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IL QUARTO STATO

DI PELLIZZA DA VOLPEDO
Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907) è stato uno dei più importanti pittori divisionisti in Italia.
Dopo un esordio come pittore verista, infatti, aderì al Divisionismo italiano adottandone sistematicamente la tecnica pittorica. Sensibilizzato dal
pensiero di Engels e dalle letture del marxista italiano Antonio Labriola (1843-1904), sentì l’esigenza di approfondire nei suoi quadri le tematiche
sociali; scrisse infatti a un amico: «Sento che ora non è più l’epoca di fare dell’arte per l’arte, ma dell’arte per l’umanità».
Egli era infatti convinto che nella società moderna al pittore spettasse un importante compito di educatore, capace di sensibilizzare attraverso l’arte la
popolazione alle problematiche sociali.
Il suo capolavoro fu Il quarto stato, del 1901, ispirato da uno sciopero di lavoratori. L’opera celebra l’affermazione di una nuova classe sociale, quella
del proletariato (o quarto stato appunto), che ha trovato la forza di rivendicare il rispetto dei propri diritti.
Una folla di braccianti avanza compatta
verso lo spettatore, dal buio dello sfondo Gli atteggiamenti degli scioperanti, mostrati per
alla luce in primo piano, cioè «il sole lo più in veduta frontale mentre discutono fra
dell’avvenire» che li guida nella loro loro, sono caratterizzati con molta precisione.
pacifica protesta. Le figure maschili sono rese statuarie dalla
fermezza del modellato; la donna, che con il suo
Al centro della composizione si stacca un atteggiamento sembra voler incoraggiare i
gruppo di tre persone formato da un uomo propri compagni, è talmente bella da richiamare
maturo, seguito da uno più anziano e da una l’antica statuaria greca.
giovane donna con un bimbo in braccio.

L’uomo al centro del quadro è il fulcro


dell’intera scena: la sua posizione
privilegiata e la luce che lo colpisce in
pieno lo fanno apparire come il capo
della protesta.
La realizzazione di questo quadro tenne Pellizza occupato per più di dieci anni, con bozzetti, studi, disegni, versioni che non riuscivano mai a
soddisfarlo del tutto.
La tecnica divisionista, a sottili pennellate accostate una all’altra, fu applicata in quest’opera in modo magistrale.
Ma l’insuccesso del quadro fu talmente bruciante per l’autore che questi decise di chiudere con la sua fase sociale per tornare alla pittura di paesaggio.
Non avrebbe mai immaginato che Il quarto stato sarebbe diventato, nel secondo Novecento, uno dei quadri ottocenteschi italiani più conosciuti e
ammirati, al punto da diventare una vera e propria icona.
Per la sua capacità di rappresentare, sul piano figurativo, i valori ideali del movimento operaio e socialista in Italia, divenne, dal secondo dopoguerra,
l’immagine simbolo del Partito Socialista Italiano (PSI) e, in generale, quella più riprodotta e utilizzata in ambito politico e sindacale.
La rappresentazione della massa di uomini che avanza compatta, così efficacemente comunicativa, tratta dall’opera divisionista o ispirata ad essa, è
stata adottata anche in ambito cinematografico, ad esempio da Bernardo Bertolucci, fumettistico, come nel caso di Dylan Dog, satirico e perfino
pubblicitario.
Alcuni manifesti pubblicitari sono spesso veri e propri calchi figurativi del celebre dipinto di Pellizza, il quale, probabilmente, non avrebbe approvato
alcuni degli scopi per i quali il suo lavoro viene ancora oggi impiegato.
Difatti, qualcuno ha voluto giocare, con ironia, su questo abuso dell’immagine artistica.
La pittrice giapponese Tomoko Nagao (1976), per esempio, ha proposto una versione audacemente pop del capolavoro di Pellizza, secondo l’estetica
kawaii che si nutre di Manga, film di animazione, moda e design.
Tomoko Nagao mescola il mondo pre-capitalistico a simboli del consumismo della società contemporanea.
Si tratta di una aperta denuncia delle aberrazioni del materialismo contemporaneo e allo stesso tempo di una presa d’atto che il mondo è profondamente
cambiato. Nel “nuovo” quarto stato di Nagao, il popolo-pop avanza con una bottiglia magnum di Campari in mano, vestendo alla moda, in una Milano
ridotta a grande magazzino, con tanto di Duomo, in versione pop-gothic, sullo sfondo.
«So che molte persone vedono nella mia arte una critica al presente, ma accade perché questo pensiero è già in loro. Non cerco di trasmettere messaggi
complicati, mi interessa la “semplice bellezza” perché questo è il mondo, secondo me. Vorrei che questo mondo, così “sbagliato”, cambiasse, ma allo
stesso tempo so che lo rimpiangerei una volta scomparso per sempre…»