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L'infiltrato "Crac Parmalat: Storia e Segreti"

I DOSSIER DE:

“CRAC PARMALAT:
STORIA E SEGRETI”

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L'infiltrato "Crac Parmalat: Storia e Segreti"

CRAC PARMALAT/ Storia di un patron,


Calisto Tanzi, e di un enorme buco nero
Lunedì 14 Febbraio 2011

Il 4 Marzo nelle sale uscirà un film, “Il Gioiellino”, magistralmente interpretato da Remo
Girone, Toni Servillo e Sarah Felberbaum. La trama? Semplice: la vicenda del crac
Parmalat del 2003, la storia di un Patron che voleva stare “nella serie A del capitalismo,
dove bisogna giocare a tre punte, con il tridente: un giornale, una squadra di calcio e
una banca.” Il finale? Una voragine che inghiotte tutto, con un protagonista assoluto,
Calisto Tanzi, e manovratori occulti…

Calisto Tanzi, l’ex patron della Parmalat, non andrà in


carcere. Almeno per ora. La Quinta Sezione Penale della
Cassazione ha infatti annullato l’ordinanza del Tribunale del
Riesame di Milano con la quale nell’ottobre scorso, erano
stati disposti gli arresti per il responsabile del più grande
crac finanziario della storia non solo italiana, ma anche
europea. Si trattava di un arresto preventivo, “per pericolo di
fuga”: nella sentenza, in pratica, si leggeva che Tanzi
avrebbe potuto rendersi latitante date le “risorse finanziare
ingenti”. C’è da precisare, infatti, che ancora non si arriva ad una sentenza definitiva:
presumibilmente la Cassazione si pronuncerà a giugno.

I primi due gradi di giudizio hanno visto l’ex manager di Collecchio condannato a dieci anni per
aggiotaggio (in più era stato disposto anche un risarcimento ai risparmiatori truffati di circa
100milioni di euro). La Procura, a questo punto, come detto aveva disposto anche che Tanzi andasse
in carcere per evitare il rischio “latitanza”. Ma i suoi legali hanno fatto ricorso alla Suprema Corte
che, il due febbraio, ha approvato il ritiro dell’ordinanza. Ora si attende il processo in Cassazione.
Senza dimenticare, però, che intanto Tanzi ha sulle spalle anche un’altra condanna: diciotto anni
per bancarotta fraudolenta.

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L'infiltrato "Crac Parmalat: Storia e Segreti"

Due condanne pesanti, dunque – a prescindere dalla decisione della Suprema Corte – relative al più
grande scandalo finanziario europeo commesso da una società privata. Diversi i filoni di indagine,
diversi i legami con altri personaggi di punta dell’economia e della politica, italiana e non solo: da
Prodi, a Berlusconi, dalla Prima alla Seconda Repubblica, dalla Fbi a Gheddafi. Un circolo
enorme quello che si è svelato dalle carte delle inchieste, che si serviva anche del calcio (Tanzi era
proprietario del Parma e, come vedremo, anche del Verona) per celare un buco nero enorme.
Tuttavia rimangono ancora ignote alcune questioni che potrebbero essere centrali e che,
presumibilmente, allargherebbero ancora più di quanto lo sia il sistema “Tanzi”.

CALISTO TANZI/ Ascesa agli inferi: da Collecchio a 14 miliardi di euro di debiti

CASO PARMALAT/ Gli ultimi anni prima del crac: Fausto Tonna, Luciano Del soldato & co.

CRAC PARMALAT/ Il “Cavaliere Bianco” e l’uomo della CIA, alias Manieri e Giugovaz

CRAC PARMALAT/ Il ruolo centrale delle banche

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CALISTO TANZI/ Ascesa agli inferi: da


Collecchio a 14 miliardi di euro di debiti
Lunedì 14 Febbraio 2011

È profondamente difficile riannodare le fila di quanto accaduto con la Parmalat. Il più


grande scandalo di bancarotta fraudolenta, scoperto solo nel dicembre del 2003,
nonostante alcune difficoltà economiche fossero evidenti già negli anni ’90. Ma
cominciamo da molto tempo prima, precisamente dal 1961. Calisto Tanzi, imprenditore
di Collecchio, cittadina di tredicimila abitanti in
provincia di Parma, fonda la Parmalat...

...che nasce come semplice azienda agroalimentare, ma – come

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L'infiltrato "Crac Parmalat: Storia e Segreti"

sappiamo – ben presto diventerà multinazionale, una realtà imprenditoriale diffusa in tutto il mondo
con i suoi prodotti: dal latte allo yogurt, dai succhi di frutta ai prodotti da forno. Una
multinazionale, tuttavia, caratterizzata da bilanci falsificati, carte taroccate, fondi neri, società off
shore. E a capo di questa “finanza creativa”, come è stata chiamata, lui, Calisto Tanzi, e il suo vice,
Fausto Tonna.

Quando Tanzi venne arrestato i debiti si aggiravano intorno alla colossale cifra dei 14 miliardi di
euro. Ma in realtà già nei primi anni ’90 la Parmalat aveva un disavanzo che ammontava ad un
centinaio di miliardi delle vecchie lire, per via soprattutto della proprietà di una televisione i cui
bilanci erano costantemente in rosso: “Odeon TV”. Ed proprio a questo punto che Tanzi decide di
quotare la sua azienda in borsa. Sapeva bene, però, che con un debito di questa portata gli sarebbe
stato impossibile riuscire nell’intento: i controlli della Consob l’avrebbero impedito.

E tuttavia Calisto non si perde d’animo e si rivolge alle banche per un prestito. Prestito che Tanzi
riceverà da una cordata di sei banche che sborseranno 120 miliardi di lire per tappare i buchi
contratti dall’imprenditore di Collecchio.

E già a questo punto (e siamo ancora nell’89-’90) comprendiamo il ruolo determinante delle
banche nella vicenda. A portare a termine l’affare, infatti, furono Carlo Zini, il numero uno di
allora del Monte dei Paschi di Siena, oggi indagato per “concorso nella bancarotta patrimoniale
di Parmalat Finanziaria”, e il banchiere milanese Jody Vender. Vediamo di capire il loro ruolo.
Chi guidò, infatti, l’operazione, chi raccolse le adesioni? Proprio loro: la Centrofinanziaria del
Monte dei paschi, dunque Zini, e la Sopaf di Jody Vender.

Tanzi, infatti, in quel periodo entrò in contatto con uno degli amministratori del Monte dei Paschi di
Siena, Alberto Brandani, che accettò di aiutarlo, presentandogli Carlo Zini. Venne così
programmato un salvataggio in più fasi. Nel maggio '89 Centrofinanziaria, insieme alla Sopaf,
architettò un prestito ponte per Parmalat da 120 miliardi di lire sottoscritto da Istituto San Paolo di
Torino, Icle, Banco di Napoli, Cassa di Risparmio di Roma, Banca di New York, FCN. Due
considerazioni a questo punto sono essenziali: innanzitutto – non è un mistero – i presidenti delle
banche che parteciparono a questa “cordata” erano tutti di stretta fede democristiana oltre che
essere legati al Vaticano. E questo non è secondario: Tanzi ha sempre contato su un forte appoggio
politico, basti pensare all’amicizia quasi fraterna che lo univa ad Amintore Fanfani e a Ciriaco De
Mita. Ma su questi aspetti torneremo più avanti.

Dunque, l’intervento delle banche permise a Tanzi di coprire il debito contratto con Odeon Tv (che

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poi sarà ceduta a Florio Fiorini, ex direttore finanziario dell’ENI). A questo punto emerge un altro
sodalizio che sarà determinante per l’entrata in borsa di Tanzi: l’alleanza con Giuseppe Gennari,
azionista di maggioranza della FCN (Finanziaria Centro-Nord), istituto che –come abbiamo detto –
partecipò alla cordata per salvare dai debiti la Parmalat. Ma chi è Gennari? Gennari è colui che è
stato condannato nel 1994, per il reato di diffusione di notizie false, a 4 mesi di reclusione e a 20
milioni di multa. In pratica, due anni prima, aveva dichiarato di aver comprato la Banca nazionale
dell’agricoltura, pur non essendo vero e pur sapendo di dichiarare il falso. “Aveva solo bisogno di
risollevare la sua situazione con un'operazione clamorosa. Perciò aveva forzato i tempi. Non si è
mai visto – dichiarò il pm Francesco Greco - che si compra qualcosa, figuriamoci una banca,
mandando un fax e dicendosi disponibile a pagare 1.200 miliardi”.

Ma Gennari è anche altro: ex dirigente ENI, fonda la FCN proprio investendo una parte della sua
liquidazione dell’ENI. È, inoltre e non casualmente, legatissimo allo stesso Zini e al Monte dei
Paschi che continuano a veicolare le mosse di Tanzi: la Finanziaria di Gennari, infatti, fa
continuamente affari con il Monte dei Paschi, senza dimenticare che la FCN stessa viene fondata da
Zini, il quale poi abbandona lasciando le direttiva proprio a Gennari che intanto diventa il maggiore
azionista.

Ed è in virtù di questi rapporti che si giunge ad una complicata operazione che porta all’alleanza
proprio tra la Finanziaria Centro-Nord di Gennari e la Parmalat. Nell'autunno ’90, infatti, Tanzi
vende a Fcn il controllo di Parmalat Spa e col ricavato sottoscrive l’aumento di capitale della
stessa Fcn, che diventa Parmalat Finanziaria. A quel punto la società può rimborsare i 120 miliardi
del prestito ponte.

Eppure qualcosa non quadra. Con l’intervento della banche, Tanzi riuscì ad entrare in Borsa
raccogliendo 283 miliardi di lire. Ma ne spese ben 155 per rilevare da Giuseppe Gennari la
Finanziaria Centro Nord, la scatola che in pratica servì da veicolo per lo sbarco a Piazza Affari.
Ma perché agire in questo modo, attraverso quella che si chiama “quotazione indiretta”
(appoggiandosi in pratica alla FCN) invece di preferire la tradizionale offerta pubblica iniziale?
Secondo molti questa misura fu utile allo stesso Gennari per alleggerire la sua forte esposizione
economica nei confronti proprio dell’istituto senese. Insomma, un giro di accordi e di capitali in
maniera tale che nessuno risultasse esposto. Sebbene lo fossero.

Ma in realtà non finisce nemmeno qui. Il piano di salvataggio si conclude nel ‘93 con un nuovo
aumento di capitale che evita alla Parmalat, in pratica, di entrare nel mirino dei magistrati milanesi

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che a quei tempi indagavano sui rapporti tra affari e politica. Un aumento di capitale da 600
miliardi di lire. È allora che scende in campo un altro personaggio chiave, Gianmario Roveraro,
patron della banca d’affari Akros, un finanziere legatissimo all’Opus Dei. A questo punto, con gli
interventi economici di banche, di istituti di credito, grazie ad accordi tra vecchi amici e nuovi soci
la Parmalat riesce a fare il salto di qualità: sbarca in Sudamerica. In Brasile e Venezuela i marchi del
cavalier Calisto sono conosciutissimi. Poi negli Stati Uniti, in Canada, in Messico. In Italia Tanzi
diventa così forte da sfiorare il predominio assoluto di mercato.

Una crescita economica così poderosa che l’Antitrust fu costretta ad intervenire per imporgli la
vendita di alcuni marchi. Anche qui la vicenda non è ancora del tutto chiara: le aziende cedute per
ordine dell’Antitrust vengono comprate da investitori americani, i cui cognomi, però, hanno un che
di “italiano”: Anthony Buffa, Lou Caiola e, infine, Steven White. I tre dal 2001 si sono girati le
proprietà di marchi quali Giglio, Matese, Sole, Carnini, pur essendo semplici finanziatori non di
prim’ordine nemmeno negli States. Non è allora fuori di ogni logica pensare che i tre siano stati
solo dei prestanomi. E dietro sempre la longa manus di Tanzi.

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CASO PARMALAT/ Gli ultimi anni prima del


crac: Fausto Tonna, Luciano Del soldato & co.
Lunedì 14 Febbraio 2011

Nel corso degli anni ’90 la situazione non migliora, ma Tanzi comincia a farsi più furbo:
comincia a creare, con i suoi collaboratori strettissimi, una rete di società offshore tra i
Caraibi, il Delaware e le isole Cayman per occultare il buco miliardario. Perno di questa
attività l’ex direttore finanziario Fausto Tonna, anche lui, chiaramente, indagato e
condannato in attesa di sentenza di Cassazione.

Secondo gli inquirenti di Parma, Tonna “forniva il fondamentale


supporto ideativo, organizzativo e, almeno fino al marzo 2003,

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attuativo della maggior parte delle attività illecite svolte dal gruppo”. Un ruolo centrale il suo fino
al marzo del 2003, mese nel quale si dimette per via di un bond da 300 milioni. Quando si diffonde
la voce di questa nuova emissione in Borsa, prontamente Tanzi si affretta a negare. Ma oramai la
frittata è fatta e dopo alcuni giorni il bond si rimaterializza finché la Parmalat non si trova costretta
ad ufficializzarlo. Tonna allora si fa da parte, ma soltanto per modo di dire: diventa consigliere
personale del presidente Tanzi e continua a gestire le due casseforti di famiglia, la Coloniale e la
Sata.

Ma torniamo alla sua attività da direttore finanziario. Suo braccio destro è Luciano Del Soldato,
responsabile della pianificazione e del controllo. È a lui che facevano capo i due contabili Bocchi e
Pessina che eseguivano le falsificazioni su suo ordine. È davvero eloquente quanto dichiarato agli
inquirenti proprio da Gianfranco Bocchi a tal proposito: “Nel 1993 sono stato chiamato a
collaborare con Del Soldato per fare il bilancio della Parmalat Spa ed il consolidato. All’inizio
effettuavo normali registrazioni, anche se intuivo che alcune di esse erano anomale. Tuttavia non
avevo ancora la consapevolezza della situazione, che cominciai a maturare solo successivamente
quando mi venne chiesto di predisporre dei contratti palesemente fittizi, e giustificati, da Tonna o
Del Soldato, per coprire perdite ovvero per sistemare i bilanci”.

Ma Bocchi va oltre, precisando anche i rapporti contrattuali tra Parmalat e le società concessionarie
del latte: in pratica venivano eseguiti falsi contratti di vendita, da cui tuttavia emergevano ricavi
inesistenti che comunque i dirigenti trascrivevano a bilancio. Bolle di sapone dunque. E che fine
facevano i finti crediti? Qui entrano in gioco le società offshore: questi crediti fittizi, infatti,
passavano a Bonlat e Camfield – le due maggiori società offshore facenti capo a Tanzi – e il cerchio
si chiudeva. Camfield era al centro di un colossale, ma inesistente commercio di latte in polvere con
Cuba; Bonlat, invece, con sede alle Cayman, era stata concepita come una sorta di “discarica” di
tutta la falsa contabilità del gruppo.

E, sebbene tutto questo sia emerso nel 2003, è già dall’inizio del 2002 che la Procura di Parma
comincia a tenere sott’occhio la multinazionale e i suoi bilanci, scoprendo anche importanti
retroscena la cui rilevanza, probabilmente, non è stata pienamente compresa. Capiamo perché. In
quel periodo le Fiamme Gialle smascherano un’operazione molto sospetta: un credito da Parmalat
a Parmatour di 11,8 miliardi di lire poi svanito nelle pieghe dei bilanci. Probabilmente la Procura
aveva trovato il bandolo della matassa, ma – come detto – non venne attribuita a quell’operazione la
giusta importanza. Ci si dedicò soltanto al riscontro dell’evasione fiscale. E invece la questione era
molto più grave: Parmatour, infatti, appartiene sì alla famiglia Tanzi, ma non al gruppo Parmalat

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che, sappiamo, è quotato in Borsa. E il finanziamento a terzi, nel caso specifico da Parmalat a
Parmatour, è vietato per legge. Nel corso del controllo, dunque, i militari trovarono l’anomalia. E
non è tutto. Dell’operazione oggi non c’è traccia né nei libri sociali né nei bilanci delle società.
Anzi. Nelle carte della Parmalat la Guardia di Finanza trovò un’annotazione che ha dell’incredibile:
“rinuncia al credito”. In sostanza Tanzi & co. hanno creduto bene di camuffare la continua
emorragia di denaro con la “storiella” di prestiti senza ritorno.

Nonostante queste “furbate”, però è plausibile che anche la Procura abbia commesso alcuni errori di
superficialità. Nessuno compie la più elementare delle verifiche: stabilire se quei miliardi siano
effettivamente usciti dalle casse di Parmalat. Non succede nulla di nulla. Nemmeno in Procura: il
pm non informa, a quanto risulta, né la Consob né la Banca d’Italia. Ci si limita a contestare una
presunta evasione fiscale. Sebbene la stessa GdF avesse compreso l’entità del problema. In una nota
si legge che il credito è sparito: “una rinuncia di tale entità non è stata oggetto di specifica
trattazione né in sede di delibere assembleari, né in sede di stesura della nota integrativa al
bilancio d’esercizio e comunque la parte non ha esibito alcun documento che riporti con
precisione l’ammontare del credito vantato e di quello rinunciato”.

Passa un anno e mezzo e, finalmente, il 17 dicembre 2003 la goccia che fece traboccare il vaso. Il
17 dicembre 2003 la Bank of America fa sapere che il conto corrente intestato a Bonlat presso la
sede di New York non esiste. Non c’è e non c’è mai stato. Pian piano emergono di tutti quei fondi
fittizi, quei crediti inesistenti. E in mezzo a questa finanza creativa un’unica certezza: nelle casse
della multinazionale nemmeno un centesimo, sebbene alcuni (Tanzi, Tonna, Del Soldato, i
contabili e, secondo gli inquirenti, anche le banche) sapessero. Sebbene migliaia e migliaia di
risparmiatori ignari comprarono dalle banche milioni di bond targati Collecchio senza sapere a che
cosa andavano incontro.

Segni tangibili dello “scricchiolamento” avvengono già nei primi giorni di quel dicembre. Alla
direzione finanziaria della Parmalat giunge una telefonata del gruppo bancario Sanpaolo Imi:
“Ma che succede, avete fatto rientrare i soldi tutti insieme? Che cosa ci volete fare con 3,7 miliardi
di euro?”, si chiedono. Ecco uno dei tanti misteri ancora in parte irrisolti nella bancarotta: se la
liquidità proprio non c’era, come detto, da dove venivano quei soldi? E se la liquidità custodita
alle Cayman, invece, esisteva realmente (quella della Bonlat, per intenderci), perché mai farla
rientrare tutta insieme? Nella vicenda, allora, interviene lo stesso Tanzi che contatta personalmente
la banca. Per il 4 dicembre viene fissato un incontro fra lo stesso Tanzi e due top manager del
gruppo bancario, proprio per stabilire la natura di quei 3,7 miliardi di euro. Tuttavia l’incontro

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non avverrà mai: con poche ore di anticipo il patron annulla l’appuntamento.

Quanto detto sinora potrebbe sembrare del tutto superficiale e secondario, ma non è così. Nel corso
di uno dei suoi interrogatori lo stesso Tanzi ha raccontato un episodio strettamente legato alla
vicenda dei 3,7 miliardi di euro. Secondo l’imprenditore di Collecchio a disporre di tre miliardi per
tentare di salvare il gruppo sarebbe stato un imprenditore, un “cavaliere bianco” come l’hanno
definito molti. Stiamo parlando di Luigi Antonio Manieri.

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CRAC PARMALAT/ Il “Cavaliere Bianco” e


l’uomo della CIA, alias Manieri e Giugovaz
Lunedì 14 Febbraio 2011

Il primo a parlare di Luigi Antonio Manieri, il “Cavaliere Bianco”, è Sergio Cragnotti, il


bancarottiere della Cirio, vicino allo stesso Tanzi. Manieri si è presentato ad entrambi
più o meno con un copione analogo: prima si mostra interessato, poi non concretizza
mai un’offerta. Ettore Giugovaz, invece, conosce Tanzi dagli anni ’70. È un faccendiere
dai mille rapporti, Gheddafi e servizi segreti statunitensi su tutti…

Iniziamo proprio da Manieri, il “salvatore” di cui non solo parla lo


stesso Tanzi, ma il suo interessamento è stato confermato anche da
Rainer Masera, presidente della Sanpaolo. Tuttavia Manieri risulta
essere sconosciuto alle cronache e alla finanza.

Il primo a farne il nome è Sergio Cragnotti, il bancarottiere della


Cirio, vicino allo stesso Tanzi come vedremo più avanti. E Manieri si
è presentato ad entrambi più o meno con un copione analogo: prima si mostra interessato, poi
non concretizza mai un’offerta.

Con Calisto Tanzi, infatti, Manieri si presenta per la prima volta a luglio: sembra interessato alla
Parmatour, azienda in cui sono confluite le attività turistiche della famiglia di Collecchio. Si ritira.

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Poi pare che abbia messo gli occhi su un’azienda agricola di Tanzi, ma lo paga con un assegno
scoperto. Poi, come detto, sembra offrire questi 3,7 miliardi di euro per la Parmalat, ma anche in
questo caso l’operazione fallisce. Perché? Un ex manager della Parmalat ha raccontato che alla
banca pervennero alcuni bonifici per importi rilevanti, provenienti da varie piazze internazionali, e
che i vertici del Sanpaolo li rifiutarono per il timore che potesse trattarsi di capitali riciclati. Il
dubbio che fosse stato tutto architettato, che Manieri fosse solo un prestanome e che, in realtà, i
fondi potessero provenire da un “tesoro” riconducibile allo stesso Calisto Tanzi è nutrito da molti
tutt’oggi.

Ma i particolari di quei giorni non finiscono qui. Prima che Calisto Tanzi venga arrestato il 27
dicembre, patron e signora, Anita Chiesi, partono. Il 19 sono a Lisbona, il 21 volano a Quito, in
Ecuador. Come mai? Si potrebbe pensare ad una fuga, ad un tentativo di latitanza. E invece
assolutamente no. Tanzi, infatti, va e torna dopo pochi giorni. E in questi pochi giorni due persone
partono da Milano per raggiungerlo: una è un suo uomo di fiducia, Ettore Giugovaz, che in
Ecuador è di casa; l'altra è un commercialista, Gian Giacomo Corno, socio in affari di Giugovaz. I
due arrivano il 25 nella capitale ecuadoregna. Poi i quattro si rimettono in viaggio il giorno
successivo, il 26. E il giorno dopo Tanzi viene arrestato. Ma cos’è successo, allora, a Quito? E
perché quell’incontro proprio in Ecuador? Ecco i lati oscuri della vicenda.

Giugovaz è un figuro certamente misterioso. Un uomo dai mille rapporti. Stringe rapporti con Tanzi
negli anni ’70: entrambi sono soci della Bonatti, un’azienda emiliana di costruzioni. Ed è proprio
tramite Giugovaz che quest’impresa prima giunge a rapporti con il colosso petrolifero dell’Eni e,
poi, con Muammar Gheddafi, proprio per via del rapporto che lega Giugovaz con Regeb
Misellati, il banchiere al servizio del dittatore libico. E non è tutto.

Quando nel gennaio 1986 William Wilson, ambasciatore americano presso il Vaticano, vola a
Tripoli in gran segreto per incontrare il leader libico, è Tanzi a fornirgli il suo jet privato (viaggio
organizzatogli e resogli possibile dall’allora Ministro degli Esteri Giulio Andreotti). E sull'aereo,
con l'americano, c'è anche Giugovaz. Intanto la BonattiLucio Gutierrez , il presidente della
Repubblica che sarà spodestato poi nel 2005. riesce a crescere esponenzialmente proprio in Ecuador
ed è lì che per un periodo si trasferisce Giugovaz, creando una rete di rapporti ad alto livello con
esponenti del governo locale e sembra anche con il colonnello

Ma Giugovaz è davvero uno di quei personaggi che hanno rapporti con tutti i poteri forti. Non solo
Vaticano e dittatori, ma anche Stati Uniti e Italia. Viaggia infatti spesso negli Usa, dove ha rapporti

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L'infiltrato "Crac Parmalat: Storia e Segreti"

con il Presidente George Bush e con personaggi di spicco come Edward Lutwak, consulente del
dipartimento di Stato e del Centro internazionale di studi strategici di Washington. E in Italia?
Quando Pietro Lunardi , vecchio amico di Tanzi, è eletto ministro dei Trasporti del secondo
governo Berlusconi e si vede costretto a cedere la maggioranza della Stone, la sua società per il
monitoraggio di opere sotterranee, la affida proprio a Giugovaz. E ancora. Tra le numerose carte
sequestrate a Giugovaz, gli inquirenti ritrovano anche un floppy con su scritto “Cia”, un
documento bancario che attesta la giacenza di 50 milioni di dollari su un conto dell'uomo d'affari
arabo Adnan Khashoggi e biglietti da visita di agenti del Fbi di Miami.

Probabilmente questo archivio segreto avrebbe meritato un’analisi più accurata prima che la
Procura ne decidesse la restituzione e l‘estraneità al crac Parmalat. Ma le domande rimangono
tuttora aperte: che cosa vanno a fare a Quito una figura di questo calibro e il suo
commercialista? E chi incontrano insieme a Tanzi? Oggi noi sappiamo che i tre già si erano
incontrati una volta in Italia l’11 dicembre 2003 per discutere verosimilmente della possibilità di
costituire una Nuova Parmalat. Un estremo salvataggio del gruppo. Con quale denaro? Se teniamo
conto dei bilanci fittizi, dei crediti montati, delle società offshore, non si può nemmeno escludere
che Tanzi, o qualcuno per suo conto, avesse costituito un fondo nero all'estero.

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CRAC PARMALAT/ Il ruolo centrale delle


banche
Lunedì 14 Febbraio 2011

Quando nel dicembre 2003 emerse il buco nero, gli istituti bancari si professarono
vittime della frode della Parmalat. Le banche – dicevano – non erano a conoscenza della
situazione debitoria di Tanzi. Ma qualcosa non torna.
Spieghiamo perché.

Già nel 1995 uno studio sui bilanci degli ultimi tre anni aveva mostrato

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come la Parmalat vivesse di continui prestiti da parte delle banche. E questo flusso è durato fino a
pochi mesi prima del crac: le banche hanno emesso bond (titoli di credito emessi dalle banche che
conferiscono al soggetto, che ha comprato l’obbligazione, il diritto di essere rimborsato della cifra
versata più gli interessi) fino all’ultimo momento, pur essendo consapevoli della situazione
disastrosa in cui versavano i bilanci della Parmalat.

Eppure motivi per sospettare ce n’erano. Nel febbraio 2003, ad esempio, le quotazioni di Borsa
della Parmalat erano crollate del 9 per cento in un solo giorno all'annuncio che la società avrebbe
emesso l'ennesimo bond. Durissime le reazioni degli investitori, tant’è che la dirigenza di
Collecchio fu costretta a fare dietro-front, annunciando le dimissioni (finte, come abbiamo visto)
del numero due di Tanzi, Fausto Tonna. È chiaro che l’episodio di febbraio avrebbe dovuto essere
un campanello d’allarme per le banche. Eppure è proprio da questo momento che banche quali la
Deutsche Bank, Morgan Stanley, Ubs intensificano i rapporti con il gruppo e architettano
operazioni finanziarie che – stando all'accusa – sarebbero servite a mascherare al mercato
l'insolvenza della Parmalat.

Insomma, alcune tra le più grandi banche del mondo non si accorgono o chiudono gli occhi davanti
ad una bancarotta che sarebbe stata evidente a chiunque. Continuano a foraggiare l’azienda Tanzi
per tutto il 2003. E come questi istituti, anche quelli italiani non sono da meno: Capitalia, Intesa,
Monte dei Paschi; proprio nel dicembre del 2003 – poco prima, dunque, che emergesse il crac –
Citigroup incita gli invesitori all’acquisto del titolo Parmalat. Anche il comportamento della
“Standard & Poor's” (l’agenzia responsabile del rating sui debiti delle maggiori aziende) è stato
molto equivoco. Se prima del dicembre 2003 dà un buon giudizio sul grado di solvibilità del
gruppo, il 9 dicembre declassa la Parmalat a livello “junk” (spazzatura). E perché proprio il nove?
Perché è soltanto l’otto – il giorno prima – che si rende necessario mettere assieme 150 milioni per
salvare l’azienda. E, se fino ad una settimana prima tutti erano disposti a far credito, ora nessun
istituto apre le porte a Tanzi.

Ma allora chiediamoci: perché le banche sono sempre intervenute per foraggiare la Parmalat e
poi, tutt’ad un tratto, hanno deciso di interrompere i rapporti? Essenzialmente – come oggi
dicono gli inquirenti – per spillare soldi ad un’azienda che orami era finita, facendo prestiti e poi
chiedendo interessi da usura. A cominciare dalla Deutsche Bank (prestiti per 140 milioni di euro
con interessi del 140%), Unicredit (prestiti da 171 milioni con interessi del 124%), passando per
Capitalia (che incassò il 123%, più di quanto prestò all’azienda parmigiana) e per la banca svizzera
Ubs. Le cifre che le banche prestavano alla Parmalat servivano inoltre anche per dare la parvenza di

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una società solida ed in crescita sul mercato. Ben presto poi le banche cominciarono a fare pressioni
affinché l’azienda di Collecchio restituisse i prestiti, ma quando iniziarono a trapelare i primi
sintomi di insolvenza, il patron Tanzi fu messo da parte ed il titolo Parmalat fu sospeso dalle
trattative.

Oggi, infatti, la Procura di Milano ha chiesto la condanna di quattro istituti, le americane


Citygroup, Bank of America e Morgan Stanley, e poi la tedesca Deutsche Bank. Queste 4
banche nel corso di almeno un decennio, dalla metà degli anni ‘90 fino al crac nel 2003, in tempi e
in modi diversi l'una dall'altra, hanno lavorato tantissimo con la Parmalat della Famiglia Tanzi e
hanno guadagnato enormi quantità di denaro, sotto forma di commissioni per i prestiti e per
altre operazioni che hanno organizzato.

Secondo la Procura questi istituti sapevano o per lo meno avevano sentore della critica situazione
della Parmalat. Eppure, nonostante questo, sono andate avanti con le loro operazioni finanziarie,
fornendo notizie assolutamente false al mercato, atte ad alterare il valore del Titolo Parmalat che
era quotato in borsa. Per questo l’accusa è di aggiotaggio. Il pm di Milano Eugenio Fusco, infatti,
ha chiesto confische per quasi 120 milioni di euro per Morgan Stanley e Deutsche Bank,
Citigroup e Bank of America e per ognuna delle quattro banche imputate una sanzione da 900 mila
euro. In più è stata avanzata anche la richiesta della condanna a pene tra un anno e un anno e
quattro mesi per cinque funzionari di Morgan Stanley, Citibank e Deutsche Bank.

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POTERI FORTI e FINANZA/ Politica,


Vaticano e Massoneria: tutti intorno a
Parmalat
Lunedì 21 Febbraio 2011

A quasi otto anni dal più grande crac della storia finanziaria italiana ed europea, la
questione – come abbiamo visto – rimane aperta, con enormi zone d’ombra. Eppure
nessuno mai ha proposto misure che, in questi casi, sembrerebbero le più scontate. In

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L'infiltrato "Crac Parmalat: Storia e Segreti"

altre parole, non è mai stata istituita una commissione d’inchiesta sul crac Parmalat.
Perché? Questo non possiamo dirlo, ma possiamo rilevare i rapporti politici ed
economici che legavano (e legano tuttora) Calisto Tanzi ai centri di potere italiani e non
solo.

Iniziamo dalla politica. Tanzi è sempre stato, nel periodo della


Prima Repubblica, vicinissimo alla DC e a uomini come
Amintore Fanfani. Addirittura, come abbiamo visto prima,
mise su una televisione – Odeon Tv – per spalleggiare per il
candidato democristiano di allora, ovvero Ciriaco De Mita.
Basti pensare che Calisto Tanzi nel 1986 riuscì ad aprire una
fabbrica produttrice di pizze e focacce a Nusco, città natale di Ciriaco. Il tutto a tempi di record: la
domanda di concessione edilizia fu presentata il 17 ottobre 1984 e solo tre giorni dopo venne
accolta . Sindaco in carica era Vittorio Vigilante, vecchio compagno del segretario DC, che poi è
stato rinviato a giudizio per interesse privato in atti d'ufficio a proposito di un affare edilizio a Sant'
Angelo dei Lombardi , un paese vicino a Nusco. E qual era la ditta edile che realizzò lo
stabilimento? Quella di Michele De Mita, fratello di Ciriaco. Insomma, rapporti strettissimi, mai
negati dallo stesso Tanzi: “Non vedo perchè dovrei preoccuparmi” , disse tempo fa, ”tanto più che
conosco De Mita da molto tempo , da quando non era ancora segretario della DC”.

E per quanto riguarda la Seconda Repubblica? Quando il 26 maggio 2005 Calisto Tanzi fu rinviato
a giudizio insieme a 28 persone, il procuratore di Milano scrisse che l’ex patron della Parmalat, “nel
momento della caduta e del crollo del suo impero industriale, da sempre fondato anche sul favore
politico”, volle “lanciare un messaggio ai suoi protettori, peraltro mascherando la loro identità
all’interno di un elenco nutrito di nomi, comprensivo anche di coloro che avevano ricevuto modesti
finanziamenti”. Cosa vuol dire questo? Lo precisò lo stesso Tanzi ammettendo davanti ai giudici di
aver “pagato Romano Prodi” e di aver finanziato “anche Berlusconi, Fini, Casini, Alemanno, La
Loggia, Castagnetti e altri venti personaggi della politica e del giornalismo”. Nessuno di questi ha
mai denunciato Tanzi per calunnia.

E allora potremmo capire perché non c’è mai stato alcun controllo politico. Stando alla legge,
infatti, la competenza su bilanci e atti societari delle società quotate in Borsa è attribuita alla
Consob, la quale si è mossa soltanto a partire dall’estate 2003, mentre - abbiamo visto – avrebbe

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potuto e dovuto muoversi già molto tempo prima. Allora Presidente della Consob era Lamberto
Cardia, attuale Presidente della Ferrovie dello Stato. Ma non fece nulla. C’è ancora Antonio Fazio,
ex numero uno della Banca d’Italia, che avrebbe dovuto, secondo molti, rendersi conto che qualcosa
non andava, vista l’enorme quantità di bond collocati dalla multinazionale di Parma. Ma quelle
obbligazioni, dicono alla Banca d’Italia, erano formalmente emesse da finanziarie di Parmalat
costituite all’estero ed inoltre erano riservate a investitori istituzionali.

Toccava allora nuovamente alla Consob controllare che non venisse svolta un’attività di
collocamento pubblico espressamente vietata per quel tipo di bond. Tutto è sempre taciuto anche al
Ministero dell’Economia. Ministro di allora era, come oggi, Giulio Tremonti. “Noi avevamo
avvisato per tempo la Banca d’Italia delle difficoltà di Parmalat”, dicono dal Ministero. Insomma,
pare che alla fine nessuno abbia colpa. Ma intanto i creditori hanno perso milioni e milioni di euro
(si parla di azioni per 16,9 milioni di euro). Ed erano loro gli unici, probabilmente, a non sapere che
la Parmalat era fallita già molto tempo prima di quel dicembre 2003.

Ma Tanzi ha rapporti anche con altri poteri forti. Ad iniziare dal Vaticano. Tutti gli uomini chiave
dello sbarco di Parmalat in Piazza Affari, infatti, sono legati all’Opus Dei. Basti ricordare
Gianmario Roveraro, poi misteriosamente “giustiziato” nel 2006 (era stato tagliato a pezzi e
nascosto in un casolare tra Solignano e Citerna Taro, a una trentina di chilometri da Parma). Lo è,
ancora, Ettore Gotti Tedeschi che introduce Tanzi da Roveraro.

Addirittura è stato scritto che per ottenere i favori dell’Opus, Tanzi abbia organizzato addirittura
“un circolo di preghiera”. Roveraro allora lo difese: “Posso dire che Calisto Tanzi non ha mai
partecipato a iniziative dell’Opus Dei né a quelle collettive di dottrina né a quelle individuali di
ascesi. E comunque l’Opus non c’entra nulla in questa storia e non si occupa di queste cose”.
Eppure il dubbio rimane, visto che è nell’oggettività dei fatti che tutti gli istituti bancari vicini a
Tanzi fossero guidati da uomini legati alla DC e al Vaticano.

Sempre Roveraro in quegli anni affermava: “La finanza non è cattolica né laica o massonica: è
semplicemente finanza”. Eppure pare non sia proprio così nemmeno per quanto riguarda la “pista
massonica”. Capiamo perchè. Un uomo d’affari di Milano affermò qualche tempo fa che “fu il gran
maestro della massoneria Armando Corona a salvare il cattolicissimo Tanzi”. Solo voci? Non lo
sappiamo. Fatto sta che il rumor si diffonde, anche perché non sono poche le voci secondo cui a
mediare tra Tanzi, la banca di Siena e Gennari (di cui abbiamo parlato prima) era il massone Mario
Mutti. Ma chi è Mario Mutti? Imprenditore di lungo corso, già direttore generale della

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Federconsorzi, buon amico di Silvio Berlusconi (che lo piazzò nel 1989 alla guida della Standa e
poi lo inviò in Spagna come proconsole del gruppo Fininvest), responsabile di un’altra bancarotta di
quegli anni, quella di Tecnosistemi, Mutti è un “grembiulino”, come si dice in gergo massonico.

E non solo. Il suo nome compariva nelle liste di “Stay behind”, la rete Gladio in pratica, ovvero
l’organizzazione segreta creata dall’Alleanza atlantica negli anni Sessanta per scatenare la
guerriglia in caso di presa del potere comunista in Italia. Nel 2004 la Guardia di Finanza, quando
perquisisce la casa di Mutti, trova infatti anche documenti di Gladio. E tra queste carte anche alcuni
documenti che testimonierebbero l’intreccio tra i dissesti di Parmalat, Tecnosistemi e Cirio.
Cosa unisce i tre crac?

Sia Cirio, sia Parmalat, sia Tecnosistemi avevano forti interessi in Brasile e tutte erano
rappresentate in Brasile dalla stessa persona: Giampaolo Grisendi, manager, che secondo Fausto
Tonna, era il regista delle operazioni che segnarono l’inizio dei guai di bilancio per il gruppo di
Collecchio. Non è un caso allora che in quegli anni un magistrato di San Paolo, Carlos Henriques
Abrao, ipotizzò che dietro i fallimenti ci fosse un corposo flusso di riciclaggio di denaro sporco.

Ma, nonostante questo, per lo meno sintonia d’intenti tra “il massone Mutti e il cattolicissimo Tanzi”
è evidente. Quando la Parmalat, infatti, entrò in borsa l’appoggio di Mutti fu determinante. Tanzi
ripagò, poi, l’intervento dell’amico nominando Mutti consigliere d’amministrazione della Parmalat
e rimase tale fino al 1998, mentre l’azienda di Collecchio ha posseduto fino al 2003 una quota di
Tecnosistemi. E anche dopo l’uscita dal cda di Mutti i rapporti sono continuati: insieme i due
detenevano anche una parte delle azioni della Aranca, una società palermitana che produce succo di
agrumi.

Altro personaggio a cui Tanzi risulta legato a doppio filo è certamente Sergio Cragnotti,
responsabile del crac della Cirio. I due nomi, a loro volta, sono legati a quello di un altro banchiere
che sembrerebbe essere determinante nei loro dissesti finanziari. Stiamo parlando di Cesare
Geronzi, attuale presidente di Generali, allora numero uno di Capitalia.

Nell’89, infatti, mentre Tanzi si apprestava ad entrare in borsa, la Sme (azienda pubblica) decise di
privatizzare le sue aziende alimentari, che comprendevano Cirio, Bertolli, ed altri marchi noti.
Entrò in scena appunto Sergio Cragnotti, il quale, grazie all'appoggio di banche e gruppi finanziari
sotto la regia di Geronzi, allora consigliere delegato del Banco di Roma, acquistò Cirio e la
Centrale del latte di Roma. Ma questo portò Cragnotti ad un’ingente esposizione economica,
soprattutto nei confronti proprio del Banco di Roma. Ecco allora che interviene Tanzi. “Pagai

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Eurolat (la centrale del latte, ndr) - disse Calisto - in parte assorbendo i debiti di Cragnotti verso
alcuni istituti bancari, tra cui Capitalia, in parte cash, utilizzando la liquidità della Parmalat”. La
vicenda risale al 1998: l’acquisto fu altissimo e, secondo gli inquirenti, molto più alto del dovuto.
Circa 850 miliardi.

Interrogati dai pm di Parma a più riprese sia Tanzi che Fausto Tonna hanno sostenuto che
l’acquisizione fu praticamente imposta da Geronzi. E sempre sotto lo stesso monitoraggio Tanzi
acquistò la Ciappazzi, l’azienda di acqua minerale di Giuseppe Ciarrapico, perchè anche lui
doveva rientrare dai suoi debiti. Ora capiamo il motivo per il quale Cesare Geronzi è indagato per
usura aggravata e concorso in bancarotta fraudolenta. L'acquisto della Ciappazzi praticamente
imposto a Tanzi sarebbe stato finanziato da Capitalia con tassi da usura.

Per il filone Eurolat, invece, Geronzi è stato rinviato a giudizio per estorsione e bancarotta
societaria il 5 aprile 2008. Secondo l'accusa, Geronzi avrebbe imposto a Tanzi l'acquisto di Eurolat,
società del Gruppo Cirio di Sergio Cragnotti ad un prezzo gonfiato, minacciando di chiudere gli
affidamenti bancari. Gli atti del processo sono stati trasferiti da Parma a Roma il 20 giugno perché il
reato contestato sarebbe stato compiuto a Roma. Il 23 marzo 2010, il Tribunale di Roma l’ha
prosciolto dall'accusa di estorsione, mentre ha deciso di affidare alla Cassazione la sentenza
riguardante la competenza a svolgere il processo per bancarotta.

IMPRENDITORIA E CALCIO: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

Il legame Tanzi-Cragnotti è forte anche in un altro ambito, di certo non scollegato da quello più
prettamente economico. Stiamo parlando dell’ambito calcistico e societario. Come molti
ricorderanno, infatti, Cragnotti è stato presidente della Lazio, Tanzi del Parma. Al centro di
quest’altro filone alcuni passaggi di cartellino poco chiari. A cominciare da quello di Hernan
Crespo. Fu un trasferimento record: era l’estate del 2000 e l’argentino passò dal Parma alla Lazio
per 110 miliardi di lire. Una somma altissima. Anche se solo 35 miliardi, pare, arrivarono in
contanti. Per questo i magistrati vogliono vederci chiaro, anche perché l’acquisto avvenne circa un
anno dopo il passaggio “lievitato”, di cui parlavamo prima, dell'Eurolat da Cragnotti a Tanzi.

Ma il legame di Tanzi con il calcio non è secondario nello scandalo Parmalat. Calisto, infatti,
investiva molto nel calcio, pare proprio per coprire i buchi neri delle sue aziende. Vediamo di
capirci meglio. Oggi noi sappiamo che Tanzi guidava anche un’altra squadra, il Verona. Non
avrebbe potuto stando all’articolo 7 dello statuto Figc che vieta il controllo diretto o indiretto di
altre società dello stesso settore professionistico. E infatti si servì di un prestanome, Giambattista

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Pastorello “suo uomo di fiducia”, come dichiarano oggi i magistrati. Insomma, per lungo tempo
Tanzi è stato proprietario non di due squadre “dello stesso settore professionistico”, ma addirittura
di due squadre che militavano nella stessa serie. Ci sono state ripercussioni? Assolutamente sì.
Anche da un punto di vista calcistico. Nel 2001 ad esserne penalizzato fu il Napoli, retrocesso sul
campo a seguito di alcuni incroci di partite su cui, adesso, diventa sempre più concreta l'ipotesi
della combine.

Combine che sarebbero poi state fatali per il Napoli: dopo quella stagione la squadra partenopea finì
in C1 e solo dopo sei anni tornò nella massima serie. Nella parte conclusiva di quella stagione,
infatti, il Napoli arrivò a giocarsi le sue ultime possibilità di salvezza alle giornate conclusive. La
quartultima vide opposti proprio i partenopei e il Verona, diretta rivale degli azzurri alla salvezza.

Vinse il Napoli, tanto che tutti a quel punto credevano nell'impresa. Ma alla penultima giornata di
campionato tra il Parma di Tanzi, già qualificato in Champions League, e il Verona, fu
quest'ultima ad uscire con i tre punti dal Tardini. Gara molto strana si disse già allora, 2-1 per gli
scaligeri, che andarono in vantaggio con un rigore di Oddo, concesso per un fallo eclatante di
Benarrivo. Il Napoli, invece, pareggiò in casa con la Roma, che quell’anno vinse il campionato. Ma
il danno, oramai, era fatto: il Verona con quella gara scavalcò il Napoli che vinse invano l'ultima
gara a Firenze, con i gialloblù che battevano in casa un rinunciatario Perugia già salvo da tempo.

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