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Sull’isola

giapponese di Okinawa si contano oltre ventiquattro centenari ogni


centomila abitanti, un valore significativamente più alto della media mondiale.
Desiderosi di individuare le ragioni di questa straordinaria eccezione, Héctor
García e Francesc Miralles hanno condotto anni di studi sul luogo, fermandosi in
particolare a Ogimi, il cosiddetto “villaggio dei centenari”, e verificando che, tra
i fattori fondamentali di questa incredibile longevità, vi sono una vita semplice
all’aria aperta (resa possibile dal clima mite), un’alimentazione sana ed
essenziale, una dedizione a coltivare l’amicizia e i rapporti umani.
Ma il risultato più sorprendente delle ricerche è stato scoprire una sorta di
ingrediente segreto: l’ikigai, appunto, ossia la propria ragion d’essere, il motivo
che ci spinge ad alzarci dal letto ogni giorno, la felicità di dedicarci
quotidianamente a ciò che amiamo. Tutti custodiamo nel profondo il nostro
ikigai, qualcuno lo ha già individuato, qualcun altro ancora no. Ecco perché lo
scopo di questo libro rivoluzionario, che ha conquistato anche Marie Kondo e
che è stato tradotto in trentasei lingue, è proprio aiutarci a metterlo a fuoco: un
manuale semplice, nello stesso tempo pratico e poetico, per scoprire i segreti di
longevità della filosofia giapponese e per imparare ad applicarli alla nostra vita.
HÉCTOR GARCÍA, nato a Valencia nel 1981, vive a Tokyo dal 2004 e con il
suo blog kirainet.com è diventato un punto di riferimento sulla cultura
giapponese a livello mondiale.

FRANCESC MIRALLES è nato a Barcellona nel 1968. Giornalista, pubblica


regolarmente su “El País Semanal” e scrive di psicologia e spiritualità. È inoltre
impegnato nello sviluppo di un metodo che combina logoterapia e cultura ikigai.
Héctor García
Francesc Miralles

Il metodo Ikigai
I segreti della filosofia giapponese per una vita lunga e felice

Traduzione di Francesca Pe’


Pubblicato per

da Mondadori Libri S.p.A.


Proprietà letteraria riservata
© Hector García (Kirai) and Francesc Miralles, 2016
Published by arrangement with Sandra Bruna AL.
Translated by arrangement with Meucci Agency – Milan.
© 2018 Mondadori Libri S.p.A., Milano eISBN 978-88-58-69208-0

Titolo originale dell’opera Ikigai

Prima edizione: gennaio 2018

Illustrazioni © Marisa Martínez Grafici © Flora Buki

In copertina:
fotografia © Shutterstock
Art Director: Francesca Leoneschi Graphic Designer: Luigi Altomare /
theWorldofDOT

www.rizzoli.eu

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
Il metodo Ikigai
A mio fratello Aitor,
la persona che più spesso mi ha detto:
«Fratello, non so cosa fare della mia vita!».

HÉCTOR GARCÍA



A tutti i miei amici
passati, presenti e futuri,
perché sono la mia famiglia e la spinta
a proseguire il cammino.

FRANCESC MIRALLES
Solo se ti mantieni attivo vorrai vivere cent’anni.

PROVERBIO GIAPPONESE
Sommario

Una parola misteriosa

I. La filosofia ikigai
L’arte di invecchiare restando giovani

II. Chiavi antiaging


Le piccole cose di ogni giorno che rendono il cammino lungo e piacevole

III. Maestri di lunga vita


Parlano le persone più longeve del mondo

IV. Dalla logoterapia all’ikigai


L’importanza di dare un senso all’esistenza per vivere meglio e più a
lungo

V. Entrare nel flusso di ogni attività


Come trasformare il lavoro e il tempo libero in uno spazio di crescita

VI. Pillole di saggezza dei centenari


Tradizioni e massime di vita da Ogimi per un’esistenza lunga e felice

VII. La dieta ikigai


Cosa mangiano e cosa bevono le persone più longeve del mondo

VIII. Muoversi dolcemente per vivere di più


Esercizi dall’Oriente che favoriscono la salute e la longevità
IX. Resilienza e wabi-sabi
Come affrontare problemi e cambiamenti senza invecchiare a causa di
stress e ansia

Epilogo
Ikigai, un’arte di vivere
Una parola misteriosa

L’idea di questo libro ci è venuta durante una notte di pioggia a Tokyo, quando
ci siamo incontrati per la prima volta in una trattoria minuscola, come se ne
trovano tante in quella città.
Ognuno aveva letto le cose che scriveva l’altro, ma non ci conoscevamo
ancora di persona, visto che tra la capitale del Giappone e Barcellona ci sono ben
diecimila chilometri di distanza. Un amico comune ci aveva messo in contatto e
da allora è nata un’amicizia che ha dato come frutto questo libro, e che sembra
destinata a durare per sempre.
Un anno dopo ci siamo rivisti e abbiamo fatto una passeggiata in un parco nel
centro di Tokyo. Ci siamo messi a parlare delle correnti della psicologia
occidentale, in particolare della logoterapia, il metodo elaborato da Viktor Frankl
per aiutare il paziente a scoprire il significato della vita.
Avevamo l’impressione che negli ultimi tempi quell’approccio fosse passato
di moda, almeno negli studi medici, a favore di altre scuole psicologiche. Eppure
noi esseri umani continuiamo a cercare il significato di ciò che facciamo e
viviamo. Ci poniamo domande come:
Che senso ha la mia vita?
Devo limitarmi a esistere un giorno dopo l’altro, oppure ho uno scopo più
elevato nel mondo?
Perché ci sono persone che sanno cosa vogliono e vivono con passione,
mentre altre si trascinano nella confusione?
A un certo punto della nostra conversazione, è saltata fuori la parola
misteriosa: ikigai.
Questo concetto giapponese potrebbe essere tradotto grosso modo come “la
felicità di essere sempre occupati” e ha qualcosa a che fare con la logoterapia,
ma non solo. Di fatto, pare che sia uno dei motivi dietro la straordinaria
longevità dei giapponesi, soprattutto sull’isola di Okinawa.
Qui si contano 24,55 centenari ogni centomila abitanti, un valore molto più
alto della media mondiale.
Ma perché su quest’isola del Sud del Giappone si vive più a lungo che in
qualsiasi altra regione del mondo? Secondo gli studi effettuati, la risposta non va
cercata soltanto in fattori come l’alimentazione, la vita semplice all’aria aperta, il
tè verde e il clima subtropicale (la temperatura media di Okinawa è simile a
quella delle Hawaii). Una delle chiavi è per l’appunto l’ikigai su cui si fonda la
vita della popolazione locale.
Indagando su tale concetto, ci siamo resi conto che non esistevano manuali,
né di psicologia divulgativa né di crescita personale, che approfondissero questa
filosofia e che permettessero venisse divulgata in Occidente.
È forse merito dell’ikigai se a Okinawa ci sono più centenari che nel resto del
mondo? Come fanno quei vecchietti a mantenersi attivi fino all’ultimo respiro?
Qual è il segreto di un’esistenza lunga e felice?
Nel corso della nostra ricerca abbiamo scoperto che a Okinawa c’è un posto
in particolare, un insediamento rurale di tremila abitanti nel Nord dell’isola, con
il più alto indice di longevità al mondo, tanto da essere soprannominato “il
villaggio dei centenari”.
A Ogimi – così si chiama il paesino – gli anziani appaiono attivi e soddisfatti
fino alla fine dei loro giorni. Per questo, ci siamo ripromessi di apprendere sul
campo i loro segreti.
Dopo un anno di studi teorici, con telecamere e registratori siamo arrivati nel
villaggio, dove si parla una lingua antichissima e si pratica una religione
animista incentrata su spiritelli dei boschi dai capelli lunghi detti bunagaya.
Non essendoci alberghi in paese, abbiamo dovuto alloggiare in una casa a
venti chilometri di distanza. Appena messo piede nel villaggio, ci siamo accorti
della straordinaria simpatia degli abitanti, che ridevano e scherzavano di
continuo tra le verdi colline irrigate dall’acqua incontaminata.
Qui cresce la maggior parte degli shikuwasa giapponesi, i limoni di Okinawa
a cui è attribuito un enorme potere antiossidante.
Era questo il segreto della longevità degli abitanti di Ogimi? O era piuttosto
l’acqua pura con cui preparavano il tè di moringa?
Man mano che realizzavamo le interviste ai più anziani del villaggio, ci
rendevamo conto che le virtù dei prodotti della terra non potevano bastare a
spiegare la longevità. C’era qualcosa di molto più profondo. La chiave era
l’insolita letizia dei nativi, che guidava la loro vita su un cammino lungo e
piacevole.
Di nuovo il misterioso ikigai.
Ma in cosa consiste esattamente? E come si fa ad acquisirlo?
Eravamo sorpresi anche perché questa oasi di vita quasi eterna si trovava
proprio a Okinawa, dove alla fine della Seconda guerra mondiale ci furono
duecentomila vittime innocenti.
Invece di provare rancore verso gli invasori, gli isolani si ispirano all’ichariba
chode, un’espressione locale che si può tradurre così: “Tratta tutti come se
fossero tuoi fratelli, anche se non li hai mai visti prima”.
Uno dei segreti degli abitanti di Ogimi è il senso di appartenenza alla
comunità. Fin da piccoli si dedicano allo yuimaru, il lavoro in gruppo, dunque si
abituano presto ad aiutarsi l’un l’altro.
Coltivare le amicizie, seguire una dieta leggera, riposare bene e praticare un
moderato esercizio fisico sarebbero tutte componenti dell’equazione della salute,
ma al centro di quella joie de vivre, la gioia di vivere che spinge gli anziani di
Okinawa a festeggiare un compleanno dopo l’altro rallegrandosi di ogni nuovo
giorno, c’è l’ikigai personale di ciascuno.
Obiettivo del presente libro è svelarti i segreti dei centenari giapponesi per
una vita sana e felice, e darti gli strumenti perché anche tu possa scoprire il tuo
ikigai.
Una volta trovato, non ti servirà nient’altro per vivere un’esistenza lunga e
appagante.
Buon viaggio!

HÉCTOR GARCÍA (KIRAI) E FRANCESC MIRALLES


I

La filosofia ikigai

L’arte di invecchiare restando giovani

Qual è la tua ragione di vita?

I giapponesi sono convinti che ognuno di noi abbia un ikigai, cioè quello che un
filosofo francese chiamerebbe raison d’être, uno scopo nella vita. Ci sono
persone che hanno trovato il proprio ikigai e ne sono pienamente consapevoli, e
altre che lo stanno ancora cercando, anche se è già dentro di loro.
L’ikigai si nasconde nella parte più profonda del nostro essere e va ricercato
con pazienza. Secondo gli abitanti di Okinawa, l’isola con la maggiore
concentrazione di centenari al mondo, l’ikigai è il motivo per cui ci alziamo la
mattina.

SCHEMA DI MARC WINN


Andare in pensione? No, grazie

Avere un ikigai chiaro e definito, una grande passione, ci rende felici e


soddisfatti e dà un senso alla nostra vita. Obiettivo di questo libro è aiutarti a
trovare il tuo ikigai e svelarti i segreti della filosofia giapponese per conservare a
lungo in salute il corpo, la mente e lo spirito.
Chi vive in Giappone da un po’ di tempo rimane stupito nel vedere quanto si
mantengono attivi gli anziani anche dopo essere andati in pensione. In realtà
molti giapponesi non smettono mai davvero di lavorare, ma si dedicano a ciò che
amano finché le condizioni di salute glielo permettono.
Di fatto in giapponese non esiste proprio una parola che significhi
esattamente “andare in pensione” nel senso di “smettere per sempre di lavorare”,
come l’intendiamo noi in Occidente. Come afferma Dan Buettner, giornalista del
“National Geographic” ed esperto del Paese nipponico, «in questa cultura avere
uno scopo nella vita è così importante che i giapponesi ignorano il nostro
concetto di pensionamento».

L’isola della (quasi) eterna giovinezza


Secondo alcuni studi, la longevità dei giapponesi è favorita non solo dalla loro
dieta salutare, ma anche, e soprattutto, dal senso di appartenenza a una comunità
e dal fatto di avere un ikigai chiaro. Il concetto che approfondiremo in questo
manuale è particolarmente radicato a Okinawa, una delle cosiddette “zone blu”, i
luoghi in cui vivono le persone più longeve al mondo.
Su quest’isola ci sono più centenari ogni centomila abitanti che in qualsiasi
altra regione del pianeta. Le ricerche mediche attualmente in corso hanno portato
alla luce molti dati interessanti sulle caratteristiche di questi individui
straordinari:

• Non solo le persone vivono molto più a lungo rispetto al resto della
popolazione mondiale, ma sono quelle che soffrono meno di patologie come
il cancro, le cardiopatie e le malattie infiammatorie.
• Numerosi centenari presentano un livello di vitalità invidiabile e uno stato di
salute incomparabilmente migliore rispetto agli anziani residenti altrove.
• Nel sangue presentano meno radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento
cellulare, e ciò grazie alla cultura del tè e all’abitudine di mangiare arrivando
a riempire solo l’80 per cento dello stomaco.
• Tra le donne, i sintomi della menopausa sono più lievi e, in generale, uomini
e donne conservano un livello elevato di ormoni sessuali fino a un’età molto
avanzata.
• Il rischio di demenza senile è notevolmente inferiore rispetto alla media della
popolazione mondiale.

Nel corso del libro prenderemo in esame tutti questi aspetti, ma i ricercatori
sottolineano che la salute e la longevità degli abitanti di Okinawa sono in buona
parte riconducibili all’atteggiamento “ikigai” nei confronti della vita, grazie al
quale ogni giornata acquisisce un significato profondo.

Caratteri di ikigai
Ikigai si scrive , dove significa “vita” e significa “valere la pena”. A sua volta
può essere scomposto in , che significa “armatura”, “numero uno”, “essere il primo ad
andare (al fronte in una battaglia, prendendo l’iniziativa e guidando gli altri)”, e che significa
“elegante”, “bello”.

Le cinque zone blu


Si chiamano così le regioni in cui scienziati e demografi hanno individuato
numerosi casi di longevità eccezionale. Di queste cinque zone, la prima è quella
di Okinawa, in Giappone, dove soprattutto le donne vivono molto a lungo e
senza malattie.
Le cinque regioni identificate e analizzate da Dan Buettner nel libro Lezioni
di lunga vita. Le zone blu. I segreti delle popolazioni ultracentenarie sono:

1. Okinawa, Giappone (in particolare il Nord dell’isola). La dieta locale


prevede molte verdure e tofu. Le porzioni sono piccole. Oltre alla filosofia
ikigai, per la speranza di vita dei nativi è importante il concetto di moai (il
gruppo di amici intimi), che approfondiremo nelle prossime pagine.
2. Sardegna, Italia (nello specifico, le province di Nuoro e dell’Ogliastra). Gli
abitanti consumano molte verdure e vino. Si tratta di comunità assai unite, un
aspetto che ha una grande influenza sulla longevità.
3. Loma Linda, California. I ricercatori hanno studiato un gruppo di avventisti
del Settimo Giorno che sono tra gli abitanti più longevi degli Stati Uniti.
4. Penisola di Nicoya, Costa Rica. Molti nativi superano i novant’anni con una
vitalità notevole. Parecchi anziani si alzano senza problemi alle 5:30 del
mattino per lavorare in campagna.
5. Icaria, Grecia. Su quest’isola vicina alle coste della Turchia, un abitante su
tre ha più di novant’anni, da cui il soprannome di “isola della longevità”. A
quanto pare, il segreto dei nativi sta tutto in uno stile di vita che non è mai
cambiato dal 500 a.C.

Prenderemo in esame alcuni fattori che compaiono in tutte le zone blu e che
sembrano essere la chiave della longevità dei loro abitanti, soprattutto a
Okinawa, dove sorge il cosiddetto “villaggio dei centenari” che ha occupato
buona parte del nostro studio. Prima, però, è interessante notare che tre di queste
zone corrispondono a tre isole, dove le comunità hanno meno risorse e i loro
abitanti sono costretti ad aiutarsi tra loro.
Per molte persone, proprio il fatto di doversi aiutare a vicenda può costituire
un ikigai così forte da spingerle a continuare a vivere.
Secondo gli scienziati che hanno messo a confronto la vita nelle cinque zone
blu, i segreti della longevità sono la dieta, l’esercizio fisico, avere uno scopo
nella vita (un ikigai) e legami sociali positivi, cioè poter contare su molti amici e
su buoni rapporti in famiglia.
I membri di queste comunità gestiscono bene il loro tempo, riducendo lo
stress, mangiano poca carne e pochi cibi industriali e bevono alcol con
moderazione.
Non fanno sport in maniera esagerata, ma si muovono tutti i giorni, facendo
passeggiate o prendendosi cura dell’orto. Invece di spostarsi in macchina,
preferiscono andare a piedi. In tutte le zone blu è molto diffuso il giardinaggio,
che richiede movimento fisico quotidiano ma di bassa intensità.

Il segreto dell’80 per cento

Uno dei detti più popolari di Okinawa è hara hachi bu, che viene pronunciato
prima o dopo i pasti e significa qualcosa del tipo “la pancia, all’80 per cento”. In
pratica, la saggezza antica consiglia di non abbuffarsi fino a scoppiare. Per
questo i nativi smettono di mangiare quando sentono di essersi riempiti l’80 per
cento dello stomaco, anziché ingozzarsi costringendo il corpo a logorarsi con
una digestione lunga, che accelera l’ossidazione delle cellule.
Forse proprio tale abitudine così semplice è uno dei segreti della longevità
degli abitanti di Okinawa.
La loro dieta è ricca di tofu, patate dolci, pesce (tre volte alla settimana) e
molte verdure (trecento grammi al giorno). Nel capitolo dedicato
all’alimentazione vedremo quali prodotti rientrano in quell’80 per cento di cibi
sani e antiossidanti.
Anche il modo di servire i pasti è importante. Dividendo le pietanze in vari
piattini, i giapponesi tendono a mangiare meno. Per lo stesso motivo, anche gli
occidentali in Giappone tendono a dimagrire e a mantenere un fisico asciutto.
Recenti studi nel campo della nutrizione hanno rivelato che gli abitanti di
Okinawa assumono circa 1800-1900 calorie al giorno e che il loro indice di
massa corporea oscilla tra 18 e 22, mentre negli Stati Uniti è pari in media a 26 o
27.

Moai: legami per una lunga vita

Questa è una tradizione di Okinawa – ma anche di Kagoshima – per creare


legami forti nelle comunità locali. Il moai è un gruppo informale di persone che
hanno degli interessi condivisi e si aiutano tra loro. Per molti partecipanti, il
servizio alla comunità diventa uno dei loro ikigai.
Le origini dei moai risalgono a tempi più difficili, quando gli agricoltori si
riunivano per scambiarsi informazioni sui metodi migliori per coltivare i campi e
darsi una mano l’un l’altro quando il raccolto annuale non andava bene.
I membri di un moai devono versare una quota fissa mensile. In cambio,
possono partecipare ad assemblee, cene, partite di go, di shogi (gli scacchi
giapponesi) e godere insieme della loro passione, qualunque essa sia.
Il denaro raccolto viene usato per le attività del gruppo e, quando diventa
troppo, un membro a rotazione riceve una somma prestabilita. Per esempio, se
una persona versa cinquemila yen al mese, due anni dopo potrebbe riceverne
cinquantamila (è un modo per risparmiare con l’aiuto degli altri); il mese
seguente la stessa cifra toccherà a un altro amico dello stesso moai, e così via.
Far parte di un moai favorisce la stabilità emotiva e anche quella finanziaria.
Se un membro del gruppo si trova in difficoltà economiche, infatti, è possibile
anticipargli il “versamento” dei risparmi collettivi. Le regole specifiche variano a
seconda del gruppo e della disponibilità economica.
Per tenere la contabilità del moai, si usa un taccuino detto moaicho.
Il senso di appartenenza e di aiuto reciproco infonde sicurezza all’individuo e
contribuisce ad aumentare la speranza di vita.

Dopo questa breve introduzione ai temi trattati nel libro, cominceremo passando
in rassegna alcune cause dell’invecchiamento precoce nel mondo moderno, per
poi esaminare diversi fattori legati all’ikigai.
II

Chiavi antiaging

Le piccole cose di ogni giorno che rendono il cammino lungo e piacevole

La velocità di fuga della longevità

Da oltre un secolo, per ogni anno che passa riusciamo a conquistare in media 0,3
anni di vita in più. Ma cosa succederebbe se il progresso tecnologico ci
permettesse di aggiungere addirittura un anno di speranza di vita per ogni anno
che passa? In teoria, diventeremmo biologicamente immortali, perché avremmo
raggiunto la “velocità di fuga della longevità”.
I ricercatori che si occupano del futuro come Ray Kurzweil e Aubrey de Grey
sono ottimisti: secondo loro, arriveremo alla velocità di fuga nel giro di qualche
decennio. Altri scienziati non la pensano così e prevedono che raggiungeremo un
tetto invalicabile, un’età massima che non potremo superare nonostante la
tecnologia.
La biologia attuale, per esempio, dice che la capacità delle nostre cellule di
rigenerarsi difficilmente può andare oltre i centoventi anni.

Mente attiva, corpo giovane

Il classico motto mens sana in corpore sano racchiude una grande verità: ci
ricorda che la mente e il corpo hanno la stessa importanza e che la salute
dell’una dipende da quella dell’altro. È ampiamente dimostrato che, per restare
giovani, uno dei fattori essenziali è avere una mente attiva e flessibile, che non
smette mai di imparare.
Una mente giovane ci spingerà a ricercare uno stile di vita salutare, che a sua
volta ritarderà l’invecchiamento.
Proprio come la mancanza di esercizio fisico danneggia il corpo e rovina lo
spirito, così anche la mancanza di esercizio mentale ha conseguenze negative
sull’individuo: in particolare, provoca la perdita di neuroni e connessioni neurali
e, quindi, riduce la capacità di reazione.
Per questo, la ginnastica per il cervello è fondamentale.
Il neuroscienziato Shlomo Breznitz è stato tra i primi a sostenere l’importanza
dell’esercizio mentale. Ritiene infatti che il cervello abbia bisogno di numerosi
stimoli per restare in forma: «Esiste una contraddizione tra ciò che ci fa bene e
quello che abbiamo voglia di fare. Alle persone, soprattutto agli anziani, piace
fare le cose come le hanno sempre fatte. Il problema è che, quando il cervello
sviluppa delle routine molto rigide, non ha più bisogno di pensare. Compie tutto
in automatico, in maniera rapida ed efficace, persino più redditizia. Così
tendiamo ad aggrapparci alle routine, e l’unico modo per uscirne è porre il
cervello davanti a informazioni nuove» ha spiegato Breznitz in un’intervista.
Quando introduciamo nuove informazioni, il cervello crea nuove connessioni
e si rivitalizza. Per questo è indispensabile esporsi al cambiamento, anche se
uscire dalla propria comfort zone fa aumentare il livello di ansia.
Gli effetti dell’esercizio mentale sono scientificamente provati. Secondo
Breznitz, i benefici sono molteplici: «Cominci a mettere alla prova il cervello
con un compito che non hai mai affrontato prima. Ti sembra difficilissimo, ma
l’allenamento funziona, perché stai imparando. La seconda volta ti accorgi che
fai meno fatica e te la cavi sempre meglio. L’effetto sul tuo stato d’animo è
fantastico. Avviene una trasformazione che non influisce solo sui risultati che
ottieni, ma anche sulla percezione che hai di te stesso».
L’«allenamento mentale» di cui parla Breznitz può sembrare sofisticato, ma
nel caso di un anziano è sufficiente interagire socialmente con altre persone della
stessa età, per esempio attraverso il gioco, per evitare la depressione causata
dalla solitudine e per ricevere nuovi stimoli.
A partire dai vent’anni i neuroni iniziano a invecchiare, ma è possibile
rallentare il processo con il lavoro intellettuale, la curiosità e la voglia di
apprendere. Affrontare situazioni insolite, imparare qualcosa di nuovo ogni
giorno, giocare e interagire con gli altri è imprescindibile per l’antiaging
mentale. Più il nostro atteggiamento è positivo in questo senso, maggiori saranno
i benefici per la nostra mente.

Lo stress: il presunto killer della longevità

Tante persone dimostrano più anni della loro età reale. Indagando i motivi di
questo fenomeno, è emerso che l’invecchiamento precoce è legato allo stress, in
quanto nei periodi di crisi il corpo si logora molto di più. Dopo aver studiato
questo processo degenerativo, l’American Institute of Stress è giunto alla
conclusione che la maggior parte dei problemi di salute è causata dallo stress.
Nello stesso ambito, l’Heidelberg University Hospital ha effettuato un test
sottoponendo un giovane medico a un colloquio di lavoro, una situazione già
stressante di per sé. Come se non bastasse, il soggetto ha dovuto rispondere per
mezz’ora a quesiti matematici complessi, che lo hanno fatto agitare ancora di
più.
Subito dopo, i ricercatori gli hanno prelevato un campione di sangue per
analizzarlo. Si è così scoperto che gli anticorpi avevano reagito allo stress nel
medesimo modo in cui avrebbero reagito a un agente patogeno, cioè attivando le
proteine che iniziano la risposta immunitaria. Il problema è che queste proteine
non solo neutralizzano gli agenti nocivi, ma danneggiano anche le cellule sane,
facendole invecchiare precocemente.
Proseguendo lungo la stessa linea di indagine, nel 2004 la University of
California ha condotto uno studio su trentanove donne che erano sottoposte a un
alto livello di stress perché avevano un figlio malato. I dati e i campioni raccolti
sono stati confrontati con quelli di altre donne caratterizzate da un profilo simile,
ma con figli sani e bassi livelli di stress.
Grazie ai campioni è stato dimostrato che lo stress incrementa
l’invecchiamento cellulare, in quanto altera i telomeri delle cellule. Nelle
situazioni di stress i telomeri si indeboliscono, compromettendo anche il
rinnovamento cellulare, a cui partecipano attivamente.
Lo studio ha confermato che più lo stress aumenta, maggiore è l’effetto
degenerativo sulle cellule.

Come funziona lo stress?

Al giorno d’oggi molti di noi vivono a ritmi forsennati e in perenne


competizione con gli altri. In un contesto del genere, lo stress è una risposta
naturale dell’organismo, che percepisce la situazione come potenzialmente
pericolosa o difficile.
In teoria si tratta di una reazione utile, perché ci permette di sopravvivere in
ambienti ostili. Nel corso dell’evoluzione, gli esseri umani hanno usato questa
risposta per fare fronte alle difficoltà e fuggire dai predatori.
Quando ricevono un messaggio di allarme, i neuroni attivano la ghiandola
pituitaria, che produce l’ormone di rilascio della corticotropina, la quale a sua
volta si diffonde in tutto il corpo tramite il sistema simpatico. Poi si attivano le
ghiandole surrenali, che rilasciano adrenalina e cortisolo. L’adrenalina accelera
la frequenza respiratoria e cardiaca e prepara i muscoli all’azione. In questo
modo, il corpo è pronto a reagire rapidamente di fronte al presunto pericolo.
Dal canto suo, il cortisolo aumenta il rilascio di glucosio nel sangue e di
dopamina, la sostanza che ci “ricarica le batterie” per affrontare una sfida.
UOMINI DELLE CAVERNE UOMINI DELL’ERA MODERNA

La maggior parte del tempo erano rilassati. La maggior parte del tempo sono concentrati sul
lavoro e attenti a ogni potenziale minaccia.

Provavano stress solo in momenti molto specifici. Sono connessi ventiquattr’ore su ventiquattro e
sempre in attesa di notifiche sul cellulare.

Le minacce erano reali: un predatore poteva ucciderli Il cervello associa la vibrazione del cellulare o
in qualsiasi momento. l’arrivo di una mail alla minaccia di un
predatore.

I picchi di cortisolo e adrenalina, limitati ai momenti Dosi più ridotte ma continue di cortisolo
di pericolo, servivano a mantenere il corpo in salute. invadono l’organismo.

A un livello ragionevole, questi processi sono vantaggiosi, perché ci aiutano a


superare le difficoltà quotidiane. Tuttavia, lo stress a cui sono sottoposti gli
esseri umani al giorno d’oggi è chiaramente deleterio.
Se si prolunga nel tempo, lo stress diventa degenerativo e rovina i neuroni
associati alla memoria. In più, lo stato di allerta costante impedisce
all’organismo di produrre certi ormoni, e queste carenze possono provocare la
depressione. Tra gli effetti secondari vanno poi citati irritabilità, insonnia e ansia,
oltre all’aumento della pressione arteriosa.
Ricapitolando: le sfide sono una cosa positiva per il corpo e la mente, che in
tal modo si mantengono attivi, ma uno stress continuo ed eccessivo va evitato, al
fine di scongiurare l’invecchiamento precoce dell’organismo.

Rimedi giapponesi per alleviare lo stress


• Fa’ un lungo bagno ascoltando musica rilassante. Esistono sali da bagno che aiutano a
distendere i muscoli.
• Tieni in ordine la scrivania, la casa, la camera da letto e tutto ciò che ti circonda. Se ti senti
stressato, forse la prima cosa che devi fare è proprio mettere ordine nel tuo mondo.
• Dedicati all’esercizio fisico, facendo stretching e respiri profondi.
• Segui una dieta equilibrata.
• Massaggiati la testa facendo pressione con le dita.
• Pratica la meditazione, di qualsiasi tipo. È consigliabile farlo in un tempio con altre persone,
perché in gruppo si riesce a meditare più a lungo che non da soli.

Ridurre lo stress consapevolmente


La minaccia percepita dalla nostra mente può essere reale o meno, ma lo stress si
riconosce subito. Oltre a causare ansia, infatti, provoca svariate alterazioni
psicosomatiche, che colpiscono per esempio l’apparato digerente o la pelle.
Prevenire lo stress è quindi fondamentale per evitare tutti i disturbi correlati.
A questo scopo, molti esperti consigliano di praticare la mindfulness (la “piena
consapevolezza”).
Secondo tale programma di riduzione dello stress, la prima cosa da fare è
ascoltare il nostro io: stare attenti alle nostre reazioni, anche le più banali, per
esserne consapevoli. Così entriamo in contatto con il qui e ora e riduciamo i
pensieri incontrollati.
«Dobbiamo imparare a spegnere il pilota automatico che ci guida e ci fa
entrare in un loop continuo. Tutti conosciamo qualcuno che a pranzo sta
attaccato al telefono o si mette a leggere un dossier di lavoro. Poi gli chiedi se
nella frittata che ha appena mangiato c’era la cipolla e non sa cosa risponderti»
ha affermato in un’intervista Roberto Alcíbar, che dopo un periodo di forte stress
causato da una malattia ha deciso di abbandonare la sua vita frenetica per
diventare insegnante di mindfulness.
Uno dei modi per raggiungere la piena consapevolezza è la meditazione, che
aiuta a filtrare le informazioni in arrivo dall’esterno. La mindfulness si può
ottenere anche con gli esercizi di respirazione, lo yoga e la pratica del body scan
(“scansione del corpo”).
Andrés Martín, autore del libro Con rumbo propio: disfruta de la vida sin
estrés, in un’intervista ha esortato a usare la mindfulness nelle seguenti
situazioni:

• Al risveglio, fino al momento di alzarsi.


• Mentre ci si prepara per uscire di casa.
• Durante gli spostamenti, a piedi o con un mezzo di trasporto.
• In coda a uno sportello.
• Dopo aver concluso un’attività e prima di iniziarne un’altra.
• Ogni volta che si beve o si mangia qualcosa.
• Mentre si fa esercizio fisico.
• Durante le pulizie di casa.
• Quando si riposa e ci si corica la sera.

Per riuscirci serve un allenamento graduale, ma con la pratica si attiva


l’attenzione piena, che riduce lo stress e quindi allunga la vita.
Lo stress moderato fa bene alla salute

È dimostrato che lo stress prolungato ed eccessivo è nemico della longevità e


della salute, sia fisica sia mentale. Al contrario, bassi livelli di stress sono
benefici per l’organismo.
A confermare gli effetti positivi dello stress moderato è il professor Howard
Friedman, della University of California.
Dopo aver osservato l’evoluzione di alcuni individui per oltre vent’anni, lo
studioso ha fatto una scoperta interessante: le persone che presentavano un
contenuto livello di stress, accettavano le sfide e lavoravano con impegno per
ottenere successi vivevano più a lungo di quelle che sceglievano uno stile di vita
totalmente tranquillo e andavano in pensione prima.
Così Friedman è giunto alla conclusione che lo stress, a piccole dosi, fa bene:
«Chi vive con un livello lieve di stress tenta di avere abitudini più sane, fuma
meno e consuma meno alcol» ha spiegato il ricercatore al termine dello studio.
Pertanto, non c’è da stupirsi se molti degli ultracentenari che incontreremo in
questo libro parlano di vite intense, durante le quali hanno lavorato fino a un’età
avanzata.

La sedentarietà, nemica della giovinezza

Soprattutto in Occidente, le persone sono sempre più sedentarie. Ciò aumenta la


diffusione di numerose malattie, come l’ipertensione e l’obesità, che
compromettono la longevità degli individui.
Lo stile di vita di un sedentario prevede pochissimo esercizio fisico, e non ci
riferiamo a sport vero e proprio ma al semplice tran tran quotidiano.
Stare troppo tempo seduti, in ufficio o a casa, indebolisce il tono muscolare e
la capacità respiratoria, accresce l’appetito e riduce la voglia di compiere attività
stimolanti.
Per lo stesso motivo, la sedentarietà può favorire la comparsa di ipertensione,
disturbi alimentari, malattie cardiovascolari, osteoporosi e anche certi tipi di
cancro.
A ulteriore conferma, secondo studi recenti la sedentarietà rovina i telomeri
delle cellule immunitarie, un fenomeno che accelera l’invecchiamento delle
cellule e, quindi, dell’intero organismo.
La questione riguarda soggetti di tutte le età, non solo gli adulti. Tra i bambini
sedentari il tasso di obesità è molto elevato, con i problemi e i rischi per la salute
che ne derivano.
Per questo è importante adottare uno stile di vita sano e attivo fin da piccoli.
Combattere la sedentarietà è facile: basta cambiare alcune abitudini con un
pizzico di forza di volontà. Una vita più attiva, che ci faccia sentire meglio a
livello fisico e mentale, è un obiettivo alla portata di tutti. Non dobbiamo fare
altro che aggiungere pochi semplici ingredienti alla nostra routine quotidiana:

• Camminare almeno venti minuti al giorno, per andare al lavoro o per il puro
piacere di farlo.
• Usare le gambe al posto dell’ascensore o delle scale mobili favorisce la
postura, i muscoli e l’apparato respiratorio, tra le altre cose.
• Dedicarsi a un hobby o a un’attività sociale per non passare troppo tempo
davanti alla TV.
• Sostituire gli snack con la frutta, che soddisfa ugualmente la voglia di
sgranocchiare qualcosa ma apporta sostanze nutritive che fanno bene
all’organismo.
• Dormire il giusto. L’ideale è da sette a nove ore per notte; oltre si sprofonda
nel letargo.
• Giocare con bambini o animali domestici o praticare uno sport non solo
tonifica il corpo, ma tiene attiva la mente e migliora l’autostima.
• Prestare attenzione alla propria vita quotidiana per individuare le abitudini
dannose e sostituirle con altre più positive.

Mettendo in pratica questi piccoli cambiamenti, aiuteremo il corpo e la mente a


ringiovanire e aumenteremo la nostra speranza di vita.

La vecchiaia si riflette sulla pelle

Anche se invecchiamo dentro e fuori, sia fisicamente sia mentalmente, uno degli
elementi chiave per capire l’età di una persona è la pelle. L’epidermide riveste il
corpo, si piega per produrre le espressioni facciali e cambia colore e consistenza
a seconda dei processi in corso nell’organismo.
Invecchiare è un fenomeno naturale, intrinseco all’essere umano e inevitabile.
È però possibile alleviarne i sintomi, ritardarli, e addirittura ringiovanire.
Se vogliamo influire sul nostro processo di invecchiamento, dobbiamo sapere
come e perché si verifica. La Clínica Tomassetty, specializzata in medicina
antiaging, spiega come avviene l’invecchiamento della pelle.
L’epidermide si rinnova di continuo, sostituendo le cellule più vecchie con
altre più giovani. A partire dai venticinque anni, questo processo rallenta e
comincia a risentire maggiormente dei fattori ambientali. In età matura, i segni
del tempo che passa si manifestano sulla pelle. Le rughe si accentuano e
compaiono le macchie.
Ciò nonostante, non tutti invecchiamo allo stesso ritmo, e le cause sono sia
genetiche sia ambientali.

Bellezza bianca
“La pelle bianca copre le sette imperfezioni” è la traduzione letterale di un antico proverbio
nipponico, che potremmo rendere anche così: “Persino una donna brutta diventa bella, se copre
le sue imperfezioni con una pelle bianca”.
In tema di pelle, da secoli i giapponesi la pensano in un solo modo: più è chiara, meglio è,
soprattutto nelle donne.
Le geisha e le geiko, considerate l’ideale di bellezza locale, si dipingono il viso di bianco puro,
tanto che un occidentale, quando ne vede una, ha la sensazione di trovarsi davanti un fantasma.
Nell’industria giapponese dei cosmetici esiste tutta una gamma di prodotti sbiancanti, i cosiddetti
bihaku dove bi significa “bellezza” e haku significa “bianca”). Questi cosmetici sono
ormai un vero e proprio fenomeno, non solo in Giappone: si stanno diffondendo anche in altri
Paesi come la Corea del Sud, Taiwan e certe regioni della Cina come Shanghai.
In Giappone, d’estate, capita spesso di vedere la gente a passeggio con il parasole e addirittura
con i guanti per ripararsi le mani. Le donne giapponesi sanno benissimo che non bisogna
permettere ai raggi ultravioletti di far invecchiare la pelle. Forse per questo, secondo il World
Cancer Research Fund, il Giappone è uno dei Paesi con meno casi di cancro della pelle al
mondo.
Di fatto molti prodotti per il make-up sono dotati anche di filtro solare.

Il sole è la causa principale dell’invecchiamento precoce, in quanto spinge i


melanociti – le cellule che creano la melanina – a produrre il pigmento più in
fretta; inoltre frammenta il derma e intensifica la comparsa delle rughe. In più, la
luce ultravioletta può danneggiare le cellule e provocare il cancro della pelle.
Alcuni consigli per avere una pelle più giovane:

1. Usare la crema solare in estate e tutte le volte che rimaniamo esposti al sole
per più di un’ora.
2. Bere due litri di acqua al giorno, per garantire alla pelle un’adeguata
idratazione.
3. Evitare i cibi troppo salati o piccanti, che tendono a seccare l’epidermide.
4. Non mettere sempre il muso, aggrottando le sopracciglia o arricciando il
naso. Le persone perennemente arrabbiate la pagano invecchiando prima,
anche nell’aspetto esteriore.
5. Detergere la pelle con acqua pura, soprattutto prima di coricarsi.
6. Dormire un numero sufficiente di ore.

Il segreto meglio custodito delle modelle

Quasi tutte le professioniste della passerella affermano di dormire nove o dieci


ore prima di una sfilata. In tal modo la pelle appare più liscia, tonica e luminosa.
La medicina ha dimostrato che dormire bene è uno dei migliori rimedi
antiaging. Questo perché, tra le altre cose, durante il sonno produciamo
melatonina, un ormone presente naturalmente nell’organismo. La melatonina
viene sintetizzata dalla ghiandola pineale a partire dalla serotonina, che è
influenzata dall’alternanza di giorno e notte, e contribuisce a regolare il ritmo
sonno-veglia.
Questo ormone allunga la vita grazie al suo elevato potere antiossidante,
inoltre apporta i seguenti benefici:

• Rafforza il sistema immunitario.


• È un fattore di protezione contro il cancro.
• Favorisce la produzione naturale di insulina.
• Ritarda l’insorgere dell’Alzheimer.
• Previene l’osteoporosi.
• Combatte i problemi cardiovascolari.

Per tutti i succitati motivi, la melatonina è una grande alleata se vogliamo godere
di una lunga giovinezza.
A partire dai trent’anni, però, l’organismo ne produce di meno. Ecco come
contrastare tale fenomeno:

• Seguire una dieta equilibrata e assumere più calcio.


• Esporsi al sole tutti i giorni, con un’adeguata protezione.
• Dormire le ore necessarie.
• Evitare stress, alcol, tabacco e caffeina, che ostacolano il sonno privandoci
della serotonina di cui abbiamo bisogno.

Sono in corso ricerche per capire se, stimolando artificialmente la produzione di


melatonina, sia possibile ritardare l’invecchiamento. Sarebbe la conferma che il
segreto della longevità è già dentro il nostro corpo.

Consigli per dormire bene dell’Associazione giapponese per la


salute nervosa
• Prima di andare a dormire, evitare di svolgere attività che possano alterare l’organismo: non
guardare la televisione, non usare il computer, non fissare schermi di nessun tipo a partire da
tre ore prima di coricarsi.
• Non ingerire niente che contenga caffeina a partire da almeno dieci ore prima di andare a
dormire.
• Cenare almeno tre ore prima di andare a letto e non mangiare più niente fino al momento di
coricarsi.
• Creare una routine che ci accompagni fino al sonno in maniera naturale. Per esempio, fare un
bagno caldo e poi mettersi subito a letto. Il bagno caldo (ofuro) è un’antica tradizione
giapponese sopravvissuta fino ai giorni nostri. Di solito la temperatura dell’acqua per l’ofuro va
dai quaranta ai quarantaquattro gradi. Molti giapponesi usano anche sali da bagno, da
sciogliere nella vasca.
• Usciti dall’ofuro, fare stretching per un paio di minuti.
• Alcune ore prima di andare a dormire, ridurre l’intensità dell’illuminazione nella stanza in cui ci
troviamo.
• Prima di mettersi a letto, ringraziare per la giornata appena trascorsa.
• Se anche così si fatica a prendere sonno, respirare profondamente contando ogni inspirazione
ed espirazione fino a cento.

Sistemi personali contro l’invecchiamento

Il potere della mente ha un effetto decisivo sul corpo e sulla sua velocità di
invecchiamento. Per questo, secondo molti medici, il segreto della giovinezza
del corpo è avere una mente giovane e attiva, come i centenari giapponesi, e un
atteggiamento di sfida verso gli ostacoli che possiamo incontrare lungo il
cammino.
Da uno studio condotto dalla Yeshiva University è emerso che tutte le
persone longeve presentano due atteggiamenti fondamentali: la positività e
un’elevata espressività emotiva. Pertanto, chi accetta le sfide in maniera
costruttiva e sa gestire bene le emozioni ha già in mano buona parte del biglietto
per la longevità.
Anche l’atteggiamento stoico – la serenità davanti alle difficoltà – prolunga la
giovinezza, in quanto riduce i livelli di ansia e stress e stabilizza il
comportamento. Lo dimostra la maggiore speranza di vita in alcune culture
contraddistinte da uno stile di vita ordinato e tranquillo.
Un altro sistema anti-invecchiamento è evitare l’edonismo, trattenendosi dal
soddisfare capricci e voglie improvvise. Se cediamo a tutte le tentazioni
alimentari, per esempio, finiamo per nutrirci male debilitando l’organismo.
Un’ulteriore caratteristica molto frequente tra le persone longeve è la dieta
sana e misurata – come vedremo quando torneremo a occuparci di Okinawa – e
la rinuncia alle sostanze dannose per l’organismo.
Se ci si mantiene fisicamente e mentalmente attivi anche in età matura, in
genere si vive una vecchiaia più dolce e piacevole, in cui l’organismo è pronto a
lottare contro acciacchi e malattie.
Per questo, quando si parla di centenari e supercentenari – le persone che
hanno centodieci anni o più – non è insolito osservare un profilo comune: uomini
e donne che hanno avuto un’esistenza piena, spesso difficile, ma che hanno
saputo affrontare gli ostacoli con atteggiamento positivo e senza lasciarsi
abbattere.
Alexander Imich, che a centoundici anni divenne l’uomo più vecchio del
mondo, era consapevole di avere ottimi geni, ma sapeva anche che per vivere a
lungo entrano in gioco altri fattori: «Il tipo di vita che si fa è altrettanto
importante, se non di più» dichiarò in un’intervista dopo essere entrato nel
Guinness dei primati nel 2014.

Una poesia per vivere a lungo

Il professor Roberto Abadie Soriano dedicò la sua vita a insegnare ai bambini e a


redigere i libri di lettura adottati in tutte le scuole dell’Uruguay. A novantadue
anni, ricoverato nella clinica Impasa di Montevideo, scrisse una poesia che
riassumeva i segreti di una lunga vita.
Tempo dopo il dottor Jorge de Paula, che aveva avuto in cura il professore
durante la sua permanenza in ospedale, rese pubblico il componimento:

Vita sana e ordinata


La dieta moderata
Medicine quasi mai
E cerca, se ce la fai,
Di arrabbiarti poco e niente.
Ginnastica e le tue passioni
Scorda le preoccupazioni
Aria aperta, tanti amici
E in testa mille occupazioni.

Imparando questa poesia e applicandola alla nostra quotidianità, anche noi


possiamo diventare come quelle persone longeve che godono di una vita lunga e
piena.
III

Maestri di lunga vita

Parlano le persone più longeve del mondo

Quando abbiamo cominciato a progettare il libro che avete tra le mani, oltre a
studiare tutti i fattori che incidono su una vita lunga e felice, eravamo molto
curiosi di sentire le testimonianze dei veri maestri di quest’arte.
Le interviste che abbiamo condotto a Okinawa hanno meritato un capitolo a
sé, ma prima, nella presente sezione, vogliamo illustrare la filosofia di vita dei
campioni della longevità. Stiamo parlando dei supercentenari.
Non si tratta di supereroi, ma potremmo considerarli tali per essere riusciti a
restare al mondo ben più di quanto non preveda la speranza di vita media.
I supercentenari sono quelle persone che hanno raggiunto e superato i
centodieci anni di età.
Il termine fu coniato negli anni Settanta da Norris McWhirter, il curatore del
Guinness dei primati. In seguito entrò nell’uso comune dopo essere apparso nel
libro Generations: The History of America’s Future, 1584 to 2069 di Neil Howe
e William Strauss, pubblicato negli anni Novanta.
Oggi si calcola che nel mondo ci siano dai trecento ai quattrocentocinquanta
supercentenari, anche se la loro età è stata dimostrata solo in settantacinque casi
circa. Questo perché spesso non esistono certificati ufficiali di nascita, oppure
sono andati perduti.
Dal momento che la speranza di vita sta aumentando a livello globale, forse
anche il numero dei supercentenari è destinato a crescere. Vivere in modo sano e
con uno scopo preciso può aiutarci ad accedere a questa élite di supereroi della
longevità.
Vediamo come hanno vissuto e cosa pensavano alcuni di loro.

Misao Okawa (117): «Mangia e dormi, e vivrai a lungo. Bisogna imparare a


rilassarsi».
Secondo una classifica elaborata dal Grupo de Investigación en Gerontología,
fino al maggio 2015 la persona vivente più anziana del mondo era Misao Okawa,
mancata a centodiciassette anni e ventisette giorni in una casa di riposo a Osaka.
Figlia di un mercante di stoffe, nacque nel 1898, l’anno in cui la Spagna
perdette Cuba e le Filippine, e gli Stati Uniti annessero le Hawaii e lanciarono la
Pepsi-Cola.
Vissuta lungo tre secoli diversi, fino ai centodieci anni questa donna era
ancora perfettamente autonoma.
Quando gli specialisti le domandavano cosa facesse per prendersi cura di sé,
Misao si limitava a rispondere: «Mangiare sushi e dormire». A questo
bisognerebbe aggiungere un’eccezionale voglia di vivere. Una volta, interrogata
su quale fosse il segreto della sua longevità, con grande senso dell’umorismo
ribatté: «Me lo chiedo anch’io».
A dimostrazione del fatto che il Giappone continua a sfornare centenari, nel
luglio 2015 moriva Sakari Momoi, che con i suoi centododici anni e
centocinquanta giorni era l’uomo più anziano del mondo, anche se occupava
soltanto il cinquantottesimo posto nella classifica generale, preceduto da ben
cinquantasette donne.

María Capovilla (116): «Non ho mai mangiato carne in vita mia».

Nata in Ecuador nel 1889, divenne la persona più longeva riconosciuta dal
Guinness dei primati nel 2006. Morì all’età di centosedici anni e
trecentoquarantasette giorni a causa di una polmonite, lasciando tre figli, dodici
nipoti, venti bisnipoti e due trisnipoti.
A centosette anni concesse una delle sue ultime interviste, in cui si lasciò
andare a ricordi e riflessioni: «Sono contenta e ringrazio Dio che ancora mi
conserva. Non avrei mai pensato di vivere tanto a lungo, credevo di morire
presto. Mio marito, Antonio Capovilla, capitano di fregata, è mancato a
ottantaquattro anni. Abbiamo avuto tre figlie e un figlio, e ho molti nipoti, e
anche bisnipoti. Una volta era meglio di adesso. Avevamo abitudini più sane.
Prima si andava a ballare solo ogni tanto; c’era una canzone che si chiamava
María, di Luis Alarcón, quanto mi piaceva! Mi ricordo ancora quasi tutte le
parole. E mi ricordo anche tante preghiere, prego tutti i giorni. Mi piace il valzer,
ballo ancora oggi. Poi faccio dei lavoretti a mano, conservo ancora degli oggetti
che ho fatto quando andavo a scuola».
Dopo aver rievocato il passato si era messa a ballare, una delle sue grandi
passioni, con un’energia che la faceva sembrare vari decenni più giovane.
Quando le chiedevano il segreto della sua longevità, rispondeva in modo
molto semplice: «Il segreto per vivere così tanto, io non lo so. Non ho mai
mangiato carne in vita mia, è l’unica cosa che posso dire. Secondo me è questo il
motivo».

Jeanne Calment (122): «Va tutto bene».

Nata nel febbraio 1875 ad Arles, in Francia, e morta il 4 agosto 1997, a oggi è la
persona più longeva della storia la cui età sia stata provata in maniera certa.
Diceva scherzando di «fare concorrenza a Matusalemme». Di sicuro, più gli
anni passavano, più record batteva.
Morì per cause naturali dopo un’esistenza piacevole, durante la quale non si
fece mancare quasi niente. Fino ai cento anni andava in bicicletta. Visse nella
propria abitazione fino ai centodieci, quando accettò di trasferirsi in una casa di
riposo dopo aver provocato per sbaglio un piccolo incendio nel suo
appartamento. Smise di fumare a centoventi, quando cominciò ad avere qualche
difficoltà a portarsi la sigaretta alla bocca per via delle cataratte.
Forse, uno dei suoi segreti era il buonumore: «Ci vedo poco, ci sento male,
anzi da schifo, ma va tutto bene» affermò in occasione del suo centoventesimo
compleanno.

Walter Breuning (114): «Tieni la mente occupata e il corpo occupato, e


resterai qui parecchio tempo».

Nato in Minnesota nel 1896, anche Walter Breuning vide passare tre secoli
diversi nel corso della sua vita. Mancato nel 2011 per cause naturali, si sposò
due volte e lavorò per cinquant’anni nelle ferrovie. In seguito, a ottantatré anni,
andò a vivere in un centro assistito nel Montana, dove rimase fino alla morte.
Nel 2009 conquistò il titolo di uomo più longevo del mondo, e dopo la morte
è stato dichiarato il terzo uomo più anziano degli Stati Uniti la cui età sia stata
verificata.
Negli ultimi anni della sua vita concesse molte interviste, in cui assicurava
che la sua longevità si basava, tra le altre cose, sull’abitudine di fare due pasti al
giorno e sul fatto di aver lavorato il più a lungo possibile. «Tieni la mente
occupata e il corpo occupato, e resterai qui parecchio tempo» affermò in
occasione del suo centododicesimo compleanno. All’epoca faceva ancora
esercizio fisico tutti i giorni.
Un altro segreto di Breuning era l’abitudine di aiutare gli altri e il fatto di non
temere la fine. «Tutti dobbiamo morire. Ci sono persone che hanno paura, ma
non bisogna mai temere la morte, perché tutti siamo nati per morire» dichiarò nel
2010 in un’intervista per l’Associated Press.
Prima di spegnersi nel 2011, pare abbia detto al pastore seduto al suo
capezzale di aver stretto un accordo con Dio: se la sua salute non migliorava, era
il momento di andarsene.

Alexander Imich (111): «Semplicemente, non sono morto prima».

Nato in Polonia nel 1903, Alexander Imich era un chimico e parapsicologo


naturalizzato statunitense che nel 2014, dopo la morte del suo predecessore,
divenne l’uomo più longevo del mondo la cui età fosse documentata. Venne a
mancare poco tempo dopo, nel giugno dello stesso anno, lasciandosi alle spalle
una lunga vita ricca di esperienze.
Per commemorare il suo record, il “Daily Mail” elaborò una cronologia dei
fatti storici vissuti da Imich:

• 1903: Negli Stati Uniti viene messo in vendita il primo orsacchiotto di


peluche. Orville Wright compie il suo primo volo nella Carolina del Nord.
• 1905: Einstein formula l’equazione E = mc2.
• 1908: Dagli stabilimenti di Detroit esce la prima Ford T.
• 1912: Affonda il Titanic.
• 1914: Scoppia la Prima guerra mondiale.
• 1923: Per la prima volta una voce viene trasmessa da una sponda all’altra
dell’Atlantico.
• 1928: Alexander Fleming scopre la penicillina.
• 1939: Scoppia la Seconda guerra mondiale.
• 1955: In California apre Disneyland.
• 1963: Il presidente Kennedy viene assassinato.
• 1969: Nasce Internet. L’uomo arriva sulla Luna.
• 1977: Al cinema esce Guerre stellari.
• 1986: Si verifica il disastro del Challenger.
• 1989: Cade il Muro di Berlino.
• 1997: Muore la principessa Diana.
• 2001: Wikipedia debutta su Internet.
• 2005: Nasce YouTube.
• 2009: Obama diventa il primo presidente afro-americano degli Stati Uniti.

Imich attribuiva la sua longevità, tra le altre cose, al fatto di non consumare
alcol. «Non ho mica vinto il Nobel. Non avrei mai pensato di diventare così
vecchio» disse quando lo dichiararono uomo più anziano del mondo. Interrogato
su quale fosse il suo segreto, rispose: «Non lo so. Semplicemente, non sono
morto prima».

Gli artisti dell’ikigai

I segreti della longevità, però, non sono patrimonio esclusivo dei supercentenari.
Ci sono anziani che non sono entrati nel Guinness dei primati, ma che ci offrono
suggerimenti lucidi e ispirati per dare un senso ai nostri giorni e vivere con
energia.
Questa attitudine, per esempio, è tipica degli artisti che, invece di mettersi a
riposo, hanno deciso di mantenere viva la fiamma del loro ikigai.
L’arte in tutte le sue forme è un ikigai forte, che può offrirci la felicità e uno
scopo nella vita. Godere della bellezza o crearla non costa niente, ed è una cosa a
cui tutti abbiamo accesso in quanto esseri umani.
Hokusai, un artista giapponese che realizzava stampe ukiyo-e, vissuto tra il
diciottesimo e il diciannovesimo secolo e arrivato agli ottantotto anni, aggiunse
questa postilla alla prima edizione del suo libro Cento vedute del Monte Fuji:
«Tra quel che ho raffigurato in questi settant’anni non c’è nulla degno di
considerazione. A settantatré ho un po’ intuito l’essenza della struttura di animali
e uccelli, insetti e pesci, della vita di erbe e piante, e perciò a ottantasei
progredirò oltre; a novanta ne avrò approfondito ancor di più il senso recondito e
a cento anni avrò forse raggiunto la dimensione del divino e del meraviglioso.
Quando ne avrò centodieci, anche solo un punto o una linea saranno dotati di
vita propria».
Nelle prossime pagine abbiamo raccolto alcuni degli spunti migliori forniti
dagli artisti senior intervistati da Camille Sweeney per il “New York Times”.
Alcuni sono ancora in attività e si godono la propria passione, altri hanno
continuato a lavorare fino all’ultimo respiro, dimostrando che, quando abbiamo
un obiettivo chiaro, non c’è niente che possa fermarci.
L’attore Christopher Plummer, che a ottantasette anni non ha ancora smesso
di recitare, svelava il desiderio nascosto di tutti gli attori che amano davvero la
loro professione: «Vogliamo morire sul palcoscenico. Sarebbe un modo davvero
teatrale di andarsene».
Un concetto simile lo espresse anche Osamu Tezuka, il padre del manga
giapponese. Quando morì a Tokyo nel 1989, mentre stava disegnando una
vignetta, le sue ultime parole furono: «Te lo chiedo per favore, lasciami
lavorare!».
Frederick Wiseman, cineasta ottantasettenne, passeggiando per Parigi
dichiarava che lavorare gli piaceva, e per questo vi si dedicava con intensità.
«Tutti si lamentano di acciacchi e dolori vari, ma i miei amici o sono morti o
lavorano ancora» affermava.
Carmen Herrera, pittrice di centodue anni, ha venduto il suo primo quadro a
ottantanove. Oggi le sue opere fanno parte della collezione permanente del
MoMA di New York e della Tate Modern di Londra. Quando la giornalista le
chiese come vedeva il suo futuro a novantanove anni, la sua risposta fu:
«Aspetto sempre di finire il prossimo progetto. Vado avanti giorno per giorno».

Imparare, sempre imparare


«Puoi diventare vecchio e tremante nella persona, puoi restar sveglio la notte prestando
attenzione ai disturbi delle tue arterie, puoi sentire la mancanza del tuo unico amore, vedere il
mondo circostante devastato da perfidi folli o sapere che il tuo onore viene calpestato e gettato
nelle cloache da menti abiette. C’è un unico rimedio, allora, per questo: apprendere. Capire
perché il mondo si muove e che cosa lo muove. Questo è l’unico argomento che la mente non
può mai esaurire, da cui non può mai essere tormentata, che non può temere e di cui non può
diffidare né rammaricarsi.»
(T.H. White, Re in eterno)

Dal canto suo, il naturalista e saggista ottantottenne Edward O. Wilson


affermava: «Sento di avere abbastanza esperienza per unirmi a quelli che fanno
le grandi domande. Una decina di anni fa, quando ho cominciato a leggere e a
riflettere di più su chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo, mi sono sorpreso
perché sono cose a cui pensiamo pochissimo».
Secondo Ellsworth Kelly, artista morto a novantadue anni, non è del tutto
vero che con la vecchiaia si perdono le proprie facoltà, visto che in cambio
acquisiamo più lucidità e capacità di osservazione: «Quando invecchi, vedi di
più... Ogni giorno vedo qualcosa di nuovo. Per questo continuo a dipingere».
L’architetto Frank Gehry, ottantotto anni, spiegava che per costruire un
grande edificio «ci vogliono sette anni, da quando ti ingaggiano a quando
finisci», e questo lo aiutava ad avere pazienza rispetto al passare del tempo.
L’uomo che ha progettato il museo Guggenheim di Bilbao, però, sapeva anche
apprezzare il momento presente: «Apparteniamo a questo tempo, non ha senso
guardarsi indietro. Se ti identifichi con il tempo in cui vivi, tieni gli occhi e le
orecchie aperte, leggi il giornale, sai cosa succede e rimani curioso di tutto,
automaticamente sei nel tuo tempo».

La longevità in Giappone
Molte delle persone più longeve la cui età sia stata certificata vivono negli Stati Uniti, ma solo
perché qui abbondano i registri dello stato civile. In realtà, anche in tanti villaggi remoti di altri
Paesi si possono trovare numerosi centenari. La vita sobria e rurale è un aspetto comune a tutti
questi anziani, che si vedono passare i secoli davanti agli occhi.
Senza dubbio, il Paese campione di longevità è il Giappone, che ha la speranza di vita più alta
del mondo.
Oltre che alla dieta, di cui ci occuperemo nel dettaglio, e al sistema sanitario integrato (i
giapponesi vanno dal medico molto spesso e si sottopongono a check-up completi per la diagnosi
precoce delle malattie), la longevità dei giapponesi è strettamente legata anche alla cultura, come
vedremo più avanti.
Il senso di appartenenza alla comunità e la voglia di mantenersi impegnati fino all’ultimo sono
fondamentali per vivere a lungo.
Per rimanere attivo anche quando non ha più bisogno di lavorare, un individuo deve avere un
ikigai all’orizzonte, un obiettivo che lo guidi nella vita e lo spinga a creare cose belle e utili per la
collettività e per se stesso.
Prima di approfondire la filosofia giapponese su cui si basa questa idea, vogliamo esaminare
una corrente psicologica e una terapia, rispettivamente di origine centroeuropea e giapponese,
che si concentrano sul fatto di avere uno scopo nella vita.
IV

Dalla logoterapia all’ikigai

L’importanza di dare un senso all’esistenza per vivere meglio e più a lungo

Che cos’è la logoterapia?

Quando un collega gli chiese di definire la sua scuola in una sola frase, Viktor
Frankl rispose: «Nella logoterapia, il paziente resta seduto, con la schiena bella
dritta, ma deve ascoltare cose che, a volte, sono molto sgradevoli da sentire». Lo
stesso collega aveva appena definito la psicoanalisi in questo modo: «Nella
psicoanalisi, il paziente si sdraia su un divano e ti dice cose che, a volte, sono
molto sgradevoli da dire».
Frankl spiegò che una delle prime domande che rivolgeva ai suoi pazienti era:
«Perché non si suicida?». In genere i pazienti trovavano dei buoni motivi per non
farlo e andare avanti. Cosa fa, dunque, la logoterapia?
È presto detto: ti fa trovare dei motivi per vivere.
La logoterapia stimola il paziente a scoprire in maniera consapevole il senso
della sua vita, al fine di affrontare le nevrosi. Così, la battaglia personale per
realizzare il proprio destino lo motiva ad andare avanti e a superare i blocchi
mentali del passato, aggirando gli ostacoli che incontra lungo il cammino.

Qualcosa per cui vivere


Secondo uno studio effettuato da Frankl nella sua clinica di Vienna, in cui furono coinvolti sia i
pazienti sia i dipendenti, l’80 per cento circa era d’accordo sul fatto che una persona ha bisogno
di un motivo per vivere, e il 60 per cento circa ammetteva che nella sua vita c’era qualcosa o
qualcuno per cui era disposto a morire.

La ricerca di senso
Per Frankl l’uomo è capace di vivere e morire per i suoi princìpi e ideali.
Pertanto, la ricerca di senso diventa una forza primaria e personale, che permette
a ognuno di conseguire i propri obiettivi.
Possiamo riassumere il processo della logoterapia in questi cinque passaggi:

1. L’individuo avverte un senso di vuoto, frustrazione o ansia.


2. Il terapeuta gli fa capire che prova il desiderio di avere una vita significativa.
3. Il paziente scopre il senso della propria esistenza (o di quel momento della
sua vita).
4. Con la forza di volontà, il paziente sceglie di accettare o meno quel destino.
5. Questo nuovo slancio vitale lo aiuta a superare gli ostacoli e i dispiaceri.

L’esperienza di Frankl come prigioniero nel campo di concentramento di


Auschwitz gli fece comprendere che «si può togliere a un uomo tutto tranne una
cosa, l’ultima delle libertà umane: scegliere il proprio atteggiamento in ogni
insieme di circostanze, scegliere la propria strada». Lo studioso fu costretto a
vivere quel processo in prima persona e senza aiuto, ma ne trasse ispirazione per
il resto della sua vita.

10 DIFFERENZE TRA PSICOANALISI E LOGOTERAPIA

PSICOANALISI LOGOTERAPIA

Il soggetto si sdraia su un divano, come Il soggetto si siede davanti al terapeuta, che lo guida
paziente. senza giudicare.

È retrospettiva, guarda al passato. Guarda verso il futuro.

È introspettiva, analizza la nevrosi. Non scava nella nevrosi del soggetto.

È incentrata sulla ricerca del piacere. È incentrata sulla ricerca del significato della vita.

Si focalizza sulla dimensione psicologica. Si inoltra nella dimensione spirituale.

Funziona per la nevrosi psicogena (pulsioni- Funziona anche per le nevrosi noogene (princìpi-princìpi)
istinti).

Analizza l’origine inconscia dei conflitti Cura i conflitti quando e dove sorgono (dimensione
(dimensione istintiva). spirituale).

Si limita ai fatti istintivi. Include anche le realtà spirituali.

È essenzialmente incompatibile con la fede. È compatibile con la fede e con i princìpi cristiani
riguardanti l’essenza dell’uomo.
Cerca di appianare i conflitti e di Cerca di aiutare l’uomo a dare un senso alla sua vita e a
assecondare le pulsioni e gli istinti. soddisfare i suoi princìpi morali.

Lottare per se stessi

La frustrazione esistenziale compare quando il senso della vita non c’è o è


distorto. Per Frankl, però, non c’è motivo di interpretarla come un’anomalia o un
sintomo di nevrosi, anzi, in certa misura può essere positiva: uno stimolo a
modificare alcuni aspetti della propria vita.
A differenza di altre scuole, la logoterapia non considera la frustrazione una
malattia mentale, ma piuttosto un’angoscia spirituale.
Secondo Frankl, il conflitto spirituale è un fenomeno naturale e utile per
l’essere umano, in quanto chi lo sperimenta è spinto a cercare un rimedio, da
solo o con l’aiuto di altri, ricavando così più soddisfazione dalla vita. In
sostanza, contribuisce a cambiare il destino dell’individuo.
Nel caso in cui il paziente chieda sostegno, la logoterapia interviene
aiutandolo a scoprire il senso della sua esistenza. Poi lo guida attraverso il
conflitto, perché possa avanzare fino a raggiungere il proprio obiettivo. Frankl
citava un famoso aforisma di Nietzsche: «Chi ha un perché per vivere, sopporta
quasi ogni come».
In base alla propria esperienza, lo studioso riteneva che per stare bene serva la
giusta dose di tensione naturale, che si crea quando analizziamo ciò che abbiamo
ottenuto fino a quel momento e quello che vogliamo ottenere in futuro.
All’essere umano non serve un’esistenza piatta, ma una sfida per la quale
mettere in campo le proprie capacità e lottare.
Il vuoto esistenziale, d’altra parte, è tipico delle società moderne in cui
l’uomo non fa ciò che desidera, ma ciò che fanno o dicono gli altri. Molti tentano
di riempire quel vuoto con il potere economico, il piacere fisico o lo stordimento
mentale. A volte arrivano addirittura al suicidio.
La “nevrosi della domenica”, per esempio, compare quando i doveri e le
urgenze della settimana si interrompono e la persona si rende conto del vuoto
dentro di sé. A quel punto bisogna cercare una soluzione. E soprattutto uno
scopo, un motivo per il quale alzarsi dal letto.

«Mi sento vuoto»


Dopo aver condotto uno studio nel policlinico di Vienna, l’équipe di Frankl scoprì che il 55 per
cento dei pazienti intervistati mostrava un certo grado di vuoto esistenziale.

Come sostiene la logoterapia, trovare il senso della vita dà all’essere umano delle
ragioni per riempire quel vuoto. Secondo Frankl, la persona che affronta i propri
problemi e trasforma gli obiettivi in attività potrà invecchiare e guardarsi indietro
provando un senso di pace interiore. Non invidierà la giovinezza altrui, perché
avrà accumulato una serie di esperienze che gli dimostreranno di aver vissuto
per qualcosa.

Alcune chiavi della logoterapia per una vita migliore

• L’uomo non inventa il senso della propria esistenza, come diceva Jean-Paul
Sartre, ma lo scopre.
• Il senso della vita è diverso per ogni individuo, e può trasformarsi e cambiare
parecchie volte nel corso degli anni.
• Nello stesso modo in cui i nostri timori si avverano se ci preoccupiamo
all’eccesso, così prestare troppa attenzione a ciò che desideriamo
(iperintenzione) ci impedisce di raggiungerlo.
• Il senso dell’umorismo può aiutare a rompere i circoli viziosi e a scaricare
l’ansia.
• L’essere umano sa agire indifferentemente in modo nobile o vile. Da che
parte propende alla fine dipende dalle sue decisioni e non dalle circostanze.

Di seguito vedremo quattro casi clinici affrontati da Frankl, per meglio


comprendere la sua terapia della ricerca di senso.

Il caso dello stesso Frankl

Sia nei campi di concentramento nazisti sia in quelli giapponesi e coreani, gli
psichiatri constatarono che i prigionieri con maggiori probabilità di
sopravvivenza erano quelli che avevano dei progetti da portare a termine fuori
dai campi, e che quindi sentivano di doverne uscire vivi. Fu questo il caso di
Frankl che, dopo essere stato liberato e aver sviluppato con successo la scuola
della logoterapia, si rese conto di esserne stato un paziente lui stesso.
Lo studioso, infatti, aveva un obiettivo da perseguire che gli diede la forza di
andare avanti. Non appena fu internato, inizialmente ad Auschwitz, gli venne
confiscato un manoscritto, pronto per la pubblicazione, nel quale aveva esposto
tutte le sue teorie e ricerche.
Privato di quel testo, Frankl sentì il bisogno di riscriverlo da capo, e ciò offrì
uno scopo e un senso alla sua vita in mezzo all’orrore e alla costante incertezza
dei campi di concentramento. Nel corso degli anni, specialmente quando si
ammalò di tifo, continuò ad annotare su fogli sparsi frammenti e parole chiave
del libro perduto.
I prossimi che presentiamo sono tre dei casi più famosi di cui Frankl si
occupò, che ci permettono di capire come funziona la logoterapia.

Il caso del diplomatico americano

Un importante diplomatico statunitense si presentò nello studio di Frankl per


proseguire la terapia che aveva iniziato nel Paese d’origine cinque anni prima.
Per prima cosa Frankl gli chiese per quale motivo avesse deciso di andare in
analisi, e l’uomo rispose che non era contento del proprio lavoro e della politica
estera del suo Paese, anche se doveva rispettarla e farla rispettare.
Lo psicoanalista americano che lo aveva avuto in cura per anni aveva insistito
perché si riconciliasse con il padre, immaginando che il governo e il lavoro gli
risultassero sgraditi in quanto rappresentazioni della figura paterna. Tuttavia,
nell’arco di poche sedute, Frankl gli fece capire che la sua frustrazione era
dovuta al desiderio di dedicarsi a una professione diversa, e l’uomo mise fine
alla terapia con quell’idea in mente.
Cinque anni dopo, Frankl venne a sapere che l’ex diplomatico aveva cambiato
lavoro ed era felice.
Secondo Frankl, quell’uomo non solo non avrebbe avuto bisogno di cinque
anni di psicoanalisi, ma non andava nemmeno considerato un “paziente” a cui
servisse una terapia.
Semplicemente, necessitava di un nuovo scopo che desse un senso alla sua
vita. Non appena l’aveva trovato, la sua esistenza aveva acquisito un significato
profondo.

Il caso della madre aspirante suicida

Una donna a cui era morto un figlio undicenne venne internata nella clinica di
Frankl dopo aver tentato di uccidersi portando con sé l’altro figlio. Era stato
proprio quest’ultimo, paralitico fin dall’infanzia, a impedirle di mettere in atto
quel piano: lui sapeva che la sua esistenza aveva un senso, e se la madre fosse
riuscita nell’intento, non avrebbe potuto compiere la propria missione.
Durante una seduta di gruppo, la madre raccontò la sua storia. Per aiutarla,
Frankl chiese a un’altra donna di immaginare una situazione ipotetica, in cui si
trovava sul letto di morte, vecchia e ricca ma senza figli. In tal caso, disse la
donna, la sua vita le sarebbe sembrata un fallimento.
Quando anche all’aspirante suicida fu proposto lo stesso esercizio –
immaginarsi sul letto di morte – la donna si rese conto di aver fatto tutto il
possibile per i figli, entrambi. Aveva garantito una vita dignitosa al figlio
paralitico, che era diventato una brava persona, ragionevolmente felice.
Poi aggiunse, piangendo: «Quanto a me, posso contemplare in pace la mia
vita passata e dire che è stata piena di senso e che ho cercato con tutte le mie
forze di essere sempre all’altezza. Ho agito meglio che ho potuto; ho fatto il
massimo per mio figlio. La mia vita non è stata un fallimento!».
Immaginandosi sul futuro letto di morte a guardarsi indietro, la madre
aspirante suicida trovò il significato che, senza saperlo, aveva già dato alla sua
esistenza.

Il caso del medico triste

Un giorno nello studio di Frankl si presentò un medico di mezz’età che, incapace


di superare la morte della moglie, soffriva di una profonda depressione da due
anni.
Invece di dargli consigli o di analizzare il suo dolore, Frankl gli chiese cosa
sarebbe successo se fosse stato lui a morire per primo, anziché la consorte. Per
lei sarebbe stato orribile, rispose l’uomo sconvolto: la povera donna avrebbe
sofferto terribilmente.
A quel punto Frankl ribatté: «Vede, dottore? Le ha risparmiato tutta quella
sofferenza; ma adesso deve pagare per questo, continuando a vivere e piangendo
la sua morte».
Il medico non disse altro, ma se ne andò più tranquillo, dopo aver stretto la
mano di Frankl tra le sue.
Era proprio la sofferenza a dare un senso alla vita di quell’uomo, che poteva
patirla al posto dell’amata moglie.

La terapia Morita
Nello stesso decennio in cui nasceva la logoterapia, in realtà qualche anno prima,
il giapponese Shoma Morita creava una sua terapia basata sul fatto di avere uno
scopo nella vita. Il metodo si dimostrò efficace nel trattamento delle nevrosi, dei
disturbi ossessivo-compulsivi e dello stress post-traumatico.
Shoma Morita era un buddhista zen, oltre che uno psichiatra, e le sue idee
ebbero una grande influenza spirituale in Giappone.
Molte terapie occidentali sono incentrate sul tentativo di controllare o
modificare le emozioni e i sentimenti dei pazienti. In Occidente accettiamo
l’idea che i nostri pensieri influiscano sui nostri sentimenti, e che questi a loro
volta influiscano sulle nostre azioni. La terapia Morita, invece, si propone di
insegnare ai pazienti ad accettare i propri sentimenti senza tentare di
controllarli, dal momento che muteranno per mezzo dell’azione.
Il fondamento della terapia Morita, e anche dello zen, è proprio questo:
«L’azione causa il cambiamento, pertanto non dobbiamo tentare di controllare i
pensieri e i sentimenti». È l’esatto contrario dell’approccio occidentale, che ci
spinge a controllare e modificare prima i cattivi pensieri per poi cambiare il
nostro modo di agire.
Oltre ad accettare le emozioni esistenti, la terapia Morita cerca di “crearne” di
nuove a partire dall’azione. Secondo lo psichiatra giapponese, «queste emozioni
si apprendono per mezzo delle esperienze e a forza di ripeterle».
La terapia Morita non tenta di eliminare direttamente i sintomi, ma insegna ad
accogliere con naturalezza desideri, ansie, paure e preoccupazioni. Il
rivoluzionario terapeuta diceva che «in materia di sentimenti, è meglio essere
ricchi e generosi», cioè accettarli e lasciarli andare.
Per spiegare il concetto di “lasciar andare” i sentimenti negativi, Morita
raccontava questa favoletta: «Se un asino è legato a un palo e continua a
camminare per tentare di scappare, si mette a girare in tondo e alla fine si ritrova
immobilizzato vicino al palo. Lo stesso succede a noi quando abbiamo dei
pensieri ricorrenti e ossessivi e cerchiamo di bloccarli con altri pensieri».

Princìpi fondamentali della terapia Morita

1. Accetta i tuoi sentimenti. Quando abbiamo dei pensieri ossessivi, non


dobbiamo sforzarci di controllarli, né di sbarazzarcene, perché così facendo
diventerebbero più intensi. Parlando dei sentimenti e delle emozioni umane,
un maestro zen diceva: «Se tentiamo di eliminare un’onda con un’altra onda
e lo facciamo di continuo, creiamo un mare infinito di onde». Non siamo noi
a generare i sentimenti: semplicemente sono loro a venire da noi e dobbiamo
accettarli. Il segreto è accoglierli a braccia aperte. Morita affermava che le
emozioni sono come il tempo atmosferico: non le possiamo prevedere né
controllare, ma solo osservare. Sulla questione, a volte si cita il monaco
vietnamita Thich Nhat Hanh, che diceva: «Buongiorno, solitudine, come stai
oggi? Vieni, siediti qui e mi prenderò cura di te».
2. Fa’ quel che devi fare. Non bisogna fissarsi sull’eliminazione dei sintomi,
perché la guarigione avverrà in maniera spontanea. Invece, è necessario
concentrarsi sul presente e, se stiamo soffrendo, accettare la sofferenza. E,
soprattutto, evitare di intellettualizzare la situazione. Compito del terapeuta è
sviluppare il carattere nell’individuo perché possa affrontare ogni situazione,
e il carattere si forma con ciò che una persona fa. La terapia Morita non
spiega niente ai pazienti, lascia che imparino da soli tramite le loro azioni e
attività. Non dice come meditare né in che modo scrivere un diario, come
farebbero altre terapie occidentali. È il paziente a scoprirlo da sé attraverso le
sue esperienze.
3. Trova il tuo scopo nella vita. A differenza delle emozioni, le azioni che
intraprendiamo ogni giorno possono essere controllate. Per riuscirci, però,
dobbiamo avere chiaro il nostro scopo e tenere sempre presente il mantra di
Morita: «Cosa c’è bisogno di fare adesso? Che azione dobbiamo compiere
ora?». La chiave è avere il coraggio di guardarsi dentro per scoprire il
proprio ikigai.

Le quattro fasi della terapia Morita

Il trattamento originale di Shoma Morita durava da quindici giorni a tre


settimane e prevedeva le seguenti fasi:

1. Isolamento e riposo (5-7 giorni). La prima settimana del trattamento, il


paziente riposa in una stanza senza alcuno stimolo esterno: niente
televisione, niente libri, non può vedere né la famiglia né gli amici e non può
parlare con nessuno. È solo con i suoi pensieri e rimane sdraiato per la
maggior parte del tempo. In questa fase il soggetto si ristabilisce a livello
mentale e fisico. Viene visitato regolarmente dal terapeuta, che però evita di
interagire troppo e si limita a consigliargli di osservare l’andirivieni delle
emozioni da sdraiato. Quando il paziente si annoia e mostra di avere di
nuovo voglia di fare, è pronto per passare alla fase successiva.
2. Terapia occupazionale leggera (5-7 giorni). In questa seconda fase, il
paziente esegue compiti monotoni in silenzio, come tenere un diario in cui
descrive i suoi pensieri e sentimenti. Esce all’aria aperta dopo essere rimasto
chiuso in camera per una settimana, compie passeggiate nella natura e fa
esercizi di respirazione. Comincia anche a svolgere attività semplici, per
esempio si dedica al giardinaggio o disegna/dipinge. In questa fase non può
ancora parlare con nessuno a eccezione del terapeuta.
3. Terapia occupazionale (5-7 giorni). Il paziente esegue compiti che
richiedono uno sforzo fisico. Al dottor Morita piaceva portare i pazienti in
montagna a tagliare la legna, per esempio. Oltre alle mansioni fisiche, il
soggetto svolge attività come scrivere, dipingere o lavorare la ceramica. Ora
può parlare con gli altri, ma soltanto dei compiti che sta svolgendo in quel
momento.
4. Ritorno al mondo “reale” e alla vita sociale. Il paziente esce dalla clinica e
si reinserisce nella vita sociale, portando però avanti le pratiche di
meditazione e terapia occupazionale appena imparate. L’idea è quella di
tornare nella società come una persona nuova, che ha uno scopo preciso e
non permette alla società e alle emozioni di controllarla come una
marionetta.

La meditazione Naikan

Morita era un grande maestro zen di meditazione introspettiva Naikan. Molte


idee per la sua terapia gli vennero dalla conoscenza approfondita di tale scuola,
basata su tre domande che il praticante deve porsi:

1. Cosa ho ricevuto dalla persona X?


2. Cosa ho dato alla persona X?
3. Che problemi ho causato alla persona X?

Grazie a questa analisi, smettiamo di attribuire agli altri la colpa dei nostri mali e
ci rendiamo conto che spesso i responsabili siamo noi. Come affermava Morita:
«Se sei arrabbiato e hai voglia di litigare, pensaci tre giorni prima di venire alle
mani. Passati i tre giorni, l’emozione intensa che ti spinge a litigare sarà svanita
in modo naturale».

E adesso, ikigai
La logoterapia e la terapia Morita puntano entrambe a un’esperienza personale e
non trasferibile, che può compiersi senza terapeuti o ritiri spirituali: la missione
di trovare il proprio ikigai, il carburante esistenziale per la vita. Una volta
scoperto, bisogna avere il coraggio di non perdersi per strada, anche se ciò
comporta fatica.
Nei prossimi capitoli passeremo in rassegna gli strumenti fondamentali che ti
permetteranno di intraprendere il cammino, insegnandoti a entrare nel flusso
delle attività che avrai scelto, a nutrirti in maniera equilibrata e consapevole, a
praticare esercizio fisico moderato e a non abbatterti di fronte alle difficoltà. Per
riuscirci, dovrai accettare che il mondo è un posto imperfetto, come le persone
che lo abitano, ma pieno di possibilità di crescita e realizzazione personale.
Sei pronto a tuffarti nella tua passione, come se non ci fosse niente di più
importante al mondo?
V

Entrare nel flusso di ogni attività

Come trasformare il lavoro e il tempo libero in uno spazio di crescita

Noi siamo quello che facciamo ripetutamente.


L’eccellenza non è dunque un atto, ma un’abitudine.
ARISTOTELE

Entrare nel flusso dell’esperienza

Immagina di sciare su una delle tue piste preferite. Al tuo passaggio, la polvere
di neve si solleva come sabbia bianca e immacolata. Le condizioni sono perfette.
Stai impiegando tutta la tua attenzione per sciare meglio che puoi. Sai
esattamente quale movimento fare in ogni istante. Non c’è passato né futuro,
solo il presente. Senti la neve, gli sci, il tuo corpo e la tua coscienza. Vi unite in
una sola entità. Sei totalmente immerso nell’esperienza, non pensi ad altro e non
c’è niente che ti distragga. Il tuo io si dissolve e diventi parte di quel che stai
facendo.
È la stessa esperienza che Bruce Lee descrisse con il famoso: «Sii acqua,
amico mio».
Tutti sappiamo che la nostra percezione del tempo si dilata quando ci
dedichiamo a un’attività che ci piace. Cominciamo a cucinare, e prima che ce ne
rendiamo conto sono passate delle ore. Un pomeriggio ci mettiamo a leggere un
romanzo e dimentichiamo le preoccupazioni quotidiane, finché non ci
accorgiamo che il sole sta tramontando e ci viene in mente che non abbiamo
ancora cenato.
Facciamo surf e ci rendiamo conto di quante ore abbiamo passato a cavalcare
le onde solo il giorno dopo, quando sentiamo le gambe indolenzite.
Può succedere anche l’opposto. Dobbiamo svolgere un certo lavoro, ma non
ne abbiamo voglia: in questo caso ogni minuto diventa interminabile e
continuiamo a guardare l’orologio.
Come disse Einstein: «Quando un uomo siede un’ora in compagnia di una
bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un
minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività».
La cosa curiosa è che qualcun altro potrebbe divertirsi a eseguire quello stesso
compito, mentre noi non vediamo l’ora che finisca.
Per quale motivo ci piace svolgere una determinata attività, e ce la godiamo al
punto da dimenticare tutte le preoccupazioni? Quali sono i momenti in cui una
persona è più felice?

Il potere del flow

Sono le stesse domande che si è posto Mihaly Csikszentmihalyi, uno psicologo


che ha studiato a fondo lo stato in cui entriamo quando siamo completamente
immersi in un’attività. Lo ha ribattezzato flow, in inglese “flusso, corrente”,
definendolo «un’esperienza di gioia vivissima, un sentimento di estasi
apparentemente senza motivo».
Non esiste una ricetta magica per conquistare la felicità, per vivere il proprio
ikigai, ma uno degli ingredienti fondamentali è proprio la capacità di immergersi
nel flusso per riuscire così ad avere un’esperienza ottimale.
Pertanto, dobbiamo cercare di passare più tempo dedicandoci a compiti che ci
facciano entrare nel flusso, invece di lasciarci trascinare da attività che ci danno
un piacere immediato come mangiare troppo, abusare di alcol o droghe o
rimpinzarci di cioccolatini mentre guardiamo la televisione.
Come afferma Csikszentmihalyi nel libro La corrente della vita: «La
concentrazione è così intensa che non rimane più attenzione da dedicare a
nient’altro [...]. Qualunque attività che dà esperienze di questo genere è così
gratificante che la si pratica come fine a sé stante, preoccupandosi poco di quel
che se ne ricaverà, persino quando è difficile o pericolosa».
La capacità di entrare nel flusso è tipica delle professioni creative che
richiedono un alto livello di concentrazione, ma non solo. Anche atleti, giocatori
di scacchi e ingegneri possono trascorrere molto tempo a svolgere attività che
producono questo effetto.
Secondo gli studi di Csikszentmihalyi, un giocatore di scacchi che si immerge
nel flow prova le stesse sensazioni di un matematico che cerca di risolvere un
problema o di un chirurgo che sta operando. Lo psicologo ha analizzato i dati di
soggetti che vivevano in luoghi diversi del mondo, con culture differenti, e ha
scoperto che l’esperienza del flusso è uguale per ogni persona, a prescindere
dall’età e dalla cultura.
A New York o a Okinawa, tutti descriviamo il flow nel medesimo modo.
Ma cosa avviene nella nostra coscienza quando ci troviamo in tale stato?
Nel flusso, siamo concentrati su un compito ben preciso e non ci facciamo
distrarre da niente. La nostra coscienza è “in ordine”. Il contrario di quando
tentiamo di fare qualcosa e la nostra mente è distratta da mille pensieri.
Se ti capita spesso di perdere la concentrazione non appena cominci un lavoro
che ritieni importante, esistono varie tecniche per massimizzare le probabilità di
entrare nel flow.

Sette condizioni per il flow


Secondo il ricercatore Owen Schaffer, per entrare nel flusso di un’attività devono verificarsi
queste condizioni:

1. Sapere cosa fare.


2. Sapere come farlo.
3. Sapere quanto bene lo stiamo facendo.
4. Sapere dove andare (per esempio se stiamo navigando in un sito).
5. Affrontare sfide ambiziose.
6. Usare le nostre migliori risorse personali.
7. Essere liberi da distrazioni.

Tecnica 1 per entrare nel flusso: scegliere una sfida difficile ma non troppo

In base al quinto punto dell’elenco di Schaffer, dovremmo svolgere un’attività


che abbiamo la possibilità di portare a termine, ma che al tempo stesso sia
leggermente al di sopra delle nostre capacità.
Ogni compito, sport o lavoro prevede una serie di regole, e per seguirle
servono certe abilità. Se le regole sono semplici e la missione facile rispetto a
quel che sappiamo fare, molto probabilmente finiremo per annoiarci. Le attività
troppo facili portano all’apatia e alla noia.
Viceversa, se cominciamo un’attività troppo difficile, non saremo in grado di
completarla e di sicuro la abbandoneremo alla prima occasione, oltretutto
sentendoci frustrati.
L’ideale è trovare una via di mezzo, un compito adatto alle nostre competenze
ma leggermente al di sopra di quel che sappiamo fare, in modo che costituisca
una sfida. A questo si riferiva Hemingway quando affermava: «A volte scrivo
meglio di quanto non sia capace».
Quando svolgiamo un’attività di tal genere, siamo invogliati ad arrivare fino
in fondo, perché ci piace la sensazione di superare noi stessi.
La pensava così anche Bertrand Russell, che diceva: «Per mantenere la
concentrazione a lungo, è essenziale avere davanti una sfida difficile».
Se fai il grafico, scegli un nuovo software per il tuo prossimo progetto. Se fai
il programmatore, usa un nuovo linguaggio di programmazione. Se pratichi la
danza, prova a introdurre un nuovo movimento che anni fa ti sembrava
impossibile.
Aggiungi un extra, qualcosa che ti faccia uscire dalla tua comfort zone!
Anche un’attività semplice come leggere richiede il rispetto di certe regole.
Per andare avanti nella lettura, serve tutta una serie di abilità e nozioni. Se
apriamo un saggio di meccanica quantistica rivolto ai fisici, e non sappiamo
nulla di fisica, finiamo per chiuderlo dopo pochi minuti, perché non ci capiamo
niente. All’opposto, se scegliamo un libro che dice solo cose che sappiamo già,
ci annoiamo subito.
Se invece il testo è adeguato alle nostre conoscenze e abilità, ma aggiunge
elementi nuovi rispetto a ciò che sappiamo, ci immergiamo nella lettura e il
tempo passa in fretta.
Leggere è l’attività umana che più di ogni altra permette a moltissime persone
di entrare nel flusso tutti i giorni.

Facile Leggermente difficile Al di sopra delle nostre capacità

Noia Flow Ansia

Tecnica 2 per entrare nel flusso: porsi obiettivi chiari e concreti

I videogiochi (senza esagerare), i giochi da tavolo e gli sport sono attività ideali
per entrare nel flow, perché di solito hanno un obiettivo molto chiaro: superare te
stesso o battere il tuo rivale, seguendo una serie di regole ben definite.
Purtroppo però, nella maggior parte delle situazioni della vita, gli obiettivi
non sono così chiari.
Secondo una ricerca della Boston Consulting, la lamentela più frequente tra i
dipendenti delle multinazionali è: «Il mio capo non dice chiaramente qual è il
compito del nostro ufficio, non so proprio quali siano i miei obiettivi sul lavoro».
Spesso, soprattutto nelle grandi aziende, i dirigenti sono ossessionati dall’idea
di pianificare, si perdono nei dettagli, creano strategie solo per prendere tempo e
non hanno chiaro l’obiettivo finale. È come salpare per l’oceano con una mappa
ma senza sapere dove si vuole andare.
Come dice sempre Joichi Ito, direttore del MIT Media Lab: «Avere una
bussola che punta verso una meta precisa è molto più importante che avere una
mappa».
Sia nelle aziende sia nelle professioni creative, e anche a scuola e
all’università, è fondamentale riflettere sulla missione che dobbiamo compiere,
prima di metterci a lavorare, studiare o “creare qualcosa” senza aver ben chiaro
cosa vogliamo ottenere. Poniamoci domande del tipo:

• Qual è l’obiettivo della sessione di studio di questo pomeriggio?


• Quante pagine hai intenzione di scrivere oggi per l’articolo che verrà
pubblicato il mese prossimo?
• Che compito ha il tuo ufficio?
• A che velocità imposterai il metronomo domani per riuscire a eseguire quella
sonata in tempo Allegro entro la fine della settimana?

Avere obiettivi chiari è importante per entrare nel flusso ma, una volta
cominciata l’azione, bisogna riuscire a metterli da parte.
Iniziato il viaggio, l’obiettivo deve rimanere chiaro, ma non dobbiamo
esserne ossessionati.
Durante una finale, un atleta non può mettersi a pensare a quanto sarebbe
bello vincere la medaglia d’oro: deve essere presente nel momento, entrare nel
flow. Se si distrae un attimo per pensare a quando mostrerà tutto fiero la
medaglia ai suoi genitori, è molto probabile che commetta un errore all’ultimo
momento e perda la gara.
Un caso tipico è il “blocco dello scrittore”. Immaginiamo, per esempio, che
un autore abbia a disposizione tre mesi per completare un romanzo. Sa
benissimo qual è il suo obiettivo, ma il problema è proprio che continua a
pensarci.
Ogni mattina si sveglia e pensa: «Devo scrivere il romanzo». A quel punto si
mette a leggere il giornale e poi a riordinare casa. A metà pomeriggio, in preda
alla frustrazione, fa nuovi propositi per il giorno dopo.
Passano i giorni, le settimane e i mesi e lui non ha ancora buttato giù una riga,
quando invece non dovrebbe fare altro che sedersi davanti a una pagina bianca e
scrivere la prima parola, la seconda... Entrare nel flusso del progetto, dare
espressione al suo ikigai.
Se riuscirai a farlo, la tua ansia svanirà, dissolvendosi nel piacevole flusso del
compito da svolgere. Per citare di nuovo Einstein: «Un uomo felice è troppo
soddisfatto del presente per pensare molto al futuro».
Obiettivi vaghi Obiettivi ben definiti, Ossessione di ottenere qualcosa senza
attenzione al processo concentrarsi sul processo

Confusione, perdita di tempo ed Flow Pensiero fisso sull’obiettivo anziché


energia per attività inutili immergersi nell’attività

Blocco mentale Flow Blocco mentale

Tecnica 3 per entrare nel flusso: concentrarsi su una sola attività

Questo è forse uno degli ostacoli più grandi che dobbiamo affrontare al giorno
d’oggi, circondati come siamo dalla tecnologia e dalle distrazioni. Stiamo
ascoltando un video su YouTube mentre scriviamo una mail, quando si apre una
finestra della chat e rispondiamo. All’improvviso lo smartphone ci vibra in tasca,
leggiamo il messaggio e poi torniamo allo schermo del computer per aprire
Facebook.
Dopo mezz’ora ci siamo dimenticati che stavamo scrivendo una mail.
Oppure capita che ci mettiamo a guardare un film mentre stiamo cenando e
non ci accorgiamo nemmeno di quanto sia delizioso il salmone, finché non ci
ritroviamo all’ultimo boccone.
Spesso pensiamo che, svolgendo più attività contemporaneamente,
risparmieremo tempo, ma l’evidenza scientifica indica il contrario. Anche le
persone che sostengono di lavorare bene in multitasking sono poco produttive.
Anzi, di solito sono le meno produttive di tutte.
Il nostro cervello può filtrare milioni di bit di informazioni, ma riesce a
processarne soltanto poche decine al secondo, in serie. Quando diciamo di
lavorare in multitasking, in realtà stiamo solo passando da un’attività all’altra
molto in fretta. Purtroppo non siamo come i computer, che possono eseguire vari
processi in parallelo. Sprechiamo tutte le nostre energie per passare da un
compito all’altro, invece di impegnarci a svolgerne bene uno solo.
Concentrarsi su una sola attività è forse la condizione più importante per
entrare nel flusso.
Secondo Csikszentmihalyi, per rimanere concentrati su un solo compito
dobbiamo:

1. Trovarci in un ambiente adeguato, senza distrazioni.


2. Mantenere il controllo su ciò che facciamo in ogni momento.

Le nuove tecnologie sono utili soltanto se ne abbiamo il controllo. Se sono loro a


prendere il controllo su di noi, allora non servono più a niente.
Per esempio, se devi scrivere un articolo di ricerca, puoi farlo al computer,
cercando su Google ogni volta che ti serve un’informazione. A meno che tu sia
molto disciplinato, però, rischi di metterti a navigare in Internet invece di
lavorare all’articolo.
Google e Internet hanno preso il controllo della tua mente e ti hanno fatto
uscire dal flusso.
È scientificamente provato che, se il cervello passa di continuo da un’attività
all’altra, si perde tempo, il numero di errori aumenta e la capacità di
memorizzazione peggiora.
Uno studio realizzato dalla Stanford University descrive la nostra generazione
come vittima di un’epidemia del multitasking. Per dimostrare gli effetti deleteri
di tale fenomeno, i ricercatori hanno analizzato il comportamento di centinaia di
studenti, che poi sono stati suddivisi in gruppi a seconda del numero di attività
che svolgevano contemporaneamente.
Gli studenti malati di multitasking in genere fanno più di quattro cose alla
volta. Per esempio, prendono appunti mentre leggono un libro di testo, nel
frattempo ascoltano un podcast, ogni tanto rispondono ai messaggi con lo
smartphone e ne approfittano per dare un’occhiata alla timeline di Twitter.
Dopo aver creato i gruppi, i ricercatori hanno messo gli studenti davanti a uno
schermo con varie frecce, alcune rosse e altre blu. L’obiettivo dell’esercizio era
contare le frecce rosse.
All’inizio tutti ci sono riusciti in poco tempo e senza difficoltà, ma
aumentando il numero delle frecce blu (senza aggiungere frecce rosse, solo
spostandole), gli studenti assuefatti al multitasking facevano sempre più fatica a
svolgere l’esercizio nel tempo previsto. Erano più lenti di quelli che non
praticavano regolarmente il multitasking, e per un motivo molto semplice: si
distraevano guardando le frecce blu!
Il loro cervello era abituato a prestare attenzione a ogni stimolo, anche non
importante, mentre il cervello degli altri studenti era in grado di concentrarsi su
una sola attività, in questo caso contare le frecce rosse ignorando quelle blu.
Altri studi indicano che lavorare a più cose insieme riduce la produttività
almeno del 60 per cento e abbassa il quoziente intellettivo di oltre dieci punti.
Una ricerca effettuata in Inghilterra ha analizzato le abitudini di più di tremila
ragazzine dipendenti dallo smartphone scoprendo che dormivano meno, si
sentivano meno integrate a scuola e tendevano a presentare più spesso i sintomi
della depressione.

Mente concentrata su un solo Multitasking


compito

Più probabilità di entrare nel Impossibile entrare nel flusso.


flusso.

Maggiore produttività. Produttività ridotta (del 60 per cento), anche se non sembra.

Maggiore capacità di Minore capacità di memorizzazione.


memorizzazione.

Meno probabilità di sbagliare. Più probabilità di sbagliare.

Controllo sull’unica attività a cui Stress causato dalla sensazione di perdere il controllo. Le attività
stiamo prestando attenzione. controllano noi.
Calma.

Capacità di prestare attenzione Perenne attenzione a ogni stimolo (messaggi sul cellulare, notifiche
agli altri, gentilezza. dei social network), rischio di fare del male alle persone che ci
circondano.

Maggiore creatività. Minore creatività.

Cosa possiamo fare per non essere colpiti dall’epidemia che ci impedisce di
immergerci nel flusso? Come si fa ad allenare il cervello a concentrarsi su un
solo compito per volta?
Qui sotto ti proponiamo alcune idee per delimitare il tuo spazio e il tuo
tempo, eliminando le distrazioni e aumentando così le probabilità di entrare nel
flow:

• Non guardare nessuno schermo nella prima ora della giornata, e nemmeno
nell’ultima.
• Spegni il telefono prima di entrare nel flow. Nel lasso di tempo che hai
deciso di dedicarle, la tua attività è la cosa più importante al mondo. Se ti
sembra troppo, mettilo in modalità notturna, così potranno contattarti
soltanto i tuoi cari in caso di emergenza.
• Un giorno alla settimana, per esempio il sabato o la domenica, astieniti dai
dispositivi elettronici. Puoi fare un’eccezione per l’ereader e lo stereo.
• Scegli un bar senza wifi.
• Leggi e rispondi alle mail solo un paio di volte al giorno. Stabilisci due
momenti precisi e rispettali.
• “Tecnica del pomodoro.” Procurati un timer da cucina (alcuni sono a forma
di pomodoro) e impegnati a fare una sola cosa nel lasso di tempo scandito
dal timer. È consigliabile alternare venticinque minuti di lavoro e cinque di
riposo, o anche cinquanta di lavoro e dieci di riposo. Adatta i tempi al tuo
ritmo; l’importante è rispettare ogni ciclo del pomodoro, costi quel che costi.
• Inizia l’attività con un rituale piacevole e terminala con una ricompensa.
• Allena la mente a tornare nel qui e ora quando ti accorgi di essere distratto.
Pratica la mindfulness o la meditazione, cammina, nuota o dedicati a
qualsiasi altra attività che ti aiuti a concentrarti.
• Lavora in un ambiente senza persone che possano interromperti. Se nel tuo
spazio abituale non ci riesci, va’ in biblioteca, in una caffetteria, in una sala
prove a suonare il sax... Se ti accorgi che nel tuo ambiente ci sono troppe
distrazioni, cambia finché non trovi il posto ideale.
• Scomponi l’attività in gruppi di compiti attinenti tra loro e dedicati a ogni
gruppo in luoghi e tempi diversi. Per esempio, se devi scrivere un articolo
per una rivista, puoi fare ricerche e prendere appunti la mattina a casa,
scrivere il pomeriggio in biblioteca e rivedere il testo la sera sul divano.
• Fissa un orario in cui svolgere tutti i lavori di routine, come mandare le
fatture, fare una telefonata eccetera.

Vantaggi del flusso Svantaggi della dispersione

Mente concentrata. Mente ballerina.

Esiste solo il presente. Pensiamo anche al passato e al futuro.

Niente ci preoccupa. Le preoccupazioni quotidiane e le persone intorno a


noi invadono la nostra coscienza.

Le ore volano. Ogni minuto diventa interminabile.

Sensazione di controllo. Perdita di controllo. Non riusciamo a completare il


lavoro, o altre occupazioni/persone ci impediscono di
lavorare liberamente.

Alto livello di preparazione. Agiamo senza essere preparati.

Sappiamo cosa dobbiamo fare in ogni Ci blocchiamo di continuo e non sappiamo come
momento. proseguire.

Chiarezza mentale che elimina ogni ostacolo Preoccupazioni, dubbi costanti, bassa autostima.
nel flusso di pensiero.

Sensazione piacevole. Sensazione di noia e angoscia.

Ambiente senza distrazioni. Ambiente pieno di distrazioni: Internet, televisione,


telefono, persone.

L’Io si dissolve. Non siamo noi a controllare il Autocritica continua. Io sempre presente e senso di
compito o l’attività in cui siamo immersi, è frustrazione.
l’attività a guidarci.

Il flow in Giappone: takumi, ingegneri, inventori e otaku

Che cos’hanno in comune i takumi (artigiani), gli ingegneri, gli inventori e gli
otaku (i fan di anime e manga)? Tutti loro sanno a livello intuitivo che entrare
nel flusso del proprio ikigai è un’esperienza potente.
Uno dei cliché più diffusi a proposito dei nipponici è che siano grandi
lavoratori, anche se in Giappone qualcuno dice che è soltanto un’impressione, e
in realtà non fatichino poi così tanto.
Di alcune loro doti, però, non si può dubitare: ovvero la capacità di farsi
assorbire dal compito che stanno svolgendo, dimenticandosi del tempo che
passa, e la perseveranza quando si tratta di risolvere un problema.
A volte si immergono in attività specifiche, anche insignificanti, fino a
rasentare l’ossessione. È una caratteristica che si riscontra in qualunque settore,
dai “pensionati” che curano il più piccolo dettaglio delle risaie sui monti di
Nagano agli studenti universitari che il fine settimana lavorano nei conbini
(negozi aperti ventiquattr’ore su ventiquattro). La dedizione assoluta al cliente
non è esclusiva dei conbini: chi visita il Giappone può sperimentarla in prima
persona in quasi tutti gli esercizi pubblici.
Basta entrare in una bottega tipica a Naha, Kanazawa o Kyoto per rendersi
conto che il Giappone è un’autentica riserva di artigianato tradizionale. Questo
Paese ha la speciale capacità di innovare con le tecnologie più avanzate e al
tempo stesso mantenere intatte le tradizioni e le tecniche artigianali.

L’arte dei takumi

Per produrre certe viti, la Toyota si serve di “artigiani” capaci di realizzarle a


mano. Questi takumi (individui estremamente esperti in un lavoro manuale) sono
importantissimi per l’azienda, ed è molto difficile rimpiazzarli, visto che alcuni
di loro sono gli unici in grado di svolgere un determinato compito. In questo
caso, sembra che il ricambio generazionale non ci sarà.
Un altro esempio è il processo di fabbricazione delle puntine per giradischi,
un’attività scomparsa in quasi tutto il mondo, ma ancora viva in Giappone. Circa
il 90 per cento del mercato è controllato dalle ultime fabbriche giapponesi
rimaste, dove si trovano poche persone capaci di usare i macchinari per creare le
puntine ad alta precisione. Questi esperti, almeno, stanno cercando di trasmettere
il sapere ai loro successori.
Quando abbiamo visitato Kumano, un paesino nei dintorni di Hiroshima,
abbiamo conosciuto una takumi. Stavamo realizzando un reportage fotografico
per un marchio di pennelli da make-up, uno dei più noti in Occidente. Il marchio
è straniero, ma i prodotti nascono in questo villaggio pieno di fabbriche di
pennelli, non solo per il trucco ma di tutti i tipi.
Appena arrivati a Kumano, siamo stati accolti da un cartello di benvenuto con
la mascotte del paese: un grande pennello. Oltre agli stabilimenti c’erano
numerose casette con tanto di orto e, inoltrandosi nelle strade, alcuni templi
shintoisti ai piedi delle montagne che circondano il centro abitato.
Per ore abbiamo scattato foto nelle fabbriche, dove gli operai allineati
svolgevano ciascuno una operazione sola, come dipingere il manico dei pennelli
o sistemarli nelle scatole che venivano caricate sui camion. A un certo punto ci
siamo resi conto che non avevamo ancora visto nessuno inserire le setole sulla
testa dei pennelli.
Abbiamo chiesto a varie persone, ricevendo soltanto risposte vaghe, finché il
direttore di uno stabilimento non ha accettato di mostrarci quella fase della
lavorazione. Ci ha accompagnato fuori e ci ha invitato a salire sulla sua auto
personale.
Dopo un tragitto di cinque minuti, abbiamo parcheggiato davanti a un piccolo
capannone. Salita una rampa di scale, l’uomo ha aperto una porta e siamo entrati
in una saletta piena di finestre che creavano una splendida luce naturale.
Al centro della sala c’era una donna con la mascherina. Si vedevano solo gli
occhi. Era così concentrata nello scegliere le setole una a una, muovendo le mani
e le dita con la massima delicatezza e selezionando le setole con forbici e pettini,
che non si è nemmeno accorta del nostro arrivo. I suoi movimenti erano talmente
veloci che era difficile capire cosa stesse facendo.
Il direttore l’ha interrotta per dirle che avremmo scattato qualche foto mentre
lavorava. La mascherina le copriva la bocca, ma dallo scintillio negli occhi e dal
tono allegro della voce si capiva che stava sorridendo. Era felice e orgogliosa di
parlare della sua mansione e della sua responsabilità.
Nel fotografarle le mani, abbiamo dovuto usare tempi di otturazione
rapidissimi per riuscire a immortalarne i movimenti. Le sue mani danzavano e
fluivano assieme agli strumenti e alle setole che doveva predisporre.
Il direttore ci ha spiegato che quella takumi, pur rimanendo nascosta in quel
capannone, era una delle persone più importanti dell’azienda. Tutte le setole
delle migliaia di pennelli fabbricati da loro passavano dalle sue mani!
Steve Jobs in Giappone

Il cofondatore di Apple, amante dello stile e del buon gusto, era un grande
ammiratore del Giappone. Negli anni Ottanta visitò gli stabilimenti della Sony e
applicò molti dei loro metodi nella sua azienda, ma oltre a ciò rimase affascinato
dalla semplicità e dalla qualità della ceramica di Kyoto.
Il suo giapponese preferito, però, non era di Kyoto. Si chiamava Yukio
Shakunaga ed era un takumi di Toyama che usava una tecnica detta Etsu Seto-
yaki, padroneggiata da pochissime persone.
Una volta, durante un viaggio a Kyoto, Jobs si imbatté in una mostra delle
ceramiche create da Yukio e si rese subito conto che erano speciali. Comprò
varie tazze, brocche e piatti e in quella settimana visitò la mostra per ben tre
volte.
Negli anni successivi tornò spesso a Kyoto in cerca di ispirazione, e finì per
conoscere Shakunaga di persona. Pare che gli facesse continue domande sui
dettagli di produzione della ceramica e sul materiale che usava.
Yukio gli spiegò che si trattava di argilla bianca delle montagne di Toyama e
che era lui stesso a estrarla. In pratica, era l’unico artista della sua categoria a
conoscere il processo di fabbricazione degli oggetti di ceramica fin dalla loro
origine: un vero e proprio takumi.
Jobs ne fu così colpito che pensò di andare a Toyama per vedere la montagna
dove Yukio estraeva l’argilla, ma rinunciò quando scoprì che distava più di
quattro ore di treno da Kyoto.
Intervistato dopo la morte di Steve Jobs, Shakunaga ha dichiarato di essere
molto orgoglioso che l’inventore dell’iPhone apprezzasse la sua arte. E ha
aggiunto che l’ultimo acquisto di Jobs erano state dodici tazze da tè. Gli aveva
chiesto che fossero speciali, in linea con «un nuovo stile». Per riuscirci, Yukio
racconta di aver realizzato centocinquanta prototipi; alla fine aveva scelto i
dodici modelli migliori e li aveva spediti alla famiglia Jobs.
Fin dal suo primo viaggio in Giappone, Steve Jobs fu conquistato
dall’artigianato locale, dall’ingegneria (soprattutto della Sony), dalla filosofia
(specialmente lo zen) e anche dalla cucina (in particolare il sushi), e ne trasse
ispirazione per il suo lavoro.

Una semplicità sofisticata

Che cos’hanno in comune la cucina, lo zen, l’ingegneria e l’artigianato


giapponesi? La cura del dettaglio e la semplicità. Si badi bene, però: non è una
semplicità dettata dalla pigrizia, ma al contrario sofisticata, che cerca nuove
frontiere e si spinge costantemente verso il livello successivo, non importa se al
centro c’è un piatto, un oggetto o il corpo/la mente.
Come direbbe Csikszentmihalyi, il livello della sfida va sempre mantenuto
alto, per superare se stessi e rimanere nel flusso dell’attività.
Nel documentario Jiro e l’arte del sushi compare un altro esempio di takumi,
in questo caso in cucina. Il protagonista gestisce un piccolo ristorante nella
stazione della metropolitana di Ginza a Tokyo e prepara il sushi tutti i giorni da
più di ottant’anni. Lui e il figlio vanno personalmente al mercato del pesce di
Tsukiji a scegliere i pezzi migliori.
Il documentario mostra uno degli apprendisti di Jiro mentre impara a fare le
uova (da abbinare al sushi) e, per quanto si impegni, non ottiene mai il benestare
dello chef. Solo dopo anni e anni di pratica, finalmente Jiro gli concede la sua
approvazione.
Perché l’apprendista non si arrende mai? Non si stufa, a cucinare le uova ogni
giorno?
Jiro e tutto il suo staff sono artigiani del cibo. Quando cucinano entrano nel
flusso, non si annoiano, provano il massimo della beatitudine. Per loro la cucina
è felicità pura, il loro ikigai. Hanno appreso a godere del proprio lavoro, a
trasformarlo in un piacere che ferma il tempo.
Oltre ad avere un rapporto stretto, che li aiuta a portare avanti la sfida
quotidiana, Jiro e il suo staff lavorano in un ambiente tranquillo, senza stress,
che favorisce la concentrazione. Anche dopo aver conquistato il titolo di miglior
ristorante di sushi al mondo, attribuitogli dalla Guida Michelin, Jiro non ha mai
pensato di aprire un altro locale o di allargare l’attività.
Il ristorante è minuscolo e può accogliere al massimo dieci clienti seduti al
bancone. Per Jiro e i suoi il denaro è meno importante dell’ambiente e delle
condizioni di lavoro, che li fanno entrare nel flusso della cucina producendo il
sushi più buono del mondo.
Come Yukio Shakunaga, l’artista della ceramica, anche Jiro comincia il suo
lavoro dall’“origine”. Lo chef va al mercato del pesce a scegliere il tonno più
pregiato; l’artista va sulle montagne a scegliere l’argilla migliore. Quando si
mettono all’opera, entrambi diventano tutt’uno con ciò che stanno creando. E
questa unione ha un significato particolare in Giappone, dove, secondo lo
shintoismo, i boschi, gli alberi e gli oggetti racchiudono un kami (spirito o
divinità) dentro di loro.
Una persona che crea qualcosa – sia artista, ingegnere o chef – ha la
responsabilità di usare la natura per “darle vita”, ma rispettandola sempre.
Mentre lavora, l’artigiano entra nel flusso diventando tutt’uno con la sua
creazione. Un fabbro direbbe che “il ferro prende vita”, un ceramista che “la
terra respira”. I giapponesi sono maestri nell’unire natura e tecnologia: l’uomo
non lotta contro la natura, ma entra in comunione con essa.

La purezza dello Studio Ghibli

Secondo alcuni, nel Giappone di oggi questo principio di comunione con la


natura, tipico dello shintoismo, sta gradualmente svanendo. Tra le persone che si
oppongono con forza a tale perdita c’è un altro creativo nato con un ikigai ben
definito: Hayao Miyazaki, il regista di film d’animazione che ha fondato lo
Studio Ghibli.
In quasi tutti i suoi lungometraggi viene presentato il conflitto tra tecnologia,
esseri umani, fantasia e natura, ma alla fine torna sempre l’armonia. Nel film La
città incantata una delle allegorie più riuscite è quella di un fiume inquinato,
rappresentato da uno spirito grasso e pieno di immondizia.
Nelle opere del regista i boschi hanno una personalità, gli alberi provano
sentimenti, i robot diventano amici degli uccelli. Considerato un patrimonio
nazionale vivente da parte del governo giapponese, Miyazaki non solo difende
l’importanza di ristabilire il legame con la natura, ma è anche uno di quegli
artisti che si lasciano guidare dall’attività presente.
Non possiede un computer, continua a usare un cellulare di fine anni Novanta
e obbliga tutta la sua équipe a disegnare a mano. Miyazaki “dirige” i suoi film
creando e disegnando su carta anche il più piccolo dettaglio.
I disegni a mano lo fanno entrare nel flusso, i computer no. Grazie a questa
ossessione, lo Studio Ghibli è tra i pochi al mondo dove il processo di
produzione segue quasi interamente le tecniche di animazione tradizionali.
I fortunati che hanno visitato lo studio di domenica avranno notato una
persona in un angolo, intenta a disegnare. Un uomo semplice che saluta con un
ohayo (“buongiorno”) senza nemmeno alzare la testa.
Quel signore solitario è il vincitore di due premi Oscar. La sua passione è così
grande che molte domeniche le trascorre lì, a godersi il flusso del lavoro, a
vivere il suo ikigai al di sopra di ogni altra cosa. I visitatori sapranno anche che è
assolutamente sconsigliabile disturbarlo, visto che ha fama di essere piuttosto
irascibile, soprattutto se viene interrotto mentre sta disegnando.
Nel 2013 Miyazaki ha annunciato il ritiro. Per celebrare l’evento, l’emittente
televisiva NHK ha realizzato un documentario speciale che mostra il regista
durante i suoi ultimi giorni di lavoro. In quasi tutte le scene è impegnato a
disegnare. A un certo punto dovrebbe essere in riunione con vari colleghi, ma se
ne sta in un angolo a disegnare senza ascoltare nessuno. In un’altra scena è il 30
dicembre (giorno festivo in Giappone) e Miyazaki va al lavoro a piedi, apre le
porte dello studio e trascorre lì la giornata, a disegnare da solo.
Il primo giorno di “pensione”, invece di partire per un viaggio o rimanere a
casa, è andato allo Studio Ghibli e si è seduto a disegnare. I colleghi hanno fatto
finta di niente, ma erano senza parole.
È davvero possibile abbandonare per sempre un’attività che ci appassiona?
Hayao Miyazaki non può smettere di disegnare. Un anno dopo il “ritiro” ha
dichiarato che non avrebbe più prodotto lungometraggi, ma che avrebbe
«continuato a disegnare fino alla morte».

Eremiti dell’ikigai

I giapponesi però non sono gli unici a saper sfruttare al massimo la capacità di
entrare nel flusso; in tutto il mondo ci sono artisti e scienziati che hanno un
ikigai molto forte e definito e che, proprio per questo, non vanno mai davvero in
pensione. Si dedicano a ciò che amano fino alla morte.
Appena prima di chiudere gli occhi per sempre, Albert Einstein scrisse una
formula in cui cercava di riunire tutte le forze dell’universo. Morì coltivando la
sua passione. Se non avesse fatto il fisico, diceva che gli sarebbe piaciuto
diventare un musicista: nei momenti liberi si rilassava suonando il violino. Le
formule matematiche e lo strumento musicale erano i suoi due ikigai, ed entrare
nel flusso di una delle due attività gli dava una grande gioia.
Parecchi di questi artisti e scienziati possono sembrare scorbutici o asociali,
ma in realtà non fanno altro che proteggere il loro tempo felice, a volte
sacrificando altri aspetti della vita. Sono creature solitarie che praticano una
forma estrema di flusso.
Un altro eremita di tal genere è lo scrittore Haruki Murakami. Si dice che
incontrarlo sia difficilissimo: ha una cerchia molto ristretta di amici e in
Giappone si mostra in pubblico di rado.
Gli artisti sanno bene che per entrare nel flusso dell’ikigai è fondamentale
difendere il proprio spazio, il proprio ambiente, ed essere liberi dalle distrazioni.

Microflow: godere delle attività quotidiane


Ma cosa succede, per esempio, quando dobbiamo fare il bucato, tagliare l’erba in
giardino o compilare dei moduli? Possiamo trasformare questi compiti di routine
in missioni gratificanti?
Nella stazione di Shinjuku, uno dei centri nevralgici di Tokyo, c’è un
supermercato dove è ancora possibile vedere degli ascensoristi al lavoro. Gli
ascensori sono moderni e i clienti potrebbero azionarli da soli, ma il
supermercato preferisce fornire questo servizio, con appositi addetti che aprono
la porta, premono il pulsante del piano e fanno l’inchino quando te ne vai.
Basta chiedere in giro per scoprire che uno degli ascensoristi ricopre tale
incarico almeno dal 2004. Sorride sempre e lavora con entusiasmo. Come fa ad
amare un compito in apparenza così semplice? Non si stufa, dopo tanti anni, a
fare sempre la stessa cosa?
Osservando meglio, ci si rende conto che l’ascensorista non si limita a
premere i pulsanti, ma esegue un’intera sequenza di movimenti. Inizia con un
saluto ai clienti, modulando la voce come se cantasse; prosegue con l’inchino e
un cenno della mano; infine, preme il pulsante del piano muovendo il braccio
con delicatezza, come una geisha che versa una tazza di tè.
Csikszentmihalyi chiama questa dimensione del quotidiano microflow. È
capitato a tutti di annoiarsi durante una lezione o una conferenza e di mettersi a
fare scarabocchi su un foglio per passare il tempo. Oppure abbiamo cominciato a
fischiettare mentre dipingevamo una parete. Quando non dobbiamo affrontare
una vera “sfida”, ci annoiamo; così aggiungiamo livelli di complessità per
divertirci.
La capacità di trasformare un compito di routine in microflow, in qualcosa
che ci appassioni, è cruciale per essere “felici”, dal momento che tutti dobbiamo
svolgere attività simili.
Persino Bill Gates afferma di lavare i piatti ogni sera. È l’uomo più ricco del
mondo, non avrebbe motivo di farlo, eppure preferisce occuparsene di persona.
Gli piace, dice che lo aiuta a rilassarsi e a riordinare i pensieri, e cerca di farlo
sempre meglio, rispettando una sequenza, una serie di regole che si è imposto:
prima i piatti, poi le forchette e così via.
È uno dei suoi momenti quotidiani di microflow.
I compiti di routine piacevano anche a Richard Feynman, uno dei fisici più
importanti della storia. Quando era già famoso in tutto il mondo, venne assunto
dal fondatore della Thinking Machines, una società produttrice di computer, per
risolvere i problemi legati alla progettazione di un computer capace di eseguire
processi in parallelo.
Il primo giorno, racconta l’imprenditore, Feynman si presentò in azienda e
chiese: «In cosa posso essere utile?». I colleghi non avevano ancora preparato
niente e gli proposero di lavorare a un certo problema matematico. Il fisico capì
subito che gli avevano assegnato un compito insignificante, solo per tenerlo
occupato, e disse: «Questo problema è una stupidaggine, datemi qualcosa di
davvero importante da fare».
Lo mandarono a comprare del materiale da ufficio in una cartoleria lì vicino e
Feynman andò a svolgere la missione con un sorriso stampato in faccia. Quando
non aveva niente di importante da fare o aveva bisogno di riposare la mente, il
fisico si dedicava al microflow, per esempio dipingendo le pareti dell’ufficio.
Qualche settimana dopo, alcuni investitori visitarono la Thinking Machines
ed esclamarono: «Avete un Premio Nobel in ufficio e gli fate dipingere le pareti
e saldare circuiti!».

Vacanze istantanee: la porta della meditazione

La meditazione tiene allenati i muscoli del cervello, perciò chi la pratica riesce a
entrare nel flusso più in fretta.
Esistono svariati tipi di meditazione, ma tutti hanno lo stesso obiettivo:
calmare la mente, osservare pensieri ed emozioni, fissare l’attenzione su un solo
oggetto.
La pratica di base consiste nel sedersi con la schiena dritta e concentrarsi sul
respiro. Tutti possono farlo e i risultati sono visibili fin dalla prima seduta.
Concentrando l’attenzione soltanto sull’aria che entra ed esce dal nostro naso,
riusciamo a fermare la valanga dei pensieri e a sgombrare il nostro orizzonte
mentale.

Il segreto dell’arciera
Alle Olimpiadi del 1988 la gara femminile di tiro con l’arco fu vinta da una sudcoreana di soli
diciassette anni. Quando le chiesero come si allenava, rispose che la parte più importante della
sua preparazione consisteva nelle due ore di meditazione quotidiana.

Per insegnare alla nostra mente a entrare nel flusso con facilità, la meditazione è
un metodo eccellente, l’antidoto perfetto allo smartphone che ci vibra in tasca a
ogni notifica.
Uno degli errori più frequenti tra chi comincia a meditare è l’ossessione di
farlo “bene”, di svuotare la mente o di arrivare al “nirvana”, quando invece
l’importante è concentrarsi sul viaggio.
Poiché la mente è un guazzabuglio continuo di pensieri, idee ed emozioni,
basta riuscire a fermare la “centrifuga” qualche secondo per sentirsi subito più
lucidi e riposati.
Di fatto, meditando impariamo a non preoccuparci di quello che passa sullo
schermo della nostra mente. Anche se nella nostra coscienza fa capolino l’idea di
ammazzare il nostro capo, lo etichettiamo come un semplice “pensiero” e lo
lasciamo passare come una nuvola nel cielo, senza giudicarlo né respingerlo.
È un pensiero, tutto qui. Uno dei sessantamila pensieri che ci attraversano la
mente ogni giorno, come hanno calcolato alcuni esperti.
La meditazione genera onde alfa e theta nel cervello. In una persona che la
pratica da tempo compaiono immediatamente, mentre in un principiante
potrebbe volerci mezz’ora. Queste onde del rilassamento sono le stesse che si
attivano poco prima di addormentarci, quando riposiamo sdraiati al sole o subito
dopo aver fatto un bagno caldo.
In sostanza, nella nostra mente c’è un vero e proprio centro benessere, capace
di regalarci vacanze istantanee. Si tratta solo di riuscire a entrarci, un’impresa
che è alla portata di tutti grazie alla meditazione.
VI

Pillole di saggezza dei centenari

Tradizioni e massime di vita da Ogimi per un’esistenza lunga e felice

Per arrivare a Ogimi, è necessario un volo di quasi tre ore da Tokyo a Naha, il
capoluogo della prefettura di Okinawa.
Molti mesi fa abbiamo contattato l’amministrazione del “villaggio dei
centenari” per spiegare il motivo del nostro viaggio e la nostra intenzione di
intervistare i più anziani del paese.
Finalmente, dopo varie telefonate, abbiamo ottenuto l’aiuto di due funzionari
e siamo riusciti a prendere in affitto una casa a non molta distanza dal villaggio.
Un anno dopo l’inizio del progetto, stiamo per incontrare le persone più
longeve del mondo.
Ci rendiamo subito conto che qui il tempo sembra essersi fermato, come se
tutti vivessero in un eterno presente.

Arrivo a Ogimi

Da Naha ripartiamo in macchina e, dopo due ore di strada, possiamo viaggiare


senza preoccuparci del traffico. A destra, il mare e la spiaggia deserta; a sinistra,
montagne coperte di yanbaru, la foresta di Okinawa.
Superata Nago, la città dove si produce la birra Orion, di cui tutti gli isolani
vanno fieri, la statale 58 costeggia il mare fino a raggiungere il confine
municipale di Ogimi.
Di tanto in tanto spunta una casetta, o un negozio incuneato nel poco spazio
fra la strada e il versante della montagna.
Nell’attraversare il villaggio, incontriamo case disseminate qua e là, ma non
c’è un centro vero e proprio.
Alla fine il navigatore GPS ci conduce alla meta, il Centro di Sostegno e
Promozione del Benessere del comune di Ogimi.
È un brutto palazzo di cemento appena fuori dalla statale.
Entriamo dalla porta sul retro, dove ci aspetta Taira. Accanto a lui c’è una
donnina sorridente che dice di chiamarsi Yuki. Altre due signore si alzano dalla
loro postazione, dove stanno lavorando al computer, e ci accompagnano in una
sala riunioni.
Ci servono tè verde e ci danno un paio di shikuwasa a testa.
Taira è il responsabile del settore benessere del comune. In giacca e cravatta,
si siede davanti a noi e apre un’agenda e un faldone. Yuki si siede accanto a lui.
Nel faldone sono elencati tutti gli abitanti del villaggio, ordinati per età, nei
vari “club”. Taira ci spiega che a Ogimi tutti fanno parte di un gruppo (club o
moai), i cui membri si aiutano a vicenda.
I gruppi non hanno nessun obiettivo specifico, semplicemente funzionano
quasi come una famiglia. A Ogimi tante cose sono mosse dal volontariato, più
che dai soldi, aggiunge Taira. Tutti si offrono di dare una mano e
l’amministrazione comunale si occupa di organizzare il lavoro. In questo modo
ognuno si sente parte della comunità e può essere utile al villaggio.
Ogimi è il penultimo insediamento prima di Capo Hedo, all’estremo Nord
dell’isola, la più grande dell’arcipelago.

Dalla cima di una montagna ammiriamo il paese in tutta la sua estensione e ci


accorgiamo che nella foresta di yanbaru il verde domina su tutto. Ci chiediamo
dove si nascondano i quasi tremiladuecento abitanti. Si scorgono alcune case, ma
sono sparse in piccoli gruppi vicino al mare o nelle vallette attraversate da strade
secondarie.

Una vita in comunità

Ci invitano a pranzo in uno dei pochi ristoranti del villaggio, ma quando


arriviamo scopriamo che gli unici tre tavoli sono già prenotati.
«Non fa niente, andiamo al Churaumi, non è mai pieno» dice Yukiko
tornando al parcheggio.
Ha ottantotto anni, ma guida ancora e ne va fiera. Il suo copilota ne ha
novantanove e anche lui ha deciso di passare la giornata con noi.
Per star dietro alla loro macchina dobbiamo premere sull’acceleratore,
avanzando a tutta velocità su una strada che a tratti diventa sterrata. Finalmente
giungiamo dall’altra parte della foresta, dove possiamo metterci a tavola.
«Non vado mai al ristorante, quasi tutto quello che mangio lo coltivo
nell’orto» ci informa Yukiko mentre ci accomodiamo. «E il pesce lo compro da
Tanaka, che è mio amico da una vita.»
Il ristorante è affacciato sul mare e sembra uscito da Tatooine, uno dei pianeti
di Guerre stellari. Sul menu c’è scritto a caratteri grandi che qui servono
pietanze «a chilometro zero», preparate con le verdure biologiche prodotte nel
villaggio.
«Comunque il cibo è la cosa meno importante» continua Yukiko, che è
estroversa e anche un po’ sbruffona.
Le piace vantarsi di essere la direttrice di varie associazioni create dal
comune.
«Il cibo non allunga la vita, il segreto è sorridere e divertirsi» afferma
portandosi alla bocca un pezzo del minuscolo dessert compreso nel menu del
giorno.
A Ogimi ci sono solo un paio di ristoranti e nessun bar, ma i nativi hanno una
vita sociale molto ricca, che ruota intorno ai centri comunitari. Il paese è
suddiviso in diciassette circoscrizioni, ognuna con un presidente e diverse
persone addette ai vari settori: cultura, feste, attività sociali e longevità. A
quest’ultimo ambito viene prestata grande attenzione.
Ci invitano nel centro aggregativo di una delle diciassette circoscrizioni. Ha
sede in un vecchio edificio che sorge ai piedi di una montagna coperta dalla
foresta di yanbaru, dove abitano gli spiritelli bunagaya, le mascotte del
villaggio.

I bunagaya della foresta di yanbaru


I bunagaya sono creature magiche che abitano la foresta di yanbaru nei pressi di Ogimi e dei
villaggi circostanti. Hanno l’aspetto di bambini dai lunghi capelli rossi, si nascondono tra gli alberi
gajumaru (Ficus microcarpa) della foresta e ogni tanto scendono sulla spiaggia a pescare.
Questi spiritelli sono protagonisti di molte fiabe e leggende di Okinawa. Dispettosi e burloni,
cambiano idea di continuo, perché sono esseri imprevedibili.
Secondo la popolazione locale, i bunagaya amano le montagne, i fiumi, il mare, gli alberi, la
terra, il vento, l’acqua e gli animali; solo chi rispetta la natura può diventare loro amico.

Una festa di compleanno

Quando entriamo nel centro aggregativo di quartiere, veniamo accolti da una


ventina di anziani che ci dicono con orgoglio: «Il più giovane di noi ha ottantatré
anni!».
Realizziamo le interviste seduti a un grande tavolo, sorseggiando tè verde, e
alla fine ci conducono in un salone dove festeggiamo tutti insieme il compleanno
di tre di loro: una signora che compie novantanove anni, un’altra che ne fa
novantaquattro e un “giovanotto” che ha appena raggiunto il traguardo degli
ottantanove.
Cantiamo varie canzoni popolari del villaggio e concludiamo con il classico
Happy Birthday in inglese. La signora di novantanove anni soffia sulle candeline
e ringrazia tutti i presenti. Assaggiamo il dolce fatto in casa con gli shikuwasa e
finiamo per ballare e divertirci come se fossimo al compleanno di tre ventenni.
È la prima festa a cui assistiamo nella nostra settimana di permanenza nel
villaggio, ma non sarà l’ultima. Parteciperemo anche a un karaoke con anziani
che cantano meglio di noi e scopriremo un festival tradizionale con bande
musicali del posto, danzatrici e bancarelle di cibo disseminate sul fianco di una
montagna.

Celebrare insieme ogni giorno

Ritrovi e festeggiamenti sembrano essere una componente fondamentale dello


stile di vita di Ogimi.
Ci invitano a una partita di gateball, uno degli sport più diffusi tra gli anziani
dell’isola. Assomiglia al gioco delle bocce, ma per colpire la palla si usa una
mazza. È uno sport leggero, che si può praticare ovunque, ed è una scusa per
divertirsi insieme e fare un po’ di movimento. Vengono organizzati tornei locali
e non ci sono limiti di età per partecipare.
Ci facciamo coinvolgere nella partita settimanale e perdiamo contro una
signora che ha appena compiuto centoquattro anni. Tutti gli spettatori
applaudono e si scompisciano dalle risate nel vedere la nostra faccia delusa.
Ma non ci sono solo giochi e feste: anche la spiritualità svolge una funzione
molto importante per la felicità dei nativi.

Le divinità di Okinawa

La religione originaria dei regni di Okinawa prende il nome di ryukyu-shinto


(shinto significa “cammino degli dèi”). Unisce elementi di taoismo cinese,
confucianesimo, buddhismo e shintoismo, oltre che sciamanesimo e animismo.
Secondo questa fede ancestrale, il mondo è popolato da un’infinità di spiriti di
vario tipo: della casa, dei boschi, degli alberi, delle montagne... Gli spiriti vanno
compiaciuti con rituali, feste e istituendo zone sacre.
Okinawa è piena di foreste e boschi considerati luoghi sacri. Al loro interno
sorgono dei templi, che sono principalmente di due categorie: l’utaki e l’uganju.
Vicino alla cascata di Ogimi, per esempio, visitiamo un uganju, un tempietto
all’aria aperta dove si possono trovare incenso e monete.
L’utaki, invece, è una struttura di pietre disposte in maniera ordinata dove si
va a pregare e dove si radunano spiriti e creature magiche, o almeno così dice la
tradizione.
Al contrario dello shintoismo classico diffuso nel resto del Giappone, la
religione di Okinawa ritiene che la donna sia superiore all’uomo nelle questioni
spirituali. Per questo sono le donne ad avere il potere religioso. Le yuta, per
esempio, sono medium scelte nei villaggi per comunicare con il mondo degli
spiriti durante i riti tradizionali.
Anche il culto degli antenati è molto importante. Per questo, il primogenito di
ogni famiglia di Okinawa allestisce in casa un butsudan, un piccolo altare per
fare offerte ai defunti e pregare per loro. A dire il vero, la devozione nei
confronti degli antenati è profondamente sentita in tutto il Giappone.

Mabui
Il mabui è l’essenza di ogni persona in quanto essere vivente: è il nostro spirito e la fonte di
energia vitale. Il mabui è immortale e ci rende unici.
A volte il mabui di un defunto rimane intrappolato in una persona viva e serve un rituale di
separazione per liberarlo. Di solito ciò succede quando un individuo muore all’improvviso –
soprattutto se è giovane – e il mabui non vuole andarsene nel regno dei morti.
Il mabui può essere tramandato anche per contatto. Se la nonna lascia un anello in eredità
alla nipote, le trasmette parte del suo mabui. Le fotografie sono un altro mezzo per trasferire i
mabui da una persona all’altra.

Più invecchiamo, più diventiamo forti

Ripensandoci ora, le nostre giornate a Ogimi sono state intense ma al tempo


stesso rilassate. Un po’ come lo stile di vita dei nativi: sembravano
perennemente impegnati in compiti all’apparenza importanti, ma bastava
osservare meglio per scoprire che facevano tutto con calma. Seguivano sempre il
loro ikigai, ma senza fretta.
L’ultimo giorno siamo andati a comprare qualche souvenir in un mercatino
all’uscita del paese. Vendevano solo ortaggi coltivati sul posto, tè verde e succo
di shikuwasa, oltre a bottiglie con l’etichetta “Acqua di longevità”, la stessa che
sgorga da una sorgente nascosta nella foresta di yanbaru.
L’abbiamo comprata e ce la siamo bevuta nel parcheggio, guardando il mare,
con la speranza che quella bottiglietta, che pareva contenere una pozione magica,
ci garantisse salute e lunga vita e ci aiutasse a individuare il nostro ikigai.
Ci siamo fatti una foto davanti alla statua di un bunagaya e per l’ultima volta
ci siamo avvicinati a leggere l’iscrizione:

Dichiarazione del paese più longevo del mondo


A ottant’anni sono ancora un bambino.
Quando verrai a cercarmi a novanta,
dimenticati di me e aspetta che ne compia cento.
Più invecchiamo, più diventiamo forti,
e non abbiamo intenzione di farci accudire
dai nostri figli.
Se desideri lunga vita e salute, sei il benvenuto
nel nostro villaggio,
dove riceverai i doni della natura
e scopriremo insieme i segreti della longevità.

23 aprile 1993
Federazione dei Club per Anziani di Ogimi

Le interviste

In una settimana abbiamo effettuato un totale di cento interviste, chiedendo agli


anziani di svelarci la loro filosofia di vita, o ikigai, e il segreto per un’esistenza
lunga e attiva. Li abbiamo filmati con due videocamere al fine di realizzare un
piccolo documentario, e per questa sezione del libro abbiamo scelto le frasi che
ci sono sembrate più significative e stimolanti.
Gli intervistati avevano quasi cento anni o li avevano addirittura superati.
Abbiamo cercato di sintetizzare i segreti della loro longevità nei seguenti punti:

1. Non preoccuparsi

«Il segreto per vivere a lungo è non preoccuparsi. E mantenere un cuore giovane,
non farlo invecchiare. Aprire il cuore alle persone con un bel sorriso sul volto.
Se sorridi e apri il cuore, i tuoi nipoti e tutti gli altri avranno sempre voglia di
vederti.»

«Il modo migliore per non farsi prendere dall’ansia è uscire e salutare la gente.
Io lo faccio tutti i giorni. Esco per strada e dico: “Buongiorno! Arrivederci!”. Poi
torno a casa e vado a lavorare nell’orto. E il pomeriggio vedo gli amici.»

«Qui tutti vanno d’accordo con tutti. Cerchiamo di non creare problemi. Stare
insieme e divertirsi, ecco il segreto.»

2. Buone abitudini

«La mia gioia ogni mattina è alzarmi alle sei e scostare la tenda per vedere l’orto
qui accanto, dove coltivo la verdura. Esco subito a guardare i pomodori, i
mandarini... Mi piace ammirare tutto questo, mi rilassa. Dopo aver trascorso
un’ora in giardino, torno in casa e mi preparo la colazione.»

«Semino la verdura e me la cucino con le mie mani, è questo il mio ikigai.»

«Il segreto per non istupidirsi con l’età sta tutto nelle dita. Dalle dita alla testa e
ritorno. Se continui a muovere le dita per lavorare, camperai cent’anni.»

«Mi alzo ogni giorno alle quattro. Metto la sveglia a quell’ora per bere il caffè e
cominciare a fare esercizio sollevando le braccia. Questo mi dà energia per il
resto della giornata.»

«Mangio di tutto, credo sia questo il segreto. A tavola mi piace variare e il cibo è
sempre delizioso.»

«Lavorare. Se non lavori, il corpo si rovina.»

«Quando mi sveglio, vado davanti al butsudan, l’altare domestico, e accendo


l’incenso. Bisogna prendersi cura degli antenati. È la prima cosa che faccio ogni
mattina.»
«Mi alzo ogni giorno alla stessa ora, presto, e trascorro la mattina nell’orto. Una
volta alla settimana mi vedo con gli amici e andiamo a ballare.»

«Faccio esercizio ogni giorno e tutte le mattine esco a passeggiare un po’.»

«Appena mi alzo, non dimentico mai di fare i miei esercizi di taiso.»

«Mangiare verdura, è questo che ti fa vivere tanti anni.»

«Una lunga vita dipende solo da tre cose: fare esercizio per restare in salute,
mangiare bene e passare il tempo con gli altri.»

3. Coltivare le amicizie ogni giorno

«Vedere gli amici è il mio ikigai principale. Qui abbiamo l’abitudine di riunirci
tutti insieme a chiacchierare, è molto importante. Tengo sempre a mente il
giorno del nostro prossimo incontro, è la cosa che mi piace di più nella vita.»

«Il mio passatempo preferito è incontrarmi con i vicini e gli amici.»

«Parlare ogni giorno con le persone che ami, è questo il segreto per vivere a
lungo.»

«“Buongiorno! Arrivederci!” dico ai bambini che vanno a scuola, e saluto anche


tutti quelli che passano in macchina: “Andate piano!”. Dalle sette e venti alle
otto e un quarto me ne sto in piedi per strada a salutare. Quando se ne sono
andati tutti, rientro in casa.»

«Chiacchierare e bere il tè con i vicini. Non c’è niente di meglio nella vita. E
cantare tutti insieme.»

«Ogni mattina mi alzo alle cinque e scendo alla spiaggia. Poi vado a casa di
un’amica e beviamo il tè. È questo il segreto per vivere a lungo: passare il tempo
con gli altri e non stare mai fermi.»
4. Vivere senza fretta

«Il mio segreto per vivere a lungo è ripetermi sempre: “Piano”, “Con calma”.
Senza fretta si vive molto di più.»

«Ogni giorno intreccio i vimini, è il mio ikigai. Appena sveglio, per prima cosa,
prego. Poi faccio esercizio e preparo la colazione. Alle sette comincio a lavorare,
in tutta tranquillità. Alle cinque, quando mi stanco, vedo gli amici.»

«Fare tante cose ogni giorno. Essere sempre occupata, ma una cosa alla volta,
senza esagerare.»

«Il segreto per vivere a lungo è coricarsi presto, svegliarsi presto e uscire a fare
una passeggiata. Vivere con calma e saper apprezzare le cose. Andare d’accordo
con gli amici. Primavera, estate, autunno, inverno...
Godere di tutte le stagioni sentendoti felice.»

5. Ottimismo

«Ogni giorno mi dico: “Oggi sarà una giornata piena di salute ed energia”.
Continuo a ripetermelo.»

«Ho novantotto anni, ma mi considero giovane. Ho ancora tanto da fare.»

«Ridere è la cosa più importante. Ovunque mi trovo, io rido.»

«Arriverò ai cento anni. Certo che ci arriverò! Per me è una grande


motivazione.»

«Cantare con i nipoti e ballare insieme, non c’è niente di meglio nella vita.»

«I miei migliori amici sono in paradiso. A Ogimi non ci sono più nemmeno le
barche, così c’è poco pesce. Prima potevi comprare pesci di tutti i tipi, piccoli o
anche grandissimi. Ma adesso non ci sono barche e nemmeno esseri umani. Sono
andati tutti in paradiso.»
«Mi sento fortunata a essere nata qui. Rendo grazie ogni giorno.»

«La cosa più importante a Ogimi, e nella vita, è sorridere.»

«Faccio la volontaria nel villaggio per restituire un po’ di tutto quello che ho
ricevuto. Per esempio, accompagno gli amici in ospedale con la mia macchina.»

«Non c’è nessun segreto. Il trucco è semplicemente vivere.»

Lo stile di vita di Ogimi in otto punti chiave


• Tra gli intervistati, il 100 per cento ha un orto e la maggior parte possiede interi campi con
piantagioni di tè, shikuwasa, manghi eccetera.
• Tutti appartengono a una qualche associazione di quartiere dove si sentono amati come se
fossero una famiglia.
• Festeggiano spesso, anche per le piccole cose. La musica, il canto e la danza sono elementi
essenziali della loro vita quotidiana.
• Hanno una missione importante nella vita, o anche più di una. Hanno un ikigai, ma non lo
prendono troppo sul serio. In quello che fanno c’è sempre una buona dose di relax e
divertimento.
• Vanno fieri delle loro tradizioni e della cultura locale.
• Mettono passione in tutto ciò che fanno, anche quando sembra poco importante.
• Lo yuimaru, traducibile come “spirito di collaborazione reciproca”, è profondamente radicato
nel cuore dei nativi. Le persone si aiutano a vicenda non solo nei lavori agricoli, come il
raccolto della canna da zucchero o la semina del riso, ma anche quando si tratta di costruire
una casa o di fare volontariato nelle opere pubbliche. Il nostro amico Miyagi, con cui abbiamo
cenato la sera prima di andarcene, ci ha raccontato che si stava costruendo una casa nuova
con l’aiuto di tutti i suoi amici e che avrebbe potuto ospitarci la prossima volta che fossimo
tornati a Ogimi.
• Gli abitanti del villaggio sono sempre occupati, ma in attività varie che permettono loro di
rilassarsi. Non abbiamo visto nessun anziano seduto su una panchina a girarsi i pollici. Le
persone erano sempre in movimento, andavano al karaoke, all’assemblea di quartiere o alla
partita di gateball.
VII

La dieta ikigai

Cosa mangiano e cosa bevono le persone più longeve del mondo

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Giappone è il Paese


con la più alta speranza di vita al mondo: 80,5 anni per gli uomini e 86,8 per le
donne.
Grazie al clima e alla dieta mediterranea, l’Italia segue a ruota. Anche qui gli
uomini vivono in media 80,5 anni, mentre le donne 84,8.
In più, come abbiamo visto all’inizio del libro, il Giappone presenta il più alto
tasso di centenari al mondo: oltre 452 centenari ogni milione di abitanti (dati del
luglio 2014).

SPERANZA DI VITA NEI PAESI LONGEVI


RISPETTO AGLI STATI UNITI
Fonte: OMS 1966; ministero giapponese della Salute e del Benessere 2004; dipartimento USA della Salute e
dei Servizi Sociali/CDC 2005.

L’aspettativa di vita dei giapponesi è decisamente alta, ma varia molto da una


zona all’altra del Paese. Nel grafico che mette a confronto la speranza di vita
degli abitanti di Giappone, Svezia, Stati Uniti e Okinawa (una delle prefetture
nipponiche), si può notare che il dato relativo ai giapponesi nel loro complesso è
alto, ma che a partire dai settant’anni Okinawa si distacca nettamente salendo al
primo posto.
Okinawa fu una delle prefetture più colpite dalla Seconda guerra mondiale. I
numerosi caduti in combattimento, ma anche la fame e la mancanza di risorse al
termine del conflitto, comportarono che negli anni Quaranta e Cinquanta la
speranza di vita media dei nativi fosse piuttosto ridotta. Tuttavia, man mano che
l’isola si riprendeva dalla distruzione, i suoi abitanti diventavano i più longevi
del Paese.
Quali sono i segreti della lunga vita dei giapponesi? E che cos’ha di speciale
Okinawa per essere la numero uno tra i numeri uno?
I ricercatori evidenziano, per esempio, che Okinawa è la sola prefettura del
Giappone dove non arriva il treno. La gente del posto è costretta a camminare.
Ed è anche l’unica prefettura dove gli abitanti sono riusciti a seguire la
raccomandazione del governo giapponese di consumare meno di dieci grammi di
sale al giorno.

La dieta miracolosa di Okinawa

Su quest’isola del Sud del Giappone il tasso di mortalità per problemi


cardiovascolari è tra i più bassi del Paese, e senza dubbio c’entra molto
l’alimentazione. Non a caso la “dieta di Okinawa” è spesso al centro delle
conferenze sulla nutrizione in tutto il mondo.
I dati più affidabili, e più citati in libri e articoli, vengono dagli studi di
Makoto Suzuki, un cardiologo dell’Università delle Ryukyu, che dagli anni
Settanta ha pubblicato oltre settecento articoli scientifici su dieta e
invecchiamento a Okinawa.
Bradley J. Willcox e D. Craig Willcox si sono uniti all’équipe di ricerca di
Suzuki e hanno raccolto tutte le loro scoperte nel libro Okinawa: l’isola dei
centenari, pubblicato originariamente in inglese nel 2001 e considerato la bibbia
sull’argomento.
Dopo aver studiato per venticinque anni l’alimentazione delle persone più
longeve del mondo, i due ricercatori sono giunti alle seguenti conclusioni:

• I nativi dell’isola consumano una grande varietà di cibi, soprattutto di


origine vegetale. Sembra proprio che la varietà sia di fondamentale
importanza. Dagli studi è emerso che i centenari di Okinawa assumono
regolarmente duecentosei alimenti diversi, spezie comprese. Ogni giorno
mangiano in media diciotto cibi diversi, una bella differenza rispetto alla
povertà della cultura occidentale del fast food.
• Mangiano almeno cinque porzioni di frutta o verdura al giorno, per un totale
di almeno sette prodotti diversi. La tecnica più semplice per assicurarsi che ci
sia abbastanza varietà consiste nel “metodo dei colori”. Se mettiamo in
tavola peperoni rossi, carote, spinaci, cavolfiore e melanzane, per esempio,
otteniamo molti colori e quindi molta varietà. Gli ortaggi, le patate, i legumi
e i derivati della soia come il tofu sono gli alimenti più comuni nella dieta di
Okinawa. Le verdure, in particolare, forniscono oltre il 30 per cento del
fabbisogno calorico giornaliero.
• I cereali sono la base della dieta. I giapponesi mangiano riso in bianco tutti i
giorni, integrandolo di volta in volta con tagliolini di soba o udon, i due tipi
di pasta più diffusi. Anche sulle tavole di Okinawa il riso è un piatto che non
manca mai.
• Lo zucchero viene consumato in dosi assai ridotte, e in ogni caso è di canna.
Possiamo testimoniarlo, visto che tutte le mattine, per andare a Ogimi,
passavamo davanti a diverse piantagioni. Nei pressi del castello di Nakijin
abbiamo persino bevuto un bicchiere di succo di canna da zucchero. Accanto
alla bancarella che lo vendeva, un cartello illustrava i benefici del prodotto:
secondo uno studio, avrebbe effetti protettivi contro il cancro.

Oltre a questi princìpi alimentari, bisogna ricordare che a Okinawa la


popolazione mangia pesce in media tre volte alla settimana. Diversamente che in
altre parti del Giappone, la carne più consumata è quella di maiale, ma compare
in tavola soltanto una o due volte alla settimana.
Infine, gli studi di Makoto Suzuki sottolineano i seguenti aspetti:

• In confronto al resto del Giappone, gli abitanti di Okinawa consumano, in


generale, un terzo dello zucchero. Vuol dire che dolci e cioccolato
compaiono di rado nella dieta.
• L’assunzione di sale è quasi la metà rispetto a quella degli altri giapponesi:
sette grammi al giorno contro dodici in media.
• Anche l’apporto calorico giornaliero è inferiore: 1785 calorie contro una
media di 2068 nel resto del Giappone. Di fatto, la quantità ridotta di calorie
ingerite è una caratteristica comune a tutte e cinque le zone blu.

Hara hachi bu

Torniamo così alla regola dell’80 per cento già illustrata nel primo capitolo, un
concetto che in giapponese prende il nome di hara hachi bu. Applicare questo
principio è facilissimo: basta smettere di mangiare quando senti che lo stomaco è
quasi pieno!
Un sistema molto semplice per cominciare a praticare l’hara hachi bu è
saltare il dolce o mangiarne solo una fettina. Quando ti alzi da tavola, devi avere
ancora un po’ di fame.
Per lo stesso motivo, in Giappone le porzioni sono molto più piccole di quelle
a cui siamo abituati in Occidente. Il pasto non è suddiviso in primo, secondo e
dessert, come da noi. Di solito viene servito tutto insieme in tanti piattini: uno
per il riso, uno con le verdure, una scodella di zuppa di miso, un piatto di assaggi
misti. Questo tipo di presentazione aiuta a non esagerare con il cibo, oltre a
promuovere la varietà di cui parlavamo all’inizio del capitolo.
L’hara hachi bu ha origini millenarie. Nello Zazen Yojinki, un libro sulla
pratica dello zen composto intorno al tredicesimo secolo, si raccomanda agli
adepti di mangiare fino a riempire solo i due terzi dello stomaco. In tutti i templi
buddhisti orientali i monaci mangiano meno di quanto vorrebbero. Forse, a
livello intuitivo, i benefici della restrizione calorica sono noti alla religione
buddhista da secoli.

Allora, mangiare meno allunga la vita?

È un dato di fatto che pochi osano mettere in discussione. Senza arrivare agli
estremi della malnutrizione, sembra proprio che assumere meno calorie di quelle
che il nostro corpo ci chiede favorisca la longevità. Il segreto per riuscirci senza
rimetterci la salute è scegliere alimenti ad alto valore nutritivo, i cosiddetti
superfood, e limitare quelli che contengono troppe “calorie vuote”, ovvero quelli
con un elevato apporto energetico ma poveri di sostanze nutritive.
La restrizione calorica, a cui abbiamo già accennato, è una delle tecniche più
efficaci per guadagnare anni di vita. Sia gli esperimenti sui topi da laboratorio
sia gli studi effettuati nelle zone blu hanno dimostrato che restare con un po’ di
“fame” – la famosa regola dell’80 per cento – mantiene giovane l’organismo. Se
il corpo riceve sempre tutte le calorie che gli servono, o di più, si intorpidisce e
si logora, consumando una grande quantità di energia per la digestione.
Uno dei benefici della restrizione calorica è la riduzione dei livelli di IGF-1
(fattore di crescita insulino-simile 1). Si tratta di una proteina che ha un ruolo
centrale nel processo di invecchiamento: se gli animali e gli esseri umani
invecchiano, uno dei motivi è che hanno troppo IGF-1 nel sangue.
Nel caso in cui la nostra routine lavorativa non ci permetta di applicare la
regola dell’80 per cento ogni giorno, un’alternativa è praticare il digiuno uno o
due giorni alla settimana. La dieta “5:2”, oggi tanto di moda negli Stati Uniti,
raccomanda di digiunare (cioè assumere meno di cinquecento calorie) due giorni
su sette e di mangiare normalmente per il resto della settimana.
Tra i numerosi benefici, il digiuno aiuta l’apparato digerente a riposare e a
depurarsi.
Quindici antiossidanti naturali della dieta di Okinawa

Gli antiossidanti sono molecole che ritardano l’ossidazione delle cellule,


neutralizzando i radicali liberi che le danneggiano e che quindi fanno invecchiare
l’organismo. È ben noto per esempio il potere antiossidante del tè verde, di cui
parleremo tra poco.
I quindici alimenti chiave per la vitalità degli abitanti di Okinawa, ricchi di
antiossidanti e consumati praticamente tutti i giorni, sono i seguenti:

• Tofu.
• Miso.
• Tonno essiccato.
• Carote.
• Goya (ortaggio amaro di colore verde).
• Kombu (alga).
• Cavolo.
• Nori (alga).
• Cipolla.
• Germogli di soia.
• Hechima (ortaggio simile al cetriolo).
• Fagioli di soia (cotti o al naturale).
• Patate dolci.
• Peperoni.
• Tè sanpincha.

Il tè sanpincha: la bevanda regina di Okinawa

Il tè sanpincha è un misto di tè verde e fiori di gelsomino, ed è la bevanda più


diffusa a Okinawa. In Occidente l’infuso più simile sarebbe il tè al gelsomino,
che di solito arriva dalla Cina. Secondo uno studio condotto da Hiroko Sho
dell’Università di Okinawa, il tè al gelsomino abbassa i livelli di colesterolo nel
sangue.
A Okinawa il tè sanpincha è disponibile in una grande varietà di formati e
non manca mai nei distributori automatici che si trovano per strada.
Oltre ad avere gli stessi effetti antiossidanti del tè verde, racchiude anche i
benefici del tè al gelsomino:
• Riduce il rischio di infarto.
• Rafforza il sistema immunitario.
• Aiuta ad alleviare lo stress.
• Abbassa i livelli di colesterolo.

Gli abitanti di Okinawa bevono in media tre tazze di tè sanpincha al giorno.


Da noi è difficile trovare proprio questa bevanda, ma possiamo optare per il tè
al gelsomino o per un tè verde di alta qualità.

I segreti del tè verde

Da secoli si pensa che questa pianta millenaria abbia un forte potere medicinale.
Studi recenti ne hanno confermato le proprietà, dimostrando che l’infuso, se
consumato spesso, favorisce la longevità.
Originario della Cina, dove è noto da millenni, il tè verde fu esportato nel
resto del mondo soltanto pochi secoli fa.
A differenza di altri tipi di tè, viene fatto essiccare all’aria aperta senza
fermentazione, conservando così i suoi princìpi attivi anche quando è secco e
sminuzzato. Per questo, ha molti effetti positivi sulla salute:

• Tiene sotto controllo il colesterolo.


• Abbassa i livelli di zucchero nel sangue.
• Migliora la circolazione sanguigna.
• Protegge dall’influenza grazie alla vitamina C.
• Rafforza le ossa grazie all’elevato contenuto di fluoro.
• Protegge da alcune infezioni batteriche.
• Protegge dagli effetti dei raggi solari.
• Ha effetti depurativi e diuretici.

Il tè bianco, ancora più ricco di polifenoli, potrebbe essere persino più efficace
contro l’invecchiamento. Di fatto è considerato il prodotto naturale con il
maggior potere antiossidante al mondo, tanto che sorseggiare una tazza di tè
bianco equivale a bere circa dodici bicchieri di succo d’arancia naturale.
Riassumendo: consumare tè verde o bianco tutti i giorni può aiutarci a ridurre
la quantità di radicali liberi e, quindi, a mantenerci giovani più a lungo.
Ogimi, un caso a parte

Soprannominato “il villaggio dei centenari”, come abbiamo visto nel capitolo
precedente, Ogimi è il paese con il più alto indice di longevità dell’intera isola di
Okinawa.
In questo insediamento rurale le persone non solo vivono di più, ma restano
anche in salute per un maggior numero di anni. Capita spesso di vedere i
novantenni del villaggio in sella al motorino, e i centenari a passeggio o al lavoro
nell’orto.
Rispetto al resto del Giappone, gli abitanti di Ogimi:

• Consumano il triplo di ortaggi verdi ogni giorno.


• Assumono 1,5 volte più legumi (soia).
• Consumano più alghe e pesce.
• Mangiano meno riso della media nazionale.

Il potere degli shikuwasa

Gli shikuwasa sono gli agrumi per eccellenza di Okinawa, e in tutto il Giappone
il villaggio che ne produce di più è proprio Ogimi.
Di un’acidità straordinaria (tanto che è impossibile berne il succo senza
diluirlo con l’acqua), hanno un sapore a metà tra il lime e il mandarino, di cui
ricordano anche l’aspetto.
Sono ricchi di nobiletina, un flavonoide con un elevato potere antiossidante.
Tutti gli agrumi – pompelmi, arance, limoni – contengono questa sostanza,
ma basta mangiare un shikuwasa di Okinawa per assumere la stessa quantità di
nobiletina fornita da quaranta arance. È dimostrato che il consumo di nobiletina
contribuisce a proteggerci da arteriosclerosi, cancro, diabete di tipo 2 e obesità in
generale.
In più, gli shikuwasa apportano vitamina C, B1, carotene e minerali.
Compaiono in numerosi piatti tradizionali, servono a insaporire le pietanze e
vengono consumati anche sotto forma di succo.
Mentre realizzavamo il nostro studio su Ogimi, alla festa di compleanno dei
nonnini ci hanno offerto un dolce fatto proprio con gli shikuwasa.

Il canone degli antiossidanti per occidentali


Nel 2010 il “Daily Mirror” ha pubblicato un elenco di alimenti raccomandati dagli esperti per
ritardare l’invecchiamento. Tra i cibi consigliati figuravano:

• Verdura: per l’elevata concentrazione di acqua, minerali e fibre. Per esempio, bietola e
broccoli.
• Pesce azzurro: per l’alto contenuto di grassi omega-3 dal potere antiossidante. Per esempio,
sgombro, tonno e sardine. A queste varietà si può aggiungere il salmone, che non è un pesce
azzurro ma è comunque molto ricco di omega-3.
• Frutta: è un’ottima fonte di vitamine e aiuta a eliminare le tossine. Non possono mancare
agrumi, fragole e albicocche.
• Bacche: per la grande quantità di composti fotochimici antiossidanti. Per esempio, mirtilli e
bacche di goji.
• Frutta secca: contiene antiossidanti e vitamine e fornisce energia.
• Cereali: apportano energia e contengono minerali. Per esempio, avena e frumento.
• Olio d’oliva: per l’effetto antiossidante, che si riflette soprattutto sulla pelle.
• Vino rosso: con moderazione, per l’alto potere antiossidante e vasodilatatore.

Seguire questa dieta come buona abitudine ci aiuterà a sentirci più giovani e a ritardare
l’invecchiamento dell’organismo.
NOTA BENE: gli alimenti che andrebbero eliminati dalla dieta sono le farine e gli zuccheri raffinati,
le merendine industriali e i cibi pronti, il latte vaccino e i suoi derivati.
VIII

Muoversi dolcemente per vivere di più

Esercizi dall’Oriente che favoriscono la salute e la longevità

Gli studi effettuati nelle zone blu rivelano che le persone più longeve non sono
quelle che fanno più sport, ma quelle che si muovono di più.
Quando abbiamo visitato Ogimi, il paese con la maggiore concentrazione di
centenari al mondo, abbiamo scoperto che gli ottantenni e i novantenni del posto
si mantengono molto attivi. Nessuno sta seduto in casa a guardare dalla finestra
o a leggere il giornale. Gli abitanti di Ogimi camminano spesso, prendono la
macchina e vanno al karaoke comunitario, si alzano presto la mattina e subito
dopo colazione escono nell’orto a strappare le erbacce a mani nude. In realtà non
praticano nessuno sport, ma si muovono di continuo per svolgere le attività di
ogni giorno.

Facile come alzarsi dalla sedia


«Quando stiamo seduti per più di trenta minuti, il metabolismo rallenta del 90 per cento. Gli enzimi
che trasportano i grassi dalle arterie ai muscoli riducono la loro attività. Dopo due ore, il
colesterolo buono nel sangue si abbassa del 20 per cento. Basta alzarsi dalla sedia cinque minuti
per riportare tutto alla normalità. Alzarsi dalla sedia è facilissimo, sarebbe stupido non farlo»
dichiara Gavin Bradley, uno dei massimi esperti nel campo e direttore dell’associazione
internazionale Active Working il cui obiettivo è far capire alla gente che stare sempre seduti fa
malissimo alla salute.

Nella nostra vita quotidiana le occasioni per muoverci in modo sano e naturale
scarseggiano, soprattutto se viviamo in città, ma possiamo ricorrere a esercizi i
cui benefici per l’organismo sono dimostrati da secoli.
Le discipline orientali per riequilibrare l’anima, il corpo e la mente sono
diventate molto di moda in Occidente, ma nei Paesi d’origine le persone se ne
servono per mantenersi in salute da millenni.
Lo yoga – nato in India, ma popolarissimo anche in Giappone – e le discipline
cinesi come il tai chi e il qigong puntano ad armonizzare il corpo e la mente,
perché l’individuo possa affrontare la vita con decisione, gioia e serenità.
Di fatto, e la scienza lo conferma, tali tecniche sono considerate un vero e
proprio elisir di giovinezza.
Prevedono esercizi leggeri, che fanno benissimo alla salute e sono
particolarmente indicati per gli anziani che faticano di più a tenersi in forma.
Per esempio, è provato che il tai chi allevia l’osteoporosi, rallenta il Parkinson
e favorisce la circolazione del sangue, oltre a migliorare l’elasticità e il tono
muscolare. Non meno importanti sono i benefici a livello emotivo, dato che
protegge da stress e depressione.
Pertanto, praticare una disciplina orientale allunga la vita, come dimostrano i
centenari giapponesi.
Nelle prossime pagine conosceremo alcuni di questi metodi amici della salute
e della longevità, ma prima vediamo un esercizio al cento per cento giapponese
per cominciare bene la giornata.

Radio taiso

Questi esercizi di riscaldamento da fare al risveglio sono noti fin da prima della
guerra. Il termine radio si riferisce al fatto che le istruzioni per svolgerli
venivano trasmesse proprio alla radio.
Oggi se ne occupa un apposito canale televisivo, su cui i giapponesi si
sintonizzano la mattina. Uno degli obiettivi principali del radio taiso è rafforzare
lo spirito di collaborazione e unità di tutti i partecipanti.
Lo si pratica sempre in gruppo, sia nelle scuole prima dell’inizio delle lezioni
sia nelle aziende prima di cominciare la giornata lavorativa.
Quasi tutti gli anziani che abbiamo intervistato a Ogimi dedicavano un po’ del
loro tempo al radio taiso, in genere la mattina. Persino nella casa di riposo del
villaggio c’erano sempre cinque minuti riservati a tale attività, a cui prendevano
parte anche gli ospiti costretti sulla sedia a rotelle.
Per svolgere gli esercizi in gruppo, di solito ci si sposta in una grande sala o
in un campo sportivo, dove qualcuno dà le istruzioni con il megafono.
Gli esercizi durano da cinque a dieci minuti, a seconda che vengano svolti
tutti o in parte. Si tratta perlopiù di stretching e ginnastica dolce per sciogliere le
articolazioni. Uno degli esercizi più famosi e belli da vedere consiste
semplicemente nel sollevare le braccia sopra la testa per poi riabbassarle con un
movimento circolare.
Versione breve degli esercizi di radio taiso (cinque minuti).
Yoga
Diffuso sia in Giappone sia in Occidente, lo yoga è adatto praticamente a
chiunque. C’è addirittura chi ha modificato alcune posture per adeguarle alle
esigenze dei disabili o delle donne incinte.
Lo yoga è originario dell’India, dove fu sviluppato millenni fa per tentare di
unire la dimensione fisica e mentale dell’essere umano. La parola deriva dal
termine sanscrito usato per indicare il giogo, lo strumento con cui gli animali da
tiro venivano attaccati al carro. Allo stesso modo, lo yoga cerca di unire il corpo
e la mente, per condurre l’individuo verso una vita sana, in comunione con tutto
ciò che lo circonda.
Pertanto, gli obiettivi principali dello yoga sono:

• Farci entrare in contatto con la nostra natura umana.


• Purificare la mente e il corpo.
• Avvicinarci al divino.

Stili di yoga

Anche se perseguono obiettivi simili, esistono vari tipi di yoga, a seconda della
tradizione e dei testi di riferimento. Come dicono i maestri, la differenza sta nel
sentiero che prendiamo per raggiungere il culmine della perfezione.

• Jnana yoga: lo yoga della conoscenza, ricerca la disciplina e la crescita della


mente.
• Karma yoga: è incentrato sull’azione, i compiti e i doveri da svolgere per
aiutare se stessi o la comunità.
• Bhakti yoga: lo yoga della devozione e della dedizione al divino.
• Mantra yoga: è basato sulla recitazione di mantra per arrivare a uno stato di
rilassamento mentale.
• Kundalini yoga: comprende vari passi combinati per raggiungere lo stato
desiderato.
• Raja yoga: detto anche Cammino Regale, riunisce diversi passi per la
comunione totale con se stessi e gli altri.
• Hatha yoga: il più diffuso in Occidente e in Giappone, è caratterizzato dalle
asana, le posizioni con cui si cerca l’equilibrio.

Come realizzare il Saluto al Sole


Uno degli esercizi più emblematici dello Hatha yoga è il Saluto al Sole. Per
eseguirlo basta seguire questi dodici passi: Unisci i piedi e drizza la schiena,
tenendo il corpo eretto ma senza tensione. Espira.
2. Avvicina i palmi e, con le mani unite, solleva le braccia sopra la testa. Inarca
leggermente il busto all’indietro mentre inspiri.
3. Espira e piegati in avanti fino a toccare il pavimento con i palmi delle mani,
senza piegare le ginocchia.
4. Porta indietro una gamba e allungala per toccare il pavimento con la punta
delle dita. Inspira.
5. Porta indietro anche l’altra gamba e tendi le braccia e le gambe, trattenendo
il respiro.
6. Mentre espiri, piega le braccia e sfiora il pavimento con il petto allungandolo
in avanti, con le ginocchia appoggiate a terra.
7. Allunga le braccia e inarca la schiena all’indietro, mantenendo la metà
inferiore del corpo appoggiata a terra. Inspira.
8. Appoggia mani e piedi a terra e solleva il bacino, allungando braccia e
gambe per formare una V rovesciata. Espira mentre esegui il movimento.
9. Porta avanti la gamba che avevi allungato all’indietro per prima e piegala,
allineando il ginocchio e il piede sotto la testa e tra le mani. Inspira.
10. Raddrizzati tenendo le mani appoggiate a terra per tornare alla posizione
numero 3. Espira.
11. Inspirando, solleva le braccia sopra la testa con i palmi uniti e inarca il busto
come nella posizione numero 2.
12. Mentre espiri, abbassa le braccia tornando alla posizione iniziale, la
posizione della montagna.

In questo modo avrai salutato il sole, preparandoti a una giornata meravigliosa.


Tai chi

Detto anche tai ji quan, è un’arte marziale cinese molto popolare in Giappone.
Le prime scuole risalgono a centinaia di anni fa e affondano le radici nel
buddhismo e nel confucianesimo.
Secondo la tradizione cinese, il fondatore fu Chang San Feng, maestro taoista
ed esperto di arti marziali, anche se fu Yang Lu Chan a diffonderlo nel resto del
mondo nel diciannovesimo secolo.
All’inizio il tai chi era un’arte marziale neijia, interna, cioè mirava al
superamento personale. Serviva per l’autodifesa e insegnava a battere
l’avversario usando meno forza possibile e puntando sull’agilità.
Tuttavia, il tai chi era considerato anche un mezzo per risanare il corpo e la
mente, così con il tempo si affermò come tecnica per ottenere la salute e la pace
interiore. Il governo cinese lo promosse tra i cittadini per incentivarli a fare
esercizio, e poco alla volta quest’arte marziale si trasformò, diventando una fonte
di salute e benessere adatta a tutti.

Stili di tai chi

Esistono varie scuole e stili per la pratica del tai chi. Quelli storicamente più noti
sono i seguenti: Stile Chen: è caratterizzato dall’alternanza di movimenti lenti e
movimenti esplosivi.
• Stile Yang: con movimenti lenti e fluidi, è il più diffuso.
• Stile Wu: si basa su movimenti brevi, molto lenti e studiati.
• Stile Hao: i movimenti esterni sono quasi impercettibili, perché si concentra
sui movimenti interni. È uno degli stili meno praticati, anche in Cina.

Qualunque sia lo stile prescelto, tutti hanno i seguenti obiettivi:

1. Controllare il movimento con la calma.


2. Superare la forza con la delicatezza.
3. Muoversi dopo ma arrivare prima.
4. Conoscere se stessi e l’avversario.

Dieci princìpi base per praticare il tai chi

Secondo il maestro Yang Cheng Fu, esistono dieci princìpi base per praticare
correttamente il tai chi, ovvero: Tenere alta la testa, concentrando qui l’energia.
2. Contrarre il petto e tendere la schiena, in modo che la parte inferiore del
corpo risulti leggera.
3. Rilassare il bacino, che deve guidare il resto del corpo.
4. Individuare dove cade il peso del corpo, distinguendo dove lo si sente
pesante e dove leggero.
5. Rilassare le spalle, per far scorrere la forza e avere i gomiti liberi.
6. Privilegiare la creatività della mente sulla forza del corpo.
7. Percepire l’unione della parte superiore del corpo con quella inferiore, per
farle agire insieme.
8. Unire l’interno e l’esterno, per sincronizzare mente, corpo e respiro.
9. Concatenare i movimenti senza interruzione, perché siano fluidi e armoniosi.
10. Cercare la calma nel movimento. L’azione del corpo produce il rilassamento
della mente.

Imitare le nuvole

Uno degli esercizi più famosi del tai chi consiste nel rappresentare le nubi, infatti
si chiama “muovere le mani come nuvole”.
Per eseguirlo un passo alla volta:

1. Allunga le braccia in avanti, con i palmi rivolti verso il basso.


2. Gira le mani verso l’interno, come se abbracciassi un albero.
3. Allarga le braccia verso l’esterno.
4. Porta il braccio sinistro in alto e al centro, e il braccio destro in basso e al
centro.
5. Disegna una palla immaginaria davanti a te.
6. Gira la mano sinistra verso il viso.
7. Scarica il peso sul piede sinistro e ruota il bacino a sinistra, seguendo con gli
occhi il movimento della mano.
8. Inverti la posizione delle mani, portando la sinistra sul fianco e la destra
davanti al viso.
9. Scarica il peso sul piede destro.
10. Ruota verso destra, tenendo lo sguardo fisso sulla mano destra sollevata.
11. Ripeti i movimenti in modo fluido, spostando il peso del corpo su un piede o
sull’altro ogni volta che inverti la posizione delle mani.
12. Allunga di nuovo le braccia in avanti e abbassale lentamente, per tornare alla
posizione iniziale.
Qigong

Noto anche come chi kung, è l’unione di qi, energia vitale, e gong, lavoro, e ha
proprio l’obiettivo di lavorare con la forza vitale dell’organismo. Il nome attuale
è relativamente moderno, ma in realtà il qigong deriva dall’antico dao yin,
un’arte orientale che si proponeva di migliorare il benessere mentale e la salute
fisica.
All’inizio del ventesimo secolo cominciò ad apparire in numerosi trattati su
allenamento e arti marziali, e negli anni Trenta fece il suo ingresso negli
ospedali, come testimonia il libro di Dong Hao Metodo terapeutico specifico per
la tubercolosi: il qigong. In seguito il governo cinese lo promosse tra i cittadini,
come avvenne per il tai chi.
Il qigong consiste in una serie di esercizi statici o dinamici che stimolano la
respirazione, e si pratica in piedi, da seduti o da sdraiati. Esistono vari stili, ma
tutti puntano a rafforzare l’energia vitale esistente e a rigenerarla. I movimenti
sono delicati, ma il lavoro è intenso.

Benefici del qigong

Secondo numerosi studi scientifici realizzati in tutto il mondo, il qigong ha molti


effetti positivi sulla salute, proprio come il tai chi e lo yoga.
Nell’articolo Medical Applications of Qigong, il dottor Kenneth Sancier
elenca i benefici scientificamente provati di questa disciplina. In particolare, il
•qigong: Modifica le onde cerebrali.
• Migliora l’equilibrio degli ormoni sessuali.
• Riduce la mortalità per infarto.
• Abbassa la pressione sanguigna nei pazienti ipertesi.
• Aumenta la densità ossea.
• Migliora la circolazione del sangue.
• Rallenta i sintomi associati alla senilità.
• Rende più efficienti e bilanciate le funzioni dell’organismo.
• Aumenta l’afflusso di sangue al cervello e la comunicazione tra mente e
corpo.
• Rafforza il cuore.
• Riduce gli effetti collaterali delle cure contro il cancro.

Praticando quest’arte potremo tenerci in forma, restare in salute e, di


conseguenza, vivere più a lungo.

Metodi per praticare il qigong

Per praticare correttamente il qigong, bisogna tenere presente che l’energia vitale
scorre in tutto l’organismo. Perciò, è indispensabile armonizzare tutte le sue
parti: Tiao Shen (armonizzare il corpo): per acquisire una postura corretta. È
importante essere ben radicati a terra.
2. Tiao Xi (armonizzare il respiro): finché non diventa calmo, leggero e pieno di
pace.
3. Tiao Xin (armonizzare la mente): la fase più ardua, in quanto prevede di
fermare i pensieri.
4. Tiao Qi (armonizzare l’energia vitale): mediante le tre fasi precedenti, per
farla scorrere in maniera naturale.
5. Tiao Shen (armonizzare lo spirito): per conservarne il vigore, dal momento
che «lo spirito è il centro e la radice di una battaglia», come scrive Yang
Jwing-Ming nel libro Le radici del qigong cinese.

In questo modo, l’organismo sarà pronto ad agire con un solo obiettivo e in


maniera coordinata.

Rappresentare i cinque elementi

Uno degli esercizi più famosi del qigong è costituito da una serie di movimenti
in sequenza che rappresentano i cinque elementi: Terra, Acqua, Legno, Metallo e
Fuoco. Lo scopo è riequilibrare le cinque correnti di energia per migliorare il
funzionamento della mente e degli organi.
L’esercizio può essere eseguito in vari modi, ma qui ci affideremo alla
versione di María Isabel García Monreal, insegnante dell’Instituto Qigong
Chikung di Barcellona:

TERRA

1. Separa le gambe allineando ciascun piede sotto la spalla corrispondente.


2. Divarica leggermente le punte dei piedi per stabilizzare la postura.
3. Tieni le spalle basse e rilassate e le braccia lungo i fianchi, leggermente
staccate dal corpo (posizione del Wu qi, o radicamento).
4. Inspirando, solleva le braccia portando le mani all’altezza delle spalle, con i
palmi rivolti verso il basso.
5. Espirando, piega le ginocchia e abbassa le braccia portando le mani
all’altezza dell’addome, con i palmi rivolti verso l’interno.
6. Mantieni la posizione alcuni secondi, concentrandoti sul respiro.
ACQUA

1. Parti dalla posizione della Terra. Chinati piegando le ginocchia ma tenendo


dritto il busto. Espira mentre esegui il movimento.
2. Spingi il coccige verso il basso per allungare la zona lombare.
3. Inspirando, raddrizzati tornando alla posizione della Terra.
4. Ripeti l’esercizio tre volte.
LEGNO

1. Parti dalla posizione della Terra. Inspirando, gira i palmi verso l’alto e
allarga le braccia verso l’esterno, disegnando un cerchio fino a portare le
mani davanti alle clavicole. Gira le mani in modo che i palmi e i gomiti siano
rivolti verso il basso e tieni le spalle rilassate.
2. Espirando, esegui il movimento al contrario, disegnando con le braccia un
cerchio verso il basso e tornando alla posizione iniziale.
3. Ripeti tre volte.

METALLO

1. Parti dalla posizione della Terra. Solleva le braccia portando le mani davanti
allo sterno.
2. Avvicina i palmi, lasciando una decina di centimetri di distanza nel mezzo.
Tieni le dita rilassate e leggermente separate.
3. Inspirando, allontana le mani tra loro posizionandole davanti alle spalle.
4. Espirando, riavvicina le mani tornando alla posizione numero 2.
5. Ripeti tre volte, sentendo l’energia addensarsi ogni volta che riavvicini le
mani davanti ai polmoni.
FUOCO

1. Parti dalla posizione della Terra. Inspirando, solleva le mani all’altezza del
cuore, una leggermente sopra l’altra, con i palmi che si guardano.
2. Esegui un movimento rotatorio con le mani, per sentire l’energia del cuore.
3. Ruota leggermente il bacino a sinistra, tenendo il busto rilassato e i gomiti
paralleli al pavimento.
4. Separa le mani, sempre con i palmi che si guardano, portando la mano
superiore all’altezza della spalla e quella inferiore all’altezza dell’addome.
5. Espirando, riavvicina le mani davanti al cuore.
CHIUSURA DELLA SEQUENZA

1. Parti dalla posizione della Terra. Inspirando, solleva le mani all’altezza delle
spalle con i palmi rivolti verso il basso.
2. Espirando, abbassa le braccia finché non sono di nuovo rilassate lungo i
fianchi, tornando alla posizione iniziale del Wu qi.
Shiatsu

Di origine giapponese, e ideato all’inizio del ventesimo secolo principalmente


per curare l’artrite, anche lo shiatsu punta a risvegliare l’energia vitale, ma in
questo caso esercitando pressione sul corpo, soprattutto con i pollici e i palmi
delle mani.
Combinato con esercizi di stretching e respirazione, tenta di riequilibrare i
diversi elementi del corpo.

Non importa che il dao yin [esercizio per mantenersi in salute] abbia un
nome, imiti qualcosa o sia inciso sulla giada. L’importante è la tecnica e
l’essenza di ciò che si sta praticando davvero. Allungare e contrarre, inclinare
e sollevare la testa, fare qualche passo, sdraiarsi, riposare o stare in piedi,
correre o andare piano, gridare o respirare... tutto può essere un dao yin.
(Ge Hong)

Respirare meglio per vivere di più

Il libro Xiuzhen shishu, noto in Occidente con il titolo Dieci libri sul coltivare la
perfezione, risale al tredicesimo secolo ed è un compendio di materiali di varia
origine che insegnano ad affinare la mente e il corpo.
Tra gli altri, nel volume si cita Sun Simiao, un famoso medico e saggista
cinese vissuto tra il sesto e il settimo secolo.
Sun Simiao, esperto di tradizioni orientali, spiega come vivere bene a seconda
della stagione dell’anno: In primavera, respira xu per schiarire la vista, mentre il
legno può aiutare il fegato.
In estate, prendi lo he perché cuore e fuoco siano in pace.
In autunno, respira si per stabilizzarti e raccogli metallo, mantenendo umidi i
polmoni.
Per i reni, poi, respira chui e osserva la tua acqua interiore calmarsi.
Nelle quattro stagioni fa’ respiri profondi, perché la milza possa trasformare i
cibi.
Naturalmente, evita di espirare con rumore, non farti sentire nemmeno dalle
tue orecchie.
La pratica è eccellente e ti aiuterà a preservare il tuo elisir divino.
IX

Resilienza e wabi-sabi

Come affrontare problemi e cambiamenti senza invecchiare a causa di stress e


ansia

Che cos’è la resilienza?

Tutti coloro che hanno un ikigai ben definito perseverano nella loro passione
qualunque cosa accada. Quando la vita li prende a schiaffi, quando davanti a sé
trovano soltanto ostacoli, loro non si arrendono mai. Continuano a lottare, costi
quel che costi.
Stiamo parlando di resilienza, un concetto che negli ultimi decenni è
diventato sempre più popolare in psicologia.
La resilienza non è solo la capacità di perseverare e lottare ogni volta che ce
n’è bisogno. Come vedremo nel presente capitolo, è anche un atteggiamento che
possiamo coltivare per rimanere concentrati sugli aspetti importanti della vita,
invece che su quelli contingenti, senza farci travolgere dalle emozioni negative.
Alla fine del capitolo esamineremo alcune tecniche per andare oltre la
resilienza e promuovere la nostra “antifragilità”.
Prima o poi tutti dobbiamo affrontare momenti difficili, e il modo in cui li
gestiamo può fare la differenza nella nostra qualità di vita. Allenare la mente, il
corpo e la resilienza emotiva è fondamentale per sopportare le contrarietà della
vita.

«Nanakorobi yaoki,
Se cadi sette volte, rialzati otto.
DETTO GIAPPONESE

La resilienza è proprio la capacità di affrontare le avversità. Più siamo resilienti,


più facilmente possiamo rialzarci e ritrovare il senso della vita.
La persona resiliente rimane concentrata sui propri obiettivi, su ciò che conta,
senza scoraggiarsi. La sua forza deriva dalla flessibilità, perché si sa adattare ai
cambiamenti e ai colpi del destino. Bada solo ai fattori su cui ha il controllo,
senza preoccuparsi delle cose che non può controllare.
Come dice la famosa preghiera del teologo statunitense Reinhold Niebuhr:

Signore, concedimi la grazia


di accettare con serenità
le cose che non possono essere cambiate,
il coraggio di cambiare le cose
che devono essere cambiate,
e la saggezza per distinguere
le une dalle altre.

Stoicismo e buddhismo per la resilienza emotiva

Siddhartha Gautama (Buddha) era nato principe e viveva circondato dal lusso nel
palazzo di Kapilavastu. A sedici anni si sposò ed ebbe un figlio.
La ricchezza e la famiglia, però, non lo appagavano, e così a ventinove anni
decise di provare uno stile di vita diverso. Scappò dal palazzo e divenne un
asceta, ma fu tutto inutile: non trovò la felicità e il benessere che cercava. Né la
ricchezza né l’ascetismo estremo funzionarono. Allora Siddhartha capì che la
persona saggia non deve ignorare i piaceri. Al contrario, può conviverci, ma
rimanendo sempre consapevole di quanto è facile diventarne schiavi.
Zenone di Cizio si formò alla scuola dei cinici. Questi praticavano uno stile di
vita ascetico, che trascurava tutti i piaceri terreni: vivevano per strada e
possedevano solo i vestiti che avevano indosso.
Rendendosi conto che il cinismo non gli procurava benessere, Zenone lo
abbandonò per fondare la scuola degli stoici. La sua filosofia affermava che non
c’è niente di male a godere dei piaceri della vita, purché essi non arrivino a
controllarci. Pertanto, dobbiamo essere sempre preparati a vederli svanire.
L’obiettivo non è cancellare dalla nostra esistenza ogni emozione e piacere
(cinismo), ma eliminare soltanto le emozioni negative.
Fin dalla loro fondazione, quindi, buddhismo e stoicismo puntano a governare
piaceri, desideri ed emozioni. Sono due filosofie molto diverse, ma condividono
lo scopo di limitare il nostro io e tenere sotto controllo le emozioni negative.
In fondo, sono entrambi metodi per “praticare il benessere”.
Secondo lo stoicismo, il problema non sono i nostri desideri e piaceri. Infatti
possiamo continuare a goderne, purché non siano loro a prendere il controllo su
di noi. Per gli stoici, chi riesce a dominare le proprie emozioni è una persona
virtuosa.

Cos’è il peggio che può capitare?

Quando otteniamo il lavoro dei nostri sogni, dopo un po’ ci mettiamo a cercare
un impiego migliore. Se vinciamo la lotteria e compriamo una bella macchina,
dopo un po’ ci verrà voglia di prendere uno yacht. Quando riusciamo finalmente
a conquistare l’uomo o la donna che stavamo corteggiando, all’improvviso
perdiamo la testa per qualcun altro.
A volte noi esseri umani siamo davvero insaziabili.
Per gli stoici, desideri e ambizioni simili non sono degni di considerazione.
L’obiettivo della persona virtuosa è raggiungere la tranquillità (apatheia):
l’assenza di emozioni negative come ansia, paura, tristezza, vanità, rabbia, e la
presenza di emozioni positive come, per esempio, gioia, amore, serenità e
gratitudine.
Al fine di conservare una mente virtuosa, gli stoici praticavano una sorta di
“visualizzazione negativa”: immaginare “il peggio che ci possa capitare”, per
essere preparati nel caso in cui certi piaceri e privilegi svaniscano dalla nostra
vita.
Per praticare la visualizzazione negativa, dobbiamo ipotizzare eventi
negativi, ma senza angustiarcene.
Seneca era uno degli uomini più ricchi dell’antica Roma e viveva nel lusso,
ma praticava lo stoicismo. Consigliava di riflettere e di dedicarsi alla
visualizzazione negativa ogni sera a letto, prima di addormentarsi. Da parte sua,
non solo visualizzava situazioni negative, ma le metteva anche in pratica, per
esempio vivendo un’intera settimana senza servi e senza banchetti. Così sapeva
rispondere alla domanda: cos’è il peggio che può capitare?

Meditare per risanare le emozioni

Oltre alla visualizzazione negativa e alla capacità di non farsi travolgere dalle
emozioni deleterie, un altro fondamento dello stoicismo è essere consapevoli di
cosa abbiamo sotto controllo e cosa no, come abbiamo visto nella preghiera di
Reinhold Niebuhr.
Non serve a niente preoccuparsi di ciò che è completamente fuori dal nostro
controllo. Dobbiamo avere ben chiaro cosa possiamo controllare e cosa no, per
imparare a non farci schiacciare dalle emozioni negative.
«Gli uomini non hanno paura delle cose, ma di come le vedono» diceva
Epitteto.
Il buddhismo zen si serve della meditazione per prendere consapevolezza di
emozioni e desideri e quindi liberarsene. Non si tratta solo di svuotare la mente,
ma di osservare pensieri ed emozioni man mano che compaiono senza esserne
travolti. In questo modo, alleniamo la mente a non farsi dominare da ira, invidia,
risentimento...
Uno dei mantra più usati nel buddhismo è incentrato sul controllo delle
emozioni negative: «Om mani padme hūm», dove Om è la generosità che
purifica l’egoismo, Ma è l’etica che purifica la gelosia, Ni è la pazienza che
purifica le passioni e i desideri, Pad è l’attenzione che purifica i pregiudizi, Me è
la rinuncia che purifica l’avidità e Hūm è la saggezza che purifica l’odio.

L’adesso e l’impermanenza delle cose

Un altro segreto per coltivare la resilienza è sapere in quale tempo vivere. Il


buddhismo e lo stoicismo ci ricordano che esiste soltanto il presente, l’unica cosa
che possiamo controllare. Non dobbiamo preoccuparci del passato e del futuro,
ma apprezzare tutto così com’è in questo momento, nell’adesso.
«Il solo momento in cui si è vivi è il momento presente, qui e ora» diceva
Thich Nhat Hanh.
Oltre a ciò, gli stoici raccomandano di contemplare l’impermanenza del
mondo.
L’imperatore Marco Aurelio affermava che le cose che amiamo sono come le
foglie di un albero, possono cadere da un attimo all’altro, non appena si alza il
vento. E aggiungeva che il cambiamento in ciò che ci circonda non è accidentale,
ma fa parte dell’essenza dell’Universo: un pensiero molto buddhista, in realtà.
Dobbiamo prendere coscienza del fatto che tutto ciò che possediamo e tutte le
persone che amiamo un giorno svaniranno. Teniamolo presente, ma senza
abbandonarci al pessimismo. Essere consapevoli dell’impermanenza non deve
rattristarci, ma spingerci ad apprezzare il presente e coloro che ci circondano.
«Tutte le cose umane hanno vita breve e peritura» diceva Seneca.
La natura transitoria, effimera e impermanente del mondo è al centro di ogni
disciplina buddhista. Tenerlo a mente ci aiuta a non soffrire troppo quando
subiamo una perdita.

Wabi-sabi e ichi-go ichi-e

Il wabi-sabi è un concetto giapponese che insegna la bellezza della natura


precaria, mutevole e imperfetta di tutto ciò che ci circonda. Invece di cercare la
bellezza nella perfezione, bisogna cercarla nell’imperfezione,
nell’incompletezza.
Per questo, un giapponese sa apprezzare una tazza di forma irregolare,
attraversata da una crepa nel mezzo.
Solo le cose imperfette, effimere e incomplete possiedono la vera bellezza,
perché assomigliano alla natura.
Un concetto giapponese complementare è l’ichi-go ichi-e, che si potrebbe
tradurre così: “Questo momento esiste solo adesso e non tornerà più”. Viene
usato soprattutto nelle riunioni conviviali, per ricordare che ogni incontro, con
amici, parenti o sconosciuti, è unico e irripetibile. Perciò bisogna godere del
momento, senza preoccuparsi del passato e del futuro.
L’ichi-go ichi-e ricorre spesso nella cerimonia del tè, nella meditazione zen e
nelle arti marziali giapponesi. Tutti questi ambiti, infatti, hanno come filo
conduttore il momento presente.
In Europa siamo abituati all’immutabilità delle cattedrali e degli edifici di
pietra. A volte ci sembra che non cambi mai niente, così dimentichiamo il
trascorrere del tempo. L’architettura greco-romana ama la simmetria, le linee
perfette, le facciate imponenti, gli edifici e le statue delle divinità che
sopravvivono al passare dei secoli.
L’architettura giapponese, al contrario, non ricerca l’imponenza e la
perfezione, ma segue lo spirito del wabi-sabi. La costruzione tradizionale in
legno è di per sé provvisoria e ha bisogno delle generazioni future per essere
riedificata. La cultura nipponica accetta la natura precaria dell’essere umano e di
tutto ciò che creiamo.
In Giappone, sono millenni che il santuario di Ise viene ricostruito ogni
vent’anni. L’importante non è tenere in piedi l’edificio, ma preservare usi e
costumi, che sopravvivono al passare del tempo ben più delle strutture innalzate
dall’uomo.
Il segreto è “accettare” che non possiamo avere il controllo su determinate
cose, come il trascorrere del tempo o la natura effimera di ciò che ci circonda.
L’ichi-go ichi-e ci insegna a concentrarci sul presente e a godere di ogni
momento unico che la vita ci dona. Per questo vale la pena di scoprire e seguire
il proprio ikigai.
Il wabi-sabi ci insegna ad apprezzare la bellezza dell’imperfezione come
occasione di crescita.

Antifragilità, oltre la resilienza

Secondo la leggenda, quando Ercole affrontò per la prima volta l’idra di Lerna
pensò di non avere speranze, perché non appena tagliava una testa al mostro,
gliene ricrescevano due. Se l’idra diventava più forte ogni volta che subiva un
danno, ucciderla sarebbe stato impossibile.
Nel libro Antifragile, il saggista di origine libanese Nassim Nicholas Taleb
spiega che la parola fragilità ci serve per indicare cose, persone o organizzazioni
che si indeboliscono quando subiscono un danno, mentre le parole robustezza e
resilienza denotano le cose che sopportano il danno senza indebolirsi. In nessuna
lingua, però, esiste una parola per descrivere ciò che diventa più forte quando
subisce un danno (almeno fino a un certo punto).
Per riferirsi al potere dell’idra di Lerna, ovvero di ciò che diventa più forte
quando subisce un danno, Taleb propone di usare la parola antifragilità.
Dietro questa idea ci sarebbe il famoso aforisma di Nietzsche: «Quello che
non mi uccide mi fortifica».
I disastri naturali e gli eventi fuori dell’ordinario sono ottimi esempi per
spiegare il fenomeno dell’antifragilità. Nel 2011 uno tsunami nella regione di
Tohoku danneggiò gravemente decine di paesi e città sulla costa. Purtroppo ci
furono molte vittime e interi villaggi vennero spazzati via.
A due anni dalla catastrofe, abbiamo visitato la regione. Dopo aver guidato
per chilometri lungo strade piene di crepe, ed esserci lasciati alle spalle vari
distributori di benzina deserti, abbiamo attraversato villaggi fantasma con case in
rovina, automobili accatastate l’una sull’altra e stazioni ferroviarie abbandonate.
Questi paesi sono luoghi fragili, dimenticati dal governo, incapaci di riprendersi.
Altri posti, pur enormemente danneggiati, sono stati ricostruiti in pochi anni
grazie al contributo di molte persone. È il caso di Ishinomaki e Kesennuma, due
città che hanno dimostrato la loro robustezza e la capacità di tornare alla
normalità dopo il disastro.
Il terremoto colpì anche la centrale nucleare di Fukushima. Gli ingegneri della
TEPCO non erano assolutamente preparati a subire un danno simile: l’impianto è
ancora in stato di emergenza e resterà così per decenni. Di fronte a un evento di
proporzioni inimmaginabili, la centrale ha dimostrato la sua grande fragilità.
Pochi minuti dopo il terremoto del marzo 2011, i mercati finanziari
giapponesi vennero chiusi. Quali furono le aziende che generarono più
movimenti in quegli istanti e nelle settimane successive? Le grandi imprese edili,
che da allora hanno continuato a salire in borsa, guadagnando con la
ricostruzione dell’intera costa di Tohoku. Queste imprese sono “antifragili”,
visto che hanno tratto un enorme profitto dalla catastrofe.
Vediamo ora come possiamo applicare tale concetto alla vita quotidiana.
Come facciamo a diventare più antifragili?

Passo 1: aggiungi ridondanza alla vita

Anziché avere uno stipendio solo, cerca di ricavare qualcosa con i tuoi hobby,
con altri lavori o aprendo un’attività. Se hai un’unica fonte di guadagno, rischi di
restare a mani vuote se la ditta per cui lavori comincia ad avere problemi o
chiude, lasciandoti in una posizione di fragilità. Invece, se hai diverse opzioni,
anche se perdessi il lavoro potresti dedicare più tempo alla tua attività secondaria
e magari guadagnare anche più di prima. Di fronte a un colpo di “sfortuna”,
saresti tu ad avere la meglio! Ciò significa essere antifragile.
Tutti gli anziani che abbiamo intervistato a Ogimi avevano un’occupazione
principale e una secondaria. Molti curavano l’orto come lavoro extra, per
vendere i prodotti al mercato del paese.
Lo stesso discorso vale per le amicizie e gli interessi personali. Per citare un
detto anglosassone, il punto è “non mettere tutte le uova nello stesso paniere”.
Nella sfera affettiva, ci sono persone che si concentrano esclusivamente sul
partner, facendolo diventare tutto il loro mondo. Se la relazione amorosa finisce,
però, quegli individui perdono tutto, mentre se avessero dei buoni amici e una
vita ricca farebbero meno fatica ad andare avanti dopo la rottura. Sarebbero
antifragili.
Forse in questo momento starai pensando: “A me basta avere uno stipendio e
un lavoro, e sono felice con gli amici di sempre. Che bisogno c’è di aggiungere
altre cose?”. Valgono per risposta le parole di Taleb: «Il pericolo è silenzioso,
inesorabile e discontinuo; si abbatterà senza preavviso dopo lunghi periodi di
calma, forse proprio nel momento in cui vi sarete ormai abituati alla tranquillità
e dimenticati della sua esistenza».

Passo 2: gioca in difesa in certi ambiti e corri tanti piccoli rischi in altri
Il mondo della finanza è l’ideale per spiegare questo concetto. Se hai diecimila
euro di risparmi, puoi metterne novemila in un fondo indicizzato o persino in un
deposito a scadenza fissa, e investire gli altri mille in dieci aziende giovani con
un grande potenziale di crescita, cento euro per ciascuna.
Un possibile scenario è che tre delle imprese falliscano (perdi trecento euro),
altre tre perdano valore in borsa (perdi altri cento o duecento euro), tre
aumentino di valore (guadagni cento o duecento euro) e una si rivalorizzi dieci
volte o più (guadagni novecento euro o anche di più).
Se provi a fare il calcolo, ti rendi conto che ci guadagni, anche se tre delle
aziende sono fallite! Hai subìto un danno e ne sei uscito più forte, proprio come
l’idra.
Il segreto per diventare antifragili è correre tanti piccoli rischi in grado di
procurarci grandi vantaggi, senza esporci a grossi pericoli che invece possono
rovinarci, come per esempio mettere tutti i diecimila euro in un fondo di
investimento di dubbia fama soltanto perché abbiamo visto la pubblicità sul
giornale.

Passo 3: elimina le cose che ti rendono fragile

Per questo esercizio, useremo la via negativa. Fatti questa domanda: cos’è che ti
rende fragile? Ci sono cose, persone e abitudini che ci causano perdite e ci
rendono vulnerabili. Quali sono le tue?
Quando elenchiamo i propositi per l’anno nuovo, di solito diamo molta
importanza al fatto di aggiungere nuove sfide alla vita. Avere obiettivi simili va
senz’altro bene, ma porsi obiettivi “di eliminazione” è ancora meglio.
Per esempio:

• Smettere di consumare snack tra un pasto e l’altro.


• Mangiare dolci solo un giorno alla settimana.
• Saldare poco alla volta tutti i debiti che abbiamo.
• Non frequentare persone “tossiche”.
• Non sprecare tempo a fare cose che non ci piacciono semplicemente per
dovere.
• Non dedicare più di venti minuti al giorno a Facebook.

Per costruire uno stile di vita resiliente, non dobbiamo temere le avversità,
perché tutte racchiudono un potenziale di crescita. Adottando un atteggiamento
di antifragilità, troveremo il modo di diventare più forti a ogni colpo, depurando
la nostra vita e restando concentrati sul nostro ikigai.
In qualsiasi ambito della vita, uno schiaffo del destino può essere considerato
una disgrazia oppure un’“esperienza” che ci permette di aggiustare il tiro ogni
volta e di prefiggerci obiettivi sempre più grandi.
La vita è pura imperfezione, come recita il wabi-sabi, e il passare del tempo ci
dimostra che tutto è effimero, ma se avrai un ikigai ben definito, ogni momento
racchiuderà così tante possibilità da sembrare eterno.
Epilogo

Ikigai, un’arte di vivere

Mitsuo Aida fu un calligrafo e autore di haiku tra i più importanti del ventesimo
secolo nel Sol Levante. Come tanti altri giapponesi, dedicò la vita a un ikigai
molto preciso: nel suo caso, comunicare emozioni con poesie di diciassette
sillabe scritte con un pennello da shodō (l’arte della calligrafia giapponese).
Svariati dei suoi haiku contengono riflessioni sull’importanza del momento
presente e sul passare del tempo.
Per esempio, la poesia riportata sotto si potrebbe tradurre così: “Ora, qui, ci
sono solo la mia vita e la tua vita”.

Quest’altro componimento dice soltanto: “Ora, qui”. L’opera vuole evocare un


senso di mono no aware (malinconia dell’effimero) nella persona che la
contempla.

Il prossimo, invece, è legato a uno dei segreti dell’ikigai per la vita quotidiana:
“La felicità la decide sempre il tuo cuore”.

E quest’ultima poesia significa: “Continua così, non cambiare strada”.

Una volta che hai scoperto il tuo ikigai, devi seguirlo e alimentarlo ogni giorno
per dare un senso alla tua esistenza. Non appena trovi il significato della tua vita,
l’attività più banale si trasforma in un fluire felice, come il calligrafo davanti alla
tela o lo chef che da cinquant’anni prepara con amore il sushi per i suoi ospiti.
Dieci regole dell’ikigai

Vogliamo concludere questo viaggio con dieci regole ispirate alla saggezza degli
anziani di Ogimi:

1. Resta sempre attivo, non andare mai in pensione. Chi abbandona le cose
che ama e che sa fare perde il senso della sua vita. Per questo, anche se la
nostra vita lavorativa “ufficiale” è terminata, è importante continuare a
svolgere attività che abbiano un valore, andare avanti, produrre cose belle o
utili per gli altri, aiutare e dare forma al nostro piccolo mondo.
2. Prendila con calma. Più abbiamo fretta, più la qualità della vita si riduce.
Come dice il proverbio: «Chi va piano va sano e va lontano». Quando
lasciamo perdere le urgenze, il tempo e la vita acquisiscono un nuovo
significato.
3. Non mangiare fino a scoppiare. Anche nella dieta della longevità vale il
motto less is more. In base alla regola dell’80 per cento, se vogliamo
conservare la salute per molti anni non dobbiamo rimpinzarci, ma piuttosto
mangiare un po’ meno di quanto vorremmo.
4. Circondati di buoni amici. Sono il miglior antidoto per scacciare le
preoccupazioni con una bella chiacchierata, raccontare e ascoltare aneddoti
che alleggeriscono l’esistenza, chiedere consiglio, divertirsi insieme,
condividere, sognare... Insomma, vivere.
5. Rimettiti in forma per il tuo prossimo compleanno. L’acqua è sempre in
movimento, scorre fresca e non ristagna. Allo stesso modo, il tuo veicolo per
la vita ha bisogno di un po’ di manutenzione quotidiana per durare molti
anni. In più, l’esercizio fisico stimola gli ormoni della felicità.
6. Sorridi. Un atteggiamento affabile porta nuovi amici e ci fa rilassare. Va
bene essere consapevoli di tutte le cose brutte che accadono, ma non bisogna
dimenticare il privilegio di essere qui e ora in questo mondo ricco di
possibilità.
7. Ritrova il contatto con la natura. Anche se molti vivono in città, noi esseri
umani siamo fatti per fonderci con la natura. Dobbiamo tornare a lei
periodicamente per ricaricare le batterie dell’anima.
8. Ringrazia. I tuoi antenati, la natura che ti fornisce aria e nutrimento, i tuoi
compagni di vita, tutto ciò che illumina la tua esistenza quotidiana e ti fa
sentire fortunato a essere vivo. Dedica un momento della giornata a
ringraziare, e aumenterai la tua dose di felicità.
9. Vivi il momento. Smetti di lamentarti del passato e di avere paura del futuro.
Tutto ciò che hai è l’oggi. Usalo nel modo migliore possibile perché valga la
pena di essere ricordato.
10. Segui il tuo ikigai. Dentro di te c’è una passione, un talento unico che dona
senso alle tue giornate e ti spinge a dare il meglio di te fino alla fine. Se non
l’hai ancora scoperto, come diceva Viktor Frankl, la tua prossima missione è
trovarlo.

Ti auguriamo una vita lunga, felice e piena di senso.


Grazie di essere qui,

HÉCTOR GARCÍA E FRANCESC MIRALLES


Citazioni

Hokusai, Cento vedute del monte Fuji, citato in Maurizia Tazartes, La vita e
l’arte, saggio incluso in Hokusai, Skira, Milano 2016, p. 21.

T.H. White, La spada nella roccia, in Re in eterno, trad. di Maria Benedetta de


Castiglione e Antonio Ghirardelli, Mondadori, Milano 1989, p. 178.

Mihaly Csikszentmihalyi, La corrente della vita, trad. di Adriana Guglielmini,


Frassinelli, Milano 1992, p. 63 e 91.

Yang Jwing-Ming, Le radici del qigong cinese, trad. di Andrea Tranquilli,


Edizioni Mediterranee, Roma 2003, p. 182.

Nassim Nicholas Taleb, Antifragile: prosperare nel disordine, trad. di Daniela


Antongiovanni, Marina Beretta, Francesca Cosi, Alessandra Repossi, il
Saggiatore, Milano 2013, p. 52.