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Omero Dellistorti

Lo scrittore di romanzi gialli


Ed altre tristi e triste storie

Indice
1. Volendo diventare scrittore di romanzi gialli
2. Ah sì?
3. Al governo
4. Cammelli e cristiani
5. Caporali
6. Cercava me?
7. Chiamiamo le cose con il loro nome
8. Cose turche
9. La ressa
10. L’arte del silenzio
11. L’arte di andarsene
12. L’imbonitore davanti al tendone
13. Meglio che mi riposo un attimo
14. Minima matrice di tutti i romanzi gialli che diventeranno sceneggiati
televisivi
15. Nella foresta nera
16. Per sicurezza
17. Pugilatore
18. Storia di Rastrelletto
19. Turismo
20. Una sera e una chitarra
21. Un ritorno
22. L’influenze
23. Il tempo delle streghe
24. Il tempo delle streghe (II)
25. Kafka incontra una sirena in discoteca
26. La Chiesa Dolorista
27. Riccioli d’oro
28. Una quaterna di storie in una riga
29. Vamos a la vigna
30. Abracadabra
31. E’ tutta una finta
32. Fernetto e Infernetto
33. Il nerd
34. L’arte di restare fermi
35. Storia di fantasmi senza fantasmi
36. A cena dal dottore
37. Invece. Un compendio a edificazione della negletta umanità (istruttivo
e ritwittabile)
38. La verità
39. Si vende?
40. Tattamello e Chiacchiarone
41. Uno sceneggiatore
42. Il nipote di Alce Bianco
43. La cerimonia
44. Sbroccolone
45. Batracomiomechi della paralipomania
46. Carlomazzo
47. L'accesso
48. Magari
49. Tranquilli in casa propria
50. Wu wei
51. Una decisione
52. Il concorso a premi
53. L’incontro con l’angelo
54. Io non sono razzista, però…
55. La camicia nuova
56. La mania
57. La strega
58. Sporco e pulito
59. Come inventai l’arma fine di mondo
60. Enea
61. La vocazione
62. L’untore
63. Una partitella
64. Uno bravo

***

1. VOLENDO DIVENTARE SCRITTORE DI ROMANZI GIALLI


Facevo le scuole medie e di pomeriggio il garzone del droghiere. Appena
potevo cercavo di scappare per andare a tirare quattro calci al pallone. Ma
il sor Crescenzio non era tanto d’accordo e così a pallone ci potevo giocare
solo di sera dopo che chiudeva la bottega, ma di sera era buio perché le
lampadine dei pali della luce in piazza c’era sempre qualcuno che le
seccava con la fionda (non recrimino, da ragazzino lo facevo pure io) e
magari se non andavo a garzone diventavo uno forte e adesso ero
miliardario come quelli che giocano in serie A. Invece.
Un giorno che dal giornalaio stavamo cercando di rubare certi giornaletti,
per sbaglio presi invece un giallo mondadori, che allora non sapevo
neppure cosa fosse un giallo mondadori: la copertina non era male, ma
dentro non c’erano le figure ma solo la scrittura, come un libro vero, noi
invece volevamo fregare i giornaletti con le donne ignude. Però era andata
così, e per non sprecare il frutto dell’impegno decisi di leggere l’inizio per
vedere di che parlava.
Invece lo lessi tutto, e verso le due di notte, appena finita la lettura, decisi
che volevo diventare uno scrittore di romanzi gialli.
All’inizio non per i soldi, ma solo per la soddisfazione di leggere altre
avventure come quella, con in più il gusto di averle scritte io. Poi è
naturale che pensai pure che magari ci si facevano pure i soldi visto che
c’era gente che di mestiere invece di lavorare scriveva i libri e li pagavano
lo stesso.
Presa la decisione si trattava di imparare a scriverle quelle avventure. Io
sapevo già leggere e scrivere, facevo la scuola media, però capii subito che
non bastavano la penna, il quaderno e la bella calligrafia. C’era bisogno di
altro. Di parecchio altro.
Così presi un quaderno, che avevo deciso che ci avrei scritto i miei
romanzi gialli (almeno il primo, perché magari se ne scrivevo tanti un
quaderno solo non poteva bastare), e man mano che mi veniva in mente mi
segnai tutto quello che serviva e che dovevo procurarmi.
L’attrezzatura di base, quella ce l’avevo: ci avevo la penna, e volendo
anche le matite e la gomma per le correzioni, perché a scuola lo dicevano
sempre che quando si scrive poi si deve rileggere e correggere e alla fine
fare la bella copia; il quaderno pure, ed eventualmente ci avevo anche
quello a quadretti dei compiti di matematica, se quello a righe lo finivo
troppo presto. Oltretutto si poteva scrivere pure sui fogli da disegno,
volendo. Però dovevo starci attento, che ci vuole un niente a sbaffarli e poi
sono da buttare via e i fogli da disegno non è che li trovi in mezzo alla
strada o che crescono sulle piante. Neppure i quaderni. Li trovi alla
cartoleria, e per comprarli ci vogliono i dindi perché come diceva mio
padre buonanima qui al paese nessuno ti regala niente, a parte gli anni di
galera, che a lui gliene regalarono più del tempo che ci aveva da vivere, e
per che cosa poi? per un affaretto che ci avrà scagliato sì e no cinque carte
da mille di robaccia che di argenteria e brillocchi veri quasi solo la muffa,
però c’era scappato il morto e quando ci scappa il morto allora l’autorità ci
vuole mettere il becco e si beve i padri di famiglia si beve. Lasciamo stare,
lasciamo. Senza offesa, eh.
Insomma, l’attrezzatura materiale ce l’avevo. Però m’accorsi subito che
non bastava. E infatti sulla prima pagina del quaderno ci scrissi: Altre cose
che servono, sottolineato.
Poi andai a capo e poi scrissi:
Primo: inventare le storie, che siano storie gagliarde.
Secondo: scriverle bene, che facciano ridere come le barzellette raccontate
bene.
Terzo: averci la pazienza di non voler scrivere tutto subito.
Ce l’ho ancora quel quaderno. Ci scrissi solo questo. La vita, si sa, non va
mai come te l’aspetti.
*
Adesso vorrei tornarci sopra, su quei tre punti. Perché mi sembra che con
tutto che ero un ragazzetto che faceva le scuole medie ci avevo proprio
ragione.
La gente non ci ha voglia di stare a sentire una storia se non è gagliarda.
Figurarsi se uno ci ha voglia di scriverla. Ti annoi subito e lasci perdere.
Una storia per raccontarla deve essere gagliarda perché se non è gagliarda
dopo un po’ si capisce subito. Si vede subito quando una storia non è
gagliarda, perché chi la racconta la fa lunga, comincia a parlare d’altro, fa
la voce misteriosa, si guarda intorno come se stesse per dire chissà che
segreto, e invece si capisce subito che è una lagna. Io per esempio i film
alla televisione che cominciano con tutte quelle musiche neppure li
guardo. Se c’è una sparatoria subito, allora sì, che vuol dire che c’è una
storia, c’è movimento, vita vissuta, indiani e cow-boys. Se invece tutte
quelle scritte, tutta quella musica e magari gli attori vestiti come noi, allora
che ci perdo tempo a fare? Se gli attori sono vestiti come noi allora tanto
vale che guardo quello che succede per strada fuori del bar, no?
Però non basta neppure che la storia sia gagliarda: bisogna saperla
raccontare bene, perché la stessa storia se uno la racconta male diventa
subito uno schifo, e allora finisce tutto il divertimento.
Della pazienza non c’è bisogno di dire niente, senza la pazienza non si va
da nessuna parte.
*
Ma dove le trovavo le storie di delitti perfetti che al paese non succede mai
niente? Cioè, i delitti succedevano, ma erano facili facili che pure i
carabinieri in un par d’ore capivano chi era stato; invece il delitto perfetto
deve essere misterioso e ci vuole la sagacia (si chiama così: la sagacia;
sarebbe la furbizia) di Ercole Perotto per capirci qualche cosa e scoprire il
colpevole.
Il colpevole c’è sempre, ma la cosa forte del romanzo giallo è che per
scoprirlo ci vuole la sagacia.
Mi ricordo ancora che dopo aver scritto la prima pagina del quaderno, girai
pagina e mi misi a pensare a una storia. Ma non mi veniva in mente niente.
Niente di gagliardo. Di storie di ammazzamenti, di ruberie, di coltellate, sì,
ma niente che valesse la pena che ci scrivessi un romanzo giallo.
Capii subito che avevo bisogno di ispirazione, cioè di leggere altre storie e
di copiarle. Potevo anche copiare il giallo mondadori che avevo letto, ma
quando copi non lo devi far vedere che copi, e allora il modo migliore è di
copiare da due cose diverse e metterle insieme.
Ci arrivai subito: dovevo leggere qualche altro giallo. Dopo, sarebbe stato
uno scherzo.
Il fatto è che al paese c’è un’edicola sola e non è facile grattare la roba, in
particolare i gialli mondadori perché non è che ce ne sono un mucchio
come i giornaletti con le donne ignude, ce ne è sempre solo uno che
arriverà una volta al mese o giù di lì e insomma è difficile grattarlo senza
farsene accorgere. I soldi per comprarlo, poi, lasciamo perdere, che tutto
quello che mi dava il sor Crescenzio in realtà lo tratteneva per ripagare
certi danni che tempo prima gli avevamo fatto io e certi amici miei che
fessi come eravamo ci facemmo pure beccare.
Un altro si sarebbe arreso subito, io no.
Infatti mi venne l’idea di copiare dai libri di scuola, in particolare da storia
e da antologia; da matematica non ci si tirava fuori niente, da scienze
magari sì - che ne so, la composizione dei veleni tropicali - però erano solo
dettagli, la storia la dovevo tirare fuori dal libro di storia e da quello di
antologia.
Mi ci misi pure di buzzo buono, che il professore d’italiano era tutto
contento che si credeva che mi era venuta la voglia di studiare. Invece.
Dopo un po’ smisi, perché mi accorsi che non funzionava, perché per
scrivere un giallo che per esempio c’era Carlo Magno o Mazzini bisognava
ambientarlo al tempo di Carlo Magno e di Mazzini, e io che ne sapevo? Sì,
c’erano le figure sul libro di storia, ma erano troppo poche per farsi
un’idea precisa: si rischiava di farsi ridere dietro che magari tu scrivevi che
dopo aver ammazzato Carlo Magno col veleno tropicale Mazzini fuggiva
con la Jaguar e invece a quel tempo la Jaguar non c’era o magari Mazzini
non se la poteva permettere. Non funzionava.
Per non dire che le cose che c’erano su antologia erano scritte che
parlavano in un modo che nessun criminale moderno avrebbe parlato in
quel modo. E allora diventava una schifezza, no? Proprio come dicevo io
prima.
Insomma, bisognava pensare qualche altra cosa.
E la cosa che pensai fu che potevo prendere ispirazione dal giornale, che al
bar la mattina presto buttano quello del giorno prima, tutti i giorni. E
siccome andavo a scuola con il figlio del sor Pilade che era il padrone del
bar, gli chiesi se diceva a suo padre di mettere da parte i giornali del giorno
prima che quando uscivo da scuola passavo a prenderli per una ricerca
scolastica (un’idea sagace, no?). Per un po’ di giorni il sor Pilade me li
mise da parte, ma poi fui io stesso a dirgli che non mi servivano più che la
ricerca ormai l’avevo fatta. è che di fatti di cronaca nera ce ne erano tanti,
ma erano sempre tutti raccontati così male che non ci si capiva mai niente,
e allora uno non è che poteva trovare delle brillanti soluzioni dei delitti
misteriosi se i delitti misteriosi erano troppo misteriosi perché i giornalisti
non capivano neanche quanto erano lunghi e non li sapevano raccontare.
Un altro si sarebbe scoraggiato, no?
Io invece no. E infatti allora mi venne l’idea: di farli io i delitti perfetti,
così poi ci potevo scrivere i gialli.
Poi, neppure io lo so perché, ho fatto solo i delitti e a scrivere i gialli non
ci ho pensato più.
I soldi, invece, li ho fatti, li ho fatti eccome in tanti anni di attività. Però li
ho pure sprecati tutti, ma tutti tutti, che se ci ripenso mi chiedo come ho
fatto.
Non guardate come mi vedete adesso, che sono vecchio e ho perso il tocco
magico, e infatti mi avete pizzicato che anche solo dieci anni fa se ve lo
sognavate ci cascavate dal letto.
E’ che sono stanco, e quasi quasi sapete che vi dico? Che da un bel po’ ci
avevo voglia di ritirarmi dalla professione e di mettermi in pensione, a
pensione, sì, ospite dello stato. Per me un posto vale l’altro, e una volta che
ci ho la stanza, il letto e i pasti assicurati, e chi mi ammazza?
E’ tutto qui. Avete scritto tutto? Dove devo firmare?

***

2. AH SÌ?

Ah sì?
Allora si presentano questi due tizi che dicono che devono leggere il
contatore. Ah sì?
Allora io da persona educata gli ho pure aperto la porta di casa e gli ho
detto che adesso non ci avevo tempo a farli entrare e che se ripassavano
un’altra volta era meglio che adesso stavo a guardare la partita in
televisione.
Allora quello coi baffi che erano due uno più grosso coi baffi e quell’altro
più piccolo con una barbetta col pizzo ha detto che tanto era cosa di un
attimo che entravano leggevano e uscivano che neppure me ne sarei
accorto che era una cosa svelta svelta come fare un’iniezione. Ah sì?
Allora io gli ho detto che l’iniezione se la potevano fare loro che a me non
mi serviva niente e che a casa mia ci mette piede chi dico io e quando lo
dico io e che adesso gli conveniva eccome se gli conveniva di fare dietro-
front che già mi giravano.
Allora baffetto dice che forse si è espresso male e che chiede scusa ma che
loro fanno solo il lavoro loro e che comunque il contatore lo devono
leggere perché lo dice la legge. Ah sì?
Allora io che già ci avevo perso pure troppo tempo con questi due
rompiscatole che venivano a rompermi le scatole proprio mentre stavo a
guardarmi la partita in santa pace gli dico che a casa mia la legge sono io e
che adesso vedessero di andarsene prima che mi arrabbiavo di brutto che
poi se ne sarebbero pentiti ma pentiti pentiti.
Allora siccome pure le pulci ci hanno la tosse pretende di mettere bocca il
compare barbetta e dice che se non li facevo entrare adesso tornavano
dopo con la forza pubblica e che allora vediamo. Ah sì?
Allora gli ho detto di aspettare un attimo sul pianerottolo poi ho preso il
fucile da caccia che ce l’ho regolarmente denunciato l’ho caricato sono
tornato lì e gli ho fatto scoppiare la zucca prima a baffino e poi a pizzetto.
Ah sì?

***

3. AL GOVERNO

- Per fortuna che al governo ci siamo noi. Pensa se c’erano i musi neri che
fine ci facevano fare quei selvaggi.
- Quella che noi facciamo fare a loro, no?
- E certo.
- Per fortuna che al governo ci siamo noi.

***

4. CAMMELLI E CRISTIANI

- Lo hai mai visto un cammello?


- In che senso?
- Come in che senso? col senso della vista si vedono lo cose: lo hai mai
visto o no?
- No, intendevo di persona o in televisione?
- Perché, la televisione non la vedi di persona?
- Allora sì, l’ho visto in televisione.
- E lo sai dove vivono i cammelli?
- Nel deserto.
- Bravo. E secondo te è più intelligente un cammello o un cristiano?
- Un cristiano?
- E certo che è più intelligente un cristiano, che ci vuole a capirlo.
- No, era che non ero sicuro se dicevi cristiano per dire una persona
qualunque o per dire uno di una specifica confessione religiosa.
- E che cambiava?
- Insomma, magari cambiava.
- Era per dire una persona qualunque.
- Immaginavo. Allora sì, un cristiano.
- Perché, se invece che uno qualunque era un cristiano cristiano allora era
più intelligente il cammello?
- No, no, sempre il cristiano, era che volevo capire perché dicevi cristiano
e non di un’altra religione, tutto qui.
- ma te l’ho detto che era per dire uno qualunque.
- Ho capito, ho capito.
- Certe volte mi fai proprio impatassare.
- Mo’ non c’è mica bisogno d’offendere.
- E perché, mo’ t’avrei offeso?
- No, però se dici che ti fo impatassare...
- E mi fai impatassare sì se non rispondi a tono.
- Vabbe’, facciamola finita, t’ho risposto a tono mi sembra, no?
- Questo ti sembra rispondere a tono?
- No, prima, prima t’ho risposto a tono.
- Prima quando?
- Come quando? Quando m’hai chiesto del cristiano e del cammello,
prima.
- Allora adesso fammi capire bene: prima m’hai risposto a tono.
- Sì.
- Però se m’hai risposto a tono prima allora vuol dire che dopo non m’hai
risposto a tono.
- Io mica ti capisco.
- E questo ti pare rispondere a tono?
- Questo che?
- Questo, questo.
- E mo’ basta, eh.
- E no, mo’ basta lo dico io.
- Vabbe’, dillo tu basta, basta che la facciamo finita.
- E no. Che la facciamo finita lo dico io.
- Va bene, l’hai detto tu. Contento?
- Che fai, sfotti?
- Ma insomma, si può sapere che vuoi? Siamo qui, in mezzo al deserto, la
jeep s’è rotta e la radio pure, concentriamoci su quello che dobbiamo fare
per portare a casa la ghirba, no?
- E io che dicevo?
- E io che ne so che dicevi.
- Lo vedi, non mi stai mai a sentire.
***

5. CAPORALI

Dice: siamo uomini o caporali? E dice male, dice.


Perché mica ci sono solo gli uomini e i caporali. Che poi i caporali non
siamo uomini pure noi? Anzi, siamo più che uomini, siamo uomini che
guidano altri uomini, quasi sergenti; se non avessi paura di esagerare direi
che più che uomini siamo superuomini. è forte superuomini, eh? Come gli
americani, come i tedeschi.
Però mica ci sono solo gli uomini e i caporali - che poi siamo uomini pure
noi, l’ho detto prima, no? Bisogna essere giusti: ci sono pure i baroni e gli
ufficiali, e c’è l’Organizzazione, che si può chiamare anche la Famiglia,
come dice la santa dottrina della santa chiesa. Quello che è giusto è giusto,
la verità bisogna dirla tutta.
Però ci sono anche gli ominicchi e i quaquaraquà, tanto per dire. E i
comunisti, che sono i peggiori dei quaquaraquà, che siccome sono senza
dio allora attentano alla proprietà e pretendono che tutti devono essere tutti
uguali, tutti ammucchiati insieme come le vacche, come i conigli, come i
maiali, e che schifo. Dico: i baroni, gli ufficiali, i caporali, dovrebbero
stare insieme ai pezzenti? E la civiltà? E la religione? E la buona
educazione? E l’ordine naturale delle cose e la legge morale che distingue
l’alto dal basso, il giusto dall’ingiusto, la pioggia dal sole? Io quando sento
certi discorsi comunisti di tutti uguali e tutti fratelli non è che ci sto a
cincischiare, io prendo il quintone e sparo.
E’ che l’unico modo di mettere ordine in questa porcilaia è la gerarchia, la
gerarchia ci vuole, senza gerarchia nessuno sa più quale sia il posto suo e il
mondo si rovescia, e domineddio piange e la madonna piange e tutti i santi
piangono, lacrime di sangue piangono domineddio e la madonna e tutti i
santi. Bisogna proprio essere senza cuore, scellerati senza cristo, per far
piangere lacrime di sangue alla madonna che non ci ha fatto niente.
L’ordine ci vuole, sennò che l’avevamo inventata a fare la matematica?
Che bisogno c’era di fare i conti? E’ per mettere ordine, l’ordine e la
gerarchia. Lo diceva pure il duce.
No, ancora non ho finito. Per una volta che dico la mia. E i cafoni, dove li
mettiamo i cafoni? Io direi sotto gli uomini. Che per essere sarebbero
uomini pure loro, però, come si dice, se uno è cafone non se lo merita di
essere considerato uomo, che per essere uomo ci devi avere la tua dignità,
e il rispetto, e al di sotto di un certo reddito che dignità e che rispetto ci
vuoi avere? Chi è pezzente non se lo merita mica di far parte del consorzio
civile dell’umanità, che ci sarà pure una quota d’iscrizione da pagare, no?
Le cose che ci hanno un valore si deve sempre pagare qualche cosa, sennò
che valore ci hanno? e chi non ci ha i soldi per il biglietto resta fuori, è il
regolamento, la legge della civiltà. E del libero mercato.
E allora i cafoni stanno sotto. Qualcuno che sta sotto ci vuole, sennò a chi
si comanda? Alle formiche? Agli stornarelli?
Però pure i cafoni ci hanno qualcuno che sta sotto pure a loro, così pure
loro possono cavarsi il gusto di comandare a qualcuno, no? E’ per questo
che sotto a tutti ci stanno i clandestini, che certe volte io mi dico che
dovremmo sparargli a tutti. Ci ha ragione quello lì in televisione.
Ma se gli spariamo a tutti, poi come si fa per l’approvvigionamento
alimentare?
Che i giovinotti del paese vogliono tutti il reddito di cittadinanza, lo
smartphone e la movida. Che la terra è bassa e di faticare all’italiano
nostro contemporaneo non gli va, che è roba da negracci. All’italiano
nostro contemporaneo gli va l’elmo di Scipio e la schiava di Roma, lo dice
pure l’inno della nazionale.
Così ai clandestini ci tocca farli lavorare invece di sparargli. Perché
qualcuno i pomodori li deve raccogliere, no? E poi così teniamo pure in
vita le antiche e belle e nobili tradizioni popolari, come la schiavitù, che
l’Onu la dovrebbe dichiarare patrimonio dell’umanità dico io.
Ogni tanto però gli spariamo pure, eh, tanto per ricordargli come funziona
la macchina del mondo, e per non scordarci che siamo patrioti. E che i
gradi di caporale non ce li hanno mica regalati.

***

6. CERCAVA ME?

- Cercava me?
- Non lo so, è lei il titolare?
- No, io sono solo il gestore del negozio, un dipendente dell’azienda. Il
padrone abita fuori, in città. Ne ha diverse di attività, beato lui.
- Però questo negozio lo gestisce lei, no?
- In effetti qui ci lavoro solo io.
- Solo lei? E come fa?
- Eh, faticando.
- Ma ci sarà qualcuno che le dà il cambio.
- Macché. Un po’ mi aiutano i miei figli, ma adesso stanno a scuola.
- E sua moglie.
- E’ morta.
- Ah, mi dispiace. Condoglianze.
- Grazie, ma è successo diversi anni fa.
- Ah, mi scusi, non sapevo.
- E come poteva sapere, lei è forestiero, no?
- Si vede?
- Non è che si vede, è che questo è l'unico emporio del paese e il paese è
piccolo, così prima o poi qui ci capitano tutti, e dopo un po’...
- E dopo un po’ lei conosce tutti.
- Per forza, è l’unico emporio. Che poi i paesani li conoscevo tutti già da
prima, ci sono nato qui.
- Però non è che ha abitato sempre qui, vero?
- E lei come lo sa?
- La fotografia.
- Ah, quella. è di diversi anni fa.
- E’ una bella fotografia.
- E’ bella vero? L’ho fatta ingrandire apposta. Per via che sullo sfondo c’è
il colosseo. Mi pare che dà un certo tono al negozio.
- Lo dà, lo dà.
- E quell’altra di quando correvo in bicicletta l’ha notata? Sulla parete a
sinistra.
- Ah, ma guarda. Così correva in bicicletta.
- Da giovane, sì.
- E ha fatto qualche corsa importante?
- Il Giro, due anni. Da gregario, eh.
- E’ sempre una bella soddisfazione.
- Magari potevo pure migliorare, ma una caduta e m’azzoppai. Sono
disgrazie che succedono.
- Sono disgrazie sì.
- Posso servirla in qualcosa?
- Sì, certo. Lei è Carlo Zompafossi, no?
- Per servirla. Ci conosciamo?
- Con me no, ma mi ha indirizzato a lei un comune conoscente, diciamo
così.
- Ah, l’ha mandata qua lui?
- Sì.
- Un cliente, immagino.
- Sì, ma un cliente mio, non suo.
- Ah, così lei è un rappresentante.
- In un certo senso.
- E il cliente sarebbe?
- Quello che gli ammazzasti il figlio.

***

7. CHIAMIAMO LE COSE CON IL LORO NOME

- Ce lo sapevano pure i sassi che faceva professione d’ateismo.


- Però quando chiedeva i dindi al babbo signor padre di qua e signor padre
di là.
- Che c’entra, i soldi sono i soldi.
- E allora sono buoni tutti a fare gli spiriti forti e poi signor padre di qua e
signor padre di là.
- Vabbe’, se la metti così non si salva nessuno.
- Infatti.
- Che però è proprio quello che diceva pure lui.
- E che c’entra? Lui lo diceva perché era invalido.
- E adesso che c’entra?
- Come che c’entra, ce lo sapevano pure i muri che era diventato
comunista perché era invalido.
- No, fammi capire. Che vorresti dire adesso?
- Quello che ho detto. Che sei sordo?
- No, tu vorresti dire che quella filosofia, quella poesia...
- Ma quale filosofia e quale poesia. Un po’ di filologia sì, chi glielo
negava? Ma la propaganda sovversiva, quella, se la poteva pure
risparmiare. Gli ha detto bene che è morto di colera, guarda, che scherza
col fuoco oggi e scherza col fuoco domani prima o poi le autorità non è
che possono sempre chiudere un occhio solo per riguardo al signor conte
che ci aveva avuto la sventura di aver messo al mondo questo figlio
scellerato.
- Scellerato no, magari sciagurato sì, ma scellerato no.
- Scellerato, scellerato, chiamiamo le cose con il loro nome.
***

8. COSE TURCHE

Per esempio: ma in Turchia lo dicono cose turche? O magari dicono, che


ne so, cose italiane, cose americane?
Oppure: all’inferno lo dicono un diavolo per capello? O dicono un angelo,
un santo vergine e martire, un esorcista per capello? o per cappello?
Dice che gl’inglesi dicono che piove a cani e gatti, ma che non ce li hanno
lì i cani e i gatti che non lo sanno come sono fatti? e come ci vanno a
caccia? e coi topi come fanno? magari usano i topi al posto dei cani e dei
gatti per fare la guardia e farsi fare compagnia. O può pure essere che lì
non piove mai. O magari da quelle parti invece che l’acqua vengono giù
veramente i cani e gatti. E chi può saperlo? Bisognerebbe esserci stati, ma
non è che uno può andare dappertutto, dove lo trova il tempo?
Oppure: quelli che digiunano per un mese. E vi pare una cosa cristiana
digiunare un mese? O magari digiunare lì da loro vuole dire tutta un’altra
cosa, per esempio che uno si lava le mani due volte o giocare a morra.
Oppure: gli antichi romani, abitavano veramente in quei mozziconi di
case? Non ci avevano freddo senza vetri, senza porte, coi muri mezzi
sbracati, in mezzo a tutte quelle colonne senza neanche un tavolino o un
divanetto?
Per dirne un’altra: i cinesi parlano cinese? e come fanno a capirsi?
Secondo me fanno finta, quando noi non ci siamo parlano cristiano pure
loro e se la ridono fino alle lacrime di quanto siamo scemi che ci crediamo
che parlano veramente cinese che non si capisce niente.
O quelli che comprano i libri: ma se uno non ci ha tempo neppure di
leggersi tutto il giornale che sì e no le pagine sportive; come si credono
che ci crediamo che si leggono tutti quei pacchi di fogli cuciti insieme,
oltretutto senza nemmeno le figure?
O le femministe: e come fanno a dire che le donne sono uguali agli
uomini? E a chi meniamo allora, agli alberi?
La gente è strana, lo dico sempre io.
E quando parla mica lo sa quello che dice, apre bocca e gli dà fiato. E
quello che le spara più grosse gli fanno fare il capo.
Io dico che ci vorrebbe, non dico un uomo della provvidenza, ma almeno
un dittatore sì. Che magari potrei farlo pure io, che mi ci sentirei adatto e
ci ho il personale di bella presenza e pure la parlantina, e sono pure uno del
popolo.
La dittatura ci vorrebbe. E plotoni d’esecuzione a ogni angolo di strada.
Che prima la facciamo finita con tutta questa confusione e meglio è.

***

9. LA RESSA

Se c’è una cosa che io non la sopporto è la confusione, la gente tutta


ammucchiata che neanche si respira, quelli che spingono da tutte le parti,
la puzza dei fiati. Eccheccavolo.
Che io neppure ci volevo entrare, però gli amici insistevano e insistevano e
insistevano, e insomma ero entrato. Ma me ne accorsi subito che non mi
piaceva, subito me ne accorsi.
Non è come alla partita, che pure lì c’è un mucchio di gente, però lì è
un’altra cosa che almeno c’è la partita, no? Qui invece che c’è? Solo la
merce in esposizione. Merce.
Certo, certi articoli sono appetitosi, ma i prezzi, i prezzi. Che poi ci sono
pure le spese per il mantenimento. Se non le butti subito, è chiaro; ma con
quello che costano uno se le vuole godere un po’, no? Prima di buttarle, o
di rivenderle, o di mandarle a battere il marciapiede.

***

10. L’ARTE DEL SILENZIO

- Dice: è l’arte del silenzio.


- Lo dice chi?
- Lo dice chi che?
- Quello che dice che è l’arte del silenzio.
- L’ho detto io.
- Sì, però tu hai detto che uno dice che è l’arte del silenzio.
- Infatti.
- E io volevo sapere chi è quell’uno.
- Non è nessuno, è così per dire. Si dice dice per dire che si dice una cosa.
- Mica ho capito.
- Eppure è semplice: uno dice dice per dire quello che sta per dire.
- Ma scusa, che bisogno c’è di dire dice per dire quello che si sta per dire?
Basta dirlo e basta.
- Sì, in effetti, però usa.
- Usa chi?
- Usa per dire si usa.
- Cioè impersonale.
- Non lo so se è una cosa personale o impersonale. Usa. Usa dire dice.
- E si dice dice per dire una cosa come usa.
- Adesso non sono sicuro di aver capito bene che vuoi dire però direi di sì.
- No, niente, volevo solo dire che usa dire dice.
- E’ quello che avevo detto io.
- Sì, l’ho ridetto per essere sicuro di avere capito bene.
- Direi di sì.
- Allora questo l’ho capito, quello che non ho capito è che significa l’arte
del silenzio.
- Come che significa?
- Che significa. Ti chiedo che significa che dici l’arte del silenzio.
- No, fammi capire. Mi chiedi che significa l’espressione l’arte del silenzio
o mi chiedi perché l’ho detto?
- Adesso che mi ci fai pensare, penso tutt’e due. Che significa e che
significa che tu lo dici.
- Allora: l’arte del silenzio è la capacità - o il consiglio - di starsene zitti.
- La capacità o il consiglio?
- Non lo so, tutti e due direi.
- Mica è chiaro.
- In effetti, forse è per questo che dicevo dice.
- Cioè?
- Cioè che se uno dice dice è perché una cosa la dice ma non la dice come
se la dice lui ma come se la dice qualcun altro e lui la dice solo come si
può dire per riferire.
- Riferire?
- Riferire. Una cosa detta da un altro.
- Però l’hai detta tu.
- A te l’ho detta io, ma magari a me me l’ha detta un altro, che ne sai?
- Infatti non lo so, apposta te lo chiedo.
- E io ti rispondo.
- E mi rispondi che?
- Tutto quello che ti ho detto prima.
- Fino a riferire?
- Fino a riferire, sì.
- Che pure riferire mica è chiaro per niente.
- E perché non è chiaro?
- Perché può significare sia trasmettere qualche cosa, sia ferire per la
seconda volta.
- No, invece è chiaro, perché se significava la seconda cosa bisognava che
eri già stato ferito, allora riferire può significare ferire per la seconda volta.
- E tu che ne sai?
- Che ne so che?
- Che non sono stato già ferito la prima volta?
- Non lo so.
- Infatti.
- Infatti.
- Infatti dicevo.
- Sì, l’ho detto pure io.
- Ho sentito.
- Pure io.
- E allora?
- Ecco, qui serve l’arte del silenzio.

***

11. L’ARTE DI ANDARSENE

Io dico che di tutte le arti e i mestieri e le professioni del mondo questa è la


più importante: l’arte di andarsene.
Lo so che c’è quello che dice che prima di andarsene bisogna venirci o
trovarcisi e allora l’arte più importante è quella di venirci o di trovarcisi
perché viene prima, ma è una fesseria.
Primo, perché a trovarcisi sono buoni tutti e non vuol dire niente. Secondo,
perché a venirci uno può pure venirci per caso, per sbaglio, per un altro
motivo, che ne sai? E che arte è? Non è niente.
Invece andarsene, quello sì.
C’è quell’altro che dice che la bravura mica è lì, la bravura è subito prima,
quando fai quello che devi fare, e poi te ne vai. Ma se non fai quello che
devi fare non c’è neppure bisogno che poi te ne vai, no? E allora dice che
l’arte vera è quando fai quello che devi fare, che andarsene è solo una
conseguenza, un effetto, e quello che conta è la causa, mica l'effetto, ce lo
sanno tutti.
Ce lo sanno tutti? E da quando in qua una cosa che ce la sanno tutti vale
una scorza di fico? Le cose che ci hanno un valore sono quelle che le
sanno in pochi. Apposta si dice impara l’arte e mettila da parte, che se
invece la butti in mezzo alla strada allora non è più arte, diventa un’altra
cosa e non fatemi dire zozzerie non fatemi.
Che uno fa quello che deve fare, pure i sassi ce lo sanno. Certo, ci vuole la
tecnica e la prontezza, non dico di no. Ma se uno si prepara bene e ci ha
l’attrezzatura giusta, a fare quello che si deve fare lo sa fare pure un
regazzino. Magari non bene come un professionista, no, però lo fa lo
stesso. E allora? Che non l’ha fatto? L’ha fatto, l’ha fatto pure un
regazzino, basta averci gli strumenti e la preparazione. Pure una scimmia,
se l’addestri prima. Pure un robot, ve li ricordate i tempi dei robot? Pure un
telecomando. Per dire.
Invece l’arte della fuga, ci vuole Bach ci vuole. Forte, eh?
E mo’ basta con le chiacchiere e passiamo alla dimostrazione pratica. Un
po’ d’attenzione, per favore.
Mani in alto, che questa è una rapina. C’è bisogno che lo strillo? mani in
alto, questa è una rapina! Va bene così?
E se state buoni poi la potete raccontare, se invece fate i fessi fate i fessi
per l’ultima volta. E’ tutto chiaro?
State buoni buoni e nessuno si fa male, e soprattutto state attenti alla fine,
che l’arte è lì.

***

12. L’IMBONITORE DAVANTI AL TENDONE

La volete fare un’esperienza estrema e inarrivabile, una botta di vita e di


orgoglio, la soddisfazione del sogno dei sogni che fin dalla più tenera età?
Ce li avete i due soldini per il biglietto che veramente è a prezzi popolari
perché noi siamo gente del popolo, dal popolo, con il popolo e per il
popolo?
Lo volete sapere quello che ci abbiamo dentro questo tendone che pare
niente e invece c’è dentro la cosa più ganza e più tosta del mondo, il
miracolo dei miracoli, l’attrazione delle attrazioni, il gusto dei gusti, il
superissimo, il non plus ultra?
Siete le persone che ci aspettiamo che siate, forti e leali che non avete
paura di niente, che siete di carattere solare ed aperto a tutte le esperienze e
di saldi principi e timorati di domineddio, persone moderne e trasgressive,
amanti della movida e del rischio che è il vostro mestiere, un carattere che
è un vero carattere da persona di carattere pronta all’avventura sia esotica
che erotica? Eh? Ci ho preso, eh?
Ve la sentite di fare quello che dovete fare che lo avete sempre saputo che
prima o poi lo avreste fatto e lo sapete, lo sapete sì, che c’è gente che per
tutta la vita lo ha desiderato e invece al momento buono se l’è fatta sotto e
dopo una vitaccia di stenti e rinunce e micragna è schiattata sdentata
inappagata e rancida e mica vorrete fare pure voi quella fine? Eh no, voi la
vita la volete alla grande, no?
Lo avrete saputo pure voi che certi professori americani hanno dimostrato
che se non si soddisfano i desideri c’è un’alta probabilità di prendere il
cancro. Ci vogliamo pensare alla salute?
Pagate solo il biglietto d’ingresso, il fucile e i colpi ve li diamo noi gratis.

***

13. MEGLIO CHE MI RIPOSO UN ATTIMO

Era stato un lavoraccio, un lavoraccio proprio. Ma pure grandioso, eh.


Una fatica, ma una fatica, che se si potesse dire, e lo so che non si
dovrebbe dire, insomma, sì, una faticaccia del diavolo.
E adesso che l’entusiasmo del primo momento non c’era più, lo vedeva
che il lavoro stava venendo male.
All’inizio era stato veramente bravo, ma bravo bravo. Una cosa
spettacolare.
Poi, andando avanti, le cose riuscivano sempre meno bene. Non c’era un
perché, solo che non venivano più bene come prima. L’insieme era ancora
una cosa forte, magistrale, maestosa, ma i dettagli, le rifiniture, quelle cose
che dovrebbero essere precise e che insomma l’intenditore le nota, quelle
venivano sempre peggio.
L’ultimo giorno poi aveva combinato un mezzo disastro, se così si può
dire. Se ne accorgeva da solo che il lavoro non era venuto come doveva e
che bisognava rimetterci le mani. Sarà per via della stanchezza, pensò. Il
lavoro dell’ultima giornata era tutto da rifare, ma adesso non ci aveva più
voglia, era come se si fosse disamorato, però quello doveva essere il pezzo
forte, il colpo da maestro, il culmine dell’opera, non lo poteva lasciare così
che proprio non andava, si vedeva subito che non andava ed era tutto da
rifare. E’ per via della stanchezza, si diceva, deve essere la stanchezza, non
mi sono fermato una giornata, sempre avanti a testa bassa come un treno,
primo o poi uno sbaglia per forza se non riprende mai fiato.
Meglio che mi riposo un attimo, si disse. Oggi pausa.
Era il settimo giorno.

***

14. MINIMA MATRICE DI TUTTI I ROMANZI GIALLI CHE


DIVENTERANNO SCENEGGIATI TELEVISIVI

Il delitto.
Il mistero.
La ricerca.
Ercole al bivio nel giardino dei sentieri che si biforcano.
L’agnizione. Vera, falsa, vera. Tesi, antitesi, sintesi.
Il fiato sospeso, il guanto di sfida, il gatto col topo camuffato da cane e da
lupo e da rana con lo scorpione in groppa. Le parole che sono pietre che
sono spade che sono ghiaccio che sembra vetro e poi si scioglie.
La soluzione che nell’etimo significa scioglimento. Come con l’acido.
Composita solvantur. Il precipitare nell’abisso del nulla, nell’imbuto
dell’ultima pagina e poi niente più, la materia che incessantemente si
disgrega, l’afasia, l’entropia.
In mezzo un po’ di confusione, parecchio movimento, scazzottate,
cherchez la femme, chiacchiere senza costrutto che invece, le solite
pagliacciate e le solite furbate, la secrezione e la pesca delle perle,
l’immersione e l’emersione dell’inconscio, qualche altro cadavere qua e là,
l’etica geometricamente dimostrata, e fu sera e fu mattino.
Il vilain o villain purché coi baffi; la spruzzata di sadismo che ci vuole; la
macchina del cerebro che stilla; il cielo stellato sopra di me.
Il ritorno di Odisseo, la nebbia agli irti colli, quel pastrocchio che
chiamiamo umanità.
Se va, facciamo un seguito.

***
15. NELLA FORESTA NERA

- Questa è la famosa foresta nera.


- Mica è nera.
- Col buio diventa nera.
- Che c’entra, col buio diventa nero tutto.
- Sì, ma non tutto diventa la foresta nera, questa invece è proprio la foresta
nera.
- Ogni foresta col buio diventa nera. Una casa no, ma una foresta sì.
- E allora?
- Allora ogni foresta diventa una foresta nera col buio.
- Una foresta nera sì, ma la foresta nera no.
- Cioè?
- Di foresta nera ce n’è una sola. Come la mamma.
- E chi lo dice?
- Lo dico io. Perché, non ti sta bene?
- No, era solo per sapere chi lo dice.
- L’ho detto io l’ho detto. Forte e chiaro.
- E chi dice di no?
- E allora?
- E allora che?
- Che vorresti dire?
- Niente. Dico solo che quello che dici lo dici tu.
- E che c’è che non ti sta bene?
- Niente. Però...
- Però che?
- Però che ne sai che non ce n’è un’altra di foresta nera che è la foresta
nera?
- Cioè?
- Che la chiamano la foresta nera pure quella. Perché la differenza tra una
foresta nera e la foresta nera è che una non ce la chiamano foresta nera e
l’altra invece sì.
- Infatti, e la foresta nera è questa.
- Qui sì, ma magari da un’altra parte c’è un’altra foresta nera che la
chiamano la foresta nera pure quella.
- Non credo proprio.
- Tu puoi crederci o non crederci, ma non lo sai. E’ la differenza tra la fede
e la conoscenza.
- Mo’ che fai, ricominci a bestemmiare?
- Io? E perché bestemmierei?
- Che hai detto adesso della fede?
- Che ho detto?
- Hai detto che non è la conoscenza.
- Infatti.
- E che è la conoscenza?
- Sapere le cose di sicuro.
- Cioè la verità.
- Cioè la verità, sì.
- E allora hai detto che la fede non è la verità. Eretico, e recidivo. Quod
erat demonstrandum. Il processo è finito e questo santo tribunale della
santa inquisizione ti condanna ad essere arso vivo. Avanti il prossimo.

***

16. PER SICUREZZA

Non ne posso proprio più. Non c’è fesso che quando sente chi sono si
risparmia di dirmi che ho esagerato. Ma esagerato che? Ma che ne sanno
loro? Tutti che vogliono mettere becco negli affari degli altri senza sapere
niente, niente.
Per esempio: ce lo sanno loro quanto ero incacchiato che tutte le sere la
cena era fredda? Ce lo sanno loro che il cesso era sempre sporco che glielo
avrò detto un miliardo di miliardi di volte che deve usare il lisoformio e
l’olio di gomito e invece lei faceva la principessina dalla mattina alla sera
e grasso che cola se puliva casa ogni due giorni invece che due volte al
giorno tutti i giorni? Ce lo sanno che quando stirava mai una volta che le
pieghe fossero perfette e invece a me mi piace che i vestiti mi stiano bene
e cadano a pennello che col lavoro che faccio non voglio fare la figura del
pezzente se mi fermo a pranzare in trattoria? Non ci ho ragione?
La gente non sa niente e non capisce un colpo, però vuole chiacchierare lo
stesso, e se tu gli dici di farla finita rugano pure, branco di somari con le
corna al posto delle orecchie.
Adesso non dico che non ci avesse anche le sue brave qualità, ce le aveva e
io le ho sempre riconosciute, mica sono un ingrato. Per esempio che
lavorava sodo e portava a casa tutti i soldi che poi li amministravo io che
sono il capofamiglia, questo sì, e chi lo nega?
Dice: però di dare fuoco a tutto il palazzo e arrostire un par di cento
inquilini per liberarsi di una donna sola è proprio un’esagerazione.
Ce lo sanno loro quanto m’aveva scocciato? No, però mettono becco.
Dice: potevi dare fuoco solo all’appartamento tuo. E se davo fuoco solo a
casa mia e magari lei si svegliava? Che magari le toccava uscire sul
pianerottolo in sottoveste così che la vedevano tutti seminuda? Io certe
oscenità non le sopporto, mia moglie spogliata la guardo io e basta. A me
quando mi va di fare le zozzerie vado con una di quelle, che il matrimonio
è sacro. Mia moglie spogliata neppure il dottore la deve vedere.
Non ci ho ragione? E allora che rugate a fare?
Invece dal pianterreno l’ho cominciato il falò. Per sicurezza. Quando una
cosa la devi fare, la devi fare bene. Certo che m’è dispiaciuto dei
coinquilini, ma che dovevo fare? dovevo citofonare a tutti uno per uno nel
cuore della notte? E il rispetto della privacy?
Mi dispiace pure per la ditta, che lo so che guidare le autobotti di benzina è
un incarico di fiducia e loro mi avevano dato fiducia ed era il primo lavoro
che facevo dopo dieci anni di disoccupazione ed avevo appena cominciato,
ma col tempo che ci vuole tutto il carburante che ho usato per dare fuoco
al palazzo glielo ripago, ci dovessi mettere cent’anni. E quanto mai costerà
un’autobotte di super? E’ che a me mi piace fare le cose fatte bene. Non ci
ho ragione?

***

17. PUGILATORE

Lo so che non a tutti piace il mio mestiere. Non piacerebbe neppure a me


se non fosse che mi ci guadagno da vivere. Voi trovatemi un altro lavoro
che smetto subito. Ah, non ce l’avete un altro lavoro per me, eh? Chissà
perché la cosa non mi sorprende.
No, non è che faccio del sarcasmo, ci mancherebbe. Anzi, se vi siete offesi
chiedo scusa, mica volevo fare il cafone. E’ che magari per voi è la prima
volta, ma per me questa chiacchierata sul mestiere che fo sarà dieci
miliardi di volte che mi tocca farla, e si dicono sempre le stesse cose. Dopo
un po’ uno s’annoia. Senza offesa, eh.
Ma figurarsi, e come no? A nessuno piace restare con le mani in mano.
Però per certi lavori pretendono che hai studiato e io insomma non mi ci
sentivo portato, che ne sapevo quando ero fischiotto che poi il mondo
girava così? A quei tempi al paese non ci pensava nessuno che studiare
serviva a qualche cosa. A garzone sono stato, subito appena imparato a
leggere e scrivere. E che dovevo fare?
Poi invece succede che inventano i computer, i telefonini e tutto il resto, e
allora tu che sai domare i cavalli, innestare le piante, aggiustare i camion e
zappare la terra, e quando serve fare a cazzotti e pure a coltellate, di colpo
sei diventato l’ultimo dei fessi. Che la gente ti ride dietro e i ragazzini per
strada ti sfottono e ti fanno vedere che sul telefonino si guardano le
femmine ignude e tu manco sai come si fa.
Insomma finì che dagli oggi e dagli domani erano più i giorni delle
scazzottate che quelli senza. E siccome ero svelto, e a forza di masticare
amaro ero pure diventato cattivo, capitò quello che doveva capitare e uno
ci restò secco. Con un colpo solo.
Io già pensavo che finivo in galera e buttavano la chiave, e invece mi ha
salvato il giornale, che sul giornale uscì che l’avevo steso con uno
sganassone solo, che in effetti era proprio così, e allora lo legge il sor
Pumpurio, che mica si chiama così, solo che il nome vero non lo posso
nominare perché mi ha detto che non lo devo nominare mai che sennò mi
fa castrare e quello è solo l’inizio. E lui mi mette l’avvocato, e che
avvocato. Se li fece su come gli spaghetti intorno alla forchetta e
gnammete, mi fece assolvere: neanche un giorno di gabbio, dico, che a me
mica mi pareva giusto che ammazzi un cristiano e manco un giorno di
gabbio, però meglio così visto che sennò il gabbio me lo dovevo fare io,
no?
Così ho cominciato la carriera. No, ma quale ring, e chi ci ha tempo per lo
sport, lo sport io lo guardo in televisione; io mi occupo di recupero crediti
ed altri lavoretti per il sor Pumpurio. E’ per questo che adesso sono qui.
Ah, non lo dite a me. Eh, ci dovevate pensare prima.

***

18. STORIA DI RASTRELLETTO

Lo chiamavano Rastrelleto, ma pure Ruspo.


Dove metteva le mani spariva qualche cosa. Ci credo che nessuno ci aveva
piacere di farselo entrare dentro casa.
Una volta che aveva proprio esagerato il sor Otello del bar ci disse a noi
che eravamo i suoi migliori amici di vedere di convincerlo. Così ci toccò
menarlo di brutto. Che mentre lo menavamo non è che non ci dispiacesse,
ma lo facevamo per il suo bene. Lui che ormai ci aveva la faccia che
pareva una polpetta col sugo continuava a dire che non era colpa sua, che
ci aveva una malattia che si chiamava grattomania. E più lo diceva e più lo
menavamo perché era proprio da stupido volerci far passare per fessi
inventando certe scuse che neppure Cecio del zi’ Zeppone ci avrebbe
potuto credere, e Cecio era uno che se le beveva tutte.
Poi qualche giorno dopo quando lo dimisero dall’ospedale dove aveva
detto che era cascato dalle scale si presentò al bar con un librone dove
c’era scritto che quella malattia c’era davvero, e si chiamava pure come
diceva lui, cioè un po’ differente, ma quando uno parla con la faccia che
pare una polpetta col sugo le parole non gli vengono fuori bene.
Non è che fu l’unica volta che il sor Otello ci disse di dargli una ripassata.
La volta dopo la fece finita di dire della grattomania, disse solo di aspettare
che prima si levava la dentiera. Era un amico, perché non fargli quella
cortesia?

***

19. TURISMO

I. Alla reception
- Buonasera.
- Buonasera. Desidera?
- Vorrei una camera, grazie.
- Solo per questa notte?
- No, per un paio di giorni almeno.
- Bene. Ha bagagli?
- Sì, ho la valigia in macchina.
- Ha un documento, per favore?
- Certo, eccolo.
- Grazie.
- Prego.
- Viene da lontano, eh?
- Eh sì.
- La prima volta qui?
- Sì.
- Tutto solo? Se attende parenti le riservo le stanze vicine.
- No, no, tutto solo.
- Affari, eh?
- No, turismo.
- Ma certo, e quali affari mai potrebbe fare qui?
- Prego?
- No, dicevo, qui a parte le tombe etrusche e le chiese medievali non c’è
niente di niente, chi viene qui non viene certo per affari, viene per turismo.
- E io per turismo vengo.
- O per visitare amici e conoscenti.
- No, non conosco nessuno, sono qui per riposarmi e basta.
- Ha già preso qualche contatto in loco o le serve una guida? Sa, glielo
dico perché mia figlia fa la guida turistica.
- Veramente pensavo di girellare un po’ per conto mio, se poi mi dovesse
servire una guida glielo farò sapere.
- Non volevo essere invadente, eh, volevo solo farglielo sapere che di
qualunque cosa avesse bisogno si può rivolgere a me, come si dice:
servizio completo.
- Grazie.
- E di che? Grazie a lei di aver scelto il nostro paese e di esser sceso al
nostro albergo. Ecco la sua chiave ed ecco il suo documento. Al secondo
piano in fondo al corridoio, tanto c’è il numero sulla porta. Le do una
mano per i bagagli?
- No, ho solo una valigia. La macchina dove posso lasciarla?
- Abbiamo il parcheggio coperto, se gira intorno all’edificio lo trova. Il
posto macchina ha lo stesso numero della stanza.
- Grazie.
- Deve cenare?
- Perché, è possibile?
- Tutto è possibile, servizio completo.
- Pensavo di cercare una trattoria, ma se avete anche un ristorante qui.
- E come no? Caratteristico. Specialità locali. Cucina mia moglie, le stesse
cose che mangiamo noi. Roba genuina, del posto.
- Allora prendo la valigia, la porto in camera, poi parcheggio e torno a fare
onore alla cucina.
- Bravo. L’onore è tutto.
- Come?
- Fare onore alla cucina.
- Ah.
- E vedrà che se ne troverà soddisfatto.
- Non dubito.
- Non dubiti, non dubiti.
- Prendo la valigia.
- Se vuole gliela porto su io mentre lei va a parcheggiare.
- Ma no, non vorrei disturbare.
- E che disturbo è? Così mi sgranchisco un po’.
- Allora grazie.
*
II. In cucina
- Allora: non conosce nessuno, e a quest’ora col buio che c’è non deve
averlo visto arrivare nessuno. Lo dico sempre io che avere l’albergo un po’
fuori del paese è la cosa migliore.
- E’ la volta che ci facciamo la macchina nuova?
- Non lo so, finché non lo torturi non lo sai mai che ci puoi tirare fuori.
- Nella valigia?
- Niente, solo vestiti e il solito ciarpame da viaggio, ma che ne sai?
Potrebbe essere un travet e potrebbe essere pure il padrone delle ferriere.
- Sonnifero, allora.
- Sonnifero, certo.
*
III. Nel parcheggio
- Mi pare un posto tranquillo, fuori mano, non c’è nessuno. Adesso ceno e
poi tiro fuori il pezzo e poi la solita routine. E speriamo che sia gente
ragionevole che di doverli ammazzare tutti proprio non ci ho voglia, a me
piace fare le rapine, non le stragi.

***

20. UNA SERA E UNA CHITARRA

- E che ci manca per essere felici? Guarda che luna, guarda che mare...
- E ci abbiamo pure la chitarra.
- E dopo una cena come quella...
- E con tutto quello che ci siamo trincati...
- E c’è ancora tutta questa notte tra sabato e domenica, e guarda che notte
da favola, da mille e una notte.
- E domani si può dormire tutto il giorno, cascasse il mondo.
- E che si può volere di più?
- Magari due belle guaglione.
- E magari qualche attrezzo per torturarle. Con questa luna, con questo
mare...
- Ah, che sei sempre romantico tu.

***

21. UN RITORNO

- E dove sei stato tutti questi anni?


- Un po’ qua, un po’ là.
- E come ti è andata?
- Non mi lamento.
- Comunque adesso sei tornato.
- Sì.
- Ti fermi?
- Un po’ sì, ma poco, il minimo indispensabile.
- Solo un po’?
- Devo fare una cosa, poi devo andare da un’altra parte.
- Ma almeno qualche giorno sì?
- No, non credo, se tutto va come deve andare me ne rivado via stasera.
- Ma come, almeno il tempo per rivedersi con i parenti, con gli amici...
- No, è meglio di no.
- Ma insomma, saranno venti, trent’anni che non ti fai vivo.
- Saranno sì trent’anni.
- E allora una rimpatriata ci vuole, stasera a casa mia, eh?
- No, devo fare una cosa e poi me ne vado.
- E dai, non farti pregare.
- No, non è per scortesia, ci mancherebbe. E’ che proprio non posso fare
diversamente.
- Così torni al paese dopo trent’anni e non possiamo neppure farti un po’ di
festa?
- Non c’è motivo, non c’è proprio motivo, devo fare una cosa e poi scappo
subito.
- Ma così gli altri non ci crederanno quando gli racconto che ti ho rivisto.
- E perché pensi di raccontarglielo?
- Come perché?
- Io penso che non glielo racconti.
- Ma scherzi? Eccome se glielo racconto, poi se ci credono bene, se non ci
credono chi se ne frega.
- No, non credo che glielo racconti.
- E come no? Glielo racconto, glielo racconto.
- No, non glielo racconti, credimi. E’ per via della cosa che sono venuto a
fare.
- Perché, è una cosa segreta?
- Un po’ sì e un po’ no.
- O è segreta o non lo è.
- No, la cosa segreta non resta, ci puoi scommettere. Quello che resta
segreto è che l’ho fatta io.
- Ah, è una cosa che non si può dire.
- Diciamo così.
- E a me la puoi dire?
- A te sì.
- E come fai a saperlo che se me la dici poi io non la dico?
- Adesso lo vedi.

***

22. L’INFLUENZE

Adesso faccio l’influenze e ci ho 60 milioni di visualizzazioni ogni video


che butto su iutù.
E ci credereste? Tre mesi fa neppure lo sapevo come funzionava interne.
Poi una sera entro nella stanza di mio figlio Ginetto soprappensiero, senza
bussare prima, e lo trovo che sta davanti al conpiute che io pensavo che
faceva i compiti e invece si vedeva un filme a luci rosse. E io gli dico: “E
che canale è che fanno ’sto filme?”, così me lo vedevo comodo in salotto
sulla televisione vera; e lui mi risponde “Ah papà, non è la televisione, è
interne”. “E fanno ’sti filmi su interne?”. “Ah papà, su interne de ’sti filmi
ce so’ ’n fottìo”. Allora ho voluto capirci pure io, che di colpo m’ero reso
conto che ’sto interne era una cosa che mi interessava pure a me.
I primi giorni guardavo solo i filmi.
Poi un giorno Ginetto mi dice che ha fatto un filme pure lui. Io dico:
“Bumme!”. E lui: “E allora mo’ te lo fo veda”. E batte a macchina il nome
suo e sul teleschermo del conpiute viene fuori ’sto filme che c’era lui che
spiegava dove Gattuso aveva sbagliato i cambi del secondo tempo. “E
come hai fatto a fa’ ’sto filme?” dico io. E lui: “Col telefonino”. “Col
telefonino?”. “Ah papà, col telefonino, sì. Che nun ce lo sapevi che fo
l’influenze?”. “E che sarebbe?”. “Sarebbe che me fo li filmi col telefonino,
poi li schiaffo su iutù, e la gente me guarda”. “La gente te guarda li filmi
tui?”. “Ciò i follove”. “E che so’ i follove?”. “So’ quelli che guardeno i
filmi mii che spiego le partite e li sbaji de l’allenatori”. “Come fo io al bar
il lunedì mattina”. “Solo che tu parli solo co’ Cecio, Baccajone e
Dogarella, io ciò terecentocinquantamila follove”.
“Terecentocinquantamila cristiani che te veggheno?”.
“Terecentocinquantamila, sine”.
E chi se lo immaginava.
Così mi sono fatto spiegare meglio.
Allora, c’è ’sto interne che è una specie di televisione che si vede sul
conpiute o sul telefonino, tu ti fai un filme da solo col telefonino che dici
quello che ti pare o magari ti metti un vestito strano o leggi una poesia o
una ricetta o balli il tango delle capinere o commetti un atto impuro, no? E
poi ’sto filme lo metti su iutù che è ’sta televisione che la trasmettono su
interne e la gente ti vede, e la gente che ti vede si chiama follove e tu ti
chiami influenze.
La cosa bella è che puoi dire e fare quello che ti pare e più le spari grosse o
le fai strane e più ti guardano e diventi famoso.
A me m’ha cambiato la vita.
Prima facevo i furti e qualche volta qualche ricatto, qualche rapimento,
qualche omicidio, ma robetta così, artigianale, e tutto cercando di non
farmi scoprire per non finire al gabbio, no?
Poi ho capito: mi porto il telefonino acceso e faccio la ripresa di tutto,
soprattutto le parti che esce il sangue, poi lo metto su iutù e ogni volta
sbanco. Prima ero un delinquente, adesso solo perché mi porto il
telefonino acceso e fo il filme di quello che fo sono diventato un influenze.
E invece di mettermi al gabbio m’invitano in televisione, quella vera di
una volta, a parlare di quello che mi pare e sul primo canale e all’ora di
cena.
Altro che cavoli, a me interne m’ha cambiato la vita. Mo’ ho pensato che
mi piacerebbe fare un partito e presentarmi alle elezioni per diventare
presidente della repubblica, o magari papa che tanto ormai sono vedovo da
diversi anni.
***

23. IL TEMPO DELLE STREGHE

A quel tempo bazzicavo il professor Demartino che era uno gagliardo.


Andavamo a caccia insieme, di cinghiali. Di cinghiali ne pizzicavamo
pochi, ma chiacchieravamo parecchio, e il professor Demartino mi
raccontava un sacco di cose che lui aveva studiato un po’ tutto e sapeva
cose che uno neppure s’immaginava ch’esistessero. Per esempio che
c’erano i giappponesi e che parlavano in giapponese, che in America di
americhe ce n’erano due, una di ricconi coi cavalli e i grattacieli e una di
poveracci che parlavano in spagnolo: pensate, in America parlavano in
spagnolo invece che americano. Poi mi diceva che avevano inventato certe
macchine che volavano, certe macchine che tu ci mettevi i soldi e uscivano
le sigarette, certe macchine che tu ci parlavi dentro e c’era uno che ti
sentiva, ma non stava nascosto dentro la macchinetta, stava da un’altra
parte lontano tipo mille chilometri. Erano le meraviglie della scienza e
della tecnica, diceva. Secondo me parecchie se le inventava lui lì per lì,
però era bello starlo a sentire. Poi a una cert’ora ci fermavamo e facevamo
il panonto. Poteva passare una giornata che non si sparava una cartuccia
che era una, ma ci facevamo fuori certi spiedi di salsicce che erano la fine
del mondo. Di maiale, che ce le portavamo da casa, perché di cinghiali non
è che ne ammazzassimo parecchi anche se lo sanno tutti che le salsicce di
cinghiale sono la prelibatezza delle prelibatezze, ma insomma a dirla tutta
noi non fummo mai particolarmente fortunati “nel nostro cinegetico vagare
ed esercizio dell’arte venatoria in questa che ci toccò in sorte Arcadia
soavissima e tuttavia anch’essa esposta alla crisi della presenza” (diceva
proprio così, me lo ricordo ancora, chissa' che significava). Però qualche
volta trovavamo belle fungaie, quello sì. E alle perse si entrava di nascosto
in qualche vigna, orto o frutteto, che il professore diceva sempre che non
era una bella cosa però poi arraffava pure lui quel che trovava.
Era un professore famoso, che insegnava all’università, quando è morto
m’è dispiaciuto parecchio. Era pure comunista. Non sembra possibile, eh?
Era un professore famoso, ci aveva lo stipendio assicurato, e invece di fare
comunella coi padroni era comunista come noi che non ci abbiamo un
occhio per piangere.
Adesso vi racconto di quella volta che incontrammo la strega, che a quel
tempo, quando andavamo a caccia io e il professor Demartino, ce ne era
ancora qualcuna; prima ce ne erano parecchie, nei tempi antichi, ai tempi
del nonno e del bisnonno, già ai tempi di mio padre ce ne erano più poche,
quando ero giovane io ormai erano poche poche, poi mi sono trasferito,
cioè m’ha trasferito lo stato che m’ha ospitato a Civitavecchia per
vent’anni per un fatto che adesso non mi va di raccontarvelo perché sono
affari miei. Quando uscii da Civitavecchia non tornai più al paese, così non
lo so più se le streghe ci sono ancora ma penso di no. Ormai è cambiato
tutto, il mondo non è più quello di una volta.

***

24. IL TEMPO DELLE STREGHE (II)

Le streghe finirono perché la gente le ammazzava. E che volevi fare?


S’era mai visto che una donna volesse vivere da sola e fare quello che le
pareva? E l’autorità maritale che fine fa? La buttiamo nel cesso? E la
famiglia fondamento naturale della società guidata dal pater familias? Nel
secchio dell’immondizia? Non scherziamo, eh, non scherziamo su certe
cose.
Si poteva permettere che si disgregasse l’ordine naturale della società?
Ognuno deve stare al posto suo, altrimenti il cosmo si sfascia e ritorna il
caos primigenio; a voi vi piacerebbe di campare nel caos primigenio? Io
dico di no.
D’una m’ero pure innamorato, pensate un po’.

***

25. KAFKA INCONTRA UNA SIRENA IN DISCOTECA

A dire il vero Kafka non era quel Kafka lì che pensate voi, era il nipote,
che in discoteca faceva il dj e vendeva pure le pasticche della felicità. Che
i soldi si facevano con le pasticche della felicità, mica col dj set.
E la sirena non era una sirena di quelle di Ulisse o della Sirenetta, era una
che si chiamava Sirena di nome, io dico che certi genitori che mettono
certi nomi ai figli bisognerebbe decapitarli sul posto.
*
La festa era al culmine, la musica a palla, tumbe-tumbe-tumbe-tumbe, la
gente era così strafatta che era più psichedelica delle luci psichedeliche, e
K. aveva già smerciato più di trecentomila pasticche della felicità che
ormai i baiocchi non sapeva più dove ficcarli che aveva riempito le
saccocce, il borsone, la scatola che ci metteva dentro il mixer e il
barattolone di vetro che era vuoto, e quell’altro vuoto non era ma quasi,
che stava pensando se non era il caso che faceva una telefonata a Strippone
di portare al galoppo i rifornimenti che il commercio stanotte andava non
alla stragrande, alla stragrandissima.
Fu allora che sentì una voce che gli diceva: “Saresti tu quello che ti chiami
come Kafka?”. Si voltò e vide ’sta tipa tutta vestita di nero coi capelli
mezzi rossi e mezzi azzurri e la faccia bianca come la morte.
- Sarei io, perché?
- Perché è forte.
- Grazie.
- E saresti sempre tu quello che ci ha le pasticche della felicità?
- Esatto.
- Forte.
- Forte sì.
- E i prezzi sono popolari?
- Da reclame.
- Da paura. E quanto verrebbe una botta?
- Una botta dieci carte, più popolare di così.
- E se una le dieci carte non ce l’ha?
- Allora niente botta.
- E la legge della domanda e dell’offerta?
- E che c’entra? E poi a me la legge non è che mi ci ritrovo tanto, eh. Sarai
mica una pulotta?
- Ma che pulotta, ma m’hai visto?
- E come si fa a saperlo, a me i pulotti e i fraciconi mi sembrano tutti
uguali.
- Ma i pulotti ci hanno la divisa per riconoscerli, no?
- Magari te la sei levata.
- Ti piacerebbe che mi levassi la cammesella, eh?
- Per me fa’ come ti pare, basta che tiri fuori le dieci carte.
- E che ossessione con queste dieci carte, te l’ho detto che non ce l’ho. Ma
lo sai come si dice, no?
- No, come si dice?
- Che fra gentiluomini un accomodamento si trova.
- Gentiluomini?
- Gentiluomini, sì, ne hai mai sentito parlare?
- Tu e io?
- E chi sennò?
- Ma tu sei proprio fuori.
- Lascia stare se sono fuori o dentro, lo troviamo ’st’accomodamento sì o
no?
- Lo troviamo sì, ti mi dai dieci carte e io ti do la merce.
- E se invece di darti dieci carte io ti faccio sentire come canto?
- Come canti?
- Come canto, sì.
- Con tutto ’sto casino?
- Eh, ma quando io canto il casino finisce.
- Perché, va via la corrente?
- Una mezza specie.
- Quasi quasi mi tenti.
- E tu lasciati tentare, no?

***

26. LA CHIESA DOLORISTA

Come nacque la Chiesa Dolorista?


E non l’avete letto il catechismo nostro? Fu l’arcangelo Babbaleone che
visitò il nostro Primo Comandante In Capo, il compianto ragionier
Brigantozzi, e gli disse: “Ragionier Brigantozzi, basta con le quisquilie,
qui c’è da fondare subito subito una chiesa nuova nuova, la Chiesa
Dolorista”. E il ragionier Brigantozzi ubbidì. Dico, ti si presenta un
arcangelo, e tu che fai?
*
Modestia a parte io fui subito prescelto dal compianto ragionier
Brigantozzi come suo braccio destro e Primo Ufficiale, ed è per questo che
sono oggi a capo del santo nostro sodalizio, dopo che al povero ragioniere
è successo quello che è successo.
Che facevo prima? Andiamo che ce lo sapete già che facevo prima, ci
avrete una carpetta bella zeppa, no? anzi, come minimo un faldone alto
così. Anche l’apostolo delle genti prima di diventare quello che doveva
diventare non era l’apostolo delle genti, no? E’ la fede che salva, la fede e
la grazia, ed io grazie al cielo la grazia ce l’ho, e la fede pure. Infatti sono
Sua Veneranda Santità Il Comandante In Capo della Chiesa Dolorista.
*
E che, adesso volete discutere di teologia? E che titoli ci avete? Allora fate
il favore, voi occupatevi delle cose di cui vi occupate voi e lasciate che
delle cose di cui mi occupo io me ne occupi io. Ci mancherebbe che
volessi discutere coi miscredenti sui fondamenti della fede.
Ma quale proselitismo, noi il proselitismo lo facciamo con chi è
predestinato al bene, voi già si vede che fine farete nell’aldilà, che sarà più
o meno lo stesso schifo di vita da schifo che fate nell’aldiquà.
Come che voglio dire? Ma allora siete più imbecilli di quanto sembrate. Io
ci ho dodici ferrari, voi ce l’avete la ferrari? E che dicevo io? sì e no che ci
avete la giardinetta, o la topolino. Io ci ho lo yacht con l’equipaggio in
livrea, voi neanche ce lo sapete che è una livrea, che sarebbe una divisa,
ma non come la vostra che vi dovreste solo che vergognare che sembrate
tutti straccioni. E allora, di che stiamo a discutere?
*
Ah, se è obbligo di legge, allora figurarsi se io non la rispetto la legge, io
la predico la legge, io sono la legge...
Il fondamento del credo, dunque: è la redenzione attraverso il dolore. Più
facile di così.
Chi entra nella Chiesa Dolorista fa un percorso di fede e di redenzione.
*
Le sevizie, le sevizie, e che adesso volete discutere la liturgia del culto?
Ma quali sevizie, atti di fede, pietà popolare, per aspera ad astra. E’
latino, eh?
Le minorenni, le minorenni, sempre con questa storia; e che la fede ce
l’hanno solo gli adulti? ma che c’è il proibizionismo in questo paese? Che
siamo, a Cuba, in Cina, a Togliattigrad?
*
Vi dice bene che io voglio bene a tutti, non per niente sono il Comandante
In Capo di una chiesa, mica ceci. Che io sono benevolente e beneficatore
per tutti, per gli amici e per i nemici. Che però se qualcuno dei presenti per
caso fosse Uno Della Ghenga Dei Nemici Della Fede allora fossi in lui io
ci starei attento, parecchio attento, attentissimo, che non è una bella cosa
essere Uno Della Ghenga Dei Nemici Della Fede, che io non dico niente
ma possono capitare cose brutte, cose che non vi piacerebbero proprio per
niente. Esatto, come capitò a quel finanziere lì e a quei due carabinieri e a
quel giudicetto che faceva tanto il pretenzioso e pure a quel ficcanaso che
pretendeva di fare il giornalista, e a tutte quelle poco di buono di
femministe isteriche. Ah, ve lo ricordate, sì? Avete visto che brutti
incidenti che gli sono capitati? Eh? Mi è tanto dispiaciuto, poveri figli, le
corone più belle ai funerali erano le mie a nome della Chiesa Dolorista,
con tutto che era gentaglia sconsiderata che volevano perseguitare la nostra
santa chiesa, uomini di poca fede e di nessuna prudenza e donnacce
scriteriate che non sapevano stare al posto loro; ditemi voi se non ho
ragione se dico che erano persone così cieche che non avevano visto
neppure la luce che gli splendeva proprio a un palmo dal naso, poveretti,
m’hanno fatto tanta pena che mi ci commuovo ancora, lo vedete?
*
Oh, così andiamo bene, adesso ci capiamo. Visto? Lo dicevo io. Tra
persone civili, tra solerti funzionari, tra uomini di mondo, eh? E ci
mancava che per quattro sgallettate che hanno fatto la fine che si
meritavano si dovesse scomodare la legge e fare tanta cacca. E adesso che
ci siamo capiti, posso offrirvi un caffè? Un cognacchino? Che io sono sì
Sua Veneranda Santità Il Comandante In Capo Della Chiesa Dolorista ma
sono pure uno alla mano. E so essere riconoscente agli amici che se la
meritano un po’ di gratitudine, quella vera, bella frusciante.

***

27. RICCIOLI D’ORO

C’era una volta in quel paese una fanciulla dai capelli d’oro che la
chiamavano Riccioli d’oro. Era un amore.
Aveva una bella capretta a cui aveva messo nome Capretta. Sono nomi che
si danno così.
Un bel giorno Riccioli d’oro e la sua Capretta andarono nel bosco e non
tornarono più.
Sul far della sera la nonnina (Riccioli d’oro viveva con la sua nonnina,
mammina e babbino non c’erano, non chiedete a me che fine avevano
fatto, non è che posso sapere tutto di tutti) si fa sull’uscio e comincia a
chiamare: “Riccioli d’oro! Riccioli d’oro!”, ma nessuno risponde, né
Riccioli d’oro né Capretta, e neppure l’eco perché lì l’eco non c’era.
I paesani, che erano tutte brave persone o almeno così dichiaravano al
bargello, vedendo la nonnina che chiamava, si misero a chiamare anche
loro: “Riccioli d’oro! Riccioli d’oro!”, ma nessuno rispondeva, a parte i
cani che abbaiavano, ma i cani si sa come sono fatti, appena sentono un
po’ di baccano gli piace mettercisi pure loro.
Passò la notte e la nonnina restò sveglia tutta la notte ma Riccioli d’oro e
Capretta non tornavano.
A quei tempi non c’erano i telefonini. E neppure la televisione. Così la
nonnina mentre restava sveglia per passare il tempo giocava a poker con le
amiche, e vinceva sempre lei. Anni dopo si capì perché vinceva sempre lei,
ma questa è un’altra storia che semmai ve la racconto dopo.
La mattina tutta la brava gente del paese si chiedeva: “E Riccioli d’oro? E
Capretta?”. Bisognava fare qualcosa.
E la cosa che fecero fu di mandare Guglielmone a cercarla.
Guglielmone era l’uomo più forte del paese, aveva i baffi alla tartara, un
coltello che sembrava una scimitarra, la divisa da alpino che da giovane
aveva fatto la guerra, una delle tante, e conosceva il bosco come le sue
tasche. Se Guglielmone cercava qualcosa o qualcuno nel bosco, te lo
riportava di sicuro. Magari un po’ strappato.
Invece si fece sera e non tornava nemmeno Guglielmone.
La moglie di Guglielmone si fece sull’uscio e chiamava: “Guglielmone!
Guglielmone!”. La nonnina di Riccioli d’oro si fece sull’uscio e chiamava:
“Riccioli d’oro! Riccioli d’oro!”. La gente tifava e scommetteva.
Quella notte né la nonnina di Riccioli d’oro né la moglie di Guglielmone
dormirono, almeno la nonnina vinse un bel po’ di bei soldini a poker, la
moglie di Guglielmone invece lavorò a maglia tutta la notte e fece un bel
paio di calzettoni a Guglielmone che gliene aveva già fatti tipo
trecentomila paia che gli armadi di casa scoppiavano. Sapeva fare solo i
calzettoni, gli altri vestiti li compravano alla merceria di don Rodrigo.
Ecco, non ne volevo parlare, però adesso due parole su don Rodrigo
bisogna dirle. Ci aveva una brutta nomea. Dicevano che era uno che
molestava le clienti, ecco, dicevano così. Però era l’unica merceria del
paese. Era anche l’unico negozio di abbigliamento e articoli sportivi del
paese. Ed era anche l’unica bottega di generi alimentari del paese, e di
casalinghi, e di ferramenta, e di tutto il resto pure, perché in effetti era
l’unico emporio del paese, e annesso all’emporio c’era il bar che era
sempre di don Rodrigo ma al bancone ci stava suo cugino, don Giovanni,
che era anche campione di boccette e goriziana, l’unico biliardo del paese
era nella stanza di dietro del bar dove ci potevano entrare solo gli uomini
che a quei tempi c’era il comune senso del pudore c’era.
E pure di don Giovanni dicevano che molestava, che chissà quando lo
faceva visto che stava sempre o al bancone del bar o al biliardo. Però lo
dicevano, e se lo dicevano qualche cosa di vero doveva esserci.
Quando si fece mattina erano due giorni che era sparita Riccioli d’oro (e
Capretta, ma di Capretta non gliene fregava niente a nessuno, il mondo è
ingiusto, lasciatevelo dire, è veramente ingiusto). E un giorno che era
sparito pure Guglielmone. Ora di Guglielmone non si preoccupava
nessuno perché era uno che era capace di sparire pure una settimana e poi
di tornare tirandosi dietro tre orsi morti che li aveva ammazzati a cazzotti.
Ma di Riccioli d’oro invece si preoccupavano tutti. O almeno tutti quelli
che non sapevano che fine avesse fatto, e non aggiungo altro.
La nonnina pensava che se Riccioli d’oro non tornava alla fine bisognava
chiamare i gendarmi del re, ma la gente del paese non era d’accordo
perché ogni volta che venivano i gendarmi del re era una razzia di galline
che non vi dico, e quello era il meno, che i gendarmi del re non si
limitavano a fare man bassa delle galline, e a buon intenditor... Così
dissero tutti alla nonnina di aspettare a scrivere ai gendarmi del re che
magari Riccioli d’oro tornava. Ma pensavano tutti che non sarebbe tornata.
Come non era tornata Lisa dagli occhi blu, come non era tornata Penni Lei,
e Barbara Enne, e Calamita Gina. Che almeno di Calamita Gina si era
sentito dire che aveva fatto fortuna in America, ma delle altre, delle altre
nessuno aveva voglia di parlarne perché certe cose sono troppo, troppo
dolorose per continuare a parlarne. Ho detto dolorose? Volevo dire
misteriore, misteriose.

***

28. UNA QUATERNA DI STORIE IN UNA RIGA

Diceva solamente frasi sagge e solenni. Ed era di una noia letale. Si sa


come va a finire.
*
Entro' nella porta sbagliata Gilgamesh, e si trovò nella storia di Beowulf.
*
Chiamarsi Agilulfo. E non poterci fare niente.
*
In una sala d’attesa una sola persona senza telefonino. Cosa aspetta a
estrarre l’arma e fare fuoco?
***

29. VAMOS A LA VIGNA

E che si credeva il sor padrone, che stavamo qui a cambiare aria?


Così quando ci mandò il leccapiedi numero uno si prese il lisciabusso e lo
rimandammo a casa sua.
Però poi mandò il reggicoda numero due e a questo gli tagliammo i
cosiddetti e siccome continuava a strillare allora gli facemmo pure il
servizietto al naso e alle orecchie, e volevamo farglielo pure alla
linguaccia, ma morì prima perché s’era dissanguato da in mezzo alle
coscine di pollo.
Ma il sor padrone intignava e ci mandò la squadretta degli infami, come se
non ce l’aspettassimo. E siccome noi eravamo di più, quelli di loro che non
finirono in concime batterono in ritirata come i pifferi di montagna.
E allora che ti fa quel vecchio babbeo? Ti manda il figlio. Che ce lo siamo
cotto a porchetta.
Venisse lui personalmente, adesso.

***

30. ABRACADABRA

- E’ facile, basta che dici abracadabra.


- Sì, come no.
- Certo, bisogna crederci, se uno non ci crede non succede niente.
- Io dico che non succede niente neppure se uno ci crede.
- E’ quello che si crede chi non ci crede, invece se uno ci crede succede.
- Vabbe’, lasciamo perdere.
- E no che non lasciamo perdere, io ti voglio convincere.
- Ma tanto non ci credo lo stesso.
- Neanche se te lo dimostro?
- Ma tu con le chiacchiere ci mandi avanti i treni, a dare retta a te oggi in
Italia ci doveva essere il comunismo, invece non c’è più neppure in Russia.
- Ma quello non era il comunismo, era il fascismo travestito.
- Ogni cosa che non ti sta bene per te è il fascismo travestito. Tutto quello
che c’è è il fascismo travestito.
- No, non tutto quello che c’è, c’è pure il fascismo non travestito.
- Bisogna ridere?
- Bisogna piangere.
- Comunque io non ci credo a ’sta storia dell’abracadabra.
- E fai male, perché visto come campi a te una bella magia ti servirebbe
proprio.
- A me mi servirebbe una montagna di soldi, quello sì che mi servirebbe.
- E la magia che altro è? Avvera i desideri, e se tu desideri i soldi, ti porta i
soldi.
- Come no.
- Vuoi che te lo dimostro? Non dico logicamente che tanto alla logica tu
sei impermeabile, ma sperimentalmente, qui, su due piedi.
- Mi dimostri che?
- Che basta dire abracadabra.
- Che basta dire abracadabra e?
- E succede quello che vuoi che succeda.
- Qualunque cosa?
- Qualunque cosa, certo, se no che magia sarebbe?
- Cioè che tu desideri una cosa, dici abracadabra e quella succede.
- Esattamente.
- Tu sei fuori di testa.
- Lo facciamo ’st’esperimento o no?
- Ma tu hai perso la brocca.
- E non essere fifone. Sì o no?
- E se dico di sì?
- Se dici di sì lo facciamo.
- E allora facciamolo.
- Allora devi solo dire quello che desideri e poi dire abracadabra, basta che
quando lo dici ci credi.
- Desidero che tutto questo schifo di mondo finisca per sempre. Amen.
- Devi dire pure abracadabra, altrimenti non funziona.
- Ah sì, abracadabr

***

31. E’ TUTTA UNA FINTA


Ma quale virus, ma quale pandemia, ma quali mascherine, e che è
carnevale?
Tutte panzane. La gente è morta sempre. Di fame, di pezzi di ferro piantati
nella ciccia, di robaccia che ci dovevano pensare prima di mandarla giù.
A casa mia, per esempio. Lo zio Augustone è morto che era troppo gonfio
di vino. Glielo dicevano tutti che era troppo gonfio di vino ma lui diceva
sempre che allora la botte era più gonfia di lui e che se ci aveva sempre
sete mica era colpa sua. Alla fine non ce la faceva più neppure a muoversi
da quanto era diventato grosso che ci toccò portarlo con una specie di
carriolone che avevamo fatto apposta fino in fondo all’oliveto dove c’è
uno strapiombo e lo abbiamo dovuto buttare giù e lasciare lì che ancora
strillava e piagneva che a me m’è proprio dispiaciuto che io allo zio
Augustone gli volevo proprio bene, gli volevamo bene tutti, ma come si
faceva, eh? Poi ci devono avere pensato i cani.
Oppure la nonna Nietta, che il nonno Linetto le sfondò la testa col
mattarello che una volta la nonna Nietta aveva osato dirgli che se lui la
menava un’altra volta lei glielo spaccava sulla testa mentre dormiva e
allora lui subito subito, senza neppure aspettare l’ora di andare a dormire,
glielo aveva strappato di mano e gli ci aveva rotto la testa che con gli
schizzi di sangue e i pezzetti di osso finiti sulla spianatoia il babbo
raccontava sempre che avevano dovuto buttare l’impasto e per due giorni
niente fettuccine, che poi dispiaceva a tutti che le fettuccine come le
faceva la nonna Nietta erano l’ottava meraviglia del mondo.
Oppure mio fratello Santino, che un giorno smise di lavorare prima e
venne a casa che sarà stato sì e no mezzo pomeriggio e aveva detto “mo’
me metto a letto e moro” e l’aveva fatto, che era fatto così Santino, quello
che diceva faceva.
L’epidemia, il contaccio, le mascherette, ma che stiamo al circo?

***

32. FERNETTO E INFERNETTO

C’era sempre chi li confondeva, Fernetto e Infernetto. Era che stavano


sempre insieme e siccome lavoravano nella stessa officina ci avevano
sempre tutti e due la tuta ed erano sempre sporchi di grasso e così
sembravano uguali.
Loro ci si divertivano, e qualche volta ci marciavano pure. Se uno
protestava con uno di loro per un lavoro fatto male, o in ritardo, quello
diceva che lo confondeva con quell’altro. Pure quando facevano gli scherzi
brutti era sempre stato quell’altro, pure se invece li avevano fatti insieme.
A nessuno gli va di ammettere gli scherzi brutti anche se sono i soli che
quando li fai ti ci diverti veramente. Perché il divertimento vero c’è solo
quando qualcuno si fa male, si fa male tanto.
Erano amici? Sì che erano amici.
Il problema fu quando s’innamorarono tutti e due di Patrizietta la
cavallona.
*
Patrizietta la cavallona erano due sorelle gemelle che per distinguerle a
una il padre gli aveva fatto una cicatrice dietro un orecchio che non si
notava ma se le tiravi su i capelli la vedevi così la riconoscevi e sapevi che
era Patrizietta seconda, mentre Patrizietta prima la cicatrice non
gliel’aveva fatta. Però Patrizietta prima era gelosa che la sorella ci aveva la
cicatrice e lei no, così se l’era fatta da sola.
Allora al padre gli toccò lavorare di coltello un’altra volta e a Patrizietta
seconda le fece una cicatrice anche dietro l’altro orecchio, così si
riconosceva di nuovo. Ma Patrizietta prima, figurarsi, pure lei. Così il
padre si decise ad ammazzarne una così non ci si poteva confondere più.
Neppure lui lo sapeva se aveva ammazzato Patrizietta prima o Patrizietta
seconda, ma tanto ormai di Patrizietta ce n’era una sola.
E adesso bisogna dirlo: fu una vera sfortuna. Perché se di Patriziette la
cavallona ce n’erano due Fernetto si metteva con una, Infernetto con l’altra
e tutti vivevano felici e contenti. Come nelle favole. E invece di Patrizietta
la cavallona ce n’era una sola, come la mamma.
*
C’era la festa del paese, col mercato, l’albero della cuccagna,
l’innalzamento del globo aerostatico e tutto. E la sera si ballava in piazza
con l’orchestrina con la fisarmonica e la cantante in minigonna sul palco.
La gente era già ubriaca di prima mattina che il prete aveva dovuto tirare
giù quattro bestemmioni per riuscire a finire la predica, e minacciare che
se la gente non la piantava di fare i buffoni nella casa del Signore si saltava
la processione col santo patrono.
Neppure si andava a cena a casa, si faceva una tavolata lungo la via del
paese e tutto il paese era lì che si portavano da casa le sedie e le forchette.
Dopo cena si ballava in piazza fino a tardi, poi c’erano i fuochi d’artificio
e le persone grandi tornavano a casa, quelle giovani s’infrattavano a
fornicare che dopo nove mesi si vedevano i risultati. Era così la festa del
santo patrono.
Fernetto e Infernetto non è che sapessero ballare, quasi nessuno dei maschi
del paese sapeva ballare, però in piazza c’erano tutti e zompavano come
orsi per far ridere le ragazze per poterci parlare, farle ridere di più e mentre
ridevano farle bere e bere e bere e dopo portarle dove si poteva fornicare in
pace.
Di solito i maschi del paese sono timidi con le ragazze, per questo per la
festa del santo patrono si ubriacavano tutti fino dalla mattina, per smettere
di essere timidi. E così avevano fatto pure Fernetto e Infernetto.
*
Col ballo di solito funziona così: che uno punta una e gli altri prima ci
provano pure loro poi vedono che quella è presa e invece di dover fare a
coltellate gliela lasciano. Si fa così pure quando si va a caccia, perché se
non si fa così finisce sempre a schioppettate, non al cinghiale, tra le
persone.
Allora c’era ’sta Patrizietta la cavallona e Fernetto riesce a farla ridere e si
ballano una canzone. Però la canzone dopo Patrizietta la cavallona la vuole
ballare con un altro, però gli altri si tiravano indietro perché non ci
avevano voglia di finire a coltellate con Fernetto. Si tirano indietro tutti
tranne che Infernetto. E così si ballano una canzone pure loro, Patrizietta la
cavallona e Infernetto. Però Fernetto non ci stava a rosicare e basta, così
alla canzone dopo si fa avanti, con uno strattone si piglia Patrizietta la
cavallona e si balla tutta la canzone e quella dopo. Adesso Infernetto
avrebbe dovuto lasciar perdere, invece quando la seconda canzone finisce
dà uno schiaffo a Patrizietta così forte che si sono girati tutti, la strappa
dalle mani di Fernetto e se la piglia per ballare la canzone che comincia.
Continuò così per una mezz’ora, che Patrizietta già sanguinava per gli
schiaffi sulla bocca e sul naso e gli sgraffi sulle braccia e le spalle.
Nessuno si voleva intromettere, anche se non era bello da vedere. Finché
Ciampicone, che lo sa come vanno a finire certe cose, chiamò Fernetto e
Infernetto, e quando ti chiama Ciampicone non è che puoi far finta di
niente, e gli disse di piantarla che erano ridicoli e che davano fastidio a
tutti, e che dovevano andare al vicoletto del lupo mannaro, e risolvere la
questione da uomini. E così fecero.
Il vicoletto del lupo mannaro si chiamava così perché ci abitava uno che
dicevano che era un lupo mannaro e s’era fatto trent’anni per aver
ammazzato la moglie e la figlia che ci avrà avuto tre anni a dir tanto; era
un vicoletto tutto in discesa e in fondo c’era uno spiazzo sterrato, poi c’era
uno strapiombo e sotto un parcheggio, e siccome il parcheggio era
illuminato dai pali della luce, se uno andava nello spiazzo in fondo al
vicoletto ci si vedeva abbastanza per fare a coltellate come cristo comanda
pure se era una notte senza luna. Quando serviva, si andava lì, così non si
dava fastidio a nessuno.
Dal vicoletto poi tornò solo Fernetto, che era bianco come la cera, e pareva
che la sbornia gli era passata. Pure l’orchestra smise di suonare. Non disse
una parola, fece segno di sì con la testa a Ciampicone, che fece di sì con la
testa pure lui. Poi s’avvicinò a Patrizietta la cavallona e il coltello che era
ancora sporco del sangue d’Infernetto glielo piantò nell’ombelico, e poi
tirò su come se volesse aprirla tutta.
Ciampicone fece segno a due di portarli via e la festa continuò.
Fu una bella festa, alla fine ci furono pure i fuochi d’artificio.

***

33. IL NERD

La stanza del nerd: in otto metri quadri un compendio del caos dopo la
confusione delle lingue della torre di Babele.
Il nerd davanti al computer: “C’è tutto nel web, mi ci trasferisco anch’io”.
Più tardi bussa la mamma che è pronta la cena, nessuno risponde. La
mamma apre la porta, non c’è nessuno. Il computer è sempre acceso,
invitante.

***

34. L’ARTE DI RESTARE FERMI

Dice: e che arte è? Sono buoni tutti.


Sono buoni tutti? Provateci, dico io, provateci cinque minuti.
Visto?
Pare facile e invece non è facile per niente.
Perché succede? Intanto per via della rotazione terreste. La Terra si muove
e noi che stiamo sulla terra come si fa a restare fermi?
Dice: e allora è impossibile, non ce la può fare nessuno.
Piano, dico io. Ragioniamo. Perché uno non riesce mai a starsene fermo?
Perché lo spingono gli impulsi delle passioni, no? Ma se uno estinguesse le
passioni?
Dice: è impossibile.
Non è vero che è impossibile. per esempio se uno muore, ogni passione è
spenta, come dice il poeta, no?
Dice: ma questa mica è arte, questo è morire e basta.
E perché, non l’avete mai sentita dire l’arte di morire? Pure morire è
un’arte. Non sempre, è ovvio, ma qualche volta sì. E ci avete mai pensato?
Uno può apprendere l’arte di morire anche se non è mai morto prima; anzi,
dico di più: può apprendere l’arte di morire solo perché ancora non è
morto, che se era morto non poteva apprendere più niente.
Dice: e allora?
E allora, dico io, intanto abbiamo dimostrato che un’arte si può imparare;
come dice il proverbio? Impara l’arte e mettila da parte.
E adesso veniamo all’arte di restare fermi. Anzi, no, prima vi voglio dire
pure dell’arte di non respirare. L’avete mai sentita dire?
Lo so già quello che pensate: ma quale arte di non respirare, se uno non
respira muore. Bravi, ma solo perché non respira per un lasso di tempo
prolungato, ma per un lasso di tempo commisurato alle esigenze
fisiologiche chiunque può imparare l’arte di non respirare. Ci siete mai
stati al mare? E quando siete sott’acqua non state senza respirare? E io che
dicevo?
Allora, adesso che vi ho dimostrato l’arte di morire, l’arte di non respirare
senza neppure morire, torniamo all’arte di restare fermi.
Lo sapete quale è l’unica difficoltà, la vera difficoltà dell’arte di restare
fermi? Se lo volete sapere io ve la dico.
Allora ve la dico: è che dopo che l’hai imparata non ci hai più nessuna
voglia di tornare a muoverti. Per questo l’hanno proibita. Io però la
insegno lo stesso se c’è qualcuno che gli va di impararla. Pagamento
anticipato, eh, lo capite pure voi perché.

***

35. STORIA DI FANTASMI SENZA FANTASMI

- Disturbo?
- No, è libero.
- Grazie.
- Prego.
- Dite un po’, ci avete presente L’uomo che fu giovedì?
- Veramente no.
- Dico il romanzo di Chesterton.
- Di che?
- Niente, niente. Era per introdurre il discorso.
- Che discorso?
- Quello che sto per fare.
- Ah.
- Eh.
- E allora?
- Allora ecco.
*
Quando il nonno morì mi arrivò un telegramma dal paese. Diceva che il
nonno era passato a miglior vita e che io ero l’unico erede. Ci credo: tutto
il resto della famiglia era finito come era finito. E non ho mai capito come
aveva fatto il nonno a restare tanto a lungo in questa valle di lacrime.
Comunque preparai la valigia e partii. Una giornata e mezza sui treni, tre
cambi e un sonno che non vi dico. Poi dalla stazione al paese c’erano altri
tre chilometri a piedi. Col vento e la polvere. E la valigia. Comunque.
Il paese sarebbero una piazza, la strada principale e le case intorno. Dietro
le case gli orti, dietro gli orti i campi, dietro i campi la macchia, dietro la
macchia fine.
Sulla piazza c’è la fontana del paese, la chiesa del paese e tre bar. Io
venivo dalla stazione e mi fermai al primo, che era quello del Brigantino,
che era il figlio del Brigantone, che ai suoi tempi ne aveva fatte di cotte e
di crude, e col bottino aveva aperto il bar al figlio perché avesse una vita
più comoda della sua, che la vita dei briganti non era come nei romanzi
francesi dell’Ottocento.
L’insegna era nuova, e diceva “New York bar”. Così quando entrai chiesi
se era il bar del Brigantino, e il barista mi rispose che il Brigantino era
morto e adesso c’era una nuova gestione. “Ah”, dissi io. “Eh”, disse lui. Ci
avete fatto caso quante volte basterebbe dire ah ed eh e si potrebbero
risparmiare un sacco di chiacchiere? Io ci ho fatto caso.
“Mica che mi saprebbe dire dov’è che abita Filisteo Buscaglioni?”. Era
quello che mi aveva mandato il telegramma. “In galera”. “Come, in
galera?”. “In galera, è in galera”. “E da quando?”. “Da ieri”. “Da ieri?”.
“Da ieri”. “E perché?”. “Perché ha ammazzato il sor Benedetto il sordo”.
Che era il nonno. “Ah”, dissi io. “Eh”, disse il barista.
Uscii dal bar e mi sedetti sulla panchina vicino alla fontana. E mo’? Forse
era meglio che andavo al Comune. Ma il Comune stava in un paese vicino
e c’erano altri quattro o cinque chilometri da fare, col vento e la polvere e
la valigia. Così decisi che era più facile andare dal prete, visto che la
chiesa era lì vicino.
La chiesa era chiusa, ma dietro c’era una porta che dava sulla sacrestia,
solo che era chiusa pure quella. Allora fermai uno e gli chiesi se mi sapeva
dire dove potevo trovare il prete. Ma il prete non abitava lì, abitava in
quell’altro paese dove c’era pure il Comune. E allora tanto valeva che
andavo al Comune.
Però prima di rimettermi a scarpinare mi venne un’idea: se c’era stato un
omicidio se ne dovevano essere occupati i carabinieri, e la caserma dei
carabinieri era dall’altro lato della piazza. Ora, a me la gente in divisa non
è che mi stia particolarmente simpatica, come non mi è particolarmente
simpatica neppure la gente che si mette la tonaca, anzi, a dirsela tutta non
mi è simpatica la gente, tutta la gente. Col lavoro che faccio è naturale che
uno diventa un po’ misantropo. Però di farmi altri quattro o cinque
chilometri proprio no. E allora.
*
- E allora?
- E allora che?
- Il seguito.
- Non c’è un seguito.
- Ci deve essere un seguito, lei è andato dai carabinieri, no?
- Io? Manco per idea.
- Come no? Lo stava raccontando.
- Appunto, era un racconto.
- Adesso mi sta prendendo in giro, eh?
- No, era un racconto che mi avevano raccontato.
- E il seguito?
- Non c’è un seguito, perché a quel punto suonò la sveglia.
- Allora era un sogno.
- Un sogno, sì, ma il sogno di un altro.
- Come il sogno di un altro?
- Se ci avete pazienza ve lo spiego.
- E io la pazienza ce l’ho, è gratis la pazienza, come la fame.
*
Era venuto al bar quel tizio strano che dicevano che era restato lì buono
buono e zitto zitto ad aspettarmi fino dalla mattina, e ogni tanto prendeva
un caffè perché se stai seduto in un bar qualche consumazione la devi fare,
chi ci ha un bar mica lavora a gratis.
Io ci feci un salto dopo pranzo per sentire le novità, e il sor Otello mi disse
che c’era quel forestiero che mi aspettava lì dalla mattina. E chi è, dico io.
E che ne so, dice il sor Otello. Uno sbirro non pare, dico io. Non si può
mai sapere, dice il sor Otello. Non si può mai sapere no, dico io. Sarà qui
per farti la pelle, dice il sor Otello. E perché, dico io. E che ne so, ce lo
dovresti sapere tu, dice il sor Otello. Adesso in mente non mi viene niente,
dico io. E allora che fai, ci parli o sparisci, dice il sor Otello. Ci parlo, ci
parlo, mica che la gente deve pensare che Ciampicone scappa.
- Buonasera.
- Buonasera a lei.
- Ho detto buonasera perché è passato mezzogiorno, e dopo mezzogiorno
si dice buonasera, per educazione.
- Sì, lo so, ho apprezzato.
- Dicono che mi cercava.
- Ah, è lei ***?
- Per servirla.
- E’ da stamattina che l’aspetto.
- Me l’hanno detto.
- Vorrei fare due parole con lei.
- Eccomi.
- E non ci sarebbe un posto un po’ più riservato?
- Più riservato del bar del sor Otello?
- Magari sì.
- Magari no.
- E’ che sarebbe una cosa riservata.
- E qui nessuno sente niente che non deve sentire.
- Lei deve avere molta fiducia nella natura umana.
- Io? No, no. E’ che ci hanno paura. Di me, ci hanno paura. E allora non
sentono.
- E se la paura finisse?
- Non finisce mai.
*
- Però, scusi, come si fa a dirlo?
- A dirlo che?
- Che la paura non finisce mai.
- E che c’entra?
- Come che c’entra, lei ha detto che la paura non finisce mai.
- No, non l’ho detto io, l’ha detto Ciampicotto, io ve lo raccontavo e basta.
- Ma questo Ciampicotto chi sarebbe?
- Ciampicotto sarei io, è uno pseudonimo.
- Quindi è lei.
- E allora?
- Come allora? Allora l’ha detto lei.
- E allora?
- Allora adesso dovrebbe spiegare perché dice che la paura non finisce
mai.
- Chi lo dovrebbe spiegare?
- Lei, cioè tu, se posso proporre di passare al tu invece di continuare a
darci del lei o del voi, che sono formule di cortesia che meritano tutto il
rispetto che però rendono il discorso più confuso.
- Per me va benissimo darci del tu.
- E allora diamoci del tu, no?
- E diamoci del tu.
- Adesso però me lo spieghi che vuol dire che la paura non finisce mai.
- Io non devo spiegare niente, ti sto solo raccontando una storia.
- Però se uno dice una cosa deve saperlo quello che dice.
- E chi lo dice?
- Quello che lo dice.
- No, non ci siamo capiti, dicevo chi lo dice che se uno dice una cosa deve
sapere quel che dice.
- Cioè?
- Cioè che?
- Con te non si può proprio ragionare, è meglio che continui a raccontare.
- E’ meglio sì, che non mi piace per niente di essere interrotto mentre
parlo.
*
Allora c’era ’sta regazzetta che mezzo paese se la voleva portare a letto e
quell’altro mezzo le voleva cavare gli occhi.
Si chiamava Viola, che magari neppure c’è una santa che si chiama Viola e
così magari neppure faceva la festa dell’onomastico. Secondo me un padre
e una madre ci dovrebbero pensare prima di mettere certi nomi ai figli
quando sono piccoli che non possono difendersi. Il nome uno se lo
dovrebbe mettere da solo quando ci ha venti, trent’anni, che allora ci ha la
conoscenza del mondo sufficiente.
’Sta Viola la gente la chiamava pure Viola del pensiero perché stavano
sempre tutti a pensare a lei, con le intenzioni che ho detto prima. E’ che al
paese di femmine giovani e - se posso permettermi - avvenenti ce ne sono
poche perché scappano tutte in città o spariscono. Quelle che spariscono
poi ogni tanto qualcuna se ne ritrova sotto qualche palata di stabbio o di
terriccio. Ma pure quelle che vanno in città non è che facciano una vita
migliore. La vita è la stessa dappertutto, solo che quelle che scappano
ancora non ce lo sanno.
*
- Scusa, eh?
- Mo’ che c’è?
- E’ che hai cominciato un’altra storia, hai perso il filo.
- E tu che ne sai?
- Come che ne so?
- Che non è la stessa storia.
- Eh, si capisce. Adesso racconti di questa Viola che prima non c’era, e
quelli di prima qui non ci sono.
- E tu che ne sai?
- Come che ne so?
- Eh, che ne sai?
- So che sono due storie diverse, anzi tre storie diverse se ci contiamo pure
quella che raccontavi al principio.
- E che ne sai che non sono tutte e tre la stessa storia?
- Non è possibile.
- E perché non sarebbe possibile?
- Perché la prima intanto era un sogno.
- E no. Non era un sogno.
- Come non era un sogno? Me l’hai detto tu.
- Ho detto che era il sogno di un altro, io ti ho raccontato una cosa vera.
- E che cambia se era il sogno tuo o di un altro.
- Cambia tutto, se ci pensi bene.
- Comunque non ci aveva nessun nesso con la seconda storia.
- E chi lo dice.
- Io.
- Perché non capisci neppure quanto sei lungo. Quel sogno me l’ha
raccontato quello che m’aspettava al bar.
- E perché te l’avrebbe raccontato?
- Per via della storia di Viola, no?
- Ah.
- Eh, adesso lo vedi?
- Lo vedo che?
- Che non ci hai capito un colpo. Lo hai mai letto il dottor Freud?
- L’ho sentito dire, ma letto non l’ho letto mai, a me piacciono i gialli e la
fantascienza.
- Pure a me piacciono i gialli e la fantascienza, però uno dovrebbe leggere
pure qualche altra cosa, no?
- Magari sì, ad averci il tempo.
- Ma il tempo si trova, no?
- Vabbe’, continua a raccontare.
- Se la smetti di interrompere continuo sì.
*
Quando sparì Viola la gente se ne accorse subito, le tenevano sempre tutti
gli occhi addosso. E tutti si chiedevano chi era stato. E più di tutti se lo
chiedeva Robespierro.
Che adesso di sicuro tu me lo chiedi chi è Robespierro, eh?
E’ il nome che gli ho dato io a quello che m’era venuto a cercare al bar del
sor Otello, che non è il nome vero. Neppure quello di Viola è il nome vero.
E Robespierro mi dice che lui ci ha un sospetto che gli è venuto quando ha
fatto un sogno, e che ci ha pure da parte qualche soldarello, e che vorrebbe
spendere quei soldarelli e che vorrebbe ottenere giustizia. Per questo mi è
venuto a cercare, e si era portato dietro i soldarelli.
Io gli ho fatto pure a lui un discorsetto, come lo faccio a tutti prima di
accettare un incarico, così come prima di portarlo a termine del resto, che
mi piacciono le cose chiare; e alla fine gli ho chiesto se era proprio sicuro,
e lui ha detto di sì. Ha lasciato quello che doveva lasciare ed è uscito dal
bar che era più leggero. Poi lemme lemme se ne è andato alla stazione ad
aspettare il primo treno che passava.
Così eccomi qui.
Adesso, adesso dovresti dire qualche cosa.

***
36. A CENA DAL DOTTORE

Io neppure lo so perché ci vado. Che tutte le volte mi dico che è l’ultima


perché non li sopporto, nessuno li sopporto. Preferirei cenare insieme a un
coccodrillo.
Però come si fa? Quando sei un dipendente e un soprastante ti invita non è
che puoi mandarlo a quel paese come sarebbe giusto, no, devi fare buon
viso a cattivo gioco, e dire di sì.
Che io proprio non ne posso più di dire sempre di sì, però come si fa?
Bisogna pur campare, no?
*
Per esempio ieri in ufficio. Io avevo fatto il lavoro mio, e lo avevo fatto
bene. Quando il capufficio mi chiama e mi dice che c’è da rifare il lavoro
del geometra Mancollo che non ne azzecca una neanche per sbaglio; io gli
dico che lo dovrebbe rifare il geometra Mancollo il lavoraccio suo che io
ci ho già da fare il lavoraccio mio; allora quello che siccome è il capufficio
gli pare di essere il re delle due Sicilie e delle due Sardegne messe insieme
comincia a strillare che lo decide lui chi fa questo e chi fa quello e che se
non la pianto di fare il piantagrane e il sindacalista dei suoi stivali lui mi
caccia con un calcio, e aggiunge un’espressione irriferibile, irriferibile.
Insomma, io ci ho la mia dignità, e sentirmi dire che mi si prende a calci
nel didietro è una cosa che un uomo che ci ha una sua dignità non la può
mandare giù. Io non è che sono comunista, eh, ho sempre votato per lo
scudocrociato, ma certe volte, certe volte mi viene da pensare che i
comunisti ci hanno proprio ragione a dare fuoco al Louvre, porca paletta. E
mi immagino di farne certe, ma certe, che è meglio che non vi dico.
Ma il lavoro è il lavoro, prima quando ero disoccupato ho fatto la fame
vera, e poi è successo pure quel fattaccio che io non c’entravo niente che
neanche c’ero e però m’arrestarono lo stesso perché dicevano che ci avevo
la fragranza, e insomma devo restare calmo e buono e zitto e abbozzare
perché gli sbirri già mi stanno col fiato sul collo e allora bisogna che faccio
il sottomarino come dice lo zio Nino, il sottomarino che sarebbe che tengo
la bocca chiusa sennò si riempie di acqua perché il sottomarino sta sempre
zitto zitto sott’acqua e quando meno te l’aspetti colpisce, come lo squalo e
il mostro di Loch Ness. E allora sto zitto che ce lo so che gli sbirri mi
tengono d’occhio. E mi tiene d’occhio pure lo zio Nino che mi ha detto
che la devo fare finita di fare le stupidate che se la faccio finita e mi
dimostro affidabile quando gli pare che sia il momento giusto ci pensa lui
a darmi la spintarella che ci serve e allora mi sistemo e smetto di lavorare e
di dire signorsì, cioè lo dico solo allo zio Nino, che poi manco te lo chiede
di dire signorsì, ti chiede solo di fare quello che ti dice di fare, che poi
manco te lo dice lui, te lo fa dire da uno che neppure te lo dice che l’ha
detto lo zio Nino che la prudenza non è mai troppa e un uomo che è un
uomo ce lo sa che non si deve mai dire niente, per questo ci abbiamo le
braccia con attaccate le mani, perché fare è meglio che dire.
Se non c’era lo zio Nino io ancora stavo dove stavo che come minimo mi
davano vent’anni invece lui mi mise l’avvocato buono e l’avvocato buono
la prima cosa che mi disse fu che io dovevo stare zitto che doveva parlare
solo lui che ce lo sapeva lui quello che doveva dire e dopo tre anni ero
fuori. L’avvocato è un bel mestiere. Tutto sta a saperle sparare grosse
senza che ti viene da ridere.
Però ha detto lo zio Nino che devo aspettare che me lo dice lui quando mi
passa di grado e per adesso devo stare qui all’ufficio tecnico del Comune a
disposizione a mettere a posto le carte come dice lui.
Così abbozzo, però rosico. Ci avrò diritto di rosicare visto che abbozzo,
no?
*
Pure a casa: io cerco di starci poco a casa con tutto che al bar m’annoio,
ma a casa mi scoccio di più che ci stanno mia madre e mia moglie che già
una non la sopporterebbe neppure un santo, figurarsi tutte e due insieme.
Non faccio in tempo a mettere piede dentro casa che una dice che c’è da
cambiare la lampadina, quell’altra dice che è arrivata la bolletta, e la prima
ricomincia che Giggetto le ha fregato i soldi dal borsellino per comprarcisi
la droga che Giggetto ci ha sette anni e semmai ci si sarà comprato le
caramelle, e la seconda continua che Nuccia bisogna comprarle le scarpe
nuove che i figli crescono, e insomma non si stanno zitte un minuto che
uno non fa in tempo a entrare a casa sua che è sempre ’sto pinghete e
ponghete, e basta, no? Poi dice che uno mena la moglie, e ci credo, mica
posso menare mia madre, no? E quattro sventole mi tocca darle pure a
Nuccia che ci ha dodici anni e già si trucca come una di quelle, e pure a
Giggetto perché sennò ci resta male. Poi ci credo che uno passa le giornate
al bar. A casa è un inferno, con tutto che dovrebbe essere il tuo regno dove
sei signore e padrone come un pascià. Per fortuna che c’è la televisione
che fanno le partite.
*
Poi arriva la campagna elettorale, che a me m’hanno proprio stufato tutte
’st’elezioni, non era meglio la dittatura? Lo dice sempre lo zio Nino che è
tutta una perdita di tempo, e però bisogna perdercelo ’sto tempo. E allora i
santini, le telefonate (che io le fo dall’ufficio, che magari il telefono di
casa me lo controllano quei puzzoni degli sbirri che non ci hanno rispetto
della privacy), il giro a attacchinare i manifesti e menare i comunisti, le
cene da organizzare, e tutti quei progetti e quelle concessioni che qui
all’ufficio tecnico sotto elezioni si lavora per tre, per trenta, per trecento. A
me le elezioni non mi piacciono per niente, che tanto a che servono? Non
cambia mai niente, l’umanità siamo fatti così, dovremmo riconoscerlo ed
accettarci per quello che siamo, no? Invece no, tutte ’ste chiacchiere di
migliorare il mondo che se veramente ma dico veramente volessimo
migliorare il mondo dovremmo fare una cosa sola che sarebbe di togliergli
il disturbo al mondo, tutta la razza umana dico.
E invece ogni giorno che passa l’appestiamo di più. Ingordi, ingordi e
ladri. E zozzoni. Io non ci ho paura di dire la verità, quando ci vuole ci
vuole.
*
E come se non bastassero tutte ’ste torture pure questa mi tocca: che ogni
tanto il dottore c’invita a cena. Che a me i dottori mi fanno schifo. Ma che
mestiere è? Gli piace vedere la gente ignuda e mettergli le mani addosso,
che se fossero belle figliuole lo capirei che gli va di vederle ignude e
toccarla qui e lì e su e giù, ma a loro gli piace di vedere ignude le persone
malate, e che schifo.
Però il dottore c’invita a cena che io mi chiedevo che gli diceva la
capoccia a invitarci a cena pure a noi che poi l’ho capito che è perché
pensa che poi magari ci metto una buona parola con lo zio Nino, che è
l’unico motivo per cui la gente m’ossequia che si credono che lo zio Nino
darebbe retta a uno come me solo perché sono il nipote, che invece lo zio
Nino non darebbe retta neppure all’arcangelo Gabriele se gli si presentasse
davanti con tutte le ali. Allo zio Nino gli piace di comandare e basta. Che
lo sapete come si dice, no? Che comandare è meglio di quell’altra cosa lì
che è la meglio del meglio del mondo; a parte comandare, si sa.
Io me ne fregherei pure di andarci a cena dal dottore, che però mia moglie
mi dice che sei matto, brutto cafone? Ci si deve andare, ci si deve andare,
che se non ci andiamo allora lo dico allo zio Nino. E allora ci dobbiamo
andare. Magari ci ha pure ragione mia moglie. Che dice che il dottore
bisogna tenerlo buono perché intanto è il medico condotto e se ti serve una
medicina o una visita da chi vai? Devi per forza andare da lui, e allora se
lo offendi poi si vendica che si sa come sono fatti i dottori, ne ammazzano
più loro che le guerre mondiali. E poi è pure il sindaco, che ce l’ha messo
lo zio Nino; e quindi davanti allo zio Nino si mette sull’attenti, ma con
tutti gli altri gli pare di essere il duce. E siccome io lavoro all’ufficio
tecnico del Comune sarebbe come se fosse il capoccia mio, che io i
capoccia non li sopporto.
Però che devo fare? Non è che posso fare dispiacere allo zio Nino che
magari quella matta di mia moglie se non vado a cena dal dottore quando
c’invita è capace di dirglielo e allora quando mi promuove lo zio Nino?
L’anno del cucco mi promuove, per la festa di San Giammai mi promuove.
Allore abbozzo un’altra volta, che ce lo so che mi fa male al fegato però
abbozzo. Però a dire di sì oggi e a dire di sì domani prima o poi uno
scoppia, che mica siamo macchine di ferro, siamo esseri umani che ci
abbiamo il nostro orgoglio e i nostri sentimenti, no?
E io di andare a cena dal dottore, con tutto che sarà sì e no due volte
all’anno, mi ero stufato, e allora ho detto e mo’ basta. L’ho detto nel
pensiero: e mo’ basta. L’ho detto solo nel pensiero perché non si deve dire
mai niente.
Non ci avevo niente di personale contro il dottore, e non dico neppure che
si mangiava male a casa sua. M’ero stufato e basta.
*
Per questo, solo per questo, ho portato quella torta che ci avevo messo il
veleno per i topi.

***

37. INVECE. UN COMPENDIO IN DUE RIGHE A EDIFICAZIONE


DELLA NEGLETTA UMANITÀ (ISTRUTTIVO E RITWITTABILE)

Invece di fare la fame mi parve più logico rubare.


Invece di ammazzarmi decisi che era meglio ammazzare qualcun altro.
Qualcuno potrebbe darmi torto?

***

38. LA VERITÀ
Per come la vedo io, diciamocelo, la verità è sempre stata un bel po’
sopravvalutata, proprio un bel po’. E dico poco.
Non dico che non abbia la sua utilità, lo sappiamo tutti che ce l’ha, e chi
glielo nega? Se per esempio chiedo a uno per strada che ora è, insomma,
spero che mi dica se non l’ora precisa, almeno una sufficiente
approssimazione, diciamo con un margine di cinque minuti, no? Altrimenti
perdo il treno di sicuro. Lo stesso se chiedo a uno dove sta una certa strada
o una certa piazza, che come faccio a saperlo io che non sono del posto
dove sta via Mazzini che è dove ci ha lo studio l’avvocato che bisogna
proprio che lo vedo di corsa che domani mi processano per quella
stupidaggine, che magari via Mazzini è proprio dietro l’angolo, no? Ma io
come fo a saperlo se non lo chiedo a qualcuno?
Solo per dire che pure la verità ci ha i suoi meriti, che a me mi piace
riconoscere le cose come sono, quello che è giusto è giusto e non ci piove.
Che magari piove a catinelle, però su quello che è giusto non ci piove lo
stesso. E’ un modo di dire. Che poi oltretutto mica è vero, perché piove
pure sul giusto e sull’ingiusto. Pure piove a catinelle è un modo di dire.
Uno quando parla come niente rischia di confondersi perché se ne dicono
tante che se ti metti a pensarci ti fuma la zucca, che è un modo di dire pure
queste, anzi: doppio, per via del fumo e della zucca. Ma del fumo m’ha
detto l’avvocato che è meglio che non ne parlo, e la zucca sarebbe un
modo per dire la testa, no?
Però poi ci sono tutte quelle volte che la verità è meglio lasciarla perdere,
no?
Per esempio: quando ti chiamano sul banco dei testimoni tu che vorresti
dire, che mi hai visto? Lo so che mi hai visto, c’ero, t’ho pure salutato
dopo. Ma tu devi dire che non mi hai visto, è chiaro? E perché devi dire
che non mi hai visto? Perché la verità certe volte fa male: per esempio fa
male a te, e pure alla moglie tua che resta vedova e indifesa, e ai piccirilli
tuoi che restano orfani se dici la veritaccia morammazzata. M’hai capito
bene? Che dici allora domattina?
Bravo, lo vedi quanto è facile.
Come come? Ma, dico, e che scherziamo? Dovresti essere tu che paghi a
me che non t’ammazzo adesso e così sono sicuro che domani non fai
scemenze.

***
39. SI VENDE?

- Si vende bene?
- Eccome se si vende, si vende a rotta di collo, a tutto spiano, più delle
caramelle, più delle figurine, più delle sigarette, più della sgnappa.
- Lo dicevo io.
- Gliene ordino quattro volte tanto se me lo porta in settimana, che qui va
via come niente e fra un paio di giorni l’ho finito.
- Certo che glielo porto. Dopodomani è qui. Serve altro? Latte, zucchero,
ci abbiamo la pasta di marca con lo sconto, lunga e corta. Casalinghi?
Detersivi? Ci abbiamo pure i lenzuoli in offerta, singoli e matrimoniali.
- No, no, mi pare che ci ho già tutto, magari un barattolo grosso di tonno e
una forma di parmigiano, e se già ce li avete uno stock di panettoni che
Natale s’avvicina e la gente comincia a chiederli sempre in anticipo.
- Cinquanta panettoni, eh? Ci abbiamo pure i panettoncini, che adesso
vanno di moda pure quelli.
- Allora cinquanta e cinquanta.
- E il torrone? Il pandoro? Il pampepato?
- No, ancora non c’è richiesta, magari vediamo la prossima settimana.
- Allora a posto, ho segnato tutto.
- Mi porta tutto dopodomani, sì?
- Sicuro come una messa.
- Mi raccomando soprattutto le confezioni di male, eh, che per
dopodomani rischio di restare senza.
- Stia tranquillo, stia tranquillo che sarà servito. Eh, se non lo so io che
oggi come oggi il male si smercia come niente, neppure servirebbe di
fargli la pubblicità in televisione da quanto tira, è un articolo che si vende
da solo, più del pane, più della coca.
- La gente non vuole altro.
- Eh, quando un prodotto incontra, incontra.
- Eccome se piace.
- Piace, piace, e che non ce lo so? Fo il rappresentante, ce lo so, no?
- Allora siamo d’accordo. Ci si vede dopodomani, ci faccio conto, eh?
- Dopodomani, sicuro. Buona giornata e buon lavoro.

***

40. TATTAMELLO E CHIACCHIARONE


Perché andò a finire così non lo seppe mai nessuno. A parte io. Che però
non l’ho mai raccontato a nessuno. Però l’ho scritto, in questo quaderno
qui, che se adesso lo leggete vuole dire che sono morto perché se ero vivo
non lo facevo leggere a nessuno. Ma se adesso sono morto non me ne
frega più niente. Quando che uno è morto è morto e così sia.
Ma se qualcuno leggerà queste righe a questo punto si chiederà: e perché
le ha scritte se non voleva farle leggere? E’ semplice: perché se tu sai una
cosa che nessuno la sa non è che te la puoi tenere per te per sempre.
L’umanità un bel giorno ci ha il diritto di sapere. Io la vedo così. Si chiama
storia, che è come la spiegazione del mistero del film. Che però al cinema
la dicono prima che finisce, invece qui, in questa specie di cinema che noi
ci stiamo dentro, la spiegazione arriva sempre dopo, quando ormai non
serve più a niente. Che magari se arrivava prima non andava come è
andata. Invece va sempre male. E va male pure per colpa dell’ignoranza
nostra, che se le cose le sapessimo prima magari tante fesserie non le
facevamo. Sentite questa, per dirne una.
Tattamello e Chiacchiarone non si potevano vedere, non è che avessero
litigato perché non s’erano praticati mai, è che il padre di Tattamello e il
padre di Chiacchiarone loro sì che avevano baccagliato parecchi anni
prima, che i figli neanche erano nati, e poi i figli avevano ereditato
l’ostilità. Qualche cosa si deve pure ereditare, mica solo il materasso con le
pulci.
Perché i padri avessero litigato i figli non lo sapevano, forse non se lo
ricordavano neppure i padri, che comunque tanto erano morti e pace
all’animaccia loro.
Così i figli si odiavano e siccome lo sapevano di essere gente che scattava
subito, che al paese tutti scattavano subito, cercavano di evitarsi perché
sennò finiva che a uno gli toccava di ammazzare quell’altro. E nessuno ci
ha gusto di ammazzare la gente senza motivo, se ammazzi uno almeno un
buon motivo ce lo devi avere visto che ammazzare uno è una cosa che di
solito poi sono un sacco di rogne. Ammazzare in sé è niente, ma il seguito
ti può rovinare la vita, per questo prima di ammazzare uno ci si deve
pensare e ci deve essere almeno un motivo valido, un motivo che ne vale
la pena.
Però alla gente si sa che gli piace averci qualche spassetto, qualche
divertimento, e allora li attizzava. “Tattame’, ha detto Chiacchiarone che ti
puzzano le fette”. “Chiacchiaro’, ha detto Tattamello che ci hai più corna
tu che un secchio di lumache”. Che mica era vero niente, la gente
inventava ’ste cose così, per divertimento e per vedere che sarebbe
successo. La gente inventa sempre un sacco di cose, siamo un popolo
d’inventori.
Adesso Tattamello e Chiacchiarone ci avevano i difettacci loro ma non
erano così fessi. Lo sapevano che la gente chacchierava a vanvera, che
cercavano di farli scornare, e facevano finta di niente. Però puoi fare finta
di niente oggi, finta di niente domani, ma viene il giorno che non puoi più
fare finta di niente. E’ così che va, e non ci si può fare niente.
“Tattame’, ha detto Chiacchiarone che t’hanno visto che facevi gli atti
impuri nel gallinaro”, “Chiacchiaro’, ha detto Tattamello che t’hanno visto
che magnavi i lombrichi”. La gente, quando ci si mette, è come un rullo
compressore, è come un caterpillar, quando ci si mette.
Finché uno non può più fare finta di niente che se continua a fare finta di
niente ci perde la faccia, e se ci perdi la faccia è finita. Al paese funziona
così, non lo so da voi, da noi è così. La faccia è tutto.
*
Tattamello ci aveva una figlia che era le sette bellezze, che la gente si
chiedeva come era possibile che la Ninettaccia l’avesse partorita a
Tattamelo che invece era brutto come la fame, e tutti dicevano che si sa
che apposta si dice che la madre è nota e il padre no. Mo’ ’sta figlia era la
luce degli occhi del padre, che le portava l’acqua con le orecchie le
portava. Come una principessa la tirava su, e tutti gli sfizi erano per lei.
Era uno che lavorava, Tattamello, ci aveva il meglio podere come minimo
della provincia, con la vigna, le olive, il fieno, l’orto, le vacche, i maiali, il
trattore, i conigli, le galline e tutto. E lavorava come una bestia dalla
mattina alla sera. E una bestia era, che era alto due metri e sarà pesato due
quintali.
Com’è, come non è, cominciò a girare la voce che la Fiammetta, la figlia
della Ninettaccia e di Tattamello, se la faceva con Orestino, il figlio più
grande di Chiacchiarone. Chiacchiarone ci aveva cinque figli, tutti maschi,
invece Tattamello ci aveva quella figlia sola. E così come Tattamello
lavorava come una bestia e gli affari gli andavano bene, invece
Chiacchiarone nessuno sapeva come faceva a campare che non aveva
lavorato mai e stava tutto il giorno al bar a chiacchierare e a giocare a carte
o a fare a cazzotti o a coltellate o tutte e due le cose insieme, che mentre
giocava a carte o faceva a cazzotti o a coltellate continuava a chiacchierare
della nazionale, d’automobilismo, del papa e del presidente dell’America e
di ogni genere di scemenza, di tutto. Apposta lo chiamavano
Chiacchiarone. Tattamello invece lo chiamavano Tattamello perché non
parlava mai, e uno che non parla mai qui da noi è considerato stupido
finché non dimostra d’essere uno di valore spanzando qualcuno, e
Tattamelo se aveva seccato qualcuno non l’aveva mai fatto sapere a
nessuno. Io però lo sapevo. Di quello che succede al paese io so tutto,
nessuno lo sa come faccio a saperlo, ma so tutto. Uno che sa tutto ci vuole.
Puoi pure non piacergli alla gente, però lo sanno tutti che ci deve essere
uno che sa tutto. E che sa risolvere i problemi.
*
Ed è perché io lo sapevo che sapevo come sarebbe andata a finire.
Perché l’idea che il figlio di Chiacchiarone si portasse a letto o magari
addirittura si sposasse la figlia sua, a Tattamello lo mandava al manicomio.
Così dovette decidersi a fare quello che doveva fare.
La gente parla, parla, parla, e non se ne accorge di quello che combina. Per
questo si dice che ne uccide più la lingua che la spada.
Io lo sapevo perché c’ero pure io la volta che Tattamello aveva ammazzato
il padre, che tutti si credettero che era stato un incidente che era cascato da
cavallo e poi il cavallo lo aveva strascicato che gli era restato un piede
incastrato nella staffa. Ma mica era andata così: io a quel tempo ero
giovane giovane, e pensate un po’ ero così fesso che facevo il bracciante, e
quando capitava lavoravo pure per il padre di Tattamello, che mezzo paese
lavorava per il padre di Tattamello quando era la stagione che si lavorava
forte in campagna; con Tattamello poi ero amico perché eravamo andati a
scuola insieme. Successe così, che avevo preso una mezza sacchettata di
persiche, giuro: una mezza sacchettata di persiche e basta, e me la stavo
portando a casa quando il padre di Tattamello mi vede e m’insegue a
cavallo che io ero a piedi e in due minuti m’aveva raggiunto e col fucile
puntato avevo dovuto lasciare la sacchetta, e poi pretendeva di frustarmi.
Era sera e non c’era nessuno in giro, ma Tattamello sì. Non lo so perché,
ma disse al padre che non si può frustare un cristiano per aver preso una
mezza sacchettata di persiche. Allora il padre gli disse che se non stava
zitto frustava pure a lui, e per far vedere che diceva sul serio gli diede una
frustata che gli lasciò il segno sulla guancia, una striscia bianca che ce l’ha
ancora anche se sotto la barba non si vede bene. Allora Tattamello gli si
avventò addosso e lo fece cascare da cavallo, che il piede manco per niente
che gli si impigliò nella staffa. Allora il padre disse che adesso prima
avrebbe ammazzato a me con una schioppettata per aver fatto rivoltare un
figlio contro il padre, poi avrebbe frustato il figlio fino a che la faccia non
si riconosceva più. Io lo so che a Tattamello della faccia sua non gliene
fregava nente, ma che il padre gli ammazzasse un amico suo no, quello
non poteva sopportarlo. Neppure tirò fuori il coltello, con due salti gli fu
sopra e lo strozzò, così, a mani nude. Intanto si faceva buio che già era sera
e ci ritrovammo lì col cadavere e lui mi guardò e disse: E mò. E io: Intanto
grazie che m’hai salvato la pelle. E lui: Però ho ammazzato mio padre, che
non è una bella cosa. E io: No che non è una bella cosa, ma l’hai fatto per
un nobile motivo, e è il motivo che conta. E lui: Però l’ergastolo non me lo
leva nessuno. E io: E quale ergastolo? Tu non hai fatto niente. Il padraccio
tuo è cascata da cavallo e è morto da solo, è stato un incidente. E lui: Ma
che stai a di’? E io gli spiegai per filo e per segno quello che si doveva
fare, e poi lo facemmo. Incastrammo un piede del padre morto in una
staffa, che ce lo legammo con un pezzo di corda, e poi facemmo correre il
cavallo di qua e di là; e quando il piede si sfilava lo stesso, allora
fermavamo il cavallo, rincastravamo il piede nella staffa, lo rilegavamo
un’altra volta, e via un altro giro di giostra. Poi li lasciammo, il cavallo e il
morto attaccato (ma dopo aver levato la corda che legava il piede alla
staffa, eh), parecchio lontano, in un pezzo di terra che era ancora da
spietrare e dove l’avevamo fatto galoppare un bel po’. Il cadavere ormai
con tutto che era calzato e vestito era un grumo di sangue che metteva
paura. Ci disse bene che attaccò pure a piovere. A nessuno gli venne mai
in mente che non fosse stato un incidente. La mezza sacchettata di persiche
le buttammo in un burrone, con la sacchetta mi ci coprii mentre andavo a
casa che l’ombrello non ce l’avevo. L’amicizia è tutto.
*
E adesso racconto come andò a finire con Chiacchiarone.
Tattamello chiese alla Ninettaccia se era vero, e la Ninettaccia gli disse che
era vero. Un uomo certi dolori non li può sopportare.
Così ammazzò la Ninettaccia lì per lì. Con una coltellata sola, precisa nel
cuore. E la nascose nella stalla. Alla figlia quando tornò da scuola non le
disse niente, lei chiese com’era che la madre non c’era e lui inventò una
scusa, passò il resto del pomeriggio che lei prima fece i compiti e poi fece
quel che c’era da fare nell’orto che sono lavori leggeri mentre lui
s’occupava delle bestie grosse; poi si fece l’ora di cena e la figlia gli chiese
di nuovo dov’era la madre e lui le disse che tornava tardi e che era meglio
se la cena la preparava lei; poi cenarono senza dire una parola, la figlia
guardava il telefonino, lui guardava la televisione, e così fu l’ultima cena.
Poi la figlia andò a dormire, lui aspettò che si fosse addormentata, poi
entrò nella camera al buio che non ci aveva coraggio di vederla in faccia
che era le sette bellezze e la soffocò con un cuscino, poi per essere sicuro
le ruppe l’osso del collo. E portò pure lei nella stalla.
Poi venne a casa mia, a quell’ora di notte.
“Mi serve un favore, Ciampico’”. “Pure due”. “Devi venire col camion a
casa mia e caricare due fagotti”. Lo sapevo che significava, non dissi
niente, salimmo sul camion e andammo alla stalla del casale suo, che da
casa mia saranno neppure cinque chilometri. Le aveva chiuse in due sacchi
di plastica dell’immondizia, le caricammo sul camion, erano leggere come
se fossero fatte di piume. Sul camion mi raccontò che aveva fatto. “E
mo’”, dissi. “Mo’ c’è la parte più facile, però è più lunga. Tu aspettami sul
camion”, disse. Ma io gli dissi: “Guarda che sono sei, senza contare la
Mariannona. Una mano io dico che ti serve”. “No, faccio da me, devo fare
tutto da solo, lo capisci, no?”. Io lo capivo, però mi pareva che da solo non
ce la poteva fare.
Arrivammo al casale di Chiacchiarone che saranno state già le tre o le
quattro, che è un’ora che in campagna c’è già qualcuno che s’alza perché
si comincia a lavorare presto, ma figurarsi se Chiacchiarone s’alzava alle
quattro, che passava le giornate e le nottate al bar, e non ci aveva né piante
né bestie né terra e campavano con la pensione della moglie invalida, la
Mariannona, che l’aveva sposata apposta e con tutto che non ci stava con
la testa le aveva fatto fare cinque figli tutti maschi che ancora andavano
tutti a scuola e che già da regazzetti avevano imparato che dovevano
arrangiarsi da soli se volevano mettere insieme il pranzo con la cena e
allora la mattina andavano a scuola e la sera si procacciavano il reddito.
Dormivano tutti quando arrivammo, che il camion lo fermammo a mezzo
chilometro dal casale. “Vengo con te”, dico. “No, devo farlo da solo”,
dice. Comunque scesi pure io dal camion, gli diedi un po’ di vantaggio e
poi mi misi dietro, non si sa mai. Non ci avevano neanche un cane, quei
fessi. Almeno un cane potevano tenerlo, no? Invece no. Così non ci fu
nessun allarme e a Tattamello gli bastò una spallatella per aprire la porta. E
fu dentro.
I casali sono tutti uguali, al pianterreno c’è la cucina e dove si lavora,
sopra ci sono le camere da letto e sopra c’è il tetto e fine. Tattamello salì le
scale al buio che ci aveva la lampadina tascabile ma se non serviva non
l’accendeva, e trovò la camera dove dormivano Chiacchiarone e la
Mariannona. Aprì la gola a Chiacchiarone con una rasoiata sola, poi con
una mano gli teneva tappata la bocca e con quell’altra spingeva giù il
coltello come una mitragliatrice a sforacchiarlo fra le costole per
spaccargli il cuore e farla finita.
La Mariannona si svegliò, si mise seduta sul letto, e invece di mettersi a
strillare stava ferma ferma e lo guardava con la testa mezza storta che con
tutto il buio che c’era si capiva lo stesso quello che succedeva. Finito con
Chiacchiarone Tattamello si girò verso di lei e le disse “E’ per via della
Fiammetta e di Orestino”. Lei non disse niente, ma a me che li guardavo
dalla soglia della camera mi parve che muovesse la testa a fare segno di sì.
Poi lui le fu sopra con un cuscino sulla faccia e la spinse giù, poi lei restò
ferma, poi cominciò a scuotersi come se sentisse la scossa della corrente, a
intermittenza, poi restò ferma. Allora lui tirò su il cuscino e col coltello le
segò il collo. Lei non si mosse. Il letto era allagato di sangue, che già lo
aveva allagato il marito.
Tattamello mi vide e disse “T’avevo detto di aspettarmi al camion”.
“Invece sono venuto, magari ti serve una mano”. “Non mi serve niente”.
“E allora guardo e basta”. Poi si mosse, ed entrò in un’altra stanza, che
però era vuota. Ne restava solo una di camera, tutta la prole doveva essere
ammucchiata lì, non sarebbe stata una cosa facile. Entrò e subito la luce si
accese: almeno uno doveva essere sveglio e pronto a lottare, ma che
voleva lottare un ragazzetto come uno scricciolo con Tattamello che era
grosso come un bufalo? Lo tramortì subito con uno sganassone, poi gli
piantò la lama nel petto. Poi si girò verso un altro figlio e stessa ricetta, gli
sfondò la faccia con le nocche e poi gli aprò il cuore col coltello. Un altro
che era ancora tutto insonnolito gli piantò il coltello in gola e ce lo tirò su
dal letto e lo buttò per terra che schizzava sangue come una fontana, ma gli
altri due erano svegli e cercavano di scappare, ne afferrò uno per i capelli e
gli sfracellò la faccia sul muro, l’altro però aveva fatto in tempo ad aprire
la finestra e si stava per lanciare di sotto così dovetti sparargli prima che
riuscisse a fuggire, che se toccava terra e non si rompeva niente con quel
buio chi lo trovava più, e magari era proprio Orestino. Tattamello mi
guardò. Io gli dissi “Scusa, ma stava per scappare, l’hai visto”. E lui “L’ho
visto, l’ho visto, grazie”. Poi gli fu sopra e gli diede il colpo di grazia.
*
Quando tutto fu finito prendemmo un po’ di lenzuola dall’armadio della
camera da letto di Chiacchiarone e della Mariannona e li incartocciammo
tutti e sette uno per uno, poi portai il camion proprio sotto casa e li
caricammo. Poi andammo al casale di Tattamello e caricammo quattro
taniche da cinquanta litri di nafta. Poi andammo alla grotta del somaro di
Gnagnarella, e lì scaricammo i due sacchi dell’immondizia con dentro la
Ninettaccia e Fiammetta sua. Fui io ad aprire i sacchi e ad inzupparle di
nafta, che Tattamello non se la sentiva di guardare. Le bruciammo lì, poi
con la pala che avevo sul camion ruppi le ossa carbonizzate. Invece
Chiacchiarone e i suoi li portammo alla discarica che dietro c’è il vascone
dove bruciano tutto e gli demmo fuoco nel vascone con cento libri di nafta.
Quando finimmo, con la pala e una sbarra di ferro frantumammo tutto
quello che restava duro e avesse ancora una qualche forma. Poi ci
buttammo un po’ d’immondizia varia, cartonaccio, sacchi di spazzatura,
pezzi di legno, robaccia d’ogni genere che trovammo nella discarica. E con
gli ultimi cinquanta litri di nafta demmo fuoco pure a quello.
Era fatta. Olivieretto, che era il guardiano della discarica, gli avevo
telefonato prima che era meglio se non si svegliava e lui non si svegliò. La
gente mi rispetta nel paese, da parecchio non faccio più il bracciante come
quando ero regazzetto, sono uno che la gente lo rispetta.
*
Il fatto che non si trovarono mai i cadaveri di Chiacchiarone, della moglie
e dei figli convinse tutto il paese che era meglio starsene zitti una volta
tanto, perché se qualcuno sapeva far sparire sette cristiani in una botta sola
allora era capace di fare otto, e nove, e dieci, e tutti pensavano che al paese
c’era solo uno capace di farlo, ed ero io.
Di me la gente ci ha paura, e fa bene.
Pure le autorità ci hanno paura e infatti non si impicciano. Oltretutto
Chiacchiarone era un morto di fame che campava di qualche lavoretto che
gli facevo fare io a lui e ai figli, che c’era pure qualcuno che poteva venire
su bene, ma l’amicizia viene prima.
*
Della scomparsa della Ninettaccia e della Fiammetta la gente se ne accorse
parecchio tempo dopo, che la Ninettaccia al paese non ci veniva mai e la
spesa a casa la portava Tattamello; e la figlia quando telefonò la scuola
Tattamello disse che adesso stava in collegio dalle suore e quando venne
l’estate disse che l’aveva mandata in vacanza chissà dove, nei posti dove
va la gente ricca.
Passarono mesi prima che la gente cominciasse a chiedersi che fine
avevano fatto, e dissero che la Ninettaccia era scappata di casa e si era
portata la figlia e adesso facevano la vita a Parigi, e perché proprio a Parigi
non l’ho mai capito, la gente è fatta così.
Passò altro tempo, un anno o due, e Tattamello cominciò a stare male, a
dimagrire, si vedeva che stava male; la gente diceva che era perché gli
mancava Chiacchiarone, che sembra strano però certe volte succede che se
non ci hai più uno da odiare t’avvilisci e alla fine t’ammali e poi muori.
E difatti poi Tattamello morì. E’ che ormai era diventato troppo strano,
parlava da solo, e magari finiva che raccontava quello che non doveva
raccontare a chi non lo doveva raccontare. Fu necessario prendere
provvedimenti.
La gente diceva che Tattamello era morto di crepacuore perché la moglie e
la figlia erano scappate, prima dicevano che s’era ammalato perché non
c’era più Chiacchiarone, la gente direbbe qualunque fesseria. E farebbe
pure qualunque fesseria se non ci fosse qualcuno che ogni tanto ci pensa a
dargli una strattonata e a rimetterla in riga. Qui al paese sono io quello che
ci pensa.

***

41. UNO SCENEGGIATORE

E’ il mestiere mio, questo fo. Scrivo le sceneggiature dei film. Li vedete i


film? Io sono quello che scrive le storie.
Non ho detto di tutti i film, mica sono l’unico che fa ’sto lavoro. Ce ne
sono parecchi di sceneggiatori.
No, quello è un film americano.
No, non parlano italiano, li hanno doppiati, cioè c’è uno italiano che ci
mette dopo la voce sua, ma il film è americano e quelli che vedete nel film
loro parlano americano, ma la voce loro non la sentite perché c’è uno che
parla italiano che parla al posto loro, che nel film non si vede ma c’è,
credeteci. Dopo, quando il film è finito, non è che sta lì dove fanno il film,
il film lo fanno in America.
Ci potete credere o non credere, che me ne frega a me? Però è un film
americano e le voci non sono quelle vere degli attori.
Attori, attori, che vi credevate che succedevano veramente quelle cose?

***

42. IL NIPOTE DI ALCE BIANCO


Mi presentai al Viminale, che a quel tempo c’era quel ragazzotto che
voleva dare fuoco agli zingari.
Dissi all’usciere che ero una spia della Cia e che volevo parlare col
ministro. Sono trucchetti che funzionano sempre. Due minuti e mi passa il
telefono e c’è il ministro che mi chiede cosa può fare per me. Io gli
rispondo che siamo noi che possiamo fare qualcosa per lui (ricordatevi:
dovete sempre parlare al plurale, anche se dite che dovete andare al cesso,
sempre al plurale si deve parlare che dà un tocco di stile e di mistero).
Così prendiamo appuntamento per il giorno dopo che quel giorno stava
non so dove a dare un premio a certi tizi che avevano fatto un linciaggio.
La mattina dopo all’ingresso del Viminale c’è uno che mi aspetta e che mi
porta nel magazzino dietro la cucina di una trattoria che è lì che il ministro
riceve gli amici.
Gli dico subito (il segreto è dire sempre subito qualche cosa, così li prendi
tutti in contropiede): “Ci abbiamo roba forte per farla fare sotto ai
comunisti”. “Mica a Putin?”, dice lui. “Ma che Putin, Putin è un amico.
Quei comunisti del papa e del Piddi’”, dico io. “Allora sì”, dice lui.
“Sarebbe, con lo sconto, cinquantamila euro subito e cinquantamila dopo”,
dico io. E lui: “Se è roba buona”. E io: “Al bacio”. E lui: “Mo’ telefono
subito subito al ministro dello sviluppo economico che stacca un assegno”.
“Ottimo”, dico io. “Ottimo”, dice lui. E telefona lì davanti a me. Confabula
un po’ con quello, poi me lo passa così gli do le coordinate dove mandare i
soldi.
Tempo mezz’ora, e cinquantamila euro incassati.
*
Mo’ fo passare una settimana e poi mi presento a Palazzo Chigi e gli dico
che sono un emissario della civiltà venusiana che sarebbero i marziani che
abitano sul pianeta Venere e che se non vogliono che gli bombardiamo
tutto il lombardo-veneto con la nostra arma segreta con i raggi alfa-omega
ci deve dare zitto zitto e svelto svelto mezzo milione di euro, che tanto col
deficit che ci ha mezzo milione in più o in meno che gli cambia all’Italia?
Poi per un anno o due sto in vacanza a Ibiza.
Quando uno è ingegnoso.

***

43. LA CERIMONIA
E’ chiaro che ci vuole l’attrezzatura, i vestiti e tutto.
E pure il posto adatto, che non è che la cerimonia la puoi fare in un
sottoscala, pure l’occhio vuole la sua parte.
Il pubblico pagante non è un problema, una volta che si sparge la voce. E a
noi ormai ci conoscono.
Poi ci sono pure i diritti televisivi, che non sono le tariffe delle partite di
pallone, però sono soldarelli pure quelli.
Io i comunisti proprio non li capisco, che dove governavano loro le
volevano abolire tutte. Ci avevano st’ossessione di fare le cose di nascosto.
E’ che non ci hanno il senso della pubblicità, degli affari, infatti poi si è
visto come sono finiti, a stracci sono finiti.
Le spese ci sono, è naturale: se vuoi fare i soldi ci devi mettere i soldi,
nessuno ti regala niente.
Dice: però il sangue. Sempre con questa storia del sangue. Ma scusate, chi
studia medicina non seziona i cadaveri? E quando andate dal macellaio che
vi credete che le braciole crescono così sugli alberi? Prima erano pezzi di
animali vivi, mica braciole. E qualcuno quegli animali vivi li ha dovuti
ammazzare e poi macellare, non facciamo le signorinelle pallide non
facciamo.
Proprio per venire incontro alle associazioni dei consumatori che
rompevano a più non posso avevamo pensato di sostituire il sangue col
vino, ma la volete sapere la verità? La verità è che la gente vuole il sangue,
non il vino. Che poi era pure difficile prendere i soggetti da lavorare,
svuotarli di sangue e riempirli di vino, che mentre lo facevi morivano da
soli e niente spettacolo, tutta merce sprecata. Mentre invece quale è la
regola? La regola la sanno tutti quelli che stanno nel mondo dello
spettacolo, la regola è che lo spettacolo deve continuare.
Perché una religione? Per le tasse, per non pagare le tasse. Potevamo pure
fare lo stesso spettacolo come srl, o spa, magari anche come associazione
culturale o come fondazione, o onlus, o ong, ma se sei una chiesa ci hai
tante di quelle agevolazioni che andiamo, sarebbe da fessi non
approfittarne, no? Per non dire che a me mi è sempre piaciuto di poter
avere qualche titolone come suo eccellentissimo reverendissimo eccetera
eccetera.
La parte noiosa è la predica che devi fare prima e dopo perché sennò la
cerimonia è troppo corta e non è che la puoi allungare all’infinito facendo
rivedere alla moviola i pezzi più forti (pure la moviola, con tutto che ci
facciamo anche il dibattito, dopo una mezz’ora stucca). Però per fortuna ci
sono dei libri fatti apposta che tu leggi un pezzo di quelli e poi dici amen e
si tira via così, perché più la cerimonia dura e più inserzioni pubblicitarie
ci puoi mettere in mezzo, e pure sui soldi delle inserzioni pubblicitarie non
è che uno ci sputa, no?
I soggetti da lavorare funziona sia se sono gente importante (ma non è
sempre facile rimediarli, ci sono sempre un sacco di complicazioni, e di
spese) sia se è gente presa dalla strada – “quelli della porta accanto”,
diciamo nel gergo degli addetti ai lavori -, ma meglio di tutto è se sono
giovinotte di bella presenza, allora sì che il pubblico va in visibilio.
Il problema più grosso lo volete sapere qual è? Sono le imitazioni, che non
se ne può più, oggi ogni imbecille s’inventa di essere profeta, che mentre
si svuotava gli intestini ha visto la luce o l’angelo Superbone o la
madamina biancovestita e allora monta su la sua baracconata e il pubblico
abbocca. Il pubblico abbocca a tutto, pure senza esca, pure senza amo,
abbocca sempre.
Io ero per brevettare tutto ma come si fa? Magari ti cambiano il colore
della stola e t’hanno fregato lo stesso.
Così bisogna tenersi aggiornati e seguire le tendenze, stare sempre all’erta
e vedere dove va il mercato. E tanto per fare un esempio: pensate che una
volta tutta la parte delle chiacchiere la facevamo tutta in latino: adesso devi
pure mettere i sottotitoli in americano, in cinese e in arabo. Che poi a che
servono? la gente vuole solo vedere il sangue. Però ci devi mettere i
sottotitoli perché sennò pare una cosa da straccioni e a nessuno gli piace
che con tutto che sono straccioni però vogliono il telefonino nuovo, i
paradisi artificiali, la movida, la discoteca, e la religione salvifica con i riti
sacrificali e tutto.
Era un bel business, poi la modernità ha rovinato tutto. Adesso non si
riesce neppure a distinguere più una cerimonia ben fatta, un attentato
terroristico, una guerra mondiale a pezzi, una pandemia. E’ tutto uno
schifo, è tutto sbagliato, è tutto da rifare.

***

44. SBROCCOLONE

Il personale tutto sta a saperlo usare.


Per esempio io ci ho in squadra pure Sbroccolone, che non ce lo vuole
nessuno perché non sa tenere un cecio in bocca, infame e spia.
Invece è facile farlo fruttare. Basta che invece di dirgli le cose giuste gliele
dici sbagliate.
Per esempio stanotte andiamo a farci il magazzino di Strolicaccio, in fondo
a via del verme nero, che lo sapete perché la chiamano così, no? No?
Magari ve lo racconto un’altra volta che adesso proprio non ci ho tempo.
Allora io faccio chiamare Sbroccolone e gli dico che stanotte si va a
ripulire il casale di Magnagrilli, che sta da tutta un’altra parte.
Tempo mezz’ora e i carabinieri organizzano la spedizione della brillante
operazione notturna al casale di Magnagrilli che lo circondano,
s’acquattano dietro le fratte e ci passano tutta la notte all’addiaccio e gli
dice bene se Magnagrilli con tutto l’abbaiare dei cani non gli spara col
quintone dalla finestra.
Noi intanto ci facciamo il magazzino di Strolicaccio che proprio ieri gli è
arrivata roba buona che l’ho saputo da uno che il nome col cavolo che ve
lo dico.
Io ci ho sempre lavorato bene con Sbroccolone, lavoro bene con tutti,
perché tutto è a sapere valorizzare le qualità loro.

***

45. BATRACOMIOMECHI DELLA PARALIPOMANIA

- Ci ho questa rara patologia, la paralipomania.


- Sarebbe a dire?
- Che ci ho la mania che lascio le cose in giro.
- Ah.
- Eh, è una malattia brutta.
- Sarebbe come se uno fosse distratto, ma parecchio?
- No, non è distrazione.
- Non dico che è distrazione, chiedevo se è come una specie di grossa
distrazione.
- No, non è che sono distratto, lo so quello che fo, e so che non dovrei
farlo, però lo fo lo stesso.
- Ah, ecco.
- Eh, sì.
- Cioè lascia le cose in giro.
- Sì, così.
- E come si chiama?
- Paralipomania.
- E si cura?
- Penso di sì.
- Quindi lei si sta curando.
- Veramente no.
- Mi scusi, ma credo di non capire.
- Gliel’ho detto, è una mania.
- Un vizio che lei non riesce a farne a meno.
- Sì, direi di sì.
- Se però c’è la possibilità di curarsi, allora dovrebbe curarsi, la salute
viene prima di tutto.
- Il fatto è che c’è un problema.
- Immagino.
- No, non credo che immagina.
- E allora me lo dica lei.
- E’ che se smetto non mi pagano più.
- Ah.
- Eh.
- Cioè, mi scusi, lei mi sta dicendo che la pagano per non curarsi?
- No, no. Mi pagano per fare quello che fo, la paralipomania. Se smetto
non mi pagano, e allora continuo, che devo fare? Il lavoro è il lavoro.
- In effetti. Però pure la salute.
- Certo, però se non mi pagano la salute peggiora di più, no? Che ci metto
sotto i denti, l’aria fritta?
- E’ vero, però non è giusto.
- Lo dico pure io che non è giusto, ma che ci si può fare?
- Magari cercare un altro lavoro, che certo non è facile trovarlo.
- Non è facile no. Oltretutto a fare il lavoro che faccio mi pagano bene,
bisogna dirlo.
- Però le fa male alla salute.
- Esatto.
- Però mi faccia capire meglio: la pagano, la pagano bene, per lasciare le
cose in giro?
- Sì.
- Sarebbe come se si occupasse di distribuzione.
- Si potrebbe dire anche così.
- Ma allora non è una malattia.
- Non lo so se è una malattia.
- Come non lo sa, ma se me l’ha detto lei che ci ha ’sta rara patologia,
proprio così ha detto: che ci ha ’sta rara patologia.
- Sì, ma mica è una malattia, è una mania.
- Cioè una malattia mentale.
- No, non direi.
- Un vizio sì, però.
- Un vizio, sì. Credo che si possa dire così, che è un vizio.
- Ma perché sarebbe un vizio?
- Come perché?
- Eh, perché?
- Perché è un male, no? Un malanno.
- E allora è una malattia, come dicevo io.
- No, non è una malattia, è un male e basta.
- Che le provoca sofferenza.
- Certo che mi provoca sofferenza.
- E allora si deve curare.
- Ma non è quel tipo di sofferenza che pensa lei. Io non ho bisogno di
curarmi, di smettere magari sì, però come si fa? I soldi mi servono,
servono a tutti.
- Ma allora, mi scusi, io non capisco: lei soffre e non vuole curarsi?
- Non è la sofferenza che pensa lei, è una sofferenza, come posso dire,
morale. Ecco, è una sofferenza morale la mia.
- Insomma non è una cosa tanto grave.
- Insomma, no. No. Grave è grave.
- Non sembrerebbe tanto grave.
- Non è grave per l’effetto fisico su di me personalmente, ma grave è
grave. è un brutto male, brutto, lasci che glielo dica che so di cosa parlo.
- Ma perché sarebbe un male se non è una malattia?
- Per le conseguenze.
- Quali conseguenze?
- Quando le bombe scoppiano, no?

***

46. CARLOMAZZO

E’ vero. Di cognome faccio proprio così. Carlomazzo.


Lo vedete? Vi viene da ridere pure a voi, che siete i tutori dell’ordine.
E mio padre ci ha messo il carico da undici facendomi battezzare Carlo,
che magari con un altro nome si notava di meno, no? Invece se dici Carlo
Carlomazzo. Visto? Pure voi. Che dicevo?
Ci avete presente la bibbia? La bibbia, la bibbia. Quella. Nella bibbia c’è
dove dice che la misura è colma. Adesso che ne so chi lo dice, però
qualcuno lo dice. Nella bibbia.
Sicuro. Ce lo so pure io che nella bibbia se ne dicono tante, però quello
che conta è che lo dice. Come occhio per occhio. E’ la bibbia che dice
occhio per occhio. E pure chi semina vento raccoglie tempesta. Che
insomma questa è proprio una scemenza perché come si semina il vento?
Però nella bibbia c’è. Magari allora voleva dire un’altra cosa. Magari nei
tempi antichi lo seminavano veramente il vento, che ne possiamo sapere
noi? Mica c’eravamo noi nei tempi antichi.
E’ come gli antichi romani. Non è che se adesso abiti a Roma sei un antico
romano. Al più puoi essere un vecchio romano, se ci hai più di
sessant’anni. Per dire. Ma un antico romano no, perché gli antichi romani
non ci sono più. Dai tempi antichi. Si sono estinti, come i dinosauri.
Tutte le persone antiche si sono estinte, magari proprio perché facevano le
cose strane come quello che seminava il vento e poi si doveva pappare la
tempesta invece della polenta o dei maccheroni.
Com’è come non è mi sono trovato appioppato ’sto nome e ’sto cognome.
Non vorrei essere frainteso: sul nome non ci avrei niente da dire, se non
fosse perché ci avevo già quel cognome. Carlo da solo è un nome perbene.
Non è come quei nomi strani. Lo sapete quali, quelli strani. E’ che non mi
va di dirli, magari poi si scopre che qualcuno di voi si chiama così. Io non
sono un attaccabrighe, non vado in giro a cercar rogne. Certo, se poi le
rogne cercano a me, proprio a me, non è che io mi tiro indietro. Ci ho un
orgoglio pure io.
Voleve solo dire che Carlo va bene, come Mario, Antonio, Marco, Giggi,
Peppe, Giulio, che sono tutti nomi che vanno bene. E’ che sono gli
accoppiamenti col cognome sbagliato che non vanno bene. Perché è
sbagliato il cognome, è chiaro. Però pure il nome diventa sbagliato se lo
metti insieme con un cognome sbagliato. Metti per fare un esempio che
uno di cognome fa Scannacristiani. E’ un esempio, non sto dicendo che
conosco uno che ci ha questo cognome, è un esempio inventato. Allora, a
uno che fa di cognome Scannacristiani tu gli metti nome Cristiano? Pure
Cristiano che in sé sarebbe un nome cristiano, se lo metti a uno con quel
cognome diventa quello che diventa. Pure un selcio lo capisce. Pure un
selcio. Conoscevo uno che di cognome faceva Vitellozzi, e che ti combina
il padre? Gli mette nome Vitellozzo. Vi sembra che sono cose da fare a un
figlio? Con un nome così per riuscire a camparci minimo minimo ci devi
diventare cardinale. E pure se il cognome era Vitelli, che insomma non è
come Vitellozzi, e neppure come Vitelloni, se a uno che di cognome fa
Vitelli e tu gli metti nome Vitellozzo, è già come una condanna a morte
per strangolamento dico io.
Per non dire che non si dovrebbero mai dare i nomi che sembra che
tartagli. Che tartagli. Perché pare che li ripeti due volte. Come se non fossi
sicuro manco tu di come ti chiami e allora lo ridici. Alla gente non gli
piace sentirsi dire le cose due volte. Pare uno scherzo parlare, una cosa che
sono buoni tutti, invece è un casino. Apposta si dice che ne uccide più la
lingua che la spada. E’ la bibbia pure questa. Sì, sta nella bibbia pure
questa. E che dicevo io? Ci stanno tutte nella bibbia. Pure certe che se ve
le raccontassi. Lasciamo stare che è meglio. No, no, neanche per sogno. Lo
dite voi che ho bestemmiato, io non ho detto niente. Ci mancherebbe solo
questa. Ho detto solo che nella bibbia c’è tutto. Se dite di no mettetelo per
iscritto e poi vediamo. Ah, non ce lo mettete per iscritto, eh? E che c’entra
che il verbale lo fate voi? Stateci attenti perché io sono caro e buono ma le
prepotenze no, eh?
Adesso m’avete pure fatto perdere il filo. Ah sì, il nome e il cognome.
Carlo Carlomazzo. Di Temistocle e Filomena. Sono nomi di una volta.
Una volta le gente era strana, apposta si è estinta.
*
Dov’ero il cinque maggio? E che ne so, chi se lo ricorda più. Se ero
Napoleone me lo ricordavo. Cioè, no, perché se uno stira le cianche la
memoria svanisce come il fiato, no?
Come sarebbe come la so la data della morte di Napoleone? La sanno tutti.
A voi non ve le facevano imparare a memoria le poesie da ciuchi? Ma
quale offesa, ciuco vuole dire regazzino. E come fate a capire quello che
dice la gente se non sapete le parole? Senza offesa, eh.
Ve l’ho già detto che non me lo ricordo dov’ero il cinque maggio. E sarà
pure l’altroieri ma non è che uno si può ricordare tutto. Sarò stato a casa, o
a giocare a bocce, o cogli amici al bar, che ne so.
Certo che lo conoscevo Lazzarone, ce lo sanno pure i sassi che lo
conoscevo, mo’ non è che se conosci uno allora significa che l’hai
ammazzato tu. Che oltretutto a me mi stava pure simpatico. Sì, Lazzaro
Costaronelli detto Lazzarone. Lo conoscevano tutti al paese, faceva lo
strozzino. Lo strozzino è più famoso del prete, del dottore e del farmacista
messi insieme. Il paese è piccolo e la gente è sempre piena di buffi. Pur’io,
pur’io, se dico la gente dico tutti, e tutti è tutti, non è che io sono nessuno,
tutti.
Il movente? Ma allora che, parlo al muro? Se ci avevo il movente io, allora
ce lo aveva tutto il paese il movente. Perché i soldi li prestava a tutti li
prestava. Faceva lo strozzino, mica il cavallaro o il sacrestano. E’ una
battuta. La ritiro, se è fuori luogo la ritiro. Calma, eh? Che dovrei essere io
quello che dovrebbe sentirsi offeso che con tutte le cose che ci avevo da
fare saranno già tre ore che mi fate perdere tempo qui. Scrivete, scrivete
quello che vi pare, tanto io non firmo. E voglio pure l’avvocato. O arriva
l’avvocato o la facciamo finita e me ne vado. L’avvocato, l’avvocato.
Aspetto. Voi lo chiamate e io aspetto. Tanto, figuriamoci.
Ah, non mi spetta perché sono qui solo come persona informata dei fatti?
E quali fatti che non so niente? E allora dovete decidervi: se non sono
accusato di niente mo’ me ne vo, se sono accusato di qualche cosa voglio
l’avvocato, e anzi, adesso che ci penso voglio pure fare una denuncia. Una
denuncia, sì, come contro chi? Contro di voi. Per calunnia, ingiuria e
diffamazione. E per molestie, pure per molestie. Magari pure oltraggio. E
mica che la conoscete solo voi la legge, la so pur’io, che vi credete? La
guardo pur’io la televisione. Sono finiti i tempi del cucco e del bacucco.
Che poi oramai saranno tre ore che mi tenete qui, quasi quasi vi denuncio
pure per sequestro di persona. Io sono caro e buono, ma se uno esagera è
meglio che ci pensa prima, perché se esagera io sono caro e buono ma le
prepotenze no, eh, le prepotenze con me è meglio che non le fate che mica
ci sto a fare quello che fa sempre pippa, io non sono di quelli gnegnè. Mo’
v’ho avvisato. Minacce? Io? Ma semmai sarete voi che da tre ore mi state
a fare le minacce a me, no io a voi. E poi chi è che ci ha la rivoltella? E
allora sarete voi, no io. Quando mai s’è visto che uno fa le minacce e la
rivoltella ce l’hanno quegli altri. E andiamo, vediamo di essere seri. Io
v’ho solo avvisato; come si dice: uomo avvisato mezzo salvato.
Pure a quel cornutaccio di Lazzarone cento volte gliel’avrò detto di farla
finita. Ma lui no, lui intignava che rivoleva i soldi. Che imbecille, stai per
abbandonare questa valle di lacrime e ancora pensi ai quattrinacci tuoi.

***

47. L’ACCESSO
Pare niente, invece.
Mi telefona Svicolone, Svicolone, sì, come quello dei cartoni animati di
quando eravamo figliarelli. E mi dice: “Pancra’” - Pancrazio sarei io -,
“Pancra’, su iutubbe c’è la Nina senza vestiti”. “La Nina senza vestiti?”.
“La Nina senza vestiti, sì”. “E come si fa a vederla?”. “E’ facile, tu scrivi
su guggo Le ricette di Fanfatale e te la vedi come mamma l’ha fatta”.
“Mo’ lo fo subito, grazie, eh”.
Allora vo subito su guggo, scrivo Le ricette di Fanfatale e clicco. Ma
invece di uscire fuori la Ninetta esce fuori una scritta americana che io
l’americano non lo parlo.
Allora richiamo Svicolo e gli dico che m’esce ’sta scritta americana. E lui
mi dice che dev’essere perché non ho scaricato lappe. “E che sarebbe ’sto
lappe?”. “E’ che senza lappe non ci hai l’accesso”. “E come si scarica ’sto
lappe?”. E lui mi spiega, “Così e così”. “Grazie, eh”, dico io. E scarico ’sto
lappe.
Riprovo a scrivere ’ste ricette di Fanfatale su guggo, clicco e m’esce
un’altra scritta americana, non quella di prima, un’altra.
Mo’ m’ero proprio ... - non lo so se si può scrivere, che certe parole si
dicono ma mi sa che non si possono scrivere. Allora richiamo Svicolaccio
e gli dico che non funzia. “Perché non funzia?”, dice lui. “E che ne so
perché non funzia, ma di sicuro non funzia”, dico io. E lui, “Si vede che ci
hai il sistema operativo vecchio che non regge lappe”. E io, “E che
vorrebbe di’?”. E lui, “Ch’è ora che ti fai il conpiute novo”.
Ma io i baiocchi per il conpiute novo non ce l’ho, porca di quella porca
della miseriaccia nera.
*
Un’altra volta.
Dice Quartiero che lui le partite se le vede tutte senza pagare niente che
mica le guarda in televisione, se le guarda istrimmi sul conpiute. “Come
come?”, dico io. “Istrimmi, e a gratis”. “Ho capito, ma come?”. “Come,
come? Tu ce l’hai il conpiute?”. “E ce l’ho sì”. “E allora? Te le puoi
vedere pure tu le partite istrimmi”.
La sera a casa corro davanti al conpiute che c’è il turno di Scenpiollik,
scrivo Scenpiollik gratis e niente, scrivo partite a gratis e niente, scrivo
coppacampioni istrimmi e niente. Allora telefono a Quartieraccio: “Ma
come si fa a vedere ’ste partite istrimmi?”. E lui: “E’ facile, fai così e
così”. Io fo così e così e non succede niente. Allora telefono a Svicolone
che le sa tutte. Ma lui mi dice che col conpiute mio le partite a gratis
istrimmi non le posso vedere che già me l’ha detto che ci ho il conpiute
vecchio che sarebbe ora che lo butto e me ne compro uno novo.
E niente partite, porca di quella zozza di quella zozzona della miseriaccia
cagna e porca.
*
Ieri mattina mi chiama il capoccia nell’ufficio suo e mi dice “Bichello’,
qui andiamo male, eh”. “E perché andiamo male”, dico io, che Bichello’
sarebbe come mi chiamano a me con tutto che il nome mio ce lo sanno che
è Pancrazio. “E andiamo male sì che andiamo male, c’è da fa’ il lavoro
agile e tu prima ti sei fatto segnare come lavoratore fragile per fare il
lavoro agile, poi hai detto alla signorina che nel conpiute di casa non ci hai
neppure la videocamera, e allora che lavoro agile vogliamo fare?”. Adesso
ditemi voi se uno come me con più di quarant’anni di servizio deve subire
certe mortificazioni.
Io certe volte, porco di quel porco cane, farei uno sproposito.
*
Così quando sono arrivato a casa ho preso la roncola che ci ho in garage,
poi sono entrato in cucina che c’era mia moglie che cucinava le solite
schifezze che cucina lei e con una botta sola le ho aperto la zucca come un
cocomero, come un cocomero sì. Poi sono andato nel salotto dove c’era
quel bojaccia del figlio grande che stava a guardare la televisione invece di
studiare e con tre colpi di marraccio - giuro, tre colpi soli - gli ho staccato
la testa dal collo. Poi sono entrato nella cameretta di Giulietta mia, anima
innocente, che ormai era l’unico affetto e l’unica gioia che mi rimaneva
dell’intero nucleo familiare e gli ho dato giù senza neppure guardare, che
alla fine avevo fatto la macelleria messicana come dicono quelli in
televisione.
Poi ho telefonato a Svicolone per dirgli di andare a prendersela in
saccoccia lui e tutti i conpiute del mondo che c’è.
Poi mi sono messo comodo in salotto.
E poi ho aspettato.
Ho aspettato, ho aspettato, e adesso siete arrivati voi.

***

48. MAGARI
All’ottantesimo piano del grattacielo in fiamme.
- Io non ci credo, però se c’è qualcuno che ci crede, magari sarebbe il
momento di chiederglielo un aiutino a Domineddio, no?

***

49. TRANQUILLI IN CASA PROPRIA

Senti qua che mi capita proprio ieri. Saranno state che ne so le due del
pomeriggio e bussano alla porta. Io non apro mai. Ma quello continua a
bussare. Quando fanno così allora non apro più di sicuro. Dopo un po’
invece di smettere di scocciare i galantuomini al busso si aggiunge la voce,
e ti pareva. “Aprite, polizia”, dice. E lo ripete almeno almeno un milione
di volte. E continua a bussare. A bussare e a strillare “Aprite, polizia”.
Adesso, in primo luogo che ne sai se è veramente la polizia? Magari è un
malintenzionato. E allora fai bene a non aprire.
Ma se invece è proprio la polizia, allora io dico che allora sì che non devi
aprire, perché la polizia porta solo guai, chi non ce lo sa? Solo guai porta.
Così non apro. Però quello continua a bussare e a strillare. Così mi decido
a prendere la pistola per sicurezza. Per difendere la mia privacy. E la mia
proprietà. L’appartamento ci sto in affitto ma dentro a parte i mobili ci
sono le cose di mia proprietà. E aspetto. Vediamo chi si stanca prima, dico
io.
Poi quelli che ti combinano? Invece di andarsene dicono che se non apro
buttano giù la porta. E vediamo se è vero, dico io.
Insomma, era tutto sotto controllo, una cosa tranquilla, quando fuori dalla
finestra vedo quel tizio che era salito con la scaletta dei pompieri o che ne
so io, comunque era su una scaletta ed era proprio davanti alla finestra e
stava cercando di spingere per aprirla con tutto che era chiusa, si vedeva
benissimo che era chiusa, ma quello insisteva.
Adesso, siamo onesti, che avreste fatto voi? Io ho sparato.

***

50. WU WEI

Qualunque cosa fai sbagli.


Se taci, perché taci.
Se parli, perché parli.
Se agisci, perché agisci.
Se ti astieni, perché ti astieni.
Questo ho imparato viaggiando per il mondo rapinando e sgozzando i
viandanti più deboli di me.

***

51. UNA DECISIONE

- Io in quel cavallo di legno non ci entro di sicuro. Che se se ne accorgono


ci danno fuoco e noi facciamo la fine del sorcio arrosto.
- Ma insomma, dopo dieci anni che stiamo qui a fare la muffa, la vogliamo
finire o no ’sta cavolo di guerra?
- E c’è bisogno di questa scemenza?
- Intanto non è una scemenza visto che l’ha pensata uno che lo chiamano
mastro d’astuzie e tutte le sere è in televisione. E poi per far finire ’sta
zunna qualche cosa bisognerà pure inventarci, che mica si può andare
avanti così.
- E una bombetta atomica?
- Ad avercela, ma sul libero mercato le trovi solo a certi prezzi che già ti
stendono quelli.
- Magari un bel bombardamento a tappeto di un par di settimane a iprite e
fosgene, eh?
- E dove le trovi più le bombe d’iprite e di fosgene che le hanno consumate
tutte gli italiani in Etiopia?
- E allora non sarebbe più facile dire signore e signori si torna a casa e chi
s’è visto s’è visto?
- E il bottino?
- Con tutto quello che ci è costata ’sta guerra fino a qui, neppure con
l’assalto a Fort Knox ci ripianiamo le spese.
- Però ci siamo pure divertiti, no?
- Magari pure sì, per questo sarebbe ora di tornare a casa. E tu più di me,
che ci hai pure una moglie che ti aspetta.
- E chi lo sa se si ricorda ancora di me, che c’era quell’Egisto che le
ronzava sempre intorno...

***
52. IL CONCORSO A PREMI

Se non mi hai ancora incontrato, allora fin qui hai sempre vinto. E dunque
piantala di lamentarti, babbeo.

***

53. L’INCONTRO CON L’ANGELO

In quel periodo me la passavo proprio male; non è che adesso io stia uno
splendore, ma in quel periodo me la vedevo veramente brutta. Ero appena
uscito e non sapevo che fare. Oltretutto lo sapevo che il primo periodo che
sei fuori ti tengono d’occhio. Di tornare al paese non mi andava, qui in
città non conoscevo nessuno, dormivo alla stazione e facevo qualche
borseggio per tirare avanti, il tocco magico ce lo avevo ancora, e in
metropolitana poi era facile che la gente sta tutta appiccicata come sardine
e non ci fanno caso che gli metti le mani addosso. Ma era una micragna
tale che pensavo che quasi quasi era meglio se tornavo dentro, che almeno
il rancio e il tavolaccio erano sicuri. Però dentro non ci volevo tornare
perché mi faceva troppo schifo lo schifo che c’era dentro, che poi era lo
stesso schifo che c’è fuori solo che lì è più concentrato, ti s’appiccica
addosso e non puoi scappare. Così tenevo duro. Magari prima o poi mi
veniva una buona idea. Invece non mi veniva nessuna buona idea. Me ne
veniva sempre una sola, cattiva, la più stupida e la più irresistibile. Tenevo
duro, ma continuavo a pensarci. Non sarei certo stato il primo. Né l’ultimo.
Io ci ho una regola, che se ci ho in tasca due soldi non faccio il tirchio, così
se qualcuno mi chiede di pagargli da bere lo faccio volentieri se proprio
non sono a secco (ma se sono a secco non ci entro per niente nel bar, no?).
E se c’è qualcuno per strada che chiede la carità, non ci sto a pensare su,
tiro fuori tutti gli spiccioli che ci ho in tasca e glieli lascio volentieri. Chi
se ne frega.
Così ieri sera stavo nei paraggi della stazione e trovo uno che stava seduto
per terra appoggiato a un muro, mezzo pelato, con la barba lunga e un
cappottaccio che puzzava come una capra, e davanti in mezzo alle gambe
ci aveva il piattino suo, e dentro c’erano quattro o cinque monete che in
tutto saranno stati meno di un paio d’euro. Mentre passo quello alza un
attimo la testa, mi guarda e fa come un cenno di saluto, poi la riabbassa
subito. Era sera e non ci si vedeva bene, però mi era parso proprio così.
Magari era uno che mi conosceva. Così mi fermo e dico “Come butta?”. E
quello “Così”. E io “Così come?”. E lui “Non lo vede il piattino?”. E io
“Eh già”. E lui “Eh già”. Ci avevo in saccoccia solo due pezzi di carta uno
da dieci e uno da cinquanta euro e niente spiccioli. Era il frutto della
giornata in metropolitana, e non era andata male. Così dico tra me e me “E
chi se ne frega” e gli allungo il biglietto da dieci. Lui non si muove, allora
mi abbasso un po’ e lo lascio cadere nel piattino. “Buonasera” dico, e
ricomincio a camminare; ma quello dice “Perché chi se ne frega?”. E io
“Scusi?”.
- Le ho chiesto perché ha detto chi se ne frega.
- Io non ho detto niente, le ho lasciato dieci euro nel piattino.
- Sì, l’ho visto che mi dato dieci euro, e la ringrazio. Ma volevo capire
perché ha detto chi se ne frega.
- Guardi che si sbaglia, io non ho detto niente.
- Ma io l’ho sentito.
- Non so che dirle.
- Allora deve averlo pensato.
E in effetti io lo avevo pensato, me lo ricordavo bene, anche perché ogni
volta che faccio qualche cosa lo penso, penso sempre chi se ne frega prima
di fare qualunque cosa.
- E perché lo pensa sempre?
- Come dice?
- Dico: perché lo pensa sempre chi se ne frega prima di fare qualunque
cosa.
- Scusi, ma che sta dicendo?
- Come che sto dicendo? Le ho chiesto perché lo pensa sempre. Però non è
che è obbligato a rispondere, eh, alla fine sono affari suoi.
- Mi spieghi un attimo: dov’è il trucco?
- Quale trucco?
- C’è una telecamera nascosta, eh?
- Non lo so, non credo, però può pure essere, ormai ci sono telecamere
dappertutto.
- State facendo uno scherzo, eh?
- Io non ne so niente.
Mi stavo irritando, ma guarda tu se dovevo essere così fesso da abboccare,
abboccare a che non lo sapevo ma che stavo abboccando era sicuro.
- Ma no, guardi, non sta abboccando proprio a niente.
- Come?
- Non si deve preoccupare, non sta abboccando a niente.
- Ma che dice?
- Dico che può stare tranquillo.
- Io sono tranquillo, sono tranquillissimo.
- Allora meglio così.
- Però vorrei capire.
- Capire che?
- Come, capire che?
- Eh, capire che?
- Capire che sta succedendo qui, chi è lei, che vuole da me.
- Non sta succedendo niente, io sto qui che chiedo la carità, lei mi ha dato
dieci euro, io l’ho ringraziata. Tutto qui.
- No, dopo lei m’ha detto una cosa.
- Mi scusi, ma devo essermi già scordato, e comunque di sicuro non
volevo offenderla. Dieci euro è un’elemosina generosa.
Questo mi cogliona, pensai.
- Ma no che non la cogliono, ma che va a pensare?
- Come?
- Come che?
- Come ha detto?
- Perché, che ho detto?
- Insomma, giù la maschera, che succede qui?
- E che deve succedere?
- Succede che lei mi sta leggendo nel pensiero, ecco che succede.
- Ma via, ma le pare una cosa possibile?
- Non mi pare possibile, ma lei lo fa.
- E le pare che se leggevo nel pensiero me ne stavo accoccolato qui con
questo freddo su questo marciapiede lurido e gelato a chiedere
l’elemosina? Andiamo.
- Non lo so perché se ne sta qui a chiedere l’elemosina, però il pensiero lo
legge.
- E le pare che se leggevo veramente nel pensiero ero così sciocco da
farmene accorgere? Non ha senso.
- E’ vero che non ha senso, ma se ne fanno tante di cose senza senso.
- Questo è vero.
- E allora?
- E allora che?
- E’ vero o no?
- Che?
- Che legge nel pensiero.
- Che leggo nel pensiero?
- Sì.
- E che vuole che le risponda?
- La verità.
- La verità, la verità, e che ne so io cos’è la verità. Se lei mi chiede
un’informazione su come si arriva in via Morgue o alla Casa dei sette
abbaini magari gliela saprei dare, ma se lei mi chiede una cosa così
complicata come la verità...
- Non le ho chiesto la verità in assoluto, le ho chiesto se è vero che lei
legge nel pensiero.
- E anche se fosse vero, che ne ricaverebbe dal saperlo? Non le
cambierebbe niente, no?
- Può darsi, però vorrei saperlo.
- Sa quante cose vorrei saperle anch'io, sa.
- E allora?
- Allora che?
- Non faccia lo gnorri non faccia, eh, che con me casca male.
- Addirittura. E adesso che fa, minaccia?
- Non minaccio, avverto.
- E avverte di cosa, di grazia?
- Che non mi piace che mi si prenda in giro.
- A nessuno piace.
- Non lo so se alla gente piace o non piace, ma a me no.
- E chi dice di no?
- E allora?
- Ancora?
- Ancora, sì. E allora?
- Cosa vuole che le dica per farla contenta?
- Non voglio che dica qualcosa per farmi contento, voglio che risponda
alla mia domanda: lei legge nel pensiero, sì o no?
- E se non volessi rispondere? Non sarebbe nel mio diritto?
- Certo che può non rispondere, e chi la obbliga?
- Appunto. Nessuno mi obbliga e quindi non le rispondo.
- Però io le ho dato dieci euro.
- Stavolta sono io a doverle dire: e allora?
- E allora niente, cortesia vorrebbe che rispondesse.
- Ma la cortesia non è un obbligo.
- La gratitudine allora.
- La gratitudine di che, scusi?
- Come di che? Del fatto che le ho dato dieci euro, ecco di che.
- Guardi che se la mette così può pure riprenderseli.
- Non me li voglio riprendere, glieli ho dati e va bene così. Però penso che
ci ho diritto di sapere se uno mi legge nel pensiero, no?
- Non lo so se è una questione di diritto.
- Ma perché non la smette di cavillare e mi risponde con un sì o con un no?
Così la facciamo finita, che ci ho pure fretta.
Dissi che ci avevo fretta, ma mica era vero, camminavo tanto per
camminare per sentire di meno il freddo, più tardi avrei pensato a dove
rintanarmi per la notte, ci avevo cinquanta euro, sarebbero bastati per non
finire pure stanotte tra due cartoni.
“Dipende”, disse quello. “Come?”, dissi io.
- Dipende se vuole anche cenare oppure no, per una buona cena e un buon
letto non bastano.
Lo aveva fatto di nuovo.
Adesso non avevo più dubbi, così lo dissi: “D’accordo, non c’è bisogno
che risponda alla mia domanda, fesso che non sono altro, è chiaro che lei
mi legge nel pensiero; che bisogno c’è che mi dica di sì quando è evidente
che lo fa? Mi scusi se sono stato tanto importuno, eh, e buonasera”.
- Buonasera, buonasera, e si riguardi.
- Anche lei.
- Come no, e grazie.
- E di che?
- Come di che, dei dieci euro, no?
- Ah sì, già m’ero scordato.
- E visto che ci stiamo accomiatando mi consenta di darle, come posso
dire, un suggerimento, così, senza impegno, eh? Solo un suggerimento.
- Se è solo un suggerimento, sentiamo.
- Fra una settimana, di sera, quando starà seduto sulla spalletta del ponte,
non la faccia quella cosa, lasci perdere. Se ne ricorderà?
- Quale cosa?
- Lasci stare, non lo faccia.
- Ma cosa non devo fare?
- Lo saprà quando ci si troverà, e si ricordi, eh.
- Ma lei chi è?
- Uno che chiede la carità qui all’angolo della stazione, non lo vede?
- Sì, questo lo vedo, ma oltre questo, lei chi è?
- E chi lo sa, caro signore? E’ l’eterna questione: chi siamo? Da dove
veniamo? Dove andiamo? Che fai tu luna in ciel? Mi stia bene, e si ricordi
di quello che le ho detto. Oltretutto l’acqua è fredda e sporca. Non è per
niente una buona idea, dia retta a me. Adesso vada, vada, e mi stia bene,
buonasera.
- Buonasera, buonasera.

***

54. IO NON SONO RAZZISTA, PERÒ...

Razzista io? Ma di che? Io sono uno moderno, a me mi piace Bionzè, se


uno vede Bionzè e fa il razzista io dico che è malato e deve farsi curare.
Ma da uno bravo, eh. E quell’altra che faceva la donna-gatto in quel film,
eh? Che fai, la butti via? I razzisti gli serve una visita dall’oculista, ve lo
dico io.
E poi io non ci ho tempo per queste scemenze. A me m’interessa solo della
magica Roma e della nazionale. Pure il ciclismo, quando c’è il Giro o il
Tour.
Io sono uno moderno, ci ho interesse per la vita vera, le discoteche, la roba
buona, le bonazze a poco prezzo, ma pure quelle che costano un po’ di più,
se vale la pena. E certe volte eccome se vale la pena.
Mi tengo in forma, a casa ci ho una palestra olimpionica, e mi vesto come
si deve, non come certi trucidi che tu li guardi da lontano col binocolo e
già ti accorgi che puzzano. Eccheccavolo, se uno non ci ha un po’ di stile
nella vita resta sempre uno straccione. E a me i pezzentoni mi danno la
nausea mi danno.
Che io poi sono un animale notturno, un Apache, un Predator, sono come
uno della Deltaforze e dell’Effebbihai mess’insieme, ci ho pure il Suv, che
fa sempre la sua figura. Si rimorchia facile col Suv, e la gente ti rispetta.
Professionalmente sto nel terziario avanzato, distribuzione al dettaglio
delle buone medicine, avete capito quali, non fate i finti tonti che tanto io
ce lo so. In quanto imprenditore postmoderno e postindustriale ce lo so
come va il mercato della felicità, e i clienti li sgamo con un’occhiata. E ci
ho più clienti io del supermercato. Senza neppure bisogno della pubblicità,
anzi: magari potrei farlo io il testimonial in televisione, che ne so, per una
palestra, per una finanziaria, per i biscotti della nonna o il dopobarba da
macho. Ci ho la bella presenza e il business fiorente. Emano successo ed
ispiro fiducia, me lo dicono tutte le bellone. E sono pure allegro e
linguasciolta e - non fo per dire - ci ho il mio fascino di bel tenebroso in
carriera. Dai clienti mi fo chiamare Mister, oppure Boss. Eh, se uno ci sa
fare. Ed io modestia a parte ci so fare, cavalco la tigre, sto sulla cresta
dell’onda.
Fino alla settimana scorsa, porca della miseriaccia zozza.
*
Che mercoledì scorso arrivano ’sti nigeriani con la robaccia loro a prezzi
stracciati. Non dovrebbe neppure esserci gara, no? invece la clientela mia,
con tutto che l’avevo fidelizzata mollichella a mollichella, che ti fa? Ti
tradisce per comprare l’immondizia di quei, di quei, di quei: neofiti, ecco.
Allora che fo? Prendo il mitra? No, il mitra non lo posso prendere che
Rudolfone non vuole, che dice che non si deve fare il Far West. Quando
c’è qualche grana Rudolfone vuole che si va da lui che sa come si fa a
mettere a posto le cose senza fare casino, che se fai casino poi arriva la
madama, le telecamere, e insomma il mercato ne risente.
Così vo da Rudolfone e gli dico così e così, ’st’africani qui, eccetera
eccetera. E Rudolfone? Invece di difendere la patria e il Pil mi dice che li
ha autorizzati lui e che devo portare pazienza che c’è posto per tutti e tanto
chi vuole la roba buona lo sa che deve venire da me. Pazienza? Ci rimetto
uno sbraco di baiocchi e devo pure portare pazienza? Ma lui dice che o è
così o cambio zona. Cambio zona? E dove vado che è tutto pieno come un
uovo? Come se Rudolfone non ce lo sapesse. Allora glielo dico chiaro e
tondo: ma non è che mi vuoi fare le scarpe, eh? E lui: Se ti volevo fare le
scarpe mica stavamo qui adesso. Ah no? dico io. Eh sì, dice lui. Ho capito,
dico io. Bravo, dice lui. Così me ne vo. Bel bastardo, che però la
percentuale sua a fine mese la vuole fino all’ultimo centavo, il sor giuda, il
sor brutteccassio, il sor griso dei miei stivali.
Se rosicavo? Eccome se rosicavo. Però non è che potevo mettermi contro
Rudolfone, che sennò lui m’affoga nel cemento e ciao core. Però è vero
pure che nessuno ci ha mai provato, che magari se uno ci prova se lo pappa
lui il cuore di Rudolfone e non Rudolfone il suo, e si libera un posto. E’ il
darwinismo sociale, ragazzi. Però poi si deve anche tener conto pure del
fatto che alla fine Rudolfone è solo quello che controlla il settore nord-est
del natio borgo selvaggio, sopra Rudolfone c’è Pecorino, e Pecorino come
niente ti manda il gruppo di fuoco, che lui pensa in grande e non gliene
frega niente di fare casino quando serve di fare casino. Però chi lo sa se
magari Pecorino già sta pensando che Rudolfone ormai è un pesce lesso e
a controllare il settore ci vorrebbe uno nuovo, uno dinamico, giovane e
scattante come me, che si tiene in forma. E chi lo sa? Bisognerebbe
saperlo. L’intelligence è tutto, io le seguo tutte le serie in tv.
Perché non sono andato da Pecorino? Provateci voi, e poi me lo sapete
raccontare. Anzi, no: poi non raccontate più niente a nessuno. Perché a
Pecorino non gli piace che si saltano gli scalini della gerarchia, lui è della
vecchia scuola, si mette ancora la camicia nera, e chi prova a saltare la
scala gerarchica magari non lo sapeva ma ha fatto l’ultima capriola della
vitaccia sua, un botto per aria come i rospi e le castagnole. Un botto solo e
via.
Così ero bello che imbottigliato. Ci avevo qualche soldino da parte, ma si
sa che durano poco perché se sei un imprenditore di successo devi
mantenere un tenore di vita confacente; e poi devi investire sempre in
ricerca e sviluppo perché se ti fermi un attimo sei out, il mercato è andato
avanti e tu resti indietro e non è come al Giro o al Tour che ci hai i gregari
che riprendono il gruppo in fuga e tu arrivi placido placido con tutto il
gruppone al rettilineo del traguardo coi gregari che ti portano in testa per
farti fare lo sprint vincente comodo comodo; ennò, qui se resti indietro sei
fatto. è l’economia, bellezza, il libero mercato. Lo spettacolo deve
continuare.
Così pensa che ti ripensa non sapevo più che fare. Di mettermi d’accordo
coi baluba non mi sconfinferava manco per niente, che nel business nostro
quando si vede che uno cede è un attimo: ti trovi i piranha pure nelle
mutande, con decenza parlando, e prima che conti fino a tre t’hanno già
spolpato fino all’osso. E’ così che va, sono gli spiriti animali del
capitalismo rampante, le quattro tigri, gli eroici furori. Di cambiare settore
e buttarmi sulle armi o sulle bagasce o sulle scommesse significava entrare
in guerra con tutti gli operatori già presenti nel settore, oltre che con
Rudolfone, e si sa come va a finire se vuoi fare la parte di Maciste solo
contro tutti: diventi carne tritata prima di finire la sigaretta. Era veramente
una situazione critica, proprio una gran confusione sotto il cielo.
*
Finché m’è venuta l’ideona.
Tra i clienti affezionati ci ho pure Pizzardino. Pizzardino, sì, quello che il
padre fa il vigile urbano, sennò perché lo chiamano Pizzardino?
Pizzardino è giovane e ci ha la moto e pure il casco. Ed è sempre a rota.
Sempre. Il che lo rende malleabile nei negozi giuridici. Niente male,
questa dei negozi giuridici, eh? Se uno ha fatto tre anni di ragioneria si
vede. E prima, quando ho detto del griso, l’avevate capita? L’avete visto lo
sceneggiato dei Promessi sposi? Io sì.
Così lo chiamo e gli dico che gli voglio fare un bel regalo se lui mi fa uno
spaccetto facile facile. E figuriamoci.
Adesso, chi opera nel libero mercato lo sa come funzionano le cose. Così
io ci ho la mia piccola collezione di aggeggetti vari. Per quando servono. E
adesso serviva.
*
Se è andato tutto bene? E c’è da chiederlo?
Verso sera, che era già buio abbastanza, Pizzardino strafatto come
un’ameba (eh? ganza pure questa, no?) tutto di nero vestito col casco
integrale parcheggia la moto nel vicoletto del ricottaro che fa angolo con
Piazza della Vittoria e zitto zitto quatto quatto a piedi nella penombra
come l’uomo in frac se ne va a fare la consegna del pacco regalo al prete.
Lo deposita proprio davanti alla porta della chiesa, appiccia la miccia e
via. Un bel botto. Gli scheggioni (che il pacco era bello imbottito di chiodi
a quattro punte) arrivarono non solo dentro i tre bar della piazza, ma fino
ai giardinetti che c’è sempre qualche coppietta d’imbecilli posizionati nel
posto sbagliato al momento sbagliato, la gente è proprio stupida.
Adesso veniva la parte geniale del piano: avevo spiegato a Pizzardino che
prima di dileguarsi nelle tenebre doveva gridare due volte quello strillo che
fanno i baluba terroristi, avete capito quale, una specie di “A baccalà, a
baccalà!”. Non era difficile. Infatti ci riuscì pure Pizzardino, con tutto che
era strafatto come un sargasso (e questa, eh?). E via nel cuore della notte, e
dopo un po’ di gincana si presenta al committente per il bonus, che io sono
uno generoso, lo sanno tutti.
Gli avevo dato appuntamento nello stradone dietro il campo sportivo, che
c’è un dislivello del terreno, una scarpatella di una decina di metri che non
ti vede nessuno e intorno sono tutti rovi e immondizia. Gli chiedo se aveva
fatto tutto, lui riferisce da bravo caporale: collocamento pacco, esplosione
con strage, duplice strillo del baccalà, e fuga nelle tenebre senza lasciare
tracce. Bene, dico, così si fa. E gli passo il sacchetto del paradiso artificiale
in plurime dosi; lui ringrazia educatamente, ci salutiamo da vecchi amici,
gli lascio fare due passi e lo trapasso con cinque revolverate cinque nel
collo, tra il casco e il giubbotto da fighetto. Poi lo raggiungo e finisco il
lavoro col coltellino da frutta (io lo chiamo così, ma è mezzo metro
d’acciaio con un lato seghettato che ci puoi affrontare un alligatore e
aprircelo dalla punta del naso fino alla fine della coda). Ottimo, senza
neppure sporcarmi. Recupero il pacchetto che gli affari sono affari e
sequestro il portafogli. Ispeziono la moto e tutto regolare. Poi prendo la
tanica che avevo sul Suv, irroro la moto e irroro la salma per cremarli
entrambi che anche questa è cultura, è civiltà. Accendo, resto lì mezzo
minuto a verificare che fratello fuoco fa il dovere suo, e poi via, che c’è
ancora un sacco di lavoro da fare.
Cinque minuti e arrivo in piazza che pare la stazione di Bologna, ve la
ricordate? Ch’è successo, strillo. L’attentato, l’attentato, dice la gente. E
chi è stato, ristrillo. Non si sa, non si sa, dice la gente. Come non si sa,
strillo allora, che non lo avete sentito che il terrorista ha strillato A baccalà,
a baccalà? siete più stupidi della luna siete, questo è il terrorismo che
fanno quei negri senza dio che rubano il lavoro agli italiani e offendono la
patria e la religione nostra, porco di quel porco (e qui ci misi giù un
bestemmione come si deve, che alla gente nostra gli piace).
E allora che si fa, continuo, si sta qui a buscarle da questa banda di
marocchini a casa nostra?
Come un sol uomo si sollevò la piazza (quelli che non erano morti o feriti,
gli altri restarono sdraiati), e siccome il pomeriggio avevo già allungato un
bel regaletto a Barbanera e ai suoi boys (che sarebbero la curva della
squadra cittadina quando gioca, e quando non ci sono le partite sono loro
la squadra, la squadretta neonazista che io la sponsorizzo perché quando
serve sono sempre sevizievoli), su mia strategica indicazione si erano
tenuti lontani dalla piazza all’ora del fattaccio, ma adesso erano tutti lì con
le catene, i tondini, le lame, le taniche, le corde insaponate e tutto il resto
dell’attrezzatura, pronti a fare il dovere loro e a guidare la spedizione
patriottica: una centuria all’adiacente piazzetta dove i neofiti tenevano
quello schifo di discount all’aperto, il bazar clandestino della malora, e
un’altra al centro d’accoglienza dove dormono gli altri disgraziati musi
neri che non c’entravano niente ma quando ci vuole ci vuole e non si può
fare chi figli e chi figliastri.
Tempo un paio d’ore e giustizia sommaria era fatta. La pula e i caramba
chiusero un occhio, che l’ho già detto prima che io so essere generoso.
Il giorno dopo sui giornali e le televisioni campeggiava l’attentato
terroristico e l’orrore dei poveri cristiani ammazzati dai baluba. Dei baluba
mandati al creatore per doverosa rappresaglia a nessuno parve il caso di
dare notizia. E’ come quella canzoncella di una volta: si fa ma non si dice.
Siamo gente moderna, ci abbiamo la civiltà. Pure le comodità. E ce le
teniamo strette le comodità. Ci ho ragione, no?
La sera dopo mi telefona Rudolfone per dirmi che adesso voleva una
percentuale maggiorata (dal 10% solito al 15) e che la piantassi di fare
casino. Ci mettemmo d’accordo sul 12%, siamo uomini d’affari.

***

55. LA CAMICIA NUOVA

“Ti abbiamo fatto un regalo, speriamo che ti piace”. “Certo che mi piace”,
ho detto io prima ancora di scartarlo. Era una camicia. Nera. Mia moglie
insistette che la provassi subito, eventualmente la potevano cambiare. Mi
dà sempre fastidio quando fa così, le dissi che me la sarei misurata prima
di andare a letto. Ma lei insistette, e i bambini erano lì, insomma, dovetti
dire di sì. Andai in camera, mi tolsi la camicia che avevo addosso, misi la
nuova: mi stava a pennello. Tornai in sala e tutti furono contenti. Basta
così poco a far contente le persone. Poi tornai in camera e mi rimisi la
camicia che avevo prima, e quella nuova la sistemai su una stampella
nell’armadio. La sera a letto mia moglie mi disse: “Te la metterai, sì, la
camicia nuova?”. “Sì, sì”, risposi. “I bambini ci tengono, lo sai”. “Lo so, lo
so. Buonanotte, adesso”.
*
Per qualche giorno non ci ho pensato più, e nessuno ne ha più parlato. Ma
ogni volta che la mattina cambiavo la camicia mi chiedevo se dovevo
mettermi quella, ma decidevo sempre di no, quasi automaticamente, senza
pensarci sopra. Una sera mia moglie mi chiede: “Che, non ti piace?”. “Non
mi piace che?”. “La camicia nuova”. “Perché?”. “Perché non la metti”.
“No, no, mi piace, domani la metto”. “I bambini ci tengono, l’hanno scelta
loro”. “Lo so, lo so, domattina me la metto”.
Ma la mattina dopo non me la misi. Però ci pensai. Non sapevo bene
perché, ma mi dava fastidio dovermela mettere per obbligo. E chi glielo
aveva chiesto di regalarmi una camicia? Anzi: chi gli aveva mai chiesto
nessun regalo. A me i regali non piacciono. Non li faccio e non li voglio
ricevere. Insomma non me la misi. La sera mia moglie non disse niente, e
fece bene.
Però adesso ci pensavo tutte le mattine a quella stramaledetta camicia che
faceva bella mostra nel mio armadio. “Prima o poi dovrò metterla”, pensai,
“Oltretutto mi sta pure bene”. Così una mattina mi decisi e la infilai.
*
Fu subito una sensazione strana. Adesso non direi di disgusto, ma
comunque spiacevole. Mi fermai davanti allo specchio a chiedermi perché.
Perché era nera, certo. E una camicia nera in Italia ha un significato che
non ha in nessun’altra parte del mondo, immagino. E siccome mia moglie
è sudamericana, anche se vive qui da quanto? da trent’anni almeno, che è
stata adottata da una famiglia italiana che era bambina, ecco, per lei quel
colore non significa niente, che ne sa? Ma per me sì, una camicia nera
significa il fascismo.
Ho pensato subito che io per strada con la camicia nera non mi ci volevo
far vedere. Poi mi sono detto di non fare il ragazzino. Chi ci fa più caso al
colore di una camicia? Ma io sì, io ci faccio caso. Stavo per togliermela
quando ho pensato che evidentemente avevo un ben misero concetto di me
se pensavo che non potevo indossare una camicia nera: io sono sempre io,
non è il vestito che decide. Certo, una divisa militare non me la metterei, i
paramenti sacerdotali di una qualunque religione nemmeno, ma una
normale camicia gialla o rossa o verde o nera che mi cambiava? Però
ripensandoci di camicie gialle o rosse o verdi non ne avevo, le avevo tutte
o bianche o celesti o blu o a righe. Ma a dire il vero neppure me le ero
comprate io, me le comprava mia moglie: tutti i vestiti che ho li ha
comprati mia moglie, io li metto e basta. Non ho mai dato nessuna
importanza ai vestiti. Basta che non siano vistosi, mi piace esser discreto,
non essere notato, tutto qui. E la camicia nera invece si notava, eccome.
Perlomeno io la notavo. Magari gli altri no, ma io sì. Non mi piaceva. Me
la tolsi e la rimisi sulla stampella. Era un po’ sgualcita adesso. Di sicuro
mia moglie se ne accorgeva che era sgualcita e di sicuro capiva subito che
me l’ero messa e poi me l’ero tolta di nuovo. E di tutto avevo voglia tranne
che di dover perdere tempo a spiegarle perché me l’ero messa e poi me
l’ero levata, che me l’avrebbe chiesto di sicuro, sicuro come una messa.
Così decisi di metterla, e chi se ne frega.
Ero già in ritardo, che è una cosa che odio. A me piace essere puntuale.
Avrei dovuto fare una corsa fino alla stazione, ma a me di correre non mi
piace per niente. Oltretutto non sono più un giovanotto. E poi con quella
camicia nera. Che anche se sotto la giacca e la cravatta se ne vedeva poca,
però si vedeva. Non riuscivo a decidermi e ormai neppure se correvo come
un disperato facevo in tempo a prenderlo il treno. Così pensai che potevo
prendere il treno successivo e intanto telefonare all’ufficio che facevo
tardi. Che però non mi piace per niente dover telefonare che faccio tardi,
non mi piace dover sentire i commenti e il tono dei commenti, non mi
piace e basta. Così invece di dire che avevo perso il treno dissi che mi
sentivo male e che restavo a casa. Che almeno così ci avevo una giornata
libera, e me ne potevo stare a casa da solo in libertà almeno tutta la mattina
che i bambini erano a scuola e mia moglie al lavoro. Era un secolo che non
potevo stare a casa mia da solo.
*
Così ero restato a casa, pensavo che avrei fatto un sacco di cose, invece era
finita che mi ero seduto davanti alla televisione a cambiare canale di
continuo senza neppure guardare niente. Mi annoiavo. E più mi annoiavo e
più mi irritavo. Come diavolo le era venuto in mente a quella cretina di
mia moglie di farmi quel regalo da fascisti. Sì, i figli. Ma quali figli,
figurarsi, era stata lei a decidere, ci avrei giurato. Magari lo sapeva che era
un regalo da fascisti, e me lo aveva fatto apposta, per offendermi. Fui sul
punto di levarmela la maledetta camicia, per bruciarla. Ma bruciarla dove?
Nel lavandino? E il fumo? Noi stiamo in un condominio, il giardino non ce
l’ho, e neppure un camino dentro casa, che ci abbiamo i termosifoni - che
oltretutto sono sempre rotti e si bubbola dal freddo tutto l’inverno. Quella
cretina, che adesso mi chiedevo come m’era venuto in mente di
sposarmela. Magari neppure era mio. E poi aveva dovuto abortire lo
stesso. Certo che se ne fanno di scemenze da giovani. E si pagano dopo. Si
pagano per tutta la vita. Che se avessi continuato col gruppo rock
psichedelico, magari oggi chi lo sa. Invece no, fesso che non sono altro. Le
dice bene che sono una persona civile, e un compagno. E lei mi regala la
camicia nera, brutta ... La camicia nera a me, che sono sempre stato un
compagno e a tutte le manifestazioni, a tutte. Per il Vietnam, per il Cile,
tutte. Ci ho ancora le opere scelte del Che, magari un giorno le cerco giù in
garage e me le rileggo. Pure Kerouac. Mi pare d’essere uno scarafaggio
con questa camiciaccia nera. Sicuro che l’ha fatto apposta, davanti fa
sempre mille moine ma questo è proprio, come cavolo si chiama, il lapsus
freudiano, ecco come si chiama. Ha gettato la maschera. Fascista io, eh?
Te lo farei vedere io che è un marito fascista, altro che cavoli. Come una
regina l’ho sempre trattata, come una regina, ed ecco come mi ripaga.
Certo, non dico che le scappatelle mie non le ho avute, ma quando lei me
l’ha chiesto ho sempre negato tutto, perché dovevo offenderla? Così ho
sempre negato tutto, per non offenderla. E che dovevo fare? Dovevo dirle
che con lei non ci avevo più gusto invece con quelle sventole di slave, di
nigeriane, di marocchine, di so un cavolo io da dove venivano, ma quel
che è certo è che per venti euro venti gli facevi fare quello che ti pareva.
Invece lei? Le ho dato un cognome, una casa, tutto. Mi è costata più di una
figlia femmina mi è costata. Insomma, è vero che ha contribuito pure lei
alle spese, quel che è giusto è giusto, tutti gli anni che mi facevo e non
lavoravo la baracca l’ha mandata avanti lei, l’ha tirata lei la carretta, e chi
lo nega? Però non era umiliante per me? Non mi mortificava che lei
lavorava e io no? Per questo andavo a letto con quelle altre, che poi non
era mica amore, era solo sesso, che si compra e si vende, come se uno si
abbona a una palestra o a una scuola di ballo, no? Io a lei le ho sempre
voluto bene, con tutto che m’ha umiliato per tutta la vita, che non dice mai
niente ma glielo leggo negli occhi che pensa di essere meglio di me, la
cagna. Che le dovrei dare una ripassata così se lo ricorda chi è il signore e
padrone. Le dice bene che sono un compagno e certe cose non le fo.
Quando mi facevo sì, è vero, la menavo, la menavo tanto, ma era perché
mi facevo e mi servivano i soldi. Però devo dirlo che quando la volevo
mandare a battere e lei si è rifiutata, ecco, oggi sono contento che si è
rifiutata, anche se lì per lì gliene ho date tante che finì all’ospedale e
dovette dichiarare che era cascata dalle scale, che neanche c’erano le scale
dove abitavamo allora che stavamo al pianterreno.
Però me ne ha pure combinate di certe, che io non ci penso perché sono un
uomo, come si dice, magnanimo, magnanimo ecco, perché sennò, come
quella volta che diceva che avevo molestato Angioletta, che ci vuole il
coraggio di una bestia per dire che un padre amorevole come me poteva
aver voluto fare del male alla carne della sua carne e al sangue del suo
sangue. Che poi all’Angioletta di sicuro che le era pure piaciuto, perché
non fo per dire ma me lo dicono tutte quelle che rimorchio che ci so fare,
le slave, le nigeriane, le marocchine, le so un cavolo io da dove arrivano.
Ma la madraccia sua, che poi sarebbe la mogliaccia mia, a dire che
all’Angioletta le avevo fatto male, e che ero questo e quello. Intanto se una
è femmina è normale che la prima volta le fai male, è la natura, la
fisiologia femminile. Poi le avrò fatto male la prima volta magari, le volte
dopo no, o comunque di meno, no? Oltretutto sono il padre, no? Ma quella
strega della mogliaccia mia insisteva, e così la dovetti castigare. Che a me
se c’è una cosa che non mi piace è quando il marito mena la moglie. Però
quella volta l’ho dovuta proprio castigare. Poi ha smesso di scocciare. Si
vede che l’ha capito che Angioletta è contenta. Angioletta non dice mai
niente, sta zitta zitta e a testa bassa, si vede lontano un chilometro che è
contenta. E ubbidiente, non come la madraccia sua che ogni volta una
discussione.
*
Adesso s’era fatta l’ora di pranzo e nel frigorifero non c’era niente di
pronto. E io di mettermi a cucinare non ci ho voglia. Lo saprei fare, che
sono uno che sa fare tutto, che non ci ho bisogno dell’aiuto di nessuno io,
però adesso non mi andava. Era meglio se ero andato al lavoro. A quello
schifo di lavoro. Non lo so. Magari potevo fare un salto al supermercato,
ma con questa camiciaccia nera da fascista addosso non mi andava. Potevo
levarmela, è chiaro, che ci voleva? Ma mi faceva rabbia di dovermela
levare, come se dessi ragione a quella porca di mia moglie che di sicuro
avrà pensato che così mi vergognavo, e invece, guarda un po’, io non mi
vergogno di niente. Mi hai comprato la camicia nera? E io me la metto,
guarda un po’. Che io me ne frego della camicia nera, io me ne frego di
tutto.
Però tra un po’ arrivavano da scuola quelle pesti di Angioletta, di Ninetto e
di Carlottina - Carlottina adesso ha sei anni ed è troppo piccola ma magari
tra un paio d’anni... e magari qualche volta pure insieme a Angioletta, una
cosa a tre, come dicono i francesi. Ma non divaghiamo, chissà a che ora
arrivano da scuola. Magari pretendono pure che gli preparo il pranzo visto
che sono a casa. Certo, se non c’era Ninetto era pure divertente, ma quel
rospo come faccio a levarmelo di torno? Di riempirlo di spiccioli per
mandarlo alla sala giochi non mi va, i soldi miei me li spendo io, non lui,
che magari ci si compra la droga che se ce lo becco lo ammazzo di botte.
Quando lavorerà spenderà, adesso stia contento che non lo caccio di casa.
Magari in collegio, ma di spenderci i soldi per tenerlo in collegio solo per
potermene stare tranquillo con Angioletta e Carlottina, andiamo, ma che
pensieri mi vengono? E che i soldi li trovo per strada? Il collegio è una
spesa, allora meglio mandarlo in riformatorio, chi lo sa se ci sono ancora, o
una casa-famiglia. Magari potrei pure trovare il modo per levarmi di torno
pure la mogliaccia mia, ma i soldi che porta a casa servono pure quelli, e
allora bisogna che me la tengo, con tutto che mi ha proprio rotto, eh, con
tutte le sue pretese, e adesso pure quest’affronto qui, la camicia nera a me.
A chi l’hai detto fascista, eh? Statti accorta che io sono caro e buono ma se
mi prendono i cinque minuti... La camicia nera. Ma pensa.
E più ci pensavo e più mi c’infuriavo.
Poi sono arrivate le tre carognette e Angioletta ha preparato da mangiare
per loro e pure per me, il babbino suo. Io però la camicia nera me l’ero
levata che tanto a casa mia posso stare pure in canottiera, è casa mia, e
oltretutto con questo caldo.
Ninetto fa: “Ah ba’, ma com’è che sei già a casa?”. “E a te che te ne frega?
Mangia e va’ a fare i compiti, forza”. E Angioletta, allora: “No, resta”.
Come come? Diedi una manata sul tavolino che feci saltare per aria tutto
quel che c’era. Poi, rivolto a Ninetto: “Ho detto che fili in camera tua a
fare i compiti, avanti marsch, vedi tu se non ti ci chiudo a chiave”; poi,
rivolto a Angioletta: “Adesso porti la piccinina dalla signora Aurelia e le
chiedi se la può guardare lei, e poi torni qua che mi sa che ti devo proprio
insegnare l’educazione”. E allora la viperetta che fa? Dice no. No, dice.
“Come come?”, dico io.
“No”, dice lei, “Carlotta resta qui, e resta qui pure Giannino, che io da sola
con te non ci voglio restare”. Ecco che succede ad allevare i figli secondo
principi libertari ed antiautoritari, ecco che succede: che poi ti mancano di
rispetto.
Andai in camera da letto e mi misi la camicia nera. Adesso mi pareva che
mi ci sentivo proprio bene. Tornai in cucina e mi sfilai la cintura.

***

56. LA MANIA

I poveracci ci hanno tutti questa mania di voler lavorare.


Per questo restano poveracci. E crepano come crepano.
Se invece di essere fessi prendessero esempio dai ricchi lo capirebbero
quello che si deve fare per migliorarsi: rubare. Rubare e ammazzare.
Io, non fo per dire, l’ho capito subito. Ho fatto il liceo classico.

***

57. LA STREGA

Come m’è venuta l’idea? Guardavo la televisione che io la guardo sempre


tutta la notte perché fo il guardiano notturno qui al cantiere e bisogna che
resto sveglio tutta la notte e ogni tanto dovrei pure fare un giro d’ispezione
ma io il giro non lo fo che fa freddo e tanto c’è il cane che se succede
qualche cosa abbaia e il malandrino scappa. Così io mi guardo la
televisione in santa pace. La volete sapere la verità? Non c’è un cavolo di
niente da vedere la notte in televisione. Le partite sono quelle di prima
dell’anno del cucco, i film tutti in bianco e nero, e gli spogliarelli sono
certe trucide che se le incontri scappi. Però l’altra notte c’era un film di
streghe, cioè di una che uno diceva che era una strega perché non c’era
stata con lui e alla fine la bruciavano viva.
Ma pensa, mi sono detto.
*
Così il giorno dopo prima dell’ora di pranzo sono andato alla posta con la
scusa di comprare un francobollo per spedire una cartolina. Allo sportello
c’era la Ninetta che lavora lì e che a me m’è sempre piaciuta e che invece
lei non mi può vedere non lo so perché, magari per quella volta che
eravamo ragazzi e le feci quello scherzo. Se una non sa stare agli scherzi,
dico io. M’avvicino allo sportello e le dico che vorrei un francobollo per
spedire una cartolina, e sottovoce aggiungo: ti devo parlare, Nine’. E lei: E
di che? E io: Adesso qui non te lo posso dire, ma se alle due ci vediamo al
casaletto vedi che è una cosa che t’interessa. Te lo sogni che ci vediamo al
casaletto, dice lei. Vigliacca. Vigliacca e cagna. E m’era costata pure un
francobollo.
Io di pomeriggio di solito dormo che poi devo fare la notte al cantiere, ma
quel pomeriggio ho aspettato che la posta chiudesse e quando lei è uscita
mentre andava a casa sua che abita lì vicino l’ho affiancata per strada e
mentre camminavamo le ho detto quello che le dovevo dire.
- Ah Nine’, guarda che sei in pericolo.
- E di che?
- Rischi che fai una finaccia, per fortuna che ci sono qua io.
- Ma che ti sei bevuto? Vedi di andartene prima che ti denuncio.
- Si tratta proprio di questo, lo vedi? E’ che c’è uno che ti vuole
denunciare.
- A me?
- A te, sì.
- E che avrei fatto?
- Eh, è una cosa delicata, mica ne possiamo parlare qui per strada. Magari
ci potremmo vedere tra mezz’ora al casaletto.
- Ancora intigni? ma vedi di andartene.
- Io sto cercando di aiutarti, certo che tu non me lo rendi facile di fare
questa buona azione, eh.
- Ma chi ti conosce, ma chi lo vuole l’aiuto tuo, ma vedi di andartene.
- Guarda che stai per passare un guaio, eh, io t’ho avvisata.
- Ma sparisci, che mo’ chiamo le guardie.
- Ti volevo fare una cortesia perché io t’ho sempre voluto bene.
- Sì, come quella volta.
- Ancora? Ancora fai l’offesa? ma se era uno scherzo. E poi, via, magari
t’è pure piaciuto, eh?
- Guarda che se non la smetti stavolta ti denuncio, che lo dovevo aver fatto
già allora.
- E denunciavi che? Per fare la figura della svergognata? Ah Nine’, basta
mo’, eh.
- Ma te ne vai o no? Guarda che mo’ strillo.
- E che strilli? Che strilli? E piantala di fare la matta, piantala, che ti sto
facendo un favore a dirti che ti stanno per denunciare, e invece di dirmi
grazie ecco come sei fatta. Ci hanno ragione quelli che dicono quello che
dicono.
- E che dicono?
- Ah, adesso lo vorresti sapere, eh? Qui è già pronta la denuncia penale,
Ninetta bella, la denuncia penale e ti si bevono con tutte le scarpe. Io ti
volevo aiutare, ti voglio aiutare, ma tu non vuoi.
- Ma quale denuncia penale? Ma vedi di farla finita e di levarti di torno.
- Ah, la metti così, eh?
- Sì, la metto così.
- E non ci hai paura della condanna? Perché ce lo dovresti sapere che è
condanna sicura.
- Ma condanna di che?
- Come di che, ce lo sai di che.
- Io non so niente.
- Per questo sono venuto a dirtelo, per aiutarti, ma tu l’aiuto dell’unico
amico che ti vuole aiutare non lo vuoi, e poi succede quello che succede.
- E che succede?
- Ce lo sai che succede. Il gabbio. E fosse solo il gabbio. No, c’è pure tutto
quello che succede a una bella ragazza come te quando sta al gabbio. Lo
sai che succede.
- Io proprio non ti capisco.
- E invece dovresti capirmi. Ti sto offrendo la salvezza e tu la rifiuti.
- Insomma, se mi devi dire qualche cosa dimmela qui e poi smamma.
- Qui in mezzo alla strada? Sono cose delicate, stiamo parlando di penale,
di condanna sicura. Sarebbe meglio al casaletto.
- Te lo scordi il casaletto.
- Allora magari stanotte nella baracca mia giù al cantiere?
- Ma tu sei fuori di testa.
- Allora dimmelo tu un posto sicuro, che a me mi sta bene qualunque posto
dove si possa parlare tranquilli che è cosa delicata, delicatissima, te l’ho
detto.
- Guarda che se è un trucco...
- Ma che trucco, ti sto salvando la pelle e tu m’insulti pure. Vuoi
scommettere che dopo che abbiamo parlato mi ringrazi? Che dopo mi ci
dai pure un bacetto, eh?
- Tu sei malato.
- Malato? Malato, sì. Malato d’amore per te.
- Cerca di essere malato d’amore per la moglie tua.
- E che ho detto che a lei non le voglio bene? Però lo sai che sono pure
innamorato di te, lo sai.
- Infatti ancora me lo ricordo da quella volta.
- Ma se era uno scherzo. E poi tu sei troppo permalosa, eh. E comunque ti
sto facendo un favore che dopo mi ringrazi, mi straringrazi, fidati.
- Va bene, basta che la fai finita. Tra un’ora ai giardinetti.
- Davanti a tutti?
- Ah, io da sola con te non ci resto.
- Ma come te lo devo dire. C’è la denuncia già pronta. Io potrei ancora
fermare tutto, ma se tu non mi permetti di aiutarti come faccio?
- Ma dici davvero?
- Davvero sì.
- Una denuncia contro di me?
- Proprio.
- E che avrei fatto?
- Te l’ho detto che non te lo posso dire qui per strada, ma è una cosa
brutta, e pericolosa, pericolosa parecchio.
- Io non ho fatto niente.
- Ma ci sono i testimoni.
- I testimoni di che?
- Come di che? Del delitto.
- Io avrei fatto un delitto?
- Se parte la denuncia, ma se io fermo la denuncia, niente denuncia, niente
processo, niente condanna e quindi niente delitto.
- E tu come faresti a fermare ’sta denuncia.
- Posso, posso.
- Non ci credo.
- Faresti bene a crederci, il tempo è poco.
- Il tempo è poco?
- E’ poco sì, la denuncia è già pronta, domani o al massimo dopodomani
parte, e poi non c’è più salvezza. E’ condanna sicura.
- Non è vero niente.
- Se ci pensi lo sai che è vero.
- Non è vero niente.
- Ma perché ti vuoi rovinare, solo per ripicca di quella storia di vent’anni
fa? Qui ti rovini la vita, dammi retta.
- Non è vero niente.
- E tre. S’è rotto il disco?
- Se c’è qualche cosa me lo puoi dire qui.
- No, qui per strada non te lo posso dire.
- E allora dove?
- Finalmente. Al casaletto tra mezz’ora.
- Al casaletto no.
- Al casaletto sì.
- Allora a casa mia.
- Ma scherzi? Davanti a tua madre.
- Tanto è sorda.
- Lo dice lei che è sorda, secondo me non è sorda per niente.
- Allora al negozio di mia sorella.
- Nel negozio? Ma dico, ti sei bevuta il cervello?
- Non nel negozio, nel magazzino dietro.
- Ah, nel magazzino.
- Sì, nel magazzino.
- Nel magazzino dietro.
- Sì.
- E allora va bene, giusto perché ti voglio bene.
- Tra un’ora.
- Non si potrebbe fare prima?
- Tra un’ora.
- Va bene, giusto perché ti voglio bene.
- Smettila di dirlo o chiamo le guardie.
- Ma tu sei proprio fissata.
- Tra un’ora.
- Tra un’ora, sì, sì.
*
- Eccoti. Entra.
- Entro, entro. Mica ci sarà pure la Franca?
- Sta al negozio.
- Però il negozio è attaccato, magari ci sente.
- No che non ci sente, e poi in mezzo c’è la porta.
- E’ meglio che la chiudiamo a chiave.
- Te lo sogni.
- Guarda che lo dico per te.
- Te lo sogni.
- E vabbe’. Bisogna fare sempre come dici tu.
- Ah sì?
- Eh sì.
- Ma pensa.
- E già.
- E allora?
- E allora che?
- Come che? quello che mi dovevi dire.
- Ah, ecco. Ti stanno per denunciare. Anzi, la denuncia è già pronta, scritta
e tutto. Manca solo che la portano ai carabinieri. Però io posso ancora
fermare tutto.
- Ah sì?
- Eh sì.
- E chi sarebbe che mi denuncia.
- Questo non te lo posso dire.
- E che avrei fatto, questo me lo puoi dire?
- Questo sì.
- E allora dimmelo.
- E’ una denuncia per stregoneria.
- Che?
- Una denuncia per stregoneria.
- Lo dicevo che era uno scherzo.
- Ma quale scherzo, è una cosa seria. Ci finisci al gabbio, Nine’.
- Io?
- Tu, sì.
- Perché sarei una strega?
- La denuncia è per stregoneria, sì.
- Vabbe’, mo’ basta.
- Guarda che è una cosa seria, Nine’. E ti posso salvare solo io.
- E perché potresti salvarmi solo tu?
- Perché la denuncia ce l’ho io, quello che ti denuncia l’ha data a me e
m’ha detto di decidere io se andare avanti o no.
- Adesso ho capito, è tutta un’invenzione tua.
- No, no, io sono quello che ti può salvare dalla gente che ti vuole male.
- E perché mi vorresti salvare?
- Perché ti voglio bene, Nine’.
- Ma io non ci ho bisogno di essere salvata, perché le stregonerie non le ho
mai fatte.
- E no, Nine’, non mi dire così, che allora si vede che non hai capito
niente. Qui c’è la denuncia, ci sono i testimoni, c’è il processo e c’è la
condanna sicura come una messa.
- Ti stai inventando tutto tu.
- No. Io sto cercando di salvarti.
- Perché mi vuoi bene.
- Precisamente, perché ti voglio bene.
- Vabbe’, se mo’ non te ne vai vedi tu se non ti do due pizze.
- Allora preferisci la galera.
- Ma piantala.
- Guarda che è galera sicura, io l’ho letta la denuncia.
- Ma quale denuncia.
- per stregoneria.
- Vabbe’, allora fammela vedere.
- Non ce l’ho mica qui, mica me la posso portare dietro, è un documento
che scotta.
- E dove ce l’hai?
- Non te lo posso dire, lo capisci.
- Io non capisco un bel niente, però se veramente c’è una denuncia e se
veramente ce l’hai tu e se veramente devi decidere tu che farci, allora è
meglio che la bruci.
- Lo potrei pure fare, per te lo potrei pure fare.
- E allora fallo e piantala di scocciarmi.
- Tu dammi un segno di gratitudine e io lo fo.
- Come?
- Se stanotte vieni alla baracca al cantiere vedrai che ci divertiamo.
- Come?
- Come ci divertiamo? Lo sai come. Come quella volta, meglio di quella
volta.
- Ma tu sei fuori di testa, brutto maiale schifoso.
- E adesso che parole sarebbero queste?
- Ma io ti cavo gli occhi.
- Al tuo salvatore? Non ti conviene. Ti conviene essere carina, invece.
- Adesso chiamo mia sorella e le racconto tutto.
- Io non lo farei. Proprio non lo farei se fossi in te. Pure per tua sorella c’è
la denuncia pronta. Però lei a letto non ce la voglio, a me mi piaci tu,
Ninetta bella.
- Va’ via. Va’ via prima che faccio uno sproposito.
- Vado, vado, ma tu ricordati: stanotte alla baracca. Perché sennò
domattina parte la denuncia eh. Se avessi studiato la storia lo sapresti che
le streghe fanno una brutta fine.
*
Come è andata a finire? Lo sapevo che me lo chiedevate.
Lei s’impiccò in galera.
La sorella la gente del paese, che è brava gente, le bruciò il negozio che da
noi le streghe non ce le vogliamo. Le bruciò il negozio con lei dentro.
Della sorella a me non me ne fregava niente, ma che la Ninetta s’è
ammazzata m’è dispiaciuto che a me m’era sempre piaciuta e magari
quando usciva di galera era più remissiva, no?

***

58. SPORCO E PULITO

Dicono tutti così, che è uno sporco lavoro.


E perché sporco? Io dico che è un lavoro pulito.
E lo saprò meglio di loro, no? Io ’sto lavoro lo fo.
*
Intendiamoci, neppure a me mi piace che c’è quello che sta lì a casa sua
con la piscina e tutto e lui decide a chi fare la pelle e però a fargli la pelle
ci devo andare io. Sarebbe giusto che ci andasse lui, no? Ma siccome a lui
i soldi gli escono dalle orecchie allora ci devo andare io. Io dico che non è
giusto, però è così che va.
Dice: e allora perché lo fai se non è giusto?
Bravo: e me lo passi tu lo stipendiuccio? me li paghi tu gli sfizietti? no? e
allora stattene zitto.
*
No, a me non me ne frega niente delle patacche, i nastrini, gli encomi.
Sono tutte fesserie. A me non me ne frega niente di niente. Io fo il lavoro
mio e basta. Per i soldi e basta, sì.
La patria, la civiltà, il petrolio, ma che me ne frega a me? Io penso ai soldi
e a essere quello dal lato giusto del mirino.
Ci ho pensato un sacco di volte: le divise, i gradi, gli elicotteri, le
ricetrasmittenti, le televisioni, sono solo fumo negli occhi, per non vedere
quello che veramente si fa. E quello che veramente si fa è semplice:
ammazzare cristiani. Cristiani, cristiani, che pure i mussulmani che altro
sono? cristiani pure loro, pure i comunisti, pure i negri e i cinesi. Tutti
sono cristiani. Finché li ammazzi, poi sono solo carcasse.
*
A me di ammazzare la gente non è che mi piace, mica sono un mostro.
Però neppure mi dispiace, visto che mi pagano.
Mi paga lo stato: come gli uscieri, i maestri, gli scopini e tutti quelli che li
paga lo stato. Se mi capita che mi chiedono che mestiere fo io rispondo
sempre che sto nel pubblico impiego. Che non è vero?
*
La cosa bella è che quando qualcuno lo ammazzo io non è reato.
E’ reato se lo ammazzi tu. E perché? Perché non ci hai la divisa.
A pensarci bene, non è una scemenza? Decide un pezzo di stoffa.
*
Una volta ho sentito di uno che diceva che la guerra è la sola
igienizzazione del mondo.
Ecco, quello sì che aveva capito tutto.
Ci vorrebbe una bella guerra mondiale con un miliardo di bombe atomiche
tutte insieme così si disinfetta tutto e la facciamo finita con tutto questo
schifo.

***

59. COME INVENTAI L’ARMA FINE DI MONDO


L’idea mi venne da quel film, sì, quello. Ci ho pure preso il nome: l’arma
fine di mondo, che è un nome divertente. Un po’ di umorismo ci vuole.
Nel mestiere che faccio sono tutte persone tristi e insopportabili, o
malinconiche fino alla catatonia o irascibili come mortaretti, chi non ti
annoia ti fa schizzare la bile, si credono tutti di essere chissacchì, invidiosi
e rancorosi come l’ortica, perennemente afflitti da non sanno neppure cosa.
Io invece, non faccio per vantarmi, sono un cuorcontento. Lo sapete come
si dice, no? Cuorcontento, il ciel l’aiuta. E a me il cielo m’ha aiutato
perché mentre ero lì che mi scervellavo a leggere ’sto Aistai che non ci si
capiva una mazza, di botto mi venne ’st’idea. E se... magari ci vinciamo la
guerra. Che poi ce l’abbiamo vinta davvero. Però l’obiettivo mio, cioè
l’ispirazione quando ci ho avuto l’idea, non era mica solo di vincere la
guerra. Era di farla finita col mondo. per questo l’ho chiamata così, l’arma
fine di mondo, come in quel film. Però c’era un problema, il solito
problema: che per ottenere il risultato grosso occorreva farla grossa. Ora,
come si fa a costruire un’arma fine di mondo grossa abbastanza, cioè
grossa - per dire - quanto la Svizzera, o l’Australia? E’ un’impresa
attualmente impossibile, intendo dire allo stato attuale delle tecnologie,
che la scienza si sa va avanti veloce ma la tecnologia arranca sempre col
fiato grosso e la lingua di fuori, te la raccomando la tecnologia, roba da
ingegneri, da geometri, da ragionieri. E quindi si era in un vicolo cieco, un
cul de sac, un’impasse. Allora si deve passare al piano B, che sarebbe di
farne invece di una sola grossa, una milionata normali, anzi, meglio una
miliardata normali, che c’è il rischio che però neppure bastano. Per questo
ho presentato al governo il progetto di farne otto miliardi, una per ogni
cristiano che c’è oggi sul pianeta (e qualcuna di riserva); è un’impresa
titanica, non dico di no, ma al Presidente l’idea gli è piaciuta e mi ha detto
che si può fare e ha stanziato subito subito il conquibus che il pubblico
erario a questo serve. Poi si tratta di distribuirle, una a ogni abitante del
pianeta, che pure questa è un’impresa ciclopica, ma se si fa una
convenzione con Amazon dice che entro una settimana ci si riesce. Poi il
resto è facile: dalla televisione si dice a che ora farle scoppiare tutte
insieme, e via. Pure se c’è qualche defezione - che i disfattisti ci sono
sempre, si sa - i sondaggi dicono che il 90% se glielo dice la televisione
obbediscono sempre. E così il progetto ha la sua verifica sperimentale.
Ho scritto questo report casomai ci fosse qualche civiltà aliena che un
giorno capitasse da queste parti. L’ho inventata io, che se non finiva tutto
era premio Nobel sicuro e finalmente mi sistemavo.

***

60. ENEA

Ho capito, ho capito, c’è da fondare Roma, ho capito.


Però non è che se ci fermiamo qui a Cartagine un altro po’ chissà che
succede, no? Roma la fondiamo lo stesso, un po’ più tardi, che non muore
nessuno per dieci minuti o dieci giorni di ritardo. Siamo stati dieci anni a
fare quella cavolo di guerra che io lo dicevo che finiva male che si vedeva
subito, dieci anni ci siamo stati e poi con quel bel risultato, e adesso si
deve fare tutto di corsa? Neanche una pausa? Neanche una vacanzetta che
ce la saremmo pure meritata, no? No, adesso si deve correre a Roma, a
Roma, neanche fosse una commedia di Cechov. E basta sempre con tutta
’sta prescia, che a fare le cose sempre di prescia poi si sa che non ne viene
bene mai una.

***

61. LA VOCAZIONE

Dalla palestra m’avevano cacciato. “Qui gli spacciatori non ci mettono


piede”.
Dal bar m'avevano cacciato. “Se ti rivedo da queste parti dico a Filippone e
Carciostruzzo di pensarci loro, a buon intenditor...”.
M’avevano cacciato pure dalla banda. “A forza di spararti monnezza nelle
vene è sicuro che finisci per fare la spia, e allora smamma adesso senza
che ti dobbiamo rompere le ossa, okay?”.
Amici non ce ne avevo più neppure uno, con tutte le fregature che avevo
mollato in giro.
Mio padre m’aveva detto che se mi vedeva vicino a casa o alla bottega
prima mi sparava colla doppietta e dopo s’avvicinava per vedere se ero
proprio io e darmi il colpo di grazia.
Ridotto com’ero ridotto mi sono arruolato nell’esercito del bene. Il coltello
da sub già ce l’avevo.
***

62. L’UNTORE

Secondo me è un mestiere come un altro. Ci ha i suoi rischi e i suoi


inconvenienti, non dico di no. Ma anche le sue soddisfazioni. Per esempio
quando stermini un’intera famiglia di ricconi. Si credevano che sarebbe
stato sempre rose e fiori, eh? latte e miele, eh? E adesso beccati la peste
bubbonica, con questo schifo di bubboni che è per questo che la chiamano
la peste bubbonica. A me, quando stermino una famiglia di ricconi, ci
godo proprio. E mi pare di svolgere, come posso dire, una funzione, una
missione, un ufficio, ecco, un ufficio sacro. Non vorrei bestemmiare, no,
però sento che è un atto di giustizia, un atto della mano di domineddio, sì.
E io sono quella mano. Insomma, uno ci ha bisogno di qualche
gratificazione, no? Specialmente di questi tempi.
Poi, certo, ci sono pure tutti quegli altri che ricconi non erano e che
crepano a cataste, a cataste crepano. Se mi dispiace? E perché? Tanto, con
la vita che facevano pure prima non è che stavano meglio, e così se non
altro sono testimoni, anzi, più che testimoni, partecipi; anzi, no:
protagonisti, ecco, protagonisti di un evento storico. Dico: la peste a
Milano. Se non è un evento storico questo.

***

63. UNA PARTITELLA

- Ci facciamo una partitella?


- Come dice, scusi?
- Dico: ci facciamo una partitina a carte?
- A carte?
- Sì, a carte. Per ingannnare il tempo. Il viaggio è lungo...
- Ma come si fa? servirebbero le carte, e un tavolo...
- E che problema c’è? Le carte le ho io, e come tavolo possiamo usare la
sua cartella, scusi se mi permetto, eh...
- In effetti il viaggio è lungo. Però sa, senza offesa, io preferirei farmi una
dormitina.
- Ah, in questo caso chiedo scusa, se preferisce un sonnellino, come darle
torto?
- Sa, io prendo sempre questo treno delle sei, e siccome abito un po’
lontano mi alzo alle quattro, quattro e mezza, così sul treno recupero un
po’ del sonno perduto.
- Troppo giusto, troppo giusto. E poi, se non la capisco io che sono un
pendolare come lei...
- Ah sì? Non l’avevo mai notata, eppure prendo questo treno da almeno
vent’anni.
- Ah, io no, questo treno è la prima volta che lo prendo.
- Ah, ecco. E come mai oggi ha preso questo treno, così presto intendo
dire...
- Eh, ho dovuto, ho dovuto. Sa, il lavoro.
- Certo, il lavoro è lavoro.
- Ecco, appunto.
- Io sto al ministero dell’interno.
- Ah, congratulazioni.
- Grazie. E lei?
- Ah, no, io non sono un ministriale. Senza offesa, eh, che un bel posticino
ministeriale, come si dice, è il sogno di ogni italiano perbene.
- Si dice così? Non l’avevo mai sentito.
- Si dice, si dice così. Lo vede? Lei è proprio fortunato.
- Fortunato?
- Ad avere un posto al ministero.
- Ah, allora sì.
- Ma adesso la lascio al suo pisolino.
- Veramente adesso mi sarei svegliato e non lo so più se mi va di provare a
dormicchiare ancora un po’. Magari leggo, che ci ho qui nella cartella un
Maigret che me lo porto da un po’ di giorni e non riesco a finirlo, con tutto
che mi appassiona proprio.
- Eh, Simenon è Simenon.
- Altroché. Solo che la mattina all’andata preferisco schiacciare un
pisolino, e la sera al ritorno sono stanco e non mi va di leggere, così non lo
finisco mai. Però me lo porto, non si sa mai.
- La capisco, la capisco, anche a me piace leggere.
- Io leggo poco, veramente, e mi dispiace, perché se ci avessi il tempo
leggerei molto di più.
- Anch’io, anch’io, è proprio così anche per me, se ci avessi il tempo... ma
come si fa?
- Già, come si fa?
- Il lavoro...
- Il lavoro e poi la casa.
- La casa, sì.
- Mai che uno possa starsene in santa pace.
- Esatto, esatto.
- Quasi quasi adesso, se l’invito vale ancora, me la farei questa partitina.
- Vale, vale, una partitella è il modo migliore per passare un paio d’ore
mentre il treno ci porta a destinazione, eh?
- E allora prendo la cartella, l’appoggio sulle mie ginocchia...
- Anche sulle mie, se preferisce.
- No, no, non serve. Cioè, se per lei è troppo lontana...
- No, no, e che ci vuole, mi chino un po’...
- No, no, ha ragione, mi scusi sa, l’appoggiamo sulle mie e sulle sue,
proprio in mezzo tra i sedili, così, eh, che ne dice?
- Perfetto, perfetto. Prendo il mazzo delle carte.
*
- Ramino o poker?
- Preferirei ramino, lei che dice?
- Ramino, ramino. Lo avrei scelto anch’io.
- E’ una vita che non gioco a carte.
- Non mi dica.
- E’ che non ci ho l’occasione, sa, torno a casa tardi, gli amici li frequento
poco. E poi mi devo alzare presto la mattina, verso le quattro, le quattro e
mezza. Da giovane no.
- Non me lo dica, non me lo dica, da giovani sì che la vita era vita.
- E’ proprio così, invece poi gli anni passano, e s’invecchia.
- S’invecchia sì, eccome se si invecchia. Non mi faccia parlare non mi
faccia.
- Gli acciacchi, eh?
- Acciacchi, acciacchi, altro che acciacchi.
- Non me lo dica.
- Vero?
- Eh.
- Eh.
- Eh. Chi alza la carta più alta dà le carte?
- Come no, prego.
- Sette.
- Tre. A lei.
- Grazie.
- Ah, dimenticavo...
- Cosa?
- Cosa ci giochiamo.
- Non è necessario giocarci qualcosa.
- Ma qualcosa bisogna pur giocarsi, altrimenti che partita è?
- Così, per svago.
- Sì, ma lo svago per essere completo richiede anche l’attenzione,
l’impegno, sennò è pura perdita di tempo.
- Ma è un passatempo.
- Lo è, lo è. E insieme è anche qualche altra cosa, no?
- E cos’altro è oltre che un passatempo? Si gioca per distrarsi, no?
- Esatto, appunto. E’ proprio così, per distrarsi, cioè per trarsi fuori dalla
noia della ripetizione meccanica dei gesti.
- E’ un punto di vista interessante, lo sa?
- Per questo ci vuole una posta, senza una posta si perde tutto il sapore del
gioco.
- D’accordo allora, e cosa propone di giocarci?
- Le nostre vite.
- Come, scusi?
- Le nostre vite.
- Temo di non capire.
- Le nostre vite. Chi vince si prende la vita di chi perde.
- Lei è proprio un burlone, lo sa?
- No. Non scherzo mai quando gioco. Avanti, dia le carte.
- Guardi, forse...
- Dia le carte, le ho detto.
- Insomma, non è questo il tono.
- Dia le carte, ha accettato di fare la partita, no? Adesso non può tornare
indietro.
- Veramente non capisco.
- Non c’è niente da capire, giochiamo questa partita e vediamo chi vince e
chi muore.
- Allora no, mi scusi ma...
- Sta’ zitto e dà le carte.
- Ma come si permette?
- Gioca e basta. vediamo chi vince e chi muore.
- Ma chi si crede di essere?
- Vuoi veramente che te lo dica? Ancora non l’hai capito?

***

64. UNO BRAVO

Il problema di essere uno bravo è che devi essere bravo sempre.


Per esempio: metti che sei Omero, no? Che ce lo sanno tutti che sei il più
sapiente di tutti, con tutto che sei pure cieco. E allora te ne stai sulla
spiaggia a prendere il sole in santa pace e arrivano quei pescatori che si
erano strafatti di crack e ti dicono quella scemenza d’indovinello dei
pidocchi, che - forza, diciamo la verità - non era facile per niente
azzeccarla. E ti scoppia il cuore. Così, per quella scemenza dei pidocchi,
che più tardi a quei babbei gli è pure dispiaciuto che senza rendersene
neppure conto, e senza intenzione che non ci avevano nessun motivo che
lo conoscevano solo di vista e non gli aveva fatto niente a nessuno,
avevano fatto morire Omero, che era il più sapiente dei sette sapienti di
Grecia, i magnifici sette; che era il primo e il principe di tutti i poeti.
Oppure Rambo: che se gli fanno uno sgarro, che ne so, metti per esempio
che si sono sbagliati a dargli il resto del cappuccino col cornetto alla cassa
del bar. E lui, poveraccio, che deve fare? Siccome è Rambo, deve
distruggere tutto il bar con chi c’è dentro (che poi la cassiera gli piaceva
pure e se non era troppo timido cento volte aveva pensato di chiederle se
poteva invitarla a cena), e mica solo il bar gli tocca distruggere: pure il
parcheggio davanti al bar con tutte le macchine e i camion deve demolire,
e poi bruciare il paese e cospargere le macerie di sale. Solo perché è
Rambo e la gente se lo aspetta e non puoi deludere il pubblico.
Essere uno bravo è un affaraccio, ve lo dico io.

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