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Economica Laterza
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Della stessa autrice
nella «Economica Laterza»:

Il Partenone
(con K. Hopkins)
Il Colosseo.
La storia e il mito

Della stessa autrice


in altre nostre collane:

(con J. Henderson)
I classici.
Il mondo antico e noi
«Universale Laterza»

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Mary Beard

Prima del fuoco


Pompei, storie di ogni giorno
Traduzione di Tommaso Casini

Editori Laterza

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Titolo dell’edizione originale
Pompeii.
The Life of a Roman Town
Profile Books Ltd, London 2008

© 2008, Mary Beard

Nella «Economica Laterza»


Prima edizione 2012

Edizioni precedenti:
«i Robinson/Letture» 2011
Proprietà letteraria riservata
www.laterza.it Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

Questo libro è stampato Finito di stampare nel luglio 2012


su carta amica delle foreste, certificata SEDIT - Bari (Italy)
dal Forest Stewardship Council per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
L’Editore è a disposizione di tutti ISBN 978-88-420-5979-0
gli eventuali proprietari di diritti
sulle immagini riprodotte,
là dove non è stato possibile rintracciarli
per chiedere la debita autorizzazione.

È vietata la riproduzione, anche


parziale, con qualsiasi mezzo effettuata,
compresa la fotocopia, anche
ad uso interno o didattico.
Per la legge italiana la fotocopia è lecita
solo per uso personale purché
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di un libro è illecita e minaccia
la sopravvivenza di un modo
di trasmettere la conoscenza.
Chi fotocopia un libro, chi mette
a disposizione i mezzi per fotocopiare,
chi comunque favorisce questa pratica
commette un furto e opera
ai danni della cultura.

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Indice

Avvertenza all’edizione italiana vii

Introduzione 5
Vita interrotta, p. 5 - Una città distrutta, p. 14 - Le due
vite di Pompei, p. 24 - La città delle sorprese, p. 31

I. La vita cittadina nell’antichità 33


Visioni del passato, p. 33 - Prima di Roma, p. 38 - Di-
ventare romani, p. 46 - Pompei nel mondo romano, p. 52

II. Vita di strada 65


Sotto i nostri passi, p. 65 - A che cosa servivano le stra-
de?, p. 67 - Viali e vicoli, p. 70 - Aspetti del sistema
idraulico, p. 77 - Strade a senso unico, p. 80 - Marcia-
piedi pubblici e privati, p. 85 - La gente per strada, p.
88 - La città che non dorme mai, p. 95

III. Casa e dimora 99


La Casa del Poeta Tragico, p. 99 - L’arte della ristrut-
turazione, p. 108 - Su e giù per le scale, p. 118 - Case in
mostra, p. 122 - Case per ricchi e case per poveri: non la
«casa pompeiana», p. 127 - Nomi e indirizzi, p. 138 - 79
d.C.: tutto cambia, p. 142

IV. Dipingere e decorare 144


Attenzione: pittori all’opera, p. 144 - Colori pompeiani,
p. 151 - Destinazioni varie, p. 160 - I miti arredano una
stanza, p. 168 - Camera con vista?, p. 178

V. Guadagnarsi da vivere: un fornaio,


un banchiere e un produttore di «garum» 181
Margini di guadagno, p. 181 - Economia romana, p. 182
- Vita agricola e prodotti agricoli, p. 184 - Commerci
cittadini, p. 193 - Un fornaio, p. 201 - Un banchiere, p.
209 - Un fabbricante di «garum», p. 219

­v

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VI. Chi governava la città? 222
Vota, vota, vota, p. 222 - Il peso delle cariche?, p. 231 - Il
volto del successo, p. 241 - Al di là dell’élite maschile?,
p. 249

VII. I piaceri del corpo: il cibo, il vino, il sesso


e le terme 256
Moscardini per antipasto?, p. 256 - Sei ciò che mangi,
p. 258 - Una società bottegaia, p. 267 - Una visita al
lupanare, p. 277 - Un buon bagno, p. 286

VIII. Giochi e divertimenti 298


Il lancio dei dadi, p. 298 - Compagnie teatrali?, p. 300 -
Giochi sanguinari, p. 308 - I rubacuori, p. 319

IX. Una città piena di dèi 328


Gli altri abitanti della città, p. 328 - Una religione senza
testo sacro, p. 331 - I templi cittadini, p. 334 - Celebra-
zioni sacre: in pubblico e in privato, p. 344 - Politica e
religione: imperatori, ausiliari e sacerdoti, p. 354 - La
potente Iside, p. 357

Epilogo. La città dei morti 366


Ceneri alle ceneri, p. 366 - Discussioni d’oltretomba,
p. 369

Una visita alla città 371


Letture consigliate 375
Ringraziamenti 395
Fonti e crediti delle illustrazioni 397
Elenco delle figure 402
Indice analitico 403

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Avvertenza all’edizione italiana

La città di Pompei è andata più volte soggetta a disastri. L’eruzio-


ne del Vesuvio del 79 d.C. è solo il più grande e il più noto. Dicias-
sette anni prima, nel 62, era stata scossa da un forte terremoto, che
aveva reso inabitabili molti degli edifici principali (in che misura
questi fossero stati restaurati nel 79 è una delle complesse questio-
ni che esamineremo in questo libro). Quasi altrettanto seri sono
stati gli attacchi che ha subìto in tempi recenti, dopo che la città
è stata liberata dai detriti vulcanici – fino ad oggi.
Un episodio particolarmente deplorevole fu il bombardamen-
to del 1943 da parte degli inglesi e delle forze alleate, convinti che
i tedeschi si nascondessero nell’antica città o nelle sue vicinanze.
I danni furono terribili, e ad oggi ancora non del tutto riparati.
L’area più colpita e devastata fu quella vicino al Foro, dove attual-
mente si trova il ristorante moderno – costruito lì soltanto perché
non era possibile restaurare quanto era andato perduto su quella
parte del sito. Forse un ristoro per i turisti assetati, ma anche una
memoria permanente degli insulti della guerra. Ora è vero che
c’erano alcuni nemici nelle vicinanze, ma di certo non costituivano
una minaccia strategica per gli interessi alleati tale da giustificare
un paio di giorni di pesanti bombardamenti.
Più di recente, i danni sono venuti dal «fuoco amico»: non
da operazioni militari, ma dall’azione – di «logoramento» – dei
milioni di amanti di Pompei che vi si accalcano ogni anno; e dai
graduali processi di decadimento e disintegrazione che affliggono
tutte le rovine antiche. Negli ultimi anni si sono verificati crolli
drammatici, e molto pubblicizzati, di mura ed edifici sul sito. Il
più grave è stato il crollo che ha interessato la cosiddetta Casa dei
Gladiatori il 6 novembre 2010.
Vale la pena di mettere a fuoco alcuni dati di fatto. In primo
luogo, sebbene i giornali internazionali fossero affascinati (come

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al solito) dall’idea romantica dei gladiatori, non esiste alcuna chia-
ra connessione fra questa casa in particolare, che si affaccia su Via
dell’Abbondanza, e i lottatori che combattevano nell’Anfiteatro
locale. È vero che presentava una serie di dipinti con armi e arma-
ture, e che c’è una relazione di scavo non autenticata, e probabil-
mente errata, secondo cui – quando fu scoperta – nella stanza che
affaccia sulla strada c’erano credenze contenenti armi. Ma non c’è
alcuna ragione per collegare tutto ciò ai gladiatori dell’arena, e
tanto meno per immaginare che essi vivessero effettivamente qui.
Ci sono molte altre ipotesi, più o meno plausibili, circa il suo uso.
Era forse, come alcuni hanno suggerito, un archivio locale? Op-
pure la sede di una qualche organizzazione giovanile del luogo?
Gladiatori o no che fossero, la casa è ora purtroppo sbriciola-
ta. Di chi è la colpa? Quando il disgraziato evento si è verificato,
è stato troppo facile per tutti puntare il dito contro chi non gli
andava a genio. Per alcuni, la colpa è del governo, per altri della
sovrintendenza di Pompei. Per alcuni l’evento è stato una confer-
ma evidente delle ragioni per privatizzare il sito, per altri è stato
una prova dell’esiguità dei finanziamenti da parte del governo.
In realtà, non c’è motivo di addossare la colpa a nessuno (anche
se può far piacere trovare qualcuno cui attribuire la responsabili-
tà). Il crollo è stato l’effetto combinato di due fattori ineliminabili,
a cui non si può far fronte con tutto l’oro del mondo. Prima di tut-
to, le rovine non durano. È regola ferrea che vadano sempre più in
rovina e alla fine cadano completamente. L’«essere in rovina» non
è uno stato naturale o stabile. Tenerle in piedi è sempre una lotta
contro i processi della natura – già solo gli interventi per impedi-
re con i diserbanti la crescita eccessiva di erbe dannose costano
più di quanto il visitatore medio possa immaginare. Nell’antica
Pompei, inoltre, edifici come quello crollato erano costruiti per
durare all’incirca un centinaio d’anni, non di più. Non c’è dunque
da meravigliarsi che abbiano difficoltà a durarne duemila. E per
di più la Casa dei Gladiatori è uno dei siti che furono colpiti dai
bombardamenti alleati, cosa che di sicuro non ha aiutato gli sforzi
di conservarlo in piedi (sicché gli inglesi, detto per inciso, non
hanno tanto da indignarsi per il recente crollo).
Il secondo problema è determinato dalle specifiche difficoltà
naturali del sito e dal tipo di turismo. Una delle ragioni per cui la
Casa dei Gladiatori è crollata ha a che fare con la topografia del

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relativo scavo. Pompei è stata scavata solo per due terzi. Questa
casa si trova proprio al margine dell’area scavata: il terreno non
scavato a ridosso di essa si espande quando piove e spinge con for-
za contro i resti scavati sui suoi margini. Di qui la particolare fragi-
lità della Casa dei Gladiatori. Fragilità accresciuta dalla pressione
esercitata dagli odierni visitatori, che percorrono le strade, toc-
cano muri, si siedono sui gradini. Il turismo è di certo piacevole,
ma non si può dire che porti beneficio ai fini della conservazione.
Allora, che fare? La privatizzazione è un’idea senza speranza.
Se le possibilità di conservare il sito vanno oltre il potere e i fon-
di dello Stato, certamente superano le possibilità di una società
privata. Sappiamo bene quello che potrebbe accadere: un’iniziale
iniezione di denaro, qualche pranzo societario, poi condizioni fi-
nanziarie peggiori di prima. In alternativa, potremmo proteggere
i resti dell’antica città avvolgendoli in un drappo, permettere ai
turisti di visitare l’area lungo percorsi obbligati appositamente
disegnati e incoraggiare la maggior parte di loro a visitare una
realtà virtuale, una riproduzione del sito a Napoli. Ma il fascino
di Pompei per i visitatori è proprio quello di potersi muovere,
per una volta, all’interno di un’antica città girovagando a piacere.
Perché privarli di una simile esperienza?
Forse dovremmo avere il coraggio di pensare l’impensabile.
Perché non fare tutto il possibile per conservare Pompei, impe-
gnandoci in uno sforzo internazionale, anziché solo italiano (per-
ché mai, infatti, dovrebbero essere unicamente gli italiani a soste-
nerne il peso della conservazione, per il solo fatto che quest’antica
città oggi si trova in Italia)? Perché non procurarsi un catalogo
dettagliato di tutto quello che ancora rimane sul sito (cosa che non
è mai stata fatta in maniera sistematica)? E perché non continuare
a permettere ai turisti di girare in maniera relativamente libera? E
se poi qualche edificio crolla, è certamente spiacevole, ma non è la
fine del mondo. Un terzo dell’area continua a non essere scavata,
e rimane a disposizione delle generazioni future, che potranno
scoprirla e goderne.

Novembre 2010

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Prima del fuoco
Pompei, storie di ogni giorno

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100 metri
N Porta di Nola

REGIONE Porta di
Porta IV Sarno
Vesuviana Non scavata
17 REGIONE REGIONE Vigneto
V 39 III
36
52
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18 Non scavata 51
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29
2 Porta di
Porta 16 Stabia
6
Marina

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Figura 1. Pompei. Taverne, locande, esercizi commerciali
23 Lupanare (VII.12.18-20)
49 Negozio di garum
Case 43 Panetteria dei Casti Amanti (IX.12.6)
46 Taverna di Amarantus (I.9.11-12)
Casa dei Casti Amanti – si veda la Panetteria dei Casti Amanti 41 Taverna di Asellina (IX.11.12)
38 Casa dei Ceii (I.6.15) 47 Taverna di Euxinus (I.XI.10-11)
44 Casa dei Pittori al Lavoro (IX.12) 20 Taverna di Salvius (VI.14.36)
19 Casa dei Vettii (VI.15.1) 25 Taverna di Sittius (VII.1.44-45)
  4 Casa del Bracciale d’Oro (VI.17[ins.occ.].42) 14 Taverna su Via di Mercurio (VI.10.1)
24 Casa del Chirurgo (VIII.5.24)
15 Casa del Fauno (VI.12.2) Altri edifici pubblici
40 Casa del Menandro (I.10.4) Per gli edifici attorno al Foro, si veda la Figura 14
  9 Casa del Poeta Tragico (VI.18.3-5) 32+39 Alloggi/baracche dei gladiatori
18 Casa del Principe di Napoli (VI.15.7-8) 31 Grande Teatro
27 Casa del Triclinio (V.2.4) 17 Serbatoio dell’acqua
  7 Casa della Colonna Etrusca (VI.5.17-18) 35 Teatro coperto
42 Casa della Statuetta Indiana (I.8.5)
48 Casa della Venere in Bikini (I.11.6) Templi
  1 Casa delle Vestali (VI.1.7) 10 Tempio d’Apollo
Casa di Amarantus – si veda Taverna di Amarantus 13 Tempio della Fortuna Augusta
37 Casa di Casca Longus (1.6.11) 11 Tempio di Giove, Giunone e Minerva
34 Casa di Edipius Rufus (IX.1.20) 33 Tempio di «Giove Meilichios»
  5 Casa di Fabius Rufus (VII.16 [ins.occ.].22) 30 Tempio di Iside
45 Casa di Iulius Polybius (IX.12.1-3) 29 Tempio di Minerva ed Ercole (Foro triangolare)
22 Casa di Lucius Caecilius Iucundus (V.1.26) 6 Tempio di Venere
36 Casa di Marcus Lucretius Fronto (V.4a)
50 Casa di Octavius Quartio (III.2.2) Terme
21 Casa di Orfeo (VI.14.20) 26 Terme Centrali
  3 Casa di Umbricius Scaurus (VII.16 [ins.occ.].12-15) 12 Terme del Foro
51 Casa di Venere Marina (III.3.3) 16 Terme di Sarno
  8 Insula Arriana Polliana (VI.6) 28 Terme Stabiane
52 Praedia (Complesso residenziale) di Iulia Felix (II.4.2) 2 Terme Suburbane

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Introduzione

Vita interrotta

Nelle prime ore del 25 agosto del 79 d.C., la pioggia di pomice che
si rovesciava su Pompei diminuì. Sembrò un buon momento per
tentare di mettersi in salvo lasciando la città. Un gruppo isolato di
una ventina di fuggiaschi, riparatisi tra le mura mentre infuriava il
terribile diluvio, tentarono la fortuna da una delle porte orientali
della città, sperando di trovare una scappatoia dalla zona colpita
dal bombardamento di origine vulcanica.
Qualcun altro aveva già tentato la stessa via alcune ore prima.
Una coppia era fuggita portando con sé soltanto una piccola chia-
ve (probabilmente speravano di ritornare un giorno ad aprire ciò
che avevano chiuso: una casa, un appartamento, una cassetta o
una cassaforte) e una lampada di bronzo (Ill. 1). La lampada non
dovette essere granché efficace contro l’oscurità della notte e il
pulviscolo di detriti che turbinava nell’aria. Era però un oggetto
elegante e costoso, foggiato a guisa di una testa africana – un in-
dizio delle sconcertanti (per noi) forme di ingegnosità che incon-
treremo spesso a Pompei. La coppia non ce la fece. Fu sopraffatta
dalla polvere di pomice e fu ritrovata nel 1907 nel luogo stesso in
cui era caduta, presso una delle grandi tombe che fiancheggiavano
questa strada, come altre, fuori città. Crollarono nei pressi del
sontuoso monumento di Aesquillia Polla, una donna morta forse
quindici anni prima, moglie di Numerius Herrenius Celsus. A soli
ventidue anni (come ancora si legge sulla lapide), doveva avere
meno della metà degli anni del suo ricco marito, membro di una
delle famiglie più in vista di Pompei, che aveva prestato servizio
nell’esercito come ufficiale ed era stato eletto due volte alla più
alta magistratura del governo cittadino.

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1. Piccole lampade a forma di teste
umane (o piedi) erano di moda nel
I secolo d.C. In questo caso l’olio
veniva versato nel foro sulla fronte e
la fiamma fuoriusciva dalla bocca. La
lampada misura 12 centimetri, inclusi
i petali che formano il manico.

Gli strati di pomice erano saliti di molti centimetri quando l’al-


tro gruppo aveva tentato la fuga verso la stessa direzione. Si poteva
procedere soltanto con lentezza e difficoltà. Molti dei fuggiaschi
erano giovani e per la maggior parte non portavano niente con sé,
sia perché non avevano niente da portare, sia perché non avevano
avuto il tempo di prendere gli oggetti di valore. Un uomo aveva
preso la precauzione di armarsi di un pugnale, dentro un’elegante
custodia (ne aveva con sé un’altra, ma vuota, forse perché aveva
perso o prestato l’arma che custodiva). Le poche donne del grup-
po avevano con sé poco altro. Una portava una piccola statuetta
d’argento della dea Fortuna seduta in trono, la «Buona Fortuna»,
e una manciata di anelli d’oro e d’argento, uno dei quali con un
minuscolo fallo d’argento appeso a una catenella, anch’esso come
amuleto (un simbolo che ritroveremo spesso nel corso di questo
libro). Altre avevano la loro piccola scorta di preziosi ninnoli:
una scatola d’argento per medicinali, una minuscola base di una
statuetta perduta e un paio di chiavi, il tutto stipato in una borsa
di tela; un portagioielli in legno, con una collana, orecchini, un
cucchiaio d’argento e altre chiavi. Avevano anche portato quanto
più denaro potevano. Alcuni solo un po’ di spiccioli, altri quello
che avevano nascosto in casa, o che tenevano in negozio. Ma non
era molto. In tutto, i componenti del gruppo avevano appena 500
sesterzi, cifra con la quale a Pompei si poteva acquistare un mulo.
Alcuni membri di questo gruppo erano riusciti ad arrivare un
po’ più lontano rispetto alla prima coppia. Circa quindici di lo-

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ro avevano raggiunto il grande sepolcro successivo, la tomba di
Marcus Obellius Firmus, venti metri più in là sulla strada, quando
vennero spazzati via da quella che noi oggi chiamiamo «l’ondata
piroclastica» di lapilli eruttata del Vesuvio, una micidiale miscela
di gas, detriti vulcanici incandescenti e rocce fuse che procedeva
a enorme velocità, e alla quale nessun essere vivente poteva so-
pravvivere. Alcuni dei loro corpi furono trovati impigliati su rami,
ai quali sembravano ancora aggrappati. Forse i più agili avevano
tentato una fuga disperata sugli alberi che circondavano le tombe;
o più probabilmente l’ondata di lapilli che uccise i fuggitivi rove-
sciò i tronchi su di loro.
La tomba di Obellius Firmus ebbe una sorte migliore. Egli era
un altro pompeiano illustre, morto alcuni decenni prima, e per
lungo tempo un lato del monumento era stato utilizzato come ba-
checa per messaggi. Vi si possono ancora leggere gli avvisi di alcuni
spettacoli di gladiatori, e molti scarabocchi di certi perdigiorno
che bazzicavano tra le tombe: «Salve Issa, da Habitus»; «Salve Oc-
casus, sono Scepsinianus», e così via (in coda gli amici di Habitus
replicarono con un grande fallo e testicoli, e il messaggio: «Salve
Habitus dai tuoi amici in ogni dove»). Più in alto il testo ufficiale
dell’epitaffio di Obellius Firmus dichiarava che il suo funerale era
stato pagato dall’amministrazione locale, al costo di 5000 sesterzi,
con l’aggiunta di 1000 sesterzi versati da alcuni funzionari locali
per l’incenso e uno «scudo» (probabilmente un ritratto su uno
scudo, particolare tipologia dei monumenti funebri romani). In
altre parole, queste spese funerarie superavano di oltre dieci volte
ciò che il gruppo di fuggitivi era riuscito a raccogliere per la sua
fuga verso la salvezza. Pompei era una città di ricchi e di poveri.
Possiamo ricostruire molte altre storie di tentativi di fuga.
Quasi 400 cadaveri sono stati ritrovati nei giacimenti di pomice,
e quasi 700 nei resti ora solidificati della colata piroclastica; molti
dei quali colti con grande immediatezza nell’attimo stesso della
loro morte, grazie all’ingegnosa tecnica, inventata nel XIX secolo,
di riempire con il gesso gli spazi vuoti lasciati dalla carne e dai ve-
stiti decomposti, cosicché il calco riproduca le tuniche sollevate, i
volti imbacuccati, le orrende espressioni delle vittime (Ill. 2). Un
gruppo di quattro persone, trovate in una strada vicino al Foro,
era probabilmente un’intera famiglia che cercava di fuggire. Da-
vanti c’era il padre, un uomo corpulento, dalle folte sopracciglia

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2. I calchi in gesso dei corpi delle vittime sono un costante ricordo della loro
umanità: essi erano esattamente come noi. Il celebre calco dell’uomo morente
con la testa fra le mani è stato collocato in un deposito per ragioni di sicurezza.
Sembra quasi lamentarsi della sua prigionia.

(mostrate appunto dal calco). Si era coperto la testa con il man-


tello per ripararsi dalla caduta di detriti e ceneri, e portava con
sé alcuni gioielli d’oro (un semplice anello e qualche orecchino),
un paio di chiavi e una somma di denaro, in questo caso cospi-
cua, circa 400 sesterzi. Seguivano le sue due figliolette e la madre
chiudeva la fila. Essa aveva sollevato l’abito per camminare più
agevolmente, e portava in una borsa alcuni oggetti casalinghi di
valore: l’argenteria di famiglia (alcuni cucchiai, un paio di calici,
un medaglione con la figura della dea Fortuna, uno specchio),
e una piccola figura rannicchiata di un bambino, avvolto in un
mantello, i cui piedi nudi spuntavano dal fondo (Ill. 3). Era una
opera d’arte rudimentale, ma foggiata in ambra, che doveva aver
percorso svariate centinaia di chilometri per giungere da quella
che all’epoca era la fonte più prossima di rifornimento di questo
minerale, il Baltico; donde il suo valore, quasi fosse un trofeo.

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3. Un oggetto prezioso per qualcuno?
Questa piccola e tozza statuetta in
ambra rossa del Baltico fu trovata
insieme ad uno degli sfortunati
fuggitivi. Alta solo 8 centimetri, si
è ritenuto rappresentasse una delle
figurine in serie dei personaggi del
mimo romano, uno spettacolo molto
popolare a Pompei (pp. 304-305).

Altri ritrovamenti ci narrano di


altre esistenze. C’era un medico che
fuggì afferrando la sua cassetta di
strumenti e venne travolto dall’onda-
ta letale appena attraversata la Pale-
stra (il grande spazio aperto o la zona
per gli esercizi) vicino all’Anfiteatro,
mentre cercava di raggiungere una
delle porte meridionali della città; lo
schiavo trovato nel giardino di una grande abitazione al centro
della città, che non poté muoversi impedito com’era dalle fasce
metalliche strette attorno alle sue caviglie; il sacerdote della dea
Iside (o forse un servitore del tempio) che aveva impacchettato
qualche oggetto prezioso da portarsi dietro fuggendo, ma che non
era riuscito a fare più di cinquanta metri prima di restare a sua
volta lui ucciso. E c’era, ovviamente, la signora riccamente ingioiel-
lata trovata in uno dei locali della caserma dei gladiatori; questa è
stata spesso considerata una riprova dell’inclinazione che le donne
dell’alta società romana nutrivano per i corpi muscolosi dei gla-
diatori. Sembra che ci troviamo davanti, in questo caso, ad una di
quelle persone sorprese nel luogo sbagliato al momento sbagliato,
il suo adulterio immortalato agli occhi della storia. In realtà la si-
tuazione è molto più innocente di così: quasi certamente la donna
non aveva nessun tipo di appuntamento, ma si era rifugiata nella
caserma quando, nella fuga fuori città, il cammino le era diventato
troppo difficile. Del resto, se si fosse effettivamente trattato di un
incontro con il suo drudo, l’avrebbe dovuto condividere con altre
diciassette persone e una coppia di cani, che furono tutti ritrovati
nello stesso ambiente angusto.

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4. Per i visitatori celebri di Pompei i ritrovamenti archeologici venivano ap-
positamente organizzati. In questo caso l’imperatore d’Austria, nel 1769, os-
serva uno scheletro all’interno di una abitazione chiamata in suo onore Casa
dell’Imperatore Giuseppe II. La signora della compagnia reagisce con evi-
dente stupore.

I morti di Pompei sono stati sempre una delle immagini più


forti, vere e proprie attrazioni, della città distrutta. Nei primi scavi,
avviati tra il XVIII e il XIX secolo, gli scheletri venivano oppor-
tunamente «scoperti» alla presenza di visitatori reali e altre figure
eminenti (Ill. 4). I viaggiatori romantici si commuovevano al pen-
siero del crudele disastro che aveva colpito quegli sventurati i cui
resti mortali erano proprio sotto i loro occhi, per non dire delle
riflessioni più generali sulla perigliosa fragilità dell’esistenza umana
che l’intera vicenda suggeriva. Hester Lynch Piozzi – la scrittrice in-
glese che deve il secondo cognome al matrimonio con un maestro di
canto italiano – colse (e parodiò con levità) queste reazioni a seguito
di una sua visita nel 1786: «Che tremendi pensieri ci suggerisce
una vista del genere! Com’è orribile la certezza che tale spettaco-
lo potrebbe ripetersi nuovamente domani; e che coloro che oggi
sono spettatori potrebbero diventare spettacolo per i viaggiatori
dei secoli a venire, i quali scambiando le nostre ossa per quelle dei
napoletani, le riporterebbero magari al paese d’origine».

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In effetti uno dei reperti più famosi dei primi anni di scavi fu
l’impronta di un seno di donna trovata, negli anni Settanta del
Settecento, in una grande abitazione (la cosiddetta Villa di Dio-
mede) appena fuori dalle mura della città. Un centinaio di anni
prima che venisse perfezionata la tecnica di realizzazione di calchi
integrali di gesso nei vuoti lasciati dai corpi, in questo punto i
detriti compatti permisero agli scavatori di vedere la figura intera
della morta, le sue vesti e perfino i suoi capelli modellati nella
lava. L’unica parte di questo materiale che riuscirono a estrarre
e conservare fu il seno che, messo in mostra nel vicino Museo di
Napoli, divenne ben presto un’attrattiva turistica. A suo tempo
divenne la fonte d’ispirazione anche per il famoso romanzo di
Théophile Gautier, Arria Marcella, apparso nel 1852. Il racconto
narra di un giovane francese che, infatuatosi del seno che aveva
visto al museo, ritorna nell’antica città, in una bizzarra combina-
zione tra viaggio nel tempo, vaneggiamento e fantasia, per trovare,
o reinventare, la sua amata, la donna dei suoi sogni, una delle ulti-
me occupanti della Villa di Diomede. Purtroppo, malgrado la sua
celebrità, il seno è scomparso e il tentativo più serio per ritrovarlo,
negli anni Cinquanta, non riuscì a reperire alcuna notizia sulla sua
fine. Un’ipotesi possibile è che una serie di test invasivi condotti
da scienziati curiosi del XIX secolo abbia finito per distruggerlo:
cenere alla cenere, polvere alla polvere, come si dice.
Il prestigio dei defunti di Pompei ha resistito sino ai giorni no-
stri. La poesia di Primo Levi La bambina di Pompei parte dal calco
di una fanciulla, trovata aggrappata alla madre («Fanciulla scarna
/ Che ti sei stretta convulsamente a tua madre / Quasi volessi ripe-
netrare in lei») per riflettere sui destini di Anna Frank e di un’ano-
nima «scolara di Hiroshima», vittime di mano umana anziché del
disastro naturale («Ci bastano d’assai le afflizioni donate dal cielo
/ Prima di premere il dito, fermatevi e considerate»). Due calchi
hanno avuto un cammeo nel film di Roberto Rossellini Viaggio in
Italia (1953), salutato come «il primo film del cinema moderno»
nonostante l’insuccesso commerciale. Avvinghiati l’uno all’altro,
amanti anche nella morte, queste vittime del Vesuvio appaiono a
due turisti moderni (George Sanders e Ingrid Bergman, all’epoca
lei stessa legata a Rossellini da un incerto matrimonio) come un
monito acuto e sconvolgente su quanto distante e vuota sia ormai
la loro relazione. Ma non solo vittime umane sono state conservate

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così. Uno dei calchi più famosi ed evocativi è quello di un cane
da guardia trovato ancora incatenato alla sua cuccia in casa di un
ricco follatore (titolare di una lavanderia e sartoria), morto tra le
convulsioni mentre cercava di liberarsi dalla catena.
Di sicuro una certa dose di voyeurismo, pathos e una certa
pruriginosa necrofilia hanno contribuito a rendere così attraenti
questi calchi. Anche gli archeologi più seri hanno ceduto a orripi-
lanti descrizioni delle loro agonie di morte, o dei tormenti inflitti
al corpo umano dal flusso piroclastico («i loro cervelli sono stati
bolliti...»). Nei visitatori degli scavi i calchi, ancora esposti nel luo-
go stesso in cui furono ritrovati, producono una sorta di «effetto
mummia egizia»: i bambini schiacciano i nasi contro le vetrine con
grida d’orrore, mentre gli adulti mettono mano alle loro macchine
fotografiche, dissimulando a fatica l’attrazione morbosa che pro-
vano per quei poveri resti.
Tuttavia il gusto del macabro non può spiegare tutto. L’im-
pressione suscitata da queste vittime (che siano o no integralmen-
te riprodotte in gesso) deriva infatti anche da altri aspetti: il senso
di contatto immediato con il mondo antico che offrono, le storie
umane che ci permettono di ricostruire, come pure le scelte, le
decisioni e le speranze di persone reali, con le quali possiamo
identificarci attraverso i millenni. Non è necessario essere archeo-
logi per immaginare quale trauma dev’essere stato abbandonare le
proprie case portandosi dietro soltanto poche cose. Possiamo im-
medesimarci nel medico che decise di prendere gli strumenti del
mestiere, e quasi condividere il suo dispiacere per ciò che invece
aveva dovuto lasciare. Possiamo comprendere il vano ottimismo
di coloro che si infilarono in tasca le chiavi della porta di casa
prima di scendere in strada. Anche quella tozza statuina d’ambra
assume un suo valore speciale, quando ci rendiamo conto che per
qualcuno fu l’oggetto più caro, preso al volo mentre lasciava la
casa per l’ultima volta.
La scienza moderna può contribuire a farci conoscere meglio
queste storie di vita individuale. Rispetto alle generazioni prece-
denti, oggi possiamo ricavare dagli stessi scheletri superstiti una
serie di informazioni nettamente superiori per quantità e qualità:
dalle semplici misure relative alla statura della popolazione (gli
antichi pompeiani erano semmai leggermente più alti dei napole-
tani odierni), alle tracce rivelatrici di malattie infantili e di fratture

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ossee, e agli indizi circa le relazioni familiari e le origini etniche
che le analisi del DNA e altri studi biologici hanno iniziato a of-
frirci. Ci si spinge probabilmente un po’ troppo oltre con questo
tipo di prove se si afferma, come alcuni archeologi hanno fatto,
che il particolare sviluppo dello scheletro di un adolescente dimo-
stra che egli ha trascorso gran parte della sua breve vita facendo il
pescatore, e che l’erosione dei suoi denti al lato destro della bocca
è dovuta al fatto che stringevano la corda delle reti da pesca. Ma
in altri casi ci troviamo su un terreno più solido.
Ad esempio in due stanze sul retro di un’abitazione di bene-
stanti furono ritrovati i resti di dodici persone: presumibilmente
il proprietario, la sua famiglia e i suoi schiavi. Sei bambini e sei
adulti, tra cui una ragazza non ancora ventenne, che era al no-
no mese di gravidanza al momento della morte, e aveva ancora
nell’addome le ossa del feto. Potrebbe essere stato proprio il suo
stato di gravidanza avanzata ad aver incoraggiato tutti a cercare
rifugio all’interno, sperando per il meglio, piuttosto che rischiare
una fuga avventata. Nessuno degli scheletri è stato conservato con
cura sin dal 1975, epoca del ritrovamento (il fatto, recentemente
notato da uno studioso, che «i premolari inferiori [di un teschio]
sono stati erroneamente incollati nelle cavità degli incisivi supe-
riori», è infatti la prova dell’intervento non di un maldestro den-
tista dell’antichità, ma piuttosto di un maldestro restauratore mo-
derno). Mettendo insieme i tasselli che rimangono – l’età stimata
delle vittime, i ricchi gioielli trovati addosso alla ragazza incinta,
il fatto che la sua stessa disfunzione alla spina dorsale, di origine
genetica, sia stata riscontrata in un altro dei corpi, quello di un
bambino di nove anni – siamo in grado di ricostruire l’immagine
della famiglia che viveva nella casa. Una coppia più anziana, lui di
una sessantina d’anni, lei sulla cinquantina con evidenti segni di
artrite, erano molto probabilmente i proprietari, nonché i genitori
o nonni della ragazza incinta. Dalla quantità di gioielli che que-
sta indossava possiamo essere abbastanza certi che non fosse una
schiava; la disfunzione genetica ci fa capire che alla famiglia la le-
gavano rapporti di consanguineità anziché un matrimonio – e che
il bambino di nove anni potrebbe essere stato suo fratello minore.
Se così fosse, lei e suo marito (probabilmente l’uomo di vent’anni,
la cui testa, così come suggerisce lo scheletro, presentava una de-
formante e senza dubbio dolorosa stortura del lato destro), forse

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vivevano entrambi con la famiglia, o erano ritornati a casa in vista
della nascita o ancora solo per una visita, proprio nel giorno fa-
tale. Gli altri adulti, un uomo sulla sessantina e una donna sulla
trentina, potrebbero invece essere stati schiavi, oppure parenti.
Una osservazione attenta dei loro denti, riattaccati o meno,
consente di aggiungere altri dettagli. Molti di loro mostrano una
serie significativa di anelli nello smalto, causati da ripetuti attac-
chi di infezioni durante l’infanzia – il che ci ricorda chiaramente
quanto fosse a rischio quell’età nel mondo romano, quando la
metà dei bambini moriva prima dei dieci anni. (La buona notizia è
che una volta raggiunti i dieci anni ci si poteva aspettare di viverne
un’altra quarantina o anche di più.) L’evidente presenza di degra-
do dentario, anche se al di sotto della media del mondo moderno
occidentale, è il sintomo di una dieta ricca di zuccheri e amidi. Tra
gli adulti, solo il marito della ragazza incinta ne era esente. Ma, a
giudicare dallo stato della sua dentatura, l’uomo aveva contratto
un avvelenamento da fluoro, essendo probabilmente cresciuto
fuori Pompei, in qualche luogo con livelli insolitamente elevati di
questa sostanza. La cosa più impressionante è che tutti gli schele-
tri, anche dei bambini, presentavano un forte strato di calcifica-
zioni, in qualche caso di un paio di millimetri. Il motivo è ovvio.
Gli abitanti di Pompei possedevano probabilmente stuzzicadenti
e preparati per la pulizia e lo sbiancamento dei denti (in un libro
di ricette farmacologiche, il medico personale dell’imperatore
Claudio ricorda la mistura che si dice abbia dato all’imperatrice
Messalina il suo sorriso smagliante: corna bruciate di animale con
resina e salgemma); era tuttavia un mondo privo di spazzolini da
denti. Pompei dovette essere una città dall’alito molto cattivo.

Una città distrutta

Donne in procinto di partorire, cani ancora attaccati alla catena, e


un forte sentore di alitosi... Sono queste le memorabili immagini
della vita quotidiana di una città romana, improvvisamente inter-
rotta nel suo corso normale. Ce ne sono molte altre: le pagnotte
trovate in un forno, abbandonate durante la cottura; la squadra
di pittori che scapparono nel bel mezzo del restauro di una stan-
za, lasciandosi dietro i recipienti del colore e un secchio di calce

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fresca in alto su un ponteggio – quando, durante l’eruzione il pon-
teggio crollò, il contenuto del secchio si rovesciò proprio sopra
la parete accuratamente preparata, lasciando una spessa crosta
ancora oggi visibile (si vedano le pp. 144-148). Ma andando più
in profondità si scopre che la storia di Pompei è più complicata e
intrigante. Sotto molti aspetti, la Pompei dell’antichità non equi-
vale affatto alla Maria Celeste, il vascello fantasma dell’Ottocento
misteriosamente abbandonato dal suo equipaggio con le uova so-
de ancora sulla tavola per la colazione (almeno così si dice). Non
è semplicemente una città romana congelata dalla colata lavica.
Tanto per cominciare, gli abitanti di Pompei videro i segni
forieri del pericolo con ore se non giorni di anticipo. L’unica te-
stimonianza oculare che abbiamo dell’eruzione è in un paio di
lettere scritte un quarto di secolo dopo l’evento allo storico Tacito
dal suo amico Plinio, che si trovava nel golfo di Napoli quando
accadde il disastro. Indubbiamente composte con il senno del poi
e il beneficio dell’immaginazione, queste lettere sostengono che
la fuga sarebbe stata possibile anche dopo che la nuvola «simile a
un pino a ombrello» si era levata dal cratere del Vesuvio. Lo zio
di Plinio, la vittima più celebre dell’eruzione, morì solo perché
era asmatico e perché impavidamente, o stupidamente, desiderò
osservare da vicino, nell’interesse della scienza, ciò che stava acca-
dendo. E se, come molti archeologi ritengono oggi, vi furono una
serie di scosse e di piccoli assestamenti nei giorni o nei mesi che
precedettero il disastro finale, anche questi avrebbero potuto in-
coraggiare gli abitanti a lasciare l’area. Infatti fu minacciata e infi-
ne sepolta non solo la stessa Pompei, ma anche una vasta fascia di
territorio a sud del Vesuvio, incluse le città di Ercolano e Stabia.
Molti abbandonarono le case, come conferma la quantità di
corpi trovati in città: circa 1100 furono dissotterrati durante gli
scavi. Si deve tener conto inoltre di coloro che ancora giacciono
nelle parti non scavate della città (quasi un quarto dell’antica città
è ancora inesplorata), e dei resti scomparsi durante i primi scavi (le
ossa di bambini possono essere scambiate facilmente per quelle di
animali, e dunque gettate via). Anche così, sembra improbabile
che più di 2000 abitanti abbiano perso la vita nel disastro. Quale
che fosse l’entità complessiva della popolazione, la cui stima varia
tra i 6400 e i 30.000 abitanti circa (a seconda della densità con
la quale si ipotizza fossero raggruppati, o rispetto al termine di

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confronto moderno che si sceglie), la proporzione dei decessi fu
comunque piccola o molto piccola.
Le persone che si dettero alla fuga sotto la pioggia di pomice
poterono portare in salvo solo ciò che riuscirono ad arraffare.
Coloro che ebbero più tempo probabilmente portarono con sé
qualcosa in più. Dobbiamo immaginare un esodo di massa dalla
città con asini, carri, carretti, come fece la maggioranza della po-
polazione, trasportando la maggior quantità possibile di masse-
rizie. Alcuni presero la decisione sbagliata, scegliendo di lasciare
in un posto sicuro la maggior parte dei loro preziosi averi, con
l’intenzione di ritornare una volta che il pericolo fosse cessato.
Ciò spiega il ritrovamento nelle case di Pompei e delle vicinan-
ze di alcuni magnifici tesori, ad esempio le mirabili collezioni di
argenti (si vedano le pp. 260-261). Ma in generale ciò che è stato
lasciato da scoprire agli archeologi è una città nello stato in cui si
trovava dopo che i suoi abitanti avevano raccolto le loro cose in
tutta fretta e se n’erano andati. Ciò spiega, in parte, il motivo per
cui le case di Pompei appaiano così scarsamente ammobiliate e
sgombre. Sembra difficile che il gusto prevalente nel I secolo d.C.
fosse una forma di minimalismo modernista; è invece più verosi-
mile che parecchie delle cianfrusaglie di casa fossero state caricate
sui carri e sgomberate dai loro proprietari, a cui erano molto care.
Questi traslochi frettolosi possono anche spiegare alcune delle
stranezze che si trovano nelle case della città. Se, per esempio,
una catasta di attrezzi da giardino è venuta alla luce in quella che
sembra esser stata una ricca sala da pranzo, questo può significare
– per quanto possa sembrarci sorprendente – che fosse proprio
quello il luogo in cui tali attrezzi venivano tenuti abitualmente.
Ma potrebbe anche darsi che badile, zappa e carriola fossero finiti
proprio lì nell’agitazione della partenza, quando si stavano racco-
gliendo gli oggetti per scegliere quelli da portare con sé. Anche se
alcuni abitanti proseguirono le proprie attività quotidiane come
se nulla fosse, non era una città normale che attendeva alle sue
attività normali. Era una città in fuga.
Nelle settimane e nei mesi successivi all’eruzione molti soprav-
vissuti tornarono per riprendersi ciò che avevano lasciato, e per
trarre in salvo (o saccheggiare) dalla città sepolta materiale riuti-
lizzabile, come bronzo, piombo o marmo. Non fu una cosa tanto
sconsiderata (come può apparire oggi) l’aver messo sotto chiave

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i propri valori nella speranza di recuperarli in un secondo tem-
po. In vari luoghi di Pompei attraverso i detriti vulcanici vi sono
chiari segni di ben riusciti rientri. Sia i legittimi proprietari che i
ladri e cacciatori di tesori in cerca della loro occasione scavarono
cunicoli nelle case dei ricchi, talvolta bucando una serie di muri
per attraversare le stanze, divenute altrimenti inaccessibili per i
detriti accumulatisi. Un bell’indizio delle loro attività si trova in
due parole scarabocchiate sulla porta principale di una grande
abitazione, trovata pressoché vuota quando fu rinvenuta nel XIX
secolo. Vi si legge domus pertusa, cioè «casa bucata»: è improbabi-
le che queste parole fossero state scritte dal proprietario, ma sono
presumibilmente un messaggio lasciato da un saccheggiatore al
resto della sua banda, per avvertirli che era stata «ripulita».
Quasi nulla sappiamo di coloro che scavavano (ma il fatto che
il messaggio, anche se in latino, fosse vergato in caratteri greci, in-
dica chiaramente che essi erano bilingui, membri della comunità
greco-romana della Magna Grecia, come vedremo nel Capitolo I.)
Né sappiamo esattamente quando fecero le loro incursioni: nelle
rovine di Pompei sono state trovate monete romane, successive
all’eruzione, databili dalla fine del I secolo d.C. sino all’inizio del
IV. Ma quali che siano stati l’epoca e i motivi per cui i romani di
epoche successive abbiano deciso di scavare nella città sepolta, si
trattò di un’operazione con enormi rischi, guidata dalla speranza
di recuperare grandi ricchezze di famiglia, o ricavare dal saccheg-
gio un bottino straordinario. I cunicoli dovevano essere pericolo-
si, bui e stretti, e in qualche punto – dato che la sezione dei buchi
in alcuni muri è tale da renderli difficilmente attraversabili – erano
accessibili soltanto a bambini. Anche dove era possibile cammina-
re più liberamente, in sacche non riempite dai detriti vulcanici, le
mura e i soffitti potevano crollare da un momento all’altro.
L’ironia della sorte volle che alcuni degli scheletri rinvenuti
quasi certamente non fossero di vittime dell’eruzione, ma proprio
di coloro che vollero correre il rischio di tornare in città nei me-
si, anni o secoli che seguirono. Per esempio, in un’elegante sala
presso il cortile del giardino della Casa del Menandro – nome
moderno, ispirato dal ritratto del commediografo greco Menan-
dro affrescato su una parete (Ill. 44) – furono ritrovati i resti di un
gruppo di tre persone, due adulti e un bambino, con una picozza
e un badile. Si tratta, come credono alcuni archeologi, di perso-

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5. L’incisione raffigura uno dei due bassorilievi, di quasi un metro di lunghez-
za, che mostrano gli effetti del terremoto del 62 d.C. A sinistra il Tempio di
Giove, Giunone e Minerva nel Foro vacilla visibilmente. A destra è in atto un
sacrificio: un toro viene portato sull’altare. La scena è costellata di vari stru-
menti di sacrificio – un coltello, recipienti e piatti di offerte.

ne, forse schiavi, che abitavano nella casa e cercavano di uscirne


quando fu sommersa, perdendo la vita nel tentativo? Oppure fu,
come altri immaginano, un gruppo di saccheggiatori che cercava-
no di entrarvi scavando, forse morti quando la fragile galleria che
si erano ricavati crollò su di loro?
Questa immagine di una città distrutta è resa ancor più com-
plicata da un precedente disastro naturale. Diciassette anni prima
dell’eruzione del Vesuvio, nel 62 d.C., la città era stata infatti gra-
vemente danneggiata da un terremoto. Secondo lo storico Tacito,
«una gran parte di Pompei crollò». L’evento è quasi certamente
rappresentato in un paio di bassorilievi trovati nella casa di un ban-
chiere pompeiano, Lucius Caecilius Iucundus. Essi mostrano due
zone della città durante la scossa sismica: il Foro e la zona attorno
alla Porta nord della città di fronte al Vesuvio. Nel primo pannello
il Tempio di Giove, Giunone e Minerva pende in maniera preoc-
cupante verso sinistra; le statue equestri sull’altro lato del Tempio
sembrano quasi prendere vita, con i cavalieri disarcionati dai loro
cavalli (Ill. 5). Nell’altro pannello, la Porta Vesuvio vacilla minac-
ciosamente verso destra, separandosi dal grande bacino d’acqua
alla sua sinistra. Questo disastro solleva alcune delle domande più
complicate sulla storia di Pompei. Quale effetto ebbe sulla vita or-
dinaria? E la città quanto tempo impiegò per riprendersi? Si riprese
mai realmente? Oppure i pompeiani che abitavano in città nel 79
d.C. vivevano ancora tra le macerie, senza aver ancora ricostruito
il Foro, i templi e le terme, per non dire delle abitazioni private?
Ci sono state moltissime ipotesi al riguardo. Una di queste è
che una rivoluzione sociale abbia colpito Pompei dopo il terre-
moto. Molti dei vecchi aristocratici decisero di lasciare la città

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una volta per tutte, senza dubbio per recarsi in altre proprietà di
famiglia. La loro partenza non solo lasciò aperta la porta alla cre-
scita degli ex schiavi e di altri nuovi ricchi, ma dette anche inizio
al «declino» di alcune delle più eleganti case pompeiane, frettolo-
samente trasformate in follature (lavanderie), panetterie, taverne
e altri esercizi commerciali e industriali. In effetti, la catasta di at-
trezzi da giardino nella sala da pranzo può essere anche un segno
di un cambiamento di destinazione d’uso di questo genere: l’ex
residenza di lusso era stata drammaticamente degradata dai nuovi
occupanti, che l’avevano ridotta a bottega per il giardinaggio.
Forse è così. E potremmo vedere anche in questo caso una
conferma del fatto che lo stato della città non era in nessun modo
«normale» quando fu seppellita nel 79 d.C. Eppure non possiamo
esser certi che tutti questi cambiamenti fossero una conseguenza
diretta del terremoto. Tuttavia alcune delle conversioni di attività
avvennero con molta probabilità prima del disastro. Qualcuna – se
non molte – erano quasi certamente parte di quel ciclo regolare di
avvicendamenti nella ricchezza, nell’uso e nel prestigio che segna
la storia di ogni città, antica o moderna. Per non dire dei sintomi
di quel pregiudizio «da burocrati», presente nei molti archeolo-
gi moderni che hanno senz’altro identificato la mobilità sociale e
l’avvento dei nuovi ricchi con la rivoluzione o con la decadenza.
Un’altra tesi rilevante è che nel 79 d.C. Pompei non avesse an-
cora concluso il lungo processo di ricostruzione. Per quanto si può
dire sulla base delle prove archeologiche, l’asserzione di Tacito che
«una gran parte di Pompei crollò» è probabilmente un’esagera-
zione. Ma lo stato di molti edifici pubblici (soltanto un complesso
termale, per esempio, era davvero in costruzione nel 79) e il fatto
che, come si vedrà, al momento dell’eruzione in tante abitazioni
private stessero lavorando dei decoratori, sembrano suggerire non
solo che il danno era stato grave, ma che il restauro non era ancora
concluso. Per una città romana passare diciassette anni con le terme
fuori uso, molti dei templi inutilizzabili e le residenze private nel
caos, dimostra una grave carenza di denaro, oppure un allarmante
stato di disfunzione istituzionale, o entrambe le cose. Che fece mai
l’assemblea municipale nel corso di quasi due decenni? Rimase con
le mani in mano a osservare la città che si sgretolava?
Anche in questo caso tuttavia le cose possono non essere affat-
to come appaiono a prima vista. Possiamo essere certi che tutti i

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restauri in corso quando ci fu l’eruzione miravano a sanare danni
causati dal terremoto? Tralasciando il fatto ovvio che in qualsiasi
città c’è sempre una gran quantità di edifici in costruzione (l’atti-
vità di costruzione e riparazione è uno degli aspetti centrali della
vita urbana, antica o moderna), rimane aperta la questione se ci
siano stati uno o più terremoti, che ha dato luogo a violenti dissidi
tra gli archeologi che studiano Pompei. Alcuni si attengono anco-
ra fermamente all’opinione che ci fu un solo devastante terremoto
nel 62 d.C. e dunque sì, la città era in uno stato di tale sconquasso
che a distanza di tanti anni molti restauri non erano ancora com-
piuti. Oggi sono più numerosi coloro che insistono sullo sciame
di scosse che deve esserci stato nei giorni, e forse nei mesi, prece-
denti all’eruzione. È ciò che ci si aspetta nei giorni che precedono
una grande manifestazione vulcanica secondo i vulcanologi, ed
è, comunque, esattamente ciò che descrisse Plinio: «molti giorni
prima ci furono scosse». Se c’era una frenetica attività per il ripri-
stino delle decorazioni, secondo questa tesi, è assai più probabile
che si trattasse di un improvvisato tentativo di restauro dei danni
più recenti, che non di un intervento tardivo e inopportuno per
eliminare una volta per tutte un disordine durato diciassette anni.
Riguardo alla condizione della città più in generale, e special-
mente degli edifici pubblici, anche in questo caso la questione
dei saccheggi successivi finisce per complicare le cose. È evidente
che nel 79 alcuni edifici erano in rovina. Un grande tempio rivolto
verso il mare, che si ritiene fosse dedicato a Venere, era ancora in
ricostruzione; anche se sembra che il restauro, intrapreso su vasta
scala, si proponesse un ampliamento del tempio preesistente. Al-
tri edifici erano molto indietro nei lavori. C’erano come sempre
restauri in corso nel Tempio di Iside, che era stato già ricostruito
e riccamente dipinto con quelle che oggi sono alcune delle più
celebri pitture della città (Ill. 6).
La condizione del Foro al tempo dell’eruzione costituisce,
tuttavia, molto più che un enigma. Una delle ipotesi è che fosse
un rudere semi-abbandonato, quasi per niente restaurato. Se così
fosse potrebbe essere un segno che i pompeiani non erano poi tan-
to interessati, se vogliamo usare un eufemismo, alla vita pubblica
della città. Nella peggiore delle ipotesi, potrebbe essere il sintomo
di un crollo completo delle istituzioni civiche, uno stato di cose
che però (come vedremo) non si concilia affatto con le altre te-

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6. Il Tempio di Iside era una delle maggiori attrazioni per i primi turisti e ispirò
scrittori e musicisti: dal giovane Mozart a Edward Bulwer-Lytton, autore degli
Ultimi giorni di Pompei. Questa incisione mostra il tempio principale al centro
e, a sinistra, il piccolo edificio in muratura della piscina che conteneva l’acqua
utilizzata per i riti di Iside.

stimonianze offerte dalla città. Di recente è stato puntato il dito


contro le campagne di scavo compiute dopo l’eruzione e contro i
saccheggiatori. Gran parte del Foro, secondo questa versione, era
stata rifatta, e anzi migliorata. Ma, sapendo del grande e costoso
rivestimento marmoreo che era stato recentemente installato, gli
abitanti del luogo si misero a scavare per recuperarlo poco dopo
che la città era rimasta sepolta. Lo staccarono a pezzi dai muri,
che vennero lasciati a vista come se fossero non finiti o semplice-
mente in rovina. Com’è naturale, saranno state recuperate anche
le numerose e preziose statue di bronzo che adornavano la piazza.
Questi dibattiti e dissidi continuano ad alimentare i convegni
archeologici. Sono materia di guerre accademiche e articoli degli
studiosi. Tuttavia, comunque si risolvano (se mai si risolveran-
no), una cosa è assolutamente chiara: «la nostra» Pompei non è
una città romana che attendeva ai suoi affari quotidiani, quindi
semplicemente «congelata nel tempo», come sostengono molte
guide e dépliant turistici. È una località molto più intrigante e sti-
molante. Distrutta e messa sottosopra, evacuata e depredata, essa
serba i segni (e le cicatrici) di storie d’ogni genere, che faranno
parte della narrazione di questo libro, e sono alla base di quello

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che potremmo chiamare «il paradosso di Pompei»: ovvero che
della vita antica che vi si svolgeva sappiamo contemporaneamente
molto più e molto meno di ciò che crediamo.
È certo che la città ci offre vivide immagini di persone reali e
delle loro vite reali, molto più di qualunque altro luogo del mon-
do romano. Possiamo incontrarvi amanti sfortunati («Successus,
il tessitore innamorato di una cameriera dal nome Iris che non
lo aveva corrisposto» come dice un graffito scarabocchiato) e lo
spudorato incontinente (che si vanta in rima sul muro della stan-
za di una locanda: «Ho pisciato nel letto, ho fatto un pasticcio,
non ho mentito / ma, caro albergatore, nessun pitale mi è stato
fornito»). Possiamo seguire le tracce dei bambini di Pompei, dal
bimbetto che deve essersi molto divertito nell’infilare un paio di
monete nella calce fresca dell’ingresso, o atrium, di un’abitazione
elegante, lasciando più di settanta impronte sul pavimento (e così
fornendoci involontariamente una bella prova di datazione per la
decorazione), ai ragazzi annoiati che scarabocchiarono ad altezza
di bambino una serie di omini stilizzati all’entrata di un complesso
termale, mentre forse attendevano che le loro madri finissero la
sauna. Per non menzionare le bardature con i campanelli tintin-
nanti, i raccapriccianti strumenti medici (Ill. 7), gli strani utensili
da cucina, dai porta-uovo agli stampi per gli sformati, sempre che
davvero questo fosse il loro uso (Ill. 78), o quegli irritanti parassiti
intestinali le cui tracce si possono ancora trovare sul bordo di un
gabinetto dopo 2000 anni. Tutto ciò che aiuta a farci assaporare
le visioni, i suoni e i sensi della vita pompeiana.
Mentre ancora molti dettagli come questi sono mirabilmen-
te evocativi, il quadro complessivo e molte delle più elementa-
ri domande sulla città rimangono invece assai oscuri. Il numero
complessivo degli abitanti non è l’unico enigma da affrontare. Un
altro è il rapporto della città con il mare. Tutti concordano nel
constatare che nell’antichità il mare era molto più vicino a Pompei
rispetto ad oggi (2 chilometri). Ma stabilire quanto esattamente le
fosse vicino è ancora un’incognita, per quanto siano bravi i nostri
geologi. Particolarmente enigmatico è il fatto che nelle vicinanze
della porta occidentale della città, principale ingresso per i visita-
tori moderni, vi è un tratto di muro che reca infissi evidenti anelli
di ormeggio da barche, come se il mare lambisse la città proprio
in quel punto (Ill. 8). L’unico problema è che altre strutture ro-

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7. C’è qualcosa di singolarmente
analogo al nostro speculum
ginecologico in questa
antica versione pompeiana.
Nonostante alcune parti siano
andate perdute è evidente
che le «braccia» dello
strumento venivano aperte
dall’impugnatura a forma di T.

8. In apparenza anelli da
ormeggio per barche sul muro
vicino a Porta Marina. Quasi
certamente la costa si era
spostata negli ultimi venti anni
di vita della città, lasciando
questi anelli in alto e all’asciutto.

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mane sono state scoperte molto più a ovest, verso il mare, ed è
improbabile che fossero costruite sott’acqua. Il modo migliore
per spiegare il problema ci riconduce ancora una volta all’attività
sismica in corso. Qui – come nella vicina città di Ercolano, dove il
movimento può essere documentato molto chiaramente – la linea
della costa e il livello del mare debbono essere mutati in modo
radicale negli ultimi secoli di storia della città.
È ancor più sorprendente che si discuta persino sulle date fon-
damentali: non solo quella del grande terremoto (che potrebbe
essersi verificato nel 63 come pure nel 62), ma anche quella della
stessa eruzione. Nel presente libro userò la data tradizionale del
24 e 25 agosto del 79 d.C., così come si legge nel racconto pli-
niano. Ma ci sono buone ragioni per ritenere che il disastro sia
avvenuto più avanti nel corso di quell’anno, durante l’autunno
o l’inverno. Per cominciare, se si risale ai differenti manoscritti
medievali delle Lettere di Plinio, si scopre che forniscono date
assai divergenti per l’eruzione (riguardo alle date e ai numeri ro-
mani erano sempre possibili fraintendimenti di trascrizione da
parte dei copisti medievali). C’è anche la presenza sospetta, tra i
resti, di una gran quantità di frutti autunnali; sembra inoltre che
molte vittime indossassero robuste vesti di lana, abbigliamento
decisamente poco adatto a una calda estate italiana; anche se ciò
che la gente in fuga precipitosa scelse di mettersi addosso può
non essere un buon indicatore della stagione. Prove più stringenti
giungono dalla forma di una moneta romana trovata a Pompei in
un contesto tale da escludere che sia stata persa dai saccheggia-
tori. Gli specialisti pensano che la data oltre la quale non si possa
risalire per la sua coniazione sia il settembre del 79.
Il fatto è che appunto su Pompei sappiamo contemporanea-
mente molto più e molto meno di ciò che crediamo.

Le due vite di Pompei

Una vecchia battuta che girava fra gli archeologi diceva che Pom-
pei è morta due volte: la prima fu la morte improvvisa causata
dall’eruzione; la seconda fu la morte lenta che la città subì da
quando cominciarono gli scavi a metà del Settecento. Una sempli-
ce visita al sito fa capire esattamente cosa significa questa «seconda

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morte». La città si sta disintegrando, nonostante gli eroici sforzi
della sovrintendenza archeologica di Pompei; le erbacce ricopro-
no molte aree a cui i visitatori non possono accedere; alcuni degli
affreschi dai colori un tempo brillanti, lasciati sulle pareti, sono
ormai sbiaditi quasi del tutto. Tutto sta andando gradualmente
in rovina, e la situazione si è aggravata ulteriormente a causa dei
terremoti e del turismo di massa, cui fin dall’inizio avevano dato
una buona mano i metodi violenti dei primi scavatori (sebbene,
a dire il vero, molti degli splendidi affreschi che essi staccarono e
depositarono al museo hanno avuto una sorte migliore di quelli
che sono rimasti nel loro contesto originale) e i bombardamenti
degli Alleati nel 1943 (Ill. 9) che distrussero molte aree della città
(moltissimi visitatori non immaginano neppure, ad esempio, che
buona parte del Teatro Grande e del Foro, come alcune delle di-
more più celebri, furono integralmente ricostruite dopo la guerra,
né che il ristorante del sito fu costruito su una zona devastata da
un bombardamento particolarmente distruttivo). Inoltre il sito
archeologico, molto esteso e difficile da controllare, è un obietti-
vo allettante per i ladri e i vandali: nel 2003 un paio di affreschi
appena riportati alla luce furono staccati dal muro e ritrovati tre
giorni dopo nel vicino cortile di un costruttore edile.
Eppure la città ha avuto anche due vite: una nel mondo an-
tico, l’altra ai giorni nostri, con la moderna rinascita dell’antica
Pompei che oggi visitiamo. Questo sito turistico tenta ancora di
alimentare il mito di una città «congelata nel tempo», un luogo in
cui possiamo camminare come se fosse ieri. Ma colpisce il fatto
che, sebbene la Pompei romana giaccia qualche metro sotto l’at-
tuale livello del suolo, gli ingressi al sito sono disposti in modo
tale che quasi non ci rendiamo conto di scendere più in basso; il
mondo degli antichi si fonde con il nostro quasi senza soluzione
di continuità. Eppure, guardando appena un po’ meglio, si scorge
la cesura che esiste in quella strana terra di nessuno tra le rovine
e la ricostruzione, tra l’antichità e l’oggi. Anzitutto, molto è stato
ampiamente ricostruito, e non solo dopo i danni dei bombarda-
menti. Provoca uno choc vedere le fotografie degli edifici quando
furono scavati e constatare in che misero stato di conservazione fu
trovata la maggior parte di essi (Ill. 10). Alcuni, in realtà, sono stati
lasciati così. Altri invece sono stati abbelliti, le loro mura riparate e
ricostruite per reggere nuovi tetti: principalmente per proteggere

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9. I bombardamenti degli Alleati nel 1943 danneggiarono gravemente Pom-
pei, distruggendo molti importanti edifici. Qui si vedono le condizioni della
Casa di Trebius Valens dopo i raid aerei. Nel dopoguerra molti degli edifici
bombardati furono così abilmente ricostruiti che non si nota la loro distruzio-
ne in tempi recenti.

10. Uno scavo negli anni Trenta. Le case di Pompei non vengono scoperte in
perfetto stato: la forza dell’eruzione le fa apparire infatti come se fossero state
bombardate. Qui gli intonaci dipinti del piano superiore sono crollati nelle
stanze inferiori.

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la struttura e la decorazione, ma capita spesso che siano scambiati
dai visitatori per miracolose vestigia di epoca romana.
C’è anche dell’altro: alla città è stata data una nuova geogra-
fia. Oggi ci muoviamo attraverso Pompei utilizzando una serie di
nomi moderni di strade, tra cui: Via dell’Abbondanza (la strada
principale che da est a ovest conduce direttamente al Foro, così
detta per la figura della dea dell’Abbondanza scolpita su una delle
fontane della strada), Via Stabiana (che interseca Via dell’Abbon-
danza e porta a sud, in direzione di Stabia), Vicolo Storto (così
denominato per ovvie ragioni). Non abbiamo quasi alcuna idea di
come queste strade fossero chiamate in epoca romana. Un’iscri-
zione superstite sembra suggerire che quella che noi chiamiamo
Via Stabiana fosse allora la Via Pompeiana, e fa riferimento anche
ad altre due strade (Via Iovia, ovvero la strada di Giove; e Via
Dequviaris, forse in relazione all’assemblea cittadina dei decurio-
nes) che non riusciamo a localizzare. Ma è anche possibile che
non vi fosse una toponomastica specifica alla maniera moderna.
Sicuramente non c’erano segnali stradali, nessun utilizzo di nomi
di strade o numeri civici per l’indirizzo. Gli abitanti si avvalevano
di punti di riferimento locali: un padrone di terre, per esempio,
spediva giare di vino (come si può ancora leggere in cima ad una
di esse): «A Euxinus [che si potrebbe tradurre “signor Ospitali-
tà”], locandiere, a Pompei, vicino all’anfiteatro».
Allo stesso modo abbiamo dato nomi moderni alle porte della
città, chiamandole secondo i luoghi o le direzioni verso le quali
erano rivolte: Porta di Nola, Porta Ercolano, Porta Vesuvio, Porta
Marina (verso il mare) e così via. In questo caso abbiamo un’idea
più chiara di come potevano essere i nomi antichi. Quella che chia-
miamo Porta Ercolano, per esempio, per gli abitanti romani era la
Porta Saliniensis o Porta Salis, che prendeva il nome dalle saline
limitrofe. La nostra Porta Marina poteva chiamarsi anche Porta del
Foro, come suggerisce qualche frammento di documentazione an-
tica mescolato alla plausibile congettura moderna; giacché essa non
è solamente rivolta al mare, ma è anche la porta più vicina al Foro.
I dizionari geografici moderni della città, in assenza di indirizzi
antichi, usano un sistema tardo-ottocentesco per indicare edifi-
ci particolari. Lo stesso archeologo che perfezionò la tecnica dei
calchi in gesso dei corpi, Giuseppe Fiorelli (un tempo politico
rivoluzionario, nonché il più importante direttore di scavi che

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Pompei abbia mai avuto) divise Pompei in nove aree o regiones
distinte; numerò poi ciascun lotto di case entro queste zone, e pro-
seguì nell’assegnare a ciascuna porta d’ingresso sulla strada il suo
proprio numero. Così, in altre parole, secondo questa stenografia
archeologica standard, «VI.xv.I», sta a indicare la prima porta del
quindicesimo lotto della regione sesta, che si trova a nord-ovest
della città.
Tuttavia «VI.xv.I» è conosciuta dai più come la Casa dei Vettii.
Oltre alla semplice numerazione moderna, la maggior parte delle
case, delle locande e delle taverne hanno acquisito nomi più evo-
cativi. Alcuni di essi si riferiscono alle circostanze dei primi scavi:
la Casa del Centenario, per esempio, fu scoperta esattamente 1800
anni dopo la distruzione della città, nel 1879; la Casa delle Nozze
d’Argento, riesumata nel 1893, fu chiamata così in onore del ven-
ticinquesimo anniversario di matrimonio del re d’Italia Umberto
I, celebrato quell’anno; e oggi la casa, per un’ironia della storia,
è ben più celebre del matrimonio regale. Altri nomi ricordano
ritrovamenti particolarmente memorabili: un esempio è la Casa
del Menandro; un altro è la Casa del Fauno, che ha preso il nome
dal famoso bronzo del satiro danzante, o «fauno», lì ritrovato (Ill.
12) (il suo primo nome, Casa di Goethe, risale al figlio del famoso
Johann Wolfgang von Goethe, che fu testimone di una parte degli
scavi nel 1830, poco prima di morire, ma la sua triste storia si di-
mostrò meno memorabile della vivace scultura). A molte dimore,
tuttavia, come la Casa dei Vettii, sono stati dati i nomi dei loro
abitanti romani, come parte del più ambizioso progetto di ripopo-
lare l’antica città abbinando i ritrovamenti materiali alle persone
che un tempo li possedevano, li usavano o vi abitavano davvero.
È un procedimento entusiasmante, anche se a volte rischioso.
Ci sono casi in cui possiamo essere sicuri di aver fatto l’accop-
piata giusta. La casa del banchiere Lucius Caecilius Iucundus,
per esempio, è stata quasi certamente identificata grazie ai suoi
documenti, depositati nella soffitta. Aulus Umbricius Scaurus, il
più affermato produttore locale di garum (la caratteristica mistura
romana di sostanze marine decomposte, tradotta semplicistica-
mente come «salsa di pesce»), lasciò impressi il suo marchio di
fabbrica e il suo nome nell’elegante residenza con una serie di
mosaici, che rappresentano le giare contenenti questo prodotto,
etichettandole con slogan come «Salsa di pesce, prima qualità,

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da Scaurus» (Ill. 57). La Casa dei Vettii, con i suoi affreschi di
rara bellezza, è stata convenzionalmente assegnata a una coppia di
(proababilmente) ex schiavi, Aulus Vettius Conviva e Aulus Vet-
tius Restitutus. L’attribuzione si fonda sul ritrovamento, nell’in-
gresso principale, di due sigilli e di un anello con sigillo recante i
due nomi, oltre a un paio di manifesti elettorali, ovvero dei loro
equivalenti, dipinti sopra la porta di casa («Restitutus chiede di
votare... Sabinus perché sia eletto come edile»); ma anche sulla
congettura che un altro sigillo trovato in un’altra parte della casa,
stavolta con il nome Publius Crustius Faustus, fosse appartenuto
a qualche inquilino che viveva al piano superiore.
In molti casi la prova è molto più debole, essendo fondata sì e
no su un solo anello con sigillo (che, dopotutto, poteva esser ca-
duto a un visitatore piuttosto che allo stesso proprietario), o su un
nome dipinto su una giara di vino, o su un paio di graffiti firmati
dalla stessa persona, come se gli autori di graffiti scegliessero sem-
pre di scrivere sulle mura delle proprie case. Una deduzione parti-
colarmente azzardata è stata suggerita dal nome del proprietario di
un postribolo in città, indubbiamente punto di riferimento essen-
ziale per i visitatori sia antichi che moderni: si tratta di Africanus.
Il ragionamento si fonda principalmente su un triste messaggio
inciso, molto probabilmente da un cliente, sul muro di una delle
stanzette delle ragazze. «Africanus è morto» (o letteralmente «sta
morendo»), dove si legge anche «firmato dal giovane Rusticus, suo
compagno di scuola, afflitto per la morte di Africanus». A onor del
vero Africanus forse risiedeva in città: possiamo immaginarlo dal
fatto che su un muro lì accanto qualcuno che portava quel nome
offrì il suo appoggio nelle elezioni locali a Sabinus (lo stesso can-
didato che aveva ottenuto il voto di Restitutus). Ma non c’è alcuna
ragione di immaginare che l’espressione di infelicità post-coitum
del giovane Rusticus, se questo voleva rappresentare il graffito,
avesse qualcosa a che fare con il proprietario del postribolo.
Il risultato finale di questo e di altri tentativi eccessivamente
ottimistici di rintracciare gli antichi pompeiani e riportarli nelle
loro case, taverne e postriboli è ovvio: nell’immaginazione moder-
na, un enorme numero di pompeiani è finito nel luogo sbagliato.
O, per metterla in termini più generali, c’è un gran divario tra la
«nostra» città antica e quella distrutta nel 79 d.C. In questo libro
farò costantemente uso di certi punti di riferimento, attingendo

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aiuto e terminologia dalla «nostra» Pompei. Sarebbe confusio-
nario e irritante chiamare la Porta Ercolano col suo nome antico
di Porta Salis. La numerazione inventata da Fiorelli ci consente
di determinare velocemente e con precisione la posizione di un
luogo su una pianta, e la userò nelle Letture consigliate. I famosi
nomi come Casa dei Vettii, Casa del Fauno e così via, per quanto
possano essere scorretti, restano di gran lunga il modo più facile
per riportare alla nostra mente un luogo o una casa. Certo, esplo-
rerò anche più in dettaglio le differenze, pensando a come la città
antica diventò la «nostra» Pompei, e riflettendo sui criteri con i
quali interpretiamo i resti che sono stati scoperti.
Evidenziando questi criteri, mi situo contemporaneamente tra
il momento attuale e, in un certo senso, una visione più ottocente-
sca di Pompei. Naturalmente i visitatori ottocenteschi della città si
godevano, come quelli del XXI secolo, l’illusione di fare un passo
indietro nel tempo. Ma erano anche affascinati dai modi in cui il
passato si era rivelato loro: il «come» e il «che cosa» sappiamo
della Pompei romana. Lo si può vedere dagli aspetti più conven-
zionali delle guide preferite sugli scavi, soprattutto l’Handbook
for Travellers in Southern Italy di John Murray, pubblicato la pri-
ma volta nel 1853 per spianare la strada all’inizio del turismo di
massa nella zona, piuttosto che ai tradizionali adepti del Grand
Tour. La linea ferroviaria era stata aperta nel 1839 e diventò il
mezzo preferito dai visitatori, serviti da una trattoria nelle vicinan-
ze della stazione dove potevano pranzare dopo le escursioni alle
rovine. Fu un luogo di alterne fortune (nel 1853 ebbe quello che
fu definito «un proprietario molto civile e cortese»; dal 1865 fu
raccomandato ai lettori di non entrare senza aver preso anticipa-
tamente «accordi sul prezzo con l’oste»). Fu il germe della vasta
industria di snack, frutta e, specialmente, bottiglie d’acqua che
ora infestano le vicinanze del sito.
L’Handbook di Murray introduceva continuamente questi vi-
sitatori vittoriani nel vivo dei problemi interpretativi, esponendo
le varie teorie in ballo riguardo agli usi dei principali edifici pub-
blici scoperti sino ad allora. L’edificio nel Foro che chiamiamo
macellum (mercato) era veramente un mercato? Era un tempio?
Oppure una combinazione tra un luogo sacro e un punto di risto-
ro? (Come vedremo, molti problemi analoghi riguardanti la desti-
nazione d’uso non sono stati ancora risolti, ma le guide moderne

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tendono a privare – ma loro tendono a dire: sollevare – i lettori
da problemi e controversie.) Le vecchie guide dovevano anche
indicare attentamente, nel corso delle descrizioni di ogni edificio
antico, la data e le circostanze della sua riscoperta. È come se a
quei primi visitatori si attribuisse la capacità di avere contempo-
raneamente in mente due cronologie: da un lato, quella dell’antica
città e il suo sviluppo; dall’altro, la graduale riemersione della
storia di Pompei nel mondo moderno.
Possiamo anche supporre che le famose trovate spettacolari
in cui cadaveri o altri notevoli ritrovamenti venivano opportuna-
mente «scoperti», proprio in occasione del passaggio di perso-
naggi importanti, fossero un altro aspetto delle stesse preoccupa-
zioni. Oggi si tende a sorridere della crudezza di quelle finzioni e
dell’ingenuità del pubblico (potevano i visitatori regali essere così
ingenui da immaginare che tali mirabolanti scoperte avvenissero
proprio al momento del loro arrivo?). Ma, come spesso accade, i
trucchi del mercato turistico rivelano tanto le speranze e le aspi-
razioni dei visitatori quanto l’astuzia dei locali. I visitatori di Pom-
pei volevano essere testimoni non solo dei ritrovamenti stessi, ma
anche del processo di scavo che aveva portato alla luce il passato.
Queste sono alcune delle questioni che desidero ricollocare
nel mio quadro.

La città delle sorprese

Pompei è colma di sorprese. Fa rivedere le proprie convinzioni


riguardo alla vita nell’Italia romana anche ai più avveduti e ben
informati specialisti. Una grande giara di terracotta con l’etichet-
ta pubblicitaria «garum kosher» ci fa ricordare di uomini come
Umbricius Scaurus, che potevano servire la nicchia di mercato
della comunità ebraica locale (con la garanzia che non vi fosse-
ro crostacei tra gli ingredienti resi ormai irriconoscibili nella mi-
scela putrida). Una meravigliosa statuetta della divinità indiana
Lakshmi, trovata nel 1938 in una casa chiamata in seguito «Casa
della Statuetta Indiana», ci stimola a prendere in considerazione
le relazioni di Roma con l’Estremo Oriente (Ill. 11). Essa giunse
tramite un mercante pompeiano come souvenir dei suoi viaggi? O
forse arrivò tramite la comunità dei nabatei (dalla Giordania dei

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11. Questa statuetta d’avorio della divinità
indiana Lakshmi offre una prospettiva sugli
ampi legami multiculturali di Pompei. Divinità
della fertilità e della bellezza, è raffigurata
seminuda con i suoi sontuosi gioielli.

nostri giorni) che vivevano nella vicina Puteo-


li, oggi Pozzuoli? Quasi altrettanto inattesa è
stata la scoperta di uno scheletro di scimmia
disperso tra le ossa dei magazzini di Pompei
e non identificato dai primi scavatori. Forse
un esotico animale domestico o, più probabil-
mente, un animale da spettacolo di strada o da
circo, addestrato a divertire.
È una città dell’inatteso, che ci appare in-
sieme molto familiare e molto estranea. Una
città della provinciale Italia, con orizzonti non
più lontani di quello del Vesuvio, ma era allo
stesso tempo parte di un impero che si estendeva dalla Spagna alla
Siria, con tutte le diversità religiose e culturali che gli imperi spes-
so hanno. I famosi nomi «Sodoma» e «Gomorra» scritti a larghe
lettere sulle pareti di una sala da pranzo di una casa relativamente
modesta di Via dell’Abbondanza (a meno che non si tratti della
triste osservazione di qualche saccheggiatore successivo) ci dico-
no di più del commento di un testimone oculare – o di una battuta
ironica – sulla moralità della vita sociale pompeiana. La scritta ci
ricorda che in questo luogo le parole della Genesi («il Signore fece
piovere dal cielo sopra Sodoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco
proveniente dal Signore»; 19, 24), come pure i versi di Virgilio,
suonassero come un campanello d’allarme almeno all’orecchio di
alcuni degli abitanti.
Una piccola comunità cittadina – una volta escluse dal con-
teggio le donne, i bambini e gli schiavi – composta da una po-
polazione urbana di poche migliaia di uomini, non più grande di
un villaggio o una comunità di studenti di una piccola università.
Nonostante ciò Pompei ha, sulla via maestra della storia romana,
un impatto più vigoroso di quanto si tenda ad immaginare. Come
vedremo nel Capitolo I.

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Capitolo primo
La vita cittadina nell’antichità

Visioni del passato

Lungo una tranquilla strada secondaria di Pompei, non lontano


dalle mura nord e a pochi passi dalla Porta Ercolano, si trova una
casetta poco attraente, ora nota come «Casa della Colonna Etru-
sca». Di aspetto modesto e fuori mano, oggi come nell’antichità,
all’interno nasconde un curioso enigma al quale allude il suo no-
me moderno: nel muro fra le due camere centrali c’è un’antica
colonna la cui forma richiama lo stile architettonico caratteristico
degli etruschi, la popolazione più potente in Italia fra il VI e il V
secolo a.C. – prima dell’ascesa di Roma stessa – la cui influenza
e i cui insediamenti si estendevano ben oltre i territori d’origine
nell’Italia settentrionale, fino alla regione attorno a Pompei. La
colonna quasi certamente risale al VI secolo a.C., molte centinaia
di anni prima che la casa fosse costruita.
Accurati scavi eseguiti sotto la casa hanno gettato un po’ di
luce su questo enigma. È emerso che la colonna occupa in effetti
la sua posizione originaria, e che la casa è stata costruita attorno ad
essa. Parte di un santuario religioso del VI secolo a.C., non era un
sostegno dell’edificio, ma un corpo a sé stante, forse presso un al-
tare come supporto di una statua (una collocazione già osservata
in altri antichi siti religiosi in Italia). Nell’area circostante furono
trovate ceramiche greche del VI secolo, probabilmente resti di
offerte votive nelle quali troviamo la prova (sotto forma di semi e
polline) dell’esistenza di un gran numero di faggi. È improbabile
che si trattasse di flora spontanea poiché, come è ben noto, i faggi
non crescono spontaneamente in pianura nell’Italia meridionale.
Se ne può dedurre l’ipotesi che questo antico e venerabile san-
tuario fosse circondato in origine da un boschetto sacro, secondo
un’altra delle tipologie caratteristiche delle antiche religioni ita-

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12. La Casa del Fauno era una delle residenze più imponenti e antiche nel I
secolo d.C. Purtroppo oggi appare spogliata delle sue bellezze. Qui vediamo
l’ingresso principale che dà sull’atrio con il satiro (o Fauno) danzante. Alle
spalle vi sono due grandi giardini a peristilio e il famoso Mosaico di Alessandro
(Ill. 13).

liche, in questo caso piantato a faggio. A conferma di ciò (ma si


tratta di una conferma assai debole, a mio parere) si suggerisce di
fare il confronto con un santuario altrettanto antico, dedicato a
Roma al dio Giove, lo Iuppiter Fagutalis, così chiamato dal termi-
ne latino fagus, che indica appunto il faggio.
In qualsiasi modo possiamo immaginare la colonna nella sua
collocazione originale, contornata da pochi o molti faggi, boschet-
to naturale o creato dalla mano dell’uomo, la sua storia, a grandi
linee, è abbastanza chiara. Quando, nel corso del tempo, l’antico
santuario fu rivestito da una costruzione abitativa, probabilmente
nel III secolo a.C., la colonna fu conservata intatta all’interno delle
successive strutture, possiamo presumere per rispetto nei confronti
del suo carattere religioso. Secoli dopo, nel 79 d.C., era ancora vi-
sibile nella casa che si trovava sul posto: non possiamo sapere se a
quell’epoca mantenesse ancora qualche traccia di particolare sacra-
lità o fosse semplicemente diventata un interessante argomento di
conversazione per i suoi proprietari in una casa peraltro ordinaria.

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La breve storia di questa colonna serve a ricordare una que-
stione molto più importante: che al tempo in cui fu definitiva-
mente distrutta Pompei era una città vecchia, e in modo anche
evidente. Benché alla maggior parte degli occhi moderni le rovi-
ne appaiano tutte romane, impossibili da distinguere per data e
stile, non lo sono affatto. Tanto per cominciare, come vedremo
fra breve, nel 79 d.C. Pompei era una città «romana» in senso
stretto da meno di 200 anni. Ma anche, come molte città, anti-
che o moderne, era una commistione, talvolta confusa, di edifici
nuovi di zecca, pregiate antichità e restauri a regola d’arte, così
come di caratteristici edifici vecchio stile e altri che andavano
silenziosamente in rovina. Senza dubbio chi ci abitava era ben
consapevole di tali differenze e della mescolanza fra vecchio e
nuovo che formava la città.
L’esempio più straordinario di «pezzo da museo» è una delle
più famose, e ora anche una delle più visitate, case pompeiane:
la Casa del Fauno (Ill. 12). È una dimora enorme, la più grande
della città, e con i suoi circa 3000 metri quadri ha dimensioni
assolutamente regali (paragonabili, ad esempio, alle dimensioni
dei palazzi dei re macedoni a Pella, nella Grecia del Nord). Ora è
famosa non solo per la sua statua di bronzo del «fauno» danzante
ma anche per la sua stupefacente serie di pavimenti a mosaico.
Di primaria importanza fra questi è il cosiddetto «Mosaico di
Alessandro Magno» (Ill. 13), uno dei gioielli in mostra al Museo
Nazionale di Napoli, composto con grande precisione da innume-
revoli pietruzze, o tesserae: le stime variano fra un milione e mezzo
e cinque milioni, ma nessuno ha avuto la pazienza di contarle
una per una. Quando fu portato alla luce da uno scavo nel 1830,
le sue proporzioni epiche e il disordinato mêlée di scontri armati
suggerirono la geniale idea che descrivesse una battaglia dall’Iliade
di Omero. Adesso siamo convinti che mostri la sconfitta di Dario,
re dei persiani (a destra, nel suo carro; Tavola 15), da parte del
giovane Alessandro Magno (a cavallo, a sinistra) – forse una copia
magistrale in mosaico tratta da un capolavoro pittorico andato per-
so, come si ritiene comunemente, o magari una creazione originale.
Pochi fra i visitatori moderni che si stupiscono per la sua gran-
dezza o ammirano gli splendidi mosaici (ce ne sono altri nove al
Museo Nazionale) si rendono conto di quanto la Casa del Fauno
apparisse di stile antiquato al momento dell’eruzione. La casa era

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13. Il Mosaico di Alessandro Magno è il più complesso e antico mai scoperto.
Copriva il pavimento di una delle sale principali della Casa del Fauno. Questa
incisione mostra il suo disegno completo. Alessandro Magno (a sinistra) com-
batte contro Dario, re di Persia. Come ci mostrano i cavalli di Dario (che sono
già girati), il condottiero sta per fuggire di fronte all’attacco del giovane macedo-
ne. Vi sono numerosi dettagli di virtuosismo artistico – come il cavallo al centro
dell’immagine visto da dietro (si veda anche la Tavola 15).

stata completata alla fine del II secolo a.C., quando furono stesi
i mosaici e molte delle sue pareti furono magnificamente dipin-
te con lo stile caratteristico dell’epoca, rimanendo più o meno
inalterate per i 200 anni successivi. I dipinti e i restauri successivi
vennero eseguiti in armonia con il resto. Non sappiamo chi fosse-
ro i ricchi proprietari di questa casa (ma in base a una simpatica
supposizione potrebbe trattarsi di una famiglia di antiche radici
locali, di nome Satrius – in questo caso il fauno di bronzo, o «sati-
ro», è un modo per scherzare a livello visivo col loro nome). Ancor
meno sappiamo cosa li abbia spinti (o costretti) a mantenerla nelle
stesse condizioni attraverso i secoli. È chiaro che l’impressione
provata visitando la Casa del Fauno nel 79 non sarebbe stata mol-
to diversa dalla nostra quando visitiamo una dimora storica o un
palazzo signorile. Attraversando i suoi portali e passando sopra
un altro mosaico, questa volta con la dicitura latina have che si-
gnifica «salve» (anche se la parola, letta in inglese, potrebbe avere
l’involontario significato di possesso, ben appropriato alla vastità
di questa casa), si sarebbe tornati indietro al II secolo.

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Figura 2. La Casa del Fauno.
Nonostante sia stata molto ingrandita
(coprendo un intero isolato cittadino),
la Casa del Fauno mostra ancora molti
aspetti tipici delle più comuni case
pompeiane. La facciata sulla strada, Peristilio
ad esempio, è occupata da una serie
di negozi. Questa comune versione
della pianta conduce il visitatore
attraverso uno stretto ingresso in Mosaico di
Alessandro
uno dei due atri. Dietro si trovano Magno
due giardini a peristilio.

Peristilio

La Casa del Fauno è un caso


limite. Ma dovunque, nella città,
il vecchio era mescolato al nuovo. Atrio
Ad esempio, decori interni di stili Atrio

nettamente superati venivano con-


servati con amore, o lasciati venir
via da sé, accanto alle mode de-
corative più recenti. La meridiana Negozio
Ingresso principale
nell’area ginnica di uno dei prin- Negozio

cipali bagni pubblici, che serviva 20 metri


agli utenti indaffarati o agli atleti
per dare un’occhiata all’ora, non era soltanto vecchia di 200 anni
all’epoca dell’eruzione, ma portava addirittura un’iscrizione com-
memorativa scritta nella lingua locale pre-romana, l’osco. Nel 79
probabilmente soltanto alcuni abitanti di Pompei sarebbero stati
in grado di leggere che era stata pagata dal municipio con i pro-
venti ottenuti dalle multe.
Possiamo scovare anche altre storie di conservazione e riuso
che stiano alla pari con quella della colonna etrusca. Una recente
scoperta ha rivelato che fine ha fatto una serie di sculture di terra-
cotta le quali (a giudicare dal loro soggetto e forma) una volta do-
vevano ornare un tempio a Pompei o nella campagna circostante,
forse perfino il Tempio del dio Apollo nel Foro (Ill. 14). Model-
late a un certo punto del II secolo a.C. e smantellate forse dopo il
terremoto del 62 d.C., finirono col diventare parte del muro del
giardino di una ricca villa a più piani (la Casa del Bracciale d’Oro)

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14. Uno dei rilievi
in terracotta (60
centimetri di
altezza) riutilizzati
per il muro del
giardino nella
Casa del Bracciale
d’Oro. In origine
la serie decorava
alcuni edifici sacri,
probabilmente il
Tempio di Apollo
nel Foro. Su questo
pannello Diana (la
greca Artemide) è
in piedi a destra,
mentre a sinistra c’è
una Vittoria.

prospiciente il mare al lato ovest della città – che vista mozzafiato!


Forse un bel pezzo di architettura salvato, ma con un uso ben
lontano dalla santità religiosa della loro collocazione originaria.

Prima di Roma

Pompei era una città ben più antica di ciò che suggeriscono le
sue vestigia attualmente visibili. Nel 79 non c’era edificio in uso –
pubblico o privato – che fosse più recente del III secolo a.C. Ma
almeno due dei principali templi della città, anche se più volte re-
staurati, ricostruiti e rimodernati, avevano una storia che risaliva
addirittura al VI secolo. Uno era il Tempio di Apollo nel Foro,
come il Tempio di Minerva e di Ercole nei pressi. Quest’ultimo
pare fosse in rovina ai tempi dell’eruzione e forse era stato ab-
bandonato definitivamente, ma alcuni scavi hanno riportato alla
luce delle statue decorative risalenti ai suoi primi anni, ceramiche
del VI secolo a.C. e centinaia di offerte votive, molte delle quali
consistenti in figurine di terracotta, alcune rappresentanti proprio
la dea Minerva (la greca Athena). Inoltre, come dimostrano gli
scavi esplorativi attorno alla colonna etrusca, dovunque si scavi
sotto le strutture esistenti attualmente nella città, non si può che

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confermare il fatto di un insediamento molto precedente nel tem-
po in questo luogo.
Il boom attuale dell’archeologia pompeiana, infatti, consiste
nello studio della storia antica della città. La domanda d’uso fra gli
specialisti passa da «Come appariva Pompei prima del 79 d.C.?»
a «Quando nacque la città e come si sviluppò?». Da qui è partita
una vasta serie di scavi a profondità superiore rispetto alla super-
ficie del I secolo d.C. per scoprire cosa c’era nel sito antecedente-
mente alle strutture che possiamo ancora vedere. È un’operazio-
ne particolarmente insidiosa, non da ultimo perché nessuno ha
voglia di distruggere i resti esistenti semplicemente per scoprire
ciò che questi rimpiazzavano. Così la maggior parte del lavoro è
consistita in una «archeologia dal buco della serratura», scavando
in piccole zone, dove potesse esser fatto senza il minimo danno a
ciò che sta sopra – soprattutto alle attrattive che si aspettano i vi-
sitatori di Pompei. Infatti molti di noi, diciamolo chiaro, vengono
a vedere le imponenti rovine della città sovrastate dal Vesuvio e
non le deboli tracce di un qualche insediamento arcaico.
La sfida è mettere a confronto tra loro queste campionature
isolate e i suggerimenti che possono venirci dalla storia dello svi-
luppo urbano fornito dalla planimetria della città. In questo modo
è stato riconosciuto che il reticolo delle strade, in cui è possibile
rilevare zone differenti a seconda della forma degli edifici e degli
allineamenti, quasi certamente riflette in certo modo la storia della
crescita della città (Fig. 3). L’altro elemento decisivo è che la cin-
ta delle mura urbane nell’attuale configurazione risale al VI seco­lo
a.C.: ciò significa che (per quanto sorprendente possa apparire) l’e-
stensione massima della città era fissata fin da quell’epoca remota.
Considerando l’insidiosità di questi dati, c’è tuttavia un’inso-
lita convergenza di punti di vista riguardo ai lineamenti principali
della storia che essi rivelano. La maggior parte degli studiosi am-
mettono che, come la pianta della città suggerisce, il nucleo origi-
nario dell’insediamento occupava la zona sud-occidentale, dove
il tracciato irregolare delle strade suggerisce qualcosa che gli ar-
cheologi hanno chiamato un po’ pomposamente «Città Vecchia».
Tuttavia, a parte questo, la quantità di ritrovamenti arcaici, sia di
ceramica che di laterizi, provenienti dall’intera città, dimostra in
modo sempre più evidente che attorno al VI secolo a.C. Pompei
era già una comunità relativamente estesa dentro le mura. In real­

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100 metri

Figura 3. Lo sviluppo della pianta cittadina. La cronologia della crescita del-


la città appare visibile nella pianta stradale. La «Città Vecchia», in basso a
sinistra, ha un irregolare modello di strade. Altre zone stradali seguono linee
diverse.

tà non c’è quasi zona della città dove gli scavi in profondità al di
sotto delle strutture esistenti non abbiano portato in luce alcune
tracce di materiali del VI secolo, sia pure in frammenti minuscoli
e a volte prodotti di ricerche particolarmente mirate (si dice che
Amedeo Maiuri, il «Grande Sopravvissuto», che diresse gli sca-
vi del sito dal 1924, poi durante il fascismo e la seconda guerra
mondiale, fino al 1961, fosse solito dare ai suoi operai un premio
se trovavano terrecotte arcaiche nel luogo dove si aspettava di
trovarle: tattica archeologica che di solito dà buoni risultati). È
anche chiaro che c’è un vistoso calo di ritrovamenti risalenti al V
secolo, un graduale aumento su quelli del IV, finché il III secolo
segna l’inizio dello sviluppo urbano riconoscibile ai giorni nostri.
Vi sono opinioni molto più divergenti su quanto il nucleo
originale sia antico e sul fatto che i ritrovamenti occasionali di
materiali appartenenti al VII, VIII o persino IX secolo a.C. recu-
perati nel sito o nei pressi siano rappresentativi dell’esistenza di
una comunità in quanto tale. Vi sono anche aspre contestazioni
circa l’uso dell’area che si trovava dentro le mura durante il VI se-
colo a.C. Una corrente di studio sostiene che si trattasse principal-
mente di terreni agricoli cintati, e che i ritrovamenti provengano

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da costruzioni agricole isolate o case rurali o santuari campestri.
Non è un’ipotesi del tutto implausibile, a parte il gran numero
di «santuari» che questa tesi sembrerebbe produrre – alcuni dei
quali luoghi molto meno evidentemente religiosi della «Colonna
Etrusca».
Un recente punto di vista alternativo vede l’esistenza di un tes-
suto urbano maggiormente sviluppato già da questa antica datazio-
ne. L’argomento più forte di questa tesi è che, per quel che possia-
mo dedurre dalle attuali deboli tracce, tutte le strutture primitive
della «Città Vecchia» furono costruite su quello che fu lo sviluppo
successivo dell’allineamento delle strade. Questo non significa che
nel VI secolo Pompei fosse una città densamente abitata nel senso
che intendiamo noi. Infatti, persino nel 79 d.C. vi erano numerosi
spazi aperti coltivati entro la cinta delle mura. Ma ciò significa che
la rete stradale era già fissata, almeno in forma rudimentale. Sulla
base di questa interpretazione, Pompei a questo punto era già una
città in attesa del suo destino, anche se tre scomodi lunghi secoli
sarebbero trascorsi prima del grande evento.
Allo stesso modo è stata dibattuta la questione circa la prove-
nienza dei primi pompeiani. La connotazione multiculturale della
città, con l’arte greca, il regime alimentare ebraico, il bric-à-brac
indiano, la religione egizia e via dicendo, non è stata l’attributo
unicamente delle ultime fasi della città. Persino nel VI secolo a.C.
Pompei stava al centro di una regione, nota allora come adesso col
nome di Campania, dove, molto prima che i romani venissero a do-
minarla, popolazioni indigene, che parlavano il linguaggio nativo
osco, vivevano fianco a fianco con i coloni greci. Per esempio, c’era
stato un importante insediamento greco a Cuma, a 50 chilometri
dalla baia di Napoli, fin dall’VIII secolo a.C. Anche gli etruschi
erano una presenza significativa. Si erano stabiliti nella regione fin
dalla metà del VII secolo, e per circa 150 anni erano stati in compe-
tizione con le comunità greche per il controllo del territorio. Quale
di questi gruppi fosse la forza trainante che condusse al primo svi-
luppo della città di Pompei, è cosa che francamente nessuno può
conoscere, e l’archeologia non ci fornisce la risposta: un frammen-
to di un vaso etrusco, ad esempio, quasi certamente dimostra che
vi furono contatti fra gli abitanti della città e le comunità etrusche
del territorio, ma non dimostra, (nonostante alcuni confermino
con certezza il contrario) che Pompei fosse una città etrusca. Di

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Capua

Acerrae
Nola

Neapolis
Cumae
Puteoli VESUVIUS
Herculaneum

Misenum
Oplontis Pompeii
Nuceria

Stabiae Salernum

Surrentum

20 chilometri Capreae

Figura 4. Mappa dei dintorni di Pompei.

più, pare che neanche gli autori antichi siano stati più certi di noi
nel districare la storia delle origini della città. Alcuni fondano le
loro opinioni su etimologie sorprendentemente fantasiose, facen-
do derivare il nome «Pompei» da «corteo trionfale» (pompa) di
Ercole, che si riteneva fosse passato da questo luogo dopo la sua
vittoria sul mostro Gerione in Spagna, o dalla parola osca per «cin-
que» (pumpe) deducendo che la città era stata formata dall’unione
di cinque villaggi. Più sensatamente Strabone, scrittore greco del
I secolo a.C., autore di un trattato sulla Geografia in più volumi,
procura una lista degli abitanti della città. A prima vista pare che
combaci in modo rassicurante con alcune delle nostre teorie: «Gli
Osci occuparono Pompei, poi gli Etruschi e i Pelasgi (i Greci)».
Ma non possiamo essere sicuri che Strabone avesse avuto acces-
so a buone informazioni cronologiche, come hanno sperato i più
ottimisti tra gli studiosi moderni, o se piuttosto stava soltanto lan-
ciando una scommessa a vuoto, come tendo a credere io.

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Strabone comunque non si fermò ai pelasgi. «Dopo questi»
– scrisse – «venne il turno dei Sanniti ma anche questi furono re-
spinti». Qui egli si riferisce al periodo fra il V e il III secolo a.C.
quando Pompei cominciò ad assumere il suo aspetto conosciuto.
Questi sanniti erano una tribù del gruppo linguistico osco, prove-
nienti dall’Italia centrale, che nello stereotipo romano venivano
caratterizzati – idea non del tutto insensata – come una dura raz-
za di guerrieri montanari, caparbi e frugali. Durante i movimenti
geopolitici dell’Italia pre-romana, essi penetrarono in Campania
e cercarono di prendere il controllo della regione, sconfiggendo
definitivamente i greci a Cuma nel 420 a.C., soltanto cinquant’anni
dopo che i greci stessi erano riusciti ad eliminare gli etruschi.
Può darsi che questa serie di conflitti possa spiegare l’evidente
mutamento di fortuna di Pompei nel V secolo. Infatti, dalla più
o meno assoluta assenza di ritrovamenti nel sito a quell’epoca, al-
cuni archeologi hanno concluso che la città sia stata temporanea­
mente abbandonata. Ma soltanto temporaneamente. All’incirca
nel IV secolo a.C. Pompei era probabilmente – benché le prove
di questa cosa, ad esclusione dello stesso Strabone, siano di fatto
nulle – parte di quella che ora è ampiamente riconosciuta come
una «Confederazione sannita». In posizione strategica sulla costa
e sulla foce del fiume Sarno (il cui preciso corso nel tempo antico
non ci è ben noto, così come la linea costiera) funzionava da porto
ad uso degli insediamenti a monte. Come annotava Strabone, ac-
cennando a un’altra derivazione del nome della città, era collocata
vicino a un fiume che serviva ad accogliere e spedire le navi da
trasporto (dal greco: ekpempein).
Ma i sanniti furono a loro volta allontanati? Strabone non ave-
va bisogno di spiegare chi ci fosse dietro questa espulsione. A
quel tempo Roma si stava espandendo attraverso l’Italia e si stava
trasformando da piccola città dell’Italia centrale che controllava
i territori circostanti in potenza dominatrice dell’intera penisola
e poi di tutta l’area mediterranea dalla Spagna alla Grecia. Nella
seconda metà del IV secolo a.C. la Campania non era che un altro
terreno per le operazioni nelle guerre tra romani e sanniti. Pom-
pei ebbe a quel tempo il suo momento di protagonismo quando
nel 310 a.C. una flotta romana approdò sul luogo per sbarcare le
proprie truppe che devastarono e saccheggiarono le campagne
nella valle del Sarno.

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Queste guerre coinvolsero molte delle antiche roccaforti in
Italia: non solo Roma e le varie tribù sannite, ma anche i greci, al-
lora concentrati nell’area di Napoli (Neapolis), e al nord etruschi
e galli. E per Roma non furono certo una passeggiata. Fu proprio
con i sanniti che nel 321 a.C. l’esercito romano subì una delle
sue più umilianti sconfitte, intrappolato in un passo di montagna
noto come le «Forche Caudine». Persino i pompeiani sostennero
un’efficace battaglia contro i predatori della flotta romana. Se-
condo lo storico romano Livio, quando i soldati carichi del loro
bottino furono quasi tornati indietro alle loro navi, gli abitanti del
luogo piombarono loro addosso, si impadronirono del bottino e
ne uccisero alcuni. Una piccola vittoria di Pompei contro Roma.
Ma i romani, come al solito, alla fine vinsero. Attorno all’inizio
del III secolo a.C. Pompei e le popolazioni limitrofe campane era-
no divenute, che fosse loro piaciuto o no, alleate di Roma. Questi
alleati mantennero grosso modo una loro completa indipendenza
nei rispettivi governi locali. Non vi furono tentativi di imporre
le istituzioni di tipo romano né richieste di usare la lingua latina
piuttosto che quella nativa. A Pompei la lingua dominante rimase
l’osco, come al tempo dei sanniti. Ma i pompeiani dovevano for-
nire uomini all’esercito romano e seguire la linea di Roma nelle
questioni riguardanti la guerra, la pace, le alleanze e tutto ciò che
potremmo chiamare anacronisticamente «politica estera».
In svariati modi Pompei si sottrasse elegantemente a questo sta-
to di dipendenza. Alla fine del III secolo la popolazione della città
crebbe in modo straordinario, o almeno è questa la conclusione
che possiamo trarre dal fatto che vi fu una eccezionale espansione
edilizia. Nel II secolo furono eretti molti edifici pubblici (bagni,
palestre, templi, teatri, tribunali), mentre la Casa del Fauno è sol-
tanto la più estesa delle grandi abitazioni private che dettero la
loro impronta permanente alla scena urbana di quell’epoca. Fu
forse allora che Pompei, per la prima volta, cominciò ad assumere
l’aspetto di quella che possiamo definire «città». Perché?
Una risposta potrebbe essere nell’invasione dell’Italia da parte
di Annibale alla fine del III secolo. Mentre i cartaginesi incalzava-
no a sud dopo la loro famosa traversata delle Alpi, la Campania
divenne nuovamente un gran campo di battaglia, con alcune co-
munità rimaste ancora fedeli a Roma ed altre passate al nemico.
Capua, a nord, fu una di quelle che defezionarono, e fu a sua volta

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assalita dai romani e punita terribilmente. D’altra parte Nuceria,
a pochi chilometri da Pompei, rimase fedele a Roma e venne di-
strutta da Annibale. Anche se non era facile restare indenni in
mezzo a questa zona di guerra, Pompei non fu colpita diretta-
mente e dovette servire da riparo per molti, sfollati e impoveriti
dal conflitto. Ciò può ben spiegare la crescita sbalorditiva delle
abitazioni di quel periodo e lo scatto dello sviluppo urbano. La
città, in altre parole, beneficiò inaspettatamente del periodo più
oscuro di Roma.
Altro motivo fu l’espansione dell’imperialismo romano ad est
e il benessere che ne venne. Anche se gli alleati non erano prota-
gonisti nelle guerre di conquista di Roma, certamente ne trassero
benefici. Questi provennero per lo più dalle prede e dai bottini
procurati in battaglia ma anche dall’apertura delle vie commer-
ciali nel Mediterraneo orientale e dai nuovi contatti con la civiltà
artistica e letteraria del mondo greco (al di là di quelli offerti dalle
comunità greche già esistenti sul territorio).
Si sa che almeno una di queste opere d’arte rubate, presa quan-
do i romani e i loro alleati saccheggiarono la città di Corinto,
favolosamente ricca, nel 146 a.C., fu esposta davanti al Tempio
di Apollo a Pompei. Non sappiamo esattamente di cosa si trat-
tasse (forse una statua o un’opera di pregiato metallo) ma ci resta
ancora la targa commemorativa, in lingua osca, dell’occasione
in cui il comandante romano Mummio ne fece dono alla città.
Successivamente, patronimici ritrovati a Pompei furono registrati
anche in alcuni grandi centri di commercio greci, come nell’isola
di Delo. Non si può sapere con certezza se erano nativi di Pom-
pei. Comunque l’influenza di contatti commerciali come questi è
evidente quanto meno nel vitto quotidiano della élite pompeiana.
Raccogliendo minuziosamente i semi e le microscopiche tracce di
spezie e di altri generi alimentari nell’esplorazione di un gruppo di
case vicino alla Porta di Ercolano, gli archeologi hanno supposto
che, dal II secolo in poi, gli abitanti avessero usufruito di un’a-
limentazione più variata, proveniente da paesi esotici, compresa
una buona spruzzatina di pepe e di cumino. Anche la Casa del
Fauno non poteva essere una tipica residenza pompeiana, la serie
dei suoi mosaici – specialmente il tour de force del Mosaico di
Alessandro – attestano l’alto livello dell’arte greca che si poteva
trovare in città.

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In breve, nel II secolo a.C. Pompei era una comunità florida
e in espansione, che stava liberandosi elegantemente dai rapporti
con Roma. Anche se alleati, i pompeiani non erano cittadini roma-
ni. Per ottenere i privilegi di questo stato e per divenire una vera
città romana, dovette far ricorso alla guerra.

Diventare romani

La cosiddetta «Guerra Sociale» scoppiò nel 91 a.C., quando un


gruppo di alleati italiani (o socii, da cui quella denominazione) ven-
nero a scontrarsi con Roma. Pompei era uno di questi. Sembra ora
uno strano genere di ribellione. Benché i motivi di questa rivolta
siano stati dibattuti all’infinito, è molto probabile che ricorsero alla
violenza non perché volevano allontanarsi dal mondo romano e
sfuggirne il dominio, ma perché si sentivano offesi di non essere
accettati come membri effettivi del club romano. In altre parole,
volevano la cittadinanza romana, con la protezione, il prestigio e
il diritto di votare a Roma che venivano di conseguenza. Fu un
conflitto noto per la sua ferocia e, in effetti, dato che i romani e gli
alleati solitamente combattevano fianco a fianco, una guerra civile.
Prevedibilmente, l’enorme superiorità delle forze romane conseguì
la vittoria in un senso, ma gli alleati l’ebbero in un altro poiché
ottennero quel che volevano. Alcune comunità ribelli furono com-
prate subito con l’offerta della cittadinanza, ma anche quelle che
fecero resistenza, dopo la sconfitta in battaglia, vennero affrancate.
Da quel momento, per la prima volta, all’incirca tutta la penisola
italiana divenne romana nello stretto significato del termine.
Durante questa guerra, Pompei stessa fu assediata nell’89
dal famoso generale Lucio Cornelio Silla, che più tardi diverrà,
seppur brevemente, un dittatore sanguinario nella stessa città di
Roma (fra l’82 e l’81 metterà una taglia sul capo di più di 500 dei
suoi ricchi avversari, cui era promessa una caccia spietata se non
si fossero uccisi prima fra loro).
Nei ranghi dell’esercito di Silla, come ci dice il suo biografo
Plutarco, militava il giovane Marco Tullio Cicerone, allora circa
ventenne, e ancora lontano dai trionfi oratori nei tribunali di Ro-
ma, che l’avrebbero lanciato nella politica e avrebbero fatto di lui
il «manuale» dei giovani oratori e degli studenti di latino a venire.

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Il passaggio di Silla è ancora visibile a Pompei sotto forma di
numerosi proiettili di piombo e pallottole da balestra (l’equiva-
lente romano delle cannonate) che sono stati trovati nel sito, e
un certo numero di piccoli fori nelle mura della città dove i colpi
indirizzati sui difensori andarono a vuoto per la gittata troppo
corta, lasciando così il loro marchio rivelatore. In città le case
vicine alle mura dal lato nord subirono i danni maggiori. La Casa
delle Vestali – chiamata così secondo una fantasiosa teoria del
XVIII secolo, che la voleva residenza di un gruppo di sacerdotes-
se vergini, le «Vestali Vergini» – subì seri danni, anche se i suoi
ricchi proprietari riuscirono a volgere il caos e la rovina a proprio
vantaggio. Subito dopo la fine della guerra, sembra siano riusciti
a metter le mani su una proprietà vicina, ricostruendo la loro casa
ancor più grande. Per una strana coincidenza, la Casa delle Vestali
sarà vittima ancora una volta della guerra circa 2000 anni dopo,
quando verrà colpita dalle bombe alleate nel settembre del 1943.
Gli scavi dei nostri giorni portano alla luce pezzi di moderne gra-
nate, insieme a pallottole di fionde romane.
Non sappiamo con quanta forza e per quanto tempo i pom-
peiani resistettero al fuoco romano. Una serie di annotazioni in
lingua osca, dipinte agli angoli delle strade, ci danno alcuni accen-
ni riguardanti la preparazione in vista dell’attacco. Si pensa gene-
ralmente che risalgano al tempo dell’assedio, preservati da strati
successivi di intonaco, la cui caduta li ha poi svelati. La traduzione
di queste iscrizioni non è assolutamente certa, ma molto proba-
bilmente davano istruzioni alle truppe della difesa circa i luoghi
esatti di raduno («tra la dodicesima torre e la Porta del Sale») e da
quale comandante dovevano dipendere («dove è in carica Matrius
figlio di Vibius»). Se l’interpretazione è giusta, queste iscrizioni ri-
velano un buon livello di organizzazione, come pure fanno vedere
una comunità abbastanza istruita per poter far uso di indicazioni
scritte in un momento di emergenza. Pompei ricevette anche aiuti
dall’esterno. Un antico resoconto della Guerra Sociale racconta di
come un generale ribelle, Lucius Cluentius, venne in soccorso alla
città. Alle prime schermaglie ebbe effettivamente il sopravvento,
ma Silla tornò in combattimento e lo sconfisse definitivamente
respingendo la sua armata verso la vicina fortezza ribelle di Nola,
uccidendo più di 20.000 uomini, secondo le antiche stime (non
necessariamente affidabili). Pompei dovette cadere di lì a poco.

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La città non subì i trattamenti violenti inflitti ad altre città al-
leate sconfitte. Ma meno di una decina di anni dopo che era finita
la guerra e i pompeiani avevano ottenuto la cittadinanza romana,
Silla si prese la sua rivincita in un altro modo. Avendo necessità di
trovare una collocazione per i suoi veterani tornati a casa dopo la
lunga campagna in Grecia, decise di istallare alcuni di essi – una
cauta stima è di 200 soldati con le loro famiglie – a Pompei. Que-
sto provocò un forte ed improvviso aumento della popolazione,
incrementando forse il numero degli abitanti di circa il 50 per
cento. Ma l’impatto fu ancora maggiore. La città divenne formal-
mente una «colonia» romana e il suo governo locale fu riformato
di conseguenza. Ai suoi amministratori eletti annualmente furono
dati nuovi nomi e, certamente, nuovi incarichi. L’antico capo osco
della magistratura, il meddix tuticus, fu sostituito da una coppia
di cosiddetti duoviri iure dicundo, letteralmente «due uomini che
enunciano la legge».
Alla città venne cambiato anche il nome, sì da riflettere il suo
nuovo status. Pompei divenne ufficialmente Colonia Cornelia Ve-
neria Pompeiana. Cornelia dal nome di famiglia di Silla, Cornelio;
Veneria dalla sua dea patrona, Venere. In altre parole divenne «Co-
lonia Corneliana di Pompei, sotto la divina protezione di Venere»
(una gran quantità di parole in latino come in italiano). Come la
denominazione suggerisce, la lingua ufficiale pubblica della città di-
venne il latino, anche se nel contesto privato la lingua osca continuò
ad essere usata da alcuni degli abitanti locali, una minoranza che
diminuiva gradualmente, fino al 79 d.C. Si trattava di quegli stessi
pochi individui che sarebbero stati capaci di decifrare le antiche
iscrizioni osche ancora visibili. Durante gli ultimi anni della città,
proprio uno di questi, probabilmente un cliente, scalfì il suo nome
sulla parete del bordello con i caratteri distintivi dell’alfabeto osco.
Questi «coloni», come ora spesso vengono chiamati, cambia-
rono il volto di Pompei. Vicino al Foro fu costruita una nuova e
grande serie di bagni pubblici e furono fatte migliorie agli altri
– come una nuova sauna – il tutto sovvenzionato dai due primi
duoviri. Cosa ancor più impressionante, nella parte sud-est della
città alcune abitazioni preesistenti vennero demolite per far posto
ad un nuovo Anfiteatro; il più antico anfiteatro in pietra che esista
al mondo. Esso fu creato, secondo quel che dichiara l’iscrizione
esposta sulla porta principale, grazie alla generosità di un’altra

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coppia di nuovi arrivati di spicco, che sponsorizzarono anche –
pur non pagando di tasca propria – la costruzione di un teatro
coperto nuovo di zecca (o «Odeon» come ora viene talvolta chia-
mato). Vi sono buoni motivi per credere che uno di questi perso-
naggi, Caius Quinctius Valgus, fosse il «Valgus» che ci è ben noto
dalla letteratura latina, cioè il suocero di quel Servilius Rullus che,
a causa dei suoi tentativi di redistribuire la terra ai romani poveri,
fu bersaglio delle invettive di Cicerone nelle sue tre orazioni De
lege agraria contra Rullum. Se così fosse, e se possiamo fare affida-
mento su ciò che ne dice Cicerone, colui che finanziò l’anfiteatro
romano non fu (o non fu soltanto) un benefattore altruista della
sua comunità locale, ma un brutto personaggio che aveva reso un
pessimo servizio finanziario al regime terroristico di Silla a Roma.
Non è ben chiaro in cosa consistesse l’influenza di questi nuovi
abitanti. In assenza di segni evidenti di un «quartiere coloniale in
città», una recente ipotesi è che essi per lo più avessero le loro
proprietà e terre, casette o grandi ville, nella campagna circostan-
te. Questa una facile risposta, soddisfacente ma parziale, ad un
problema assillante. Alcuni coloni dovevano aver vissuto entro
le mura. I gruppi di case costruite sul lato costiero della città (la
Casa del Bracciale d’Oro e le circostanti) erano probabilmente
appartenenti ai più ricchi di loro, anche se non erano certo quelli
di rango più elevato. Queste erano costruite direttamente sopra
le mura della città, che avevano ormai perso la loro importan-
za strategica da quando Pompei faceva parte di un’Italia che si
supponeva pacificata sotto Roma. Erano strutturate a più piani,
costruite su un terreno che scendeva ripido verso il mare, con
un’area totale a volte non molto minore rispetto a quella della
Casa del Fauno. Magnifici saloni, con grandi finestre e terrazze, si
aprivano su quella che doveva essere una vista spettacolare sulla
spiaggia e sul mare. Purtroppo queste case non sono oggi sempre
visitabili. Con i loro molti livelli, i corridoi labirintici e le scale,
per non parlare delle vedute panoramiche (chi mai ha detto che i
romani non si curavano dell’aspetto paesaggistico?), offrono uno
straordinario contrasto rispetto all’immagine convenzionale di
una casa romana. Devono essere state gli esempi più significativi
della proprietà edilizia d’alto bordo in città.
In un certo qual modo, l’arrivo dei coloni accelerò il processo
di «romanizzazione» della città già in corso. Dopo tutto, il pro-

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prietario della Casa del Fauno, a meno che il mosaico fosse un
inserimento più tardo, aveva scelto di salutare i suoi ospiti con un
have latino fin dalla fine del II secolo a.C. Ed è possibile che gran
parte dell’edilizia pubblica del I secolo abbia preceduto l’arrivo
dei coloni piuttosto che essere frutto di una loro iniziativa (come
spesso si è ritenuto). La verità è che, a meno che non vi sia una
prova evidente in una iscrizione, è molto difficile datare con pre-
cisione questi edifici, a prima o dopo l’insediamento della colonia.
Il ragionamento che induce a supporre che molti di questi edifici
siano opera dei coloni è quasi un circolo vizioso, anche se non ne-
cessariamente errato (i coloni erano costruttori molto attivi; tutte
le costruzioni dell’inizio del I secolo a.C. sono perciò opera dei
coloni; ciò prova a sua volta che i coloni erano attivi costruttori).
Si discute ancora, per esempio, se il Tempio di Giove, Giunone
e Minerva, che domina la parte finale del Foro, sia una realizza-
zione dei coloni (un archeologo ha recentemente affermato che
l’unità di misura usata nella costruzione sia il «piede romano»,
suggerendo una costruzione romana) o se sia un tempio più anti-
co, dedicato al solo Giove, riadattato in seguito alla triade divina
caratteristicamente romana. Nella Pompei pre-romana vi fu un
notevole processo di «auto-romanizzazione», il che non sorpren-
de se si considera l’influenza crescente di Roma.
Tuttavia, per quanto vera, questa prospettiva tende a sottova-
lutare i conflitti che nei primi anni della colonizzazione esistevano
fra gli immigrati romani e gli abitanti osci. Era in parte uno scon-
tro culturale, non c’è dubbio; quanto alla tesi, sostenuta da alcu-
ni storici moderni, secondo la quale i raffinati pompeiani amanti
del teatro considerassero i rozzi amanti dei giochi circensi quasi
insopportabili, a me pare sia tanto ingiusta nei confronti dei vete-
rani quanto troppo lusinghiera nei confronti dei pompeiani. Più
probabilmente, i nuovi venuti sembrarono, almeno per un certo
periodo, aver assunto giorno dopo giorno il controllo politico del-
la città, fino all’esclusione dei vecchi residenti.
Tracce di questa esclusione sono rimaste sul sito. I nomi che
ci sono pervenuti dei cittadini eletti magistrati nei primi decenni
della colonia non includono alcun nome tradizionale di famiglia
osca, ma sono solidamente romani. E l’iscrizione commemorativa
dell’erezione del nuovo Anfiteatro afferma che Valgus e il bene-
fattore suo collega lo avevano donato «ai coloni». Naturalmente la

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frase includeva, in senso tecnico, tutti gli abitanti di quella che era
ora conosciuta come Colonia Cornelia Veneria Pompeiana; ma
per quanto possa apparire tecnicamente corretta, è difficile im-
maginare che questa formula avesse potuto significare l’inclusione
delle antiche famiglie della città. E infatti l’idea che in linguaggio
corrente «i coloni» e «i pompeiani» fossero trattati come gruppi
distinti e rivali in città è confermata in un’orazione di Cicerone
pronunciata a Roma nel 62 a.C.
Cicerone difendeva Publio Silla, il nipote del dittatore, dall’ac-
cusa di essere stato complice di Lucio Sergio Catilina, un aristo-
cratico pieno di debiti e rivoluzionario senza fortuna, che era
morto agli inizi dell’anno in un tentativo fallito di rovesciare il
governo romano. Venti anni prima, questo giovane Silla era stato
l’incaricato dell’insediamento della colonia a Pompei. A un cer-
to punto, in risposta all’accusa tutt’altro che infondata che Silla
avesse coinvolto i pompeiani nella congiura di Catilina, Cicerone
conduce i suoi ascoltatori romani nei meandri della politica locale
pompeiana. È una difesa tortuosa e un po’ sospetta, che mette
l’accento sulle dispute in corso tra i «coloni» e i «pompeiani».
Queste, afferma, sono ormai superate, grazie in parte (che lo si
creda o no) agli interventi di Silla in persona; ed entrambi i grup-
pi, operanti ancora separatamente, dobbiamo osservare, avevano
inviato delegazioni a Roma in soccorso di Silla. Ma su cosa ver-
tevano queste dispute? Cicerone parla vagamente di rimostranze
pompeiane sulle «elezioni» e sull’ambulatio, parola latina che sta
a significare di tutto, dal generico «passeggiare» al luogo dove si
cammina, per esempio «un portico».
È abbastanza facile capire su cosa si basassero le tesi circa i
«voti». Se accostiamo questo indizio all’assenza di nomi locali
dal numero dei primi magistrati della colonia, pare certo che il
nuovo sistema politico in qualche modo svantaggiasse gli antichi
abitanti. Alcuni studiosi moderni hanno perfino supposto che essi
fossero completamente esclusi dal voto, anche se altre forme di
svantaggi meno estreme sono possibili e più plausibili.
Un gran numero di ingenuità sono state snocciolate nel tentati-
vo di capire su cosa vertesse esattamente la disputa sull’ambulatio.
Per esempio, erano state forse poste restrizioni ai diritti di mo-
vimento dei pompeiani in città (ambulatio nel senso di «cammi-
nare»)? C’era forse un particolare portico cui era loro interdetto

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l’accesso, e si sentivano per questo offesi? Oppure Cicerone non
parlava di ambulatio ma (come un altro manoscritto dell’orazione
riporta) di ambitio, cioè avidità o corruzione – che può ricondurre
di nuovo il discorso al problema del sistema elettorale?
C’è indubbiamente qualcosa di misterioso, ma quale che sia la
soluzione che ci sembri la meno improbabile, una cosa è chiara:
per quanto le turbolenze siano state temporanee (i nomi di origine
osca riappariranno tra i magistrati nel giro di un ventennio), i pri-
mi anni della vita di Pompei come città pienamente romana non
furono certo felici per la popolazione preesistente.

Pompei nel mondo romano

Secondo un mito ben radicato, Pompei era un angolo insignifican-


te del mondo romano, famosa al massimo per la produzione del
garum (una salsa di pesce). Lodata di sfuggita da Plinio il Vecchio
(«... anche Pompei ha una buona reputazione per il suo garum») la
variante pompeiana di questa prelibatezza aveva certamente largo
spaccio, in tutta la Campania, a giudicare dalle caratteristiche an-
fore di terracotta che emergono tanto spesso dagli scavi. Ne sono
state trovate fino in Gallia. Tuttavia non è detto che la scoperta
isolata di un’anfora pompeiana provi necessariamente una larga
esportazione internazionale, quanto piuttosto una provvista culi-
naria, o magari un regalo, che qualche viaggiatore pompeiano si
sia portato dietro. Insieme alla salsa di pesce era celebre anche il
vino – notoriamente tagliato. Ne esistevano alcune qualità molto
apprezzate ma Plinio avverte che il vino locale poteva provocare
intontimento fino al giorno successivo.
È idea comune che la vita dei pompeiani andasse avanti sen-
za preoccupazioni mentre accadevano i grandi rivolgimenti della
storia di Roma: prima, quando la quasi libera repubblica romana
cadde nelle mani della dittatura e nelle crisi della guerra civile,
finché Augusto (31 a.C.-14 d.C.) istituì la figura dell’uomo unico
a capo dell’impero romano; poi, nel susseguirsi di un imperatore
all’altro, alcuni dei quali, come Augusto stesso o Vespasiano (che
arrivò al trono dopo l’ennesima crisi seguita ad una guerra civile,
nel 69 d.C.), si guadagnarono la reputazione di autocrati probi e
benefici, mentre altri, come Caligola (37-41 d.C.) o Nerone (54-68

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d.C.) furono criticati come despoti pazzi. Per lungo tempo il cen-
tro della vita politica restò molto lontano da Pompei, anche se il
caso volle che talvolta si avvicinasse anche troppo per i loro gusti.
Alla fine degli anni Settanta a.C., ad esempio, non molto tempo
dopo l’insediamento della colonia, gli schiavi ribelli sotto il coman-
do di Spartaco si accamparono temporaneamente nel cratere del
Vesuvio, a pochi chilometri a nord della città. Questo accidente
fu forse immortalato in un rozzo dipinto che fu scoperto in una
casa di Pompei, sotto strati di successive pitture decorative, e che
mostra una scena di combattimento che ritraeva un cavaliere con
l’etichetta «Spartax» in carattere osco. È un’ipotesi suggestiva,
ma più probabilmente la pittura mostra una qualche lotta tra
gladiatori.
Talvolta accadde anche che fosse Pompei a far sentire la pro-
pria presenza nella capitale o nella letteratura romana, o per qual-
che disastro naturale, o per i fatti che avvennero nel 59 d.C. In
quell’anno accadde che alcune gare di gladiatori degenerarono
in una violenta rissa tra gli abitanti locali e i «tifosi» della vicina
Nocera; i feriti e i familiari dei morti portarono le loro rimostran-
ze addirittura all’imperatore Nerone. Nell’insieme, comunque,
la vita quotidiana a Pompei scorreva in modo sonnolento, senza
lasciare grossi segni nella vita e nella letteratura di Roma né, vi-
ceversa, essere molto influenzata dalla geopolitica internazionale
e dalle macchinazioni dell’élite della capitale.
Infatti Cicerone poteva perfino ironizzare sulla pochezza dei
politici pompeiani locali. In un’occasione attaccò Giulio Cesare
per il modo in cui aveva trovato un posto al Senato per uno qual-
siasi dei suoi favoriti senza il consueto sistema di elezione. Pare
infatti abbia affermato che accedere al Senato era più difficile a
Pompei che a Roma. Acuti studiosi del governo locale a volte
hanno preso spunto da questa battuta per dedurne che la vita
politica della città fosse straordinariamente competitiva, più che
nella stessa Roma. Purtroppo a loro è sfuggita la pesante ironia.
L’intenzione di Cicerone va piuttosto nel senso del detto britan-
nico «È più facile entrare nella Camera dei Lords che diventare
sindaco di Tunbridge Wells»; in altre parole, è impresa più facile
persino della cosa più facile che possiate immaginare.
Gli archeologi hanno valutato in due modi la scarsa importan-
za di Pompei. Molti, pubblicamente o in privato, hanno lamentato

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il fatto che ad essersi conservata ad un tale livello di dettaglio sia sta-
ta proprio una città del mondo romano così lontana dalla vita, dalla
storia e dalla politica di Roma. Altri, al contrario, hanno esaltato il
fatto che la città fosse così poco importante, scorgendo in ciò il va-
lore aggiunto di poter cogliere la testimonianza dei comuni abitanti
del mondo antico, generalmente trascurati dalla storia, senza alcu-
no spunto per un ingannevole esibizionismo di tipo hollywoodiano.
Tuttavia Pompei non era affatto quella palude dimenticata co-
me la si rappresenta di solito. Certo non era Roma; e, a sentire Cice-
rone, difficilmente la sua vita politica (come vedremo nel Capitolo
VI) può aver eguagliato i livelli di competitività della capitale. Era,
in più di un aspetto, un luogo molto normale. Ma era caratteristi-
co dei luoghi normali, nell’Italia romana, il fatto di essere legati a
doppio filo con Roma stessa, il più delle volte a causa di protezioni
clientelari e appoggi da parte delle più alte sfere della élite romana.
Sappiamo, per esempio, da una iscrizione che un tempo ornava la
sua statua nella città, che Marcello, nipote favorito e futuro ere-
de dell’imperatore Augusto, a un certo momento rivestì la carica
semi-ufficiale di «protettore» di Pompei. Le vicende delle comu-
nità come questa erano strettamente legate a quelle di Roma. Esse
fornivano la scena sulla quale venivano replicati i drammi politici
della capitale. I loro successi, problemi e crisi potevano far sentire
la loro influenza ben oltre i loro territori, fino a ripercuotersi nella
stessa capitale. Nel gergo politico dei giorni nostri si potrebbe de-
finire l’Italia romana come una comunità «integrata».
Pompei si trovava esattamente 240 chilometri a sud di Roma,
collegata da buone strade. Un dispaccio urgente, ammesso che vi
fosse un efficiente servizio di staffette, sarebbe giunto a Pompei
dalla capitale in un giorno. Per un viaggio normale ci sarebbe-
ro voluti tre giorni, una settimana a piccole tappe. Non solo per
questo, a quell’epoca, Pompei era facilmente accessibile dalla ca-
pitale. L’élite romana e la sua cerchia avevano buoni motivi per
fare questo viaggio. Il golfo di Napoli era infatti, allora come (in
parte) ancora oggi, un rinomato luogo di relax, di vacanza e spesso
di soggiorno in lussuose «seconde case» situate nella campagna
rigogliosa o, soprattutto, in vista del mare (Ill. 15). La città di Baia,
dall’altra parte del golfo rispetto a Pompei, fin dal I secolo a.C. era
sinonimo di località esclusiva, di raffinati piaceri per l’alta società
– più o meno l’equivalente per l’antichità di St. Tropez. Abbiamo

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15. La Casa di Fabius Rufus godeva di una bellissima vista sul mare. È situata
al margine occidentale della città, sopra le vecchie mura, e fu progettata con
larghe finestre e terrazze per goderne la vista.

già visto il giovane Cicerone nelle vesti di recluta alle prime armi
durante l’assedio di Pompei nel corso della Guerra Sociale. Ven-
ticinque anni dopo acquisterà – spendendo peraltro più di quanto
potesse permettersi – una residenza di campagna «nell’area di
Pompei», che gli serviva da rifugio dalla vita di Roma e, mentre
esitava a schierarsi nella guerra civile tra Giulio Cesare e Pompeo
Magno nel 49 a.C., come luogo strategico da cui progettare una
fuga via mare. Alcuni eruditi del XVIII secolo avevano creduto di
identificare con esattezza l’edificio in una ricca proprietà scoperta
appena fuori dalla Porta di Ercolano (e in seguito reinterrata) (Ta-
vola 1). Ma la loro identificazione, basata sulla minuziosa analisi
dei riferimenti di Cicerone al proprio «Pompeianum» combinata
con una notevole dose di volenterose ipotesi è, purtroppo, quasi
certamente errata.
Allo stesso modo, i loro successori del XX secolo si sono en-
tusiasmati per l’attribuzione ad un’altra grande personalità di una
proprietà nell’area limitrofa alla città: si tratta questa volta di Pop-

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pea, seconda moglie di Nerone, la celebre bellezza per cui l’impe-
ratore uccise sua madre e la sua prima moglie, Ottavia, e che alla
fine morì lei stessa per mano del marito, ma inavvertitamente (le
dette un calcio sul ventre mentre era incinta, senza l’intenzione di
ucciderla). Come per Cicerone, abbiamo certe che essa avesse una
proprietà sul luogo. In questo caso alcuni documenti legali, sco-
perti nella vicina città di Ercolano, registrano «l’imperatrice Pop-
pea» come proprietaria di alcune opere in muratura e ceramica
nell’«area di Pompei». Anche la sua famiglia potrebbe essere ori-
ginaria di Pompei, ed è stato anche ipotizzato che potessero essere
stati i proprietari della grande Casa del Menandro. Benché non vi
sia alcun diretto riferimento nelle antiche dispute sulla (pessima)
reputazione e sulle origini di Poppea, le prove fornite dalle opere
in muratura, combinate a quelle che attestano la presenza in città
di una famiglia di «Poppaei», rendono molto probabile la sua
origine pompeiana.
Questo sarebbe già abbastanza per sottolineare i forti legami
tra quest’area e l’élite romana, ma la tentazione di ritrovare i resti
della residenza locale di Poppea è risultata troppo forte perfino per
gli ostinati archeologi moderni. La prima candidata è stata la vasta
villa che si trova a Oplontis (la moderna Torre Annunziata, a circa
otto chilometri da Pompei). Forse le apparteneva, poiché è una
proprietà molto grande, di dimensioni imperiali. Ma, a dispetto del
fatto che viene puntualmente chiamata la «Villa di Poppea», come
se fosse un dato certo, le prove sono estremamente esili, andando
poco oltre a un paio di ambigui graffiti che non hanno necessaria-
mente un nesso con Poppea o Nerone. Consideriamo per esempio
il nome «Beryllos» scalfito su un muro della villa. Potrebbe trattarsi,
ma altrettanto facilmente non trattarsi, del Beryllos che si trova cita-
to nella storia di Giuseppe Ebreo come uno degli schiavi di Nerone.
Ma Beryllos era un nome greco molto comune.
Connessioni di diverso genere tra Pompei e Roma possono
essere rintracciate anche nel racconto di quella che è, per noi, la
seconda menzione di Pompei in ordine di importanza (subito do-
po l’eruzione stessa) nella storia di Roma: la rivolta nell’Anfiteatro
nel 59, descritta dallo storico romano Tacito:

All’incirca a quel tempo i futili motivi di una disputa insorta tra


gli abitanti di due colonie romane, Nuceria e Pompei, provocarono

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un orrendo massacro. Livineius Regulus, che ho già citato per esser
stato espulso dal Senato, organizzò uno spettacolo di gladiatori. Dallo
scambio di reciproci sberleffi, consueti nelle piccole comunità, si passò
alle ingiurie, poi alle sassate, infine si pose mano alle spade. Ebbero
la meglio gli abitanti di Pompei, dove si era svolta la festa. Alcuni
nuceriani furono riportati a casa con gravi ferite e mutilazioni, e non
pochi piansero la morte di un figlio o di un padre. L’imperatore affidò
al Senato l’inchiesta sull’accaduto, e il Senato la trasmise ai consoli.
Quando la questione ritornò al Senato, ai pompeiani fu posto il divieto
di organizzare altri spettacoli simili per dieci anni, e le loro associazioni
illegali furono messe fuori legge. Livineius e gli altri promotori della
sedizione furono puniti con l’esilio (Ann., VI, 17).

Fra coloro che erano stati esiliati con Livineius c’erano i duo-
viri in carica allora a Pompei; o almeno questa è la deduzione che
possiamo trarre dal fatto che per quell’anno ci sono noti i nomi di
due coppie di magistrati.
Questa storia rimane ancor più memorabile perché in città è
rimasta una pittura in cui per qualche motivo – forse per qualche
sciovinistica mancanza di pentimento? – l’artista ha deciso (o eb-
be l’incarico) di illustrare il noto evento (Ill. 16). Ciò che a prima
vista appare come una lotta di gladiatori nell’arena, ritrae presu-
mibilmente la rissa tra pompeiani e nuceriani, che combattono
anche all’esterno intorno all’edificio.
L’ossessione moderna, come pure romana, per la cultura gla-
diatoria, ha fatto sì che questo scontro occupasse il centro della
scena. Ma nel racconto di Tacito vi è ben più che un vivido schizzo
di una scena gladiatoria andata male. Egli nota, ad esempio, che
la rappresentazione pompeiana di cui si parla era offerta da un
senatore di Roma caduto in disgrazia, che era stato espulso dal
Senato alcuni anni prima (è un peccato che il brano della narra-
zione in cui Tacito parla di questo «prima» non ci sia pervenuto).
È comunque difficile resistere all’ipotesi che un uomo ricco, perso
ogni privilegio a Roma, considerasse Pompei come un luogo in
cui poteva ancora fare la figura di benefattore e notabile. Di più,
è difficile non chiederci se ci fosse un qualche nesso fra l’opaco e
forse malfamato sponsor della rappresentazione e la violenza che
ne sprizzò. Tacito allude anche qui ai modi in cui le comunità
locali potevano patrocinare gli interessi dei loro problemi a Roma.
Poiché è chiaro che i nuceriani (ma in altre circostanze avrebbero

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16. Questo dipinto mostra la rivolta in pieno svolgimento avvenuta nell’Anfi-
teatro nel 59 d.C. L’Anfiteatro a sinistra è accuratamente dipinto, con le sue
gradinate esterne, i tendaggi sopra l’Arena e una varietà di bancarelle sistemate
all’esterno. A destra gli scontri si estendono alla vicina palaestra.

potuto essere i pompeiani) avrebbero sfruttato la possibilità di


recarsi nella capitale per indurre l’imperatore stesso ad informarsi
e a dar corso a un suo intervento. In che modo lo incontrarono
(se ciò avvenne) non ci è dato saperlo. Ma è in questo genere di
questioni che il «patrono» di una città (come era Marcello per
Pompei) interveniva, sia nel combinare per i suoi «clienti» un’u-
dienza con l’imperatore o con uno dei suoi funzionari, sia più
probabilmente assumendo su di sé la responsabilità del caso per
loro conto. Di solito le questioni locali italiane venivano tenute in
seria considerazione a Roma; il palazzo imperiale era, almeno in
linea di principio, sempre aperto alle loro delegazioni.

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Questo genere di delegazione a Roma potrebbe essere stato il
presupposto per il successivo intervento di un imperatore negli
affari pompeiani. È stata ritrovata una serie di iscrizioni subito
fuori dalle porte della città, che registrano l’operato di un agente
di Vespasiano, un ufficiale dell’esercito di nome Titus Suedius
Clemens, che «svolse un’inchiesta su alcuni terreni demaniali di
cui si erano impadroniti soggetti privati, esercitò le sue funzioni
di controllo e li restituì alla città di Pompei». Presupposto di un
simile intervento è un motivo di controversia diffuso nel mondo
romano: un territorio statale occupato illegalmente da privati, con
relativi interventi statali (da parte di Roma o della comunità loca-
le) per tornarne in possesso. In questo caso alcuni storici hanno
ipotizzato un intervento spontaneo da parte del nuovo imperatore
Vespasiano, che sembra aver fatto piazza pulita in tutto ciò che ri-
guardava il problema delle finanze imperiali. È più probabile che
sia stato il municipio di Pompei ad interpellare l’imperatore, co-
me avevano già fatto i nuceriani, chiedendo il suo intervento per
il recupero della proprietà statale, e che il suddetto Clemens sia
stato incaricato della cosa dall’imperatore. Militare professionista
di lungo corso, aveva avuto un ruolo piuttosto inglorioso nelle
guerre civili che si erano concluse durante il regno di Vespasiano,
descritto da Tacito come un tipo dal grilletto facile, pronto a mer-
canteggiare opportunamente sulla disciplina militare allo scopo di
acquistare popolarità presso i suoi uomini. Se si fosse ravveduto
al momento in cui arrivò a Pompei per risolvere le dispute terri-
toriali, è cosa che possiamo solo sperare. Ma certamente interferì
(su richiesta o no) in modo assai più esteso negli affari della città.
Ci sono pervenute parecchie iscrizioni in cui egli figura come il
sostenitore di un candidato per le imminenti elezioni: «Si invita a
eleggere Marcus Epidius Sabinus come duumvir con poteri giu-
diziari, sostenuto da Suedius Clemens». Non sappiamo neppure
per quanto tempo sia stato attivo in città, ma sembra sia scampato
all’eruzione. Nel novembre del 79 d.C. lo troviamo a incidere il
suo nome sulla cosiddetta «statua di Memnone che canta» (in
realtà la colossale statua di un faraone che al crepuscolo produ-
ceva uno strano suono), come viaggiatore romano alla ricerca di
attrazioni turistiche nel profondo Egitto.
Il fatto è che Pompei viveva soprattutto all’ombra della città di
Roma e la vita e le pratiche di questa piccola città erano immerse

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17. Qual è il legame tra Pompei e l’assassinio di Giulio Cesare nel 44 a.C.? Il
nome di uno degli assassini di Cesare è iscritto su questa pietra di sostegno di
un tavolo, trovata in una piccola casa in città. La spiegazione più probabile è
che finì a Pompei quando i beni delle fazioni colpevoli vennero messi all’asta
a Roma.

profondamente nella storia, nella letteratura, nella cultura e nella


popolazione di Roma, talvolta in modi sorprendenti. Se parte del
bottino di Mummius, proveniente dal saccheggio di Corinto, an-
dò a finire in città, lo stesso accadde per almeno una parte delle
proprietà di uno degli uccisori di Giulio Cesare. Nel giardino di
una piccola casa è stata infatti scoperta una magnifica base da ta-
volo di marmo, scolpito in forma di testa di leone, la cui iscrizione
indica come fosse di proprietà di Publius Casca Longus (Ill. 17).
Questo è quasi certamente l’uomo che trafisse per primo con la
sua daga il dittatore, e potrebbe darsi che la casa sia appartenuta
ad uno dei suoi discendenti. Ma è ancora più probabile (soprat-
tutto in considerazione delle dimensioni ridotte della casa) che
non si trattasse di una proprietà avita, ma di parte del patrimonio
di Longus, messa all’asta dal futuro imperatore Augusto, che era
pronipote di Cesare, figlio adottivo ed erede dopo l’uccisione.
Quale che sia stato il modo in cui arrivò a Pompei, presumibil-
mente fu un curioso argomento di conversazione erudita per i
visitatori della casa, come già era stato per la colonna etrusca.
Più in generale, la gente veniva a Pompei per affari o diverti-
mento. Un gruppo di quattro pietre tombali che commemoravano
soldati della guardia pretoriana sono state recentemente trovate
nei cimiteri di Pompei, aggiungendosi così alla mezza dozzina di

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pretoriani noti per le «firme» incise sulle mura. Alcuni avevano
gradi di relativa anzianità; uno dei defunti era una giovane recluta
che all’età di vent’anni era in servizio da appena due anni. Possia-
mo soltanto immaginare cosa ci facessero a Pompei – forse, come
Clemens, in missione per conto dell’imperatore, o forse in conge-
do dal servizio di guardia dei componenti della famiglia imperiale
che vivevano nella zona, forse anche come scorta dell’imperatore
in visita ufficiale a Pompei.
Molte energie sono state spese da parte degli studiosi nella
ricostruzione dei dettagli di una ipotetica visita di Nerone e Pop-
pea nel 64 d.C. subito dopo il grande terremoto, nel periodo in
cui sappiamo che Nerone aveva recitato sulle scene a Napoli. È
certamente possibile che la coppia imperiale si sia realmente re-
cata in visita a Pompei ma la prova di ciò è senza dubbio molto
meno sicura di come di solito si afferma. L’indizio più solido è
rappresentato da una coppia di graffiti scarabocchiati all’interno
di una delle grandi case della città. Non facilmente decifrabili o
interpretabili, potrebbero riferirsi a offerte di gioielli e d’oro of-
ferti a Venere dalla coppia imperiale, e forse una visita al Tempio
di Venere da parte di «Cesare» (ossia Nerone) – anche se, sfortu-
natamente per questa interpretazione, il Tempio di Venere, se lo
abbiamo identificato correttamente, era in rovina a quel tempo.
Ciononostante questa è ancora una prova efficace dei legami di
Nerone con Pompei, rispetto alle pitture recentemente ritrovate
a Moregine, appena fuori Pompei, in un edificio che aveva una
serie di sale da pranzo elaborate. Partendo dalla considerazione
secondo cui una di queste pitture murarie raffigurante Apollo
presenterebbe una netta somiglianza con l’imperatore (Tavola 3),
gli archeologi hanno affermato che si trattava del luogo dove Ne-
rone si esibiva in spettacoli, oppure della residenza temporanea
dell’imperatore quando si recava in visita alla città. Una fantasia
degna dei più immaginosi antiquari del XVIII secolo.
Un altro graffito ci dimostra quanto dobbiamo essere cauti
nell’interpretazione di questo tipo di ritrovamenti. Vi leggiamo in
latino: «Cucuta a rationibus Neronis». Il significato di a rationibus
è grosso modo l’equivalente italiano di segretario o contabile. Si
tratterebbe dunque semplicemente della firma di «Cucuta conta-
bile di Nerone», che potrebbe aver scritto il suo nome sul muro
mentre accompagnava il suo padrone in visita a Pompei. Ma que-

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sta interpretazione ne fraintende il senso scherzoso: difatti cucuta
(o più correttamente cicuta) ha in latino il significato di «veleno».
Con maggiore probabilità si tratta allora di una battuta satirica
alle spese di Nerone piuttosto che l’autografo di un uomo dal no-
me un po’ strano. «Veleno è il contabile di Nerone» appare come
un’allusione scherzosa alle accuse secondo cui Nerone, quando
si trovava in difficoltà finanziarie, mandava a morte la gente per
metter le mani sul loro patrimonio. Qualcuno a Pompei era ag-
giornato sui pettegolezzi dei salotti imperiali.
Ma l’aspetto più evidente delle connessioni fra Roma e Pom-
pei, per un visitatore del 79 d.C., sarebbe stata la maniera in cui
la struttura della città, degli edifici e dei monumenti, replicava e
rifletteva le caratteristiche o addirittura la stessa architettura della
capitale. Si andava dall’allineamento degli edifici nel Foro, con il
suo tempio di Giove, Giunone e Minerva da un lato come sim-
bolo di «Romanità», fino a una coppia di edifici sacri dedicati al
culto religioso degli imperatori, nella consapevole imitazione dei
più famosi monumenti romani. All’esterno di uno dei più grandi
edifici del Foro, l’Edificio di Eumachia (chiamato così dal nome
della donna che finanziò la sua costruzione nei primi anni del I
secolo d.C.) sono visibili due «citazioni» particolarmente evidenti
della capitale. La funzione di questa vasta struttura rimane con-
troversa (alcuni suggeriscono una corporazione di operai tessili o,
recentemente, un mercato di schiavi) ma sulla sua facciata, sotto
il portico che segue la linea del Foro, furono poste sul muro due
grandi iscrizioni, sotto delle nicchie che un tempo dovevano aver
ospitato delle statue: un’iscrizione dà il resoconto dettagliato, sep-
pur leggendario, delle imprese di Enea (l’eroe del poema virgilia-
no che sfuggì alla caduta di Troia, per fondare la città di Roma
come una rinata Troia). L’altra spiegava le gesta di Romolo, altro
leggendario fondatore di Roma. Ambedue i testi derivavano da
iscrizioni simili che inneggiavano alle imprese di centinaia di eroi
romani, inclusi Enea e Romolo, che una volta stavano nel Foro di
Augusto a Roma, come monumento rappresentativo del primo
imperatore. Un visitatore giunto dalla capitale si sarebbe sentito
a casa propria.
Lo stesso visitatore a Pompei avrebbe ritrovato però un po’
meno corrispondenze in un altro monumento altrettanto famoso.
Lungo la strada principale, che ora si chiama Via dell’Abbondan-

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18. Sulla facciata di
una folleria di Pompei
vi erano i dipinti di due
fondatori di Roma. Qui
Romolo porta sulla spalla
l’armatura del suo nemico
sconfitto. L’immagine è
abbinata ad un’altra in
cui è dipinto Enea che
porta suo padre fuori da
Troia. Entrambi i dipinti
erano basati su sculture
che stavano nel Foro
pompeiano, a loro volta
basate su sculture della
città di Roma.

za, si trovano due sorprendenti pitture che decorano la facciata di


una bottega di follatura (un laboratorio di abbigliamento, con la-
vanderia annessa). Una di queste ritrae Romolo che porta un tro-
feo di vittoria (Ill. 18), l’altra Enea che porta sulle spalle il vecchio
padre sfuggendo dalla città di Troia in fiamme. Un bello spirito
di Pompei non solo riconobbe la scena come quella descritta da
Virgilio, ma parodiando i primi versi dell’Eneide («L’armi canto
e ’l valor del grand’eroe...»), scarabocchiò sotto: «Non canto le
armi e il valor del grande eroße, ma dei follatori...». Ma queste
pitture devono essere state riconoscibili in un senso ancor più
specifico. A giudicare dalle descrizioni che ci sono pervenute del-
la decorazione del Foro di Augusto a Roma, infatti, le immagini
della facciata del negozio di follatura si basavano su due famosi
gruppi statuari – uno di Enea e l’altro di Romolo – che si ergeva-
no orgogliosamente sul luogo. Non v’è motivo di supporre che il
pittore le abbia copiate direttamente dallo stesso Foro di Roma.
L’ipotesi migliore è che si sia basato sulle statue che dovevano
essere collocate sopra le iscrizioni all’esterno dell’Edificio di Eu-
machia – presumibilmente Enea e Romolo, che con ogni proba-
bilità (così come le iscrizioni) erano esse stesse copie dei famosi
modelli romani.

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Qui la piccola città di Pompei riderà per ultima: le statue ori-
ginali del Foro di Augusto sono anch’esse andate perdute. Queste
pitture, copie di copie a decorazione del muro di un negozio in
una piccola città, sono adesso la prova più evidente della commit-
tenza imperiale e dello schema decorativo di Roma stessa. È un
buon esempio dei complessi e inestricabili rapporti che legano,
anche ora, Roma e Pompei.

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Capitolo secondo
Vita di strada

Sotto i nostri passi

Tutti i visitatori di Pompei dei nostri giorni ne ricordano le strade:


la loro lustra superficie, composta da grandi blocchi interconnessi
di nera roccia vulcanica; i profondi solchi scavati da anni di pas-
saggio di carri (altrettanto rischiosi per le caviglie del XXI secolo
quanto dovevano indubbiamente esserlo anche per quelle del I
secolo); i marciapiedi alti, talvolta anche a un metro dal livello
stradale; e le pietre di passaggio disposte con cura per permettere
ai pedoni di attraversare la strada senza inciampare e cadere, ma
anche separate le une dalle altre in modo tale da lasciar passare
negli interstizi le ruote dei carri.
Lo scenario delle strade di Pompei è reso tanto memorabile
proprio dal loro senso d’immediatezza. I solchi sono quasi l’equi-
valente antico di un’impronta di scarpa, il marchio indelebile dei
movimenti dell’uomo e del passaggio dei carri il cui traffico quo-
tidiano scorreva lungo queste stesse strade. E quando saltiamo sui
blocchi di pietra, da marciapiede a marciapiede, parte del diver-
timento consiste nel sapere che stiamo calcando proprio lo stesso
selciato battuto da migliaia di pedoni romani prima di noi. O, al-
meno, è parte del divertimento per la maggior parte dei visitatori
comuni. Quando Papa Pio IX fece la sua visita pastorale al sito nel
1849, si pensò bene di «evitare a Sua Santità una lunga camminata
fra le rovine», rimuovendo un certo numero di pietre di passag-
gio per lasciar passare la sua carrozza, che aveva ovviamente uno
scartamento di ruote diverso da quello dei carri antichi. Alcune di
queste pietre non sono mai state rimesse a posto.
In questo capitolo daremo uno sguardo più da vicino alle strade
e ai marciapiedi dell’antica città. Come spesso accade a Pompei, le
minime tracce conservate sotto i nostri piedi, trascurate di solito

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19. Una tipica scena a Pompei. La strada conduce alla Porta Vesuviana e al
castellum aquae («serbatoio dell’acqua»), appena visibile sullo sfondo, insieme
alla regolare serie di pietre di passaggio per attraversare la strada tra gli alti
marciapiedi.

dalla maggior parte di coloro che oggi si aggirano per la città, pos-
sono servire a rivelare ogni genere di enigmatici e inattesi aspetti
della vita romana: uno scenario che ci è tanto familiare quanto, ad
un tempo, profondamente estraneo. Possiamo scoprire aree pedo-
nali, strade a senso unico, a traffico limitato, lavori stradali, zone di
sosta o raccolta di rifiuti; e un attento lavoro investigativo ci darà
notizie dell’impresa privata incaricata della manutenzione della cit-
tà e delle sue strade principali. Potremo anche scoprire ogni sorta
di eventi sorprendenti che accadevano nelle strade e nelle piazze di
Pompei (compresa una punizione corporale molto spiacevole im-
posta a uno sventurato scolaro), per non parlare della sconcertante
presenza d’acqua dovunque si vada. Perché Pompei era più simile
a Venezia di quel che molti di noi possono pensare.
La prova migliore ci viene dagli elementi che costituiscono la
struttura della città: le antiche colonnette per il traffico, i segni
lasciati da generazioni di carri che scalfivano i bordi dei marcia-
piedi o da generazioni di mani che toccavano le fontane stradali.
Ma possiamo anche fare affidamento su una straordinaria serie di

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pitture che offrono un quadro della vita di strada sotto il colon-
nato del Foro pompeiano.

A che cosa servivano le strade?

La prima domanda che spesso dimentichiamo di rivolgere a noi


stessi quando saltiamo di gradino in gradino sui selciati è: per-
ché i marciapiedi della città erano così alti? A questa domanda
si può rispondere in due modi. Ambedue aprono ai nostri occhi
una visione dei tempi antichi assai diversa dalle condizioni delle
strade pompeiane odierne, regolarmente pulite, nette e ordinate,
insudiciate soltanto da qualche bottiglietta d’acqua gettata via per
caso o da una pianta della città smarrita.
La prima risposta è la sporcizia. Gli storici sono assai divisi su
quanto sporche dobbiamo immaginare fossero in media le città
romane, soprattutto perché, come sempre, la prova che troviamo
negli scritti degli antichi è a doppio taglio. Da un lato troviamo
le lamentele di Giovenale, il poeta satirico romano che dell’indi-
gnazione fece la sua professione e rovesciò la sua bile, fra l’altro,
contro la condizione delle strade della stessa capitale. Egli ci offre
una brillante invettiva circa i pericoli di una passeggiata notturna,
fra le case a più piani da entrambi i lati della strada:

C’erano anche vari altri pericoli notturni da considerare:


I comignoli delle case sono assai in alto
e la caduta di una tegola potrebbe spaccarti la testa.
Bada a quei vasi pieni di crepe e fessure
che gettano giù dalle finestre: il modo in cui cadono, il loro peso
i danni che producono sul marciapiede. Un incosciente sei,
uno che non considera l’imprevedibilità degli eventi,
se vai fuori a cena senza aver fatto testamento:
in ogni finestra aperta, dove di notte si spiano i tuoi passi, sta in
[agguato la morte.
Augurati dunque e in te coltiva
la flebile speranza che le donne si accontentino
di rovesciarti addosso il contenuto dei catini.

Un po’ meno gustoso è l’episodio raccontato dal biografo Sve-


tonio riguardo un incidente occorso nei primi anni di carriera

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all’imperatore Vespasiano, che morì proprio pochi mesi prima
dell’eruzione del Vesuvio. Vespasiano, si racconta, un giorno se
ne stava seduto a far colazione, quando un cane randagio entrò
in casa di corsa e lasciò cadere sotto la tavola apparecchiata una
mano umana che aveva raccolto all’incrocio della strada vicina.
Questo, secondo Svetonio, non era un indizio della condizione in
cui si trovava il vicinato, ma un cattivo presagio della grandezza
futura di Vespasiano (perché la parola manus in latino ha anche il
significato di «potere»).
Ma per coloro che ritengono inaccettabile l’immonda immagi-
ne delle strade romane gremite di cani randagi, di escrementi che
schizzano fuori da vasi da notte in volo, e di membra umane miste
a detriti, c’è anche un’altra prova, in conflitto con la precedente,
che può giovare al loro caso. Poche righe dopo il suo racconto
della mano umana, Svetonio riferisce un altro incidente accadu-
to a Vespasiano in gioventù. Aveva compiuto trent’anni ed era
stato appena nominato magistrato aedilis, cioè responsabile del
decoro urbano per la città di Roma, dagli edifici pubblici ai tem-
pli, dai bordelli alle strade. L’aneddoto riferisce che Vespasiano
aveva trascurato in modo deplorevole la pulizia delle strade, e
l’imperatore Caligola volle infliggergli una punizione appropriata:
presentarsi in pubblico ricoperto di fango, vestito con la sua toga
ufficiale. Svetonio, poco verosimilmente, vede anche in questo un
altro auspicio. Ma presagio di potere o no, questo episodio pone
l’accento sul fatto che le più alte autorità dello stato curavano
molto la pulizia delle strade.
Possiamo anche accennare a certi sporadici tentativi di inge-
gnose improvvisazioni per risolvere l’ingrato compito dello smal-
timento dei rifiuti da parte delle comunità locali. Circa tre secoli
dopo la distruzione di Pompei, si ha notizia di un ingegnoso siste-
ma in uso ad Antiochia (in Siria) secondo il quale i contadini, che
dovevano portare i loro prodotti in città per venderli al mercato,
sulla via del ritorno fossero obbligati a trasportare fuori della città,
sui loro animali, i calcinacci delle costruzioni. La cosa non funzio-
nò. I contadini si opposero a questa imposizione e le loro proteste
raggiunsero l’imperatore.
Non ci è dato sapere in quale punto tra questi due estremi,
pulizia e sporcizia, si collocasse la condizione delle strade di Pom-
pei. Nessun archeologo ha mai esaminato sistematicamente il ma-

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teriale che si trovava sulla superficie delle strade quando furono
sommerse dalla pomice. Pur presumendo che i magistrati edili di
Pompei fossero investiti delle stesse funzioni di quelli di Roma,
non possiamo sapere se l’igiene stradale fosse per loro una priori-
tà, e neppure se avessero la volontà, oltre che le risorse finanziarie
necessarie, per tenere pulita la città. Vi sono motivi di credere, co-
me vedremo, che i proprietari delle case si prendessero cura della
pulizia del marciapiede antistante alla loro abitazione. Ma la mia
opinione è che le strade di Pompei fossero molto più disordinate
di come le asettiche ricostruzioni moderne tendono a suggerire.
Quella pompeiana non era infatti una comunità provvista di un
regolare servizio municipale di raccolta dei rifiuti. Pur presumen-
do che non venisse scaricata nelle strade una quantità enorme di
spazzatura domestica o commerciale (ma probabilmente in parte
questo accadeva), i cavalli, gli asini e i muli, che erano il principale
mezzo di trasporto, lasciavano cadere una gran quantità di sterco.
Ed è difficile pensare che tutti quei cittadini che vivevano in una
monocamera sopra il loro negozio, spesso priva di adeguati servizi
igienici, non trovassero più comodo semplicemente urinare per
strada. Una certa quantità di feci e urine umane prodotte in città
(6.500.000 chili all’anno per stima approssimativa) finiva con ogni
probabilità nella pubblica via. Si trattava di un problema, se lo
si trova segnalato talvolta con avvisi stradali: «Cacca – stai certo
che la pesti se passi da qui». A scendere sulla carreggiata strada-
le si rischiava ben più che la distorsione di una caviglia; era più
probabile che capitasse di calpestare una fetida mistura di sterco
animale (ogni cavallo ne produceva fino a 10 chili al giorno), ver-
dure marce ed escrementi umani che, per completare il quadro,
ricopriva certamente a strati la pubblica via.
Comunque, la presenza di rifiuti urbani non giustifica da so-
la l’altezza dei marciapiedi. Se così fosse, ci troveremmo di fronte
all’improbabile conclusione che i cittadini della vicina Ercolano
(dove non troviamo pietre di passaggio o marciapiedi particolar-
mente alti) erano più puliti e ordinati dei loro vicini di Pompei.
In effetti, chiunque abbia visitato la città durante un temporale, si
sarà reso conto del motivo primario dell’assetto viario di Pompei:
si tratta dell’acqua. Durante i rovesci di pioggia le strade diventano
torrenti. La città è infatti costruita su un terreno scosceso che scen-
de piuttosto ripido da nord-ovest verso sud-est (la Porta di Stabia

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è 35 metri più in basso della Porta Vesuvio); e a differenza di Erco-
lano ha uno scarso drenaggio sotterraneo. La funzione delle strade
era quella di raccogliere l’acqua piovana e di canalizzarla fuori città
attraverso le mura, o verso alcuni canali interni disposti soprattutto
intorno al Foro. Anche quando non pioveva, l’acqua – che all’in-
circa negli ultimi 100 anni di esistenza della città era fornita dall’ac-
quedotto – invadeva le strade sgorgando dalle fontane pubbliche
perenni, come pure dagli scarichi delle terme e delle case.
In altre parole, le strade avevano la doppia funzione di canali
idraulici e collettori di rifiuti. Un punto a favore di tale sistema è
che gli acquazzoni, e i torrenti d’acqua che questi provocavano,
dovevano contribuire di tanto in tanto a spazzar via tutta l’im-
mondizia in putrefazione.

Viali e vicoli
La maggior parte degli antichi pompeiani, come la maggior parte
dei visitatori moderni, dovevano trascorrere molto tempo per le
strade della loro città. Non era semplicemente una conseguenza
del clima mite o del rilassato stile di vita mediterraneo. Molti degli
abitanti dell’antica Pompei non avevano altra scelta che la vita fuo-
ri casa. Non avevano nessun altro posto dove andare. È pur vero
che le famiglie straricche potevano usufruire di una gran quantità
di spazio nelle loro vaste case e nei loro palazzi: tranquille stanze
di soggiorno, giardini ombrosi, fastose sale da pranzo, persino ba-
gni privati. Altri, che non appartenevano a questa classe, vivevano
abbastanza comodamente in case di una mezza dozzina di stan-
ze. Scendendo più in basso nella scala del benessere, molti degli
abitanti della città vivevano in una piccola stanzetta sovrastante il
loro negozio, bottega o laboratorio, privo di rete idrica e spesso
senza la possibilità di scaldarsi o di cucinare, con l’eccezione for-
se di un piccolo braciere (che poteva presentare anche un serio
rischio d’incendio). Già piuttosto piccola per un singolo abitante,
questo genere di abitazione era per una famiglia di tre o quattro
persone poco più che un angusto dormitorio. Per quasi tutte le
loro necessità essenziali, gli inquilini dovevano uscire all’esterno:
per attingere l’acqua alle fontane; per i pasti – a parte pane, frutta
e formaggio, e qualche semplice zuppa che si poteva cucinare
sul braciere – dovevano recarsi nelle numerose taverne e bettole

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20. L’ubiquità del fallo.
Qui un fallo è scolpito nella
pavimentazione della strada.
Indicava veramente, come
qualcuno afferma, il lupanare
più vicino?

aperte direttamente sulle strade (Tavola 4). Pompei presenta un


contrasto sorprendente rispetto alle nostre comuni usanze sociali.
Ai nostri giorni sono i ricchi che frequentano i ristoranti, mentre
i poveri si preparano il desinare a casa per economia. A Pompei i
poveri mangiavano fuori casa.
Le strade di Pompei avevano, come potete immaginare, varie
forme e dimensioni. Alcuni vicoli interni non erano neppure la-
stricati, ma erano soltanto sporchi anditi o sgradevoli viuzze fra
i blocchi di case; e andando più indietro nella storia della città,
molte altre strade erano piste fangose o polverose anziché strade
maestre ben definite e accuratamente disegnate. Alcune vie, spe-
cialmente le strade principali che attraversavano la città, erano re-
lativamente larghe, altre non davano spazio neppure al passaggio
di un carro. Comunque, dal nostro punto di vista attuale, tutte le
strade erano strette, per la maggior parte larghe meno di tre metri.
A giudicare dalla misura del carro trovato nella Casa del Menan-
dro, o più precisamente dalle finiture in ferro e dalle guarnizioni
delle ruote che sono state ritrovate e poste a confronto con le im-
pronte del legno sui detriti vulcanici, soltanto poche strade erano
abbastanza larghe da consentire il passaggio fra due veicoli. E al
tempo in cui gli edifici erano in piedi in tutta la loro altezza, spesso
con piani rialzati, persino le strade più larghe sarebbero apparse
più strette e anguste di adesso.
Erano anche più luminose, festose e «sfacciate». Pitture ru-
dimentali segnalavano gli altarini religiosi locali, spesso presso i
crocicchi stradali. Falli modellati su targhe in terracotta oppure,

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21. L’industria della lana. A sinistra un uomo è indaffarato nella cardatura
della lana su un tavolino. Al centro, quattro uomini sono impegnati nel caotico
lavoro di produrre il feltro da una mistura di lana e peli di animali, tenuti insie-
me con un legante appiccicoso (l’equivalente per i romani dell’impermeabiliz-
zazione). In fondo a destra vi sono un altro cardatore e un uomo (Verecundus,
come si legge dalla piccola scritta ai suoi piedi) che mostra il prodotto finito.
Le grandi lettere nella zona alta sono parte di un manifesto elettorale.

in un caso, incisi sulla superficie stessa del lastrico (Ill. 20), deco-
ravano i muri. (L’interpretazione moderna della figura è incerta
tra l’«auspicio di buona fortuna» e la «protezione contro il ma-
locchio»; a sentire le guide turistiche, il fallo per le strade sarebbe
stato il segnale indicatore del bordello locale, ma è certamente
una storiella.) Molte case erano in origine riccamente colorate –
in rosso, giallo e blu – e venivano utilizzate come superficie utile
per esporre manifesti elettorali (spesso uno sopra l’altro), avvisi di
«affittasi», notizie, annunci di giochi gladiatorii, o semplicemente
scarabocchi degli artisti pompeiani di graffiti. «O Muro, miracolo
che tu non sia crollato, per come sei da tutti questi scarabocchi
appesantito», dice un passo di una pessima rima popolare pom-
peiana, scarabocchiata in almeno tre località cittadine, ad incre-
mentare così il fenomeno che essa stessa deplora.
Negozi e bettole spesso decoravano le loro facciate sulla strada
con insegne dipinte che ne segnalavano l’attività, ne esibivano il
nome (in modo assai simile all’insegna dei pub inglesi) e di regola
sfoggiavano anche alcune divinità propizie. Le immagini di Romolo
ed Enea che abbiamo menzionato nel capitolo precedente ravviva-
vano la parete esterna di un laboratorio di follatori. Appena due
isolati più in là faceva ancor più impressione quello che riteniamo
fosse un laboratorio di sartoria e vendita di abbigliamento (ritenia-
mo, perché lo scavo oltre il frontone dell’edificio non è stato ancora

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completato, dunque non possiamo esser certi di ciò che vi accadeva
all’interno). Su un lato della porta appariva Venere, la dea patrona
della città, trasportata su un carro trainato da elefanti; sull’altro lato
vi era invece Mercurio, il dio protettore del commercio, collocato
nel suo tempio nell’atto di afferrare una grossa borsa di monete.
Sotto l’immagine di Venere, una scena di operai affaccendati nella
produzione del feltro dalla lana (con a destra il padrone stesso, pre-
sumibilmente, che mostrava il prodotto finito) (Ill. 21); sotto quella
di Mercurio, la padrona di casa, o forse un’operaia, affaccendata a
vendere la sua merce (soprattutto scarpe, per quanto ora ci risulta).
Purtroppo uno dei più straordinari esempi di questo genere
di pittura – tale da sedurre l’immaginazione dei visitatori del XIX
secolo – oggi è completamente scomparsa, vittima delle intem-
perie. La facciata del muro di una bettola, vicino alla porta della
città che si apriva verso il mare, era decorata da una grande pittura
che ritraeva un elefante con uno o due pigmei e un’insegna con
l’iscrizione «Sittius ha restaurato l’elefante». Sittius era probabil-
mente l’ultimo proprietario che forse aveva restaurato, oltre alla
pittura, anche l’intero edificio («Locanda dell’Elefante»). Se così
fosse, era un buon nome per uno spaccio di bevande, tanto da
far addirittura sospettare che si trattasse di una sorta di «marchio
depositato». Perché la traduzione migliore di «Sittius» sarebbe
«Il signor Assetato».
Strade diverse, come anche tratti diversi delle medesime stra-
de, presentavano diverse caratteristiche. Parte di queste è nella di-
stinzione tra le strade principali da un lato, con i negozi, le taverne
e gli ingressi padronali grandi o piccoli ai bordi, e le strade secon-
darie dall’altro, strette, poco frequentate e interrotte soltanto da
qualche ingresso di servizio. Una di queste ultime, che passava tra
due edifici che si affacciavano sulla Via dell’Abbondanza, era così
poco frequentata che fu parzialmente bloccata da un serbatoio
d’acqua, e poi di fatto «privatizzata» dal proprietario della grande
casa adiacente, l’unica con l’ingresso che si apriva direttamente
sul vicoletto. Forse perché gli era stato concesso il permesso dal
municipio, o più semplicemente per la sicumera propria di chi,
allora come adesso, possiede ricchezze, egli chiuse con muretti i
due capi della strada, creando così un annesso privato (da usare
come deposito, recinto per gli animali o parcheggio per il cocchio)
con accesso dal piano di servizio del seminterrato.

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Ma c’erano anche notevoli nugoli di attività commerciali che
caratterizzavano certe zone particolari. Ad esempio, entrando in
città dal lato nord, esattamente dalla Porta di Ercolano, ci si ritro-
vava in una strada dove dominante era l’industria dell’accoglienza:
una sequela di taverne e locande lungo la strada, che cercavano di
invogliare i viaggiatori di passaggio a fermarsi e a spendere denaro
in cambio di una bevanda o un boccone da mangiare. Un genere
di strada del tutto simile si trova all’altra entrata nord, presso la
Porta Vesuvio, e a sud presso la cosiddetta Porta di Stabia. Non è
lo stesso per le altre porte della città, e ciò dimostra che la maggior
parte del traffico dentro e fuori dalla città transitava sulle strade
da nord a sud, poiché i punti di ristoro tendono a seguire la folla e
non viceversa. O, per dirlo in altre parole, soltanto un pompeiano
pazzo avrebbe messo su uno spaccio al minuto dove c’era scarso
transito commerciale.
Alcuni archeologi intraprendenti hanno persino tentato di cal-
colare da che parte i proprietari delle botteghe si aspettassero di
veder arrivare i clienti, e l’angolo visuale da cui il potenziale cliente
avrebbe avuto la visione migliore del cibo e delle bevande espo-
ste, sulla base dell’esatta posizione del bancone. Non sono certa
se questo sia un passo avanti nell’interpretazione congetturale del
comportamento dei romani. Ma la conclusione è stata che i negozi
che si trovavano attorno a queste due porte puntavano soprattutto
alla clientela che entrava in città, per rifocillare i viaggiatori affamati
che erano appena arrivati. Secondo questa logica, comunque, i due
negozi che si trovavano sulla strada che dal Foro conduce verso
ovest, alla Porta Marina, miravano invece ad attrarre avventori tra
coloro che uscivano dalla città, o almeno tra quanti uscivano dal
Foro. Ma vi sono anche alcune evidenti assenze sullo scenario stra-
dale a marcare il diverso carattere delle diverse zone. Sempre in
tema di ristorazione, nell’area del Foro c’erano relativamente pochi
spacci (anche se non così pochi come appare adesso: per ironia
della sorte, ce n’erano tre a pochi metri dal Foro, sullo stesso punto
dove c’è ora il centro di ristoro per i turisti moderni). Proseguendo
lungo la Via dell’Abbondanza verso est, ce n’erano al massimo due
prima di arrivare all’incrocio della Via Stabiana. Da quel punto in
poi sembrano ricomparire in numero significativo (infatti sono stati
identificati più di venti spacci alimentari in 600 metri), dando così
un carattere molto diverso a quel tratto est di Via dell’Abbondanza.

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Questo fatto ha dato luogo a ipotesi d’ogni genere, compresa quella
che le autorità pompeiane impedissero energicamente l’apertura di
tal genere di negozi, con i loro annessi e connessi poco dignitosi,
nella zona cittadina in cui si svolgevano le cerimonie ufficiali.
Può darsi. Ma ciò che è certo è che il Foro di Pompei, con i
suoi edifici pubblici, templi, altari, mercati e così via, non era si-
mile alla piazza centrale delle città italiane moderne, con un caffè
ad ogni angolo, progettato per lo svago ed il riposo, come pure per
trattare affari. Senza dubbio, quest’immagine dell’Italia moderna
fece sì che Sir William Gell, bon viveur e una delle maggiori au-
torità negli studi pompeiani della prima metà del XIX secolo, si
convincesse che l’edificio che si trova nel Foro conosciuto come
mercato o macellum funzionasse in parte come ristorante, imma-
ginando che i locali separati posti in basso e a lato fossero stanze
da pranzo. Come può esserci infatti una piazza centrale senza un
luogo dove mangiare qualcosa?
Più significative, rispetto alle differenze tra le varie zone, so-
no tuttavia le somiglianze del paesaggio urbano nell’insieme della
città. Sotto questo punto di vista Pompei è del tutto diversa dalle
moderne città occidentali, dove ciò che gli urbanisti definiscono
«zonizzazione» tende a essere la regola. Ciò significa che le singo-
le attività (commerciali, industriali o residenziali) tendono ora a
concentrarsi in zone distinte dell’area urbana, il cui carattere muta
di conseguenza: le strade di una zona residenziale suburbana sono
evidentemente differenti da quelle del centro commerciale, non
solo per le loro misure, ma per la loro progettazione e relazione
con gli edifici adiacenti. In questa sistemazione le separazioni fra
ricchi e poveri, e talvolta fra razze diverse, tendono ad essere de-
finitive. Generalmente parlando, persino in insediamenti urbani
relativamente piccoli (gli insediamenti di campagna sono un’altra
cosa) coloro che hanno più denaro vivono separati da coloro che
non ne hanno. I casermoni a più piani non hanno contatti con le
residenze isolate dei ricchi, ma si trovano in zone diverse della
città.
Sono stati fatti tentativi coraggiosi per individuare qualche
traccia di «zonizzazione» a Pompei. Gli archeologi hanno indi-
cato per esempio le «aree di intrattenimento» (anche se ciò non
significa molto di più che l’Anfiteatro e i teatri, nulla che sia lonta-
namente paragonabile a «Broadway» o «West End»). Essi hanno

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dimostrato, cosa plausibile ma non decisiva, che la massima parte
delle case grandi e ricche si trovavano nella zona a nord-ovest del-
la città, come pure nella striscia di terreno ad ovest dove ci sono
residenze con meravigliose vedute sul mare. Ed hanno cercato
di localizzare, se non proprio un quartiere a luci rosse nel senso
moderno del termine, almeno i luoghi nei quali dovevano svolger-
si varie forme di «comportamenti devianti», dal commercio del
sesso al gioco dei dadi (ma questa ricerca è resa assai complicata
dalle interminabili controversie moderne circa il numero dei bor-
delli che si trovavano in città, e circa il modo di poterli identificare
oggi; si vedano le pp. 276-277; 281-284).
La semplice verità è che Pompei era una città senza le zonizza-
zioni che ci si potrebbe attendere, e senza particolari distinzioni
fra quartieri residenziali di élite e quartieri popolari. Infatti non
solo le residenze più ricche si trovavano fianco a fianco con edi-
fici più modesti: l’elegante Casa delle Vestali, per esempio, aveva
l’ingresso principale al centro del gruppo di taverne prossime alla
Porta di Ercolano, e si trovava quasi accanto a un paio di rumorosi
laboratori di fabbri ferrai. Ancor più, era la norma che persino
le residenze più imponenti della città avessero inseriti, all’inter-
no della facciata prospiciente la strada, alcuni piccoli ambienti
commerciali che erano parte integrante della proprietà principale,
anche se erano indubbiamente gestiti non dal proprietario ma dai
suoi dipendenti o locatari. Così i visitatori della lussuosa Casa del
Fauno avrebbero trovato i due ingressi principali arretrati rispetto
alla strada, fiancheggiati da una fila di quattro botteghe. Que-
sto modello non è molto diverso da quello delle città moderne ai
loro albori. Nella Londra settecentesca le residenze dei ricchi a
Piccadilly erano a contatto con farmacisti, calzolai, parrucchieri
e tappezzieri. E, malgrado le nostre concezioni correnti della zo-
nizzazione, tale è la situazione che troviamo ancor oggi a Napoli,
dove i laboratori e i magazzini che occupano piccoli ambienti al
pianterreno dei grandi palazzi ci offrono l’immagine più prossima
a quella che avremmo potuto ricavare dall’antica Pompei.
Possiamo soltanto immaginare come reagissero gli abitanti della
città a questa stridente giustapposizione di funzioni e di ricchezze.
Ma è mia opinione che, per i ricchi abitanti della Casa delle Vestali,
ignorare il continuo martellare del fabbro e il chiasso dei clienti
notturni delle bettole era forse più facile di quanto non fosse per i

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22. A questo incrocio troviamo una fontanella stradale e una delle circa dodici
torri d’acqua. L’acqua proveniente dal serbatoio alimentava una cisterna sulla
sommità di ogni torre e da qui veniva distribuita agli edifici vicini. Lo scopo
era di ridurre la pressione dell’acqua, che altrimenti sarebbe giunta dal castel-
lum con troppa forza.

poveri negozianti ignorare le grandi ricchezze e l’opulenza di coloro


che vivevano dall’altra parte del muro della loro bottega. Per quan-
to possa essere discriminatoria, la zonizzazione ha i suoi vantaggi:
almeno non costringe i poveri a trovarsi continuamente sciorinati
sotto gli occhi i privilegi dei loro ricchi vicini di casa.

Aspetti del sistema idraulico

Le storie delle strade pompeiane, o almeno certe informazioni


su come e da chi erano usate, possono essere recuperate grazie
alle tracce che ne restano sul terreno. Talvolta sono chiaramente
visibili a tutti. Abbiamo già parlato dei blocchi di pietra che ser-
vivano per guadare l’acqua e la melma; essi erano strategicamente
disposti ai crocicchi delle strade, nei punti di più frequente attra-
versamento, e talvolta conducevano direttamente ai portoni dei
palazzi più grandi per la comodità dei loro ricchi proprietari e

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dei rispettivi ospiti. Aspetti altrettanto memorabili per la maggior
parte dei visitatori moderni delle strade di Pompei sono i serbatoi
d’acqua, e soprattutto le fontane di strada, disposte ovunque in
tutta la città in modo da esser facilmente raggiungibili da tutti; ne
sono rimaste più di quaranta, ed è stato calcolato che i pompeiani
che vivevano a più di 80 metri da una fontana erano ben pochi.
Sia i serbatoi d’acqua che le fontane facevano parte di un si-
stema complesso, che riforniva d’acqua la città attraverso tubatu-
re collegate a un «castello d’acqua», castellum aquae (a sua volta
approvvigionato da un acquedotto proveniente dalle montagne
vicine) situato presso la Porta Vesuvio, subito dentro le mura:
un sistema innovativo che sostituiva il precedente, fondato su
sorgenti profonde e sull’acqua piovana. Questo nuovo servizio
(reso famoso da Robert Harris, che lo ha immortalato grazie alla
descrizione più o meno accurata che ne ha fatto nel suo bestsel-
ler Pompei) viene generalmente fatto risalire agli anni Venti a.C.,
sotto il regno del primo imperatore Augusto. Ma studiosi recenti
hanno sostenuto che i primi pompeiani che poterono disporre di
un acquedotto pubblico con tubature, sia pure migliorato sotto
Augusto, furono i coloni di Silla circa sessant’anni prima.
I serbatoi d’acqua erano invece all’incirca una dozzina, costruiti
in calcestruzzo rivestito di pietra locale o mattoni, alti fino a sei
metri, e sovrastati da un bidone di piombo (Ill. 22). Erano sotto-
stazioni intermedie del sistema, che distribuivano l’acqua attraverso
tubature di piombo che passavano sotto al selciato fino a raggiun-
gere le fontane pubbliche e le residenze private, i cui proprietari
dovevano pagare una tassa per goderne l’uso. Qualcosa nel sistema
di approvvigionamento idrico dovette guastarsi alla vigilia dell’eru-
zione, perché risulta evidente, dai canali vuoti e riempiti di detriti
vulcanici, che al momento della distruzione della città il selciato
erano stato scavato in vari punti e le tubature erano state rimosse.
Molto probabilmente si trattava di un intervento urgente per indi-
viduare e riparare i danni provocati al sistema idrico dai terremoti
che si erano succeduti nel periodo precedente all’esplosione finale.
Gli archeologi hanno ipotizzato che tali problemi spieghino
perché, quando il disastro colpì la città, lungo un vicolo interno
(che passava tra la Casa dei Casti Amanti e la Casa dei Pittori)
tutti i pozzi neri pieni di rifiuti domestici erano stati svuotati e
il loro contenuto era stato depositato sulle strade in modo così

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