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Le ragioni dell'Italia: il calcio

Massimo Nicolazzi nell'articolo “Con Manzi e Tardelli siamo tutti fratelli”, comparso sul
numero di Limes del febbraio 2009, si interroga sull'esistenza o meno dell'identità italiana,
soffermandosi provocatoriamente sulla nazionale di calcio come unico serbatoio di italianità nella
nostro paese: “Qualcuno dice Italia e tu a che pensi? Al tricolore? Alla costituzione? Alla Vittoria?
Io giusto a una maglia azzurra; e mi sa che siamo tanti.”. L'articolo vira poi fortunatamente verso
lidi più ottimistici e l'autore ci mostra di aver trovato gli argomenti giusti per difendere identità e
coesione nazionale.
Volendo però restare all'interno del rettangolo verde dell'Italia pallonara sarebbe interessante
riflettere su quanto la nostra nazionale possa essere, senza ironia, un punto di riferimento per il
consolidamento della nostra italianità. La squadra guidata da Vittorio Pozzo, che vinse i mondiali
del 34 e del 38 ottenendo, tra le due competizioni, l'oro olimpico nel 1936, fu la ciliegina sulla torta
del processo di fascistizzazione del nostro paese. Non che si debba essere orgogliosi del ventennio
fascista, ma almeno non si minimizzino gli effetti dello sport sulla società: la vittoria di Gino Bartali
al Tour de France del 1948 contribuì ad allentare la tensione scoppiata in seguito all'attentato a
Palmiro Togliatti, mentre il Mundial vinto nel 1982 in Spagna rappresentò un'importante “vacanza”
dal periodo di forte difficoltà in cui versava il nostro paese. Ogni verità, poi offre altri punti di
osservazione ed allora potremmo denunciare la calcio-dipendenza di milioni di italiani, il
patriottismo rigorosamente biennale (Europeo-Mondiale-Europeo) o i grandi scandali della nostra
serie A, dal calcio scommesse degli anni ottanta fino a Calciopoli e allora gli episodi elencati poco
sopra possono essere considerati come dei momenti di assopimento della popolazione di fronte a
scandali e malversazioni politiche. Per sostenere quest'ultima ipotesi basterebbe semplicemente
analizzare nel dettaglio le ultime campagne acquisti del Milan.
Questi però non sono nient'altro che sintomi (positivi e negativi) di un aspetto molto banale
riassunto molto bene da Franklin Foer, autore del saggio “Come il calcio spiega il mondo”:

“Va da sé che il calcio non è come Bach o il buddismo. Ma spesso è sentito più profondamente della
religione, ed è altrettanto importante nella struttura di una comunità, un vero depositario di tradizioni.
Durante la dittatura franchista. Le squadre dell'Athletic Bilbao e della Real Sociedad erano per la gente
basca le sole occasioni per esprimere il proprio orgoglio culturale senza finire in prigione. In Inghilterra, in
città industriali come Coventry e Derby, le squadre di calcio aiutavano a trovare un collante sociale anche
in quartieri di opprimente cupezza”.

Quale Italia possiamo quindi leggere attraverso la maglia azzurra? Sicuramente un paese
civile e aperto alla diversità. Tre oriundi, infatti (Amauri, Ledesma, Thiago Motta) e un italiano
dalla pelle scura (Balotelli) sono stati convocati da Prandelli per le prime partite di una nazionale,
uscita con le ossa rotte dal Mondiale sudafricano. Che siano queste scelte l'inizio di un nuovo corso
sia calcistico che culturale? Una bella vittoria all'Europeo per questa prima bozza di azzurri “meltin
pot” potrebbe spianare la strada a una nuova concezione di italianità dentro e fuori dagli stadi e ci
permetterebbe di andare in curva senza la scocciatura dei cori razzisti.