanciò a Scuotivento un sorriso. Ogni dente era stato affilato, ed i cinque davanti aveva-
no la parola 'Madre' incisa su di loro.
"'Giorno!" gridò allegramente. "Consegnate il vostro carico e vi prometto che non sarete uccisi tutti in una
volta."
"Quello è il mio cappello! Ridammi il mio cappello!"
"Sei un mago, vero?"
L'uomo si alzò sulla sella, bilanciandosi con la facilità con cui una ruota rimbalza sulla sabbia. Agitò le mani
sopra la testa.
"Guardatemi, compagni! Sono uno stramaledetto mago! Magia, magia, magia!"
Una freccia molto violenta, terminante in una corda, si schiantò contro la parte posteriore del carro e si bloccò
velocemente. Ci fu un applauso dai piloti.
"Dammi indietro il mio cappello o ci saranno dei guai!"
"Oh, ci saranno comunque." disse il pilota, puntando la sua balestra. "Sai cosa, perché non mi trasformi in
qualcosa di orrendo? Oh, sono tutto spaven-"
Il suo volto diventò verde. Si lanciò all'indietro. La freccia della balestra colpì il conducente del carro accanto
a lui, che aveva virato selvaggiamente sul percorso di un altro, che scartò di lato e si schiantò contro un cam-
mello. Ciò significava che i carri dietro furono improvvisamente di fronte ad un tamponamento a catena che,
insieme con l'assenza di freni su qualsiasi veicolo, si ampliò immediatamente. Parte di esso contribuì a far si
che la gente si prendesse a calci da sola.
Scuotivento, le mani sopra la testa, guardò finché l'ultima ruota rotolò via, e poi camminò barcollando lungo il
carro ondeggiante in cui Matto era appoggiato alle redini.
"Ehm, penso che puoi rallentare ora, Signor Matto." provò.
"Ah sì? Li hai fatti tutti secchi?"
"Ehm. . . non tutti. Alcuni di loro sono solo scappati."
"Mi prendi in giro?" Il nano si guardò intorno. "Devo essere ubriaco, non stai mentendo! Qui, tira la leva più
forte che puoi!"
Indicò una lunga asta di metallo accanto a Scuotivento, che lui tirò obbediente. Il metallo stridette quando i
freni bloccarono le ruote.
"Come facevano ad andare così veloci?"
"E' una miscela di avena e ghiandole di lucertola!" gridò Matto, contro il rumore dei freni. "Dà loro un grande
scossone!"
Il carro dovette girare per qualche minuto fino a quando l'adrenalina non scese, e poi andò indietro lungo la
pista per ispezionare i rottami.
Matto imprecò di nuovo. "Che è successo!?"
"Non avrebbe dovuto rubare il mio cappello." mormorò Scuotivento.
Il nano saltò giù e calciò una ruota da carro rotta.
"Hai fatto una cosa del genere a questa gente solo perché ti hanno rubato il cappello? Cosa faresti se ti sputano
in un occhio, far saltare in aria il paese?"
"E' il mio cappello." disse Scuotivento imbronciato. Non era del tutto sicuro di cosa fosse successo. Non era
bravo nelle magie, a quanto sapeva. Le uniche maledizioni di cui era a conoscenza e che avrebbero potuto
funzionare erano sulla falsariga di 'Che tu possa trovarti in mezzo ad un acquazzone, ad un certo punto della
tua vita', e 'Che tu possa perdere qualche piccolo oggetto, nonostante il fatto che l'hai messo lì solo un momen-

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to prima.'. Diventare verde pallido. . . abbassò lo sguardo. . . oh, sì, e ricoprirsi di macchie leggermente gialle,
in realtà. . . non è il solito effetto.
Matto vagava tra i rottami. Prese un paio di armi e le gettò da parte.
"Vuoi il cammello?" disse. La creatura era in piedi un po' lontano, e lo guardava con sospetto. Sembrava ab-
bastanza illeso, dopo essere stato la causa di notevoli lesioni ad altre persone.
"Preferirei sbattere il piede contro un'affettatrice in moto." disse Scuotivento.
"Sicuro? Beh, attaccalo al retro del carro, mi frutterà un buon prezzo ad Aiportatolabirracontè." disse Matto.
Guardò una balestra a ripetizione fatta in casa, grugnì e la gettò via. Poi guardò un altro carro ed il suo viso si
illuminò.
"Ah! Ora cuciniamo con il carbone!" disse. "E' il nostro giorno fortunato, amico!"
"Oh. Un sacchetto di fieno", disse Scuotivento.
"Dammi una mano a caricarlo sul carro" disse Matto, svitando la parte posteriore del suo barroccio.
"Che cosa c'è di così speciale nel fieno?"
Il carro si aprì. Era pieno di fieno. "Si tratta di vita o di morte qui, amico. C'è gente qui che passa ore ad aprire
i tassi per un po' di fieno. Un uomo senza fieno è un uomo senza un cavallo, e qui un uomo senza un cavallo è
un cadavere."
"Scusami? Ho passato tutto questo per un carico di fieno?"
Matto agitò le sopracciglia in modo cospiratorio. "E due sacchi di avena nello scompartimento segreto, ami-
co." Diede uno schiaffo sulla schiena Scuotivento. "E pensare che credevo fossi un drongo doppiogiochista
che dovevo gettare sui binari! E alla fine viene fuori che sei matto come me!"
Ci sono momenti in cui non frutta nulla dichiarare la propria sanità mentale, e Scuotivento si rese conto che
sarebbe stato matto a farlo ora. In ogni caso, poteva parlare con i canguri e trovare formaggio e panini alla
marmellata nel deserto. Ci sono momenti in cui devi guardare in faccia la realtà.
"Ho una psiche come le altre", disse, con quella che sperava fosse disarmante modestia.
"Sei un tipo a posto! Carichiamo le loro armi e le larve e filiamo via!"
"A cosa ci servono le loro armi?"
"Possiamo farci qualche soldo."
"E per quanto riguarda i corpi?"
"No, sono inutili."
Mentre Matto inchiodava pezzi recuperati di rottami metallici al suo carro, Scuotivento scivolò verso il cada-
vere verde e giallo. . . e, oh sì, anche piuttosto nero ora. . . e, con un bastone, gli levò il cappello dalla testa.
Una piccola palla arrabbiata con otto zampe ed una peluria nera saltò fuori e chiuse le sue zanne sul bastone,
che cominciò a bruciare. Lo mise giù con molta attenzione, afferrò il cappello e corse via.

Ponder sospirò.
"Non stavo mettendo in dubbio la sua autorità, Arcicancelliere" disse. "Dico solo che se un mostro enorme si
evolve in un pollo proprio di fronte a lei, la risposta non dovrebbe essere quella di mangiare il pollo."
L'Arcicancelliere si leccò le dita. "Che cosa avrebbe fatto, allora?" disse.
"Beh. . . studiarlo."', disse Ponder.
"Quello che abbiamo fatto noi. Un esame post-mortem", disse il Decano.

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"Minuzioso", disse felicemente il Professore degli Studi Indefiniti. Ruttò. "Mi scusi, signora Whitlow. Vorre-
ste un po' più di pe. . ." Colse sguardo d'acciaio di Ridcully, e continuò, ". . . parte anteriore del pollo, signora
Whitlow? '
"E abbiamo fatto sì che non sarà più una minaccia per i maghi in visita." disse Ridcully.
"E' solo che penso che una ricerca adeguata dovrebbe avere a che fare con qualcosa di più che guardare in giro
per vedere se è possibile trovare un cespuglio salvia-e-cipolla." disse Ponder. "Avete visto quanto velocemen-
te è cambiato, non è vero?"
"E allora?" disse il Decano.
"Non può essere naturale."
"È lei quello che dice che le cose cambiano naturalmente in altre cose, signor Stibbons."
"Ma non così in fretta!"
"Ha mai visto un'evoluzione dal vivo?"
"Be', certo che no, nessuno ha mai-"
"E allora è tutto." disse Ridcully, con il suo tono chiudi-discussioni. "Questa poteva essere la velocità norma-
le. Come ho detto, ha perfettamente senso. Non ha senso trasformarsi in un uccello un po' alla volta, no? Una
penna qui, un becco lì. . . Si vedrebbero gironzolare delle creature maledettamente stupide, eh?"
Gli altri maghi risero.
"È probabile che il nostro mostro abbia semplicemente pensato, 'Oh, sono davvero in troppi, forse meglio che
mi trasformi in quello che vorrebbero."
"Gusterebbero." lo corresse il Decano.
"Sensibile Strategia di Sopravvivenza", disse Ridcully. "Fino a un certo punto."
Ponder alzò gli occhi al cielo. Queste cose suonavano sempre bene quando le elaborava nella sua testa. Aveva
letto alcuni dei libri antichi, e si era seduto a pensare per secoli, ed una piccola teoria si era messa insieme nel-
la sua testa in una fila di piccoli blocchi brillanti, e poi quando era pronto a tirarla fuori correva dritto diretta-
mente in Facoltà ed uno di loro, uno di loro, poneva sempre qualche maledetta stupida domanda a cui lui non
poteva rispondere del tutto, al momento. Come si sarebbero mai potuti fare progressi contro delle menti del
genere? Se un dio da qualche parte aveva detto, 'Sia la luce' sarebbero stati gli unici a dire cose come: 'Perché?
Il buio è sempre stato abbastanza buono per noi.'
Erano vecchi, questo era il problema. Ponder non era del tutto entusiasta delle antiche tradizioni, perché lui
stava bene nei suoi vent'anni ed era in una posizione moderatamente importante e quindi, per alcuni dei sem-
plici giovanotti presso l'Università, un bersaglio. O lo sarebbe stato, se quelli non fossero stati presi da una
sensazione di bruciore ai bulbi oculari dopo esser stati seduti tutta la notte ad armeggiare con Hex.
Non era interessato ad una promozione, in ogni caso. Avrebbe voluto solo che la gente lo avesse ascoltato per
cinque minuti, invece di dire, 'Ben fatto, signor Stibbons, ma ci abbiamo già provato e non ha funzionato.' o
'Probabilmente non abbiamo il finanziamento' o, peggio ancora, 'Non si ottiene un inserisci-il-nome adeguato
in questi giorni. Ricorda il vecchio “nomignolo” antico-mago-che-è-morto-cinque-lustri-fa-e-che-Ponder-
non-potrebbe-mai-ricordare? Beh, c'era un tizio che conosceva i suoi inserisci-il-nome'.
Sopra di lui, sentiva Ponder, c'erano un sacco di scarpe di maghi morti. E avevano piedi di uomini vivi dentro,
e calpestavano duramente.
Non si erano mai presi la briga di imparare qualcosa, non si erano mai presi la briga di ricordare nulla a parte
quanto meglio le cose fossero una volta, bisticciavano come un mucchio di bambini e l'unico che avesse mai
detto nulla di sensato l'aveva detto in orangutan-ese.
Ravvivò il fuoco con cattiveria.
I maghi avevano costruito alla signora Whitlow un'elegante capanna rustica di rami e grandi foglie intrecciate.
Lei augurò loro la buonanotte e tirò pudicamente alcune foglie per chiudere l'ingresso dietro di lei.
"Una donna di tutto rispetto, la signora Whitlow" disse Ridcully. "Penso che andrò a dormire anch'io."

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C'erano già una o due serie di russate che si stavano addensando intorno al fuoco.
"Credo che qualcuno dovrebbe fare la guardia." disse Ponder.
"Bravo ragazzo." borbottò Ridcully, stendendosi.
Ponder strinse i denti e si voltò verso il Bibliotecario, che era tornato momentaneamente indietro nella terra
dei bipedi, ed era seduto tristemente avvolto in una coperta.
"Almeno per lei questa è una casa lontano da casa, eh, signore?"
Il Bibliotecario scosse la testa.
"Vuole sapere cos'altro è strano in questo posto?" disse Ponder.
"Ook?"
"Il legno. Nessuno mi ascolta, ma è importante. Dobbiamo aver raccolto un sacco di roba per il fuoco, ed è
tutto in legno naturale, l'ha notato? Nessun pezzo di plancia, niente vecchie casse, niente vecchi sandali malri-
dotti. Solo. . . comunissimo legno."
"Ook?"
"Questo significa che dobbiamo essere molto lontani dalle rotte ordinarie. . . oh, no. . . non. . ."
Il Bibliotecario arricciò il naso disperatamente.
"Presto! Si cncentri sull'avere braccia e gambe! Voglio dire, con vita propria!"
Il Bibliotecario annuì miseramente, e starnutì.
"Awk?" disse, quando la sua forma si stabilì di nuovo.
"Be", disse Ponder tristemente. "Almeno è animato. Forse piuttosto grande per un pinguino, però. Penso che
sia la strategia di sopravvivenza del suo corpo. Continui a cercare di trovare una forma stabile che funzioni."
"Awk?"
"E' buffo che non si possa fare nulla per il pelo rosso. . ."
Il Bibliotecario lo fissò, ondeggiò un po' lungo la spiaggia, e si afflosciò in un mucchio. Ponder guardò intor-
no al fuoco. Sembrava essere l'uomo di guardia, se non altro perché nessun’ altro intendeva farlo. Beh, non era
una sorpresa.
Qualcosa cinguettò tra gli alberi. La fosforescenza brillò sul mare. Le stelle sorsero.
Alzò gli occhi verso le stelle. Almeno poteva determinare-
E, all'improvviso, vide cos'altro era sbagliato.
"Arcicancelliere!"

Quindi, da quanto tempo sei Matto? No, non era un buon inizio, davvero. . . Era molto difficile sapere come
aprire la conversazione.
"Quindi. . . Non mi aspettavo che ci fossero nani qui", disse Scuotivento.
"Oh, la mia famiglia arrivò da Nullafiordo quando ero un ragazzino" disse Matto. "Volevano scendere un po'
lungo la costa, ma la tempesta si è alzata, e dopo siamo naufragati e ci siamo ritrovati immersi fino alle ginoc-
chia nei pappagalli. La cosa migliore che ci poteva succedere. Prima dovevo scendere in qualche miniera
ghiacciata per cavare sassi dalle pareti, ma, qui un nano può puntare in alto."
"Davvero", disse Scuotivento, il suo sguardo attentamente puntato verso il vuoto.
"Ma non troppo stramaledettamente alto!" proseguì Rabbioso.
"Certo che no."
"Quindi ci siamo stabiliti, e ora mio padre ha un catena di panetterie a Bugarup."
"Pane Nano?" disse Scuotivento.

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"Puoi scommetterci! Questo è ciò che ci ha saziati per migliaia di chilometri di oceano infestato dagli squali.",
disse Matto. "Se non avessimo avuto quel sacco di pane nano non saremmo-"
"-riusciti colpire gli squali a morte?" disse Scuotivento.
"Ah, tu sei un uomo che conosce i suoi pani."
"E' una grande città, Bugarup? Ha per caso un porto?"
"Dicono di si. Mai stato laggiù. Mi piace la vita all'aria aperta."
Il terreno tremò. Gli alberi sulla strada si agitarono, anche se non c'era vento.
"Sembra una tempesta" disse Scuotivento.
"E che cosa sarebbe?"
"Sai", disse il mago. "Pioggia."
"Ah, per mille mucche fiammeggianti, non crederai a quella roba, vero? Mio nonno ne parlava quando beveva
troppa birra. E 'solo una vecchia storia. Acqua che cade dal cielo? Ma fammi il favore!"
"Non succede mai qui?"
"Certo che no!"
"Da dove vengo succede spesso.", disse Scuotivento.
"Sì? E come fa a salire verso il cielo, allora? L'acqua è pesante."
"Oh. . . lei. . . Credo che il sole la risucchi in alto. O qualcosa del genere."
"Come?"
"Non lo so. Succede e basta."
"E poi cade dal cielo?"
"Sì!"
"Gratuitamente?"
"Non hai mai visto la pioggia?"
"Guarda, tutti sanno che l'acqua sta in profondità. Questo ha senso. E' roba pesante, scende verso il basso. Non
l'ho mai vista fluttuare nell'aria, amico."
"Be', come pensi che arrivi al terreno in primo luogo?"
Matto lo guardò stupito. "E le montagne come arrivano al terreno?" disse.
"Che cosa? Sono lì e basta!"
"Oh, e non cadono dal cielo?"
"Certo che no! Sono molto più pesanti dell'aria!"
"E l'acqua non lo è? Ho un paio di sacche d'acqua sotto il carro, e devi sudare per sollevarle."
"Non c'è qualche fiume qui?"
"Certo che abbiamo i fiumi! Questo paese ha tutto, amico!"
"Be', come pensi che arrivi l'acqua dentro di loro?"
Matto sembrava sinceramente perplesso. "Cosa ci servirebbe avere l'acqua nei fiumi? Cosa dovrebbe fare?"
"Scorrere nel mare-"
"Che stramaledetto spreco! E' questo che le lasciate fare al tuo paese?"
"Non è che la lasciamo. . . succede. . . è quello che i fiumi fanno!"
Matto lanciò a Scuotivento uno sguardo lungo e duro.
"Sì. E io sono matto." disse.
Scuotivento rinunciò. Non c'era una nuvola in cielo. Ma la terra tremava ancora.

59
L'Arcicancelliere Ridcully fissò il cielo come se lo stesse facendo per irritarlo personalmente.
"Che cosa, nessuna?" disse.
"Tecnicamente, non una sola costellazione familiare" disse il Professore degli Studi Indefiniti freneticamente.
"Abbiamo contato tremila, cento e novantuno costellazioni che potremmo chiamare Il Triangolo, per esempio,
ma il Decano dice che alcune di loro non contano perché usano le stesse stelle-"
"Non c'è una sola stella che riconosco.", disse il Sommo Algebrico.
Ridcully agitò le mani in aria. "Un po' cambiano sempre", disse. "La tartaruga nuota attraverso lo spazio e-"
"Non così velocemente!" disse il Decano.
I maghi sparpagliati guardarono la notte affollandosi rapidamente.
Le costellazioni del Mondo Disco cambiavano frequentemente dato che il mondo si muoveva attraverso il
vuoto, il che significava che la ricerca astrologica era sul filo di un rasoio anziché, come in altri posti, un buon
modo per evitare il lavoro. Era incredibile come i tratti umani e le questioni continuavano ad essere così affi-
dabilmente e continuamente guidate da una successione di grosse palle di plasma a miliardi di chilometri di
distanza, la maggior parte delle quali non avevano mai nemmeno sentito parlare di umanità.
"Siamo abbandonati su qualche altro mondo!" gemette il Sommo Algebrico.
"Ehm. . . io non la penso così", disse Ponder.
"Ha un suggerimento migliore, suppongo?"
"Ehm. . . vedete quella grande macchia di stelle laggiù?"
I maghi guardarono il grande grappolo scintillante vicino all'orizzonte.
"Molto belle" disse Ridcully. "E allora?"
"Penso che sia quello che noi chiamiamo Il Piccolo Gruppo di Noiose Stelle. E' della forma giusta", disse
Ponder. "E io so quello che sta per dire, signore, sta per dire: 'Ma sono solo delle palle nel cielo, non il gruppo
di stelle che conosciamo', signore, ma, vede, questo è quello che si sarebbe potuto vedere quando la Grande
A'Tuin era molto più vicina a loro, migliaia di anni fa. In altre parole, signore", Ponder trasse un profondo re-
spiro, nel terrore di tutto ciò che doveva avvenire, "penso che abbiamo viaggiato indietro nel tempo. Per mi-
gliaia di anni."
E questo era l'altro lato delle stranezze dei maghi. Mentre erano perfettamente in grado di passare mezz'ora
sostenendo che non poteva essere Martedì, avrebbero fatto su un evento scandaloso un lungo passo con le loro
scarpe a punta. Il Sommo Algebrico sembrava sollevato.
"Oh, è così?" disse.
"Doveva pur succedere, alla fine", disse il Decano. "Non è scritto da nessuna parte che questi fori si collegano
allo stesso tempo, dopo tutto."
"Tornare indietro sarà un po' difficile", disse Ridcully.
"Ehm. . ." cominciò Ponder. "Potrebbe non essere così semplice come pensa, Arcicancelliere."
"Vuole dire semplice come trovare un modo per muoversi attraverso il tempo e lo spazio?"
"Voglio dire che potrebbe non esserci alcun modo per tornare", disse Ponder. Chiuse gli occhi. Questo sarebbe
stato difficile, lo sapeva.
"Naturalmente c'è", disse Ridcully. "Siamo arrivati solo questa matt- Solo ieri. Vale a dire, migliaia ieri di an-
ni nel futuro, naturalmente."
"Ma se non stiamo attenti possiamo alterare il futuro", disse Ponder. "La sola nostra presenza nel passato po-
trebbe distorcere il futuro. Potremmo già aver alterato la Storia. E' vitale che ve lo dica."
"Ha ragione, Ridcully." disse il Decano. "E' avanzato un po' di quel rum, a proposito?"
"Beh, qui non sta accadendo nessuna Storia." disse Ridcully. "E' solo una piccola e strana isola."
"Temo che minuscole azioni in tutto il mondo possano avere enormi conseguenze, signore", disse Ponder.
"Certamente non vogliamo nessuna conseguenza. Ebbene, qual è il punto? Cosa mi consiglia?"

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Stava andando così bene. Sembrava quasi che stessero per arrivarci. Questa può essere stata la causa che portò
Ponder ad agire come un uomo che, essendo finora caduto per una trentina di metri senza alcun danno, ritiene
che gli ultimi centimetri verso terra saranno una mera formalità.
"Per utilizzare la classica metafora, l'importante è non uccidere il tuo stesso nonno", disse, e colpì nel segno.
"E che diavolo dovrei fare?" disse Ridcully. "Io volevo bene al mio vecchio."
"No, certo, non intendevo quello." disse Ponder. "Ma in ogni caso-"
"Davvero? Beh, come sapete, uccido accidentalmente persone ogni giorno", disse Ridcully. "In ogni caso, io
non lo vedo qua intorno-"
"E' solo un esempio, signore. Il problema è causa ed effetto, e il punto è-"
"Il punto, signor Stibbons, è che improvvisamente si è messo a pensare che uno debba diventare fratricida
quando torna indietro nel tempo. Ora, se incontrassi mio nonno mi piacerebbe offrirgli da bere e dirgli di non
supporre che i serpenti non mordano se si grida contro di loro a voce alta, e tutte le altre informazioni che fa-
rebbero sì che mi ringraziasse più tardi."
"Perché?" disse Ponder.
"Perché altrimenti avrebbe vita breve" disse Ridcully.
"No, signore, no! Sarebbe peggio che sparargli!"
"Davvero?"
"Sì, signore!"
"Penso che ci possano essere uno o due passi nella sua logica che ho mancato di cogliere, signor Stibbons."
disse freddamente l'Arcicancelliere. "Immagino che lei non avrebbe intenzione di sparare a suo nonno, per ca-
so?"
"Ovviamente no!" scattò Ponder. "Io non so nemmeno che faccia avesse. E' morto prima che io nascessi."
"Ah-ah!"
"Non intendevo-"
"Guardi, siamo molto più indietro nel tempo rispetto a questo", disse il Decano. "Migliaia di anni, direi. Il
nonno di nessuno è vivo."
"Questa è una fortuna per gli antenati del signor Stibbons, allora." disse Ridcully.
"No, signore", disse Ponder. "Per favore! Quello che stavo cercando di spiegare, signore, è che tutto ciò che si
fa nel passato cambia il futuro. Le più piccole azioni possono avere enormi conseguenze. Potreste. . . calpesta-
re una formica ora ed impedire a qualcuno di nascere in futuro!"
"Davvero?" disse Ridcully.
"Sì, signore!"
Ridcully si ravvivò. "Non è una cattiva idea. Ci sono una o due persone di cui la storia potrebbe fare a meno.
Qualcuno ha idea di come possiamo trovare le formiche giuste?"
"No, signore!" Ponder faticava a trovare una crepa nel cervello dell'Arcicancelliere in cui avrebbe potuto far
leva con il piede di porco della comprensione, e per alcuni secondi vani aveva pensato di averne trovata una.
"Perché. . . la formica su cui camminate potrebbe essere la vostra, signore!"
"Vuole dire. . . Potrei camminare sopra una formica e questo influenzerebbe la storia ed io non sarei nato?"
"Sì! Sì! Questo è quello che volevo dire! Proprio così, signore!"
"Come?" Ridcully guardò perplesso. "Io non discendo dalle formiche."
"Perché. . ." Ponder sentiva il mare di incomprensione reciproca crescere attorno a lui, ma si rifiutò di annega-
re. "Bene. . . ehm. . . bene, supponiamo che. . . la formica morda il cavallo di un uomo, e lui cade, e portava un
messaggio molto importante, e perché non è arrivato in tempo c'è una terribile battaglia, ed uno dei suoi ante-
nati viene ucciso - no, mi dispiace, non volevo dire che è stato ucciso-"
"Come ha fatto questa formica ad attraversare il mare?" disse Ridcully.

61
"Si è aggrappata a un pezzo di legno", disse prontamente il Decano. "E' incredibile quello che può fuggire via
dalle isole remote aggrappandosi al legno, insetti, lucertole, anche piccoli mammiferi."
"E poi impacchetta la spiaggia intera e se ne va su questa barca?" disse Ridcully.
"O sulla gamba di un uccello", disse il Decano "L'ho letto su un libro. Anche le piccole uova dei pesci vengo-
no spesso trasportate sulle gambe degli uccelli."
"Deve essere una formica molto determinata, davvero", disse Ridcully, accarezzandosi la barba. "Comunque,
devo ammettere che sono successe delle cose strane."
"Praticamente tutti i giorni", disse il Sommo Algebrico.
Ponder era raggiante. Avevano messo insieme con successo un metafora estesa.
"Solo una cosa non capisco, però", aggiunse Ridcully. "Chi sarà a calpestare la formica?"
"Che cosa?"
"Beh, è ovvio, no?" disse l'Arcicancelliere. "Se cammino su questa formica, allora io non esisto. Ma se io non
esisto, non potrei averlo fatto, quindi non lo farò, così lo farò. Visto?" Pungolò Ponder con un grande dito bo-
nario. "Ha cervello, signor Stibbons, ma a volte mi chiedo se davvero tenta di applicare il pensiero logico per
ciò che sta trattando. Le cose che accadono, accadono e basta. E' ovvio. Oh, non si abbatta", disse equivocan-
do - forse ingenuamente - l'espressione di Ponder di pura rabbia e di futile, vergognoso sgomento. "Se mai ri-
manesse bloccato con una di queste cose complicate, la mia porta è sempre aperta14. Io sono il suo Arcicancel-
liere, dopo tutto."
"Mi scusi, possiamo calpestare le formiche o no?" domandò il Sommo Algebrico stizzito.
"Se le va." Ridcully inspirò abbondantemente. "Perché, in realtà, la storia dipende dal calpestio di tutte le for-
miche che vi capita di calpestare. Qualsiasi formica sulla quale camminate ci avete già camminato, quindi se
lo rifate sarà per la prima volta, perché lo state facendo ora solo perché lo avete fatto allora. Che è anche ora."
"Davvero?"
"Sì, davvero."
"Allora avremmo dovuto indossare degli stivali più grandi?" disse il Tesoriere.
"Cerchi di tenersi al passo, Tesoriere." Ridcully si allungò e sbadigliò. "Beh, questo è quanto.", disse. "Pro-
viamo a tornare a dormire, va bene? E' stata una giornata piuttosto lunga."

Qualcuno era al passo.


Dopo che i maghi furono tornati a dormire, una debole luce, come la combustione di gas di palude, vorticò su
di loro.
Era un dio onnipresente, anche se solo in una piccola area. Ed era onnisciente, ma solo quanto bastava per sa-
pere che mentre lui sapeva davvero tutto, non era proprio Tutto, ma solo la parte di lui applicata alla sua isola.
Dannazione! Lo sapeva fin dall'inizio che l'albero di sigarette avrebbe causato problemi. L'avrebbe dovuto
fermare nel momento in cui aveva cominciato a crescere. Non aveva mai creduto che gli sfuggisse di mano
come adesso.
Certo, era un peccato per quelle. . . creature a punta, ma non era stata colpa sua, no? Tutti avevano bisogno di
mangiare. Alcune delle cose che giravano sull'isola avevano sorpreso anche lui. E alcuni di loro non stavano
calmi per cinque minuti insieme.
Anche così, si concesse un piccolo sorriso di orgoglio. Tra due ore quello chiamato Decano sarebbe morto per
il fumo, ed il cespuglio si sarebbe evoluto, sarebbe cresciuto ed avrebbe dato alla luce il suo raccolto di nicoti-
na. Questa era l'evoluzione.

14
C'è un certo tipo di capo che è conosciuto con la sua citazione basica di 'La mia porta è sempre aperta' ed è probabil-
mente una buona idea per frustarsi fino alla morte con il proprio Curriculum Vitae invece di lavorare per lui. Nel caso di
Ridcully, però, voleva dire, 'La mia porta è sempre aperta perché poi, quando mi annoio, posso usare la mia balestra mi-
rando proprio di fronte il corridoio, nel bersaglio appena sopra la scrivania del Tesoriere.'

62
Il problema era che ora avevano cominciato a rovistare e fare domande.
Il dio, solo fra gli dei, pensava che le domande fossero una buona cosa. Egli era infatti interessato alle persone
che discutevano su varie ipotesi, gettando da parte vecchie superstizioni, rompendo le catene del pregiudizio
irrazionale e, in breve, esercitando i cervelli che il loro dio aveva dato loro, tranne ovviamente il fatto che non
era stato dato loro da alcun dio, così quello che realmente avrebbero dovuto fare era esercitare quei cervelli
sviluppati nel corso dei millenni in risposta agli stimoli esterni e la necessità di controllare quelle mani con i
pollici opponibili, un'altra idea dannatamente buona di cui lui era molto fiero. O lo sarebbe stato, naturalmen-
te, se fosse esistito.
Tuttavia, c'erano dei limiti. I Liberi Pensatori erano brava gente, ma non sarebbero dovuti andare in giro pen-
sando proprio a tutto.
La luce scomparve e riapparve, ancora vorticando, nella grotta sacra sulla montagna. Tecnicamente, lo sapeva,
non era in realtà sacra, dal momento che c'è bisogno di credenti per fare un luogo sacro e questo dio in realtà
non voleva credenti.
Di solito, un dio senza credenti era potente come una piuma in un uragano, ma per qualche motivo questo era
stato in grado di capire che poteva funzionare tranquillamente senza di loro. Poteva essere perché credeva con
tanto fervore in sé stesso. Beh, ovviamente non in sé medesimo, perché la fede nelle divinità era irrazionale.
Ma lui credeva in quello che faceva.
Considerò, piuttosto colpevolmente, di fare un paio di lucertole giganti nella speranza che potessero mangiare
gli intrusi prima diventassero troppo ficcanaso, ma poi respinse il pensiero come indegno di una moderna,
lungimirante divinità.
C'erano scaffali e ripiani di semi in questa parte della grotta. Ne scelse uno tra quelli della famiglia della zuc-
ca, e raccolse i suoi attrezzi.
Questi erano unici. Assolutamente nessun altro al mondo aveva mai avuto un cacciavite così piccolo.

Un germoglio verde venne su dal bosco in risposta alle alla prime luci dell'alba, si svolse in due foglie, e con-
tinuò a crescere.
Giù tra i ricchi compost di foglie cadute, germogli bianchi si contorsero come vermi. Non era il momento per
le mezze misure. Da qualche parte in basso, una radice indagatrice trovò l'acqua.
Dopo pochi minuti, i cespugli intorno alla ormai grande e semovente pianta cominciarono ad appassire.
I germogli si trascinavano avanti, verso il mare. Dei viticci appena dietro il tronco avanzarono avvolgendosi ai
vicini rami a portata di mano. Alberi più grandi vennero utilizzati come supporto, e dei cespugli vennero sra-
dicati e gettati da parte ed una radice a fittone germogliò per prendere possesso del foro appena lasciato libero.
Il dio non aveva avuto molto tempo per la raffinatezza. Le istruzioni della pianta erano state messe insieme da
vari pezzi già esistenti, ciò che sapeva avrebbe funzionato. Finalmente il primo germoglio attraversò la spiag-
gia e raggiunse il mare. Le radici si insinuarono nella sabbia, le foglie si spiegarono, e la pianta fece sbocciare
un solitario fiore femminile. Quelli piccoli maschili si erano già aperti lungo il fusto.
Il dio non aveva programmato questo particolare. Il vero problema con l'evoluzione, si disse, era che non ob-
bediva agli ordini. A volte, la materia pensa per sé.
Un sottile viticcio prensile si ricompattò per un attimo, poi balzò in piedi e accalappiò una falena di passaggio.
Si curvò all'indietro, immerse l'insetto terrorizzato nel polline di un fiore maschile, poi si arrotolò indietro e
con la velocità di un colpo di frusta lo sbatté sui in petali della femmina.
Pochi secondi dopo il fiore cadde e la piccola palla verde sotto di esso cominciò a gonfiarsi, mentre l'orizzonte
iniziava ad arrossire con l'alba.
L'Argo Nauticae Uniquo era pronta a produrre il suo primo, ed unico, frutto.

63
C'era un enorme mulino a vento, che cigolava in cima ad una torre di metallo. Su di un cartello collegato alla
torre si leggeva: 'Aiportatolabirracontè: Deposita le armi.'
"Sì, ma io ho ancora tutte le mie, non preoccuparti." disse Matto, esortando i cavalli in avanti.
Attraversarono un ponte di legno, anche se Scuotivento non riuscì a capire perché qualcuno si era preoccupato
di costruirlo. Era una fatica inutile per attraversare un tratto di sabbia asciutta.
"Sabbia?" disse Matto. "Questo è il Fiume Stanchezza, ecco cos'è!"
E, in effetti, una piccola barca stava passando. Era trainata da un cammello e se la stava passando abbastanza
bene sulle sue quattro ruote.
"Una barca." disse Scuotivento.
"Mai vista una prima?"
"Non una con le ruote, no." disse Scuotivento, quando la piccola canoa passò davanti a lui.
"Possono issare la vela se il vento è giusto."
"Ma. . . questa potrebbe sembrare una domanda strana. . . Perché è a forma di barca?"
"E' la forma che hanno le barche."
"Oh, giusto. Ero sicuro che ci fosse un buon motivo. Come hanno fatto i cammelli ad arrivare qui?"
"Si sono aggrappati a pezzi di legno, dice la gente. Le correnti trascinano fin qui un sacco di roba, giù lungo la
costa."
Aiportatolabirracontè era in vista. Era proprio come nel cartello, altrimenti avrebbero potuto passare oltre
senza accorgersene. L'architettura era ciò che è professionalmente nota come 'indigena', una parola usata in un
altro campo per significare 'imprecazione' e questa era abbastanza appropriata. Ma poi, Scuotivento pensò, è
caldo come l'inferno e non piove mai - tutto quello per cui hai bisogno di una casa è per segnare una sorta di
confine tra interno ed esterno.
"Hai detto che questa era una grande città." disse.
"Ha un’intera strada. Ed un pub."
"Oh, questa è una strada? E quel mucchio di tronchi è un pub?"
"Ti piacerà. È gestito da Coccodrillo."
"Perché lo chiamano Coccodrillo?"

Una notte passata a dormire sulla sabbia non aveva aiutato molto i maghi. E l'Arcicancelliere aveva aiutato
ancor meno. Era un uomo da prima mattina, così come era, ancor peggio, un uomo da tarda notte. Talvolta
passava dall'una all'altra senza dormire.
"Svegliatevi, voialtri! Chi è pronto per una corsetta intorno all'isola? Ci sarà un piccolo premio per il vincito-
re, eh?"
"Oh, miei déi." gemette il Decano, ribaltandosi su un fianco. "Sta facendo le flessioni."
"Certamente non voglio che nessuno pensi che sto proponendo un ritorno ai vecchi tempi", disse il Professore
degli Studi Indefiniti, cercando di sloggiare po' di sabbia da un orecchio, "ma una volta avevamo l'usanza di
uccidere i maghi come lui."
"Sì, ma avevamo anche l'usanza di uccidere i maghi come noi, Professore." disse il Decano.

64
"Ricordate quello che dicevamo in quei giorni?" disse il Sommo Algebrico. " 'Mai fidarsi di un mago sopra i
sessantacinque anni'? Cosa è successo?"
"Abbiamo oltrepassato l'età di sessantacinque anni, Sommo Algebrico."
"Ah, sì. E si è scoperto che eravamo affidabili, dopo tutto."
"E' una buona cosa che lo abbiamo scoperto in tempo, eh?"
"C'è un granchio si sta arrampicando su quell'albero." disse il Docente di Rune Recenti, che giaceva sulla
schiena con lo sguardo fisso verso l'alto. "Un granchio vero."
"Sì", disse il Sommo Algebrico. "Si chiamano Granchi Arrampicatori."
"Perché?"
"Avevo questo libro quando ero un ragazzino." disse il Professore degli Studi Indefiniti. "C'era quest'uomo
che è naufragato su un'isola come questa, e pensava di essere tutto solo e poi un giorno ha trovato un'impronta
nella sabbia. Una traccia." aggiunse.
"Un'impronta?" disse il Decano, seduto, tenendosi la testa.
"Beh. . . sì, e quando la vide pensava di essere-"
"- essere da solo su un'isola con un campione di salto in lungo con una gamba sola?" disse il Decano. Si senti-
va irritabile.
"Beh, ovviamente ha trovato alcune altre impronte in seguito. . ."
"Vorrei essere su un'isola deserta da solo", disse il Sommo Algebrico cupo, guardando Ridcully correre sul
posto.
"Me lo sono sognato", chiese il Decano, "o siamo abbandonati a migliaia di miglia e migliaia di anni da casa?"
"Sì."
"Lo sospettavo. C'è la colazione?"
"Stibbons ha trovato alcune uova alla coque."
"Che giovanotto utile." gemette il Decano. "Dove le ha trovate?"
"Su un albero."
Il cibo della sera prima tornò su al Decano. "Un albero di uova alla coque?"
"Sì", disse il Sommo Algebrico. "Gocciolano che è una meraviglia. Sono abbastanza buone con i frutti del pa-
ne."
"E adesso mi dirà che avete trovato anche un albero di cucchiaini. . ."
"Ovviamente no."
"Bene."
"Si tratta di un cespuglio." Il Sommo Algebrico alzò un piccolo cucchiaio di legno. Aveva un paio di piccole
foglie ancora attaccate.
"Un cespuglio che fa frutta a forma di cucchiai. . ."
"Il giovane Stibbons dice che ha perfettamente senso, Decano. Dopo tutto, ha detto, li abbiamo presi perché
sono utili, e poi i cucchiai si perdono sempre. Poi è scoppiato in lacrime."
"Ha senso, però. Onestamente, questo posto è come la Big Rock Candy Mountain*."15
"Io voto per lasciarla il più presto possibile." disse il Professore degli Studi Indefiniti. "Sarà meglio preoccu-
parci seriamente di questa idea per costruire una barca, oggi. Non voglio incontrare un’altra di quelle lucertole
orribili."
"C'è un solo esemplare di tutto, ricorda?"
"Allora probabilmente ce n'è uno peggiore."

*
Una montagna fatta di cose meravigliose descritta in una popolare canzone scout, dove esistono alberi di sigarette, fiumi
di alcool ed altre cose meravigliose. N.d.T

65
"Costruire una sorta di barca non può essere così difficile", disse il Professore degli Studi Indefiniti. "Anche le
persone primitive riuscivano a farlo."
"Ora ascoltate", sbottò il Decano, "abbiamo cercato ovunque per una libreria decente su questa isola. Sempli-
cemente non ce n'è una! E' ridicolo. Come dovrebbe uno riuscire a fare qualsiasi cosa?"
"Credo che. . . potremmo. . . provare a farla e basta?" propose il Sommo Algebrico. "Sa. . . vedere ciò che gal-
leggia, quel genere di cose."
"Oh, beh, se vuole essere così rozzo. . ."
Il Professore degli Studi Indefiniti colse lo sguardo del Decano e decise che era tempo di alleggerire l'atmosfe-
ra.
"Stavo solo, aha, pensando." disse, "come un piccolo esercizio mentale. . . se finisse su un'isola deserta, eh,
Decano. . . che tipo di musica vorrebbe ascoltare, eh?"
Il volto del Decano si offuscò ulteriormente. "Penso, Professore, che vorrei ascoltare la musica nel Teatro
dell'Opera di Ankh-Morpork."
"Ah. Oh? Sì. Bene. . . molto. . . molto. . . molto d'accordo con lei, Decano."

Scuotivento sorrise vitreo. "Così. . . sei un coccodrillo, eh?"


"La cofa ti da problemi?" disse il barista.
"No! No! Ma non ti chiamano per caso in un altro modo?"
"Beh. . . ci farebbe un foprannome che mi hanno dato. . ."
"Ah, sì?"
"Fì. Coccodrillo il Coccodrillo. Ma qui molti mi chiamano Dongo."
"E. . . ehm. . . questa roba? Come si chiama questa?"
"Noi la chiamiamo birra" disse il coccodrillo. "Voi come la chiamate?"
Il barista indossava una camicia sporca ed un paio di pantaloncini, e fino a quando non aveva visto un paio di
pantaloncini su misura per una persona con le gambe molto corte ed una coda molto lunga, Scuotivento non
aveva capito quanto il lavoro di sarto poteva essere difficile.
Il mago tenne il bicchiere di birra controluce. Era questo il punto. Si poteva vedere la luce filtrare per tutto il
percorso attraverso di essa. Birra trasparente. La birra di Ankh-Morpork era tecnicamente birra, vale a dire un
succo a base di luppolo. Aveva consistenza. Aveva sapore, anche se non sempre avevi voglia di sapere di che
cosa. Aveva corpo. Aveva anche il sedimento in fondo. Alla fine potevi mangiarlo con un cucchiaio.
Questa roba era sottile e frizzante e sembrava come se qualcuno l'avesse già bevuta. Era buona, però. Non
stanziava sullo stomaco nel modo in cui la birra di Ankh faceva. Roba debole, certo, ma non è mai un bene
insultare la birra di qualcun'altro.
"Abbastanza buona" disse.
"Da dove fei arrivato?"
"Ehm. . . Ho galleggiato fin qui su un pezzo di legno."
"C'era ancora pofto, con tutti quei cammelli?"
"Ehm . . sì."
"Buon per te."
Scuotivento aveva bisogno di una mappa. Non una carta geografica, anche se una di quelle gli sarebbe stata
d'aiuto, ma una che gli avesse mostrato dove era finita la sua testa. Di solito i coccodrilli non servivano al bar,

66
ma tutti gli altri in questo posto sembravano pensare che fosse perfettamente normale. Intendiamoci, le perso-
ne nel bar includevano tre pecore in tuta ed un paio di canguri che giocavano a freccette.
E non erano esattamente pecore. Sembravano più come, beh. . . pecore umane. Le orecchie a sventola, i riccio-
li bianchi, uno sguardo imbarazzato, ma in piedi, con le mani. Ed era abbastanza sicuro che non c'era modo di
ottenere un incrocio tra un essere umano e una pecora. Se ci fosse stato, la gente l'avrebbe sicuramente scoper-
to da un po', soprattutto nei più isolati distretti rurali.
Qualcosa di simile era accaduto con i canguri. C'erano le orecchie a punta e avevano sicuramente il muso, ma
ora erano appoggiati al bancone a bere questa leggera, strana birra. Uno di loro indossava un giubbotto mac-
chiato con la scritta 'Wagga Hay- Spighe di Segale!* ' appena visibile sotto la sporcizia.
16'

In breve, Scuotivento aveva la sensazione che non stesse guardando dei veri animali. Bevve un altro sorso di
birra.
Non poteva sollevare l'argomento con Coccodrillo Dongo. C'era una scorrettezza filosofica sull'attirare l'atten-
zione di un coccodrillo sul il fatto che c'erano un paio di canguri nel bar.
"Vuoi altra birra?" disse Dongo.
"Sì, grazie." disse Scuotivento.
Guardò il simbolo sulla pompa di birra. Era l'immagine di un canguro sorridente. L'etichetta diceva: Birra
Canguro.
Alzò gli occhi verso un poster strappato sulla parete. Pubblicizzava la Birra Canguro. C'era lo stesso canguro,
che teneva un pinta di birra e sfoggiava lo stesso sorriso complice. Sembrava familiare, per qualche motivo.
"Non posso fare a meno di nosciare. . ." Provò di nuovo. "Non posso fare a meno di notare", disse, "che alcune
persone in questo barscionodiverse da altre p'rsone."
"Bè, il vecchio Troncocavo Joe ha messo fu un po' di pefo ultimamente" disse Dongo, lucidando un bicchiere.
Scuotivento guardò le sue gambe. "Di chi sciono 'stègambe?"
"Ftai bene, amico?"
"Probabilmente sciono stato morso da qualcoscia" disse il mago. Un improvvisa urgenza lo attanagliò.
"È ful retro." disse Dongo.
"Torno nel giro di un ritorno." disse Scuotivento, barcollando in avanti. "Hahahaha-"
Si scontrò con una colonna di ferro, che lo raccolse con un pugno e lo tenne a distanza di braccio. Guardò lun-
go il braccio e vide una grande faccia arrabbiata con un'espressione che diceva che un sacco di birra era alla
ricerca di una rissa e che il resto del corpo era felice di seguirla. Scuotivento era storditamente consapevole
che nel suo caso un sacco di birra voleva scappare. E in un momento come questo, era sempre la birra a parla-
re.
"Ti ho scientito pr'ma. Da dove vieni, scignore?" disse la birra del gigante.
"Ankh-Mr'pork. . ." In un momento come questo, perché mentire?
Il bar diventò silenzioso.
"E sciei venuto qua per prendersci per i fondelli bevendo birra e facendo risce e parlarndo strano, giusto?"
Un po' della birra di Scuotivento disse, "Non sciè problema. "
Il suo rapitore lo tirò tanto vicino da essere faccia a faccia. Il mago non aveva mai visto un naso così grande.
"E mi ascpetto che non sciai nemmeno che noi qui produsciamo dei vini, il nostro Chardonnay Bein, scpe-
cialmente degno di attenzione e compet'ivo nel prezzo, per non parlare del Dunny Valle Semillons dalla
sctruttura arrugginita, che sono stati un scoperrrta eccescionale. . . non è coscì bastardo?"
"Che bello, poscio avere una pinta di Chardonnay, per favore."
"Mi sctai prendendo per i fondelli?"

*
Wagga Wagga ed Hay sono città del sud dell’Australia, dove alcuni anni fa si è verificato un problema con il raccolto
d’orzo, infestato da un fungo allucinogeno che aveva l’effetto di una sbronza sui canguri che se ne cibavano.

67
"No, vorrei lasciarli qui, se non ti dis-"
"Che ne dici di mettere giù il mio compagno?" disse una voce.
Matto era sulla soglia. Ci fu una colluttazione generale per uscire dalla sua traiettoria.
"Oh, anche tu sciei in cerca di una riscia, omuncolo?"
Scuotivento venne abbandonato quando l'enorme creatura si voltò verso il nano, stringendo i pugni.
"Io non le cerco. Io entro semplicemente nelle locande, e loro sono già li.", disse Matto, tirando fuori un col-
tello. "Ora, hai intenzione di lasciarlo in pace, Wally?"
"E quello lo chiami un coltello?" Il gigante sguainò quella che si sarebbe chiamata una spada, se fosse stata
tenuta in una mano di dimensioni normali. "Questo è quello che io chiamo un coltello!"
Matto guardò. Poi allungò la mano dietro la schiena, e quando la ritirò teneva in mano qualcosa.
"Davvero? Non c’è problema. Questa", disse, "è quella che io chiamo una balestra."

"Ma è un tronco." disse Ridcully, ispezionando il lavoro odierno del Comitato Costruzione Barche.
"E' molto più che un tronco-" iniziò il Decano.
"Oh, ha trovato un albero e ci ha legato l'accappatoio del Tesoriere intorno, a quanto vedo. E' un tronco, De-
cano. Ci sono le radici ad un'estremità e monconi di ramo dall'altra. Non l'ha nemmeno pareggiato. E' un tron-
co."
"Ci sono volute ore!", disse il Sommo Algebrico.
"E galleggia." sottolineò il Decano.
"Penso che il termine più corretto sia 'sguazza'." disse Ridcully. "E noi dovremmo salirci tutti, è così?"
"Questa è la versione singola." disse il Decano. "Abbiamo pensato di testarlo e poi provare con un sacco di lo-
ro legati insieme. . ."
"Come una zattera, vuole dire?"
"Credo di sì" disse il Decano, con notevole riluttanza. Avrebbe preferito un nome più dinamico. "Ovviamente
queste cose richiedono tempo."
L'Arcicancelliere annuì. Era colpito, in un modo strano. I maghi erano riusciti a riassumere, in una semplice
giornata, uno sviluppo tecnologico che probabilmente aveva richiesto all'umanità diverse centinaia di anni.
Sarebbero potuti anche arrivare a costruire un guscio di noce entro Martedì.
"Chi di voi lo proverà?" disse.
"Abbiamo pensato che forse il Tesoriere avrebbe potuto assisterci a questo punto del programma di sviluppo."
"Volontariamente, vero?"
"Siamo sicuri che lo farà."
In effetti il Tesoriere era ad una certa distanza, che vagava senza meta ma felicemente attraverso la giungla
popolata di coleotteri.
Il Tesoriere non era, come probabilmente sarebbe stato il primo ad ammettere, la persona più mentalmente
stabile del mondo. Egli probabilmente sarebbe stato il primo ad ammettere che la sua mente era simile ad un
colino da tè.
Ma era, per così dire, folle solo all'esterno. Non era mai stato molto interessato alla magia da ragazzo, ma era
bravo coi numeri, ed anche un luogo come l'Università Invisibile ha bisogno di qualcuno in grado di fare le
addizioni. Ed era infatti sopravvissuto per alcuni anni altrimenti emozionanti chiudendosi in una stanza da
qualche parte e sommando coscienziosamente, mentre altre divisioni e sottrazioni piuttosto gravi stavano ac-
cadendo nel mondo esterno.

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Erano ancora i tempi in cui l'assassinio magico era il percorso preferito e legale verso le alte cariche, ma lui
era abbastanza sicuro dato che nessuno aveva voglia di essere un Tesoriere.
Poi Mustrum Ridcully era stato nominato Arcicancelliere, e aveva messo fine a tutta la faccenda, essendo
inuccidibile, ed era stato, a suo modo, un modernizzatore. Ed i maghi anziani lo avevano seguito per il fatto
che tendeva a gridare contro di loro se non lo facevano ed era diventato, dopo alcuni momenti esilaranti della
storia dell'Università, una sorta di sollievo per godere della propria cena senza dover guardare qualcun altro
mangiarne un po' prima o di dover controllare la propria forma nel momento in cui ci si alzava dal letto.
Ma era un inferno per il Tesoriere. Tutto riguardo Mustrum Ridcully gracchiava attraverso i suoi nervi. Se la
gente fosse stata cibo, il Tesoriere sarebbe stato un uovo strapazzato, ma Mustrum Ridcully era un ricco budi-
no al grasso di bue con sugo all’aglio. Parlava più forte della maggior parte delle persone quando gridano.
Calpestava il terreno invece che camminare. Ruggiva dappertutto, e perdeva importanti documenti che poi ne-
gava di avere mai visto, e sparava con la sua balestra sul muro quando si annoiava. Era giovialmente aggressi-
vo. Dato che non stava mai male, tendeva a credere che la malattia in altre persone fosse causata dal pensiero
negativo. E non aveva senso dell'umorismo. E raccontava barzellette.
Era strano che questo avesse scosso così tanto il Tesoriere, dal momento che neanche lui aveva il senso
dell'umorismo. Era orgoglioso. Non era il tipo di uomo che rideva. Ma sapeva, in una sorta di modo meccani-
co, come le barzellette dovevano funzionare. Ridcully stava alle barzellette come una rana toro stava alla con-
tabilità. Non si potevano sommare.
Così il Tesoriere aveva trovato molto più soddisfacente vivere dentro la sua testa, dove non doveva ascoltare e
dove c'erano nuvole e fiori. Ma anche così, qualcosa doveva filtrare dal mondo esterno, perché di tanto in tan-
to saltava su e giù su una formica, nel caso in cui avrebbe dovuto farlo. Una parte di lui in effetti sperava che
una di quelle formiche fosse, in qualche modo incredibilmente lontano, imparentata a Mustrum Ridcully.
Fu mentre era impegnato a cambiare il futuro che notò quello che sembrava un tubo verde molto flessibile sul
terreno.
"Hmm?"
Era leggermente trasparente e sembrava pulsare ritmicamente. Quando mise l'orecchio accanto ad esso udì un
suono del tipo 'gloop'.
Sebbene fosse lievemente squilibrato, il Tesoriere aveva l'istinto del vero mago per passeggiare senza meta in
luoghi pericolosi, così prese a seguire il gambo palpitante.

Scuotivento si svegliò, perché il sonno era piuttosto difficile con qualcuno che lo prendeva a calci nelle costo-
le.
"C's'cc'd?"
"Vuoi che ti versi un secchio d'acqua in testa?"
Scuotivento riconobbe il tono loquace. I suoi occhi si scollarono. "Oh, non tu! Sei un frutto della mia fanta-
sia!"
"Dovrei prenderti a calci nelle costole di nuovo, allora?" chiese Scrappy.
Scuotivento si tirò in posizione verticale. Era l'alba, e giaceva sopra alcuni cespugli dietro il pub.
La memoria stava proiettando silenziosamente il suo film sulle lenzuola sbrindellate delle sue palpebre.
"C'è stata una lotta. . . Matto ha sparato quella. . . quella. . . gli ha sparato con una balestra!"
"Solo sul piede, così poteva ancora stare dritto per essere colpito. I vombati non sanno reggere l’alcool, questo
è il loro problema."

69
Altri ricordi guizzarono attraverso il buio fumoso del cervello di Scuotivento. "E' vero, c'erano degli animali
che bevevano."
"Sì e no" disse il canguro. "Ho provato a spiegarti. . ."
"Sono tutto orecchie", disse Scuotivento. I suoi occhi diventarono vitrei per un momento. "No, non lo sono, ho
un bisogno urgente. Torno in un minuto."
Il ronzio delle mosche ed una sorta di odore universale portarono Scuotivento in una capanna vicina. Ad alcu-
ne persone piaceva pensare ad essa come 'bagno', anche se non dopo esserci entrate.
Uscì di nuovo, saltellando su e giù con urgenza. "Ehm. . . c'è una ragno davvero enorme sul sedile del water. .
."
"Che cosa vuoi fare, aspettare che finisca? Mandalo via con il cappello!"
Era strano, pensò Scuotivento mentre scacciava il ragno, che un essere umano avrebbe, ehm, usato come ba-
gno un cespuglio nel mezzo di mille miglia di deserto ululante, ma avrebbe combattuto per una latrina se ce
n'era una disponibile.
"E stai fuori." borbottò, quando era sicuro che il ragno fosse fuori portata d'orecchio.
Ma il cervello umano si sente spesso incapace di concentrarsi sul lavoro che ha tra le mani, ed il mago notò
che il suo sguardo stava vagando. E qui, come nei luoghi privati di tutto il mondo, gli uomini avevano ritenuto
necessario disegnare sui muri.
Forse era il modo in cui la luce colpiva l'antica lavorazione del legno, ma sotto la solita minuzie da persone
che avevano bisogno di persone, e disegni fatti dalla speranza surriscaldata piuttosto che dalla memoria, c'era
un disegno profondamente inciso di uomini con cappelli a punta.
Scivolò fuori pensieroso e se ne andò tra i cespugli.
"Non c’è problema", disse il canguro, così vicino al suo orecchio che Scuotivento divenne molto contento di
aver già fatto.
"Io non ci credo!"
"Li vedrai ovunque. Sono dappertutto. Trovano la loro strada nei pensieri della gente. Non puoi correre più
veloce del tuo destino, amico.
Scuotivento non voleva nemmeno discutere.
"Risolverai la questione", disse Scrappy. "Tu sei la causa."
"No, non lo sono! Sono le cose che accadono a me, non il contrario!"
"Posso sventrarti con un calcio, sai. Vuoi vedere?"
"Ehm. . . no."
"Non hai notato che con la fuga si finisce nei guai?"
"Sì, ma, vedi, posso scappare anche da questi." disse Scuotivento. "Questo è il bello del sistema. Morto è solo
per una volta, ma la fuga è per sempre ."
"Ah, ma si dice anche che un vigliacco muore un migliaio di morti, mentre un eroe muore una volta sola."
"Sì, ma è quella più importante."
"Non ti vergogni?"
"No. Torno a casa. Cerco questa città chiamata Bugarup, trovo una barca e vado a casa."
"Bugarup?"
"Non dirmi che non esiste."
"Oh, no. E' una grande città. E lì dove stai andando?"
"Si, e non cercare di fermarmi!"
"Vedo che hai fatto la tua scelta.", disse Scrappy.
"Leggi le mie labbra!"
"Il tuo baffi, forse."

70
"Leggi la mia barba, allora!"
Il canguro si strinse nelle spalle. "In tal caso, non ho altra scelta che continuare ad aiutarti, suppongo."
Scuotivento si drizzò. "Troverò la mia strada da solo." disse.
"Tu non conosci la strada."
"Chiederò a qualcuno!"
"Che dire del cibo? Avrai fame."
"Ahah, è qui che ti sbagli!" scattò Scuotivento. "Ho questo straordinario potere. Guarda!"
Sollevò una pietra vicina, prese quello che c'era sotto, e lo mostrò.
"Vedi? Impressionato, eh?"
"Molto."
"Ahah!"
Scrappy annuì. "Non ho mai visto nessuno farlo con uno scorpione prima."

Il dio era seduto in cima ad un albero e stava lavorando su un coleottero abbastanza promettente, quando il te-
soriere passò velocemente di soppiatto molto più in basso.
Bene, alla fine almeno uno di loro l'aveva trovato!
Il dio aveva trascorso qualche tempo a guardare i tentativi dei maghi per costruire una barca, anche se non era
stato in grado di capire che cosa cercassero di fare. Per quanto poteva vedere, stavano mostrando un certo in-
teresse per il fatto che il legno galleggiasse. Beh, galleggiava, non è così?
Gettò il coleottero in aria. Questo prese vita all'apice dell'arco e volò via; una macchia di iridescenza tra le ci-
me degli alberi.
Il dio scese dal suo albero e seguì il Tesoriere.
Il dio non aveva ancora preso la sua decisione su queste creature, ma l'isola stava, sfortunatamente e contro
tutta la sua attenta pianificazione, facendo spuntare ogni sorta di stranezze. Erano ovviamente creature sociali,
con alcuni degli individui progettati per compiti specifici. Quello rosso peloso era stato progettato per arram-
picarsi sugli alberi, e quello che pestava le formiche con aria sognante per camminare tra di loro. Forse le ra-
gioni di questo erano evidenti.
"Ah, Tesoriere!" disse il Decano di cuore. "Le piacerebbe fare un breve viaggio intorno alla laguna?"
Il Tesoriere guardò il tronco in ammollo e cercò le parole. A volte, quando ne aveva davvero bisogno, riusciva
a mettere il Cervello e la Bocca in corretta successione.
"Una volta avevo una barca." disse.
"Benissimo! Ed eccone un'altra, tutta per- "
"Era verde."
"Davvero? Beh, potremmo-"
"Ho trovato un'altra barca verde", disse il Tesoriere. "Galleggia sull'acqua."
"Sì, sì, sono sicuro che l'ha trovata", disse Ridcully gentilmente. "Una grande barca con un sacco di vele, sono
sicuro. Ora, Decano- "
"Solo una vela", disse il Tesoriere. "Ed una signora completamente nuda sul davanti."
Librandosi all'istante, il dio imprecò. Non aveva mai progettato la polena. A volte, voleva solo scoppiare a
piangere.
"Una donna completamente nuda?" disse il Decano.
"Si calmi, Decano." disse il Sommo Algebrico. "Probabilmente ha preso troppe pillole di rana secca."

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"Andava su e giù nell'acqua" disse il Tesoriere. "Su e giù, su e giù."
Il Decano guardò la loro creazione. Contrariamente a tutte le aspettative, non andava su e giù nell’acqua. Ri-
maneva esattamente dove era ed era l'acqua ad andare su e giù. "Questa è un'isola." disse. "Suppongo che
qualcuno potrebbe aver navigato fin qui, no? Che tipo di donna completamente nuda? Una con la pelle scura?"
"Insomma, Decano!"
"Puro spirito di ricerca, Sommo Algebrico. Importanti informazioni bio-geografiche."
Il Tesoriere aspettò finché il suo cervello si presentò di nuovo. "Verde.", disse.
"Questo non è un colore naturale per un essere umano, vestiti o non vestiti." disse il Sommo Algebrico.
"Potrebbe aver avuto il mal di mare." disse il Decano. C'era solo il più vago dei desideri malinconici nella sua
testa, ma lui non voleva lasciarlo andare.
"Andava su e giù." disse il Tesoriere.
"Suppongo che potremmo dare un'occhiata", disse il Decano.
"E che dire della Signora Whitlow? Non è ancora uscita della sua capanna."
"Può venire anche lei se ne ha voglia." disse il Decano.
"Non credo che ci si possa aspettare che la signora Whitlow venga a vedere una donna completamente nu*a,
anche se è verde.", disse il Sommo Algebrico. 'Perché no? Deve averne vista almeno una. Non verde, natural-
mente. "
Il Sommo Algebrico si drizzò. "Non ho parole per quello che ha detto.".
"Che cosa? Beh, ovviamente lei-"
Il Decano si fermò.
Le grandi foglie della capanna della Signora Whitlow vennero scostate, e lei comparve.
Era probabilmente per il fiore tra i capelli. Era certamente per l'aura di gloria che l'avvolgeva. Ma era anche
per ciò che era successo al suo vestito.
C'era, tanto per cominciare, molta meno stoffa.
Dal momento che la parola deriva da un'isola che non esiste sul Mondo Disco, i maghi non avevano mai senti-
to parlare di 'bikini'. In ogni caso, ciò che la Signora Whitlow aveva cucito dai resti del suo vestito era molto
più sostanzioso di un bikini. Era più un costume intero - due grandi metà rispettabilmente separate da uno
stretto canale. Aveva legato anche del tessuto avanzato intorno alla vita, stile fusciacca.
In breve, era un capo di abbigliamento molto adatto. Ma sembrava come se non lo fosse affatto. Era come se
la signora Whitlow indossasse una foglia di fico di sei metri quadrati. Ma era pur sempre solo una foglia di fi-
co.
"Ho pensato che questo sarebbe potuto essere un abbigliamento più adatto per il caldo" disse. "Certo, non mi
sognerei mai di indossarlo all'Università, ma dal momento che sembra che dovremmo stare qui per un po' mi
sono ricordata di una foto della regina Zazumba di Sumtri. Pensate che ci sia un posto dove posso andare a fa-
re il bagno?"
"Mwaaa", disse il Sommo Algebrico.
Il Decano tossì. "C'è una piccola laguna nella giungla."
"Con delle ninfee", disse il Professore degli Studi Indefiniti. "Quelle rosa."
"Mwaaa", disse il Sommo Algebrico.
"E c'è una cascata" disse il Decano.
"Mwaaa."
"E un cespuglio di sapone, ovviamente."
La guardarono allontanarsi.
"Su e giù, su e giù", disse il Tesoriere.
"Che bel pezzo di donna." disse Ridcully. "Cammina in modo diverso, senza le scarpe, non vi pare? Va tutto
bene, Sommo Algebrico?"

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"Mwaa?"
"Penso che il caldo le stia giocando un brutto tiro. È diventato tutto rosso."
"Sono un mwaa. . . Sono. . . Accidenti, è caldo, non credete. . .? Penso che forse dovrei andare a fare un tuffo
nella. . ."
"Nel mare.", disse Ridcully con enfasi.
"Oh, il sale fa molto male alla pelle, Arcicancelliere."
"Esatto. Quindi potrebbe andare alla laguna, quando la signora Whitlow ritorna."
"Lo trovo piuttosto offensivo, Arcicancelliere, che lei abbia il coraggio di credere che-"
"Ben fatto", disse Ridcully. "Ora, vogliamo andare a vedere questa barca?"
Mezz'ora più tardi tutti i maghi erano riuniti sulla sponda opposta.
La barca era verde. E andava su e giù. Era chiaramente una nave, ma costruita forse da qualcuno che aveva un
libro molto dettagliato sulla Costruzione Navale, che tuttavia non aveva alcuna foto. C'era qualcosa che non
andava nei dettagli. La polena, per esempio, era sì vagamente femminile, anche se per la delusione del Decano
aveva la stessa minuzia di dettagli di una caramella gommosa mezza succhiata.
Fece venire in mente al Sommo Algebrico la signora Whitlow, anche se attualmente le rocce, gli alberi, le nu-
vole e le noci di cocco gli ricordavano la signora Whitlow.
E poi c'era la vela. Era, senza ombra di dubbio, una foglia. Ed una volta che avevi capito che si trattava di una
foglia, poi si insinuava in te il pensiero che un certo numero di semi o di zucche componeva il resto della na-
ve.
Ponder tossì. "Ci sono alcune piante che si basano su semi galleggianti per non affondare", disse con un filo di
voce. "La noce di cocco comune, per esempio, ha. . ."
"Ha una polena?" disse Ridcully.
"Ehm, il frutto di una certa varietà di mangrovie ha una sorta di chiglia che. . ."
"Ed ha una vela con quella che sembra molto una completa attrezzatura di sartie?" disse Ridcully.
"Ehm. . . n. . ."
"E che cosa sono quei fiori sulla parte superiore?" chiese Ridcully. Indicò quello che sembrava un nido di cor-
vo fatto da un gruppo di fiori a forma di tromba, come narcisi verdi.
"Che importa?" disse il Professore degli Studi Indefiniti. "Si tratta di una nave, anche se in realtà è una zucca
gigante, e sembra che ci sia spazio per tutti noi." Si illuminò. "Anche se sembra che ci siano un po' di zucche
vuote.", aggiunse.
"E' comparsa al momento giusto.", disse Ridcully. "Mi chiedo perché?"
"Ho detto, 'Anche se ci sono un po' di zucche vuote'.", disse il Professore degli Studi Indefiniti. "Perché zuc-
che vuote, vedete, è un altro nome per-"
"Sì, lo so.", disse Ridcully, guardando pensieroso il vascello beccheggiante.
"Stavo solo cercando di-"
"Grazie per la condivisione, Professore."
"In realtà ha un aspetto abbastanza spazioso." disse il Decano, ignorando l'espressione tristissima del Profes-
sore. "Io voto per caricare le provviste ed andare."
"Dove?" disse Ridcully.
"Da qualche parte dove rettili terribili non si trasformano improvvisamente in volatili!" scattò il Decano.
"Preferisce il contrario?" disse Ridcully. Cominciò ad avanzare dentro il laghetto fino a quando, l'acqua che
gli arrivava alle ascelle, fu in grado di battere sul lato dello scafo con il suo bastone.
"Penso che si stia intontendo un po', Mustrum.", disse il Decano.
"Davvero? Quanti tipi di piante carnivore ci sono, signor Stibbons?"
"Decine, signore."

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"E mangiano prede grosse quanto-?"
"Nessun limite di altezza nel caso dell'albero Sapu di Sumtri, signore. La Slittamartellante di Bhangbhangduc
prende qualche occasionale vittima umana che non vede il martello nascosto nel verde. C'è ne sono bel po' che
possono mangiare qualsiasi cosa fino alle dimensioni di un ratto. La Vite Strangolatrice a Piramide in realtà
raccoglie prede solo tramite altre piante più stupide, ma-"
"Penso solo che ci sia qualcosa di molto strano in una pianta a forma di barca che spunta fuori proprio quando
abbiamo bisogno di una barca", disse Ridcully. "Voglio dire, le noci di cocco al cioccolato, sì, e anche le siga-
rette col filtro, ma una barca con una polena?"
"Non è una vera e propria barca senza una polena.", disse il Sommo Algebrico.
"Sì, ma come fa a saperlo, una barca?" disse Ridcully, guadando di nuovo fino a terra. "Be', io non ci casco.
Voglio sapere che cosa sta succedendo qui."
"Dannazione!"
Tutti sentirono la voce - sottile, esile e petulante. Era venuta da ovunque intorno a loro.
Piccole morbide luci bianche apparvero in aria, girarono una intorno all'altra con velocità crescente, e poi im-
plosero.
Il dio sbatté le palpebre, e dondolò avanti e indietro mentre cercava di tenersi in equilibrio.
"Oh, cielo", disse. "Che aspetto ho?"
Alzò una mano davanti al viso e flesse le dita sperimentalmente.
"Ah."
La mano accarezzò il viso, la testa calva, e indugiò per un momento sulla lunga barba bianca. Sembrava per-
plesso.
"Che cos'è questo?" disse.
"Ehm. . . una barba?" disse Ponder.
Il dio si guardò la lunga veste bianca. "Oh. Molto patriarcale. Vabbè. . . fammi vedere, ora. . ."
Sembrò riprendersi, concentrando il suo sguardo su Ridcully, e le sue grandi sopracciglia bianche si unirono
come bruchi arrabbiati.
"Andatevene da questo luogo, o vi colpirò!" comandò.
"Perché?"
Il dio sembrava sorpreso. "Perché? Non si può chiedere perché in una situazione del genere!"
"Perché no?"
Il dio entrò leggermente nel panico. "Perché. . . Dovete andarvene da questo posto se non volete che vi faccia
visita nei vostri incubi peggiori!"
"Davvero? La maggior parte delle persone porterebbe almeno una bottiglia di vino", disse Ridcully.
Il dio esitò. "Che cosa?" disse.
"O una torta.", disse il Decano. "Una torta è un buon presente se si vuole fare visita a qualcuno."
"Dipende da che tipo di torta.", disse il Sommo Algebrico. "Il Pan di Spagna, ho sempre pensato, è un po' un
insulto. Qualcosa con del marzapane è molto meglio."
"Andatevene da questo posto se non volete che vi faccia visita portando una torta?" disse il dio.
"E' meglio di quella storia degli 'incubi peggiori'." disse Ridcully.
"A meno che non sia Pan di Spagna." disse il Sommo Algebrico.
Il problema del dio era che, mentre lui non aveva mai incontrato prima dei maghi, i maghi nei loro giorni da
studenti avevano incontrato, più o meno ogni settimana, cose che li minacciavano in modo orribile, come con-
suetudine. Gli incubi peggiori non suonano molto come una minaccia, quando dei demoni farabutti hanno ten-
tato di strapparti la testa e fare cose terribili nel buco rimasto.
"Ascoltate", disse il dio, "io sono il dio da queste parti, lo capite? Sono, in effetti, onnipotente!"

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"Preferirei che, sa com'è, la torta fosse con gli strati rosa e gialli-" borbottò il Sommo Algebrico, dato che i
maghi tendono a seguire un pensiero fino in fondo.
"Lei è un po' piccolo, poi." disse il Decano.
"E del marzapane zuccherino all'esterno, che cosa meravigliosa. . ."
Il dio finalmente capì cos'altro gli dava fastidio. La scala era sempre difficile in queste situazioni. Essere alto
novantuno centimetri non aggiungeva nulla alla sua autorità.
"Dannazione!" disse di nuovo. "Perché sono così piccolo?"
"Le dimensioni non contano." disse Ridcully. "La gente fa sempre l'occhiolino quando lo dice. Non riesco a
capire perché."
"Hai assolutamente ragione!" sbottò il dio, come se Ridcully avesse innescato una nuova linea di pensiero.
"Guarda le amebe, salvo che, naturalmente, non è possibile perché sono invisibili ad occhio nudo. Adattabili,
efficienti e praticamente immortali. Cose meravigliose, le amebe." I suoi piccoli occhi si persero. "La miglior
giornata di lavoro che abbia mai avuto."
"Mi scusi, signore, ma esattamente che tipo di dio è lei?" disse Ponder.
"E c'è la torta o no?" disse il Sommo Algebrico.
Il dio lanciò uno sguardo verso di lui. "Chiedo scusa?" disse.
"Volevo dire, di che cosa è il dio?" disse Ponder.
"Ho detto, quando avremo questa torta di cui parlava?" disse il Sommo Algebrico.
"Sommo Algebrico?"
"Sì, Arcicancelliere?"
"Qui il problema non è la torta."
"Ma lui ha detto-"
"I suoi commenti sono stati caricati a bordo, Sommo Algebrico. E saranno gettati fuori bordo, non appena la-
sceremo il porto. Continui pure, dio, la prego."
Per un momento il dio sembrò in uno stato d'animo fulminante, e poi si afflosciò. Si sedette su una roccia.
"Tutto questo discorso in realtà non serve a nulla, vero?" disse cupo. "Non dovete essere gentili. Ve lo posso
anche dire. Potrei apparirvi negli incubi, si capisce, è solo che non riesco a vedere davvero il punto in tutto
ciò. Di solito si dimenticano dopo un po', comunque. Ed è piuttosto brutto fare il prepotente con le persone in
questo modo, non è vero? A dire la verità, io sono piuttosto ateo."
"Scusi?" disse Ridcully. "Lei è un dio ateo?"
Il dio guardò le loro espressioni. "Sì, lo so", disse. "E' un po' patetico, non è vero?" Accarezzò la sua lunga
barba bianca. "Perché devo avere questa?"
"Non aveva la barba stamattina?" chiese Ridcully.
"Voglio dire, ho semplicemente cercato di apparire davanti a voi in una forma che avreste riconosciuto come
divina." disse il dio. "Una lunga barba ed una camicia da notte sembrano andar bene, anche se i peli sul viso
sono un po' imbarazzanti."
"E' un segno di saggezza." disse Ridcully.
"Così dicono." disse Ponder, che non era mai stato in grado di farsi crescere la barba.
"Saggezza: intuizione, acume, apprendimento." mormorò il dio pensieroso. "Ah. La lunghezza della barba mi-
gliora il funzionamento delle funzioni cognitive? Una sorta di accordo di raffreddamento, forse?"
"Non credo che sia proprio così." disse Ridcully.
"La barba si allunga man mano che la saggezza viene acquisita?" disse il dio.
"Io non sono sicuro che in realtà si tratti di causa ed effetto." azzardò Ponder.
"Temo di non capire." disse il dio tristemente. "Ad essere sinceri, trovo la religione piuttosto offensiva." Tirò
un gran sospiro e sembrò rimpicciolirsi ancora di più. "Onestamente ci ho provato davvero, ma ci sono alcuni

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giorni in cui la vita mi abbatte. . . Oh, scusatemi, i miei tubi di respirazione sembrano abbondare di liquido. .
."
"Vuole soffiarsi il naso?" disse Ponder.
Il dio sembrò in preda al panico. "E dove dovrebbe essere soffiato?"
"Voglio dire, dovrebbe tenere. . . Guardi, ecco il mio fazzoletto, adesso dovrebbe metterlo sul naso e. . . bene,
ci soffi dentro."
"Soffiare." disse il dio. "Interessante. Questa è una foglia curiosamente bianca."
"No, si tratta di un fazzoletto di cotone." disse Ponder. "E'. . . fatto-". Si fermò lì. Sapeva di cos'erano fatti i
fazzoletti, e sapeva che il cotone era coinvolto, e aveva qualche vago ricordo di telai ed altre cose, ma a parte
questo per ottenere un fazzoletto basta andare in un negozio e dire: "Mi servirebbero una dozzina di quelli
bianchi rinforzati, per favore, e quanto fanno pagare per ricamare le iniziali negli angoli?".
"Vuoi dire. . . creato?" disse il dio, improvvisamente molto sospettoso. "Anche voi siete déi?"
Accanto al suo piede un piccolo germoglio spuntò attraverso la sabbia e cominciò a crescere rapidamente.
"No, no." disse Ponder. "Ehm. . . basta prendere un po' di cotone e. . . martellarlo fino a che diventa piatto,
credo. . . e si ottengono i fazzoletti."
"Oh, allora siete creature che utilizzano utensili." disse il dio, rilassandosi un po'. Il germoglio vicino al suo
piede era già una pianta ora, ed aveva messo fuori delle foglie ed una gemma.
Si soffiò il naso rumorosamente.
I maghi si strinsero. Non avevano, naturalmente, paura degli déi, ma gli déi tendono ad avere temperamenti
incerti ed un uomo saggio si tiene lontano da loro. Tuttavia, è difficile avere paura di qualcuno che sta avendo
un brutto colpo.
"È veramente il dio da queste parti?" disse Ridcully.
Il dio sospirò. "Sì", disse. "Pensavo che sarebbe stato così facile, sapete. E' solo una piccola isola. Potevo ri-
cominciare tutto da capo. Farlo correttamente. Ma è tutto completamente sbagliato." Accanto a lui la piccola
pianta fece sbocciare un fiore giallo non identificato.
"Ricominciare tutto da capo?"
"Sì. Sai com'è. . . deità." Il dio agitò una mano tutt'intorno. "Ci ho lavorato sopra per un bel po'." disse.
"Deieggiare generale di base. Sai, creare persone dall'argilla, dalle costole di qualcuno, e così via. E poi seder-
si sulle vette dei monti e lanciare fulmini e tutto il resto. Anche se", si sporse in avanti e abbassò la voce, "po-
chi dei lo sanno effettivamente fare, sai?"
"Davvero?" disse Ridcully, affascinato.
"E' una cosa molto difficile da guidare, un fulmine. Per lo più aspettiamo fino a quando un fulmine a caso col-
pisce qualche povera anima, e poi parliamo con voce di tuono dicendogli che era colpa sua per essere stato un
peccatore. Voglio dire, tutti hanno commesso qualche peccato, no?" Il dio si soffiò di nuovo il naso. "Piuttosto
deprimente, davvero. Comunque. . . Suppongo che la goccia abbia fatto traboccare il vaso quando ho cercato
di vedere se era possibile creare una mucca più infiammabile."
Guardò le espressioni interrogative dei maghi.
"Offerte al rogo, sapete. Le mucche in realtà non bruciano tanto bene. Sono creature piuttosto bagnate e fran-
camente in giro c'era scarsità di legno."
Continuarono a fissarlo. Provò di nuovo.
"Io davvero non riuscivo a vedere il punto di tutta la faccenda, a dire la verità. Gridare, colpirsi, arrabbiarsi
per tutto il tempo. . . credo che nessuno capisse il punto, in realtà. Ma la cosa peggiore. . . Sapete la cosa peg-
giore? La cosa peggiore era che se effettivamente smettevano di combattere, le persone se ne andavano e co-
minciavano ad adorare qualcun altro. Difficile da credere, non è vero? Dicevano qualcosa come, 'Le cose era-
no molto meglio quando c'erano più battaglie', e 'Se ci fossero più battaglie, sarebbe molto più sicuro cammi-
nare per strada'. Tanto più che il peggio che era successo era che qualche povero pastore che era capitato nel

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posto sbagliato durante un temporale prendendo per caso una saetta vagabonda. E poi i sacerdoti dicevano
'Bene, tutti noi conosciamo i pastori, non è così, e ora gli déi sono arrabbiati e dobbiamo proprio costruire un
tempio molto più grande, grazie'."
"Tipico comportamento sacerdotale." mormorò il Decano.
"Ma tutti ci credevano!" gemette il dio. "E' stato davvero così deprimente. Penso che prima di fare l'umanità,
abbiamo rotto lo stampo. C'è un fronte nuvoloso, e ad un pastore sciocco capita di essere nel posto sbagliato al
momento sbagliato, e l'ultima cosa che sai è che ti ritrovi in piedi sulle pietre sacrificali e non puoi vedere ad
un palmo a causa del fumo." Dette un'altra soffiata su un pezzo del fazzoletto di Ponder che finora era rimasto
a secco. "Voglio dire, ci ho provato. Dio sa che se ci ho provato, e dal momento che sono io, so di cosa sto
parlando. 'Tu Giacerai Sotto Un Tetto Durante Il Tempo Nuvoloso' gli ho detto. 'Tu Collocherai Il Letamaio A
Grande Distanza Dal Pozzo' gli ho detto. Ho anche detto loro, 'Dovete Davvero Cercare Di Andare D'Accordo
L'Un L'Altro'."
"Ed ha funzionato?"
"Non posso dirlo con certezza. Ognuno è stato macellato dai seguaci del dio della valle vicina, che ha detto
loro di uccidere tutti coloro che non credevano in lui. Temo che fossero dei tizi davvero orribili."
"E le mucche fiammeggianti?" disse Ridcully.
"Le cosa?" disse il dio, affondato nell'infelicità.
"Le mucche più infiammabili." disse Ponder.
"Oh, sì. Un'altra buona idea che non ha funzionato. Ho solo pensato, sapete, che se riesci a trovare la parte, per
esempio, di una quercia che dice: 'Sii infiammabile' ed incollarla al posto della parte della mucca che dice: 'Sii
fradicia' si potrebbero risparmiare un sacco di guai. Purtroppo, questo ha prodotto una sorta di cespuglio che
faceva rumori angoscianti e schizzava latte, ma ho potuto notare che il principio era abbastanza buono. E,
francamente, quando i miei credenti erano tutti morti o si erano trasferiti nella valle vicina, da allora ho pensa-
to, al diavolo tutto, sono arrivato qui e mi sono lasciato tutto alle spalle, ricominciando a fare le cose con più
cura." Si illuminò un po'. "Sapete, è incredibile quello che si ottiene se si smonta anche la mucca più comune
in pezzi piccolissimi."
"Zuppa?", disse Ridcully.
"Perché, prima o poi, tutto è solo un insieme di istruzioni." proseguì il dio, a quanto pare senza aver ascoltato.
"Questo è esattamente quello che ho sempre detto!" disse Ponder.
"Davvero?" disse il dio, scrutandolo. "Be', comunque. . . Ecco come tutto è cominciato. Ho pensato che sareb-
be stata un’idea migliore creare creature che avrebbero potuto cambiare le proprie istruzioni quando ne avreb-
bero avuto bisogno, sapete. . . '
"Oh, sta parlando dell’evoluzione.", disse Ponder Stibbons.
"Evoluzione?" Il dio sembrò pensieroso. "Cambiare nel corso del tempo. . .Sì, questa è una buona parola. Evo-
luzione. Sì, credo che è quello che faccio io. Purtroppo, non sembra funzionare correttamente."
Accanto a lui ci fu un 'pop'. La piccola pianta aveva messo i frutti. Il bocciolo si era aperto e si vide, ricompat-
tato come un crisantemo, un fazzoletto bianco. "Vedi?" disse. "Questo è il genere di cose contro cui sono. E'
tutto così completamente egoista." Prese il fazzoletto in modo distratto, si soffiò il naso, lo appallottolò, e lo
lasciò cadere a terra. "Mi dispiace per la barca." continuò. "E' stato un lavoro un po' sbrigativo, sapete. Solo
che non voglio che nessuno sconvolga tutto, ma davvero non credo nella violenza, così ho pensato che dato
che volevate lasciare questo posto avrei dovuto aiutarvi a farlo il più presto possibile. Penso di aver fatto un
buon lavoro, però, date le circostanze. Troverà una nuova terra autonomamente, credo. Quindi, perché non ve
ne andate?"
"La signora completamente nu*a sul davanti è un po' incompleta", disse Ridcully.
"La cosa?" Il dio guardò in direzione della barca. "Questi occhi non sono particolarmente efficienti. . . Oh, cie-
lo, sì. La figura. Ancora una volta la dannata risonanza morfica. Vuoi smettere di farlo!"

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La pianta di fazzoletti aveva appena messo fuori un altro frutto. Il dio strinse gli occhi, puntò il dito e lo ince-
nerì. Come un solo uomo i maghi fecero un passo indietro.
"Smetto di concentrarmi per cinque minuti e tutto perde ogni minimo senso di disciplina." disse il dio. "Tutto
vuole rendersi dannatamente utile! Non riesco a pensare perché!"
"Mi scusi? Ho capito bene, vero? Lei è un dio dell'evoluzione!" disse Ponder.
"Ehm. . . è sbagliato?" disse il dio con ansia.
"Ma, l'evoluzione è avvenuta per secoli, signore!"
"Ah, si? Ma io ho cominciato solo qualche anno fa! Vuoi dire che anche qualcun altro la sta facendo?"
"Temo di sì, signore." disse Ponder. "La gente alleva cani per la ferocia e cavalli da corsa per la velocità e. . .
beh, anche mio zio può fare cose incredibili con le noci, signo-"
"Tutti possono attraversare un fiume con un ponte, ahaha", disse Ridcully.
"Davvero?" disse seriamente il dio dell'evoluzione. "Avrei pensato che si poteva fare solo con pezzi di legno
galleggianti. Oh cielo."
Ridcully strizzò l'occhio a Ponder Stibbons. Gli déi spesso non erano bravi a capire l'umorismo, e questo era
anche peggio di Ridcully.
"Siamo indietro nel tempo, signor Stibbons", disse. "Non potrebbe dover ancora accadere, eh?"
"Oh. Sì" disse Ponder.
"In ogni caso, due déi dell'evoluzione non sarebbero una brutta cosa, no?" disse Ridcully. "Rende le cose mol-
to più interessanti. E che vinca il migliore."
Il dio lo fissò con la bocca aperta. Poi la richiuse solo per mimare a sé stesso le parole di Ridcully, fece
schioccare le dita, e scomparve in una nuvola di piccole luci bianche.
"Guarda cosa ha fatto", disse il Docente di Rune Recenti.
"Niente torta per lei", disse il Tesoriere.
"Tutto quello che ho detto è stato che avrebbe vinto il migliore." disse Ridcully.
"In realtà, non sembrava turbato", disse Ponder. "Sembrava come se avesse improvvisamente realizzato qual-
cosa."
Ridcully guardò la piccola montagna al centro dell'isola, e sembrò giungere a una decisione.
"Va bene, partiremo." disse. "Il motivo per cui quest'isola è così strana è che qualche dio piuttosto stupido ci
sta mettendo lo zampino. Questa è una buona spiegazione per quanto mi riguarda."
"Ma, signo-" cominciò Ponder.
"Vedete quella piccola vite accanto al Sommo Algebrico lì? E' cresciuta negli ultimi dieci minuti.", disse il
Decano. Sembrava una piccola vite di cetrioli, tranne che i frutti erano gialli e oblunghi.
"Mi passi il suo temperino, signor Stibbons", disse Ridcully.
L'Arcicancelliere tagliò un frutto a metà. Non era ancora completamente maturo, ma il motivo a strati rosa e
gialli era chiaramente visibile, circondato da una copertura di qualcosa di appiccicoso e dolce.
"Ma io pensavo a quella torta solo dieci minuti fa!" disse il Sommo Algebrico.
"A me sembra perfettamente logico.", disse Ridcully, "Voglio dire, eccoci qui, maghi, ci muoviamo, vogliamo
lasciare l'isola. . . Cosa vorremo portare con noi? Qualcuno me lo sa dire?"
"Cibo, ovviamente", disse Ponder. "Ma-"
"Esatto! Se fossi un vegetale, vorrei rendermi utile in fretta, no? Non va bene stare in giro per mille anni solo
per far crescere dei semi più grandi! Senza paura! Tutte le altre piante potrebbero trovare un'idea migliore nel
frattempo! No, si vede un'opportunità e la si prende al volo! Potrebbe non esserci un'altra barca per anni!"
"Millenni." disse il Decano.
"Anche di più", concordò Ridcully. "La sopravvivenza del più veloce, eh? Quindi suggerisco di caricare e an-
dare, signori."
"Che cosa, così, all'improvviso?" disse Ponder.

78
"Certo. Perché no?"
"Ma. . . ma. . . ma pensi alle cose che potremmo imparare qui!" disse Ponder. "Le possibilità sono incredibili!
Finalmente c'è un dio che ha effettivamente avuto l'idea giusta! Finalmente siamo in grado di ottenere delle
risposte a tutte le domande importanti! Potremmo. . . possiamo. . . Senta, non possiamo andare. Voglio dire,
non partiamo! Insomma. . . siamo maghi, no?"
Ponder era consapevole di avere tutta la loro attenzione, qualcosa che i maghi non danno spesso. Di solito de-
finivano 'ascolto' un periodo in cui formulavi ciò che stavi per dire. Era sconcertante.
Poi l'incantesimo si ruppe.
Il Sommo Algebrico scosse la testa. "E un modo curioso di vedere le cose", disse, voltandosi. "Quindi. . . Io
voto per prendere un sacco di questi dadi di formaggio, Arcicancelliere."
"Un buon vettovagliamento è l'essenza di un'esplorazione di successo", disse il Decano. " E' un bel vascello
capiente, anche, quindi non abbiamo bisogno di lesinare."
Ridcully salì a bordo tramite un viticcio sospeso, ed annusò. "Profuma un po' di zucca." disse. "La zucca mi è
sempre piaciuta. Un ortaggio molto versatile ."
Ponder si mise una mano sugli occhi. "Oh davvero?" disse, stancamente. "Un gruppo di maghi dell'Università
Invisibile stanno seriamente pensando di prendere il largo su una barca commestibile?"
"Fritta, bollita, una buona base per una scorta di minestra e, naturalmente, eccellente per le torte", disse feli-
cemente l'Arcicancelliere. "Anche i semi sono una gustosa merenda."
"Buoni con il burro", disse il Professore degli Studi Indefiniti. "Suppongo non ci sia una pianta di burro da
qualche parte?"
"Ci sarà presto", disse il Decano. "Ci può dare una mano, Arcicancelliere?"
Ponder esplose. "Non ci credo!" disse. "State voltando le spalle ad una sorprendente opportunità regalata da
un dio-"
"Assolutamente, signor Stibbons", disse Ridcully, dall'alto. "Senza offesa, naturalmente, ma se la scelta è un
viaggio nelle profondità marine o stare su una piccola isola con qualcuno che cerca di creare una mucca più
infiammabile, allora puoi chiamarmi Lupo di Mare."
"E' questo il ponte di poppa?" disse il Decano.
"Spero di no", disse Ridcully orripilato. "Vede, Stibbons-"
"E' sicuro?" disse il Decano.
"Ne sono sicuro, Decano. Vede, Stibbons, quando avrà un po' più di esperienza in queste cose imparerà che
non c'è nulla di più pericoloso di un dio con troppo tempo tra le mani-"
"Tranne una madre orsa infuriata", disse il Sommo Algebrico.
"No, un dio è di gran lunga più pericoloso."
"Non quando le si è molto vicini."
"Se fosse il ponte di poppa, come faremmo a saperlo?" disse il Decano.
Ponder scosse la testa. C'erano momenti in cui il desiderio di salire la scala taumaturgica si smussava seria-
mente, ed uno di quelli era quando vedeva quello che c'era in cima.
"Io. . . Io non so cosa dire", disse. "Francamente sono stupito."
"Ben fatto, ragazzo. Adesso vada a procurare alcune banane, le dispiace? Quelle verdi dovrebbero mantenersi
meglio. E non mi guardi così sconvolto. Quando si tratta di divinità, devo dire, mi può dare uno di quei co-
struisci-con-l'argilla-e-punisci in qualsiasi momento. Quello è il tipo di dio che si può gestire."
"Sono praticamente umani", disse il Decano.
"Esattamente."
"Sarò troppo esigente", disse il Professore degli Studi Indefiniti, "ma io preferirei non gironzolare vicino ad un
dio che potrebbe improvvisamente decidere che mi piacerebbe correre più velocemente con tre gambe in più."

79
"Esattamente. Ha qualcosa da ridire, Stibbons? Oh, se n'è andato. Oh beh, senza dubbio tornerà. E. . . Deca-
no?"
"Sì, Arcicancelliere?"
"Non posso fare a meno di pensare che stia lavorando ad una sorta di orribile battuta sul ponte di poppa. Pre-
ferirei che non lo facesse, se per lei è lo stesso."

"Ftai bene, amico?"


Nessuno al mondo era mai stato così felice di vedere Coccodrillo il Coccodrillo prima.
Scuotivento lasciò che lo tirassero su. La sua mano, contro ogni aspettativa, non era blu e tre volte la sua di-
mensione normale.
"Quel dannato canguro. . ." mormorò, agitando la mano per mandare via le mosche.
"Qual'è il canguro di cui ftai parlando, amico?" disse il coccodrillo, aiutandolo a camminare attraverso il pub.
Scuotivento si guardò intorno. C'erano solo i normali componenti del paesaggio locale - cespugli rinsecchiti,
terra rossa ed un milione di mosche che lo circondavano.
"Quello con cui stavo parlando proprio ora."
"Ftavo folo dando una ripulita e ti ho vifto mentre ballavi e gridavi", disse Coccodrillo. "Non ho vifto neffun
canguro"
"Probabilmente è un canguro magico", disse stancamente Scuotivento.
"Oh, giufto, un canguro magico." disse Coccodrillo. "Non preoccuparti. Penfo che forfe fia meglio che ti
prefcriva la cura per aver bevuto troppa birra, amico."
"Qual è la cura?"
"Più birra."
"Quanta birra ho bevuto ieri sera, allora?"
"Oh, una ventina di pinte."
"Non essere sciocco, nessuno può reggere così tanta birra!"
"Oh, non l'hai retta fempre tu, amico. Non c’è problema. Ci piacciono anche i tipi che non tengono la loro bir-
ra da foli."
Nel fetido cimiciaio del cervello di Scuotivento il proiezionista della memoria mise la bobina numero due. Le
reminiscenze cominciarono a tremolare. Lui rabbrividì.
"Stavo. . . cantando una canzone?" disse.
"Giuftiffimo. Hai indicato il manifefto della Birra Canguro ed hai iniffiato a cantare. . ." delle enormi fauci di
coccodrillo si mossero mentre cercava di ricordare, " 'Legate il mio canguro'* . Una canfone ftramaledettamen-
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te bella."
"E poi. . .?"
"Poi hai perfo tutti i tuoi foldi giocando Two-Up** con la fquadra di tofatura di Daggy."
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"Questo. . . Io. . . c'erano queste due monete, ed il blocco le faceva saltare in aria, e poi. . . dovevi scommette-
re su come venivano giù. . ."
"Efatto. E tu hai fcommeffo che non farebbero fcese affatto. Ma alla fine doveva fuccedere, prima o poi. Eppu-
re avevi comunque buone probabilità."

*
La versione di Scuotivento della famosa canzone "Tie me kangaroo down, sport" di Rolf Harris. N.d.T.
**
Un popolare gioco australiano che consiste nello scommettere sul lancio della moneta. La moneta viene lanciata due
volte e le possibili combinazioni – due teste, due croci o ‘odds’, una per tipo – determinano le vincite. N.d.T.

80
"Ho perso tutti i soldi che Matto mi ha dato?"
"Fì."
"Come ho pagato la mia birra, allora?"
"Oh, le perfone facevano la coda per offrirtela. Dicevano che eri meglio di un giorno alle corfe."
"E poi io. . . c'era qualcosa che riguardava una pecora. . ." Sembrò inorridito. "Oh, no. . ."
"O fi. Hai detto 'Fate girare le corone, un dollaro alla volta per fare un bel taglio di capelli alla pecora? Poffo
fare un bel lavoro anche ad occhi chiufi, non c’è nessun stramaledettiffimo problema, quefta birra è davvero
buona. . . '."
"Oh, dèi. Qualcuno mi ha colpito?"
"No, amico, hanno tenuto conto che eri un ottimo divertimento, fpecialmente quando hai fcommesso cinque-
cento calamari che potevi battere il loro miglior uomo nella tofatura delle pecore."
"Non posso averlo fatto, io non sono un uomo da scommesse!"
"Beh, io lo fono, e fe fofti ftato meno divertente non avrei dato due foldi per la tua pellaccia, Fcuoti."
"Scuoti?" disse Scuotivento debolmente. Guardò il suo boccale vuoto. "Ma che cosa c'è in questa roba?"
"Il tuo compagno Matto ha detto che eri un grande mago e che potevi uccidere le perfone femplicemente pun-
tando verfo di loro e fparando.'', disse Coccodrillo. "Non mi difpiacerebbe vederti in affione."
Scuotivento alzò disperatamente lo sguardo ed i suoi occhi catturarono il manifesto della Birra Canguro. Mo-
strava alcuni di quegli alberi dannatamente stupidi che avevano qui, e quella terra arida e rossa e - nient'altro.
"Eh?"
"Che cof'hai?" disse Coccodrillo.
"Che cosa è successo al canguro?" disse Scuotivento con voce rauca.
"Quale canguro?"
"C'era un canguro su quel manifesto ieri sera. . . o no?"
Coccodrillo scrutò il poster. "Fono più bravo ad annufare che ad offervare", disse alla fine. "Ma devo di am-
mettere che odora come fe fe ne foffe andato."
"Qui sta succedendo qualcosa di molto strano." disse il Scuotivento. "Questo è un paese molto strano."
"Abbiamo un teatro dell'opera", disse Coccodrillo volonteroso. "C'è cultura."
"E novantatrè parole per dire di essere malati?"
"Sì, beh, siamo perfone molto. . .vocali."
"Ho davvero scommesso cinquecento. . . Che cos'erano?"
"Calamari."
". . . calamari, davvero?"
"Già."
"Così probabilmente mi ammazzeranno se perdo, giusto?"
"Non c’è problema."
"Vorrei che la gente la smettesse di dire che non c’è pr-"
Fissò di nuovo il manifesto. "Il canguro è tornato!"
Coccodrillo si girò goffamente, si avvicinò al poster e lo annusò. "Potrebbe effere", disse cautamente.
"Ed è rivolto nella direzione sbagliata!"
"Ftai tranquillo, amico!" disse Coccodrillo Dongo, guardandolo preoccupato.
Scuotivento rabbrividì. "Hai ragione." disse. "E' colpa del caldo e delle mosche. Deve essere così."
Dongo gli versò un'altra birra. "Ah bene, la birra fa bene per il caldo." disse. "Non poffo fare nulla per quanto
riguarda le ftramaledette mofche, però."

81
Scuotivento cominciò ad annuire, e si fermò. Si tolse il cappello e lo guardò critico. Poi agitò una mano su e
giù davanti al suo viso, rimuovendo temporaneamente alcune mosche. Infine, guardò pensieroso una fila di
bottiglie.
"Hai un po' di spago?" disse.
Dopo alcuni esperimenti, e qualche lieve commozione cerebrale, Dongo avanzò l'opinione che era decisamen-
te meglio con solo i tappi di sughero.

Il Bagaglio si era perso. Di solito, avrebbe potuto trovare la sua strada ovunque nel tempo e nello spazio, ma
cercare di farlo adesso sarebbe stato come se un uomo avesse cercato di mantenere l'equilibrio su due tappeti
mobili che viaggiano in direzioni opposte: semplicemente non poteva farlo. Sapeva di essere rimasto bloccato
sotto terra per molto tempo, ma sapeva anche di essere rimasto bloccato sotto terra per circa cinque minuti.
Il Bagaglio era senza cervello, come tale, anche se un estraneo avrebbe potuto anche avere l'impressione che
in realtà fosse capace di pensare. Quello che in realtà faceva era reagire, in modi molto complessi, all'ambien-
te circostante. Di solito questo comportava prendere qualcosa a calci, come con la maggior parte delle creature
senzienti.
Attualmente si trovava a passeggiare lungo una pista polverosa. Di tanto in tanto il suo coperchio schiacciava
qualche mosca, ma senza molto entusiasmo. Il suo rivestimento opalino brillava alla luce del sole.
"Ooow! Non è carino! Portatelo qui, voi due!"
Il Bagaglio non prestò attenzione al carro colorato che si era fermato lungo la pista. Era forse consapevole a
un certo livello che le persone erano scese e lo avevano guardato, ma non oppose resistenza quando presero
una decisione e lo sollevarono sul carro. Non sapeva dove doveva andare, e inoltre non sapeva dove questo
carro stava andando, ma ci sarebbe andato anche lui.
Attese un po' dopo che venne messo giù, e poi prese coscienza dei dintorni. Era stato accatastato insieme ad
un sacco di altre scatole e valigie, il che era confortante. Dopo cinque minuti spesi sotto terra per milioni di
anni il Bagaglio sentiva che stava passando un po' di buon tempo.
E non fece resistenza nemmeno quando qualcuno aprì il suo coperchio e lo riempì di scarpe. Scarpe piuttosto
grandi, notò il Bagaglio, e molte di loro con interessanti tacchi e motivi creativi con seta e paillette. Erano
chiaramente scarpe da donna. Il che era un bene, pensò il Bagaglio (o percepì, o reagì). Le donne tendono a
condurre una vita più tranquilla.
Il carro viola sterzò. Dipinte rozzamente sul retro vi erano le parole: Petunia, La principessa del deserto.

Scuotivento fissò le forbici che il tosatore agitava. Sembravano taglienti.


"Sai cosa facciamo alle persone che recedono da una scommessa, qui?" disse Daggy, il capo banda.
"Ehm. . . ma ero ubriaco."
"Lo eravamo anche noi. E allora?"
Scuotivento guardò gli ovili in lontananza. Sapeva cos'erano le pecore, naturalmente, ed era venuto a contatto
con loro in molte occasioni, anche se di solito in compagnia di verdure miste e salsa. Aveva avuto anche un
agnellino di peluche da bambino. Ma c'è qualcosa di estremamente ripugnante nelle pecore, una specie di paz-
ze-dagli occhi-rotanti senza cervello che emanavano un odore di lana umida e panico. Molte religioni esaltano
le virtù del mansueto, ma Scuotivento non si era mai fidato di loro. Il mansueto poteva diventare all'improvvi-
so molto sgradevole, a volte.
D'altronde. . . erano coperte di lana, e le cesoie sembravano abbastanza forti. Quanto poteva essere difficile? Il
suo sesto senso gli disse che tentare e perdere sarebbe stato molto meno grave di non tentare affatto.
"Posso fare un giro di prova?" disse.
Una pecora venne trascinata fuori dall'ovile e gettata davanti a lui.

82
Scuotivento lanciò a Daggy quello che sperava fosse il sorriso di un professionista ad un collega, ma sorridere
a Daggy era come gettare meringhe contro una scogliera.
"Ehm, posso avere una sedia ed un asciugamano e due specchi ed un pettine?" disse.
Lo sguardo di Daggy si riempì di sospetto. "Cosa? A cosa ti serve questa roba?"
"Devo farlo come si deve, no?"

Fuori dalla loro vista, sul retro del capannone di tosatura, sulle tavole sbiancate dal sole, la sagoma di un can-
guro cominciò a formarsi. E poi, le bianche linee che vagavano attraverso il legno come brandelli di nuvole in
un cielo limpido, cominciò a cambiare forma. . .

Scuotivento non si tagliava i capelli da un sacco di tempo, ma sapeva come doveva fare.
"Quindi. . . dove sei stata in vacanza, quest'anno?" disse, dando una sforbiciata.
"Mnaaarrrhh!"
"Che tempo in questi giorni, eh?" disse Scuotivento, disperatamente.
"Mnaaarrrhh!"
La pecora non stava nemmeno cercando di lottare. Era vecchia, con meno denti che piedi, e anche nelle pro-
fondità molto limitate della sua mente estremamente superficiale sapeva che questo non era il modo in cui una
tosatura doveva andare.
Il taglio avrebbe dovuto essere una breve lotta seguita da una gloriosa libertà ed un senso di fresco nel didie-
tro. Non doveva includere un interrogatorio su ciò che pensava del tempo o un'indagine in merito a che cosa
avesse fatto durante il fine settimana, soprattutto perché le pecore non hanno il concetto della connotazione
del termine 'fine settimana' o, se vogliamo essere precisi, di nessun termine. La gente non avrebbe dovuto
spruzzarle l'acqua alla lavanda nell'orecchio.
I tosatori guardavano in silenzio. C'era una gran folla, dato che molti erano andati a recuperare tutti gli altri
portandoli al capannone. Sentivano nel profondo che qui c'era qualcosa che avrebbero raccontato ai loro nipo-
ti.
Scuotivento fece un passo indietro, guardò la sua opera in modo critico, e poi mostrò alla pecora la parte po-
steriore della sua testa nello specchio, ed a quel punto la creatura cedette, riuscì a mandare un input disperato
ai suoi piedi e fece una corsa verso l'ovile.
"Ehi, aspetta, devo ancora prendere i bigodini!" urlò Scuotivento.
Divenne consapevole che i tosatori lo stavano guardando. Infine uno di loro disse, con voce stordita, "E' così
che tosate le pecore dalle tue parti?"
"Ehm. . . cosa ne pensate?" disse Scuotivento.
"E' un po' lento, non credi?"
"Quanto velocemente dovevo andare?"
"Insomma, Daggy qui una volta ne ha fatte quasi cinquanta in un'ora. E' questo quello che dovevi fare, vedi?
Nulla di quella tosatura fantasiosa. Solo posteriore, anteriore, superiore e laterale, velocemente."
"E' un peccato" disse uno dei tosatori, malinconicamente, "quella era una pecora davvero bella."
Ci fu un focolaio di belati dai recinti di pecore.
"Pronto a fare sul serio, Scuoti?" esclamò Daggy.
"Per Offler, che cos'è?" disse uno dei suoi compagni.
La recinzione andò in frantumi. Un ariete comparve tra i rottami, scuotendo la testa per rimuovere frammenti
di legno dalle sue corna. Del vapore gli usciva dalle narici.
La maggior parte delle cose che Scuotivento associava alle pecore, a parte la salsa oleosa e le spezie, aveva a
che fare con. . . la pecorosità. Ma questo era un ariete, e l'associazione era improvvisamente diventata. . . fu-
riosità.

83
Scalpitava a destra e a manca. Era molto più grande rispetto alla media delle pecore. In effetti, sembrava
riempire completamente il futuro di Scuotivento.
"Questo non è uno dei miei!" disse il proprietario del gregge.
Daggy mise le cesoie nell'altra mano del mago e gli diede una pacca sulla schiena.
"E' tutto tuo, compare." disse, e si allontanò. "Facci vedere come si fa, eh, amico?"
Scuotivento si guardò i piedi. Non si muovevano. Rimasero saldamente piantati al suolo.
L'ariete avanzò, sbuffando e guardando Scuotivento con gli occhi iniettati di sangue.
"Va bene" sussurrò l'animale, quando fu abbastanza vicino. "Devi solo usare le forbici ed io farò il resto. Non
c’è problema."
"Sei tu?" disse Scuotivento, guardando il distante anello di osservatori.
"Hah, l'hai capito. Si pronto? Non preoccuparti per le altre, faranno quello che faccio io. Sono come pecore,
sai?"
I tosatori guardarono mentre la lana cadeva come pioggia.
"Questo è qualcosa che non si vede spesso", disse uno di loro. "Insomma, stare in equilibrio sulla testa. . ."
"Fanno delle belle capriole", disse un altro tosatore, accendendo la pipa. "Voglio dire, per essere pecore."
Scuotivento era aggrappato alle cesoie. Avevano una vita propria. Le pecore si scagliavano contro le lame,
come se avessero fretta di indossare qualcosa di più comodo. La lana si era accatastata intorno alle sue cavi-
glie, poi intorno alle ginocchia, gli arrivò alla vita e. . . poi le forbici cominciarono ad affettare l'aria, ed emet-
tere ticchettii come se si stessero raffreddando.
Diverse decine di pecore inebetite lo guardarono con molto sospetto. Così fecero i tosatori.
"Ehm. . . Abbiamo già iniziato la gara?" disse.
"Hai tosato trenta pecore in due minuti!" ruggì Daggy.
"È una cosa buona?"
"Buona? Non si possono tosare trenta pecore in due minuti."
"Beh, mi dispiace, ma non posso andare più veloce."
I tosatori entrarono in massa. Scuotivento si guardò intorno cercando l'ariete, ma non c’era più.
Alla fine, sembrava che qualcosa fosse stato risolto. I tosatori lo avvicinarono nel modo prudente degli uomini
che cercano di rimanere indietro e camminare in avanti allo stesso tempo.
Daggy fece un passo avanti, ma solo relativamente; infatti, i suoi compagni avevano tutti, senza esclusione,
fatto un passo indietro in una coreografia di cautela.
"Buongiorno!" disse nervosamente.
Scuotivento gli rivolse un gesto amichevole, ed era solo a metà quando si ricordò che aveva ancora in mano le
forbici. Daggy non si era dimenticato di loro. "Ehm. . . noi non abbiamo cinquecento calamari per pagarti-"
Scuotivento non era certo di come si sarebbe dovuto comportare.
"Non c’è problema", disse. Questo di solito metteva a posto la maggior parte delle cose.
". . . così se mai capitassi di nuovo qui in giro. . ."
"Voglio solo arrivare a Bugarup il più presto possibile", disse Scuotivento.
Daggy continuò a sorridere, ma si voltò e si raggruppò con il resto dei tosatori. Poi si voltò.
". . . forse potremmo vendere un paio di cose e. . ."
"Io non sono preoccupato per i soldi, in realtà" disse Scuotivento ad alta voce. "Vorrei solo che mi indicaste la
direzione per Bugarup. Non c’è problema."
"Non vuoi i soldi?"
"Non c’è problema."
Ci fu un altro raggruppamento. Scuotivento sentì sibilare dei commenti del tipo 'Portatelo fuori di qui adesso.'
Daggy si voltò.

84
"Ho un cavallo se vuoi." disse. "Vale almeno un calamaro o due."
"Non c’è problema."
"E allora potrai andare via. . .?"
"Andrà bene. Non c’è problema."
Era una frase incredibile. Era praticamente magica di per sé. Semplicemente. . . migliorava le cose. Uno squa-
lo ti ha azzannato la gamba? Non c’è problema.. Sei stato punto da una medusa? Non c’è problema! Sei mor-
to? Andrà bene! Non c’è problema! Stranamente, sembrava funzionare.
"Non c’è problema.", disse di nuovo.
"Vale davvero un calamaro o due, quel cavallo", ripeté Daggy. "Praticamente è uno stramaledetto cavallo da
corsa."
Ci furono un po' risatine tra la folla.
"Non c’è problema?" disse Scuotivento.
Daggy lo guardò per un momento, come se stesse dando il suggerimento che forse il cavallo valeva più di cin-
quecento calamari, ma il mago era ancora sognante aggrappato alle cesoie e pensava solo a quelle.
"Ti porterebbe a Bugarup in poco tempo, quel cavallo" disse.
"Non c’è problema."
Un paio di minuti più tardi era ovvio anche all'occhio inesperto di Scuotivento che, mentre avresti potuto cor-
rere su questo cavallo, non sarebbe stato sensato correre su di esso contro altri cavalli. O almeno quelli che
erano vivi. Era marrone, tozzo, con la criniera simile a paglia, con gli zoccoli delle dimensioni di piatti fondi,
e aveva le gambe più corte che Scuotivento avesse mai visto su qualsiasi cosa con una sella. L'unico modo per
cadere sarebbe stato quello di scavare un buco nel terreno prima. Sembrava ideale. Era il cavallo ideale di
Scuotivento.
"Non c’è problema.", disse. "In realtà. . . un piccolo problema c'è."
Lasciò cadere le cesoie. I tosatori fecero un passo indietro.
Scuotivento si avvicinò al recinto e guardò il terreno, che era stato battuto dalle impronte delle pecore. Poi
guardò la parte posteriore del capannone per la tosatura. Per un momento era sicuro di aver visto la sagoma di
un canguro. . .
I tosatori si avvicinarono cautamente quando il mago batté sulle assi schiarite dal sole, gridando “ So che sei
lì!"
"Ehm, questo è quello che noi chiamiamo legno." disse Daggy. "Leee-gno.", aggiunse, per farsi capire meglio.
"E forma un muu-ro."
"Hai visto un canguro camminare attraverso questo muro?" chiese Scuotivento.
L'ampia fronte di Daggy si aggrottò un po'. Si tolse il cappello e si asciugò la testa con il braccio. Guardò il
minuscolo cavallo, e poi i capannoni, e poi gli altri uomini. Provò più volte a parlare, ma chiuse la bocca pri-
ma che potesse uscire la prima parola, e fissò di nuovo intorno a lui.
"Sapete tutti che ho questo muro da secoli, giusto?" chiese.
"Giustissimo."
"Secoli."
"L'hai vinto ad un tizio. . ."
"Giusto. Sì. Dev’essere così."

85
La signora Whitlow sedeva su una roccia, pettinandosi i capelli. Un cespuglio aveva fatto nascere diversi ra-
moscelli con file di spine smussate, ravvicinate l'un l'altra, proprio quando ne aveva bisogno.
Grossa, rosa e molto pulita, si rilassò nell'acqua come una sirena ingigantita. Gli uccelli cantavano sugli alberi.
Coleotteri luccicanti ronzavano avanti e indietro attraverso l'acqua.
Se il Sommo Algebrico fosse stato presente, qualcuno avrebbe potuto raschiarlo e lo portato via in un secchio.
La signora Whitlow non si sentiva in pericolo. I maghi erano lì intorno, dopo tutto. Era leggermente preoccu-
pata che le cameriere avessero poltrito mentre lei non c'era, ma poteva sempre rendere la loro vita un inferno
quando fosse tornata. La possibilità di non tornare non era mai entrata nella sua testa.
Un sacco di cose non erano mai entrate nella testa della signora Whitlow. Aveva deciso molto tempo prima
che il mondo era molto più bello in quel modo.
Aveva una visione molto semplice dei paesi stranieri, o almeno quelli più lontani della casa di sua sorella a
Quirm, dove trascorreva una settimana di vacanza ogni anno.
Secondo lei erano abitati da persone che erano più da compiangere che da incolpare, perché, in realtà, erano
come bambini.19 E si comportavano come selvaggi.20
D'altra parte, il panorama era bello ed il tempo era caldo e non c'era nulla che puzzasse. Sentì davvero l'effetto
dei benefìci, quando si immerse.
Non per insistere su questo punto, ma la signora Whitlow aveva lasciato da parte il suo corsetto.

La cosa che il Sommo Algebrico aveva insistito per chiamare la 'barca melone' era, come aveva ammesso an-
che il Decano, molto impressionante.
C'era un grande spazio sottocoperta, scuro, venato e rivestito con pannelli neri ricurvi, molto simili gigante-
schi semi di girasole.
"Semi di barche", disse l'Arcicancelliere. "Probabilmente faranno una buona zavorra. Sommo Algebrico, non
mangi il muro, per favore."
"Pensavo che forse avremmo potuto fare più spazio per le cabine.", disse il Sommo Algebrico.
"Cabine possibilmente, non saloni." disse Ridcully, tornando sul ponte.
"Altolà ciurmaglia!" gridò il Decano, gettando un casco di banane sulla barca e salendo dietro di loro.
"Già, come le pare. Come facciamo a navigare su questo ortaggio, Decano?"
"Oh, Ponder Stibbons sa tutto di questo genere di cose."
"E dove è?"
"Non era andato a prendere delle banane?"
Guardarono verso la spiaggia, dove il Tesoriere stava accumulando delle alghe.
"Mi era sembrato un po'. . . deluso.", disse Ridcully.
"Non riesco ad immaginare perché."
Ridcully guardò la montagna al centro dell'isola, incandescente nel sole del pomeriggio.
"Suppongo che non farebbe mai nulla di stupido, vero?" disse.
"Arcicancelliere, Ponder Stibbons è un mago completamente addestrato!" disse il Decano.
"Grazie per la sua risposta molto concisa e precisa, Decano." disse Ridcully. Si chinò in cabina. "Sommo Al-
gebrico! Andiamo a cercare Stibbons. E dobbiamo andare a prendere la signora Whitlow, anche."
Ci fu un urlo dal basso. "La signora Whitlow! Come potremmo mai dimenticarla!"

19
C'è da dire che, segretamente, in realtà lei li considerava viziosi, egoisti ed inaffidabili.
20
Anche in questo caso, quando le persone come la signora Whitlow usano questo termine, di solito non stanno cercan-
do, per qualche ragione inspiegabile, di suggerire che i soggetti hanno una ricca tradizione orale, un complesso sistema di
diritti tribali ed un profondo rispetto per gli spiriti dei loro antenati. Implicano invece il tipo di comportamento general-
mente associato, stranamente, alle persone che hanno un abbigliamento ricco di vestiti, spesso con gli stessi disegni so-
pra.

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"Nel suo caso, facendo un bagno freddo, Sommo Algebrico."

I cavalli di solito corrono veloci, ma questo correva lentamente. Si muoveva in un modo che preannunciava
che per farlo andare più veloce lo si sarebbe dovuto gettare da una rupe. Aveva una curiosa andatura, più ve-
loce del trotto, ma più lenta di un galoppo. L'effetto era un sobbalzare leggero fuori sincrono con il momento
di inerzia di qualsiasi organo umano, causando all'interno Scuotivento un rimbalzo perenne. Inoltre, se si di-
menticava e per un secondo abbassava le gambe, Snowy andava avanti senza di lui, e questo significava che
doveva correre fino a sorpassarlo e stare lì come un arco da croquet fino a che non lo avesse raggiunto.
Ma Snowy non mordeva, non si impennava, non rotolava e non galoppava ad una folle distanza, e queste era-
no caratteristiche che il mago aveva finora associato ai cavalli. Quando Scuotivento si fermò per la notte il ca-
vallo si allontanò un po' e prese a masticare un cespuglio coperto di foglie dello spessore, odore e apparente
commestibilità del linoleum.
Si accampò accanto a quello che aveva sentito chiamare un billybong, che era solo una distesa di terra fermen-
tata, con una piccola pozza d'acqua che zampillava al centro. Piccoli uccelli verdi e blu erano raggruppati in-
torno ad essa, pigolando felicemente nella luce del tardo pomeriggio. Si dispersero quando Scuotivento si
sdraiò per bere, e lo rimproverarono dagli alberi.
Quando si mise a sedere, uno di loro atterrò sul suo dito.
"Chi è un bell'uccellino, piccoletto?" disse Scuotivento.
Il rumore si fermò. Sui rami gli uccellini si guardarono l'un l'altro. Non c'era molto spazio nelle loro teste per
una nuova idea, ma se n'era appena creata una.
Il sole cadde verso l'orizzonte. Scuotivento cercò con molta cautela all'interno di un tronco cavo e trovò un
panino al prosciutto ed un piatto di salsicce da cocktail.
Tra gli alberi i pappagallini si erano ammucchiati.
Uno di loro disse, con molta calma, "Ch. . .?"
Scuotivento si distese. Anche le mosche erano meno fastidiose. Qualcosa cominciò a sfrigolare tra i cespugli.
Snowy andò a bere dalla piccola pozza con un rumore simile ad una pompa di aspirazione inefficiente che
cerca di risucchiare una tartaruga sfortunata.
Era, tuttavia, molto tranquillo.
Scuotivento si sedette di scatto. Sapeva cosa stava per succedere, quando le cose erano tranquille.
Su tra i rami in penombra un uccello mormorò, ". . . b'l' ccl'ino. . .?"
Scuotivento si rilassò, ma solo un po'.
". . . ch'n bll ccl'ino. . .?"
Improvvisamente gli uccelli si fermarono.
Un ramo si spezzò.
Un orso-cascatore* . . . cadde.
21

Era un parente stretto del koala, anche se questo non vuol dire molto. Dopo tutto, il parente più vicino all'ele-
fante comune ha circa la dimensione e la forma di un coniglio. La caratteristica più notevole dell'orso-
cascatore era il suo posteriore, spesso e pesantemente imbottito per offrire il massimo shock alla vittima con il
minimo danno per l'orso. Il colpo iniziale rendeva la preda incosciente, e poi gli orsi potevano tranquillamente
nutrirsi. Era un magnifico metodo di uccisione, dal momento che sotto gli altri aspetti gli orsi non erano molto

* Creatura fittizia tipica delle leggende metropolitane australiane. Un koala carnivoro e piuttosto litigioso, che attacca le
sue vittime cadendo sulla loro testa. N.d.T.

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ben costruiti per essere veri predatori, ed era quindi stata una particolare sfortuna per questo orso lo scegliere,
in questa notte, di cadere su un uomo che avrebbe potuto anche avere la parola 'Vittima' scritta su di lui, ma
che aveva anche la parola 'Maggo' scritta sul cappello, e che questo cappello, cosa più importante, era a punta.
Scuotivento caracollò in piedi e corse tra gli alberi mentre cercava, con entrambe le mani sul bordo, di solle-
varsi il cappello dalla testa. Alla fine ci riuscì, fissò con orrore l'orso e la sua espressione particolarmente con-
fusa, e lo scrollò mandandolo dentro un cespuglio. Ci furono dei tonfi intorno a lui non appena altri orsi, diso-
rientati da questo stato delle cose, colpirono terra e rimbalzarono selvaggiamente.
Negli alberi dei pappagallini si svegliarono e, con il semplice messaggio che aveva avuto il tempo di scavarsi
la sua strada nelle loro cellule cerebrali, urlarono, "Chi è un bell'ucc'llino, picc'letto?". Un orso follemente
acrobatico volteggiò oltre il viso del mago.
Scuotivento si voltò e corse verso Snowy, atterrando a cavalcioni sul dorso del cavallo, o quantomeno dove
sarebbe stata la sua schiena se il cavallo fosse stato più alto. Snowy, obbediente, si lanciò nel suo trotto mala-
mente ritmato e si diresse nel buio.
Scuotivento guardò giù, imprecò e corse dietro il suo cavallo.
Si tenne stretto mentre Snowy filava come un piccolo motore, lasciandosi alle spalle gli orsi che rimbalzava-
no, e non rallentò fino a che non fu ben lontano, lungo la pista e tra i cespugli che erano più corti di lui. Poi
scivolò giù.
"Che stramaledettissimo paese!"
Ci fu una raffica di ali nella notte ed improvvisamente il cespuglio si riempì di piccoli uccelli.
"Chi’n bell'cllno, picc'letto?"
Scuotivento sventolò il cappello verso di loro e gridò un po', solo per alleviare i suoi sentimenti. Non funzio-
nò. I pappagallini pensavano che fosse una sorta di intrattenimento.
"Togl'tevi dalle p'lle!" cinguettarono.
Scuotivento ci rinunciò, batté la terra un paio di volte, e cercò di dormire.
Quando si svegliò, c'era un suono molto simile ad un asino che viene segato a metà. Era una specie di urlo
ritmico di dolore, angoscia e smarrimento, come lo strisciare di unghie sulla lavagna del mondo.
Scuotivento alzò la testa con cautela guardando la macchia.
Un mulino a vento ruotava nella brezza, girando di qua e di là quando le raffiche vaganti colpivano le sue pa-
le.
Scuotivento ne vide altri, disposti lungo il paesaggio, e pensò: se tutta l'acqua è sotto terra, questa è una buona
idea. . .
C'era un gregge di pecore intorno alla base del mulino. Non indietreggiarono, ma lo guardarono con attenzio-
ne mentre si avvicinava. Capì il motivo. Il trogolo sotto la pompa era vuoto. Le ventole giravano, continuando
a pompare con un triste squittio, ma l'acqua non usciva dal tubo.
Le pecore assetate lo fissarono.
"Ehm. . . non guardate me." borbottò. "Io sono un mago. Noi non dovremmo essere bravi con i macchinari."
No, ma dovremmo essere bravi con la magia, disse una voce accusatoria nella sua testa.
"Forse posso vedere se qualcosa si è svitato, però. O quel che è." mormorò.
Spinto dagli sguardi vagamente accusatori delle palle di lana, si arrampicò sulla torre traballante e cercò di
sembrare efficiente. Non sembrava esserci nulla di sbagliato, se non che il gemito metallico stava diventando
più forte.
"Non riesco a vedere nien-" qualcosa che era stato fino ad allora torturato oltre ogni limite si ruppe, da qualche
parte nella torre. Si scosse, ed il mulino a vento girò libero, trascinando una canna rotta che colpiva pesante-
mente l'intelaiatura del mulino a vento ad ogni giro.
Scuotivento metà cadde, metà scivolò a terra.

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"Sembra esserci un guasto tecnico." borbottò. Un grumo di ghisa crollò nella sabbia ai suoi piedi. "Probabil-
mente ha bisogno di essere visto da un meccanico qualificato. Probabilmente invaliderei la garanzia se pastic-
ciassi trop-" un rumore di rottura dall'alto lo fece gettare di lato per ripararsi sotto qualcosa, che in questo caso
era una pecora piuttosto sorpresa. Quando il baccano cessò, le pale del mulino a vento stavano volteggiando
sopra tutto. Per quanto riguarda il resto, se mai ci fossero state delle parti di ricambio, molto chiaramente non
erano più lì.
Scuotivento si tolse il cappello per asciugarsi la fronte, ma non fu abbastanza veloce. Una lingua rosa gli raspò
sulla faccia come carta vetrata umida.
"Ow! Che dolore! Avevate davvero sete, non è così. . .?"
Si rimise il cappello, tirandolo fino alle orecchie solo per essere al sicuro.
"Anch'io potrei bere me stesso, a dire la verità. . ."
Riuscì, dopo aver spinto alcune pecore da parte, a trovare un pezzo di mulino rotto.
Guadò con qualche difficoltà attraverso la calca di corpi silenziosi, si fece largo fino a una zona un po' meno
affollata della macchia circostante, che conteneva un paio di alberi le cui foglie sembravano un po' più fresche
rispetto al resto.
"Ow! Ch d'l're!" chiacchieravano gli uccellini intorno a lui.
Due o tre piedi dovrebbero bastare, pensò mentre spalava la terra rossa mettendola da parte. Incredibile, dav-
vero, tutta quest'acqua sotterranea quando di fatto non è mai piovuto. L'intero posto dovrebbe galleggiare
sull'acqua.
A tre piedi di profondità il terreno era appena umido. Sospirò, e continuò a scavare.

Era alla profondità del petto quando un rivolo gli colò tra le dita dei piedi. Le pecore combattevano per la terra
umida mentre la gettava in superficie. Mentre guardava, la pozzanghera affondò nel terreno.
"Ehi, torna qui!"
"E'i, tr'na i!" trillarono gli uccelli tra i cespugli.
"State zitti!"
"Stat'ztt! Chi è 'n bll ucc'lino?"
Scuotivento agitò la terra con la pala di fortuna nel tentativo di recuperarla, e riuscì a superare l'acqua di un
paio di centimetri prima che calasse. Ci sguazzò dentro fino a che gli arrivò alle ginocchia, poi trascinò il cap-
pello attraverso il liquido fangoso, si tirò fuori dal buco e corse, l'acqua che gli sgocciolava sui piedi, fino a
che poté gettarla nel trogolo.
Le pecore si raggrupparono intorno ad esso, lottando in silenzio per arrivare alla pellicola di umidità.
Scuotivento riempì altri due cappelli prima che l'acqua affondasse di nuovo, scomparendo dalla sua vista.
Strappò la scala fuori dal mulino rotto, la buttò nel buco e la seguì saltando dentro. Il terreno umido zampilla-
va quando lui scavava, ed ogni grumo grondante attirava una massa di mosche e piccoli uccelli appena tocca-
va il suolo.
Riuscì a tirare fuori un'altra dozzina di cappellate d'acqua prima che il buco diventasse più profondo della sca-
la. Ormai il gregge aveva sommerso il trogolo, ed era impossibile vedere l'acqua per la quantità di teste che la
coprivano. Il suono era quello di una cannuccia che risucchia la schiuma del più grande frullato al mondo.
Scuotivento diede un ultimo sguardo al buco, e mentre lo faceva l'ultima goccia d'acqua scomparve alla vista.
"Che strano paese" mormorò.
Si avvicinò dove Snowy stava pazientemente in attesa all'ombra di un cespuglio.
"Tu non hai sete?" disse.
Snowy sbuffò e scosse la criniera.
"Vabbè. Forse hai un cammello tra i tuoi antenati. Certamente non puoi essere del tutto un cavallo, questo è
sicuro."

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Snowy si spostò spropositatamente di lato e calpestò piedi del mago.

A mezzogiorno attraversò un'altra pista, che era molto più ampia. Impronte e solchi di ruote suggerivano che
aveva visto un sacco di traffico. Scuotivento si illuminò, e la seguì attraverso alberi che si infittivano, contento
dell'ombra.
Oltrepassò un altro mulino cigolante circondato da un gruppo di bestiame in paziente attesa.
C'erano più cespugli e la terra si innalzava in antiche, fatiscenti colline di roccia arancione. Almeno qui c'era
vento, pensò. Santi numi, una goccia di pioggia è chiedere troppo? Non si può mai avere un po' di pioggia.
Ovunque pioveva, qualche volta. Doveva pur scendere dal cielo per andare sottoterra, in primo luogo, non era
forse così?
Si fermò quando sentì il suono di molti zoccoli sulla pista dietro di lui. Una folla di cavalli senza cavaliere ap-
parve dietro la curva al galoppo. Mentre lo sorpassavano Scuotivento vide un cavallo in testa agli altri, fatto
dalle linee più eleganti che avesse mai visto, un cavallo che si muoveva come se avesse un accordo speciale
con la gravità. Il gruppo si divise e scorse intorno Scuotivento come se fosse una roccia in un ruscello. Poi di-
vennero solo un rumore che scompariva in una nuvola di polvere rossa.
Le narici di Snowy si dilatarono, e le scosse aumentarono mentre accelerava.
"Ah, sì?" disse Scuotivento. "Non hai speranze, amico. Non puoi giocare con i ragazzi più grandi. Non c’è
problema."
La nube di polvere era appena scomparsa quando comparvero altri zoccoli ed un gruppo di cavalieri arrivò da
dietro la curva. Galopparono oltre senza accorgersi di Scuotivento, ma un cavaliere in coda rallentò.
"Hai visto un gruppo di cavalli passare, amico?"
"Sì, amico. Non c’è problema, non c’è problema, non c’è problema."
"Guidati da un grande puledro marrone."
"Sì, amico. Non c’è problema, non c’è problema."
"Il vecchio Rimorso dice che darà un centinaio di calamari al primo uomo che lo cattura! Ma non c'è speranza,
è avanti di mille miglia!"
" Non c’è problema?"
"Che cosa stai cavalcando, un asse da stiro?"
"Ehm, scusami ma-" cominciò Scuotivento, ma l'uomo partì all'inseguimento, "-ma è questa la strada giusta
per Bugarup?"
La polvere turbinò attraverso la strada.
"Che cosa è successo alla ben nota reputazione Icsiana per l'amicizia ed il buon cuore, eh?" gridò Scuotivento
al vuoto.
Udì grida e gli schiaffi delle fruste tra gli alberi sui pendii quando si inoltrò nelle colline. Ad un certo punto i
cavalli selvaggi irruppero di nuovo sulla pista, non accorgendosi nemmeno di lui nella loro furia, e questa vol-
ta Snowy avanzò fuori pista e seguì la scia di arbusti spezzati.
Scuotivento aveva imparato che tirare le redini aveva solo l'effetto di indolenzirgli le braccia. L'unico modo
per fermare il cavallino quando non voleva essere fermato, probabilmente era scendere, correre avanti, e sca-
vare una trincea di fronte a lui.
Ancora una volta gli uomini a cavallo arrivarono da dietro il mago e lo sorpassarono, con la schiuma che usci-
va dalle bocche dei cavalli.
"Scusatemi. Sono sulla strada giusta per-?"
Ed erano andati.
Scuotivento li raggiunse dieci minuti dopo in un boschetto di sorbo; giravano incerti mentre il loro capo gri-
dava loro.
"Scusate, qualcuno può dirmi-" provò Scuotivento.

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Poi vide perché si erano fermati. Erano finiti a corto di terreno. La visuale sprofondava in un canyon, alcune
macchie di erba ed una manciata di arbusti erano aggrappati al bordo scosceso.
Le narici di Snowy si dilatarono e, senza nemmeno una pausa, continuò giù per il pendio.
Avrebbe dovuto slittare, pensò Scuotivento. In realtà avrebbe dovuto cadere. La pista era quasi verticale. An-
che le capre di montagna avrebbero dovuto calarsi in una cordata. Delle pietre rimbalzavano tutt'intorno ed
alcune delle più grandi lo colpirono sulla parte posteriore del collo, ma Snowy trottava verso il basso alla stes-
sa velocità ingannevole che usava su terreno piano. Scuotivento si sistemò per aggrapparsi ed urlare.
A metà strada, vide la mandria al galoppo sfrenato lungo il canyon, girare attorno ad una roccia e scomparire
tra le pietre.
Snowy raggiunse il fondo in una pioggia di sassi e si fermò per un attimo.
Scuotivento si arrischiò ad aprire un occhio. Le narici del piccolo cavallo si allargarono di nuovo quando
guardò lungo lo stretto canyon. Mosse incerto uno zoccolo. Poi guardò la parete dal fondo vertiginoso, a pochi
metri di distanza.
"Oh, no" gemette Scuotivento. "Per favore, no. . ."
Cercò di districare le gambe, ma erano incrociate proprio sotto lo stomaco del cavallo con le caviglie contorte
insieme.
Deve essere in grado di fare qualcosa alla gravità, si disse, mentre Snowy trottava fino al pendio, come se non
fosse un muro, ma soltanto una sorta di piano verticale. I tappi sulla tesa del cappello sbatterono contro il suo
naso.
E davanti. . . sopra. . . c'era una sporgenza. . .
"No, per favore, no, per favore no. . ."
Chiuse gli occhi. Sentì Snowy arrestarsi di colpo e tirò un sospiro di sollievo. Arrischiò uno sguardo verso il
basso, e vide che gli enormi zoccoli erano effettivamente in piedi sulla solida roccia piatta.
Non c'erano tappi appesi davanti al cappello di Scuotivento.
In un terrore lento ed avanzante, voltò lo sguardo verso quello che aveva creduto essere l'alto.
C'era solida roccia sopra di lui. Solo che era una lunga strada, in alto o in basso. Ed i tappi penzolavano tutti
verso l'alto, o verso il basso.
Snowy era in piedi sul lato inferiore dello sbalzo, apparentemente godendosi la vista. Espanse di nuovo le na-
rici, e scosse la criniera.
Dovrà pure cadere, pensò Scuotivento. Da un momento all'altro si renderà conto che è a testa in giù e che do-
vrebbe cadere e che da questa altezza un cavallo dovrebbe spiaccicarsi al suolo. Sopra di me.
Snowy sembrò prendere una decisione, e partì di nuovo, intorno alla curva dello sbalzo. I tappi oscillarono in-
dietro e colpirono Scuotivento in faccia, ma, ehi, finalmente tutti gli alberi avevano le chiome verdi che pun-
tavano verso l'alto, eccetto che le chiome erano grigie, in realtà.
Scuotivento guardò nell'abisso verso i cavalieri.
"Buongiorno!" disse, agitando il cappello in aria mentre Snowy partiva di nuovo. "Mi sembra di vedere un
serpente arcobaleno!" aggiunse, e vomitò.
"Ehilà, signore?" gridò qualcuno di rimando.
"Sì?"
"Hai vomitato!
"Esatto! Non c’è problema! "
In realtà quel pezzo di terra era solo uno stretto sperone tra i canyon. Un altro picco si profilava in alto o in
basso. Ma non appena Scuotivento se ne rese conto, il cavallo si volse verso l'orlo e trottò lungo il bordo.
"Oh, no, per favore. . ."
Un albero era caduto ed aveva collegato il vuoto. Era molto stretto, ma Snowy filò su di esso senza rallentare.

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Entrambe le estremità dell'albero tambureggiavano su e giù sul bordo del canyon. Dei sassi cominciarono a
cadere. Snowy rimbalzò attraverso il varco come una piccola palla e scese dall'altra parte appena prima che il
tronco vacillasse e cadesse sulle rocce.
"Per favore, no. . ."
Non c'era un dirupo qui, solo un lungo pendio di rocce sciolte. Snowy era atterrato in mezzo a loro, e divaricò
le narici mentre l'intero versante di detriti cominciò a muoversi.
Scuotivento vide passare la mandria al galoppo in fondo allo stretto canyon, molto al di sotto.
Grandi rocce passavano accanto a lui mentre il cavallo continuava nella sua frana personale. Una o due salta-
rono e rimbalzarono avanti, sgretolandosi sul fondo del canyon appena dietro l'ultimo della mandria.
Instupidito dalla paura e l'agitazione, Scuotivento guardò avanti lungo il canyon. Era cieco. Finiva dove ini-
ziava un'altra parete. . .
Le pietre si accumularono sulle pietre, dando origine ad un muro grezzo sul fondo canyon. Quando l'ultimo
masso colpì il punto cieco Snowy atterrò su di esso, quasi con grazia.
Guardò la mandria, nitrì esaltato, ed allargò le narici. Scuotivento era abbastanza sicuro che i cavalli non po-
tessero ridacchiare, ma questo irradiava un'aria di ridacchiamento.
Dieci minuti più tardi arrivarono gli uomini a cavallo. In quel momento il gruppo di puledri era quasi docile.
Guardarono i cavalli. Guardarono il mago, che sorrise orribilmente e disse: " Non c’è problema. "
Molto lentamente, non cadde da Snowy. Semplicemente scivolò di lato, con i piedi ancora intrecciati insieme,
fino a quando la sua testa sbattè dolcemente a terra.
"Quello sì che è un gran modo di cavalcare, amico!"
"Qualcuno potrebbe separarmi le caviglie, per favore? Temo che possano essersi fuse insieme."
Un paio di uomini smontarono e, dopo qualche sforzo, lo liberarono.
Il capo lo guardò. "Dimmi un prezzo per quel piccolo campione, amico!" disse Rimorso.
"Ehm. . . tre. . . ehm. . . calamari?" biascicò Scuotivento, intontito.
"Che cosa? Per un piccolo diavolo nerboruto come quello? Ne vale un paio di centinaia, almeno!"
"Tre calamari è tutto quello che ho. . ."
"Mi sa che alcune pietre lo hanno colpito alla testa." disse uno degli allevatori che tenevano su Scuotivento.
"Voglio dire, io vorrei comprarlo da te, signore." disse Rimorso, pazientemente. "Sai cosa ti dico - duecento
calamari, un sacco di provviste e ti mettiamo sulla strada giusta per. . . Dov'era che voleva andare, Clancy?"
"Bugarup" mormorò Scuotivento.
"Oh, tu non vuoi andare a Bugarup." disse Rimorso. "Non c'è nulla a Bugarup se non un mucchio di fanatici e
checche."
"Mi sta bene, mi piacciono i pappagalli." borbottò Scuotivento, che stava sperando che lo lasciassero andare in
modo che potesse aggrapparsi di nuovo al terreno.
"Ehm. . . qual'e la parola Icsiana per 'impazzire di fatica e di terrore e crollare in un mucchio disossato'?"
Gli uomini si guardarono l'un l'altro. "Forse vuoi dire 'teso come il didietro di un vombato'?"
"No, no, no, quello che intende lui è 'entrare in un tornado ', non è così?" disse Clancy.
"Che cosa? Diamine, no. Entrare in un tornado è quando. . . quando. . . sì, è quando. . . sì, è quando il tuo na-
so. . . Andiamo, quello è 'piegare un sapientone'..."
"Ehm-", disse Scuotivento, tenendosi la testa.
"Che cosa? 'Piegare un sapientone' è quando ' le orecchie si chiudono sott'acqua '." Clancy sembrò incerto, e
poi sembrò prendere una decisione. "Sì, è così!"
"No, quello è 'suonato come l'ascella di un opossum', amico."
"Scusatemi-" disse Scuotivento.

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"Ti sbagli. 'suonato come l'ascella di un opossum' è quando rompi una crosta. Quando ti si tappano le orecchie
è 'pieno come un bollitore di Mudjee dopo una settimana di venerdì', quello è 'bloccato come il mulo di Mor-
gan'."
"No, tu ti riferisci a 'felice come il mulo di Morgan in una dispensa di gallette'-"
"Vuoi dire 'veloce come il mulo di Morgan dopo aver mangiato una torta di Ma'."
"Quanto veloce sarebbe? Esattamente?" disse Scuotivento.
Tutti lo fissarono.
"Più veloce di un'anguilla in un pozzo di serpenti, amico!" disse Clancy. "Non capisci un linguaggio sempli-
ce?"
"Sì" disse uno degli uomini "può anche essere un cavaliere coi fiocchi, ma mi sa che sia più stupido di un-"
"Nessuno apra bocca!" gridò Scuotivento. "Mi sento molto meglio, va bene? Insomma. . . non c’è problema,
va bene?" Rassettò la sua veste stracciata e si aggiustò il cappello. "Ora, se potreste solamente indicarmi la
strada giusta per Bugarup, io non vi ruberei altro tempo. Potete tenere Snowy. Può alloggiare su un soffitto da
qualche parte."
"Oh, no, signore" disse Rimorso. Ravanò in una tasca della camicia, tirò fuori un fascio di banconote e si lec-
cò il pollice per contarne fuori venti. "Io pago sempre i miei debiti. Non vorresti unirti a noi? Potremmo avere
bisogno di un altro uomo, ed è difficile andare sulla strada da soli. Ci sono anche i briganti dei cespugli."
Scuotivento si strofinò di nuovo la testa. Ora che i suoi vari organi del corpo erano dondolati nelle loro posi-
zioni originali, poteva ritornare ad un vago terrore generalizzato.
"Non devono preoccuparsi di me" borbottò. "Prometto di non accendere fuochi o dar da mangiare agli anima-
li. Beh, io prometto, ma la maggior parte del tempo sono loro che cercano di nutrirsi con me."
Rimorso si strinse nelle spalle.
"Almeno fin quando non incontro altri di quei maledetti orsi-cascatori.", disse Scuotivento.
Gli uomini risero.
"Orsi-cascatori? Dove hai sentito questa storia degli orsi-cascatori?"
"Cosa intendi?"
"Non esiste una cosa come gli orsi-cascatori! Qualcuno deve essersi preso gioco di te, amico!"
"Eh? Hanno. . . erano" Scuotivento agitò le braccia, "rimbalzavano. . . dappertutto. . . grandi zanne. . ."
"Mi sa che è matto come il mulo di Morgan, amico!" disse Clancy.
Il gruppo si zittì.
"E quanto matto sarebbe?" chiese Scuotivento.
Clancy si appoggiò sulla sua sella e guardò nervosamente gli altri uomini. Si leccò le labbra. "Beh, è. . ."
"Sì?"
"Beh, è. . . è. . ." La sua faccia si contorse. "E'. . ."
"Mol-. . .?" accennò Scuotivento.
"Mol-. . ." mormorò Clancy, aggrappandosi a quella sillaba come un'ancora di salvezza.
"Hmm?"
"Mol. . . to. . ."
"Continua, continua. . ."
"Mol. . . to. . . pazzo?" disse Clancy.
"Ben fatto! Vedi? E' molto più facile", disse Scuotivento. "Qualcuno ha detto qualcosa a proposito di cibo?"
Rimorso fece un cenno ad uno degli uomini, che consegnò a Scuotivento un sacco. "Ci sono birra e verdure e
altre cose e, perché sei un tipo divertente, ti diamo anche un barattolo di marmellata."
"Uva sultanina?"
"Sì."

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"E vorrei chiederti: il tuo cappello...", disse Rimorso. "Perché ci sono dei tappi tutt'intorno?"
"Tengono lontane le mosche", disse Scuotivento.
"E funziona, vero?"
"Certo che no." disse Clancy. "Se funzionasse, qualcuno ci avrebbe già pensato."
"Sì. Io." disse Scuotivento. " Non c’è problema."
"Ti fa sembrare un po' drongo, amico." disse Clancy.
"Oh, bene." disse Scuotivento. "Da che parte è Bugarup?"
"Basta svoltare a sinistra in fondo al canyon, amico."
"Tutto qui?"
"Se vuoi puoi chiedere quando incontrerai i briganti dei cespugli."
"Hanno una sorta di cabina o stazione, per caso?"
"Hanno. . . Beh, basta ricordare che se ti perdi ti troveranno."
"Davvero? Oh, beh, suppongo che sia parte del loro lavoro. Buon giornata a voi."
" 'Giorno."
"Non c’è problema. "
Gli uomini guardarono Scuotivento finché non fu fuori vista.
"Non sembrava molto preoccupato, vero?"
"E' un po' un gujeroo, se me lo chiedete."
"Clancy?"
"Sì, capo?"
"Lo hai fatto di nuovo, vero. . .?"
"Beh. . ."
"L'hai stramaledettamente fatto, Clancy."
Clancy sembrò imbarazzato, ma poi si ricompose.
"Va bene, allora" disse calmo. "Che dire di quello che tu hai utilizzato ieri, 'occupato come un falegname con
un braccio solo a Smackaroo'?"
"E allora?
"Ho cercato nell'atlante e non esiste quel posto, capo."
"Ti giuro che è stramaledettamente vero."
"Non c'è. In ogni caso, nessuno al mondo assumerebbe un falegname con un braccio solo, no? Quindi non sa-
rebbe stato occupato, non è così?"
"Senti, Clancy-"
"Andrebbe a pesca o qualcosa del genere, no?"
"Clancy, stiamo praticamente creando una nuova lingua nel mezzo del deserto-"
"Probabilmente avrebbe bisogno di qualcuno che lo aiuti con l'esca, la bava, ma-"
"Clancy, vuoi stare zitto e andare a prendere i cavalli?"
Ci vollero venti minuti per spostare abbastanza rocce, e cinque minuti prima che Clancy tornasse indietro.
"Non riesco a trovare il piccolo bastardo, capo. E abbiamo guardato sotto tutti gli altri."
"Non può averci sorpassato!"
"Sì, avrebbe potuto, capo. L'hai visto scalare quelle rocce. Probabilmente è a chilometri di distanza ormai.
Vuoi che insegua quel tizio?"
Rimorso meditò per qualche secondo, e sputò. "No, ci riprenderemo quel puledro. Ne vale la pena." Fissò ri-
flessivo lungo il canyon.
"Tutto bene, capo?"

94
"Clancy, dopo che saremmo tornati alla stazione, puoi andare in città e chiamare l'Hotel Pastorale e portarmi il
maggior numero di tappi che hanno?"
"Pensi che funzionerà, capo? Era così strano, come un. . ."
Clancy venne fermato dallo sguardo negli occhi del suo capo.
"Era piuttosto strano" disse.
"Strano, sì. Ma intelligente, anche. Niente mosche su di lui."
Dietro di loro, tra il groviglio di rocce e cespugli, alla fine del canyon, un disegno di un piccolo cavallo diven-
tò il disegno di un canguro e poi svanì nella pietra.

La cosa peggiore di perdere la calma con Mustrum Ridcully era che lui non notava mai quando lo facevi.
I maghi, di fronte al pericolo, si sarebbero immediatamente fermati e avrebbero discusso tra loro su che tipo di
pericolo fosse. E nel momento in cui lo avessero capito, o era diventato una sorta di pericolo in cui le opzioni
erano, molto, molto chiaramente che dovevi subito scappare o morire, o si era annoiato e semplicemente ave-
va deciso di andare via. Anche il pericolo ha il suo orgoglio.
Quando era un ragazzo, Ponder Stibbons aveva immaginato che i maghi fossero potenti semi-divinità in grado
di cambiare il mondo intero col tocco delle loro dita, e poi era cresciuto ed aveva scoperto che erano noiosi
anziani che si preoccupavano solo per le lo stato dei loro piedi e, in caso di pericolo, si sarebbero addirittura
messi a litigare circa l'origine della frase 'in caso di pericolo'.
E non lo aveva mai sfiorato il fatto che l'evoluzione funzionava in modi diversi. C'erano ancora cicatrici molto
profonde su vecchi edifici che mostravano quello che era successo quando c'era l'altro tipo di maghi.
I suoi passi lo portarono, quasi senza rendersene conto, lungo il sentiero dolcemente tortuoso su per la monta-
gna. Strane creature lo scrutarono dal sottobosco su entrambi i lati. Alcuni di loro sembravano…
I maghi di solito pensano in termini di libri, ed ora uno di loro stava strisciando fuori dagli scaffali della me-
moria di Ponder. Gli era stato dato quando era piccolo. In realtà, lo aveva ancora da qualche parte, nascosto
dentro una scatola di cartone.22
Consisteva di un mucchio di piccole pagine su una spirale centrale. Ognuna mostrava la testa, il corpo o la co-
da di qualche uccello, pesce o animale. Per una persona sufficientemente annoiata era possibile mescolarle e
girarle in modo da ottenere, diciamo, una creatura con la testa di un cavallo, il corpo di un coleottero e la coda
di un pesce. La copertina prometteva 'ore di divertimento', anche se, dopo i primi tre minuti, non si poteva fare
a meno di chiedersi che tipo di persona avrebbe potuto godere di quel tipo di divertimento per ore, e se soffo-
care quella persona il più gentilmente possibile avrebbe risparmiato alla Squadra dei Crimini Seriali un sacco
di problemi negli anni a venire. Ponder, tuttavia, aveva avuto ore di divertimento.
Alcune delle creatu- delle cose nel sottobosco sembravano come le pagine di quel libro. C'erano uccelli con
becchi lunghi come i loro corpi. C'erano ragni con la dimensione di mani. Qua e là l'aria brillava come acqua.
Resistette molto delicatamente quando Ponder cercò di camminare attraverso di essa, e poi lo lasciò passare,
ma gli uccelli e gli insetti non sembravano inclini a seguirlo.
C'erano coleotteri ovunque.

22
Ponder era quel tipo di bambino. Aveva ancora tutti i pezzi di ogni giocattolo che aveva ricevuto. Ponder era stato il
tipo di bambino che legge con attenzione il biglietto su ogni pacchetto di Hogswatch prima di scartarlo ed annota su un
piccolo libricino da parte di chi è, e scrive tutte le lettere-di-ringraziamento entro l'ora del tè. I suoi genitori erano stati
colpiti anche allora, rendendosi conto di aver fatto nascere un bambino destinato a fare grandi cose o, forse, essere brac-
cato da buona parte del paese fin dall'età di dieci anni.

95
Alla fine, a piccole tappe, il percorso a chiocciola raggiunse la cima della montagna. C'era una piccola valle lì,
appena sotto la vetta. In fondo si apriva una grande caverna, illuminata da una luce blu all'interno.
Un grande coleottero ronzò accanto all'orecchio di Ponder.
L'apertura si apriva su una caverna, piena di densa nebbia blu. C'era un frusciare di ombre complesse. E c'era-
no suoni . . . sibili, piccoli rumori che sfrecciavano, un tonfo occasionale o un 'clang' che suggeriva lavori in
corso da qualche parte nella nebbia.
Ponder mandò via un coleottero che era atterrato sulla sua guancia e fissò la figura proprio di fronte a lui.
Era la metà anteriore di un elefante.
L'altra metà dell’elefante, ritta contro ogni probabilità sulle due gambe nella parte posteriore, si trovava a
qualche metro di distanza. In mezzo c'era. . . il resto dell'elefante.
Ponder Stibbons si disse che se si fosse tagliato un elefante a metà e scavato al centro, si sarebbe ottenuto. . .
beh, un pasticcio. Non c'era molto caos qui. Tubi rosa e viola erano srotolati ordinatamente su un banco di la-
voro. Una piccola scaletta conduceva ad un'altra complessità di tubi ed organi ingombranti. C'era una sensa-
zione generale di lavoro metodico in corso. Questo non era l'orrore di un elefante in una morte esplosiva. Que-
sto era un elefante in costruzione.
Piccole nuvole di luce bianca a spiraleggiarono da tutti gli angoli della caverna, si sfilacciarono per un mo-
mento, e diventarono il dio dell'Evoluzione, che si trovava sulla scala a pioli.
Batté le palpebre a Ponder. "Oh, sei tu" disse. "Una delle creature a punta. Puoi dirmi cosa succede quando
faccio questo?"
Si immerse dentro le profondità della metà anteriore. Le orecchie dell'elefante sbatterono.
"Le orecchie sbattono." squittì Ponder.
Il dio emerse, raggiante. "E' incredibile quanto sia difficile realizzarlo.", disse. "Comunque. . . cosa ne pensi?"
Ponder deglutì. "E'. . . molto bello.", azzardò. Fece un passo indietro, urtò qualcosa, e si voltò a guardare nelle
fauci spalancate di un grande squalo. Era nel mezzo di un altro. . . beh, dovette pensare ad esso come una sorta
di impalcatura biologica. Alzò gli occhi. Dietro, una balena molto più grande stava per essere assemblata.
"Lo è, non è vero?" rispose il dio. Ponder cercò di concentrarsi sull'elefante.
"Tuttavia-"
"Si?" disse.
"È sicuro delle ruote?"
Il dio sembrava preoccupato. "Pensi che siano troppo piccole? Non molto adatte per la spiaggia?"
"Ehm, probabilmente no. . ."
"E' molto difficile progettare una ruota organica, sai." disse il dio con rimprovero. "Sono piccoli capolavori."
"Non pensa solo che, sa com’è, muovere le gambe sarebbe più semplice?"
"Oh, non arriveremo mai da nessuna parte se mi limitassi a copiare le idee precedenti.", disse il dio. "Diversi-
ficare e riempire tutte le nicchie, questo è il segreto."
"Ma essere sdraiato su un fianco in un buco di fango con le ruote che girano è davvero una ‘nicchia’ così im-
portante?" disse Ponder.
Il dio lo guardò, poi guardò tristemente l'elefante metà completato. "Forse, se facessi le gomme più grandi?"
disse, sperando ancora ma in un tono disperato.
"Io non la penso così." disse Ponder.
"Oh, probabilmente hai ragione." Le mani del piccolo dio si contrassero. "Non lo so, io cerco di diversificare,
ma a volte è così difficile. . ."
Improvvisamente attraversò di corsa la grotta affollata verso un enorme paio di porte sul fondo, e le spalancò.
"Mi dispiace, ma devo solo fare una", disse il dio. "Sai com'è mi calmano."
Ponder lo raggiunse. La grotta di là delle porte era più grande di questa, e brillantemente illuminata. L'aria era
piena di piccole cose luminose, in bilico a milioni come perline su fili invisibili.

96
"Coleotteri?" disse Ponder.
"Non c'è niente come un coleottero quando ti senti depresso!" disse il dio. Si era messo ad una grande scriva-
nia in metallo e stava febbrilmente aprendo cassetti e tirando fuori delle scatole. "Puoi passarmi quella scatola
di antenne? È proprio sulla mensola là. Oh sì, nulla può battere un coleottero quando ti senti giù. A volte pen-
so che sia la soluzione a tutto, sai com'è."
"A tutto cosa?" disse Ponder.
Il dio mosse un braccio in un gesto espansivo. "Tutto", disse allegramente. "La cosa intera. Alberi, erba, fiori.
. . Cosa pensavi che intendessi per ‘tutto’?"
"Beh, non pensavo intendesse i coleotteri." disse Ponder. "Che dire, beh, che dire dell'elefante, per comincia-
re?"
Il dio aveva già un coleottero mezzo finito in una mano. Era verde.
"Sterco." disse trionfante. Nessuna testa, quando avvitata ad un corpo, dovrebbe fare un suono come un tappo
di sughero che viene spinto in una bottiglia, ma quella dello scarabeo lo fece, nelle mani del dio.
"Che cosa?" disse Ponder. "Coinvolge un sacco di problemi per essere catalogato solo come sterco, no?"
"Questa è l'ecologia, ho paura", disse il dio.
"No, no, questo non può essere giusto, no?" disse Ponder. "Che dire delle forme di vita superiori?"
"Superiori?" disse il dio. "Vuoi dire come. . .gli uccelli?"
"No, voglio dire come-" Ponder esitò. Il dio era sembrato notevolmente disinteressato ai maghi, forse a causa
della loro mancanza di somiglianza con gli insetti, ma poteva vedere una certa quantità di sgradevolezza teo-
logica davanti a tutto.
"Come. . .le scimmie." disse.
"Scimmie? Oh, molto divertente, certo, e, ovviamente, i coleotteri devono pur avere qualcosa che li faccia di-
vertire, ma. . ." Il dio lo guardò, ed un centesimo celeste sembrò cadere. "Oh cielo, non penserai davvero che
siano lo scopo di tutta la faccenda, vero?"
"Preferisco pensare-"
"Povero me, lo scopo di tutta la faccenda, come è chiaro, è infatti quella di essere tutta la faccenda. Anche se"
tirò su col naso, "se riuscissi a fare tutto con i coleotteri non mi lamenterei."
"Ma sicuramente lo scopo di- Voglio dire, non sarebbe bello se concludesse con una creatura che cominciasse
ad avere idee sull'universo-?"
"Santo cielo, non voglio niente che vada a rovistare in giro!" disse il dio stizzito. "Ci sono già abbastanza ta-
glia e cuci così com'è, senza che qualche diavolo intelligente gironzoli cercando di trovare qualcosa di più, te
lo posso assicurare. No, gli dei del continente lo hanno già fatto. L'intelligenza è come le gambe - troppe e in-
ciampi in te stesso. Sei è circa il numero giusto, a mio parere."
"Ma sicuramente, in ultima analisi, una creatura potreb-"
Il dio lasciò andare la sua ultima creazione. Ronzò sù e lungo le file e file di coleotteri e si posizionò tra due
che erano quasi, ma non esattamente, simili a lui.
"Hai calcolato tutto, vero?" disse. "Beh, certo hai ragione. Vedo che hai un cervello abbastanza efficiente-
Dannazione."
Vi fu un po' di brillantezza nell'aria ed un uccello apparve a fianco del dio. Era chiaramente vivo, ma del tutto
fermo, sospeso in un volo congelato. Uno sfarfallio di luce blu aleggiava intorno ad esso.
Il dio sospirò, ravanò in una tasca e tirò fuori lo strumento dall'aspetto più complesso che Ponder avesse mai
visto. Da quanto si poteva vedere suggeriva che c'erano altri pezzi ancora più strani, di cui probabilmente que-
sto era solo un elemento.
"Comunque", disse, tagliando via il becco dell'uccello, la luce blu semplicemente scomparsa oltre il buco, "se
voglio ottenere un lavoro serio devo davvero trovare un modo per organizzare tutta la faccenda . Tutto quello
che sto affrontando in questi giorni sono i becchi."

97
"Sì, deve essere abbastanz-"
"Becchi grandi, becchi piccoli, becchi per tirare gli insetti fuori dalla corteccia, becchi per rompere le noci,
becchi per mangiare la frutta" proseguì il Dio. "Devono fare la loro evoluzione. Voglio dire, questo è il punto.
Non dovrei essere in giro per tutto il tempo." Il dio agitò la mano in aria ed una sorta di espositore di becchi
apparve accanto a lui. Scelse uno che, a riflettere, non sembrava molto diverso da quello che aveva tolto, ed
utilizzò lo strumento per attaccarlo all'uccello appeso. Il bagliore blu lo coprì per un momento, e poi l'uccello
svanì. Nel momento in cui era sparito, a Ponder era parso di vedere le sue ali cominciare a muoversi.
Ed in quel momento sapeva che, nonostante l'apparente fissazione per i coleotteri, qui era dove aveva sempre
voluto essere, sul filo dell'avanguardia, nella corsia di sorpasso dell'ultima generazione.
Era diventato un mago perché aveva creduto che i maghi sapessero come l'universo funzionasse, ma l'Univer-
sità Invisibile si era rivelata essere soffocante.
Prendete quell'affare con il fulmine domato. Aveva effettivamente funzionato. Aveva fatto rizzare i capelli del
Tesoriere e crepitare scintille dalle sue dita, ed avevano utilizzato solo un gatto ed un paio di aste d'ambra. Il
suo piano perfettamente ragionevole di utilizzare diverse migliaia di gatti legati ad un'enorme ruota che girava
contro centinaia di aste era stata posta al veto per il ridicolo motivo che sarebbe stato troppo rumoroso. Il suo
schema, sul quale aveva lavorato attentamente, di dividere il taum, e quindi ottenere una fornitura di ottima e
fine magia pura, era stato abbastanza ingiustamente schiacciato, perché si era ritenuto che avrebbe potuto met-
tere disordine in giro. E questo anche dopo aver presentato i dati per dimostrare che le possibilità del processo
di distruggere completamente l'intero mondo non erano maggiori di quelle di essere investiti mentre si attra-
versava la strada, e non era colpa sua aver detto questo appena prima che il carro a sei ruote si schiantasse fuo-
ri dall'Università.
Qui aveva la possibilità di fare qualcosa che avesse un senso. Inoltre, pensava di poter capire dove il dio stava
sbagliando.
"Mi scusi." disse, "ma non è che per caso ha bisogno di un assistente?"
"Francamente, la cosa mi sta sfuggendo di mano", disse il dio, che era un non-ascoltatore di livello-mago.
"Sono davvero arrivato al punto in cui avrei bisogno di-"
"Voglio dire, questo è un posto davvero sorprendente!"
Ponder alzò gli occhi. Potevi dire questo dei maghi. Quando entravano in un luogo, era davvero sorprendente,
e non facevano altro che ripetertelo. Ad alta voce.
"Ah" disse il dio, girandosi, "quello là è il resto del tuo. . . sciame, non è vero?"
"Meglio che vada a fermarli" disse Ponder non appena i maghi si dispesero come ragazzini in una sala giochi,
pronti a premere bottoni nel caso in cui ci fosse un gioco libero. "Hanno l'abitudine di premere le cose e dire:
'E questo cosa fa?'."
"Non si chiedono cosa facciano le cose prima premerle?"
"No, dicono che non lo si scoprirebbe mai se non le si premerebbe." disse Ponder cupamente.
"Allora perché lo chiedono?"
"Lo fanno e basta. E mordono le cose e poi dicono: 'Mi chiedo se questo sia velenoso', con la bocca piena. E
sa la cosa veramente fastidiosa? Non lo è mai."
"Che strano. Ridere di fronte al pericolo non è una gran strategia di sopravvivenza." disse il dio.
"Oh, non ridono", disse Ponder cupo. "Dicono cose come, 'E questo lo chiami pericoloso? Non è il tipo di pe-
ricolo che avevamo quando eravamo ragazzi, eh, Sommo Algebrico, che ne dice? Ricorda quando il vecchio
'Finestra' McPlunder. . .'." Si strinse nelle spalle.
"Quando il vecchio 'Finestra' McPlunder cosa?" disse il dio.
"Non lo so! A volte penso che si inventino nomi a caso! Decano, penso davvero che non dovrebbe fare una
cosa del genere!"
Il Decano si allontanò dallo squalo, di cui stava esaminando i denti.

98
"Perché no, Stibbons?" disse. Dietro di lui, la mascella si chiuse di scatto.
Solo le gambe del Arcicancelliere erano visibili nell'elefante diviso in due. C'erano rumori attutiti da dentro la
balena; suonavano molto come il Docente di Rune Recenti che diceva: "Guardate cosa succede quando giro
questa parte. . . Vedete, quella parte viola traballa."
"Un lavoro impressionante." disse Ridcully, emergendo dall'elefante. "Ruote davvero eccellenti. Le dipinge
prima del montaggio, vero?"
"Non è un kit, signore", disse Ponder, prendendo un rene dalle sue mani e rimettendolo a posto. "E 'un vero
ciclofante in costruzione!"
"Oh."
"In costruzione, signore." disse Ponder, poiché Ridcully non sembrava aver recepito il messaggio. "Il che non
è comune."
"Ah. E allora come sono realizzati, normalmente?"
"Da altri elefanti, signore."
"Oh, sì. . ."
"Davvero? Lo sono?" disse il dio. "Come? Quelle zampe sono abbastanza agili, anche se lo dico io, ma non
sono poi così adatte per un lavoro delicato."
"Oh, non realizzati in quel senso, signore, ovviamente. Ma da. . . sapete. . . sesso. . ." disse Ponder, sentendosi
arrossire.
"Sesso?"
Ponder pensò: l'Isola Mono. Oh cielo. . .
"Ehm. . . maschi e femmine. . ." tentò.
"Che cosa sono?" disse il dio. I maghi si fermarono.
"Vada avanti, signor Stibbons", disse l'Arcicancelliere. "Siamo tutti orecchi. Soprattutto l'elefante."
"Bene. . ." Ponder sapeva che stava diventando rosso. "Ehm. . . bè, come fa ad ottenere i fiori e le altre cose,
per esempio?"
"Li faccio" disse il dio. "E poi li tengo d'occhio e vedo come funzionano e poi quando si usurano faccio una
versione migliorata sulla base dei risultati sperimentali." Si accigliò. "Anche se le piante sembrano agire in
modo molto strano in questi giorni. Cosa stanno cercando di fare questi semi? Io tento di scoraggiarli, ma non
sembrano ascoltare."
"Penso che. . . ehm. . . stiano cercando di inventare il sesso, signore", disse Ponder. "Ehm. . . il sesso è il modo
in cui si può. . . possono. . . le creature possono. . . possono fare altre. . . creature."
"Vuoi dire. . .gli elefanti possono fare altri elefanti?"
"Sì, signore."
"Non ci credo! Davvero?"
"Oh, sì."
"E come fanno a farlo? Calibrare il movimento dell'orecchio richiede un sacco di tempo. Usano utensili spe-
ciali?"
Ponder vide che il Decano stava fissando dritto verso il soffitto, mentre gli altri maghi avevano trovato qual-
cosa di apparentemente affascinante da guardare, se guardarlo significava che potevano evitare lo sguardo di
qualcun’altro.
"Uhm, in un certo senso" disse Ponder. Sapeva che un tasto dolente lo attendeva, e decise di rinunciare. "Ma
in realtà io non ne so molto a propos-"
"E officine, presumibilmente" disse il dio. Prese un libretto dalla tasca ed una matita da dietro l'orecchio. "Ti
dispiace se prendo appunti?"
"Loro. . . ehm. . . la femmina. . ." azzardò Ponder.
"Femmina", disse il dio obbediente, scrivendolo sul blocco per gli appunti.

99
"Be', lei. . . il modo più diffuso è. . . lei. . . crea l'essere successivo. . . dentro di lei."
Il dio smise di scrivere. "Ma questo non è possibile." disse. "Non si può fare un elefante all'interno di un ele-
fante-"
"Ehm. . . una versione più piccola. . ."
"Ah, ancora una volta devo sottolineare un difetto. Dopo un paio di tali processi si finirebbe con un elefante
delle dimensioni di un coniglio."
"Ehm, ma poi diventa più grande in seguito. . ."
"Davvero? Come?"
"E' una sorta di. . . si evolve. . . ehm. . . dall'interno. . ."
"E l'altro, quello che non è la, uh, femmina? Qual è la sua parte in tutto questo? Il tuo collega sta male?"
Il Sommo Algebrico batté con forza la schiena del Decano.
"Va tutto bene." squittì il Decano, ". . .Ho spesso. . . questa. . . tosse. . ."
Il dio scarabocchiò alacremente per alcuni secondi, e poi si fermò e masticò la fine della sua matita pensiero-
so.
"E tutto questo, ehm, questo sesso è fatto da manodopera non qualificata?" disse.
"Oh, sì."
"Nessun controllo di qualità di qualsiasi descrizione?"
"Ehm, no."
"In che modo la vostra specie lo svolge?" disse il dio. Guardò interrogativamente Ponder.
"E'. . . ehm. . . noi. . . ehm. . ." balbettò Ponder.
"Lo evitiamo." disse Ridcully. "Ha una brutta tosse, Decano."
"Davvero?" disse il dio. "E' molto interessante. Cosa fate invece? Vi dividete in due? Funziona splendidamen-
te per le amebe, ma le giraffe lo trovano estremamente difficile, sapete."
"Che Cosa? No, noi ci concentriamo su cose più alte." disse Ridcully. "E facciamo bagni freddi, sani giri di
pista la mattina, questo genere di cose."
"Mio dio, devo prendere nota di questo." disse il dio, accarezzando la sua veste. "Come funziona il processo,
esattamente? Le femmine vi accompagnano? Queste cose più elevate. . . Quanto in alto vanno, precisamente?
Questo è un concetto molto interessante. Presumibilmente sono necessari orifizi aggiuntivi?"
"Che Cosa? Pardon?" disse Ponder.
"Far sì che le creature facciano altre creature, eh? Pensavo che questa storia dei semi fosse solo buon umore,
ma, sì, vedo che si risparmierebbero un sacco di lavoro, un sacco di lavoro davvero. Certo, ci dovrà essere
qualche sforzo in più in fase di progettazione, di certo, ma poi suppongo che la cosa si gestisca praticamente
da sola." La mano del dio si sfocò mentre scriveva, e proseguì, "Hmm, azionamenti e imperativi, quelli saran-
no vitali. . . ehm. . . Come funziona con, diciamo, gli alberi?"
"Ha solo bisogno dello zio di Ponder ed un pennello", disse il Sommo Algebrico.
"Signore!" disse Ponder scaldandosi.
Il dio lanciò ad entrambi uno sguardo di stupore intelligente, come un uomo che aveva appena sentito una bar-
zelletta raccontata in una lingua completamente estranea e non era sicuro se il narratore avesse già detto la
battuta finale. Poi si strinse nelle spalle.
"L'unica cosa che penso di non aver capito", disse, "è il motivo per cui ogni creatura vorrebbe passare del
tempo su tutto questo. . ." egli guardò le sue note, "questo sesso, quando potrebbe divertirsi. . . Oh cielo, il tuo
socio sembra che stia soffocando questa volta, temo. . ."
"Decano!" gridò Ridcully.
"Non posso fare a meno di notare", disse il dio, "che quando il sesso è in discussione i vostri volti si arrossano
e tendete a spostarvi disagio da un piede all'altro. È forse una sorta di segnale?"
"Ehm. . ."

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"Se potreste solo dirmi come funziona il tutto. . ."
L'imbarazzo riempiva l'aria, enorme e rosa. Se fosse stato roccia, si sarebbero potute scolpire grandi città rosa-
rosse incavate in esso.
Ridcully esibì un sorriso pietrificato. "Ci scusi" disse. "Riunione Docenti, signori?"
Ponder osservò i maghi accalcarsi. Poteva sentì alcune frasi sopra i sussurri.
". . . mio padre lo diceva sempre, ma ovviamente io non ci credevo. . . non ha mai alzato la sua brutta testa. . .
Decano, vuole stare zitto? Non possiamo. . . docce fredde, davvero..."
Ridcully si voltò ed esibì di nuovo il suo sorriso di pietra. "Il sesso è, ehm, qualcosa di cui noi non parliamo."
disse.
"Non molto", disse il Decano.
"Oh, capisco" mormorò il dio. "Be', una dimostrazione pratica sarebbe molto più comprensibile."
"Ehm, non siamo, ehm. . . preparati per. . ."
"Ehi-laaa! Eccovi, signori!"
La signora Whitlow entrò nella grotta. I maghi diventarono improvvisamente silenziosi, sentendo nelle loro
menti da maghi che l'introduzione della signora Whitlow a questo punto era come un elettrodomestico gettato
nella piscina della vita.
"Oh, un altro di voi" disse il dio vivacemente. La mise a fuoco. "O una specie diversa, forse?"
Ponder sentì che doveva dire qualcosa. La signora Whitlow stava dando un'occhiata.
"La signora, ehm, Whitlow è, ehm, una signora." disse.
"Ah, farò una nota" disse il dio. "E che cosa fanno?"
"Sono, ehm, la nostra stessa. . . ehm, specie." disse Ponder, miseramente. "Um. . . il. . . um. . ."
"Sesso debole", lo aiutò Ridcully.
"Scusate, mi sono perso." disse il dio.
"Er. . . lei è, um, ehm, una rappresentante. . . del genere femminile.", disse Ponder.
Il dio sorrise felice. "Oh, questa si che è una bella notizia." disse.
"Scusate", disse la signora Whitlow, con il tono misurato che si era abituata ad usare in mezzo ai maghi, "ma
qualcuno potrebbe presentarmi questo signore?"
"Oh, sì, certo", disse Ridcully. "Mi perdoni. Dio, questa è la signora Whitlow. Signora Whitlow, questo è dio.
Un dio. Dio di questa isola, in realtà. Uh. . ."
"Incantata.", disse la signora Whitlow.
Nella scala della signora Whitlow, gli déi erano socialmente accettabili, almeno se avevano teste umane ade-
guate ed indossavano abiti; erano posizionati sopra i sommi sacerdoti ed occupavano lo stesso livello dei du-
chi.
"In tal caso dovrei inginocchiarmi?" disse.
"Mwaaa." gemette il Sommo Algebrico.
"Non è richiesta una genuflessione di alcun tipo" disse il dio.
"Vuole dire no." tradusse Ponder.
"Oh, come volete.", disse la signora Whitlow. Allungò una mano.
Il dio l'afferrò ed agitò il pollice avanti e indietro.
"Molto pratico" disse. "Opponibile, vedo. Penso che dovrei prendere nota di questo. Hai le branchie? Sei bi-
pede per abitudine? Oh, vedo che le tue sopracciglia stanno salendo. E' per caso un segnale di qualche tipo?
Noto anche che hai una forma diversa dalle altre e non hai la barba. Presumo che significa che sei meno sag-
gia?"
Ponder vide gli occhi della signora Whitlow stringersi e le narici allargarsi. "C'è qualche tipo di problema, si-
gnori?" disse. "Ho seguito le vostre orme fino a quella buffa barca, e questo era l'unico altro percorso, quindi-"

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"Stavamo discutendo di sesso" disse il dio con entusiasmo. "Sembra molto eccitante, non credi?"
I maghi trattennero il respiro. Questo faceva sembrare il problema con le lenzuola del Decano un problema
assai minore.
"Non è un argomento su cui dovrei esprimere un parere.", disse attentamente la signora Whitlow.
"Mwaa." squittì Sommo Algebrico.
"Nessuno sembra volermi dire qualcosa in proposito." disse il dio irritato. Una scintilla saettò dalle sue dita e
creò un piccolo cratere nel pavimento, e che sembrò meravigliare lui tanto quanto i maghi.
"Oddio, non so cosa mi è preso. Mi dispiace tanto!" disse. "Temo che sia una sorta di reazione naturale se di-
vento po', sapete. . . irritabile."
Tutti guardarono il cratere. La roccia gorgogliò dolcemente ai piedi di Ponder. Non osava muoversi, nel caso
in cui sarebbe potuto svenire.
"Era solo. . . irritabile, vero?" disse Ridcully.
"Beh, potrei essere stato più che altro. . . contrariato, suppongo." disse il dio. "Non posso farne a meno, è un
riflesso dèico. Come. . . beh, come specie non siamo bravi a resistere al, sapete, al tono di sfida. Mi dispiace
tanto. Mi dispiace." Si soffiò il naso, e si sedette su un panda mezzo finito. "Oh cielo. Ecco che ci risiamo. . ."
Un piccolo fulmine balenò fuori dal suo pollice ed esplose. "Spero che non ricomincerà ancora una volta tutta
la storia della città di Quint. Di certo sapete cosa è successo là. . ."
"Non ho mai sentito parlare della città di Quint" disse Ponder.
"Già, suppongo di no." disse il dio. "E' questo è il punto, infatti. Non era proprio una città. Era in gran parte
fatta di fango. Beh, io dico fango. Dopo, naturalmente, era principalmente ceramica." li guardò miseramente.
"Sapete quei giorni in cui vorreste dare a tutti uno schiaffo?"
Con la coda dell'occhio Ponder aveva notato che i maghi, in una rara dimostrazione di unanimità, stavano
sgattaiolando di lato, molto lentamente, verso la porta.
Un colpo di fulmine molto più grande aprì un buco nel pavimento vicino alla grotta.
"Oh cielo, mi vergogno così tanto." disse il dio. "E' tutto inconscio, temo."
"Potrebbe fare un trattamento per incenerimento precoce?"
"Decano! Questo non è il momento!"
"Sono spiacente, Arcicancelliere."
"Se solo non avessero alzato il naso alle mie mucche infiammabili" disse il dio, mentre alcune scintille crepi-
tavano sulla sua barba. "D'accordo, so anch'io che nei giorni caldi, ed in alcune rare circostanze, avrebbero po-
tuto avere una combustione spontanea ed incendiare il villaggio, ma ogni scusa è buona per l'ingratitudine!"
La signora Whitlow lanciò al dio un lungo, freddo sguardo. "Che cos'è esattamente che vuole sapere?" chiese.
"Eh?" disse Ridcully.
"Be', senza offesa, ma vorrei uscire di qui senza i capelli in fiamme", disse la governante.
Il dio alzò lo sguardo. "Questo concetto maschile e femminile sembra davvero promettente", disse, tirando su
col naso. "Ma nessuno sembra voler entrare nei dettagli. . ."
"Oh, questo." disse la signora Whitlow. Guardò i maghi, e poi tirò delicatamente il dio in piedi. "Se volete
scusarmi per un momento, signori. . ."
I maghi li osservavano con ancora più stupore di quello che aveva accolto la scarica di fulmine, e poi il Pro-
fessore degli Studi Indefiniti si tirò il cappello sugli occhi.
"Non oso guardare.", disse, e aggiunse, "Che cosa stanno facendo?"
"Ehm. . . solo parlando. . ." disse Ponder.
"Parlando?"
"E lei sta. . . come. . . agitando le mani."
"Mwaa!" disse il Sommo Algebrico.
"Presto, qualcuno gli faccia aria.", disse Ridcully. "Ora stanno ridendo, vero?"

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Sia la governante che il dio guardarono i maghi. La signora Whitlow annuì con la testa, come per rassicurarlo
che ciò che gli aveva appena detto era vero, ed entrambi risero.
"Sembrava più una risatina di scherno.", disse il Decano severamente.
"Io non sono sicuro di aver approvato tutto ciò." disse Ridcully, altezzoso. "Déi e donne mortali, lo sapete. Si
sentono molte storie in proposito."
"Déi che si trasformano in tori.", disse il Decano.
"Cigni, anche." disse il Professore degli Studi Indefiniti.
"Piogge d'oro.", disse il Decano.
"Già.", disse il Professore. Si fermò per un secondo. "Sapete, mi sono spesso chiesto, in proposito, come fa-
cev-"
"Che cosa gli sta spiegando, ora?"
"Penso che preferirei non saperlo, francamente."
"Oh, insomma, qualcuno può fare qualcosa per il Sommo Algebrico, per favore?" disse Ridcully. "Allentare i
suoi vestiti o qualcosa!"
Ad un tratto sentirono il grido del dio, "Il cosa?". La signora Whitlow guardò i maghi e sembrò abbassare la
voce.
"Qualcuno ha mai incontrato il signor Whitlow?" disse l'Arcicancelliere.
"Beh. . . no.", disse il Decano.
"Non che io ricordi. Suppongo che tutti abbiano dato per scontato che sia morto."
"Qualcuno sa di cosa è morto?" proseguì Ridcully. "Ah, fermi tutti. . . stanno tornando. . ."
Il dio annuì allegramente verso di loro mentre si avvicinava.
"Beh, è tutto risolto", disse, sfregandosi le mani. "Non vedo l'ora di vedere come funziona in pratica. Sapete,
se fossi stato seduto qui per un centinaio di anni non avrei mai. . . beh, in realtà, nessuno poteva seriamente
credere. . . Voglio dire. . ." Iniziò a ridacchiare sui loro volti congelati. "Quella parte dove lui. . . e poi lei. . .
Davvero, mi stupisco che qualcuno riesca a trattenersi dal ridere abbastanza a lungo per. . . Eppure, sono con-
vinto che potrebbe funzionare, e certamente apre la porta ad alcune possibilità molto interessanti. . ."
La signora Whitlow stava guardando intensamente il soffitto. C'era forse un pizzico di qualcosa nella sua po-
sizione e nel modo in cui la sua espressione all'orlo delle lacrime si stava muovendo, che suggeriva che stesse
cercando di non ridere. Era sconcertante. La signora Whitlow di solito non rideva mai di nulla.
"Eh? Oh?" disse Ridcully, avviandosi verso l'apertura. "Davvero? Ben fatto, allora. Quindi, mi aspetto che non
abbia più bisogno di noi, eh? Ora abbiamo una nave da prendere. . ."
"Sì, certo, non lasciate che vi trattenga oltre." disse il dio, agitando una mano vagamente. "Sapete, più ci pen-
so, più mi rendo conto che il 'sesso' risolverà praticamente tutti i miei problemi."
"Non tutti possono dirlo." disse Ridcully gravemente. "Signora Whitlow, vuole, ehm. . . unirsi a noi?"
"Certo, Arcicancelliere."
"Ehm. . . molto bene. Ben fatto. Ahem. E lei, naturalmente, signor Stibbons. . ."
Il dio aveva raggiunto un banco di lavoro e stava frugando dentro a delle scatole. L'aria scintillava. Ponder
guardò la balena. Era chiaramente viva ma. . . non al momento. Il suo sguardo vagò su tutta la carcassa dell'e-
lefante-in-costruzione e passò sopra meccanismi dall'aspetto misteriosamente organico, dove uno scintillante
azzurro circondava forme ancora sconosciute, anche se una di quelle avrebbe potuto contenere mezza mucca.
Rimosse accuratamente un coleottero intento ad esplorare il suo orecchio. Il punto è, se ora avrebbe lasciato
tutto ciò si chiedeva se. . .
"Penso che mi piacerebbe rimanere." disse.
"Bene. . . ehm. . ." cominciò il dio, senza guardarsi intorno.
"Signore." disse Ponder.
"Bene, signore." disse il dio.

103
"Ne è sicuro?" chiese Ridcully.
"Non credo di aver mai fatto una vacanza" disse Ponder. "Mi piacerebbe chiederle del tempo per fare alcune
ricerche, signore."
"Ma ci siamo persi nel passato, ragazzo mio!"
"La base di tutte le ricerche, quindi." disse Ponder con fermezza. "C'è così tanto da imparare qui, signore!"
"Davvero?"
"Basta guardarsi intorno, signore!"
"Be', suppongo che non si può fermarla se ha già scelto.", disse l'Arcicancelliere. "Dovremo saldare la sua pa-
ga, ovviamente."
"Non credo di essere mai stato pagato, signore." disse Ponder.
Il Decano diede una spintarella a Ridcully e sussurrò nel suo orecchio.
"E abbiamo bisogno di sapere come funziona la barca." continuò Ridcully.
"Che cosa? Oh, non dovrebbe essere un problema", disse il dio, alzando lo sguardo dal suo banco. "Troverà
automaticamente un posto con una firma biogeografica diversa, direi. E' tutto automatico. Non ha senso torna-
re al punto di partenza da cui è partita!" Agitò una gamba di coleottero in aria. "C'è un nuovo continente che
sta emergendo, qui vicino. La nave probabilmente proseguirà dritta verso una massa di quelle dimensioni."
"Nuovo?" disse Ridcully.
"Oh, sì. Non sono mai stato interessato a quel genere di cose, ma è possibile sentire i rumori di costruzione per
tutta la notte. Provocherà certamente un disastro."
"Stibbons, è sicuro di voler restare?" chiese il Decano.
"Ehm, sì. . ."
"Sono certo che il signor Stibbons sarà in grado di mandare avanti le belle tradizioni dell'Università!" disse
Ridcully di cuore.
Ponder, che conosceva tutto in proposito delle tradizioni dell'Università, annuì leggermente. Il cuore gli batte-
va. Non si era mai sentito così, nemmeno quando aveva iniziato a lavorare su come programmare Hex.
Finalmente aveva trovato il suo posto nel mondo. Il futuro lo chiamò con un cenno.

L'alba stava sorgendo quando i maghi barcollarono giù per la montagna.


"Non è un cattivo dio, direi." disse il Sommo Algebrico. "Come gli altri déi."
"Era un buon caffè quello che ci ha offerto." disse il Professore degli Studi Indefiniti.
"E ha fatto crescere il cespuglio velocemente, una volta che gli abbiamo spiegato cos’era il caffè.", disse il
Docente di Rune Recenti.
Passeggiavano. La signora Whitlow camminava davanti a tutti, canticchiando tra sé. I maghi facevano atten-
zione a rimanere ad una rispettosa distanza. Erano consapevoli del fatto che in qualche modo oscuro lei aveva
vinto, anche se non avevano la minima idea di che gioco fosse stato.
"Buffo da parte del giovane Ponder a voler restare.", disse il Sommo Algebrico, cercando disperatamente di
pensare a qualcosa che non fosse una visione in rosa.
"Il dio sembrava contento.", disse il Docente di Rune Recenti. "Ha detto che progettando il sesso avrebbe do-
vuto ridisegnare praticamente tutto da capo."
"Facevo serpenti d'argilla quando ero un ragazzino.", disse felicemente il Tesoriere.
"Ben fatto, Tesoriere."
"Fare i piedi era la parte più difficile."
"Non posso fare a meno di pensare, però, che potremmo avere. . . interferito con il passato, Arcicancelliere.",
disse il Sommo Algebrico.
"Non vedo come." disse Ridcully. "Dopo tutto, il passato è accaduto prima che noi arrivassimo qui."

104
"Sì, ma ora siamo qui, e lo abbiamo cambiato."
"Allora lo abbiamo cambiato prima."
E questo, lo sentivano, riassumeva piuttosto bene il tutto. E' molto facile sentirsi ridicolmente confusi circa i
tempi di un viaggio nel tempo, ma la maggior parte delle cose può essere risolta da un ego sufficientemente
grande.
"E' davvero impressionante pensare che un uomo dell'Università contribuirà a creare un approccio completa-
mente nuovo alla progettazione delle forme di vita.", disse il Professore degli Studi Indefiniti.
"In effetti, sì." concordò il Decano. "Chi dice che l'educazione è una brutta cosa, eh?"
"Non riesco ad immaginarlo.", disse Ridcully. "Chi lo ha detto?"
"Beh, se così fosse, potremmo puntare verso Ponder Stibbons e dire, 'Guardatelo, ha lavorato sodo ai suoi stu-
di, ha prestato sempre attenzione ai suoi insegnanti, ed ora è seduto sulla destra di un dio."
"Ma così non sarebbe più difficile per il dio-" iniziò il Docente di Rune Recenti, ma il Decano arrivò prima.
"Questo significa che sta sul lato destro del dio, Rune." disse. "Il che, mi pare, lo fanno gli angeli. Tecnica-
mente."
"Sicuramente no. Lui ha paura delle altezze. In ogni caso, è fatto di carne e sangue, e sono sicuro che gli ange-
li devono essere fatti di. . . luce o qualcosa del genere. Potrebbe essere un santo, però, immagino."
"Può fare miracoli, quindi?"
"Non ne sono sicuro. Quando lo abbiamo lasciato stavano parlando di ridisegnare il sedere dei babbuini ma-
schi per renderli più attraenti."
I maghi rifletterono per un po'.
"Per i miei criteri sarebbe un miracolo, certo", disse Ridcully.
"Non posso dire che è come mi piacerebbe trascorrere un pomeriggio, però." disse il Sommo Algebrico, con
voce pensosa.
"Secondo il dio ha tutto a che fare con il fatto di indurre le creature ad. . . impegnarsi nel. . . fare i conti con il
produrre una nuova generazione, quando potrebbero altrimenti passare il loro tempo in una. . . attività più pro-
ficua. A quanto pare, un sacco di animali avrà bisogno di una ricostruzione completa."
"Dal basso verso l'alto. Ahaha."
"Grazie per il suo contributo, Decano."
"Ma esattamente come funziona, allora?" disse il Sommo Algebrico. "Un babbuino femmina vede un babbui-
no maschio e dice: 'Parola mia, quello è un fondoschiena davvero colorato, senza dubbio, dobbiamo proprio
impegnarci nel. . .nell'Attività Nuziale'?"
"Devo dire che mi sono spesso domandato quel genere di cose.", disse il Docente di Rune Recenti. "Prendete
le rane. Ora, se io fossi una rana femmina in cerca di un marito vorrei sapere, beh, le dimensioni delle gambe,
la competenza a catturare mosche- "
"La lunghezza della lingua", disse Ridcully. "Decano, è pregato di fare qualcosa per quella tosse!"
"Proprio così." disse il Docente di Rune Recenti. "Che possieda un buon stagno, e così via. Non posso dire che
baserei la mia scelta per la sua capacità di gonfiare la gola della stessa dimensione dello stomaco e dire gru,
gru."
"Credo che sia gra, gra, Rune."
"Ne è sicuro?"
"Credo di sì."
"Chi dice gru, gru, allora?'
"Le Gru, credo."
"Oh. Sì. Ovviamente."

105
"Ho sempre pensato che il sesso fosse in realtà un modo piuttosto insapore di garantire la continuità della
specie.", disse il Professore degli Studi Indefiniti mentre raggiungevano la spiaggia. "Sono sicuro che ci po-
trebbe essere qualcosa di meglio. E' tutto molto. . . vecchio stile, a mio avviso. E troppo energico."
"Beh, sono d'accordo, ma cosa suggerirebbe invece?" disse Ridcully.
"Il Bridge.", disse il Professore degli Studi Indefiniti con fermezza.
"Davvero? Il Bridge?"
"Vuole dire il gioco con le carte?" disse il Decano.
"Non vedo perché no. Può essere estremamente eccitante, molto socievole, e non richiede attrezzature specia-
li."
"Ma avrebbe bisogno di quattro persone." sottolineò Ridcully.
"Ah, sì. Non lo avevo considerato. Sì, credo che ci potrebbero essere dei problemi. D'accordo, allora. Ed il. . .
Croquet? Si può fare in due. Anzi, spesso mi sono divertito in una tranquilla partitina da solo."
Ridcully lasciò un po' più di spazio tra lui e il Professore degli Studi Indefiniti.
"Non riesco a vedere come potrebbe essere utilizzato a fini di procreazione." disse con cautela. "Ricreazione,
sì, glielo concedo. Ma non procreazione. Voglio dire, come si dovrebbe agire?"
"E' compito del dio." disse Professore degli Studi Indefiniti. "Si suppone che sia lui a dover risolvere i detta-
gli, no?"
"Ma pensa che le donne vorrebbero davvero trascorrere la loro vita con un uomo solo perché può oscillare un
grosso martello?" disse il Decano.
"Suppongo che, se ci pensa bene, non è così ridic-" iniziò Ridcully, e poi si fermò. "Penso che dovremmo la-
sciare questo argomento." disse.
"Ho giocato a croquet con lui solo la scorsa settimana." sibilò il Decano a Ridcully, una volta che il Professore
degli Studi Indefiniti si fu allontanato. "Ed ora non sarò felice fino a quando non mi sarò fatto un buon ba-
gno!"
"Chiuderemo a chiave le sue mazze quando saremo tornati, è fissato con quella roba." sussurrò Ridcully.
"Ha libri e libri sul croquet nella sua stanza, lo sapeva? Alcuni di loro hanno delle illustrazioni a colori!"
"Di che cosa?"
"Famosi colpi di croquet." disse il Decano. "Penso che dovremmo prendergli il suo martello."
"E' all’incirca quello che stavo pensando, Decano. All’incirca." disse Ridcully.

Un mago moderatamente festoso si era accampato vicino ad una pozza senza acqua sotto l'ombra di un albero
che era completamente non in grado di identificare. Ed aveva imprecato a lungo mentre aveva cercato di apri-
re una lattina di birra, dicendo: "Che tipo di idiota ha messo la birra in una lattina?".
Con il tempo era riuscito a fare un buco con una pietra affilata e la birra era venuta fuori come schiuma ad alta
velocità, ma lui aveva cercato di raccoglierne il più possibile.
Oltre alla birra, però, le cose andavano bene. Aveva controllato gli alberi per gli orsi-cascatori e, meglio di tut-
ti, non c'era traccia di Scrappy.
Riuscì a perforare un'altra lattina, con più attenzione questa volta, e succhiarne pensieroso il contenuto.
Che paese! Niente era esattamente quello che si rivelava essere, anche i passeri parlavano, o almeno cercava-
no di dire, "Chi è un bell'uccellino, piccoletto?", e non era mai piovuto. E tutta l'acqua sotterranea era nasco-
sta, così la dovevano pompare fuori con i mulini a vento.

106
Ne aveva passato un altro, mentre lasciava la zona dei canyon. Questo riusciva ancora ad estrarre un filo d'ac-
qua, ma si era prosciugato con un gocciolamento occasionale mentre lo osservava.
Dannazione! Avrebbe dovuto raccogliere un po' d'acqua da portare via mentre era lì.
Guardò il cibo nel sacco. C'era una pagnotta delle dimensioni e del peso di una palla di cannone, ed alcune
verdure. Ma almeno erano verdure riconoscibili. C'era anche una patata.
La sollevò contro il tramonto.
Scuotivento aveva mangiato in molti paesi sul disco, e qualche volta era stato in grado di completare un intero
pasto prima di dover scappare. Ma mancavano sempre di qualcosa. Oh, la gente faceva grandi cose con spezie
e olive e patate dolci e riso e quant'altro, ma quello che lui desiderava sempre era una semplice patata.
C'era un tempo in cui un piatto di purè o di patatine sarebbe stato suo non appena lo avesse desiderato. Tutto
quello che aveva bisogno di fare era passeggiare fino alle cucine e chiederlo. Il cibo era sempre disponibile a
richiesta, presso l'Università Invisibile, potevi dirlo ad alta voce, anche se lo avresti detto con la bocca piena.
E, anche se sembrava ridicolo ora, non lo aveva quasi mai fatto. Il piatto di patate veniva passato durante i pa-
sti e lui aveva probabilmente avuto un cucchiaio, ma, a volte, non le prendeva! Aveva. . . lasciato. . . andare. .
. via. . . il. . . piatto. Prendeva il riso, invece. Riso! Molto nutriente a suo modo, ma in fondo si trattava solo di
qualcosa cresciuto dove le patate avrebbero galleggiato in superficie.
Si ricordava di quei tempi, a volte, di solito nel sonno, e si svegliava gridando, "Vuoi passarmi le patate, per
favore!".
A volte si ricordava del burro fuso. Quelli erano i giorni cattivi.
Mise la patata a terra con reverenza e ribaltò il resto della borsa. C'era una cipolla ed alcune carote. Una lattina
di. . . tè, a quanto pareva dall'odore, ed una piccola scatola di sale.
Un lampo di genio lo colpì con tutta la forza e la brillantezza che le idee hanno quando sono in viaggio attra-
verso la birra.
Zuppa! Nutriente e semplice! Basta bollire tutto! E, sì, avrebbe potuto usare una delle lattine di birra vuote, e
fare un fuoco, e tritare le verdure, e la macchia umida laggiù suggeriva che c'era dell'acqua. . .
Camminò barcollando per dare un'occhiata. C'era una depressione circolare sul terreno, il che faceva pensare
che una volta ci sarebbe potuto essere una specie di stagno, e c'era il solito gruppo di alberi poco più sani di
quelli normali, che crescevano in tali luoghi, ma non c'era alcun segno d'acqua ed era troppo stanco per scava-
re.
Poi un'altra intuizione lo colpì alla velocità della birra. Birra! Si trattava solo di acqua, in realtà, con della roba
dentro. Non era così? E la maggior parte di ciò che c'era dentro era lievito, che era praticamente una medicina
e sicuramente un alimento. In realtà, pensandola in questi termini, la birra è solo un tipo di pane che gocciola,
infatti, e sarebbe stato meglio utilizzare alcune lattine di birra per la zuppa! Zuppa di birra! Poche cellule ce-
rebrali registrarono i loro dubbi, ma il resto di loro le afferrò per il collo e disse con voce roca, le persone cuo-
ciono il pollo nel vino, no?
Gli ci volle del tempo per farne uscire da una lattina, ma alla fine si ritrovò con la birra sul fuoco e le verdure
tritate galleggianti nella schiuma. Un paio di dubbi lo assillarono, a questo punto, ma vennero subito presi a
gomitate, soprattutto quando l'odore che veniva su gli fece venire l'acquolina in bocca e aprì un'altra lattina di
birra come antipasto pre-prandiale.
Dopo un po' punzecchiò le verdure con un bastone. Erano ancora piuttosto dure, anche se un sacco di birra
sembrava esser già bollita via. C'era qualcosa che si era dimenticato di fare?
Sale! Sì, era quello! Sale, roba meravigliosa. Aveva letto che potevi uscire completamente di testa, se non as-
sumevi neanche un po' di sale per un paio di settimane. Questo era probabilmente il motivo per cui si sentiva
così strano in questo momento. Armeggiò con la scatola del sale e ne lasciò cadere un pizzico nella latta.
Era come un'erba medicinale, il sale. Buono per le ferite, non era così? E lontano, in tempi molto antichi, i
soldati non erano forse pagati col sale? Non era da dove aveva avuto origine la parola salario? Doveva essere
buono, quindi. Hai trascorso la settimana in una marcia forzata, costruendoti la strada passo per passo, e poi

107
hai combattuto i guerrieri impazziti dipinti di blu delle tribù del Vexatii, ed hai marciato forzatamente indietro
fino a casa, ed il Venerdì il centurione si presenta da te con un grosso sacco e dice, "Ben fatto, ragazzo! Ecco
un po' di sale!'
Era incredibile quanto stava lavorando bene la sua mente.
Guardò di nuovo nella scatola del sale, si strinse nelle spalle, e lo buttò tutto nella zuppa. Quando la vedevi in
quel modo, il sale doveva essere davvero un cibo straordinario. E lui non ne aveva avuto per settimane, il che
era, probabilmente, il motivo per cui la sua vista andava e veniva e non riusciva a sentirsi le gambe.
Versò un'altra birra, anche.
Si sdraiò con la testa su una roccia. Tieniti fuori dai guai e non venir coinvolto, questa era la cosa importante.
Guarda quelle stelle lassù, con niente da fare tutto il tempo, eppure stanno lì e brillano. Nessuno ha mai detto
loro cosa fare, quelle bastarde fortunate. . .

Si svegliò rabbrividendo. Qualcosa di orribile gli era strisciato in bocca, e non era di grande sollievo scoprire
che era la sua lingua. Faceva freddo, e l'orizzonte suggeriva che fosse l'alba.
C'era anche un patetico rumore di risucchio.
Alcune pecore avevano invaso il suo accampamento durante la notte. Una di loro stava cercando di mettere la
sua bocca intorno ad una lattina di birra vuota. Si fermò quando vide che si era svegliato, ed indietreggiò un
po', ma non troppo lontano, mentre lo fissava con lo sguardo penetrante di un animale addomesticato ricor-
dando al suo addomesticatore che avevano un patto.
La testa gli doleva. Ci doveva essere un po' d'acqua da qualche parte. Balzò in piedi e batté le palpebre verso
l'orizzonte. C'erano. . . mulini a vento e altre cose, non era così? Si ricordava dei mulini a vento malandati da
ieri. Beh, c'era sicuramente un po' d'acqua in giro, non importa quello che dicevano.
Santi numi, aveva sete.
Il suo sguardo impiastricciato cadde sul magnifico esperimento di ieri sera in cucina. Zuppa di verdure al lie-
vito, che splendida idea. Esattamente il tipo di idea che suona veramente bene verso l'una del mattino quando
hai bevuto troppo.
Ora ricordò, con un brivido, alcune delle grandi ispirazioni che aveva avuto in occasioni simili. Spaghetti alla
crema pasticcera, che erano stati una buona idea. Piselli fritti, che si erano rivelati un altro trionfo. E poi c'era
stato il tempo in cui gli era sembrata una buona idea quella di mangiare un po' di farina e di lievito e poi bere
dell'acqua calda, perché era a corto di pane e, dopo tutto, quelli erano gli ingredienti che finivano nello stoma-
co, no? Il fatto è che le idee culinarie a tarda notte sembravano sensate al momento. E avevano sempre una lo-
gica dietro. Semplicemente non era il tipo di logica che si sarebbe usata intorno a mezzogiorno.
Eppure, avrebbe dovuto mangiare qualcosa e la poltiglia marrone scuro dentro la latta era l'unico cibo dispo-
nibile nelle vicinanze che non avesse almeno sei zampe. Non pensò nemmeno di mangiare la carne di pecora.
Non avrebbe potuto, quando lo guardava così pateticamente.
Punzecchiò la poltiglia con il bastone. Essa afferrò il legno come colla.
"Vieniviaandiamo!"
Un pezzo marrone alla fine si staccò. Scuotivento lo assaggiò, cautamente. Era possibile che mischiando in-
sieme birra lievitata e verdure avresti ottenuto-
No, quello che ottenevi era una porcheria salata marrone al sapore di birra.* 23

Strano, però. . . Era decisamente orribile, ma Scuotivento si ritrovò comunque ad assaggiarne un altro po'.
Oh, déi. Ora era veramente assetato.

*
Scuotivento ha inconsapevolmente inventato la Marmite, una crema densa, saporita e dolciastra con un sapore bizzarro
ed intenso di salsa di soia e carne in umido, un estratto di lievito spalmabile il cui forte odore ed ancor più forte sapore
tende a schierare completamente i consumatori da una parte o dall'altra. O la ami o la odi. Non per niente questo è diven-
tato lo slogan del prodotto.

108
Prese il barattolo e barcollò verso alcuni alberi. Lì era dove potevi trovare l'acqua. . . guardavi dove cresceva-
no gli alberi e, stanco o no, ti mettevi a scavare.

Gli ci volle mezz'ora per schiacciare una lattina di birra vuota e utilizzarla per scavare un buco profondo fino
alla vita. Le sue dita divennero umide.
Un'altra mezz'ora lo portò alla profondità delle spalle e si ritrovò con le caviglie bagnate.
Dite quello che volete - ma quella poltiglia marrone era roba buona. Era l'equivalente semi-liquido del pane
nano. Non credevi davvero a quello che la bocca ti diceva appena la assaggiavi, quindi ci voleva un po'. Pro-
babilmente era piena di vitamine e di minerali nutrienti. La maggior parte delle cose di cui non potevi credere
al sapore lo erano. . .
Dopo un po' alzò la testa. Era circondato da pecore, che lo fissavano con cautela tra sguardi bramosi nelle pro-
fondità umide.
"Non è educato fissarmi così." disse. Non gli prestarono alcuna attenzione. Continuarono a guardarlo.
"Non è colpa mia" mormorò Scuotivento. "Non mi interessa quello che dice un canguro. Sono appena arrivato
qui. Io non sono responsabile del clima, per l'amor del cielo."
Lo continuarono a fissare. Lui cedette. Praticamente chiunque avrebbe ceduto prima di una pecora. Una peco-
ra non ha molto per cui cedere.
"Oh, dannazione, forse posso mettere su una sorta di secchio e una specie di puleggia." disse. "Non che avessi
altri impegni, oggi."
Scavò un po' più forte, nella speranza di ottenere una profondità sufficiente prima che l'acqua scorresse via
completamente, quando sentì qualcuno fischiare. Alzò gli occhi, attraverso le gambe delle pecore.
Un uomo stava strisciando giù attraverso la pozza d'acqua prosciugata, fischiettando senza tono tra i denti.
Non aveva ancora notato Scuotivento perché il suo sguardo era intensamente fisso sul gregge di pecore. La-
sciò cadere il pacco che stava portando, tirò fuori un sacco, scivolò verso una pecora solitaria, e la agguantò.
Ebbe appena il tempo di belare.
Mentre stava armeggiando col sacco una voce disse: "Probabilmente appartiene a qualcuno, sai."
L'uomo si guardò intorno in fretta. La voce proveniva da un gruppo di pecore.
"Mi sa che potresti andare in guai seri, a rubare le pecore. Te ne pentirai, ne sono sicuro. Probabilmente qual-
cuno è davvero in pensiero per quella pecora. Andiamo, lasciarla andare."
L'uomo si guardò intorno selvaggiamente.
"Voglio dire, penso." continuò la voce. "Hai questo bel paese, con pappagalli e tutto il resto, e vuoi rovinare
tutto rubando le pecore di qualcuno che ha lavorato così duramente per crescerle. Scommetto che non vorresti
essere ricordato come un ruba-pecore...-Oh."
L'uomo aveva lasciato cadere il sacco e stava scappando molto veloce.
"Beh, non c'era bisogno di andarsene così, stavo solo cercando di fare appello alla tua natura migliore!" disse
Scuotivento, tirandosi fuori dal buco.
Si portò le mani a coppa vicino al viso. "E hai dimenticato la tua roba da campeggio!" gridò, dopo che la pol-
vere fu scomparsa.
Il sacco belò.
Scuotivento lo raccolse, ed un rumore dietro di lui lo fece voltare. C'era un altro uomo che lo guardava dalla
groppa di un cavallo. Era splendente.
Dietro di lui c'erano tre uomini che indossavano caschi e giubbotti identici ed espressioni prive di senso
dell'umorismo che avevano la parola 'sentinella' scritta su di loro con una calligrafia lenta e precisa. E tutti e
tre gli puntavano contro una balestra.
Quella sensazione senza fondo che aveva avuto una volta vagò verso qualcosa che non voleva sapere, e cercò
di tornare indietro crescendo dentro Scuotivento.

109
Cercò di sorridere.
"Buongiorno!" disse. "Non c’è problema, eh? Devo dire che sono molto contento di vedere voi dronghi, senza
dubbio!"* 24

Ponder Stibbons si schiarì la gola.


"Da dove le piacerebbe che iniziassi?" disse. "Probabilmente potrei finire l'elefante. . ."
"Ci sai fare con la melma?"
Ponder non aveva mai considerato un futuro come designer di melma, ma tutti dovevano cominciare da qual-
che parte.
"Bene.", disse.
"Naturalmente, la melma si divide proprio nel mezzo." disse il dio, mentre camminavano lungo i filari di luc-
cicanti cubi pieni di vita mentre i coleotteri sfrigolavano in alto. "Non vedo un gran futuro per la melma, in
realtà. Funziona bene per le forme di vita inferiori, ma, francamente, è un po' imbarazzante per le creature più
complicate e positivamente letale per i cavalli. No, il sesso sarà molto, molto utile, Ponder. Terrà tutto tra le
sue mani. E ci darà tempo per lavorare sul grande progetto."
Ponder sospirò. Ah. . . sapeva che ci doveva essere un grande progetto. Il grande progetto. Un dio non aveva
intenzione di fare tutto questo genere di cose solo per rendere la vita migliore per le vacche infiammabili.
"Potrei aiutarla in questo?" disse. "Sono sicuro che potrei dare un contributo."
"Davvero? Pensavo che forse gli animali e gli uccelli sarebbero potuti essere più nel tuo. . . il tuo. . ." Il dio
agitò le mani vagamente. "Quello su cui cammini. Dove vivi."
"Terreno? Be', sì, ma sono un po' limitati, non è così?" disse Ponder.
Il dio diventò raggiante. Non c'è niente come essere vicino ad un dio felice. E' come fare al cervello un bagno
caldo.
"Esattamente!" disse. "Limitati! Quello che volevo dire io! Ognuno di loro è bloccato in qualche deserto o nel-
la giungla o in montagna, basandosi su uno o due alimenti, alla mercé di ogni capriccio dell'universo e viene
spazzato via dal minimo cambiamento di clima. Che terribile spreco!"
"Giusto!" disse Ponder. "Quello che vi serve è una creatura piena di risorse ed adattabile, dico bene?"
"Oh, ben detto, Ponder! Vedo che ti sei acceso al momento giusto!"
Un paio di enormi porte si aprirono davanti a loro, rivelando una stanza circolare con una piramide di scalini
al centro. Al vertice c'era un'altra nuvola di nebbia blu, in cui le luci si accendevano e si spegnevano.
Il futuro si srotolò davanti a Ponder Stibbons. I suoi occhi erano così luminosi che gli si appannarono gli oc-
chiali, ed avrebbe potuto rompere un foglio di carta. Oh, certo. . . cosa avrebbe potuto desiderare di meglio un
qualsiasi filosofo per natura? Aveva formulato le sue teorie, ora poteva metterle in pratica.
E questa volta sarebbe stato fatto correttamente. Al diavolo rovinare il suo futuro! Questo era ciò per cui il fu-
turo era fatto. Oh, era stato contro di lui a volte, era vero, ma era stato. . . beh, quando qualcun'altro pensava di
farlo. Ma ora aveva l'attenzione di un dio, e forse un po' di intelligenza avrebbe potuto essere applicata al
compito di creare l'intelligenza.
Per cominciare, avrebbe dovuto essere possibile mettere insieme il cervello umano in modo che le barbe lun-
ghe non sarebbero state associate alla saggezza, che i sarebbe invece creduta risiedere in quelli che erano gio-
vani e magrolini e avevano bisogno di occhiali per vedere da vicino durante il lavoro.

*
Nel corso della storia hanno chiamato "drongo" Scuotivento per due volte. Il mago probabilmente pensa che si tratti di
un complimento, ma in realtà in gergo australiano (o Icsiano) drongo significa idiota.

110
"E. . . lo ha già finito?" chiese, mentre salivano i gradini.
"In linea di massima, sì.", disse il dio. "Il mio più grande successo. Francamente, gli elefanti sembrano molto
fragili in confronto. Ma ci sono un sacco di piccoli dettagli che ancora restano da creare, se pensi di essere
all'altezza."
"Sarebbe un onore.", disse Ponder.
La nebbia blu era proprio di fronte a lui. A quanto si vedeva dalle scintille, qualcosa di molto importante stava
accadendo là.
"Ha dato loro tutte le istruzioni prima di lasciarli andare in giro?" disse, respirando a malapena.
"Poche e semplici." disse il dio. Agitò una mano rugosa, e la palla incandescente cominciò a contrarsi. "Per lo
più risolvono le cose da soli."
"Certo, naturalmente." disse Ponder. "E suppongo che se vanno male potremmo sempre metterli a posto con
alcuni comandi."
"Non è davvero necessario", disse il dio, quando la palla blu scomparve e rivelò l'apice della creazione. "Tro-
vo che le semplici istruzioni siano più che sufficienti. Sai. . .'Dirigetevi in luoghi bui', quel genere di cose. Là!
Non è perfetto? Che bel lavoro! Il sole si spegnerà, i mari si asciugheranno, ma questo sarà sempre lì, riesci a
seguire il- Ehilà? Ponder?"

Il Decano bagnò un dito e lo sollevò.


"Abbiamo il vento a tribordo" disse.
"Questo è un bene, vero?" disse il Sommo Algebrico.
"Potrebbe essere, potrebbe essere. Speriamo che ci porti su questo continente che ha menzionato. Sto diven-
tando nervoso riguardo alle isole."
Ridcully finì di tagliare lo stelo della barca e lo gettò in mare.
Nella parte superiore del pennone verde i fiori a forma di tromba cominciarono a tremare al vento. La vela-
foglia cigolò lentamente in una posizione diversa.
"Direi che questo è un miracolo della natura", disse il Decano, "se non avessimo appena incontrato la persona
che lo ha fatto. Questo rovina tutto."
Anche se i maghi non erano in genere avventurosi, riuscivano a capire che una parte vitale di ogni grande im-
presa è la garanzia di avere disposizioni adeguate, che è il motivo per cui la barca era notevolmente più pesan-
te in acqua.
Il Decano selezionò un sigaro naturale, lo accese, e fece una smorfia. "Non è il migliore" disse. "Piuttosto ver-
de."
"Dobbiamo solo lasciarlo maturare." disse Ridcully. "Cosa sta facendo, Sommo Algebrico?"
"Sto solo preparando un vassoietto per la signora Whitlow. Una piccola selezione."
I maghi guardarono verso la tenda grezza che avevano eretto verso la prua. Non che lei lo avesse chiesto. Era
semplicemente che lei aveva fatto qualche osservazione su quanto caldo fosse il sole, come avrebbe potuto fa-
re chiunque, ed improvvisamente i maghi si erano messi i bastoni tra le ruote come per fare a gara tra loro per
tagliare pali e tessere foglie di palma. Forse mai tanta fatica intellettuale venne spesa per la costruzione di un
ombrellone, che avrebbe potuto rappresentare l'oscillazione perfetta.
"Pensavo che fosse il mio turno di farlo." disse il Decano, freddamente.
"No, Decano, lei ha portato il succo di frutta, se si ricorda." disse il Sommo Algebrico, tagliando un dado di
formaggio in piccoli segmenti.
"E' stato solo un piccolo drink!" scattò il Decano. "Lei sta facendo un intero vassoio. Guardi, ha anche fatto
una composizione floreale nel guscio della noce di cocco!"

111
"Alla signora Whitlow piace questo genere di cose", disse il Sommo Algebrico con calma. "Ma lei ha detto
che aveva ancora un po' di caldo, quindi forse potrebbe sventolarla con una foglia di palma, mentre io sbuccio
questi chicchi d'uva per lei."
"Ancora una volta devo sottolineare l'ingiustizia elementare.", disse il Decano. "Agitare semplicemente una
foglia è un'attività molto umile rispetto alla rimozione delle bucce, e in effetti sarei un grado superiore al suo,
Sommo Algebrico."
"Davvero, Decano? Ed esattamente come fa a dirlo?"
"Non è la mia opinione, caro mio, è scritto nella struttura della Facoltà!'"
"E quale, precisamente?"
"E' diventato totalmente Tesoriere* ? Dell'Università Invisibile, naturalmente!"
25

"E dove è scritto, esattamente?" disse il Sommo Algebrico, ordinando con cura alcuni gigli in una piacevole
composizione.
"Santi numi, è. . . è. . ." il Decano agitò una mano in direzione dell'orizzonte, e la sua voce si spense mentre
alcuni ricordi di tempo e spazio si impossessavano di lui.
"La lascio pensare in pace, d'accordo?" disse il Sommo Algebrico, tirandosi in piedi sulle ginocchia ed alzan-
do il vassoio in modo reverenziale.
"La aiuto io!" gridò il Decano, alzandosi pesantemente in piedi.
"E' molto leggero, le assicuro che-"
"No, no, non posso farle fare tutto da solo!"
Entrambi, tenendo il vassoio con una mano e cercando di spingere l'altro via con la mano libera, barcollarono
in avanti, lasciando una scia di latte di cocco versato e petali.
Ridcully alzò gli occhi al cielo. Deve essere il caldo, pensò. Si voltò verso il Professore degli Studi Indefiniti,
che stava cercando di legare un piccolo ceppo ad un lungo bastone con un pezzo di rampicante.
"Stavo pensando", disse, "che tutti stanno diventando un po' pazzi, tranne me e lei. . . Ehm, che cosa sta fa-
cendo lì?"
"Mi stavo chiedendo se alla signora Whitlow avrebbe fatto piacere una partita di croquet." disse il Professore.
Agitò le sopracciglia in maniera cospiratoria.
L'Arcicancelliere sospirò e si allontanò lungo il ponte. Il Bibliotecario era tornato ad essere una sdraio adat-
tandosi alla vita di bordo, ed il Tesoriere era andato a dormire su di lui.
La grande foglia si mosse leggermente. Ridcully aveva la sensazione che le trombe verdi sull'albero stessero
fiutando.
I maghi erano già un po' lontani dalla riva, ma vide una colonna di polvere scendere dal sentiero. Si fermò sul-
la spiaggia e diventò un punto, che cadde in mare. La vela scricchiolò di nuovo, e sbatté quando il vento creb-
be.
"Ehilà laggiù!" gridò Ridcully.
La figura distante si agitò per un attimo e poi continuò a nuotare.
Ridcully riempì la pipa e guardò con interesse mentre Ponder Stibbons raggiungeva la barca.
"E' un eccellente nuotatore, se così posso dire." esclamò.
"Posso di salire a bordo, signore?" disse Ponder, galleggiando. "Potrebbe buttare giù un rampicante?"
"Ma certamente."
L'Arcicancelliere sbuffò una nuvola di fumo mentre il mago saliva a bordo.
"Ha fatto un tempo record su quella distanza, signor Stibbons."
"Grazie, signore." disse Ponder, gocciolando sul ponte.

*
La pazzia del Tesoriere è diventata così popolare che ad Ankh-Morpork essere Tesoriere è diventato sinonimo di essere
fuori di testa. N.d.T.

112
"E posso congratularmi con lei per essere adeguatamente vestito. Indossa il cappello a punta, che è la condi-
zione senza il quale un mago non può mostrarsi in pubblico."
"Grazie, signore."
"E' un bel cappello."
"Grazie, signore."
"Dicono che un mago senza il suo cappello è svestito, signor Stibbons."
"Così ho sentito dire, signore."
"Ma nel suo caso, devo sottolineare, ha il cappello ma è anche, in un senso molto concreto, svestito."
"Pensavo che la veste mi avrebbe rallentato, signore."
"E, mentre è bello vederla, Stibbons, anche se un po' di più di quello che avrei voluto vedere, mi domando la
ragione per cui è, di fatto, qui."
"Improvvisamente ho sentito che sarebbe stato ingiusto privare l'Università dei miei servizi, signore."
"Davvero? Un improvviso impeto di nostalgia per il vecchio alma mater, eh?"
"Può dirlo forte, signore."
Gli occhi di Ridcully brillarono dietro il fumo e, non per la prima volta, Ponder sospettò che l'uomo fosse, a
volte, più intelligente di quello che appariva. Non sarebbe stato poi così difficile.
L'Arcicancelliere si strinse nelle spalle, si tolse la pipa di bocca, e scandagliò il suo interno per rimuovere un
grumo particolarmente ostruttivo.
"Il costume da bagno del Sommo Algebrico è da qualche parte." disse. "Lo metterei, se fossi in lei. Ho il so-
spetto che offendere la signora Whitlow in questo momento la porterebbe ad essere impiccato. D’accordo? E
se c'è qualcosa di cui vuole parlare, la mia porta è sempre aperta."
"Grazie, signore."
"In questo momento, ovviamente, non ho una porta."
"Grazie, signore."
"La immagini come se fosse aperta, comunque."
"Grazie, signore."
Dopo tutto, pensò Ponder mentre scivolava via con gratitudine, i maghi dell'Università Invisibile erano sem-
plicemente matti. Nemmeno il Tesoriere era seriamente alienato.
Anche ora, se chiudeva gli occhi, vedeva ancora il Dio dell'Evoluzione raggiante e terribilmente felicemente
mentre lo scarafaggio si muoveva.

Scuotivento scosse le sbarre. "Non posso avere un processo?" gridò.


Dopo un po' una guardia vagò lungo il corridoio. "Vuoi un processo per cosa, amico?"
"Che cosa? Beh, chiamatemi Signor Scemo, ma potrei dimostrare che non stavo cercando di rubare delle
stramaledette pecore, no?" disse Scuotivento. "In realtà le stavo salvando. Se solo voi rintracciaste il ladro, ve
lo potrebbe dire anche lui!"
Il guardiano si appoggiò al muro e piantò le mani nella cintura. "Sì, beh, è molto divertente." disse, "ma, sai,
abbiamo cercato e cercato e messo su avvisi e tutto il resto, ma, cosa strana, ci crederesti che il bastardo non
ha avuto la decenza di farsi avanti? Ti fa disperare sul degrado della natura umana, eh?"
"Allora, cosa mi succederà?"
Il guardiano si grattò il naso. "Ti appenderemo per il collo fino a quando sarai morto, amico. Domani all'alba."
"Non potreste appendermi per il collo fino a quando sarò dispiaciuto?"

113
"No, amico. Devi essere morto."
"Santo cielo, era solo una pecora in fin dei conti!
La guardia sorrise ampiamente. "Ah, un sacco di uomini sono andati al patibolo dicendolo, in passato." disse
"E tu sei il primo ruba-pecore che abbiamo qui da anni. Tutti i nostri grandi eroi sono stati ruba-pecore. Stai
accumulando una gran folla."
"Baah!"
"Forse un gregge, anche." disse il guardiano.
"E un'altra cosa", disse Scuotivento. "Perché ci sono queste pecore nella mia cella?"
"Le prove, amico."
Scuotivento guardò le pecore. "Oh. Bene, non c’è problema, quindi."
La guardia si allontanò. Scuotivento si sedette sul letto.
Beh, poteva guardare il lato positivo, no? Questa era la civiltà. Non aveva visto gran parte di essa, essendo le-
gato sulla schiena di un cavallo e tutto il resto, ma quello che era stato in grado di vedere è che era piena di
solchi e di impronte e puzzava, come spesso fa la civiltà. Stavano per impiccarlo all'alba. Questo edificio era il
primo in pietra che aveva visto in questo paese. Avevano delle sentinelle, anche. Stavano per impiccarlo
all'alba. C'erano rumori di carri e persone che filtrano attraverso l'alta finestra. Stavano per impiccarlo all'alba.
Si guardò intorno nella cella. Sembrava che chi l'avesse costruita si fosse inspiegabilmente dimenticato di in-
cludere eventuali ed utili botole.
Botole. . . Ora c'era una parola a cui non aveva pensato.
Era stato in posti più selvaggi di questo. Molto, molto peggiori. E questo rendeva le cose peggiori, perché
aveva affrontato cose brutte, strane e magiche che improvvisamente sembravano molto più facili da contem-
plare del fatto che attualmente era detenuto in qualche cassa di pietra e all'alba alcune persone perfettamente
simpatiche, che gli sarebbero potute piacere se le avesse incontrate in un bar, lo avrebbero trascinato fuori e
fatto stare in piedi su un pavimento molto instabile con un collare molto stretto.
"Baah!"
"Sta' zitta."
"Baah?"
"Non potevi farti un bagno o un tuffo o qualcosa del genere? C’è un odore po' agricolo qui."
Il muro, notò, ora che i suoi occhi si erano abituati al buio, era coperto di scarabocchi, ed in particolare quelle
piccole linee di conteggi cancellate disegnate da prigionieri che stavano contando i giorni. Stavano per impic-
carlo all'alba, e in effetti quello era un lavoretto che non avrebbe dovuto. . . Zitto, zitto.
Ora si avvicinò a guardare più da vicino, la maggior parte dei conteggi si fermava ad uno.
Si sdraiò con gli occhi chiusi. Certo che si sarebbe salvato, si era sempre salvato. Anche se, a pensarci adesso,
sempre in circostanze che lo mettevano in una situazione di pericolo molto più grande di quella della cella di
una prigione.
Beh, era stato varie celle. C'erano modi per gestire queste cose. La cosa importante era essere diretti. Si alzò e
sbatté sulle barre fino a quando il secondino vagò lungo il corridoio.
"Sì, amico?"
"Voglio solo mettere in chiaro le cose", disse Scuotivento. "Non è che ho molto tempo da perdere, va bene?"
"Sì?"
"C'è qualche possibilità che tu possa cadere addormentato su una sedia di fronte a questa cella con le chiavi
completamente esposte su un tavolo di fronte a te?"
Guardarono il corridoio vuoto. "Dovrei avere qualcuno che mi aiuti a portare un tavolo qui." disse dubbioso il
guardiano. "Non credo che possa succedere, amico. Mi dispiace."
"Giusto. Bene." Scuotivento pensò per un momento. "Bene. . . E' probabile che la mia cena possa essere porta-
ta da una giovane donna con, e questo è importante, con un vassoio coperto da un panno?"

114
"No, perché sono io che mi occupo della cucina."
"Giusto."
"Pane e acqua sono le mie specialità."
"Bene, solo un controllo."
"E quella roba marrone appiccicosa che hanno portato con te è buonissima sul pane, amico."
"Fai pure."
"Posso sentire le vitamine ed i minerali che mi ricaricano di roba buona."
" Non c’è problema. Ora. . . ah, sì. La lavanderia. Ci sono grandi cesti per la biancheria in giro, che vengono
allegramente gettati lungo uno scivolo per il mondo esterno?"
"Mi dispiace, amico. C'è una vecchia lavandaia che viene a ritirarli."
"Davvero?" Scuotivento si illuminò. "Ah, una lavandaia. Una grande signora, vestito ingombrante, forse in-
dossa un cappuccio che può essere tirato giù per coprire buona parte del volto?"
"Sì, più o meno."
"Bene, ed è per caso-?"
"È la mia mamma", disse il guardiano.
"Bene, bene. . ."
Si guardarono l'un l'altro.
"Mi dispiace per quella storia di coprirsi il volto..." disse Scuotivento. "Spero che non ti sia dispiaciuto se l’ho
chiesto."
"Buon dio, no! Non c’è problema! Lieto di aiutarti. Stai già elaborando quello che dirai sul patibolo, vero? E'
solo che alcuni degli scrittori di ballate lo vorrebbero sapere, se non ti dispiace."
"Ballate?"
"O si. Ce ne sono tre finora e mi sa che ce ne saranno dieci già domani."
Scuotivento alzò gli occhi. "Quanti di loro hanno messo "Too-ra loo-ra loo-ra eccetera" nel coro?" chiese.
"Tutti."
"Oh, déi. . ."
"E non ti dispiace se cambiamo il tuo nome, vero? E' solo che dicono che 'Scuotivento' è un po' difficile per
far animare un verso. 'Il brigante dei cespugli, Scuotivento era il suo nome. . .' Suona male..."
"Beh, mi dispiace. Forse è meglio che mi lasciate andare, allora?"
"Ah, ci hai provato. Ora, se vuoi un consiglio, tieniti corto quando sarai sul patibolo." disse il guardiano. "Le
migliori Ultime Parole Famose sono le più brevi. Qualcosa di semplice generalmente funziona meglio. Vacci
piano con le imprecazioni."
"Ascolta, tutto ciò che ho fatto è stato rubare una pecora! E non l'ho nemmeno fatto! Perché siete tutti così en-
tusiasti?" disse Scuotivento disperatamente.
"Oh, è un crimine molto grave, rubare le pecore", disse il guardiano allegramente. "Tocca una certa corda. Un
piccolo uomo che combatte contro le forze di un'autorità brutale. Alla gente piace. Sarai ricordato in racconti e
canzoni, specialmente se te ne esci fuori con delle belle Ultime Parole Famose, come ho già detto." Il guardia-
no tirò su la sua cintura. "A dire la verità, un sacco di gente in questi giorni non ha nemmeno visto una danna-
ta pecora, ma sentire che qualcuno ne ha rubata una li fa sentire dei veri Icsiani. Ed anch'io sono contento di
avere in cella un criminale come si deve, invece di tutti quei dannati politici."
Scuotivento si sedette di nuovo sulla cuccetta, con la testa tra le mani.
"Naturalmente, una fuga in piena regola sarebbe bella quasi quanto un'impiccagione." disse il guardiano, alla
maniera di qualcuno che cerca di sollevare lo spirito di qualcun'altro.
"Davvero." disse Scuotivento.
"Non ti sei chiesto se la piccola grata nel pavimento conduce nelle fogne?" chiese la guardia.

115
Scuotivento la guardò tra le dita. "No?"
"Infatti noi non abbiamo delle fogne."
"Grazie. Sei stato molto utile."
La guardia iniziò a passeggiare di nuovo, fischiettando.
Scuotivento si sdraiò sulla cuccetta e chiuse gli occhi di nuovo.
"Baah!"
"Sta' zitta."
"Scusami, amico. . ."
Scuotivento gemette e si sedette di nuovo. Questa volta la voce proveniva dalla piccola, alta, finestrella sbarra-
ta.
"Sì, che cosa c'è?"
"Per caso ti ricordi, quando sei stato catturato. . .?"
"Beh? E allora?"
"Ehm. . . sotto che tipo di albero eri?"
Scuotivento guardò lo stretto quadrato blu che un prigioniero chiama cielo.
"Che razza di domande fai?"
"E' per la ballata, vedi? Solo che sarebbe utile se si trattasse di un nome con tre sillabe. . ."
"Come faccio a saperlo? Non mi ero fermato per una lezione di botanica!"
"D'accordo, d'accordo, va bene lo stesso." disse l'oratore nascosto. "Ma ti dispiacerebbe dirmi cosa stavi fa-
cendo poco prima di rubare le pecore?"
"Non ho rubato le pecore!"
"Giusto, giusto, va bene. . . Che cosa stavi facendo poco prima di non rubare le pecore. . .?"
"Non lo so, non mi ricordo!"
"Stavi bollendo la tua brodaglia, per caso?"
"Non dico niente! Nel modo in cui parlate voi, potrebbe significare qualsiasi cosa!"
"Vuol dire cuocere qualcosa in una lattina."
"Oh. Beh, sì, lo stavo facendo, allora."
"Grandioso!" a Scuotivento parve di udire il suono di scarabocchi. "Peccato che non sei morto, alla fine, ma
stai per essere impiccato, quindi è tutto a posto. Ho una bella melodia per questa ballata, non riesci a non fi-
schiettarla. . . Beh, naturalmente tu ci riuscirai, non c’è problema."
"Grazie mille."
"Scommetto che potresti diventare famoso come Ned Testadilatta, amico."
"Davvero?" Scuotivento andò a coricarsi di nuovo sulla sua cuccetta.
"Già. Lo avevano rinchiuso in questa cella, dove sei tu, in effetti. E fuggiva sempre. Non si sa come, dato che
quella è una serratura stramaledettamente buona e le sbarre non si piegano. Diceva che non potevano costruire
un carcere dal quale non sarebbe evaso."
"Era un tipo magro?"
"No."
"Quindi aveva una chiave o qualcosa."
"No. Devo andare ora, amico. Oh, sì, già che mi ricordo. Ehm, pensi che il tuo fantasma potrà essere ascoltato
se le persone passano per il billybong, o no?"
"Che cosa?"
"Sarebbe utile se lo potessi fare. E' un buon ultimo verso. Roba forte."
"Non lo so!"
"Be-eh, lo dirò lo stesso, va bene? Nessuno avrà intenzione di andare a controllare."

116
"Non lasciare che ti trattenga, allora."
"Bene. Avrò questi canovacci stampati in tempo per l'impiccagione, non ti preoccupare per quello."
"Non lo farò." Scuotivento si distese. Di nuovo questo Ned Testadilatta. Era solo uno scherzo, poteva capirlo.
Era una specie di tortura, dirgli che qualcuno fosse riuscito a fuggire da una cella come questa. Volevano che
corresse ad agitare le sbarre e cose così, ma anche lui poteva vedere che erano ben fissate e molto pesanti e la
serratura era più grande della sua testa.
Si era di nuovo sdraiato sulla cuccetta quando il secondino tornò.
C'erano un paio di uomini con lui. Scuotivento era abbastanza sicuro che non ci fossero troll qui, perché pro-
babilmente era troppo caldo per loro ed in ogni caso non ci sarebbe stato abbastanza spazio per loro sulle assi
di legno, con tutti quei cammelli, ma questi uomini sicuramente avevano lo sguardo di pietra di uomini che
occupano il tipo di lavoro in cui l'unica domanda all'esame di ammissione è 'Qual è il tuo nome?' e rispondono
in modo corretto al terzo tentativo.
Il secondino sfoggiava un largo sorriso e portava un vassoio. "Ho una bella cenetta per te." disse.
"Io non vi dirò niente, non importa quanto mi date da mangiare." lo avvertì Scuotivento.
"Questo ti piacerà." lo esortò il guardiano, spingendo il vassoio in avanti. C'era una ciotola coperta su di esso.
"L'ho fatto in via speciale per te. E' una specialità locale, amico."
"Credevo che avessi detto che pane ed acqua fosse il tuo piatto forte."
"Be', sì. . . ma sono bravo anche in questo comunque. . ."
Scuotivento osservò cupamente quando il secondino sollevò il coperchio.26 Sembrava abbastanza inoffensiva,
ma lo sembravano spesso.
Era, di fatti, come-
"Zuppa di piselli?" disse.
"Già."
"Quelle verdure legumose? Dentro i baccelli?"
"Già."
"Volevo solo essere sicuro su questo punto."
"Non c’è problema."
Scuotivento guardò la grumosa superficie verde. Era possibile che qualcuno avesse inventato una specialità
locale commestibile?
E poi qualcosa si alzò dalle profondità. Per un momento Scuotivento pensò che fosse un piccolo squalo. Salì
verso la superficie e poi tornò di nuovo giù, mentre la zuppa traboccò dalla ciotola.
"Che cos' era quello?"
"Pasticcio di carne galleggiante." disse il guardiano. "Pasticcio di carne galleggiante in zuppa di piselli. La
miglior stramaledettissima cena sulla terra, amico."
"Ah, cena." disse Scuotivento, mentre la consapevolezza metteva radici. "Questa è un'altra di quelle idee-da-
tarda-notte, dopo-il-pub, giusto? E che tipo di carne c'è dentro? No, dimentica quello che ho detto, è una do-
manda stupida. Conosco questo tipo di cibo. Se ti chiedi: 'Che tipo di carne c'è dentro?' sei troppo sobrio. Mai
provato spaghetti e crema pasticcera?"
"Si possono cospargere di cocco?"
"Probabilmente."
"Grazie, amico, li proverò sicuramente." disse il guardiano. "Ho anche qualche altra buona notizia per te."
"Mi lasciate andare?"'

26
Qualsiasi esperto viaggiatore impara presto ad evitare qualsiasi cosa che gli venga proposta come 'specialità locale',
perché tutto ciò che il termine significa è che il piatto è così sgradevole che le persone che vivono altrove assaggerebbero
le proprie gambe piuttosto che mangiarlo. Ma gli oste tendono ad offrirlo comunque agli ospiti: 'Avanti, serviti pure della
testa di cane con ripieno di cavolo tritato e naso di maiale- è una specialità locale.'

117
"Oh, non vorresti andartene, non un mascalzone incallito come te. Nah, Greg e Vince qui torneranno più tardi
per metterti ai ferri." Si fece da parte. Gli uomini a forma di parete erano in possesso di un pezzo di catena,
diverse catenelle ed un piccola palla, dall'aspetto molto, molto pesante.
Scuotivento sospirò. Una porta si chiude, pensò, e un'altra porta ti sbatte in faccia. "Questo è un bene, è vero?"
disse.
"Oh, avrai un versetto extra per questo, di sicuro." disse il guardiano. "Nessuno è stato appeso con del ferro
dai tempi di Ned Testadilatta."
"Pensavo che non ci fosse una prigione che lo potesse contenere." disse Scuotivento.
"Oh, poteva uscirne", disse il guardiano. "è solo che non poteva correre molto lontano."
Scuotivento guardò la sfera di metallo. "Oh, déi. . ."
"Vince chiede quanto pesi, perché deve aggiungere le catene in base al tuo peso per ottenere la giusta caduta.",
disse il guardiano.
"Che importa?" disse Scuotivento con voce cupa. "Voglio dire, muoio ogni caso, no?"
"Sì, non devi preoccuparti, ma se si sbaglia, vedi, finisci con un collo di sei metri di lunghezza o, questo ti farà
ridere, la tua testa volerebbe via come il tappo di uno spumante."
"Oh, bene."
"Con Larry il Farabutto abbiamo dovuto cercare sul tetto tutto il pomeriggio!"
"Meraviglioso. Tutto il pomeriggio, eh?" disse Scuotivento. "Beh, non avrete questo problema con me. Io sarò
altrove mentre mi impiccherete."
"Questo è quello che ci piace sentire!" disse il guardiano, dandogli allegramente di gomito. "Un lottatore fino
alla fine, eh?"
Ci fu un ruggito dal signor Vince.
"E Vince dice che sarebbe molto onorato se gli sputassi in un occhio mentre ti mette la corda attorno il collo."
continuò la guardia. "Dice che sarà qualcosa da mostrare ai sua nipoti-"
"Volete andare tutti via, per favore!" gridò Scuotivento.
"Ah, hai voglia un po' di tempo per progettare la tua fuga." disse il guardiano con consapevolezza. "Non c’è
problema. Ti lasceremo solo, allora."
"Grazie."
"Fino alle 5:00 circa."
"Bene." disse cupo Scuotivento.
"Hai richieste per la tua ultima colazione?"
"Qualcosa che richieda davvero molto tempo per essere preparata?" disse Scuotivento.
"Questo è lo spirito!"
"Andate via!"
"Non c’è problema."
Gli uomini camminarono fuori, ma la guardia tornò indietro dopo un po', come se avesse qualcosa in mente.
"C'è qualcosa che dovresti sapere riguardo l'impiccagione, però." disse. "Potrebbe illuminarti."
"Sì?"
"Abbiamo una speciale tradizione umanitaria se la botola fa cilecca tre volte."
"Sì?"
"Suona un po' strano, ma è successo una volta o due volte, che tu ci creda o no."
Un piccolo germoglio verde sbocciò dai rami anneriti della speranza.
"Ed in che cosa consiste la tradizione?" chiese Scuotivento.
"E' a causa di essa che ci siamo accorti che sarebbe senza cuore far restare un uomo lì in piedi più di tre volte,
sapendo che da un momento all'altro il suo-"

118
"Sì, sì-"
"-e poi tutto il suo-"
"Sì-"
"-e la parte peggiore per me è quando il tuo-"
"Sì, ho capito! E così. . . dopo la terza volta. . .?"
"Lo mettiamo di nuovo nella sua cella mentre aspettiamo che un falegname ripari la botola." disse il guardia-
no. "Gli diamo anche la sua cena, se occorre un lungo periodo di tempo."
"E?"
"Be', quando il falegname l'ha riparata come si deve, lo portiamo fuori di nuovo e lo impicchiamo." Vide l'e-
spressione di Scuotivento. "Non c'è bisogno di guardarmi in quel modo, è meglio che dover stare in piedi al
freddo per tutta la mattina, non è vero? Non sarebbe bello."
Quando se ne fu andato, il mago si sedette e fissò il muro.
"Baa!"
"Sta' zitta."
Così era tutto finito, allora. Solo una breve nottata e poi, se questi pagliacci l’avrebbero fatta franca, la gente
felice avrebbe vagato per le strade cercando dove sarebbe finita la sua testa. Non c'è giustizia!
'GIORNO, AMICO.
"Oh, no. Per favore."
PENSAVO SOLO CHE SAREI DOVUTO ENTRARE NELLO SPIRITO DELLA FACCENDA. GENTE
DAVVERO CONVIVIALE, NON E' VERO? disse Morte. Era seduto accanto a Scuotivento.
"Non riesci ad aspettare, non è così?" disse Scuotivento amaramente.
NON MI PREOCCUPEREI.
"Quindi questa è davvero la fine, allora. Dovevo salvare questo paese, lo sai. E devo davvero morire-"
OH, SI. TEMO CHE SIA COSÌ.
"E' la stupidità di tutto questo che mi fa arrabbiare. Voglio dire, penso a tutte le volte che ho rischiato di mori-
re in passato. Potrei esser stato bruciato vivo dai draghi, giusto? O mangiato da cose enormi con tentacoli. O
anche rischiato che ogni singola particella del mio corpo fosse volata via in una direzione diversa."
HAI CERTAMENTE AVUTO UNA VITA INTERESSANTE.
"E' vero che la vita passa davanti agli occhi prima di morire?"
SI.
"E' un pensiero orrendo, in realtà." Scuotivento rabbrividì. "Oh, déi, ne ho appena avuto un altro. Supponiamo
che io stia per morire e questa è tutta la mia vita che passa davanti ai miei occhi?"
PENSO CHE TU NON ABBIA CAPITO. L'INTERA VITA DELLE PERSONE PASSA DAVANTI AI LO-
RO OCCHI PRIMA CHE MUOIANO. QUESTO PROCESSO E' CHIAMATO 'VIVERE'. VUOI UN GAM-
BERO?
Scuotivento guardò il secchio in braccio a morte. "No, grazie. Davvero non credo di volerlo. Potrebbero essere
piuttosto mortali. E devo dire che è un po' troppo cattivo da parte tua che tu venga qui a gongolare e mangiare
gamberi davanti a me."
CHIEDO SCUSA?
"Solo perché mi impiccheranno all'alba, voglio dire."
DAVVERO? ALLORA SONO ANSIOSO DI SENTIRE COME SEI SCAPPATO. DEVO INCONTRARE
UN UOMO IN...IN...le orbite di Morte brillarono mentre interrogava la sua memoria. AH, SÌ. . . ALL'IN-
TERNO DI UN COCCODRILLO. DIVERSE MIGLIA LONTANO DA QUI, CREDO.
"Che cosa? Allora perché sei qui?"
OH, HO PENSATO CHE FORSE TI AVREBBE FATTO PIACERE VEDERE UN VOLTO AMICHEVO-
LE. ED ORA CREDO CHE FAREI MEGLIO AD ANDARE. Morte si alzò. ÈUNA CITTÀ DAVVERO

119
PIACEVOLE SOTTO MOLTI ASPETTI. PROVA AD ANDARE AL TEATRO DELL'OPERA, MENTRE
SEI QUI.
"Un attimo. . . Voglio dire, aspetta, mi hai detto che morirò sicuramente!"
LO FANNO TUTTI. ALLA FINE.
Il muro si aprì e si chiuse intorno a Morte come se non ci fosse, il che era, dal suo ampio punto di vista, vero.
"Ma come? Non posso camminare attraverso-" iniziò Scuotivento.
Si sedette di nuovo. Le pecore si rannicchiarono in un angolo.
Scuotivento guardò l'incontaminata torta di carne galleggiante e la pungolò. Affondò lentamente sotto la zup-
pa verde acceso.
I suoni della città filtrarono dentro.
Dopo un po' la torta risorse come un continente dimenticato, mandando una piccola onda traboccante contro il
bordo della ciotola.
Scuotivento si sdraiò sulla sottile coperta e fissò il soffitto.
Qualcuno aveva scritto anche su quello. Infatti. . .

'Giorno Mat. Guarda le cirniere. Ned.'

Lentamente, come se fosse sollevato da fili invisibili, Scuotivento si voltò e guardò la porta.
Le cerniere erano enormi. Non erano avvitate nel telaio della porta in modo che alcuni prigionieri intelligenti
le avrebbero potute svitare. Erano enormi ganci di ferro, martellati nella pietra stessa, in modo che due pesanti
anelli saldati alla porta si sarebbero potuti infilare proprio dentro di loro. Di cosa parlava l'uomo?
Si avvicinò ed esaminò la serratura da vicino. Aveva incastrata una barra metallica enorme nel telaio su un la-
to e sembrava piuttosto intoglibile.
Scuotivento fissò la porta per qualche tempo. Poi si strofinò le mani e, stringendo i denti, cercò di sollevare la
porta sul lato delle cerniere. Sì, c'era spazio appena sufficiente. . .
Era possibile sollevare gli anelli dagli uncini.
Quindi, se tiravi un po' e davi una ginocchiata traballante, in questo modo avresti potuto tirare la cerniera della
serratura fuori dal suo buco e l'intera porta nella cella.
E poi un uomo poteva sgattaiolare fuori e con attenzione riappendere di nuovo la porta e allontanarsi tranquil-
lamente.
E questo, pensò Scuotivento manovrando con cura la porta sulle cerniere, era esattamente ciò che una persona
stupida avrebbe fatto.
In momenti come questo la codardia era una scienza esatta. C'erano momenti che necessitavano di insensato,
terrorizzato e pieno panico, e tempi che necessitavano di misurato, considerato e pensieroso panico. In questo
momento si trovava in un luogo sicuro. Era, certamente, la sua cella di morte, ma il punto era che forse era
l'unico posto in questo paese dove nulla di male gli sarebbe accaduto per un po'. Gli Icsiani non sembravano il
tipo di persone che si rivolgevano alla tortura, anche se era sempre possibile che avrebbero potuto fargli man-
giare ancora un po' del loro cibo.
Quindi, per il momento, aveva tempo. Tempo di pianificare in anticipo, di prendere in considerazione la sua
prossima mossa, di applicare il suo intelletto al problema in questione.
Fissò il muro per un momento, e poi si alzò e afferrò le sbarre.
Bene. Era stato abbastanza facile. Ora si trattava di correre a gambe levate.

120
Il ponte verde della barca-melone era stato diviso in una sezione maschile ed una femminile, per motivi di de-
coro. Questo significava che la maggior parte del ponte era occupata dalla signora Whitlow, che aveva passato
un sacco di tempo a prendere il sole dietro una cortina. La sua privacy era assicurata dai maghi stessi, dal
momento che almeno tre di loro avrebbero probabilmente ucciso tutti gli altri che avessero osato avventurarsi
nel giro di dieci metri dalle foglie di palma.
C'era sicuramente quella che la zia di Ponder, che lo aveva cresciuto, avrebbe chiamato Atmosfera.
"Penso ancora che dovrei salire sull'albero", protestò.
"Ah! Un guardone, eh?" ringhiò Sommo Algebrico.
"No, penso solo che sarebbe una buona idea per vedere dove sta andando la barca." disse Ponder. "Ci sono al-
cune grandi nuvole nere davanti a noi."
"Bene, avremo a che fare con la pioggia." scattò il Professore degli Studi indefiniti.
"In questo caso, sarò onorato di costruire alla signora Whitlow un adeguato riparo." disse il Decano.
Ponder tornò a poppa, dove l'Arcicancelliere stava pescando con espressione cupa.
"Onestamente, si potrebbe pensare che la signora Whitlow sia l'unica donna al mondo." disse.
"Pensa che lo potrebbe essere?" disse Ridcully.
La mente di Ponder correva, e colpì alcuni dossi orribili nella sua immaginazione. "Sicuramente no, signore!"
disse.
"Non lo sappiamo, Ponder. Ma guardi il lato positivo. Potremmo essere tutti annegati."
"Ehm. . . signore? Ha guardato l'orizzonte?"

La tempesta eterna era lunga 7.000 miglia, ma larga solo un miglio, una grande massa d'aria ribollente ed infu-
riata, che girava attorno all'ultimo continente come una famiglia di volpi che circondano un pollaio. Le nuvole
erano accumulate lungo tutta la strada fino al bordo dell'atmosfera - ed erano nuvole antiche, nuvole che si
erano arrotolate intorno al loro torturato percorso per anni, acquisendo personalità ed odio e, soprattutto, ten-
sione.
Non era una tempesta, era una battaglia. Mere burrasche, a poche centinaia di miglia di distanza, combatteva-
no tra di loro all'interno della parete di nuvole. Fulmini si biforcavano di nube in nube, la pioggia cadeva e ba-
lenava in vapore a mezzo miglio da terra.
L'aria brillò.
E sotto, emergendo dal mare delle potenzialità in un temporale così fragoroso che non era che un mare in di-
scesa, salì l'ultimo continente.

Sulla parete della cella deserta del Carcere di Bugarup, tra i graffi ed i disegni oblunghi ed i conteggi degli ul-
timi giorni di un uomo, un disegno di una pecora diventò un disegno di un canguro e poi svanì completamente
nella pietra.

"E allora?" disse il Decano. "Ci preoccupiamo per un po' di vento?"


La linea grigia riempiva l'immediato futuro come un appuntamento dal dentista.

121
"Penso che potrebbe essere molto peggio." disse Ponder.
"Bene, timoniamo altrove, allora."
"Non c'è il timone, signore. E noi non sappiamo dove sia 'altrove'. E siamo a corto di acqua in ogni caso."
"Non si dice che un grande banco di nuvole significa che c'è terra davanti a noi?" disse il Decano.
"Una terra dannatamente grande, allora. IcsIcsIcsIcs, pensate?"
"Lo spero, signore." Sopra Ponder, la vela sbatteva e si gonfiava. "Il vento si sta raffreddando, signore. Penso
che la tempesta stia risucchiando l'aria. E. . . c'è qualcos'altro, credo. Vorrei non aver lasciato il mio taumome-
tro sulla spiaggia, signore, perché penso che ci sia un alto livello di potenziale magico in quest'area."
"Che cosa glielo fa pensare, ragazzo?" disse il Decano.
"Beh, per prima cosa tutti sembrano essere un po' tesi, ed i maghi tendono a diventare stro- a diventare perma-
losi in presenza di grandi quantità di magia." disse Ponder. "Ma i miei sospetti sono iniziati quando il Tesorie-
re ha sviluppato quei pianeti."
Ce n'erano due, che orbitavano attorno alla sua testa ad un'altezza di pochi centimetri. Come spesso accade
con i fenomeni magici, possedevano irrealtà virtuale e passavano indenni attraverso di lui e l'un l'altro. Erano
leggermente trasparenti.
"Oh la cara, vecchia Sindrome di Mugroop." disse Ridcully. "Manifestazione cerebrale. Meglio di un canarino
in una miniera di carbone, un segno del genere."
Una piccola parte di sub-routine nella testa di Ponder iniziò un breve conto alla rovescia.
"Ricordate il vecchio 'Acciacco' Bird?" disse il Professore degli Studi indefiniti. "Lui-"
"Tre! No, ovviamente non lo ricordo. Dica pure!" si sentì ringhiare Ponder, più forte di quanto non avrebbe
desiderato anche se avesse voluto dar voce ai suoi pensieri.
"In effetti lo farò, signor Stibbons.", disse il Professore con calma. "Era molto sensibile ai forti campi magici,
e se la sua mente vagava, come avrebbe potuto fare quando stava sonnecchiando, a volte intorno alla sua testa
spuntavano, hehehe, spuntavano questi piccoli-"
"Sì, certo.", disse Ponder, in fretta. "Dovremo stare molto attenti e tenere gli occhi aperti per i comportamenti
insoliti."
"Tra maghi?" disse Ridcully. "Signor Stibbons, un comportamento insolito è perfettamente normale per i ma-
ghi."
"Per chi esce dal personaggio, allora!" gridò Ponder. "Chi pala seriamente per due minuti di fila, forse! Chi
agisce come una normale persona civile, invece di un branco di idioti del villaggio ego riferiti!"
"Stibbons, non è da lei usare quel tono." disse Ridcully.
"Questo è quello che voglio dire!"
"Senta, Mustrum, ci vada piano con lui, siamo tutti sotto stress." disse il Decano.
"Lo sta facendo!" gridò Ponder, puntando un dito tremante. "Il Decano normalmente non è mai gentile! Ora è
aggressivamente ragionevole!"

Gli storici hanno sottolineato che è in tempi di abbondanza che le persone vanno in guerra. In tempi di carestia
cercano semplicemente di trovare abbastanza da mangiare. Quando hanno appena di che vivere, tendono ad
essere educati. Ma quando un banchetto si sviluppa prima di loro, è il momento di discutere sulle regolazioni
del posto.27
E l'Università Invisibile, come anche maghi avevano realizzato in qualche luogo appena sotto il livello supe-
riore delle loro menti, esisteva non per alimentare la magia ma, in modo molto modo creativo, per sopprimer-
la. Il mondo aveva visto quello che era successo quando i maghi avevano messo le mani su enormi quantità di

27
In realtà è opinione degli storici più attenti, in particolare quelli che hanno trascorso del tempo nello stesso bar dei fisi-
ci teorici, che la totalità della storia umana è da considerarsi come una sorta di pellicola cinematografica inceppata. Tutte
quelle guerre, tutte quelle carestie causate da una maligna stupidità, tutta quella determinata ed insensata ripetizione.

122
potere magico. Era accaduto molto tempo fa e c'erano ancora alcune aree in cui non dovevi andare se volevi
uscire con lo stesso tipo di piedi che avevi quando eri entrato.
C'era una volta in cui il plurale di 'mago' era 'guerra'.
Ma il grande, aperto, geniale scopo dell'UI doveva essere il peso sul braccio della magia, facendolo oscillare
con la grave maestà di un pendolo, piuttosto che girare con uno scopo mortale come una mazza chiodata. In-
vece di lanciare palle di fuoco l'uno contro l'altro da torri fortificate, i maghi avevano imparato a smentire i lo-
ro colleghi circa l'interpretazione del verbale del Consiglio di Facoltà, e molto tempo fa si erano stupiti di sco-
prire che riuscivano ottenere un divertimento ugualmente vizioso. Consumavano grandi cene, e dopo un otti-
mo pasto ed un buon sigaro anche il più rabbioso Signore Oscuro è incline a mettere i piedi a terra e sentirsi
amichevole verso il mondo, soprattutto se gli viene offerto un altro brandy. E lentamente, per gradi, assorbiro-
no il più importante potere magico di tutti, che è quello che induce a smettere di utilizzare tutti gli altri.
Il guaio è che è facile astenersi dai dolci quando non stai in piedi fino alle ginocchia nella melassa e non piove
zucchero.

"Sembra di fatto esserci un certo. . . sapore nell'aria." disse il Docente di Rune Recenti. "La magia sa di latta."
"Aspettate un momento." disse Ridcully. Allungò una mano, aprì uno dei tanti cassetti del suo cappello, e ne
estrasse un cubo di vetro verdastro.
"Ecco qui." disse, consegnandolo a Ponder.
Ponder prese il taumometro e sbirciò dentro.
"Io non ne ho mai usato uno." disse Ridcully. "Bagnarsi un dito e tenerlo alto è sempre stato meglio, per me."
"Non funziona" disse Ponder, toccando il taumometro mentre la nave beccheggiava sotto di loro "L'ago è. . .
Oow!"
Lasciò cadere il cubo, che si sciolse prima di aver colpito il ponte.
"Questo è impossibile!" disse. "Queste cose arrivano fino ad un milione di taum!"
Ridcully leccò il dito e lo sollevò. Si sprigionò un alone di viola ed ottarino.
"Sì, infatti." disse.
"Non c'è più così tanta magia in giro!" gridò Ponder.
C'era una tempesta anche dietro la barca ora. Davanti, il muro della burrasca si ampliò e sembrò diventare
molto più nero.
"Quanta magia ci vuole per creare un continente?" chiese Ridcully.
Guardarono le nuvole. E più in alto.
"Dovremmo rinforzare meglio i boccaporti." disse il Decano.
"Non abbiamo dei boccaporti."
"Rinforzare la signora Whitlow, almeno. E portare il Tesoriere ed il Bibliotecario in salv-"
E colpirono la tempesta.

Scuotivento finì in un vicolo e pensò che in fondo era stato in carceri ben peggiori.
Gli Icsiani erano molto cordiali, quando non erano ubriachi o cercavano di ucciderti o entrambe le cose. Quel-
lo che Scuotivento cercava in un buon carcere erano guardie che, invece di rovinare la notte di tutti aggirando-
si per i corridoi, si riunivano in una stanza con un paio di lattine ed un mazzo di carte e si rilassavano. Le
avrebbe rese molto più. . . amichevoli. E, ovviamente, più facili da oltrepassare nella fuga.

123
Si girò - e c'era il canguro, grande e luminoso e delineato contro il cielo. Scuotivento si ritrasse per un attimo e
poi si rese conto che non era altro che un cartello pubblicitario sul tetto di un edificio piuttosto lontano e più in
basso sulla collina.
Qualcuno aveva appiccicato lampade e specchi sotto di esso. Aveva un cappello in testa, con alcuni fori stupi-
di per le sue orecchie sporgenti, e indossava pure un giubbotto, ma era certamente il canguro. Nessun’altro
canguro avrebbe potuto sogghignare in quel modo.
Ed era in possesso di una lattina di birra.
"E tu da dove sei sbarcato, riccioletto?" disse una voce alle sue spalle.
Era una voce molto familiare. Aveva una sorta di lagna adulante nel tono. Era una voce che continuava a
guardarti con la coda degli occhi ed era sempre pronta ad eludere. Era una voce che avresti potuto utilizzare
per aprire una bottiglia di lamenti.
Si voltò. E la figura di fronte a lui, ad eccezione di alcuni dettagli, era familiare come la voce.
"Non puoi essere Dibbler." disse Scuotivento.
"Perché no?"
"Perché- Beh, come sei arrivato qui?"
"Che cosa? Sono appena venuto da Berk Street." disse la figura. Aveva un largo cappello, pantaloncini larghi
e larghi stivali, ma sotto ogni altro aspetto era l'esatta copia di un uomo che, ad Ankh-Morpork, era sempre lì
dopo che i pub avevano chiuso per vendere uno dei suoi speciali pasticci di carne. La teoria di Scuotivento era
che ci fosse un Dibbler ovunque.
Sospeso dal collo di questo, c'era un vassoio. Sul fronte del vassoio c'era scritto 'Cafè de'piè da Dibbler'.
"Penso che dovrei arrivare in tempo al carcere, di buon passo." disse Dibbler. "Mette sempre appetito alla fol-
la, una buona impiccagione. Può interessarti qualcosa, amico?"
Scuotivento guardò la fine del vicolo. Le strade erano piuttosto trafficate. Mentre guardava, un paio di guardie
passeggiò vicino a lui.
"Tipo cosa?" disse sospettoso, indietreggiando nell'ombra.
"Ho delle buone ballate sul famoso fuorilegge che stanno per impiccare. . .?"
"No, grazie."
"Un souvenir del pezzo di corda con cui lo impiccheranno? Autentico!"
Scuotivento guardò il breve pezzo di corda spessa che gli veniva sventolata davanti con speranza.
"Qualcuno potrebbe dire che assomiglia molto ad una corda da bucato." disse.
Dibbler diede alla stringa uno sguardo di estremo interesse. "Ovviamente l'abbiamo dovuta sbrogliare un po',
amico." disse.
"E alcune persone potrebbero trovare da ridire sul fatto che qualcuno possa, filosoficamente parlando, vendere
pezzi di corda prima dell'impiccagione?"
Dibbler fece una pausa, il suo sorriso non si mosse.
Poi disse: "E' una corda, giusto? Canapa di tre quarti di pollice, la solita roba. Autentica. Probabilmente anche
dello stesso cordaio. Andiamo, un'occasione è tutto ciò che voglio* . Probabilmente si tratta di un colpo di pu-
28

ra fortuna che questo non sia il pezzo che andrà intorno al suo collo."
"Questo è solo un centimetro di spessore. Senti, riesco a vedere l'etichetta. Dice 'Corde da bucato di Hill
s.n.c.'. "
"Davvero?"
Ancora una volta Dibbler sembrò guardare il suo prodotto per la prima volta. Ma le tradizioni della famiglia
Dibbler non avrebbero mai lasciato che un semplice disastroso fatto avesse lasciato il via ad una tiritera.

*
“All I'm looking for is a fair go”. In australiano “fair go” si traduce come “opportunità”, “occasione”. E’ l’equivalente
del “sogno ameriano”, ovvero una frase che si usa per ricordare l’uguaglianza di tutti. N.d.T.

124
"E' pur sempre corda." affermò "Corda autentica. No? Non c’è problema. Che ne dici di un esempio di auten-
tica arte locale?"
Frugò nel suo cassetto affollato ed alzò un quadrato di cartone. Scuotivento gli lanciò uno sguardo indagatore.
Aveva visto qualcosa di simile nel paese rosso, anche se non era certo che si trattasse di arte nel modo in cui
la intendevano ad Ankh-Morpork. Era più come una mappa, un libro di storia ed un menù interamente rotolati
insieme. Tornata a casa, la gente faceva un nodo al fazzoletto per ricordarsi di qualcosa. In mezzo a quell'afo-
so paese non c'erano fazzoletti, così la gente faceva un nodo ai loro pensieri.
Non si vedevano molti dipinti di una fila di salsicce.
"Si chiama 'Sogno di Salsicce e Patate'." disse Dibbler.
"Non credo di averne mai visto uno come questo." disse Scuotivento. "Non con la bottiglia di salsa dentro."
"E allora?" disse Dibbler. "E' locale. Un dipinto di un tradizionale rancio cittadino, fatto da un locale. Un'oc-
casione è tutto ciò che voglio."
"Ah, all'improvviso credo di aver capito. Il locale, in questo caso, forse, saresti tu?" disse Scuotivento.
"Esatto. Autentico. Hai qualcosa da ridire?"
"Oh, andiamo."
"Che cosa? Sono nato là a Treacle Street, Bludgeree, e così mio padre. E mio nonno. E suo padre. Non sono
arrivato alla deriva su un pezzo di legno come qualcuno che potrei nominare." il suo piccolo viso da ratto si
oscurò. "Venendo qui e rubandoci i nostri posti di lavoro. . . E che ne sarebbe dei piccoli risparmiatori, eh?
Un'occasione è tutto ciò che voglio."
Per un momento Scuotivento contemplò di andare a consegnarsi di nuovo alla guardia.
"E' bello sentire qualcuno che si schiera dalla parte dei diritti della popolazione indigena." mormorò, control-
lando nuovamente la strada.
"Indigeni? Che cosa sanno di una giornata di lavoro? Nah, possono tornare da dove sono venuti anche loro."
disse Dibbler. "Non hanno voglia di lavorare."
"Buon per te, da quanto posso vedere." disse Scuotivento "In caso contrario ti ruberebbero il lavoro, giusto?"
"Per il mio modo di vedere, io sono più indigeno di loro." disse Voglio Un'Occasione, puntando un pollice in-
dignato verso se stesso. "Ho guadagnato la mia indigenità, puoi giurarci."
Scuotivento sospirò. Solo la logica avrebbe potuto portarti fino a lì, allora dovevi uscire e saltare. "Un'occa-
sione è tutto ciò che vuoi." disse. "Ho ragione?"
"Già!"
"Così. . . c'è qualcuno che non vuoi che torni da dove è venuto?"
Voglio Un'Occasione Dibbler diede a questa domanda una profonda considerazione. "Be', io, ovviamente."
disse "Ed il mio amico Duncan, perché Duncan è mio amico. E la signora Dibbler, naturalmente. E alcuni dei
tizi giù alla friggitoria. Un sacco di gente, a dire il vero."
"Beh, ti dirò una cosa", disse Scuotivento. "Io voglio assolutamente tornare da dove sono venuto."
"Buon per te!"
"La tua analisi socio-politica è certamente adatta a me."
"Perfetto!"
"E forse potresti mostrarmi come? Ad esempio, dove sono le banchine?"
"Beh, lo farei" disse Dibbler, ovviamente seccato. "Solo che di qui a poche ore ci sarà l'impiccagione e vorrei
riscaldare i pasticci di carne in tempo."
"In effetti, ho sentito che l'impiccagione sarà annullata." disse Scuotivento, cospiratorio. "Il tizio è scappato."
"Non ci credo!"
"Lo ha fatto!" disse Scuotivento. Non ti sto prendendo per i fondelli."
"Quali sono state le sue ultime parole?"
"Addio. Penso."

125
"Vuoi dire che non ha fatto una famosa uscita-di-scena-con-sparatoria contro la Guarda Cittadina?"
"A quanto pare no."
"Che razza di fuga sarebbe mai questa?" disse Voglio Un'Occasione. "Non è il modo di comportarsi. Non
avrei dovuto venire qui, ho lasciato un buon posto a Galah per questo, non c'è una buona impiccagione senza
un pasticcio di carne." si avvicinò e diede uno sguardo furtivo in entrambe le direzioni prima di continuare.
"Dì quello che vuoi, a Galah si fanno buon affari. I loro soldi sono gli stessi di chiunque altro, questo è quello
che dico io."
"Beh. . . sì. Ovviamente. Altrimenti sarebbe. . . denaro diverso." disse Scuotivento. "Quindi, dal momento che
la tua serata è rovinata, perché non mi mostri dove sono le banchine?"
C'era ancora qualche incertezza nella posizione di Dibbler. Scuotivento deglutì. Aveva affrontato ragni, uomi-
ni arrabbiati con lance ed orsi che cadevano dagli alberi, ma ora il continente gli presentava la sua sfida più
pericolosa.
"Ti dirò una cosa." disse "Io. . .comprerò. . . anche. . . qualcosa da te?"
"La corda?"
"La corda no. La corda no. Um. . . so che questa può sembrare una domanda un po' intima, ma cosa c'è nei pa-
sticci di carne?"
"Carne."
"E che tipo di carne?"
"Ah, vuoi uno dei pasticci di carne gourmet, allora?"
"Oh, capisco. È quando riveli che cosa c'è dentro?"
"Già."
"Prima o dopo che i clienti gli abbiano dato un morso?"
"Stai insinuando che i miei pasticci non sono buoni?"
"Diciamo che sto avanzando l'ipotesi alla possibilità che non lo possano essere, d'accordo? Va bene, proverò
un pasticcio gourmet."
"Buon per te." Dibbler rimosse un pasticcio dalla piccola sezione riscaldata del suo vassoio.
"Ora. . . qual è la carne? Gatto? "
"Stai scherzando? Il montone è più economico del gatto." disse Dibbler, rovesciando la torta in un piatto.
"Beh, questo-" il volto di Scuotivento si contorse. "Oh, no, ci stai versando la zuppa di piselli sopra. Perché
tutti versano sempre la zuppa di piselli su ogni cosa!"
"Non c’è problema, amico. Mette un rivestimento allo stomaco." disse Dibbler, estraendo una bottiglia rossa.
"Che cos'è?"
"Il tocco finale, amico."
"Hai ribaltato un pasticcio di carne in un piatto di zuppa di piselli ed ora vuoi che io lo mangi con. . . con la
salsa di pomodoro sopra?"
"Bei colori, non è vero?" disse Voglio Un'Occasione, consegnando al mago un cucchiaio.
Scuotivento punzecchiò il pasticcio. Rimbalzò leggermente a lato del piatto.
Bene, ora. . . Aveva mangiato le salsicce-nel-panino di Mi-Voglio-Rovinare Dibbler, e le divertenti-uova-
multicolori-centenarie di Mi-Rovino-Da-Solo Dibhala. Ed era sopravvissuto, anche se c'era stato un attimo in
cui aveva sperato di non farlo. Aveva mangiato il cous-cous molto sospetto di Al-Jiblah, bevuto il terribile tè
al burro di yak fatto da Che-Non-Possa-Raggiungere-La-Luce Dhiblang, partecipato al ricco buffet senza fon-
do e senza colmo di Dib Diblossonson e cercato di non masticare i grumi di grasso impronunciabili datigli da
Mi-Voglio-Gettare-In-Un-Buco-Sul-Ghiacchio Dibooki (lo stomaco si chiudeva al solo ricordo - dopo tutto,
una cosa era macellare balene morte ed un'altra era lasciarle lì fino a quando non esplodevano in pezzi di di-
mensioni masticabili di propria iniziativa). Per quanto riguarda la birra verde realizzata da Resto-In-Braghe-
Di-Tela Dlang-Dlang. . .

126
Aveva bevuto e mangiato tutte queste cose. Ovunque nel mondo, qualcuno con eccesso di qualche strana muf-
fa primordiale cercava di vendergli una prelibatezza regionale davvero terribile. E questo era solo un pasticcio
dopo tutto. Quanto cattivo sarebbe potuto essere? No, in altre parole. . . Quanto peggio sarebbe potuto essere?
Ingoiò un boccone.
"Buono, eh?" disse Voglio un'Occasione.
"Miei déi." disse Scuotivento.
"Non sono solo piselli schiacciati." disse Voglio Un'Occasione, un po' sconcertato dal fatto che Scuotivento
sesse fissando selvaggiamente il nulla. "Sono schiacciati da un campione schiacciatore di piselli."
"Cielo benedetto. . ." disse Scuotivento.
"Va tutto bene, amico?"
"E'. . . esattamente come mi aspettavo. . ." disse il mago.
"Insomma, amico, non è così mal-"
"Sei certamente un Dibbler."
"Che cosa dici?"
"Hai messo un pasticcio a testa in giù su dei piselli liquidi e poi ci hai messo sopra della salsa. Un giorno
qualcuno si è seduto, dopo la mezzanotte a mio giudizio, ed ha pensato che sarebbe stata una buona idea. Nes-
suno potrà mai crederci." Scuotivento guardò la torta sommersa. "Questa farà sembrare la storia dei gigante-
schi budini alla prugna che camminano davvero insulsa, te lo devo dire. Non mi meraviglio che la gente beva
tanta birra. . ." 29
Uscì nella luce della lampada tremolante della strada, scuotendo la testa.
"Mangiano sempre pasticci qui." disse tristemente, e guardò in faccia il guardiano. C'erano diverse guardie
dietro di lui.
"È lui!"
Scuotivento annuì allegramente. "Buongiorno!" disse.
Si udirono solo i due piccoli tonfi dei suoi sandali fatti in casa che rimbalzavano sulla strada.

Il mare evaporò e scoppiò di palle di fulmine che sibilavano sulla sua superficie come gocce d'acqua su una
piastra.
Le onde erano troppo grandi per essere onde, ma avevano circa la dimensione giusta per delle montagne.
Ponder alzò lo sguardo dal ponte solo una volta, proprio quando la barca cominciò a scivolare giù in un canale
che assumeva la forma di un canyon.
Accanto a lui, afferrandogli la gamba, il Decano gemette.
"Lei conosce questo genere di cose, Ponder." ringhiò, mentre colpivano il canale ed iniziavano la discesa tor-
ci-budella fino all'altra cresta. "Moriremo?"
"Io. . . non la penso così, Decano. . ."

29
Non c'è nulla come un commestibile, anzi delizioso, pasticcio di carne galleggiante. La sua molle zuppa di piselli della
giusta consistenza, la sua salsa di pomodoro piccante nella sua sfacciataggine, il suo ripieno tendente verso parti nomina-
bili dell'animale. Ci sono platonici hamburger fatti di carne anziché di labbra e zoccoli di mucca. Ci sono fritture di mare
dove il pesce è più che un semplice ammasso bianco abbandonato sul fondo di pastella, dove puoi anche raderti con le
patatine. Ci sono hot-dog che hanno in comune con la carne molto di più che il semplice colore rosa, i cui fortunati con-
sumatori non versano la mostarda perché rovinerebbe il gusto. E' solo che le persone possono essere addestrate a preferi-
re l'altro tipo e ricercarlo. E' come se Machiavelli avesse scritto un libro di cucina. Ma a parte questo, non c'è scusa per
mettere dell'ananas su una pizza.

127
"Pietà!"

Scuotivento sentì dei fischi dietro di lui nel momento in cui svoltò l'angolo, ma non aveva mai lasciato che
quel genere di cose lo preoccupasse.
Questa era una città! Le città erano molto più facili. Lui era una creatura di città. C'erano così tanti posti per-
I fischi iniziarono ad esplodere anche davanti.
Le folle erano più dense qui, e la maggior parte delle persone andavano nella stessa direzione. Ma a Scuoti-
vento piacevano le folle nelle quali potevi correre attraverso. Come inseguito, aveva la novità dalla sua parte e
avrebbe potuto farsi strada oltre gli ignari passanti, che poi si voltavano, ci pensavano su e si lamentavano e
non erano sicuramente nel giusto stato d'animo per salutare le persone che lo seguivano. Scuotivento avrebbe
potuto correre attraverso una folla come una palla su un tavolo da Bagatelle Russa, e avrebbe sempre ottenuto
un passo in più.
Le discese erano meglio. Era dove generalmente costruivano i moli, in modo di averli vicino all'acqua.
Tutto quello schivare ed evitare attraverso le strade lo portò, improvvisamente, al litorale. C'erano alcune bar-
che lì. Erano un po' piccole per un clandestino, ma-
Ci furono dei passi di corsa nel buio!
Queste guardie erano dannatamente brave!
Non era così che doveva andare!
Non avrebbero dovuto tornare indietro. Non avrebbero dovuto riflettere.
Corse nell'unica direzione possibile, a sinistra, lungo il litorale.
C'era un edificio lì. Almeno,. . . beh, doveva essere un edificio. Nessuno avrebbe potuto lasciare una scatola
così grande, piena di tessuti, aperta.
Scuotivento ritenne che un edificio era, in fondo, una grande scatola con un coperchio a forma di piramide so-
pra, e avrebbe dovuto essere del colore del terreno locale, approssimativamente.
D'altra parte, come il filosofo Ly Tin Wheedle aveva osservato una volta, non è mai saggio opporsi alla deco-
razione di un nascondiglio.
Balzò su per le scale e girò intorno lo strano edificio bianco. Sembrava essere una sorta di sala-concerti. L'O-
pera, da quanto si poteva udire, anche se era un posto davvero buffo per cantare un'opera. Non si potevano
immaginare signore con le corna in un edificio che sembrava in procinto di salpare, ma non c'era tempo di far-
si delle domande. C'era una porta con alcuni bidoni della spazzatura fuori, ed era aperta. . .
"Sei dell'agenzia, amico?"
Scuotivento guardò nel vapore.
"E spero che tu sappia fare i budini, perché lo chef sta rompendo il muro a testate." disse una figura emergen-
do dal fascio di luce. Indossava un alto cappello bianco.
"Non c’è problema.", disse Scuotivento, sperandolo ardentemente. "Ehm, questa è una cucina, vero?"
"Mi prendi per i fondelli?"
"Pensavo solo che fosse una specie di teatro o qualcosa del genere-"
"Il miglior stramaledettissimo teatro al mondo, amico. Andiamo, da questa parte. . ."
Non era una grande cucina e, come la maggior parte di quelle in cui era stato Scuotivento, era piena di uomini
che lavorano molto duramente per scopi trasversali.
"Il boss dei piani alti ha deciso di lanciare una grande cena per la primadonna.", disse il cuoco, aprendosi la
sua strada attraverso la folla. "E tutto ad un tratto Charley vede che il budino lo guarda in faccia."

128
"Ehm, giusto." disse Scuotivento, sulla base del fatto che prima o poi avrebbe avuto un indizio in più.
"Il Capo dice, puoi fare di meglio di un budino, per lei, Charley."
"Proprio così, eh?"
"Ha detto, deve essere ancor meglio dell'altro, Charley."
" Non c’è problema?"
"Ha detto, il grande Nunco ha inventato la Sackville alla Fragola per Madame Wendy Sackville, ed il famoso
chef Imposo ha creato la Glassa alla Mela per Madame Margyreen Glassa, e tuo padre, Charley, ha onorato
Madame Janeen Ormulu con l'Ormulu all'Arancia e stasera, Charley, è la tua grande occasione."
Il cuoco scosse la testa mentre raggiungeva un tavolo dove un piccolo uomo in uniforme bianca singhiozzava
in modo incontrollabile nelle sue mani. C'era una pila di lattine di birra vuote di fronte a lui.
"Quel povero bastardo si è buttato sulla birra, e abbiamo pensato che sarebbe stato meglio assumere qualcuno.
Io sono un uomo da bistecca e gamberetti, per quanto mi riguarda."
"Allora, volete che io faccia un budino? Chiamandolo come una cantante lirica?" disse Scuotivento. "Questa è
una tradizione, vero?"
"Sì, ed è meglio non lasciare Charley così abbattuto, amico. Non è colpa sua."
"Oh, beh. . ."
Scuotivento pensò ai budini. Fondamentalmente era solo frutta e panna e crema pasticcera, non era così'? E
torte e roba del genere. Non riusciva a vedere dove fosse il problema.
" Non c’è problema.", disse. "Penso di poter mettere insieme qualcosa anche adesso."
La cucina è diventò improvvisamente silenziosa mentre i cuochi si fermavano per guardarlo.
"In primo luogo", disse Scuotivento, "che frutta abbiamo?"
"Pesche è tutto quello che siamo riusciti a trovare a quest'ora della notte."
" Non c’è problema. E abbiamo della crema? "
"Certo. Naturalmente."
"Bene, bene. Poi tutto quello che dovete sapere è il nome della signora in questione. . ."
Sentì il silenzio aprirsi.
"Lei è una cantante bellissima, bada bene." disse un cuoco, con un tono di voce sulla difensiva.
"Bene. E il suo nome?" chiese Scuotivento.
"Ehm. . .è questo il problema, vedi." disse un altro cuoco.
"Perché?"

Ponder aprì gli occhi. L'acqua era calma, o almeno più tranquilla di quanto non lo fosse stata. C'erano anche
delle macchie di cielo blu sopra, anche se i banchi di nuvole attraversavano l'aria come se ciascuno fosse in
possesso della sua borsa di vento.
Le sue labbra si mossero come se stesse succhiando un cucchiaio di latta.
Intorno a lui, alcuni dei maghi riuscirono a mettersi in ginocchio. Il Decano aggrottò la fronte, si tolse il cap-
pello, e tirò fuori un piccolo granchio.
"E' una buona barca." mormorò.
Il gambo verde dell'albero era ancora in piedi, anche se la vela-foglia sembrava irregolare. Tuttavia, la barca
era stata virata dal vento contro-
-il continente. C'era una parete rossa, incandescente sotto la luce dei tuoni.
Ridcully si alzò barcollante sui piedi e la indicò. "Non sei così lontano ora!" disse.

129
Il Decano ringhiò. "Ne ho avuto abbastanza di quell'allegria insopportabile." disse. "Quindi, vuole stare zitto,
per favore?"
"Basta così. Io sono il suo Arcicancelliere, Decano.", disse Ridcully.
"Bene, perché non parliamo proprio di questo, va bene?" disse il Decano, e Ponder vide un brutto bagliore nei
suoi occhi.
"Questo non è certo il momento, Decano!"
"Esattamente, su quali basi sta dando degli ordini, Ridcully? Lei è l'Arcicancelliere di cosa, esattamente? L'U-
niversità Invisibile non esiste nemmeno! Glielo dica, Sommo Algebrico!"
"Non sono obbligato a farlo." disse il Sommo Algebrico tirando su col naso.
"Che cosa? Che cosa?" sbottò il Decano.
"Non credo di dover prendere ordini da lei, Decano!"
Quando il Tesoriere salì sul ponte un minuto più tardi, la barca era già schierata. Era difficile dire quante fa-
zioni ci fossero, dal momento che un mago è in grado di essere una fazione tutto da solo, ma si erano create in
linea di massima due parti, entrambe le quali erano stabili come un uovo su un'altalena.
Quello che stupì di più Ponder Stibbons, quando ci ripensò più tardi, era che nessuno aveva ancora fatto ricor-
so alla magia. I maghi spendevano un sacco di tempo in un ambiente in cui un'osservazione di taglio faceva
più danni di una spada magica e, per puro piacere maligno, una nota ben strutturata avrebbe potuto fare danni
più gravi di una palla di fuoco ogni volta. Inoltre, nessuno aveva il suo bastone e nessuno aveva alcun incante-
simo a portata di mano, ed in tali circostanze è più facile picchiare qualcuno, anche se nel caso dei maghi il
combattimento-non-magico di solito significa agitarsi inutilmente verso l'avversario, cercando di tenerlo lon-
tano.
Il sorriso fisso del Tesoriere svanì leggermente.
"Ho avuto il tre per cento in più rispetto a lei negli esami finali!"
"Oh, e come lo fa a sapere, Decano?"
"Ho guardato i documenti quando lei è stato nominato Arcicancelliere!"
"Che cosa? Dopo quaranta anni?"
"Un esame è un esame!"
"Ehm. . ." iniziò il Tesoriere.
"Santi numi, che meschino! Questo è proprio il tipo di cosa che ci si aspetta da uno studente che aveva una
penna separata per l'inchiostro rosso!"
"Hah! Almeno non spendevo tutto il mio tempo a bere e scommettere e stare fuori a tutte le ore!"
"Hah! Ho fatto dannatamente bene a farlo, sì, ed ho imparato le strade del mondo ed ho molti più segni del
dopo-sbornia di lei, lei...grosso pallone di lardo gonfiato!"
"Oh? Oh? Siamo alle osservazioni personali ora, vero?"
"Assolutamente, 'due-sedie'! Facciamo alcune osservazioni personali! Abbiamo sempre detto che camminare
dietro di lei faceva venire alla gente il mal di mare!"
"Mi chiedo se a questo punto. . ." disse il Tesoriere.
L'aria crepitava intorno ai maghi. Un mago di pessimo umore attrae magia come della frutta troppo matura at-
trae mosche.
"Lei pensa che sarei un Arcicancelliere migliore, non è vero, Tesoriere?" disse il Decano.
Il Tesoriere sbatté i suoi occhi annebbiati. "Io, ehm, voi due. . . ehm. . . avete delle buone motivazioni. . . ehm.
. . ma forse questo è il momento di, ehm, unirsi per una causa comune. . ."
Trascorsero un attimo considerando questo pensiero.
"Ben detto." disse il Decano.
"Ha ragione." disse Ridcully.
"Perché, sapete, non mi è mai piaciuto molto il Docente di Rune Recenti. . ."

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"Sorride tutto il tempo." concordò Ridcully.
"Non è un membro della squadra."
"Oh davvero?" il Docente di Rune Recenti mise su un sorriso particolarmente maligno. "Almeno ho ottenuto
voti migliori di lei e sono notevolmente più magro del Decano! Anche se molte altre cose lo sono! Glielo dica,
Stibbons!"
"E' Signor Stibbons, grassone!" Ponder sentì la voce. Sapeva che era la sua. Si sentiva come se fosse ipnotiz-
zato. Poteva fermarsi quando gli pareva, solo che non riusciva a capire come.
"Posso solo, ehm, dire. . ." provò il Tesoriere.
"Zitto, Tesoriere!" ruggì Ridcully.
"Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace. . ."
Ridcully agitò un dito verso il Decano. "Ora mi ascolti. . ."
Una scintilla cremisi saltò fuori dalla mano, lasciò una scia di fumo volando vicino all'orecchio del Decano, e
colpì l'albero, che esplose.
Il Decano prese un respiro profondo, e quando il Decano prendeva un respiro si percepiva sensibilmente un
calo d'aria nell'atmosfera. Lo rilasciò con un ruggito.
"Osa lanciare una palla di fuoco magico a me?"
Ridcully stava fissando la sua mano. "Ma io. . Io.. ."
Ponder riuscì in fine a forzare le parole tra i denti che cercavano di mettersi insieme.
"L' mag'a st' sc'nd!"
"Che cosa? Cosa sta gorgogliando?" disse il Docente di Rune Recenti.
"Ti faccio vedere io la magia, pagliaccio pomposo!" urlò il Decano, alzando entrambe le mani.
"E' la magia a parlare!" riuscì a dire Ponder, afferrandogli un braccio. "Lei non vuole far saltare in aria l'Arci-
cancelliere in piccoli pezzi, Decano!"
"Sì, lo voglio maledettamente fare!"
"Scusatemi, non vorrei intromettermi. . ." la testa della signora Whitlow apparve al portello.
"Che cosa c'è, signora Whitlow?" urlò Ponder, mentre un'esplosione dalla mano del Decano friggeva sopra la
sua testa.
"So che siete impegnati in affari dell'Università, ma è normale che ci siano tutte queste crepe? L'acqua sta en-
trando."
Ponder abbassò lo sguardo. Il ponte scricchiolò sotto i suoi piedi.
"Stiamo affondando. . ." disse. "Stupido vecchio catorcio-" si morse le labbra. "La barca sta crollando più ve-
locemente di noi! Guardate, sta diventando gialla!"
Il verde stava scomparendo dal ponte, come la luce del sole in un cielo tempestoso.
"E' colpa sua!" urlò il Decano.
Ponder corse sul bordo. C'erano crepitii tutto intorno a lui.
La cosa importante era mantenere la sua lucidità e la calma e, forse, pensare a cose belle, come cieli blu e gat-
tini. Preferibilmente gattini che non fossero in procinto di annegare.
"Sentite", disse, "se non mandiamo a fondo le nostre differenze affonderemo noi, capito? La barca sta. . . ma-
turando o qualcosa del genere. E siamo molto lontani da terra, avete capito! E ci potrebbero essere degli squali
quaggiù."
Abbassò lo sguardo. Alzò lo sguardo.
"Ci sono squali quaggiù!" gridò.
La barca si inclinò quando i maghi lo raggiunsero.
"Sono squali, crede?" disse Ridcully.
"Potrebbero essere tonni." disse il Decano.

131
Alle loro spalle i resti della vela caddero.
"Come si può dire in modo affidabile la differenza?" disse il sommo Algebrico.
"Si potrebbero contare i denti durante la discesa." sospirò Ponder. Ma almeno non c'era più nessuno che getta-
va magia intorno. Potevi togliere i maghi dall'Università Invisibile, ma non potevi togliere l'Università dai
maghi.
La barca si inclinò ulteriormente quando la signora Whitlow guardò oltre il bordo.
"Che cosa succede se cadiamo in acqua?" disse.
"Dobbiamo escogitare un piano." disse Ridcully. "Decano, formi un gruppo di lavoro per prendere in conside-
razione la nostra sopravvivenza in acque sconosciute infestate dagli squali, vuole?"
"Dovremmo nuotare fino alla riva?" disse la signora Whitlow. "Ero brava a nuotare quando ero una fanciulla."
Ridcully le rivolse un sorriso caloroso. "Tutto a suo tempo, signora Whitlow." disse. "Ma il suo suggerimento
sarà tenuto da conto."
"Sarà l'unico, di qui a pochi minuti." disse Ponder.
"E quale sarà esattamente il suo ruolo, Arcicancelliere?" ringhiò il Decano.
"Definire gli obiettivi." disse Ridcully. "Spetta a voi di prendere in considerazione le opzioni."
"In questo caso", disse il Decano, "voto per abbandonare la nave."
"Per finire dove?" disse il Professore degli Studi Indefiniti. "In bocca agli squali?"
"Questo è un problema secondario." disse il Decano.
"Proprio così." disse Ponder "Potremmo sempre votare per abbandonare lo squalo."
La nave sbandò all'improvviso. Il Sommo Algebrico assunse una posa eroica.
"Vi salverò io, signora Whitlow!" gridò, e la prese tra le braccia. O, almeno, si sforzò di farlo. Ma il Sommo
Algebrico era di costituzione leggera per un mago e la signora Whitlow era una bel pezzo di donna. Inoltre, la
presa del mago era limitata dal fatto che c'erano molte poche aree della signora Whitlow che osava realmente
toccare. Fece del suo meglio con alcune regioni periferiche e riuscì a sollevarla leggermente. Tutto questo eb-
be l'effetto di trasferire l'intero peso del mago e della governante sui piedi piuttosto piccoli del Sommo Alge-
brico, che crollò attraverso il ponte come una barra d'acciaio.
La barca, secca come stoppa, morbida come legno grezzo, crollò molto delicatamente.
L'acqua era molto fredda. Il vapore riempiva l'aria, mentre lottavano. Un pezzo di relitto colpì Ponder sulla te-
sta e lo spinse sotto, in un mondo blu in cui le sue orecchie udivano solo uno scroscio persistente.
Quando riuscì a risalire di nuovo in superficie il rumore si rivelò essere un litigio. Ancora una volta, la pura
magia dell'Università Invisibile aveva trionfato. Anche galleggiando in un cerchio di squali, un mago conside-
rava sempre che gli altri maghi fossero il pericolo più immediato.
"Non prendetevela con me! Era. . . beh, credo che stesse dormendo!"
"Crede?"
"Era un materasso. Di colore rosso!"
"E' l'unico Bibliotecario che abbiamo! Come si può essere così sconsiderati!" gridò Ridcully. Fece un respiro
profondo, e si tuffò.
"Abbandonate il mare!" gridò allegramente il Tesoriere.
Ponder rabbrividì quando qualcosa di grande e nero e affusolato emerse dall'acqua di fronte a lui. Affondò di
nuovo nella schiuma e si ribaltò.
Altre forme spuntarono in superficie tutto intorno i maghi che si agitavano freneticamente. Il Decano ne pun-
zecchiò uno.
"Beh, questi squali non sembrano niente di così pericoloso come mi aspettavo." disse.
"Sono i semi dalla barca!" disse Ponder. "Salite su di loro, subito!"

132
Era sicuro che qualcosa gli fosse strusciato sulla gamba. In tali circostanze, un uomo trova un'inaspettata agili-
tà. Anche il Decano era riuscito a salire a bordo, dopo una vorticosa, spumeggiante battaglia in cui uomo e
seme avevano combattuto per la supremazia.
Ridcully emerse in una nuvola di vapore. "Non va bene!" farfugliò. "Sono andato giù, per quanto ho potuto.
Non c'è traccia di lui!"
"Salga su un seme, Arcicancelliere, coraggio." disse il Sommo Algebrico.
Ridcully scacciò uno squalo di passaggio. "Non attaccano se si fa un sacco di rumore e schiuma intorno." dis-
se.
"Credo che quello sia il caso in cui attaccano, signore." gridò Ponder.
"Ah, un interessante esperimento pratico." disse il Decano, allungando il collo per guardare.
Ridcully si issò su uno dei semi. "Che disastro. Suppongo che possiamo galleggiare fino a terra, però." disse.
"Ehm. . . dov'è la signora Whitlow, signori?"
Si guardarono intorno.
"Oh, no. . ." gemette il Sommo Algebrico. "Sta nuotando verso la riva. . ."
Seguirono il suo sguardo, e poterono vedere solo una acconciatura muoversi a scatti ma con determinazione
verso la riva in un modo che Ridcully avrebbe probabilmente definito come 'a singhiozzi'.
"Io non lo definirei molto pratico." disse il Decano. "E gli squali?"
"Beh, stanno nuotando sotto di noi, in effetti." disse il Sommo Algebrico, quando i semi ondeggiarono.
Ponder abbassò lo sguardo. "Sembra che se ne stiano andando, ora che non stiamo con le gambe a penzoloni
nell'acqua." disse. "Stanno andando. . . verso la riva."
"Be', conosceva i rischi quando ha avuto il posto di lavoro." disse il Decano.
"Che cosa?" esclamò il Sommo Algebrico. "Sta dicendo che prima di fare domanda per il lavoro di governante
di un'università si dovrebbe considerare seriamente di essere mangiati vivi dagli squali sulle coste di misterio-
si continenti migliaia di anni prima della propria nascita?"
"Lei non ha fatto molte domande durante il colloquio, a dire il vero."
"In realtà, ci preoccupiamo per nulla." disse il Professore degli Studi Indefiniti. "Gli squali hanno una reputa-
zione molto immeritata come mangiatori di uomini. Non c'è un solo caso autenticato che uno squalo abbia at-
taccato qualcuno, nonostante quello che si può sentire. Sono creature sofisticate e tranquille con una ricca vita
familiare e, lungi dall'essere minacciosi messaggeri di sventura, hanno dimostrato un comportamento amiche-
vole verso gli occasionali viaggiatori perduti. Come cacciatori sono ovviamente molto efficienti, ed uno squa-
lo adulto può abbattere anche un alce con. . . ehm. . ."
Guardò i loro volti.
"Ehm. . . penso che forse sia possibile che mi sia confuso con i lupi." borbottò. "L'ho fatto, vero?"
Annuirono, all'unisono.
"Ehm. . . gli squali sono gli altri, non è vero?" continuò. "Gli assassini feroci e spietati del mare che non si
fermano nemmeno a masticare?"
Annuirono di nuovo.
"Oh cielo. Che imbarazzo."
"Molto diversi dagli squali, i lupi." disse Ridcully vivacemente. "Andiamo, signori. Quella è la nostra gover-
nante! Volete rifarvi i letti da soli in futuro? Palle di fuoco, suppongo-"
"È già troppo lontana."
Una forma rossa schizzò fuori dal mare, accanto a Ridcully, rotolò attraverso l'aria e scivolò sotto la superficie
di nuovo come una lametta che taglia la seta.
"Che cos' era quello? Chi di voi lo ha fatto?" disse.
La cresta di un'onda strappò la superficie in un paio di alette triangolari, come una palla da bowling lanciata in
un vicolo. Poi l'acqua esplose.

133
"Santi numi, guardate il modo in cui sta andando verso quegli squali!"
"E' un mostro?"
"Si tratta di un delfino, sicuramente. . ."
"Con il pelo rosso?"
"Sicuramente non è-"
Uno squalo venne scaraventato oltre il Sommo Algebrico. Dietro, l'acqua esplose di nuovo nel ghigno dell'u-
nico delfino al mondo ad avere una faccia di pelle nera e del pelo rosso su tutto il corpo.
"Eek?" disse il Bibliotecario.
"Ben fatto, vecchio mio!" gridò Ridcully attraverso l'acqua. "L'avevo detto che non ci avrebbe abbandonato!"
"No, in realtà non l'ha detto, signore, l'ha solo pensato-" cominciò Ponder.
"E' in buona forma, anche." continuò Ridcully ad alta voce. "Ora, se riuscisse a prenderci tutti insieme, allora
forse potrebbe spingerci verso la riva? Siamo tutti qui? Dov'è il Tesoriere?"
Il Tesoriere era un puntino lontano sulla destra, e stava pagaiando sognante.
"Be', arriverà prima o poi." disse Ridcully. "Andiamo, verso la terraferma."

"Quel mare", disse il Sommo Algebrico nervosamente, guardando avanti mentre i semi si dibattevano sulla
riva, come una serie di chiatte sovraccariche, "Quel mare. . . non vi sembra come se vi stesse cingendo?"
"Sicuramente un grande mare." disse il Docente di Rune Recenti. "Sapete, non credo che sia solo la pioggia a
ruggire. Ci potrebbero essere un po’ di marosi."
"Un po' di onde non ci faranno male." disse Ridcully. "Almeno l'acqua è dolce."
Ponder sentì il bordo al di sotto di lui salire e scendere quando passò una lunga onda. Una forma strana per un
seme, doveva ammetterlo. Naturalmente, la natura aveva prestato molta attenzione ai semi, dotandoli di picco-
le ali e vele e camere di galleggiamento ed altri dispositivi necessari per dare loro un vantaggio su tutti gli altri
semi. Questi erano solo versioni pianeggianti della forma attuale del Bibliotecario, che era ovviamente intesa
per farlo muovere attraverso l'acqua molto velocemente.
"Ehm. . ." disse, all'universo in generale. Significava: Mi chiedo se abbiamo veramente pensato a questo.
"Non riesco a vedere nessuna roccia davanti a noi." osservò il Decano.
"Cingendo." rifletté Sommo Algebrico, come se la parola gli provocasse fastidio. "E' una parola molto defini-
ta, non è vero? Ha un certo tipo marziale di suono."
Venne in mente a Ponder che l'acqua non è esattamente morbida. Non era mai stato molto portato per gli
sport, quando era un ragazzo, ma ricordava di aver giocato con gli altri ragazzi del posto e di essere entrato in
tutti i loro giochi, come il Spingi Poncy Stibbons Nelle Ortiche o il Lega Stibbons ed il Vai A Casa Per Il Tè,
e c'era stata quella volta alla vecchia pozza d'acqua in cui lo avevano gettato dalla cima della scogliera. E ave-
va fatto male.
La flottiglia gradualmente raggiunse la signora Whitlow, che si teneva a galla su un albero galleggiante. L'al-
bero aveva già la sua giusta quota di occupanti - uccelli, lucertole e, per qualche motivo, un piccolo cammello
che cercava di mettersi comodo tra i rami. Il moto ondoso era più pesante ora. C'era un profondo, continuo
rimbombo sotto il rumore della pioggia.
"Ah, signora Whitlow." disse il Sommo Algebrico. "E che bell'albero. Vedo che ha anche delle foglie."
"Siamo venuti a salvarla." disse il Decano, contro ogni evidenza.
"Credo che sia una buona idea se la signora Whitlow salisse su uno dei semi." disse Ponder. "Credo seriamen-
te che sia una buona idea. Penso che le onde potrebbero diventare. . . un po' grandi. . ."
"Cingendo." disse il Sommo Algebrico, imbronciato. Guardò verso la spiaggia, e vide che non era più davanti
a loro.
Era lì. Era ai piedi di una collina verde. Ed il verde era fatto d'acqua. E, per qualche ragione, si stava facendo
più alta.

134
"Insomma." disse Scuotivento. "Perché non potete dirmi il suo nome? Presumibilmente molte persone lo san-
no. Voglio dire, deve essere messo sui manifesti e così via. E' solo un nome, non è così? Non vedo il proble-
ma."
I cuochi si guardarono l'un l'altro. Poi uno tossì e disse: "Il suo nome. . . è. . . Madame Melba. . . Chiappe."
"Chi ha cosa?
"Si chiama Chiappe."
Le labbra di Scuotivento si mossero in silenzio. "Oh." disse.
I cuochi annuirono.
"Pensate che Charley abbia bevuto tutta la birra?" disse Scuotivento, sedendosi.
"Forse possiamo trovare alcune banane, Ron." disse un altro cuoco.
Gli occhi di Scuotivento si persero e le sue labbra si mossero ancora. "L'avete detto a Charley?" disse alla fine.
"Sì. Poco prima che si abbattesse del tutto."
Ci fu un rumore di passi spediti fuori. Uno dei cuochi guardò dalla finestra. "E' solo la Guardia Cittadina. Pro-
babilmente saranno alle calcagna di qualche povero bastardo. . ."
Scuotivento si spostò leggermente in modo da non essere visibile dalla finestra.
Ron strascicò i piedi. "Mi sa che se andiamo da Idle Ahmed e gli facciamo aprire il negozio potremmo raccat-
tare delle-"
"Fragole?" disse Scuotivento. I cuochi rabbrividirono. Ci fu un altro singhiozzo da Charley.
"Ha aspettato questo evento per tutta la vita." disse un cuoco. "Io dico che è stramaledettamente ingiusto. Ri-
cordate quando quella basso-soprano è scappata prima di sposarsi con quel mandriano? Ci è rimasto male per
tutta la settimana."
"Sì. Lisa Delight." disse Ron. "Un po' traballante sulla fascia media, ma sicuramente una promessa nascente."
"Aveva grandi speranze su di lei. Diceva che un nome del genere sarebbe stato bene anche con del rabarbaro."
Charley ululò di dolore.
"Penso che. . ." disse Scuotivento, in modo lento e pensieroso.
"Sì?"
"Penso di poter trovare una soluzione."
"Davvero puoi?"
Anche Charley sollevò la testa.
"Beh, sapete com'è, un osservatore esterno vede le cose sotto una luce migliore. . . Andiamo con le pesche, la
panna, un po' di gelato, se si può fare, forse un pizzico di brandy. . . Vediamo, ora. . ."
"Scaglie di cocco?" disse Charley, alzando lo sguardo.
"Sì, perché no?"
"Ehm. . . salsa di pomodoro, forse?"
"Direi di no."
"È meglio che vi diate una mossa. Sono già a metà strada dell'ultimo atto." disse Ron.
"Andrà bene." disse Scuotivento. "Bene. . . tagliate a metà le pesche, mettetele in una ciotola con le altre cose,
e poi aggiungete il brandy, et voilà."
"E' un qualche tipo di roba straniera?" disse Charley. "Non penso che abbiamo nulla che assomigli a 'vollah'."
"Basta aggiungere il doppio del brandy." disse Scuotivento. "Ed ecco fatto."
"Sì, ma come si chiama?" disse Ron.

135
"Ci sto arrivando." disse Scuotivento. "Rullo di tamburi per favore, Charley. Grazie." La tenne in alto. "Signo-
ri. . . vi presento. . . la Melba alla Pesca*."
30

Una pentola gorgogliò su un fornello. A parte quel debole rumore insistente, ed i lontani suoni dell'opera, la
stanza tacque.
"Cosa ne pensate?" disse Scuotivento vivacemente.
"E'. . . diverso. . ." disse Charley. "Te lo concedo."
"Ma non è esattamente commemorativo, no?" disse Ron. "Il mondo è pieno di Melbe."
"D'altra parte, preferite che tutti ricordino l'alternativa?" disse Scuotivento. "Volete essere associati con il fa-
moso dolce Chiappe di Pes-"
Ci fu un urlo e Charley scoppiò di nuovo in lacrime.
"Messa così, non suona troppo male." disse Ron.
"Melba alla Pesca. . .si."
"Si possono anche usare le banane." disse Scuotivento.
Le labbra di Ron si mossero in silenzio. "No." disse. "Vanno bene le pesche."
Scuotivento si spazzolò l'abito. "Felice di esser stato d'aiuto." disse "Ditemi, quanti modi ci sono per uscire di
qui?"
"E' una notte occupata per tutti, con il Gala e tutto il resto." disse Ron. "Non fa per me, naturalmente, ma attira
i visitatori."
"Sì, e l'impiccagione all'alba." disse Charley.
"Avevo intenzione di perdermela." disse Scuotivento. "Ora, se solo-"
"Per quanto mi riguarda, la speranza fugge." disse Charley.
"Su questo sono d'accordo." disse Scuotivento. Degli stivali pesanti passarono accanto alla porta e si fermaro-
no. Si sentirono delle voci lontane.
"Dicono che abbia combattuto una dozzina di guardie." disse Ron.
"Tre." disse Scuotivento. "Erano tre. Ho sentito. Qualcuno mi ha detto. Non una dozzina. Tre."
"Oh, dovevano essere più di tre, dovevano sicuramente essere molte più di tre per un ardito criminale come
quello. Scuoti, lo chiamano."
"Ho sentito questo tizio che è arrivato da Aiportatolabirracontè ed ha detto che Scuoti ha tosato cento pecore
in cinque minuti."
"Non ci credo." disse Scuotivento.
"Dicono che è un mago ma non può essere vero, dato che quei fannulloni non ne fanno mai una giusta."
"Bè, a dire il vero-"
"Va bene, ma un tizio che lavora presso il carcere dice che gli avevano requisito questa strana roba marrone
che gli dava una forza enorme!"
"Era solo zuppa di birra!" gridò Scuotivento. "Voglio dire", aggiunse, "questo è quello che ho sentito."
Ron gli lanciò uno sguardo sbilenco. "Assomigli un po' ad un mago." disse.
Qualcuno bussò forte alla porta.
"Indossi quegli strani vestiti che indossano loro." continuò Ron, senza staccare gli occhi da Scuotivento.
"Vai ad aprire la porta, Sid."
Scuotivento indietreggiò, raggiunse una tavola imbandita con coltelli, e le sue dita si chiusero su un manico.
Sì, odiava l'idea delle armi. Alzavano sempre, sempre, la posta in gioco. Ma avevano il potere di impressiona-
re la gente.
La porta si aprì. Diversi uomini si guardarono attorno, e uno di loro era il custode del carcere.
"È lui!"

* La Pesca Melba è un dolce inventato a Londra in onore della leggendaria cantante d'opera australiana Nellie Melba.

136
"Vi avverto, sono un uomo disperato." disse Scuotivento, facendo girare la mano armata. La maggior parte dei
cuochi si buttarono per proteggersi.
"Quello è un mestolo, amico." disse una guardia, gentilmente. "Ma stramaledettamente grintoso, ciò nondi-
meno. Buon per te. Cosa ne pensi, Charley?"
"Io dico che non sarà mai detto che un furfante audace come lui sia stato scovato nella mia cucina." disse
Charley. Prese una mannaia in una mano ed il piatto di Melba alla Pesca nell'altra. "Tu svignatela dall'altra
porte, Scuoti. Noi faremo due chiacchiere con questi poliziotti."
"A noi sta bene." disse la guardia "Non è un vero e proprio atto finale, una semplice rissa in una cuci-
na...Conteremo fino a dieci, va bene?"
Ancora una volta Scuotivento sentì che a lui non era stato dato lo stesso copione degli altri.
"Vuoi dire che mi avete messo all'angolo e non avete intenzione di arrestarmi?" disse.
"Be-eh, non starebbe bene nella ballata, no?" disse la guardia. "Devi pensare a queste cose." Si appoggiò alla
porta. "Ora, c'è il vecchio ufficio postale a Grurt Street. Mi sa che un uomo possa resistere per due, forse tre
giorni, senza nessun problema. Poi potresti correre fuori, essere riempito di frecce, pronunciare alcune parole
famose. . . i bambini impareranno la tua storia a scuola, in un centinaio di anni di tempo, scommetto. E rimet-
titi un po' in sesto, d'accordo?" Fece un passo avanti, ignorando il mestolo mortale, e spolverò la veste del ma-
go. "Quante frecce pensi ti potrebbero fermare, eh?"
"Siete tutti matti!"
Charley scosse la testa. "A tutti piace un combattente, amico. Questo è il carattere Icsiano. Lottare, così si fa."
"Abbiamo sentito parlare di te, quando hai sbaragliato quella banda di strada." disse la guardia. "Un lavoro
stramaledettamente buono. Un uomo che fa un lavoro del genere non si fa impiccare, ma mette in scena una
Famosa Ultima Resistenza."
Gli uomini erano tutti entrati nella cucina ora. La porta era sgombra.
"Qualcuno ha mai avuto una Famosa Ultima Fuga?" chiese Scuotivento.
"No. Che cosa sarebbe?"
"Arrivederci!"
Mentre correva via lungo il litorale buio sentì l'urlo dietro di lui.
"Così si fa! Conteremo fino a dieci!"
Alzò lo sguardo mentre correva e vide che il grande cartello sopra la birreria sembrava essersi spento. E poi si
rese conto che qualcosa stava balzellando appena dietro di lui. "Oh, no! Non tu!"
"Buongiorno." disse Scrappy, guadagnando terreno.
"Guarda il casino in cui mi hai messo!"
"Casino? Stavi per essere impiccato! Ora ti stai godendo l'aria fresca e sana nel paese di un dio!"
"E sto per essere riempito di frecce!"
"E allora? È possibile schivare le frecce. Questo posto ha bisogno di un eroe. Campione di tosatura, guerriero
della strada, brigante dei cespugli, ruba-pecore, cavaliere. . . tutto ciò che ti serve ora è di essere bravo in
qualche gioco dannatamente stupido che non ha ancora inventato nessuno e magari costruire alcuni alti edifici
con denaro preso in prestito e sei a cavallo. Non ti uccideranno così in fretta."
"Questo non è molto di conforto! Comunque, non ho fatto nulla di tutto quello che- Beh, voglio dire l'ho fatto,
ma-"
"E' quello che pensa la gente, che conta. Ora credono che tu sia evaso da una cella serrata."
"Tutto quello che ho fatto è stato-"
"Non importa! Sapessi quanti carcerieri vorrebbero stringerti la mano, beh, mi sa che non avrebbero voglia di
impiccarti prima di pranzo!"
"Senti, gigantesco ratto saltellante, posso arrivare al porto, va bene? Posso correre più veloce di loro! Posso
nascondermi! So come essere un clandestino, vomitare, essere scoperto, essere gettato fuori bordo, rimanere a

137
galla per due giorni aggrappato ad una vecchia botte e mangiare plancton setacciato con la barba, negoziare
con cura con i contrabbandieri di coralli che gironzolano attorno alla barriera corallina di un infido atollo e
sopravvivere mangiando patate!"
"Questo è un talento molto speciale." disse il canguro, saltando la gomena di una nave. "Quante navi Icsiane
hai mai visto ad Ankh-Morpork? E' il porto più trafficato del mondo, non è vero?"
Scuotivento rallentò.
"Beh. . ."
"E' la corrente, compare. Prova ad allontanarti dieci miglia dalla costa e non c'è un solo capitano su un centi-
naio che possa fermare la sua nave nell'andare dritta verso il bordo. Sono molto forti, vicino alla riva."
Scuotivento si fermò. "Vuoi dire che tutto questo posto è una prigione!"
"Sì. Ma gli Icsiani dicono che questo è il miglior stramaledettissimo posto al mondo, quindi non c'è motivo di
andare altrove, in ogni caso."
C'erano grida dietro di lui. Le guardie qui non se la prendevano comoda nel contare fino a dieci, come faceva-
no la maggior parte delle guardie.
"Che cosa hai intenzione di fare ora?" disse Scuotivento.
Il canguro se n'era andato.
Svoltò in una strada laterale e la trovò completamente bloccata. Carri riempivano la strada da parte a parte.
Carri allegramente decorati.
Scuotivento si fermò. Era sempre stato il principale esponente della fuga "da che cosa" piuttosto che "verso
che cosa". Avrebbe potuto scrivere "L'arte della Fuga da Che Cosa". Ma di tanto in tanto, in un certo senso, si
diceva che anche il Verso Che Cosa era importante.
Per prima cosa, molta della gente in piedi a chiacchierare intorno ai carri indossava abiti di pelle.
Si potrebbero tirar fuori un sacco di argomenti a favore della pelle. Ha una lunga durata, è pratica e resistente.
Persone come Cohen il Barbaro avevano scoperto che era così resistente e di lunga durata che i loro vecchi pe-
rizomi dovevano essere rimossi da un fabbro. Ma la gente qui non sembrava aver cercato queste qualità nel
negozio. Facevano pensare più a domande come: quante borchie ha? Quanto è brillante? Ha dei buchi ricavati
in posti insoliti?
Ma effettivamente, una delle più basilari regole per la sopravvivenza su qualsiasi pianeta è "mai infastidire
qualcuno che indossa in pelle nera31". Scuotivento passò educatamente davanti a loro, dando un cenno ami-
chevole ed alzando la mano ogni volta che ne vedeva uno guardare nella sua direzione. Per qualche ragione,
questo causò a più di uno di concentrare la sua attenzione su di lui.
C'erano anche gruppi di donne, e non c'era alcun dubbio che se IcsIcsIcsIcs era dove un uomo poteva puntare
in alto, lo poteva fare anche una donna. Alcune di loro erano comunque molto belle, in modo generale, anche
se i baffi occasionali sembravano fuori posto, ma il mago era stato in paesi stranieri e sapeva che le cose pote-
vano essere alquanto lussureggianti nelle regioni più rurali.
C'erano più paillettes di quante ne avresti potute vedere. Più piume, anche.
Poi gli venne in mente un lampo di genio.
"Oh, questo è un carnevale, giusto?" disse ad alta voce. "E' questo è il Gala di cui continuavano a parlarmi."
"Scusami?" disse una donna con un abito coperto di lustrini, che stava cambiando la ruota ad un enorme carro
viola.
"Sono carri di carnevale, non è vero?" disse Scuotivento.
La donna strinse i denti, spinse la nuova ruota in posizione e poi rilasciò l'asse. Una lattina rimbalzò sul terre-
no.

31
Questo è il motivo per cui i manifestanti contro l'uso delle pelli degli animali non sono mai riusciti a gettare vernice
rossa sui pantaloni degli Hell's Angels.

138
"Accidenti, penso di aver rotto un chiodo." disse. Guardò Scuotivento. "Sì, questo è il carnevale. Quel vestito
ha visto giorni migliori, non è vero? Bei baffi, peccato per la barba. Staresti bene con una tinta." Scuotivento
guardò indietro lungo la strada. La calca ed il movimento della folla davanti a lui lo nascondevano, ma non
sarebbe durato a lungo.
"Ehm. . . mi può aiutare, madame?" disse. "Ehm...la polizia mi sta inseguendo."
"Possono essere davvero fastidiosi."
"C'è stato un malinteso su una pecora."
"Succede spesso, amico." Guardò Scuotivento dall'alto al basso. "Devo dire che non sembri un ragazzo di
campagna."
"Io? Mi innervosisco quando vedo un filo d'erba, signorina."
Lei lo fissò. "Tu...non sei qui da molto, vero, signor. . .?"
"Scuotivento, madame."
"Bè, sali sul carro, signor Scuotivento. Il mio nome è Letitia". Gli porse una mano piuttosto grande. Lui la
scosse, e poi ha cercò di nascosto di far circolare di nuovo il sangue mentre si arrampicava. Il carro viola era
stato decorato con enormi fasce rosa e lavanda, e quelle che sembravano rose fatte di carta. Scatole, anch'esse
rivestite di stoffa, erano state allestite al centro per formare una sorta di pedana rialzata.
"Che cosa ne pensi?" disse Letitia. "Le ragazze hanno lavorato tutto il pomeriggio."
Lo schema era un po' troppo femminile per i gusti di Scuotivento, ma era stato cresciuto per essere educato. Si
rannicchiò, il più possibile lontano dalla vista .
"Molto bello." disse. "Molto accogliente."
"Sono contenta che la pensi così."
Più avanti, da qualche parte, una banda iniziò a suonare. Ci fu un crepitio quando la gente salì sui carri o si unì
per marciare. Un paio di donne salì sul carro viola, tutte con paillettes e guanti lunghi, e fissarono Scuotivento.
"Ma che cosa..." cominciò una.
"Darleen - dobbiamo parlare." disse Letitia, dalla parte anteriore del carro.
Scuotivento le vide riunirsi. Di tanto in tanto una di loro alzava la testa e gli lanciava uno strano sguardo, co-
me se stesse rassicurando sé stessa che fosse effettivamente lì.
Avevano delle gran belle ragazze qui, però. Si chiese dove prendessero le scarpe.
Scuotivento non aveva una grande familiarità con le donne. Il pezzo della sua vita che non era stata spesa ad
alta velocità, lo aveva passato tra le mura dell'Università Invisibile, dove le donne erano messe nella stessa ca-
tegoria della carta da parati e degli strumenti musicali - interessanti a modo loro, e senza dubbio, in un piccolo
modo, una parte importante della struttura della civiltà ma, in fin dei conti, non esattamente essenziali.
Nelle occasioni in cui aveva trascorso un po' di tempo in intima compagnia con una donna, era generalmente
quando lei stava cercando di tagliargli la testa o coinvolgerlo in un corso di eventi che probabilmente sarebbe-
ro dovuti capitare a qualcun'altro.
Quando aveva a che fare con le donne non era, per così dire, molto abile nella messa a punto. I suoi pochi tra-
scurati istinti gli dicevano che qualcosa era fuori luogo, ma non riusciva a capire cosa fosse.
Quella chiamata Darleen si diresse a grandi passi verso il rimorchio, con aria decisa e piuttosto aggressiva.
Scuotivento si tolse rispettosamente il cappello.
"Mangi gamberi crudi?" gli chiese.
"Io? Certamente no, signorina. Nessun gambero. Se solo potessi rannicchiarmi a terra fino a quando saremo a
distanza di qualche miglia, è tutto quello che chiedo-"
"Sai di cosa si tratta, non è vero?"
"Si, signorina. Il carnevale." Scuotivento deglutì. "Non c'è problema. A tutti piace travestirsi, non è così?"
"Mi stai dicendo che pensi veramente. . . Voglio dire noi. . . Perché stai fissando i miei capelli?"
"Ehm. . . Mi chiedevo come fai ad averli così brillanti. Sei nel modo dello spettacolo anche tu?"

139
"Ci stiamo muovendo, ragazze." le richiamò Letitia. "Ve lo ricordo. . .sorridete e siate graziose. Lascialo stare,
Darleen, non sai dove è stato."
La terza donna, quella che le altre avevano chiamato Neilette, lo guardava con curiosità, e Scuotivento sentì
che c'era qualcosa che non andava in lei. I suoi capelli non erano sciatti, ma certamente lo sembravano se con-
frontati con quelli delle sue colleghe. Non sembrava abbastanza truccata. Sembrava, insomma, un po' fuori
luogo.
Poi vide una guardia davanti a loro, e si gettò sotto il bordo del carro. Un buco nelle assi gli permise di vedere,
mentre il carro girava l'angolo, la folla in attesa.
Era stato ad un certo numero di carnevali, anche se di solito non di proposito. Aveva anche partecipato al
Pranzo Grasso a Genuva, generalmente considerato come il più grande del mondo, anche se ricordava vaga-
mente di essere rimasto appeso a testa in giù sotto uno dei carri per sfuggire ai suoi inseguitori, ma in questo
momento non riusciva a ricordare perché era stato inseguito, dato che non era mai saggio fermarsi e chiederlo.
Anche se Scuotivento aveva coperto gran parte del disco nella sua vita, la maggior parte dei suoi ricordi erano
così - sfocati. Non per un problema di memoria, ma a causa della velocità.
Questo sembrava il solito pubblico. Un vero corteo da carnevale dovrebbe aver luogo solo dopo che i pub so-
no stati aperti da qualche ora. Aggiunge spontaneità. C'erano applausi, fischi, urla e beffe. Più avanti, le per-
sone stavano suonando delle trombe. Dei ballerini volteggiarono oltre lo spioncino di Scuotivento.
Si sedette di nuovo e tirò una fascia di taffettà sopra la sua testa. Questo genere di eventi hanno sempre un
sacco di vigilanza in giro, con tutti i borseggiatori e così via. Avrebbe aspettato fino al completo abbandono in
cui di solito finivano queste cose, e sarebbe silenziosamente sgattaiolato fuori dalla vista.
Abbassò lo sguardo.
Queste signore erano certamente fissate con le scarpe. Ne avevano a centinaia.
Centinaia di scarpe, tutte allineate, spuntavano da sotto un cumulo di abbigliamento femminile. Scuotivento
distolse lo sguardo. C'era probabilmente qualcosa di moralmente sbagliato nel fissare abiti femminili senza
donne che li riempivano.
La sua testa si voltò indietro e guardò di nuovo le scarpe. Era certo di aver visto alcune di loro muover-
Una bottiglia si frantumò vicino alla sua testa. Il vetro si sparse intorno a lui. In alto, Darleen pronunciò una
parola che non si sarebbe mai aspettato potesse uscire dalle labbra di una donna.
Scuotivento alzò la testa con cautela ed un'altra bottiglia gli rimbalzò sul cappello.
"Degli idioti si stanno divertendo." disse Darleen, a denti stretti. "C'è sempre qualche burl- oh, sul serio?"
"Perché non ci dai un bacio, bello?" disse un giovane uomo che era saltato a bordo del carro, sventolando feli-
cemente una lattina di birra.
Scuotivento aveva visto alcuni grandi combattenti in azione, ma nessuno aveva mai mollato un pugno come
Darleen. Con gli occhi socchiusi, il pugno che descriveva un cerchio completo, colpì il mento dell'uomo a me-
tà strada, e quando lui scomparve dalla vista del mago stava ancora completando il giro.
"Guarda qua!" esclamò Darleen, agitando la mano davanti a Scuotivento. "Strappato! Questi guanti da sera
costano una fortuna. Quel bastardo!" una birra volò vicino al suo orecchio. "Hai visto chi l'ha lanciata? L'hai
visto? Guarda che ti ho visto, cretino! Ti prendo per il collo e ti smutando con i pantaloni!"
La folla urlò il loro apprezzamento e la loro derisione, allo stesso tempo. Scuotivento vide alcuni elmi delle
guardie voltarsi verso di loro.
"Ehm. . ." disse.
"Ehi, eccolo! Quello è Scuoti, il brigante dei cespugli!" gridò qualcuno, indicandolo.
"Non erano cespugli, era solo una pecora!"
Scuotivento si chiese chi lo avesse detto, e si rese conto che era stato lui. E non c'era scampo. E le guardie sta-
vano guardando verso di lui. E non c'era davvero scampo. La strada era piena. Ci fu un'altra rissa con la folla.
Non c'erano vicoli circostanti, amici del fuggitivo. E le guardie si stavano facendo strada attraverso la folla,

140
con grande difficoltà. E la folla stava passando il miglior giorno della sua vita. E la grande insegna della birra
con il canguro brillava sopra di lui.
Era la fine, allora. Tempo per le sue Ultime Parole Famose.
"Che cosa?" disse ad alta voce. "Non è mai il momento per le Ultime Parole Famose!" si rivolse a Letitia.
"Vorrei solo ringraziarvi per aver cercato di aiutarmi." disse. "E' stato un piacere aver incontrato delle vere si-
gnore, almeno per una volta."
Si guardarono l'un l'altro.
"Il piacere è tutto nostro." disse Letitia. "E' strano incontrare un vero gentiluomo, non è vero ragazze?"
Darleen diede un calcio con una gamba insaccata in calze a rete ad un uomo che cercava di salire sul carro,
provocando con un tacco a spillo ciò che il bromuro di potassio nel tè ottiene in varie settimane.
"Stramaledettamente verissimo!" disse lei.
Scuotivento balzò dal carro, atterrò sulla spalla di qualcuno, e saltò di nuovo, molto brevemente, sulla testa di
qualcun'altro. Avrebbe funzionato. A patto di continuare a muoversi, avrebbe davvero funzionato. Qualche
mano cercò di afferrarlo e volarono delle lattine, ma c'erano anche un sacco di grida del tipo 'Buona fortuna!' e
'Così si fa!'.
Finalmente vide un vicolo. Saltò giù dall'ultima cortese spalla ed ingranò la quinta, scoprendo solo allora che
era un vicolo ceco. La cosa peggiore era che si trattava di un vicolo con tre o quattro guardie a sbarrargli l'u-
scita, che lo avevano intrappolato per un pelo.
Gli lanciarono quello sguardo da poliziotti davvero infastiditi che dice che, essendo uno sgradito intruso nella
loro breve pausa-pranzo, sarebbe definitivamente stato condannato per qualcosa. E poi il loro sergente si illu-
minò.
"È lui!"
Fuori in strada la gente aveva iniziato a gridare e urlare. Non erano le grida gioiose del carnevale. La gente
stava davvero soffrendo là fuori. In più stavano facendo una tale pressione che non c'era più via d'uscita.
"Posso spiegare tutto." disse Scuotivento, consapevole solo a metà del crescente rumore. "Beh. . . la maggior
parte delle cose. Alcune cose, certamente. Un paio di cose. Sentite, riguardo a quella pecora-"
Qualcosa di scintillante volò sopra la sua testa ed atterrò sul selciato tra lui e le guardie.
Era simile ad un tavolo in abito da sera, ed aveva centinaia di piccoli piedini. Indossavano i tacchi alti. Scuoti-
vento si chiuse a riccio e mise le mani sopra la testa, premendosi le orecchie fino a che il rumore non scom-
parve.

Sulla riva del mare, la spuma ribollì e trascinò la sabbia. Quando l'onda si ritrasse la schiuma scivolò intorno
ad un grosso pezzo di albero scheggiato.
Il carico del legno, consistente in granchi e parassiti della sabbia, attese il momento opportuno e scivolò via
cautamente, guadagnando terreno prima della prossima ondata.
La pioggia batteva la spiaggia, formando piccoli canyon in miniatura di sabbia nel suo percorso verso il mare.
I granchi si arrampicavano attraverso di essi come coloni in fuga, correndo per segnare il loro territorio sull'in-
finita spiaggia vergine.
Seguirono la linea salata di alghe e conchiglie, arrampicandosi l'uno sull'altro nella ricerca di uno spazio dove
un granchio può camminare orgogliosamente di lato ed iniziare una nuova vita e mangiare la sabbia inebriante
della libertà.
Alcuni di loro si misero a studiare un grigio cappello a punta, fradicio ed aggrovigliato nelle alghe, poi corsero
su un terreno molto più promettente, con buchi più interessanti.

141
Uno di loro cercò di entrare nel naso di Ponder Stibbons, e venne di nuovo sbattuto fuori.
Ponder aprì un occhio. Quando mosse la testa, l'acqua nelle sue orecchie faceva un rumore rimbombante.
Quello che era successo negli ultimi minuti era complicato. Ricordava di essere scivolato su un tubo di acqua
verde, se mai una cosa del genere fosse possibile, e c'erano stati dei momenti in cui l'acqua, l'aria e Ponder
stesso si erano saldamente intrecciati. Ora si sentiva come se qualcuno avesse, con grande precisione, colpito
ogni parte del suo corpo con un martello.
"Vuoi andartene o no!"
Ponder alzò una mano e tirò via un altro granchio dal suo orecchio, e si rese conto di aver perso gli occhiali.
Probabilmente erano finiti sul fondo del mare ormai, spaventando qualche aragosta. Così eccolo lì, su una
spiaggia sconosciuta, dove sarebbe stato perfettamente in grado di vedere chiaramente, se non fosse stato tutto
sfocato.
"Sono morto questa volta?"
Era la voce del Decano, qualche metro più avanti lungo la spiaggia.
"No, è ancora vivo, signore." disse Ponder.
"Dannazione. Ne è sicuro?"
Ci furono altri gemiti provenienti da detriti lasciati dalla marea, che si rivelarono essere maghi mischiati ad
alghe.
"Siamo tutti qui?" chiese Ridcully, cercando di rimettersi in piedi.
"Sono sicuro che io non ci sono." gemette il Decano.
"Non vedo. . .la signora Whitlow." disse Ridcully. "O il Tesoriere. . ."
Ponder si sedette.
"C'è. . . oh cielo. . . beh, ecco il Tesoriere. . ."
Al largo si stava alzando un'enorme onda. Torreggiava sempre più alta. Ed il Tesoriere era sopra di essa.
"Tesoriere!" urlò Ridcully.
La figura distante si alzò sul seme e salutò.
"Sta in piedi." disse Ridcully. "Dovrebbe per caso fare una cosa del genere? Non dovrebbe stare in piedi, no?
Sono sicuro che non dovrebbe stare in piedi. Non dovrebbe stare in piedi, TESORIEREEEE! Come diavolo. .
. Questo non dovrebbe essere possibile, vero?"
L'onda si arricciò, ma il Tesoriere sembrò scivolare sulla cresta, scendendo lungo l'enorme parete d'acqua ver-
de come un uomo sugli sci.
Ridcully si rivolse agli altri maghi. "Non può farlo, vero? Sta gironzolando su e giù sull'acqua. Può farlo?
L'onda si sta arricciando e lui scivola delicatamente lungo il. . . Oh, no. ."
La cresta schiumosa si richiuse sul mago a gran velocità.
"Ecco, appunto." disse Ridcully.
"Ehm. . . no. . ." disse Ponder.
Il Tesoriere riapparve più avanti lungo la spiaggia, espulso dal tubo d'acqua come una freccia da un arco.
L'onda si schiantò dietro di lui, colpendo il bagnasciuga come se l'avesse appena offesa.
Il seme cambiò direzione, navigò dolcemente sopra la risacca e si adagiò sulla spiaggia.
Il Tesoriere scese. "Evviva" disse. "Ho i piedi bagnati. Che bella foresta. E' l'ora del tè." Prese il seme e lo
piantò nella sabbia. Poi si allontanò lungo la spiaggia.
"Come ha fatto?" disse Ridcully. "Voglio dire, quell'uomo è più pazzo di un furetto! Un Tesoriere dannata-
mente bravo, naturalmente. . ."
"Forse la mancanza di equilibrio mentale fa sì che nulla intacchi la sua stabilità fisica?" disse stancamente
Ponder.
"Lo pensa davvero?"

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"Non proprio, signore. Dicevo per dire." Ponder provò a massaggiarsi le gambe per far ritornare un po' di vita,
e cominciò a contare sottovoce.
"C'è qualcosa da mangiare qui?" disse il Professore degli Studi Indefiniti.
"Quattro." disse Ponder.
"Chiedo scusa?"
"Che cosa? Oh, stavo solo facendo un conteggio, signore. No, signore. Probabilmente ci sono pesce ed arago-
ste nel mare, ma a me la terra sembra piuttosto spoglia."
E infatti lo era. La sabbia rossastra si stendeva attraverso la pioggerella grigiastra verso le montagne bluastre.
L'unica tendenza al verde era il volto del Decano e, improvvisamente, i germogli che iniziarono a fuoriuscire
dal surf del Tesoriere. Le foglie si dispiegarono sotto la pioggia, e dei fiorellini si aprirono con piccoli 'plop'.
"Be', almeno avremo un'altra barca." disse il Sommo Algebrico.
"Ne dubito, signore." disse Ponder. Il dio non era molto bravo nella riproduzione delle cose."
E, infatti, il frutto che si stava espandendo non aveva la forma di una barca.
"Sapete, io continuo a pensare che sarebbe utile se pensassimo a tutto questo come una preziosa opportunità."
disse Ridcully.
"Questo è vero." disse il Decano, seduto. "Non ti capita molte volte nella vita di aver la possibilità di morire di
fame in un tetro continente alcune migliaia di anni prima di essere nato. Dobbiamo sfruttare questa opportuni-
tà."
"Volevo dire che combattere contro l’insanità mentale tirerà fuori il meglio di noi e ci unirà come una squadra
rampante e determinata." disse Ridcully. Questo punto di vista non ebbe sostenitori.
"Sono sicuro che ci deve essere qualcosa da mangiare." borbottò il Professore di Studi indefiniti, guardandosi
intorno senza meta. "Di solito c'è."
"Dopo tutto, non c'è nulla che possa superare degli uomini come noi." disse Ridcully.
"È vero." disse Ponder. "Oh déi, sì. È vero."
"E almeno un mago può sempre fare un fuoco decente."
Gli occhi di Ponder si sbarrarono. Si alzò con un movimento per fermare Ridcully, ma era ancora in volo
quando l'Arcicancelliere lanciò una piccola palla di fuoco ad un mucchio di legna. Con il tempo che la palla
incandescente impiegò per trovarsi a metà strada per il legno, Ponder aveva colpito Ridcully nella parte poste-
riore, in modo che entrambi caddero scompostamente sulla sabbia bagnata quando il mondo prese fuoco.
Quando sollevarono gli occhi il mucchio di legno era un cratere annerito.
"Bene, grazie." disse il Decano, dietro di loro. "Mi sento bello ed asciutto ora, e poi le sopracciglia non mi
servivano più di un tanto."
"C'è un alto campo taumico, signore." ansimò Ponder.
"Ho notato." Ridcully si fissò le mani. "Stavo per accendere la pipa con. . ." mormorò. Teneva la mano lonta-
no da lui. "Era solo al Decimo Livello." disse.
Il Decano si alzò, spazzando via alcuni ciuffi di barba bruciata. "Credo di non essere sicuro di quello che ho
appena visto." disse, e puntò il dito contro una roccia vicina.
"No, signore, non credo che-"
La maggior parte della roccia venne sollevata da terra e finì ad un centinaio di metri di distanza. Il resto sfri-
golò in una pozza rovente.
"Posso provare anch'io?" disse il Sommo Algebrico.
"Signore, non credo davvero che-"
"Oh, ben fatto, Sommo Algebrico." disse il Decano, appena un'altra roccia si frantumò in piccoli pezzi.
"Santi numi, aveva ragione, Stibbons." disse Ridcully. "Il campo magico è potente qui."
"Sì, signore, ma davvero non credo che lo dovremmo utilizzare, signore!" urlò Ponder.
"Siamo maghi, giovanotto. Usare la magia è quello che fanno i maghi."

143
"No, signore! Non usare la magia è quello che in realtà fanno!"
Ridcully esitò.
"Questa è magia fossile, signore!" disse Ponder, parlando veloce. "E' quella che è stata utilizzata per creare
questo luogo! Potremmo fare danni incalcolabili se non stiamo attenti!"
"Va bene, va bene, nessuno faccia nulla per il momento." disse Ridcully. "Ora. . .di cosa sta parlando, signor
Stibbons?"
"Non credo che il posto sia correttamente, beh, rifinito, signore. Voglio dire, non esistono nemmeno piante o
animali, non è così?"
"Sciocchezze. Ho visto un cammello poco fa."
"Sì, signore, ma è arrivato con noi. E ci sono alghe e granchi sulla spiaggia ed anche loro sono stati portati
dalle onde. Ma dove sono gli alberi ed i cespugli e l'erba?"
"Interessante." disse Ridcully. "Questo posto è immacolato come il culetto di un bambino."
"E' ancora in costruzione, signore. Il dio ha detto che era in costruzione."
"Incredibile, davvero." disse Ridcully. "Un intero continente creato dal nulla?"
"Esatto, signore."
"Gazillioni di taum di magia riversati nel mondo."
"Ha capito, signore."
"Intere montagne e scogliere e spiagge dove una volta c'era nulla, ora prendono forma."
"Proprio così, signore '.
"Un piccolo miracolo, si potrebbe dire."
"Certamente, signore."
"Quantità incredibilmente grandi di magia che fanno quello che devono fare."
"Sorprendente, signore."
"Quindi mi aspetto che nessuno se ne accorgerà se ne prendiamo un po', eh?"
"No! Non è così che funziona, signore! Se la usassimo sarebbe come. . . come calpestare delle formiche, si-
gnore! Questo non è come. . . trovare un vecchio bastone in un armadio ed usare la magia che è rimasta. Que-
sta è pura energia primordiale! Tutto ciò che facciamo potrebbe anche avere delle conseguenze."
Il Decano gli batté sulla spalla. "Allora eccoci qui, giovane Stibbons, bloccati su questa riva abbandonata. Che
cosa suggerisce? Siamo migliaia di anni lontani da casa. Forse dovremmo semplicemente sederci ed aspettare?
Quel tale Scuotivento probabilmente ci incontrerà tra un paio di millenni?"
"Ehm, Decano. . ." disse il Sommo Algebrico.
"Sì?"
"E' per caso lì in piedi dietro Stibbons o sta seduto su questa roccia qui?"
Il Decano si guardò, seduto sulla roccia.
"Oh, mannaggia." mormorò. "Di nuovo quella discontinuità temporale."
"Di nuovo?" disse Ponder.
"L'abbiamo già avuta nella stanza 5b, una volta." disse il Sommo Algebrico. "Ridicolo. Dovevi tossire prima
di poter entrare, nel caso fossi già lì. In ogni caso, non dovrebbe essere sorpreso, giovanotto. Una grande
quantità di magia può-"
Il Sommo Algebrico scomparve, lasciando solo un mucchio di vestiti.
"Ci vuole un po' per abituarsi." disse Ridcully. "Ricordo quando-"
La sua voce improvvisamente diminuì di tono. Ponder si girò e vide un piccolo mucchio di abiti con un cap-
pello a punta sopra.
Alzò il cappello con cautela. Una faccetta rosa sotto un ciuffo di riccioli lo guardò.
"Cavoli!" squittì Ridcully. "Quanti anni ho, signor Stibbons?"

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"Ehm. . . direi attorno ai sei, signore." disse Ponder. La sua schiena si chinò.
La piccola faccia preoccupata si imbronciò. "Voglio la mia mamma!" Il nasino tirò su. "L'ho appena detto
davvero?"
"Ehm, sì. . ."
"Si può superare, se ci si concentra." squittì l'Arcicancelliere. "Serve ripristinare la con- voglio dei dolcetti! -
Resetta la discontinuità temp- Voglio dei dolcetti - Oh, no, tu aspetti fino a che arriviamo a casa, o ti do un
ceffone - Resetta l'orologio del cor- Dov'è il Signor Pootle? - Resetta l'orologio del corpo - Voglio Mr Pootle!
- Non si preoccupi, credo di starci prendendo la mano-"
Il gemito dietro Ponder lo fece voltare. C'erano diverse pile di abiti dove erano stati i maghi. Tirò da parte il
cappello del Decano non appena un debole 'bloop' suggerì che Mustrum Ridcully era riuscito a riconquistare
nuovamente il pieno possesso della sua età.
"Quello è il Decano, Stibbons?"
"Potrebbe essere, signore. Ehm. . . alcuni di loro sono scomparsi, signore!"
Ridcully sembrava calmo.
"La ghiandola temporale reagisce negli alti campi magici." disse. "Probabilmente hanno deciso che dal mo-
mento che ci troviamo a migliaia di anni fa, non sono qui. Non si preoccupi, torneranno quando ne saremmo
fuori. . ."
Ponder si sentì improvvisamente senza fiato. "E. . . Hwee. . . credo che questo sia il Docente di Rune Recenti.
. . Hwee. . . naturalmente. . . Hwee. . . tutti i bambini sembrano. . . Hwee. . . uguali."
Ci fu un altro lamento da sotto il cappello del Sommo Algebrico.
"Ci vuole un po' di. . . Hwee. . . scuola materna, signore." Ponder ansimò. La sua schiena scricchiolò quando
cercò di stare dritto.
"Oh, probabilmente torneranno da soli quando sarà ora di mangiare." disse Ridcully. "Non ci sarà nessun pro-
blema, ragazzo. Voglio dire, signore."
Ponder alzò le mani davanti a sé. Poteva vedere le vene attraverso la pelle pallida. Poteva quasi vedere le ossa.
Intorno a lui le pile di vestiti si riempirono di nuovo quando i maghi ritornarono alla loro corretta età.
"Quanto. . . sono. . . Hwee. . . vecchio?" ansimò. "Come qualcuno che non dovrebbe. . . Hwee. . . iniziare a
leggere un libro lungo?"
"Non troppo lungo." disse Ridcully allegramente, sorreggendolo. "Quanti anni si sente? Nello spirito, inten-
do?"
"Io. . . Hwee. . . dovrei sentirmi. . . Hwee. . . sui ventiquattro, signore." Ponder gemette. "Ma in realtà. . .
Hwee. . . mi sento come un ventiquattrenne che è stato colpito da 80 anni che viaggiano a. . . Hwee. . . ad alta
velocità."
"Si aggrappi a quel pensiero. La ghiandola temporale sa quanti anni ha."
Ponder cercò di concentrarsi, ma era difficile. Una parte di lui voleva andare a dormire. Una parte di lui vole-
va dire, 'Hah, e questo lo chiamate un disturbo temporale? Avreste dovuto vedere i disturbi temporali con cui
avevamo a che fare ai miei tempi.' Una pressante parte di lui lo stava minacciando che se non avesse trovato
un gabinetto al più presto se la sarebbe sbrigata da solo.
"Ha di nuovo i suoi capelli." disse il Sommo Algebrico, incoraggiante.
Ponder si sentì dire, "Ricordate il vecchio "Schifo" Trusset? Era un mago che aveva. . . dei bei. . . capelli. . ."
Cercò di resistere. "E' ancora vivo, non è vero?" ansimò. "Aveva la mia stessa età. Oh, no. . . ora sto ricordan-
do solo ieri, come se fosse. . . Hwee. . . settant’ anni fa!"
"Può farcela." disse Ridcully. "Deve mettere in chiaro che non può accettarlo, capito. La cosa importante è
non farsi prendere dal panico."
"Io sono nel panico." squittì Ponder. "Solo che lo sono molto lentamente! Perché ho questa orribile sensazione
di. . . Hwee. . . cadere in avanti tutto il. . . Hwee. . . tempo?"

145
"Oh, queste sono solo apprensioni di mortalità." disse Ridcully. "Ce le hanno tutti."
"E. . . Hwee. . . ora penso che la mia memoria se ne stia andando. . ."
"Cosa glielo fa pensare?"
"Pensare che cosa? Dica pure. . . Hwee. . .buon uomo. . ."
Qualcosa esplose da qualche parte dietro i bulbi oculari di Ponder e lo sollevò da terra. Per un attimo si sentì
come se avesse saltato nell'acqua ghiacciata.
Il sangue iniziò a scorrere di nuovo nelle sue mani.
"Ben fatto, ragazzo." disse Ridcully. "I suoi capelli sono tornati di nuovo castani."
"Ow. . ." Ponder si accasciò sulle ginocchia. "E' stato come indossare un abito di piombo! Non voglio ripro-
varlo mai più!"
"La soluzione migliore è il suicidio, direi." disse Ridcully.
"E' quindi mi accadrà di nuovo?"
"E' probabile. Almeno una volta, comunque."
Ponder si alzò in piedi con uno sguardo d'acciaio nei suoi occhi. "Allora cerchiamo di trovare chi sta co-
struendo questo posto e chiediamo loro di rimandarci a casa." ringhiò.
"Potrebbero non darci ascolto." disse Ridcully. "Le divinità possono essere molto permalose."
Ponder tirò su le maniche per lasciare le mani libere. Per un mago, questo era l'equivalente di caricare di un
fucile a canne mozze.
"Allora insisteremo." disse.
"Davvero, Stibbons? Che dire della protezione dell'ecologia magica?"
Ponder alzò verso di lui uno sguardo che avrebbe aperto una camera blindata. Ridcully era nei suoi settant'an-
ni, ed era arzillo anche per un mago, che tendevano a vivere bene nei due secoli successivi se sopravvivevano
per i primi 50 anni. Ponder non era sicuro di quanti anni avesse, ma era sicuro di poter sentire il rumore di una
lama che veniva affilata. Era una cosa utile da sapere quando andavi in viaggio, così come molte, molte altre
cose se volevi vedere la tua destinazione vivo e vegeto.
"Può andare a quel paese!" disse.32
"Ben detto, signor Stibbons! Faremo di lei un grande mago. Ah, il Decano. . . oh. . ."
I vestiti del Decano si erano gonfiati ma non avevano, diciamo, riempito lo stesso spazio di prima. Il cappello
in particolare, era abbastanza grande per cadere sulle orecchie del Decano, che erano più rosse ed a sventola di
quanto Ponder ricordava. Ridcully sollevò il cappello.
"Smamma, nonno." disse il Decano.
"Ah." disse l'Arcicancelliere. "Tredici anni, direi. Il che spiega molto. Beh, Decano, ci aiuti con gli altri, vuo-
le?"
"Perché dovrei?" il Decano pre-adolescente si scrocchiò le nocche. "Hah! Io sono ancora giovane ma tu sarai
presto morto e sepolto! Ho tutta la vita davanti a me!"
"In primo luogo, la dovrà passare qui, e in secondo luogo, Decano, pensa che sia divertente essere Decano nel
corpo di un tredicenne, è vero, ma tra un minuto o due inizierà a dimenticare tutto, sa? La vecchia ghiandola
temporale non può permettere che lei ricordi quando aveva quattordici anni, se non ne ha ancora tredici, mi
segue? Lo saprebbe anche lei, Decano, se non lo stesse dimenticando. Dovrà passare attraverso tutto da capo.
Decano. . . ah. . ."
Il cervello ha molto meno controllo sul corpo che il corpo sul cervello. E l'adolescenza non è un buon momen-
to. Nemmeno lo è la vecchiaia, se è per questo, ma almeno i brufoli sono scomparsi, alcune delle ghiandole
più problematiche si sono date una calmata ed è permesso fare un pisolino nel pomeriggio ed ammiccare alle
giovani donne. In ogni caso, il corpo del Decano non aveva ancora sperimentato troppa vecchiaia, mentre ogni
32
Sarebbe bello poter dire che questa esperienza ha insegnato a Ponder una lezione preziosa e che da allora in poi diven-
ne molto più premuroso verso le persone anziane, ma tutto ciò successe per circa cinque minuti.

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brufolo, neo o rimorso della sua giovinezza era fermamente impresso nella sua memoria morfica. Una volta,
decise, era stata abbastanza.
Il Decano si ampliò. Ponder si accorse che la sua testa, in particolare, si gonfiò per adattarsi alle orecchie
Il Decano si strofinò la faccia senza brufoli. "Per cinque minuti non sarebbe stato male." si lamentò. "A che
cosa è dovuto tutto questo?"
"Incertezza temporale." disse Ridcully. "L'aveva già vista prima, non se n’è accorto? A cosa stava pensando?"
"Sesso."
"Oh, sì, certo. . .che sciocco che sono, davvero." Ridcully guardò lungo la spiaggia deserta. "Signor Stibbons
pensa che potrem-" cominciò. "Santi numi! Ci sono persone qui!"
Una giovane donna stava camminando verso di loro. Stava ondeggiando, per la precisione.
"Caspita." disse il Decano. "Suppongo che questa non sia l'Isola di Slakki, vero?"
"Pensavo che indossassero gonnellini di paglia. . ." disse Ridcully. "Cos'è che sta indossando, Stibbons?"
"Un pareo."
"A me va benissimo, haha." disse il Decano.
"Certamente fa desiderare ad un uomo di essere più giovane di cinquant'anni." disse il Professore degli Studi
Indefiniti.
"A me andrebbe bene anche più giovane di cinque minuti." disse il Decano.
"Che cos'è che sta portando?" disse Ridcully.
"Sembrano. . . noci di cocco. . ." disse Ponder, riparandosi gli occhi dal sole.
"A me sembra più un pezzo di qualcosa." disse il Sommo Algebrico.
"Certamente una noce di cocco." disse Ridcully. "Non mi lamento, naturalmente, ma di solito queste camerie-
re tropicali non hanno i capelli neri? Rossi non sembrano molto tipici."
"Suppongo che ci siano le noci di cocco qui, vero?" disse il Docente di Rune Recenti. "Galleggiano, non è ve-
ro?"
"C'è qualcosa di familiare in lei." rifletté Ridcully.
"Avete visto quella noce nel Museo delle Cose Abbastanza Insolite?" disse il Sommo Algebrico. "E' chiamato
il cocco-di-mare e. . ." si bloccò ". . . ha una forma molto curiosa, sapete, non indovinerete mai cosa mi ha fat-
to venire in mente. . ."
"Non può essere la signora Whitlow, no?" disse Ponder.
"...eppure, devo ammettere che..."
"E' la signora Whitlow!" disse Ridcully.
"...più che una noce, in realtà-"
Al Sommo Algebrico si accorse che il cielo era diventato di un altro colore nel suo pianeta personale. Si voltò,
guardò, disse, "Mwaaa. . . " e cadde delicatamente sulla sabbia.
"Non so davvero cosa sia successo al Signor Bibliotecario." disse la signora Whitlow, con una voce che fece
contrarre il Sommo Algebrico anche nel suo svenimento.
La noce di cocco aprì gli occhi. Sembrava come se avesse appena visto qualcosa di veramente terribile, ma
questa è la normale espressione dei cuccioli di orango ed in ogni caso stava guardando il Decano.
"Eek!" disse.
Ridcully tossì. "Beh, almeno è della forma giusta." disse. "E, ehm, lei, signora Whitlow? Come si sente?"
"Mwaa. . ." disse il Sommo Algebrico.
"Molto bene davvero, grazie." disse la signora Whitlow. "Questo paese mi piace. Non so se è stato il nuoto,
ma non mi sento così in forma da anni. Poi mi sono guardata intorno e c’era questa piccola adorabile scim-
mietta seduta lì vicino."

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"Ponder, le dispiacerebbe buttare il Sommo Algebrico in mare solo per un attimo?" disse Ridcully. "Non trop-
po in profondità. Non preoccupatevi se comincia a far fumo." Prese la sottile mano della signora Whitlow.
"Non voglio preoccuparla, cara signora Whitlow", disse, "ma credo che questo le procurerà un certo shock.
Prima di tutto, e la prego di non fraintendermi, potrebbe essere una buona idea allentare i suoi vestiti." deglutì.
"Leggermente."

Il Tesoriere aveva sperimentato alcuni cambiamenti di età mentre vagava per la terra umida e sterile, ma per
un uomo capace di essere un vaso di fiori per un pomeriggio intero questo era a malapena una piccola distra-
zione.
Quello che attirò la sua attenzione fu un falò. Dei pezzi di legno stavano bruciando, e le fiamme erano bordate
di blu per il sale.
Vicino ad esso c'era un sacco fatto di una specie di pelle di animale.
La terra umida accanto al Tesoriere si mosse ed un albero esplose, crescendo così in fretta che la pioggia eva-
porò dalle foglie che si dispiegavano. Questo non lo sorprese. Poche cose lo facevano. Inoltre, non aveva mai
visto un albero crescere, prima, quindi non sapeva quanto velocemente sarebbe dovuto succedere.
Molti altri alberi esplosero intorno a lui. Uno crebbe così velocemente che fece tutto il tragitto da alberello a
tronco mezzo marcio in pochi secondi.
Ed al Tesoriere sembrava che ci fossero altre persone lì. Non poteva vederli o sentirli, ma qualcosa tra le sue
ossa li percepiva. Tuttavia, il Tesoriere era abbastanza abituato anche alla presenza di persone che non pote-
vano essere viste o ascoltate da chiunque altro, ed aveva trascorso molte piacevoli ore di conversazione con
personaggi storici e, a volte, il muro.
Tutto sommato il Tesoriere era, a seconda della prospettiva, la persona più o meno adatta per incontrare divi-
nità, in fin dei conti.
Un vecchio spuntò da dietro una roccia ed era a metà strada verso il fuoco prima di aver notato il mago.
Come Scuotivento, il Tesoriere non aveva spazio nella sua testa per il razzismo. Il colore nero della pelle era
accolto con sollievo rispetto ad alcuni dei colori che aveva incontrato, anche se non aveva mai visto nessuno
così del tutto nero come l'uomo che ora lo fissava. Almeno, il Tesoriere pensava che lo stesse fissando. Gli
occhi erano così profondamente fissi che non poteva esserne sicuro.
Il Tesoriere, che era stato cresciuto bene, disse "Evviva, c'è un cespuglio di rose?"
Il vecchio gli fece un cenno piuttosto perplesso. Si diresse verso l'albero morto e tirò fuori un ramo, che spinse
nel fuoco. Poi si sedette e lo guardò come se guardare il legno bruciare fosse la cosa più avvincente del mon-
do.
Il Tesoriere si sedette su una roccia ed aspettò. Se si trattava di un gioco di pazienza, allora potevano giocare
in due.
Il vecchio continuava a guardare verso di lui. Il Tesoriere continuava a sorridere. Una o due volte fece all'uo-
mo un piccolo cenno.
Alla fine il ramo bruciato venne tirato fuori dal fuoco. Il vecchio prese il sacco di pelle con l'altra mano e se ne
andò tra le rocce. Il Tesoriere lo seguì.
C'era una sporgenza lì, sotto una piccola scogliera, che proteggeva un tratto di roccia verticale dalla pioggia.
Era il tipo di superficie tentatrice che, ad Ankh-Morpork, sarebbe già stata coperta così fittamente con un
mucchio di manifesti, disegni e graffiti che se il muro fosse stato rimosso il mucchio sarebbe comunque rima-
sto in piedi.
Qualcuno aveva disegnato un albero. Era il disegno di un albero più semplice che il Tesoriere avesse mai visto
da quando era stato abbastanza grande per leggere libri che non avevano solo immagini, ma era anche, in
qualche strano modo, il più accurato. Era semplicemente perché qualcosa di complesso era stato arrotolato fi-
no a diventare minuscolo; come se qualcuno avesse disegnato degli alberi, iniziando con la classica nuvola

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verde su un bastone, e poi lo avesse raffinato, e raffinato ancora, ed avesse creato con piccole spirali una linea
che diceva 'albero' e raffinato anche quella finché non era rimasta una sola linea che diceva ALBERO.
E ora, quando lo si guardava si poteva sentire il vento tra i rami.
Il vecchio si chinò accanto a lui e prese una pietra piatta con un po' di pasta bianca sopra. Disegnò un'altra li-
nea sulla roccia, che sembrava come una 'V' schiacciata, e la imbrattò con del fango.
Il Tesoriere scoppiò a ridere quando delle ali emersero dal disegno e si librarono davanti a lui.
E di nuovo si rese conto di uno strano effetto nell'aria. Gli ricordava. . . sì. . .il vecchio 'Gomma' Houser, que-
sto era il suo nome, ormai morto, ovviamente, ma ricordato da molti dei suoi contemporanei come l'inventore
del Dispositivo Grafico.
Il Tesoriere era entrato all'Università quando i probabili maghi iniziavano presto la loro formazione iniziale,
poco dopo il punto in cui avevano imparato a camminare, ma prima che avessero iniziato a spingere le ragazze
nel parco giochi. La scrittura di frasi ripetute nella classe di detenzione era una punizione familiare ed il Teso-
riere, come tutti gli altri, aveva giocato molte volte con la consueta prassi di legare diverse penne ad un righel-
lo in un tentativo di scrivere tre righe in una volta. Ma Houser, un ragazzo riflessivo, aveva raccattato alcuni
pezzi di legno ed aveva spogliato un materasso dalle sue molle, mettendo a punto una macchina per scrivere
quattro, sedici ed a volte trentadue righe. Era diventato così popolare che i ragazzi infrangevano apposta le re-
gole, per aver l'occasione di provarla, con tre centesimi per usarla ed un centesimo per aiutare a tenerla. Natu-
ralmente, era stato speso più tempo ad idearla che quello che faceva risparmiare l'utilizzarla, ma questo è tipi-
co in molti campi simili ed è un segno di progresso. L'esperimento si concluse tragicamente quando qualcuno
aprì la porta al momento sbagliato e l'intera forza repressa del prototipo sperimentale della macchina per 256-
righe di Houser lo spinse fuori da una finestra del quarto piano.
Fatta eccezione per l'assenza di urla, la mano che stava tracciando le sue linee infinitamente semplici sulla
roccia lo riportò alla memoria di Houser. C'era la sensazione che stesse facendo qualcosa di piccolo che
avrebbe provocato qualcosa di enorme.
Si sedette a guardare. Era, si ricordò in seguito ogni volta che fu nello stato mentale di ricordare qualcosa, uno
dei momenti più felici della sua vita.

Quando Scuotivento sollevò la testa il casco di un guardiano stava girando delicatamente sul terreno.
Con sua grande sorpresa gli uomini erano ancora lì, anche se giacevano in giro in vari stati di incoscienza o
almeno, se avessero avuto un minimo di senso di sopravvivenza, finta incoscienza. Il Bagaglio aveva la ten-
denza di un gatto nel perdere interesse per le cose che non combattevano anche dopo un paio di volte che gli
aveva tirato dei calci.
Sul terreno erano disseminate anche delle scarpe. Il Bagaglio ondeggiava in cerchio.
Scuotivento sospirò, e si alzò. "Togliti le scarpe. Non ti si addicono." disse.
Il Bagaglio si fermò per un attimo, e poi il resto delle scarpe sbatté rumorosamente contro il muro.
"Ed il vestito. Cosa penserebbero quelle belle signore se ti vedessero vestito così?"
Il Bagaglio si scrollò di dosso i pochi brandelli di paillettes che rimanevano.
"Girati, voglio vedere le tue maniglie. No, ho detto girati. Girati come si deve, per favore. Ah, lo sapevo. . .
Ho detto di girarti. Questi orecchini. . . non ci stanno a dir niente con te, lo sai." si avvicinò. "È una borchia
questa? Ti sei fatto dei buchi al coperchio?"
Il Bagaglio indietreggiò. Il suo modo indicava molto chiaramente che, mentre poteva anche cedere le scarpe,
l'abito e gli orecchini, nella battaglia per le borchie sarebbe stato il vincitore.

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"Bene. . . bene. Ora dammi la mia biancheria pulita, si potrebbero costruire dei mobili con la roba che ho ad-
dosso."
Il Bagaglio aprì il suo coperchio.
"Bene, ora- è quella la mia biancheria? Morirei piuttosto che mettere una roba del genere. No, forse non lo fa-
rei. La mia biancheria, per favore. C'è anche cucito il mio nome all'interno, anche se devo ammettere che non
riesco a ricordare perché ho pensato che fosse necessario."
Il coperchio si chiuse. Il coperchio si aprì.
"Grazie."
Era inutile chiedersi come aveva fatto, o il motivo per cui il bucato veniva restituito stirato di fresco.
Le guardie erano ancora molto saggiamente in uno stato di incoscienza, ma per abitudine Scuotivento andò
dietro una pila di vecchie casse per cambiarsi. Era il tipo di persona che sarebbe andato dietro un albero per
cambiarsi anche se fosse stato da solo su un'isola deserta.
"Non hai notato qualcosa di strano in questo vicolo?" disse, dalla parte superiore delle casse. "Non ci sono tu-
bi di scarico. Non ci sono grondaie. Non hanno mai sentito parlare di pioggia qui. Suppongo che tu sia davve-
ro il Bagaglio, non è così, e non qualche canguro sotto mentite spoglie? Perché lo sto chiedendo? Santi numi,
va bene. D'accordo, andiamo-"
Il Bagaglio aprì di nuovo il coperchio, ed una giovane donna alzò lo sguardo verso Scuotivento.
"Chi sei-? Oh, tu sei l'uomo cieco." disse.
"Chiedo scusa?"
"Mi dispiace. . . Darleen ha detto che devi essere cieco. Beh, in realtà ha detto che devi essere stramaledetta-
mente cieco. Puoi darmi una mano?"
A Scuotivento venne in mente che la ragazza che si stava arrampicando fuori dal bagaglio era Neilette, la terza
componente dell'equipaggio di Letitia e quella che sembrava abbastanza semplice rispetto alle altre e certa-
mente molto meno. . . beh, rumorosa non era la parola giusta. Probabilmente la parola era 'espansiva'. Loro
riuscivano a riempire l'intero spazio circostante con pura ampiezza. Prendete Darleen, una signora che aveva
visto l'ultima volta prendere un uomo per il collo in modo che potesse dargli un pugno in faccia. Se fosse en-
trata in una stanza, non ci sarebbe stato nessuno ignaro della sua presenza.
Neilette era solo. . . ordinaria. Spazzolò via un po' di sporco dal suo vestito, e sospirò.
"Sapevo che ci sarebbe stata un'altra rissa, e così mi sono nascosta dentro Valigetta." disse.
"Valigetta, eh?" disse Scuotivento. Il Bagaglio ebbe la decenza di apparire imbarazzato.
"Prima o poi Darleen entra sempre in qualche rissa." disse Neilette. "Saresti sorpreso delle cose che può fare
con un tacco a spillo."
"Penso di averne già vista una." disse Scuotivento. "Non raccontarmi le altre. Uhm, posso aiutarti? Io e Vali-
getta, qui-" diede un calcio al Bagaglio "-stavamo per partire, non è vero, Valigetta?"
"Oh, non calciarla, è stata così utile." disse Neilette.
"Davvero?" disse Scuotivento. Il Bagaglio si voltò lentamente in modo che non potesse vedere l'espressione
sulla sua serratura.
"Oh, sì. Mi sa che quei minatori a Cangoolie avrebbero fatto. . . cose molto spiacevoli a Letitia se Valigetta
non fosse intervenuta."
"Gli ha calpestati, suppongo."
"Come fai a saperlo?"
"Oh, il Ba- Valigetta è mia. Eravamo stati separati."
Neilette cercò di mettersi a posto i capelli. "E' facile per le altre." disse. "Devono solo cambiarsi le parrucche.
La birra potrebbe essere un buon shampoo, ma non quando è ancora nella lattina." Sospirò. "Vabbè. Suppongo
che dovrò trovare la strada di casa, ora."
"Dove abiti?"

150
"Worralorrasurfa. E' al Rimwards." Sospirò di nuovo. "Tornerò alla vita nella fabbrica per la curvatura delle
banane. Mi mancherà lo showbusiness!"
Poi scoppiò in lacrime e si sedette pesantemente sul Bagaglio.
Scuotivento non sapeva se doveva passare al 'pat, pat, su, coraggio' di routine. Se era come Darleen, avrebbe
potuto perdere un braccio. Fece quello che sperava fosse un mormorio concitato ma non aggressivo.
"Voglio dire, lo so che non so cantare molto bene e non riesco a ballare, ma, francamente, non lo sanno fare
neanche Letitia e Darleen. Quando Darleen canta "Regina Rampante" puoi affettare il pane con la sua voce.
Non che siano state poco gentili." aggiunse rapidamente, educata anche in preda a dolore, "Ma in realtà ci de-
ve essere di più nella vita che essere bersagliati ogni sera con la birra ed essere cacciati fuori città."
Scuotivento si sentì abbastanza sicuro per avventurarsi in un 'su, coraggio'. Non rischiò un 'pat, pat', però.
"Davvero l'ho fatto solo perché Noelene le aveva abbandonate." Neilette singhiozzò. "Ed ero circa la stessa
altezza e Letitia non riusciva a trovare nessun’altro in fretta e avevo bisogno di soldi e mi ha detto che le per-
sone non si sarebbero accorte che le mie mani erano così piccole. . ."
"Noelene sarebbe-?"
"Mio fratello. Gliel'ho detto, candidarsi per il campionato di surf è bello, ed i vestiti da ballo vanno bene, ma
tutti e due insieme? Non la penso così. Lo sapevi che ti puoi ridurre davvero male se piroetti sul corallo? E la
mattina successiva Letitia aveva questo tour organizzato e, beh, mi sembrava una buona idea, al momento."
"Noelene. . ." pensò Scuotivento. "E' un nome insolito per un. . ."
"Darleen l'aveva detto che non avresti capito." Neilette fissò un punto lontano. "Credo che mio fratello abbia
lavorato nella fabbrica troppo a lungo." rifletté. "Lui è sempre stato molto impressionabile. In ogni caso, io-"
"Oh, ho capito, è un sosia femminile." disse Scuotivento. "Oh, li ho già visti. La vecchia tradizione delle pan-
tomime. Un paio di palloni, una parrucca di paglia ed un paio di battute sconce. Perché, quando ero studente,
alla festa di Hogswatch il vecchio Loffione Carter e Pantalone Really mettevano in scena uno spettacolo do-
ve…"
Il mago era consapevole che lei gli stava lanciando una di quelle lunghe, lente occhiate.
"Dimmi", disse, "hai viaggiato molto?"
"Saresti sorpresa." disse Scuotivento.
"Ed hai incontrato tutti i tipi di persone?"
"In genere il tipo più perverso, devo ammettere."
"Beh, il fatto è che alcuni uomini. . ." Neilette si fermò. "Pantalone Really? Quello è davvero il nome di qual-
cuno?"
"Non esattamente. Si chiamava Ronald Pantalone, così naturalmente, quando qualcuno lo sentiva diceva che-"
"Oh, tutto qui?" disse Neilette. Si alzò e tirò su col naso. "Ho detto agli altri che avrei lasciato quando sarem-
mo arrivati al Gala, così capiranno. Essere un. . .sosia femminile non è un lavoro per una donna, che è quello
che sono, per inciso. Avevo sperato che fosse ovvio, ma nel tuo caso penso che sia meglio metterlo in chiaro.
Puoi tirarci fuori di qui, Valigetta?"
Il Bagaglio si avvicinò al muro alla fine del vicolo e lo prese a calci finché si aprì un buco di dimensioni de-
centi. Sulla via del ritorno lo ostruì con una guardia che fu abbastanza saggia da non muoversi.
"Ehm, io lo chiamo 'Bagaglio'." disse debolmente Scuotivento.
"Davvero? Noi la chiamiamo Valigetta."
La parete si apriva in una stanza buia. Delle casse erano ammassate contro i muri, coperte di ragnatele.
"Oh, siamo nella vecchia fabbrica di birra." disse Neilette. "Be', è quella nuova, in realtà. Troviamo una por-
ta."
"Buona idea." disse Scuotivento, guardando le ragnatele. "La nuova fabbrica di birra? A me sembra abbastan-
za vecchia. . ."
Neilette scosse una porta.

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"Chiusa" disse. "Vieni, ne troveremo un'altra. Ascolta, è la nuova fabbrica di birra, perché l'abbiamo costruita
per sostituire quella sul fiume. Ma non ha mai funzionato. La birra evaporava, o qualcosa del genere. Tutti di-
cevano che era stregata. Lo sanno tutti, non è vero? Siamo tornati alla vecchia fabbrica di birra. Mio padre ha
perso quasi tutti i suoi soldi."
"Perché?"
"Era il proprietario. Si è quasi spezzato il cuore, ecco cos'ha fatto. L'ha lasciata a me." provò un'altra porta
"Perché, beh, non ha mai approvato quello che Noelene. . . quello che faceva, beh, sai, o meglio, ovviamente,
non lo sai. . . ma ha rovinato gli affari, davvero. E la Birra Canguro era la migliore che ci fosse."
"Non puoi venderla? La fabbrica, intendo."
"Qui? Un posto dove la birra evapora entro cinque secondi? Non riuscirei a darla via."
Scuotivento guardò su verso i grandi barili di metallo. "Forse è stato costruito su un vecchio sito religioso."
disse. "Questo genere di cose possono accadere, sai com'è. A casa mia c'era questo ristorante di pesce costrui-
to su un-"
Neilette scosse un'altra porta irremovibile. "Questo è quello che tutti credono." disse. "Ma a quanto pare papà
ha chiesto a tutte le tribù locali e loro hanno detto che non lo era. Hanno detto che non era alcun tipo di luogo
sacro. Hanno detto che era un luogo impuro. Uno dei capi è andato in prigione per aver detto al primo mini-
stro 'Amico, il tuo popolo può scavare quel terreno e gettarlo dal bordo del mondo, non c'è problema.'. "
"Perché è dovuto andare in prigione?"
"Sbattiamo in carcere tutti i nostri politici non appena vengono eletti. Voi no?"
"Perché?"
"Si risparmia tempo." Provò una maniglia inesorabilmente immobile. "Dannazione! E le finestre sono troppo
in alto. . ."
Il terreno tremò. Il metallo fremette, da qualche parte nel buio. La polvere si espanse in strane piccole onde
per tutto il pavimento.
"Oh, non di nuovo." disse Neilette.
Ora non era solo la polvere a spostarsi. Piccole forme la attraversavano, scorrendo intorno ai piedi di Scuoti-
vento ed accelerando sotto la porta chiusa a chiave.
"I ragni se ne vanno!" disse Neilette.
"Per me va bene!" disse Scuotivento. Questa volta la scossa fece scricchiolare il muro.
"Non è mai stata così tremenda." mormorò Neilette. "Trova una scala, usciremo dalle finestre."
Sopra di loro una scala si staccò dalla parete e si sparse come un puzzle metallico sul pavimento
"Questo può non sembrare un buon momento per chiederlo", disse Scuotivento, "ma sei un canguro, per ca-
so?"
Molto al di sopra di loro il metallo scricchiolava e continuò a scricchiolare, in un lungo e protratto gemito
inorganico. Scuotivento alzò gli occhi e vide la cupola della birreria sciogliersi dolcemente in un centinaio di
pezzi di vetro in caduta libera. E, cadendo al centro di tutto, con alcune delle sue lampade ancora accese, la
forma ghignante del canguro della Birra Canguro.
"Valigetta! Apriti!" urlò Neilette.
"No-" cominciò Scuotivento, ma lei lo afferrò e lo trascinò e di fronte a lui ci fu un coperchio aperto. . .
Il mondo divenne scuro.
C'era del legno sotto di lui. Batté su di esso con molta attenzione. E legno di fronte a lui. E l-
"Scusami."
"Siamo all'interno del Bagaglio?"
"Perché no? Ecco come siamo uscite da Cangoolie la scorsa settimana! Sai, penso che potrebbe essere una
scatola magica."
"Hai idea delle cose che sono state al suo interno?"

152
"Letitia teneva il suo gin qui dentro, lo so."
Scuotivento si capovolse, con cautela.
Forse il Bagaglio aveva più di un 'interno'.
Lo aveva sempre sospettato. Forse era come una di quelle scatole da prestigiatore, dove, dopo che ci si mette
un centesimo dentro, il cassetto si riapre ed è magicamente scomparso. Scuotivento aveva uno di quei giocat-
toli, quando era un ragazzino. Aveva perso quasi due dollari prima rinunciare e gettare via quella cosa. . .
Le sue dita toccarono quello che poteva essere un coperchio, e lo spinse verso l'alto.
Erano ancora nel birrificio. Questo era un sollievo, considerando dove saresti potuto finire all'interno del Ba-
gaglio. C'era ancora un inquietante rombo interno, scandito da colpi ritmici e tintinnii quando pezzi di metallo
arrugginito si schiantavano verso il basso con intento letale.
La grande insegna col canguro era ben accesa.
Nel fumo che saliva vi erano alcuni cappelli a punta.
A dir la verità, gli sbuffi che turbinavano e fluttuavano attorno ai buchi d'aria erano molto simili alle sagome
tridimensionali di un gruppo di maghi.
Scuotivento uscì dal Bagaglio. "Oh, no, no, no." borbottò. "Sono qui solo da un paio di mesi. Non è colpa
mia!"
"Sembrano fantasmi." disse Neilette. "Li conosci?"
"No! Ma saranno sicuramente delle illusioni create con tutti questi terremoti! È per colpa della siccità, o qual-
cosa del genere!"
"Questa è solo una vecchia diceria, no? In ogni caso, signor Mago, non ti sarà sicuramente sfuggito che questo
posto si sta riempiendo di fumo!"
"Da che parte siamo entrati?"
Scuotivento si guardò intorno disperatamente. Il fumo oscurava tutto.
"Questo posto ha delle cantine?" disse.
"Si! Ci giocavo a Mamma e Mamma con Noelene quando eravamo bambini. Cerca dei portelli nel pavimen-
to!"
E fu circa tre minuti dopo che la copertura del portello cedette sotto i ripetuti calci del Bagaglio. Diversi topi
si riversarono dentro, seguiti da Scuotivento e Neilette.
Nessuno prestò loro attenzione. Una colonna di fumo si levava sulla città. Guardie e cittadini stavano già for-
mando una catena con i secchi e degli uomini con un ariete stavano cercando di aprire le porte principali della
birreria.
"Siamo usciti da quel coso!" osservò Scuotivento. "Oh, diamine. Si."
"Ehi, cosa sta succedendo? Dove è finita la stramaledettissima acqua?"
Il grido era venuto da un uomo che si dava da fare con la maniglia di una pompa fuori sulla strada, proprio
mentre la pompa diede un gemito e la maniglia si afflosciò. Una guardia lo afferrò per un braccio.
"Ce n'è un'altra nel cortile laggiù! Datti una mossa, amico!"
Un paio di uomini provarono l'altra pompa. Fece un rumore soffocato, sputò qualche goccia d'acqua ed un po'
di ruggine umida, e poi rinunciò.
Scuotivento deglutì. "Mi sa che l'acqua se n'è andata." disse, in tono piatto.
"Che cosa vuoi dire con 'andata'?" disse Neilette. "L'acqua c'è sempre. Enormi ammassi sotterranei!"
"Sì, ma. . . non vengono riempiti molto, vero? Non piove mai qui."
"Ecco che ci risia-" Si fermò. "Cosa sai di questa storia? Sembri molto evasivo, signor Mago."
Scuotivento fissò tristemente la torre di fumo. C'erano scintille volteggianti e pesanti dentro, che salivano con
il calore e crollavano sulla città. Tutto diventerà dannatamente arido, pensò. Non piove mai qui. Non- Aspetta
un attimo. . .
"Come fai a sapere che sono un mago?" disse.

153
"E' scritto sul cappello." disse. "Male."
"Sai cos'è un mago? Questa è una domanda seria. Non ti sto prendendo in giro."
"Tutti sanno cosa è un mago! Abbiamo un'università piena di quegli inutili bastardi!"
"E mi puoi mostrare dov'è, vero?"
"Trovala da solo!" Cercò di uscire dalla folla brulicante. Lui le corse dietro.
"Per favore, non andartene! Ho bisogno di qualcuno come te! Come un interprete!"
"Cosa intendi? Parliamo la stessa lingua!"
"Davvero? Qui per 'botte' si intende il contenitore della birra o l'essere coperto di pugni? Quanto spesso i nuo-
vi arrivati confondono le due cose?"
Neilette sorrise. "Non più di una volta."
"Portami a questa università, va bene?" disse Scuotivento. "Penso di sentire le mie Ultime Parole Famose ve-
nirmi in mente."
Ci fu un breve grido metallico e le pale di un mulino a vento si abbatterono in strada.
"Ed è meglio fare in fretta." aggiunse. "In caso contrario, tutto ciò che ci sarà da bere sarà solo la birra."

Il Tesoriere rise di nuovo non appena una serie di piccoli punti di carboncino estesero le loro gambe, si alza-
rono e marciarono giù per la pietra e sulla sabbia di fronte a lui. Alle sue spalle gli alberi erano già pieni di
cinguettii allegri-
E poi, purtroppo, anche di maghi.
Poteva sentire le voci in lontananza e, anche se i maghi mettono sempre in discussione l'universo, dirigono le
loro domande soprattutto ad altri maghi e non si preoccupano neanche di ascoltare le risposte.
"-certamente non c'erano questi alberi, quando siamo arrivati."
"Probabilmente non li abbiamo visti per colpa della pioggia, ed il Sommo Algebrico a causa della signora
Whitlow. E cerchi di rimanere in sé, d'accordo, Decano? Sono sicuro che sta rischiando di tornare di nuovo
giovane! Nessuno ne sarebbe impressionato!"
"Forse sono naturalmente giovanile, Arcicancelliere."
"Niente di cui essere orgogliosi! E per favore, qualcuno faccia in modo che il Sommo Algebrico la smetta di-
Oh, sembra che qualcuno abbia fatto un picnic."
Il pittore sembrava assorto nel suo lavoro, e non prestò loro alcuna attenzione.
"Sono sicuro che il Tesoriere sia andato da questa parte-"
Un po' di fango rosso diede colore ad una complessa curva e là, come se fosse sempre stato lì, comparve una
creatura con il corpo di un coniglio gigante, l'espressione di un cammello ed una coda della quale una lucerto-
la sarebbe andata fiera. I maghi spuntarono da dietro la roccia appena in tempo per vederlo lisciarsi le orec-
chie.
"Santi numi, che cos'è?"
"Una specie di topo?" disse il Professore degli Studi Indefiniti.
"Ehi, guardate, il Tesoriere ha trovato un abitante del luogo." il Decano si avvicinò al pittore, che stava guar-
dando i maghi con la bocca aperta. "Buongiorno, vecchio mio. Come si chiama quella cosa?"
Il pittore seguì il dito.
"Canguro?" disse. La voce era un sussurro, proprio all'apice dell'udito, ma il terreno tremò.
"Canguro, eh?"

154
"Quello potrebbe anche non essere il suo nome, signore." disse Ponder. "Potrebbe voler semplicemente dire:
'Non lo so'."
"Non riesco a capire perché non dovrebbe. Sembra il classico personaggio che si trova in questo tipo di po-
sto." disse il Decano. "Molto abbronzato. Carenza di pantaloni. Il tipo di persona che sa come si chiama la
fauna, certamente."
"L'ha appena disegnata." disse il Tesoriere.
"Oh, davvero? Sono artisti molto bravi, questi tizi."
"Non è Scuotivento, vero?" disse Ridcully, che raramente si prendeva la briga di ricordare le facce. "So che
era leggermente abbronzato, ma un paio di mesi al sole arrostirebbero chiunque."
Gli altri maghi si unirono e si guardarono intorno per qualsiasi segno di mobilità rettangolare nelle vicinanze.
"Non ha il cappello." disse Ponder, e questo bastò.
Il Decano scrutò la parete di roccia. "Sono disegni davvero belli per essere arte nativa." disse. "Linee. . . inte-
ressanti."
Il Tesoriere annuì. Per quanto poteva vedere, i disegni erano semplicemente vivi. Potevano anche essere sem-
plice terra colorata su roccia, ma erano tanto vivi quanto il canguro che era appena saltato via.
Il vecchio stava disegnando un serpente ora. Uno ondulato.
"Ricordo di aver visto alcuni di questi palazzi che i Tezuman costruirono nella giungla." disse il Decano,
guardandolo. "Non un grammo di malta in tutto il posto, e le pietre si incastrano così bene che non ci si poteva
infilare un coltello in mezzo. Hah, erano più o meno le uniche cose in cui i Tezuman non infilavano un coltel-
lo." aggiunse. "Persone eccellenti, davvero. Molto abili nel commercio all'ingrosso di sacrifici umani e cacao.
Non che sia una combinazione così ovvia, a mio avviso. Uccidere cinquantamila persone e poi rilassarsi con
una bella tazza di cioccolata calda. Se volete scusarmi, ero abbastanza bravo in queste cose."
Per l'orrore di Ridcully, il Decano prese il pezzo di ramoscello sfilacciato dalla mano del pittore e lo tamponò
delicatamente sulla roccia.
"Vedete? Ci vuole occhio per i dettagli." disse il Decano, restituendoglielo.
Il pittore gli fece una specie di sorriso. Cioè, mostrò i denti. Come molti altri esseri su piani astrali di ogni ti-
po, era stato perplesso dai maghi. Erano persone con una fiducia-in-sé-stessi-formato-famiglia che sembrava-
no essere in grado di farla franca con qualsiasi cosa. Generavano un campo inconscio che diceva che ovvia-
mente erano lì, ma che nessuno avrebbe dovuto preoccuparsi o agitarsi o mettere in ordine il posto per colpa
loro ma solo andare avanti con quello che stava facendo. Le vittime più impressionabili erano state lasciate
con la sensazione di possedere la lavagnetta ma non il pennarello.
Dietro il Decano un serpente si divincolò.
"Nessuno sente qualcosa di strano?" disse il Docente di Rune Recenti. "Le mie dita formicolano. Qualcuno di
voi sta facendo qualche magia in questo momento?"
Il Decano raccolse un legnetto bruciato. La bocca del pittore si spalancò quando il mago tirò una profonda riga
sulla pietra.
"Credo che potrebbe offenderlo." disse Ponder.
"Sciocchezze! Un buon artista è sempre pronto ad imparare." disse il Decano. "La cosa interessante è che que-
sti tizi non sembrano mai afferrare l'idea della prospettiva-"
Il Tesoriere pensò, o ricevette il pensiero: questo è perché la prospettiva è una bugia. Se so che uno stagno è
rotondo allora perché dovrei disegnarlo ovale? Lo disegnerò tondo perché tondo è quello che è realmente.
Perché il mio pennello dovrebbe mentire a te solo perché il mio occhio mente a me?
Sembrava un pensiero piuttosto arrabbiato.
"Che cosa è che sta disegnando, Decano?" disse il Sommo Algebrico.
"Che cosa le sembra? Un uccello, naturalmente."
La voce nella testa del Tesoriere pensò: ma un uccello deve volare. Dove sono le ali?

155
"Questo è in piedi sul terreno. Non si vedono le ali." disse il Decano, e poi divenne perplesso per aver risposto
a una domanda che nessuno aveva chiesto. "Diamine! Sapete, è più difficile di quanto non sembri, disegnare
su una roccia. . ."
Le ali si vedono sempre, pensò la voce nella testa del Tesoriere. Il Tesoriere si frugò addosso alla ricerca del
contenitore delle Pillole di Rana Essiccata. Le voci non erano mai state così precise.
"E' un uccello molto piatto." disse Ridcully. "Andiamo, Decano, il nostro amico qui non è molto felice. An-
diamo a lavorare su un buon incantesimo per la barca. . ."
"A me sembra più una donnola." disse il Sommo Algebrico. "Ha sbagliato la coda."
"Il bastoncino mi è scivolato."
"Un'anatra è più grassa di così." disse il Professore degli Studi Indefiniti. "Non si dovrebbe pavoneggiare in
quel modo, Decano. Quando è stata l'ultima volta che ha visto un'anatra che non fosse circondata da piselli?"
"La scorsa settimana, in realtà!"
"Sì, l'anatra era arrosto. Con salsa di prugne, ora ricordo. Ecco, mi permetta di correggerla. . ."
"Ora le ha fatto tre gambe!"
"Le avevo chiesto il bastoncino! Me l'ha strappato via!"
"Ora ascoltatemi." disse Ridcully. "Io sono un uomo che conosce le sue anatre, e quella lì è ridicola. Dateme-
lo. . . grazie. Bisogna fare un becco come questo."
"Ma è dalla parte sbagliata ed è troppo grande."
"E quello sarebbe un becco?"
"Guardatevi, state tutti abbaiando contro il vuoto. Datemi quel bastoncino. . ."
"Ah, ma in realtà le anatre non abbaiano! Hah! Non c'è bisogno di strapparmelo di mano-"

L'Università Invisibile era fatta di pietra - talmente fatta di pietra che in realtà c'erano molti posti in cui era
difficile dire dove finiva la roccia selvaggia ed iniziava la pietra artificiale.
Sarebbe stato difficile trovare qualcos'altro con cui costruire un'università. Se Scuotivento si fosse proposto di
elencare i possibili materiali non avrebbe tuttavia incluso i fogli di lamiera ondulata.
In risposta ad una sorta di magica tradizione ancestrale, però, le lenzuola intorno ai cancelli erano state piutto-
sto sapientemente piegate ed unite in modo simile alla forma di un arco in pietra. Su di esso, incise nel sottile
metallo, c'erano le parole: NULLUS ANXIETAS.
"Non dovrei essere sorpreso, vero?" disse. "Non c'è problema."
I portoni, che erano anch'essi composti da lamiera ondulata inchiodata a pezzi di legno con chiodi di seconda
mano, erano saldamente chiusi. Una folla di persone stavano martellando su di essi.
"Sembra che un sacco di altre persone abbia avuto la stessa idea." disse Neilette.
"Ci sarà un'altra entrata." disse Scuotivento, allontanandosi. "Ci sarà sicuramente un vicolo. . . Ah, eccolo.
Ora, questi non sono muri di pietra, quindi non ci saranno i mattoni rimovibili, il che significa. . ." tastò i fogli
di latta, ed uno di loro traballò. "Ah, sì. Un foglio allentato che si sposta di lato così puoi tornare dopo qualche
ora."
"Come hai fatto a saperlo?"
"Questa è un'università, no? Andiamo."
Un messaggio era stato attaccato accanto al foglio allentato. "'Nulli Sheilae sanguineae'." lesse Scuotivento ad
alta voce. "Ma il tuo nome non è Sheila, quindi siamo probabilmente a posto."

156
"Se significa quello che penso significhi, vuol dire che alle donne non è permesso entrare." disse Neilet-
te.."Avresti dovuto portare Darleen."
"Scusami?"
"Dimentica quello che ho detto."
Con un po' di sorpresa da parte di Scuotivento, c'era un piccolo, grazioso praticello dall'altra parte della barri-
cata, illuminato dalla luce di un grande, basso edificio. Tutti gli edifici erano bassi, ma avevano grandi tetti
larghi, dando l'effetto che si sarebbe potuto ottenere se qualcuno avesse calpestato un sacco di funghi quadrati.
Se fossero stati dipinti, sarebbe stato un evento storico, probabilmente proveniente da qualche parte tra il Fuo-
co e l'invenzione della ruota.
C'era una torre. Era alta circa sei metri.
"A me non sembra molto un'università." disse Scuotivento. Si concesse un tocco di compiacimento. "Alta sei
metri? Potrei pisc- potrei sputare fino in cima. Vabbè. . ."
Si fece strada verso la porta, proprio mentre la luce aumentava in luminosità e veniva tinta di ottarino, l'ottavo
colore che è intimamente associato alla magia. Le porte si erano chiuse in fretta.
Ci sbattè sopra, facendole tremare. "Un saluto fraterno, amici!" gridò. "Porto- Santo cielo-"
Il mondo semplicemente cambiò. Un momento era in piedi davanti ad una porta arrugginita e poco dopo si
trovava in un cerchio con una mezza dozzina di maghi a fissarlo.
Restò in equilibrio.
"Be', il massimo dei voti per la fatica." azzardò. "Da dove vengo io, e potete chiamarmi signor noioso se vole-
te, apriamo semplicemente la porta."
"Accidenti, ci stiamo allenando anche in quello." disse un mago.
In effetti erano maghi. Scuotivento non aveva dubbio. Avevano i classici cappelli a punta, anche se le falde
erano più grandi di tutte quelle che aveva mai visto, senza rinforzi in ferro. I loro abiti non erano molto più
lunghi della vita, e sotto indossavano dei pantaloncini, calzettoni grigi, e grandi sandali di cuoio. Questo non
era il tipico abbigliamento dei maghi come lui l'aveva sempre inteso, ma erano pur sempre maghi. Avevano
l'inconfondibile aria da pallone-gonfiato-che-sta-per-decollare.
L'apparente leader del gruppo annuì verso Scuotivento. "Buona sera, signor Noioso. Devo dire che sei arrivato
qui molto più veloce di quanto ci aspettassimo."
Scuotivento sentiva intuitivamente che dire 'ero appena fuori dalla porta' non era una buona idea.
"Ehm, ho avuto un passaggio." disse.
"Non sembra molto demoniaco." disse un mago. "Ricordate l'ultimo abbiamo evocato? Sei occhi e a tre-"
"Quelli davvero abili possono camuffarsi, Decano."
"Allora questo deve essere uno stramaledettissimo genio, Arcicancelliere."
"Grazie mille." disse Scuotivento.
L’Arcicancelliere annuì. Era, naturalmente, anziano, con una faccia che sembrava come se fosse stata avvitata
e poi spianata, ed una corta, brizzolata barbetta. C'era qualcosa di stranamente familiare che Scuotivento non
era riuscito ancora ad afferrare.
"Ti abbiamo chiamato fin qui, Noioso" disse l'uomo, "perché vogliamo sapere cosa è successo all'acqua."
"E' scomparsa tutta, no?" disse Scuotivento. "Io la penso così."
"Non può scomparire." disse il Decano. "E' acqua. L'acqua c'è sempre, se si scende abbastanza in profondità."
"Ma se andiamo più in profondità di così faremo prendere ad un elefante uno stramaledettissimo colpo." disse
l'Arcicancelliere. "Così dovremm-"
Ci fu un fragore quando le porte colpirono il pavimento. I maghi indietreggiarono.
"Che diavolo è?" disse uno di loro.
"Oh, questo è il mio Bagaglio." disse Scuotivento. "E' fatto di-"
"Non la cassa con le gambe! Quella non è una donna?"

157
"Non chiedetelo a lui, non è molto sveglio in questo genere di cose." disse Neilette, entrando dietro il Baga-
glio. "Ci dispiace, ma Valigetta era diventata impaziente."
"Le donne non possono entrare nell'Università!" gridò il Decano. "Vogliono sempre bere dello sherry!"
" Non c'è problema." disse l'Arcicancelliere, agitando una mano irritato. "Che cosa è successo all'acqua, Noio-
so?"
"Si è esaurita tutta, suppongo." disse Scuotivento.
"Quindi, come possiamo averne altra?"
"Perché me lo chiedono tutti? Non avete qualche incantesimo per provocare la pioggia o qualcosa del gene-
re?"
"Ancora quella parola." disse il Decano. "L'acqua che cade dal cielo, eh? Ci crederò quando lo vedrò!"
"Abbiamo provato a fare una di quelle - Come si chiamavano? Grandi borse bianche cariche di acqua? Quelle
che alcuni marinai dicono di aver visto in cielo?"
"Nuvole."
"Esatto. Ma non rimanevano su, Noioso. Le abbiamo lanciate dalla torre la settimana scorsa, ed una ha colpito
il Decano."
"Non ho mai creduto a quelle vecchie storie." disse il Decano. "E mi sa tanto che voi simpaticoni avete aspet-
tato fino a quando sono passato lì sotto."
"Non dovete costruirle, loro si creano da sole e basta." disse Scuotivento "Sentite, non so come far piovere.
Pensavo che qualunque mago decente sapesse fare un incantesimo per la pioggia." aggiunse, come qualcuno
che non avrebbe saputo da dove cominciare.
"Davvero?" disse l'Arcicancelliere, con una pericolosa contentezza.
"Senza offesa." disse in fretta. "Sono sicuro che questa è un'università davvero ottima, tutto sommato. Ovvia-
mente non è una vera e propria università, ma è sorprendentemente ottima date le circostanze."
"Cos'ha che non va?" chiese l'Arcicancelliere.
"Beh. . . la torre è un po' tendente al basso, no? Voglio dire, anche rispetto agli edifici qui intorno? Non che ci
sia-"
"Penso che dovremmo mostrare al signor Noioso la nostra torre." disse l'Arcicancelliere. "Non credo che ci
stia prendendo sul serio."
"L'ho già vista." disse Scuotivento.
"Dalla cima?"
"No, ovviamente non dalla cima."
"Non abbiamo tempo per questo, Arcicancelliere." disse un piccolo mago. "Mandiamo questo pezzente all'In-
ferno e cerchiamo qualcosa di meglio."
"Scusatemi?" disse Scuotivento. "Con ' Inferno ' volete dire quel posto rovente?"
"Sì!"
"Davvero? E come fanno gli Icsiani a sapere di essere effettivamente lì? La birra è più calda?"
"Basta discussioni. Questo qui si è alzato velocemente quando lo abbiamo evocato, quindi deve essere quello
giusto." disse l'Arcicancelliere. "Vieni, Noioso. Ci vorrà un minuto."

Ponder scosse la testa e si avvicinò al fuoco. La signora Whitlow sedeva pudicamente su una roccia. Di fronte
a lei, avvicinandosi al fuoco il più possibile, c'era il Bibliotecario. Era ancora molto piccolo. Forse la sua
ghiandola temporale aveva bisogno di più tempo per riprendersi, pensò Ponder.

158
"Cosa stanno facendo i gentiluomini?" disse la signora Whitlow. Dovette alzare la voce sopra la discussione,
ma la signora Whitlow avrebbe semplicemente detto 'C'è qualche problema?' anche se avesse visto i maghi sul
prato lanciare palle di fuoco contro i mostri delle Dimensioni Sotterranee. Le piaceva dire queste cose.
"Hanno trovato un uomo che disegna le immagini più vive che abbia mai visto." disse Ponder. "Così ora stan-
no cercando di insegnargli l'Arte. Su commissione."
"I signori hanno sempre un grande interesse per tutto." disse la signora Whitlow.
"Interferiscono sempre." disse Ponder. "Non so cos'abbiano i maghi, non possono solamente solo guardare.
Finora hanno discusso su come disegnare un'anatra e francamente non credo che un'anatra abbia quattro gam-
be, che è tutto ciò che hanno ottenuto finora. Onestamente, signora Whitlow, sono come gattini che spennano
un. . . Cos'è stato?"
Il Bibliotecario aveva capovolto la sacca di pelle appoggiata accanto al fuoco e stava assaggiandone il conte-
nuto, come fanno i piccoli mammiferi di tutto il mondo.
Prese un pezzo di legno ricurvo, sottile e dipinto di linee colorate - di gran lunga più colorate di quelle che il
vecchio aveva dipinto, e Ponder si chiese perché. Lo degustò per un po', lo sbattè a terra in un modo vagamen-
te speranzoso, e lo gettò via. Poi tirò fuori un piatto ovale di legno su un pezzo di corda, e cercò masticarne la
stringa.
"È uno yo-yo?" disse la signora Whitlow.
"Lo chiamavamo rocchetto, quando ero un ragazzino." disse Ponder. "Se lo fai girare sopra la testa fa uno
strano rumore." agitò la vagamente mano in aria.
"Eeek?"
"Ooh, non è dolce? Sta cercando di imitarti!"
Il Bibliotecario provò a girare la corda, che gli avvolse il viso e lo colpì sulla parte posteriore della testa.
"Oh, povero piccolino! Glielo tolga di dosso, signor Stibbons, la prego."
Il Bibliotecario mostrò delle piccole zanne mentre Ponder svolgeva la corda.
"Spero che stia per crescere al più presto." disse. "In caso contrario, la Biblioteca sarà riempita con libri di car-
tone che parlano di coniglietti."

Era davvero una torre molto tozza.


La base era in pietra, ma a metà i costruttori si erano stufati ed erano ricorsi ai fogli di latta arrugginiti inchio-
dati su di una struttura in legno. Una scala traballante conduceva in cima.
"Molto impressionante." sospirò Scuotivento.
"La vista è ancora meglio dall'alto. Vai avanti."
La scala si scosse sotto il peso di Scuotivento fino a quando non si issò sulle tavole del pavimento, dove si
sdraiò ansimando. Deve essere stata la birra e l'eccitazione, si disse. Una scaletta così corta non dovrebbe ri-
durmi così.
"L'aria è frizzante qui, non è vero?" disse l'Arcicancelliere, camminando verso il bordo ed agitando una mano
verso la città.
"Oh, certo." disse Scuotivento, barcollando verso i merli ondulati. "Davvero, suppongo che si possa vedere
l'intera. . . Aaargh!"
L'Arcicancelliere lo afferrò e lo tirò indietro.
"È- è-" Scuotivento rimase a bocca aperta.
"Vuoi tornare di nuovo giù?" Scuotivento fissò il mago e sgattaiolò con attenzione di nuovo verso le scale.
Abbassò lo sguardo, pronto a ritirare la testa al minimo segno di pericolo, e con attenzione contò i gradini.

159
Poi tornò cautamente al parapetto e si arrischiò a guardare oltre il bordo. C'era la sagoma ardente della birreria
in fiamme. C'era Bugarup, ed il suo porto. . .
Scuotivento alzò lo sguardo.
C'era il deserto rosso, scintillante sotto il chiaro di luna.
"Quanto è alta?" gracchiò.
"All'esterno? Circa mezzo miglio, penso." disse l'Arcicancelliere.
"E all'interno?"
"Ci è salito anche lei. Due piani."
"Sta cercando di dirmi che avete una torre che è più alta in cima di quanto non lo sia alla base?"
"Beh, non è forse così?" disse l'Arcicancelliere felicemente.
"E'. . . molto astuto." disse Scuotivento.
"Siamo un paese astuto-"
"Scuotivento!"
La voce proveniva da sotto. Scuotivento guardò con molta attenzione giù per le scale. Era uno dei maghi.
"Sì?" disse.
"Non tu." scattò il mago. "Voglio l'Arcicancelliere!"
"Io sono Scuotivento." disse Scuotivento.
L'Arcicancelliere gli batté sulla spalla. "Che coincidenza." disse. "Lo sono anch'io."

Ponder restituì molto attentamente lo yo-yo al piccolo Bibliotecario.


"Ecco, è tutto tuo." disse. "Te lo sto dando, ed in cambio, forse, potresti togliere i denti dalla mia gamba."
Dall'altra parte della roccia arrivò la voce della ragione: "Non c'è bisogno di litigare, signori. Mettiamola ai
voti: ora, tutti coloro che pensano che un'anatra abbia i piedi palmati, alzino la mano. . ."
Il Bibliotecario batté la cosa un paio di volte.
"Non sembra essere una molto buono." disse Ponder. "Non fa un bel rumore. . . onestamente, quanto tempo
hanno intenzione di restare? "
. . . whum. . .
"Eek!"
"Sì, sì, benissimo. . ."
. . . whum. . . whum. . . whUUMMMMM. . .
Ponder guardò mentre luce gialla si diffondeva attraverso la pianura.
Sopra si aprì un cerchio di cielo blu. La pioggia si stava fermando.
"Eek?"
A Ponder venne in mente di chiedersi cosa ci facesse un vecchietto che dipingeva figure in un paesaggio arido
su un intero nuovo continente. . .
E poi ci fu il buio.
Il vecchio sorrise con un'aria come di soddisfazione, e si allontanò dal disegno che aveva appena completato.
Aveva un sacco di cappelli a punta, ed era scomparso dentro la roccia.
Ed era felice come non mai, ed aveva disegnato tutti i ragni e diversi opossum prima di riuscire a scoprire
quello che mancava.
Non seppe nemmeno della creatura col becco d'anatra molto strana ed infelice che scivolò silenziosamente nel
fiume e si allontanò.

160
"Dovremmo essere almeno un qualche tipo di cugini:" disse l'Arcicancelliere. "Non è un nome comune. Pren-
di un'altra birra."
"Ho dato un'occhiata agli archivi dell'Università Invisibile, una volta." disse Scuotivento imbronciato. "Non
hanno mai avuto uno Scuotivento, prima." Rovesciò la lattina di birra e mangiò i sedimenti. "Mai avuto un pa-
rente prima, che fosse andato lì. Mai e poi mai." Aprì un'altra lattina. "Nessuno che mi abbia mai fatto quelle
piccole cose che i parenti dovrebbero fare, come. . . come. . . come spedirmi qualche orribile maglione ad
Hogswatch, o cose del genere."
"Hai un nome? Il mio è Bill."
"Bel nome, Bill Scuotivento. Io non so se ho mai avuto un nome."
"La gente di solito come ti chiama, amico?"
"Beh, di solito dicono, 'Fermatelo!'." disse Scuotivento, e prese una profonda sorsata di birra. "Naturalmente,
questo è solo un soprannome. Quando vogliono essere formali gridano 'Non lasciatelo scappare!'." scrutò la
lattina. "Beh, è molto meglio dell'altra birra." disse "Che cosa c'è scritto? 'Ragno Imbuto'? E' un nome buffo
per una birra."
"Stai leggendo la lista degli ingredienti." disse Bill.
"Davvero?" borbottò Scuotivento. "Dove ero rimasto?"
"Cappelli a punta. Acqua che scorre. Canguri parlanti. Immagini che prendono vita."
"Proprio così." disse il Decano. "Se sei così da sobrio, vorrei vedere che effetto ti fa la birra."
"Vedi, quando il sole sorgerà", disse l'Arcicancelliere Bill, "dovrò andare giù nella prigione e vedere il primo
ministro e spiegargli perché non sappiamo ancora cos’è successo all'acqua. Tutto ciò che potresti fare per aiu-
tarci sarebbe molto utile. Gli dia un'altra lattina, Decano. La folla sta già sfondando i cancelli. Una volta che la
birra si sarà esaurita, scoppierà la rivolta."
Scuotivento sentiva di essere in una nebbia calda ed ambrata. Era tra i maghi. Lo poteva dire dal modo in cui
litigavano tutto il tempo. E, in qualche modo, gli rendeva più facile pensare.
Una mago si chinò sopra la sua spalla e gli mise un libro aperto davanti.
"E' una copia di un dipinto nella grotta di Cangoolie." disse. "Ci siamo sempre chiesti cosa fossero quelle
macchie sopra le figure. . ."
"Quella è pioggia." disse Scuotivento, dopo uno sguardo.
"Hai già parlato prima di questa 'pioggia'." disse Bill. "Piccole gocce d'acqua che volano in aria, giusto?"
"Cadono." lo corresse Scuotivento.
"E non fa male?"
"No."
"L'acqua è pesante. Non posso dire che l'idea di grandi sacchi bianchi di quella roba che fluttuano sopra le no-
stre teste mi attiri."
Scuotivento non aveva mai studiato meteorologia, anche se era stato un consumatore per tutta la vita.
Agitò vagamente le mani. "Sono come. . .vapore." disse con un singhiozzo "Ecco. Del bel vapore soffice."
"Bollono?"
"No, no. Nonono. Le nuvole sciono davvero fredde. A volte scendono verscio il basso, e toccano perscino ter-
ra."
I maghi si guardarono l'un l'altro.
"Sapete una cosa, stiamo facendo una birra stramaledettamente buona in questi giorni." disse Bill.

161
"Queste nuvole a me suonano stramaledettamente pericolose." disse il Decano. "Non vogliamo che ribaltino
gli alberi e gli edifici, vero?"
"Ah, ma. Ma. Sono morbide, sciai? Come fumo."
"Ma tu hai detto che non erano calde!"
Scuotivento vide improvvisamente la spiegazione perfetta. "Hai mai sbuffato su uno specchio freddo?" disse,
raggiante.
"Non di persona, ma so quello che vuoi dire."
"Beh, in fondo, queste sono le nuvole! Poscio avere un'altra birra? E' incredibile, non sciembra avere alcun ef-
fetto sciù di me, non importa quanto ne bevo. Mi aiuta a pensciare più chiaramente."
L'Arcicancelliere Scuotivento tamburellò le dita sul tavolo. "Tu e questa storia della pioggia - siete in qualche
modo collegati, vero? Restiamo a corto d’acqua e salti fuori tu. . ."
Scuotivento fece un ruttino. "Devo mettere in chiaro una cosa, anch'io." disse. "Cappelli a punta, che fluttua-
vano nell'aria. . ."
"Dove li hai visti l'ultima volta?"
"Nella fabbrica senza birra. Dicono che è infestata, haha. Possessione di cappelli a punta, hahah. . ."
Bill lo fissò. "Giusto." disse. Guardò la figura sconsolata del suo lontano cugino, ora molto vicino. "Cerchia-
mo di andare laggiù." Guardò di nuovo Scuotivento e sembrò pensare per un momento.
"E prendiamo anche qualche altra birra." aggiunse.

Ponder Stibbons cercò di pensare, ma i suoi pensieri sembravano essere molto lenti. Tutto era buio e non riu-
sciva a muoversi, ma, in qualche modo, non era troppo male. Sembrava uno quei preziosi momenti nel letto
quando sei abbastanza sveglio per sapere che sei ancora ben addormentato. È incredibile come passa il tempo.

C'era una grande catena di secchi ora, che si estendeva dal porto fino alla fabbrica di birra. Nonostante la pun-
gente piccantezza rinfrescante della quercia nel loro Chardonnay, gli Icsiani non erano il genere di persone
che avrebbero lasciato bruciare una birreria. Non importava il fatto che dentro di essa non ci fosse birra. C'era
un puro principio in gioco.
I maghi marciarono attraverso la folla in un coro di occasionali borbottii e beffe lanciate da qualcuno nascosto
al sicuro dietro di loro.
Fumo e vapore uscivano dalla porta principale, che era stata spalancata da un ariete.
L'Arcicancelliere Scuotivento entrò, trascinando il suo parente felicemente sorridente con lui.
L'insegna fumante della Birra Canguro, ridotta a uno scheletro di metallo, era ancora al centro del pavimento.
"Continuava ad indicarla e parlava di cappelli a punta." azzardò Neilette.
"Provi a testarla con la magia, Decano." disse l'Arcicancelliere Scuotivento.
Il Decano agitò una mano. Ne uscirono scintille. "Niente da fare." disse. "Io dico che dovremmo-"
Per un momento delle forme appuntite apparvero in aria, e poi svanirono.
"Non è magia." disse uno dei maghi. "Sono fantasmi."
"Tutti sanno che questo posto è infestato. Spiriti maligni, dicono."
"Avranno incantato la birra." disse l'Arcicancelliere Scuotivento.

162
Neilette indicò la botola. "Ma non sarebbe potuta andare da nessuna parte." disse. "C'è una botola verso l'e-
sterno ed alcuni magazzini, e questo è tutto."
I maghi guardarono giù.
Sotto c'era la completa oscurità. Qualcosa di piccolo schizzò via e sembrava possedere più di quattro zampe.
C'era odore di birra molto vecchia e molto stantia.
"Non c'è problema." disse Scuotivento, agitando espansivo una lattina. "Vado giù per primo, posso?"
Questo era divertente.
C'era una scala arrugginita imbullonata al muro sotto di lui. Scricchiolò sotto il suo peso, e cedette quando era
a pochi metri dal pavimento della cantina, facendolo cadere sulle pietre. I maghi lo sentirono ridere.
Poi lui urlò: "Qualcuno di voi conosce un tizio chiamato Dibbler?"
"Chi, il vecchio Voglio Un'Occasione?" disse Bill.
"Ehggià. Sarà fuori a vendere roba alla folla, giusto?"
"Molto probabile."
"Qualcuno può andare a prendermi uno dei suoi pasticci di carne galleggianti con aggiunta di salsa di pomo-
doro? Me ne mangerei volentieri uno."
Il Decano guardò l'Arcicancelliere Scuotivento. "Quanta birra ha bevuto?"
"Tre o quattro lattine. Deve essere allergico, povero bastardo."
"Mi sa che potrei anche mangiare due." gridò Scuotivento.
"Due?"
"Non c'è problema. Qualcuno ha una torcia? E' buio qui."
"Vuoi i pasticci gourmet o normali?" disse il Decano.
"Oh, mi vanno bene quelli normali. Non per vantarmi, eh?"
"Povero bastardo." disse Bill.
Era davvero buio nelle cantine, ma filtrava abbastanza luce da permettere a Scuotivento di mettere a posto
grossi tubi nella penombra.
Era ovvio che qualche tempo dopo che la birreria era stata chiusa, ma prima che la gente avesse trovato il
tempo di bloccare in modo sicuro ogni ingresso, le cantine erano state usate dai giovani come spesso si usano
quando vivi con i tuoi genitori, la casa è troppo piccola, e nessuno ha trovato il tempo di inventare l'automobi-
le.
In breve, avevano scritto sui muri.
Scuotivento riuscì a distinguere precise iscrizioni intente a narrare ai posteri che, per esempio, B. Smoth è un
drongo. Mentre non sapeva cosa fosse un Drongo, era sicuro che B. Smoth non avrebbe voluto essere chiama-
to così. Era incredibile come il gergo sembrasse irradiare il suo significato anche in un'altra lingua.
Ci fu un tonfo dietro di lui quando il Bagaglio atterrò sul pavimento di pietra.
"Mio vecchia amica Valigetta." disse Scuotivento "Non c'è problema!"
Un'altra scala venne srotolata verso il basso ed i maghi, con una certa cura, lo raggiunsero. L'Arcicancelliere
Scuotivento stava tenendo un bastone con un'estremità luminosa.
"Trovato niente?" disse.
"Be', sì. Non vorrei stringere la mano a qualcuno chiamato B. Smoth." disse Scuotivento.
"Oh, il Decano non è una cattiva persona quando lo conosci bene- Che succede?"
Scuotivento indicò il fondo della stanza.
Lì, su una porta, qualcuno aveva disegnato alcuni cappelli a punta, in rosso. Brillavano nella luce.
"Io dico che è sangue."
Suo cugino passò un dito su di esso. "E' ocra." disse. "Argilla. . ."

163
La porta portava ad un'altra cantina. C'erano un paio di botti vuote, alcune casse rotte e nient'altro, tranne il
buio ammuffito.
La polvere si girò di scatto sul pavimento alzandosi in una serie di piccoli turbini invertiti. Ancora cappelli a
punta.
"Hmm, solide mura tutt'intorno." disse Bill. "Meglio scegliere una direzione, amico."
Scuotivento bevve, chiuse gli occhi e puntò il dito a caso.
"Da questa parte!"
Il Bagaglio si tuffò in avanti e colpì il muro, che cadde per rivelare uno spazio buio.
Scuotivento fece capolino attraverso di esso. Tutto quello che i costruttori avevano fatto era costruire un muro
dalla parete di una grotta. Dalla sensazione che dava l'aria, era abbastanza grande.
Neilette ed i maghi andarono dietro di lui.
"Sono sicuro che questo posto non era qui quando la fabbrica di birra è stata costruita!" disse Neilette.
"E' grande." disse il Decano. "Come si sarà formata?"
"Con l'acqua." disse Scuotivento.
"Che cosa? L'acqua fa enormi buchi nella roccia?"
"Sì. Non chiedetemi perché- Che cosa è stato?"
"Cosa?"
"Hai sentito qualcosa?"
"Tu hai detto: 'Che cosa è stato?'."
Scuotivento sospirò. L'aria fredda gli stava facendo smaltire la sbornia.
"Siete davvero maghi, non è vero?" disse. "Maghi davvero brutalmente-onesti. Avete cappelli più appuntiti di
uno spillo, l'intera università è fatta di latta, avete una piccola torre che, devo ammettere, cavoli, è molto più
alta sulla parte esterna, ma siete maghi dopotutto e volete, per favore, stare zitti?"
Nel silenzio si sentì, molto vagamente, un 'plink'.
Scuotivento fissò nelle profondità della grotta. La luce dei bastoni peggiorava tutto. Gettava delle ombre. L'o-
scurità era solo buio, ma nell'ombra può nascondersi di tutto.
"Questa grotta deve esser già stata esplorata." disse. Era una speranza più che una dichiarazione. La storia qui
era una cosa piuttosto gommosa.
"Non ne ho mai sentito parlare." disse il Decano.
"Ancora punte, guardate." disse Bill, mentre avanzavano.
"Sono solo stalattiti e stalagmiti." disse Scuotivento. "Non so come funziona, ma l'acqua gocciola sulle cose e
lascia pile di roba. Ci vogliono migliaia di anni. E' tutto perfettamente normale."
"E 'lo stesso tipo di acqua che galleggia nel cielo e scava grandi buchi nelle rocce?" chiese il Decano.
"Ehm. . . Sì. . . ehm, ovviamente." disse Scuotivento.
"E' un bene allora che noi abbiamo solo il tipo per bere e lavarsi."
"Avevate." lo corresse Scuotivento.
Ci furono dei passi di corsa dietro di loro ed un mago li raggiunse, in possesso di un piatto coperto con un co-
perchio.
"Era l'ultimo!" disse. "Ed è anche un pasticcio gourmet."
Sollevò il coperchio. Scuotivento lo fissò, e deglutì. "Oh cielo. . ."
"Cosa succede?"
"Avete ancora un po' di quella birra? Penso di star perdendo. . . concentrazione. . ."
Suo cugino si fece avanti, strappando la parte superiore di una lattina di Ragno Imbuto.
"Cartwright, copri il pasticcio e tienilo al caldo. Scuotivento, bevi questo."
Lo guardarono scolarsi la lattina.

164
"Bene, amico." disse l'Arcicancelliere. "Che ne dici di un bel pasticcio di carne a testa in giù in una grande
ciotola di zuppa di piselli coperto con salsa di pomodoro?"
Guardò il cambiamento di colore sul viso di Scuotivento, e annuì.
"Hai bisogno di un'altra lattina." disse con fermezza.
Lo guardarono berla.
"Va bene." disse l'Arcicancelliere dopo un po'. "Ora, Scuotivento, che ne dici di un bel pasticcio galleggiante
di Voglio Un'Occasione, eh? Pasticcio di carne in zuppa di piselli e salsa di pomodoro?"
Il volto di Scuotivento si contrasse un po' quando il suo subconscio chiuse i sistemi di protezione vitali.
"Suona. . . bene." disse. "Forse con un po' di cocco in cima?"
I maghi si rilassarono.
"Così ora lo sappiamo." disse l'Arcicancelliere Scuotivento. "Dobbiamo mantenerti ubriaco abbastanza da far
sì che le torte di Dibbler ti sembrino gustose, ma non così ubriaco da provocare danni permanenti al cervello."
"Quella laggiù è una finestra davvero stretta." disse il Decano.
Bill guardò il soffitto, dove le ombre danzavano tra le stalattiti, a meno che non fossero stalagmiti.
"Siamo proprio sotto la città." disse. "Come mai non ne abbiamo mai sentito parlare?"
"Bella domanda." disse il Decano. "Gli uomini che hanno costruito la cantina devono averla vista."
Scuotivento cercò di pensare. "Forse non era qui, allora." disse.
"Ma tu hai detto che queste stalag-cose hanno impiegato migliaia di-"
"Probabilmente non erano qui il mese scorso, ma ora sono qui da migliaia di anni." disse Scuotivento. Ebbe un
singhiozzo. "E' come la vostra torre." disse. "Alta da fuori."
"Eh?"
"Probabilmente funziona solo qui." disse Scuotivento. "Più geografia hai, meno storia ti ritrovi, avete mai no-
tato? Più spazio, meno tempo. Scommetto ci sono voluti solo un paio di secondi a questo posto per essere qui
da migliaia di anni, capite? Più corto all'esterno. Sutto ha tenso!"
"Io non credo di aver bevuto abbastanza birra per capirlo." disse il Decano.
Qualcosa lo spinse nella parte posteriore delle gambe. Guardò giù verso il Bagaglio. Era sua abitudine avvici-
narsi alle spalle della gente in modo tale che, quando guardavano in giù, si sentivano seriamente bassi.
"O capire questo." aggiunse.
I maghi si tranquillizzarono mentre Scuotivento li conduceva avanti. Non era sicuro di starli guidando. Eppu-
re, non c'era problema.
Contrariamente alle normali procedure, cominciò a diventare più chiaro, anche se la proliferazione di funghi
luminosi o cristalli iridescenti in profonde grotte in cui l'eroe imprevidente sprovvisto di torcia ha bisogno di
vedere è una delle più evidenti intrusioni di causalità narrativa nell'universo fisico. In questo caso, le rocce
brillavano, non a causa di qualche misteriosa luce interiore, ma semplicemente come se il sole stesse splen-
dendo su di loro, poco dopo l'alba.
Ci sono altri imperativi che operano sul cervello umano. Si dice: più grande lo spazio, più morbida la voce, e
ci si riferisce alla naturale tendenza a parlare molto, molto silenziosamente quando si entra in qualche enorme
luogo. Così, quando l'Arcicancelliere Scuotivento uscì nella grande grotta disse, "Diamine, è maledettamente
grande!" in un sussurro.
Il Decano, però, gridò, "Coo-eee!" perché c'è sempre qualcuno che grida.
Le stalattiti affollavano la grotta anche qui, ed al centro una gigantesca stalattite aveva quasi raggiunto la sua
stalagmite speculare. L'aria era soffocantemente calda.
"Questo non è giusto-", disse Scuotivento.
Plink.

165
Alla fine avvistarono la fonte del rumore. Un piccolo rivolo si stava facendo strada lungo il lato della stalatti-
te, formando gocce che cadevano per pochi metri sulla stalagmite. Un'altra goccia si formò mentre guardava-
no, e restò lì.
Uno dei maghi si arrampicò su per il pendio arido e la scrutò.
"Non si muove." disse. "Il rivolo si sta asciugando. Penso che. . .stia evaporando."
L'Arcicancelliere si rivolse a Scuotivento. "Beh, ti abbiamo seguito fin qui, amico." disse. "E adesso?"
"Penso che potrei pensare meglio con un'altra b-"
"Non ne è rimasta neanche una, amico."
Scuotivento si guardò disperatamente intorno nella grotta, e poi verso l'enorme massa traslucida di calcare di
fronte a lui.
Era sicuramente appuntita. Ed era anche al centro della grotta. C’era una certa inevitabilità a riguardo.
Strano, davvero, che qualcosa di simile si fosse potuto formare quaggiù, splendente come una perla in un'o-
strica. La terra tremò di nuovo. Lassù, la gente a quest'ora era sicuramente assetata, e stava maledicendo i mu-
lini a vento come solo un Icsiano avrebbe potuto maledire. L'acqua se n'era andata e tutti erano irritati, ma
quando la birra si sarebbe esaurita la gente si sarebbe arrabbiata sul serio. . .
I maghi erano tutti in attesa che lui facesse qualcosa.
Va bene, iniziamo con la roccia. Che cosa sapeva delle rocce e delle grotte di queste parti?
Aveva una strana libertà in un momento come questo. Si sarebbe trovato in grande difficoltà qualunque cosa
avesse fatto, quindi tanto valeva provare. . .
"Ho bisogno di un po' di vernice." disse.
"Per che cosa?"
"Per quello che mi serve." disse Scuotivento.
"C'è il giovane Salid." disse il Decano. "E' un pezzo di idiota. Andiamo a sfondagli la porta."
"E portate un po' di birra!" urlò Scuotivento dietro di loro.
Neilette batté sulla spalla di Scuotivento. "Hai intenzione di fare qualche magia?" disse.
"Non so se conta come magia qui." disse Scuotivento. "Se non funzionasse, stai indietro."
"Sarà pericoloso, allora?"
"No, altrimenti avrei iniziato a correre senza guardare dove andare. Ma. . . questa roccia è calda. Hai notato?"
Lei la toccò. "Capisco cosa vuoi dire. . ."
"Stavo solo pensando. . . Supponiamo qualcuno fosse in un paese che non dovrebbe essere lì? Che cosa suc-
cederebbe?"
"Oh, direi che lo prenderebbero le Guardie, credo."
"No, no, non parlavo delle persone. Cosa farebbe la terra? Penso di aver bisogno un'altra bevuta, aveva più
senso prima. . ."
"Va bene, siamo qui, non abbiamo trovato molto, ma c'è un po' di calce e un po' di vernice rossa ed un baratto-
lo di roba che potrebbe essere vernice nera o potrebbe essere olio di catrame." I maghi si affrettarono. "Non
c'erano molti pennelli, però."
Scuotivento prese un pennello che sembrava come se fosse stato usato per imbiancare un muro molto ruvido e
quindi per pulire i denti di qualche grande creatura, forse un coccodrillo.
Non era mai stato bravo in arte, e questa è una distinzione molto difficile da raggiungere in molti sistemi edu-
cativi. Le capacità artistiche di base ed una familiarità con la calligrafia occulta fanno parte della formazione
iniziale di un mago, ma tra le dita di Scuotivento il gesso si rompeva e le matite si spezzavano. Era stato pro-
babilmente a causa di una profonda sfiducia nel portare le cose su carta quando stavano così bene dove si tro-
vavano.

166
Neilette gli porse una lattina di Ragno Imbuto. Scuotivento bevve e poi immerse il pennello in quella che sa-
rebbe potuta essere vernice nera e tentò con qualche 'V' rovesciata sulla roccia, ed alcuni circoli sotto le linee,
con tre punti su una V e qualche curva amichevole in ognuna.
Bevve un'altra profonda sorsata di birra e vide che stava sbagliando. Era inutile cercare di essere rigorosamen-
te fedele alla vita qui; quello che doveva fare era un'impressione. Spennellò selvaggiamente sulla pietra, can-
ticchiando follemente sottovoce.
"Qualcuno ha già indovinato cos'è?" disse, da sopra la spalla.
"A me sembra un po' moderno." disse il Decano.
Ma Scuotivento era troppo preso al momento. Qualsiasi sciocco avrebbe potuto semplicemente copiare quello
che vedeva, tranne forse Scuotivento, ma sicuramente il punto era quello di cercare di dipingere un quadro che
si muovesse, che esprimesse il, il il-
Sicuramente lo esprimeva, comunque. Andavi dove la pittura ed il colore volevano che andassi.
"Sai." disse Neilette, "Il modo in cui la luce cade sul disegno e tutto il resto. . . potrebbe essere un gruppo di
maghi. . ."
Scuotivento socchiuse gli occhi. Forse era il modo in cui le ombre si muovevano, ma doveva ammettere che
aveva fatto un ottimo lavoro. Sbattè sopra un altro po' di vernice
"Sembra che stiano quasi uscendo della pietra." disse qualcuno dietro di lui, ma la voce era soffocata.
Si sentiva come se stesse cadendo in un buco. Aveva già avuto quella sensazione prima, anche se di solito era
quando stava effettivamente cadendo in un buco. Le pareti erano sfocate, come se stessero sfrecciando davanti
a lui ad una velocità incredibile. La terra tremava.
"Ci stiamo muovendo" disse.
"Sembra così, non è vero?" disse l'Arcicancelliere Scuotivento. "Ma siamo ancora in piedi!"
"Ci stiamo muovendo mentre stiamo in piedi, forse." borbottò Scuotivento, e ridacchiò. "Questa è buona!"
strizzò gli occhi felicemente verso la lattina di birra. "Sai." disse, "non potrei sopportare più di una pinta o due
della birra che abbiamo a casa, ma questa roba è come bere limonata! Qualcuno ha preso quel pasticcio di
carne-"
Più forte di un temporale sotto il letto, ma dolcemente come due soufflé che collidono, passato e presente cor-
sero l'uno nell'altro.
Contenevano un sacco di gente.
"Che cos'è questo?"
"Decano?"
"Sì?"
"Lei non è il Decano!"
"Come osa! Lei chi è!"
"Ook!"
"Porcamiseria, c'è una scimmia qui!"
"No! No! Non l'ho detto io! L'ha detto lui!"
"Arcicancelliere?"
"Sì?"
"Sì?"
"Che cosa? Quanti siete?"
Il buio diventò di un viola intenso, tendente all'indaco.
"Volete smettere tutti di gridare e ascoltarmi!
Per lo stupore di Scuotivento, lo fecero.
"Guardate, i muri si stanno avvicinando! Questo posto sta cercando di non esistere!"

167
E, dopo aver fatto il suo dovere per la comunità, si voltò e corse sul traballante pavimento di roccia.
Dopo un paio di secondi il Bagaglio lo superò, il che era sempre un brutto segno.
Sentì le voci dietro di lui. I maghi avevano sempre una grande difficoltà ad accettare il termine 'chiaro e con-
creto pericolo'. Apprezzavano di più il tipo di cui si poteva discutere. Ma c'è qualcosa in un soffitto in rapida
discesa che si intromette nella consapevolezza anche dei più litigiosi.
"La salverò io, signora Whitlow!"
"Su per il tunnel!"
"A che velocità direbbe che si muovano quelle rocce?"
"Zitto e corra!"
Ora Scuotivento venne superato da un grosso canguro con la pelliccia rossa. Il morfismo irregolare del Biblio-
tecario, avendolo brevemente trasformato in una stalattite rossa come una forma di evidente successo per so-
pravvivere nelle caverne, aveva finalmente recepito il fatto che sarebbe servito per una sopravvivenza decisa-
mente breve in una grotta che stava rapidamente diventando sempre più piccola, e si era tramutato in un cam-
po morfico locale noto per la velocità.
Uomo, bagaglio e canguro si accalcarono attraverso il foro della cantina e si raggrupparono in un mucchio
contro il lato opposto.
Ci fu un rombo dietro di loro ed i maghi e le donne vennero sparati fuori dalla cantina con una certa velocità,
molti di loro atterrarono su Scuotivento. Dietro la parete, la roccia gemette e cigolò, espellendo cose aliene in
quanto, pensò Scuotivento, si trattava un rigetto geologico.
Qualcosa volò fuori dal buco e lo colpì sull'orecchio, ma questo era solo un problema minore rispetto al pa-
sticcio di carne, che uscì trascinandosi dietro piselli e salsa di pomodoro e lo colpì in bocca.
Non era, in realtà, poi così male.

La capacità di porre domande come 'Dove sono io e dov'è l' "io" che lo sta chiedendo? ' è una delle cose che
distingue l'uomo da, diciamo, le seppie33. I maghi dell'Università Invisibile, essendo forse la crema intellettua-
le o certamente lo yogurt cerebrale della loro generazione, passarono attraverso questo stadio in pochi minuti.
I maghi sono molto abili con certe idee. Un minuto si sta discutendo sulla forma della testa dell'anatra e quello
dopo ci sono persone che dicono che sei stato all'interno di una roccia per migliaia di anni perché il tempo
passa lentamente all'interno. Questo presenta un grande problema per un uomo che si è fatto strada per il ba-
gno presso Università Invisibile34.
C'erano domande più importanti, mentre sedevano intorno al tavolo all'Università d Bugarup.
"C'è qualcosa da mangiare?" disse Ridcully.
"E' il cuore della notte, signore."
"Vuole dire che abbiamo perso la cena?"
"Migliaia di anni di cene, Arcicancelliere."
"Davvero? Meglio iniziare a mettersi al passo, allora, Mister Stibbons. E poi. . . bel posto avete qui. . . arci-
cancelliere."
Ridcully pronunciò con molta attenzione la parola, al fine di accentuare la 'a' minuscola.
L'Arcicancelliere Scuotivento gli fece un cenno fraterno. "Grazie."
"Per una colonia, naturalmente. Oserei dire che avete fatto del vostro meglio."
"Beh, grazie, Mustrum. Sarei felice di mostrarvi la nostra torre più tardi."
"Sembra piuttosto piccola."
"Così dice la gente."
33
Anche se, naturalmente, non è la cosa più ovvia ed esistono, infatti, alcune somiglianze accattivanti, in particolare la
tendenza a cercare di nascondersi dietro una grande nuvola di inchiostro nelle situazioni difficili.
34
Quello al primo piano, con una curiosa anomalia gravitazionale.

168
"Scuotivento, Scuotivento. . .questo nome mi fa suonare in testa una debole campana. . .." disse Ridcully.
"Siamo venuti in cerca di Scuotivento, Arcicancelliere." disse Ponder, pazientemente.
"È lui? È migliorato molto, allora. L'aria fresca ha fatto di lui un uomo, a quanto vedo."
"No, signore. Il nostro è quello magro con l'orrenda barbetta ed il cappello floscio, signore. Si ricorda? Quello
seduto laggiù."
Scuotivento alzò una mano con diffidenza. "Ehm. Io." disse.
Ridcully tirò su col naso. "Giusto. Cos'è quella cosa con cui sta giocando?"
Scuotivento sollevò lo yo-yo. "E' venuto fuori dalla grotta con voi." disse. "A cosa serve?"
"Oh, è un qualche tipo di giocattolo che ha trovato il Bibliotecario." disse Ponder.
"E' tutto risolto, quindi." disse Ridcully. "Questa birra è buona, non è vero? Molto potabile. Sì, sono sicuro
che ci sia molto che possiamo imparare gli uni dagli altri, arcicancelliere. Voi da noi un po' di più che noi da
voi, naturalmente. Forse potremmo concordarci per uno scambio studenti, o qualcosa del genere?"
"Buona idea."
"Potete averne sei dei miei, in cambio di un tosaerba decente. Il nostro è rotto."
"L'Arci- l'arcicancelliere sta cercando di dire che tornare potrebbe essere piuttosto difficile, signore." disse
Ponder. "A quanto pare le cose avrebbero dovuto cambiare ora che siamo qui. Ma non lo hanno fatto."
"Il vostro Scuotivento sembrava credere che portarvi qui avrebbe fatto piovere." disse Bill. "Ma non è così."
. . . whumm. . .
"Oh, la smetta di giocare con quella cosa, Scuotivento." disse Ridcully. "Beh. . . Bill, è ovvio, no? Come ma-
ghi più esperti di voi, siamo naturalmente a conoscenza di molti modi per fare piovere. Non c'è problema."
. . . whumm. . .
"Ascolta, ragazzo, vada fuori con quella roba, d'accordo?"

Il Bibliotecario era seduto in cima alla torre di latta, con una foglia sopra la testa.
"Che cosa strana, vedi?" Scuotivento fece penzolare lo yo-yo dalla sua corda. "Devo solo muovere la mano un
po' e oscilla in cerchio."
". . . ook. . ."
Il Bibliotecario starnutì.
". . . awk. . ."
"Ehm. . . ora sei una specie di grosso uccello. . ." disse Scuotivento. "Stai davvero male, non è vero? Ma non
preoccuparti, una volta che avrò detto loro il tuo nome. . ."
Il Bibliotecario cambiò forma e si mosse velocemente. Ci fu un brevissimo periodo di tempo in cui successero
molte cose.
"Ah." disse Scuotivento con calma quando tutto sembrò essere finito. "Bene, cominciamo dalle cose ovvie.
Non riesco a vedere. Il motivo per cui non riesco a vedere è che il mio abito mi sbatte sugli occhi. Da questo
posso dedurre che sono a testa in giù. Mi stai tenendo per le caviglie. Correzione, una caviglia, quindi ovvia-
mente mi stai tenendo a testa in giù. Siamo nella parte superiore della torre. Questo significa. . ."
Tacque.
"Va bene, cominciamo di nuovo." disse. "Cominciamo da me, che non dirò a nessuno il tuo nome."
Il Bibliotecario lo lasciò andare.
Scuotivento cadde per pochi centimetri, finendo tavole della torre.
"Sai, lo scherzo che mi hai fatto è stato davvero cattivo." disse.
"Ook."
"Non parliamone più, va bene?

169
Scuotivento guardò il grande cielo vuoto. Avrebbe dovuto piovere. Aveva fatto tutto quello che doveva fare,
no? E tutto ciò che era accaduto era che la Facoltà dell'UI era finita laggiù a fingere di essere condiscendente
su tutto. Neanche potessero fare un incantesimo per la pioggia. Per uno di quelli si ha bisogno di almeno un
po' di pioggia in giro. Infatti, era prudente fare in modo che alcune nuvole dall'aspetto pesante venissero sof-
fiate nella tua direzione.
E se non pioveva, allora probabilmente quelle terribili correnti di cui avevano parlato erano ancora in giro.
Non era un brutto continente. C'erano grandi cappelli. C'erano grandi uomini con grandi cappelli. Avrebbe po-
tuto risparmiare e comprare una fattoria sul Mai-Mai e guardare le pecore. Dopo tutto, si nutrivano da sole e
facevano più pecore. Tutto quello che doveva fare era tagliar loro la lana di tanto in tanto. Il Bagaglio si sa-
rebbe probabilmente rassegnato ad essere un cane da pastore.
Tranne. . . che non c'era più acqua. Niente più pecore, niente più aziende agricole. Matto, e Coccodrillo Coc-
codrillo, e quellle belle signore, Darleen e Letitia, e Rimorso ed i suoi cavalli, e tutte quelle persone che gli
avevano mostrato come trovare le cose che si potevano mangiare senza vomitare troppo spesso. . . tutto pro-
sciugato, e volato via. . .
Anche lui.
'GIORNO.
"Ook?"
"Oh, no. . ." gemette Scuotivento.
HAI LA GOLA UN TANTINO RIARSA?
"Senti, non dovresti-"
E' TUTTO A POSTO, HO UN'APPUNTAMENTO GIU' IN CITTA'. C'E' STATA UNA BATTAGLIA PER
L'ULTIMA BOTTIGLIA DI BIRRA. TUTTAVIA, TI ASSICURO DELLA MIA PERSONALE ATTEN-
ZIONE IN OGNI MOMENTO.
"Bene, grazie. Quando sarà il momento di smettere di vivere, non mancherò di fare della Morte la mia scelta
numero uno!"
Morte si affievolì.
"Accidenti a lui, saltar fuori in quel modo! Non siamo ancora morti." gridò Scuotivento al cielo che bruciava.
"C'è ancora molto che possiamo fare! Se potessimo arrivare al Centro del Disco potremmo tagliare un grande
iceberg e portarlo qui, il che procurerebbe molta acqua. . . se potessimo raggiungere il Centro! Dove c'è spe-
ranza c'è vita, lo dico sempre! Troverò un modo! Da qualche parte ci sarà un modo per fare la pioggia!"
Morte era andato.
Scuotivento batte minacciosamente lo yo-yo. "E non tornare!"
"Ook!"
Il Bibliotecario afferrò il braccio di Scuotivento, ed annusò l'aria.
Poi anche Scuotivento sentì l'odore.
Scuotivento parlava molte lingue primordiali, e non c'era nessuna parola per 'quell'odore che senti dopo la
pioggia' se non 'quell'odore che senti dopo la pioggia'. Chiunque cerchi di descrivere l'odore dovrebbe passare
tra parole come umidità, calore, vapore e, con un seguito di vento ed evaporazione.
Tuttavia, c'era quell'odore che si ha dopo la pioggia. In questa terra in fiamme, era come un piccolo gioiello
nell'aria.
Scuotivento fece girare di nuovo la rotellina di legno. Fece un rumore del tutto sproporzionato al movimento,
e ci fu ancora quell'odore.
Lo girò. Era solo un ovale in legno. Non c'erano segni su di esso.
Afferrò la fine della stringa e fece girare sperimentalmente la cosa un altro paio di volte.
"Hai notato che quando lo faccio-" cominciò.
Non si stava fermando. Non poteva abbassare il braccio.

170
"Ehm. . .credo che voglia girare." disse.
"Ook!"
"Pensi che dovrei?"
"Ook!"
"Sei molto utile. Oooh-"
Il Bibliotecario lo schivò.
Scuotivento faceva girare la cosa. Non riusciva a vedere il legno ora perché la corda si stava allungando ad
ogni giro. Una sfocatura si incurvò attraverso l'aria in qualche modo dalla torre, sempre più lontana con ogni
giro.
Il suono era un lungo, estenuante ronzio.
Quando aveva coperto interamente la città, esplose in un tuono. Ma qualcosa girava ancora alla fine della
stringa, come una stretta nuvola d'argento, buttando fuori una scia di particelle bianche che crearono una spi-
rale in espansione.
Il Bibliotecario era faccia a terra, con le mani sulla testa.
L'aria ruggì su per il fianco della torre, portando polvere, vento, calore e pappagallini. La veste di Scuotivento
svolazzava intorno al suo mento.
Lasciar andare era impensabile. Non era nemmeno sicuro di poterlo fare, fino a che non lo avesse voluto quel-
la cosa.
Sottile come il fumo, ora, la spirale volò via nella foschia di calore. . .

(. . .e sopra il deserto rosso e gli incuranti canguri, non appena la coda della spirale volò sulla costa e nella pa-
rete della tempesta i venti belligeranti si fusero pacificamente insieme. . . le nuvole fermarono la loro rotazio-
ne maestosa intorno all'ultimo continente, bollito nella confusione, invertirono la loro direzione e cominciaro-
no a cadere verso l'interno. . .)

. . .e la stringa cadde dalla mano di Scuotivento, pungendogli le dita. Lo yo-yo volò via, e lui non lo vide cade-
re.
Questo può essere stato perché stava ancora piroettando, ma alla fine la gravità superò l'inerzia e lui cadde
lungo disteso sulle tavole.
"Penso che i miei piedi abbiano preso fuoco." mormorò.

Il calore morto si attaccò alla terra come un sudario. Clancy il mandriano si asciugò il sudore dalla fronte con
attenzione, e strizzò lo straccio in un rimasuglio di lattina vuota.
Per come le cose stavano andando, lui era contento. Poi, portando il barattolo con cura, si arrampicò giù dalla
scaletta del mulino a vento.
"E' un bel lavoro, capo, non è solo stramaledettissima acqua." disse.
Rimorso scosse la testa. "Guarda i cavalli." disse. "Guarda come sono sdraiati, lo vedi? Questo non è un bene.
E' finita, Clancy. Abbiamo combattuto tra alti e bassi, e questo è troppo basso, definitivamente. Potremmo an-
che tagliare le loro povere stramaledettissime gole e-"
Una folata di vento gli prese il cappello e soffiò una sferzata di profumo tra i cespugli di mulga appassiti. Un
cavallo alzò la testa.
Le nuvole si stavano riversando nel cielo, ruotando e scontrandosi le une con la altre come onde su una spiag-
gia, così nere che per metà erano blu, illuminate da lampi occasionali.
"Che diavolo è?" disse Clancy.
Il cavallo si alzò goffamente e barcollò verso trogolo arrugginito sotto il mulino a vento.
Sotto le nuvole, trascinandosi per tutta la terra, l'aria scintillava d'argento.

171
Qualcosa colpì la testa di Rimorso.
Abbassò lo sguardo. Qualcosa fece 'plut' nella polvere rossa accanto al suo stivale, lasciando un piccolo crate-
re.
"Questa è acqua, Clancy." disse. "E' caduta della stramaledettissima acqua dallo stramaledettissimo cielo!"
Si guardarono l'un l'altro con la bocca aperta quando, intorno a loro, la tempesta infuriò e gli animali si agita-
rono e la polvere rossa si trasformò in fango che li schizzò fino alla vita.
Questo non era temporale normale. Questa era la Stagione delle Piogge.
Come disse Clancy più tardi, la seconda stramaledettissima miglior cosa che è accaduta quel giorno era che
erano nei pressi di un'altura.
La miglior stramaledettissima cosa, invece, fu che con i tappi attaccati ai loro cappelli furono in grado di ri-
trovare quei stramaledettissimi cosi, in seguito.

C'era stato un dibattito sul fare la regata di quest'anno ad Aiportatolabirracontè, data la siccità.
Ma era una tradizione. Un sacco di persone erano venute in città per quello. Inoltre, gli organizzatori avevano
discusso a lungo e duramente tutta la sera precedente nel bar dell'Hotel Pastorale e avevano concluso che, non
essendoci problema, si sarebbe fatta.
C'erano classi per barche trainate da cammelli, barche ottimisticamente azionate da vele e, un punto alto della
manifestazione, schirazzi a propulsione con il semplice espediente degli uomini dell'equipaggio che scendeva-
no, alzavano i bordi, e correvano come dannati. Provocava sempre una bella risata.
Fu mentre due squadre trottavano a monte nella semi-finale che gli spettatori notarono la nuvola nera che si
espandeva sopra Semaphore Hill come marmellata bollente.
"Incendio!" disse qualcuno.
"Un incendio dovrebbe essere bianco. Andiamo. . ."
Questa era la prassi in caso d'incendio. Se ne vedevi uno, tutti cercavano di smentirti. Il fuoco si diffonde
sempre a macchia d'olio.
Ma, come si girarono, ci fu un boato dal letto del fiume.
Le squadre svoltarono la curva a rotta di collo, portando le loro barche a velocità record. Raggiunsero la di-
scesa, scontrandosi nello sforzo di salire per prime, raggiunsero la cima appiccicate insieme, e crollarono tra
schegge ed urla.
"Fermate la regata!" ansimò uno dei timonieri. Il fiume. . . il fiume. . ."
Ma a quel punto tutti potevano vederlo. Dietro la curva, viaggiando lentamente perché stava spingendo un
enorme ingorgo di cespugli, carri, rocce ed alberi, c'era una piena.
La diga mobile si fece da parte e la piena tuonò oltre, falciando il fondo del fiume e liberandolo da ogni
ostruzione. Dietro di essa l'acqua schiumosa riempì il fiume da riva a riva.
Annullarono la regata. Un fiume pieno d'acqua faceva sembrare una presa in giro tutta l'idea di fondo.

I cancelli dell'Università erano sfondati ed ora la folla inferocita era nel parco e martellava sulle pareti.
Sopra il frastuono, i maghi cercavano febbrilmente sui libri.
"Beh, non avete qualcosa come il Separatore Impressionante di Maxwell?" disse Ridcully.
"Che cosa fa?" chiese l'Arcicancelliere Scuotivento.
"Separa due cose, come. . . zucchero e sabbia, per esempio. Utilizza i nonni-demoni."
"Nano-demoni, forse." mormorò Ponder stancamente.
"Oh, come il Favoloso Setaccio di Bonza Charlie Beaut Sieve? Sì, ce l'abbiamo."
"Ah, evoluzione parallela. Bene. Lo tiri fuori, amico."
L'Arcicancelliere Scuotivento indicò uno dei maghi, e poi si aprì in un ghigno.

172
"Sta pensando di farlo funzionare col sale?" disse.
"Esattamente! Un incantesimo, un secchio di acqua di mare, niente più problemi. . ."
"Ehm, non è esattamente vero." disse Ponder Stibbons.
"A me sembra perfetto, amico!"
"Occorre una grande quantità di magia, signore. Ed ai demoni serve una quindicina di giorni per pinta, signo-
re."
"Ah. Un punto significativo, signor Stibbons."
"Sì, signore."
"Tuttavia, solo perché non avrebbe funzionato non significa che fosse una cattiva idea - Vorrei che la piantas-
sero di gridare!"
Le grida esterne si fermarono.
"Forse l'hanno sentita, signore." disse Ponder.
Pang. Pang. Pang. . .
"Stanno buttando della roba sul tetto?" disse l'Arcicancelliere Scuotivento.
"No, probabilmente è solo pioggia." disse Ridcully. "Ora, suppongo che avete già provato l'evaporat-"
"Si rese conto che nessuno ascoltava. Ognuno stava guardando in su.
Ora i singoli tonfi si erano fusi in un martellamento costante e da fuori giunse il suono di un applauso selvag-
gio.
I maghi si accalcarono sulla porta e, infine, si fecero largo per uscire, dove l'acqua stava riversando dal tetto in
un'unica cascata e stava scavando un piccolo canyon sul prato.
L'Arcicancelliere Scuotivento si fermò bruscamente e allungò la mano per toccare l'acqua come un uomo che
non è sicuro che la stufa sia calda.
"Cade dal cielo?" disse.
Si fece strada attraverso la cortina d'acqua. Poi si tolse il cappello e lo tenne a testa in giù per raccogliere la
pioggia.
La folla aveva riempito il terreno dell'Università e si era riversata nelle strade circostanti. Ogni viso era rivolto
verso l'alto.
"E quelle cose scure?" disse l'Arcicancelliere Scuotivento.
"Sono nuvole, arcicancelliere."
"Ce n'è uno stramaledettissimo sacco!"
Ed era così. Si erano accatastate sopra la torre in un enorme fronte nuvoloso nero in espansione.
Un paio di persone abbassarono gli occhi abbastanza a lungo da vedere il gruppo di maghi bagnati, e ci furono
anche alcuni applausi. E, improvvisamente, diventarono il nuovo centro dell'attenzione, e furono presi e porta-
ti sulle spalle.
"Pensano che l'abbiamo creata noi!" gridò l'Arcicancelliere Scuotivento, mentre veniva lanciato in aria.
"Chi ci dice che non l'abbiamo fatto?" gridò Ridcully, toccandosi il lato del naso con fare da cospiratore.
"Ehm. . ." cominciò qualcuno.
Ridcully non si guardò nemmeno intorno. "Stia zitto, signor Stibbons." disse.
"Si, sto zitto, signore."
"Anche voi sentite questi tuoni?" disse Ridcully, mentre un boato rimbombò in tutta la città. "Sarà meglio ri-
pararci. . ."
Le nuvole sopra la torre aumentarono come acqua contro una diga. Quello che Ponder avrebbe voluto dire po-
co prima era che il fatto che la torre dell'Università di Bugarup fosse molto corta ed estremamente alta allo
stesso tempo avrebbe potuto essere un problema, poiché la tempesta avrebbe cercato di andare intorno, sopra
ed attraverso di essa, tutto allo stesso tempo.

173
Da terra le nuvole sembrarono aprirsi lentamente, scoprendo una foschia blu piena di scariche elettriche. . .
. . . e si avventò. Un solido fulmine blu colpì la torre ad ogni altezza in una volta sola, il che è tecnicamente
impossibile. Pezzi di legno e lamiera ruggirono nell'aria e piovvero su tutta la città.
Poi ci fu solo un frizzare, ed il fragore della pioggia.
La folla si alzò di nuovo, con cautela, ma i fuochi d'artificio erano finiti.
"E questo è quello che noi chiamiamo un fulmine." disse Ridcully.
L'Arcicancelliere Scuotivento si alzò e tentò di spazzolare il fango dalla sua veste, poi scoprì il perchè è im-
possibile.
"Di solito non è così grande, però" continuò Ridcully.
"Oh. Bene."
Ci fu un rumore metallico dalle macerie fumanti dove si era trovata la torre, ed un foglio di metallo venne
messo da parte. Lentamente, con molto aiuto reciproco e molte false partenze, due figure annerite emersero.
Uno di loro indossava ancora un cappello, che era in fiamme anche se la pioggia le stava spegnendo.
Appoggiato uno contro l'altro, barcollando da un lato e dall'altro, si avvicinarono ai maghi.
Uno di loro disse, "Ook" molto piano e cadde all'indietro.
L'altro guardò stancamente i due arcicancellieri, e salutò. Ciò fece sì che una scintilla saltasse dalle sue dita e
bruciasse il suo orecchio.
"Ehm, Scuotivento." disse.
"E tu cosa stavi facendo mentre noi eravamo alle prese con tutto questo lavoro?" disse Ridcully.
Scuotivento si guardò intorno, molto lentamente.
Occasionali scintille blu crepitavano nella sua barba.
"Beh, alla fine tutto sembra essere andato abbastanza bene, in realtà. Tutto sommato." disse, e cadde disteso in
una pozzanghera.

Era piovuto.
Dopotutto, era piovuto.
In realtà pioveva ancora un po'. Le nuvole si stavano accatastando come aerei cargo impazienti sulla costa, a
corto di carburante, manovrandosi in posizione, e piovendo. Soprattutto, piovendo.
L'inondazione ruggì tra le rocce e perlustrò antiche pozze fangose. Una specie di minuscoli gamberetti il cui
mondo per migliaia di anni era stato un piccolo foro sotto una pietra vennero prelevati e portati dalla piena in
un lago che si stava diffondendo più velocemente di quanto un uomo potesse correre. Ce n'era poco meno di
un migliaio. Ce ne sarebbero stati un sacco di più il giorno dopo. Anche se i gamberetti avessero potuto conta-
re quanti, esattamente, erano troppo occupati per preoccuparsene.
Nei nuovi estuari, ricchi di limo improvviso e cibo inaspettato, qualche pesce iniziò a sperimentare una dieta
senza sale. Le mangrovie iniziarono la loro conquista in stop-motion delle nuove rive.
Continuò a piovere.
Poi piovve ancora un po’.
Dopo di che, piovve.

Era trascorso qualche giorno.


La nave saliva e scendeva dolcemente vicino al pontile. L'acqua intorno era rossa con limo sospeso in cui
qualche foglia e ramoscello galleggiavano.
"Una settimana o due per NoThingfjord e saremo praticamente a casa." disse Ridcully.
"Siamo praticamente nello stesso continente, in ogni caso." disse il Decano.
"Una vacanza piuttosto lunga ed interessante, davvero." disse il Docente di Rune Recenti.

174
"Probabilmente la più lunga di sempre." disse Ponder. "Alla signora Whitlow piace la sua cabina?"
"Per quanto mi riguarda starò bene nella cuccetta giù nella stiva." disse il Sommo Algebrico lealmente.
"Nella sentina, in realtà." disse Ponder. "La stiva è già piena. Di opali, birra, pecore, lana e banane."
"Dov'è il Bibliotecario?" disse Ridcully.
"Nella stiva, signore."
"Sì, giusto, che domanda sciocca. Eppure è bello rivederlo di nuovo nella sua vecchia forma."
"Credo che potrebbe essere stato il fulmine, signore. E' certamente molto vivace ora."
Scuotivento sedeva sul Bagaglio, sopra il molo.
In qualche modo, sentiva, qualcosa sarebbe dovuto accadere. Il momento peggiore della tua vita era quando
non stava succedendo nulla, perché ciò significava che qualcosa di brutto stava per colpirti. Per qualche strana
ragione.
Avrebbe potuto essere di nuovo nella Biblioteca Universitaria in un mese o giù di lì, e poi sperare in una vita
fatta di libri accatastati. Un noioso giorno dopo l'altro, con occasionali periodi di noia. Non vedeva l'ora. Ogni
minuto che non era un minuto sprecato era, beh, un minuto sprecato. Avventura? Sarebbe potuta succedere al-
tre persone.
Aveva visto i mercanti caricare la nave. Era piuttosto bassa nell'acqua, perché c'erano davvero un sacco di co-
se Icsiane che sarebbero potute interessare al resto del mondo. Naturalmente, sarebbe tornata leggera, perché
era difficile pensare che uno stramaledettissimo qualcosa che si sarebbe potuto stramaledettamente esportare
fosse stramaledettamente migliore di quanto lo è su IcsIcsIcsIcs.
C'erano anche un paio di passeggeri disposti a vedere il mondo, e la maggior parte di loro erano giovani.
"Hey, non sei uno dei maghi stranieri?"
L'interlocutore era un giovane uomo con un grande zaino sormontato da un sacco a pelo. Sembrava essere il
leader improvvisato di un piccolo gruppo di persone ugualmente sovraccariche, con ampi volti aperti ed
espressioni un po' preoccupate.
"Lo puoi vedere da te, no?" disse Scuotivento. "Ehm. . . hai bisogno di qualcosa?"
"Pensi che potremmo comprare un carro in questo posto chiamato NoThingfjord?"
"Sì, penso di si."
"E' solo che io e Clive e Shirl e Gerleen stavamo pensando di prenderne uno e guidarlo fino a. . ." Si guardò
intorno.
"Ankh-Morpork." disse Shirl.
"Già, e poi venderlo, e trovare un posto di lavoro per un po', guardarci un po' in giro, sai. . . per un po'. Sareb-
be giusto?"
Scuotivento guardò gli altri attraversare la passerella. Dal momento dell'invenzione dello scarabeo stercorario,
il che di fatto non era successa troppo lontano, era probabile che nessuna creatura avesse mai portato tanto pe-
so.
"Sono sicuro che funzionerà." disse.
"Non c'è problema!"
"Ma. . . ehm. . ."
"Sì, amico?"
"Ti dispiacerebbe evitare di canticchiare quella ballata? Era solo una pecora, e non l'ho nemmeno rubata. . ."
Qualcuno gli batté sulla spalla. Era Neilette. Letitia e Darleen stavano dietro di lei, sorridendo. Erano le dieci
del mattino. Indossavano abiti da sera con paillettes.
"Fammi spazio." disse, e si sistemò accanto a lui. "Pensavamo che. . . beh, dovevamo dirti, sai com'è, grazie e
tutto il resto. Letitia e Darleen si sono messe in affari con me ed abbiamo intenzione di riaprire di nuovo la
fabbrica di birra."
Scuotivento guardò le signore.

175
"Mi hanno tirato addosso tanta di quella birra che ho pensato che avrei dovuto saperne qualcosa in più." disse
Letitia. "Anche se credo che potremmo farla di un colore più attraente. E' così. . ." agitò irritata una grande
mano piena di anelli ". . . aggressivamente maschile."
"Rosa sarebbe bella." disse Scuotivento. "E potreste anche metterci dentro una cipolla marinata su uno stec-
chino, magari."
"È un’idea stramaledettissimamente bella!" esclamò Darleen, schiaffandolo così forte sulla schiena che il suo
cappello gli cadde sugli occhi.
"Non vuoi proprio restare?" disse Neilette. "Sembri un tipo con delle idee."
Scuotivento considerò questo interessante proposta, e poi scosse la testa.
"E' una bella idea, ma penso che dovrei continuare a fare quello che faccio meglio." disse.
"Ma tutti dicono non sei bravo con la magia!" disse Neilette.
"Ehm. . . Sì, beh, non essere bravo nella magia è quello che faccio meglio." disse Scuotivento. "Grazie lo stes-
so."
"Almeno lascia che ti dia un bel bacio." disse Darleen, afferrandolo per le spalle. Con la coda dell'occhio
Scuotivento vide il piede di Neilette andare su e giù.
"Va bene, va bene!" disse Darleen, lasciandolo andare e saltellando via. "Non che volessi morderlo, signori-
nella!"
Neilette diede a Scuotivento un bacetto sulla guancia.
"Be', fatti sentire quando passi da queste parti." disse.
"Certamente!" disse Scuotivento. "Cercherò un pub con degli ombrelli color viola fuori, d'accordo?"
Neilette agitò la mano e Darleen fece un gesto compiaciuto mentre si allontanavano, quasi andando a sbattere
contro un gruppo di uomini in bianco. Uno di loro gridò, "Hey, eccolo. . . Scusateci, signore. . ."
"Oh, ciao, Charley. . . Ron. . ." disse Scuotivento, quando i cuochi lo raggiunsero.
"Abbiamo sentito che stai per andartene." disse Ron. "Non sarebbe giusto lasciarti andare senza stringerti la
mano." disse Charley.
"La Malva alla Pesca è stata un successo." disse Charley, ampiamente raggiante.
"Sono contento di sentirlo." disse Scuotivento. "E' bello vederti così allegro."
"E c'è di più!" disse Ron. "E' appena stata assunta una nuova soprano e se devo dirla tutta secondo me è un
trionfo ma. . . no, Charley, digli il suo nome. . ."
"Germaine Bazzecola." disse Charley. Un sorriso più ampio avrebbe fatto sì che la sua testa si sarebbe divisa
in due.
"Sono molto felice per te." disse Scuotivento. "Corri subito a montare la panna!"
Ron gli diede una pacca sulla spalla. "Potremmo sempre aver bisogno di una mano in più in cucina." disse.
"Basta che tu ce lo dica, amico."
"Beh, è molto gentile da parte vostra, e quando tirerò fuori delle lenzuola da uno scatolone mi ricorderò di voi
ragazzi del Teatro dell'Opera, ma-"
"Eccolo!"
Il carceriere ed il capitano delle guardie corsero lungo la banchina. Il custode agitò incoraggiante le mani ver-
so di lui.
"Nah, nah, è tutto a posto, non devi correre!" gridò. "Abbiamo un indulto per te!"
"Pardon?" disse Scuotivento.
"Non c'è problema!" Il custode lo raggiunse, e combatté per riprendere fiato. "Firmato. . . da. . . dal primo mi-
nistro." riuscì a dire. "Dice che sei un. . . bravo ragazzo e non possiamo. . . impiccarti. . ." Si raddrizzò. "Mi
dispiace, anche se non l'avremmo fatto in ogni caso, non ora. La miglior stramaledettissima fuga che abbiamo
mai avuto dai tempi di quello stramaledettissimo Ned Testadilatta!"
Scuotivento guardò la scritta sulla carta ufficiale timbrata della prigione.

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"Oh. Bene." disse debolmente. "Almeno qualcuno pensa che non ho rubato quella maledetta pecora."
"Oh, tutti sanno che l'hai rubata." disse felicemente il carceriere. "Ma dopo quella fuga, be-eh. . . e quell'inse-
guimento, eh? Bluey qui, dice che non ha mai visto nessuno correre come te, e questo è un dato di fatto!"
La guardia diede un pugno scherzoso sul braccio di Scuotivento. "Buon per te, compare." disse, sorridendo.
"Ma la prossima volta ti prenderemo!"
Scuotivento guardò con aria assente l'indulto. "Vuoi dire che ho ricevuto questo per esser stato un buon passa-
tempo?"
"Non c'è problema!" disse il carceriere. "E c'è una fila di contadini che dicono che se vuoi rubare una delle lo-
ro pecore, la prossima volta, sarebbero d'accordissimo a patto di ottenere un versetto nella ballata."
Scuotivento ci rinunciò. "Cosa posso dire?" disse. "Avete le più belle celle da condannato in cui sia mai stato,
anche se sono stato in poche." Guardò il bagliore di ammirazione nei loro volti e decise che, dal momento che
la fortuna era stata gentile, era giunto il momento di dare qualcosa in cambio. "Ehm. . .sarebbe carino, però, se
faceste ridipingere quella cella."
"Non c'è problema. Ecco, ho pensato che avremmo dovuto darti questo." disse il carceriere, porgendogli un
piccolo pacchetto accartocciato nella carta da regalo. "Per ora è inutile, eh?"
Scuotivento scartò la sua corda per l'impiccagione.
"Sono senza parole." disse. "Che bel pensiero. Dovrò trovare altri usi per la corda. E questo cos'è. . . panini?"
"Hai presente quella roba marrone ed appiccicosa che hai fatto? Beh, tutti i ragazzi l'hanno provata ed hanno
tutti gridato 'yukk' e poi ne hanno voluta tutti un po', così abbiamo provato a cucinarne dell’altra." disse il car-
ceriere. "Stavo pensando di lanciarla sul mercato. Non ti dispiace, vero?"
"Non c'è problema. Puoi fare quello che vuoi."
"Buon per te!"
Qualcun altro si avvicinò mentre gli altri andavano via.
"Ho sentito che stavi tornando a casa." disse Bill Scuotivento. "Vorresti restare qui? Ho scambiato qualche pa-
rola con il vostro Decano. Ti ha dato delle referenze stramaledettamente buone."
"Davvero lo ha fatto? Che cosa ha detto?"
"Ha detto che se fossi riuscito a farti fare qualsiasi lavoro sarei stato molto fortunato." disse Bill.
Scuotivento guardò la città intorno a lui, scintillante sotto la pioggia.
"E' una bella offerta." disse. "Ma. . . oh, non so. . . tutto questo sole, mare, surf e sabbia non mi andrebbe a ge-
nio. Grazie lo stesso."
"Sei sicuro?"
"Sì."
Bill Scuotivento tese la mano. "Non c'è problema." disse. Ti manderò un biglietto ad Hogswatch, e qualche
vestito che non sia della tua taglia. Farei meglio a tornare all'università ora, tutto il personale è sul tetto ripara-
re le perdite. . ."
E fu tutto.
Scuotivento sedette per un po' a guardare l'ultimo dei passeggeri salire a bordo, e guardò per l'ultima volta il
porto fradicio di pioggia. Poi si alzò.
"Andiamo, allora." disse.
Il Bagaglio lo seguì sulla passerella, e tornarono a casa.

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Piovve.
L'alluvione gorgogliava lungo antichi letti di torrente e traboccava, diffondendosi in un merletto di calanchi e
rivoli.
Seguì altra pioggia.
Vicino al centro dell'ultimo continente, dove le cascate scorrevano lungo i fianchi di una grande roccia rossa
che si era cotta a vapore con il caldo di un'estate di diecimila anni, un piccolo ragazzo nudo era seduto tra i
rami di un albero con tre orsi, diversi opossum, innumerevoli pappagalli ed un cammello.
Oltre la roccia, il mondo era un mare.
E qualcuno stava guadando attraverso di esso. Era un uomo anziano, con una borsa di pelle sulla schiena.
Si fermò, immerso nell'acqua fino alla cintura, e guardò il cielo.
Qualcosa stava arrivando. Le nuvole si contorsero, vorticarono lasciando un buco argenteo per tutto il percor-
so fino al cielo blu, e ci fu un suono che si sarebbe potuto ottenere prendendo un rombo di tuono e tritandolo
fino a farlo diventare sottile.
Comparve un puntino, che crebbe sempre di più. L'uomo alzò un braccio magro e, improvvisamente, afferrò
un ovale di legno che si trascinava dietro una corda, che colpì la sua mano con uno schiaffo.
La pioggia cessò.
Le ultime gocce caddero con un piccolo ritmo che diceva: ora sappiamo dove sei, torneremo. . .
Il ragazzo si mise a ridere.
Il vecchio alzò gli occhi, lo vide, e sorrise. Infilò lo yo-yo nella cintura intorno alla sua vita e prese un boome-
rang verniciato con più colori di quanti il ragazzo ne avesse mai visti in un posto solo.
L'uomo lo gettò in aria e lo afferrò un paio di volte e poi, guardando di lato per assicurarsi che il suo pubblico
lo stesse guardando, lo scagliò.
Si alzò in cielo e salì, ben oltre il punto in cui qualsiasi cosa normale avrebbe dovuto cominciare a scendere.
Divenne più grande. Le nuvole si aprirono per lasciarlo passare. E poi si fermò, come se si fosse improvvisa-
mente inchiodato al cielo.
Come pecore che, essendo state spinte in un pascolo, ora possono sparpagliarsi a loro piacimento, le nuvole
cominciarono ad andare alla deriva. La luce pomeridiana del sole si stagliò nelle acque calme. Il boomerang
rimase appeso nel cielo, ed il ragazzo pensò che avrebbe dovuto trovare una nuova parola per il modo in cui i
colori brillavano.
Nel frattempo, guardò giù nell'acqua e cercò la parola che gli era stata insegnata da suo nonno, che gli era sta-
ta insegnata a sua volta da suo nonno, e che era stata conservata per migliaia di anni, per quando sarebbe stata
necessaria.
Significava l'odore dopo la pioggia.
Era, pensò, valsa la pena aspettare.

Fine

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