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il blog di madrugada

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venerdì, 05 gennaio 2018
Il pensiero multiculturale in Raimon Panikkar

Mai come in questo momento storico vi è stata la necessità di rompere vecchi modelli di
pensiero con un nuovo paradigma che abbia meno impianto teorico rigido da un parte e dall'altra
che si basi sull'incontro fisico del vivere quotidiano. Più che di modello si dovrebbe parlare di
strategie dei paradigmi alternativi. Una via, come quella indicata da Panikkar, che alterni o
combini pragmaticamente funzione e scopi che l'individuo intende conseguire. Una via che si
inquadra nell'attuale lavoro di autoriflessione sui propri fondamenti, responsabilità e
collegamenti multietnici, che sotto la pressione della lotta di potere in atto, prendano decisioni
nuove con coraggio.Abbiamo avuto alcuni squarci in questa direzione. Bagliori si sono avuti nella
missione di Mandela, nelle parole del Dalai Lama, nella presidenza Obama, nel papato di
Francesco. Ora tocca a noi prenderci il tempo di scambiare in amicizia qualche chiacchiera con
il fruttivendolo pachistano sotto casa, perché è con lui, un musulmano qualunque e con noi
europei qualunque, che deve avvenire l'incontro.
Panikkar ha svolto un fecondo ruolo generativo con le persone che ha avuto modo di incontrare.
La stessa base del suo pensiero pluralista racchiude i semi della vicinanza, di una visione
prospettica verso la costruzione delle future generazioni. Pur senza attribuirgli meriti pedagogici
che non ha, Panikkar ha saputo aggregare, coagulare pensieri apparentemente divergenti
facendoli convergere nella loro essenza umana.
Tanto che oggi appare per molti doveroso caricarsi di un nuovo obiettivo planetario:
promuovendo una cultura della resistenza in grado di arginare il pensiero unico e di passare
all'impegno politico, che privilegia la centralità etica e antropologica dell'uomo (Curci,
2005);
promuovendo la resistenza dei popoli nativi e delle cultura locali mettendo in rete le idee,
le persone, i movimenti e i centri di ricerca contro la mercificazione globale del mondo
(Latouche, 1995);
promuovendo con il pensiero divergente la cultura della sobrietà, intesa come temperanza
ovvero determinando comportamenti verso la riduzione dei consumi, la semplicità,
l'equilibrio, l'essenzialità (Ferrarotti, 2000).
Un modo sintetico per comprendere il pensiero di Panikkar è quello di contrapporlo in un libero
dibattito con un filosofo classico di pari finezza, quale è Emanuele Severino. L'occasione si è
presentata a Venezia nel 2004 ed è riportata nel saggio “Parliamo della stessa realtà?” del 2014.
Posti di fronte a tre caratteristiche che il filosofo deve considerare per affrontare qualsiasi
argomento che riguarda la vita di una persona, ovvero: conoscenza, realtà e prospettiva, hanno
risposto con precisa delimitazione e coerenza il loro pensiero. Severino ha rappresentato l'uomo
di formazione occidentale costruito su una posizione coerente del costrutto dell'evoluzione delle
conoscenze come mix tra discipline umanistiche, scientifiche e tecnologiche. Mentre Panikkar ha
contestato la rigidità di questa impostazione, rilevando quanto il punto di partenza occidentale
fosse illusorio, quanto la conoscenza fosse un impianto da rispettare, ma quanto poco in ultima
analisi riusciva a spostare del destino dell'uomo (forse qualche anno di vita in più?).
Secondo Panikkar anche il modo di porsi di fronte alla realtà è ben poco cambiato dato che
l'uomo la vuole dominare in modo pieno, mentre gli sfugge oggi come in passato. Infine, ha
ricordato quanto la prospettiva per l'uomo sia molto diversa tra Occidente e Oriente essendo
vista dal primo come la speranza di poter usufruire di tutte le ricchezze illusorie che la
tecnologia può offrire, mentre l'uomo orientale è teso a comprendere il suo destino, peraltro
sapendo di aver ben poche possibilità di mutarlo.
Due visioni differenti e contrapposte che secondo la logica occidentale non possono trovare
conciliazione se non nella sconfitta dell'una e nella vittoria dell'altra (la logica dell'arena),
mentre secondo logica orientale (quella dell'agorà) sono due aspetti differenti della stessa
natura umana. Di qui alla considerazione del tutto panikkariana di abbracciarle entrambe, di
appartenere ad entrambe tentando la via della mutua fecondazione che permetta all'una di
essere illuminata dall'altra. Una via non semplice per l'occidentale costruito sulla negazione
escludente: o è bianco o è nero! Questa impostazione rende però difficile stabilire i due colori in
quasi tutti gli argomenti che appartengono all'uomo in cui prevalgono le sfumature di grigio e
definire bianco o nero una sfumatura di grigio significa travisare, negare, e quindi commettere
un errore di metodo che allontana dalla verità.
Riprendendo una metafora usata da Luigi Zoja nel suo saggio “Coltivare l'anima” (2003) si può
affermare che lo sfondo dei significati nel dibattito Severino-Panikkar è simile a quello tra un
soldato che caccia gli indiani e il capo pellerossa, così come è spesso reso in tanti film western
americani. Il soldato strepita per l'ingiustizia, se è stato leso un suo diritto, mentre il capo
indiano sa di poter solo rinviare la sconfitta. Il soldato crede che la volontà e la sua colt siano
tutto, mentre il pellerossa crede che la volontà sia nulla e che tuttavia il destino debba fare il
suo corso, non perché sia parte di un programma, ma perché è parte del suo esistere. Il soldato
è sostanzialmente un ingenuo per il pellerossa, mentre il capo indiano è un saggio. Di fronte ad
un evento negativo l'uomo occidentale proverà dapprima di trovarvi rimedio e poi si chiederà
perché, mentre l'uomo orientale rimarrà impietrito a chiedersi perché e poi si darà da fare per
porvi rimedio.
Di entrambe le visioni, e potendo scegliere, un qualsiasi uomo vorrebbe possederle entrambe.
Ecco che la visione cosmoteandrica di Panikkar pone la proposta utopica, ma paradigmatica di
praticare profondamente i tre ambiti che la compongono: l'uomo con la sua fabricità, Dio con la
spiritualità e il cosmo con il senso del vuoto irrisolto oltre lo spazio infinito del cielo e della
morte. Tutte dimensioni che non hanno per Panikkar una priorità di importanza nella vita
quotidiana, mentre l'uomo occidentale ne ha memoria plurima solo di fronte ad eventi
ineluttabili quando la sua finitezza lo rende impotente.
L'uomo stesso non è riducibile ad un singolo concetto, essendo di fatto un nodo relazionale che
esprime più di una volontà, più di una istanza. Ne consegue che collettivamente è sbagliato
pensare agli uomini secondo i valori di una insipida maggioranza e che questi siano superiori a
quelli espressi singolarmente nella cultura pluralista.
La convivenza delle persone si basa sulla relazione pacifica quotidiana con l'altro, mentre la
convivenza internazionale è l'equilibrio in una guerra di tutti contro tutti. In questo
ragionamento non vi è nulla di anarchico, ma la constatazione che se all'interno di uno Stato
l'esercizio del potere è democratico, i cittadini ne hanno un reale vantaggio, mentre l'esercizio
della democrazia tra nazioni scade spesso a degradante opportunismo di forza (militare o
economica) con un codice che somiglia più a quelli espressi da editti medioevali. Se la vita
umana perde qualità e tutti gli aspetti dell'esistenza sono quantificabili e negoziabili, allora
tutto si può vendere e comprare e il mercato diventa il dio contemporaneo.
In modo paradigmatico Panikkar chiarisce il suo pensiero dicendo di essere al cento percento
occidentale e al cento percento orientale. È paradossale? Non tanto. Per Panikkar solo all'interno
di categorie escludenti vi sono contrapposizioni per le quali ad esempio a “maschio” si
contrappone “femmina”. Questo significa che bisogna approfondire separatamente e con
distinguo i due generi usando tutto il bagaglio culturale a disposizione. Se invece si considera la
donna come un “non uomo” significa cadere in un pregiudizio di deriva maschilista. La diade
maschio/femmina non contiene negazione ma diversità autonoma, mentre nella diade
donna/non uomo si ha la negazione e quindi la non considerazione dell'altro come unità
autonoma.
Il gioco delle negazioni contrapposte è ben presente nei mass media per spiegare l'islam
falsandone l'immagine, il simbolo, valutandolo con valori del cristianesimo (e con questo
peccando di arroganza e di presunzione). Oriente e Occidente non si contrappongono, come non
si contrappongono cristianesimo e islamismo perché hanno una comune co-appartenenza. È con
questo sguardo che Panikkar ci invita a esplorare il punto di vista filosofico-sapienziale per
elaborare una prospettiva che sia al cento percento orientale e al cento percento occidentale.
È in sostanza la via della non-scelta prospettata da alcuni filosofi moderni per affrancare l'uomo
tecnologico da una rincorsa continua senza reale costrutto. Il mito della scelta è un valore
collettivo recente che ha cominciato a prendere corpo in Occidente con l'illuminismo, ma che
solo nel XX secolo è diventato davvero parte di un sistema di valori collettivamente condiviso
espandendosi con la globalizzazione. Come dice Zoja (2003, pag. 190): Questo mito (della
scelta) consiste nel presupporre che ognuno abbia sia il diritto sia la possibilità di scelte
riguardanti la propria vita, e che queste occasioni si presentino quotidianamente. Uno schema
teorico, ben lontano dall'essere cosa concreta o emozione profonda (mito) per la maggior parte
di noi”.
Si deve ammettere che le nostre possibilità di scegliere aumentano nelle civiltà tecnologiche e
con queste pure il grado di libertà e di benessere che oggi appare assolutamente irrinunciabile
se destinato a tutti, ma di fatto le cose importanti non le decidiamo mai né in politica, né nel
mercato. Forse è per questo che molti nel mondo non vanno più nemmeno a votare: una non
scelta per rifiuto a partecipare ad un mondo sempre più innaturalmente alieno e sempre meno
umano, una scelta che oggi accomuna Occidente a Medio Oriente. Se ci limitiamo all'essenziale
le rappresentazioni dell'uomo occidentale si possono ridurre a due: l'una riferita all'uomo che
vive il paradosso della contraddizione e dell'ambivalenza; l'altra è quella della scelta. La prima è
naturale, l'altra è innaturale ed acquisita culturalmente. Per l'uomo orientale noi non siamo le
nostre scelte, ma i nostri sogni. E la differenza non è sottile.
Riletto in questa luce, il confronto tra Occidente e Medio Oriente determina l'incontro tra
culture differenti, tra atteggiamento razionale e sapienza mistica. Un incontro che Panikkar
sintetizza nel neologismo “mutua fecondazione” a significare che l'uno feconda l'altro e che
sostanzia mostrandoci un cammino personale di realizzazione. La scelta della convivenza non è
mai facile, ma può essere qualcosa di molto arricchente per tutti. Su questo terreno, caro a
Panikkar come a Langer, più che la condanna astratta e ideologica del nazionalismo, della
xenofobia e del razzismo, servono progetti, esperienze, opere, istituzioni adeguate, in modo che
la convivenza plurietnica e pluriculturale diventi la regola e non l’eccezione. Il federalismo
democratico, autonomistico e paneuropeo si contrappone alla “disgregazione nazionalistica”,
alla barbarie etnocentrica e si propone di spostare poteri e competenze verso il basso con il
rafforzamento delle autonomie e dell’autogoverno locale, e verso l’alto con la costruzione di
autorità e ordinamenti sovranazionali.
Parole utopiche diranno i più che senz'altro sono più propensi a quelle di Schopenhauer:
“l'intolleranza è essenza del monoteismo. Un dio unico è, per sua natura, un dio geloso, che non
tollera nessun altro dio accanto a sé“. Sembra dunque lunga per costoro la strada della
"pacificazione" tra masse di credenti addestrate per secoli all'odio reciproco. Ma esiste oggi una
strada diversa da quella suggerita da Panikkar che non contempli una “escalation” verso una
ineludibile guerra di religione a livello mondiale?
La sfida contemporanea consiste nel passaggio da una cultura della guerra ad una cultura della
pace. Ove per pace non si intende assenza di guerra, ma di una nuova cultura le cui radici
affondano nella crescita dello spirito e della vita umana. La cultura della pace è strettamente
legata alla cultura della diversità, o pluralismo, perché da essa non può prescindere e da essa
trae il principio ispiratore, filosoficamente definito come autorità morale.
L'autorità morale per sua natura non è imposta, ma liberamente riconosciuta. Non la si può
esercitare nella dittatura, né nella teocrazia, né nell'oligarchia militare, né in una democrazia
basata sul PIL (Pezzali, 2014. Il discorso di Robert Kennedy). Come d'altra parte il pluralismo
democratico non può essere confuso con l'anarchia qualunquista, perché è esattamente il suo
opposto determinando un alto grado di consapevole responsabilità condivisa. I suoi mezzi non
possono essere né il denaro, né le conoscenze specialistiche, né il potere, né l'individualismo,
perché è invece relazione basata sulla cultura della parola (Cognetti, 2015).
Dobbiamo trovare nuove chiavi interpretative dei rapporti tra le culture e sostenere un'idea di
pluralismo paritetico nelle reciproche libertà e prerogative, avendo ben compreso che le mie
prerogative non devono essere limite alle tue libertà. La comprensione dell'altro è un problema
scottante ed irrisolto del nostro tempo, che sia un avversario politico o qualcuno di diversa
mentalità, un popolo di un'altra etnia, un cristiano di un'altra confessione, un esponente di
un'altra cultura. Panikkar da buon maestro-esploratore ci offre una traccia da percorrere, ora
spetta a noi realizzare l'incontro, sempre con le palme aperte e la mente priva di pregiudizi su
ciò che siamo e che saremo chiamati ad essere.
Fonti
Cognetti G. (2015), Con un altro sguardo. Piccola introduzione alla filosofia interculturale. Donzelli.
Curci S. (2005), Buone pratiche per fare intercultura. EMI.
Ferrarotti F. (2000), L'enigma di Alessandro. Incontri fra culture e progresso civile. Donzelli.
Latouche S. (1995), La Megamacchina. Ragione tecnoscentifica, ragione economica e mito del progresso. Bollati
Boringhieri.
Panikkar R., Severino E. (2014), Parliamo della stessa realtà? Jaca Book.
Pezzali M.L. (2014), discorso di Robert Kennedy in podcasting.
http://www.radio24.ilsole24ore.com/listapodcast.php, 141221-essere-e-avere
Wilson, D. S. et al. (2013). Generalizing the core design principles for the efficacy of groups. Journal of Economic
Behavior & Organization, 90: 21–32.
Zoja L. (2003), Coltivare l'anima. Moretti & Vitali.

scritto da Alessandro Bruni


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Scritto il venerdì, 05 gennaio 2018 alle 11:58 | Permalink

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