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La prosa del Seicento 1

Il dibattito intellettuale del XVII secolo riflette il quadro di una società attraversata da trasformazioni profonde,
destinate a modificarne profondamente l’assetto, e trova eco in una produzione in prosa estremamente articolata.
Alla ricchissima pubblicistica di carattere politico e religioso si accompagna la fioritura della trattatistica scientifica e
filosofica, come pure la diffusione crescente di quelle forme di scrittura dell’intimità – autobiografie, diari, epistolari –
che costituiranno il modello su cui, nel secolo successivo, si plasmerà il nuovo genere del romanzo. Nel corso del
Seicento, in particolare il problema del rapporto, spesso conflittuale, fra scienza e religione diventerà un tema
ricorrente di riflessione e di scontro. Se è vero, come ricorda Daiches (I, p. 555), che la controversia religiosa del XVII
secolo sostanzialmente ignorò la nuova scienza, è altresì incontestabile che, almeno in modo indiretto, gli effetti di una
frizione profonda si avvertirono nella vigorosa polemica fra quanti credevano ottimisticamente nella inevitabilità del
progresso e coloro che erano invece persuasi della ineluttabile decadenza del mondo.

A “introdurre” il secolo sono le opere scritte da Giacomo I Stuart, asceso al trono d’Inghilterra nel 1603. Portatore di
una visione del potere monarchico marcatamente conservatrice e sostenitore convinto del diritto divino del sovrano,
Giacomo è autore di due trattati politici, The True Law of Free Monarchies, uscito anonimo nel 1598, e Basilikon Doron
(1599), in cui ribadisce la propria concezione della regalità. Fra le opere composte da Giacomo un posto di rilievo
spetta a Daemonology in Form of a Dialogue, Divided in Three Books (1597). Espressione di una cultura in cui la
presunta stregoneria veniva fatta oggetto di persecuzioni feroci e costituiva argomento di dibattito fra teologi e
studiosi, il trattato si propone di convincere anche i più scettici dell’effettiva esistenza di maghi e streghe e della
necessità di punirli in quanto strumenti del Demonio. L’opera è scritta in forma di dialogo fra due personaggi:
Philomates e Epistemon.

Francis Bacon

Nell’ambito della trattatistica di carattere scientifico-filosofico, particolare rilievo assume la figura di Francis Bacon
(1515-1616), artefice di un ambizioso progetto di rinnovamento radicale dei fondamenti del sapere, cui diede il nome
generale di Instauratio Magna. Respingendo qualsiasi prospettiva metafisica e reagendo alla impostazione aprioristica
della filosofia scolastica medievale, Bacon sostiene la necessità di fondare la conoscenza sull’osservazione diretta della
natura, le cui leggi è possibile identificare attraverso un metodo logico-induttivo che parta dall’indagine e dalla
classificazione dei dati empirici. Fine ultimo del sapere, per Bacon, non è l’intuizione teorica, ma il «benessere del
regno dell’uomo»: la conoscenza deve tradursi in una prassi e qualsiasi atto conoscitivo non può che muovere
dall’osservazione alla comprensione, per approdare quindi all’applicazione pratica dei saperi acquisiti. Araldo, come
egli stesso si definì, di una nuova età, Bacon mostra di aver individuato con acutezza le esigenze di una società in cui la
ricerca non può essere più intesa come passiva accettazione di una tradizione definita, ma come strumento di indagine
ed elaborazione di modelli concettuali e operativi atti a piegare la natura alle esigenze dell’uomo.

In The Advancement of Learning (scritto nel 1605 e di cui esiste una versione latina ampliata, redatta nel 1623) Bacon,
dopo aver elencato le argomentazioni avanzate contro il sapere scientifico e averle confutate una ad una, procede a
una classificazione particolareggiata di tutti i tipi di scienza esistenti e ne denuncia le lacune. È però nel Novum
Organum (pubblicato incompiuto nel 1620) che egli dà corpo al progetto di proporre una nuova enciclopedia dei
saperi e di illustrare i fondamenti del nuovo metodo. Alla denuncia dei limiti della scienza tradizionale, contenuta nella
prima parte dell’opera, segue, nella seconda, l’esplicitazione della necessità di fondare la conoscenza su un criterio
induttivo, basato sulla sperimentazione empirica e sulla raccolta di osservazioni particolari e sistematiche. Pur non
essendo il primo a proporre una teoria della scienza di tipo induttivo e pur non essendo al corrente delle nuove
scoperte nel campo dell’astronomia e della medicina, Bacon seppe interpretare come nessun altro la nuova
concezione della scienza e della sua funzione cui diede espressione attraverso l’eloquenza quasi profetica della sua
prosa.

Una ulteriore espressione della volontà che Bacon persegue di diffondere le idee sull’importanza della scienza
sperimentale è costituita dall’opera New Atlantis. Rimasta incompiuta, sarà pubblicata postuma nel 1627. New
Atlantis traduce nelle forme del racconto utopico i principi enunciati negli scritti di carattere filosofico. L’autore
immagina che un gruppo di marinai scopra un’isola ignota dei mari del sud, Bensalem, la nuova Atlantide evocata nel
titolo, e qui venga accolto con ospitalità dalla popolazione locale, di cui si elogia l’altissimo grado di civiltà. Oggetto di
particolare ammirazione è il Palazzo di Salomone, un istituto di ricerca, della cui descrizione Bacon si serve per
puntualizzare ancora una volta quelli che, a suo avviso, dovrebbero essere i metodi della ricerca scientifica. L’autore
costruisce un progetto utopico su un sontuoso apparato mitico-simbolico, occasione per una dettagliata disamina dei
prodigi della tecnica e della nuova scienza. È probabile che l’idea dell'isola di Bensalem gli fosse venuta leggendo le più
famose utopie rinascimentali: in particolare Utopia di Thomas More e, forse, La città del sole di Tommaso Campanella
(1623), che egli avrebbe potuto consultare nell’edizione latina stampata a Francoforte.

Mentre in More, però, e anche in Campanella, come sottolinea Giovanna Silvani (in Manuale di Letteratura e Cultura
Inglese, p. 111), il motivo ispiratore è soprattutto morale e sociale, in New Atlantis il tema centrale è quello del potere
che deriva all’uomo dalla scienza fondata sullo studio della natura. Di Bensalem è sottolineata la singolare struttura
sociale e riconosciuta la superiorità dei suoi abitanti, specie dei suoi governanti – quasi sacerdoti della scienza –
rispetto a quelli del mondo da cui giungono i viaggiatori. L’Accademia scientifica di Salomone, che regge praticamente
la vita dell’isola di Bensalem, pare quasi precorrere la stessa Royal Society (1660) – «The noblest foundation (as we
think) that ever was upon the earth; and the lantern of this kingdom» (La più nobile fondazione − a nostro parere −
mai nata sulla terra e il faro di questo regno).

L’interesse di Bacon per l’arte del governo, la sua vasta cultura politica e giuridica, la padronanza dello stile espositivo
si manifestano in modo esemplare in The History of Henry VII (1622), opera storica di indubbio valore, in cui Bacon
svolge un’attenta disamina della politica del primo sovrano Tudor e fornisce un quadro dettagliato degli avvenimenti
che caratterizzarono quel regno. Alla maniera degli storiografi classici, Bacon ricostruisce i discorsi dei vari personaggi
dando prova della sua vivida immaginazione storico-psicologica. A conferire a Bacon un posto d’onore come prosatore
inglese, anzi addirittura il titolo di “classico” della letteratura, sono gli Essays, la cui prima edizione, apparsa nel 1597,
fu seguita nel 1612 e nel 1625 da due nuove versioni ampliate, l’ultima delle quali comprendeva ben 58 saggi. Una
ricca gamma di argomenti, dalle questioni inerenti alla vita pubblica a quelle connesse con aspetti della vita privata –
come il matrimonio o i rapporti fra genitori e figli –, costituiscono la materia delle riflessioni di Bacon, intellettuale
dotato di spirito pratico, che fonda le proprie prescrizioni etiche su una consapevole conoscenza della natura umana.

Come osserva Daiches, Bacon adotta la forma letteraria del saggio moderno “inventato” da Montaigne: ma, mentre il
placido fluire della prosa di Montaigne esprime una calma e sicura consapevolezza di sé; Bacon opta per una assoluta
impersonalità dell’espressione, al punto che i suoi primi essays somigliano a una sequenza di aforismi (I, p. 553). A
lungo la popolarità dei saggi di Bacon ha trovato fondamento proprio nel carattere sentenzioso del suo stile, così che
alcune delle affermazioni in essi contenute («Colui che ha moglie e figli ha dato degli ostaggi alla fortuna»; «Che cos’è
la verità? – disse scherzando Pilato – e non volle attendere la risposta»; «Un uomo che non ha virtù in se stesso invidia
sempre la virtù negli altri») hanno finito per assumere il valore di vere e proprie massime.

Thomas Browne

Fra gli iniziatori del saggio moderno va annoverato anche sir Thomas Browne (1605- 1682), la cui opera più
significativa, Religio Medici, potrebbe essere definita – com’è stato suggerito – un’esercitazione di compenetrazione
tra pensiero e sentimento. Pubblicata per la prima volta nel 1642, in due edizioni non autorizzate, e quindi nel 1643, in
edizione autorizzata, Religio Medici allude sin dal titolo, la religione di un medico, alla possibilità di conciliare gli ambiti
tradizionalmente contrapposti della scienza e della fede. Membro della chiesa anglicana («non esiste chiesa che in
ogni sua parte si adatti così bene alla mia coscienza»), Browne è animato dalla costante preoccupazione di superare le
separazioni fra gli uomini in una visione improntata a una sostanziale tolleranza. Il testo si apre così con la definizione
di quale sia il tipo di cristianesimo che l’autore fa proprio, per ampliare poi tale definizione fino a comprendere un
sentimento di «carità complessiva verso l’umanità», capace di abbracciare tutti gli uomini e tutte le fedi. Fede e
ragione, dapprima distinte, sono quindi discusse l’una in relazione all’altra e incluse entrambe in un terzo termine: la
saggezza divina, in cui la loro contrapposizione risulta superata, perché Dio creò il mondo affinché «venisse studiato e
contemplato dall’uomo».

Browne rivela un atteggiamento pragmatico e dimostra una esemplare tolleranza nei confronti di ogni forma di
dissenso e delle differenze di credo all’interno del cristianesimo. Un sentimento di umana comprensione che trova la
sua sintesi nel principio secondo il quale non si può censurare o condannare alcuno, «because no man knows
another»: perché nessuno conosce veramente il proprio simile. Scritta in una prosa costituita da proposizioni
relativamente brevi e caratterizzata dalla tendenza ad accoppiare latinismi e parole anglosassoni, Religio Medici nella
seconda parte diviene una dissertazione sul tema della carità, in cui trova riflesso l’indole compassionevole
dell’autore. Nella sua appassionata professione di fede, Browne fu tra i fondatori del saggio moderno perché, sulle
orme di Montaigne e di Bacon, fra i primi pose al centro della sua scrittura la soggettività, le regioni ancora inesplorate
dell’io quotidiano, quell’ ‘io’ che – sottolinea Praz – è sede di fuggevoli pensieri, di singolarità di gusto e di sentimento,
quali gli scrittori precedenti o non avevano creduto meritevoli di ricordare per iscritto, oppure avevano rivestito della
forma convenzionale di asserzioni impersonali e generiche (p. 251). Esempi di eleganza erudita e di stile prezioso sono
le altre opere di Browne, in particolare The Garden of Cyrus (1658) e Hydriotaphia, o Urn Burial (1658), un trattato
sulle urne sepolcrali incentrato sui temi della morte e della vanitas rerum.

Lancelot Andrewes

Nel corso del Seicento si scrisse molto di religione. Almeno uno sguardo, all’interno di questa produzione quanto mai
variegata e diseguale, va riservato ai sermoni, soprattutto per lo straordinario rilievo e prestigio avuto e goduto da due
grandi figure di predicatori, attivi fino agli anni Venti-Trenta del diciassettesimo secolo, ma considerati un modello per
tutto il secolo e anche oltre. Ci riferiamo a Lancelot Andrewes e a John Donne, del quale si è già presentata la
produzione poetica. Nei suoi novantasei sermoni Lancelot Andrewes (1555-1626), nonostante le complesse e puntuali
analisi di passi delle Sacre Scritture da cui muove, in genere non si dilunga in controversie specifiche. Quei sermoni
sono per lo più testi composti per essere letti a Corte in occasione delle principali festività cristiane. In genere
avvalorano la pretesa della Chiesa d’Inghilterra di rappresentare il vero cristianesimo, stigmatizzando ogni eccesso,
inclusa l’esagerata rigidità dei Puritani. Possiamo concordare con Sanders quando afferma che i sermoni di Andrewes
si rivolgono alla razionalità dell’ascoltatore o del lettore, non alla sua emotività, e soprattutto si indirizzano ad animi
sereni, non travagliati. È fuori di dubbio, poi, che pochi scrittori inglesi abbiano posto altrettanta enfasi sul Logos, un
termine che per Andrewes indica sia, letteralmente, il Verbo divino, sia il centro intorno a cui ruota la dottrina (I, p.
228).

John Donne

Nel 1625, a una settimana di distanza dall’incoronazione di Carlo I, John Donne, decano della cattedrale di St. Paul,
pronunciava il suo primo sermone pubblico. La scelta dell’argomento si sarebbe rivelata profetica, in relazione al
destino del sovrano. Partendo da un verso del Salmo XI: «Quando sono scosse le fondamenta, il giusto cosa può
fare?», Donne ampliò i riferimenti fino a trattare del martirio cristiano, osservando che la Chiesa aveva utilizzato
questo salmo per l’ufficio funebre di un martire. Sempre al cospetto di Carlo I, nel febbraio 1631 un Donne
gravemente ammalato avrebbe declamato il suo ultimo sermone, Death’s Duell, il duello della morte, quasi
un’orazione funebre per sé medesimo, ormai morente. Al pari di Andrewes, Donne divide i sermoni in tre parti: una
spiegazione preliminare del testo scelto; una illustrazione del suo significato; l’applicazione di tale significato alla
situazione presente, al pubblico cui si rivolge. Donne non amava la predicazione estemporanea, prediletta invece dai
Puritani. Egli preparava scrupolosamente il tema selezionato e poi memorizzava il sermone parola per parola,
utilizzando nell’orazione solo qualche appunto. Sebbene dichiarasse la propria volontà di non indulgere in espressioni
puramente retoriche, tuttavia la predilezione per i preziosismi verbali e stilistici traspare chiaramente negli ottanta
sermoni da Donne lasciati in bella copia alla sua morte e che sarebbero stati poi pubblicati nel 1640.

Robert Burton

Compendio della cultura secentesca, e non solo, The Anatomy of Melancholy di Robert Burton (1577-1640) è un testo
enciclopedico che testimonia, come pochi altri, la coesistenza, tipica del XVII secolo, fra l’interesse per le nuove idee
scientifiche e l’adesione all’autorità della tradizione e delle dottrine del passato. Nella valutazione moderna, The
Anatomy rappresenta una raccolta memorabile di aneddoti singolari, di citazioni fluviali e a volte stravaganti da opere
di antichi e moderni. Nell’intenzione dell’autore doveva invece essere una esposizione esaustiva e scientifica di vari
disordini mentali da Burton riuniti sotto la generica etichetta di “malinconia”. Seguendo l’esempio di Democrito
quando da Ippocrate fu trovato a meditare sulle cause della malinconia, l’autore mirava a curare la propria
disposizione melanconica analizzandone cause e sintomi. L’iniziale progetto di adottare il latino fu presto abbandonato
in favore dell’inglese.
L’opera, pubblicata per la prima volta nel 1621 (con successive edizioni ampliate e rivedute nel 1624, 1628, 1632, 1638
e 1651), è concepita come un vasto trattato di medicina e psicologia a firma di Democritus junior e dispiega i frutti di
un’erudizione babelica e multiforme, fitta com’è di citazioni e riferimenti ai più svariati campi del sapere antico e
moderno. Al progetto di questa “anatomia”, che riserva un approfondimento specifico alla “malinconia d’amore”,
Burton dedicò tutta la sua vita, sottoponendo il lavoro a un processo incessante di ampliamento e di accumulo (sono
circa 1250 gli autori o i personaggi cui a vario titolo si rinvia). Se, come nota Daiches (I, 560), «le complicate e
particolareggiate sinossi di ogni ‘sezione’ esprimono le intenzioni metodologiche dell’autore», sono le digressioni e gli
aneddoti illustrativi a costituire ancora oggi il contributo più ricco e suggestivo del libro. Flessibile e varia è la prosa di
Burton, di volta in volta colloquiale, sovrabbondante, epigrammatica, pedante, scritta in un inglese ricco di locuzioni
latine che talvolta producono uno strano effetto di straniamento e di patchwork.

Lo schema del libro prevedeva la discussione dei sintomi, delle cause e delle terapie dei diversi tipi di malinconia
(all’epoca considerata una malattia non troppo dissimile dalla pazzia vera e propria). L’obiettivo, però, non era quello
di fornire un punto di vista unitario e coerente, quanto piuttosto quello di provare a ricostruire un quadro
possibilmente esaustivo di tutto ciò che sull’argomento era stato scritto. Il libro è pertanto l’espressione della illimitata
curiosità del suo autore per ogni tipo di esperienza umana, del suo temperamento bizzarro e della sua mente dotta e
singolare. Una mente comunque lucida, la mente di un pastore anglicano, il quale, per esempio, quando parla della
malinconia religiosa, dopo l’invito “umanistico” a evitare gli estremismi, non dimentica di esaltare le qualità
consolatorie che la religione può avere e ha. Il frontespizio, accompagnato da un componimento poetico esplicativo, è
diviso in 10 quadri sinottici, ognuno dei quali rappresenta per emblemi i sintomi o gli attributi della malinconia.

È stata questa erudizione elevata a metodo, in un trattato che si inserisce in un più ampio discorso sulla mania e sulla
follia, a consentire a The Anatomy di mantenere un suo fascino attraverso i secoli. Nel Settecento, per esempio, attirò
l’attenzione di letterati come Samuel Johnson o, soprattutto, come il reverendo Laurence Sterne, il quale, nei nove
volumi del suo altrettanto enciclopedico romanzo The Life and Opinions of Tristram Shandy, Gentleman (1759-1767),
vi attinse a piene mani. Suoi entusiastici lettori furono poi i romantici, in particolare Southey, Coleridge e soprattutto
John Keats, il quale da essa trasse ispirazione per Lamia e Ode to Melancholy. A suscitare ancora oggi l’interesse del
lettore sono soprattutto le pagine riservate alla «melanconia eroica o d’amore», anatomizzata per svelarne le cause e i
sintomi e per proporre singolari, astruse, ma spesso divertenti terapie.

Thomas Hobbes

Improntata a un materialismo radicale è la riflessione di Thomas Hobbes (1588- 1679), che concepisce l’universo come
un aggregato di corpi in movimento e del movimento fa il principio originario e fondamentale che governa la realtà del
mondo fisico. Tale visione trova riflesso nel suo trattato politico, Leviathan (1651), così chiamato dal nome di un
terribile mostro biblico al quale nessuno può opporsi. Muovendo da un’analisi delle passioni umane fondata su una
concezione materialistica delle sensazioni, Hobbes tenta di dedurre una completa teoria politica a partire da una
concezione dell’uomo che egli sintetizza nel celebre concetto dell’«homo homini lupus». «Penso che la tendenza
generale di tutta l’umanità sia il perenne e insopprimibile desiderio di potere, che cessa soltanto con la morte»: tali
pulsioni egoistiche, se lasciate libere di manifestarsi, minerebbero ogni possibilità di vita associata. Per evitare che
questo accada, gli uomini hanno stipulato un contratto reciproco in base al quale ciascuno rinuncia al proprio diritto
naturale di fare ciò che più gli aggrada, a patto che tutti gli altri facciano la stessa cosa, mentre un individuo o un
gruppo di individui è chiamato a garantire o, se necessario, a imporre l’osservanza di quel contratto.

Tale individuo, o gruppo, escluso dal contratto stesso, sarà perciò rappresentante di tutti e fungerà da arbitro
insindacabile e libero da controlli. Figlio di un’età attraversata da tensioni profonde, Hobbes teorizza di fatto la
necessità di un potere assoluto, che si incarna nella figura del sovrano, al quale i sudditi demandano ogni potere e
diritto e che agirà in piena autonomia, imponendo le leggi e punendo severamente i trasgressori. Va sottolineato che,
per Hobbes, il potere del sovrano è irrevocabile e che pertanto i sudditi, che a lui hanno concesso tutta o quasi tutta la
loro libertà individuale, non hanno diritto di ribellarsi, né tanto meno di deporlo. Nonostante la radicalità del suo
assolutismo, il pensiero politico di Hobbes è ricco di fermenti innovatori che preparano a una riformulazione dei
rapporti fra lo Stato e i sudditi. Il sovrano hobbesiano, infatti, interviene punitivamente solo quando è infranta la
norma di legge, ma non si interessa alla vita interiore e privata del cittadino, lasciando all’iniziativa del singolo i
problemi riguardanti la coscienza religiosa e la sfera delle attività economiche. Emergono possibilità della vita
associata che riconoscono ampio spazio privato al singolo e che avranno piena attuazione nelle società borghesi
dell’Europa occidentale.

John Locke

Nel XVII secolo la tradizione filosofica dell’empirismo inglese trova in John Locke (1632-1704) il suo esponente più
rappresentativo. Nell’Essay Concerning Human Understanding (1690), la sua opera più importante, Locke espone la
propria teoria della conoscenza fondata sul rifiuto dell’innatismo cartesiano e tesa a definire le modalità attraverso cui
la nostra mente elabora le idee a partire dai dati sensoriali forniti dall’esperienza. Una conoscenza basata, dunque,
sulle sensazioni esterne e sulla “riflessione” interiore. Se Hobbes era stato sostenitore dell’assolutismo monarchico,
nei due Treatises of Government (1689-90), Locke propone la prima teorizzazione dello stato liberale. Come già aveva
fatto Hobbes, Locke procede da una descrizione dell’originario stato di natura dell’uomo, in cui egli però non vede una
guerra di tutti contro tutti, ma, al contrario, un’umanità in cui ciascuno è animato da sentimenti di benevolenza verso i
propri simili. In principio, secondo Locke, la proprietà è comune; sarà poi il lavoro del singolo a dar luogo alla proprietà
privata. Tuttavia in questo stato di natura manca la certezza del diritto, di qui la necessità per gli uomini di uscire da
tale condizione attraverso un patto contrattualistico che, nella concezione lockiana, trae origine dalla necessità di
meglio garantire i diritti e la libertà del popolo

Nei due Treatises, in sostanza Locke teorizza – come si diceva – lo Stato liberale, garante dei diritti dei singoli e fondato
sulla divisione e l’equilibrio dei poteri: il legislativo, che fissa le leggi, l’esecutivo che le fa rispettare, e il federativo, che
si occupa dei rapporti interstatali. Diversamente da quanto previsto dal modello assolutistico proposto da Hobbes,
Locke sostiene il diritto del popolo di deporre il sovrano, o comunque coloro che detengono il potere, qualora essi si
comportino in modo da ledere le libertà dei sudditi e da arrecare danno alla comunità. Di fatto egli offre così
legittimazione a quanto avvenuto nel 1688 con la così detta “Gloriosa Rivoluzione”, in seguito alla quale era stato
deposto l’ultimo sovrano Stuart, Giacomo II, e si era realizzato il passaggio a un sistema monarchico costituzionale
sotto la guida di Giacomo III d’Orange. Anche nei suoi scritti di carattere religioso Locke fu strenuo difensore dei
principi liberali. Celebre è la sua A Letter concerning Toleration (1689) in cui affermò con energia il diritto alla libertà di
culto e l’illegittimità di qualsiasi intervento dell’autorità politica nelle questioni che attenevano alla libera coscienza
individuale, ribadendo la necessità della tolleranza religiosa.

Margaret Cavendish

Nell’ambito della prosa di carattere scientifico-filosofico sono da ricordare anche gli scritti di Margaret Cavendish
(1623-1673), nei quali evidente è l’influenza di Hobbes. Figura eccentrica e anticonvenzionale, Cavendish fece
scandalo decidendo di pubblicare a proprie spese tutte le sue opere che comprendevano, oltre ai trattati di carattere
scientificofilosofico, orazioni, racconti, poesie, e un romance, The Blazing World (1666-1668), considerato la prima
utopia scientifica scritta da una donna. Strenua sostenitrice della parità culturale fra i sessi in un’epoca che negava alle
donne l’accesso alle grammar schools e all’università, Cavedish coltivò i propri interessi scientifici e fu la prima donna
a ricevere l’invito ad assistere ad alcuni esperimenti presso la Royal Society. Fondata nel 1660, la Royal Society for the
Improvement of Natural Knowledge è una delle più antiche e prestigiose accademie scientifiche del mondo. Essa
nacque per volontà di un gruppo di scienziati che intendevano promuovere la cultura fisico-matematica e il nuovo
metodo sperimentale teorizzato da Bacon. Nel corso del Seicento fra i suoi membri più autorevoli vanno annoverati
Robert Boyle e Isaac Newton, che qui illustrò i suoi esperimenti di ottica e che ne divenne anche Presidente.

Biografie, diari, “caratteri”

Accanto alla trattatistica scientifico-filosofica e alla prosa di carattere religioso, il XVII secolo vide la fioritura di
numerose forme di scrittura connesse con l’esplorazione della soggettività individuale e dello spazio dell’interiorità.
Grande popolarità godette, ad esempio, il genere della biografia, che annovera fra i suoi esponenti più celebri Izaak
Walton (1593-1683), autore di cinque “vite”, la prima delle quali, Life of Dr. John Donne, fu pubblicata nel 1640.
All’origine delle scelte di Walton vi era la volontà di proporre i ritratti di una serie di personaggi ritenuti “esemplari” in
quanto la loro esistenza, o la parte più significativa di essa, quella finale, era stata segnata da una convinta adesione
all’ortodossia anglicana. Nei secoli successivi la fama di Walton sarebbe stata legata soprattutto a un originale trattato
sull’arte della pesca: The Compleat Angler (1653), che è anche una nostalgica rievocazione del tempo passato e
l’occasione per descrivere le bellezze della vita bucolica. Nessun intento morale o religioso è invece all’origine delle
Brief Lives di John Aubrey (1627-1697), pubblicate solo nel corso del Settecento. Il testo contiene una serie di ritratti di
personaggi famosi, dai quali emerge il gusto dell’autore per il dettaglio curioso e bizzarro. Molto interessante, in
particolare, proprio per l’impostazione spiccatamente aneddotica, è quello di Hobbes.

Nel corso del Seicento la tendenza all’analisi introspettiva, che le confessioni della chiesa riformata avevano posto al
centro dell’esperienza religiosa, si salda con il bisogno di ricordare e comprendere gli eventi traumatici che avevano
segnato la vita del secolo, generando così una ricchissima produzione di testi diaristici e autobiografici. Non destinati
alla pubblicazione, e spesso redatti allo scopo di contribuire alla costruzione della “memoria” storica di una famiglia o
di una piccola comunità, questi testi sono stati poi scoperti ed editi solo molto più tardi. A metà strada fra biografia e
autobiografia sono i Memoirs of the Life of Colonel Hutchinson, composti dalla moglie Lucy Hutchinson intorno al
1664 ma stampati solo nel 1806. I Memoirs offrono un ritratto vivace e acuto della vita di una famiglia puritana
durante la Guerra Civile e si incentrano sulla drammatica vicenda di John Hutchinson, morto in carcere durante la
Restaurazione mentre era in attesa di processo per l’accusa di regicidio, essendo stato fra i parlamentari che avevano
votato a favore dell’esecuzione di Carlo I.

Il diario più importante dell’epoca è quello di Samuel Pepys (1633-1703), pubblicato in una versione incompleta nel
1825 e poi riproposto in edizione integrale, in undici volumi, fra il 1970 e il 1983. Scritto in forma stenografica e in
parte criptata, il diario copre gli anni che vanno dal 1660 al 1669 e offre un quadro vivido della vita londinese del
periodo della Restaurazione e degli eventi tragici che segnarono l’epoca, dalla peste del 1665 al grande incendio che
distrusse la città nel 1666. Figura di primo piano dell’amministrazione pubblica, Pepys ebbe facile accesso agli intrighi
della vita parlamentare e di Corte, di cui ci fornisce un vivace e divertito resoconto. Pepys seppe mantenere sempre
un’assoluta indipendenza intellettuale; riuscì a coltivare i propri interessi scientifici; fu amante del teatro, in
particolare di quello di Jonson, e assiduo frequentatore della Royal Society. Taglio più propriamente autobiografico, in
quanto fondato su una riflessione a posteriori, ha il diario di John Evelyn (1620-1706), pubblicato solo nel 1818.
Nell’annotare gli eventi, personali e pubblici, compresi in un arco temporale che va dal 1620 al 1706, Evelyn si
sofferma in modo particolare su questioni di estetica, fornendo così una preziosa testimonianza della graduale
elaborazione e affermazione del gusto neoclassico, che dominerà gli inizi del Settecento.

In chiusura, un breve accenno al genere di prosa secentesca noto con il nome di “caratteri”. Il “carattere”, come
ricorda Daiches (I, p. 567), fu definito da sir Thomas Overbury, uno dei maggiori esponenti del genere, come «un
ritratto (reale o personale) schizzato in modo bizzarro in diversi colori, resi tutti più vivi da un’unica ombreggiatura». In
sostanza, il ritratto di un tipo più che di un individuo, il cui modello è costituito dai Caratteri del filosofo e botanico
greco Teofrasto (371 a.c. – 287 a.c.): brevi ma intense descrizioni, meglio dire caricature, di alcune tipologie morali. I
Caratteri di Teofrasto iniziano con la presentazione di uno specifico difetto (la dissimulazione, l’adulazione, la
superstizione ecc.) e si allargano poi a rappresentare il possessore di quel difetto, con l’enumerazione degli
atteggiamenti che gli sono propri. La prima raccolta di “caratteri” in inglese fu quella di Joseph Hall, Characters of
Virtues and Vices, pubblicata nel 1608. Hall, poco asciutto e preciso nella sua prosa, più che un osservatore dei
comportamenti e degli uomini, è un moralista cristiano che cerca di edificare il lettore attraverso esempi e
ammonimenti. Con il tempo, il genere diviene una deliberata esercitazione nell’uso del wit, poco interessato alla
trattazione di argomenti morali generali, attento invece alla rappresentazione di tipi comuni nell’Inghilterra del tempo,
cosa che rende l’opera di estremo interesse per lo studioso della storia sociale.

Significativo, in questo ambito, il contributo di John Earle, che con la sua Microcosmography (1628-1629) seppe
fondere acume, spirito e autentico sentimento morale. Basta citare alcuni dei titoli dei caratteri di Earle per avere
un’idea dell’ampiezza dei suoi interessi e della sua capacità di osservazione: «Un giovane e inesperto predicatore»;
«Un medico semplice e sciocco»; «Un uomo votato alle forme»; «Una perfetta ipocrita» (Daiches, I, p. 569). I
successivi autori interessati ai “caratteri” dimostreranno una generale tendenza a spostarsi verso la descrizione
dettagliata e realistica, ne sono un esempio le creazioni di Samuel Butler (i cui “caratteri” furono scritti verso il 1670,
ma non furono pubblicati fino al 1759). Non a caso, quando Addison e Steele si riallacceranno a questo genere di
prosa nei saggi scritti per il Tatler e lo Spectator i loro saranno veri e propri ritratti individuali, pronti per confluire nella
corrente del nascente romanzo borghese.