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Stephane Hessel1

Indignez-vous !
93 anni. E’, un po’, come un’ultima tappa. La fine non è più così lontana.
Un’occasione da approfittare per ricordare quello che è stato alla base del mio
impegno politico: gli anni della resistenza ed il programma elaborato,
sessantasei anni fa, dal CNR (Consiglio Nazionale della Resistenza) ! Dobbiamo
a Jean Moulin2, all’interno del Consiglio, la capacità di raccogliere tutte le
componenti della Francia occupata, i movimenti, i partiti, i sindacati, per
proclamare la loro adesione alla Francia combattente ed al solo capo che
questa riconosceva: il generale De Gaulle. Da Londra, dove avevo raggiunto il
generale De Gaulle nel marzo del 1941, apprendevo che questo Consiglio
aveva messo a punto un programma, l’aveva adottato il 15 marzo 1944,
proposto per la Francia liberata un insieme di principi e di valori sui quali si
basa la moderna democrazia del nostro Paese.

Di questi principi e di questi valori, noi, oggi, abbiamo più che mai
bisogno. A noi compete di vegliare, tutti assieme, affinché la nostra società
resti una società di cui possiamo essere fieri: non questa società di “sans-
papiers”, di espulsioni, di sospetti verso gli immigrati, non questa società dove
si rimettono in causa le pensioni, i diritti acquisiti della Previdenza Sociale, non
questa società in cui i media sono nelle mani dei ricchi, tutte cose su cui noi ci
saremmo dovuti cautelare se fossimo stati, veramente, gli eredi del CNR.

A partire dal 1945, al termine di un dramma atroce, le forze migliori


presenti nel CNR si librano verso un’ambiziosa resurrezione. Ricordiamolo, è
allora che fu creata la Previdenza Sociale così come la voleva la Resistenza e
come il suo programma lo definiva: “Un piano completo di Previdenza Sociale,
tendente ad assicurare a tutti i cittadini i mezzi di sussistenza, in tutti quei casi
in cui non sono più capaci di procurarseli attraverso il lavoro”; “una pensione
che permetta ai vecchi lavoratori di finire dignitosamente i lori giorni”. Le fonti
energetiche, l’elettricità ed il gas, le miniere di carbone, le grandi banche
vengono nazionalizzate. E’ quello che il programma ancora preconizzava
ovvero “il ritorno allo stato dei grandi mezzi di produzione monopolizzati, frutto
del lavoro comune, delle fonti energetiche, delle ricchezze del sottosuolo, delle
compagnie di assicurazioni e delle grandi banche”; “l’instaurazione di una vera
democrazia economica e sociale, espellendo, dalla direzione dell’economia, le
grandi feudalità economiche e finanziarie”. L’interesse generale deve
primeggiare sull’interesse particolare, la giusta condivisione delle ricchezze
prodotte primeggiare sul potere del denaro. La Resistenza propose
“un’organizzazione razionale dell’economia che assicuri la sudditanza degli
interessi particolari all’interesse generale e si affranchi dalla dittatura
professionale instaurata sull’immagine degli Stati fascisti”, e il Governo
provvisorio della Repubblica se ne fece testimone.

1
http://fr.wikipedia.org/wiki/St%C3%A9phane_Hessel
2
http://it.wikipedia.org/wiki/Jean_Moulin
Una vera democrazia ha bisogno di una stampa indipendente; la
Resistenza lo sa, l’esige, difendendo “la libertà della stampa, il suo onore e la
sua indipendenza nei riguardi dello Stato, della potenza del denaro e delle
influenze straniere”. E’ quello che dicono, ancora, le ordinanze sulla stampa,
dal 1944. Ed è proprio questo che oggi è in pericolo.

La Resistenza faceva riferimento a “la possibilità, effettiva, per tutti i


bambini francesi di beneficiare della più sviluppata istruzione” senza
discriminazioni; ora, le riforme proposte nel 2008 vanno contro questo
progetto. Alcuni giovani insegnanti, di cui io sostengo l’azione, sono arrivati
fino al punto di rifiutarsi di applicarle e, per questo, hanno visto il loro
stipendio amputato come punizione. Loro si sono indignati, hanno
“disobbedito”, hanno giudicato queste riforme troppo lontane dall’ideale della
scuola repubblicana, troppo asservite ad una società del denaro, incapaci di
sviluppare lo spirito creativo e critico.

E’ tutta la base delle conquiste sociali della Resistenza che, oggi, è messa
in discussione.

E’ l’indignazione la causa della resistenza

Si arrischiano a dirci che lo Stato non può più assicurare il costo di questi
diritti sociali. Ma come può, oggi, mancare del denaro per prolungare queste
conquiste quando la produzione di ricchezza è considerevolmente aumentata
dalla Liberazione, periodo in cui l’Europa era tutta una rovina ? Altrimenti
perché il potere finanziario, fortemente combattuto dalla Resistenza, non é mai
stato così grande, insolente, egoista con i suoi propri servitori fin nelle più alte
cariche dello Stato. Le banche, ormai privatizzate, si mostrano preoccupate più
dei loro dividendi e degli altissimi emolumenti dei propri dirigenti che
dell’interesse generale. Lo scarto tra i più poveri ed i più ricchi non è mai stato
così importante; e la corsa al denaro, la competizione, mai così incoraggiata.

Il motivo di base della Resistenza era l’indignazione. Noi, i veterani dei


movimenti di resistenza e delle forze combattenti della Francia libera, noi
chiamiamo le giovani generazioni a far vivere, a trasmettere, l’eredità della
Resistenza ed i suoi ideali. Noi diciamo loro: prendete il testimone, indignatevi
! I responsabili politici, economici, intellettuali e l’insieme della società non
debbono tirarsi indietro, ne lasciarsi impressionare dall’attuale dittatura
internazionale dei mercati finanziari che minacciano la pace e la democrazia.

Auspico che tutti abbiano il loro motivo di indignazione. E’ prezioso.


Quando qualche cosa vi indigna come io sono stato indignato dal nazismo,
allora si diventa militanti, forti ed impegnati. Ci si ricongiunge a questa
corrente della storia e la grande corrente della storia si alimenta grazie a
ciascuno di voi. E questa corrente va verso una maggiore giustizia, una
maggiore libertà ma non quella libertà incontrollata della volpe nel pollaio.
Questi diritti, di cui la Dichiarazione Universale ha redatto il programma nel

2
1948, sono universali. Si incontrate qualcuno che non ne possa beneficiare,
lamentatevene con lui ed aiutatelo a conquistarli.

Due visioni della storia

Quando cerco di comprendere le cause del fascismo, che ci ha reso invisi


per colpa sua e per Vichy, io mi dico che i latifondisti ed i capitalisti, con il loro
egoismo, hanno avuto una terribile paura della rivoluzione bolscevica. Loro si
sono fatti guidare dalle loro stesse paure. Ma se, oggi come allora, una
minoranza attiva si alza, si solleva, questo sarà sufficiente: avremo il lievito
con cui far crescere il pane. Certo, l’esperienza di una persona molto vecchia,
come me, nata nel 1917, è molto differente dall’esperienza dei giovani d’oggi.
Domando spesso, ai professori delle scuole superiori, la possibilità di parlare
direttamente ai loro studenti, e dico loro: “voi non avete le stesse ragioni
evidenti per impegnarvi”. Per noi, resistere significava non accettare
l’occupazione tedesca, la sconfitta. Era, relativamente, semplice. Semplice
come quello che è venuto dopo, la decolonizzazione. Poi la guerra d’Algeria.
Occorreva che l’Algeria diventasse indipendente, era evidente. Per quanto
riguarda Stalin, abbiamo tutti applaudito la vittoria dell’Armata rossa contro i
nazisti, nel 1943. Ma già quando siamo venuti a conoscenza dei grandi processi
staliniani del 1935, e anche se occorreva mantenere un orecchio aperto verso il
comunismo per controbilanciare il capitalismo americano, la necessità di
opporsi a questa forma insopportabile di totalitarismo s’imponeva con
evidenza. La mia lunga vita mi ha regalato una sequenza di ragioni per
indignarmi.

E queste ragioni sono nate più da un’emozione che da una volontà


d’impegnarsi. Il giovane “normalista3” che ero, era stato già “marchiato” da
Sartre, un compagno di studi4 con qualche anno di più. “La nausea”, “Il Muro”,
ma non “L’essere e il nulla”, sono stati molto importanti nella formazione del
mio pensiero. Sartre ci ha insegnato a pensare la nostra responsabilità di
esseri umani sociali: “Voi siete responsabili in quanto individui”. Era un
messaggio libertario. La responsabilità dell’uomo in quando individuo dotato di
una capacità di giudizio che non può essere delegata ad un potere o ad un dio.
Al contrario, occorre proprio impegnarsi in nome della responsabilità di persona
umana. Quando io sono entrato a l’Ecole normale di rue d’Ulm, a Parigi, nel
1939, vi sono entrato come fervente discepolo del filosofo Hegel, e seguivo il
seminario di Maurice Merleau-Ponty5. Il suo insegnamento esplorava
l’esperienza concreta, quella del corpo e delle sue relazioni con il senso, grande
singolare faccia a faccia con il plurale dei sensi. Ma il mio ottimismo naturale,
che vuole che tutto quello che sia auspicabile sia possibile, mi portava,
piuttosto, verso Hegel. L’hegelismo, infatti, interpreta la lunga storia
dell’umanità come avente un senso: è la libertà dell’uomo che progredisce

3
Studente dell’ “Ecole Normale Supériure” (http://www.ens.fr/?lang=fr -
http://it.wikipedia.org/wiki/%C3%89cole_Normale_Sup%C3%A9rieure)
4
Jean-Paul Sartre non solo frequentò l’ “Ecole Normale” ma è proprio lì che conobbe Simone de Beauvoir, sua
compagna di una vita; ovviamente, vista la notevole differenza di età, non frequentò l’ “Ecole Normale” negli stessi
anni dell’autore
5
http://it.wikipedia.org/wiki/Maurice_Merleau-Ponty

3
passo passo. La storia è fatta di “shocks” successivi, è la messa in conto delle
sfide. La storia delle società progredisce, e alla fine, avendo raggiunto l’uomo,
la sua completa libertà, abbiamo lo Stato democratico nella sua forma ideale.

Esiste, certo, un’altra concezione della storia. I progressi ottenuti per


mezzo della libertà (assoluta), la competizione, la corsa al “sempre di più”:
questa può essere vissuta come un uragano distruttore. Ed è così che la
rappresenta un amico di mio padre, l’uomo che ha condiviso con lui il compito
di tradurre in tedesco “A’ la recherce du temps perdu” di Marcel Proust. Si
tratta del filosofo tedesco Walter Benjamin. Aveva tratto un messaggio
pessimista6 da un quadro di Paul Klee, l’ “Angelus Novus7” dove la figura
dell’angelo apre le braccia come per contenere e respingere una tempesta che
lui identifica con il progresso. Per Benjamin, che, per sfuggire il nazismo, si
suiciderà nel 1940, il senso della storia è il cammino irresistibile di catastrofe in
catastrofe.

L’indifferenza: l’atteggiamento peggiore

E’ vero, le ragioni per indignarsi possono essere, oggi, meno nette o il


mondo può sembrare più complesso. Chi comanda ?, chi decide ? Non è
sempre facile distinguere tra tutte le correnti che ci governano. Non ci sono più
affari decisi solo da una piccola elite di cui comprendiamo chiaramente le
azioni. E’ un mondo vasto, che noi capiamo bene essere interdipendente.
Viviamo calati all’interno di un’interconnettività come mai si era visto. Ma in
questo mondo, ce ne sono di cose insopportabili. Per vederle occorre guardare
6
http://www.ibs.it/code/9788806182748/benjamin-walter/angelus-novus-saggi.html

4
bene, cercare. Dico ai giovani: se cercate un po’, troverete. L’atteggiamento
peggiore è l’indifferenza, dire “io non posso fare niente, me ne lavo le mani”.
Comportandovi così, perdete uno dei principali componenti umani. Un
componente indispensabile: la facoltà d’indignarsi e l’impegno che ne è la
conseguenza.

Si possono già identificare due grandi nuove sfide:


1. l’immenso scarto che esiste tra i più poveri ed i più ricchi e che non smette
di crescere. E’ un’innovazione dei secoli XX° e XXI°. Oggi, i più poveri
guadagnano appena due dollari al giorno. Non si può lasciare che questo
scarto cresca ancora. Da sola, questa constatazione dovrebbe stimolare
l’impegno.
2. I diritti dell’uomo e lo stato del pianeta. Ho avuto la fortuna, dopo la
Liberazione, di partecipare alla redazione della Dichiarazione universale dei
diritto dell’uomo adottata dall’ONU, il 10 dicembre 1948, a Parigi, al Palais
de Chaillot. Io, insieme ad altri, ho potuto partecipare alla redazione di
questa Dichiarazione, su indicazione di Henri Laugier8, segretario generale
aggiunto dell’ONU e segretario della Commissione dei Diritti dell’uomo. Non
posso dimenticare, nella sua elaborazione, il ruolo di Renè Cassin9,
commissario nazionale alla Giustizia ed all’Educazione del governo della
Francia libera, a Londra, nel 1941, premio Nobel per la pace nel 1968, ne
quello di Pierre Mendes France10 in seno al Consiglio economico e sociale al
quale erano sottoposti i testi da noi elaborati prima di essere esaminati dalla
Terza commissione dell’assemblea generale, competente per le questioni
sociali, umanitarie e culturali. La Commissione era composta da tutti i paesi
membri delle Nazioni Unite (allora cinquantaquattro) ed io ricoprivo il ruolo
di segretario. Ed è proprio a Renè Cassin che noi dobbiamo il termine di
diritti “universali” e non “internazionali” come proponevano i nostri amici
anglosassoni. Perché è proprio questo il problema scaturito dalla seconda
guerra mondiale: emanciparsi dalle minacce che il totalitarismo ha fatto
pesare sull’umanità. Per emanciparsene, era necessario ottenere che gli
Stati membri dell’ONU s’impegnassero a rispettare questi diritti universali.
Ed è questo il solo modo per invalidare il pretesto della piena sovranità che
uno Stato potrebbe far valere nel momento in cui siano denunciati dei
crimini contro l’umanità commessi sul suo territorio. Fu il caso di Hitler che
si stimava capo supremo presso la propria nazione ed autorizzato, quindi, a
commettere un genocidio. La Dichiarazione universale deve molto alla
(forte) ripulsa universale verso il nazismo, il fascismo, il totalitarismo e
anche, attraverso la nostra presenza, allo spirito della Resistenza. Sentivo
che occorreva fare in fretta, per non essere beffati dall’ipocrisia che c’era tra
l’adesione proclamata dai vincitori a questi valori che nessuna aveva
intenzione di promuovere lealmente e che noi tentavamo di imporre loro.

Non resisto alla voglia di citare due articoli della Dichiarazione universale
dei Diritti dell’uomo, l’articolo 15: “Ogni individuo ha diritto ad una nazionalità”

8
http://fr.wikipedia.org/wiki/Henri_Laugier
9
http://it.wikipedia.org/wiki/Ren%C3%A9_Cassin
10
http://it.wikipedia.org/wiki/Pierre_Mend%C3%A8s_France

5
e l’articolo 22: “Ogni persona, come membro della società, ha diritto alla
Previdenza sociale; essa è istituita allo scopo di ottenere il soddisfacimento dei
diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero
sviluppo della sua personalità, grazie allo sforzo nazionale ed alla cooperazione
internazionale, tenuto conto dell’organizzazione e delle risorse di ogni paese”.
E anche se la Dichiarazione ha solo una portata dichiarativa e non giuridica,
non per questo non ha giocato un potente ruolo a partire dal 1948; abbiamo
visti dei popoli colonizzati servirsene nella loro lotta per l’indipendenza; essa ha
seminato gli spiriti nella loro lotta per la libertà.

Constato, con piacere, che nel corso degli ultimi decenni si sono
moltiplicate le ONG, i movimenti sociali come ATTAC11 (Association pour la
taxation des transactions financieres), la FIDH12 (Federation internazionale des
Droits de l’homme), Amnesty13 … che sono attive e (molto) rappresentative. E’
evidente che per essere efficaci, oggi, occorre agire in rete, approfittando di
tutti i moderni mezzi di comunicazione.

Ai giovani, dico: guardatevi intorno, vi troverete i temi che giustifichino la


vostra indignazione – il trattamento riservato agli immigrati, alle persone
straniere senza permesso di soggiorno, ai Rom. Troverete delle situazioni
concrete che vi condurranno a dare corso ad una forte azione cittadina.
Cercate e troverete !

La mia indignazione a proposito della Palestina

Oggi, la mia principale indignazione concerne la Palestina, la Striscia di


Gaza, la Cisgiordania. Questo conflitto è la sorgente stessa dell’indignazione.
Occorre assolutamente leggere il rapporto Richard Goldstone del settembre
2009 su Gaza, nel quale questo giudice sudafricano, ebreo, che si dice anche
sionista, accusa l’esercito israeliano d’aver commesso degli “atti assimilabili a
crimini di guerra e forse, in alcune circostanze, a dei crimini contro l’umanità”
durante l’operazione “Piombo fuso” che è durata tre settimane. Io stesso sono
ritornato a Gaza, nel 2009, dove sono potuto entrare, con mia moglie, grazie ai
nostri passaporti diplomatici, per analizzare “de visu” quello che il rapporto
diceva. Le persone che ci accompagnavano non sono state autorizzate ad
entrare né nella Striscia di Gaza nè in Cisgiordania. Abbiamo anche visitato i
campi dei rifugiati palestinesi, realizzati, a partire dal 1948, dall’agenzia della
Nazioni unite, l’UNRWA14, dove più di tre milioni di Palestinesi cacciati dalle
proprie terre dallo stato di Israele, aspettano un ritorno sempre più
problematico. Per quanto riguarda Gaza, è una prigione a cielo aperto per un
milione e mezzo di Palestinesi. Una prigione dove si sono organizzati per
sopravvivere. Più che le distruzioni materiali, come quella dell’ospedale della
Croce Rossa da parte di “Piombo fuso”, nella nostra memoria è rimasto il
comportamento degli abitanti della Striscia, il loro patriottismo, il loro amore

11
http://www.italia.attac.org/spip/
12
http://www.fidh.org/-francais-
13
http://www.amnesty.it/index.html
14
http://www.unrwa.org/

6
per il mare e per le spiagge, la loro costante preoccupazione del benessere dei
propri bambini, innumerevoli e ridenti. Siamo rimasti impressionati dalla loro
ingegnosità nel fronteggiare tutte le penurie che sono loro imposte. Li abbiamo
visti confezionare dei mattoni di cemento per ricostruire le migliaia di case
distrutte dai carri armati. Ci hanno confermato di aver avuto millequattrocento
morti – donne, bambini, vecchi residenti nei campi palestinesi – nel corso
dell’operazione “Piombo fuso” condotta dall’esercito palestinese, contro
soltanto cinquanta feriti dalla parte israeliana. Appoggio le conclusioni del
giudice sudafricano. Che degli Ebrei possano compiere, loro stessi, dei crimini
di guerra, è insopportabile. Ahimè, nella storia ci sono stati pochi esempi di
popoli che prendano lezione dalla loro stessa storia.

Lo so, Hamas, che ha vinto le ultime elezioni legislative, non ha potuto


evitare che dei razzi siano inviati sulle città israeliane in risposta alla situazione
di isolamento e di blocco in cui si trovano a vivere gli abitanti della Striscia di
Gaza. Penso, evidentemente, che il terrorismo è inaccettabile, ma occorre
riconoscere che quando il proprio territorio è occupato con mezzi militari
infinitamente superiori ai propri, la reazione popolare non può che essere non-
violenta.

Ad Hamas, serve inviare dei razzi sulla città di Sdérot ? No. Questi atti non
servono alla causa, ma possiamo spiegare questo gesto con l’esasperazione
degli abitanti della Striscia di Gaza. Nella nozione di esasperazione, occorre
comprendere la violenza come la deplorevole conclusione di situazioni
inaccettabili per chi le subisce. Allora, possiamo dire che il terrorismo è una
forma di esasperazione. E che questa esasperazione è un termine negativo.
Non bisogna esa-sperare, occorre sperare. L’esasperazione è la negazione della
speranza. E’ comprensibile, potrei anche dire che è naturale ma, comunque,
non è accettabile. Perché non permette di ottenere i risultati che potrebbe
produrre la speranza.

La non-violenza, il cammino che dobbiamo imparare a seguire

Sono convinto che il futuro appartiene alla non-violenza, alla conciliazione


tra culture differenti. E’ attraverso questa strada che l’umanità dovrà superare
la sua prossima tappa. E là, raggiungo Sartre, non posso scusare i terroristi
che buttano le bombe, li posso comprendere. Sartre scrive nel 1947:
“Riconosco che la violenza, sotto qualsiasi forma si manifesti, è un insuccesso.
Ma è un insuccesso inevitabile perché noi viviamo in un universo violento. E se
è vero che il ricorso alla violenza genera altra violenza che rischia di
perpetuarla, è pure vero che è l’unico mezzo per farla cessare15”. A cui
aggiungerei che la non-violenza è un mezzo più sicuro per far cessare la
violenza. Non si possono sostenere i terroristi come Sartre ha fatto in nome di
questo principio durante la guerra d’Algeria o nel momento dell’attentato dei
giochi di Monaco del 1972, contro atleti israeliani. Questo non è efficace e
Sartre stesso finirà per interrogarsi, alla fine della sua vita, sul senso del
terrorismo e a dubitare della sua ragione d’essere. Dirsi “la violenza non è

15
J.P.Sartre “Situazione dello scrittore nel 1947” – Situazioni II (1948)

7
efficace”, è molto più importante del sapere se occorre condannare, o no, quelli
che vi si sono abbandonati. Il terrorismo non è efficace. Nella nozione di
efficacia, occorre una speranza non-violenta. Se esiste una speranza violenta,
è nella poesia di Guillaume Apollinaire: “Come la speranza è violenta16”; non in
politica. Sartre, nel marzo 1980, a tre settimane dalla sua morte, dichiarava:
“Occorre cercare di spiegare perché il mondo di oggi, che è orribile, non è che
un momento nel lungo sviluppo storico, che la speranza è sempre stata una
delle forze dominanti delle rivoluzioni e delle insurrezioni, e come io senta
ancora la speranza come la mia concezione per il futuro17”.

Occorre comprendere che la violenza gira la schiena alla speranza. Occorre


preferirle la speranza, la speranza della non-violenza. E’ il percorso che noi
dobbiamo imparare a seguire. Sia dalla parte degli oppressori che da quella
degli oppressi, occorre arrivare ad una trattativa per far sparire l’oppressione;
è questo che permetterà di non avere più la violenza terroristica. E’ per questo
che non bisogna lasciare troppo accumulare l’odio.

Il messaggio di un Mandela, di un Martin Luther King trova tutta la sua


pertinenza in un mondo che ha superato il confronto tra le ideologie ed il
totalitarismo conquistatore. E’ un messaggio di speranza per la capacità delle
società moderne di superare i conflitti attraverso una mutua comprensione ed

16
sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna
e i nostri amori
me lo devo ricordare
la gioia veniva sempre dopo il dolore
venga la notte suoni l’ora
i giorni se ne vanno e io rimango
le mani nelle mani faccia a faccia restiamo
mentre sotto
il ponte delle nostre braccia passa
l’onda stanca degli eterni sguardi.
venga la notte suoni l’ora
i giorni se ne vanno e io rimango
l’amore se ne va come
quest’acqua corrente.
l’amore se ne va
com’è lenta la vita
e come la speranza è violenta
venga la notte suoni l’ora
i giorni se ne vanno e io rimango
passano i giorni e passano le settimane
né il tempo passato
né gli amori ritornano
sotto il ponte mirabeau scorre la senna
venga la notte suoni l’ora
i giorni se ne vanno e io rimango
17
J.P.Sartre “Maintenat l’espoir … (III)” – in “Le nouvel obsevateur”, 24 mars 1980

8
una vigilante pazienza. Per arrivarci, occorre basarsi sui diritti, la cui
violazione, chiunque ne sia l’autore, deve provocare la nostra indignazione.
Non possiamo transigere su questi diritti.

Per un’insurrezione pacifica

Ho notato – e non sono stato il solo – la reazione del governo israeliano


nei confronti del fatto che, ogni venerdì, i cittadini di Bil’in18 vanno, senza
gettare delle pietre, senza utilizzare la forza, fino al muro contro il quale
protestano. Le autorità israeliane hanno qualificato questa marcia come
“terrorismo non-violento”. Non male … Solo un israeliano poteva qualificare
come terrorismo la non-violenza. Bisogna, soprattutto, essere imbarazzati per
l’efficacia della non-violenza che vuole solo suscitare l’appoggio, la
comprensione, il sostegno di tutti coloro che, nel mondo, sono gli avversari
dell’oppressione.

Il pensiero produttivista, portato dall’Occidente, ha trascinato il mondo in


una crisi da cui occorre uscire con una rottura radicale con la fuga in avanti del
“sempre di più”, nell’ambito finanziario così come in quello delle scienze e delle
tecniche. E’ ormai tempo che divenga prevalente il pensiero etico, di giustizia,
di equilibrio durevole. Perché ci minacciano rischi più grandi. Possiamo mettere
fine all’avventura umana su un pianeta che essa stessa renda inabitabile per
l’uomo.

Ma resta vero che importanti progressi sono stati fatti dal 1948: la
decolonizzazione, la fine della segregazione razziale, la distruzione dell’impero
sovietico, la caduta del Muro di Berlino. Invece, i primi dieci anni del XXI°
secolo sono stati un periodo di declino. Questo declino, che io spiego, in parte,
con la presidenza americana di Gorge Bush, l’11 settembre e le disastrose
conseguenze che ne hanno tratto gli Stati Uniti come l’intervento militare in
Irak. Abbiamo avuto questa crisi economica, ma non abbiamo ancora iniziato
una nuova politica di sviluppo. Similmente, il vertice di Copenhagen contro il
riscaldamento climatico non ha permesso di ingaggiare una vera politica per la
preservazione del pianeta. Noi, ora, siamo al limitare tra gli orrori del primo
decennio e le possibilità dei decenni seguenti. Ma bisogna sperare, occorre,
sempre, sperare. Il decennio precedente, quello degli anni ’90, è stato origine
di grandi progressi. Le Nazioni unite hanno saputo convocare delle conferenze
come quelle di Rio sull’ambiente, nel 1992; quella di Pechino sulle donne, nel
1995; nel settembre del 2000, per iniziativa del segretario generale delle
Nazioni unite, Kofi Annan, i 191 paesi membri hanno adottato la dichiarazione
sugli “Otto obiettivi del millennio per lo sviluppo”, in cui ci si impegna a ridurre
alla metà la povertà nel mondo entro il 2015. Il mio grande rimpianto, è che né
Obama né l’Unione europea non abbiano ancora manifestato quella che
dovrebbe essere il loro apporto per una fase costruttiva, appoggiandosi sui
valori fondamentali.

18
http://www.bilin-village.org/italiano/

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Come concludere questo appello ad indignarsi ? Ricordando ancora che,
nell’occasione del sessantaseieseimo anniversario del Programma del Consiglio
della Resistenza, l’8 marzo 2004, noi, i veterani dei movimenti di Resistenza e
delle forze combattenti della Francia libera (1940-45), diciamo che, certo, “il
nazismo è vinto, grazie al sacrificio dei nostri fratelli e delle nostre sorelle della
Resistenza e delle Nazioni unite contro le barbarie fasciste. Ma questa minaccia
non è totalmente sparita e la nostra collera contro l’ingiustizia è sempre
intatta”

No, questa minaccia non è totalmente sparita. Così, chiamamoci sempre


ad “una vera insurrezione pacifica contro i mezzi di comunicazione di massa
che non propongono, come orizzonte per la nostra gioventù, il consumo di
massa, il disprezzo dei più deboli e della cultura, l’amnesia generalizzata e la
competizione ad oltranza di tutti contro tutti”.

A quelle ed a quelli che faranno il XXI° secolo, noi diciamo, con tutto il
nostro affetto:

“Creare, è resistere.
Resistere, è creare.”

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