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CONFLI

TEORI
ADELLA PS
ICOLOGIA
COMUNICAZI
ONE DELL’
IO
TTO
DIZIONARIO ENCICLOPEDICO INTERREGIONALE
DI PSICOANALISI DELL’IPA

INDICE

AMAE .......................................................................................................... 2
CONFLITTO ............................................................................................. 16
CONTENIMENTO: CONTENITORE-CONTENUTO ............................ 71
CONTROTRANSFERT ............................................................................ 86
ENACTMENT ......................................................................................... 119
INCONSCIO ............................................................................................ 141
INTERSOGGETTIVITÁ ........................................................................ 228
NACHTRÄGLICHKEIT......................................................................... 308
SÉ ............................................................................................................. 346
SETTING (PSICOANALITICO) ............................................................ 428
TEORIA DELLA COMUNICAZIONE DI DAVID LIBERMAN .......... 451
TEORIA DELLE RELAZIONI OGGETTUALI (ORT)......................... 464
TRANSFERT ........................................................................................... 556
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AMAE
Voce Tri-Regionale
Consulenti Interregionali: Takayuki Kinugasa (North America),
Elias M. da Rocha Barros (Latin America) e Arne Jemstedt (Europe)
Co-Chair Coordinatore Interregionale: Eva D. Papiasvili (North America)
______

Traduzione italiana ed editing a cura dei soci della Società Psicoanalitica Italiana.
Traduzione: Rachele Mariani
Coordinamento ed Editing: Maria Grazia Vassallo

I. DEFINIZIONE INTRODUTTIVA

Amae è una parola Giapponese di uso comune e grammaticalmente è la forma nominale


del verbo amaeru. Entrambi i termini derivano da un aggettivo, amai, che significa “di gusto
dolce”. Amaeru è la combinazione di un verbo, eru - che significa “ricevere” o “ottenere”- ed
il termine amai, per cui il significato originario di amaeru è letteralmente ottenere dolcezza.
Nell’uso comune, amaeru si riferisce ad un comportamento infantilizzato, dipendente, che
chiede indulgenza al fine di ottenere ciò che si desidera, sia esso affetto, vicinanza fisica,
supporto emotivo o concreto, o ancora una concessione. E’ un comportamento che esprime una
richiesta di benevolenza e presuppone un certo grado di familiarità o di intima vicinanza.
Generalmente un neonato, o un bambino, potrebbe in questo modo coinvolgere la figura
materna o il caregiver in una modalità relazionale di tenera dipendenza al fine di ottenere
l’appagamento di suoi desideri.
Comportamenti amae e amaeru, in Giappone, sono presenti anche al di fuori del
contesto familiare e infantile, come ad esempio nelle interazioni interpersonali. Si può
evidenziare infatti nelle amicizie strette, nell’intimità delle relazioni di coppia, anche nella
famiglia allargata, o ancora all’interno di un piccolo gruppo coeso come tra compagni di classe
o di squadra. E’ presente anche in quelle relazioni dove esiste una differenza di potere o di
status, come insegnante/studente, capo/subordinato, o colleghi anziano/giovane. In relazione
alle diverse situazioni il fenomeno amae è ampiamente accettato, da un lato come un
significante della forza e della solidità della relazione, ma da un altro lato potrebbe essere
percepito negativamente, come un indicatore dell’immaturità della persona, della sua
autoindulgenza, del suo sentirsi in diritto di qualcosa, oppure della sua mancanza di
consapevolezza sociale o di buon senso.
Nel Dizionario Generale di Psicoanalisi Nord Americano, Salman e Akhtar (2009)
definiscono amae come un “termine giapponese, che caratterizza un’interazione dallo schema

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culturalmente definito, non continuativa, frequente, nella quale le consuete regole di


appropriatezza e formalità sono sospese, permettendo alle persone di ricevere e dare sostegno
all’io in modo affettivo e reciproco” (p.12; citazione tradotta per questa edizione N.d.T.).
Questa definizione è stata formulata a partire dalla descrizione del termine di Takeo Doi
(1971/73) e ulteriormente sviluppata all’interno del lessico della Psicologia dell’Io da Daniel
Freeman (1998), intendendola come una “interattiva regressione reciproca al servizio dell’io,
che gratifica e promuove la crescita e lo sviluppo intrapsichico di entrambi i partecipanti”
(Freeman, 1998, p.47). Gli editori del Dizionario Giapponese di Psicoanalisi (Okonogi, K,
Kitayama, O, Ushijima, S, Kano, R, Kinugasa et al., 2002) sono partiti anche loro dalla
definizione di Doi e hanno evidenziato la complessità della dipendenza emotiva, radicata nel
preverbale, che costituisce la base dinamica di amae.
Nessun dizionario o glossario di altre lingue ufficiali IPA europee o latino- americane
include il termine amae, tanto che è rimasto largamente sconosciuto sino ad oggi al più vasto
pubblico psicoanalitico. Questa voce si basa su tutte le fonti summenzionate e le espande.

II. SVILUPPO DEL CONCETTO

Come fenomeno psicologico, il concetto di amae è stato introdotto ed evidenziato da


Takeo Doi nel suo libro “Anatomia della dipendenza”, che è stato tradotto per il pubblico
occidentale nel 1973. Egli descrisse una varietà di comportamenti amae nelle interazioni
cliniche e sociali giapponesi, avanzando l’idea di quanto sia importante questo concetto per la
comprensione della psicologia giapponese. Tradusse, infatti, amae come ‘dipendenza o
dipendenza emotiva’ (1973) e definì il termine amaeru con il significato di ‘dipendere e
presupporre la benevolenza di un altro’. Così ritiene che indichi sia “l’impotenza e il desiderio
di essere amato” sia “il bisogno di essere amato”, considerandoli equivalenti ai bisogni di
dipendenza. L’autore ne vede il prototipo nella psicologia della relazione madre-bambino,
quando il piccolo, non più neonato, è diventato in grado di comprendere l’esistenza della madre
come indipendente da sé (Doi, 1973). In una pubblicazione successiva Doi (1989) amplia la
formulazione psicodinamica di amae:
“Un’altra cosa importante sul concetto di amae è che, sebbene sia indicato come uno stato
mentale di appagamento che si verifica quando un bisogno d’amore è ricambiato dall’amore di
un altro, esso può anche indicare proprio quello stesso bisogno d’amore, dal momento che non
si può sempre contare sull’amore dell’altro tanto quanto si desidererebbe. Ne consegue che lo
stato di frustrazione, le cui fasi possono essere descritte da un certo numero di parole
giapponesi, possa essere definito con lo stesso termine amae - ed è infatti così che lo si chiama
- dal momento che effettivamente amae è inteso maggiormente come il desiderio presente nella
frustrazione piuttosto che nell’appagamento. E’ per questo che possiamo parlare di due tipi di
amae: un amae di tipo primario, quando vi è la certezza di trovare un oggetto disponibile ad

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accogliere la richiesta, e un amae di tipo involuto (convoluted), quando non vi è certezza


dell’esistenza di un tale oggetto. Il primo tipo è infantile, innocente e tranquillo, mentre il
secondo è immaturo, ostinato e richiedente. In poche parole, si potrebbe parlare di un amae
buono e uno cattivo…” (Doi, 1989, p. 349; citazione tradotta per questa edizione N.d.T.)
L’affermazione di Doi che amae, cioè la dipendenza emotiva, contraddistingue la
psicologia giapponese in modi unici ed inequivocabili, ha suscitato sia entusiastica accoglienza
che critiche e scetticismo. Ne sono scaturiti dibattiti quali ad esempio: in che modo specifico
dovrebbe essere vista la psicologia giapponese? Doi propone che il carattere giapponese è
essenzialmente dipendente? Come coniugare il concetto di amae alle teorie psicologiche e
psicoanalitiche esistenti? Come il concetto di amae può rivelarsi utile per alla comprensione
dello sviluppo umano universale? In che modo il concetto di amae contribuisce a nuovi sviluppi
della teoria e pratica psicoanalitica?

III. PROSPETTIVE SOCIO-CULTURALI

Erik Erikson (1950) ha descritto come differenti e specifiche influenze sociali e culturali
abbiano portato a diverse modalità di adattamento durante i processi di crescita e sviluppo della
psicologia umana. Erikson ha così ampliato gli stadi dello sviluppo psicosessuale formulati da
Freud su base biologica, proponendo ulteriori stadi di sviluppo che definì “psicosociali”,
successivi alla risoluzione del complesso edipico ed estendendoli a tutto il ciclo di vita. Il
concetto di Doi di amae e il suo significato per la comprensione della natura specifica della
psicologia giapponese possono essere inquadrati in quest’ottica.
Molti ricercatori di scienze sociali e antropologi transculturali hanno messo in rilievo
la particolarità della società nipponica e le specifiche forme di adattamento psicologico che la
contraddistinguono. Il concetto di amae elaborato da Doi aggiunge una ulteriore dimensione a
questo discorso. Si evidenziano delle specifiche caratteristiche della società e della cultura
giapponese quali:
1. relazioni sociali gerarchicamente organizzate;
2. orientamento gruppale sopra le distinzioni individuali;
3. separazione tra pubblico e privato, tra relazioni intime e sociali, e come esse si
rappresentano in pensieri, sentimenti e comportamenti;
4. enfasi su vergogna (generata dal giudizio esterno) e colpa (espressione di un giudizio
interno);
5. evitamento del conflitto e valore dell’armonia;

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6. indulgenza, stile genitoriale responsivo e permissivo durante l’infanzia e prima


giovinezza, seguiti da un incremento di rigore nell’assegnazione di ruoli sociali e
comportamenti di controllo nel corso degli anni di sviluppo.
Come hanno ampiamente osservato gli antropologi culturali - ad esempio Ruth
Benedict (1946), lo storico Edwin O. Reischauer (1977), e ancor più specificamente Chie
Nakane, l’antropologo giapponese più noto fuori dal suo paese -, la natura verticale della
gerarchia è onnipresente nella maggior parte delle relazioni giapponesi. A questo si collega
l’osservazione che le caratteristiche sopra menzionate sono il riverbero culturale e psicologico
di quattro secoli di un sistema feudale basato, da un punto di vista politico e socio-culturale, su
una rigida stratificazione in classi. La modernizzazione a seguito dell’influenza occidentale è
iniziata nel tardo XIX secolo e ha subito un’accelerazione dopo la Seconda Guerra Mondiale,
con l’istituzione di un governo democratico e con molti cambiamenti sociali nella vita pubblica,
politica, economica e tecnologica. Tuttavia, le caratteristiche e i valori della cultura tradizionale
perdurano nella vita contemporanea giapponese come sottofondo psicologico. Reischauer
(1977) evidenzia la capacità adattativa giapponese al cambiamento e riconosce molte
comunanze tra l’Oriente e l’Occidente. Dean C. Barnlund (1975), nella sua analisi culturale
comparativa tra gli Stati Uniti e il Giappone sul radicamento di valori culturali di base trasmessi
come normativi in una società, definisce amae come rappresentativo “dell’inconscio culturale”.
Per la comprensione di amae da questa prospettiva diviene cruciale prendere in
considerazione la pratica di accudimento dei bambini, che comporta vicinanza fisica,
indulgenza, responsività, il prendersene cura con profonda empatia da parte della madre e la
disponibilità di altri caregiver intorno al bambino. Dato il limitato spazio dell’isola, la
vicinanza di altre persone e la necessità di vivere gli uni affianco agli altri è una condizione
normale di vita in Giappone. Non solo la famiglia estesa, ma anche i vicini e la comunità
circostante sono contemplate nella vita del bambino sin da subito. Ogni adulto nel vicinato è
chiamato oji-san, zio, o oba-san, zia, e i bambini più grandi sono chiamati onei-san, sorella
maggiore, o onii-san, fratello maggiore. Di fatto essi costituiscono potenziali caregiver nella
vita del bambino, promuovendo un senso di sicurezza nell’appartenenza al gruppo. Alan
Roland (1991) ha in particolare contrapposto il concetto orientale di “sé familiare” con
l’occidentale “sé individualista”. Il “sé familiare” è predominante nella psiche giapponese e
sottilmente radicato nelle relazioni affettive gerarchiche della famiglia e del gruppo.
Reischauer (1977) osserva che i giapponesi non sono tanto attaccati alla famiglia ma piuttosto
all’intero gruppo circostante. Questo potrebbe suggerire un “sé gruppale”, nel senso che un
bambino sin da piccolissimo può identificarsi e interiorizzare il suo posto in un gruppo.
Esemplificativo di questa dinamica è il tradizionale rito giapponese chiamato Shichi-
Go- San in cui, al compimento di tre, cinque e sette anni, i bambini abbigliati nei costumi
tradizionali vengono accompagnati nel santuario del quartiere e festeggiati dalla comunità. Gli
vengono offerti in dono giochi e dolcetti in una celebrazione collettiva del rito di passaggio
dell’infanzia.

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IV. IMPLICAZIONI PSICOANALITICHE DEL CONCETTO DI AMAE

Come evidenziato in precedenza, mentre per molti versi si è rivelata accurata e


chiarificante la descrizione del particolare fenomeno denominato amae all’interno della società
giapponese, individuandolo sia nelle relazioni personali che nelle interazioni cliniche, la prima
definizione di Doi del concetto di amae (1973) come “bisogno di dipendenza affettiva dagli
altri” e “desiderio di essere amati” ha innescato un ampio dibattito sugli aspetti teorici e clinici.
Dal punto di vista dello sviluppo, amae precede l’acquisizione del linguaggio nel bambino; per
esempio un giapponese direbbe di un bebè che attivamente ricerca e desidera sua madre che
“questo bambino è così emotivamente dipendente (amaeru)”. Quando il neonato continua a
fare esperienza del proprio desiderio per la presenza della madre, questa configurazione
emotiva viene posta al centro della sua vita affettiva conscia ed inconscia e può essere
paragonata a ciò che Freud definisce “sessualità, introducendo un concetto che è proprio della
psicoanalisi: “Adoperiamo la parola sessualità nello stesso ampio senso nel quale la lingua
tedesca usa la parola lieben [amare]” (Freud, 1910 p. 327). Con questo significato i giapponesi
pensano il complesso edipico, dove amore e sesso sono intrecciati, anche se non esistono parole
come lieben o come amare nella loro lingua. Allo stesso modo si può comprendere che “amae”
ha costituito la corrente principale della vita affettiva per quanto riguarda le esperienze
precedenti al complesso edipico, e questo vale non solo in Giappone, ma anche nel resto del
mondo, dove la parola “amae” non esiste. Nonostante amae sia un concetto verbale simile ad
amare, tuttavia il suo significato è in parte differente in quanto è privo della connotazione
sessuale. Inoltre ci sono evidenze che elementi amae siano contenuti in diversi stati psichici
caratterizzati da ambivalenza. Se così fosse si potrebbe paragonare amae a molteplici concetti
psicoanalitici ben noti.
Freud afferma che ci sono due correnti di amore: una corrente di tenerezza e una
sensuale. “Di queste due, la corrente di tenerezza è più antica. Essa deriva dai primissimi anni
dell’infanzia, si è formata sul terreno degli interessi della pulsione di autoconservazione, e si
rivolge ai membri della famiglia del bambino o a coloro che di lui si prendono cura…”(Freud,
1912, p. 422). Questo corrisponderebbe al radicamento di amae nella pulsione di
autoconservazione. La corrente di tenerezza deriverebbe da ciò che più tardi è stato assorbito
nel concetto di narcisismo (Freud, 1914). Qui Freud scrive che, sebbene il narcisismo primario
non possa essere confermato dall’osservazione diretta, possa però essere dedotto
dall’“atteggiamento dei genitori particolarmente teneri verso i loro figli […] che è la
reviviscenza e la riproduzione del proprio narcisismo, al quale i genitori stessi hanno da tempo
rinunciato” (Freud, 1914 p. 460-1). Mentre Freud (1930) più tardi abbandonò il concetto di
pulsione di autoconservazione e giunse alla conclusione che la tenerezza era una
manifestazione di Eros (pulsione sessuale) il cui fine originario è rimosso, Doi propone, invece,
che amae corrisponderebbe alla pulsione di autoconservazione in relazione alla prima
teorizzazione di Freud, e definisce amae come un derivato pulsionale del bisogno di
dipendenza.

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Inoltre, Freud (1921) considerò l’identificazione come la prima espressione di un


legame emotivo con un’altra persona, che è ambivalente sin dal principio. Così definita,
l’identificazione freudiana potrebbe trovare corrispondenze negli aspetti di identificazione e di
ambivalenza implicati in amae.
Nelle elaborazioni successive del concetto all’interno della matrice teorica delle
relazioni oggettuali, Doi (1989, p.350) ha ribadito che amae è relazione oggettuale sin
dall’inizio. Mentre ciò potrebbe non corrispondere al concetto freudiano di narcisismo
primario, secondo Doi amae: “calza molto bene con qualsiasi stato mentale che si possa
chiamare narcisistico” (ibid, p.350; citazione tradotta per questa edizione N.d.T.). In questo
senso le caratteristiche narcisistiche che definiscono il tipo di amae “involuto” sono
rappresentate dall’egoismo, l’ostinazione e la richiestività. “Nella stessa prospettiva - scrive
Doi (1989) - il nuovo concetto di oggetto-sé definito da Kohut come ‘quegli oggetti arcaici
investiti di libido narcisistica’ (1971, p.13) sarà più facilmente compresa alla luce della
psicologia di amae, poiché ‘la libido narcisistica’ non è altro che amae di tipo involuto” (Doi,
1989, p. 351; citazione tradotta per questa edizione N.d.T.). In questo senso, gli analisti
giapponesi vedono nel concetto kohuttiano di ‘bisogni d’oggetto-sé’ (Kohut, 1971) un concetto
pressoché equivalente ad amae. Anche l’osservazione di Balint che “nella fase finale del
trattamento, i pazienti cominciano ad esprimere i desideri istintuali infantili da lungo tempo
dimenticati e a ricercare le loro gratificazioni nell’ambiente” (Balint, 1935 p. 178) può essere
rilevante, perché indicherebbe che “l’amae più arcaico si manifesterà solo dopo che le difese
narcisistiche saranno state completamente affrontate nel corso dell’analisi” (Doi, 1989; p. 350;
citazione tradotta per questa edizione N.d.T.)..
Sulla base delle teorie di Freud e Ferenczi, le idee elaborate da Balint sull’ ‘amore
passivo d’oggetto’ e sull’amore primario sono concettualmente le più vicine ad “amae”. Doi
ha considerato che le lingue indo-europee non distinguono chiaramente tra due tipi di amore
oggettuale, attivo e passivo. Sebbene lo scopo sia sempre primariamente passivo (essere amati),
se l’ambiente fornisce sufficiente amore e accettazione del bambino per mitigare la
frustrazione, egli può sviluppare la capacità di “dare amore” attivamente al fine di riceverne
(la configurazione di “amore attivo d’oggetto”). In termini clinici, c’è un collegamento tra
amae primario e la definizione di Balint di ‘regressione benigna’, così come tra amae
‘involuto’ e la definizione di ‘regressione maligna’.
Sebbene Fairbairn (1952) abbia in generale valorizzato la dipendenza nello sviluppo
primario, non ha adottato l’idea di bisogni di dipendenza all’interno del suo sistema di relazioni
oggettuali. I concetti della Klein (1952) di invidia (higami / jaundice) e di identificazione
proiettiva (1957) possono essere visti come una forma distorta di amae, quando condividono
con esso lo stesso oggetto. Molti analisti giapponesi vedono Bion (1961) come “profeta” del
concetto di amae teorizzato da Doi all’interno nel contesto delle dinamiche gruppali. Infatti,
Bion ha individuato un sentimento di sicurezza in ciascuna delle configurazioni emotive che
accompagnano le fantasie gruppali relative ai tre assunti di base: dipendenza, attacco-fuga e
accoppiamento. Analogamente, il concetto di Bion di “contenitore” e “contenuto”, cosi come
il concetto di “holding” di Winnicott, o di “adattamento” di Hartmann, o ancora di

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“interaffettività” di Stern, mostrano somiglianze concettuali di base con amae e ne condividono


l’oggetto. Tali concetti rimandano differenti punti di vista sulla predisposizione del neonato
alla dipendenza dai genitori, clinicamente rilevante per la matrice intersoggettiva del transfert-
controtransfert all’interno del processo psicoanalitico.

V. ULTERIORI PROSPETTIVE PSICOANALITICHE DELLO SVILUPPO

Dalla prospettiva dinamica dello sviluppo, è importante sottolineare che Doi (1971)
individua l’origine di amae nella relazione madre-bambino, a partire però dal momento in cui
l’infante inizia a concepire la propria esistenza come indipendente dalla madre pur
riconoscendo in lei l’indispensabile fonte di gratificazione. Ciò suggerisce che amae origina in
uno stadio di sviluppo in cui la differenziazione dell’io - in termini di cognizione, giudizio e
identificazione - ha già avuto luogo e la costanza d’oggetto si è già stabilita. Questo implica
che la fase di sviluppo separazione-individuazione della Mahler (1975) è in corso, avendo
superato e negoziato con successo la fase simbiotica e la sottofase di sperimentazione. La
madre esiste, dunque, come un essere separato, il cui benevolo e indulgente compiacersi del
bambino è stato interiorizzato.
Se questa è la situazione, anche la struttura psichica del super-io si trova in fase di
strutturazione e le pratiche educative prevalenti in Giappone sembrano sostenere questa ipotesi:
una notevole attenzione materna, insieme ad una ricettività empatica non-verbale, sia fisica che
emotiva, sono tutte condizioni disponibili per assicurare un agevole passaggio evolutivo dalla
fase simbiotica alla fase di separazione – individuazione. Recenti sviluppi dell’infant research
(Stern, 1985) così come della Psicologia del Sé, incoraggiano questo atteggiamento genitoriale
per promuovere una crescita orientata alla formazione di un senso di sicurezza del proprio sé.
Nel riepilogo schematico di Gertrude e Rubin Blanck (1994) sullo sviluppo infantile,
potremmo rintracciare la comparsa di amae durante il processo di neutralizzazione della
pulsione aggressiva per supportare il processo di separazione-individuazione. A partire
dall’acquisizione del controllo sfinterico, l’addestramento all’uso della toilette e l’espressione
di sé attraverso l’assertività fallica, si raggiungerà la modulazione della pulsione aggressiva
promossa dallo sviluppo del super-io) . Diversamente da questo tipico scenario occidentale,
Reischauer (1977) osserva che l’addestramento all’uso della toilette e la disciplina
comportamentale dei bambini giapponesi è portata avanti sistematicamente con premura e
attenzione, utilizzando esempi, incoraggiamenti e sollecitazioni. Questi metodi promuovono
una identificazione del bambino con il caregiver, favorendo la modulazione delle pulsioni
aggressive e la rinuncia ai bisogni individuali in favore dell’adattamento alle aspettative
esterne, giungendo così per altre vie alla formazione del super-io. Tuttavia regole esterne
frequentemente restrittive e via via più complesse, ruoli, richieste di armonia, obbedienza etc.
costituiscono valori culturali a cui è difficile aderire , e ciò causa un considerevole stress in una

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psiche soggettiva ancora fragile. La vergogna del giudizio esterno e la minaccia del ritiro del
legame d’amore potrebbe essere utilizzato per sollecitare una aderenza alle richieste del super-
io di rinunciare ai bisogni individuali infantili.
In queste negoziazioni conflittuali tra il super-io e l’es, la regressione potrebbe
verificarsi nello stadio di sviluppo del riavvicinamento, dove il bambino cerca
temporaneamente la rassicurazione del conforto simbiotico materno, prima di muoversi di
nuovo verso il percorso individuale di separazione. Sia Akthar (2009) che Freeman (1998)
hanno descritto l’aspetto di rifornimento affettivo proprio della funzione di amae; infatti,
l’osservazione di Freeman supporta l’ipotesi che amae sia un desiderio temporaneo,
intermittente, e pone l’enfasi sul reciproco e mutuo beneficio dell’interazione di tipo amae. Se
si estende questa considerazione sul carattere di reciprocità dell’interazione di tipo amae, si
comprende anche che amae può essere attivato inizialmente dalla parte “dipendente” a
beneficio dell’altra parte. Per esempio, chi risulta come colui che “riceve”nell’interazione
amae potrebbe consciamente o inconsciamente percepire - in quel comportamento di cui è fatto
oggetto - un ansioso bisogno materno di essere rassicurata dal bambino, in quanto il bisogno
di separazione di quest’ultimo potrebbe essere sentito dalla madre come un rifiuto; amae,
quindi, potrebbe soddisfare il bisogno di un capo insicuro di sentirsi potente su di un
subordinato compiacente, o ancora il bisogno di un genitore anziano di avere conferma del
proprio valore da parte di un figlio già cresciuto e autonomo. Per questa ragione, a volte il
comportamento ‘amichevole’ di amae potrebbe mascherare una richiesta aggressiva, sfidante,
formulata in una maniera appropriatamente dipendente, che potrebbe corrispondere a quello
che Doi (1989) definisce come “amae negativo/involuto”.
Mentre l’originale definizione di Doi di amae (1971, 1973) come “impotente desiderio
di essere amati” sottolinea l’aspetto della passività, questa stessa dimensione passiva sembra
avere una sua propria complessità. Nello stesso modo di Doi (1971, 1973,1989), Balint
(1935/1965; 1968) vede amae come un bisogno e desiderio d’amore a tutti i costi, primario,
biologicamente determinato, mentre Bethelard e Young-Bruehl (1998) intendono il concetto
di amae proposto da Doi come aspettativa di venir amati con indulgenza - essi usano il termine
cherishment [benevolenza, carità] - e fondano questa aspettativa su una base istintuale presente
già alla nascita. Questi autori, così come Doi prima di loro, in relazione al concetto di amae
hanno proposto di riconsiderare l’ipotesi della pulsione di autoconservazione dell’io. In seguito
a molti recenti studi dell’infant research che indicano una maggiore capacità del neonato di
essere attivamente ingaggiato nella relazione, lo spettro “passivo-attivo’, che attiene ad amae,
necessiterebbe di maggiori approfondimenti. Nel contesto di amae, l’attività che si può
osservare a livello di comportamento - come per esempio negli studi Bowlby sull’attaccamento
(1971) - riflette una esperienza interna che con l’attaccamento ha la sua manifestazione
comportamentale (Doi, 1989). Potremmo ipotizzare che psicoanaliticamente amae si presenta
come un concetto stratificato, che rappresenta una spinta attiva di carattere istintuale-emotiva
di ricevere amore passivamente, di essere coccolati.
Un’alternativa alla definizione di amae come “desiderio - pulsione” formulata da Doi
(1971) comporterebbe una riformulazione di amae come una specifica forma di difesa

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particolarmente presente nella psicologia giapponese, sebbene certamente possa essere


rintracciata ovunque, sia in Oriente che ad Occidente. In questo modo, allora, potremmo
considerare amae come una operazione difensiva dell’io, una “richiesta di amorevolezza-
concessioni”, che media tra le richieste del super-io e quelle dell’es o del desiderio individuale,
ovunque esse si collochino nel corso dell’esistenza. Questa forma di difesa dell’io sarebbe
quindi necessaria per adattarsi ad una società rigida, che esige un’inflessibile conformità alle
richieste del super-io. L’ordine relazionale gerarchico, l’orientamento gruppale, insieme alla
stretta osservanza delle regole, dei ruoli, delle condotte, dove i pensieri e le emozioni intimi
sono tenuti segreti, e ancora dove i conflitti sono risolti attraverso la vergogna, tutto sembra
essere il modo di far fronte ad una formazione superegoica generata da una società feudale. Al
fine di far fronte a queste richieste superegoiche così rigide ed esigenti, amae ricorre ad una
comunicazione emotiva non –verbale e a risposte empatiche di “tenera/dolce” comprensione,
concessione ed indulgenza, come necessaria difesa contro la pulsione aggressiva o l’ansia per
la potenziale perdita dell’oggetto. La mediazione dell’io ad opera di amae crea uno spazio per
una vita emotiva privata e consente delle strade per l’espressione dei desideri umani individuali
e apre canali per l’espressione individuale delle pulsioni libidiche o aggressive proprie degli
esseri umani. Amae è radicato nell’identificazione con l’amorevole caretaker delle esperienze
prevebali, capace di intuire bisogni e desideri emotivi del bambino ai quali risponde con
empatia, analogamente forse a quanto espresso da Winnicott con il concetto di
”preoccupazione materna primaria” che caratterizza la madre “sufficientemente buona”. In
questo contesto, la differenziazione di Winnicott tra la madre-ambiente che fornisce vicinanza
all’io (holding, tenerezza, empatia), e la madre-oggetto verso cui gli impulsi dell’es/pulsioni
sono diretti, potrebbe rappresentare la successiva versione/declinazione, dal punto di vista delle
relazioni oggettuali, della divisione dell’amore in una corrente di tenerezza e una di sensualità
operata inizialmente da Freud.
Le comunicazioni comportamentali di amae e amaeru possono essere utilizzate in una
ampia varietà di operazioni difensive come la rimozione, regressione totale o parziale,
annullamento, formazione reattiva, ‘mutuo segreto’, o anche come strada per la sublimazione.
All’interno di questa definizione di amae come difesa-adattamento, inoltre, è implicata la
nozione di “reciprocità” dal punto di vista evolutivo, relazionale e transferale, e si potrebbero
applicare il concetto di Hartmann (1958) di adattamento madre e bambino, l’idea di Winnicott
(1965) di “ambiente contenitivo”, così come il concetto di Bion (1962) di
‘contenitore/contenuto’, quello di l’oggetto-sé di Kohut, e di ‘inter-affettività’ di Stern (1985).
Comportamenti di tipo amae possono manifestarsi in tutto il corso dell’esistenza ogni qualvolta
che i desideri e i bisogni individuali entrano in conflitto con le restrizioni culturali e
superegoiche.

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VI. CONCLUSIONE

Consegue da quanto detto che i comportamenti e gli atteggiamenti amae non possono
essere considerati solo come una espressione di semplici bisogni di dipendenza. E’ proficuo
vederli all’interno di un complesso mutamento contestuale sia della pulsione/desiderio che
della configurazione difensiva. Questa visione complessa è applicabile specialmente
all’interazione transferale. La comparsa di amae nella diade clinica potrebbe indicare un
transfert positivo di sincerità e fiducia crescente verso l’analista, che potrebbe facilitare
l’alleanza di lavoro. Doi (1989) afferma, infatti, che al di là della motivazione cosciente che
porta il paziente a cercare il trattamento psicoanalitico, la motivazione inconscia sottostante è
qualcosa che ha a che fare con amae e alla fine, nel tempo, questo diventa il nucleo del transfert.
Tuttavia i clinici devono essere attenti alla natura gerarchica del transfert soprattutto nella
situazione clinica giapponese oltre che in ogni setting psicoanalitico, ed essere sensibili e in
sintonia con la comunicazione non-verbale o indiretta sia di amae positivo che di amae
negativo, specialmente se concettualizziamo amae come espressione di bisogni primari, spinte
pulsionali, processi difensivi, o come una complessa configurazione dinamica- evolutiva che
comprende tutti questi aspetti. Ugualmente, l’orientamento gruppale dei pazienti giapponesi
non può semplicemente essere inteso come una mancanza di confini o di individuazione, come
potrebbe essere interpretato semplicisticamente dalla cultura occidentale.
Sebbene siamo in debito con la scoperta del concetto di amae allo specifico contesto
giapponese, si può intravedere questo fenomeno con gradi diversi in differenti culture.
All’interno del contesto psicologico gruppale, esso è collegato in modi complessi al peculiare
bisogno dell’individuo separato di vivere e di appartenere ad un contesto gruppale specifico.
Evolutivamente e clinicamente, l’interna dinamica interattiva di amae - in cui risuona l’eco del
rifornimento materno primario, del contenimento e dell’holding - si estende per tutto l’arco di
vita dell’individuo (Doi, 1989; Freeman, 1998).
Il contributo determinante di Doi su amae necessita di venir apprezzato come concetto
evolutivo e clinico elaborato in una Regione IPA, specifico della la cultura giapponese ma di
portata globale, capace di arricchire il panorama teorico e la sensibilità clinica al di là dei
confini geografici, delle culture psicoanalitiche, e delle collocazioni individuali.

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Consulenti e contributori regionali

Nord America: scritto in collaborazione da Takayuki Kinugasa, MD e i seguenti membri


della Società Psicoanalitica del Giappone: Nobuko Meaders, LCSW; Linda A. Mayers, PhD;
Eva D. Papiasvili, PhD, ABPP

Europa: Revisione di Arne Jemstedt, MD, e i consulenti europei

America Latina: Revisione di Elias M. da Rocha Barros, Dipl. Psych., e i consulenti latino
americani

Co-Presidente Coordinatore Interregionale: Eva D. Papiasvili, PhD, ABPP

Assistenza editoriale speciale addizionale: Jessi Suzuki, M.Sc.

Il Dizionario Enciclopedico Interregionale di Psicoanalisi dell’IPA, è distribuito con licenza Creative Commons
CC-BY-NC-ND. I diritti fondamentali restano agli autori (la stessa IPA e i contributori membri IPA), tuttavia il
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all’IPA (compresi il riferimento al seguente URL www.ipa.world/IPA/Encyclopedic_Dictionary) con
riproduzione verbatim, non in modo derivato, editato o in forma mista. Cliccare qui per visualizzare termini e
condizioni.

Traduzione italiana ed editing a cura dei soci della Società Psicoanalitica Italiana.

Traduzione: Dott.ssa Rachele Mariani

Coordinamento ed Editing: Dott.ssa Maria Grazia Vassallo

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CONFLITTO
Voce Tri-Regionale

Consulenti Interregionali: Christine Diercks (Europa),


Daniel Traub-Werner (Nord America) e Héctor Cothros (America Latina)
Co-Chair Coordinatore Interregionale: Eva D. Papiasvili
______
Traduzione italiana ed editing a cura dei soci della Società Psicoanalitica Italiana.
Traduzione: Maria Pina Colazzo, Luisa Masina, Laura Ravaioli, Grazia Venturi
Coordinamento ed Editing: Maria Grazia Vassallo

“…….. la nostra vita mentale scaturisce da questi due opposti”


(Freud, lettera a W. Fliess del 19 febbraio del 1899; in Freud, S.1886-1899, p.382)

I. INTRODUZIONE E DEFINIZIONI

Freud inaugurò la psicoanalisi sul concetto fondante di conflitto psichico - il


funzionamento della mente umana che riflette l’interazione di forze e tendenze opposte. La
psicoanalisi pone particolare accento sugli effetti dei conflitti inconsci, definiti come
interazioni tra forze che si svolgono nella mente e di cui l’individuo non è consapevole. In un
conflitto, desideri, sentimenti, bisogni, interessi, idee e valori opposti si confrontano gli uni con
gli altri. Nella teoria psicoanalitica il conflitto psichico è al centro delle dinamiche della mente
umana e, nella la prospettiva classica, viene alimentato dall’energia istintuale (pulsionale) e
mediato da fantasie investite affettivamente. Tutti i processi mentali sono basati
sull’interazione tra forze psichiche in conflitto, che a loro volta si pongono in una complessa
interazione con gli stimoli esterni.
Oggetto primario della psicoanalisi sono gli aspetti inconsci e latenti del conflitto
psichico, fondati in definitiva nei desideri infantili repressi. Questi contenuti inconsci
riemergono in forme distorte nei sogni, nelle paraprassie, nei sintomi e nelle manifestazioni
della civiltà e della cultura.
Per Freud, il conflitto di base della psicoanalisi è il Conflitto Edipico. Questo conflitto
– che si colloca tra desiderio infantile e proibizione – è costitutivo per le dinamiche e le
manifestazioni della vita psichica. In aggiunta alle sue qualità dinamiche, il conflitto ha anche

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vari assetti metapsicologici: topografici (conscio, pre-conscio, inconscio), economici


(iperstimolazione sensoriale, principio di realtà e principio di piacere), genetici (che dipendono
dallo sviluppo delle funzioni dell’Io) e strutturali (conflitti tra Io, Super-Io ed Es). Inoltre, il
Conflitto Edipico si colloca all’interno del dualismo istinto-pulsione (pulsione sessuale /
pulsione di autoconservazione, libido narcisistica / pulsione di vita, libido oggettuale / pulsione
di morte).
Le concettualizzazioni formulate dai teorici delle Relazioni Oggettuali ampliano l’area
in cui questi conflitti si svolgono, dirigendo l’attenzione sulle caratteristiche delle relazioni
(internalizzate) tra il sé e gli oggetti. La possibilità che un conflitto diventi accessibile alla
coscienza e sia quindi potenzialmente elaborabile in modo realistico, o al contrario se esso
debba essere rimosso, dipende dalla potenza delle forze istintuali [pulsioni] coinvolte, dalle
capacità mentali dell’individuo di farvi fronte e dalle condizioni ambientali.
Estrapolando e ampliando quanto riportato in dizionari e contributi contemporanei
nordamericani, europei e latinoamericani (Akhtar 2009, Auchincloss and Samberg 2012;
Laplanche e Pontalis 1973, Skelton 2006; Borensztejn 2014), i conflitti (inconsci) possono
essere concettualizzati in base alle seguenti classificazioni binarie:
1. Conflitti esterni vs. conflitti interni/intrapsichici: con i primi si intendono i
conflitti tra l’individuo e il suo ambiente, con i secondi quelli all’interno della propria psiche.

2. Conflitti esternalizzati vs. internalizzati: con la prima definizione si indicano i


conflitti interni che vengono trasposti sulla realtà esterna; con la seconda i problemi psichici
causati dall’internalizzazione di costrizioni ambientali che si oppongono ai desideri e alle
pulsioni dell’individuo.

3. Conflitti evolutivi vs. conflitti anacronistici: i primi sono i conflitti fisiologici,


fase-specifici, trasformativi in senso evolutivo e causati dall’opposizione dei genitori ai
desideri del bambino, o dai desideri contradittori del bambino stesso (Nagera, 1966). I conflitti
anacronistici, invece, non sono specifici di una determinata età e possono sottendere delle
psicopatologie nell’adulto. Questa contrapposizione è simile per certi versi a quella operata da
Laplanche e Pontalis (1973) tra conflitti edipici vs. conflitti difensivi.

4. Conflitti intersistemici vs. conflitti intra-sistemici: con intersistemici ci si


riferisce alla tensione tra l’Es e l’Io o tra l’Io e il Super-Io (Freud, 1923, 1926); con intra-
sistemici (Hartman, 1939; Freud, A. 1965; Laplanche 1973 ) ci si riferisce invece al conflitto
tra differenti tendenze istintuali (amore-aggressività), o tra diversi attributi e funzioni dell’Io
(attività-passività), o tra differenti dettami del Super-Io (modestia -successo).

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5. Conflitto strutturale vs. conflitto riguardante le relazioni oggettuali: il primo si


riferisce ad una stressante disparità di intenti tra le tre strutture psichiche maggiori, ossia l’Es,
l’Io e il Super-Io (Freud 1926), sperimentata come pienamente appartenente al sè
dell’individuo. Il secondo, invece, si riferisce a un conflitto che si svolge all’interno di uno
spazio psichico che è antecedente a tale differenziazione strutturale (Dorpat, 1976; Kernberg,
1983, 2004). Un’altra formulazione di questa dicotomia è conflitto edipico vs. conflitto pre-
edipico.
6. Conflitto di tipo oppositivo vs. conflitto del tipo dilemma della scelta (Rangell,
1963); oppure, in analogia, conflitti convergenti vs. conflitti divergenti. (Kris, A. 1984, 1985).
Nel primo caso si intendono i conflitti tra forze intra-psichiche che si possono integrare tramite
un compromesso (una formazione di compromesso); nel secondo, a cui a volte ci si riferisce
come a conflitti ‘o/o’, si intendono quelli dove tale negoziazione risulta difficile e si è obbligati
a scegliere una delle due opzioni, con la conseguenza del lutto e della rinuncia per la scelta
alternativa.
Esiste un’ampia varietà di orientamenti psicoanalitici in tutto il mondo, con differenze
complesse e sovrapposizioni , e con diversi gradi di importanza attribuita al conflitto. Ad un
estremo di questo spettro si collocano gli orientamenti freudiani e kleiniani contemporanei, che
continuano a ritenere il conflitto un concetto centrale per loro formulazione dello sviluppo e
del funzionamento psichico. All’altro estremo dello spettro troviamo la prospettiva della
Psicologia del Sé di Kohut, una teoria dello sviluppo basata sulle carenze e sullo sforzo per
costruire una struttura psichica; questa posizione propone un paradigma completamente
diverso, in cui la nozione di conflitto passa in secondo piano a parte un breve accenno al
conflitto tra genitore e bambino su differenti bisogni relativi all’oggetto-sé .
Il modo con cui viene concepito il conflitto è uno dei fattori determinanti sia dello
sviluppo del pensiero di Freud, sia dello sviluppo delle teorie psicoanalitiche dopo Freud.

II. FASI DELLO SVILUPPO TEORICO: FREUD

Seguendo i cambiamenti nella concettualizzazione del conflitto in Freud, si possono


identificare diversi periodi nello sviluppo della sua teoria. Appare indicativo il modo
particolare in cui tre diverse psicopatologie cercano di organizzare i loro conflitti . Gli isterici
convertono la lotta tra la sessualità e la società in sintomi fisici, creando un conflitto tra la
mente e il corpo. Gli individui ossessivi spostano la lotta tra un’idea e il suo affetto verso
un’ossessione apparentemente innocua. I pazienti paranoidi proiettano le loro esperienze
intollerabili sul mondo esterno, creando un conflitto tra il mondo interno e il mondo esterno.
Lo studio di questi modi unici di risolvere in modo inadeguato i conflitti psichici andò
gradualmente a definire fasi successive dello sviluppo della teoria.

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II. A. Il Trauma e il Periodo Catartico Pre-Analitico (1893-1899)


Durante questo periodo, Freud si interessa ai conflitti tra affetti associati ad eventi
traumatici ed a proibizioni morali della società, definendoli conflitti esterno-interno e
interpersonali, il che implica la nozione di forze interne che si oppongono (Freud, 1893-1895).
Nel 1899, paragonando i sogni e i sintomi isterici, Freud ricorda la sua posizione del 1894 sul
conflitto: “non solo il sogno è un soddisfacimento di desiderio, ma lo è anche l’attacco
isterico…. mi era parso tempo fa…. Realtà – soddisfacimento di desiderio: la nostra vita
mentale scaturisce da questi due opposti” (Freud, 1899, Lettere a Fliess, p. 382). Nei suoi primi
lavori con le isteriche, Freud scoprì che i loro desideri sessuali si scontravano con le norme
della società e che la risoluzione patologica di questo conflitto era il sintomo. I sintomi hanno
origine come tentativi inadeguati per risolvere i conflitti: “… i pazienti… vi era stata sanità
psichica fino al momento in cui nella loro vita ideativa si era presentato un caso di
incompatibilità, ossia fino a quando al loro Io non si era presentata un’esperienza, una
rappresentazione, una sensazione che aveva suscitato un affetto talmente penoso, che il
soggetto aveva deciso di dimenticarla, convinto di non avere la forza necessaria a risolvere,
per lavoro mentale, il contrasto esistente tra questa rappresentazione incompatibile e il proprio
Io.” (Freud, Opere, Vol.2, 1894a, p. 123, corsivo originale).
Ispirati dalle esperienze di Josef Breuer con Anna O. e dalle spiegazioni di Charcot
della paralisi isterica post-traumatica - nonché dalla induzione, e risoluzione sperimentale, di
paralisi isteriche tramite suggestione ipnotica- Freud e Breuer (Freud e Breuer, 1895)
ritenevano che nell’isteria di conversione emergessero circostanze mentali specifiche, in cui
affetti violenti e traumatici, impossibilitati ad essere abreagiti, venivano convertiti in sintomi
fisici. Questi sintomi trovano un’espressione fisica ma non sono fisici in origine: essi servono
solo ad esprimere, simbolicamente, l’evento che ha provocato lo sviluppo dell’isteria. La
strada verso il ricordo dell’evento iniziale era stata interrotta, dissociata dalla coscienza della
veglia. Freud scrisse: “Nella nevrosi traumatica, infatti, non la lesione fisica in sé modesta è la
vera causa della malattia, ma lo spavento - il trauma psichico. In maniera analoga, dalle nostre
ricerche, per molti se non per la maggior parte dei sintomi isterici risultano fatti determinanti,
che si devono descrivere come traumi psichici. Può agire come trauma qualsiasi esperienza
provochi gli affetti penosi del terrore, dell’angoscia, della vergogna, del dolore psichico...”
(Freud e Breuer, Opere, Vol.1, 1895, p. 177).
Le idee e i desideri che sono in conflitto con altri valori, se soppressi, possono produrre
sintomi. Nel 1894, Freud formulò un modello iniziale del conflitto che valeva per la
formazione dei sintomi di conversione nell’isteria, nelle nevrosi ossessive e nelle fobie, tutte
unificate sotto la classificazione dineuro-psicosi di difesa (Freud 1894 a, b). A differenza della
formazione di conflitto, propria delle neuro-psicosi di difesa, Freud concepiva i sintomi delle
nevrosi attuali - incluse la nevrosi d’ansia e la nevrastenia (Freud 1894 c; Freud 1898) - non
come espressione di un processo mentale normalmente funzionante ma come l’effetto diretto
di una trasformazione tossica della libido, causata da un’energia sessuale non scaricata
adeguatamente. Inoltre diventò chiaro per Freud che le idee intollerabili delle sue pazienti “si
sviluppano per lo più sul terreno delle esperienze e delle sensazioni sessuali” (Freud 1894,

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Traduzione per questa edizione N.d.T.). Egli scoprì in aggiunta che queste idee erano connesse
ad esperienze infantili precoci, e concluse che le sue pazienti dovevano aver subito una
seduzione sessuale da parte di un adulto (Freud 1896). Di conseguenza, i sintomi isterici
discendono direttamente da memorie di queste esperienze che operano inconsciamente e che
ricompaiono retroattivamente, diventando pienamente effettive, quando vengono scatenate da
eventi attuali. Sostenne inoltre che la natura patogena di questi eventi infantili perdurava solo
fintantoché essi rimanevano inconsci.
Tuttavia in seguito - nella famosa lettera a Wilhelm Fliess del 21 settembre del 1897 –
Freud scrisse: “non credo più ai miei neurotica [nella teoria della neurosi]” (Freud, 1897,
Lettere a Wilhelm Fliess, p. 297). La “netta convinzione che non esista un dato di realtà
nell’inconscio, dimodoché è impossibile distinguere tra verità e finzione investita di affetto”
portò Freud a ripensare la sua teoria della seduzione (ibid.). In base a un’analisi dei propri
sogni, Freud formulò un’idea cruciale il 15 ottobre del 1897: “Mi è nata una sola idea di valore
generale: in me stesso ho trovato l’innamoramento per la madre e la gelosia verso il padre, e
ora ritengo che questo sia un evento generale della prima infanzia, anche se non sempre si
manifesta tanto presto come nei bambini resi isterici […]. Ogni membro dell’uditorio è stato,
una volta, un tale Edipo in germe e in fantasia e, da questa realizzazione di un sogno trasferita
nella realtà, ognuno si ritrae con orrore e con tutto il peso della rimozione che separa lo stato
infantile da quello adulto” (ibid).
Tuttavia, poco dopo, Freud si dichiarò di nuovo molto colpito da casi di violenza
sessuale, e in una lettera a Fliess proclamò (citando la Mignon di Goethe) “un nuovo motto:
ma a te, povera bimba, che hanno fatto?” (Freud 1897, p. 326; Goethe, 1795/96). Senza mai
abbondonare il trauma come fattore eziologico, Freud oscillava tra una ipotesi e l’altra; eppure,
nonostante tutti i suoi dubbi per quanto riguarda le conseguenze psichiche del ricordo di una
seduzione traumatica, dal 1897 in poi sostenne decisamente una sola idea , ossia che “i sintomi
nevrotici non erano collegati direttamente a episodi realmente avvenuti, ma piuttosto a fantasie
di desiderio e che per la nevrosi la realtà psichica era più importante della realtà materiale”
(Freud Opere, Vol.10, 1925, p. 103). Per Freud, il concetto di trauma si opponeva adesso
all’ipotesi di fantasie e desideri infantili di origine pulsionale radicate nel mondo “interno”, e
conflittualmente collocate tra il desiderio incondizionato e la proibizione. Qu il soggetto
razionale, illuministico, incontra un Io mosso da desideri inconsci che reagisce ad un ambiente
da cui è estremamente dipendente all’inizio della sua vita. L’interfaccia di questa dinamica
cruciale è il Conflitto Edipico, causato dagli impulsi d’amore e di odio verso gli oggetti
primari. Nel 1925 Freud ricordava: “il fatto è che in quell’occasione mi imbattei per la prima
volta nel complesso edipico, destinato ad assumere in seguito un’importanza così
preponderante; tuttavia, in quel travestimento fantastico non fui in grado di riconoscerlo”
(Freud, Opere, Vol.8 1925, p. 102, sottolineato nell’originale). L’esito della conflittuale crisi
edipica va a costituire le dinamiche della vita psichica e delle sue manifestazioni.
Sul tema del trauma vs conflitto Freud prese posizioni diverse. Ad esempio,
inizialmente, nelle sue lezioni aveva sottolineato “che tra l’intensità e l’importanza patogena
delle esperienze infantili e di quelle successive esiste un rapporto di complementarietà simile

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a quello delle serie precedentemente studiate. Ci sono casi in cui tutto il peso della
determinazione ricade sulle esperienze sessuali dell’infanzia, in cui queste impressioni
manifestano un effetto sicuramente traumatico e non hanno bisogno in ciò di alcun altro
sostegno, tranne quello che possono offrire loro la costituzione sessuale media e un suo
sviluppo incompiuto. Accanto a questi, ce ne sono altri ove l’accento è posto tutto sui conflitti
successivi e il rilievo che nell’analisi hanno le impressioni infantili appare esclusivamente
opera della regressione. Dunque, abbiamo da una parte la “inibizione evolutiva” e dall’altra la
“regressione” e, tra questi due estremi, tutte le possibili combinazioni in cui tali fattori
agiscono congiuntamente.” (Freud, Opere, Vol.8, 1916-1917, p.520). Nelle sue riflessioni
retrospettive del 1925 egli si riferì solo alla scoperta degli aspetti sessuali delle fantasie
infantili: “mi vidi invece costretto a riconoscere che tali scene di seduzione non erano mai
avvenute in realtà, ma erano solo fantasie create dall’immaginazione dei miei pazienti – e
magari anche suggerite da me” (Freud Opere, Vol.10, 1925, p.102). Tutto sommato, mentre la
teoria psicoanalitica e la teoria della patogenesi diventavano sempre più complesse nelle
formulazioni di Freud, la nozione di conflitto in relazione al trauma, le sue cause e
conseguenze multiple, avrebbero acquisito un carattere ‘sovra-determinato’ e
‘complementare’. Il concetto di potenti eccitazioni traumatiche che sfondano la barriera
protettiva contro gli stimoli esterni (Freud 1920) gradualmente cedette il passo ad una
definizione del trauma come impotenza dell’Io davanti a un pericolo reale o immaginario,
interno o esterno (Freud 1926), che può manifestarsi in qualsiasi momento della vita, dove
l’immaturità dell’Io predispone l’individuo all’impotenza.
Le produzioni nevrotiche sono connesse ad esperienze reali, perfino traumatiche, o a
fantasie di desiderio? La questione di quale sia la “verità”- l’autenticità delle scene di
seduzione o la loro natura fittizia - percorre l’intera teoria psicoanalitica (Rand & Torok, 1996,
p. 305), e la complessità dell’intreccio di finzione e verità trova la sua migliore dimostrazione
nei casi clinici di Freud (Freud 1905 b; 1909 a, b; 1910 a; 1911 b; 1918). Ilse Grubrich-Simitis
(1987, 2000) sostiene che sarebbe stato molto più facile per Freud continuare a rimanere fedele
alla sua teoria della seduzione iniziale. L’abuso sessuale nell’ambiente familiare era un
fenomeno conosciuto, anche se rappresentava una deviazione dalla norma. Il modello del
trauma avrebbe sottolineato la differenza tra la normalità e la patologia. Al contrario, il
modello della pulsione si riferisce al fatto innegabile dei propri antichi desideri infantili di
conquista e di omicidio, e della inevitabilità della propria natura istintuale (pulsionale).
Sebbene Freud abbia sottolineato in tutte le sue opere il trauma come fattore eziologico
cruciale, quest’enfasi sui fattori interni può aver contribuito al fatto che la discussione teorica
dei concetti psicoanalitici “ha spinto sempre più in secondo piano le cause traumatiche rispetto
ai conflitti pulsionali e le fissazioni della libido”. (Bohleber, 2000, p. 802; citazione tradotta
per questa edizione. N.d.T.). Le teorie psicoanalitiche contemporanee del trauma prendono in
considerazione il tipo e l’intensità del trauma, e le condizioni psicologiche della persona
esistenti prima degli effetti del trauma, nonché la reazione dei caregiver e dell’ambiente nei
confronti della vittima del trauma.

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II. B. La Teoria Topografica e la Prima Teoria dell’Angoscia (1900-1920)


Andando avanti con la propria autoanalisi, Freud giunse a intendere i conflitti sempre
più come interni alla psiche. Nella sua concettualizzazione del conflitto interiore, sostituì gli
affetti con le pulsioni e ipotizzò che anche nel mondo interno esistessero forze che esprimevano
divieti (Freud,1900; Freud,1905a, b). “L’interpretazione dei sogni” (1900) presenta una
teorizzazione del conflitto come fenomeno psichico che contrappone le strutture della
coscienza a quelle dell’inconscio. La strutturazione interiore del conflitto psichico viene
dunque chiaramente messa in luce per la prima volta in questo lavoro che inaugura
ufficialmente la psicoanalisi. La teoria del Complesso Edipico (Freud 1900) definisce tutti i
parametri del conflitto all’interno del quadro dello sviluppo (Freud, 1905b) e all’interno del
contesto delle relazioni oggettuali iniziali con la madre, il padre e la coppia genitoriale, nonché
con i fratelli. Qui l’amore e il desiderio si scontrano con l’ostilità e la violenza omicida,
entrambi in conflitto con la realtà familiare e sociale. L’idea di conflitti interni è stata elaborata
e concettualizzata in termini di conflitti interni tra gli istinti sessuali e gli istinti di auto-
conservazione-dell’Io (Freud, 1910a; Freud 1911a; Freud 1914; Freud 1915a, b, c).
Questo periodo ha visto un’espansione cruciale del pensiero di Freud rispetto al
conflitto. In “Precisazioni su due principi dell’accadere psichico” (Freud, 1911) è descritta
l’evoluzione delle vicissitudini del Principio di piacere rispetto al Principio di realtà. L’asse
fondamentale su cui s’impernia la distinzione tra questi due principi è la relazione del soggetto
con il dolore. Il Principio di piacere può meglio intendersi come principio dell’odio-del-dolore,
che cerca il piacere per evitare ed eclissare il dolore: a questo scopo la mente fantasticherà e
allucinerà una soddisfazione dove non esiste. Quando la mente si rende conto del fatto che le
allucinazioni non creano soddisfazione reale, impara a adattarsi alla realtà, anche se essa
include l’esperienza del dolore.
“Solo la mancanza dell’atteso soddisfacimento, la disillusione, ha avuto per
conseguenza l’abbandono di questo tentativo di appagamento per via allucinatoria.
L’apparato psichico ha dovuto risolversi a rappresentare a se stesso, anziché le
condizioni proprie, quelle reali del mondo esterno, e a sforzarsi di modificare la realtà.
Con ciò si è instaurato un nuovo principio di attività psichica: non è più stato
rappresentato quanto era piacevole, ma ciò ch’era reale anche se doveva risultare
spiacevole. Con questa instaurazione del principio di realtà è stato compiuto un passo
denso di conseguenze.” (Freud, 1911, Opere Vol. 6 p. 454, corsivo nell’originale)
L’asserzione di Freud riguardo alla ‘decisione della mente di formarsi una concezione
della realtà’ diventerà il punto di partenza della teorizzazione di Bion. In questo lavoro c’è un
cambiamento sottile nella terminologia, laddove Freud si riferisce al conflitto tra il piacere e la
realtà prima intendendoli come principi, e poi come differenti aspetti dell’Io. Il focus sull’Io e
sulla sua scissione tra due diversi orientamenti nei confronti del mondo è il punto di partenza
per quella che Freud chiamerà la sua ‘psicologia dell’Io’, prefigurando così la teoria strutturale
del 1923. Ciò che per l’Io non è accettabile viene rimosso, danneggiando così la capacità della
coscienza di contattare la realtà.

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Nel caso clinico dell’Uomo dei Topi, Freud (1909 a) così sintetizza la psicopatologia
del paziente: “in tutta la sua vita… egli era stato indubbiamente vittima di un conflitto tra amore
e odio nei confronti del padre e dell’amata” (1909a, Opere Vol.6, p.67). Quattro anni dopo, in
“Totem e Tabù” (1912-13), Freud userà la formula di conflitto di ambivalenza affettiva per
descrivere questo fenomeno, e ne discuterà in termini di tabù:
“Il carattere principale della costellazione psicologica che si è fissata nel modo descritto
sta in ciò che si potrebbe definire il comportamento ambivalente dell’individuo verso
un certo oggetto, anzi verso una certa azione che lo riguarda. Egli vuol sempre eseguire
questa azione – toccare l’oggetto – [pur considerandola il sommo allettamento, è
costretto a non eseguirla] e al tempo stesso ne ha orrore. Il contrasto tra le due correnti
non è risolvibile a breve termine, perché – se ci è lecito esprimerci così – esse sono
localizzate nella vita psichica in modo da non potersi incontrare” (Freud, 1913 in Opere
Vol.7, p. 38).
Qui Freud esprime l’idea che c’è anche un conflitto all’interno delle emozioni stesse,
in aggiunta al conflitto tra idee e affetti.
L’idea dell’ambivalenza affettiva qui esposta, che caratterizza questo periodo del
pensiero di Freud, potrebbe essere vista come presente all’interno di un contesto rudimentale
di relazioni oggettuali. In questa fase la sua riflessione si indirizza per la prima volta al concetto
di narcisismo (Freud, 1914), uno dei punti di partenza di molte delle teorie delle relazioni
oggettuali. Il conflitto qui prende la forma di una lotta fra l’investimento sul sé vs.
l’investimento sull’oggetto, o fra scelta narcisistica e scelta oggettuale. Ciò diventa
particolarmente importante in “Lutto e melanconia” (Freud, 1917), il lavoro di Freud sulla
perdita, l’identificazione e l’elaborazione ulteriore dei conflitti all’interno dell’Io.
Freud scrive che la mente non può sopportare la perdita di qualcosa di prezioso e
necessario, per cui quando si verifica una perdita nel mondo esterno l’oggetto viene incorporato
in fantasia, in modo da farlo ora esistere nel mondo interno negando la sua assenza nel mondo
esterno. Freud afferma: “Il conflitto all’interno dell’Io, che nella melanconia prende il posto
della lotta riguardo l’oggetto, deve agire come una ferita che pretende un controinvestimento
straordinariamente elevato”. (Freud, 1917, pp.117-118). Da un altro punto di vista, si potrebbe
descrivere questo fenomeno come una lotta per l’integrazione dell’assenza, che più avanti
diventerà una dimensione importante del pensiero di Lacan.
Il periodo successivo delle teorizzazioni freudiane nell’ambito della Teoria Topografica
comincia con “Al di là del principio di piacere” (1920). Qui la pulsione aggressiva viene
aggiunta alla pulsione sessuale e il conflitto viene concettualizzato come pulsione istintuale vs.
difesa/rimozione (Freud, 1920). Difese di vario tipo vengono associate a fasi diverse dello
sviluppo della personalità; l’angoscia continua ad essere vista come risultato della rimozione
(Prima Teoria dell’Angoscia), e la rimozione viene usata per lo più come un sinonimo di difesa.
In “Al di là del principio del piacere” (1920) Freud introduce quello che ora considera
il conflitto mentale primario, quello tra vita e morte, in termini di istinti che cercano di
rinnovare la vita e istinti che cercano di ripetere il trauma, un conflitto tra la creazione di entità

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sempre più coese e il ritorno alla materia inorganica. Nel discutere delle svolte e delle
evoluzioni della sua teoria degli istinti nel corso degli anni, Freud afferma con chiarezza la sua
visione di fondo del conflitto: “la nostra concezione è stata dualistica fin dall’inizio […]”
(1920, p. 238).
Qui, Freud definisce anche lo sviluppo come risultato di un conflitto. Riferendosi
all’“istinto verso la perfezione”, egli ci dice: “Congiunto con gli effetti della rimozione, lo
sforzo dell’Eros potrebbe spiegare i fenomeni che vengono attribuiti alla pulsione testé
menzionata” (Freud 1920, p. 228). Il conflitto tra Eros e la rimozione di Eros crea un desiderio
di miglioramento che aumenta la capacità di sublimazione, fatto già sottolineato da Freud nell’
articolo su Leonardo da Vinci che inaugurò la psicoanalisi applicata (Freud,1910).
Verso la fine della sua vita, Freud,tornò a questo punto di vista e ne ampliò l’
importanza, giungendo infine a concepire il conflitto tra istinti di vita e istinti di morte come
fondante per la concettualizzazione di tutto il comportamento e il pensiero umano: “Soltanto
la cooperazione o l’azione mutualmente opposta dei due istinti primari - l’Eros e la pulsione di
morte - e mai l’azione di una sola di esse, può spiegare le variopinte manifestazioni
dell’esistenza” (Freud,1937, p.526).

II. C. La Teoria Strutturale (Seconda Teoria Topografica) (1923-1937)


L’evoluzione teorica di quella che divenne nota come Teoria Strutturale - fuori
dall’America del Nord come la Seconda Teoria Topografica) - presentata nel 1923, fu
l’enunciazione della struttura tripartita della personalità: Es, Io e Super-Io (Freud, 1923a). In
questa fase della sua teorizzazione Freud ampliò l’idea di conflitto, situando l’Io all’interno di
un gioco di scacchi a tre livelli. In “L’Io e L’Es” (1923 a) Freud integrò tutte le sue idee sul
conflitto in un sistema unico di grande complessità, dove l’Io deve confrontarsi con diverse
relazioni conflittuali. Primariamente c’è la lotta conflittuale contro gli impulsi dell’Es, al cui
interno vi è il conflitto fra istinti di vita e istinti di morte. In secondo luogo, l’Io deve affrontare
il conflitto tra questi impulsi e il mondo esterno. In terzo luogo l’Io, identificandosi con i suoi
oggetti, crea un al suo interno un altro livello per accogliere questi oggetti ora internalizzati,
livello che Freud chiamò Super-Io. Così, l’Io crea un altro conflitto tra se stesso e il suo Super-
Io. Si può intuire la complessa natura del coinvolgimento del Super-Io nel conflitto se lo si
immagina come un livello speciale all’interno dell’Io, l’ideale dell’Io (Freud, 1921) costituitosi
nel corso dello sviluppo come erede del conflitto edipico.
La Teoria dell’Angoscia-Segnale (la Seconda Teoria dell’Angoscia), dove il conflitto
strutturale emerge a chiare tinte, arrivò poco dopo (Freud, 1926). I meccanismi di difesa furono
definiti e collocati nella porzione inconscia dell’Io. Oltre ai concetti precedentemente definiti
- la rimozione, la formazione reattiva, la regressione, l’identificazione e la proiezione - il
concetto di negazione venne ad occupare un posto sempre più centrale (Freud, 1923b, 1924 b),
e risulta chiaro che la rimozione è solo una delle difese. L’angoscia diventò la causa
(scatenante) della difesa, non il suo risultato. I sintomi psiconevrotici vennero visti come
formazioni di compromesso che sorgono dal conflitto tra istinti e difese, con la partecipazione

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delle proibizioni morali interiorizzate (Super-Io) e delle pressioni percepite dall’esterno. Il


conflitto strutturale delineato in questo periodo viene chiamato da alcuni conflitto inter-
sistemico, per differenziarlo dai conflitti intra-sistemici all’interno dell’Io descritti più tardi da
Hartmann.
Dal punto di vista evolutivo, “i motivi alla base della rimozione furono allora
concettualizzati come una serie di paure, abbastanza potenti nel bambino, riguardanti la
disapprovazione e la punizione dei genitori. Nel corso dello sviluppo queste paure vengono
interiorizzate e fatte proprie sotto l’influenza dell’istanza morale definita Super-Io, attiva in
modo prevalentemente inconscio” (Abend, 2007, p. 1420; citazione tradotta per questa
edizione, N.d.T.). All’interno della teoria strutturale, il Super-Io diventa l’erede del Complesso
Edipico.
In questa fase dello sviluppo teorico freudiano, l’Io emerge come il fulcro dell’azione
terapeutica. Fermo restando il focus sul conflitto intrapsichico, Freud scrisse nel 1937:
“l’analisi deve determinare le condizioni psicologiche più favorevoli al funzionamento dell’Io;
fatto questo, il suo compito può dirsi assolto” (Freud,1937,p.532) L’obiettivo è la
modificazione dell’Io dell’analizzando, in modo che possa affrontare meglio le esigenze
istintuali che premono per esprimersi ed essere soddisfatte. Viene ulteriormente affinato il
metodo per acquisire insight tramite la ricostruzione interpretativa e la costruzione (Freud,
1937). La molteplicità dei ruoli dell’Io, come la capacità di attivare difese, di decidere e
compiere azioni, di integrare gli elementi conflittuali della vita mentale, di valutare e negoziare
le condizioni dell’ambiente, fece sì che l’Io diventasse il centro dell’interesse analitico “tanto
che la successiva fase della teorizzazione psicoanalitica freudiana venne chiamata Psicologia
dell’Io” (Abend,2007, p.1420; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.).

III. SVILUPPI POST-FREUDIANI IN EUROPA E NORD AMERICA

Il modo di concettualizzare il conflitto caratterizza le teorie psicoanalitiche dopo Freud.


A partire dal suo lavoro, si svilupparono due orientamenti che vennero a contrapporsi in Gran
Bretagna e poi negli Stati Uniti: la Psicologia dell’Io e le Relazioni Oggettuali, producendo un
fertile conflitto teorico che promosse numerosi e fondamentali sviluppi successivi nella
psicoanalisi internazionale.

III. A. Il ruolo del Conflitto nello Sviluppo. Deficit Evolutivi e Psicosi


L’area del dibattito “conflitto versus trauma” è stata ampliata dalla comparsa del
modello teorico del deficit strutturale. L’ipotesi di partenza di tale modello vede come causa
primaria della patologia non più i conflitti pulsionali, ma un Io debole “a priori” (a causa di
traumi ambientali o predisposizione genetica) . Vi si correlano definizioni come “difetto

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fondamentale” (Balint, 1968), “disturbi precoci della personalità”, “debolezza strutturale


dell’Io” (Furstenau, 1977). L’ipotesi del deficit si basa sul presupposto di traumi gravi ed
incisivi che avvengono nella prima infanzia, a volte non chiaramente percepibili, e spesso
causati da un deficit di risonanza, contenimento e holding da parte dell’adulto di riferimento; i
sostenitori di questa ipotesi ritengono che dopo l’esordio psicotico il trauma assuma la funzione
di un deficit. In questa prospettiva teorica i pazienti sono visti come influenzabili dagli eventi
e vittime delle circostanze esterne, non avendo sufficienti capacità per farvi fronte. Di
conseguenza, la terapia mira prevalentemente ad una funzione di supplenza e di effetto
psicoeducativo.
In contrasto con questa concettualizzazione di conflitto evolutivo, altri posizioni teoriche
ritengono che perfino i processi psicotici siano determinati da conflitti intra-psichici.
Profondissime contraddizioni interne, che vanno bel oltre al conflitto nevrotico propriamente
detto, si instaurano fra due istanze incompatibili portando a scissioni, alla perdita della capacità
di simbolizzare, ed all’azione concreta; non viene tralasciata l’influenza dei traumi precoci
(Kapfhammer, 2012a, 2012b). Il modello teorico del conflitto non vede il trauma in quanto tale
come causa della psicosi, ma considera il funzionamento psicotico il punto di arrivo di un
processo in cui l’apparato mentale, utilizzando massicciamente la scissione psichica subito
dopo un evento traumatico, cerca di trovare soluzione alle incompatibilità interne che
minacciano l’esistenza. Si suppone quindi che la capacità del paziente di modulare la
progressione dei sintomi verrà rafforzata dal trattamento analitico e dal conseguente instaurarsi
di una lingua e di una realtà condivisibili, che sapranno favorire la simbolizzazione e
l’integrazione del non pensabile.
La psicoanalisi è nata come teoria del conflitto, inteso come una componente costante
ed universale della natura umana, una specie di carburante per lo sviluppo della psiche.
Considerato il fulcro di una disciplina che mirava a svelare e risolvere i conflitti inconsci,
questo concetto nucleare finì per essere dato talmente per scontato da divenire un implicito
della visione psicoanalitica, fino al punto di non richiedere più una indagine specifica. Con
l’approfondirsi della ricerca sul mondo interno ed il conseguente svilupparsi di nuove vie per
la comprensione della dimensione inconscia della mente l’importanza del conflitto nel pensiero
psicodinamico è diminuita. Malgrado esso sia ancora considerato il concetto portante della
psicoanalisi, l’attenzione si è rivolta verso altri campi di indagine che tengono conto di nuovi
modelli teorici e clinici. Dopo il grande cambiamento nella concezione del ruolo del conflitto
alla metà del XX secolo - conseguente alla comparsa del concetto di Hartmann di “funzioni
dell’Io libere da conflitti” (Hartmann, 1939) - l’attenzione della teoria e della tecnica
psicoanalitica si rivolse a nuovi territori al di là del modello del conflitto. Il conflitto assunse
un ruolo secondario nella comprensione della psicopatologia e nella valutazione della sua
utilità terapeutica; ciò avvenne soprattutto a causa del crescente interesse per i livelli pre-
conflittuali dello sviluppo e per il peso attribuito alla relazione nel produrre un cambiamento
terapeutico.
Tuttavia, la diminuzione dell’interesse per il conflitto non riguarda in egual misura tutte
le scuole psicoanalitiche. Supponendo in via semplificata e schematica che tutti i modelli

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teorici e clinici della psicoanalisi si siano sviluppati partendo da quattro concetti fondamentali
(pulsione, Io, Sé e relazioni oggettuali), potremmo descrivere il ruolo giocato dal conflitto in
relazione ad ognuno di questi quattro concetti nel pensiero delle diverse scuole. Dal vertice
osservativo delle pulsioni l’individuo verrà valutato seguendo le vicissitudini dei suoi impulsi,
che prenderanno la forma di desideri poi tradotti in azione, e di fantasie consce ed inconsce
sentite spesso come inaccettabili e pericolose. Di conseguenza, la vita psichica viene intesa
come strutturata intorno al conflitto ed alla sua eventuale risoluzione; è caratterizzata da ansia,
colpa, vergogna, inibizione, formazioni sintomatiche e patologia del carattere. L’accento viene
posto sul desiderio e sull’impulso, e sulla difesa che vi si contrappone.
Se il vertice di osservazione è l’Io, l’individuo viene valutato sulla base della sua
capacità di adattamento, di competenza nell’esame di realtà ed efficienza dei meccanismi di
difesa. Durante lo sviluppo, tali capacità si ampliano nel corso del tempo in conseguenza delle
dinamiche pulsione-conflitto. Prendendo il Sé come punto di partenza, il terreno di
osservazione diventa l’esperienza vissuta dall’individuo nel suo divenire, con particolare
attenzione ai confini del Sé, alla differenziazione fra il Sé e l’altro, al livello di separatezza, di
autostima, di coesione/frammentazione, di continuità/discontinuità dell’esperienza del Sé. Qui
il conflitto non è così importante per il formarsi della struttura psichica. Dal vertice dalle
relazioni oggettuali, l’attenzione dell’analista si rivolge ad imago interne, eredi delle esperienze
infantili; o, in altre parole, ad oggetti che entrano in scena in occasione di ogni nuova
esperienza. In questa prospettiva teorica il conflitto è attivo nella dimensione intrapsichica, così
come in quella interpsichica ed interpersonale.
Nelle ultime decadi del XX secolo, l’opposizione conflitto/deficit continuò ad
alimentare una controversia, le cui origini risalgono ad una particolare interpretazione dei
concetti di Hartmann di autonomia dell’Io e di sfere dell’Io libere dai conflitti. Il punto di vista
della Teoria del Conflitto, secondo Blum (1985) e Murray (1995), sostiene che durante lo
sviluppo l’Io utilizza i meccanismi di difesa come strumenti potenti, protettivi ed adattivi, da
opporre ai pericoli interni od esterni, siano essi reali od immaginari; ma l’uso eccessivo dei
meccanismi di difesa può danneggiare le funzioni della personalità che non hanno una funzione
difensiva. Le difese possono dunque interferire con lo sviluppo della personalità, causando
pressioni eccessive e deformazioni patologiche dell’Io. Nella Teoria del Conflitto le esperienze
relazionali, sane o traumatiche, non sono al centro dell’interesse. Qui, la concezione di Freud
di un Io che è in grado di adattarsi di fronte a condizioni esterne traumatiche può essere letta
anche alla luce di uno specifico conflitto intra-sistemico, interno all’Io. Il conflitto si gioca fra
le funzioni difensive e non difensive dell’Io (Papiasvili, 1995). Il contenuto del conflitto
intrapsichico, per come è stato esaminato, sviscerato ed analizzato dal pensiero psicoanalitico,
spazia dalla fase pre-genitale alla fase edipica e arriva alla fase post-Edipica. Nel corso degli
anni, con l’aumento delle conoscenze cliniche e teoriche, si è osservato che tutti i livelli
evolutivi del conflitto sono sempre presenti ed operativi, e vi si associano diversi livelli di
patologia della formazione dell’immagine del Sé all’interno dell’Io. Una specifica attività
conflittuale che nasce intorno al deficit è stata descritta da Axel Hoffer (1985) con il concetto
di Conflitti a protezione del Sé (Conflicts of Self-protection). Il termine descrive specifici
conflitti intrapsichici che si sviluppano nel faticoso tentativo di nascondere il ‘deficit dell’Io’

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e lo stato di acuto bisogno che spesso lo accompagna. “La vergogna e gli auto-rimproveri non
sono associati soltanto alla percezione del deficit in quanto tale, ma anche agli sforzi disperati,
spesso pieni di rancore, per tentare di compensarlo …”. (Hoffer, 1985, p. 773; citazione tradotta
per questa edizione, N.d.T.).
Molti teorici contemporanei di vario orientamento guardano allo sviluppo psichico e
alla psicopatologia con una visione più ampia, che include il conflitto ed anche il deficit.
Alcune teorie tendono a privilegiare il modello del deficit: la Psicologia del Sé, ad esempio,
considera il deficit del Sé come una conseguenza della mancata empatia del genitore, e vede la
comprensione empatica dell’analista, affiancata all’interpretazione del conflitto, come la
componente principale dell’azione terapeutica (Kohut, 1984). Altri ancora, come alcune scuole
relazionali ed interpersonali, hanno distolto l’attenzione sia dal conflitto che dal deficit
(Auchincloss e Samberg, 2012) per concentrarsi invece sulla dimensione intrapsichica forgiata
nella relazione con gli altri all’interno del più ampio contesto culturale (Ingram, 1985).
La recente pubblicazione della Società Psicoanalitica Americana, “Psychoanalytic
Terms and Concepts” (Auchincloss & Samberg, 2012), sottolinea l’aumento dell’interesse, nel
pensiero psicoanalitico attuale, per la significativa relazione esistente fra gli stadi di sviluppo
ed i conflitti ad essi corrispondenti.
Nel corso dello sviluppo i conflitti nascono in risposta ad un susseguirsi di minacce
inconsce prevedibili, le cosiddette situazioni interne di pericolo, associate alle fasi evolutive
specifiche. Nei primi anni del normale sviluppo si instaurano conflitti pre-edipici fra il bambino
ed il suo ambiente relazionale, fra sentimenti e desideri opposti, fra i precursori del Super Io e
le pulsioni. Per il bambino alle prese con i conflitti pre-edipici, la minaccia è il pericolo
fantasticato della perdita dell’oggetto e dell’amore dell’oggetto. I conflitti edipici, di maggior
complessità, mettono alla prova sia la capacità del bambino di affrontare le relazioni d’oggetto
triadiche che altri aspetti della maturazione e del livello di sviluppo dell’Io. Nella fase edipica
la minaccia consiste nel pericolo fantasticato di una lesione corporea (complesso di
castrazione). In seguito, attraverso i processi di interiorizzazione ed identificazione, le
proibizioni originariamente associate ai divieti dei genitori divengono forze interne alla mente
stessa del bambino. Tale processo è ben visibile nella formazione del Super-Io, una pietra
miliare dello sviluppo che viene raggiunta attraverso il superamento del Complesso di Edipo.
In questa fase la minaccia per il bambino sta nella condanna interna che proviene dal Super-Io.
Mentre alcuni conflitti si risolvono in certa misura col procedere dello sviluppo, altri invece
permangono per tutta la vita, portando a vari gradi di psicopatologia.
Le diverse manifestazioni del conflitto dipendono dai livelli di sviluppo, dalla
psicopatologia e dalle influenze culturali. Anche gli psicoanalisti infantili ci descrivono
conflitti evolutivi considerati normali, prevedibili, ed usualmente transitori (Tyson & Tyson,
1990). Nel bambino i conflitti sono dovuti a specifiche forze maturative interne, adeguate alla
fase, che lo portano ad un conflitto fisiologico con il suo ambiente. Quando la richiesta esterna
viene interiorizzata, il conflitto della specifica fase evolutiva è risolto, e si compie un altro
passo verso la strutturazione e la formazione del carattere (ibid. pp. 42-43).

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III. B. Prospettive della Psicologia dell’Io


I modelli psicoanalitici che danno maggior rilevanza al conflitto sono quelli che
sottolineano l’importanza del ruolo dell’Io e delle pulsioni nella dinamica psichica, come il
modello classico e la Psicologia dell’Io. Al conflitto è stata data grande importanza dall’attuale
erede della Psicologia dell’Io, che prende il nome di Teoria Moderna del Conflitto. I teorici
che oggi vi aderiscono si allontanano dalla teoria strutturale di Freud per concentrarsi sulle
formazioni di compromesso che si instaurano fra derivati pulsionali, angosce, difese e pressioni
del Super Io. Il compromesso è l’esito di un conflitto. Ed i compromessi, così come i conflitti,
sono ovunque, giacché ogni area mentale si struttura intorno ad una formazione di
compromesso: in altre parole, intorno ad un conflitto. I teorici della Teoria Moderna del
Conflitto considerano lo sviluppo dell’apparato mentale più come una sequenza di formazioni
di compromesso che in termini di struttura tripartitica di Freud (Es, Io, e Super-Io). Il fine della
cura psicoanalitica è rendere il paziente consapevole dei suoi conflitti inconsci e delle modalità
di difesa dai derivati pulsionali originati dalle paure inconsce dell’epoca infantile. Compito
dell’analista è strutturare una situazione analitica che faciliti l’emergere del conflitto e della
difesa inconsci quanto più chiaramente possibile, e interpretare al paziente questo materiale
per aiutarlo a realizzare formazioni di compromesso più adeguate (Aberd 2005, 2007; Arlow
1963; Brenner 1982, 2002; Druck et al. 2001; Ellman et al. 1998).
La Psicologia dell’Io è associata fin dai suoi inizi ai nomi di Anna Freud, di Heinz
Hartmann ed i suoi collaboratori Ernst Kris, David Rapaport, Erik Erikson, e di Rudolf
Lowenstein. Molti altri autori fornirono importanti contributi che in seguito influenzarono la
tecnica e la teoria. Fra loro R. Waelder, O. Fenichel, Edith Jacobson, M. Maler, H. Nunberg,
J. Arlow, C. Brenner, L. Rangell, H. Blum ed altri. Il costante interesse della Psicologia dell’Io
per il conflitto fu ben sottolineato da Jacob Arlow (1987) il quale, parafrasando le osservazioni
di Anna Freud, di Ernst Kris (1950) e Heinz Hartmann (1939), scrisse: “La psicoanalisi può
essere definita come la natura umana considerata dal punto di vista del conflitto” (p. 70;
citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.). Nella sua panoramica sulla Psicologia dell’Io e
la Teoria Strutturale Contemporanea, Blum (1998) osserva che Psicologia dell’Io “è una
definizione inappropriata per designare una teoria strutturale, e di conseguenza una Psicologia
dell’Io propriamente detta non esiste […]. ” (Blum, 1998, p. 31; citazione tradotta per questa
edizione, N.d.T.). La Psicologia dell’Io, in contrapposizione alla psicologia dell’Es, pone
attenzione soprattutto alla superficie della psiche, intesa come manifestazione e al tempo stesso
indicatore dei conflitti inconsci che si sviluppano nella zona più profonda della psiche. Ne
consegue un rinnovato interesse per il preconscio ed il contenuto manifesto di fantasie, sogni
e ricordi schermo. L’interpretazione fu intesa come un processo che avanza in modo
sequenziale, dallo strato superficiale della psiche a quello più profondo, e ciò, insieme
all’indicazione di interpretare la ‘difesa prima del contenuto’, focalizzò l’attenzione sulle
resistenze del paziente e portò all’aumento della durata delle analisi negli anni successivi alla
seconda Guerra Mondiale. Il presupposto teorico era la teoria strutturale, dove l’indagine
sull’apparato psichico partiva dal conflitto fra l’Es, l’Io ed il Super-Io, con l’Io come mediatore
fra le altre due istanze e la realtà, arricchendosi poi gradualmente con riflessioni sui livelli
genetici, evolutivi ed adattivi.

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III. Ba. Anna Freud


Anna Freud studiò i processi difensivi nella genesi dei conflitti. Mentre nel 1926
appariva chiaro che il conflitto aveva due aspetti - il contenuto da difendere e i processi di
difesa - Freud si era concentrato maggiormente sul contenuto. Anna Freud, nel suo testo
seminale “L’Io e i meccanismi di difesa”, per genesi del conflitto dette a questi ultimi
importanza analoga a quella del contenuto da difendere (Freud A., 1936).

III. Bb. Hartmann, Kris, Rapaport e Erikson


Hartmann (1939,1950) si occupò soprattutto dei problemi dell’adattamento e della
psicoanalisi come psicologia generale; introdusse i concetti di autonomia primaria e
secondaria, delle sfere dell’Io (relativamente) libere dal conflitto, e del conflitto intra-sistemico
fra le diverse funzioni dell’Io. Insieme a Kris, Rapaport e Erikson, Hartmann contribuì
all’approfondimento di più ampie funzioni dell’Io, quali la funzione sintetica e integrativa, la
neutralizzazione, la sublimazione, e lo sviluppo dell’identità dell’Io (Erikson, 1956).

Lo studio approfondito dell’Es, intrapreso inizialmente da S. Freud, fu così affiancato


da una profonda indagine dell’Io. Questi primi innovatori della teoria freudiana vedevano l’Io
come uno soltanto dei molti aspetti della mente nella sua complessità. I loro scritti esprimono
l’idea di un bilanciamento tra forze che provengono dalla mente umana e forze che su di essa
esercitano la loro pressione. La posizione dell’analista, tramite l’alleanza con l’Io del paziente,
deve essere equidistante fra le tre istanze psichiche e il mondo esterno. Mentre il metodo
psicoanalitica continuava ad essere un trattamento centrato sul conflitto (Freud A.,1936;
Kris,1947; Hartmann, 1950), la teoria psicoanalitica in quanto teoria generale, pur non
sottovalutando l’importanza del conflitto, cominciò ad interessarsi anche del comportamento
del paziente che fosse o meno connesso con il conflitto. Hartmann (1950) sottolineò come
l’autonomia primaria sia coinvolta nell’instaurarsi dei conflitti, e l’autonomia secondaria possa
originarsi da un conflitto ed esserne successivamente ancora influenzata.
Tuttavia, secondo alcuni successivi analisti della Psicologia dell’Io (Blanck, 1966;
Blanck e Blanck, 1972), i concetti di Hartmann di autonomia dell’Io e di sfere libere dal
conflitto sembrano configurare un Io indipendente dalle altre istanze psichiche. Questa
particolare lettura della teorizzazione di Hartmann contribuì alla nascita di nuove teorie che
diminuirono l’importanza del conflitto, come ad esempio la Psicologia del Sé, una teoria
psicoanalitica dello sviluppo che dà maggior importanza al deficit rispetto al conflitto.

III.Bc. Brenner, Arlow e Rangell: la Teoria Moderna del Conflitto e la Teoria Strutturale
Contemporanea.
Brenner ed Arlow ampliarono la visione freudiana secondo cui la psiche si struttura sulla base
del conflitto fra tre istanze psichiche: Es, Io e Super-Io. Essi ipotizzarono che tutte le produzioni
della psiche, sogni, sintomi, fantasie, carattere e libere associazioni, siano un prodotto del

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conflitto. Secondo Brenner perfino il Super-Io è una formazione di compromesso, o un


conglomerato di formazioni di compromesso. Secondo Brenner: “Nella vita psichica … tutto
è una formazione di compromesso … una combinazione di gratificazione di derivati pulsionali
… dispiacere sotto forma di affetti depressivi ansiosi … difese che hanno lo scopo di
minimizzare il dispiacere, e funzionamento del Super-Io … Non c’è pensiero, né azione,
progetto, fantasia, sogno o sintomo che sia il risultato di uno soltanto di questi elementi. Ogni
comportamento, sentimento o pensiero è definito in modo sovradeterminato da tutti questi
elementi insieme …” (Brenner, in: Richards, Willick, 1986, pp. 39-40; citazione tradotta per
questa edizione, N.d.T.).
Questo complesso approccio influenza l’ascolto dell’analista: “Non si ascolta più il
paziente con l’intento di rispondere alla domanda: ‘Si tratta della soddisfazione di un desiderio,
di una difesa o di una richiesta del Super- Io?’. Sappiamo già in partenza che la risposta è
comunque affermativa per ognuna di queste tre ipotesi. Si impara a chiedersi, invece: ‘Quali
desideri infantili chiedono di essere gratificati in questo momento? Quale dispiacere (quale
affetto depressivo o ansioso) generano? Qual è l’aspetto difensivo? Quale quello superegoico?”
(Brenner, in: Richard, Willick, 1986, p. 40; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.).
Partendo dal Principio di Sovradeterminazione di Freud e dal Principio di Funzione
Multipla di Waelder, Rangell introduce una nuova definizione - il Principio di Intercambiabilità
degli Elementi Psichici - in linea con la nozione estesa di conflitto e di formazione di
compromesso di Brenner e Arlow. Egli suppone che i vari elementi psichici si trovino
impegnati in una reciproca interazione conflittuale che, in modo sovradeterminato, porta alla
loro sintesi; nascono così nuovi prodotti psichici, che parteciperanno a loro volta ai movimenti
conflittuali. La dinamica complementare alla sintesi è l’analisi, che disseziona i prodotti
psichici nelle loro componenti originarie mentre rende progressivamente visibili le vie che,
attraverso la regressione, conducono alle radici del conflitto. Nella vita, le varie componenti
del conflitto si fondono in un risultato psichico che è spesso un aggregato emotivo-cognitivo
di sintomi primari e secondari, sovrapposti ad una organizzazione di personalità
precedentemente acquisita (Rangell, 1983; Papiasvili, 1995). Gli aspetti creativi ed integrativi
dell’analisi delle difese sono così definite da Rangell: “In analisi la via verso una sana
integrazione è l’alternarsi di differenziazione e reintegrazione, attraverso la scomposizione
degli aggregati clinici e la loro nuova sintesi in totalità più stabili e adattive” (Rangell 1983,
pp. 161; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.). Questo approccio teorico è stato
ampliato e definito in modo più particolareggiato da Grey (1994), nella sua analisi degli aspetti
difensivi del transfert proposta in termini di ‘monitoraggio accurato del processo’ (close
process monitoring).
Rangell (1963,1967,1985) ha rivisitato la discussione che contrappone l’angoscia-
segnale all’affetto come attivatore di difese nella sequenza conflittuale. Rangell studiò i
microscopici processi psichici che si svolgono prima, durante e dopo l’innalzarsi delle difese,
che si attivano sempre prima di qualunque evento psichico; concluse che, indipendentemente
dall’affetto spiacevole coinvolto nel conflitto, il segnale diretto per l’attivazione delle difese è
l’angoscia. Rangell parla di un “processo intrapsichico”, una sequenza inconscia cognitivo-

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affettiva di “impulso-angoscia-difesa-sintomo”, dove l’angoscia è la più importante ragione e


fattore scatenante delle difese, al di là di ogni altro stato di malessere; l’angoscia nasce dalla
percezione del rischio che l’Io sia sovrastato dalla sofferenza. Rangell ipotizzò l’esistenza di
una funzione decisionale inconscia all’interno dell’Io, che in definitiva dà forma allo specifico
esito psichico. Attraverso l’interazione tra le rappresentazioni di sé e dell’oggetto avvengono
azioni di prova intrapsichiche, segno di un conflitto di scelta intrasistemico all’interno dell’Io.
Gli oggetti sono testati in funzione del possibile investimento; il sé è testato in merito
all’avvertire una sensazione di angoscia che segnala un pericolo, o una sensazione di sicurezza
e padronanza.
La diffusa attività psichica che si svolge dietro le quinte, descritta da Rangell (1963)
come un continuo avvicendarsi di microscopici conflitti e di azioni di prova, può essere studiata
anche nell’ottica delle fantasie inconsce. Arlow pone le fantasie inconsce ed il fantasticare al
centro della sua indagine sul conflitto intrapsichico. Mentre Freud considerava la fantasia
inconscia il derivato di un desiderio inconscio, Arlow la vede invece come una formazione di
compromesso che contiene tutti gli elementi del conflitto strutturale. Così come Rangell mette
in evidenza il carattere diffuso e continua di microscopici processi conflittuali e azioni di prova,
Arlow (1969) sottolinea l’influenza costante delle fantasie inconsce su ogni aspetto del
funzionamento della psiche, incluse le zone relativamente libere dal conflitto. Per Arlow la
fantasia inconscia fornisce uno scenario mentale che organizza la percezione e il
funzionamento cognitivo in generale.
Abend (2007), nel concettualizzare l’azione terapeutica, è in accordo con i sostenitori
della Teoria Moderna del Conflitto: ritiene importante porre attenzione all’insieme dei
fenomeni transferali che, prodotti dalle fantasie inconsce, ruotano intorno al setting ed al
processo psicoanalitico. All’interno del paradigma della Moderna Teoria del Conflitto il ‘close
process monitoring’ di Gray (1994), applicato al funzionamento difensivo del flusso verbale
del paziente in seduta, pone attenzione all’analisi del transfert che ruota intorno alle
preoccupazioni del paziente. per un possibile giudizio da parte dell’analista.
I follow up comparati di analisi giunte al termine sostengono l’ipotesi attuale che i
conflitti non siano mai completamente risolti. Anche dopo un’analisi i conflitti rimangono
attivi, e soggetti ad eventuale riattivazione psichica. Quello che cambia è la capacità di reagire
in modo più adeguato alla comparsa del conflitto (Papiasvili, 1995; Abend, 1998).

III. Bd. La Teoria delle Relazioni Oggettuali e il Conflitto all’interno della Teoria
Strutturale: Dorpat e Kernberg
Theodore Dorpat (1976) introdusse la definizione di ‘Conflitto di Relazioni Oggettuali’,
con cui descrive un conflitto che si svolge all’interno di una struttura psichica scarsamente
differenziata, antecedente alla distinzione fra Es, Io e Super-Io. Il “conflitto di relazioni
oggettuali” di Dorpat indica una costante battaglia interna fra i propri desideri ed i desideri
attribuiti alla rappresentazione interna di un ‘altro’ significativo. Ad esempio: “Desidero fare
questo, ma ciò farebbe soffrire mia madre”. Rifacendosi a possibili carenze dell’Io, del Super-

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Io o di entrambi (Gedo e Goldberg, 1973), o ad un incompleto sviluppo del Super- Io (Sandler,


1960), Dorpat sostiene con convinzione che per una comprensione integrata del conflitto
psichico è necessario un modello gerarchico della mente. Ad un livello più alto di
differenziazione interna corrisponde il modello triadico. Ad un livello inferiore corrisponde il
modello delle relazioni oggettuali quando il Super-Io non è ancora completamente esperito
come una istanza interna, quando l’incompleta separazione fra sé e l’oggetto genera un
sentimento di ‘colpa per la separazione’ , e la capacità di rappresentazione non è ancora
pienamente acquisita. Giacché il paziente di Dorpat parlava di una “madre dentro la mia testa”
e non di una interazione con la madre reale, il conflitto non può essere classificato come esterno
od esternalizzato.
In seguito all’interesse crescente per le relazioni oggettuali, vi furono interessanti
tentativi di integrare la Psicologia dell’Io con le Teorie delle Relazioni Oggettuali che ebbero
conseguenze sulla teoria della tecnica. Un approccio integrativo che influenzò la psicoanalisi
americana venne da Otto Kernberg. La sua operazione di sintesi fra le due teorie si è sviluppata
gradualmente nell’arco di trent’ anni, e trova applicazione soprattutto per disturbi della fase
evolutiva pre-edipica e per le patologie a cui si è “estesa” l’indicazione del trattamento
psicoanalitico, come il disturbo border line di personalità in cui i conflitti intrapsichici inconsci
non sono semplici conflitti tra impulsi e difese. Nei suoi scritti Kernberg (1983; 2015) afferma
che i conflitti pre-edipici si giocherebbero fra due opposti nuclei (o insiemi) di relazioni
d’oggetto interiorizzate: l’una completamente buona, e l’altra completamente cattiva. I due
nuclei sono costituiti da rappresentazioni del sé e dell’oggetto, pesantemente influenzate da
derivati istintuali, che appaiono all’osservazione clinica come una specifica disposizione
affettiva. Sia l’impulso che la difesa trovano espressione tramite una relazione oggettuale
interiorizzata permeata di affetti.
In linea con il pensiero di Fairbain (1954), Klein (1952), Jacobson (1964) e Mahler (
Mahler, Pine e Bergman, 1975), Kernberg considerò l’interiorizzazione delle relazioni
significative fra sé e l’altro come mattoncini fondamentali della struttura psichica; le descrisse
ciascuna come una unità diadica di rappresentazioni del sè e dell’oggetto, saldate
dall’atmosfera affettiva che caratterizzò la relazione reale. Le unità diadiche costituiscono, per
Kernberg, le infrastrutture di base della mente. Il consolidarsi, e la graduale integrazione delle
unità diadiche in strutture sovradeterminate di crescente complessità, porta alla formazione
della struttura tripartita composta da Io, Es e Super-Io. L’interiorizzazione delle diadi di base,
costituite da rappresentazioni di sé collegate a rappresentazioni dell’oggetto, ha profonde radici
in stati affettivi di picco di segno positivo o negativo, che determinano rispettivamente il
costituirsi di strutture mentali “completamente buone” o “completamente cattive”,
“idealizzate” o “persecutorie”.
La teoria psicoanalitica delle relazioni oggettuali, incontrandosi con il modello della
teoria strutturale, presuppone l’esistenza di due livelli di sviluppo.
Al primo livello, sotto l’influenza di stati affettivi di picco, si costituisce una struttura
psichica duplice: una zona della struttura contiene rappresentazioni del sé idealizzato in
relazione con un oggetto idealizzato (l’infante e la madre), dominate da stati affettivi affiliativi

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di forte positività. Nell’altra zona, viene a costituirsi di un insieme di diadi relazionali di segno
contrario che si sviluppa sotto l’influenza di stati affettivi fortemente negativi, spiacevoli e
dolorosi, diadi formate da una rappresentazione dell’altro come frustrante o aggressivo in
relazione ad una rappresentazione di sé rabbioso o sofferente (Kernberg, 2004). Questa idea
dell’interiorizzazione di relazioni d’oggetto “completamente buone” o “completamente
cattive” si lega all’ipotesi di una struttura intrapsichica che, se il bambino cresce in un ambiente
dove gli stati affettivi sono incontrollabili, sarà caratterizzata dall’uso di meccanismi primitivi
di dissociazione o di scissione. Se invece il bambino cresce in un’atmosfera affettiva
relativamente stabile, il suo sviluppo potrà contare su funzioni cognitive sufficientemente
affidabili, sulla motivazione istintuale ad imparare (il sistema “di ricerca”), a conoscere e
comprendere la realtà, sia animata che inanimata. In queste prime fasi non sarebbe possibile
esperire né un senso di integrazione del sé, né una immagine integrata degli altri significativi.
Ad un secondo livello di sviluppo, a cui il bambino giunge gradualmente dopo i primi
tre anni di vita, la funzione cognitiva aumenta progressivamente permettendogli di conoscere
in modo realistico il mondo che lo circonda; è specificamente la prevalenza delle esperienze
positive su quelle negative che gli rende più facile la progressiva integrazione di stati affettivi
di segno opposto, ossia tollerare emozioni che possono essere piacevoli e spiacevoli al tempo
stesso. Aumenta così la tolleranza per l’ambivalenza, per relazioni in cui si intrecciano
emozioni positive e negative verso gli stessi oggetto esterni, e tutto questo porta gradualmente
ad una percezione integrata di sé e degli altri significativi. In altre parole, ad una sana identità
dell’Io, che corrisponde alla percezione di un sé integrato ed alla capacità di percepire in modo
integrato gli altri significativi.
Questo secondo livello di sviluppo corrisponde alla “posizione depressiva” nella
teorizzazione di Melanie Klein, e segnala lo sviluppo di un funzionamento psichico sano o una
patologia al livello di organizzazione nevrotica. Al contrario lo sviluppo di una patologia del
carattere di tipo borderline - corrispondente alla “posizione schizoparanoide” di Klein – è
invece conseguenza del mancato raggiungimento di una sana integrazione della personalità.
Tale grave disturbo di personalità è infatti caratterizzato da una mancata integrazione
identitaria o dalla sindrome di diffusione identitari, dalla permanenza dell’uso prioritario di
meccanismi di difesa primitivi basati sulla scissione, e da particolari limitazioni nell’esame di
realtà per quanto riguarda le sfumature del funzionamento interpersonale.
La teoria psicoanalitica delle relazioni oggettuali suppone che il passaggio da una
organizzazione di personalità di tipo borderline ad una organizzazione di personalità nevrotica
o sana coincida con l’abbandono progressivo delle difese primitive in favore di
un’organizzazione più matura del sistema difensivo, basato sulla rimozione e sulle difese ad
essa correlati e accanto ad un livello più evoluto dei meccanismi proiezione, negazione,
intellettualizzazione e formazione reattiva. Questo livello di sviluppo più maturo si riflette in
una chiara delimitazione dell’inconscio rimosso e dinamico, ovvero “l’Es”; quest’ultimo è
costituito da rappresentazioni di relazioni diadiche interiorizzate inaccettabili alla coscienza,
pervase da intollerabili aspetti di aggressività primitiva e sessualità infantile. L’Io include
adesso rappresentazioni coscienti ed integrate di sé e degli altri significativi, e ha sviluppato

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capacità sublimatoria che si riflettono nella possibilità di esprimere in maniera adeguata bisogni
affettivi ed emotivi riguardanti la sessualità, la dipendenza, l’autonomia e l’aggressività
inerente all’autoaffermazione. Le relazioni d’oggetto interiorizzate nei primi anni di vita,
particolarmente le relazioni con i genitori, contengono richieste e divieti di carattere etico che
vengono trasmesse al bambino tramite le prime interazioni con l’ambiente psicosociale. Esse
vengono integrate portando alla nascita del “Super-Io”. Il Super-Io è costituito dal progressivo
sovrapporsi di divieti interiorizzati e di richieste idealizzate, che si traducono nella nascita di
un personale sistema morale, specifico per ogni individuo (Kernberg, 2012a,b; Kernberg,
2004).
Nel suo ultimo lavoro di sintesi Kernberg (Kernberg, 2015) parla di circuiti
neurobiologici sottostanti a queste costellazioni conflittuali, siano esse fisiologiche o
patologiche. “Concludo ricordando che i sistemi neurobiologici affettivo e cognitivo
procedono nel loro sviluppo in modo parallelo e influenzandosi reciprocamente,
fondamentalmente sotto il controllo delle determinanti genetiche e dei sistemi psicodinamici, i
quali in definitiva riflettono sia la realtà delle relazioni interne ed esterne, sia le loro motivate
distorsioni …” (Kernberg, 2015, p. 38; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.).
Un assunto di base di questa teoria è che i pazienti di tipo borderline abbiano vissuto
esperienze - qualunque sia l’origine - prevalentemente aggressive e persecutorie nei primi anni
di vita, che impediscono un’integrazione identitaria. Il percorso analitico, concepito per
raggiungere questo obiettivo, porterà all’integrazione del Sé ed al conseguente miglioramento
della funzione cognitiva; anche gli altri verranno percepiti in modo integrato, con conseguente
normalizzazione della vita sociale, e l’esperienza di integrazione degli affetti contrastanti
porterà alla capacità di modulare gli affetti e ridurre l’impulsività. Basandosi su queste
premesse, la Psicoterapia Focalizzata sul Transfert consiste nella chiarificazione delle relazioni
oggettuali attivate nella situazione terapeutica (il transfert) nei momenti ad alta carica affettiva,
sia positiva che negativa. Ciò favorisce nel paziente maggiore tolleranza e consapevolezza
degli stati mentali conflittuali. Attraverso la chiarificazione e l’interpretazione viene favorita
la mentalizzazione dei contenuti mentali precedentemente dissociati attraverso l’uso
predominante della scissione. L’attivazione, nella situazione terapeutica, delle relazioni
oggettuali scisse porta a “rovesciamenti di ruolo” nel transfert; in altre parole, nella relazione
con il terapeuta il paziente sperimenterà un scambio di ruoli tra sé e l’oggetto. Questo processo
gli permetterà di accettare gradualmente la propria identificazione inconscia sia con la vittima
che con il carnefice, e di comprendere al tempo stesso il carattere irrealistico delle sue
idealizzazioni e la loro funzione difensiva contro l’aspetto opposto, quello negativo, della sua
esperienza. Il terapeuta, mantenendo la neutralità e proteggendo il setting, facilita la comparsa
graduale di una “psicologia tripersonale”, in cui la funzione del terapeuta è quella dell’esterno
“escluso” che aiuterà il paziente a riconoscere gli stati mentali scissi, persecutori o idealizzati.
In seguito questi stati mentali scissi potranno essere collegati al significato metaforico di
relazioni oggettuali attivate nel transfert (Kernberg, 2015).

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III. C. Melanie Klein e i post-kleiniani


Anche per la scuola kleiniana il conflitto gioca un ruolo centrale, ma questo avviene dal
principio della vita, prima del consolidamento della struttura tripartita della mente.
L’interazione tra le tre strutture emergenti, messa in moto dal conflitto tra gli impulsi inconsci
proveniente dall’Es e le difese dell’Io dirette contro di essi, a loro volta rinforzate dalle
pressioni del Super-io, è retrodatata agli stati precoci di sviluppo, contribuendo alla costruzione
della struttura psichica. La lotta tra amore idealizzato e aggressività distruttiva, attraverso la
scissione, l’identificazione proiettiva, il diniego e il controllo onnipotente, caratterizza la vita
psichica dal principio e ne va a costituire le componenti di base, come ad esempio le
costellazioni difensive primitive delle posizioni schizo-paranoide e depressiva. Questa
dinamica evidenzia una dimensione più profonda del conflitto inconscio, che ha luogo prima
del consolarsi dell’Es, Io e Super-Io come strutture chiaramente differenziate. Per gli analisti
kleiniani e post-kleiniani, l’idea di un conflitto inconscio al lavoro nei primi stadi dello
sviluppo si mostra utile utile per chiarire e avvicinare terapeuticamente le psicopatologie gravi
- come la struttura di personalità borderline, la patologia narcisistica, la perversione sessuale, i
disturbi alimentari, i comportamenti antisociali - caratterizzate da una fissazione a livelli di
sviluppo primitivi nei quali predominano la scissione e altri meccanismi di difesa primitivi
(Kernberg 2005). Questa idea implica che il conflitto inconscio riguardi ogni struttura psichica
affettiva, sia quella primitiva rappresentata dalle relazioni oggettuali interiorizzate, sia quella
più matura che si costituisce attraverso l’integrazione delle relazioni oggettuali interiorizzate
nella struttura triadica costituita dall’Io, Super-Io ed Es (Joseph 1989; Klein 1928; Segal 1962;
Segal e Britton 1981; Steiner 2005).
In estremo contrasto con la Psicologia dell’Io, Melanie Klein ha sviluppato la sua Teoria
delle Relazioni Oggettuali come un’espansione del punto di vista di Freud sull’intrinseca
conflittualità della psiche. L’articolo fondamentale della Klein sulle relazioni oggettuali
comparve nel 1935, in relazione cronologica con il libro di Anna Freud del 1936 e all’articolo
di Hartmann del 1937 (pubblicato nel 1939). Mentre A. Freud e Hartmann si concentravano
sui tratti dell’Io e su come questo si difendesse dall’Es adattandosi alla realtà esterna, la Klein
sondava le profondità del mondo interno e come esso interag con il mondo esterno, espandendo
il punto di vista di Freud sul Super-io. È interessante seguire la divergenza tra la Psicologia
dell’Io e Freud, e tra la Teoria delle Relazioni Oggettuali e Freud, in diversi articoli scritti negli
anni ’50. Per prima cosa, al Congresso Psicoanalitico Internazionale del 1952, si tenne un
simposio su: “Influenze reciproche nello sviluppo dell’Io e dell’Es”. Lì, la Klein sostenne
questa posizione: “Poiché lo sviluppo dell’Io e del Super-io sono connessi ai processi di
introiezione e proiezione essi sono inestricabilmente collegati tra loro sin dall’inizio, e poiché
lo sviluppo dell’uno e dell’altro è influenzato in misura sostanziale dalle pulsioni esiste sin dal
principio della vita un’azione reciproca strettissima fra tutte e tre le istanze psichiche. Mi rendo
conto che parlare qui di tutte e tre le istanze psichiche significa non attenersi al tema in
discussione, ma la mia concezione della primissima infanzia impedisce che io possa prendere
in considerazione esclusivamente le influenze dell’Io e dell’Es.” (Klein (1952), 1978, p. 538-
539 ).

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Quindi, nel momento in cui la Psicologia dell’Io si focalizzava principalmente sulla


relazione dell’Io con l’Es e su come esso presiedesse all’adattamento al mondo esterno, la
teoria delle Relazioni Oggettuali della Klein si concentrava sulla relazione dell’Io con il Super-
Io e su come questa relazione fosse determinata dalla connessione evolutiva tra gli impulsi
istintuali e gli oggetti interni del Super-Io. In merito a questa differenza, diversi anni più tardi
David Rapaport ebbe a dire: “Dall’introduzione della teoria strutturale da parte di Freud,
l’interesse teorico si è concentrato sulla Psicologia dell’Io e ha trascurato l’esplorazione del
Super-Io” (Rapaport, 1957/1977, p. 686; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.).
La teoria della Klein segnò il suo primo punto di demarcazione con l’articolo del 1928,
significativamente intitolato: “I primi stadi del conflitto edipico”. Riferendosi al concetto di
Freud del Complesso Edipico come “conflitto”, la Klein teorizza che il complesso edipico -
che per Freud si manifesterebbe durante la fase fallica tra i 3 e i 5 anni d’età - ha precursori
complessi nelle fasi psicosessuali più precoci incentrate sulle dinamiche orali e anali. Per la
Klein, il conflitto edipico inizia nel primo anno di vita e non esiste una fase “pre-edipica” o
“pre-conflittuale”.
Questo pone questioni concettuali importanti. Per esempio, il Complesso Edipico
essenzialmente significa qualsiasi struttura triangolare di relazione, poiché il triangolo esiste
fin dal momento in cui il bambino è consapevole del padre insieme alla madre. Tuttavia, Hanna
Segal (1997) sottolineò che appena il bambino effettua la decisione organizzativa di separare
le sue buone esperienze della madre da quelle frustranti provenienti da lei, si crea un triangolo
formato dal bambino, dalla madre buona, e dalla madre cattiva. Questa forma di organizzazione
è chiamata dalla Klein scissione, ed è una delle modalità primarie in cui la psiche ai suoi albori,
e anche dopo, gestisce il conflitto. Scindere gli oggetti in due parti, o scindere diversi oggetti
nelle categorie di buono e di cattivo, sono forme primarie di organizzazione del proprio mondo.
La scissione agisce insieme all’identificazione proiettiva, che nella fantasia permette di
liberarsi da elementi mentalmente incompatibili proiettandoli dal mondo interno al mondo
esterno.
Sia la scissione che l’identificazione proiettiva sono impiegate per gestire il proprio
mondo interno ed esterno. Insieme alla corrispondente identificazione introiettiva, questi
processi formano un vitale circuito mentale e sociale che consente di far fronte al conflitto, così
come di gestire il normale funzionamento mentale. Questo ciclo vitale di proiezioni e
introiezioni, in analogia alla respirazione inalatoria ed espiratoria, mostra l’idea della Klein
sulla natura innata del conflitto psichico connesso con funzioni mentali vitali. In questo
processo, l’Io forma la sua relazione iniziale con gli istinti di vita e di morte confliggenti
nell’Es. Nella ricerca primaria di un oggetto esterno che lo aiuti nella lotta per la sopravvivenza,
il bambino proietta in fantasia - ritenuta da Klein e S. Isaacs (1952, p. 58) il corollario mentale
degli istinti- le pulsioni istintuali nei suoi oggetti esterni, e poi introietta nel Super-Io questa
combinazione dell’oggetto esterno reale mescolato con l’oggetto fantasticato. Nel Super-Io
questa combinazione funzionerà d’ora in avanti come un oggetto interno. La Klein
conseguentemente focalizza l’attenzione sulla relazione tra questi oggetti interni e il mondo
esterno, così come - e forse con maggiore intensità – sulla loro relazione con l’Io.

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Per comprendere la complessità dell’idea kleiniana di conflitto è cruciale osservare che


gli oggetti interni sono la personificazione degli istinti. Quindi il conflitto tra desideri istintuali
sia di vita che di la morte crea ideali confliggenti e oggetti interni persecutori- oggetti con cui
l’Io deve creare una relazione. Per la Klein, l’analisi delle relazioni dell’Io con gli oggetti
interni (il Super-Io) si colloca al centro della sua teoria psicoanalitica, fondata sul presupposto
dell’inevitabilità del conflitto. Da questo elemento centrale deriva la sua intera teoria.
Il primo conflitto è innato - gli istinti di vita e di morte e le loro manifestazioni di amore
e odio, attraverso i cicli di proiezione nel mondo esterno e poi di introiezione nel mondo
interno, creano quella che Freud ha chiamato ambivalenza emotiva. Dai desideri di vita e di
morte originano emozioni di amore e di odio, che di rimando creano oggetti buoni e cattivi,
ideali e persecutori, i quali spesso confliggono con l’oggetto esterno reale. Poi ci sono il
conflitto tra gli istinti, il conflitto tra le emozioni, e il conflitto tra oggetti interni, che a loro
volta causano un conflitto all’interno dell’Io così come con l’oggetto esterno: quest’ultimo
potrebbe essere definito un conflitto tra fantasia e realtà. A partire da questi conflitti intrinseci,
la Klein ha poi elaborato una teoria dello sviluppo tra le due diverse posizioni mentali. Il modo
più diretto di comprendere queste due posizioni mentali è considerarle concettualmente
incentrate sull’unica questione fondamentale per la vita psichica, ossia l’amore. La teoria della
Klein è essenzialmente una teoria dell’amore e di come l’amore sopravvive in una psiche
capace anche di generare odio.
L’odio produce il conflitto primario dello sviluppo mentale. Si può comprendere questa
cosa considerando ciò che molti teorici ritengono la chiave, l’assunto implicito del pensiero
kleiniano: che l’odio è più facile dell’amore. Considerate un edificio: ci possono volere anni
per costruire una struttura, ma basta un minuto per raderla al suolo. La costruzione è complessa,
la distruzione è semplice. Amare un oggetto frustrante richiede uno sviluppo complicato;
odiare un oggetto frustrante non richiede alcuno sviluppo. Partendo da questa considerazione,
la teoria della Klein riconosce che nella psiche non sviluppata, mentre l’amore esiste fin
dall’inizio, quando emerge l’odio esso prende il sopravvento sull’amore. Al contrario, quando
la mente si sviluppa al di là dello stato istintivo, l’amore diventa capace di dominare l’odio.
Klein chiama queste configurazioni mentali-emotive rispettivamente posizione schizo-
paranoide e posizione depressiva, e le mette in relazione evolutiva: la posizione schizo-
paranoide si presenta per prima, e quella depressiva evolve più tardi. L’elemento essenziale nel
discriminare tra queste due posizioni è come ci si rappresenta e si interagisce con i propri
oggetti. Nella posizione paranoide si è primariamente preoccupati per la sopravvivenza, e
rispetto a ciò i propri oggetti sono visti o di sostegno o di minaccia. Per questa ragione, Klein
considera la posizione paranoide come una posizione narcisistica. Nella posizione depressiva,
a definire la relazione è il fatto che la preoccupazione per la sopravvivenza dell’oggetto diventa
più importante, o di uguale importanza, della propria sopravvivenza, perché si è compreso che
non si può sopravvivere senza una relazione con un’altra persona.
Il termine usato per ciascuna posizione riflette la natura delle difese implicate.
L’identificazione proiettiva è anche un principio organizzatore, in quanto geograficamente
colloca oggetti molto diversi in posti diversi in modo da evitare il conflitto tra loro. L’essenza

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delle difese schizo-paranoidi è che chiamano in causa un senso di onnipotenza – come la difesa
costituita dal diniego onnipotente della realtà, in particolare della realtà emotiva delle relazioni
oggettuali. La posizione depressiva implica un conflitto suo proprio. Qui il conflitto tra amore
e odio inizia ad essere risolto dalla parte dell’amore per l’oggetto. La fantasia funziona in modo
onnipotente rispetto alla realtà finché non viene creata una relazione tra le due, come avviene
nella creatività, dal momento che le fantasie che non comunicano con la realtà delle esperienze
dell’altro spesso producono forme fallimentari di arte.
Nella posizione depressiva l’onnipotenza deve essere abbandonata, al fine di permettere
il riconoscimento della realtà, la separatezza e l’unicità dell’oggetto. Questo richiede la
tolleranza della colpa, in quanto la colpa è l’emozione preminente del conflitto. La colpa
compare nello scontro tra desiderio e realtà. La colpa è il riconoscimento dell’irrazionalità e
dell’antisocialità dei desideri primitivi; essa rappresenta il momento del riconoscimento
dell’importanza dell’oggetto e della sua separatezza rispetto ai desideri del soggetto. La colpa
media il conflitto tra narcisismo e realtà, sia interna che esterna. Quando amore e colpa verso
un oggetto sono intollerabili, la Klein teorizza una terza posizione mentale: la posizione
maniacale. Questa confligge con la posizione depressiva in quanto, incurante dell’oggetto,
tenta di controllare e di trionfare sull’oggetto del bisogno denegando la sua importanza. In
questo conflitto con lo stato mentale depressivo, che dà più importanza all’amore che all’odio,
per combattere la colpa e il dolore dell’amare la posizione maniacale regredisce all’uso delle
difese schizo-paranoidi.
Infine, per la teoria del conflitto della Klein è importante menzionare almeno un aspetto
della contesa che ha luogo tra l’Io e il Super-Io. Questo aspetto è ben illustrato dal concetto di
Herbert Rosenfeld (1964) e Donald Meltzer (1966) di identificazione proiettiva con un oggetto
interno. Secondo Rosenfeld, il Super-Io spesso funziona come una banda criminale - come la
mafia o i nazisti - che cerca il controllo e punisce l’Io per la sua imperfezione. Si tratta della
manifestazione di conflitto primario nella psiche tra l’Io e il Super-Io. L’Io è inizialmente
piccolo e impotente, come il bambino, in una condizione di enorme bisogno di un oggetto che
possa aiutarlo a sopravvivere. All’oggetto del bisogno sono spesso attribuite qualità
onnipotenti, per porre rimedio al timore dell’Io di non riuscire a cavarsela. Come nella teoria
di Freud, la Klein crede che l’Io crei il suo punto di vista iniziale sugli oggetti sotto il bagliore
dell’onnipotenza. Avendo un oggetto onnipotente, il Super-Io fa credere all’Io reso inerme dal
non riconoscersi onnipotente, che invece il suo Super-io lo è. Questo porta l’Io a rinunciare ad
una esistenza separata e a mescolarsi con i propri oggetti interni fantasticati come onnipotenti,
e successivamente a identificarsi proiettivamente con loro. L’Io abbandona dunque la propria
indipendenza per sentirsi onnipotentemente protetto, in una sorta di patto faustiano. Così, con
il semplice tocco di bacchetta magica dell’identificazione proiettiva, l’Io tenta di risolvere il
conflitto tra istinti di vita e di morte, tra sentimenti di amore e odio, e tra onnipotenza e realtà.

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III. D. Wilfred R. Bion


Mentre la Klein ha esteso il concetto di freudiano di conflitto per includere le relazioni
oggettuali sia interne che esterne, Bion (1955) ha esteso la teoria del conflitto all’interno
dell’area delle funzioni mentali. Nel suo primo periodo, Bion (1957) ha teorizzato un intrinseco
conflitto tra le parti sane e psicotiche della mente, basate rispettivamente sugli istinti di vita e
gli istinti di morte. La parte psicotica della mente si rifiuta di riconoscere la realtà, sia quella
esterna ch, e maggiormente, quella interna. Dove la Klein ipotizzò che la mente gestisca il
conflitto ricorrendo alla scissione, Bion (1959) fece riferimento ad un meccanismo più
primitivo e distruttivo, che chiamò “attacco al legame”. Attaccare il legame tra due oggetti, o
due parti della mente, è un modalità psicotica di gestire il conflitto, eliminando ogni
connessione che pone due oggetti separati in contatto l’uno con l’altro.
La teoria di Bion è basata sulla sua concezione di conflitto primario. Come egli sostiene:
“Il problema è la risoluzione del conflitto tra narcisismo e societarismo” (Bion (1962), 1970,
p.181) che è una riaffermazione della tensione ipotizzata da Freud tra relazioni d’oggetto
narcisistiche e scelta oggettuale sana, e anche della distinzione della Klein tra la posizione
schizo-paranoide e la posizione depressiva. Il conflitto implicito che genera gli attacchi ai
legami è il conflitto tra fusione e separatezza. Questa idea ha portato Bion (1963) a modificare
il concetto di Complesso Edipico. Per Bion esso non evoca primariamente un conflitto tra
desideri sessuali e desideri omicidi, tra Laio ed Edipo per esempio, ma tra il ricercare la verità
e l’ignorare la realtà, tra Tiresia- l’indovino cieco che conosceva la verità- e Edipo.
Bion teorizza ulteriormente questo conflitto negli scritti “Apprendere dall’Esperienza”
(1962) e “Gli Elementi della Psicoanalisi” (1963), dove sostiene che sono tre i tipi di legame
che si possono fare con un oggetto: L (love/amore), H (hate/odio), e K (Knowing/conoscenza).
L e H sono gli aspetti tradizionali del Complesso Edipico; K rappresenta la teorizzazione
originale aggiunta da Bion. Egli qui concettualizza un mondo di anti-legami dominato dal
fondamentale conflitto delle funzioni mentali tra K e –K, tra il desiderio di formare legami e
di conoscere e il desiderio di attaccare il legame e non sapere, rispettivamente correlati agli
istinti di vita e a quelli di morte. Bion amplia il pensiero di Freud e Klein trasponendo i conflitti
istintuali in analoghi conflitti mentali tra K e -K. Lo si può osservare nell’articolo del 1955,
“The Language of the Schizophrenic” (“Il linguaggio e lo schizofrenico”), dove Bion
reinterpreta il Complesso di Castrazione di Freud- la paura della perdita dei propri genitali-
come avvenisse anch’esso nell’Io, dove, secondo la prospettiva illustrata in “Apprendere
dall’Esperienza” e “Gli elementi della Psicoanalisi”, la castrazione delle funzioni mentali
dell’Io connesse con il pensiero è effettuata da -K.
Nell’evolversi del pensiero di Bion, il conflitto tra K e -K si espande nella categoria più
ampia di verità contro menzogna e si collega con il concetto bioniano di esperienza (Bion,
1959, 1962b). L’esperienza è crogiolo di verità in termini dell’abilità o capacità di ciascuno di
vivere, assumere e tollerare la propria esperienza. La ragione, per Bion, non è la verità; lo è
l’esperienza, o meglio la propria esperienza emotiva. In una prima fase del suo lavoro Bion si
focalizzò sullo sviluppo nell’individuo della capacità di pensare la propria esperienza emotiva;
più tardi, diresse la sua attenzione sulla capacità di avere un’esperienza emotiva, o, per usare

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un paradosso, di essere in grado di esperire l’esperienza. Bion (1965, 1970) differenzia questo
stato mentale da K, e lo definisce con il termine di O. K rappresenta la consapevolezza
cosciente di una propria esperienza, mentre O indica il livello più profondo del nostro essere,
che non può essere pienamente compreso dalla mente cosciente ma può solo essere esperito. O
rappresenta l’ignoto. Il conflitto è tra K e O, tra essere e conoscere (Taylor, 2011; Tabakin,
2015). Nel pensiero dell’ultimo Bion il conflitto è tra il noto e l’ignoto, tra il certo e l’incerto.
Bion propone un’estetica clinica della comparsa (emergence) che richiede una nuova
posizione dell’analista. Estendendo le idee di Freud ( 1912) sulla tecnica che riguardavano
l’attenzione liberamente fluttuante e l’accettazione imparziale di qualsiasi materiale porti il
paziente, Bion suggerisce di sviluppare una condizione mentale nuova, aperta alla rêverie; a
questo scopo, è necessario che “il sapere” implicato nella memoria e nel desiderio sia messo
da parte, sospeso, così che l’analista possa realizzare uno stato mentale definito con le parole
del poeta Keats come “Capacità Negativa, ovvero, quando un uomo è capace di stare
nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio, senza alcuna ricerca nervosa di fatti e ragioni” (Bion,
1970, p. 125; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.). In questo modo, è come se Bion
si muovesse verso una risoluzione dialettica dei conflitti innati - potremmo definirla un
levamento (sublation) secondo terminologia di Hegel (Rosen, 2014, pp. 138-9) - dove si
sviluppa uno stato della mente che tollera l’interazione tra elementi PS (schizo-paranoidi), D
(depressivi), e configurazioni indicate da Bion con PS↔D. Quindi il tardo Bion non abbandona
il presupposto del conflitto in favore di quello della comparsa; piuttosto, la comparsa è messa
in relazione dialettica col conflitto

III. E. Donald W. Winnicott


Un’alternativa al modello di conflitto offerto dai teorici delle relazioni oggettuali è quella
proposta da Winnicott. Nella prima raccolta dei suoi articoli scritti dagli anni ‘30 fino a metà
degli anni ’50, “Dalla Pediatria alla Psicoanalisi” (1978), Winnicott formula gradualmente i
suoi contributi riguardanti le dinamiche del primo sviluppo infantile e le nevrosi infantili, la
preoccupazione materna primaria, il trauma, la regressione, il transfert e il controtransfert. Il
suo modello prende l’avvio dal concetto di stadio primario di sviluppo che egli definisce di
non-integrazione (Winnicott, 1945). Mentre la Klein tendeva a vedere la mente primitiva come
dis-integrata da scissioni, identificazioni proiettive e altre difese basate sull’onnipotenza
infantile, Winnicott vede la mente primitiva come ancora-non-messa-insieme. Come tale, la
mente per Winnicott non è al principio in una situazione di conflitto di base ma è più in uno
stato in cui ha necessità di unificarsi, e solo successivamente avranno luogo i conflitti descritti
da Freud e dalla Klein. Fino a che questa integrazione primaria non ha avuto luogo, per
Winnicott non c’è alcuna struttura psichica. Si può vedere il punto di divergenza di Winnicott
considerando che Freud, Klein e Bion costruiscono ciascuno una teoria a partire dal conflitto
originario, istintuale e emotivo, che deriva dalle esperienze di vita e di morte, originariamente
provenienti dall’Es. In contrasto con questa idea di conflitto originario, Winnicott postula uno
stato originario di “non integrazione”, dove i conflitti non sono innescati fino a che non sia
avvenuta una integrazione primaria. Quindi per Winnicott “non c’è Es prima dell’Io”

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(Winnicott, 1962, p. 56; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.) e lo sviluppo dell’Io
non ha luogo senza una madre sufficientemente buona, in grado di fornire un ambiente
facilitante che permette al bambino di iniziare ad integrare le sue varie parti in un Io
rudimentale. Successivamente, e solo successivamente, iniziano i processi di formazione del
simbolo e l’organizzazione del “contenuto psichico personale”, che costituisce la base per
“relazioni vitali” (Winnicott, 1960, p. 45; citazione tradotta per questa, N.d.T.). Come dice
Winnicott, in questa fase “il bambino non è ancora un’entità che ha un’esperienza” (1962, p.
56; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.). Klein, al contrario, credeva che c’è un Io
rudimentale, una qualche consapevolezza di realtà, così come i processi proiettivi e introiettivi
sono attivi fin dalla nascita. Per lei, il bambino in questa fase sta avendo esperienze.
Nella seconda raccolta di articoli scritti tra i tardi anni ’50 e i primi anni ’60, “Sviluppo
affettivo e Ambiente”, il focus è posto sui processi maturativi, che necessitano di ulteriore
accompagnamento da parte di un ambiente che faciliti la loro crescita. Confrontando la propria
posizione con quella della Klein, Winnicott (1970) osserva che la Klein riconobbe l’importanza
dell’ambiente nelle prime fasi di sviluppo, nel senso che: “Il lavoro della Klein sui meccanismi
difensivi di scissione, e sulle proiezioni e le introiezioni e così via, è un tentativo di valutare in
termini individuali gli effetti dell’insuccesso delle misure ambientali” (p. 58). Comunque, per
Winnicott, non esisteva un individuo senza un ambiente. Mentre Freud, Klein e Bion portavano
alla luce la complessità della situazione edipica, Winnicott concettualizzava lo stato dell’essere
pre-edipico, dove la madre e il bambino formano inizialmente una singola unità. Invece del
conflitto innato, Winnicott ha focalizzato la sua attenzione sulla deprivazione ambientale. Lo
stato dell’essere del bambino (pre-edipico) è l’interesse centrale di Winnicott. Per lui, lo
sviluppo non dipende essenzialmente dal conflitto e dalla sua risoluzione, ma più dal senso
dell’essere e dalla sua continuità.

III. F. Prospettive della Psicologia del Sé, Relazionali e Intersoggettive.


In altri modelli psicoanalitici – principalmente in quelli basati sul Sé e sulle relazioni
oggettuali - le questioni che riguardano il conflitto hanno un ruolo minore nella comprensione
della psicopatologia e nel portare avanti un trattamento analitico (Busch 2005; Canestri 2005;
Smith 2005). In questo modello, invece del conflitto, quello che è preso in considerazione per
spiegare le psicopatologie gravi è un deficit che c’è stato nelle fasi precoci e indifferenziate
dello sviluppo .
La Psicologia del Sé e i suoi sviluppi successivi (Kohut 1977; Ornstein e Ornstein 2005),
così come le scuole relazionali e intersoggettive (Harris 2005), contestano la centralità del
conflitto intrapsichico inconscio. Essi ascrivono le gravi psicopatologie al deficit psichico,
estendendo quindi le origini della psicopatologia alle fasi di sviluppo in cui non si è ancora
stabilita la differenziazione tra rappresentazione di sé e rappresentazione dell’oggetto.
Per questo motivo, anche la differenziazione delle tre strutture psichiche in cui si
sviluppa il conflitto (l’Es, l’Io, e il Super-io) risulta difettosa. Secondo questa prospettiva, i
bisogni in gioco nel processo patologico si riferiscono principalmente a fallimenti dello

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sviluppo: sofferenze traumatiche, perdita, e in generale l’assenza di un oggetto emotivamente


responsivo danneggia lo sviluppo della struttura dell’Io ed esercita un’influenza maggiore dei
danni causati dai derivati delle pulsioni libidiche e aggressive.
Diversamente dalla patologia basata sul conflitto, che ha luogo tra sistemi
(intersistemica), la patologia basata sul deficit è riferita a fallimenti nella struttura del Sé
(intrasistemica). L’interesse sui fallimenti evolutivi e sulla psicopatologia del deficit sono
ampiamente condivisi tra le scuole post-freudiane e post-kleiniane contemporanee. Anche
senza rigettare pienamente il conflitto, questo interesse ha costituito una sfida al monopolio
che il concetto di conflitto ha occupato nella teoria tradizionale. Il conflitto non è più
considerato così importante come in passato. Ciò che ha maggiormente influenzato la
diminuzione della sua importanza è il focus sul ruolo giocato dall’oggetto reale rispetto nella
costruzione della struttura psichica, che risulta danneggiata a causa di una relazione traumatica
risultante in deficit funzionali. Questa idea è supportata da un grande numero di dati sul trauma
infantile.
Per molte scuole psicoanalitiche contemporanee il concetto di conflitto non è del tutto
rigettato, ma in qualche modo marginalizzato e integrato nel concetto di deficit, così da
ampliare la portata della comprensione psicopatologica e anche della tecnica clinica. Ampliare
la portata della comprensione psicopatologica - cioè concepire la sofferenza psichica non solo
come conseguenza del conflitto, ma anche come conseguenza di un danno alla struttura del Sé
- risulta in un corrispondente ampliamento dell’approccio psicoanalitico classico: mentre
questo è basato sul riconoscimento del conflitto, seguito dall’interpretazione e
dall’elaborazione, le strategie analitiche ispirate dalle problematiche del deficit non mirano a
cercare e svelare un significato rimosso, a superare la resistenza, ma invece ad assistere l’Io
nel creare senso e nel sentire che qualcosa ha la qualità vitale dell’esistere (Killingmo 1989).
Nelle diverse prospettive - interpersonale, intersoggettiva e relazionale - che si sono
sviluppate nelle ultime tre decadi, vi è stata un’attenzione significativa alla presenza e alla
funzione dei conflitti, che possono essere intersoggettivi e inter-relazionali, originati
internamente o esternamente, e in molti casi transgenerazionali.
Le teorie relazionali individuano un potente conflitto nell’incontro dell’individuo con la
cultura a molti livelli. Conflitti emergono quando gli individui sono coinvolti, o vengono
sottomessi, o ancora oppongono resistenza all’ambiente culturale; in particolare, questo è il
caso dell'individuo che vive, o è vissuto, da una delle molte forme di identità e condizione
personale non- normativa (per razza, classe, sessualità, disabilità, cultura e genere). Forme di
identificazione che sono oggetto di non accettazione sociale appaiono in primo piano in molte
problematiche cliniche in cui ci imbattiamo con i pazienti, espresse nelle loro angosce e in
difficoltà nella dimensione transfert-controtransfert.
Nel suo libro “Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi. Per un modello integrato”
(1993), Mitchell ha proposto una riflessione sui conflitti tra diverse configurazioni relazionali,
derivati da esperienze conflittuali con altre figure significative. Mettendo in guarda dalla
semplificazione, egli ha affermato diversi anni più tardi in un “Commento”: “... presentare la

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mia visione del conflitto come conflitto tra il soggetto e le altre persone del suo ambiente è una
rappresentazione fuorviante. Infatti, uno dei punti centrali nel mio libro del 1988 fu distinguere
tra le teorie relazionali centrate sull’arresto di sviluppo e le teorie relazionali-conflittuali…”
(Mitchell, 1995, p. 577; citazione tradotta per questa edizione N.d.T.). Nel lavoro di Dimen
(2003), Layton (1998), Harris (2005), Corbett (2001a, 2001b), Goldner (2003), e in altri ancora,
il conflitto è sempre localizzato all’interno e tra i sistemi, è politico e personale, è sociale e
psichico. Da questa prospettiva influenzata dal postmodernismo, dal femminismo, e dalla
Teoria Queer, esiste un conflitto intrinseco tra i regimi di sorveglianza e quelli che sostengono
l’individualità e il benessere, e tra la normatività e la libertà. Queste contraddizioni, che nella
teoria politica sono qualche volta poste come conflitti strutturanti di classe, etnia, cultura e
genere, spesso prendono forma nei conflitti controtransferali esperiti dall’analista.
Secondo l’opinione di Harris (2005), gli psicoanalisti postmoderni stanno cercando di
costruire una particolare visione del paradosso o del conflitto in cui un numero di distinti ma
interrelati stati del Sé possono coesistere: quello del guaritore, dell’ufficiale di polizia
psicoanalitica, del soggetto o oggetto di teoria, e quello di chi è soggetto di, ed è soggetto a,
particolari culture, sottogruppi e famiglie. Da numerose prospettive teoriche, il conflitto
(intersoggettivo, intrapsichico, espresso nell’enactment) è relativo allo stesso processo di
cambiamento. Il conflitto è un intrinseco aspetto del movimento di sviluppo, e questi
movimenti (grandi o piccoli) sono gravati da forti esperienze di disequilibrio. Il cambiamento
in sé è potenzialmente un complesso stato conflittuale, multidirezionale e instabile. I conflitti
che emergono nelle condizioni di trasformazioni relazionali o psichiche sono prodotti da stati
affettivi e vertici relazionali molti diversi.
Un’idea centrale è che la persona in conflitto si senta stretta tra due “missioni”
impossibili (Apprey, 2015). La crescita comporterà separazione, e la separazione dagli oggetti
morti o morenti può essere sentita come intollerabile. Il cambiamento può essere pensato come
il momento in cui un conflitto tra compiti psichici e libertà mentale crea una pericolosa
condizione di lotta interiore o anche un impasse. Che venga chiamato abisso o crinale del caos,
o percorso di separazione gravato da un carico di drammatiche paure, per alcuni, forse in
qualche modo per tutti i pazienti, questo è un momento di massimo conflitto e pericolo, come
si può vedere negli alti e bassi del procedere dell’analisi e nei sentimenti di panico quando i
cambiamenti psichici hanno inizio o prendono forza. Il concetto di processo a spirale nella
Teoria del Campo di Willy e Madeleine Baranger (2006, 2009a, b), e le nozioni di catastrofe e
trasformazione di Bion (1965), offrono solide basi per gli approcci relazionali. La catastrofe
del cambiamento (Goldberg, 2008) e le forme assunte dal movimento e dalla modificazione
psichica costituiscono sono sia lo spazio del lutto che quello dell’impasse nel lutto.
Queste idee si collegano con una serie di concetti forti sviluppati da J. Henri Rey. Nel
suo articolo “That which Patients Bring to Analysis” (Rey, 1988) (“Ciò che i pazienti portano
in analisi”), Rey sostiene che i pazienti possono arrivare in trattamento con un programma
nascosto - una missione potrebbe dire Apprey (2015) – ossia quello di riparare gli oggetti
danneggiati della loro storia che sono ora aspetti di un mondo interno morente o danneggiato.
In breve: guarire l’oggetto (della fantasia interna), e poi il paziente può cambiare. Questo è il

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vincolo conflittuale impossibile con cui si aprono molti trattamenti. Nello spirito della
teorizzazione relazionale sul potente ruolo del controtransfert e della soggettività dell’analista,
potremmo applicare l’ottica di Rey anche al compito inconscio dell’analista. Prendendo in
considerazione l’angosciosa resistenza al cambiamento, e la determinazione- non esente da una
certa conflittualità- ad ostacolare la crescita, ci si possono fare le stesse domande sulla presenza
di tali paure e conflitti nel controtransfert dell’analista. Gli analisti relazionali hanno posto un
focus molto forte sull’uso strumentale del controtransfert, e sulle modalità potenti con cui esso
può distruggere e/o facilitare il cambiamento psichico nel paziente.
Guardando agli scritti relazionali con un occhio al luogo o alla funzione del conflitto, è
importante notare che altre terminologie e altre preoccupazioni concettuali occupano gli spazi
teorici dove potrebbe comparire la nozione di conflitto. Dimen (2003) e Hoffman (1998), per
esempio, preferiscono il termine dialettica. Entrambi sono interessati alle tensioni produttive
che appaiono in certe condizioni di contrapposizione, primariamente tra analista e analizzando
ma anche internamente in ogni membro della diade. E’ importante sottolineare che la
contrapposizione non è semplicemente il disaccordo o la differenza; piuttosto, il conflitto
intrapsichico può essere scatenato e sviluppato attraverso varie interazioni, e viceversa. Il
conflitto intrapsichico può produrre conflitti esterni che prendono forma sul piano
interpersonale. Per Hoffman (1998), la fonte fondamentale del conflitto non è nè la sessualità
nè l’aggressività, ma invece la nostra relazione profondamente conflittuale con la mortalità.
Ancora, in una impressionante analogia, il conflitto – all’inizio interno all’analista – tra il
“lavorare come da manuale” e il lavorare spontaneamente, viene paragonato al il conflitto
esperito dal bambino tra il rivale edipico e l’oggetto d’amore. Questa analogia suggerisce
quanto ogni analista sia inevitabilmente indebitato nei confronti dell’idea di centralità della
sessualità e dell’aggressività nel conflitto, sebbene questi conflitti emergano in cambiamenti di
stato degli affetti (Spezzano 1998), dello spazio intersoggettivo (Benjamin 1995, 1998) o delle
costellazioni relazionali (Davies 1998, 2001).
Benjamin (1998) si dice a favore di un focus fluido, oscillante tra l’intrapsichico e
l’interpersonale, interessato a cogliere sia il livello interpersonale che quello dei bisogni
relazionali e narcisistici. Se vi è qui una teoria duale, è quella della teoria della relazione
oggettuale/teoria relazionale. La preferenza per un termine come dialettica è più che retorica.
Per Hoffman and Dimen, utilizzando la parola dialettica si cattura il dialogico, gli aspetti attivi
e interattivi del carattere multiforme dell’esperienza conflittuale. Il termine dialettica offre il
senso di un dialogo tra alternative, un registro di voci multiple, sia corali che armoniche, di
tipo atonale o di chiamata-e-risposta. Per Dimen, la forma e la funzione dell’esperienza
conflittuale nell’ambito della sessualità testimoniano la fecondità, la sorpresa, l’eccesso e la
difficoltà irriducibile.
D’altro canto, in un libro di Stern (1997) il conflitto è relegato a una nota a piè di pagina
in cui l’autore spiega che l’assenza dell’uso esplicito del termine conflitto segnala il suo uso
come supposizione di fondo, formalmente di minore interesse rispetto ai cambiamenti di stato
dell’esperienza psichica, e questo è proprio l’uso che Bromberg (1998) e Davies (1998, 2001)
fanno del termine. Il conflitto, per Bromberg, solitamente appare nel contesto della

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dissociazione (vedi Smith 2000a per una discussione dell’intersezione e delle differenze tra
dissociazione e conflitto nel lavoro di Bromberg). Il modello operativo di Bromberg pone
grande enfasi sull’espansione del campo relazionale ed esperienziale per far sì che il conflitto
diventi distinguibile. L’idea di Stern è che il conflitto sia una conquista perché annuncia il
momento in cui il Non-Sé diventa Sé. E una volta che il conflitto è possibile rispetto a materiale
che era dissociato, un processo di negoziazione può avere luogo tra lo stato del Sè nuovo di
zecca e altri stati del Sé. Quello che era impensabile può ora essere pensato e sentito, e ci si
può interrogare sul cosa farne. Prima di questo, quando il materiale era dissociato, non poteva
neppure essere pensato nè sentito e così il cosa farne non poteva comparire neppure come
domanda. Nelle pubblicazioni seguenti, particolarmente nell’articolo "The eye sees itself" del
2004 (L’occhio si guarda), Stern ha sostenuto che dalla prospettiva di una teoria della mente
basata sulla dissociazione il conflitto è da considerarsi una conquista, non l’inevitabile. In ogni
caso, in questa prospettiva teorica, il conflitto inconscio è ritenuto impossibile. Considerando
l’inconscio come indefinito, non vi può esistere nulla di minimamente strutturato in grado di
confliggere con qualcos’altro. Da questo punto di vista, anche la nozione di
fantasia/fantasticheria inconscia può necessitare di una revisione se viene applicata a qualcosa
di inconscio e strutturato allo stesso tempo.
Se l’inconscio è indefinito, il significato inconscio non è una forma o una struttura, ma
una potenzialità – ciò che potrebbe diventare esperienza cosciente. Questa idea si collega con
il concetto di dissociazione, che nel quadro di riferimento di Stern è l’ostinazione inconscia,
per ragioni difensive inconsce, di mantenere l’esperienza nel suo stato potenziale e indefinito.
La dissociazione è il rifiuto inconscio di pensare, di creare significato. Quindi, l’esperienza
dissociata semplicemente non può confliggere con nessun’altra parte della mente, perché non
ha ancora assunto una forma o una rappresentazione simbolica con cui potrebbe entrare in
conflitto con altre esperienze.

Il conflitto è presente tra le due persone, non interno all’una o all’altra mente. Le due
menti sono come due parti di un piatto rotto di netto: esse possono incastrarsi, ma ogni partner
ha solo una delle parti. Nella risoluzione di un enactment, il conflitto esterno diventa interno
alla mente di un partecipante e provoca uno sviluppo simile nell’altra mente. Il conflitto interno
avviene per la prima volta in questo modo, e questo è il motivo per cui il conflitto conscio è
una conquista.
Stern, Davies, e Bromberg situano il conflitto all’interno di un modello di stati del sé
multipli e mutevoli, dove esso si esprime in esperienze dissociate e discontinue e in rotture
nella continuità dell’essere. Secondo l’impostazione clinica di Bromberg, la comprensione del
conflitto interno è possibile attraverso la creazione di un campo interpersonale in cui
l’analizzando può tollerare di essere visto da un’altra persona, e può prendere in prestito o
assorbire quella capacità osservativa.
La consapevolezza del conflitto è una caratteristica emergente di questo tipo di lavoro
relazionale, che richiede l’istituzione di condizioni di sicurezza interpersonale così che il
materiale dissociato possa essere assunto coscientemente. L’attenzione di Davies al conflitto
inconscio è una sintonizzazione modulata ai cambiamenti delle forme di identificazione

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(parziali o totali) messe in scena con varie modificazioni nella relazione analitica. Una delle
sue immagini distintive è quella del caleidoscopio, che suggerisce come l’esperienza versatile
e mutevole delle identificazioni multiple e i cambiamenti sottili introdotti dall’esperienza del
conflitto portino ad una riorganizzazione radicale. Il conflitto si colloca tra questi cambiamenti
di stato.
Il conflitto, nella concezione di Aron (1996) di mutua costruzione di significato, può
emergere da due fonti: sia dalle separate esperienze di soggettività provenienti dall’interazione
e simbolizzazione, oppure dalle esperienza di riconoscimento e solitudine che emergono nelle
varie interazioni (Benjamin 1995, 1998; Slavin e Kriegman 1992). Nella prospettiva di Aron,
un sottile tipo di conflitto localizzato nella sfera interpersonale e intrapsichica di analista e
analizzando è quello tra desiderio di riconoscimento e desiderio di peculiarità, di unicità e
separatezza. Infatti, questo è più un conflitto relazionale, uno scontro tra paradigmi di
relazione, che un conflitto di desideri. Ogni teoria del conflitto deve comportare una qualche
teoria della motivazione (Harris 2005). Uno dei teorici fondamentali della prospettiva
relazionale, Greenberg (1991), sente il bisogno di conservare il concetto di pulsione allo scopo
di parlare di funzione. Il lavoro di Mitchell (1997, 2000) ha seguito una traiettoria simile al
modello di Fairbairn sul conflitto relazionale, spostandosi verso l’interesse di Loewald per
l’attaccamento e lo sviluppo. Il punto di vista a cui approdò Michell è che non si viene tirati
dentro, ma che si è invece sempre già incastrati in matrici interattive.
Forse, si potrebbe dire non che i relazionalisti rifuggono la teoria delle pulsioni, ma che
- nello spirito di Ghent (2002) - essi considerano la pulsione con la p minuscola. Le idee di
Ghent sulla motivazione hanno un debito verso Edelman (1987), il quale immagina che
l’esperienza umana inizi con comportamenti abbastanza semplici, rigidi e primitivi (voltarsi
verso la luce e il calore, ad esempio), che gradualmente si permeano di quelli che Edelman
chiama valori. In uno sviluppo a cascata che velocemente diventa complesso, piccole e sottili
esperienze (non coscientemente intenzionali) emergono come elaborati sistemi motivazionali.
Sessualità, aggressività e sicurezza sono esiti, non motori di sviluppo programmati. Secondo
Edelman il conflitto è emergente, non programmato a un livello inconscio. Ghent e Harris
guardano al conflitto attraverso le lenti della Teoria dei Sistemi Dinamici non Lineari, o Teoria
del Caos, nella quale il conflitto è l’innesco che provoca il cambiamento. All’interno della
Teoria del Caos c’è una teoria della trasformazione. Il disequilibrio emerge dal conflitto. Il
conflitto è fonte di cambiamento, di movimento e comprensione. Il conflitto al servizio della
crescita o della trasformazione prende forme differenti. Il conflitto, anche a livello inconscio,
tra modi d’essere o modalità di relazionarsi, può condurre a una destabilizzazione dello schema
e dell’esperienza negoziata. Ma c’è un punto nel lavoro analitico in cui le contraddizioni
conflittuali, sia delle rappresentazioni mentali che delle relazioni oggettuali, sono tenute in
mente senza battere ciglio - è il punto dove il conflitto può librarsi proprio sul bordo del caos.
Questo è forse presente al massimo grado nel lavoro con i pazienti quando fanno esperienza
del lutto e della perdita dell’oggetto.

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III. G. Prospettiva francese lacaniana


Al fine di esplorare il ruolo del conflitto nel lavoro di Lacan, termine non
particolarmente in uso negli scritti e nell’insegnamento lacaniani, David Lichtenstein
(Christian, Eagle & Wolitzky, 2017, pp. 177-194) guarda invece al concetto di divisione del
soggetto e alla struttura di tale divisione per come sono intesi da Lacan. Così facendo,
Lichtenstein mette in luce nel pensiero di Lacan sia ciò che deriva dall’idea classica di conflitto
intrapsichico, sia ciò che vi si allontana.
Un concetto fondamentale Nella teoria del soggetto diviso di Lacan, un concetto
fondamentale è quello di mancanza. La parola francese manqué veicola sia il significato di
‘perdita’ che di ‘ mancanza’, ma anche il significato di ‘privo di’ e ‘vuoto’. Lacan considerava
l’incontro psichico con la perdita come essenziale per la formazione del soggetto umano.
Certamente, il soggetto in quanto tale inizia ad esistere attraverso l’incontro e la
rappresentazione della perdita, e senza il soggetto non può formarsi. Questo concetto è
essenziale nella teoria del soggetto in Lacan. Si fonda sulla visione di Freud della repressione
primaria per come espressa in Al di là del principio di piacere (Freud, 1920), e considera questo
processo l’elemento essenziale per la formazione della soggettività in sé. L’ ‘esperienza
primaria di soddisfazione’ a cui si riferisce Freud è un punto d’origine mitico, poiché di essa,
finché non viene perduta, non esiste rappresentazione e di conseguenza neppure esperienza
psichica. Lo sforzo di colmare questa perdita è il principio che definisce la soggettività. È
imperniato nella capacità umana di rappresentazione e, in questo senso, il cuore di questa
funzione squisitamente umana è il principio di mancanza, i.e. dell’appagamento perduto. C’è
qui una relazione dialettica nel pensiero di Lacan che si basa su Freud: la rimozione primaria
dell’appagamento perduto può aver luogo solo quando vi sia una sua rappresentazione da
rimuovere, ma può esistere una sua rappresentazione solo in termini di qualcosa di perduto; in
altre parole, rimozione e rappresentazione devono formarsi insieme: l’oggetto perduto viene
ad esistere come già perduto.
Una conseguenza del fatto che Lacan situi la perdita al cuore dell’esistenza del soggetto
è che viene sovvertita ogni idea dell’infant come creatura puramente naturale, che vive al fuori
della contesto culturale. L’idea di un infant istintuale che mostra schemi innati di
comportamento, inclusi quelli dell’attaccamento, è distante dall’idea di Lacan del soggetto
come un essere inscritto nella cultura già alle origini della sua esistenza. Le teorie del conflitto
in psicoanalisi generalmente si focalizzano sull’esperienza del piacere vs. dispiacere e sui
tentativi di risolvere i conflitti fra i due poli. Ciò implica necessariamente una teoria della
‘volontà’, della motivazione, dell’intenzione, o del desiderio. L’ultimo termine, desiderio, e
specificamente la relazione concettuale tra desiderio e volontà (desire and wish) , gioca un
ruolo fondamentale nel pensiero di Lacan e getta luce sulla funzione implicita del conflitto
intrapsichico all’interno del suo pensiero.
La parola francese désir è un’adeguata traduzione del termine tedesco Wunsch,
generalmente usato da Freud e tradotto in inglese con wish. Tuttavia, désir rende anche il
termine tedesco Begierde (begehren), parola che generalmente appare nei testi di Hegel, più
complesso di Wunsch e che suggerisce un’intensità aldilà di quella di desiderio, ad esempio

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passione, voracità e voglia. Sia il termine di Freud, Wunsch, che quello di Hegel, Begierde,
sono connotati dal désir lacaniano ed entrambi possono essere rappresentati in inglese dalla
parola desire, ma non altrettanto dalla parola inglese wish. Considerando i termini contrastanti
wish e desire, riscontriamo differenze che riguardano la funzione della fantasia (phantasy) e in
verità dell’inconscio stesso. L’idea di Brenner che i desideri originari sono essenzialmente
realistici e diventano fantasie rimosse solo in quanto in conflitto con desideri più potenti, i.e.
per evitare la disapprovazione, è completamente differente dall’idea di Lacan dell’origine del
desiderio come fantasia inconscia, fantasia inconscia che può essere veicolata da vari desideri
inespressi.
Il soggetto diviso chiede aiuto all’analista per ridurre l’esperienza dolorosa o spiacevole.
Tuttavia, l’obiettivo dell’analisi è individuare tutto ciò che queste richieste potrebbero
significare. Fare diversamente, indirizzarsi immediatamente verso uno sforzo per ridurre la
sofferenza, forclude la possibilità stessa dell’analisi. L’inevitabile conclusione è che c’è
qualche altro desiderio (wish) in questa richiesta d’aiuto, e forse un desiderio che presuppone
l’esistenza di un analista-supposto-sapere e dei doni che questo analista sapiente dispenserà
(e.g. nel transfert) . Quest’ulteriore desiderio riflette la divisione tra la (request) richiesta
(conscia) e il (desire)desiderio (inconscio). Tutto il lavoro clinico psicoanalitico si sviluppa
lungo l’asse di questa divisione. In francese, una richiesta è une demande. Per cui, questa
divisione nel soggetto tende ad essere intesa, nella traduzione in inglese del pensiero lacaniano,
come qualcosa che si pone fra domanda e desiderio (demand and desire).
La distinzione fra domanda e desiderio è simile alla nota distinzione fra contenuto
manifesto e contenuto latente, ma non è esattamente la stessa cosa. Per Lacan, il contenuto
manifesto della domanda è meno importante della sua logica. La domanda ha la logica di una
immaginaria soluzione alla mancanza: “Se io potessi ottenere ciò che voglio, sarei completo”.
Poiché il desiderio porta con sé l’implicazione di una completezza immaginata, esso si presenta
in una forma narcisistica. Presuppone un’immaginaria riparazione ad un’immaginaria ferita.
Questa è la ragione per cui esso rimane frustrato in un’analisi ben riuscita. Frustrando la
domanda della soluzione fantasticata, l’analista dirige invece il trattamento verso l’espressione
di nuove metafore per rappresentare la mancanza, nuove espressioni di desiderio. C’è una
risonanza in questo punto di vista sia con il concetto di Hans Loewald (1960) di nuovo oggetto
in analisi, sia forse con il noto concetto della Psicologia dell'Io sulla creazione di nuove
formazioni di compromesso. Il punto di vista lacaniano su questa nuova possibilità si basa sulla
differenza essenziale tra la struttura del desiderio come ininterrotta espressione simbolica di
una ineludibile mancanza, e quella della domanda come credenza nella pienezza e integrazione,
o nella guarigione come soluzione alla mancanza. Sebbene le due intenzioni siano differenti
nella loro struttura e logica, è impossibile incontrare una pura espressione del desiderio a meno
che non sia allo stesso tempo espresso e celato nella domanda.
Il desiderio non appare mai in una pura forma dichiarativa. Una richiesta d’aiuto, di
consiglio, di affetto, di sostegno, d’amore, nel registro del desiderio inconscio sarà
necessariamente il mezzo per veicolare qualcosa aldilà della richiesta . E l’opportunità per quel
desiderio si darà sempre nel qui e ora come espressione di una richiesta (domanda)

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interpersonale. Quindi, ha senso pensare al desiderio e alla domanda come in conflitto: è un


conflitto dialettico in cui si può trovare qualcosa di nuovo solo considerandoli insieme. Il ruolo
dell’analista non è quello di curare o persino suturare questo conflitto, ma è quello di ascoltarlo,
per rendere l’analizzando consapevole di esso, per indicare che lì deve essere ritrovato il
percorso attraverso qualsiasi empasse sintomatico abbia motivato la richiesta d’analisi. Questo
è affine a ciò che Hans Loewald indicava come “la conquistata consapevolezza della reciproca
interazione e comunicazione tra modalità di attività mentale consce ed inconsce e il desiderio”
(1978, p. 50-51; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.). L’elemento chiave che collega
il punto di vista di Loewald con quello di Lacan è l’espressione modalità di attività mentale
(modes of mentation). Non è il contenuto a fare la differenza tra desiderio e domanda - o persino
tra Es ed Io - bensì il modo in cui esso viene rappresentato.
Ascoltare l’espressione del desiderio al di là dell’apparente significato della domanda
indica che l’analista non dovrebbe concentrarsi esclusivamente sulla comprensione del
significato manifesto, ma dovrebbe invece prestare ascolto ai modi espressivi (le modalità di
attività mentale) che vi si accompagnano. Rimane l’interrogativo di se si guadagna qualcosa
considerando il processo di ascolto in termini di dialettica tra desiderio e domanda piuttosto
che di derivati pulsionali e difese - ossia di categorie psicoanalitiche più tradizional. L’idea
lacaniana di marcare l’espressione del desiderio, enfatizzando il discorso dell’analizzando in
vari modi così da indicare che qualcosa d’altro è stato detto al di là del discorso intenzionale,
è molto attenta al particolare modo di ascoltare e intervenire dello specifico analista. Nella
tecnica clinica influenzata da queste idee, l’espressione verbale del desiderio si avvale delle
sostituzioni figurative e del sovvertimento della prevedibilità del significato che sono resi
possibili dalla struttura del linguaggio. Quando si presta ascolto all’espressione del desiderio,
ciò che è in gioco non è l’interpretazione di contenuti dell’Es contrapposti a quelli dell’Io. E’
invece il prestare ascolto alle caratteristiche dell’enunciato, alla sua capacità di evocare il gioco
sovradeterminato dei significati, a costituire per l’analista la guida migliore per favorire il
sovvertimento delle certezze immaginarie. Tutti gli interventi chiarificatori, se sono pensati
come rivolti alle difese o ai derivati pulsionali, corrono il rischio di basare il discorso sulla
certezza delle identificazioni, di un’oggettivazione del soggetto che blocca il gioco del
significato, biglietto da visita del desiderio.

III. H. Autori francesi non-lacaniani


Jean Laplanche (2004) ha proposto una teoria del conflitto psichico che si fonda sulla
sua teoria dell’inconscio e delle pulsioni, imperniata sulla relazione primordiale con l’altro che
è l’adulto, mittente di messaggi enigmatici (sessuali inconsci).
A partire dalla fondamentale opposizione tra amore e odio, Laplanche propone
l’esistenza, a livello dell’inconscio sessuale, di un’opposizione tra la sessualità non legata
(erotica) e la sessualità legata (narcisistica e/o oggetto-relata), entrambe a livello di fantasia
inconscia. Entrambe stanno in una relazione dialettica con il livello pre-psichico di
autoconservazione, il quale indica la pre-esistenza di una sorta di ‘cablaggio’ psico-fisiologico

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caratterizzato dalla tenerezza e dalla aggressività naturali. Negli infanti questo ‘cablaggio’ è
immediatamente invaso dai messaggi enigmatici dell’altro. Al livello del funzionamento
autoconservativo si potrebbe situare la tenerezza (nei termini freudiani) o l’attaccamento. Il
secondo livello è quello erotico, la cui descrizione risale ai Tre saggi sulla sessualità infantile.
Infine, il terzo è quello dell’amore per l’oggetto intero, dell’Eros al contempo narcisistico e
oggetto-relato (Laplanche 2004, p. 468). I messaggi degli adulti non si riferiscono a un unico
e costante livello, quello del prendersi cura e della tenerezza. In queste situazione di intimo
contatto fisico, le fantasie sessuali dei genitori si risvegliano e vengono forzate o si insinuano
nel cuore della relazione di autoconservazione. I messaggi risultano ‘compromessi’- nel senso
psicoanalitico del termine - e sono tali da rimanere inconsci per il mittente stesso. Il bambino
che tenta di padroneggiare questi messaggi enigmatici li elabora attraverso i codici di cui
dispone. In questo senso, il cosiddetto impulso di morte è in effetti quella ‘coltura pura’
dell’alterità che rintracciamo nei livelli più profondi dell’inconscio. Questo vale certamente
per i livelli più inaccessibili dell’Es. Ma molto presto dall’attività dell’Io e con l’aiuto
dell’ambiente culturale ecco apparire scene frammentarie, parti di sequenze fantasmatiche, che
saranno progressivamente assorbite dalle grandi forze organizzatrici del complesso di Edipo e
di castrazione.
Le forze che nella psiche creano legami non sono meno sessuali delle altre forze. Ciò
nonostante, originano sempre da determinati insiemi: dall’insieme dell’essere umano come
entità unitaria, e dall’’Ego nella sua interezza come insieme di forme e contenuti.
Quindi, nella grandiosa opposizione degli istinti di vita e di morte, l’opposizione fra
legare e slegare opera all’interno dell’apparato psichico. Il neonato tende faticosamente a
tradurre i messaggi seduttivi ed enigmatici dell’adulto senza cedere eccessivamente all’effetto
di slegamento dello stimolo. Da quel punto in poi, la lotta per legare è condotta contro lo
stimolo a slegare - cioè l’inconscio e i suoi derivati (Laplanche, 2004).
Le concettualizzazioni di André Green (1975, 1998) sulla ‘madre morta’, il ‘lavoro del
negativo’, ‘l’oggetto analitico’, l’interconnessione dinamica tra l’oggetto e la pulsione,
l’intrapsichico e l’intersoggettivo, la ‘cooperazione antagonistica’ tra rappresentazione e
affetto, sono fortemente radicati o nella nozione di conflitto psichico localizzato o in quella di
generale stato di conflitto.
Green propone di raccogliere assieme - nella sua formulazione del concetto di lavoro
del negativo - i meccanismi di difesa quali rimozione, scissione, diniego, forclusione, poiché
egli li considera tutti elaborazioni della rimozione come prototipo. Secondo il suo punto di
vista, tutte le suddette difese implicano un giudizio e un’accettazione o viceversa un rifiuto:
una domanda la cui è risposta è sì/no. Questa domanda può essere posta in contesti differenti,
avere a che fare con materiali differenti (impulsi istintuali, affetti, rappresentazioni, percezione,
parole ecc.). Tra i vari meccanismi difensivi, questo gruppo di difese si differenzia in quanto
esse comportano questa scelta basilare di accogliere o negare accesso alla coscienza a derivati
che hanno radici nell’inconscio o nell’Es.

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Scrivendo di pazienti borderline psicotici, Green evidenzia due meccanismi che


conducono alla cecità psichica: l’esclusione somatica, in cui la regressione dissocia il conflitto
dalla sfera psichica al soma, e l’espulsione (del conflitto) attraverso l’agire, la sua controparte
psicomotoria. Inoltre, la scissione e il disinvestimento prospettano il dilemma dei pazienti
borderline tra delirio o morte (del processo psichico). Qui si richiede un’attenzione maggiore
alle sottigliezze della comunicazione, un equilibrio ottimale tra presenza non intrusiva e
assenza da parte dell’analista, per permettere l’emergere di potenziali processi di
simbolizzazione e rappresentazione.
Piera Aualagnier, a partire dal pensiero di Freud, Winnicott e Lacan ed espandendolo,
nella sua teoria delle psicosi infantili identificò tre livelli di rappresentazione: il pittogramma
originario, il processo primario di fantasia, e il processo secondario di ideazione. Il processo
primario si attiva per simbolizzare e rappresentare il riconoscimento dell’esistenza della
presenza e dell’assenza di un altro corpo. In questa funzione, esso va a confliggere con il
processo originario (pittogrammi creati per sé stessi da sé stessi) che riconosce un solo spazio
psichico. La funzione del processo primario di fantasia è risolvere questo conflitto (2001, p.
40-42).
Nel suo lavoro su ‘Agieren’, Joyce McDougall (1980) nota che la traduzione inglese
del termine in ‘acting out’ riflette accuratamente una nozione a due-facce di ordine economico:
dapprima è posto fuori (da sé stessi o dalla situazione analitica) qualcosa che sarebbe dovuto
essere trattenuto dentro ed elaborato psicologicamente; di conseguenza, la tensione viene
scaricata o si esaurisce così che del conflitto interno non rimane più nulla. Gli affetti ansiosi o
depressivi, che potrebbero altrimenti sopraffare la capacità dell’individuo di affrontarli, sono
tenuti fuori dalla coscienza. Nella teoria della McDougall, a mediare la manovra economica
dell’acting out e della scarica di tensione è un meccanismo di ‘forclusione’, che si approssima
al meccanismo di ‘ripudio psichico’ descritto da Freud (concetto differente da quello di
rimozione o diniego).
Nella sua esplorazione dei fenomeni psicosomatici, McDougall afferma che il conflitto
psichico è fatto oggetto di diniego ed è espulso fuori dalla psiche per essere scaricato invece
attraverso il corpo e le sue funzioni somatiche. Ella teorizza che alle origini della vita psichica
il corpo è esperito come un oggetto che appartiene al mondo esterno; questo stato percettivo
permane nella vita onirica e in alcuni stati psicotici, in cui l’interno corpo o “alcune sue zone e
funzioni sono trattate come entità indipendenti, come appartenenti all’Altro o sotto il suo
dominio” (McDougall 1980, p. 419; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.).

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IV. USO DEL CONCETTO IN AMERICA LATINA

In America Latina, molti contributi che vanno ad arricchire la riflessione nell’area delle
conseguenze del conflitto psichico - sia relativamente allo strutturarsi dell’apparato psichico
che alle manifestazioni cliniche e alla teoria della tecnica - offrono sintesi creative del pensiero
di Freud, Klein, Bion e di autori francesi non-lacaniani, in particolar modo Laplanche, Green,
Aulagnier e McDougall.
Sebbene l’idea di conflitto sia rintracciabile nello Schema Percettivo Operativo
Referenziale (ECRO) di Pichon Riviere, nella teoria del controtransfert concordante e
complementare di Racker, e nella Teoria della Comunicazione di Lieberman (Borensztejn
2014), gli esempi più rilevanti del pensiero degli autori latinoamericani sul conflitto si possono
individuare nei contributi di Angel Garma, Arnaldo Rascovsky, Maurice Abadi e Norberto
Carlos Marucco.

IV. A. Angel Garma


Per Angela Garma, il conflitto principale si situa tra l’Io e il Super-Io. Nella sua
concettualizzazione, egli segue l’idea sostenuta da Freud ne “L’Io e l’Es”, per cui la severità
della nevrosi è proporzionale alla severità del Super Io. Se il sonno funge da modello per la
struttura di ogni operazione, qualsiasi modifica di questa concezione si ripercuoterà sul
meccanismo ipotizzato alla base della teoria epigenetica della sintomatologia.
Garma ridisegna la modalità di ‘conformazione’ dei sogni dal punto di vista della teoria
strutturale. Quando si dorme, l’Io regredisce. Come conseguenza, si allenta la censura che nella
vita diurna è usata per mantenere inconsci i contenuti dell’Es, che possono ora essere espressi
con minori inibizioni. Ciò produce una situazione che è equivalente al trauma: un Io con deficit
in ambito simbolico si confronta con contenuti disturbanti ad alto investimento libidico, quali
la scena primaria, l’angoscia di castrazione, il parricidio eccetera. Confrontato con questo stato
di cose, l’Io del sognatore può soltanto mascherare i suddetti contenuti ricorrendo a meccanismi
di difesa. Una delle finalità della deformazione onirica è l’appagamento dei desideri (1978, pp.
71-78). Ogni sogno finisce per essere, quindi, “un incubo mascherato” (in Rascovsky de
Salvarezza, 1974, p.142). Precedentemente, in relazione al trauma e all’esame di realtà, Garma
(1946, 1966, 1969) aveva rivisitato e proposto un rovesciamento della concettualizzazione di
Freud sui sogni e sui processi allucinatori, giungendo ad affermare: “Deve essere chiaramente
compreso che il soggetto che soffre per una nevrosi traumatica allucina perché non è in grado
né di rigettare né di controllare, attraverso l’innervazione muscolare o il controinvestimento
dell’Io, i contenuti psicologici relativi al trauma, cioè le tracce mnestiche del trauma che
sorgono spontaneamente dentro di lui nei giorni successivi ad esso. Questi contenuti agiscono
molto intensamente nel soggetto per un certo lasso di tempo e non possono essere evitati,
facendolo soffrire di allucinazioni in cui egli esperisce memorie vivide di ciò che gli è accaduto
non come mero ricordo, ma come qualcosa di reale ed esterno che sta accadendogli proprio in

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quel momento” (Garma, 1969, pp. 488-489; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.). In
questo contesto dunque: “I sogni sono allucinazioni durante il sonno causate dall’impatto
traumatico - sull’Io indebolito del dormiente - di contenuti psichici fino ad allora repressi che
l’Io dormiente, non in grado di esercitare controllo, accetta quindi come reali e spinge verso il
travestimento, tentando così di alleviare le dolorose tensioni psichiche” (ibid. p. 491; citazione
tradotta per questa edizione, N.d.T.)
La teoria del sogno, formulata in questo modo, richiede l’elaborazione di una
metapsicologia del trauma anche dal punto di vista della teoria strutturale: “[...] la psiche del
traumatizzato può essere considerata come suddivisa in diverse istanze: una è un’istanza
parassitaria creata da un intenso trauma che obbliga alla ripetizione; un’altra, è un Sé
sottomesso a quella istanza e che ripete ciò che viene richiesto; un’altra ancora, è un Io sano e
solido che… difende sé stesso… dalla coazione a ripetere e cerca di far fronte alle forze
istintuali” (1978, p. 116; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.) Più oltre, l’ “istanza
parassitaria” sarà chiamata Super- Io (1978, p. 118). In questo modo “le nevrosi sono
condizionate da un pernicioso Super- Io, che riflette una minacciosa realtà esterna e sottomette
l’Io, spingendolo a comportarsi in modo inappropriato e impedendogli di far fronte all’Es in
modo più equilibrato.” (1978, pp. 118-119; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.)
Per ogni sintomo nevrotico (a livello individuale e di gruppo), nel lavoro teorico di
Garma viene messa in evidenza l’esistenza di una combinazione e interazione conflittuale tra
forze che impongono la ripetizione e altre che spingono verso il mascheramento, così come
Freud (1939) aveva sostenuto in “L’uomo Mosè e la religione monoteistica”.
In questo contesto, Garma ridefinisce anche il concetto di pulsioni di vita e di morte in
relazione alla concettualizzazione del conflitto nel masochismo. Nella sua visione, le pulsioni
di vita e di morte non sono forze elementari ma sono il risultato di esperienze vissute e
interiorizzate durante la fase di strutturazione della psiche. Riferendosi alle nazioni - che
secondo Freud possono essere interpretate analogicamente ad un individuo nevrotico - Garma
sviluppa la sua concettualizzazione di pulsioni di vita o di morte: “Tra le reazioni alle
esperienze passate che persistono nelle reazioni del presente, alcune spingono le nazioni verso
il progresso e il benessere; altre, invece, sono più distruttive e causano sofferenza, cosicché in
una teoria psicoanalitica è possibile affermare, in maniera semplificata, che in una nazione
coesistono tendenze o impulsi progressivi e vitali, e altri che sono regressivi, autodistruttivi o
mortiferi. (1978, p. 47; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.). Riprendendo lo stesso
concetto in un altro passaggio, egli afferma: “[queste tendenze o impulsi autodistruttivi]
vengono ipotizzati ritenendo i comportamenti patologici …) conseguenti a tentativi di
sottomettere ed aggredire oggetti persecutori internalizzati [...] perlopiù diretti contro la
genitalità. A loro volta, questi oggetti interni persecutori derivano dal fatto che il soggetto è
vittima di circostanze attuali, infantili o ereditate, che sono e sono state dannose” (in Rascovsky
de Salvarezza, 1974, p. 169; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.).
Concettualizzando il Super- Io come un insieme di oggetti persecutori che attaccano la
genitalità del soggetto, prendendo in considerazione la centralità del conflitto edipico oltre che
l’istinto di morte come risultato della internalizzazione di esperienze distruttive per l’individuo,

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ne consegue che il Super-Io è una parte integrante dell’istinto di morte. Per Garma quindi il
masochismo è l’elemento fondamentale nella genesi delle nevrosi.

IV. B. Arnaldo Rascovsky


Arnaldo Rascovsky estende ulteriormente questa concezione collocando l’origine di
tutti i comportamenti psicopatologici nell’ambito delle tendenze figlicide dei genitori del
soggetto. Conseguentemente, la sua lettura della psicopatologia deriva dall’intendere il
figlicidio, come: “tutte le azioni parentali che disturbano l’integrazione psicosomatica del
bambino in relazione ad una serie di questioni che riassumiamo nelle seguenti denominazioni:
assassinio, mutilazione, denigrazione, maltrattamento, negligenza e abbandono (1974, p. 316,
citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.). Una tale azione figlicida è anche portata avanti
nella relazione dell’Io con il Super- Io. Le tendenze parricide sono secondarie a quelle figlicide,
e obbediscono al meccanismo di identificazione con l’aggressore (1974, p. 314). Rascovsky
rintraccia le espressioni del figlicidio nelle mitologie di varie popoli e nella Bibbia, che
considera il fondamento della concezione monoteista e dei processi socioculturali (1981).

IV. C. Mauricio Abadi


Mauricio Abadi sviluppa nel suo libro “Renacimiento de Edipo” (1977) una rilettura
del Complesso di Edipo a partire da una nuova interpretazione dell’ “Edipo re” di Sofocle.
Come risultato di questa nuova concezione del complesso nucleare, gli elementi che
intervengono nel conflitto sono altri rispetto a quelli classicamente considerati. Per Abadi, la
motivazione di tutte le condotte è l’angoscia di morte. Di conseguenza, ogni tentativo di
interpretare le manifestazioni di un soggetto possono essere comprese solo all’interno una
dinamica triadica. I personaggi del padre, della madre e del figlio, presenti nella concezione
freudiana dell’Edipo, sono rimpiazzati da ruoli che, come tali, possono essere simultaneamente
o successivamente assunti da ognuna delle figure fattuali. Questi ruoli sono i seguenti: il ruolo
ritentivo, estrattivo, filiale. Sia per il padre che per la madre l’angoscia essenziale è quella di
morte, e ciò che nell’immaginario può assicurare la sopravvivenza è il possesso del bambino.
In questo modo la fantasia dell’eterna gravidanza è universale per entrambi i sessi. Celata
dall’organizzazione patriarcale, l’invidia maschile è rivolta alla potenzialità generativa
femminile. Ciò è all’origine della tradizione della ‘couvade’, pratica ben documentata in
numerose culture primitive in cui il futuro padre mima il travaglio e il parto mentre sua moglie
sta dando alla luce un bambino.
Il modello scelto da Abadi per illustrare il modo in cui si correlano i tre ruoli specifici
e le specifiche ansietà che accompagnano questa dialettica è quello della nascita, con i suoi tre
momenti costituiti da: gravidanza, passaggio attraverso il canale del parto, vita extrauterina. Il
conflitto si sviluppa lungo due assi: da una parte la lotta tra i sessi, e dall’altro la lotta dei
genitori contro il bambino. Padre e madre lottano per il possesso del figlio che, in questo
scontro, rappresenta la posta in gioco. Questa lotta è dominata da due sentimenti: un sentimento

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d’amore, o per meglio dire una tensione verso l’integrazione, e un sentimento di odio che
persegue l’opposizione e l’esclusione. Il figlio, da parte sua, cerca di liberarsi di uno dei due
genitori, e a tal fine deve stabilire un’alleanza con l’altro: il desiderio sessuale per l’uno o l’altro
dei genitori è il veicolo, il modo in cui si stabilisce l’alleanza, il legame. Il personaggio che
assume ruolo ritentivo tenta di trattenere il figlio (gravidanza eterna), mentre nel ruolo
estrattivo si cerca di stabilire un’unione con il figlio trattenuto al fine di svincolarlo o,
alternativamente, di possederlo. La lotta fra i sessi acquista in questo modo il senso di una
disgiunzione: “affinché io viva, tu devi morire”. La relazione tra padre e figlio è caratterizzata
dall’angoscia paterna circa la propria infertilità e dal conseguente desiderio di rubare il figlio
alla madre. La relazione tra madre e figlio è un legame in cui viene fatto un tentativo di
procreare e poi trattenere il prodotto, dal quale il padre dovrebbe essere escluso.
Il figlio prova a liberarsi dalla prigionia a cui la madre lo condanna e che produce
angosce mortifere, legate alla segregazione in cui è mantenuto. L’evasione dalla prigione
materna è equivalente a un matricidio e porta con sé la colpa della nascita e, come correlato,
un’angoscia persecutoria di fronte alla fantasia di una madre divorante o di una madre che tenta
di ri-inglobare il suo prodotto, il figlio, nel proprio utero. Per il figlio, il padre è un liberatore
dalla simbiosi in cui la madre tenta di mantenerlo; il padre è anche una guida e un modello su
cui fare affidamento nel mondo esterno. Ciononostante il legame con il padre è ambivalente
poiché il padre desidera, assieme alla liberazione del figlio, appropriarsi di lui come soluzione
magica per contrastare l’angoscia di morte. A sua volta il figlio, confrontandosi con la scena
primaria, sperimenta l’esclusione e tenta, attraverso una politica di alleanze, di separarli per
guadagnarsi l’indipendenza da uno o da entrambi i genitori. Ciascuno di questi ruoli è
ambivalente poiché ogni azione si dispiega nella dialettica del dentro e del fuori, in cui ognuna
di queste posizioni è veicolo di specifiche angosce: il dentro è sicurezza, dipendenza e prigione,
mentre il fuori è libertà ma anche impotenza e abbandono. Di conseguenza, il comportamento
del figlio e dei genitori è al contempo di amore e di odio, poiché ciascuno dei protagonisti di
questo dramma lotta per rimanere o ritornare verso un dentro, e allo stesso tempo per liberarsi
dalla minaccia di reclusione in un interno imprigionante, mentre la morte aleggia su ogni
movimento di questa dialettica.

IV. D. Norberto Carlos Marucco


Riferendosi alla ‘dialettica’ piuttosto che al ‘conflitto’, Norberto Carlos Marucco
fonda il suo pensiero su vari autori, tra cui Freud, Klein, Bion, Winnicott, Lacan, Laplanche e
Green. Riferendosi alla sua esperienza clinica con pazienti borderline, Marucco (1997) propone
una revisione della teoria psicoanalitica della sessualità e della rappresentazione, basandosi
sulla dialettica tra impulso sessuale e lo stato dell’oggetto. L’autore porta avanti l’idea di una
struttura psichica scissa fra diniego della castrazione e creazione dell’oggetto virtuale (feticcio
non-patologico), in cui la scelta d’oggetto e le condizioni d’amore dipendono da questa
creazione. L’obiettivo del trattamento analitico, secondo l’autore, è raggiungere un equilibrio
creativo tra il riconoscimento della castrazione e il diniego che preserva l’impulso, una
dialettica che è anche alla base della teorizzazione sulla sublimazione da lui proposta.

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L’oggetto virtuale deve essere nutrito e metaforicamente ricreato nella relazione analitica. La
dialettica tra impulso e oggetto è anche discussa nel contesto della sessualità e del transfert.
Per evitare il pericolo di idealizzazione dell’oggetto, l’autore mette in dubbio che alla sessualità
edipica debba essere permesso di disvelarsi nel transfert erotico con l’analista, il quale a volte
prende il posto dell’oggetto pre-edipico.

V. CONCLUSIONI

Grazie alla sua creatività e intuito, Freud modificò le proprie teorie sul conflitto nel
corso del tempo. Dopo la sua morte, si intensificarono divergenze e controversie - come
esemplificato dai polemici dibattiti nell’Inghilterra del periodo bellico tra i seguaci di Anna
Freud e Melanie Klein. In Europa, il complesso panorama psicoanalitico post-freudiano
rifletteva in una certa misura la situazione britannica - con le tradizioni freudiane, kleiniane e
indipendenti e le loro rispettive posizioni circa la centralità del conflitto che andavano a
combinarsi con la crescente influenza delle prospettive francesi.
Grazie all’influenza di importanti analisti europei che fuggivano dal nazismo, in
particolare quelli vicini a Sigmund e Anna Freud, la psicoanalisi post-freudiana nordamericana
venne dapprima sistematizzata sotto la rubrica della Psicologia dell’Io, con la sua enfasi sui
conflitti strutturali inter-sistemici e intra-sistemici. Intorno agli anni ‘70, in coincidenza con la
morte di Heinz Hartmann, l’ “era Hartman” stava già gradualmente diventando storia, e giunse
l’era del pluralismo nella teoria e nella pratica.
La crescente influenze delle teorie di matrice britannica delle Relazioni d’Oggetto di
Klein, Bion e Winnicott, le prospettive francesi lacaniane e non-lacaniane, la sintesi di Freud
con tutte le teorie appena citate nel lavoro degli autori latinoamericani, l’emergere della
Psicologia del Sé di Kohut, delle Teorie Relazionali e Intersoggettive, insieme alle ricerche
sull’infanzia e alle nuove acquisizioni delle neuroscienze, ha coinciso in tutto il mondo con
l’ampliamento dello spettro della pratica clinica, arricchendo così il pensiero psicoanalitico sul
conflitto in varie direzioni.
Dal focus originario sul conflitto edipico l’attenzione si spostò verso la formulazione di nuovi
conflitti (pre-edipici) che coinvolgono, dal punto di vista dello sviluppo, i primi processi di
identificazione proiettiva e di introiezione delle relazioni d’oggetto diadiche interiorizzate,
oltre all’ansia di separazione, la perdita d’oggetto, la perdita dell’amore dell’oggetto, la perdita
di identità e la perdita di realtà, con i relativi precoci stadi di costruzione della struttura psichica
attraverso la rappresentazione e simbolizzazione. Vecchie controversie e conflitti vertevano
sull’importanza del trauma in contrapposizione al conflitto inconscio, sulla polarizzazione tra
fantasia (phantasy) o realtà biologica, tra dotazione biologica e costituzionale o ambiente, tra
conflitto contrapposto a deficit. Tutto ciò venne nuovamente riesaminato e soltanto con
gradualità è stato integrato nella versione contemporanea di un complesso paradigma di ‘ serie

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complementari’ . Il nuovo paradigma è esemplificato da tendenze convergenti all’interno dei


recenti modelli post-freudiani, post-kleiniani, post-bioniani, così come in modelli di sintesi che
cercano di integrare integrare i livelli di organizzazione edipici e pre-edipici inerenti al conflitto
con lo sviluppo neurobiologico.
L’odierno crescente apprezzamento della pluralità teorica e le perplessità relative al
conflitto sono state salutari per il pensiero e la pratica psicoanalitica. Le moderne neuroscienze
confermano che la maggior parte della nostra attività mentale è inconscia e che la vita mentale
è ricca di conflitti. Nonostante le terribili previsioni del contrario, la psicoanalisi continua a
offrire la più profonda comprensione della mente umana con i suoi conflitti essenziali, siano
essi implicitamente o esplicitamente riconosciuti, in primo piano o sullo sfondo.

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Consulenti e contributori regionali

Europa: Dr. Christine Diercks e Maria Ponsi, MD

Nord America: Aron L. PhD; Bachant, J.L PhD; Gottlieb R., MD; Harris A., PhD;
Lichtenstein D, PhD Lynch, A.A. PhD; Papiasvili, E.D, PhD; Richards, A.D, MD;
Richards, A.K, CSW; Stern D., PhD; Tabakin, J., PhD; Tobias, L., PhD; Traub-Werner,
D., MD; Webster, J., PhD

America Latina: Dr. Héctor Cothros, H

Co-Presidente Coordinatore Interregionale: Eva D. Papiasvili, PhD, ABPP

Il Dizionario Enciclopedico Interregionale di Psicoanalisi dell’IPA, è distribuito con licenza Creative Commons
CC-BY-NC-ND. I diritti fondamentali restano agli autori (la stessa IPA e i contributori membri IPA), tuttavia il
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condizioni.

Traduzione italiana ed editing a cura dei soci della Società Psicoanalitica Italiana.

Traduzione: Dott.ssa Maria Pina Colazzo, Dott.ssa Luisa Masina, Dott.ssa Laura Ravaioli,
Dott.ssa Grazia Venturi

Coordinamento ed Editing: Dott.ssa Maria Grazia Vassallo

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CONTENIMENTO: CONTENITORE-CONTENUTO
Voce Tri-Regionale
Consulenti Interregionali: Louis Brunet (Nord America);
Vera Regina Fonseca (America Latina); Dimitris-James Jackson (Europa)
Co-Chair Coordinatore Interregionale: Eva D. Papiasvili (Nord America)
_______

Traduzione italiana ed editing a cura dei soci della Società Psicoanalitica Italiana
Traduzione: Andrea Marzi
Coordinamento ed Editing: Maria Grazia Vassallo

I. DEFINIZIONE

Il concetto bioniano di Contenitore-Contenuto è stato formulato per mettere in


analogia la situazione della coppia analitica con quella dell’accudimento madre-neonato.
Indica che la madre non è soltanto colei che dà latte che calma e che soddisfa ma funziona
anche come organo recettivo del dolore emotivo del neonato, capace di alleviare tale dolore al
posto di lui e di restituirlo ad una gestione più adeguata. In termini bioniani ed in linea generale
ciò rappresenta la trasformazione del dolore da O (nel significato di terrore senza nome) a K
(Conoscenza –Knowledge), come in “ora posso pensare l’impensabile!”.
Considerando l’evoluzione della teoria, il concetto rappresenta un’estensione della
teoria dell’identificazione proiettiva (vedi anche la voce IDENTIFICAZIONE PROIETTIVA),
nel suo evolversi da fantasia primitiva e difesa verso una forma arcaica di comunicazione
necessaria per lo sviluppo del pensiero.
Considerando invece la modellistica relazionale riguardante il funzionamento della
mente, il processo di Contenimento porta avanti un’interazione lineare reciproca all’interno
della coppia contenitore-contenuto, attraverso i seguenti stadi: uno stato mentale (“contenuto”)
viene comunicato da un mittente a un ricevente; quest’ultimo potenzialmente “contiene” e
trasforma il contenuto grazie all’elaborazione psichica; il contenuto così trasformato, insieme
con la “funzione di contenimento” medesima, può essere infine reintroiettato dal mittente.
Mentre il prototipo di stampo evolutivo attinente a questo modello è la relazione
madre-neonato, il concetto è valido anche come speciale modo di comunicazione inconscia che
si realizza sia nelle relazioni a due che nei gruppi, ed anche all’interno del processo
psicoanalitico. Viene usato anche per comprendere il processo intrapsichico nel caso in cui il

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soggetto cerchi di contenere, convertire-trasformare ed esprimere le sue emozioni attraverso le


parole.

Sul piano clinico, il processo di Contenimento riveste un significato speciale per


comprendere i processi psicoanalitici e lo sviluppo del pensiero/simbolizzazione.
Tecnicamente significa molto di più che sopportare in silenzio le urla del paziente/neonato, o
anche altre manifestazioni di dolore. Il Contenimento comporta, quando è possibile,
identificazione, trasformazione e interpretazione nell’affrontare il dolore.
La suddetta definizione multidimensionale prende spunto, anche con estrapolazioni,
dai dizionari delle enciclopedie regionali nei tre continenti e ne amplia i contenuti (Lopez-
Corvo, 2003; Skelton, 2006; Auchincloss e Samberg, 2012).

II. ORIGINE DEL CONCETTO

Il concetto trova le sue radici nell’Inghilterra degli anni ’40, con la ricerca clinica sulla
schizofrenia (disturbo psicotico del pensiero), studiata da Melanie Klein e dai suoi allievi
Herbert Rosenfeld, Hanna Segal e Wilfred R. Bion (Il termine potrebbe essere collegato anche
con l’esperienza di Bion come comandante di carri armati durante la Prima Guerra Mondiale.
Come termine militare “Contenimento” significa restringere e minimizzare il conflitto sul
campo di battaglia senza necessariamente eradicarlo, e quindi rendendolo più gestibile).
Il lavoro di M. Klein “Note su alcuni meccanismi Schizoidi” (1978 [1946]) chiarì la
sua visione circa il punto di fissazione patologico della schizofrenia all’interno della primitiva
fase precoce della vita infantile, cioè dalla nascita ai tre mesi, quella che lei chiamava la
Posizione Schizo-Paranoide. In questa posizione sono presenti ed attivi, relazioni con oggetti
parziali, ansie persecutorie e di annichilimento, e alcuni meccanismi primitivi di difesa come
la scissione, l’identificazione proiettiva, la negazione e l’onnipotenza. Rosenfeld (1959, 1969)
ha approfondito in modo particolare la comprensione dell’Identificazione Proiettiva nei suoi
Studi Clinici (1950-1970), evidenziando questo processo in particolare all’interno del mondo
primitivo infantile del paziente. Questi proietta gli oggetti interni, gli oggetti parziali e le zone
conflittuali del Sé nell’oggetto –il seno e il corpo della madre /il terapeuta- per gestirli
attraverso l’oggetto stesso, e in seguito rendendoli parte del Sé reintroiettandoli e
identificandosi con loro. Questo processo di proiezione e reintroiezione è diventato una parte
fondamentale della ricerca di Bion sul Contenitore-Contenuto.
I primi riferimenti alla teoria del Contenitore-Contenuto apparvero nei lavori di Bion
del 1950, in particolare ne “Lo sviluppo del pensiero Schizofrenico” (1956, in Bion, 1984);
“Le differenze tra la personalità psicotica e non psicotica” (1957, in: Bion,2017 [1984]);
“L’Allucinazione” (1958, in: Bion, 2017 [1984]), e “Attacchi al legame” (2017 [1959]). Con
riferimento alla relazione del bambino con il seno, all’interno della teoria kleiniana

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dell’identificazione proiettiva (Klein, 1946), Bion sottolinea l’importanza dell’adattamento tra


la madre /il suo seno con il bambino, nel momento in cui si debbano affrontare le ansie di
disintegrazione e morte che appunto il neonato sperimenta. La presenza soddisfacente del seno
che contiene è un aspetto fondamentale per il neonato, quando si tratta di affrontare le emozioni
e modificarle, permettendo in questo modo un apprendimento emotivo. In tal modo le
formulazioni di Bion sul concetto di identificazione proiettiva come difesa primitiva dell’Io
evolvono verso la descrizione di un’identificazione proiettiva realistica, attinente allo sviluppo
e di carattere regolatorio, concetto implicito nel modello Contenitore/Contenuto .

III. CONTENITORE-CONTENUTO (CONTENIMENTO). L’EVOLUZIONE DEL


CONCETTO IN BION.

Nel suo lavoro del 1959 “Attacchi al legame” (Bion, 1970-2016 [1959]), Bion
descrisse la sua esperienza con un paziente psicotico che contava sull’identificazione proiettiva
per poter evacuare parti della sua personalità dentro l’analista; secondo il modo di sentire del
paziente, se a queste parti fosse stata data la possibilità di restare all’interno dell’analista per
un tempo sufficientemente adeguato, esse si sarebbero potute modificare grazie alla psiche
dell’analista medesimo e quindi il paziente le avrebbe potute reintroiettare in tutta sicurezza.
Bion descrive come, se il paziente veniva lasciato con la sensazione interiore che l’analista
aveva evacuato lui stesso le proiezioni del paziente troppo velocemente, cioè che i sentimenti
non erano stati modificati, allora il paziente rispondeva a sua volta cercando di (ri)proiettare
tutti i suoi contenuti all’interno dell’analista, con un incremento di disperazione e di violenza.
Bion collega questo processo clinico all’esperienza del paziente con la madre, che non aveva
potuto tollerare le proiezioni del neonato, prendendole in sé, e non aveva nemmeno potuto
contenere le paure proiettate del neonato stesso. Bion suggerisce che “Una madre comprensiva
è capace di sperimentare il sentimento di terrore, con cui questo bambino tentava di fare i conti
tramite l’identificazione proiettiva, e mantenere ugualmente una visione equilibrata” (Bion,
2016 [1959], 115). Nel 1972, nel suo libro “Apprendere dall’esperienza” e nel lavoro “Una
teoria del pensiero”, Bion (2017 [1967]) sviluppa ulteriormente queste idee e descrive lo stato
mentale recettivo della madre quando può assumere dentro se stessa e contenere in forma di
reverie il terrore proiettato del neonato. Aggiungendo l’idea della reverie materna all’idea
dell’identificazione proiettiva, Bion considera ulteriormente come l’ambiente, attraverso le
relazioni primarie, influenzi lo sviluppo intrapsichico.
La reverie è un concetto che si riferisce a uno stato mentale recettivo in cui la madre
inconsciamente identifica ciò che è proiettato dal bambino e vi risponde. Attraverso la reverie
la madre crea nuovi modi di comprendere ciò che il bambino cerca di comunicare. La madre
trasforma ciò che Bion chiama gli elementi beta in elementi alfa, che successivamente possono
essere comunicati al bambino. Tutto questo si costituisce come la prima definizione del
modello Contenitore-Contenuto. Nello specifico, il processo riguarda i seguenti passi: primo,

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la madre, in uno stato di reverie, riceve e tiene dentro di sé questi aspetti del Sé che sono
intollerabili, oggetti, affetti e esperienze sensoriali non processati (elementi beta) del suo
bambino, che sono stati proiettati nella fantasia all’interno di lei stessa. Come secondo passo,
la madre è chiamata a tollerare gli effetti completi di queste proiezioni all’interno della sua
mente e del suo corpo, per tutto il tempo che è necessario, in modo tale da poterli comprendere
e pensare, una condizione processuale che Bion definisce come trasformazione. Nello stadio
successivo, avendo così trasformato l’esperienza del proprio bambino all’interno della mente,
la madre deve gradualmente restituire tutto ciò al bambino stesso in una forma bonificata e
digeribile (al momento giusto in cui questo possa essere utile per lui), dimostrando tutto quanto
ora descritto con il proprio atteggiamento e nel modo in cui gestisce si prende cura del bambino.
In analisi, Bion si riferisce a questo ultimo segmento del processo come alla “publication”
(pubblic-azione, trasposizione in forma pubblica, esplicitazione), comunemente definita come
interpretazione.
La “capacità di contenere “presuppone una madre che abbia confini psichici e uno
spazio interno sufficiente per ospitare le proprie ansie, così come quelle ricevute nella relazione
col proprio bambino; una madre quindi che abbia una propria, ben sviluppata capacità di
contenere il dolore, di riflettere, di pensare e di comunicare quello che pensa in modo che sia
significativo, che abbia un senso per il suo bambino. Una madre che abbia raggiunto essa stessa
un buon grado di separazione, che sia coesa interiormente, recettiva, capace di reverie e di dare
in modo appropriato, è così utilizzabile per l’introiezione come oggetto contenitivo. A poco a
poco nel tempo l’identificazione del neonato con questo oggetto e l’assimilazione di esso porta
ad un ampliamento dello spazio mentale, allo sviluppo della capacità di creare significato, e
anche all’evoluzione continua di una mente che può pensare in modo autonomo. Questo è ciò
che Bion chiama la funzione alfa.
In “Elementi della Psicoanalisi”, del 1963 (1973a), Bion considera che il primo
elemento della psicoanalisi sia da considerarsi la relazione dinamica tra il Contenitore e il
Contenuto, indicati da segni astratti ♀ ♂. Il Contenuto ♂ ha una qualità di carattere penetrativo
e il Contenitore ♀ una qualità invece recettiva/ricevente. In questo contesto Contenitore e
Contenuto non hanno un significato specificamente ristretto a quello sessuale, ma sono senza
alcuna connotazione specifica di questo tipo. Rappresentano variabili o incognite: le funzioni
di Contenitore e Contenuto sono presenti in tutte le relazioni, indipendentemente dal genere. Il
Contenuto ♂ penetra e il Contenitore ♀ lo riceve e interagisce con il primo, conducendo poi
alla creazione di un nuovo prodotto. L’uso dei simboli ♀ ♂ mette in evidenza la natura
biologica della mente e include anche i concetti di Freud e della Klein sulla sessualità e sulla
configurazione edipica. Negli ultimi scritti Bion mette in particolare evidenza la reciprocità tra
queste due parti e il potenziale di crescita e di scambio tra di loro. Il paradosso della relazione
dinamica Contenitore/Contenuto risiede nella sua condizione di reciprocità: qualcosa che
contiene e qualcosa che è contenuto assumono reciprocamente la funzione di contenere ed
essere contenuto a loro volta. Dal punto di vista evolutivo questo significa che il seno come
contenitore per le ansie del neonato può diventare anche l’opposto: cioè il neonato, a sua volta,
può funzionare anche come contenitore di alcuni aspetti della personalità della madre.

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Più tardi nel contesto clinico si sottolinea fortemente questa reciprocità: “La chiave
risiede nell’osservazione delle fluttuazioni che ad un dato momento mettono l’analista
all’unisono con ♀ e l’analizzando all’unisono con ♂, e nel momento successivo capovolgono
i ruoli... ” (1973c, 148).
Ovunque, Bion sottolinea che “contenere” implica un’attività e un processo che
permettono la formazione del pensiero e la sua trasformazione in parola; questo è in
opposizione con l’uso banalizzato e riduttivo del contenere e del ricevere come una condizione
esclusivamente e meramente passiva. L’intera esposizione della complessità dei molti lati e
processi della trasformazione costituiscono il centro della sua pubblicazione del 1965 (1973b)
“Trasformazioni”. Qui Bion introduce il concetto metateorico di “O” come inizio ma anche
potenzialmente come (il) punto finale dei processi trasformativi multi direzionali. Il lavoro
comprende il concetto di “terrore senza nome”, impensabile, di “elementi beta”, e de “la cosa
in sé”; ma anche il concetto di “realtà ultima”, di “reverenza” e “timor sacro” (Bion, 1973b;
Grotstein, 2011a, pag 506).
Dato che il concetto di Contenitore/Contenuto è parte del sistema scientifico deduttivo
di Bion, cioè la complessiva teoria del pensiero e del pensare (Bion, 1972, 1962b, 1973a,
1973b,1973c), è importante collocare questa teoria in questo preciso contesto. Secondo questa
teoria generale, i “pensieri” e l’”apparato per pensare” hanno origini distinte. I pensieri esistono
indipendentemente dal proprio apparato per pensare: i “pensieri” non vengono generati da
quest’ultimo. Per ognuno dei due aspetti la relazione Contenitore-Contenuto è fondamentale.
Di conseguenza la relazione Contenitore-Contenuto potrebbe essere considerata come la
condizione embrionale della vita mentale.
Secondo questa teoria, la genesi di un pensiero è un processo nel quale la relazione
Contenitore-Contenuto è il passo iniziale. La condizione di cui ha bisogno un contenuto
psichico (emozione, percezione sensoriale) per poter conquistare una qualità mentale
(rappresentazione, pensiero) è appunto l’esistenza di un contenitore capace di contenerlo. Il
prototipo oggettuale di questa funzione (Contenitore, con il segno ♀) è il seno della madre, una
pre-concezione innata che aspetta di trovare una sua realizzazione.
Gli stimoli sensoriali ed emotivi (i “Contenuti”), coniugandosi con questo
“Contenitore” adeguato, si trasformano in un qualcosa che è “Contenuto” (♂) , creando così la
relazione Contenitore-Contenuto, un momento di sviluppo iniziale di un pensiero da parte di
un pensatore. Questa relazione Contenitore-Contenuto (♀ ♂) permette il farsi di un’esperienza
emotiva, che sarà caratterizzata dal legame che la qualifica specificamente , L (Amore, Love),
H (Odio- Hate), o K (Conoscenza, Pensiero - Knowledge, Thought). Con l’acquisizione
dell’attenzione da parte della coscienza, questa esperienza emotiva può essere trasformata in
elementi alfa, monade della vita mentale, attraverso l’intervento operativo della funzione alfa.
L’apparire dei “pensieri” costringe alla creazione di un apparato per occuparsi di essi.
Su questo piano si coniugano due meccanismi fondativi, segnatamente il Contenitore-
Contenuto (♀ ♂), e la relazione dinamica tra la posizione schizo-paranoide e la posizione
depressiva (Ps-D). Il modello Contenitore-Contenuto riguarda anche l’evoluzione del pensiero,

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come fattore sia nella crescita positiva (+K) che negativa (-K). Riguardo alla crescita mentale,
♀ e ♂ sono in questa relazione mutualmente dipendenti, con reciproco beneficio e senza alcun
danno l’uno all’altro, caratterizzando ciò che Bion avrebbe chiamato, nel 1962, un legame
conviviale. In termini modellistici, la madre e il bambino beneficiano di tutto questo quando si
raggiunge la crescita mentale (Lopez-Corvo, 2006). Il bambino introietta questa attività che si
svolge nella coppia, in un modo tale che la relazione Contenitore/Contenuto si inserisce
all’interno della coppia stessa, permettendo lo sviluppo di una funzione che incoraggerà la
personalità a divenire sempre più complessa e creativa per poter affrontare i problemi di ordine
mentale che sorgeranno nell’arco della vita.
Bion usa il concetto di “reticolo integrante” (utilizzo la traduzione da Lopez-Corvo.
Traduzioni alternative sono “ordito”, vedi anche in “Apprendere dall’esperienza”, 1972/1962a,
e “reticolo di integrazione”. N.d.T.) di Elliot Jaques (1960) per costruire un modello in cui “gli
spazi vuoti [del reticolo] sono i manicotti, mentre i fili che ne formano la trama sono emozioni”
(Bion 1972, 157). Il reticolo riceve anche “contenuti” ♂ in crescita attraverso un processo che
necessariamente include un certo grado di tolleranza dell’ignoto [in questo caso i manicotti in
formazione sono ancora in attesa dei contenuti]. D’altro canto, l’apprendimento dipende dalla
capacità del Contenitore ♀ di restare in uno stato di integrazione mentre si espande il grado di
elasticità, similmente a un ventre che si espande per lasciar posto alla crescita del feto (Sandler,
2009).
Riesaminando il concetto in “Attenzione e Interpretazione” (1973c), Bion abbandona
la precedente formulazione (Bion, 1972) che riguardava il collegamento tra il Contenitore e il
Contenuto (cioè Love, Hate, Knowledge: Amore, Odio, Conoscenza), e propone un nuovo
modo di approcciare questa concettualizzazione che sottolinea la relazione tra il Contenitore e
il Contenuto. I tre modi di collegamento sono ora caratterizzati come Conviviale, Simbiotico e
Parassitario. Con relazione conviviale indica una relazione nella quale due oggetti ne
condividono un terzo a vantaggio di tutti e tre, come per esempio le radici culturali alle quali
Contenitore e Contenuto appartengono. Con Simbiotica, Bion indica una relazione in cui un
elemento dipende dall’altro con vantaggio reciproco. Troviamo questo tipo di relazione quando
un elemento usa l’identificazione proiettiva come mezzo di comunicazione, e il Contenitore
trasforma ciò che viene proiettato in qualcosa che ha un nuovo significato per entrambi. Con
Parassitaria invece Bion indica una relazione in cui un soggetto dipende da un altro per produrre
un terzo soggetto che è distruttivo per tutti e tre. In questo caso l’identificazione proiettiva è
esplosiva e distruttiva per il Contenitore. Il Contenitore distrugge anche il Contenuto. Il primo
spoglia il secondo della sua qualità/capacità di penetrazione, e il Contenuto spoglia il
Contenitore della sua qualità di elemento ricevente (Bion, 1973c, 132).
Il legame distruttivo implica il fallimento del Contenitore/Contenuto: sul piano dello
sviluppo, quando il bambino ha una propensione verso un’aggressività o un’invidia troppo
forti, o quando la sua tolleranza nei riguardi dell’ansia e della paura all’interno di una
esperienza di frustrazione è bassa, ci sono momenti in cui la madre non riesce a incoraggiare
una buona crescita anche se ha una normale funzione di contenitore. Le comunicazioni e le
azioni che la madre restituisce non sono sufficienti al bambino per alleviare l’ansia e la paura,

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e diviene per lui difficile introiettare la funzione di contenitore della madre stessa, e di
identificarvisi in modo da inserirla in modo adeguato in una parte di sé stesso. D’altronde,
anche se la predisposizione psichica del bambino è normale, quando la funzione di
contenimento della madre è insufficiente, la madre stessa non riesce ad afferrare e a
comprendere bene l’esperienza d’ansia proiettata dal neonato. In una tale situazione, quello che
la madre restituisce al bambino non riesce ad integrarsi e il significato è confuso; perciò il
bambino non può accettarlo come una propria significativa esperienza.
Quindi, insieme con un +K che favorisce la crescita c’è anche un –K che implica una
relazione simbiotica o parassitaria tra il Contenuto e il Contenitore (♂♀), che starebbe a
significare un altro modo di affrontare la situazione emotiva, opposto in tal caso al pensiero e
alla crescita conseguente, cioè a dire una relazione che potrebbe condurre ad una distruzione
reciproca.
Applicando poi il concetto di “contenimento” ai sistemi sociali, Bion descrisse il
conflitto tra il gruppo (o l’ordine sociale costituito, il sistema) e il mistico, cioè quell’individuo
che porta un’idea nuova ma potenzialmente destabilizzante nel gruppo stesso. Il soggetto che
rappresenta la nuova idea deve essere contenuto all’interno del gruppo, ma questo può condurre
al fatto che la nuova idea possa essere o distrutta dal gruppo medesimo oppure che quest’ultimo
possa cadere in pezzi sotto la sua pressione.
Con la comparsa di –K si manifesta la presenza di invidia e di un sentimento di paura,
che collaborano in ultima analisi per non far sviluppare pensieri e nemmeno la creatività
necessaria, elementi essenziali secondo il modello bioniano di vita mentale. La configurazione
– (♂♀), (cioè meno Contenitore/Contenuto), conduce ad un crescente sistema morale e
all’emergenza di un “Super Io che sostiene la superiorità morale di disfare e di disimparare, e
il beneficio di criticare tutto” (Sandler, 2009, pag. 262-63; citazione tradotta per la presente
edizione (N.d.T.).
In questo specifico contesto è interessante notare che nel suo testo del 1970 (1973c)
“Attenzione ed Interpretazione”, Bion fa riferimento a un modello Contenitore/Contenuto di
tipo modificato, che inizialmente è presentato come Cambiamento Catastrofico, nel quale
potrebbe verificarsi un’espansione di entrambi questi elementi.
Quando nel volume del 1970 (1973c) “Attenzione e Interpretazione: approccio
scientifico all’insight in psicoanalisi e nei gruppi” Bion riassunse e sviluppò ulteriormente il
suo sistema teorico, il contributo sul “Contenimento” apparve modesto, ma col passare del
tempo divenne un concetto importante, nuovo e organizzante i pensieri psicoanalitici. Ha
permesso infatti ad analisti e terapeuti di qualsiasi provenienza di parlare con una lingua
comune intorno alla comunicazione affettiva e pre-lessicale madre/bambino. Con i concetti di
Contenitore e Contenuto Bion sembra avere aperto un sentiero veramente nuovo in direzione
del vertice della topografia della mente, di pari passo con la riorganizzazione delle funzioni L
(Love), H (Hate), K (Knowledge), destinate ad interagire con il Contenitore/Contenuto. A
questo proposito, la natura dell’interazione che si creava all’interno del Sé e tra il Sé e gli
oggetti era in precedenza limitata alle operazioni di proiezione e di introiezione (più tardi

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identificazione proiettiva ed introiettiva). Queste ultime due funzioni si costituirono come il


precursore evolutivo di tutti i successivi meccanismi di difesa e segnarono i limiti del modello
di psicoanalisi unipersonale, che sosteneva che la struttura intrapsichica era costituita soltanto
dalle rappresentazioni del soggetto.
Con il modello Contenitore/Contenuto Bion sviluppò una epistemologia esclusiva
della comunicazione di base tra madre e bambino, in cui il pensiero allo stato nascente comincia
con l’identificazione proiettiva dei “pensieri (emozioni) senza pensatore del bambino stesso”
(Bion, 1973c, 143) all’interno della madre-contenitore, la cui reverie e la cui funzione alfa li
ritrasformano in pensieri, sentimenti, sogni e ricordi pensabili. Attraverso un tale tipo di
comunicazione, la funzione alfa del bambino matura, dato che” comincia pensare da sé grazie
alle proiezioni operate all’interno del suo proprio oggetto/contenitore interno dotato di una sua
propria funzione alfa” (Grotstein, 2005, 1056; citazione tradotta per la presente edizione
N.d.T.). Sul piano dello sviluppo e su quello clinico, la funzione Contenitore/Contenuto si
scambia tra i due elementi in modo dialogico. Secondo Grotstein (2005) il gruppo
bambino/madre che proietta e contiene presenta un irriducibile modello bipersonale, a partire
dal quale i precedenti modelli unipersonali basati sulla proiezione, l’introiezione e/o
l’identificazione proiettiva possono costituirsi come una conseguenza fallimentare, in base a
un contenimento non riuscito. Nel suo analogo clinico, il modello bipersonale
Contenitore/Contenuto comprende in sé la presenza e l’attività dell’analista, sebbene rimanga
centrato sull’analizzando. Una volta che la scena psicoanalitica interattiva è sviluppata verso
un orizzonte bipersonale, tridimensionale, allora si può esplorare anche la prospettiva
intersoggettiva (“Vertice”). Il “Contenere” potrebbe allora essere visto come quella
dimensione che dà origine a molti se non a tutti i fenomeni transferali/controtransferali,
divenendo un legame latente (“hidden order”, ordine nascosto) tra i due soggetti della coppia
(Grotstein, 2011b).

In alcune delle sue intense elaborazioni teoriche, Bion (1973b, 1973c, 1996) collega
il concetto di Contenimento alle Forme Ideali platoniche e alla Cosa in Sé kantiana. Il soggetto
che proietta attiva gli specifici elementi analoghi che corrispondono al Contenitore/Contenuto,
insieme con l’intera gamma di L, H, K, e che sono latenti nella loro condizione preesistente ed
universale, corrispondente alle forme ideali e alle cose in sé.

IV. SVILUPPI POST BIONIANI

Dopo Bion, gli psicoanalisti hanno ulteriormente discusso, elaborato e sviluppato


diverse dimensioni del modello Contenitore-Contenuto. Alcuni esempi di tali elaborazioni e di
ulteriori sviluppi, e che abbracciano diverse Regioni psicoanalitiche, sono esplicitati di seguito.
In Inghilterra Ronald Britton (2006,37 e segg. [1998]) ha sottolineato come le parole
siano capaci di fornire un contenitore per l’esperienza emotiva, creando un confine semantico

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(semantic boundary) intorno ad essa, mentre la situazione analitica stessa fornisce un mondo
delimitato (bounded world) ed un luogo dove possa essere rinvenuto il significato. Questo
Autore ha altresì approfondito la relazione reciprocamente distruttiva del Contenitore-
Contenuto, cioè un “Contenimento maligno”, condizione in cui il soggetto, confrontato con
l’introduzione di una nuova idea, possa immaginare soltanto due alternative (catastrofiche), la
“prigionia” o la “frammentazione”. Betty Joseph ha invece sottolineato gli aspetti comunicativi
dell’identificazione proiettiva al fine di conservare l’equilibrio, e ha messo in evidenza la
possibilità, per questo processo, di portare a un cambiamento psichico qualora esso stesso
riceva un adeguato contenimento (Joseph, 1991 [1989]).
Alcuni analisti nord americani, come James Grotstein (1981,2005), Robert Caper
(1999) e Thomas Ogden (2004) hanno fornito contributi essenziali nei riguardi di questo
concetto. Grotstein ha specificato i processi di trasmissione all’interno della comunicazione
Contenitore/Contenuto pre-lessicale, e ha sviluppato il suo concetto di “Transidentificazione
proiettiva”: “In questo modo, quando l’analista si costituisce come contenitore per le
esperienze dell’analizzando…quest’ultimo inconsciamente identifica in modo proiettivo il suo
stato emotivo all’interno della sua immagine dell’analista, con la speranza di liberarsi di un
dolore, e di produrre questo stato all’interno dell’analista, usando l’immagine che ha di
quest’ultimo….L’analista, che desidera essere di aiuto e di partecipare a questa collaborazione
comune, diventa recettivo ed aperto…Questo esita nel fatto che a sua volta l’analista crea la
propria immagine personale dell’analizzando attraverso le di lui proiezioni …” (Grotstein,
2015, 1064; citazione tradotta per la presente edizione (N.d.T.). Caper ha sottolineato come
un elemento chiave del contenimento riguardi la capacità dell’oggetto che riceve la proiezione
di mantenere un atteggiamento realistico verso ciò che viene proiettato, in modo tale da avere
la possibilità di pensare su tutto questo e poterlo così restituire in una forma resa più gestibile.
Questo Autore intende tutto ciò come qualcosa che va oltre il mero “holding”, concetto che si
indirizza principalmente a sostenere il narcisismo del paziente. Il lavoro di Thomas Ogden si è
invece focalizzato principalmente sulle interazioni dei soggetti coinvolti nell’identificazione
proiettiva.
Il modello Contenitore-Contenuto è ormai accettato largamente non soltanto
all’interno ma anche al di fuori del gruppo kleiniano. Tra gli altri, Arnold Modell (1989) ha
sottolineato la funzione contenitiva del setting psicoanalitico inteso nella sua totalità, e Judith
Mitrani (1999, 2001) ha teorizzato che, in relazione a varie condizioni dello sviluppo e
psicosomatiche, la funzione contenitiva dell’analista debba essere considerata all’interno del
paradigma transfert/controtransfert.
L’attuale modello franco-canadese di Louis Brunet (2010) rappresenta un esempio di
sintesi fra il pensiero dell’ “Ultimo Bion” (Grotstein, 2005) e il pensiero francese (De M’Uzan,
1994) riguardo al tema del soggetto, e offre una specifica elaborazione clinica di questo
concetto. Il “Contenere” racchiude qui aspetti sia “fantasmatici” che “reali”, che devono essere
compresi congiuntamente. Ci sono aspetti intrapsichici e “fantasmatici” nella mente sia del
paziente che dell’analista e c’è una risposta “reale” da parte dell’analista o dell’oggetto. Qui di

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seguito si può trovare una tassonomia abbreviata, con cinque punti che si sforzano di disegnare
un cammino verso una risposta di contenimento adeguata:

1. Il punto di partenza può consistere in una identificazione proiettiva del paziente


(contenuto penoso che è espulso (proiettato) nell’analista) che va di pari passo con la fantasia
inconscia del primo circa l’esistenza di un potenziale oggetto indistruttibile che sarebbe capace
di “contenere” queste sue pericolose proiezioni, potendo poi restituire al bambino (al paziente)
una versione “tollerabile”, “integrabile” di questo contenuto;
2. In seguito a questo primo movimento “intrapsichico” il paziente, o il bambino,
aggiunge ulteriori comunicazioni, atteggiamenti e comportamenti verbali ed extraverbali,
funzionando in tal modo come generatore emotivo nei riguardi dell’altro soggetto (l’analista,
o il genitore). Questi stimoli sono tentativi di “toccare l’analista” per far sì che egli possa sentire
e prendere dentro di sé quanto è proiettato (vedi Grotstein, 2005);
3. l’oggetto “reale” -la madre, l’analista- deve essere nella condizione di desiderare di
essere toccato, colpito, emozionato, commosso e aggredito, in pratica utilizzato in ogni maniera
che sia necessaria per l’attribuzione all’analista/madre di elementi arcaici da parte del
paziente/bambino;
4. La madre, l’analista, provano emozioni, alcune in modo cosciente, ma soprattutto
in modo inconscio, attraverso il processo di identificazione. La miscela di tali processi
identificativi con le ansie e i conflitti personali dell’analista/madre che si generano all’interno
di questi ultimi creano un oggetto/Sé in amalgama. De M’Uzan (1994) ha studiato questo
aspetto particolare attraverso il concetto di chimera;
5. Questa chimera deve essere “compresa e trasformata” dall’analista. Questo lavoro
può essere visto come “digestione psichica” sia delle proiezioni del paziente/bambino sia dei
conflitti e degli affetti personali dell’analista e della madre messi in movimento dalla
proiezione. L’analista deve allora restituire un “contenuto digeribile”, col pericolo altrimenti
di raggiugere il paziente con una contro identificazione proiettiva.

In America Latina, Cassorla (2013) ha approfondito la funzione di simbolizzazione e


di contenimento dell’analista all’interno del contesto di enactment cronici (vedi la voce
ENACTMENT). Scrive in particolare sulla capacità di simbolizzare come prodotto della
funzione alfa implicita di simbolizzazione e di contenimento che l’analista usa durante gli
enactment cronici. In questo caso, la funzione alfa implicita dell’analista si costituisce come la
capacità dell’analista stesso di tollerare (contenere) i movimenti d’intralcio che invadono il
processo analitico, senza tuttavia rinunciare alla ricerca di nuove modalità di approccio per
comprendere ciò che sta avvenendo, in vista di interpretazioni future (degli enactment), se esse
dovranno essere esperite dall’analizzando davvero come elementi significativi.

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V. CONCETTI COLLEGATI

Il modello Contenitore/Contenuto ha generato parallelismi con altre teorizzazioni che


concepiscono la mente come “spazio”, e che si focalizzano sulla necessità di interiorizzare una
funzione materna nell’ottica di sviluppare la capacità di pensare/simbolizzare/mentalizzare.
Si dovrebbe anche distinguere il concetto di Contenimento da quello di Holding
(Winnicott, 1960). Il concetto winnicottiano di Holding illustra, riguardo all’aspetto del
contenimento, che non si può comprendere un neonato indipendentemente dalla madre, e che
l’interiorizzazione della funzione materna di Holding è necessaria per lo sviluppo mentale.
Tuttavia il termine Holding è molto più ampio e comprende sia una sensibilità psichica
aumentata nei riguardi dei bisogni del neonato, sia un Holding fisico e una disponibilità
ambientale totale (Winnicott, 1960). D’altro canto, il concetto di Contenimento implica un
coinvolgimento intrapsichico più attivo da parte dell’oggetto, cosa che dipende maggiormente
dalla sua propria personalità.
Esther Bick (1968), Donald Meltzer (1977 [1975]) e più tardi Didier Anzieu (1992),
in modi leggermente differenti, elaborano il concetto di un Io-pelle che ha una funzione di
contenimento. André Green (1996 [1993, 1999]) sottolinea la necessità di un’allucinazione
negativa della funzione materna per poter creare uno spazio interno adatto alla
simbolizzazione. Questi ultimi concetti sono differenti da quelli bioniani poiché richiamano
l’attenzione anche su stati della mente dove lo spazio psichico si pensa che non sia stato ancora
raggiunto, e si riferiscono anche ad altri modi primitivi di relazione (prima cioè
dell’identificazione proiettiva), come l’identificazione primaria e adesiva.

VI. USO ATTUALE E CONCLUSIONI

Il modello Contenitore/Contenuto ha una vasta applicazione nella psicoanalisi


contemporanea. Nella psicoanalisi clinica la funzione di Contenimento è considerata della
massima importanza dalla maggioranza degli psicoanalisti attuali, indipendentemente dal loro
orientamento teorico. Questo termine si usa non soltanto per la comprensione dei processi che
riguardano l’identificazione proiettiva, ma anche per lavorare con stati psichici che sono
dominati da eccessive emozioni/tensioni dovute a trauma e/o a stati psichici indifferenziati.
Oggi molti sottolineerebbero anche l’importanza di interiorizzare la funzione paterna, non solo
la reverie materna e la funzione alfa, cioè il collegamento del padre alla madre, che possa così
consentire a quest’ultima di conservare uno stato bilanciato nella mente nel momento stesso in
cui accudisce ai bisogni del proprio bambino, e al tempo stesso permettendo così l’instaurarsi
di uno spazio triangolare. La teoria bioniana del Contenitore/Contenuto fornisce un nuovo
fondamento logico al tema dell’efficacia terapeutica. E’ una teoria del pensiero basata

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sull’esperienza emotiva della conoscenza, che Bion definisce come “K”, con lo scopo della
ricerca della verità nell’incontro terapeutico, verità che secondo Bion è vitale per la mente
come il cibo lo è per il corpo. Sul piano della tecnica, questa teoria aiuta a orientare l’analista
durante la seduta nei confronti di ciò che il paziente può portare, e che richieda lavoro psichico
di “contenimento” per produrre cambiamento nella psiche.

Vedi anche:

ENACTMENT
IDENTIFICAZIONE PROIETTIVA (di prossima pubblicazione)

BIBLIOGRAFIA

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Consulenti e contributori regionali

Europa: Sølvi Kristiansen, Cand. Psicol.; e Dinmitris-James Jackson, MD

America Latina: Vera Regina, J.R.M. Fonseca,MD, PhD; João Carlos Braga, MD, PhD:
Antonio Carlos Eva, MD, PhD; Cecil Rezze, MD; e Ana Clara D. Gavião, PhD

Nord America: Louis Brunet, PhD; Eve Caligor, MD; James Grotstein, MD; Takayuki
Kinugasa. MD; Judith Mitrani, PhD; e Leigh Tobias, PhD

Co-Presidente Coordinatore Interregionale: Eva D. Papiasvili, PhD, ABPP

Assistenza editoriale addizionale per l’inglese: Leigh Tobias, PhD

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Traduzione italiana ed editing a cura dei soci della Società Psicoanalitica Italiana.

Traduzione: Dott. Andrea Marzi

Coordinamento ed Editing: Dott.ssa Maria Grazia Vassallo

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CONTROTRANSFERT
Voce Tri-Regionale
Consulenti Interregionali: Anna Ursula Dreher (Europa),
Adrian Grinspon (America Latina), Adrienne Harris (Nord America)
Co-chair Coordinatore Interregionale: Eva D. Papiasvili (Nord America)
_______

Traduzione italiana ed editing a cura dei soci della Società Psicoanalitica Italiana
Traduzione: Francesco Carnaroli
Coordinamento ed Editing: Maria Grazia Vassallo

I. INTRODUZIONE E DEFINIZIONI INTRODUTTIVE

Il concetto di controtransfert è uno dei più trasformati e trasformativi in psicoanalisi.


Necessita di essere affrontato storicamente, teoricamente, empiricamente ed
esperienzialmente. Oggigiorno, il concetto denota un’ampia gamma di stati emotivi [feelings]
(consci e inconsci), pensieri ed atteggiamenti dell’analista verso il paziente nella situazione
analitica. Nell’accezione più ampia esso si può riferire alla totalità dei stati emotivi,
atteggiamenti e pensieri che un terapeuta può avere rispetto ai propri pazienti. In un senso più
ristretto, il controtransfert può riferirsi a risposte ben determinate, per lo più inconsce, al
transfert dei pazienti – letteralmente contro il transfert del paziente. Considerato il fatto che si
tratta di uno dei concetti più complessi e dalla più complessa evoluzione in psicoanalisi, con
molti significati nell’intera gamma degli attuali orientamenti internazionali, è generalmente
riconosciuto che l’esperienza del controtransfert possa comportare sia benefici che pericoli
potenziali. In quanto parte necessaria della matrice transfert-controtransfert, esso riflette una
dimensione interattiva vitale della psicoanalisi, pur se concettualizzata in modo contrastante.
Sulla base di un’articolata estrapolazione dai più attuali dizionari psicoanalitici europei
e nordamericani (Auchincloss, 2012; Skelton, 2006), il vissuto controtransferale, inteso come
fenomeno clinico derivante da più fonti nella situazione analitica, mediato da vari processi e
meccanismi concettualizzati all’interno della relazione tra il paziente e l’analista, dal punto di
vista fenomenico può includere:

• Un sentimento o un’idea cosciente nell’analista in reazione al materiale del paziente.

• Un sentimento inconscio o un’associazione che l’analista può recuperare o (ri)costruire


con una buona dose di seria autoanalisi dei segnali recepiti durante la seduta o dopo di
essa. Ciò può includere la reazione dell’analista al transfert del paziente, il transfert

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dell’analista, o ogni elemento o caratteristica dello scambio, così come l’esperienza


intrapsichica dell’analista in risposta alla totalità della situazione analitica.

• Un sentimento o un’idea inconsci (in conflitto con l’ideale dell’Io dell’analista) che
limita la recettività e la funzione autoriflessiva ed autoanalitica dell’analista, e che
causa punti ciechi (concettualizzati in vari modi) i quali ostacolano l’analisi del
paziente, o l’analisi della costruzione della contro-resistenza dell’analista.

• Uno stato nell’analista (piuttosto che un problema/fenomeno temporaneo), e quindi una


posizione di controtransfert, dalla cui prospettiva l’Io dell’analista si trova adesso a
percepire, a pensare e a sentire. Nella misura in cui tale stato/posizione/atteggiamento
interno non sconfina nell’azione, ma è vissuto come “indotto”, esso può includere
l’“identificazione proiettiva” e/o la “responsività di ruolo” a seconda delle varie
concettualizzazioni.

• Un enactment, se il controtransfert irrisolto è scaricato in azione. Vi è un vasto dibattito


rispetto all’utilità e l’inevitabilità di tali fenomeni. Molti autori contemporanei
propongono una visione secondo cui gli enactment di controtransfert consentono
l’emergere di materiale inconscio altrimenti inaccessibile (in quanto arcaico, non
pienamente simbolizzato), il quale, se compreso e interpretato, costituisce per la coppia
analitica un’opportunità di scoperta di un nuovo significato. Nella misura in cui ciò è
vissuto come inconsciamente evocato/indotto/ispirato dalle azioni del paziente (per
quanto impercettibili), esso include l’identificazione proiettiva e la responsività di ruolo
variamente concettualizzate, e può anche costituire un’escalation della suddetta
posizione (o stato) di controtransfert (vedi la voce ENACTMENT).

Un dizionario latino-americano contemporaneo (Borensztejn, 2014) descrive la suddetta


pluralità clinico-teorica con un’affermazione riassuntiva ad ampio raggio: dal controtransfert
inteso come tutto ciò che emerge nell’analista come risposta psicologica all’analizzando, al
termine controtransfert riservato a quanto vi è di infantile, irrazionale e inconscio nella
relazione di quest’ultimo con l’analista.
Complessivamente, oggi vi è un largo consenso attraverso tutte e tre le culture continentali
riguardo al fatto che controtransfert e transfert debbano essere considerati concetti “gemelli”
e in costante interazione l’uno con l’altro – il transfert innesca il controtransfert e viceversa.
Essi dipingono dimensioni centrali della relazione analitica: il transfert si focalizza sui processi
psichici del paziente in relazione all’analista, il controtransfert su quelli dell’analista in
relazione al paziente. L’interesse clinico per il controtransfert è cresciuto costantemente
durante tutta la storia della psicoanalisi. Il controtransfert, così come il transfert, fu inizialmente
visto come un ostacolo al trattamento. In seguito, fino ad oggi, i due fenomeni sono stati
largamente intesi come le “vie regie” all’inconscio di entrambi gli attori della scena analitica.
In questa voce si seguirà innanzitutto l’evoluzione dei vari significati del controtransfert
all’interno dell’evoluzione della teoria psicoanalitica e del dispiegarsi delle cornici di

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riferimento concettuali, per poi tentare – nella Conclusione - di categorizzarli. Nel corso
dell’intera voce verrà sottolineato il carattere diffusamente internazionale di tale evoluzione
concettuale.
Per quanto riguarda lo stile di esposizione: i titoli delle pubblicazioni sono scritti in
lettere maiuscole e virgolettati; le citazioni tra virgolette seguite dal numero di pagina si
riferiscono a citazioni letterali; i corsivi evidenziano i tratti definitori del concetto all’interno
di una particolare scuola di pensiero, o una terminologia emergente.

II. STORIA ED EVOLUZIONE DEL CONCETTO

II.A. Freud e la “definizione ristretta” del controtransfert


La prima apparizione del termine è in una lettera di Sigmund Freud a Carl Gustav Jung
del giugno 1909, che si riferisce alle esperienze di quest’ultimo nella sua storia d’amore con
Sabina Spielrein: “Esperienze del genere, sebbene dolorose, sono necessarie e difficilmente ci
si può sottrarre ad esse. Solo dopo averle vissute si conoscono la vita e ciò con cui si ha a che
fare. […]. Ci si fa in tal modo la necessaria pelle dura, si domina il controtransfert in cui ci si
viene a trovare ogni volta, e s’impara a spostare i propri affetti e a piazzarli in modo opportuno.
È ‘a blessing disguise’” (Freud [1909], 1974, p. 248).
La prima volta che il concetto compare ufficialmente in una pubblicazione è nel 1910,
in “Le prospettive future della terapia psicoanalitica”, dove Freud scrive: “Abbiamo acquisito
la consapevolezza del ‘controtransfert’ che insorge nel medico per l’influsso del paziente sui
suoi stati emotivi inconsci, e non siamo lungi dal pretendere che il medico debba riconoscere
in sé questo controtransfert e padroneggiarlo. […]. Ogni psicoanalista procede esattamente fin
dove glielo consentono i suoi complessi e le sue resistenze interne” (Freud, 1910, p. 200-201).
Vale la pena di notare che il termine tedesco “Gegenübertragung” usato da Freud in
questa frase fu inizialmente tradotto in spagnolo da López-Ballesteros (1923) con l’espressione
“transferencia reciproca”, cioè “transfert reciproco”.
Due anni dopo, in “Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico”, Freud (1912)
sostenne la necessità dell’analisi di training per riconoscere, affrontare e superare il
controtransfert, come preparazione per lavorare analiticamente coi pazienti.
E successivamente aggiunse: “Penso perciò che non si debba abbandonare quella
impassibilità a cui si è pervenuti trattenendo il controtransfert” (Freud, 1914, p. 367).
Freud considerava la mente dell’analista come uno ‘strumento’, il cui funzionamento efficace
è ostacolato dal controtransfert, e dalle limitazioni imposte al lavoro analitico dai conflitti
irrisolti e dalle macchie cieche dell’analista. Perciò, il controtransfert fu considerato un

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impedimento alla libertà e alla capacità dell’analista di comprendere il paziente. L’analista


dovrebbe innanzitutto accorgersi del proprio controtransfert, per poi superarlo.

Tuttavia, in generale, in accenni enigmatici che paiono in contraddizione o in conflitto,


coerentemente col suo sforzo teorico auto-sovversivo che precorre e modella una molteplicità
di concettualizzazioni (Reisner, 2001), in molte delle sue lettere e riconsiderazioni del suo
pensiero teorico, Freud osservò anche che i suoi allievi avevano imparato a farsi carico di una
certa parte di auto-consapevolezza e di auto-conoscenza.
L’approfondimento della nostra conoscenza del controtransfert è in accordo con questo
principio. In questo contesto, è degno di nota che il primo sogno riferito nel testo che ha
inaugurato la psicoanalisi, “L’interpretazione dei sogni” (Freud, 1899), sia il “sogno
dell’iniezione ad Irma” del 1895, un sogno di controtransfert per eccellenza.
La ricostruzione storica della vita di Freud durante la sua auto-analisi negli anni 1895-
1899, durante i quali scrisse “L’interpretazione dei sogni”, fatta da Harold Blum (2008) e da
Carlo Bonomi (2015), rivela la complessità del transfert di Freud verso Fliess, ed anche il suo
controtransfert verso la paziente che avevano in comune, Emma Eckstein (“Irma” nel sogno, e
in seguito la prima donna a diventare terapeuta psicoanalitica). Blum e Bonomi dimostrano
come questo controtransfert diede forma allo sviluppo teorico di Freud (in argomenti che vanno
dalla bisessualità alla normatività dell’orientamento etero, dalla teoria della seduzione
traumatica alle concettualizzazioni psicoanalitiche dello sviluppo psicosessuale, della fantasia
inconscia e del conflitto intrapsichico). In questo contesto, il concetto di controtransfert
esemplifica ed illustra la costante interazione fra teoria e pratica, fra lavoro clinico e
concettualizzazione, fin dalla “nascita della psicoanalisi” e poi per tutta la sua successiva
evoluzione.
Freud introdusse il concetto di controtransfert, ma non fece il passo di elaborarlo
esplicitamente come strumento utile nel lavoro analitico – un passo che invece egli fece rispetto
al transfert. La sua esplicita visione iniziale è stata chiamata la prospettiva “ristretta” sul
controtransfert, e molti dei suoi primi seguaci sostennero tale prospettiva, come è evidenziato
nei primi manuali psicoanalitici, presentazioni ed articoli di riviste (Stern, 1917; Eisler, 1920;
Stoltenhoff, 1926; Fenichel, 1927, 1933; Hann-Kende, 1936). In area anglosassone, la
prospettiva ristretta ha spesso usato la dicitura “contro-transfert” col trattino, sottolineando la
risposta inconscia (transferale) dell’analista al transfert del paziente. Un’interessante
precisazione emersa all’interno di questa prospettiva fu fatta da Helene Deutsch (1926), che
introdusse l’idea del contro-transfert come “posizione complementare”, che fu poi
ulteriormente elaborata all’interno del contributo originale di Heinrich Racker.
Se guardiamo al destino di questa definizione ristretta, possiamo trovare la sua
persistenza, tra gli altri, negli scritti dei seguaci della tecnica standard di Freud, come Annie
Reich (Reich, 1951), ma anche, da una prospettiva in qualche modo diversa, Jacques Lacan
(1966/1977). Mentre la Reich pensa al “contro-transfert” come qualcosa che rappresenta un
ostacolo transferale all’empatia psicoanalitica, Lacan, nonostante il suo rimaneggiamento ed
ampliamento – a livello concettuale - dell’impatto della conoscenza e del “potere” dell’analista

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nella relazione asimmetrica fra quest’ultimo e paziente, considera il controtransfert unicamente


come il depositario di errori, fraintendimenti, nevrosi e lacune nel funzionamento complessivo
dell’analista, e di alcuna utilità nel lavoro interpretativo (Lacan, 1966). Il concetto lacaniano di
controtransfert inteso come il bisogno di includere la precessione (specifico termine lacaniano
per 'precedenza', ‘anticipazione’, N.d.T.) del desiderio dell’analista su quello del paziente per
comprendere l’intera dinamica intersoggettiva della situazione – a cui fa eco la sua famosa
affermazione che la “resistenza” in analisi è prima di tutto la resistenza dell’analista – ha
ancora oggi risonanza, specialmente all’interno dell’orientamento intersoggettivo francese in
Europa e in Nord America (Furlong, 2014).
Comunque, Freud fece alcune osservazioni che possono essere considerate come una
anticipazione della visione secondo cui il controtransfert è uno strumento terapeutico attraverso
il quale l’analista può entrare in contatto con qualche aspetto dell’inconscio del paziente. Egli
scrisse che l’analista “deve rivolgere il proprio inconscio come un organo ricevente verso
l’inconscio del malato che trasmette: deve disporsi verso l’analizzato come il ricevitore del
telefono rispetto al microfono trasmittente. Come il ricevitore ritrasforma in onde sonore le
oscillazioni elettriche […], così l’inconscio del medico è capace di ristabilire, a partire dai
derivati dell’inconscio che gli sono comunicati, questo stesso inconscio che ha determinato le
associazioni del malato” (Freud, 1912, p. 536-537). Inoltre, mentre elaborava la sua concezione
dei processi inconsci, Freud (1914) diresse particolare attenzione non solo alle dinamiche
inconsce del paziente, ma anche esplicitamente a quelle dell’analista nella situazione analitica.
Si espresse chiaramente riguardo al fatto che i processi psichici consci e inconsci del paziente
e dell’analista sono profondamente intrecciati. Annie Reich, nel 1951, sottolineò un particolare
aspetto di tale situazione: Per l’analista, il paziente può rappresentare “un oggetto del passato
sul quale sono proiettati stati emotivi e desideri infantili (Reich, 1951, p. 26; trad.it. p. 54-55).
Poiché il transfert è onnipresente, ci si può aspettare che gli analisti avranno dei transfert verso
i loro pazienti nello stesso modo in cui i loro pazienti ce li avranno verso di loro. E gli stati
emotivi transferali saranno largamente inconsci sia per il paziente che per l’analista.
Questo punto è anche illustrato da un’osservazione di Freud in “Analisi terminabile e
interminabile” (1937a), in cui egli sottolinea come “il fatto di avere a che fare ininterrottamente
con tutto ciò che è rimosso […] [potrebbe] destare anche nell’analista tutte quelle richieste
pulsionali che di norma egli riesce a tenere represse. Sono anche questi ‘pericoli dell’analisi’.
[…]. [Perciò] ogni analista dovrebbe periodicamente […] rifarsi oggetto di analisi” (Freud,
1937a, p. 532). Confrontata con le precedenti affermazioni, questa presenta un aspetto
chiaramente diverso della relazione paziente-analista; le reazioni all’inconscio del paziente
possono attivare processi e anche cambiamenti nell’analista.
Sebbene inizialmente il controtransfert sia stato principalmente concettualizzato come
un rischio – nel senso che i transfert dell’analista sui pazienti gli possono impedire di valutare
spassionatamente il paziente e possono interferire con la sua oggettività, con la sua neutralità
e con l’efficacia clinica – nella prospettiva dell’ultimo Freud esso sembra rappresentare il punto
di arrivo di un ‘altro’ orientamento nella sua riflessione sul soggetto, precedentemente solo
accennato. Il controtransfert diviene quindi non solo una questione di dinamiche meramente

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intrapsichiche dell’analista, bensì il risultato di processi interpsichici, una prospettiva che


prefigura decisamente i successivi sviluppi.

II. B. Tratti fondamentali del concetto allargato. (Dagli ultimi anni Venti ai primi anni
Cinquanta in Ungheria, Inghilterra ed Argentina).
Lo spostamento di paradigma del controtransfert da impedimento a strumento cominciò
ad emergere negli ultimi anni Venti con la sfida di Sandor Ferenczi (1927, 1928, 1932) al
dettame della neutralità (ed astinenza) psicoanalitica coi pazienti traumatizzati, e il
convincimento che la posizione dell’analista dovesse essere piuttosto quella di osservatore
partecipe. Michael Balint (1935, 1950; Balint & Balint 1939), allievo e traduttore di Ferenczi,
successivamente fece una distinzione tra le descrizioni “classiche” e “romantiche” delle finalità
del trattamento analitico: mentre gli autori “classici” – a partire da Freud – sottolineano i
progressi nella capacità di insight, considerando le finalità in relazione con i cambiamenti
psichici strutturali che consentono un rafforzamento dell’Io, gli autori “romantici” – i primi
teorici delle relazioni oggettuali, Ferenczi e Balint stesso col suo concetto di un “nuovo inizio”
– pongono la loro enfasi sulla “componente dinamica o emotiva” (Balint, 1935, p. 190; trad. it.
p. 177). In uno dei suoi primi scritti – “Introiezione e transfert” (1909) – Ferenczi intuì questo
sviluppo che vede nel controtransfert dell’analista un valido aiuto nell’interagire col transfert
del paziente. Ferenczi sosteneva che le reazioni affettive di ogni genere, compreso l’amore
sentito verso un paziente traumatizzato, sono potenzialmente portatrici di cambiamento
psichico. La sua posizione analitica di “osservatore partecipe” e la sua “tecnica elastica”
(Ferenczi, 1928) possono essere considerate storicamente come precorritrici di tutte le
successive concezioni del controtransfert inteso in termini di co-costruzione e co-creazione, e
come un riconoscimento che l’esperienza soggettiva dell’analista costituisca in vario modo un
significativo elemento in gioco nel trattamento analitico. Riconosciuta come particolarmente
creativa e persistente nella sua influenza, specialmente per quanto riguarda il lavoro analitico
coi pazienti traumatizzati (Papiasvili, 2014), la concezione del controtransfert e la tecnica
elastica proposte da Ferenczi furono peraltro considerate, fin dall’inizio, controverse e in
qualche misura eccessive, come è stato documentato da Balint (1966) in modo simpatetico
seppur rigoroso. Gli aspetti più radicali di questa prospettiva si rintracciano successivamente
nel pensiero dell’analista nordamericano Harold Searles (1959, 1979), il quale segnalò che
anche il controtransfert erotico [in cui l’analista sviluppa un interesse erotico verso
l’analizzando] potrebbe indurre un vigoroso cambiamento psichico nei pazienti.
La visione del controtransfert come un utile strumento terapeutico diviene esplicita con
la Heimann nel 1950. Partendo da un’attenzione agli stati emotivi dell’analista verso il
paziente, il presupposto di base di Heimann riguardo al controtransfert era “che l’inconscio
dell’analista sia in grado di comprendere quello del suo paziente. Questo rapporto situato in
profondità viene in superficie sotto forma di stati emotivi che l’analista avverte in risposta al
suo paziente, nel proprio ‘controtransfert’ (Heimann, 1950, 82; trad. it. 97). L’analista deve
usare la sua risposta emozionale al paziente – il controtransfert – come una chiave per
comprendere i significati nascosti; egli deve essere “in grado di sostenere i stati emotivi che si

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mettono in moto […] invece di scaricarli (come fa il paziente), e di subordinarli all’impegno


analitico” (Heimann, 1950, 81-82; trad. it. 97). Perciò il controtransfert dell’analista è, secondo
la Heimann, uno strumento di indagine nell’inconscio del paziente, uno dei più importanti
strumenti per il lavoro analitico: la condizione del suo uso analitico è, comunque, che esso sia
riconosciuto in quanto tale, e non agito.
Le formulazioni della Heimann (1960, 1982) giunsero a dominare e ad ispirare gli scritti
sul controtransfert in un vasto ambito di culture psicoanalitiche. A questa prospettiva venne
dato il nome di “visione bipersonale” del controtransfert, la quale rappresenta il
riconoscimento che il controtransfert è in parte una creazione dell’interazione fra analista e
analizzando, oltre ad un trasferire sul paziente – da parte dell’analista – residui di propri,
precedenti stati emotivi inconsci. In questa prospettiva allargata, il termine “controtransfert” si
riferisce a tutti gli stati emotivi, fantasie ed esperienze di tutti i tipi che un terapeuta ha riguardo
a un paziente, e non solo ciò che deriva dalle sue stesse pulsioni ed angosce inconsce, dai suoi
oggetti interni e relazioni del passato.
Questa prospettiva allargata sul controtransfert fu contemporaneamente proposta da
altri importanti autori come Donald Winnicott (1949) in Inghilterra e Heinrich Racker in
Argentina (1948, 1953, 1957, 1968). Questi sviluppi paralleli in Inghilterra e in America Latina
furono segnalati da Horacio Etchegoyen (1986), che sottolineò il fatto che le formulazioni della
Heimann e di Racker procedettero indipendentemente l’una dall’altra, con marcate similarità
ma anche differenze.
In Inghilterra, la prospettiva appena delineata della Heimann sul controtransfert fece
clamore sullo sfondo dei dibattiti controversi concernenti il concetto di “identificazione
proiettiva” della scuola kleiniana. Sebbene il termine “identificazione proiettiva” fosse stato
precedentemente utilizzato da Edoardo Weiss (1925) e da Marjorie Brierley (1944), è a
Melanie Klein che di solito si attribuisce la formulazione del concetto, insieme al concetto
collegato di fantasia onnipotente di intrusione in un oggetto. Sebbene la Klein fosse
chiaramente non interessata all’uso clinico del controtransfert (Spillius, 1994), il suo concetto
di identificazione proiettiva è strettamente collegato al concetto di controtransfert nel senso
allargato: l’identificazione proiettiva (cfr. la voce IDENTICAZIONE PROIETTIVA) implica
che il paziente proietti nell’analista i suoi stati emotivi (all’inizio si sottolinearono quelli
“cattivi” e distruttivi, prima che il concetto fosse allargato). Dal punto di vista teorico,
relativamente al controtransfert, ne consegue che le fantasie e gli stati emotivi inconsci che si
verificano nell’analista possono essere visti come indotti dall’analizzando.
Racker (1948, 1953, 1957), in Argentina, utilizzò il concetto di identificazione
proiettiva nel contesto clinico del controtransfert. Mentre nelle concettualizzazioni di Racker
riguardo al controtransfert sono riconoscibili le influenze sia freudiane che kleiniane, la
rassegna di De Bernardi (2000) riguardo alla tradizione latino-americana sul controtransfert
colloca Racker in una posizione complessivamente più kleiniana che freudiana, in quanto egli
attinge in modo prominente dalle idee di fantasia inconscia e dai meccanismi di proiezione ed
introiezione.

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Nella prospettiva di Racker, il controtransfert è visto come la risposta dell’analista


all’identificazione proiettiva del paziente: nelle sue risposte emozionali alle proiezioni del
paziente, l’analista può identificarsi o con gli oggetti interni del paziente (identificazione
complementare), o col Sé del paziente (identificazione concordante).
Espandendo il concetto della Deutsch del controtransfert inteso come una “posizione
complementare” (Deutsch, 1926), Racker si riferì alla tendenza dell’analista a identificarsi col
mondo interno dell’analizzando. Concettualizzando ciò in termini strutturali, ciascuna istanza
interna della personalità dell’analista si identifica con la sua controparte nella personalità
dell’analizzando: l’Io dell’uno con l’Io dell’altro, l’Es dell’uno con l’Es dell’altro, e così via.
Racker chiamò “concordanti” queste identificazioni e le distinse dalle identificazioni
“complementari”, in cui l’analista si identifica con gli oggetti interni dell’analizzando. Nel suo
sistema, le identificazioni concordanti e complementari sono direttamente proporzionali:
quanto più un analista non si rende conto delle proprie identificazioni concordanti, tanto più
aumentano quelle complementari.
Le identificazioni concordanti traducono una disposizione all’empatia ed hanno la loro
origine in un’identificazione positiva sublimata. Da una parte vi è l’analista in quanto soggetto
e l’analizzando in quanto oggetto di conoscenza, la relazione oggettuale è in qualche modo
cancellata e al suo posto esiste un’identificazione approssimativa basata sull’identità tra alcune
parti del soggetto e alcune parti dell’oggetto, la combinazione delle quali potrebbe essere
chiamata “concordante”. Dall’altra, esiste una relazione oggettuale costituita da un autentico
transfert da parte dell’analista, in cui egli riproduce precedenti esperienze, mentre
l’analizzando rappresenta qualcuno degli oggetti interni (arcaici) dell’analista.
Questa combinazione è chiamata “complementare”. Così, attraverso le reazioni
controtransferali, l’analista può percepire i protagonisti interni del paziente nella misura in cui
essi sono proiettati nell’analista stesso.
Per certi versi Heimann sostiene la posizione opposta: il controtransfert attiva stati
emotivi nell’analista in risposta al paziente. Tali stati emotivi sono stati emotivi dell’analista e
non il risultato dell’identificazione proiettiva del paziente nell’analista, e la loro registrazione
e comprensione costituisce un accesso all’inconscio del paziente. Nell’elaborazione della
Heimann, il controtransfert è uno “strumento cognitivo” inconscio e “uno strumento
estremamente importante nel lavoro dell’analista…”, che informa l’analista del possibile
“ritardo fra la percezione conscia ed inconscia”. Tale ritardo “coincide con un’introiezione
inconscia del suo paziente, e con un’identificazione inconscia con lui” (Heimann, 1977, p. 319;
trad.it.: p. 371-372).
Sebbene, dopo la sua fuga da Berlino, avesse intrecciato rapporti col gruppo kleiniano,
la Heimann è principalmente collocata nel gruppo degli analisti che assumono una prospettiva
bipersonale del controtransfert. Lei stessa fa risalire al suo saggio “Il controtransfert” (1950)
la sua presa di distanza dalla Klein e il suo riconnettersi ai mondi di Ferenczi e di Balint. Tale
saggio presenta un sapiente dosaggio di grande attenzione al molteplice dispiegarsi della
responsività emozionale nell’analista e di cautela per quanto riguarda la sua espressione

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emotiva. Sembra che la Heimann abbia considerato il controtransfert analitico come una specie
di creazione del paziente, utile all’analista. Comunque, l’esempio clinico che presenta mostra
il suo intendere il controtransfert come indizio sia corretto che fuorviante.
Nelle controversie che accompagnano l’attenzione crescente sul concetto di
controtransfert, l’articolo di Winnicott “L’odio nel controtransfert” presenta una posizione
importante ed indipendente. Pubblicato nel 1949, questo articolo prefigura le elaborazioni della
Heimann e pone Winnicott come una figura cruciale nell’emergere di idee riguardo al
controtransfert, in particolare nella sua concettualizzazione del ruolo mutativo e necessario
dell’aggressività come aspetto del controtransfert. Due scritti di Winnicott - “L’odio nel
controtransfert” (1949) e “L’aggressività ed il rapporto con lo sviluppo emozionale” (1950) –
riconoscono entrambi l’inevitabilità e l’utilità clinica dell’aggressività e dell’odio
nell’analista. Secondo Winnicott, l’odio è strettamente abbinato, e non in opposizione, con
l’amore e con la preoccupazione materna primaria. Esso crea un confine e facilita la
separazione e la capacità dell’analizzando di distinguere tra fantasia e realtà, con ciò
diminuendo il pericoloso vissuto dell’onnipotenza. In tal modo, l’elemento di odio presente
nell’analista, oltre all’odio in relazione alla fine dell’ora, è un ingrediente cruciale di
cambiamento nell’analizzando.
Winnicott opera una distinzione tra (1) gli stati emotivi controtransferali che subiscono
l’effetto della rimozione e che forse richiederebbero più autoanalisi da parte dell’analista (cioè
a dire sono identificazioni e tendenze idiosincratiche dell’analista) e (2) “il controtransfert
autenticamente oggettivo, […] l’amore e l’odio dell’analista in reazione alla personalità ed al
comportamento effettivi del paziente, basati sull’osservazione oggettiva” (1949, p. 69-70;
trad.it. p. 235). Il “controtransfert autenticamente oggettivo” si riferisce ai sentimenti
dell’analista verso il paziente, che sono i suoi stessi sentimenti – come penserà successivamente
la Heimann – e non il risultato della proiezione del paziente nell’analista. Questi sentimenti
sono perciò reazioni al comportamento del paziente: riverberi personali rispetto al modo
“oggettivo” di essere del paziente. Talvolta è necessario, secondo Winnicott, che questi
sentimenti dell’analista siano messi a disposizione del paziente – attraverso il riconoscimento
di essi da parte dell’analista come propri sentimenti, e/o attraverso l’interpretazione – affinché
l’analisi possa procedere.
Questa prospettiva, come quella della Heimann, è diversa dal concetto di
“identificazione proiettiva” del quadro di riferimento classico kleiniano, in cui essa è
considerata il meccanismo ubiquitario che investe la totalità della relazione paziente/analista.
Il lavoro della Heimann e di Winnicott avrà una grande influenza sul “Gruppo Indipendente”
in Inghilterra (il terzo gruppo, dopo quello dei freudiani contemporanei e quello dei kleiniani),
un’influenza che si espande dalla Little (1981), che esplorò la profondità delle forme transferali
dell’odio e della vitalità bloccata, a Bollas (1983) che promosse un’attenta sintonizzazione col
controtransfert inteso come il portatore degli aspetti denegati dell’analista.
Complessivamente, in Inghilterra vi è una divergenza nel successivo sviluppo del
concetto di controtransfert. La prima concettualizzazione, derivata dall’introduzione da parte
della Klein della identificazione proiettiva e poi enfatizzata nel “Gruppo kleiniano”, è di per sé

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un grande passo nella comprensione della modalità relazionale tra paziente e analista. La
seconda concettualizzazione, il cosiddetto controtransfert dell’iniziale “Tradizione
indipendente” (Winnicott, Heimann), sostiene che ciò che proviene dall’analista appartiene a
quest’ultimo e non è automaticamente la risposta dell’analista alla proiezione del paziente.
Questa differenza nella concezione del controtransfert ha effetti e conseguenze rilevanti sulla
conduzione tecnica del trattamento e su come l’analista considera e lavora con le
comunicazioni del paziente.
Gli sviluppi paralleli nella scuola argentina, a partire da Racker, sono più vicini alle
prospettive kleiniane, in quanto sviluppano una loro specifica versione dell’uso
dell’identificazione proiettiva nel contesto del controtransfert.

II. C. Diffusione internazionale del concetto: ulteriori linee di espansione (Seconda metà
del Ventesimo secolo in Europa, America Latina e Nord America)
Dalla metà degli anni Cinquanta in poi, insieme all’ampliamento delle indicazioni per
la psicoanalisi (“widening scope of psychoanalysis”), il controtransfert fu sempre più visto
come uno strumento utile, mentre divenne dominante la prospettiva allargata. Negli ultimi
cinquant’anni, la maggior parte degli psicoanalisti ha smesso di vedere il controtransfert
soltanto come un impedimento, ed è arrivata invece a vederlo come una fonte di insight sul
funzionamento psichico dell’analizzando, così come nel proprio in relazione a lui. In tale
contesto, è talvolta chiamato “controtransfert personale” o “controtransfert diagnostico”
(Casement, 1987). In questa prospettiva, il controtransfert è giunto ad essere considerato una
co-creazione bipersonale, e il transfert e il controtransfert sono visti come gli esiti di un unico
processo dinamico. Questa visione del controtransfert cominciò a legare strettamente il
fenomeno agli enactments, che alcuni giunsero a considerare il primo passo verso le violazioni
del confine, “attualizzazioni” del transfert e del controtransfert.
In tutti questi sviluppi a livello internazionale, gioca un ruolo importante la
concettualizzazione del rapporto tra “identificazione proiettiva” e “controtransfert”. Le idee di
Heimann e di Racker, insieme a quelle di Winnicott e di altri autori indipendenti, sono state
sviluppate ed ampliate da Grinberg (1956), Bion (1959), Ogden (1994a) e molti altri. Essi si
sono concentrati sull’uso della rêverie da parte dell’analista e su un processo che rende
l’oggetto/spazio/setting/campo analitico una configurazione triadica di scambi comunicativi,
variamente concettualizzata (Baranger, 1961/2008; Bleger, 1967; Green, 1974), che costituisce
una nuova creazione del paziente e dell’analista, un “Terzo” nei termini di Ogden (1994b).
In Argentina, la creazione del concetto di controidentificazione proiettiva da parte di
Leon Grinberg (1956) arricchì di un ulteriore, notevole contributo la discussione
metapsicologica e teorico-clinica sul tema dei coinvolgimenti controtransferali proiettivi ed
introiettivi (compresi gli enactments e le drammatizzazioni).
Mentre per Racker e per Heimann, sebbene con differenze concettuali, l’uso dei
meccanismi di identificazione proiettiva nel contesto del controtransfert costituiva la risposta

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identificatoria dell’analista rispetto a certi oggetti interni o aspetti del sé del paziente, Grinberg
si focalizzò sugli aspetti comunicativi arcaici dello scambio proiettivo-introiettivo, in una
direzione che fu poi ripresa da Bion. La proposta iniziale di Grinberg fu che la
controidentificazione proiettiva implichi un “cortocircuito” nella comunicazione della coppia
analitica. Il suo assunto era che il paziente “metta” nella psiche dell’analista alcuni aspetti di
sé stesso con una tale violenza proiettiva da far sì che l’analista, come un recettore passivo, li
assimili come propri, realmente e concretamente (Grinberg, 1956, p. 508). Riferendosi al suo
concetto in relazione all’acting out, Grinberg scrive: “L’analista che soccombe agli effetti delle
identificazioni proiettive patologiche del paziente può reagire ad esse come se egli avesse
realmente acquisito gli aspetti che sono stati proiettati su di lui (gli oggetti interni o parti del sé
del paziente). L’analista si sente passivamente ‘trascinato’ a giocare il ruolo che il paziente lo
ha letteralmente ‘forzato’ ad avere, in modo attivo sebbene inconscio. Ho chiamato
‘controidentificazione proiettiva’ questo specifico tipo di risposta controtransferale” (1968, p.
172 [corsivo aggiunto]; citazione tradotta per questa edizione T.d.T.).
Rispetto al concetto di controtransfert complementare di Racker, in cui la risposta
emotiva dell’analista è basata sui suoi propri conflitti ed ansie, identificandosi coi propri oggetti
interni simili a quelli dell’analizzando, Grinberg ha concettualizzato la risposta dell’analista
come qualcosa di relativamente indipendente dai suoi propri conflitti. Il merito di Grinberg fu
di evidenziare che l’inconscio dell’analista non è primariamente coinvolto, e che di
conseguenza l’introspezione dell’analista non è sufficiente per avere un accesso immediato alle
radici di tale controidentificazione proiettiva. Grinberg mise in evidenza ciò che anni dopo
divenne noto come il carattere irriducibile dei “micro acting-out” del controtransfert, che
costituiscono per l’analista uno stadio intermedio nella ricerca di insight sugli aspetti arcaici
della psiche del paziente. Tale stadio non può essere evitato se l’analista intende conoscere
l’intera tessitura dell’oggetto trasferito (Grinberg, 1982).

Il contributo di Grinberg (1956) fu quello di mettere in luce che l’intenzionalità


inconscia dell’analizzando produce effetti nella psiche dell’analista attraverso l’identificazione
proiettiva, non più concepita come una fantasia intra-soggettiva (Klein,1946), bensì come un
processo interattivo tra due menti. Tre anni dopo Bion (1959) evidenziò esplicitamente questo
aspetto comunicativo dell’identificazione proiettiva.
Con l’evoluzione delle sue idee sulla controidentificazione proiettiva, Grinberg
identificò nuovi strumenti metapsicologici per riconcettualizzare il controtransfert
dell’analista. Il suo concetto di controidentificazione proiettiva sottolinea l’aspetto
comunicativo dell’identificazione proiettiva come un messaggio enigmatico, ineffabile, che
può essere espresso soltanto attraverso la drammatizzazione transferale-controtransferale
attivata dal paziente. Nel contesto clinico, tale concetto della drammatizzazione transferale-
controtransferale ha anticipato quello dell’ascolto dei livelli più arcaici della psiche del
paziente tramite la deviazione dell’enactment, concetto sviluppato anni dopo (Jacobs, 1986;
Godfrind-Haber & Haber, 2002; Mancia, 2006; Sapisochin, 2013; Cassorla, 2013).
A partire dai tardi anni Cinquanta, Bion (1959) e Rosenfeld (1962) hanno sviluppato il
concetto con l’idea che l’identificazione proiettiva sia una comunicazione inconscia

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dell’analizzando. Bion (1959) ha tracciato un parallelo tra l’interazione terapeutica e il modo


in cui il bambino, nei momenti di sofferenza, proietta la sua angoscia nella madre che la
“contiene” e può poi rispondere in modo appropriato. L’analista ha la stessa funzione
(contenente/“alfa”): “contenere” le proiezioni del paziente in uno stato di “rêverie”, “digerirle”
e rispondere ad esse con adeguate interpretazioni. In questo filone, il controtransfert è stato
considerato non soltanto come strumento attraverso il quale l’analista può avere accesso al
mondo inconscio del paziente, ma anche come mezzo attraverso il quale possono essere
elaborate le esperienze intollerabili del paziente; non è soltanto uno strumento di indagine, ma
anche un mezzo di cura. Lo sviluppo, da parte di Bion, dei concetti di contenimento e di
funzione alfa nell’analista ha condotto a un marcato apprezzamento del mescolarsi (“infusion”)
della mente, degli affetti e anche dell’Io corporeo dell’analista con i processi inconsci e
preconsci dell’analizzando. (Vedi la voce CONTENIMENTO:
CONTENITORE/CONTENUTO).
Nel suo ulteriore sviluppo, il concetto di identificazione proiettiva ha continuato a
mantenere un ruolo significativo nella teoria kleiniana, bioniana e neo-bioniana, e in molte
delle prospettive intersoggettive e interpersonali. Nella misura in cui il suo campo si è allargato
dalla teoria della fantasia e della difesa primitive alla teoria della comunicazione e del pensiero
arcaici, è diventata considerevole la complessità della relazione e della differenziazione tra
identificazione proiettiva e il controtransfert dell’analista (Grotstein, 1994). L’idea di una
costruzione di significati operata in comune e creativa all’interno degli scambi transferali-
controtransferali, proposta da Bion, da Rosenfeld e dai loro seguaci (Mawson, 2010), mette in
luce un complesso processo in cui l’analista deve lavorare sugli stati affettivi indotti allo scopo
di cogliere il loro aspetto comunicativo. Tali proiezioni possono essere illuminanti per
l’analista -mediante il suo controtransfert - riguardo agli stati affettivi con cui il paziente si sta
confrontando e che sta comunicando. Nel lavoro della Alvarez (1992), questa prospettiva si
allarga ulteriormente fino a comprendere l’intero processo analitico come co-costruito.
L’ampia comprensione del potere dei processi intersoggettivi sull’analista,
sull’analizzando e sul trattamento deve molto all’evoluzione del pensiero kleiniano in Gran
Bretagna, a partire da Klein, attraverso Bion (1959) e Rosenfeld (1962, 1969, 1987), e
proseguendo con la scuola argentina di Racker (1957, 1968) e Grinberg (1956, 1968). Seguono
poi varie estensioni di questa prospettiva in Gran Bretagna nel lavoro di Segal (1983), Joseph
(1985), Spillius (1994), O’Shaughnessy (1990), Steiner (1994), Feldman (1993) e Britton
(2004; Segal & Britton, 1981), e negli Stati Uniti nel lavoro di Grotstein (1994), Mitrani (1997,
2001) ed altri.
In tutto ciò, i primi scritti di Ferenczi sul controtransfert hanno continuato, direttamente
o indirettamente, ad esercitare un’influenza. Uno dei principali divulgatori delle idee
ferencziane sul controtransfert, Michael Balint, autore del concetto di “difetto fondamentale”
(“basic fault”) (Balint, 1979), dette anche un importante contributo alla discussione sui concetti
di proiezione e introiezione. Le idee radicali di Ferenczi furono portate a Londra da Michael e
Alice Balint, e influenzarono sia i kleiniani che il cosiddetto Gruppo Indipendente. Le idee di
Ferenczi e di Balint raggiunsero l’America Latina attraverso Racker (1957). Racker utilizzò il

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concetto di Ferenczi di identificazione con l’aggressore (1927, 1932) nel suo concetto di
identificazione complementare (con gli oggetti interni aggressivi del paziente), ed elaborò
ulteriormente i punti di vista di Balint sul controtransfert nelle istituzioni gerarchiche di
training.
Alcune di queste prime idee di Ferenczi e di Balint giunsero, attraverso Clara
Thompson (Thompson, 1964), alla scuola interpersonale di Sullivan negli Stati Uniti, nella
quale il carattere co-costruttivo dello scambio analitico venne ulteriormente accentuato
(sebbene la regressione, così cruciale in Ferenczi, Klein e Racker, non fosse più presa in
considerazione).
In questo contesto, così come nel contesto di tutti gli sviluppi che seguono, è importante
sottolineare che considerare il transfert e il controtransfert come co-costruiti e co-elaborati non
riduce le responsabilità dell’analista e l’impegno a lui richiesto. Il lavoro del controtransfert si
muove su livelli consci ed inconsci, e il lavoro del comprendere il controtransfert si estende
ben al di là dell’ora in cui sono emersi alcuni suoi aspetti.
A differenza del controtransfert, il meccanismo dell’identificazione proiettiva non è
stato universalmente accettato in psicoanalisi.
Pur riconoscendo l’aspetto controtransferale nelle situazioni in cui i pazienti inducono
certe esperienze e/o risposte comportamentali nei loro analisti, gli psicologi dell’Io e i teorici
del conflitto hanno preferito parlare di “attualizzazioni transferali” e di “responsività di ruolo”,
enfatizzando il realizzare le fantasie inconsce del paziente da parte dell’analista, sostenendo
che questi termini siano descrittivamente più vicini all’esperienza analitica (Sandler, 1976).
In Inghilterra, Sandler (1976) – col suo concetto di “responsività di ruolo” – propone
una definizione a partire da un altro orientamento teorico, quello dei “Freudiani
Contemporanei” britannici. Egli descrive come il paziente tenti di attualizzare, di portare nella
realtà – cioè nel comportamento interattivo – le sue relazioni oggettuali interne. Questa
interazione intrapsichica, che comporta un ruolo per il soggetto e un altro per l’oggetto interno,
evoca una risposta particolare nell’analista. Talvolta l’analista può notare in sé un impulso a
comportarsi in un certo modo, ma spesso egli si accorge solo in seguito di avere già cominciato
a comportarsi in un determinato modo col paziente (e questo è il contesto in cui ha una
particolare rilevanza la discussione delle differenze tra il concetto di “enactment” e quello di
controtransfert). Secondo Sandler, le reazioni controtransferali dell’analista costituiscono dei
compromessi: esse rispecchiano i desideri e le aspettative inconsce del paziente, ma anche le
tendenze proprie dell’analista che il paziente ha spesso inconsciamente notato, traendone
vantaggio. La consapevolezza che l’analista ha di tali proprie risposte di ruolo può costituire
un indizio vitale per cogliere il conflitto transferale dominante nel paziente.
Nel frattempo, la cosiddetta psicoanalisi meanstream nordamericana degli anni
Cinquanta e Sessanta, incentrata sulla teoria strutturale della Psicologia dell’Io, continuava a
basarsi su un modello unipersonale, e sosteneva la definizione ristretta del controtransfert. Le
concettualizzazioni classiche collocavano il controtransfert nella psiche degli analisti, in uno
spettro di emozioni, resistenze, conflitti interni, macchie cieche, atteggiamenti consci e

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inconsci verso i pazienti, reazioni al transfert dei pazienti, e transfert nei loro confronti.
Comunque, il lavoro di psicoanalisi infantile di Anna Freud – che ebbe grande influenza negli
USA - su complesse situazioni cliniche che coinvolgono il bambino e i suoi caretakers, il lavoro
analitico con psicotici a Chestnut Lodge (Fromm-Reichmann, 1939) e con pazienti
traumatizzati e borderline alla Menninger Clinic (Menninger, 1954) attestavano la profonda
influenza dei fattori ambientali e delle relazioni oggettuali nello sviluppo e nella formazione
delle strutture intrapsichiche. Mentre tali esperienze cliniche evidenziavano l’importanza del
campo interazionale transfert-controtransfert nella situazione analista/analizzando
(Moscowitz, 2014), la sua sistematica integrazione teorica avvenne solo successivamente nel
lavoro di Loewald (1960, 1971, 1975).
Loewald fu una figura trasformativa, che ha lavorato dagli anni 60 in poi.
Originariamente molto influenzato da Heidegger (1927) in direzione della fenomenologia, il
pensiero di Loewald può essere visto in connessione con quello di Winnicott (1947, 1950,
1972), Erikson (1954), Kohut (1977), Mitchell (1993, 1997), Aron (1996), Hoffman (1998) e
Bromberg (1998) insieme a quello di tutti gli altri che hanno elaborato versioni in termini di
“sistemi aperti” della teoria pulsionale e della teoria delle relazioni oggettuali. Nel suo
modello evolutivo, l’Io del bambino sorge da un nucleo di reciproco coinvolgimento fisico e
mentale tra madre e bambino, in cui la psiche della madre interagisce con lo stato
indifferenziato del bambino in uno sviluppo a spirale con oscillazioni tra integrazione e
disintegrazione, spingendo verso sempre ulteriori integrazioni. Questo modello evolutivo ha
implicazioni per la concettualizzazione del transfert e del controtransfert, nel senso che tutta
l’esperienza emerge da transazioni intersoggettive, anche quando l’attenzione è focalizzata
sull’individuo (Loewald, 1960). Riconoscendo l’importanza delle scoperte provenienti
dall’analisi infantile e dall’analisi con pazienti psicotici e borderline, in cui le reazioni
dell’analista sono soggette a una forte pressione da parte dell’inconscio del paziente, Loewald
(1971) afferma inoltre che il transfert e il controtransfert non possono essere considerati
separatamente, e che sia l’analista che il paziente mostrano reazioni transferali e
controtransferali, che sono ingredienti normali del processo analitico.
Le intuizioni di Loewald fornirono ricco materiale alle discussioni sul controtransfert,
non solo nella sempre più diversificata cultura psicoanalitica nordamericana, ma anche a livello
internazionale. Da questo punto in poi, il controtransfert fu visto come un aspetto inevitabile
della relazione analitica in cui paziente ed analista sono intrecciati – una delle prospettive
dominanti nella psicoanalisi odierna.
Questa visione coincide parzialmente con alcuni elementi del pensiero
intersoggettivista francese in Francia, Belgio e nella comunità analitica nordamericana di
lingua francese. Talvolta chiamata “Il Terzo Modello”, questo orientamento postula che nello
sviluppo umano, la “mente bipersonale” preceda quella dell’autonomia psichica
“unipersonale” di pulsione, difesa e fantasia intrapsichica: nella prima fase della vita umana,
la mente del bambino deve essere considerata nel contesto dell’ambiente che si prende cura di
lui (la mente bipersonale), prima che si possa realizzare la differenziazione topografica interna
fra i sistemi inconscio, preconscio e conscio, e possa realizzarsi la strutturazione di Es, Io e

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Superio (la mente unipersonale). Nel corso di questo processo di “soggettivazione” (ossia del
divenire un soggetto internamente differenziato e strutturato), è fondamentale l’intima
connessione con “il reale (potenzialmente traumatico) altro” (Lacan, 1966). Laplanche (1993,
1999) ha portato l’affermazione di Lacan riguardo al “reale traumatico (l’altro)” – il caretaker
– nel campo intersoggettivo. Egli ha sottolineato che la sessualità inconscia (del caretaker
adulto), innescata dalla prossimità col corpo del bambino, “contamina” gli scambi intimi col
bambino sotto forma di messaggi enigmatici. Altri estendono ulteriormente questo concetto
evolutivo applicandolo direttamente al campo dello scambio clinico e del controtransfert,
indirizzando l’attenzione sull’“attività di rappresentazione” e sull’“après coup [deferred action]
nel dare un nome agli affetti”, attraverso i quali il bambino/il paziente “costituisce l’Io”
(Aulagnier, 1975/2001, p. 97); si pone inoltre l’accento sulla capacità del genitore/dell’analista
di rimanere a una distanza ottimale, così facilitando la simbolizzazione e la rappresentazione
“necessarie per la rappresentazione del pensiero” (Green, 1975, p. 14; citazione tradotta per
questa edizione N.d.T.). Dal punto di vista clinico, ciò si traduce in un ascolto attento a tutte le
forme di scambio inconscio e di trasmissione delle emozioni attraverso le parole e i
comportamenti tra il paziente e l’analista, come nell’“affetto condiviso-trasmesso” (Parat,
1995) e nella “posizione controtransferale” dell’ascolto clinico decentrato (Faimberg, 1993).

III. INFLUENZE INTERNAZIONALI RECIPROCHE ED USO


CONTEMPORANEO DEL CONCETTO

III. A. I Freudiani Contemporanei e la Teoria delle Relazioni Oggettuali


In Nord-America, nell’ambito degli attuali orientamenti della Psicologia dell’Io e della
Teoria del Conflitto, Lasky (2002), seguendo Arlow (1997) e Abend (1986), si focalizza sui
dettagli degli stati e dei processi interni dell’analista a lavoro, distinguendo tra empatia,
strumento analitico, e vero e proprio controtransfert. Blum (1991), all’interno del paradigma
del conflitto intrapsichico (Ellman, Grand, Silvan & Ellman, 1998), ha indirizzato la sua
attenzione sulle complessità della comunicazione affettiva nel campo bidirezionale transferale-
controtransferale del processo analitico, e sui problemi particolari nell’analisi di pazienti che
hanno una specifica difficoltà nel riconoscimento, nell’esperienza, nella comunicazione e nella
regolazione degli affetti.
Kernberg (1983), scrivendo a proposito dell’analisi del carattere di pazienti con una
personalità con lievi tratti borderline, distingue fra un controtransfert cronico e uno acuto.
Riconoscendo l’influenza di Heimann (1960), egli scrive: “… lo stallo cronico può essere
cruciale per diagnosticare sia le distorsioni croniche di controtransfert (che sono più pervasive
sebbene meno invadenti rispetto agli sviluppi acuti del controtransfert) sia il sottile ma incisivo
acting out transferale che potrebbe altrimenti non essere stato diagnosticato. A tale riguardo,
l’analisi della reazione emozionale totale dell’analista è una ‘seconda linea’ di approccio

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quando si dimostra insufficiente la prima linea costituita dall’esplorazione diretta del


transfert…” (pp. 265-266; corsivi aggiunti; citazione tradotta per questa edizione N.d.T.).
Complessivamente, i punti di vista di Kernberg (1965, 1975) sul controtransfert si sono
gradualmente evoluti, in direzione del riconoscimento di una sua importanza vitale,
specialmente nel lavoro coi pazienti borderline. Mentre nel 1965 egli metteva in guardia contro
il pericolo di un allargamento del concetto di “controtransfert” che arrivasse ad includere tutte
le risposte emozionali nell’analista (in tal modo rischiando che il concetto perdesse ogni
specifico significato), nel 1975 egli ha riconosciuto ed evidenziato il carattere costruttivo del
lavoro analitico di interpretazione del controtransfert. Specialmente nel lavoro coi pazienti
borderline l’analista deve affrontare e gestire (a volte) proprie forti reazioni interne alle
proiezioni di relazioni oggettuali altamente primitive da parte del paziente. Nella sua recente
Psicoterapia Focalizzata sul Transfert (TFP), egli tratteggia il paradigma di una esplicita
focalizzazione sulle risposte transferali del paziente borderline, al tempo stesso monitorando
internamente in modo attento il controtransfert dell’analista. In questo modello, l’analista
interpreta dalla posizione del ‘terzo’, commentando tramite interpretazioni l’interazione di
entrambi i partecipanti al dialogo (Kernberg, 2015).
Figura feconda a cavallo tra le teorie delle Relazioni Oggettuali e quelle Relazionali,
Mitchell (1993, 1997) trasmette il deciso convincimento che gli affetti controtransferali sono
motori per il movimento psichico. Le sue vignette cliniche spesso colgono la coppia analitica
in momenti di totale disperazione. Mitchell sostiene che, senza quella esperienza di
disperazione, l’analista non sarebbe spinto a compiere il lavoro necessario per comprendere il
processo attraverso il quale avvengono tali impasse. Nella sua teorizzazione, l’autorità è
riconosciuta ad entrambi i membri della coppia analitica.
La situazione attuale all’interno della tradizione classica ampiamente condivisa è
costituita da un dibattito in corso dentro e tra i vari orientamenti riguardo allo status, alla
funzione ed ai limiti dell’analisi del controtransfert (Gabbard, 1982, 1994, 1995). L’originale
lavoro teorico di Jacobs (1993) sugli usi del controtransfert dell’analista attinge dalle teorie
delle relazioni oggettuali, dei freudiani contemporanei (Sandler, 1976) e della psicologia del
Sé. Con Jacobs, il controtransfert emerge nelle più floride e molteplici forme, a suo modo ricco
e problematico come il transfert. Nel suo lavoro tutta la strumentazione analitica, l’uso creativo
del corpo, della mente, della fantasia e del vissuto interpersonale è di importanza cruciale per
il lavoro analitico. Ora il controtransfert non è inteso come un problema bensì come parte di
una soluzione, una valvola di regolazione necessaria per il lavoro analitico. Inserito tra le
ipotesi di Jacobs sull’uso della soggettività analitica, vi è l’assunto delle comunicazioni
implicite e pervasive – a livello metacomunicativo, consce, preconsce e inconsce – che
costituiscono una rete di sottofondo delle esperienze di tutte le coppie analitiche. Il fatto che la
costruzione del significato sia così molteplicemente co-costruita richiede inevitabilmente che
l’analista comprenda ed esplori molto profondamente la propria parte in queste complesse
comunicazioni. Per Jacobs (1991, 1999, 2001) e Smith (1999, 2000, 2003), e per gli analisti
più orientati verso la teoria delle relazioni oggettuali come Ogden (1994, 1995) e Gabbard
(1994), nonostante le differenze tra di loro, la soggettività dell’analista risulta cruciale per
l’auto-analisi che in definitiva fa procedere il lavoro analitico. In questa linea di pensiero,

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attualmente si guarda più comunemente al controtransfert come a un enactment (Harris, 2005.


Vedi anche la voce ENACTMENT).

Riflettendo sugli aspetti ripetitivi e compulsivi del controtransfert, Smith (2000)


propone che il controtransfert possa (anche simultaneamente) sia ritardare che accrescere il
progresso analitico. Qui Smith sta facendo per il controtransfert ciò che Freud fece per il
transfert, cioè mostrare che probabilmente esso rappresenta sia una resistenza che un motore
di cambiamento. Come in ogni coazione a ripetere, vi è simultaneamente sia un impulso alla
salute che alla malattia.
Apprey (1993, 2010, 2014) estende il concetto di responsività di ruolo (Sandler) indotta
dal controtransfert “per affrontare le implorazioni, le richieste e tutte quelle sollecitazioni nel
continuum transferale-controtransferale che appaiono mosse dai desideri inconsci volti a
ripetere o a capovolgere nello spazio pubblico del setting clinico presente tutte le rimostranze
accumulate nella propria storia” (comunicazione personale a Papiasvili, 2014; citazione
tradotta per questa edizione N.d.T.). In quella che lui considera un’estensione ed un utilizzo
del concetto caratteristici della attuale psicoanalisi nord-americana, Apprey specificamente
contemporanea dell’uso del concetto, Apprey - che appartiene al gruppo dei Freudiani
Contemporanei - supera le complessità dell’identificazione proiettiva, degli enactments e della
responsività di ruolo, e descrive l’analista che si cala in tale responsività come colui che è in
grado di “potenziare l’emancipazione psichica … dagli oggetti interni distruttivi ed oppressivi”
che intrusivamente tormentano e violano il paziente dall’interno.
Freedman, Lasky e Webster (2009), all’interno di una matrice intersoggettiva,
presentano una complessa combinazione di concetti freudiani, lacaniani e winnicottiani relativi
alla simbolizzazione e alla triangolazione, compiendo al tempo stesso una distinzione tra i
cosiddetti controtransfert ordinari e straordinari: i controtransfert ordinari sono rotture
transitorie, e i controtransfert straordinari sono impasse, intollerabili per l’analista a tal punto
che devono essere mantenuti fuori dalla sua consapevolezza. La teoria lacaniana del
controtransfert visto attraverso la “lente del desiderio” (Lacan, 1966) qui si inserisce nella
cornice winnicottiana del “processo analitico sufficientemente buono” e del suo “potenziale
breakdown” (Winnicott, 1972; 1974).

III. B. Teoria del campo e prospettive correlate


Anticipato clinicamente da Ferenczi e da Sullivan (1953, 1964), e influenzato dallo
sviluppo delle teorie delle relazioni oggettuali, il concetto di “campo” è entrato in modo
prominente nella discussione sul controtransfert. Tale concetto ha le sue radici nella
fenomenologia di Merleau-Ponty (1945) e nella teoria del campo dinamico, neo-gestaltica e
sociopsicologica di Kurt Lewin (1947) (diffusa in Europa e Nord-America). Gli psicoanalisti
(in particolare in America Latina e in Italia, e in minor grado anche negli Stati Uniti) hanno
attinto a questa prospettiva per vedere il setting analitico come un insieme integrato con ogni
aspetto della situazione intimamente correlato con tutti gli altri. In questo sistema, il
controtransfert è un elemento inevitabile della rete delle esperienze che si intessono in un

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trattamento psicoanalitico. Tra i maggiori esponenti di queste prospettive sul controtransfert vi


sono gli analisti argentini Willy e Madeleine Baranger. Essi descrivono il processo analitico
come un campo bi-personale in evoluzione, delimitato dal setting, che comprende due attori
interagenti che si influenzano l’un l’altro in un modo inevitabile (benché sottile). Il processo
psicoanalitico è una “creazione congiunta”, che origina allo stesso modo dal transfert e dal
controtransfert. Questo concetto che il transfert-controtransfert scaturisca dal campo dinamico
che può creare un “bastione” (Baranger e Baranger, 2008; orig. 1961) coinvolge l’analista e
l’analizzando in una impasse e in una nuova creazione. La struttura del campo “è costituita
dall’interazione dei processi di identificazione proiettiva e introiettiva e dalle
controidentificazioni, che operano con i loro limiti, con funzioni e caratteristiche diverse
nell’analizzando e nell’analista” (ibid., p. 809; trad.it. p. 43). In Brasile, Roosevelt Cassorla
(2013) ha recentemente sviluppato il concetto di enactments acuti e cronici, che emergono
come scariche comportamentali reciproche nella coppia analitica, le quali invadono il campo
analitico, ridando espressione a situazioni in cui la simbolizzazione verbale era danneggiata.
Tali concezioni latinoamericane recenti del controtransfert hanno le loro radici nel lavoro e
nella tradizione dei Baranger e di Bleger (1967), che si sono sviluppati parallelamente e in
reciproca interazione con quelli di Racker (1968) e di Grinberg (1968), spesso con accenti
lacaniani (de Bernardi, 2000; Cassorla, 2013).
La teoria del campo analitico è stata ulteriormente sviluppata sia in Europa che in Nord
America. Stern (1997), negli Stati Uniti, ha fornito un’elaborazione originale della teoria del
campo nell’ambito della prospettiva interpersonale. Uno dei principali rappresentanti della
teoria del campo in Europa è Ferro che ha coniugato la teoria del campo con una prospettiva
bioniana. In un articolo di Ferro e Basile (2008) il campo attualmente viene inteso come punto
di incontro, come su un palcoscenico, di multipli personaggi di paziente e analista, ciascuno
dotato di vita propria. Questi autori si focalizzano interamente sulla narrazione dei mondi che
emergono in ciascuna seduta psicoanalitica. Essi distinguono una serie di livelli
controtransferali. “Le distinzioni sono basate sulle modalità che il campo mostra e di cui fa
uso per modulare le sue stesse tensioni” (Ferro e Basile, p. 3). Le trasformazioni dei personaggi
nelle narrative della seduta sono considerate come rappresentazioni delle “trasformazioni nel
campo analitico. Le esplorazioni di tali legami segnalano l’apertura e chiusura di un ‘canale’
fra le identificazioni proiettive (del paziente) e la rêverie (dell’analista)” (ibid., p. 3). Ferro
(2009) e Civitarese (Civitarese, 2008; Ferro e Civitarese, 2013) sottolineano l’uso della mente
e del corpo dell’analista, in condizioni di rêverie, come una guida ai processi inconsci nel
paziente e tra analista ed analizzando.
Questa prospettiva ha anche molto in comune col concetto di interazioni co-create di
Thomas Ogden (1994a, b; 1995), analista nordamericano ma formatosi in Inghilterra, in cui le
influenze kleiniane sono pure riconoscibili. Secondo Ogden, le prospettive intrapsichiche del
transfert e del controtransfert dovrebbero essere non soltanto integrate dal quadro
intersoggettivo di una matrice transferale-controtransferale, ma devono anche essere
considerate come costitutive di una dialettica che conduce verso un “terzo analitico
(intersoggettivo)”, una nuova soggettività in sviluppo, che comprende (in modo analogo al
campo) qualcosa in più rispetto alla somma delle sue parti.

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Green (1973/1999; 2002), anch’egli combinando l’intrapsichico e l’intersoggettivo


nella cornice psicoanalitica francese, in linea coi lavori di Winnicott sullo spazio potenziale,
definisce un’altra formazione nell’area dei processi terziari, ossia definisce l’“oggetto
analitico” (oggetto dell’analisi e nell’analisi) come il “terzo oggetto”: non appartenendo né
all’analista né all’analizzando, esso ha caratteristiche transizionali, in quanto si forma
nell’incontro analitico. Nel pensiero di Green, la relazione intersoggettiva connette due
soggetti intrapsichici, ed “è nell’intrecciarsi dei mondi interni dei due partners della coppia
analitica che l’intersoggettività assume sostanza” (Green, 2000, p. 2; citazione tradotta per
questa edizione N.d.T.).

III. C. Focus bipersonale, interpsichico e intersoggettivo: controtransfert come “common


ground”
La concettualizzazione dell’“interpsichico” (accanto all’“intersoggettivo”),
sviluppatasi in Europa (e in particolare in Italia) nell’ultimo decennio, è stata considerata
sempre più rilevante a livello internazionale (Bolognini, 2004; 2008; 2016). Questo interesse
recente richiama i commenti di Freud su come due sistemi inconsci possano essere in contatto
diretto influenzandosi l’un l’altro, senza il coinvolgimento di forme più elevate di coscienza o
di soggettività (Freud, 1914; 1937a, b). Nella formulazione del concetto dell’interpsichico,
sono stati particolarmente rilevanti la “modulazione (trasformativa) del campo” all’interno
della teoria del campo (Ferro, 2001), il concetto di transizionalità di Winnicott e il lavoro
sull’empatia come fenomeno complesso (Bolognini, 2009). Nel recente lavoro di Stefano
Bolognini (2016), l’“interpsichico” può essere considerato come “un livello funzionale pre-
soggettivo in cui due persone possono scambiare contenuti interni, attraverso l’utilizzazione
delle identificazioni proiettive ‘normali’, comunicative” (Bolognini, 2016, p. 110). In quanto
dimensione psichica estesa, esso riflette l’influenza reciproca di due menti, vissuta dall’interno.
Nel suo uso tecnico, quando il dialogo analitico è vissuto come interpsichico, esso acquisisce
“una nuova e più specifica efficacia, innanzitutto nel contenimento e poi nella
simbolizzazione” (Bolognini, 2004). Ciò è stato elaborato all’interno di molte divergenti
tradizioni psicoanalitiche contemporanee, incluse quelle dei neo-kleiniani e i neo-bioniani, in
cui il lavoro interpsichico si concentra principalmente in una immediata disponibilità ad
accogliere le identificazioni proiettive (Steiner, 2011; Pick, 2015).
A questa prospettiva si collega un filone del pensiero intersoggettivo francese, con un
focus sulla comunicazione inconscia attraverso messaggi enigmatici, l’attenzione a non violare
lo spazio del paziente, la soggettività dell’analista, e la capacità rappresentazionale e simbolica
dell’analista posta a servizio della soggettivazione, rappresentazione e simbolizzazione del
paziente. Nel contesto del controtransfert, un esempio può essere la posizione controtransferale
dell’ascolto clinico decentrato di Faimberg (1992, 2005, 2012, 2013, 2015), anche conosciuto
come ascolto dell’ascolto, consistente nel monitorare attentamente come l’analista ascolta ciò
che il paziente ha ascoltato e detto (e viceversa), e ciò è in grado di fornire sorprendenti
indicazioni sullo stato di ricettività e di rappresentazione simbolica del paziente. Il concetto di
esperienza agita condivisa di Jaqueline Godfrind-Haber e Maurice Haber (2009) si riferisce

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all’entità interpsichica di una “immagine di azione” agita non ancora simbolizzata verbalmente,
ma contenente una capacità simbolica. Il salto simbolico dal potenziale alla realizzazione, dal
registro dell’azione a quello del pensiero, può essere realizzato attraverso la partecipazione
controtransferale dell’analista. Analogamente, il lavoro di René Roussillon (2009) mostra
come le azioni e il corpo del paziente veicolino eventi-messaggi provenienti dalla sua storia
preverbale. La trasmissione interpsichica al livello transferale-controtransferale può facilitare
il loro divenire parte della “vita psichica”. Da una varietà di prospettive diverse, anche Green
(2000), Aulagnier (2015), de Mijolla-Mellor (2015/2016) ed altri sottolineano come la fine
sintonizzazione con il flusso della comunicazione inconscia interpsichica e/o intersoggettiva
costituisca un prerequisito essenziale per la ‘co-ricostruzione’ analitica e la storicizzazione del
trauma primario del paziente, e per la riparazione della capacità simbolica, affinché ogni
interpretazione abbia senso.
Negli Stati Uniti e a livello internazionale, la prospettiva bipersonale ed intersistemica
è stata anche assunta da analisti con un background nell’infant research, nella teoria dei sistemi
e nella psicologia del Sé. L’attuale infant research sulla reciproca regolazione affettiva e
sull’infusione degli affetti (Tronick, 2002) può essere particolarmente rilevante per la
focalizzazione clinica sulla trasmissione interpsichica. Applicando tali concetti al lavoro
clinico con pazienti adulti, molti autori (Nahum, 2013) sottolineano la co-creazione delle
regole implicite del processo psicoanalitico. Comunque, essi minimizzano i concetti di transfert
e controtransfert, enfatizzando piuttosto gli incontri facilitanti tra paziente ed analista.
Il fatto che recentemente in molte scuole di pensiero sia meno in primo piano l’uso
esplicito del concetto e del termine “controtransfert”, non significa che non ci si occupi più di
ciò che proviene dagli aspetti più personali dell’analista, anzi è vero il contrario: l’intrecciarsi
di paziente ed analista è una delle principali prospettive della psicoanalisi contemporanea. Se
si esamina più estesamente il suo sviluppo storico, il controtransfert ha indubbiamente
acquisito un peso specifico nel contesto degli elementi essenziali del metodo psicoanalitico.
Oltre a ritenere che il controtransfert favorisca la crescita e la conoscenza, Gabbard
(1995) sostiene che il controtransfert è diventato un common ground emergente fra gli
psicoanalisti di diverse scuole. Egli rintraccia ciò nello sviluppo di due concetti chiave, quali
sono l’identificazione proiettiva e l’enactment controtransferale (vedi le voci
IDENTIFICAZIONE PROIETTIVA e ENACTMENT). Seguendo la lunga vicenda che ha
portato a considerare le reazioni emotive dell’analista come uno strumento per accedere al
mondo interno del paziente ed influenzarlo, la discussione recente si è estesa all’interrogativo
su se e come estendere l’uso attivo ed esplicito del controtransfert nella situazione analitica, e
cioè se, in determinate circostanze, si dovrebbe palesare il controtransfert al paziente, con lo
scopo di facilitargli la comprensione della propria esperienza (Renick, 1999; Gediman, 2011;
Greenberg, 2015). Comunque, al momento non vi è accordo riguardo all’utilità di questa
tecnica di intervento.

105
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IV. CONCLUSIONI

A partire dal sogno dell’“iniezione ad Irma” di Freud del 1895 – sogno di


controtransfert per eccellenza – lo sviluppo del concetto di controtransfert esemplifica la
costante interazione di teoria e pratica, di lavoro clinico e concettualizzazione, dalla “nascita
della psicoanalisi” attraverso la sua successiva evoluzione.
Sebbene inizialmente il controtransfert fosse considerato principalmente come un
rischio rispetto all’efficacia clinica dell’analista, l’altra tendenza volta a comprendere il
controtransfert come risultato di processi interpsichici, soltanto accennata agli inizi, stava
diventando progressivamente più esplicita nelle discussioni analitiche degli anni Venti e
Trenta, man mano che la definizione del concetto di controtransfert veniva gradualmente
allargata.
L’ultimo decennio del Ventesimo secolo e l’inizio del Ventunesimo hanno visto una
crescita dell’attenzione sui fenomeni e sui processi interpsichici che accadono non solo nella
psiche individuale ma anche tra quelle dei due protagonisti della situazione analitica.
Comunque, in questa focalizzazione vi sono state priorità tematiche molto diverse: il livello
pre-soggettivo dello scambio, le soggettività intrecciate del paziente e dell’analista, le relazioni
di entrambi, il campo psichico fra di loro ed i vari canali di scambio – reazioni inconsce, affetti
ed emozioni, linguaggio, fisicità, comportamento ecc. Mentre il controtransfert è considerato
sempre più uno strumento terapeutico, le sue potenzialità e le sue insidie cliniche e teoriche
rimangono di grande interesse per gli analisti.
I diversi aspetti del significato che emergono durante lo sviluppo del concetto possono
essere organizzati tenendo conto degli altri concetti a cui si riferiscono e di quali sono gli
universi concettuali da cui emergono: “Controtransfert” in riferimento al modello topografico
della mente (conscio/inconscio); “Controtransfert” in riferimento al modello strutturale della
mente (ideale dell’Io/Superio, Io, Es); “Controtransfert” in riferimento a specifici meccanismi
psichici (resistenza, proiezione, identificazione proiettiva, contenitore/contenuto);
“Controtransfert” in riferimento ad aspetti specifici del processo analitico (funzionamento
efficace, risposta emozionale, empatia); “Controtransfert” in riferimento a
caratteristiche/limiti psichici dell’analista; “Controtransfert” in riferimento alla matrice
transferale-controtransferale degli scambi interpsichici e/o intersoggettivi, o al campo.
Il controtransfert può essere considerato come un argomento attraverso il quale
tradizioni diverse si avvicinano fra loro, costituendo il “common ground” in psicoanalisi. Gli
autori di orientamento freudiano classico sono giunti a considerare che l’analista è
inevitabilmente influenzato dal paziente. Gli analisti che lavorano nella tradizione delle
relazioni oggettuali hanno cominciato a vedere il controtransfert non solo come un risultato
delle proiezioni e/o degli spostamenti del paziente (ossia solo come eco dei processi inconsci
del paziente), ma anche come riflesso di aspetti dell’analista.

106
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Oggigiorno, al di là delle divergenze tra le culture psicoanalitiche e delle loro pluralità


teoriche e cliniche, si è sviluppato un consenso ad ampio raggio sul fatto che le emozioni
dell’analista siano influenzate nello stesso modo dal paziente e dall’analista, a riprova della
ricca, sfaccettata, ed essenzialmente umana dimensione dell’analista al lavoro.

Vedi anche:
CONTENIMENTO: CONTENITORE-CONTENUTO
IDENTIFICAZIONE PROIETTIVA (di prossima pubblicazione)
ENACTMENT

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Consulenti e contributori regionali

Europa: Maria Vittoria Costantini, Dr.ssa. med.; Anna Ursula Dreher, Dr. phil.; and Dipl.
Psych. Henrik Enckell, MD, PhD

Nord America: Andrew Brook, D.Phil.; Adrienne Harris, PhD; Robert Oelsner, PhD; and
Arnold Richards, MD

America Latina: Adrian Grinspon, Dr. dipl. Psych

Revisori addizionali: Rosemary Balsam, MD and Allannah Furlong, PhD

Co-Presidente Coordinatore Interregionale: Eva D. Papiasvili, PhD, ABPP

Il Dizionario Enciclopedico Interregionale di Psicoanalisi dell’IPA, è distribuito con licenza Creative Commons
CC-BY-NC-ND. I diritti fondamentali restano agli autori (la stessa IPA e i contributori membri IPA), tuttavia il
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condizioni.

Traduzione italiana ed editing a cura dei soci della Società Psicoanalitica Italiana.

Traduzione: Dott. Francesco Carnaroli

Coordinamento ed Editing: Dott.ssa Maria Grazia Vassallo

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ENACTMENT
Voce Tri-Regionale
Consulenti Interregionali: Rosemary Balsam (Nord America),
Roosevelt Cassorla (America Latina) e Antonio Pérez- Sánchez (Europa)
Co-chair Coordinatore Interregionale: Eva D. Papiasvili (Nord America)

_______

Traduzione italiana ed editing a cura dei soci della Società Psicoanalitica Italiana
Traduzione: Roberto Verlato
Coordinamento ed Editing: Maria Grazia Vassallo

I. DEFINIZIONI

Il concetto di enactment non ha una collocazione univoca nella teoria psicoanalitica. I


modi di utilizzare questo termine variano ampiamente, da quelli limitati alla situazione analitica
fino a comprendere un’ampia gamma di interazioni e comportamenti nella vita quotidiana.
Dopo che questo termine venne utilizzato per la prima volta nel titolo di un lavoro di
Theodore Jacobs (1986), quello dell’enactment è stato spesso ritenuto un concetto della
psicoanalisi nordamericana. In ogni caso nella letteratura psicoanalitica nordamericana
contemporanea non c’è un unico modo di intendere l’enactment. Vi è piuttosto un gruppo di
concetti simili, più o meno correlati l’uno con l’altro ma anche piuttosto differenti l’uno
dall’altro. L’esempio riportato qui di seguito dei modi in cui il termine viene utilizzato assimila,
riunisce e sviluppa le definizioni che autori nordamericani come Akhtar (2009) e Auchincloss
e Samberg (2012) hanno dato di questo concetto.

• Enactments nel Transfert/Controtransfert (e.g., Jacobs 1986, Hirsch 1998) quando


l’analista e/o l’analizzando esprimono desideri transferali o controtransferali attraverso
l’azione, piuttosto che riflettendo su di essi o interpretandoli. Quest’uso del termine è
stato ulteriormente esteso da McLaughlin (1991) fino ad includere ‘i transfert evocativo-
coercitivi sia del paziente che dell’analista’ed ulteriormente sviluppato da Chused
(1991, 2003) come ‘interazioni simboliche’con un significato inconscio per entrambi i
partecipanti, potenzialmente estensibile anche al di là della situazione analitica. Questo
fenomeno può essere considerato come una versione dell’‘acting out’o dell’‘acting in’(
Zeligs, 1957), esteso ad entrambi i partecipanti.

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• L’induzione inconscia esercitata sull’analista da parte dell’analizzando a mettere in atto


le fantasie inconsce dell’analizzando. Quest’idea è simile alla ‘identificazione
proiettiva’e/o alla ‘responsività di ruolo’.

• ‘Una serie concatenata di drammatizzazioni spesso sottili, inconsce ed interattive,


costruite congiuntamente, che prendono vita all’interno della situazione analitica’
(Levine e Friedman, 2000, p.73; Loewald, 1975; citazione tradotta per questa edizione
N.d.T ). In questo caso il termine ‘enactment’è utilizzato per definire un tipo di
intersoggettività, dal momento che l’analista viene considerato un co-creatore di ciò che
accade tra le due parti in gioco.

• Qualsiasi espressione plateale di una rottura transferale/controtransferale di uno


scambio analitico fluido e contenitivo (Ellman, 2007), che potenzialmente si può
estendere anche al di fuori della situazione analitica (Chused, Ellman, Renik, Rothstein,
1999) e può essere comunicata verbalmente o non verbalmente (si veda l’‘enactment
interpretativo’di Steiner, 2006a, qui di seguito).

In America Latina questo pluralismo concettuale è stato ridotto grazie all’ulteriore influenza
che storicamente hanno esercitato autori come Racker (1948, 1988), Grinberg (1957, 1962),
Baranger & Baranger (1961- 1962) e grazie ai successivi e più recenti studi di Cassorla (2001,
2005, 2009, 2012, 2013, 2015), Sapisochin (2007, 2013) ed altri.

• Attualmente il modo predominante di intendere l’enactment in America Latina riguarda


fenomeni attraverso i quali il campo analitico è invaso da scariche emozionali e/o da
comportamenti che coinvolgono sia il paziente che l’analista. Gli enactment si
sviluppano da induzioni emotive reciproche senza che i membri della coppia analitica
siano in grado di comprendere con chiarezza ciò che sta accadendo. Gli enactment
riflettono situazioni del passato nelle quali la simbolizzazione verbale era stata
insufficiente e, quand’anche le parole fossero state disponibili, il loro uso era stato
limitato e concreto. Gli enactment rappresentano modalità di ricordare relazioni precoci
attraverso comportamenti e sentimenti che fanno parte di organizzazioni difensive.
(Vedi successivamente le differenze tra enactment cronici ed acuti).

L’interpretazione che del termine viene data in Europa è più vicina a quella latinoamericana
che a quella nordamericana, dal momento che il concetto viene limitato pressochè
esclusivamente alla situazione analitica. In ogni caso per alcuni analisti europei esso si
differenzia dalla versione che ne viene data in America Latina, in quanto l’enactment non è da
essi considerato tanto una co-creazione del paziente e dell’analista quanto piuttosto un risultato
della loro interazione. E’ anche piuttosto comune che ci si riferisca all’enactment come a
qualcosa che sta tra il controtransfert e l’acting out.

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• Ad esempio la concezione di Steiner (2006a) dell’“enactment interpretativo” riguarda


la comunicazione verbale dell’analista e consiste nell’idea che, sebbene sia presentato
come un’interpretazione, ciò che viene detto esprima in realtà i sentimenti e gli
atteggiamenti controtransferali dell’analista.

La visione prevalente degli enactment in relazione all’interpretazione psicoanalitica, all’interno


di tutte e tre le culture psicoanalitiche continentali considerate, è che qualsiasi sia la
formulazione dei processi e dei contenuti sottostanti, gli enactment, in quanto sono in stretta
relazione con la situazione analitica, sono considerati significativi sia dal punto di vista
evolutivo che dinamico ed è pertanto necessario che siano compresi e infine interpretati, pur
con tutta la gradualità e la personalizzazione che tale interpretazione richiede.( Papiasvili,
2016).

II. ANTECEDENTI IN FREUD

Tutte le concezioni attuali dell’enactment hanno le loro radici nei concetti formulati da
Freud. Dai tempi del trattamento di Anna O. da parte di Breuer (Breuer, 1893) - il primo caso
di collusione descritto nella letteratura psicoanalitica - Freud (1895) iniziò ad interrogarsi sulle
azioni che avevano luogo quando, nel corso dell’analisi, il paziente rivelava i suoi problemi
all’analista. Il transfert (1905) è stata la prima di queste scoperte (il caso di Dora), allorchè la
struttura fantasmatica del paziente viene proiettata sull’analista. Sebbene l’avesse già descritto
nella propria autoanalisi nel 1899 (L’interpretazione dei sogni), nel 1910 Freud assegnò al
complesso edipico una posizione ancora più rilevante, mostrando come i bambini mettessero in
relazione la sessualità con i propri genitori secondo modalità che poi tendevano a ripetere nella
vita adulta e successivamente anche con l’analista, in quanto sostituto delle figure genitoriali.
Un’ulteriore scoperta fu il Controtransfert (1910), che “insorge nel medico per l’influsso del
paziente sui suoi sentimenti inconsci” (p. 200) . Quella successiva fu l’Acting out (1914),
sebbene Freud ne avesse parlato già precedentemente, quando aveva interpretato l’interruzione
prematura dell’analisi da parte di Dora come una vendetta su sè stesso, considerato un oggetto
sostitutivo dei desideri di punizione che ella provava nei confronti del Signor K. Un ulteriore
sostegno all’uso attuale del termine enactment giunse dal riconoscimento da parte di Freud
dell’importanza della coazione a ripetere (1914). Questo concetto descriveva come i traumi
venissero inconsciamente riprodotti nel corso del trattamento e della vita quotidiana.
Freud scriveva:

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“Egli riproduce quegli elementi non sotto forma di ricordi, ma sotto forma di azioni; li
ripete, ovviamente senza rendersene conto...Il paziente non si libererà, finchè rimane in
trattamento, da questa “coazione a ripetere”: e alla fine ci si rende conto che proprio
questo è il suo modo di ricordare...” (1914, p. 356).
Nel 1923 lo sviluppo della teoria strutturale portò a focalizzare l’attenzione sui
meccanismi di difesa e sulla loro relazione con l’Io. Le difese che avrebbero avuto una
posizione centrale nel definire il concetto di enactment erano la proiezione, l’introiezione e la
riproiezione. In definitiva le attuali concezioni dell’enactment incorporano molti concetti
freudiani, sebbene ovviamente ne amplino il significato.

III. SVILUPPO DEL CONCETTO

Il verbo to enact è associato al verbo to act ed uno dei significati di to act è recitare un
ruolo drammatico o teatrale. Il termine to enact, assieme al sostantivo corrispondente
enactment, viene utilizzato con una certa imprecisione nella letteratura psicoanalitica storica e
contemporanea e si riferisce alla esternalizzazione drammatizzata del mondo interno del
paziente nel corso di una seduta o nella vita quotidiana. Il termine re-enactment ha lo stesso
significato.
Nel suo fondamentale articolo “On Countertransference Enactments”, Jacobs (1986)
descrive gli enactment come situazioni nelle quali un analista si sorprende di fronte al proprio
comportamento controtransferale apparentemente inadeguato. Successivamente l’analista può
rendersi conto dell’esistenza di collegamenti tra il proprio comportamento, la pressione emotiva
esercitata dal paziente e sue proprie caratteristiche personali. In seguito (1991, 2001) Jacobs
chiarì, diede ulteriore rilievo e divulgò il termine ‘enactment’. Con esso egli designò uno
specifico fenomeno che avviene in analisi quando la psicologia di uno dei partecipanti viene
messa in scena di fronte agli occhi dell’altro. Ciò che egli cercava di trasmettereera l’idea che
gli enactment sono comportamenti del paziente, dell’analista o di entrambi, che si sviluppano
in risposta a conflitti e fantasie risvegliate dal lavoro terapeutico in corso. Sebbene siano
strettamente collegati all’interazione transfert-controtransfert questi comportamenti sono altresì
connessi, attraverso la memoria, a pensieri associati, a fantasie inconsce e ad esperienze della
prima e della seconda infanzia. Quindi, per Jacobs, l’idea dell’enactment contiene in sè anche
quella del reenactment, cioè del rivivere nella situazione analitica momenti e frammenti del
passato psicologico di entrambi i suoi membri.
Il concetto di enactment di Jacobs entra in risonanza con l’idea, in qualche modo
paradossale, di Winnicott (1963) che se l’analisi procede bene ed il transfert si approfondisce il
paziente farà in modo che l’analista commetta un errore, com’è necessario che avvenga
nell’area dell’onnipotenza infantile normale, e cioè nel transfert.

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In ogni caso Jacobs non fu il primo. Hans Loewald aveva già usato precedentemente il
termine in “Psychoanalysis as an Art and the Fantasy Character of the Psychonalytic
Situation” (1975). Egli scriveva che
“..[.il] processo in cui paziente ed analista sono reciprocamente coinvolti ...implica una
riattualizzazione ( “re-enactment”), una drammatizzazione di aspetti della storia della
vita psichica del paziente, creata e messa in scena insieme con l’analista e sotto la sua
direzione “. (p. 278-9 citazione tradotta per questa edizione N.d.T.).
Paziente ed analista creano insieme un’illusione all’interno della nevrosi di transfert. Il
paziente prende l’iniziativa di questa ricreazione della fantasia, come se si trattasse di un’opera
teatrale. Il ruolo dell’analista si svolge su più piani. Lui, o lei, è sia il regista che l’interprete di
vari personaggi nella vita del paziente. Paziente ed analista sono co-autori di questo
drammatizzazione, che viene sperimentata allo stesso tempo come fantasia e come realtà.
Anziché semplicemente assumere questi ruoli l’analista li rispecchia, finchè il paziente riesce
ad avere accesso alla propria vita interiore e gradualmente ad assumere su di sè la responsabilità
della regia e della sceneggiatura. Il concetto aristotelico di “imitazione dell’azione sotto forma
di azione” corrisponderebbe, in termini psicoanalitici, tanto alla riattualizzazione (“re-
enactment”) quanto alla ripetizione. Analogamente Schafer (1982), all’epoca collega di
Loewald, credeva che le multiple narrative del sè o “storylines” potevano essere considerate
come differenti versioni della storia dell’analizzando messa in scena con un analista ( ad
esempio come drammi di imprigionamento, di rinascita o di rivalità edipica).
Sandler (1976) focalizzò l’attenzione sull’induzione reciproca tra i membri di una diade
e sulle risposte spontanee dell’analista alle stimolazioni inconsce del paziente, che egli definì
responsività di ruolo.
Gradualmente l’uso del concetto di enactment andò ampliandosi ed i dibattiti su questo
tema divennero più frequenti nella letteratura psicoanalitica (McLaughlin, 1991; Chused, 1991;
Roughton, 1993; McLaughlin & Johan,1992; Ellman & Moskovitz, 1998; Panel, 1999). Per
alcuni enactment semplicemente sostituì il termine acting out, sebbene vada ricordato che
acting out è l’equivalente inglese della parola tedesca Agieren. In tedesco “er agiere es”
corrisponde all’inglese “but acts it out” (bensì lo traduce in azioni) :... l’analizzato non ricorda
assolutamente nulla degli elementi che ha dimenticato e rimosso, egli piuttosto li mette in atto”.
Freud, 1914. p. 355).
In alcune culture psicoanalitiche il termine acting out iniziò a definire azioni, più o meno
occasionali ed impulsive, che irrompevano bruscamente nel flusso delle libere associazioni,
restringendo in questo modo il significato dell’Agieren. Al tempo stesso il termine iniziò ad
essere utilizzato per etichettare certi comportamenti di personalità impulsive e psicopatiche. Le
connotazioni moralistiche dell’acting out contaminarono il linguaggio dei professionisti della
salute mentale e del diritto. La sostituzione della parola acting out con quella di enactment
aveva tra i suoi obiettivi anche quello di eliminare la confusione concettuale e gli aspetti
peggiorativi del termine.

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Venne presa in considerazione anche una connotazione legale del termine enactment,
che si riferisce ad una legge, un mandato o un decreto - un ordine cui si deve obbedire. Il
concetto psicoanalitico incorpora entrambi i significati della parola. È d’altronde vero che, per
definizione, entrambi i membri della diade partecipano ad un enactment e non sono
sufficientemente consapevoli di ciò che sta loro accadendo. In esso l’analista è guidato dalla
relazione, assoggettato ai suoi problemi interni ed alle sue macchie cieche. Per contrasto,
nell’acting out i comportamenti evacuativi del paziente possono essere osservati dall’analista,
dal momento che egli non vi si lascia coinvolgere.
Molti analisti hanno descritto situazioni simili a quelle che noi definiamo enactment
senza tuttavia chiamarle così. Questo concetto ha permesso di riunire fenomeni simili, che erano
stati associati tra loro grazie alle osservazioni di Freud e quindi rielaborati da psicoanalisti di
diversi orientamenti teorici con termini quali ripetere, rivivere, esternalizzare. acting-out, etc.
Il termine divenne gradualmente parte del bagaglio concettuale comune della psicoanalisi.
Discussioni e studi più recenti si possono trovare in Paz (2007), Ivey (2008), Mann &
Cunningham (2009), Borensztejn (2009), Stern (2010), Waska (2011), Cassorla (2012),
Sapisochin (2013), Bohleber et al (2013), e Katz (2014).
Gli enactment differiscono per qualità ed intensità in relazione ai differenti gradi di deficit o di
deterioramento della capacità di simbolizzazione. I più lievi potrebbero essere le
“attualizzazioni” (Sandler, 1976), che soddisfano i desideri transferali verso l’analista. Il più
maligno è da ricondurre ad un impoverimento della capacità di simbolizzazione dell’analista,
che lo induce a comportamenti di abuso della propria autorità, che vanno ben al di là dei limiti
di ciò che si può considerare un trattamento analitico (Bateman, 1998).
Uno dei punti in discussione nella letteratura psicoanalitica è se gli enactment siano
nocivi oppure necessari ed utili. La tendenza prevalente è quella di considerare che gli
enactment accadono spontaneamente quando un analista si confronta con configurazioni
traumatiche, psicotiche o borderline e persino quando predominano aspetti nevrotici. Sono
certamente utili una volta che siano stati compresi e questa comprensione può avvenire solo
dopo che siano stati identificati, cioè a dire attraverso l’uso della Nachtraeglichkeit (après coup
o azione differita). Gli enactment che non siano stati adeguatamente identificati bloccano il
processo analitico e possono arrivare a distruggerlo.

III.A. Sviluppo del concetto nel Nord America: Influenza supplementare della Teoria
delle Relazioni Oggettuali britannica.
L’identificazione proiettiva è una componente importante dell’enactment. Venne
descritta per la prima volta dalla Klein (1946/1952), che la definì come una fantasia inconscia,
che consisteva nella scissione e proiezione di parti buone e cattive dell’Io nell’oggetto. Anche
Winnicott utilizzò questo concetto. Bion (1962) ampliò l’identificazione proiettiva fino ad
includere la comunicazione preverbale e/o presimbolica tra la madre ed il bambino. Joseph
(1992) integrò la concezione di Bion con il riferimento ai comportamenti attivi-ma-sottili
(active-if-subtle) del soggetto che, coerentemente con i suoi meccanismi intrapsichici, operano

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nel senso di produrre nella stanza d’analisi un’atmosfera particolare, evocando certe emozioni,
sensazioni ed idee nell’analista (oggetto) , che possono indurlo a comportarsi in una modalità
per lui insolita, modalità che è tuttavia coerente con lo schema interiore dell’analizzando
(soggetto). O’Shaughnessy (1992) descrive due tipi di enactments: ‘enclaves’e ‘excursions’,
entrambi potenzialmente distruttivi per il processo analitico. L’“enclave” si realizza quando
l’analista trasforma l’analisi in un rifugio dalle perturbazioni, mentre l’‘excursion’quando la
trasforma in una serie di fughe. O’Shaughnessy riconosce che acting out parziali e limitati
costituiscono una parte inevitabile di qualsiasi situazione clinica, ma diventano tuttavia
problematici quando non sono contenuti, al punto da deteriorarsi sotto forma di enactments di
tipo distruttivo- enclaves ed excursions (Shaughnessy, 1992).
Gli enactments possono inoltre essere considerati come un esempio dell’idea di
Winnicott, discussa precedentemente (1963, p.343), che noi abbiamo successo nel momento in
cui falliamo se il nostro fallimento risponde ad un bisogno del paziente. Tutto ciò è molto
distante dall’idea semplicistica della cura che si realizza attraverso l’esperienza correttiva.
Parafrasando Winnicott, in un paziente l’enactment può essere al servizio dell’Io se viene
accolto dall’analista ed utilizzato per permettere al paziente di portare qualcosa di tossico nella
sua area di controllo, dove può essere trattato tramite la proiezione e l’introiezione.
Quindi nel Nord America le concezioni dell’enactment hanno radici profonde nel
pensiero di Freud ma anche nella tradizione delle Relazioni Oggettuali.

III.B. Sviluppo del concetto nell’America Latina: contesto più ampio e precursori
concettuali.
Il pensiero psicoanalitico latinoamericano venne influenzato dal lavoro pioneristico di
autori che, negli anni 1940 e 1950, svilupparono studi approfonditi del processo analitico,
prendendo in considerazione ciò che accadeva tra i membri della diade analitica. Racker (1948,
1988) studiò il “controtransfert complementare” come conseguenza dell’identificazone
dell’analista con gli oggetti interni del paziente. Grinberg (1957, 1962) descrisse la
“controidentificazione proiettiva” come una situazione in cui gli analisti si lasciano sopraffare
dalle identificazioni proiettive del paziente e reagiscono ad esse senza rendersene conto. In un
secondo tempo Grinberg modificò in parte le sue convinzioni e dimostrò l’utilità di questo
concetto per la comprensione di ciò che accade tra i membri della diade analitica. Sia Racker
che Grinberg descrissero situazioni simili a quelle che attualmente definiamo enactment. Questi
ed altri autori influenzarono Willy e Madeleine Baranger, che, partendo dalle concezioni
kleiniane, definirono il campo analitico (Baranger & Baranger, 1961-62, 1969, 1980).
Il campo analitico è uno spazio/tempo che coinvolge due persone (analista e paziente)
che partecipano allo stesso processo dinamico, all’interno del quale nessuno dei due membri
della diade può essere compreso se non in riferimento all’altro. Entrambi costituiscono una
struttura, denominata fantasia inconscia della diade, che va oltre la semplice somma degli
aspetti di ciascuno dei partecipanti. In questo contesto i Baranger descrissero un prodotto del
campo analitico che definirono bastioni. I bastioni si producono quando parti del paziente e

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parti dell’analista si ritrovano ad essere intrecciate ed intrappolate dentro una struttura


difensiva. Il bastione può apparire come un corpo estraneo statico, all’interno di un processo
analitico che sembra procedere nel suo percorso oppure può dominare tutto il campo, divenendo
patologico. L’idea del bastione è simile a quella di enactment cronico (Cassorla, 2005). In
seguito a questi sviluppi la cultura psicoanalitica latinoamericana ha rapidamente assorbito il
concetto di enactment. La chiarificazione concettuale venne ulteriormente facilitata dagli studi
contemporanei di autori latinoamericani sui processi di simbolizzazione (Cassorla, 2001, 2005,
2009; Sanchez Grillo, 2004; Sapisochin 2007, 2013; Gus 2007; Paz, 2007; Borezesztejn, 2009;
Rocha, 2009; Schreck, 2011).

IV. SVILUPPI ED USI CONTEMPORANEI DEL CONCETTO IN AMERICA DEL


NORD, AMERICA DEL SUD ED IN EUROPA.

IV.A. Sviluppo e rilevanza clinica in America Latina


Situazioni cliniche descritte in letteratura come enactment in genere indicano alcune
azioni o comportamenti improvvisi, che hanno fatto provare all’analista la sensazione di aver
perduto la sua funzione analitica. Egli, ad esempio, può sorprendersi nel rendersi conto di
essersi comportato ironicamente, aggressivamente o seduttivamente. Oppure può accorgersi di
essere disinteressato o di aver terminato la seduta prima del tempo previsto o di averla allungata.
Può rendersi conto di essere eccessivamente affascinato dalle storie avvincenti del paziente o
di essersi messo a discutere con lui. In queste situazioni si accorge che la sua capacità analitica
è stata danneggiata e si sente così imbarazzato e colpevole. In un secondo tempo può rendersi
conto di essersi identificato con aspetti proiettati dal paziente. Nello specifico questi fenomeni
dovrebbero essere definiti enactment acuti (Cassorla, 2001). In alcuni casi il comportamento
dell’analista risulta più evidente di quello del paziente. Il termine enactment controtransferale
viene usato per definire questo comportamento dell’analista.
Cassorla (2005, 2008, 2012, 2013), studiando le configurazioni borderline, dimostra che
prima che accada un enactment acuto, la coppia analitica ha già realizzato per un lungo periodo
situazioni di collusione duale, all’interno delle quali paziente ed analista sono divenuti tra loro
indistinti. Queste coppie simbiotizzate mostrano comportamenti simili a quelli delle
rappresentazioni teatrali o dei giochi d’imitazione (Sapisochin, 2013). Questo tipo di
comportamento viene definito enactment cronico. Nessun membro della coppia si rende conto
di ciò che sta accadendo, se non poco dopo la comparsa e la presa di coscienza di un enactment
acuto.
Lo studio della sequenza: enactment cronico (non percepito) > enactment acuto
(percepito) > identificazione dell’enactment cronico che si era verificato, fornisce una
descrizione del tipo di sviluppo naturale del processo analitico quando si lavora in aree in cui il
processo di simbolizzazione è deteriorato. I fatti clinici rivelano la presenza di organizzazioni

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difensive la cui funzione è quella di evitare la percezione della realtà triangolare, sperimentata
come traumatica. L’esperienza clinica mostra questa sequenza:

Fase 1. L’analista sa di stare trattando un paziente con cui è difficile entrare in contatto
e che attacca il processo analitico e tende a sovvertirlo. Tuttavia è certo che, con pazienza e
perseveranza, le difficoltà potranno essere risolte.
Momento M: Ad un certo punto l’analista resta lui stesso sorpreso nel fare un intervento
o compiendo un’azione, solitamente impulsiva, che lo mette in imbarazzo, facendolo sentire in
colpa e dandogli l’impressione di aver perduto la sua capacità analitica. Teme di aver causato
un danno al proprio paziente ed immagina complicazioni imminenti.
Fase 2. L’analista tollera i propri sentimenti negativi ed osserva le conseguenze del suo
comportamento. Con sua sorpresa il processo analitico diviene più produttivo e la rete del
pensiero simbolico si allarga. La comprensione del Momento M rafforza il legame analitico ed
il paziente l’associa a precedenti situazioni traumatiche, che sono ora in via di elaborazione.
Una successiva riflessione sui fatti descritti porta l’analista a rendersi conto che, nella
Fase 1, egli era stato coinvolto in una collusione prolungata con il paziente (enactment cronico)
in certe aree di funzionamento della coppia analitica, senza averne la percezione. Le collusioni,
ora identificate, oscillano tra scenari sadomasochistici e scenari di idealizzazione reciproca.
L’analista ed il paziente si controllano reciprocamente e divengono l’uno il prolungamento
dell’altro.
Riflettendo sul Momento M, l’analista si rende conto che in realtà egli non aveva perso
allora la sua capacità analitica, bensì prima, durante la Fase 1. Il Momento M segnalava, in
verità, che egli stava recuperando la sua capacità. Ad esempio, la presunta aggressione
dell’analista ha sciolto una collusione masochistica o una relazione fondata sulla idealizzazione
reciproca, che stava bloccando il processo analitico (Fase 1). Nel Momento M è stato messo in
scena un enactment acuto, che ha risolto il precedente enactment cronico nel momento stesso
in cui l’ha reso percepibile. Pertanto l’enactment acuto ha reso manifesto il trauma dell’essere
entrato in contatto con la realtà triangolare. Talvolta, prima che si realizzi una chiara percezione
dell’enactment acuto, taluni momentanei contatti con la realtà triangolare possono essere
segnalati da quasi impercettibili ‘micro-enactment’dopo di che l’organizzazione difensiva torna
immediatamente sui suoi passi agli enactment cronici (Cassorla, 2008). Durante il periodo di
enactment cronici, che non vengono percepiti, l’analista continua a lavorare in maniera
persistente, nonostante egli possa sentire di non essere abbastanza produttivo. Anche così,
procedendo in aree parallele, il suo lavoro continua in forma implicita a dare significato alle
lacune traumatiche della rete simbolica. Gradualmente l’organizzazione difensiva viene sciolta,
anche se ciò può non rendersi evidente nel campo analitico. L’enactment acuto, e cioè la
percezione improvvisa della realtà triangolare, emerge quando vi è stata una sufficiente
riparazione della rete simbolica. La coppia analitica sente che la separazione tra il sé e l’oggetto
sarà sopportabile. Questa separazione, pertanto, può essere considerata come un trauma
attenuato. L’enactment acuto è quindi una miscela che contiene in sè sia scariche affettive
traumatiche che il lavoro di simbolizzazione del trauma nel qui ed ora del processo analitico.

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Quando l’analista percepisce l’enactment e attraverso la Nachtraeglichkeit lo


risignifica, la rete simbolica si allarga ulteriormente. Questo ampliamento permette l’emergere
di nuove associazioni, che sono correlate agli effetti del trauma, che sono ora in corso di
elaborazione, stimolando quindi la produzione di costruzioni da parte dell’analista (Fase 2).
Quando il paziente porta nel campo analitico soprattutto aspetti simbolici, attraverso le
identificazioni proiettive comunicative, si crea istantaneamente una collusione duale tra
paziente ed analista. Essa viene quindi risolta dall’analista attraverso le interpretazioni di
transfert. Per analogia queste collusioni istantanee possono essere definite enactment normali.
Cassorla (2008, 2013) discusse questi aspetti clinici utilizzando la teoria del pensiero di
Bion e propose che gli enactment cronici rappresentano situazioni in cui entrambi i membri
della coppia analitica non sono in grado di sognare le esperienze emotive che accadono nel
campo analitico. Ha definito l’enactment cronico come un non-sogno-a due. D’altro canto gli
enactment acuti, che risolvono gli enactment cronici, rappresentano una miscela di scariche e
non-sogni che vengono sognati nel qui-ed-ora del campo analitico. La capacità di
simbolizzazione è un prodotto della funzione-alfa implicita, che l’analista utilizza nel corso
dell’enactment cronico.

IV.B. Sviluppo e rilevanza clinica nell’America del Nord


Proprio come gli autori latinoamericani sottolineano l’importanza del concetto per
meglio comprendere la tecnica analitica con i bambini e gli adolescenti (Sanchez Grillo, 2004;
Rocha, 2009; Borensztejn, 2009), anche in America del Nord gli analisti di bambini ed
adolescenti utilizzano e sviluppano il concetto sia nel lavoro clinico che in quello teorico.
Judith Chused, influenzata dal lavoro di Theodore Jacobs del 1986 con pazienti adulti
sull’espansione del controtransfert fino ad includere in esso l’“enactment, lavorando con
giovani pazienti descrisse un uso del sè da parte dell’analista efficace nel rilevare le proprie
reazioni. Chused (1991, 1992) offrì esempi clinici dettagliati del suo lavoro con bambini
nell’età della latenza, adolescenti e giovani adulti. Nel 2003 Chused formulò un ‘ampia
definizione dell’‘enactment’:
“Quando il comportamento di un paziente o le sue parole stimolano un conflitto
inconscio nell’analista e ciò porta ad un’interazione che ha un significato inconscio per
entrambi, questo è un enactment. In direzione opposta si realizza un enactment quando il
comportamento di un analista o le sue parole stimolano un conflitto inconscio nel paziente,
dando origine ad un’interazione con un significato inconscio per entrambi. Gli enactment
avvengono continuamente in analisi e al di fuori dei nostri studi... Alcuni dei più
significativi...avvengono...quando il comportamento di un analista si è allontanato dalle sue
intenzioni coscienti a causa di motivazioni inconsce ed egli, quando si osserva più attentamente,
non si sente a posto...’(Chused, 2003, p. 678 citazione tradotta per questa edizione N.d.T)
Nel 1995 Judith Mitrani coniò il termine ‘esperienza non mentalizzata’, riferendosi a
situazioni della prima infanzia che successivamente trovano espressione in analisi attraverso il

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processo dell’enactment. A quel punto possono essere interpretate nel transfert e dare una forma
significativa alle nostre costruzioni immaginative. Successivamente (Mitrani, 2001), ella arrivò
alla conclusione che la parola ‘esperienza’era inappropriata in questo contesto, dal momento
che ci dev’essere una consapevolezza psichica e quindi qualche forma di mentalizzazione per
poter sperimentare qualcosa. Ella quindi ha sottolineato la distinzione tra qualcosa che è
successo ad un individuo, rispetto a qualcosa che egli ha sofferto, e che successivamente è
entrato nel dominio della coscienza con l’aiuto di un oggetto contenitore; in altri termini una
‘cosa’che ha raggiunto un certo grado di significazione nella mente.
In questo Mitrani si rifà a Federn (1952), Bion (1962) e Winnicott (1974). Federn (1952)
operò un’importante distinzione tra soffrire un dolore e sentire un dolore. Per lui soffrire è un
processo attivo dell’Io, nel quale l’evento che provoca dolore - ad esempio la frustrazione o la
perdita dell’oggetto - viene accettato e riconosciuto in tutta la sua intensità. In questo modo
subisce una trasformazione e lo stesso accade all’Io. Nel sentire un dolore, al contrario, l’evento
che induce il dolore non può essere tollerato né elaborato dall’Io. Il dolore non viene contenuto
ma tocca soltanto i confini dell’Io e ne viene respinto. Ogni volta che si ripresenta, il sentimento
doloroso colpisce l’Io con la stessa intensità e lo stesso effetto traumatico. La distinzione tra
“avvenimenti” ed “esperienze” era già stata affrontata in precedenza da Winnicott (1974) in
“The Fear of Breakdown” (“La paura del crollo”) - un crollo avvenuto nella prima infanzia ma
che non era stato sperimentato. Una rilevanza, seppur indiretta, può rivestire qui anche laTeoria
del Pensiero di Bion (Bion, 1962) secondo cui nel periodo dell’infanzia, quando psiche e soma
sono ancora tra loro indistinguibili, le impressioni sensoriali grezze/elementi beta vengono
registrate nel corpo ed affrontate a livello corporeo fino a che, con l’aiuto dell’azione
contenitiva della funzione alfa materna, diviene possibile una loro rappresentazione psichica.
A giudizio di Mitrani un simile ‘avvenimento non mentalizzato’, di un dolore sentito ma
non sofferto, registrato ad un livello sensoriale o corporeo, cui non è ancora stato assegnato
alcun significato simbolico, potrebbe essere all’origine di molti enactment in analisi. Quando
l’analista fa un buon uso degli enactment il corpo acquista una seconda possibilità di venire
rappresentato simbolicamente, dal momento che entra in relazioni di senso con altre
rappresentazioni psichiche.
La prospettiva neurobiologica sul ruolo del corpo nell’enactment attraverso le memorie
somatiche è stata studiata e revisionata, tra gli altri, da Van der Kolk e Van der Hart (1991). La
loro discussione spazia dalle prime posizioni neurobiologiche tra loro correlate di Janet e Freud,
fino alle ipotesi attuali di codificazione somatica delle memorie traumatiche nel cervello.
Per la Scuola Relazionale l’enactment è un concetto centrale nella teoria della mente e
nella comprensione dell’azione terapeutica nell’analisi clinica. I teorici relazionali sono attivi
negli USA dagli anni ’80. Uno di loro, Anthony Bass, descrive così il loro approccio:
“Gli approcci relazionali contemporanei sono stati in gran parte caratterizzati dalla loro
enfasi sulle qualità della partecipazione congiunta: interazione, intersoggettività ed il
mutuo influenzamento, derivanti dall’interazione complementare e reciprocamente
modellante del transfert e del controtransfert. Questi fenomeni possono essere

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particolarmente evidenti - con tutto il potere del loro dominio sull’inconscio - quando
si cerca di chiarire il processo dell’enactment, che frequentemente assomiglia ad un
campo minato...” (Bass, 2003, p. 658 citazione tradotta per questa edizione N.d.T).
Irwing Hoffman (1994) descrive il pensiero dialettico come parte di questo approccio
ed esamina, ad esempio, le implicazioni tecniche della specifica capacità del paziente di
stabilire interazioni inconsce sull’autorità, sulla reciprocità e sull’autenticità dell’analista. Per
Bromberg (1998, 2006) la mente è un paesaggio caratterizzato da stati del sé multipli e
cangianti. L’enactment, nella situazione di trattamento, è il modo per avere accesso al
contenuto, fino ad allora inaccessibile, di stati del sé isolati dal resto della mente. Secondo
Bromberg (2006), Bass (2003), Hoffman (1994) e Mitchell (1997), è nel solco della tradizione
relazionale che gli analisti contattino i loro mutevoli stati del sé alla ricerca di indizi su ciò che
si sta muovendo all’interno dei loro pazienti.
L’enactment occupa poi una posizione centrale nella teoria dei sistemi intersoggettivi.
Questo approccio venne sviluppato da Robert Stolorow e al. alla fine degli anni ’80 e mette in
luce gli aspetti interpersonali dell’approccio relazionale al trattamento. Nell’approccio
intersoggettivo, si ritiene che gli enactment si sviluppino da stati relazionali dissociati e
rappresentino forme di comunicazione interpersonale a partire da esperienze precoci e traumi
del paziente, codificati a livello neuronale. La scuola intersoggettiva si ispira alla ricerca
neuroscientifica ed agli studi sulla comunicazione non verbale dei neonati, dei bambini e dei
loro genitori, quelli ad esempio di Beatrice Beebe e Frank M. Lachmann (2002).
Ilany Kogan (2002), un’analista israeliana membro autorevole del Gruppo di Ricerca
sul Trauma di Yale (Yale Trauma Research Team), ha studiato l’enactment nei figli di
sopravvissuti all’Olocausto. Ella definisce il termine come “la compulsione a ricreare nella
propria vita, attraverso atti concreti, le esperienze vissute dai propri genitori.” (2002, p. 25
citazione tradotta per questa edizione N.d.T). Questa è un’importante dimostrazione clinica che
ci mostra con precisione come le narrazioni emozionali del nostro mondo interno possano
rimanere escluse dalla coscienza e ciò chiama in causa la trasmissione intergenerazionale del
trauma, la teoria di Freud della comunicazione interpersonale inconscia e, sebbene ella non ne
faccia cenno, l’idea di Hans Loewald (1975) che l’analisi sia simile alla mimesi nell’arte
drammatica, in questo caso la tragedia. Kogan differenzia il proprio uso dello “enactment” da
quello di altri autori, ad esempio quello di Jacobs (1986), sostenendo di non intenderlo come
specificamente concentrato sull’interazione immediata tra paziente ed analista. La sua
concettualizzazione è più simile ad un’amalgama dell’acting-out ed acting-in freudiano e
dell’attualizzazione di Sandler (1978) ed Eshel (1998). Ella utilizza il termine assieme a quello
di “buco nero” (p. 255), una lacuna nell’informazione cosciente al centro della psiche, che
tuttavia non è vuoto (si veda il concetto di Auerhahn e Laub (1998) del trauma dell’olocausto
come “circolo vuoto” ed altri lavori sul trauma severo). Loewald (1975) parla di un’assenza
psichica come di un elemento intrinseco dell’enactment, che può essere scoperta nel corso
dell’analisi, promuovendo in questo modo la differenziazione, la crescita e l’autonomia. In
questo Kogan è vicina a Loewald.

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Kogan illustra la sua teoria con esempi clinici come questo: una donna, anoressica nella
sua gioventù (un enactment della fame patita dai genitori durante l’Olocausto), il cui padre
aveva occultato l’esistenza di una prima moglie e di un figlio perduti nel corso della Shoah, a
trentun anni sposò un uomo che aveva abbandonato sua moglie e suo figlio. Sebbene ella non
avesse alcuna idea di questa vicenda il suo matrimonio con quest’uomo era stato un enactment
della situazione di suo padre. Durante l’analisi abbandonò involontariamente per un giorno
intero un gattino a lei molto caro, chiuso dentro ad un bagno surriscaldato, causandone la morte.
Successivamente lei stessa si addormentò in una stanza dove c’era una fuga di gas. All’epoca
coscientemente ella nulla sapeva delle vicende di suo padre. Fu necessario lavorare a lungo sul
transfert per riconoscere le sue diverse identificazioni inconsce con vittime e carnefici ed i
differenti tipi di autopunizione che erano all’opera dentro di lei. Alla fine divenne possibile
mettere in parole la sua storia familiare.

IV.C. Sviluppi e rilevanza clinica in Europa


Gli analisti europei utilizzano il termine enactment ed i termini ad esso correlati, come
controtransfert ed acting-out, quando si confrontano con i fenomeni clinici implicati in questo
concetto. In generale il suo utilizzo è limitato alla situazione analitica.
Di fatto molti analisti europei parlano di acting-out o di enactment riferendosi al
medesimo fatto clinico, usando i due termini come sinonimi. Per altri, invece, l’enactment può
essere considerato come uno sviluppo dell’acting-out, che trae origine dal termine di Freud
Agieren (Paz, 2007). Nondimeno vi sono altri analisti che, sebbene li distinguano tra loro,
pensano che possano coesistere nel campo analitico, a condizione che si presentino in momenti
diversi del processo analitico (Ponsi, 2013). Secondo Sapisochin gli enactment della coppia
analitica sono la strada maestra per riuscire a penetrare nell’inconscio non rimosso; questo
inconscio, sebbene non sia rappresentabile verbalmente, esiste sotto forma di elaborazioni
immaginative di esperienze emozionali, che l’autore definisce “gesti psichici”. (Sapisochin,
2007, 2013, 2014, 2015).
La maggior parte degli autori europei ritiene che l’enactment dell’analista sia la
conseguenza di un acting-out o di un enactment del paziente. Pertanto l’enactment descrive un
fatto che non è mai riconducibile solo all’analista ma anche al paziente, e probabilmente per
una certa parte degli analisti europei l’uso predominante del termine riguarda sia l’analista che
il paziente. Sebbene, quando si tratta di quest’ultimo, alcuni autori parlino di “pressione” o di
“acting-out” del paziente per indurre l’analista all’enactment.
Essi considerano inoltre l’enactment come in parte inevitabile, almeno fino a quando
non si riesce a comprendere cosa sta succedendo tra paziente ed analista (Pick, 1985; Carpy,
1989; O’Shaughnessy, 1989; Feldman, 1994; Steiner, 2000, 2006a).
Nella psicoanalisi francese il termine ‘acting out’ (che viene tradotto come ‘passage à
l’acte’- Mijolla, 2013) è piuttosto comune, mentre il termine ‘enactment’viene usato raramente.
Vengono comunque prese in considerazione situazioni analitiche simili a quelle che in altre

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comunità psicoanalitiche sono considerate degli “enactment”; solitamente sono definite usando
espressioni come ‘mise en scène’o ‘mise en jeu’. Gibeault (2014) ha utilizzato il neologismo
‘énaction’per descrivere un tipo di agito attraverso i comportamenti e le parole, dotato di
capacità trasformative tramite una ‘empatia enactante’ (empathie énactante) controtransferale.
Gli italiani De Marchi (2000) e Zanocco et al. (2006) a loro volta intendono l’empatia, più
precisamente ‘l’empatia sensoriale’, come qualcosa che appartiene all’area del legame primario
e come uno strumento fondamentale per la comunicazione, vicino all’enactment. Green
considera l’‘énaction’come un attacco al setting (Green, 2002). Sempre nell’area linguistica
francese gli autori belgi Godfrind-Haber e Haber (2002) scrivono diffusamente di un concetto
correlato all’enactment ne ‘L’expèrience agie partagèe’ (‘L’esperienza agita condivisa’), in cui
sottolineano il valore dell’‘azione interpsichica inconscia condivisa’. Questa può essere intesa
come una fase preparatoria pre-simbolica, durante la quale il paziente può fare un “salto
simbolico” verso il recupero della simbolizzazione, in modo che le interpretazioni successive
possano essere sperimentate come significative.
Gli sviluppi del concetto di controtransfert tra gli analisti europei includono descrizioni
di reazioni inadeguate dell’analista sotto la pressione del transfert del paziente. Il concetto di
identificazione proiettiva permette di comprendere la dinamica di questi processi. Sandler, per
il suo contributo sulla responsività di ruolo, e B. Joseph per l’approfondimento sulla relazione
paziente-analista con il concetto di “situazione totale di transfert”, sono alcuni degli autori che
hanno descritto fenomeni vicini all’enactment. Steiner chiarisce così la relazione tra
controtransfert ed enactment: “Penso alla disponibilità emozionale ed intellettiva come
costitutiva del controtransfert ed alla trasformazione in azione come costitutiva dell’enactment”
(Steiner, 2006b, p. 326, citazione tradotta per questa edizione N.d.T ).
In Europa, come nelle Americhe, la maggioranza degli analisti sono arrivati a
considerare gli enactment come inevitabili, com’è accaduto un tempo con il transfert ed il
controtransfert. Comunque, a differenza dell’ampio ventaglio di opinioni presenti tra gli analisti
nord e sud americani riguardo all’utilità, desiderabilità e modalità di trattare gli enactment, la
maggior parte degli analisti europei, considerando gli enactment essenzialmente come un
fallimento della funzione di contenimento dell’analista, ritengono la loro manifestazione utile
solo quando l’analista ne diviene consapevole ed è in grado di interpretarli ed elaborarli nel
corso del processo analitico. L’‘empatia enactante’di Gibeault (2014), l’‘empatia sensoriale’di
De Marchi (2000) e Zanocco (2006) e ‘l’esperienza agita condivisa’di Godfriend-Haber e Haber
(2002), sono esempi di concetti correlati all’enactment che pongono tutti l’accento sull’entrare
in contatto ed il lavorare analiticamente con elementi preverbali, non ancora rappresentati né
simbolizzati. Pur non rappresentando il filone di ricerca principale, essi arricchiscono il dialogo
in Europa e nel mondo sull’enactment ed i fenomeni ad esso correlati.

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V. CONCLUSIONE

Quando la coppia analitica va incontro ad una drammatica destabilizzazione (enactment


acuto), ciò può indicare che un precedente enactment cronico si è sciolto ed è ora attivo
all’interno dell’analisi. E’ necessario che l’analista si renda conto di questa situazione, cerchi
di comprenderla e quindi interpreti ciò che è successo. Il campo analitico può essere distrutto
nel caso che ciò venga ignorato o che si ristabilisca un enactment cronico. Inoltre l’analista può
identificare ulteriori aspetti degli enactment cronici e potenzialmente acuti attraverso un
‘secondo sguardo’, quando trascrive il materiale, lo ripensa o lo discute con altri analisti.
Gli enactment veicolano significati potenzialmente molto rilevanti, sia dal punto di vista
evolutivo che dinamico. L’ascolto, l’elaborazione, la comprensione e l’interpretazione degli
enactment può ridurre notevolmente l’incidenza dell’espressione somatica di contenuti non
simbolizzati e dell’acting out del paziente nella sua vita quotidiana. In questo modo può essere
alleggerito il carico esercitato dagli eventi/accadimenti non ricordati e non dimenticati della
prima infanzia - inclusi quelli trasmessi transgenerazionalmente- sulle relazioni attuali del
paziente e sulla realizzazione delle sue attività quotidiane. Gli analisti possono inoltre
apprendere meglio, da una posizione di comprensione empatica, ciò che il paziente ha vissuto,
approfondendo ed ampliando in questo modo il campo dell’esperienza psicoanalitica
trasformativa ed emozionalmente significativa per il paziente e, per l’analista, il proprio
coinvolgimento multidimensionale nel processo psicoanalitico.
Benché l’opinione prevalente all’interno di tutte e tre le culture psicoanalitiche
continentali sia che gli enactment devono essere compresi e, in ultima istanza, interpretati, è
molto importante essere coscienti dell’esistenza di un tipo di enactment controtransferale
tramite il quale la ridotta capacità di contenimento dell’analista può essere comunicata non solo
in forma non verbale, ma anche verbalmente, e può persino mascherarsi all’interno di
un’interpretazione.

.******

Per una rassegna esauriente del tema dell’enactment nell’America del Nord si veda Ellman e
Moscowitz, 1998. Enactment: Toward a New Approach to the Therapeutic Relationship)
(Library of Clinical Psychoanalysis). New York: Jason Aronson, Inc.
Per un esempio di rassegna multiteorica internazionale si veda Bohleber W., Fonagy P.,
Jiménez JP., Scarfone D., Varvin S., Zysman S. (2013). “Towards a Better Use of
Psychoanalytic Concept: A Model Illustrated Using the Concept of Enactment”. Int. J Psycho-
Anal. 94:501-530. (2013)

133
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Per un processo di validazione internazionale dei concetti di enactment acuto e cronico, si veda
Cassorla (2012). “What happens before and after acute enactment? An exercise in clinical
validation and broadening of hypothesis”. Int. J Psycho-Anal, 93: 53-89.

BIBLIOGRAFIA

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Consulenti e contributori regionali

Europa: Antonio Pérez- Sánchez, MD; Maria Ponsi, MD

Nord America: Rosemary H. Balsam, MD; Andrew Brook, Dr. Phil.; Judith Mitrani, PhD;
Adviser: Theodore Jacobs, MD

America Latina: Roosvelt Cassorla, MD, Phd

Co-Presidente Coordinatore Interregionale: Eva D. Papiasvili, PhD, ABPP

Il Dizionario Enciclopedico Interregionale di Psicoanalisi dell’IPA, è distribuito con licenza Creative Commons
CC-BY-NC-ND. I diritti fondamentali restano agli autori (la stessa IPA e i contributori membri IPA), tuttavia il
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Traduzione italiana ed editing a cura dei soci della Società Psicoanalitica Italiana.

Traduzione: Dott. Roberto Verlato

Coordinamento ed Editing: Dott.ssa Maria Grazia Vassallo

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INCONSCIO
Voce Tri-Regionale
Consulenti Interregionali: Jose Renato Avzaradel (America Latina),
Allannah Furlong (Nord America) e Judy Gammelgaard (Europa)
Co-chair Coordinatore Interregionale: Eva D. Papiasvili (Nord America))

_______
Traduzione italiana ed editing a cura dei soci della Società Psicoanalitica Italiana
Traduzione: Simonetta Diena, Rosamaria Di Frenna, Ludovica Grassi,
Marco Grignani, Sandra Maestro, Daniela Mingotti
Coordinamento ed Editing: Maria Grazia Vassallo

I. INTRODUZIONE E DEFINIZIONI INTRODUTTIVE

La nozione di inconscio è stata universalmente accettata come la scoperta fondamentale


della psicoanalisi e come il presupposto centrale della teoria psicoanalitica sin dalle sue origini.
Sebbene il concetto sia andato incontro a successive trasformazioni nel pensiero di Freud,
l’inconscio topografico freudiano con la sua implicazione di una ‘teoria del soggetto - o della
soggettività - decentrato si impone come l’intuizione distintiva e radicale della psicoanalisi
classica. Benché, Freud non sia stato il primo a usare questo termine, è stato però il primo ad
assegnargli un posto cruciale e sistematico nella metapsicologia e a sviluppare un approccio
metodologico alle sue varie manifestazioni. Freud (1912a) ha fornito brevi ma eccellenti
resoconti argomenti a sostegno dell’ipotesi di processi psichici inconsci, focalizzando
l’attenzione su fenomeni clinici quali la suggestione post-ipnotica e i sintomi nevrotici,
principalmente quelli isterici, ma anche su fenomeni non patologici quali il motto di spirito, i
lapsus e i sogni. L’ipotesi circa l’esistenza di fenomeni inconsci si può rintracciare nella pratica
della guarigione spirituale, nell’animismo, nel magnetismo, nel mesmerismo, e nella psicologia
medica del XIX secolo. Queste pratiche hanno in comune il concetto duale di mente, che è
l’insieme di quello che è osservabile e del suo opposto, vale a dire di quello che non si vede
ma è creduto e/o percepito intuitivamente. Mentre nei primi anni della sua carriera Freud
sembrò abbracciare questo dualismo neo-cartesiano, gradualmente sviluppò una concezione
radicalmente differente di inconscio, che non è una seconda coscienza ma una serie continua
di “atti psichici qualitativamente diversi dalla mente razionale, adulta, cosciente.
Gli psicoanalisti non sono i soli a sottomettersi allo “straniero interno”, anche se sono gli
unici a postulare le implicazioni epistemologiche, cliniche ed etiche di questa presenza
eversiva, ma anche potenzialmente trasformativa, facendone il loro oggetto di studio
quotidiano. Freud argomentava che “se si esige che tutto ciò che accade nella psiche debba per

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forza essere noto alla coscienza, si avanza in effetti una pretesa insostenibile (corsivo nel
testo)” (1915 c, p. 50). “Freud non si stancò mai di insistere sugli argomenti a sostegno di
questa affermazione e di combattere le obiezioni avanzate da più parti.” (Strachey, in: Freud.
1915 c. p 7).
Freud usò per la prima volta, in una pubblicazione, il termine “inconscio” nel 1893 in
“Studi sull’Isteria” (Freud, 1893), e proprio l’ultimo, incompiuto scritto teorico del 1938,
intitolato “Alcune lezioni elementari di psicoanalisi” (Freud, 1938), è una autentica
rivendicazione del termine.
Riassumendo, ampliando e aggiornando recenti dizionari regionali (Akhtar, 2009;
Auchincloss, 2012; Laplanche & Pontalis, 1967/1973, it. 2006; Borensztejn, 2014), si possono
formulare le seguenti definizioni di Inconscio:
Lungo l’evoluzione della teoria psicoanalitica, il concetto di Inconscio è stato usato
principalmente nelle seguenti accezioni: l’Inconscio Dinamico, che si riferisce principalmente
al materiale attivamente rimosso, inaccessibile alla coscienza e in senso ampio si riferisce a
tutti i contenuti che sono attivamente tenuti lontani dalla consapevolezza e che esercitano una
pressione nella direzione della coscienza; il Sistema Inconscio, che si riferisce ad un aspetto
della mente che opera esclusivamente in accordo al principio di ‘piacere-dispiacere’ e al
‘processo di pensiero primario’, governato dalla ‘logica inconscia’; l’Inconscio Descrittivo,
anche chiamato preconscio, che si riferisce semplicemente al fatto che un contenuto mentale
non è al momento cosciente. I contenuti dell’Inconscio includono gli istinti (pulsioni) e le
rappresentazioni pulsionali, il materiale accumulato a causa della ‘rimozione originaria’, i
contenuti spinti sotto dalla forza della rimozione, e schemi filogenetici che organizzano le
‘fantasie primitive’. L’Inconscio come qualità, in forma di aggettivo, appare nella Teoria
Strutturale/Seconda Topica che è costituita da Es, Io e SuperIo. Qui, l’Es (ES=it) è
completamente inconscio, ma anche parti dell’Io (Ich=I) e del SuperIo (ÜBER ICH= Ideale
dell’Io, principi morali interiorizzati) sono altrettanto inconsci. Sia nell’opera freudiana che in
molti modelli post-freudiani e nella psicoanalisi contemporanea, la forma aggettivata si ritrova
anche in concetti ausiliari quali processi inconsci e funzionamento inconscio, relazioni
oggettuali inconsce, conflitti inconsci, fantasie inconsce, funzionamento inconscio dell’Io,
comunicazione inconscia, logica inconscia, inconscio amenziale, e il ‘vero’ (indecifrabile)
inconscio.
Cronologicamente, l’opera di Freud può essere divisa nei seguenti periodi di tempo: La
Scoperta dell’Inconscio Dinamico, che copre gli anni 1893-1900 fino alla pubblicazione di
L’Interpretazione dei Sogni; la fase successiva tra il 1900 e il 1923, che può essere intitolato
sia Il Sistema Inconscio o L’Inconscio Topografico. Infine, nel periodo successivo al 1923,
che ha fatto seguito alla pubblicazione di L’Io e L’Es, troviamo Il Modello di Inconscio
Strutturale della Mente o Seconda Topica. Poiché la costruzione della teoria Freudiana non
è stata lineare ed è stata contrassegnata da una crescente complessità, tutti questi concetti
necessariamente si sovrappongono.

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Relativamente a forma e stile, le abbreviazioni di Freud Inc, Prec e C verranno


rispettivamente riportate con le parole Inconscio, Preconscio e Coscienza. L’uso delle lettere
maiuscole e minuscole in parole quali Inconscio, Es, Super Io, è coerente con l’uso standard-
cioè quello della tradizione della scuola psicoanalitica. La denominazione della Teoria
Topografica (in uso nella Psicoanalisi Nord Americana di lingua inglese) è sinonimo di ‘Prima
Topica’ (in Europa e nel Canada francofono); così come sono sinonimi la Teoria Strutturale
Nord Americana e la ‘Seconda Topica’, questa seconda denominazione essendo propria della
psicoanalisi Europea e Nord Americana di lingua francese. In ogni caso, entrambe le
denominazioni vengono utilizzate le une accanto alle altre. Se non specificato diversamente, il
corsivo viene usato dovunque per evidenziare la terminologia concettuale.
I più importanti contributi teorici di Freud sul concetto di inconscio possono essere trovati
nei seguenti lavori: Capitolo VII della Interpretazione dei Sogni (1900 b), Metapsicologia
(1915 a, b, c) e L’Io e L’Es (1922 a). Un sommario delle concettualizzazioni di Freud
sull’inconscio è anche reperibile in: Introduzione alla Psicoanalisi (1915, 1917), Due voci di
enciclopedia (1922 b), Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni) (1932) e
Compendio di psicoanalisi (1938). Strachey avverte il lettore inglese che vi è una certa
ambiguità nel termine inglese ‘inconscio’, ambiguità poco presente nella lingua tedesca. Le
parole tedesche ‘bewusst’ e ‘unbewusst’ sono forme grammaticali di participio, e il loro senso
abituale è più o meno ‘consciamente conosciuto’ e ‘non consciamente conosciuto’. Per Freud,
la coscienza e l’inconscio sono entrambe esperienze passive.

II. PANORAMICA DELLA CONCETTUALIZZAZIONE FREUDIANA DI


INCONSCIO

II. A. La scoperta dell’Inconscio Dinamico (1893-1900)


La Psicoanalisi è nata con la rivoluzionaria scoperta di Freud della presenza di una
funzione dinamica di difesa nella eziologia dell’isteria. La difesa contro il ricordo (rimozione)
fornì a Freud validi indizi sull’importanza della resistenza, “... una forza psichica nel paziente,
la quale si opponeva a che le rappresentazioni patogene diventassero coscienti (fossero cioè
ricordate). “Una nuova intelligenza mi parve sorgere in me quando mi venne in mente che
poteva trattarsi della medesima forza psichica che aveva cooperato alla genesi del sintomo
isterico, impedendo allora che la rappresentazione patogena diventasse cosciente” (Breuer &
Freud, 1892-1895, p. 406, corsivo nell’originale). Questa difesa, così come la contrapposta
forza che spinge verso l’alto il materiale patogeno rifiutato, è entro un certo grado misurabile
attraverso i ricordi “stratificati “e in rapporto alla loro vicinanza al “nucleo patogeno”. La
rappresentazione quindi diventerebbe, proprio per effetto della sua rimozione, una causa di
sintomi morbosi, cioè patogena (ibid, p. 421). Per poter avere successo, la rimozione necessita
di un costante dispendio di energie. I sintomi sono il risultato del fallimento della rimozione,

143
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sono cioè il ritorno del materiale rimosso. Contemporaneamente, l’affetto tolto a quella
rappresentazione viene impiegato per “un’innervazione somatica”, cioè conversione
dell’eccitamento (ibid, p. 421). L’innovativo metodo psicoanalitico delle libere associazioni si
sviluppò grazie alla constatazione che “non è assolutamente possibile sperare di penetrare
direttamente nel nucleo dell’organizzazione patogena” (ibid., p. 427 corsivo nell’originale)
fino a che gli strati interni del gruppo psichico patogeno si estraniano sempre di più dall’Io
(ibid., p. 426).
Non tutte le esperienze della prima infanzia vanno incontro alla rimozione. La teoria
freudiana stabilisce che il contenuto dell’inconscio consiste nella fissazione di desideri infantili
sessuali. In questo primo periodo, come è noto dalla corrispondenza con Fliess, (Freud,. 1887-
1904), Freud stava sviluppando quella che è diventata nota come la teoria della seduzione:
essendo stato il bambino sedotto da un adulto, questa relazione lascia tracce disturbanti che
successivamente appaiono nella coscienza, dislocate e distorte da forze che si oppongono al
loro diventare coscienti. La teoria della seduzione era essenzialmente una teoria di un trauma
sessuale infantile patogeno, quale unico determinante di una successiva psicopatologia.
L’esperienza traumatica infantile poteva essere dimenticata, dissociata o rimossa, solo per
essere poi riattivata o per determinare effetti traumatici differiti in adolescenza, dopo la
pubertà. Un perdurante lascito riguardante l’aspetto dinamico dell’inconscio era la nozione di
forze accoppiate in un’opposizione dinamica, con conseguenti nuove formazioni psichiche.
Durante il periodo 1893-1895, Freud parlò dell’opposizione fra affetti associati con eventi
traumatici e le proibizioni morali della società. Mentre Freud procedeva con la sua auto-analisi,
negli anni 1895-1900, arrivò a concepire le forze opposte come sempre più interne: durante
questa fase era in via di costruzione la sua iniziale concezione dell’apparato mentale, costituito
da due forze accoppiate in opposizione dinamica, il desiderio inconscio e la proibizione
orientata alla realtà.

In questo periodo, mentre la teoria dell’inconscio non era ancora stata sistematizzata,
Freud rimase colpito dall’idea che il materiale psichico fosse soggetto di volta in volta ad una
risistemazione, una riscrittura. Nella sua corrispondenza privata con Wilhelm Fliess datata 6
Dicembre 1896, Freud (1892-1899, p. 236) scrive a Fliess che sta lavorando “alla ipotesi che
il nostro meccanismo psichico si sia formato mediante un processo di stratificazione: il
materiale di tracce mnestiche esistente è di tanto in tanto sottoposto a una risistemazione in
base a nuove relazioni, a una sorta di riscrittura”. Ciò che viene postulato qui è che la riscrittura
di scene sentite e viste ma non propriamente comprese, ha luogo continuamente nell’apparato
psichico. Questa è la prima indicazione del concetto di Nachträglichkeit. Nella bozza del
Progetto (1895), mai pubblicata mentre era in vita, Freud spiegò l’isteria in termini di
Nachträglichkeit: “... Troviamo sempre che viene rimosso un ricordo il quale è diventato un
trauma solamente più tardi [Nachträglichkeit]” (Freud, 1895, p. 256). Visto sotto questa luce,
l’inconscio contiene tracce mnestiche distorte di episodi della prima infanzia, che è stato
impossibile tradurre perché il bambino non padroneggiava ancora il linguaggio o perché, a quel
tempo, queste scene erano per lui di difficile comprensione. Come conseguenza, esse
acquistano la qualità di “cose” non simbolizzate. Questo iniziale funzionamento causale
dell’inconscio venne relegato sullo sfondo quando, in una fase successiva dello sviluppo della

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teoria, Freud spostò l’enfasi sul ruolo della fantasia al posto della seduzione traumatica
infantile, quale unico determinante della successiva psicopatologia (Freud, 1892-1899, Lettera
del 21 settembre 1897, pp. 297-298). L’idea dei ricordi come corpi estranei interni che
dall’interno attaccano veniva messa in ombra dall’idea di fantasia, e quest’ultima gradualmente
divenne la pietra miliare di quello che Freud chiamò la realtà psichica, senza però senza tuttavia
mai cessare di interrogarsi sulla importanza relativa del ‘trauma sessuale’ vs la ‘fantasia’. La
realizzazione dell’importanza della fantasia nei fatti mentali aprì la porta alla scoperta della
sessualità infantile e della universale fantasia del complesso di Edipo, che viene descritto nella
successiva lettera del 15 Ottobre 1897: “Mi è nata una sola idea di valore generale. In me stesso
ho trovato l’innamoramento per la madre e gelosia verso il padre, e ora ritengo che questo sia
un evento generale della prima infanzia... Se è così, si comprende il potere avvincente
dell’Edipo re...La sacra greca si rifà a una costrizione che ognuno riconosce per averne
avvertita in sé l’esistenza. Ogni membro dell’uditorio è stato, una volta, un tale Edipo in germe
e in fantasia e, da questa realizzazione di un sogno trasferita nella realtà, ognuno si ritrae con
orrore e con tutto il peso della rimozione che separa lo stato infantile da quello adulto (Freud,
1892-1899, pp. 306-307).
Non avendo mai abbandonato l’ipotesi eziologica del trauma sessuale, Freud (1914p. 391)
avrebbe successivamente affermato che “questa realtà psichica pretende di essere presa in
considerazione accanto alla realtà effettiva”, e, “Particolare interesse riveste la fantasia della
seduzione, perché fin troppo spesso non è una fantasia bensì un ricordo reale” (1915, p. 525).
Successivamente, il concetto di Nachträglichkeit venne rivisto ed ampliato con il caso clinico
del L’Uomo dei Lupi (Freud, 1914). Il tentativo di articolare l’impatto di stimolazioni
traumatiche provenienti dall’ambiente in forma di percezioni, con stimolazioni traumatiche
provenienti dal mondo interno sotto forma di pulsioni e fantasie, impegnò Freud in tutti i suoi
scritti.

Parallelamente, dal 1897 in avanti, Freud incominciò gradualmente a delineare i primi


contorni dei processi e meccanismi che regolano l’inconscio, successivamente noti come
‘processo primario’. Il 7 Luglio 1897, scriveva: “Conosco all’incirca le leggi che governano la
formazione di queste strutture, i motivi per cui esse sono più forti dei ricordi reali, e in tal modo
ho appreso molte cose nuove circa le caratteristiche dei processi dell’inconscio. (Freud, 1892-
1899, p. 288). Inoltre, in questo periodo stabiliva le basi della sua ‘prima teoria dell’angoscia’
(Freud, 1892-1899, p. 100-105), che postulava non solo una diretta trasformazione della libido
rimossa in manifestazioni di angoscia, ma rappresentava anche il primo riconoscimento, e la
prima connessione casuale, tra l’angoscia e quello che sarebbe divenuto noto successivamente
come la condizione traumatica.

II. B. L’Inconscio Topografico: Il Sistema 1900-1923


Nel primo modello topografico dell’apparato psichico, l’inconscio inteso come sostantivo
era caratterizzato dall’avere un certo contenuto, consistente di rappresentazioni rimosse della
pulsione, e il suo lavoro avveniva soprattutto attraverso meccanismi di condensazione e

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spostamento- in accordo con il processo primario- di una energia che si muove liberamente.
Solo venendo fortemente investite da energia libidica queste idee inconsce possono guadagnare
l’accesso al sistema preconscio/conscio. Tuttavia, a causa della censura del preconscio, questo
processo prenderà la forma di una formazione di compromesso, resa evidente da sintomi, sogni
e paraprassie.
Principalmente attraverso lo studio dei sogni, Freud realizzò che l’inconscio è
caratterizzato non solo dall’assenza di consapevolezza, ma anche dal suo modo di funzionare,
e ciò portò all’introduzione del fondamentale concetto di processo psichico primario. Nel
capitolo settimo di “L’Interpretazione dei Sogni”, Freud notò che l’assurdità del sogno non
poteva essere ascritta semplicemente al lavoro della censura. “Dobbiamo dunque ammettere
che alla formazione del sogno partecipano due tipi di processi psichici, di natura diversa; uno
crea pensieri onirici perfettamente corretti, equivalente al pensiero normale; l’altro procede con
essi in modo assai strano, scorretto” (Freud, 1899, p. 544). Il processo primario e il simbolismo
inconscio del processo primario dei sogni sono caratterizzati dal fluttuare libero dell’energia
psichica che viaggia senza ostacoli attraverso meccanismi di condensazione e spostamento. A
causa della libertà con la quale l’energia può essere trasferita, idee intermedie, che
assomigliano a formazioni di compromesso, sono costruite attraverso la condensazione. Le
regole logiche del pensiero ancorato alla realtà - il processo secondario e il linguaggio
simbolico - non si applicano al processo primario. Per esso vale il principio di non
contraddizione. Idee contraddittorie esistono l’una a fianco all’altra, senza che nessuna delle
due venga eliminata. “Le rappresentazioni che trasferiscono l’una all’altra le proprie intensità
sono quelle che hanno tra loro i rapporti più deboli e sono congiunte da tipi di associazioni
che il nostro pensiero disdegna”. (ibid. p. 543). Mentre Freud aveva cominciato ascrivendo
alla censura un ruolo determinante nei processi irrazionali dell’inconscio, finì poi per accordare
al processo primario un ruolo fondamentale accanto ai pensieri logici della coscienza. I processi
irrazionali, scrive, “sono i processi primari; si verificano ogni volta che alcune
rappresentazioni, abbandonate dall’investimento preconscio e lasciate a sé stesse, sono in grado
di appagarsi con l’energia non inibita, e tendente a scaricarsi, che proviene dall’inconscio”
(ibid., p. 551). Quindi, nella vita psichica il processo primario è un funzionamento libero dalle
inibizioni del pensiero cosciente. Il processo primario dovrebbe essere inteso come un principio
organizzante, presente nella normale vita adulta come un’alternativa al processo secondario
logico dominante, il quale è invece organizzato verbalmente con il suo linguaggio simbolico e
comunicativo. Un’importante caratteristica del processo primario è la tolleranza dell’ambiguità
e della contraddizione. Un’altra è la sua modalità di soddisfazione allucinatoria del desiderio,
come atto percettivo nel presente (Freud, 1912 a). Così inteso, il processo primario è un
processo cognitivo che differisce sostanzialmente dalla definizione di cognizione della
psicologia cognitiva.
Tuttavia, è nei suoi scritti sulla metapsicologia che Freud (1915 a, b, c) ha sistematizzato
il concetto di inconscio nei suoi aspetti economici, dinamici e topografici.
In “Pulsioni e loro destini” (Freud, 1915 a) le pulsioni vengono definite come qualcosa al
limite tra il mondo fisico e quello mentale.

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In “La rimozione” (Freud, 1915 b), Freud distinge tra la rimozione originaria, “cioè di una
prima fase della rimozione che consiste nel fatto che alla ‘rappresentanza’ psichica (ideativa)
di una pulsione viene interdetto l’accesso alla coscienza” (Freud, 1915b, p. 38) e ‘la rimozione
propriamente detta’, la post-rimozione.
In “L’Inconscio” (1915 c) la teoria topografica raggiunge il suo culmine. Freud inizia a
rivedere il concetto di inconscio dinamico, quello che esercita una forza contraria all’azione
della rimozione. Va avanti con il dimostrare l’esistenza dell’inconscio attraverso i suoi derivati:
paraprassie, sintomi e sogni, e dimostra che sentimenti, pensieri, ricordi e azioni subiscono
ampiamente e ugualmente l’influenza dei derivati inconsci. Freud stabilisce la distinzione fra
gli atti latenti -che sono temporaneamente e solo descrittivamente inconsci ma che possono
diventare coscienti grazie alla connessione con una parola- e i processi e contenuti rimossi, che
sono permanentemente inconsci e dinamicamente tenuti lontani dalla coscienza (corrispondono
all’inconscio dinamico). Non c’è ‘o-o’ nell’inconscio; il processo primario e le sue
caratteristiche - deformazione, spostamento e condensazione - si applicano all’inconscio allo
stesso modo di come quindici anni prima erano state riferite ‘al processo del sogno’. Freud
postula la presenza di due censure: la prima, operante tra il sistema Inc e Prec in alcune
circostanze può essere elusa; la seconda, operante tra il sistema Prec e C. Emozioni, sentimenti
e affetti sono esclusi dall’Inc. Un affetto può essere detto ‘inconscio’ solo dopo che la
connessione fra l’idea rimossa e l’emozione è stata ristabilita.
Dopo aver indicato le differenti modalità di funzionamento dei sistemi conscio ed
inconscio, Freud procede nell’argomentare i processi del divenire conscio e quelli del divenire
inconscio. Offre due ipotesi alternative: 1) la tesi di una iscrizione in due regioni dell’apparato
psichico, e 2) la tesi di un vero cambiamento di stato funzionale. Se un atto psichico viene
trasposto dal sistema inconscio al sistema conscio, si domanda Freud se “dobbiamo supporre
che questa trasposizione comporta una nuova fissazione, per così dire una seconda trascrizione
della rappresentazione in causa, che può dunque essere contenuta anche in una nuova località
psichica, e accanto alla quale continua a sussistere la trascrizione inconscia originaria?
Dobbiamo invece ritenere che la trasposizione consista in un cambiamento di stato, che ha
luogo nello stesso materiale e nella stessa località?” (Freud, 1915 c, p. 57). La prima ipotesi è
quella topografica, ed è quindi connessa alla divisione topografica del sistema conscio ed
inconscio. Suggerisce che un’idea può esistere simultaneamente in due regioni dell’apparato
psichico e, salvo che non venga bloccata dalla censura, può muoversi da un sistema all’altro.
L’ipotesi si basa sulla congettura che l’interpretazione creerà una connessione tra due
trascrizioni, localizzate rispettivamente nel sistema inconscio e preconscio. L’esperienza
mostra, tuttavia, che non sempre questo si verifica. La natura dell’inconscio è piuttosto diversa
da ciò che si può comunicare a parole o, come Freud ha scritto, le informazioni date al paziente
riguardo alle sue memorie rimosse non necessariamente lo mettono in contatto con le tracce
mnestiche inconsce: “L’avere udito e l’aver vissuto sono due cose completamente diverse per
natura psicologica, anche se hanno lo stesso contenuto” (ibid., p. 59). Un più attento esame del
meccanismo della rimozione, inteso come ritiro dell’investimento, va a favore della seconda
ipotesi proposta prima. Freud, quindi, si domanda in quale sistema il ritiro avviene e a quale
sistema l’energia ritirata appartenga. Procedendo dalla sua esperienza che un’idea rimossa

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mantiene il proprio investimento, conclude che solo un investimento preconscio può essere
ritirato dall’idea. Espresso in modo diverso, la rimozione è un processo che appartiene al
preconscio. Quindi, ne deriva che quello che avviene durante la rimozione è un ritiro di energia
mentale dall’idea preconscia, mentre viene mantenuto l’investimento inconscio. Tutto questo
è coerente con la seconda ipotesi, cioè che in questo caso la transizione fra il sistema inconscio
e il sistema preconscio/conscio non consiste in una nuova trascrizione ma in un cambiamento
del suo stato, cioè, un cambiamento nella qualità dell’energia mentale coinvolta. Entrambe le
ipotesi conducono ad attirare l’attenzione sulla co-esistenza di due processi contraddittori che
richiedono due differenti spiegazioni. L’ipotesi di una trascrizione in due luoghi può essere
soddisfacente per illustrare il processo del divenire conscio, mentre l’ipotesi di un
cambiamento funzionale è appropriata quando si descrive il processo di rimozione,
sottolineando così l’asimmetria presente tra divenire conscio da una parte e la rimozione
dall’altra.
Una terza importante ipotesi si fa strada quando Freud indaga il mondo rappresentazionale
della dimensione inconscia, distinguendo fra Rappresentazione di cosa e Rappresentazione di
parola. La proposta di differenziare fra Rappresentazione di parola e di cosa - era derivata da
osservazioni cliniche, che andavano al di là dei sogni e delle nevrosi. “Solo l’analisi di una
delle malattie che chiamiamo psiconevrosi narcisistiche promette di offrirci degli spunti che ci
consentiranno di accostare e rendere tangibile l’enigmatico Inc “(Freud, 1915, p. 80). Nei
discorsi di pazienti schizofrenici, le parole possono essere soggette ai processi primari
dell’inconscio, con il risultato che le parole diventano concrete o cose in sé. Freud utilizzò
questa osservazione per spiegare che ciò che era possibile descrivere precedentemente come
una rappresentazione conscia dell’oggetto doveva, invece, essere differenziata, rispettivamente
in Rappresentazione di parola e di cosa rispettivamente. L’idea conscia include la
Rappresentazione di cosa e la Rappresentazione di parola corrispondente, mentre la
rappresentazione inconscia, con la sua qualità allucinatoria, è caratterizzata solo dalla
rappresentazione di cosa. La definizione tedesca di quello che noi intendiamo per
Rappresentazione di cosa è degna di nota: Freud parla di “Sachbesetzungen der Objekte”
(investimento dell’oggetto intendendo che nell’inconscio non c’è distinzione fra la cosa e la
rappresentazione della cosa. Tuttavia non è possibile, nello stato cosciente di allerta focalizzata,
riprodurre la qualità di cosa dell’inconscio; si può solo attenderne passivamente l’apparizione.
In questo periodo, Freud era impegnato nell’elaborare in nuovi contesti elaborazioni del
periodo precedente ed iniziava a sviluppare idee che sarebbero state organicamente
sistematizzata solo in uno stadio successivo dello sviluppo della sua teoria.
Il “Frammento di un’analisi di isteria” (Freud, 1901), che concettualmente si pone tra
“L’interpretazione dei Sogni” e “Tre Saggi sulla teoria sessuale”, inerenti la sessualità infantile,
è particolarmente interessante per la pionieristica attenzione dedicata al fenomeno dinamico
inconscio del transfert.
In “Tre saggi sulla teoria sessuale” (1905 b), Freud esplorò le fasi dello sviluppo
psicosessuale e della sessualità (inconscia) infantile.

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Le tortuosità per aggirare la censura con un uso distorto delle ambiguità del processo
primario, e la parziale liberazione della pulsione istintuale riscontrabili nei motti di spirito,
sono ampiamente approfondite in “Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio” (1905
c).
In “Totem e Tabù” (1912-1913) Freud ha discusso la trasformazione dell’ostilità inconscia
in un in eccesso di affettuosità (p. 57), così come la proiezione inconscia dell’ostilità verso i
defunti: “L’ostilità, della quale nulla si sa e nulla si vuole sapere, viene reietta dalla percezione
interna verso il mondo esterno, e in tal modo separata dalla propria persona e sospinta su quella
dell’altro. Non siamo più noi ora, i superstiti, a rallegrarci per esserci liberati di colui che è
morto; anzi, proprio al contrario, siamo noi in lutto per lui; egli, piuttosto stranamente, è
diventato un demone malvagio, pronto a rallegrarsi per le nostre sventure e ansioso di farci
morire. I superstiti devono dunque difendersi da questo nemico malvagio. Si sono liberati
dell’oppressione interna, ma l’hanno soltanto sostituita con un affanno che viene dall’esterno”
(p. 70). Il testo è un’esposizione ben argomentata degli schemi filogenetici che si manifestano
attraverso le fantasie primitive, che sono uno dei contenuti dell’inconscio.
In “Dalla storia di una nevrosi infantile (Caso clinico dell’Uomo dei Lupi)” (1914), Freud
menzionò la difficoltà inerente all’esperienza infantile di discriminare tra ciò che è conscio e
ciò che inconscio, e fra ciò che è ‘realtà’ è ciò che è ‘ fantasia’. La difficoltà nasce poiché “La
coscienza non ha ancora acquisito nel bambino tutti i suoi caratteri, essa è in via di sviluppo” (
p. 576). Questa affermazione è un’ulteriore elaborazione della natura duale della mente in
sviluppo, concetto teorizzato da Freud circa tre anni prima, quando scriveva sui rapporti fra i
sistemi C e Inc.: “Di regola i contenuti dei due sistemi si differenziano in modo netto e
definitivo solo all’epoca della pubertà” (Freud, 1915 c,. p. 79).
In “Un bambino viene picchiato” (1919), prefigurando la teoria duale delle pulsioni, Freud
esplorò le fantasie sadomasochistiche inconsce dei bambini e delle bambine di essere picchiati
dal padre e dalla madre. In questo testo fondamentale su come si sviluppa la fantasia, Freud
distinse tre fasi. Nella prima fase, un bambino assiste alla scena di un altro bambino che viene
picchiato. Tuttavia, “La seconda fase è fra tutte la più importante e densa di conseguenze” p.
47) per due ragioni. Da una parte, il masochismo è visto come una fase/formazione secondaria
dell’istinto sadico, che viene rivolto contro il sé e rimosso nel processo. Tutto questo viene
messo in relazione con la sessualità infantile inconscia e universale che sta alla base dei
fenomeni nevrotici: “ Per questo la sessualità infantile che soggiace alla rimozione è la forza
motrice principale della formazione dei sintomi, e per questo la sua componente essenziale, il
complesso edipico, è il complesso nucleare delle nevrosi” (., p. 65); e diventa un’eredità arcaica
universale: “Il nucleo dell’inconscio psichico è formato dall’eredità arcaica dell’uomo; cade
preda del processo di rimozione tutto ciò che nel progredire verso successive fasi di sviluppo
deve essere abbandonato perché inutilizzabile, inconciliabile con il nuovo e adesso dannoso (p.
64). D’altro canto, la presenza di fantasie infantili può essere verificata solo indirettamente:
“Ma di essa si può dire, in un certo senso, che non ha mai avuto un’esistenza reale. In nessun
caso viene ricordata, non è mai riuscita a diventare cosciente. È una costruzione dell’analisi,
ma non per questo è meno necessaria (p. 47).

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“Al di là del principio di piacere” (Freud, 1920) è un testo di passaggio, soprattutto noto
per l’aggiunta della pulsione aggressiva alla pulsione sessuale. In questa ricapitolazione della
sua ‘teoria duale delle pulsioni”, Freud amplia anche la riflessione sulla atemporalità e
pervasività dell’inconscio, come segue: “Abbiamo appreso che i processi psichici inconsci
sono di per sé atemporali”. Ciò significa in primo luogo che questi processi non presentano un
ordine temporale, che il tempo non li modifica in alcun modo, che la rappresentazione del
tempo non può essere loro applicata” (p. 214). Prefigurando lo stadio successivo della sua
teoria dello sviluppo, introduce anche la nozione di un Io inconscio: “È certo che una parte
notevole dell’Io è anch’essa inconscia, inconscio è proprio quello che si può chiamare il nucleo
dell’Io; solo una piccola parte può essere designata con il termine preconscio’ (p. 205). Inoltre,
questo testo riformula il concetto del conflitto inconscio: mentre precedentemente, il conflitto
era visto tra le pulsioni sessuali e l’istinto di autoconservazione (Freud, 1911 c, 1914 b),
adesso, nel 1920, il conflitto è tra le pulsioni istintuali e le difese. Sebbene numerose difese,
oltre la rimozione, fossero già state identificate nel corso di questo periodo (Freud, 1908, 1900
b, 1911 c, 1915 a), esse non erano state però sistematizzate, e quando concettualizzò il conflitto
inconscio la rimozione venne usata come sinonimo di difesa.

II. C. L’inconscio nel modello strutturale/ Seconda Topica: 1923-1939


Quando Freud trasformò la sua (prima) concezione topica dell’apparato psichico ed
elaborò la Teoria Strutturale/ ovvero la Seconda Topica dell’Es, Io e Super Io, nel 1922,
l’Inconscio venne abbandonato come sistema e, in parte, sostituito dall’Es. Questa
trasformazione implicò un totale cambiamento nella teoria freudiana non solo per ciò che
riguarda l’inconscio, ma anche rispetto al concetto di Io e di pulsioni. La differenza principale
tra l’inconscio e l’Es consiste nel fatto che negli strati più profondi dell’Es non vi sono
rappresentazioni. L’Es è costituito da pulsioni sessuali e aggressive, descritte in precedenza in
“Al di là del principio del piacere” (Freud, 1920). In una metafora successiva, l’Es è un caos,
un crogiuolo di eccitamenti ribollenti” (Freud, 1932 p.184).
A differenza dell’Es l’Io è stato utilizzato dappertutto negli scritti freudiani, ma è con
questo lavoro che il concetto viene raffinato attraverso lo sviluppo del suo pensiero,
edificandolo sulla sua precedente introduzione ai concetti di narcisismo e identificazione.
(Freud, 1914, b). Insieme ad altri cambiamenti fondamentali riguardo l’organizzazione dell’Io,
nel 1922 vi è il definitivo riconoscimento di un funzionamento inconscio dell’io le cui radici
risalgono al 1895.
Allora Freud aveva evocato l’immagine di “un’infiltrazione”, per descrivere la difficoltà
di separare “l’organizzazione patogena” dall’io, sottolineando il fatto che “L’organizzazione
patogena non si comporta tanto come un corpo estraneo, quanto piuttosto come
un’infiltrazione. Quale elemento infiltrante si deve assumere, in questa similitudine, la
resistenza. (Breuer & Freud, 1892-95 “Studi sull’isteria” p. 426). Nel nuovo Modello
Strutturale, molti meccanismi di difesa identificati in precedenza, (l’identificazione,
l’incorporazione, la proiezione, l’introiezione, la formazione reattiva, l’annullamento

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retroattivo, il “rendere non avvenuto”, la regressione, ecc.) che sono diversi e si aggiungono
alla rimozione, vengono ulteriormente sistematizzati e collocati con chiarezza nell’io
inconscio.
La possibilità di altre forme di meccanismi di difesa ha una lunga storia che va indietro
fino agli anni 1890. In quel periodo Freud (1893, 1895) aveva introdotto un tipo di difesa che
aveva delle implicazioni più radicalmente regressive e patologiche per l’equilibrio psichico
rispetto alla rimozione che si osserva nei pazienti nevrotici. Questa intuizione era stata resa più
esplicita nello studio di Freud (1910) sul Presidente Schreber, con l’introduzione del
meccanismo della reiezione della rappresentazione e dell’affetto …(meccanismo del
Verwerfung- ripudio’ o ‘rigetto’- ( delle rappresentazioni e degli affetti. N.d.T.) da parte
dell’io, (disconoscimento o rinnegamento (Verwerfung) dell’Io), drastico processo per il quale
più tardi avrebbe inventato il termine forclusione.
Questo meccanismo di difesa non nevrotico venne nuovamente introdotto da Freud nel
caso dell’Uomo Dei Lupi (1914), e proposto come un processo di cancellamento o
eliminazione della capacità della mente di rappresentare. Questo processo rappresenta molto
più di una censura o di una rimozione, si tratta piuttosto di una reiezione della rappresentazione
e dell’affetto, capace di produrre un buco o uno svuotamento della mente. Questa linea di
pensiero venne ulteriormente ampliata da Freud nel 1925, quando introdusse il meccanismo di
negazione (Verneinung), e in seguito quando nel 1927 introdusse la scissione dell’io (Ich
Spaltung), concetto che riprenderà in seguito nel suo scritto “Scissione dell’Io nei meccanismi
di difesa” (1938). Per tutto il tempo in cui Freud lavorò all’interno del modello dell’inconscio
come sistema, cercando di svelare ciò che era rimosso attraverso lo strumento
dell’interpretazione, l’inconscio era percepito e descritto nei suoi aspetti “positivi”, come
fantasie, desideri, pensieri, ecc. Con l’introduzione degli aspetti “negativi” delle difese, la
visione di Freud dell’Io venne radicalmente modificata. Insieme ai disturbi sessuali dei
nevrotici, incluse adesso un potenziale aspetto di perversione delle funzioni dell’io. Si tratta
dei disturbi che uno può osservare come le “incoerenze, le stravaganze e follie degli uomini”.
(1923, pp.615). Sono stati soprattutto gli studiosi post freudiani a identificare il principio del
“negativo”, come assunto di base che attraversa tutti gli scritti freudiani. Bion (“la capacità
negativa”), Lacan (“la parola non è la cosa”), Green (“il lavoro del negativo”), Zaltzman
(“l’impulso anarchico”), e altri, hanno riconosciuto che l’inconscio non è solo una presenza
nascosta che lotta per una sua rappresentazione, ma che risulta formato in modi uguali da
potenti forme di assenza e attribuzione, sia protettive che distruttive
Il contenuto dell’Io, nel Modello Strutturale/Seconda Topica, è soprattutto preconscio, ma
una sua parte significativa è formata dall’inconscio dinamico. Anche questo concetto ha i suoi
precursori nella Prima Topica, quando, nell’articolo “L’inconscio” (1915), Freud aveva già
sottolineato come: “Una parte assai cospicua di questo preconscio deriva dall’inconscio”
(Freud, 1915, p. 75). In un’elaborazione successiva, Freud aveva notato come i pensieri cui si
riferiva presentavano tutti il segno distintivo di essere stati formulati inconsciamente, ma (le
propaggini dei moti pulsionali) “sono altamente organizzate, non contraddittorie, hanno
utilizzato tutte le acquisizioni del sistema C e il nostro giudizio potrebbe difficilmente

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distinguerle dalle formazioni di questo sistema.” (p. 74 “L’inconscio”). Qui, anche prima della
Teoria Strutturale del 1922, Freud presentava un pensiero che si formava nell’inconscio, e
possedeva le qualità del processo secondario. Però, la sistematica elaborazione di queste
osservazioni delle varie componenti dell’Io doveva aspettare “L’Io e l’Es” (1922), il testo che
avrebbe inaugurato la Teoria Strutturale/la Seconda Topica.
“L’Io e l’Es” (1922) viene spesso considerato come l’ultimo grande lavoro teorico di
Freud. Qui postula due tipi di inconscio: l’inconscio latente e quello dinamico. L’inconscio
latente è capace di diventare conscio, attraverso i legami con le parole, e dovrebbe essere
considerato rigorosamente come un termine descrittivo. L’inconscio dinamico è quella parte
dell’inconscio che, a causa della rimozione primaria, non è in grado di diventare cosciente.
Freud aggiunge che il termine inconscio dovrebbe essere mantenuto per l’inconscio
dinamico, anche se, a suo dire, sarebbe impossibile evitare: l’ambiguità tra l’inconscio
descrittivo e quello dinamico). L’Io, il cui contenuto è soprattutto preconscio, presenta due
superfici, una interna ed una esterna. In contrasto con la sua originaria associazione dell’Io con
la coscienza, nel Modello Strutturale solo la superficie percettiva esterna, chiamata anche “l’io
coerente” è cosciente. Contemporaneamente la superficie interna, la superficie che si confronta
con il Preconscio, è dinamicamente inconscia. Qui Freud arriva alla questione delle resistenze
inconsce che diventerà uno dei principali motivi che lo spinsero verso il Modello Strutturale, e
sarà centrale nel rilevare la difficoltà di ridurre il processo primario all’inconscio rimosso .
Scrive: “Dato però che questa resistenza proviene certamente dal suo io e ad esso pertiene, ci
troviamo di fronte a una situazione che non avevamo previsto. Abbiamo trovato nell’Io stesso
qualche cosa che è pure inconscio, che si comporta precisamente alla maniera del rimosso , e
cioè qualche cosa che esercita potenti effetti senza divenire in quanto tale cosciente , e che
necessita, per essere reso cosciente, di un particolare lavoro. (p. 480 “L’Io e l’Es”). Freud
concettualizzò quindi che “In base all’esame dei rapporti strutturali esistenti nella vita psichica,
dobbiamo, in luogo di tale contrapposizione, porne una diversa: quella fra l’Io coerente e il
rimosso che se ne è distaccato.” (p.480) e constatò che ciò che era Inc. non coincideva più con
ciò che era rimosso; tutto quello che è rimosso è inconscio, ma non tutto quello che è inconscio
deriva dalla rimozione. In aggiunta come proiezione mentale della superficie del corpo, “L’io
è prima di ogni altra cosa un Io-corpo” (p. 490) “Mentre l’Io è essenzialmente il rappresentante
del mondo esterno, della realtà, il Super Io gli si erge contro come avvocato del mondo
interiore, dell’Es” (p. 498). Il Super Io è un livello speciale dell’Io che rappresenta proibizioni
morali interiorizzate e ideali della società, ed è erede del Complesso Edipico. Il modo nel quale
i due tipi di pulsioni del 1920, Eros e Thanatos, “si associano, si impastano e si legano, (p. 503)
fa sì che esse si collochino nell’Es. Freud scrive: “Le minacciose pulsioni di morte subiscono
nell’individuo svariate elaborazioni. In parte sono rese inoffensive mediante un impasto con
componenti erotiche, in parte vengono dirottate verso l’esterno sotto forma di aggressività, ma
in buona misura naturalmente procedono, senza venire ostacolate, nel loro lavoro interno.” (p.
515) E aggiunge “E’ rimarchevole il fatto che l’uomo, quanto più limita la sua aggressività
verso l’esterno, tanto più diventa rigoroso, ossia aggressivo, nel proprio Ideale dell’Io.” (p.
516) L’Io è una organizzazione che combatte per una sintesi, è un “elemento di confine”, un
“mediatore” che cerca di mitigare le tendenze conflittuali tra Es e Super Io, e un ambasciatore

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che lotta per trovare dei compromessi tra le tre istanze psichiche, l’Io l’Es e il Super Io, e il
mondo esterno.

Un’esposizione completa sia del conflitto inconscio intersistemico tra le tre strutture della
mente- Io Es e Super Io- sia della seconda teoria dell’angoscia seguirà tre anni più tardi, con
“Inibizione, Sintomo e Angoscia” (Freud, 1925). Qui la sede dell’angoscia è situata all’interno
dell’Io. L’angoscia viene ora pensata come ragione per le difese, non come il suo risultato.
L’angoscia segnale è un’angoscia traumatica arcaica rudimentale, trasformata, che segnala
pericoli connessi alla perdita dell’oggetto, alla perdita dell’amore dell’oggetto, alla castrazione,
e alla perdita dell’accettazione interna/ovvero amore da parte del Super Io. L’angoscia attiva
le difese, che adesso vengono con fermezza collocate all’interno dell’Io inconscio. Il numero
delle difese continuò ad espandersi. Ne “Il Feticismo”, (1927) Freud descrive il “diniego”
ovvero quella modalità di difesa che consiste in un rifiuto da parte del soggetto di riconoscere
la realtà di una percezione traumatizzante,) ovvero la credenza inconscia di sapere e non sapere
contemporaneamente. “L’atteggiamento consono al desiderio e quello consono alla realtà
coesistevano uno accanto all’altro” (p. 495). In “La scissione dell’Io nel processo di difesa”
(1938) Freud precisa e sviluppa il meccanismo del diniego, discutendo la nozione di “Scissione
dell’Io” come meccanismo inconscio che si sviluppa a spese della sua funzione (dell’Io) di
sintesi tra le varie istanze del profondo.
La costante rivisitazione da parte di Freud delle sue idee originarie continuò nel nuovo
contesto:
In una straordinaria dimostrazione di continuità tra i primi e gli ultimi stadi della sua
costruzione teorica, in “Costruzioni nell’analisi” (1937) Freud ritornò all’investimento
oggettuale nell’inconscio, ipotesi già suggerita nel 1894. Negli “Studi sull’Isteria” aveva già
suggerito che i pazienti isterici soffrivano di reminiscenze, intese anche come “corpi estranei.
Nel 1937 questa tesi viene riconsiderata con l’osservazione che quando in analisi proponeva
una costruzione psicoanalitica il paziente reagiva con ricordi “più che mai vividi” una
Sachbesetzung der Objekte Freud teorizzò che: “questi ricordi si sarebbero potuti chiamare
allucinazioni, se alla loro vividezza si fosse aggiunto il convincimento di una presenza reale”.
Essi ripetevano esperienze psichiche della prima infanzia di tempi remoti che erano state in
seguito dimenticate ma che ritornavano come ricordi “più che mai vividi”, e la loro nitidezza
rivelava l’erompere dell’inconscio come “presenza” priva di mediazioni/immediata, un ritorno
percettivo-sensoriale di un rudimentale pensiero-fantasia, rimosso e non-verbalizzato e
tradivano il fatto che ritornava in mente “qualcosa che era stato vissuto in tempi remoti e poi
dimenticato, qualcosa che il bambino ha visto o udito in un’epoca in cui quasi non sapeva
ancora parlare e che ora si impone alla coscienza, probabilmente deformato e spostato in virtù
di quelle forze che si oppongono a questo ritorno.” (p. 550).
Un altro esempio di rivisitazione di idee precedenti in un nuovo contesto è “L’uomo Mosè
e la religione monoteista” (Freud, 1934-38). Qui Freud rappresenta il destino dell’inconscio,
memoria e rimozione, da un punto di vista storico- sociologico, dichiarando: “Quando Mosè
portò al popolo l’idea del Dio unico, non recava nulla di nuovo, ma richiamava in vita
un’esperienza primordiale della famiglia umana, che era svanita da molto tempo dalla memoria

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cosciente degli uomini…. Dalle psicoanalisi degli individui abbiamo appreso che le loro
primissime impressioni, ricevute in un’epoca in cui il bambino non sapeva quasi parlare,
manifestano prima o poi effetti di carattere coatto, pur senza essere ricordate consciamente. Ci
riteniamo in diritto di ammettere la stessa cosa per le primissime esperienze dell’intera
umanità.” (p. 446). Con modalità Nachträglichkeit ricapitola anche l’ipotesi dell’eziologia
traumatica della nevrosi risalente al tempo della cosiddetta teoria della seduzione sviluppata
nel 1984-86, così modificando la formula: “Trauma del bambino piccolo-difesa-latenza-
scoppio della malattia nevrotica-ritorno parziale del rimosso” (Freud, 1934-38, p.402) con
riferimento alla psicologia individuale.
Gli assunti metapsicologici dell’Inconscio vennero formulati simultaneamente e
progressivamente attraverso tutta l’opera di Freud:; il Modello Strutturale, dove “essendo
inconscio” appariva come una qualità, non comparve all’improvviso, né rimpiazzò
completamente il Modello Topografico. C’è un’ampia evidenza che gli elementi della Teoria
Strutturale siano stati gradualmente formulati e anticipati molto prima del 1922. Ugualmente
l’Inconscio, soprattutto l’Inconscio Dinamico, continuò ad essere parte di tutte le strutture
mentali della Teoria Strutturale. Andò a riempire l’Es e gran parte del Super Io, e la parte
inconscia dell’Io, ovvero le difese.

III. EVOLUZIONE POST- FREUDIANA DEL CONCETTO DI INCONSCIO

Nella teorizzazione post-freudiana l’inconscio è andato incontro a notevoli trasformazioni,


insieme alla crescita di numerosi nuovi modelli clinici e teorici attraverso tutto il mondo. Deve
essere notato che i primi contributi qui a seguire- Teorie Contemporanee Freudiane (nord
americane): Teoria Strutturale, Psicologia dell’Io e Teoria Moderna del Conflitto- presentano
similitudini notevoli. Le differenze sono minime, spesso una semplice questione di enfasi su
di un concetto piuttosto che una radicale differenza di contenuto. Tuttavia, per quanto minime,
sono importanti: per esempio, la loro enfasi sui processi e funzionamenti dell’io inconscio,
incluso il ruolo determinante dell’io inconscio nel dare origine a difese e resistenze; e
rispettivamente la funzione di mediazione (synthesizing) della mente rispetto ai conflitti. La
differenza dei punti di vista sull’Inconscio attraversa tutti i contributi teorici contemporanei di
kleiniani, bioniani, di esponenti della Psicologia dell’Io, psicologi relazionali, autori francesi e
sud americani, così come i punti di vista interdisciplinari della Neuro-Psicoanalisi. L’elenco si
concluderebbe con i vari approcci all’Inconscio Gruppale.

III. A. Sviluppo post freudiano della teoria strutturale.

Le revisioni teoriche di Freud (1920, 1922, 1925) offrirono la forza per ripensare nuove
idee sulla spinta a ripensare l’inconscio, soprattutto nel Nord America dove molti psicologi

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dell’Io erano emigrati durante gli anni ‘30. Per molti di questi analisti nord americani che
scrivevano durante gli anni ’40 e ’50, l’inconscio emergeva attraverso una matrice
indifferenziata che offriva il potenziale per futuri sviluppi e funzioni dell’Io. Alcune di queste
funzioni erano libere dagli effetti del conflitto, quelle che Hartmann (Hartmann, 1939,
Hartmann Kris e Loewenstein, 1946) chiamava funzioni primarie autonome, mentre altre
diventavano autonome solo secondariamente, dopo la risoluzione dei conflitti. (N.d.T:
automatizzazione degli apparati di autonomia secondaria). In questo processo, tutti gli aspetti
sono mediati da relazioni dal momento che l’identificazione diventa la principale funzione
dell’Io per facilitare questa “neutralizzazione” di energia. La Teoria Strutturale Post- Freudiana
aggiunse gradualmente considerazioni genetiche, evolutive, e adattative (Rapaport e Gill,
1959, Freud, A. 1965), agli aspetti dinamici, strutturali e economici già presenti nella teoria
metapsicologica freudiana.
Qui emerge un tema importante: il crescente significato attribuito alle esperienze con le
persone nell’ambiente infantile. All’interno di questo sviluppo viene attribuita sempre più
importanza all’individuazione di nuovi elementi inconsci in grado di contribuire al fenomeno
del transfert. Tenendo conto della crescente influenza degli analisti di Budapest e di Berlino, e
più avanti dalla Scuola degli Indipendenti Britannici, il cosiddetto “gruppo di mezzo”, e dai
primi kleiniani, i contemporanei di Hartmann continuarono le discussioni sulle relazioni
d’oggetto, dando maggiore spazio agli aspetti consci e inconsci delle prime fasi dello sviluppo.
Edith Jacobson (1964) studiò le relazioni oggettuali e la rappresentazione del sé e Margareth
Mahler (1963, Mahler et altri, 1975) elaborò il famoso schema del processo di separazione-
individuazione, in seguito ripreso da Stern (1985). L’attenzione era diretta verso l’impatto che
il periodo pre-edipico infantile aveva sugli stadi successivi dello sviluppo, come pure verso le
modalità con le quali i controlli esterni, derivanti in parte dalle interazioni del bambino con i
genitori, venivano interiorizzati. Qui l’enfasi era posta su come le varie battaglie inconsce
(impegnate, filtrate, gratificate o negate all’interno di un tessuto di psicologia dell’Io /di
relazioni d’oggetto) si modellavano sul concetto centrale di Freud (1925) di pericolosità per il
bambino della perdita dell’oggetto, della perdita dell’oggetto d’amore, e dell’angoscia di
castrazione
Jacobson (1964) portò un contributo particolare all’inconscio. Postulò che l’energia
pulsionale indifferenziata si sviluppi in pulsioni libidiche ed aggressive, “sotto l’influenza di
stimoli esterni” (1964, p.13). La frustrazione e la gratificazione, espresse come tracce
mnestiche di conflitti infantili, organizzano queste esperienze affettive all’interno dello spettro
piacere/dispiacere di ogni individuo, spettro personale e tagliato su misura, con limiti personali
superiori e inferiori. Questo nuovo modello di Psicologia dell’Io permise una rappresentazione
più chiara dell’evoluzione delle rappresentazioni oggettuali e del Sé ritenute presenti in tutte e
tre le istanze psichiche (Io, Es e Super Io).
La Psicologia dell’Io si modificò quando i teorici insistettero sul materiale clinico per
trovare sostegno agli assunti metapsicologici. Qui l’evoluzione include alcuni membri del
gruppo originario (per esempio Mahler, Jacobson) nonché nuove generazioni di studiosi, (per
esempio Beres, 1962, Arlow e Brenner, 1964, Kanzer, 1971, Rangell, 1952, Wangh, 1959).

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Questa nuova era si apre con la monografia di Arlow e Brenner (1964), nella quale gli autori
fanno collassare la prospettiva metapsicologica sotto il peso del punto di vista strutturale.
Questo spostamento consentì l’apertura a nuovi modi di pensare l’inconscio, tra cui possiamo
includere quello dei nuovi Integrazionalisti come Kernberg (1966), Kohut (1971) e Rangell
(1969). L’approccio tradizionale della Psicologia dell’Io era adesso diventato il Modello
Strutturale, approccio che venne soprattutto accettato da una maggioranza di analisti nord
americani fino a tutti gli anni ’70.
Uno dei principali cambiamenti nella zeitgeist di questo nuovo approccio fu una reazione
contro l’orientamento metapsicologico. Consapevoli e al corrente della metodologia
dell’Operazionalismo (focalizzato sulle operazioni concrete) l’enfasi anti metapsicologica si
sviluppò innanzitutto nelle opere dei teorici della Psicologia Interpersonale e Culturalista, come
Henry Sullivan (1953) Karen Horney (1941) e Erich Fromm (1941), che spesso definivano il
concetto metapsicologico solo come termine descrittivo secondario piuttosto che come aspetto
fondamentale della vita psichica. Però, anche nelle loro formulazioni, le parti “alienate”,
“cattive”, “non-me” del Sé dovevano essere mantenute al di fuori della coscienza e
profondamente respinte nell’inconscio “immutabile privato”. Sebbene non appartenente alla
corrente principale, questo approccio ha contribuito direttamente e indirettamente alla
concettualizzazione psicoanalitica e al lavoro dinamico con pazienti gravi, alla
concettualizzazione dei primi stadi dello sviluppo e all’approfondimento della comprensione
delle dinamiche transfert –controtransfert.
La sfida successiva che ha influenzato le concettualizzazioni dell’inconscio provenne
dall’interno dello stesso punto di vista metapsicologico. I maggiori contributi a questa sfida
furono quelli di Merton Gill (1963) e quelli di George Klein (1976). Questi autori disegnarono
due teorie psicoanalitiche: 1) una teoria clinica basata su di una ricerca empirica sistematica e
2) una teoria speculativa astratta. Roy Schafer (1976) propose un “linguaggio d’azione”, che
cercava di spiegare i fenomeni psicologici con formulazioni dinamiche utilizzando verbi ed
avverbi e non nomi o aggettivi. Inoltre Schafer difese l’utilizzazione di un linguaggio che
includesse in qualche modo le forze motivazionali e le azioni che ne conseguono, in termini di
sequenze di azioni. Si tratta di un’ulteriore spinta verso l’intersoggettivismo.
Tra gli anti metapsicologia giunti più tardi sulla scena includiamo Kohut (1977) e Gedo
(1979). Gedo rifiutò la metapsicologia perché perdeva di vista la “persona” come “agente”
suggerendo un modello del Sé in relazione ai suoi oggetti come correttivo. Nuovi gruppi teorici
cominciano a svilupparsi, e si aggiunsero quello della Psicoanalisi Interpersonale, della
Psicologia del Sé e della Psicologia relazionale. (Gerson, 2004 Hatcher, 1990). Il loro punto di
vista clinico era interpersonale, con l’eccezione di Thomas Ogden (1992) e Jay Greenberg
(1991) entrambi tornati a ricorrere al sistema delle forze pulsionali inconsce.
Questi sviluppi erano accompagnati da un altro gruppo di trasformazioni, “le
modificazioni metapsicologiche”, che riprendeva l’uso del modello strutturale e del conflitto
psichico (Arlow e Brenner, 1964) il ruolo e la funzione della fantasia inconscia e del transfert
((Arlow, 1961, 1963, 1969, Arlow e Richards, 1991, Abend, 1990, Gill, 1982, Gill e Hoffmann,
1982), la formazione del carattere, (Abraham, 1923, 1925 , 1926; Reich, 1931), il

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sequenziamento intrapsichico (Rangell, 1969), la funzione decisionale inconscia (Unconscious


decision-making)( Rangell), e una visione più ampia della formazione di compromesso,
(Brenner, 1976, 1982, 2006).
Intrecciati in questi sviluppi teorici si vedono le trasformazioni cui va incontro la
concettualizzazione dell’inconscio: una rappresentazione statica dell’inconscio, focalizzata
soprattutto sul suo contenuto, lascia posto a una rappresentazione che contiene dimensioni sia
strutturali che fluide. L’idea che l’inconscio funzioni attraverso l’organizzazione della fantasia,
di livelli multipli dell’io, e di identificazioni (cioè attività di transfert, dissociazioni, modalità
relazionali narcisistiche, varie relazioni con oggetti interni), ma anche che si adatti fluidamente
come un processo attivo e flessibile per la maturazione, l’insight e l’integrazione, comincia a
diffondersi nel pensiero psicoanalitico riguardo al funzionamento dell’inconscio. Il concetto di
inconscio comincia a venire considerato come qualcosa che possiede sia una dimensione
strutturale che una processuale.
Auchincloss, Auchincloss, (1969) e Beres (1962), separatamente ed insieme, (Beres &
Arlow (1974) mostrarono come la fantasia inconscia non fosse solo una dimensione tematica
organizzata dall’inconscio, ma anche una dimensione che – come espressione di desideri
arcaici più primitivi - maturasse con lo sviluppo. Questo coincide con i lavori dei Sandler (1984,
1987, 1994) e di Rosenblatt (1962) sull’inconscio passato e presente e sulle rappresentazioni
inconsce. Prefigura anche successive formulazioni del transfert in relazione a funzionamenti
adattativi e arcaici dell’inconscio. (Beres, D. (1962 e Adler, 1997).
Il libro di Arlow e Brenner: ''Concetti psicoanalitici e teoria strutturale'' (1964) rivela una
radicale rivisitazione del concetto di inconscio. Al centro di questa rivisitazione c’è la relazione
tra angoscia e conflitto. L’angoscia per Arlow e Brenner diventa il fattore cruciale nello
sviluppo del conflitto tra l’io e l’es, e nella capacità dell’io di contrapporsi alle pulsioni
istintuali. Troppo dispiacere porta ad angosce che sono collegate con i pericoli infantili Queste
angosce agiscono come un crogiuolo di paure che organizzano l’inconscio e continuano a
pesare sulla persona. (il termine persona viene utilizzato negli ultimi anni da Brenner che
propose di abbandonare i termini Es, Io e Super‐Io in favore di termini quali “individuo”,
“persona” o “psiche della persona”, dato che, in sintesi, ogni comportamento è una soluzione
di compromesso, per cui non è possibile distinguere le strutture coinvolte. N.d.T.) (Richard e
Lynch, 2010)
Loewald fu un altro teorico che contribuì significativamente agli ulteriori sviluppi del
concetto. È stato paragonato a Sullivan, Klein, Rado, Kohut, (Cooper, 1988) e a Winnicott
(Chodorow, 2009), a Fairbarn e a Guntrip. Loewald però si considerava appartemente alla
scuola della Psicologia dell’Io.
Nel suo lavoro, Loewald sottolineò il ruolo essenziale delle relazioni d’oggetto sia
all’origine della psiche, che nelle sue trasformazioni, portate avanti attraverso l’analisi. La sua
enfasi sulle interazioni nelle relazioni d’oggetto ha riportato in vita il luogo originario della
fusione pulsionale, cioè l’Io, e il concetto di “neutralizzazione”, (N.d.T.: energia pulsionale ed
energia neutralizzata) di neutralità analitica e di intervento terapeutico. Per esempio ha

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considerato la struttura psichica delle pulsioni e dell’es come originanti dall’interazione


dell’infant con il suo ambiente umano (la madre). (Loewald, 1978) Tutto ciò è molto vicino
alle precedenti formulazioni della Jacobson (1964). Le pulsioni erano considerate da questi
teorici come il prodotto di interazioni. Fino a questo punto Loewald era in sintonia più con
analisti come Fenichel, Jacobson (1964) Mahler, Stone (1951) e in contrasto con analisti come
Hartmann (1939), Loewenstein (1953) e Kris (1956). Loewald, però, spinse le sue teorizzazioni
più in avanti, identificando l’interazione come l’aspetto critico nell’internalizzazione della
rappresentazione soggettiva del sé e degli altri. Si spinse oltre virando al di là della reificazione
dell’agenzia psichica, delle difese e del conflitto inter/intra sistemico. Invece scelse di
focalizzarsi sulla natura dell’interazione con l’ambiente (umano) ponendo l’accento sul ruolo
che giocava nella “formazione, nello sviluppo e nel mantenimento dell’integrità dell’apparato
psichico.” (1960, p. 16). Il campo di interazione divenne per Loewald non solo la fonte delle
pulsioni, ma anche un aspetto fondamentale dei processi inconsci. (1960, 1971, 1978). Questa
insistenza sull’interazione come aspetto fondamentale e costitutivo della mente) ha ispirato la
teoria di Loewald sull’inconscio, facendo ricorso e modificando radicalmente gli aspetti
genetici e adattativi della metapsicologia freudiana e lasciando andare alla deriva i Modelli
Strutturali /Topografici). Credeva che: “in un’analisi … noi abbiamo l’opportunità di osservare
e investigare processi primitivi così come interazioni più avanzate, ovvero le interazioni tra
paziente ed analista che conducono verso, o originano da, fasi di integrazione e disintegrazione
dell’Io” (1960). Così come accadeva con Winnicott in Gran Bretagna, Loewald e Jacobson
negli Stati Uniti possono essere considerati i precursori del movimento Inter Soggettivista.
All’inizio degli anni ’70, le esperienze degli analisti con l’universo del bambino erano
diventate indispensabili nella concettualizzazione dello sviluppo della mente. (Arlow e
Brenner, 1964; Spitz, 1957, Mahler et al. 1975, Jacobson, 1964) Tali esperienze con gli oggetti
primitivi, attraverso le loro inevitabili gratificazioni e frustrazioni, danno forma e colore alle
funzioni dell’io del bambino che si stanno sviluppando (inclusa la definizione del sé attraverso
le identificazioni), così come ai canoni etici e morali del bambino. All’interno del setting
psicoanalitico queste prime esperienze con gli altri costituiscono la trama e l’ordito dei
desideri e delle paure inconsci che possono produrre acting out, ri-attualizzazioni nelle
dinamiche transfert/controtransfert, enactments e violazioni del setting. (Lynch, Richards,
Bachant, 1997).
Durante tutti gli anni ’60 e ’70, Arlow estese ulteriormente il concetto freudiano di fantasia
inconscia. Mentre Freud considerava la fantasia inconscia come un derivato di desideri
inconsci, Arlow la considera come una formazione di compromesso che contiene tutti i
componenti del conflitto strutturale (Papiasvili, 1995). Nella sua visione amplificata la fantasia
inconscia organizza le potenti spinte pulsionali, le paure, e gli impulsi di autopunizione
scatenati dai compiti evolutivi richiesti dallo sviluppo psicomotorio. Ogni individuo crea il suo
/sua unico insieme di fantasie inconsce. Queste riflettono operazioni mentali che cercano di
capire, rispondere, organizzare e integrare i conflitti principali, le esperienze e le relazioni.
Abend (1990, p. 61) cercò in seguito di espandere questo concetto già ampiamente espanso e
aggiunse che le “fantasie possono funzionare per modificare o mascherare altre fantasie, così
come fornire gratificazioni. Attraverso tutto lo sviluppo le narrazioni (narratives) essenziali

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delle fantasie inconsce resistono, mentre le loro manifestazioni vanno incontro a “edizioni”
differenti, che corrispondono a differenti stadi di sviluppo. Le fantasie inconsce strutturano la
formazione del nostro carattere, determinano il nostro comportamento, i nostri atteggiamenti,
producono i nostri sintomi e sono al cuore dei nostri interessi professionali e delle relazioni
amorose. Nella situazione analitica, le fantasie inconsce sono alla radice di tutte le attività e gli
atteggiamenti transferali.
Nonostante queste fantasie inconsce siano modificabili e continuino a maturare mentre la
persona inconsciamente ricerca nuove e più efficaci soluzioni, le loro origini rimangono
arcaiche come pure la fissazione; in quanto tali, continuano ad esercitare un ruolo dinamico
sull’esperienza. Così, l’attività inconscia transferale può essere vista come un’attività che
contiene sia aspetti strutturali che processuali. Arlow e Richards ritengono che i desideri
inaccettabili dell’infanzia “assumono la forma di persistenti fantasie inconsce, esercitando uno
stimolo continuo sulla psiche”. (1991, p. 309) e dando origine a formazioni di compromesso
secondo un continuum che dall’adattamento può arrivare al disadattamento.
Leo Rangell sosteneva che l’ambito specifico della psicoanalisi fosse l’area del conflitto
intrapsichico inconscio (Rangell, 1967). Tracciò dodici passaggi in successione,
nell’emergenza del conflitto inconscio, (Rangell, 1969) che procedevano da una fase iniziale
di una più complessa “sequenza traumatica”, ovvero dall’inizio dall’evento precipitante fino al
risultato psichico finale. Rangell si concentrò sulla funzione inconscia del decision-making
(funzione decisionale inconscia) dell’Io con lo scopo di spiegare gli ubiquitari processi psichici
inconsci. Attraverso questa funzione l’individuo poteva scegliere inconsciamente di stabilire o
meno difese volte a minimizzare il pericolo del segnale di angoscia. Con il trascorrere del
tempo, le scelte inconsce vengono incorporate dall’individuo in tratti durevoli del carattere e
aspettative fisse. Attraverso la sua sequenza dei dodici passaggi, Rangell presentò anche una
“Teoria unitaria dell’angoscia”, che collegava la prima teoria dell’angoscia del Modello
Topografico, con la Teoria dell’angoscia-segnale del modello Strutturale, attraverso la
trasformazione dell’angoscia traumatica (esperienza passiva dell’Io) in angoscia-segnale
dell’io che anticipa il pericolo.
Facendo seguito all’articolo di Freud sul Narcisismo (1914) che era contemporaneamente
un precursore della Teoria strutturale e un precursore della Teoria delle relazioni d’oggetto
molti freudiani contemporanei furono spinti a considerare le relazioni d’oggetto come un
aspetto omnicomprensivo della concettualizzazione psicoanalitica (Blum, 1998). Quando la
Teoria delle Relazioni Oggettuali divenne un interesse più centrale, assistemmo a sforzi molto
originali di integrare Psicologia dell’Io/Teoria strutturale, e Relazioni Oggettuali. Kernberg
(1982, 2015) elaborò un’ipotesi clinica e teorica di un conflitto intrapsichico inconscio pre-
edipico, considerato come una caratteristica dei pazienti borderline, nei quali il conflitto
inconscio si situa in stati contraddittori introiettati di rappresentazioni del sé e degli oggetti e
la loro rispettiva colorazione affettiva. Con questa formulazione, gli affetti, che vengono
gradualmente integrati nelle pulsioni, sono considerati un sistema motivazionale primario
(inconscio). (Vedere voci: TEORIE DELLE RELAZIONI OGGETTUALI e CONFLITTO).
Più recentemente Bach, (2006) Ellmann (2010), C. Ellmann et altri (1998), hanno incorporate

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concetti della Scuola delle Relazioni Oggettuali Britannica e si sono occupati specificatamente
di angosce di separazione, perdita del Sé, e utilizzo dell’oggetto da parte del Sé. Sottolineando
la difficoltà di cogliere il punto di vista di un’altra persona, hanno introdotto il concetto di
empatia come strumento per rendere cosciente ciò che era impensabile. Ellmann (1988) ha
esteso la possibilità di accedere all’inconscio concettualizzando gli enactmets come ponti per
comprendere le fantasie inconsce.

III. Aa. Teoria Strutturale Contemporanea/Psicologia dell’Io.


Secondo il punto di vista della moderna Teoria Strutturale/Psicologia dell’Io, non tutto è
una formazione di compromesso: la rimozione ed altre difese specifiche non sono formazioni
di compromesso; l’Io non solo attua i compromessi, ma può anche scegliere tra varie
alternative. (Blum, 1998, Rangell, 1969) All’interno di questa scuola di pensiero si ampliò la
discussione che Kris (1956) e Hartmann (1939; Hartmann, Kris & Lowenstein, 1946) ebbero
sulla natura della rimozione nella teoria e in rapporto a dettagliato materiale clinico, fino a
includere una miriade di processi di sviluppo e clinici in corso contemporaneamente (Busch,
1992, 1993; Gray, 1994; Ellmann, 2010). Abbracciando il concetto di Freud sull’io inconscio
come lo strumento chiave necessaria alla elaborazione (Freud, 1914) e ulteriormente
strutturando i concetti relativi al funzionamento dell’io inconscio, la Teoria
Strutturale/Psicologia dell’Io contemporanea studia le differenti forme dell’inconscio con una
modalità che rispetta i limiti della loro portata esplicativa. Questa tendenza è potenzialmente
compensatoria rispetto a un’altra tendenza contemporanea di rimpiazzare l’inconscio dinamico
con termini quali implicito, procedurale, automatico, non conscio non simbolizzato. Come
esempio di questo approccio, concetti come memoria procedurale e automatizzazione dei
processi mentali possono essere usati per comprendere i differenti modi con cui i vari processi
dell’io, come le difese, rimangano così ostinatamente resistenti al cambiamento, e abbiano
bisogno di molta elaborazione, evitando nella prassi terapeutica di attuare strategie o compiere
grandi manovre o difese particolari, utilizzandone altre, richieste prima che l’assedio delle
difese possa essere messo in atto e quindi reso difficile da modificare.
La psicoanalisi, attraverso lo studio di processi del tipo delle difese è in grado, di
approfondire la comprensione di questa forma di inconscio che avviene attraverso la
proceduralizzazione e l’automatizzazione.
Molti esponenti contemporanei della Psicologia dell’Io osservano che la rimozione sembra
aver perso la sua giustificata centralità come fulcro del lavoro analitico. Da questa prospettiva,
è come se varie forme difensive di negazione come la minimizzazione e soprattutto l’insistere
su altri fenomeni- come le memorie procedurali o non-simbolizzate – venissero usate per
coprire una realtà sgradita (in questo caso l’importanza, per molte persone, di un’attiva
rimozione delle memorie dichiarative e degli affetti ad esse associati
Usando gli strumenti della psicologia dell’io per differenziare i vari processi e modelli del
pensiero, gli psicologi dell’Io contemporanei si avvicinano allo studio delle memorie post
traumatiche non processate e non simbolizzate senza ridurre l’intero inconscio e il processo

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primario a questa modalità di memorie e processi mentali. Al di fuori della Psicologia dell’Io
americana molti autori hanno proposto delle concettualizzazioni del non- simbolizzato (per es.
Bion, 1962, De M’Uzan, 2003). Per quanto siano state di grande valore le loro esposizioni
cliniche, gli Psicologi dell’Io le considerano come una fusione di vari processi come gli aspetti
evolutivi dello sviluppo legati alla crescita dell’Io, e la crescita del processo secondario al di
fuori delle aree del processo primario, con il processo traumatico. All’interno della Psicologia
dell’Io americana, Alvin Frank (1969) nel suo articolo dal titolo molto evocativo, “Il non
ricordabile e l’indimenticabile: la rimozione passiva originaria” descrive questa area di
funzionamento non elaborato con alcuni esempi clinici molto impressionanti.
Recentemente il termine “processo zero” è stato proposto per questa forma di
funzionamento mentale, (Fernando, 2009, 2012), differenziandolo dal processo primario. Per
esempio, il ”congelato, (the frozen) “il momento presente che sta sempre accadendo senza
poter mai cambiare” caratteristica del processo zero che descrive la sua natura senza tempo, è
qualcosa di abbastanza differente dall’”andare a ruota libera”, l’essere costantemente in
movimento, senza consumarsi mai, caratteristiche del processo primario, che descrive la sua
natura “senza tempo”. Ugualmente, la concretezza, la mancanza di astrazione, la mancanza
del processo secondario della simbolizzazione, e la mancanza di integrazione, sono degli
evidenziatori che possono essere applicati sia al processo primario che al processo zero, e che
però posseggono a volte, in un certo modo, dei significati molto differenti per ciascuna di
queste importanti classi di processi mentali. Il processo zero offre uno strumento per
concettualizzare il funzionamento mentale post-traumatico, e investigarne le sue
caratteristiche. Allo stesso tempo, può essere esaminata l’importanza delle altre due grandi
modalità di funzionamento psichico, il processo primario e quello secondario, e le modalità
con le quali la psiche funziona e organizza se stessa attraverso di loro. Ciò sottolinea
l’interazione tra queste forme di funzionamento. Nel processo zero esiste una forma molto
differente di inconscio, una strana sorta di “universo parallelo” da dove le persone possono
scivolare dentro e fuori, con modalità molto differenti dal “sistema inconscio” o dall’Es
descritto da Freud. Dal punto di vista dei moderni Psicologi dell’Io, tutti questi campi
dell’inconscio continuano ad essere importanti fattori nel funzionamento mentale normale e
patologico, ed è ora di espandere la concezione della psiche per poterli includere tutti.

III Ab. l'inconscio nella Moderna Teoria del Conflitto (MCT)


la teoria moderna del conflitto ha spostato l'interesse preminente dai derivati degli stadi
dello sviluppo psicosessuale verso i processi riguardanti il conflitto e la formazione di
compromesso (Arlow 1966, 1981; Brenner 1982, 1999, 2006; Richards 1986).
Il punto centrale di questo approccio è l'importanza di comprendere i desideri, le
aspettative, le paure e le fantasie individuali che si sono organizzate nelle relazioni del bambino
con gli altri. Per la teoria moderna del conflitto, la comprensione dei processi intrapsichici è
considerata centrale; questi si manifestano attraverso le fantasie inconsce, che prendono forma
e si esprimono tramite una mescolanza di fattori sociali, biologici e psicologici. Sebbene Abend

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(1980, 2005), Brenner (1999, 2002), Rothstein (2005) e Richards (1986) abbiano in precedenza
descritto le formazioni di compromesso come entità reificate, la posizione di molti teorici
moderni del conflitto è che questa dimensione dell'attività mentale è più comprensibile se la si
intende come la continua operatività di un processo che cerca incessantemente soluzioni
migliori per risolvere il conflitto e il conseguente dispiacere. La mente sintetizza
continuamente (Rangell 2004. 2007) e ciò per cui lotta senza sosta è la gestione dei conflitti
inconsci. La descrizione sequenziale dei processi intrapsichici (decisionalità inconscia),
effettuata da Rangell (1963a. b; Lynch & Richards 2010) fornisce un contributo a questa
prospettiva processuale. Nella teoria moderna del conflitto non è presente 'l'Inconscio' come
struttura o luogo dove sono nascosti ricordi segreti che possono essere fatti emergere tramite
l'analisi. Invece che come un sostantivo, la parola inconscio viene usata come un aggettivo o
un avverbio, per designare un affetto inconscio, paure inconsce, proibizioni inconsce, modalità
inconsce di autodifesa dal dis-piacere e fantasie inconsce; questi fenomeni sono ipotizzati e
indagati per diminuirne il potere di motivare il comportamento presente.
Essenziale per la comprensione della teoria moderna del conflitto è l'idea che i contributi
inconsci al funzionamento umano abbiano dimensioni sia strutturanti che processuali.
L'aspetto strutturante dell'attività inconscia è visibile attraverso le influenze che organizzano
la vita psichica. L'attività del transfert, i modelli di relazione con sé stesso e con gli altri (incluse
la colpa e l'autopunizione), le dissociazioni, il campo intersoggettivo e le relazioni oggettuali
internalizzate vengono strutturate in modi particolari intorno a fantasie inconsce, uniche per
ogni individuo. I processi inconsci hanno una dimensione fluida che si adatta in modo creativo
alle realtà presenti, tramite maturazione, insight e integrazione, o disintegrazione in ansia o
affetti depressivi.
Il ruolo della fantasia, nello sviluppo dell'attività inconscia, è inteso come una forza
organizzatrice originaria che trova la propria origine in un'interazione complessa tra fattori
ambientali ed intrapsichici (Arlow 1969a, b; Arlow & Richards, 1991). Le fantasie inconsce
sono organizzazioni che sono volte ad aiutare l'individuo a rendere massimo il piacere e a
minimizzare il dispiacere. Secondo i teorici moderni del conflitto, ogni fantasia inconscia è
l'espressione di come la funzione sintetizzante della mente affronta il conflitto. I contenuti di
queste fantasie inconsce derivano dalle ambivalenze e dai conflitti infantili e dalle loro varianti
nel corso del ciclo vitale.
Nella mente si formano elementi complessi a seconda delle circostanze e dei bisogni. Gli
elementi del conflitto restano assolutamente gli stessi in ogni caso - ossia un derivato
pulsionale, un affetto spiacevole, una difesa, una espressione morale o etica o una richiesta dal
mondo esterno - mentre il contenuto del conflitto varia per ogni costituzione individuale, per
ogni esperienza e per ogni situazione attuale. I teorici del conflitto vedono in questo modello
di comprensione la manifestazione della struttura e del processo, nell'attività di compromesso
che caratterizza tutta la vita mentale.

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III. B. L'inconscio nella teoria "Britannica"delle relazioni oggettuali


(Klein, Bion, Winnicott)
La teoria delle relazioni oggettuali è il massimo sviluppo post-freudiano concepito in
Inghilterra e in Francia. Questa teoria propone una concezione dell'inconscio non più fondata
sul modello energetico freudiano, relativamente solipsistico, delle pulsioni e del processo di
rimozione, ma su un modello relazionale della mente. I vari concetti teorici che derivano dalla
scuola delle relazioni oggettuali descrivono un inconscio come sistema che si sviluppa e prende
forma all'interno di una relazione. La teoria delle relazioni oggettuali si focalizza sul ruolo
dell'oggetto considerato come il prodotto dell'internalizzazione delle esperienze relazionali che
l'individuo ha avuto a partire dagli stadi precoci della sua vita. Secondo questa prospettiva,
esiste un punto di incontro tra i domini dell'intrapsichico e dell'intersoggettivo, gli eventi
relazionali e le funzioni mentali inconsce. La dotazione pulsionale innata del bambino viene
pertanto conformata dalle interazioni con l'ambiente, che a loro volta sono colorate e
rimodellate dai processi psichici inconsci. Benché sia rimasto praticamente sconosciuto
durante la sua vita, "l'uomo che ha riunificato (un-split n.d.t.) l'atomo psichico" (Malberg &
Raphael-Leff, 2014) W.R.D. Fairbairn (1952) è ampiamente considerato uno dei primi
innovatori teorici di quest'area.
Meglio conosciuto e più influente è stato, per vari decenni, il lavoro di Melanie Klein, che
si pone a cavallo tra una prospettiva puramente intrapsichica ed una intersoggettiva.
L'inconscio per la Klein è caratterizzato dai meccanismi di difesa dell'infante che è spinto a
liberarsi liberarsi da parti del sé sadiche o oppresse dall’ansia - dominate dalla pulsione di
morte- attraverso processi inconsci di scissione e identificazione proiettiva. A queste si
aggiungono difese di negazione e idealizzazione. Il concetto di inconscio come prodotto della
rimozione primaria, proposto da Freud, non si attaglia all'idea dell'inconscio Kleiniano (Mancia
2007). Nella teoria kleiniana, la vita interiore dell'individuo è fondata sulle fantasie inconsce
ed è governata dalle posizioni schizo-paranoide e depressiva (PSP-DP) (Klein, 1953). Queste
sono modalità di funzionamento intrapsichico che si riferiscono al modo in cui una persona si
rapporta con i suoi oggetti interni e che influenzano profondamente il modo di relazionarsi alle
persone nel mondo esterno. Nel modello teorico di Bion, il concetto originario kleiniano di
identificazione proiettiva si è orientato maggiormente su di un versante relazionale, e si è
evoluto in una particolare forma di comunicazione e in una richiesta inconscia di contenimento
e rêverie. Nel funzionamento mentale inconscio della funzione alfa, descritto da Bion (1962,
1965), si può notare come l'inconscio si sviluppi all'interno di un contesto relazionale: la mente
conscia e inconscia del bambino si strutturano attraverso la funzione di rêverie materna, un
elemento cruciale nell'organizzazione della vita inconscia dell'infante. Prima dell'emergere
della rimozione, l'inconscio prende forma tramite una facilitazione trasformativa, ad opera
della mente del genitore, delle esperienze sensoriali ed emozionali che raggiungono il bambino
nell’ambito delle relazioni primarie.
Tutte le regioni e le culture psicoanalitiche sono state influenzate dal fondamentale
concetto kleiniano di 'unconscious phantasy ' (fantasia inconscia). La grafia inglese con il ph,
al posto della f, sottolinea ulteriormente che questo termine si riferisce ad una forma basica

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della struttura psichica, con uno specifico contenuto ideativo, piuttosto che semplicemente alla
trama di un desiderio elaborato, basato su un derivato pulsionale o su un sogno diurno. La base
teorica per una visione della mente organizzata attraverso e intorno a questi elementi costruttivi
di base della struttura psichica proviene dall'affermazione di Melanie Klein secondo la quale
la conoscenza o almeno un preannuncio (Intimation di W. Wordsworth, N di T.) di un oggetto,
come meta o fonte di soddisfazione, sono parte integrante delle pulsioni. In contrasto alla teoria
freudiana, dove la pulsione è presente nella psiche attraverso i suoi derivati e l'oggetto deve
essere "trovato" per essere inserito nell'equazione inconscia, per la Klein, l'oggetto della
pulsione è lì ab initio, innato e congenito. Insieme all'oggetto si trova anche un senso innato
del sé come soggetto - desiderante- indipendentemente da quanto esso sia parziale, vago o
primitivo, cosicché il nucleo di base di "Io che desidero qualcosa da te o io che faccio qualcosa
a te" (come oggetto parziale o totale) deve essere considerata presente fin dall'inizio dell'attività
psichica.
Il concetto freudiano di "barriera di contatto" fu esteso da Bion, che lo riprese dal
"Progetto di una psicologia" (Freud 1895), e propose una nuova via per la sua
concettualizzazione. In termini freudiani la rimozione era considerata come una barriera che
difendeva il sistema conscio da quello inconscio. Bion teorizzò il contrario: "la rimozione
difendeva ugualmente il sistema Inc. dagli stimoli sensoriali originati nel sistema C."
(Grotstein, 2008, p 201). La barriera di contatto divide e unisce allo stesso tempo i fenomeni
mentali consci e inconsci: grazie alla sua permeabilità selettiva si rende possibile un
interscambio tra Inc. e C. La permeabilità selettiva della barriera di contatto tra conscio e
inconscio è creata e rinforzata dalla funzione alfa, attraverso la quale, dati sensoriali grezzi
(elementi beta) vengono trasformati in elementi alfa che possono essere usati per pensare e per
sognare. La funzione alfa include sia il processo primario che quello secondario e funziona sia
sia per il sistema Inc. che per quello C. (Grotstein, 2004b, 2007).

Secondo il pensiero di Bion nell’ambito della funzione alfa sono inclusi sia il principio di
piacere che quello di realtà: non sono considerati due principi separati, come teorizzò Freud
(1911 b), ma sono visti congiunti come opposizioni binarie in entrambi i sistemi e normalmente
funzionanti in modo cooperante (Bion, 1962, 1963, 1965).
Dal concetto di barriera di contatto nasce quello di "visone binoculare": un'abilità basata
sulla doppia focalizzazione che favorisce la cooperazione tra le funzioni mentali consce e
inconsce (Reiner, 2012). Bion si riferisce a questo quando scrive: "abbiamo necessità di una
forma di visione binoculare mentale - un occhio cieco [al mondo sensoriale], l'altro con una
vista sufficientemente buona" (Bion 1975, p.63). La visione binoculare dà profondità e
risonanza all'esperienza ed è vista da Grotstein (1978) come un “doppio binario” che consente
la comprensione dei fenomeni che avvengono durante l'analisi. " I sistemi C e Inc. possono
essere considerati “..come due occhi, o due emisferi cerebrali, di cui ciascuno è recettivo- dal
proprio punto di osservazione/ vertice- all’intersezione con O in costante evoluzione”
(Grotstein 2004a, p.103). Questa visone binoculare consente all'analista di porre attenzione e
tentare di comprendere quello che vede da una doppia prospettiva reversibile: una conscia ed

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una inconscia che, a turno, sostengono modalità di visione delle cose da differenti punti di vista
(De Bianchedi 2001).

Secondo Grotstein (1997), Bion (1970) ritiene che, come analisti, dovremmo usare sia le
nostre menti consce che quelle inconsce per essere recettivi ad 'O' come 'Verità Assoluta
riguardo alla Realtà Ultima'. Da questo concetto deriva una teorizzazione dell'inconscio come
sistema che coincide parzialmente con 'O', inconoscibile e sconosciuto, poiché rimane al di
fuori della consapevolezza riflessiva. L'unica via di accesso è la risonanza in 'O' con esso.
Introducendo concetto di 'O' e collegandolo con la cosa in sé e 'l'infinito', Bion pone il concetto
di inconscio in una modalità di comprensione post-moderna. Esso è pertanto "legato all'infinito,
al caos, alla teoria della complessità, alla teoria delle catastrofi e alla spiritualità" (Grotstein
1997, p.84; citzione tradotta per questa edizione, N.d.T.). Bisogna mettere in evidenza che
esiste una forte correlazione tra l'ambiente primario e la possibilità di incontrare 'O': è la qualità
degli interlocutori e degli oggetti primari (e, in analisi, la qualità dell'atteggiamento analitico
dell'analista) che determina la possibilità che il bambino/paziente possa tollerare l'incontro con
'O' (Gaburri & Ambrosiano, 2003) e con la realtà emozionale in esso contenuta.
Per Bion, O è il territorio "dell'oggetto psicoanalitico", il vero nord verso cui l'indagine
psicoanalitica dovrebbe essere diretta, anche se non sarà mai completamente 'conosciuto'.
Questa visione di qualcosa che c'è, ma che può solo essere colto con l’intuizione o
‘diventandolo’, perché non 'è dei sensi', è epistemologicamente vicina al pensiero di Platone,
di Kant e di vari mistici. Nella misura in cui gli elementi o le 'evenienze' di O dell'esistenza
individuale non possono mai essere pienamente conosciuti o verbalizzati, la dimensione
ineffabile dell'essere è per definizione 'inconscia'. Tuttavia l'inconoscibile, parte 'inconscia' di
O, non è l'inconscio dinamico freudiano del rimosso. E’ più simile agli strati profondi dell'Es
freudiano, qualcosa che in via di sviluppo, non strutturato, non ancora formato. Se si può
parlare di 'elementi' nell’ambito di O, si potrebbe dire che sono costituiti da turbolenze o
perturbazioni sensoriali che non sono ancora psichici ('pre-psichici' o 'proto-psichici'). Bion
non indicò mai il contenuto di O, ma descrisse fenomeni protomentali, prepsichici che definì
'Elementi Beta', che non sono adatti al pensiero o ad essere pensati, a meno che o fintanto che
non siano trasformati psichicamente attraverso una sorta di 'lavoro del sogno' psichico. Egli
diede il nome di 'funzione alfa' a quest'ultima attività e sostenne che la funzione alfa era centrale
per un processo continuo 24 ore su 24 di creazione di "pensieri onirici della veglia" costituiti
di "elementi alfa". Questi ultimi sono considerati i blocchi costitutivi del pensiero, del pensare
e dell'organizzazione psichica. Una volta creati, gli elementi alfa sono utilizzati per stabilire
una barriera di contatto che è, a sua volta, essenziale per la processazione delle esperienze
(mentalizzazione), la delimitazione dello spazio psichico, la creazione di un contenitore per i
pensieri e la divisione topografica dei contenuti della mente nei sistemi Inc e PreC/C.
Dato che gli elementi beta sono stimoli sensoriali privi di senso, sono diversi dal concetto
di “rappresentazioni” di Freud. Mentre queste ultime possono essere consce o inconsce, gli
elementi Beta sono per definizione al di là - o piuttosto prima - della coscienza, nel senso che
non sono psichici, ma 'esistono' o sono registrati solo ad un livello neurobiologico o somatico
(essendo gli organi sensoriali o il cervello parti di questo livello). Questa formulazione è in

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rapporto con il primo modello di Freud delle ipotetiche vie neuronali di conduzione del piacere
e del dolore, tracciato e descritto nel “Progetto di una psicologia” (Freud 1895, p. 201, 288).
E’ importante notare che gli elementi beta sono necessariamente inconsci perché non sono
ancora psichici, ma non perché siano stati sottoposti a rimozione o ad altra alterazione
difensiva resasi necessaria per conflitti con il Super Io o per l’ansia suscitata dal loro contenuto
di terrore o di desiderio. Una volta che gli elementi beta siano stati trasformati in elementi alfa
– cioè una volta che siano divenuti psichici- possono conseguire una saturazione di significato,
acquisire uno statuto simbolico, essere legati ad altri elementi mentali, per formare frammenti
narrativi, catene associative, ecc. È a questo punto che acquisiscono lo statuto di
rappresentazione e possono essere utilizzati per formare idee o pensieri, possono essere portati
alla coscienza, o rimossi nell'inconscio a causa delle angosce che suscitano.
Pertanto, la teoria di Bion degli elementi beta e la funzione alfa è una metapsicologia della
formazione, strutturazione e crescita della mente. O contiene i semi della futura evoluzione e
crescita psichica che avvengono attraverso processi inizialmente intersoggettivi (rêverie
materna, contenitore/contenuto) e dipendenti dalla presenza di un oggetto facilitante, che
presta la propria funzione alfa a quella del paziente o dell'infante per formare una 'coppia
pensante' più efficace. Una volta acquisita una funzione alfa, o attraverso l'assistenza di un'altra
mente o tramite l'introiezione della funzione alfa materna e della 'coppia pensante', il processo
continuo di trasformazione di elementi beta in elementi alfa produce la 'barriera di contatto' e
l'inconscio rimosso o dinamico di Freud diviene possibile. Questo è un processo che va avanti
per tutta la vita. Da qui l'affermazione di Bion che la psicoanalisi è lo strumento di indagine
che espande lo stesso territorio che tenta di esplorare. In alternativa, il riconoscimento di Bion
che la funzione alfa si possa rovesciare - con gli elementi alfa che possano essere cannibalizzati,
evacuati come feci mentali, per impoverire la mente e che la barriera di contatto possa essere
sostituita da uno schermo beta rigido - offre una visione dinamica e dialettica della mente che
lotta per mantenere qualsiasi assetto evolutivo sia stata in grado di acquisire. Nell'affermazione
paradossale pronunciata da Winnicott (1960) che “non esiste un bambino [senza una madre
N.d.T.]” (ibid. p. 587; citazione tradotta per questa edizione N.d.T.) si può vedere in che misura
la soggettività e l'essere inconscio dell'individuo richiedano l'esistenza di un altro soggetto e
dipendano dalla relazione primitiva con l'ambiente. Un ampliamento del concetto di inconscio
orientato in senso relazionale può essere trovata nel 'conosciuto non pensato' di Bollas (1987),
un punto di convergenza con le neuroscienze. Esso è costituito da tracce silenti di inconscio
non rimosso e da sedimenti di interazioni precoci dell'individuo. Rappresenta una forma
inconscia di conoscenza relazionale profonda che permea 'l'idioma' dell'intero essere di un
individuo.
Mentre il pensiero di Klein, Bion e Winnicott ha influenzato molto le idee europee e latino
americane, il recepimento delle idee della Klein in Nord America è stato graduale e in un certo
senso idiosincrasico. La maggior parte degli articoli e delle teorie kleiniane classiche e
contemporanee, fino alla metà degli anni '70, non erano insegnate negli Istituti Nord Americani.
Questo fatto particolare nella storia della psicoanalisi si verificò in larga parte come
conseguenza delle tensioni irrisolte che persistevano tra i seguaci di Melanie Klein e Anna
Freud e della circostanza che tutti i più rinomati analisti europei, fuggiti dall'Europa in America

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del Nord e lì divenuti importanti, erano schierati con Anna Freud. Come conseguenza, fino a
tempi relativamente recenti, sono mancati supervisori o analisti di training con formazione
kleiniana in Canada e negli USA. (Una delle eccezioni più significative è quella di Clifford
Scott, un Canadese analizzato da Melanie Klein e formato alla British Psychoanalytic Society,
ed infine divenutone Presidente prima di tornare in Canada nel 1954. Scott lasciò una traccia
precisa a Londra e su tre generazioni di analisti anglofoni e francofoni a Montreal).
Questa situazione ha cominciato a cambiare gradualmente negli ultimi quattro decenni,
quando un certo numero di analisti latino americani formati alle teorie kleiniane emigrarono
negli Stati Uniti e in Canada e cominciarono ad assumere posizioni influenti nelle società
analitiche locali.
Questo stato di cose ha costituito un ostacolo per un vero sviluppo del pensiero kleiniano
in America del Nord, ma anche un'opportunità. Mancando una solida cultura e tradizione di
pensiero kleiniano, gli analisti nordamericani che studiarono la Klein e che divennero 'ad
orientamento kleiniano' e 'influenzati dalla Klein', si sentirono più liberi di adattare e di
applicare le idee kleiniane e neokleiniane rispetto ai colleghi più ortodossi di altre aree. Gli
esempi più notevoli sono James Grotstein, un'autorità riconosciuta a livello internazionale su
Klein e Bion, che ha esteso la teorizzazione sull'identificazione proiettiva, introducendo il
concetto di 'trans-identificazione proiettiva' (Grotstein 2005, 2008); e Thomas Ogden (1980,
1982, 1992a,b,) che ha presentato la sua personale sintesi creativa su Klein, Fairbairn, Bion e
Winnicott, esplorando le strutture fluide profonde (consce e inconsce) dell’esperienza e della
conoscenza . E' grazie a questi sviluppi che molti analisti nordamericani sembrano apprezzare
i concetti di identificazione proiettiva e/o contenimento (vedi le voci specifiche
IDENTIFICAZIONE PROIETTIVA e CONTENIMENTO), pur considerandole talvolta solo
come un processo di induzione interpersonale inconscia.
I kleiniani nordamericani hanno tentato di seguire ed utilizzare la nozione kleiniana di
fantasia inconscia come un complesso fondamentale di rappresentazioni 'animate' (l'aggettivo
‘animate’ qui in inglese sta come in ‘cartoni animati’, ossia ‘in movimento’; N.d.T.) per
interazioni desiderate, temute o immaginate tra il Sè e l'oggetto, che costituiscono, strutturano
e informano il mondo interno individuale. Si potrebbe chiamare giustamente questa posizione
'il punto di vista drammatico' e considerarla come un'aggiunta ai punti di vista più classici –
dinamico, topografico, economico, genetico e strutturale- della metapsicologia freudiana.
Vista sotto questa luce, la fantasia inconscia svolge un ruolo importante nella
comprensione delle condotte, dei sentimenti e del carattere dei pazienti e il transfert può essere
visto come una manifestazione o un'esternalizzazione della fantasia inconscia e
conseguentemente la via regia per la sua comprensione. Per alcuni, comunque, c'è una riserva,
che risiede nell'obiezione della Klein stessa a questa idea, in quanto potenzialmente essa
colpevolizza il paziente per i problemi controtransferali dell'analista.
L'influenza del pensiero di Bion in America del Nord deriva in parte dal fatto che egli
passò molti anni dell'ultima parte della sua vita in California, dove un gruppo di analisti
americani si sottopose al suo insegnamento diretto. Grotstein e Ogden, ed anche Harold Boris

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(1986, 1989), che portò il pensiero di Bion a Boston, furono promotori influenti della diffusione
del pensiero bioniano in tutto il Nord America. Si crede che Bion decise di trasferirsi in
America per liberarsi dalle inevitabili pressioni determinate dall'appartenenza ad un gruppo, i
kleiniani di Londra, del quale era divenuto uno dei principali esponenti. Come indicato nei suoi
ultimi scritti, sentiva che l'appartenenza a un gruppo - ed ancora di più l'importanza che aveva
ottenuto al suo interno - inevitabilmente producesse una pressione che portava al conformismo
ed alla stasi, piuttosto che alla continua creazione e scoperta di nuove idee. Questa tendenza,
insieme alla lotta tra il 'Mistico' (l'individuo creativo) e 'l'Ordine Costituito' (il Gruppo), era
qualcosa di cui era acutamente consapevole e che combatté per tutta la vita.
Il senso dell'influenza di Bion sul pensiero nordamericano riflette questa visione: egli non
volle creare una scuola 'Bioniana' e neanche insegnare ad analizzare come faceva lui. Questa
visione è caratteristica del 'tardo Bion', con la sua enfasi sull'indipendenza del pensiero e sulla
ricerca e la necessità di creatività e cambiamento, anche a fronte del 'cambiamento catastrofico'
che riteneva essere suscitato dalla crescita.
'Il terzo analitico' di Ogden (1994), la 'rêverie' e 'il pensiero onirico della veglia' (Bion
1962) come anche la 'transidentificazione proiettiva' di Grotstein (2005, 2008) possono essere
considerate espansioni di un inconscio, concepito sia in termini di Teoria delle Relazioni
Oggettuali, sia in termini di descrizioni dell'atteggiamento mentale dell'analista, direttamente
derivante da questa visione dell'inconscio. Queste espansioni costituiscono pietre miliari
dell'incontro psicoanalitico, considerato come una 'relazione a due sensi' (Bion, 1978). A
questo proposito, la 'transidentificazione proiettiva' di Grotstein (2005, 2008, 2014) - che fa
riferimento ad aspetti comunicativi inconsci di 'mutua induzione', in relazione al
funzionamento inconscio 'binario' come mutuo controbilanciamento dei processi primario
simmetrico e secondario asimmetrico - può essere correlata alla concettualizzazione del latino
americano Matte Blanco, riguardante la logica inconscia (vedi sotto); invece il pensiero di Bion
e Ogden di un inconscio espanso è ulteriormente affrontato ed ampliato due importanti studiosi
italiani della Teoria del Campo Analitico, Antonino Ferro e Giuseppe Civitarese. Tutte queste
estensioni (Grotstein, Bion, Ogden, Ferro, Civitarese) sono incluse nel pensiero sintetico latino
americano della Comunicazione Inconscia (sotto).
Ferro e Civitarese applicano questa concettualizzazione espansa dell'inconscio anche per
approfondire il distacco dalla tecnica classica. Per Ferro (2004, 2009, 2016), che concettualizza
la seduta come campo, è fondamentale l'enfasi di Bion e Grotstein sullo sviluppo della capacità
di pensare attraverso la comunicazione inconscia: “non è questione di fatti storici o di portare
le cose dal passato al presente; l'enfasi è sul tentativo di sviluppare la capacità di pensiero (o di
sogno) del paziente - o meglio del campo - anche attraverso la continua trasformazione in un
sogno delle comunicazioni del paziente” (Ferro & Frangini, 2013 p. 371. L'aspetto del campo
è aggiunto in: Ferro & Civitarese, 2016). Dal canto suo, Civitarese (2014, 2015, Ferro&
Civitarese 2016) ha seguito l'invito di Bion e Ogden all'analista di dimenticare le contraddizioni
che nascono da una disamina razionale e di rimanere in uno stato di allucinosi. In questa
illustrazione di un punto di vista “narrativo” (come prima, inteso nel senso di
drammaturgico/teatrale), come illustrato sopra, bisogna essere in grado di vedere quello che il

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paziente vede. Ferro e Civitarese, ricorrendo a Ogden (2003, 2005) argomentano che l'analista
deve prendere molto sul serio tutte le impressioni, sensazioni e idee, anche se queste sembrano
in conflitto con aspetti della realtà esterna, perché esse possono raccontare una storia più
accurata. (Ferro & Civitarese 2016). Nella loro visione, la verità dell'inconscio è più ricca di
quella percepita e comunicata consciamente. Secondo questi autori, ’i personaggi’ del ‘testo
dell’analisi’- a cui paziente e analista assegnano un ruolo sia nel proprio spazio interno che in
quello esterno della relazione - subiscono costanti trasformazioni per consentire l'espressione
di ciò che progressivamente diviene pensabile nell'hic et nunc della seduta ( Civitarese& Ferro,
2013 Ferro & Civitarese, 2016).

III. C Prospettive relazionali e Psicologia del Sé: due correnti teoriche autoctone del Nord
America

III. Ca. Modelli relazionali del processo inconscio

La psicoanalisi relazionale ebbe origine negli anni '80 negli Stati Uniti. Se ne possono
collocare gli antenati teorici, il DNA, in Ferenczi (1949), in Balint (1952) e nella Teoria delle
Relazioni Oggettuali, nei derivati della Teoria del Campo, portata da Heinz Racker (1957) in
Nord America, ma anche nella scuola interpersonale di Harry Stack Sullivan (1953). Da questa
molteplicità di derivazioni scaturiscono varie implicazioni. I Fenomeni/esperienze inconsci
emergono in un contesto intersoggettivo, un campo bipersonale, un'interazione tra due persone,
in cui è prevedibile una trasmissione inconscia all'interno della diade analitica, nel sistema in
cui è inserito l'individuo. E’ imprescindibile e inevitabile che ciò aggiunga dimensioni di
incertezza e di ambiguità all'esperienza. Le origini e la sede delle esperienze sono spesso
impossibili da accertare. Bisogna restare aperti, all'interno del processo clinico, per considerare
e riconsiderare di chi sia l'inconscio che sta operando in ogni esperienza personale. Il
controtransfert, in questo senso, è sempre indotto e dedotto in modo ambiguo: personale e
dialogico, intrapsichico e intersoggettivo.
Con un forte interesse sul trauma e le sue sequele nell'esperienza conscia e inconscia, la
Teoria Relazionale pone maggior rilievo sulla presenza e il potere delle scissioni verticali,
piuttosto che sulla stratificazione orizzontale dei livelli di coscienza. La dissociazione si
presenta sotto diverse forme di scissione, da quelle caratterizzate da distinzione netta e non
comunicazione tra le parti, a quelle relativamente porose. La dissociazione è stata sviluppata e
approfondita nel lavoro di Philip Bromberg (1994, 1996) e include scissioni di coscienza al
servizio del disconoscimento o del respingimento di un contenuto traumatico o tossico, che
promana dall'interno o dall'esterno dell'individuo. Bromberg elaborò anche un'ipotesi di come
la dissociazione si interseca con l'attaccamento, spesso senza consapevolezza. L'individuo
(compreso il bambino abbastanza piccolo) scinde e 'dimentica' esperienze che metterebbero a
rischio l'attaccamento a figure potenti e necessarie. L'integrazione mentale è sacrificata, in un
certo senso, a tenui legami con un'altra persona.

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Nonostante la potenza della trasmissione inconscia bipersonale, il processo inconscio ha


uno stato nella sfera intrapsichica. Qui si avverte l'influenza delle Relazioni Oggettuali sulla
Teoria Relazionale: l'esperienza dei mondi interni, gli oggetti interni che vivono e muoiono,
che sono tossici o benigni. Il grado di consapevolezza, la presenza della scissione come forma
dominante del funzionamento mentale, dipendono da vari fattori, individuali, esterni ed
interpersonali. Pertanto, un analista relazionale potrebbe trovare utile pensare in termini di
fantasie inconsce, nel senso di modelli relazionali significativi, con un significato particolare,
spesso inconscio. Un contrasto, e forse una tensione nei modelli relazionali dell'inconscio, è
quello di ipotizzare una profondità sulla superficie. La dimensione intersoggettiva
dell'esperienza (dialogo, interazione) include registri bipersonali sia consci che inconsci. Uno
degli aspetti chiave dei modelli relazionali dell'inconscio è l'elaborazione di fenomeni inconsci,
sia nelle esperienze interne che in quelle interpersonali. L'interazione tra interno ed esterno, tra
intrapsichico e interpersonale assume così un valore più dialettico e meno polarizzato.
Mentre molte diverse scuole analitiche si potrebbero avvicinare al lavoro di Jean
Laplanche per la sua concettualizzazione in merito all'organizzazione e allo sviluppo
dell'inconscio, per alcuni teorici relazionali Laplanche (1999a, b, c) offre un'interessante
spiegazione bipersonale riguardo all'emergere e all'evolversi dell'esperienza inconscia, nel
complesso incontro del bambino con l'adulto, come situazione universale. L'infante sente gli
effetti del desiderio e dell’anelito sessuale, che emanano dal genitore, come un messaggio
enigmatico, che invade e si mescola agli stati affettivi, mentali e somatici del bambino. Da
entrambe le parti queste esperienze possono essere essenzialmente o esclusivamente inconsce.
Ciò che Laplanche definisce messaggio enigmatico porta il desiderio 'dell'altro' nel bambino e
questo desiderio intrusivo interagisce con il desiderio che sta emergendo da dentro l'infante.
Gradualmente risulta un processo ripetuto di traslazione che va a costituire la soggettività e il
desiderio inconscio, che sarà sempre sia individuale, sia intersoggettivo. Ruth Stein (2008), tra
gli altri, è stata particolarmente attenta all'impatto di esperienze inconsce caratterizzate da
eccessi di tali 'seduzioni' enigmatiche.
Sam Gerson (2004) fornisce una succinta descrizione dell' 'inconscio relazionale':
“L'inconscio non è solo il ricettacolo di materiale rimosso portato in profondità per proteggere
da angosce dovute a conflitti; è anche un'area deposito temporaneo )i cui contenuti aspettano
la nascita in un momento recettivo, nelle contingenze di una esperienza in evoluzione” (p 69;
citazione tradotta per questa edizione N.d.T.). Poche pagine dopo l'autore prosegue:
“L'inconscio relazionale come processo costruito congiuntamente, mantenuto da ciascun
individuo nella relazione, non è solo la proiezione del sé inconscio, delle rappresentazioni
oggettuali e degli schemi interattivi di una persona sull'altro, né è costituito da una serie di
queste reciproche proiezioni e introiezioni tra due persone. Piuttosto, come viene utilizzato in
questa sede, l'inconscio relazionale è il legame non riconosciuto che avvolge ogni relazione,
pervadendo l'espressione e la costrizione della soggettività e l'inconscio individuale di ogni
partner in quella particolare relazione. In questo senso, l'inconscio relazionale è un concetto
che consente di tenere insieme la concettualizzazione intrapsichica con quella intersoggettiva,
all'interno di una trama teorica che contiene entrambe le prospettive e ne elabora l’intrinseca
interconnessione” (p72; citazione tradotta per questa edizione N.d.T.).

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III. Cb. L'‘elaborazione’ inconscia: una prospettiva contemporanea della psicologia del

La psicologia del Sé, un'altra teoria psicoanalitica americana moderna, accetta il postulato
secondo il quale l'attività mentale inconscia è stata fondamentale per la psicoanalisi, nella
formulazione dell'inconscio dinamico di Freud e, più di recente, nel riconoscimento
dell'apprendimento e della memoria impliciti (inconsci o non consci). Questo ultimo concetto
ha espanso esponenzialmente l’ambito del elaborazione inconscia (Boston Change Process
Study Group, 2008; Clyman, 1991; Fosshage, 2005; 2011a; Grigsby & Hartlaub, 1944; Stern,
et. al., 1998 tra gli altri). L'elaborazione conscia e inconscia - che include il percepire, il
categorizzare, il consolidamento della memoria e dell'apprendimento, la regolazione della
variabilità delle priorità, nella motivazione (intenzioni) e nell'affetto, e la risoluzione del
conflitto - avviene sempre simultaneamente nelle ore di veglia. Il elaborazione inconscia
continua durante il sonno nella forma del sogno REM e non REM (Fosshage 1997). Sia
l'elaborazione conscia che quella inconscia assumono forme sempre variabili in base ai campi
relazionali entro i quali emergono.
Come si ottiene l'accesso all'elaborazione inconscia? Freud sviluppò il metodo delle libere
associazioni e si volse ai sogni come alla "via regia che porta alla conoscenza dell'inconscio
nella vita psichica” (1899, p. 553). Gli psicologi dell'Io hanno posto l'accento sulle componenti
inconsce dei conflitti e delle difese che emergono in modo latente dalle articolazioni consce.
Più di recente gli psicologi del Sé hanno ampliato l'area di ascolto, prestando attenzione, oltre
al conflitto, all'esplicito e all'implicito, alle comunicazioni verbali e non verbali delle
intenzioni, dei significati e delle conoscenze procedurali. L'ascolto empatico si focalizza
'semplicemente' sull'udire e comprendere queste comunicazioni dall'interno della trama di
riferimento del paziente. 'Empatia e giudizio' si compenetrano (Goldberg, 1999); tuttavia si
tenta di essere nell'esperienza dell'analizzando e fare inferenze e valutazioni, per quanto
possibile, dall'interno del mondo esperienziale dell'analizzando. L'uso della prospettiva di
ascolto/ percezione “centrata sull'altro” aiuta a sintonizzarsi su modelli di interazione,
tipicamente inconsci (Fosshage 2011b).
L'uso dell'ascolto empatico non minimizza l'importanza dell’elaborazione inconscia. Al
contrario, l'esperienza clinica indica che, attraverso un ascolto attento ed empatico dell'analista,
viene potenziato un certo senso di sicurezza, perché ciò contrasta l'influenza distruttiva
dell'imposizione, da parte dell'analista, del proprio punto di vista (anche se ciò non la elimina,
naturalmente). La conseguente diminuzione del bisogno di protezione aumenta lo spazio
riflessivo del paziente e facilita l'emergere alla consapevolezza cosciente di fenomeni inconsci,
conflittuali e non conflittuali, quali intenzioni, memorie, significati e elaborazione nonché di
esperienze non validate, (Storolow & Atwood 1992), esperienze non formulate (D.B. Stern,
1997) e modelli impliciti di organizzazione (conoscenza implicita). La conoscenza
(relazionale) implicita consiste in interazioni con i caregiver ed è codificata nella memoria
procedurale, e perciò non può essere verbalizzata (D.N. Stern et al. 1998). L'esperienza non
formulata consiste in esperienze infantili che non hanno accesso alla coscienza perché non
sono state riconosciute dai caregiver (D.B. Stern, 1997). L'inconscio preriflessivo consiste in

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principi organizzatori dell'esperienza soggettiva che originano nella diade intersoggettiva


precoce e l'inconscio non validato non può essere articolato in alcun modo, a causa del
fallimento della validazione da parte dell'oggetto-Sé (Storolow & Atwood, 1992). La
somiglianza tra le definizioni di esperienza non formulata e di inconscio non validato risiede
primariamente nell'enfatizzazione della risposta dei caregiver. L'inconscio bipersonale è
costruito all'interno della diade stessa (Lyons- Ruth, 1998, 1999).
In questo modo, la comprensione empatica dell'analista tende a rendere più permeabili e
fluidi i confini tra conscio e inconscio, tra esplicito ed implicito ed aumenta l'accesso conscio
a sentimenti, intenzioni, pensieri e ad interazioni interpersonali precedentemente inconsci.

III. D: L’inconscio nella tradizione francese


La Francia post-freudiana è stata la scena di una straordinaria vitalità creativa e produzione
teorica. Le ripercussioni di questa esplosione intellettuale hanno lasciato un segno in altre
comunità psicoanalitiche di lingua francese, in Europa e in Nord-America e, attraverso la
traduzione in inglese di questi lavori, si sono estese anche ad alcuni settori del Nord-America
e dell’Inghilterra. Tenendosi a una certa distanza dalla prospettiva delle relazioni oggettuali e
conservando una visione dell’inconscio più vicina a quella freudiana, gli analisti francesi sono
più propensi a considerare il proprio lavoro come un’elaborazione e un dialogo con l’opera
freudiana, ambito in cui condividono alcune ipotesi generali relative al concetto di inconscio.
L’adesione prevalente al modello topografico (della prima topica) è, per i francesi, all’origine
di una netta separazione fra il preconscio/conscio e l’inconscio. Inoltre, l’inconscio non può
essere rivelato tramite l’osservazione, ma soltanto dedotto après coup a partire dall’evento.
L’Io (le Moi) è definito sia dalla sua “alienazione” identificatoria al desiderio dell’Altro,
sia dalla sua capacità di adattamento: è dunque soggettivo, concettualmente più vicino a un self
che all’istanza difensiva e orientata alla realtà delineata dalla psicologia dell’Io. Per gli analisti
francesi tutto ciò che costituisce l’Io è colto come emergenza dell’inconscio, mancando
completamente l’idea di una sfera libera dal conflitto. Il Moi è inoltre composto sia da oggetti
inconsci che da oggetti parziali. Mentre la psicologia dell’Io descrive un analista che conserva
una distanza costante dal paziente, gli autori francesi, in particolar modo Bouvet, ma dopo di
lui anche Green, McDougall e Roussillon, hanno fin dall’inizio proposto un approccio flessibile
che prestasse attenzione al modo in cui i pazienti reagiscono alla distanza. Inoltre, a causa della
profonda influenza di Jacques Lacan, gli analisti francesi sono stati obbligati a riflettere sulla
funzione della parola e del linguaggio non soltanto nella situazione analitica, ma anche come
principio strutturante dell’inconscio.
L’affermazione di Jacques Lacan (1985) secondo la quale l’inconscio è fondamentalmente
strutturato, tessuto, legato e integrato di linguaggio ha avuto una grande ricaduta sulle
generazioni successive di analisti, sia che accettassero quest’idea sia che vi si opponessero. Un
ampio gruppo di psicoanalisti della Società Psicoanalitica di Parigi, fra i quali Pasche, Marty,
Lebovici, Diatkine, Fain, Braunschweig, McDougall, Green e Neyratt, si oppose alla teoria
lacaniana e rifiutò di mettere insieme pulsione e linguaggio. Secondo Lacan, l’inconscio non è

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qualcosa di dato, in attesa di essere interpretato; esso, piuttosto, si rivela in atto, e in particolare,
anche se non esclusivamente, in un atto di linguaggio. Lacan, inoltre, mise in guardia dal
fraintendere l’inconscio considerandolo semplicemente sede degli istinti. A suo parere, il
termine inconscio si riferisce specificamente alla concettualizzazione del soggetto: ne consegue
che tutto il suo progetto ruota intorno allo studio del soggetto inconscio. Lacan (2004)
rimodella la terminologia freudiana sostituendo il significante alla rappresentazione, secondo
il modello saussuriano del linguaggio. L’argomentazione di Lacan evidenzia in maniera
convincente le possibilità combinatorie del significante, che determinano l’espressione ultima
delle pulsioni. Qualcosa (la rimozione) blocca l’espressione dei significanti che circolano
nell’inconscio. Secondo la sua visione, l’inconscio consiste di significanti rimossi che a loro
volta controllano l’accesso ai derivati delle pulsioni. Si tratta di un modello della psiche meno
biologico-riduzionistico e fondamentalmente più sensibile alla cultura rispetto ai modelli basati
su un’ipotetica eccitazione delle zone erogene.
Negli Stati Uniti, all’epoca del famoso seminario di Lacan, l’accento era posto in misura
prevalente sull’idea che fossero le fantasie a costituire i contenuti dell’inconscio. Ciò favorì
l’emergenza di uno stile diverso di ascolto clinico, rivolto a cogliere nelle libere associazioni
gli indicatori delle fantasie presenti in forma travestita. L’approccio francese prescriveva
(freudianamente) che l’attenzione dell’analista si dirigesse sulle parole in quanto tali e sul non
detto tra esse. D’altra parte, la nozione di difese (oltre alla rimozione) necessarie a trattenere i
significanti nell’inconscio e, ovviamente, l’analisi delle difese hanno meno rilievo nel pensiero
francese, se prescindiamo dallo sviluppo innovativo da parte di Lacan della nozione di
“forclusione”. Lacan è stato criticato per aver trasformato la psicoanalisi in una linguistica
strutturalista, anche se l’interesse di Lacan non è il linguaggio in quanto tale, ma il suo limite,
il punto in cui il linguaggio fallisce. L’inconscio, secondo Lacan, non è conoscibile, ma si rivela
nelle tracce che lascia soprattutto quando è assente. Lacan ha giustificato il suo approccio
linguistico sostenendo che soltanto quando l’inconscio passa nelle parole noi possiamo
afferrarlo e, inoltre, che l’inconscio funziona secondo le figure linguistiche della metonimia e
della metafora.
Infine, Lacan insiste sull’inconscio come discorso, ossia il discorso dell’Altro. L’inconscio
è l’effetto del significante sul soggetto. Il significante è ciò che è rimosso e che ritorna sotto
forma di sintomi, motti di spirito, paraprassie e sogni. Il concetto di inconscio lacaniano fece
un importante passaggio quando nel “Seminario XX” Lacan rielaborò i tre registri
dell’Immaginario, del Simbolico e del Reale, intrecciandoli insieme nei cosiddetti nodi
borromei (Lacan, 2011). L’ipotesi del conflitto intra-psichico – almeno per Lacan – fu sostituita
dall’idea di un’articolazione fra questi tre registri. Una conseguenza importante fu la scissione
del concetto di inconscio in una parte in una certa misura decifrabile o accessibile tramite il
linguaggio convenzionale, e un’altra denominata “lalangue”, termine con cui Lacan indicava
il tipo di linguaggio che precede il linguaggio dell’ordine Simbolico. In tal modo, abbiamo due
tipi di conoscenza: la conoscenza del langage e la conoscenza di lalangue. L’inconscio-
lalangue è situato fondamentalmente al di fuori del simbolico, ma ci influenza in una misura
che eccede la nostra conoscenza enunciabile. Evans definisce lalangue come “il substrato
caotico primario di polisemia a partire dal quale si costruisce il linguaggio” (1996, p. 97).

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Un gruppo di analisti influenzati da Lacan ha tentato di estendere il concetto di significante


fino a comprendere significanti al di là del linguaggio. Basandosi sul suo lavoro con gli
psicotici, Piera Aulagnier (1994) ha segnalato i punti deboli del concetto di significante,
introducendo il concetto di pittogramma per riferirsi a un livello di “rappresentazione”
inconscia non-verbale nell’incontro corporeo del neonato con l’adulto accudente: incontro fra
zone erogene e relativi oggetti parziali in assoluta inconsapevolezza della dualità che lo
costituisce. Guy Rosolato (1969) ha introdotto il concetto di significanti di demarcazione con
l’analogo obiettivo di indicare i significanti non linguistici, mentre Didier Anzieu (1985) ha
coniato il termine di significanti formali a sostegno della sua teoria dell’Io-pelle. Lo stesso Jean
Laplanche – fra coloro che si sono sistematicamente opposti all’idea che l’inconscio sia
strutturato come un linguaggio – ha introdotto i termini di significanti enigmatici e significanti
designificati.
Altri analisti che hanno adottato il concetto di significante di Lacan ne hanno trasgredito
il senso esclusivamente linguistico, restando in tal modo più aderenti al concetto freudiano di
inconscio. Così, opponendosi a Lacan, Laplanche (2000a) ha asserito che l’inconscio non è
strutturato come un linguaggio, dal momento che in esso non c’è un codice né ci sono messaggi:
l’inconscio è costituito da significanti isolati privi di ogni ‘referenzialità’. Per sottolineare la
propria distanza dal significante lacaniano, Laplanche ha trasformato il termine che egli stesso
ha coniato di significante enigmatico in messaggio enigmatico. Sostituendo il concetto
freudiano di rimozione con quello di ‘traduzione’, Laplanche (2000b, 2007) ha aperto la strada
a una spiegazione inter-soggettiva della costituzione dell’inconscio. A causa dell’attivazione
della sua sessualità inconscia nel corso delle cure ordinarie prestate al bambino, l’adulto
trasmette dei messaggi enigmatici. Il bambino tradurrà tali messaggi nella misura di cui è
capace: ciò che si perde nella traduzione va a costituire l’inconscio del bambino. Dal momento
che l’inconscio dell’adulto è sessuale, sessuale infantile, è questo sessuale ad essere trasmesso
al bambino in forma enigmatica.
Distinguendosi da Laplanche e dagli altri autori che hanno privilegiato la prima topica
freudiana, André Green, nei suoi numerosi scritti, ha segnalato come la seconda topica fosse
più utile nel lavoro con i pazienti non-nevrotici. Di conseguenza, il suo approccio al concetto
di inconscio ha preso una direzione leggermente diversa da quella degli analisti francesi
menzionati finora. Rifacendosi a sua volta a Freud, Green sostiene che l’inconscio in quanto
sistema è costituito da rappresentazioni e affetti che “escludono la sfera delle rappresentazioni
di parola” (Green, 2004, p.114), intendendo “che l’inconscio sarebbe costituito unicamente da
uno psichismo che sfugge alla strutturazione del linguaggio” (ibidem, p. 113). L’introduzione
da parte di Freud di un Io inconscio ha trasformato lo statuto dell’inconscio, non più limitato
ai contenuti del rimosso ma parte integrante della struttura dell’Io. Questo importante sviluppo
della teoria freudiana ha permesso di focalizzarsi su modi di pensare che, come sostiene Green,
sono “lontani dal senso comune” e che possiamo trovare nelle strutture non-nevrotiche (ibid.,
p. 237).
Nella concezione della psiche proposta da Green, il fattore economico delle pulsioni è
essenziale: l’inconscio consiste di una rete ramificata di derivati pulsionali (sotto forma di

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rappresentazioni di cosa) che cercano una via di scarica. Se tali derivati pulsionali costituiscano
rappresentazioni o presentazioni e se sia loro possibile raggiungere la figurabilità tramite la
mente dell’analista sono argomenti di una nuova area di ricerca freudiana, di teorizzazione e
di dibattiti (Botella, 2005, 2014; Kahn, 2013, 2014). La natura dinamica di queste
rappresentazioni (che hanno per oggetto una forma primaria della pulsione) le spinge verso
l’azione o la coscienza. L’aspetto mobile e dinamico delle pulsioni dell’inconscio radicate nel
corpo, alla costante ricerca di scarica e determinanti le azioni dell’individuo, ha una risonanza
clinica quotidiana (Green, 2005). Green (1974) ha anche sviluppato una importante teoria
dell’affetto, che permette di concepire in maniera diversa la presenza del corpo nel linguaggio.
Lacan (1994, p. 128) riteneva che l’interesse per l’affetto nella psicoanalisi nord-
americana potesse portare a “una impasse”, dato che il significato è piuttosto un effetto del
significante. Tuttavia, nei suoi ultimi seminari (Lacan, 2011), cominciò a parlare di ciò che del
Reale (traumatico) non era o non poteva essere rappresentato, a partire da ciò che Freud aveva
scritto. Lacan arrivò in tal modo ad una concezione dell’inconscio come assenza di
rappresentazione, o come ciò che non può essere detto, un tema che negli ultimi anni è
diventato un argomento di studio centrale in Francia.
René Kaës (1995) è uno degli autori che hanno contribuito a concettualizzare questa
dualità dell’inconscio, descrivendo i ‘due nuclei’ dell’inconscio, il primo che apre al corpo o
discende nel corpo, il secondo connesso al gruppo e al suo intreccio di significanti. Entrambi
partecipano alla costituzione del soggetto, nel senso che il soggetto poggia sull’attualizzazione
di queste riserve inconsce di sensazioni e idee accumulate. Botella e Botella (2004) - a partire
dal loro lavoro con pazienti gravemente traumatizzati – hanno portato avanti l’elaborazione di
Green segnalando il difetto di rappresentazione che caratterizza questi pazienti. Poiché i traumi
preverbali sono iscritti ma non rappresentati nella psiche, questi autori ritengono che sia
necessaria una nuova tecnica per incorporarli nel trattamento psicoanalitico. Per affrontare
queste situazioni di ‘memoria senza ricordi’, i Botella (2004, 2014) hanno dunque introdotto
il ‘lavoro di figurabilità psichica’, che è l’analista a dover svolgere.
Un altro filone significativo della scuola francese contemporanea si è occupato della
qualità del ‘lavoro’ inconscio e della qualità della relazione fra i sistemi Inconscio e Conscio
(ad esempio Green, i Botella e Reid). Inizialmente Freud (1900) propose un importante
indicatore: se, come egli sosteneva, il sogno era stato a lungo confuso con il suo contenuto
manifesto, allo stesso modo era fondamentale non confonderlo con il suo contenuto latente. Di
fatto, l’essenza del sogno risiede nel lavoro onirico. Analogamente si può sostenere che la
caratteristica essenziale dell’inconscio sia il lavoro dell’inconscio. In questo caso l’accento
cade sull’Inconscio in quanto sistema che, oltre a dei contenuti specifici, possiede una logica
eterogenea rispetto al sistema Pcs-Cs (vedi anche più oltre “La logica dell’inconscio”).
L’inconscio è privo di esame di realtà, con il risultato che nei processi inconsci “la realtà di
pensiero è equiparata alla realtà esterna, il desiderio al suo appagamento” (Freud, 1911c, p.
459). Il processo primario è governato dall’allucinatorio, che è la prima modalità
d’investimento dell’Inconscio in quanto sistema. Invece il sistema conscio-preconscio opera
sotto l’egida dei processi secondari e cerca di integrare l’esame di realtà. Secondo Green, i

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Botella, Reid e altri, il processo allucinatorio è quindi la prima forma di investimento-lavoro


inconscio. Il funzionamento psichico descritto nel primo modello freudiano (topografico) è in
realtà il prodotto di un lungo periodo di dipendenza e interazione dalle psiche delle figure di
accudimento, uno sviluppo che idealmente porta ad un’articolazione adeguata fra i sistemi Inc
e Pcs/Cs. Tale articolazione consiste in movimenti di opposizione/collaborazione facilitati da
un confine flessibile e semipermeabile, che consente alla rimozione una posizione ferma, ma
non troppo rigida. Freud descrisse dettagliatamente questa relazione di
opposizione/collaborazione senza tuttavia sviluppare ipotesi relative alla genesi o alla
costruzione di tale relazione.
Possiamo dire che proprio a questo punto Winnicott (1974) ha raccolto il testimone,
scoprendo la transizionalità in una rivisitazione della genesi dell’esame di realtà. D’ora in poi
quest’ultimo sarà inscritto nel contesto di una relazione paradossale fra la psiche e il suo
ambiente. I processi transizionali attivano una nuova modalità di investimento inconscio, che
collega la modalità allucinatoria con i segnali della realtà. Nella dimensione transizionale
l’oggetto sufficientemente buono è la madre e, nello stesso tempo, non è la madre, mentre i
processi primari e secondari vengono simultaneamente riuniti e separati. È questa forma
transizionale di funzionamento o ‘lavoro’ psichico – una combinazione di modalità
allucinatoria ed esame di realtà – che apre la strada ed è la base di un’articolazione flessibile
dare/avere fra i sistemi Inc e Pcs-Cs. In questo contesto, la rimozione diventa la principale
operazione difensiva, che previene e contemporaneamente facilita (attraverso il ritorno
mascherato del rimosso) il passaggio di contenuti psichici dall’uno all’altro sistema. Quando
l’ambiente primario è stato inadeguato, la psiche piuttosto che alla rimozione dovrà ricorrere
prevalentemente al meccanismo difensivo della scissione, creando una situazione di
opposizione diretta fra Inc e Pcs-Cs, un tipo di funzionamento psichico che caratterizza i
registri non-nevrotici.

Tutto questo lavoro dimostra lo stretto legame fra inconscio e pulsione postulato dalle
teorie francesi contemporanee. Un altro tema importante è l’analisi dettagliata della
“costruzione” della pulsione a partire dai riflessi fisiologici di base. La pulsione è considerata
mutevole, in costante transizione, proliferante in ogni attività mentale e creata ex novo in
determinate esperienze intersoggettive. Il presupposto di base è che l’ambiente precoce di
accudimento abbia un ruolo cruciale nel dare forma e permettere lo sviluppo sia ai contenuti
che ai processi del funzionamento inconscio dell’individuo. Pertanto, anche nelle sue
manifestazioni più arcaiche, l’inconscio non è mai pura energia istintuale libera, ma piuttosto
pulsione segnata profondamente dalla dipendenza primaria dell’essere umano da altri adulti
specifici, di cui conserva le tracce. In tal senso Aulagnier (1994) teorizza il corpo dell’infans
come “un insieme di funzioni sensoriali, esse stesse veicolo di un’informazione continua che
non può mancare…perché è condizione necessaria di un’attività psichica che richiede che siano
libidicamente investiti sia l’informato che l’informante” (p. 52). E aggiunge che il suo punto
di vista è simile al concetto di Bion di rêverie materna. Laplanche (1992a, b) ha introdotto il
concetto di “intromissione”, che contrappone a quello di “impianto”, per descrivere una
trasmissione violenta di sessualità inconscia da parte dell’adulto, non mitigata dalla rimozione
e dall’elaborazione secondaria. Una concettualizzazione analoga, che tiene conto della qualità

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della presenza genitoriale per la costruzione dell’inconscio, è quella di Christophe Dejours


(2001). Quando il genitore attacca i processi di pensiero del bambino, la sua capacità di
rimozione è annientata, dando luogo, secondo Dejours, ad un inconscio amenziale (senza
pensiero), privo della capacità di generare associazioni ed elaborazioni che caratterizza
l’inconscio rimosso.
Un’altra svolta riguardo alla connessione fra inconscio e rappresentazione è venuta
dall’analista franco-canadese Scarfone (2016a, 2016b), che ha segnalato come l’inglese
possegga due vocaboli: consciousness (coscienza) e awareness (consapevolezza).
L’etimologia della parola awareness mostra che ware si riferisce al non perdere di vista
qualcosa. L’awareness sembra essere soltanto un primo passo verso la coscienza
(consciousness), perché si può essere consapevoli di qualcosa pur non avendo ancora
pienamente compreso a che cosa si riferisca questo qualcosa. Una coscienza piena richiede sia
la consapevolezza (awareness) sia il significato di ciò di cui si è consapevoli. Ne consegue che
si potrebbe affermare che essere coscienti significa poter usare, a parole o nelle azioni, ciò di
cui si è consapevoli. Al contrario, “inconscio” sta a indicare ciò che risiede all’interno o
all’esterno della consapevolezza (awareness), ma che non si può utilizzare intenzionalmente
nei pensieri né nelle azioni.
Un ulteriore campo di studio degli analisti francesi è la questione della temporalità che
caratterizza l’inconscio. Pontalis (1999) ha descritto l’inconscio come “il tempo che non
passa”. Nello stesso ambito, anche Green ha parlato delle temporalità multiple che dimorano
nello stesso soggetto e in particolare degli “stati limite, di cui il conscio (non più solo
l’inconscio) sembrava ignorare il tempo – giacché questi vivono in un eterno presente, incapaci
di utilizzare la loro esperienza passata” (2001, p. 80). Un altro contributo su questo tema viene
dal Canada francofono, dove Scarfone (2006, 2014a) ha sostenuto che la psicoanalisi non
consiste nel focalizzarsi sul passato ma piuttosto sul “impassé” (non-passato) dell’individuo,
un tempo attuale in cui ciò che accade è “presentazione in luogo di rap-presentazione, atto
(Agieren) in luogo di pensiero” (Scarfone, 2006, p. 827, corsivo originale).

III. E. Sviluppi e concettualizzazioni latino-americani


La solida tradizione kleiniana della psicoanalisi latino-americana, facilitata dagli stretti
contatti con il gruppo degli analisti kleiniani inglesi fin dai primi anni ’40 e dall’accesso
precoce alle traduzioni dell’opera di Freud in spagnolo negli anni ’20 (Lopez-Ballesteros,
1923), ha prodotto delle concettualizzazioni dell’inconscio di vasta portata e particolarmente
originali, quali la “logica dell’inconscio” e la “comunicazione inconscia”, la cui influenza si è
estesa attraverso le tre diverse culture psicoanalitiche.

III. Ea. La logica dell’inconscio


La comprensione della logica dell’inconscio è l’essenza della psicoanalisi, uno strumento
fondamentale per lo psicoanalista in ogni momento del suo lavoro. È anche uno strumento

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indispensabile per comprendere il registro psicotico espresso dai pazienti. Il primo autore a
studiare la logica dell’inconscio è stato Freud (1899) ne L’interpretazione dei sogni, in cui l’ha
descritta attraverso ciò che definì “processo primario” e che caratterizzò in base ai seguenti
elementi: 1) assenza di contraddizione reciproca fra le presentazioni delle diverse pulsioni; 2)
spostamento; 3) condensazione; 4) atemporalità e 5) sostituzione della realtà psichica alla realtà
esterna. Freud ha continuato ad occuparsi di questo argomento in numerosi suoi scritti:
Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico (1911c), Osservazioni psicoanalitiche su
un caso di paranoia (dementia paranoides) descritto autobiograficamente (1911a),
L’inconscio (1915c), L’Io e l’Es (1923a) e Introduzione alla psicoanalisi. Nuova serie di
lezioni (1933).
Esprimendo la sua opinione sul valore della scoperta fondamentale di Freud nel suo
L’inconscio come insiemi infiniti. Saggio sulla bi-logica, Matte Blanco (1981) sottolinea come
esso non vada attribuito alla scoperta dell’inconscio di per sé, ma alla rivelazione di un mondo
governato da leggi completamente diverse da quelle che operano nel pensiero conscio. A suo
parere, il colpo di genio di Freud è stato proprio la scoperta delle leggi che governano questo
strano “regno dell’illogico” (Freud, 1940, p. 595). Nella sua recensione dell’opera di Matte
Blanco, Henry Rey (1976, p. 491) ha osservato: “Matte Blanco si è preoccupato molto,
facendone forse il suo interesse principale, dell’evoluzione che la nozione di inconscio ha avuto
negli scritti di Freud e degli altri psicoanalisti: l’Inconscio, considerato inizialmente un aspetto
vivo della personalità che agisce secondo determinate leggi, è stato successivamente declassato
alla semplice qualità di essere inconscio”.
Associando i concetti freudiani a proposizioni matematiche, Matte Blanco ha sviluppato
il concetto di una logica inconscia (bi-logica) governata da due principi: 1) il principio di
generalizzazione, che spiega come, a differenza della logica del sistema conscio, la logica
dell’inconscio non consideri gli individui come unità, ma come membri di gruppi sempre più
estesi (classi, insiemi). Il meccanismo dello spostamento è basato su questo principio; 2) il
principio di simmetria, che impone all’inconscio di trattare allo stesso modo il dritto e il
rovescio di ogni relazione, come se fossero sempre identici. L’atemporalità è una conseguenza
di questo secondo principio. Entrambi utilizzano la condensazione e l’assenza di
contraddizione. Matte Blanco ha sottolineato come questo ‘regno dell’inconscio’ costituisse
per Freud la vera realtà psichica. In questo regno la mente opera secondo una bi-logica, cioè
mediante il funzionamento simultaneo del principio di asimmetria riferito agli individui e alle
loro differenze - che caratterizza la logica quotidiana e gli strumenti del pensiero scientifico,
oltre alla coscienza e al processo secondario di Freud - e il principio di simmetria - che governa
il processo primario freudiano. Secondo Matte Blanco, lo spostamento è alla base della
proiezione, della sublimazione, del transfert, del ritorno del rimosso e della scissione degli
oggetti. Quando un individuo compie uno spostamento, tratta l’oggetto originale e l’oggetto
verso il quale realizza lo spostamento come elementi di una classe con un attributo specifico,
che potrebbe non essere evidente al suo pensiero conscio, pur essendolo al suo inconscio. Così,
se un tale percepisce il suo capo come un padre pericoloso, in termini di logica simbolica
possiamo dire che il suo inconscio tratta il suo capo e suo padre come elementi di un’unica
classe, cioè inconsciamente essi sono identici. Ogni struttura o sistema è un insieme; una classe

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comprende l’insieme di individui che posseggono gli attributi o le qualità che definiscono la
classe. Quando un insieme è infinito, nel senso che è impossibile contare tutti i suoi elementi,
la parte diventa equivalente al tutto: è ciò che accade nella logica simmetrica e nel
funzionamento inconscio.
Le strutture bi-logiche di Matte Blanco stratificano tutta l’estensione della vita psichica in
strati differenziati da una maggiore o minore presenza di processi di pensiero divisibili-
asimmetrici o simmetrici-indivisibili. Questa concettualizzazione include gli ultimi scritti di
Freud su un inconscio non rimosso i cui ‘caratteri primitivi e irrazionali’ (1933, p. 186)
contrassegnano l’operare dell’Es (1923, 1926) e presentano gli stessi attributi precedentemente
assegnati al processo primario e all’inconscio-come-sistema.
A partire dallo sviluppo del pensiero freudiano sull’inconscio, Matte Blanco ha portato
avanti una riformulazione – attraverso la lente della logica matematica – delle leggi
dell’inconscio opponendole a quelle della logica scientifica aristotelica, implicate nei processi
mentali consci (processo secondario). Quando raggiunge un grado estremo, la logica
simmetrica dello strato più profondo dell’inconscio strutturale non rimosso viene a costituire
una modalità simmetrica e indivisibile di essere, caratterizzata dall’assenza del tempo e dello
spazio. In tal modo egli ha elaborato il problema dello spazio psicologico e della sua
multidimensionalità nel contesto della nozione di oggetto e di mondo interno passato, presente
e futuro. Matte Blanco considerava i dati psichici dell’atemporalità e dell’assenza di spazio
come espressione della logica dell’inconscio che tratta il tutto come equivalente a ciascuna
delle sue parti e viceversa. Analogamente, nella sua rivisitazione di Osservazioni
psicoanalitiche su un caso di paranoia (1910), ha articolato le contrapposizioni di Freud fra
interno ed esterno, e fra realtà psichica e fisica, secondo i suoi concetti di bi-logica e
infinitizzazione (Matte Blanco, 1995).
Nella sua recensione del libro L’inconscio come insiemi infiniti. Saggio sulla bi-logica,
Henry Rey (1976) utilizzava l’esempio proposto da Matte Blanco di una donna schizofrenica
per sostenere la validità delle idee dell’autore per comprendere più profondamente la
costruzione del pensiero psicotico. Dopo un prelievo di sangue dal braccio, questa donna,
affetta da idee deliranti, si lamentò che a volte le avevano prelevato il sangue dal braccio, ma
altre volte le avevano tolto il braccio stesso: è l’espressione di una ben nota modalità di pensiero
schizofrenico, basato sull’identità/equivalenza e su una totale reciprocità e intercambiabilità
della parte e del tutto.
Il secondo libro di Matte Blanco, Pensare, sentire, essere. Riflessioni cliniche
sull’antinomia fondamentale dell’uomo e del mondo (1995), presenta un’ulteriore evoluzione
delle sue idee sull’inconscio, sulle sue leggi e sulla loro applicazione al lavoro psicoanalitico.
Il concetto di infinità dell’inconscio e la nozione di combinazione in proporzioni diverse di
pensiero asimmetrico e simmetrico, che riflette una stratificazione di livelli dal conscio
all’inconscio più profondo, aprono la strada a un nuovo modo di intendere la psiche.
L’inconscio più profondo, che Freud considerava insondabile, contiene soltanto simmetria, nel
senso che ogni cosa equivale a tutte le altre: è la ‘modalità indivisibile’ assoluta. La pulsione
di morte freudiana poteva così essere riformulata come la cessazione dell’attività di pensiero:

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se ogni cosa è uguale a tutte le altre, non può esservi pensiero. All’estremo opposto, in uno
stato di assoluta asimmetria ogni cosa è diversa da tutte le altre, per cui non si possono fare
collegamenti o associazioni; gli oggetti sono relegati in una categoria di unicità e dunque
nemmeno in questo caso può aver luogo alcun processo di pensiero. La conclusione di Matte
Blanco è che i processi psichici possono aver luogo soltanto quando sono presenti sia i
processi di pensiero asimmetrici, sia quelli simmetrici. I concetti di conscio e inconscio sono
riformulati in termini di bi-logica e stratificazione della mente. Matte Blanco si è quindi
dedicato ad un’esplorazione approfondita del concetto kleiniano di identificazione proiettiva
nell’ottica della logica simmetrica, arrivando a considerarla una manifestazione strutturata bi-
logicamente sia del pensiero simmetrico che di quello asimmetrico.
I concetti di Matte Blanco di simmetrizzazione e infinitizzazione sono illustrati
clinicamente da Erick Rayner (1981, 1995), fondatore del Bi-Logic Group di Londra. Il suo
lavoro di chiarimento e ulteriore sviluppo delle teorie di Matte Blanco delle emozioni e della
logica inconscia si estende alla simmetrizzazione nel mondo delle emozioni, quando il soggetto
e l’oggetto tendono a diventare indifferenziati o reversibili, e gli affetti tendono a
‘infinitizzarsi’. La simmetrizzazione non permette alcun tipo di sviluppo psichico con la
conseguenza inevitabile di un processo di infinitizzazione, che implica una ripetizione senza
fine.
Un esempio di infinitizzazione della simmetrizzazione potrebbe essere quello degli
impulsi erotici che si infinitizzano sotto la spinta di angosce molto intense, come nel caso di
un uomo che, in uno stato di frenesia sessuale, si coinvolge successivamente o simultaneamente
con un ‘insieme’ di donne, sostituendo febbrilmente, nei suoi incontri passionali, l’ultima
donna ‘dell’insieme’ con una nuova. Finita l’estasi, nella quale prova un sentimento di fusione
totale, si allontana rapidamente, pronto per il successivo incontro: a questo livello di
simmetrizzazione tutte le donne sono intercambiabili. Egli stesso precipita in una sorta di trance
ipnotica verso la bellezza femminile, che vive come un’occasione di arricchimento reciproco.
Un’analisi più approfondita dimostra che questa struttura erotica ha la funzione di uno sfogo
per sopravvivere a profonde angosce claustrofobiche inerenti alla sua attività professionale ed
alla sua vita coniugale. Eppure, non appena il climax estatico è passato, la donna di turno è
percepita come un ulteriore oggetto claustrofobico. Se si approfondiscono clinicamente queste
simmetrizzazioni infinitizzate, emerge una simmetria del ruolo di preda e di predatore, che
porta gradualmente all’abbandono della centralità della frenesia erotica, verso relazioni più
tranquille e stati mentali più pacati. L’infinitizzazione implica anche la compulsione a ripetere,
ma comporta un legame più diretto con l’espressione istintuale, regno del non-pensiero.
Il concetto di Matte Blanco di Logica dell’Inconscio si riferisce allo strato più profondo
dell’inconscio, radice della psiche, o inconscio strutturale non-rimosso, in profonda
connessione con le sensazioni somatiche. In tal senso è stato spesso posto in relazione a
concettualizzazioni quali quella di eclissi del corpo di Armando Ferrari (Lombardi, 2000) o
quella bioniana di processi trasformativi: entrambe sottolineano la difficoltà strutturale del
pensiero di fronte alla disturbante pressione bio-psicologica delle emozioni. La pressione che
il corpo esercita sul funzionamento mentale costituisce il primo elemento strutturale di

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infinitizzazione, quale traccia psichica a contatto con il corpo. Le nozioni freudiane di traccia
e immagine mnestica ci riportano al Progetto per una psicologia scientifica (1895) e
all’Interpretazione dei sogni (1899), dove troviamo anche la nozione di trascrizione,
ripetizione e Bahnung, che può essere tradotta come facilitazione (via nervosa). La traccia
costituisce la prima impressione somatica.
Lombardi (Bria, Lombardi, 2008, p. 713) scrive: “Vorremmo dunque sottolineare ancora
una volta in che modo l’inconscio e l’infinito affondino le loro radici nell’esperienza primitiva
del corpo”. Più avanti: “In tal modo la ricerca di Matte Blanco si focalizza sul funzionamento
logico che caratterizza il pensiero e il linguaggio, in quanto elementi che mettono in moto lo
scambio analitico, ma anche fattori assolutamente centrali nel trattamento dei casi gravi (p.
711). Ma ad essi va aggiunta (p. 709) l’assenza di relazioni nella struttura del pensiero, la
coesistenza di pensiero e non-pensiero, la presenza e assenza del tempo e la disintegrazione-
confusione dello spazio/tempo quali proprietà della logica dell’inconscio.
Le implicazioni tecniche del lavoro di Matte Blanco consistono nel riconoscimento che, ai
livelli più profondi del funzionamento psichico, può essere necessario far precedere al lavoro
interpretativo sistematico un processo di rêverie (Bion 1972) e varie forme di holding
(Winnicott, 1974). Questa fase iniziale può essere indispensabile perché il
soggetto/analizzando arrivi a percepire le interpretazioni, che richiedono una tolleranza
dell’asimmetria e quindi un salto logico (simbolico/metaforico), come significative sul piano
emozionale e non infinitamente pericolose. Florence Guignard (1999) considera la
concettualizzazione dell’inconscio di Matte Blanco come un modo di portare all’interno della
relazione analitica gli elementi pulsionali, evolutivi e strutturali dell’infantile.
In conclusione, la teoria della logica dell’inconscio (bi-logica, logica simmetrica) di Matte
Blanco esplora a livello microscopico gli strati più profondi dell’inconscio. Nella sua teoria,
due logiche inconciliabili determinano, in misura diversa, tutti i processi psichici: la prima è
asimmetrica, basata sul principio di non-contraddizione e specifica del sistema conscio, mentre
la seconda, di pertinenza dell’inconscio, è la logica simmetrica che generalizza all’infinito. La
logica asimmetrica tende a differenziare gli oggetti in insiemi sempre più definiti e caratterizza
il pensiero scientifico. Le proprietà del sistema inconscio descritte da Freud (atemporalità,
spostamento, sostituzione della realtà esterna con la realtà interna, mancanza di contraddizione
fra le due pulsioni e condensazione) risultano da questi due principi che regolano la logica
dell’inconscio.
L’importanza della teoria di Matte Blanco della bi-logica dell’inconscio per la psicoanalisi
contemporanea sta ricevendo riconoscimenti sempre più estesi (Grotstein, 2000; Guignard,
1999; Keene, 1998; Newirth, 2003). Se considerato una forma di
logica/simbolizzazione/discorso a sé, l’inconscio ‘primitivo’ si rivela un sofisticato generatore
di codici simbolici che adopera la bi-logica per costruire i propri messaggi, e che può
diventare una risorsa potenziale di crescita e di cura.

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III. Eb. La Comunicazione Inconscia


Il primo riferimento a questo argomento nella letteratura psicoanalitica si trova nello scritto
di Freud (1912b) “Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico” “(L’analista) deve
rivolgere il proprio inconscio come un organo ricevente l’inconscio del malato che trasmette;
deve disporsi rispetto all’analizzato come il ricevitore del telefono rispetto al microfono
trasmittente. Come il ricevitore ritrasforma in onde sonore le oscillazioni elettriche nella linea
telefonica ….così l’inconscio del medico è capace di ristabilire a partire dai derivati che gli
sono stati comunicati quello stesso inconscio che ha determinato le associazioni del malato (p.
536-537, Vol 6).” Egli tornò su questo argomento nel “L’inconscio” (1915c) “E’ assai
interessante che l’Inc di una persona possa reagire all’Inc di un’altra eludendo C. Questo fatto,
pur meritando un’indagine più approofndita, specialmente nel senso di determinare se si possa
escludere l’intervento di un’attività precocnsica, è comunque incontestabile sotto il profilo
descrittivo “(pag 78, vol 8) Dopo questo Freud non ha più ripreso questo tema, ma Sandor
Ferenczi introdusse l’importanza della personalità dell’analista per lo sviluppo della
comunicazione inconscia, fondamentale per determinare le caratteristiche
idiosincrasiche/peculiari di ogni processo psicoanalitico.. Nel suo “Diario Clinico (1932 pg.
31, 45,107 e 109) l’autore introdusse ciò che egli definì “il reale controtransfert dell’analista”,
vale a dire la partecipazione emotiva dell’analista al processo analitico: “Il sogno di un paziente
di due giorni prima che predice una importante rivoluzione tedesca, sarebbe di fatto l’intuizione
della mia repulsione contro la sofferenza …” (Ferenczi 1932, pg. 91; citazione tradotta per
questa edizione N.d.T.). Green (2008) considera Ferenczi, dai suoi diari, il precursore della
moderna psicoanalisi e Zimerman (2008) nel Vocabolario della Psicoanalisi Contemporanea
afferma che Ferenczi considerava la personalità dell’analista uno strumento analitico di
guarigione. Entrambi Freud e Ferenczi erano affascinati dalla possibilità della telepatia.
Queste idee sono rimaste sotto silenzio fino a quando Theodor Reik pubblicò “Il terzo
orecchio” (1948). Reik fece un decisivo passo in avanti verso la comprensione della
comunicazione inconscia quando scrisse: “L’analista sente non solo ciò che è nelle parole; egli
sente anche quello che le parole non dicono. Egli ascolta con il terzo orecchio sentendo non
solo ciò che il paziente dice, ma anche la propria voce interna, ciò che emerge dalle profondità
del proprio inconscio…Ciò che viene detto non è la cosa più importante. A noi sembra più
importante riconoscere ciò che la parola nasconde e ciò che il silenzio svela” (ibid, pp 125-
126; citazione tradotta per questa edizione N.d.T.) Egli aggiunse: “…i piani dell’inconscio non
sono afferrati/compresi direttamente. Il medium è l’ego, dentro cui l’inconscio dell’altra
persona è introiettato. Per comprendere un altro, noi non abbiamo bisogno di esplorare la sua
mente, ma di sentirlo inconsciamente nell'ego” (ibid., p 464); e continuò: ”Ciò che ho detto è
che questi impulsi inconsci nella mente dell’uno inducono impulsi dello stesso tipo nella mente
dell’altro- in questo caso nell’analista”(ibid, p.468; citazione tradotta per questa edizione
N.d.T.). Tuttavia un ulteriore grande contributo alla comprensione della comunicazione
inconscia fu dato dalla scoperta del meccanismo dell’identificazione proiettiva descritto da
Klein nel 1946. Concepito inizialmente come una fantasia del paziente, il concetto è stato
ulteriormente sviluppato da diversi autori: Bion, Heimann, Racker ed altri. In questa fantasia
il paziente mette qualcosa di intollerabile dentro di sé nella mente dell’analista, liberando

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pertanto temporaneamente se stesso da questo aspetto della sua personalità. Sebbene l’effetto
sia temporaneo il paziente può pertanto disfarsi non solo dei contenuti ma anche di un intera
parte di se stesso, con un conseguente impoverimento, uno svuotamento, della propria mente.
In “Attacchi al legame” (1959) Bion sviluppa il concetto nel suo aspetto comunicativo tra
analista e paziente. Un processo interattivo tra due menti comporta una intenzione
dell’analizzando di produrre un effetto sulla mente dell’analista. In “Apprendere dall’
Esperienza” (1962) Bion fece un ulteriore passo in avanti proponendo il concetto di
identificazione proiettiva realistica, in cui l’analista viene realmente influenzato dalla
identificazione proiettiva del paziente. Su questo punto Odgen scrive (1980, p. 517; citazione
tradotta per questa edizione N.d.T.): “l’identificazione proiettiva è intrinsecamente un concetto
relativo all’interfaccia tra intra-psichico ed inter-personale, i.e. il modo con cui le fantasie di
una persona sono comunicate e premono per influenzare un’altra persona”. Vale la pena di
sottolineare che sebbene Klein abbia lavorato sulla identificazione proiettiva come una
fantasia, nella sua visione gli istinti sono alla ricerca dell’oggetto fin da subito. In questo modo
la sua teoria ha già in sé il germe dello sviluppo teorico di Bion sull’aspetto comunicativo della
identificazione proiettiva. C’è una conoscenza istintuale intrinseca dell’oggetto ed una ricerca
istintiva di esso. Il contributo di Bion sulla funzione alfa, sulla rêverie, sul contenitore-
contenuto e sul lavoro onirico, hanno tratteggiato i meccanismi inconsci nella mente della
madre che hanno fatto progredire la nostra conoscenza sul suo ruolo, come su quello
dell’analista, nel facilitare lo sviluppo della capacità del bebè-paziente di pensare, cosicché egli
possa apprendere dall’esperienza. Le idee di Bion hanno mappato l’area di interazione tra le
menti.
Accanto a questi sviluppi, il concetto di identificazione proiettiva ha ampliato l’insight
relativo all’area del controtransfert, configurandolo non solo come una manifestazione
inconscia dell’analista come aveva postulato Freud, ma come uno strumento essenziale per
capire il materiale analitico. In questa direzione, i contributi di Paula Heinman e Heinrich
Racker rappresentano delle pietre miliari (vedi anche le voci: CONTROTRANSFERT E
IDENTIFICAZIONE PROIETTIVA). Per Heinman (1950), visto che il controtransfert è
l’effetto del desiderio inconscio del paziente di trasferire sull’analista affetti che egli non può
riconoscere, né sperimentare come propri, l’analista può scavare nel proprio controtransfert per
avere degli insigt. Per Racker (1953) la fonte principale dei sentimenti dell’analista è la mente
del paziente, che trasforma il setting in un campo bi-personale. Racker sviluppa il concetto di
identificazione concordante in cui l’analista introietta diversi oggetti del mondo interno del
paziente così da potersi mettere nei suoi panni. Ciò è essenziale per una comprensione empatica
e consentirà all’analista di sentire anche le proprie emozioni. La differenziazione tra entrambi
i due protagonisti è preservata. Per contro, nel concetto di Racker di identificazione
complementare, in cui l’analista e il paziente producono reciprocamente identificazioni
proiettive, lo psicoanalista proietta se stesso nel paziente. La conseguenza di questo processo
culmina nell’enactment. Nel 1962 Grinberg propose il concetto di contro-identificazione per
descrivere l’impatto dell’identificazione proiettiva dell’analizzando sulla soggettività
dell’analista. Quando questo effetto è massiccio, la reazione dell’analista dovrebbe essere
considerata dipendente dall’identificazione proiettiva del paziente e indipendente dai suoi

183
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propri conflitti. Grinberg ha esaminato la natura delle relazioni interne dell’analista con gli
oggetti interni del paziente proiettati dentro la mente del primo.

Questi sviluppi nello studio della comunicazione inconscia attraverso il transfert e il


controtransfert hanno portato ad una concettualizzazione della relazione analista-paziente
come campo bi-personale, che è fondamentalmente intersoggettivo. Tuttavia questo termine è
utilizzato in accezioni molto differenti. Lawrence Brown nel suo scritto “Intersubjective
Processes and the Unconscious “ (Processi Intersoggettivi e Inconscio), (2011; citazione
tradotta per questa edizione N.d.T.) ha scritto: “Il termine intersoggettività è frequentemente
associato con la Scuola Relazionale Americana”, che Green (2008) ha definito un’epidemia
del Nord America. Tuttavia Grotstein (1999) e Brown (2011) affermano che per fortuna il
controtransfert è stato trasformato in intersoggettività , e Brown aggiunge: “Inoltre
l’intersoggettività è un processo di comunicazione inconscia, è recettività, e creazione di
significati all’interno di ciascun membro della diade, per “portare” le significazioni
idiosincrasiche verso un campo emozionale condiviso per contribuire con la propria capacità
di costruire significati al campo emozionale condiviso, interagendo con una funzione analoga
nel partner “(Brown 2011 p.7; citazione tradotta per questa edizione N.d.T.).
Il concetto di campo analitico utilizzato da Brown ha la sua fonte principale nel lavoro
della coppia Baranger: “La situazione psicoanalitica come un campo bipersonale ” (1961)
ripubblicato in Spagna nel 1968 e tradotto in Inglese solo nel 2008: Questa innovazione teorica
fondamentale è rimasta pertanto sconosciuta alla maggior parte della comunità psicoanalitica
fino a poco tempo fa. I Baranger hanno descritto il loro progetto così: “Questo articolo discute
le conseguenze dell’importanza che articoli recenti hanno assegnato al controtransfert. Quando
quest’ultimo acquista lo stesso valore teorico e tecnico del transfert, la situazione analitica si
configura come un campo dinamico bi-personale, e i fenomeni che si verificano è necessario
formularli in termini bi-personali” (2008, p.795; citazione tradotta per questa edizione N.d.T.)
. Questi autori descrivono le caratteristiche della fantasia inconscia della coppia analitica ed
enfatizzano il contributo dei fenomeni legati alla identificazione proiettiva ed introiettiva nella
sua struttura. Relativamente al concetto di fantasia inconscia essi argomentano: “Ma ancora
più importante, [la fantasia inconscia] non può essere considerata la somma delle due
situazioni interne. Essa è qualcosa creata tra due persone, all’interno dell’unità che esse
formano nel momento della seduta, qualcosa di radicalmente differente da ciascuno di loro
presi separatamente…Noi definiamo la fantasia in analisi come la struttura dinamica che in
ogni momento dà il significato al campo bipersonale” (ibid p. 806-7; citazione tradotta per
questa edizione N.d.T.).
L’idea di campo analitico bi-personale ha influenzato profondamente Antonino Ferro
(1998, 2004, 2009). Riferendosi a Bion, Mom, Pichon-Riviere e alla coppia Baranger, Ferro
sottolinea che fin dal primo contatto telefonico e persino prima di esso, la comunicazione
inconscia comincia ad organizzarsi nel paziente, nell’analista e nelle fantasie del paziente,
dell’analista e della coppia. Più avanti egli descrive il suo modello di ascolto inconscio che
struttura il campo analitico. Un coinvolgimento emozionale così profondo della coppia
analitica, attraverso l’identificazione proiettiva, si esprime nel sogno dell’analista sul materiale

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del paziente nella seduta analitica. Il sogno condiviso è svelato all’analista dalla sua rêverie.
Nel concetto bioniano sviluppato da Odgen, la rêverie esprime l’inconscio. Durante un sogno
condiviso le rêverie saranno condivise; si parte da una comunicazione inconscia, che diventa
conscia una volta che sia stata elaborata dalla diade.
In continenti separati e indipendentemente dagli autori dell’America Latina, è stato
sviluppato il concetto di terzo analitico Inizialmente è stato formulato da Green nel 1975, che
nel 2008 lo ha descritto così: “L’oggetto analitico non è né interno (all’analizzando o
all’analista) né esterno (all’uno o all’altro), ma tra di loro”. (Green 2008, p.231; citazione
tradotta per questa edizione N.d.T., traduzione portoghese di Avzaradel). Nell’oggetto
analitico di Green è evidente l’ispirazione winnicottiana, come lo è nel postulato di Thomas
Odgen relativo al terzo analitico. L’affermazione di Winnicott: “Non esiste una cosa chiamata
bambino…ovvero ogni volta che si trova un bambino, si trova una madre che se ne prende
cura” (Winnicott 1960, p. 286; citazione tradotta per questa edizione N.d.T.) ispirerà Odgen
per cui non esiste un paziente analitico senza l’analista. L’autore utilizza anche la nozione
winnicottiana di spazio potenziale, come precursore della sua visione spazio intersoggettivo.
“L’analista cerca di riconoscere, comprendere e simbolizzare verbalmente per se stesso e per
l’analizzando la natura specifica momento per momento dell’interazione tra l’esperienza
soggettiva dell’analista e quella dell’analizzando, e l’esperienza intersoggettiva generata dalla
coppia analitica (l’esperienza del terzo analitico)…è giusto dire che il pensiero psicoanalitico
contemporaneo è approdato ad un punto dove non è più possibile parlare semplicemente di
analista e analizzando come soggetti separati che si considerano reciprocamente come oggetti”
(Odgen 1994, p.3; citazione tradotta per questa edizione N.d.T.). Prendendo spunto dall’idea
di Bion, Odgen suggerisce una trasformazione della teoria dei sogni utilizzando il concetto di
rêverie come uno strumento importante. Odgen (2007) riferendosi a Sandler scrive più avanti
“Dove c’è un lavoro onirico inconscio, c’è anche un lavoro di comprensione inconscia” (p. 40;
citazione tradotta per questa edizione N.d.T.). C’è un eco indietro che rimanda alla posizione
di Grotstein “Dove c’è un sognatore inconscio che sogna il sogno, c’è anche un sognatore
inconscio che comprende il sogno” (Grotstein, 2000, p.5; citazione tradotta per questa edizione
N.d.T.) Da questo momento in poi gli sviluppi in questa direzione sono stati portati avanti da
molti autori, tra cui Levine (2013), Groststein (2000, 2005), Brown (2011), Cassorla (2013)
and Ogden (1994, 2005).
Un autore che ha approfondito questa idea è Civitarese nel suo libro “Il sogno necessario”
(2014). Egli scrive “In questo modo il paradigma del sogno finisce per rivestire un ruolo ancora
più centrale che nella teoria classica. Inteso come il frutto della comunicazione da inconscio a
inconscio, lo ascoltiamo come una produzione intersoggettiva. Leggiamo ogni seduta come se
fosse un lungo sogno condiviso e concepiamo tutta l’analisi come un interscambio di
rêverie”(pag.) Le attuali conoscenze relative alla comunicazione inconscia aprono ovunque
ampie prospettive per ulteriori ricerche psicoanalitiche , incluso il recente interesse per la
concettualizzazione dell’inter-psichico’ , definito come “..un livello funzionale, pre-soggettivo
dove due persone possono scambiarsi contenuti interni ed esperienze in un modo condiviso,
attraverso l’uso di una “normale” identificazione proiettiva comunicativa” (Bolognini, 2016 p
110; p 257)

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IV. INCONSCIO E STUDI INTERDISCIPLINARI

IV.A. L’Inconscio nelle Neuroscienze

“La ricerca ha provato in modo incontestabile che l’attività psichica è legata al


funzionamento del cervello come non lo è a nessun altro organo (…) Si apre quindi uno iato
che per il momento non è possibile colmare; ” (Freud 1915c, pp. 57 Vol 8 ).

Sessantacinque anni dopo la pubblicazione dell’”Inconscio”, in cui Freud definiva due


pilastri della psicoanalisi - l’ipotesi della vita mentale inconscia e l’evidenza dei due principi
del funzionamento mentale: processo primario e secondario- lo psicoanalista, psicologo e
neuro-scienziato Howard Shevrin pubblicava una sintesi di tutte le ricerche sui fenomeni
subliminali in cui egli sosteneva che l’inconscio rappresenta una assunzione necessaria di tutta
la psicologia (Shevrin e Dickman 1980). I primi tentativi nell’area della psicologia cognitiva
sperimentale e delle neuroscienze cognitive erano limitati ai confini ristretti della percezione.
Negli anni successivi c'è stata una valanga di ricerche che hanno interessato molte aree - la
percezione, la memoria, le emozioni, la motivazione, il pregiudizio, le dipendenze, i disturbi
dell’umore e dell’angoscia, l’Alzheimer, il Parkinson, l’autismo, la deprivazione - in cui (con
una modalità prevalentemente descrittiva) sono stati identificati fattori consci ed inconsci.
E ’stata la successiva esplosione della ricerca applicata e di base delle neuroscienze,
specialmente nel Nord America e in Europa, con l’emergere delle ulteriori sotto-
specializzazioni della neuropsicologia dinamica (Luria, 1966; 1973; Kaplan-Solms and Solms,
2000), delle neuroscienze dinamiche dello sviluppo (Balbernie, 2001; Schore, 2003; Siegel,
1999, 2007), delle neuroscienze affettive (Panksepp, 1999; Johnson, 2006), e dinamico-
cognitive (Shevrin, 1994; 1999; Villa, Brakel, Shevrin, Bazan, 2008), che ha portato alla
fondazione dell’area di ricerca interdisciplinare di Neuropsicoanalisi, il cui obiettivo era
“studiare la natura dinamica della mente e identificare l’organizzazione neuronale della sua
sottostante struttura inconscia” (Solms & Turnbull, 2011, p. 135; citazione tradotta per questa
edizione N.d.T.). Un’importante voce di sostegno alla ricerca multidisciplinare dei fenomeni
dinamici inconsci viene anche da Eric Kandel, vincitore del Premio Nobel per la fisiologia
della memoria. (1998, 1999). Kandel e Shervin concordavano sul fatto che nelle neuroscienze
l’inconscio dinamico che coinvolgeva i conflitti relativi agli impulsi sessuali ed aggressivi era
poco esplorati. Ciò che aveva portato a una notevole confusione concettuale tra neuro-
scienziati cognitivisti e psicoanalisti era che quello che la maggior parte dei neuro-scienziati
definiva come inconscio, riguardava i processi preconsci, che sono definiti inconsci solo
descrittivamente in quanto latenti secondo la terminologia psicoanalitica. C’erano discrepanze
anche in altre definizioni, p.e. l’uso del termine “pulsione”, “istinto” “conflitto” ecc.; e
divisioni metodologiche specialmente nelle analogie con altre specie non umane, e nelle
inferenze derivate da osservazioni sul comportamento contrapposte alle rappresentazioni

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interne e alla fantasia inconscia. Al tempo stesso i progressi nella conoscenza dello sviluppo
precoce del cervello, la neuro-plasticità e la neuro-connettività sembravano fornire una
validazione potenziale della teoria psicoanalitica della personalità e la sua metodologia clinica.

IV.Aa. Inconscio Dinamico in Neuroanalisi: Conflitto Inconscio, Rimozione, Memoria e


Prime fasi di sviluppo
Shevrin et al. (1992; 1996) hanno presentato il primo studio neuro-scientifico noto
sull’inconscio dinamico, in cui la risposta del cervello nella forma di potenziali collegati ad
eventi ha fornito dei marker neurofisiologici per i conflitti inconsci di un gruppo di pazienti
affetti da fobia sociale. Shevrin et al. (2002) hanno correlato le risposte ad un gruppo di parole
presentate in modo subliminale e supraliminale con un parametro di “rimozione, e hanno
trovato che il processo di rimozione inibiva le risposte a parole giudicate dagli analisti cariche
di significato conflittuale soggettivo per quello specifico paziente.
Una serie di ricerche successive nell’area di quello che poi è diventato noto come il gruppo
di ricerca di Shervin sulla percezione subliminiale (Brakel, L., Kleinsorge, S., Snodgrass, M.
& Shevrin, H., 2000) ha affrontato un numero di fenomeni relativi al processo primario e
secondario, compresi i markers fisiologici dei conflitti inconsci, degli affetti, delle difese, e la
natura attribuzionale /vs relazionale di queste due modalità di funzionamento. Questo corpo di
ricerche ha fatto guadagnare a Shevrin il Sigourney Award nel 2003. Villa, Shevrin, Snodgrass,
Bazan e Brakel (2006) si sono focalizzati sulla elaborazione del linguaggio naturale, detto
anche NLP (dall'inglese Natural Language Processing, elaborazione della lingua naturale
N.d.T.), nell’inconscio. I risultati hanno evidenziato l’importanza di una concezione di
connectionist account della “attivazione diffusa”, l’equivalente neurofisiologico della nozione
freudiana di energia libidica libera che caratterizza il processo primario. Confrontabile alla
concettualizzazione psicoanalitica classica del processo primario, anche la spiegazione del
connectionist account ha evidenziato che le cariche libere o legate erano strettamente
dipendenti dalla natura delle motivazioni e difese. Più la motivazione è istintuale e ‘pulsionale’,
più è probabile che essa serva per mediare l’attivazione diffusa o l’energia libera. Più le difese
falliscono e aumenta l’angoscia, più prevalgono le energie libere.
L’esplorazione della memoria nell’ambito dello sviluppo pre-verbale e pre-edipico
continua a rappresentare un’altra area di grande interesse sia in Europa che nel Nord America.
Le Neuroscienze hanno distinto una memoria a lungo termine, esplicita e ‘verbalizzabile’, e
una memoria procedurale, (non passibile di ricordo), implicita che non può essere richiamata
alla coscienza né verbalizzata. Tale scoperta ci consente di ipotizzare che tutte le esperienze
infantili dei primi due anni di vita sono collocate in questo secondo tipo di memoria che è
gestita dall’amigdala nella sua funzione di elaborazione delle emozioni. L’ippocampo, infatti,
che è indispensabile per il sistema della memoria esplicita, non raggiunge la sua maturazione
completa fino ai due anni di vita. Lo studio della memoria implicita, successivo alla sua
enunciazione da parte di Warrington and Weiskrantz (1974), amplia il concetto di inconscio e
lo sposta in un nuovo posto: dal regno del rimosso all’arena della inconsapevolezza

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biologicamente determinata (Ginot, 2015), correlata agli storici riferimenti di Freud a eventuali
processi inconsci al di là dell’inconscio rimosso (Freud, 1923, 1930

Fin dai primi stadi dello sviluppo pre-natale, intra-uterino, l’esperienza sensoriale
partecipa alla formazione di una memoria di base affettiva ed emotiva, una vera pietra miliare
per l’organizzazione delle prime rappresentazioni (Mancia 1980; Le Doux, 1992). Ci potrebbe
essere pertanto un meccanismo che fa da ponte tra la neurofisiologia della memoria e il concetto
dell’inconscio freudiano. Inoltre, con un notevole ampliamento dell’originale concetto di
inconscio dentro ai domini del “non conscio”, sono state postulate altre importanti convergenze
interdisciplinari con le scienze cognitive, la neurobiologia e le neuroscienze (Bucci 2001)
L’attuale enorme database delle ricerche sul cervello focalizzate sui processi e sulle
rappresentazioni inconsce ha conseguentemente influenzato il modo con cui l’inconscio è
concepito all’interno della stessa psicoanalisi. Quindi quando gli analisti prendono in esame un
tipo di conoscenza, che è fuori dalla consapevolezza, ma non è determinata dalla rimozione,
utilizzano sempre di più l’espressione mutuata da quelle discipline: “conoscenza implicita
procedurale” (Clyman, 1991; Fosshage, 2005).
Nel cuore di questo territorio concettuale - che riguarda le procedure e le rappresentazioni
implicite ed enattive –c’è un modello di sviluppo (come pure un modello di cambiamento
terapeutico) che è coerente con i risultati della ricerca sull’attaccamento, le interazioni precoci
genitori- bambino e le neuroscienze cognitive ed affettive (Gabbard & Westen,2003; D.N.
Stern et al., 1998.) Di conseguenza, secondo alcuni il modello di cambiamento terapeutico
potrebbe essere modificato dando nuova enfasi ad una consapevolezza presumibilmente non
conflittuale, non simbolizzata, implicita o procedurale, piuttosto che alla trasformazione di
rappresentazioni inconsce in consapevolezza riflessiva e conoscenza simbolizzata (insight),
oppure di codici procedurali in codici simbolici ( dal processo primario al secondario, da forme
di pensiero prevebali a quelle verbali) . (Boston Change Process Study Group, 2007; Lyons-
Ruth, 1998, 1999).
Questo ’inconscio non rimosso è collegato con la dotazione biologica della persona: esso
porta dalle esperienze precoci infantili che non possono essere rimosse alla strutturazione di un
sé nucleare e del vasto ambito della “soggettività” individuale. Le caratteristiche di base del
sistema della memoria implicita si prestano a collegamenti con le assunzioni di base del lavoro
clinico, sottolineando cioè il ruolo centrale dell’esperienza relazionale in psicoanalisi (Barnà,
200 b, 2014), ed hanno profondamente modificato il concetto di elaborazioni di
transfert/controtransfert per quanto riguarda le trasformazioni attraverso le simbolizzazione del
sogno, enacment e sintonizzazione fino alla prosodia del linguaggio (Mancia, 2006). Questi
risultati riconfermano gli aspetti “costruttivi” della relazione analitica (Freud, 1937a),
specialmente il lavoro collegato alla verbalizzazione delle fantasie inconsce che possono essere
inferite dall’ascolto empatico e sintonizzato dell’analista. Questa costruzione può avvenire
anche attraverso la negoziazione dei significati, e del linguaggio usato per esprimerli (Barnà,
1990, 2007a). (pag 260)
Seguendo le ricerche di Le Doux sull’interazione implicita dei sistemi multipli di memoria
negli adulti in condizioni di trauma acuto, alcuni studi longitudinali hanno continuato ad

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espandere le conoscenze sulle conseguenze neurobiologiche di esperienze collegate


all’attaccamento precoce in bambini con o senza storia traumatica precoce. (Balbernie, 2001;
Siegel, 1999; Schore, 2003). Generalmente questi risultati sono coerenti con la teoria di
Bowlby che un attaccamento sicuro facilita, e un attaccamento insicuro indebolisce, la
resilienza allo stress e al trauma precoci per tutta la vita. Esperienze di deprivazione con danni
conseguenti al sistema limbico esteso, compresa anche la corteccia orbito-frontale, possono
causare nel bambino lo sviluppo di una serie di problemi a livello cognitivo, emotivo e
comportamentale pregiudicando il suo adattamento in adolescenza e durante l’età adulta. La
corteccia orbito- frontale è la regione più importante nella formulazione dei fondamenti della
mappa cognitivo-affettiva relazionale. Questa è anche l’area dove sono registrate le prime
esperienze di attaccamento e la memoria delle emozioni ad esse collegate (Siegel, 1999;
Balbernie 2001). Il messaggio chiave degli studi di neuroscienze sullo sviluppo del cervello è
che “le connessioni umane modellano le connessioni neurali da cui emerge la mente” (Siegel
1999, p. 2; citazione tradotta per questa edizione N.d.T.). Durante i primi tre anni di vita, i tre
circuiti cortico- limbici di base per l’auto-regolazione degli affetti sono attivati e modellati
dall’interazione con i cargiver, che forniscono cosi le basi per come nel futuro saranno
sperimentate e trattate le emozioni significative. In questo contesto, Schore (2003-2007) ha
studiato anche i correlati neurobiologici della Dissociazione ad esordio precoce in bambini
piccoli, individuandone la corrispondenza alla struttura ritmica degli stati di modulazione
emotiva delle loro madri, sia per iper eccitamento, sia per ipo eccitamento dissociativo.

Nel linguaggio della Teoria dell’Attaccamento, le esperienze con la figura di attaccamento


rimangono impresse nella memoria implicita procedurale, attraverso la mediazione
dell’amigdala (non dell’ippocampo, implicato nella rimozione e nella simbolizzazione
inconscia, e non ancora sviluppato nel primo anno di vita) formando pertanto dei ‘modelli di
lavoro’ (schemi operativi interni) di modelli codificati stabili di riposta e di strategie di
interazione relativi alle regolazione affettiva di fronte a difficoltà ambientali (Schore, 2000, p.
35). Quando viene attivata, la memoria procedurale genera un’inconscia anticipazione di futuri
stati mentali. Secondo Siegel, questo ha una importanza rilevante nei traumi precoci, perché
“esperienze ripetute di terrore e paura possono imprimersi dentro ai circuiti del cervello come
stati mentali. Con il loro verificarsi cronico, questi stati possono diventare più facilmente
attivati (recuperati) nei futuri (e così diventano) tratti peculiari dell’individuo” (Siegel, 1999,
p. 33; citazione tradotta per questa edizione N.d.T.). La sinapsogenesi e la mielinizzazione
degli assoni continua nella corteccia orbito-frontale fino al secondo anno di vita. Dopo questo
periodo di picco di neuroplasticità dell’apprendimento emotivo dipendente dall’esperienza, gli
schemi operativi interni delle relazioni tendono a mantenere le loro caratteristiche. Tuttavia la
corteccia orbito- frontale tende a conservare un notevole grado di neuroplasticità lungo tutto
l’arco della vita, ed è possibile che la terapia psicoanalitica profonda abbia il suo impatto
neurobiologico attraverso questa via. “La psicoterapia intensiva può essere vista come una
ricostruzione ed una ristrutturazione a lungo termine dei ricordi e delle risposte emotive che
sono state incorporate nel sistema limbico” (Andreasen, 2001, p. 331; citazione tradotta per
questa edizione N.d.T.).

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La discussione in corso sulla natura dinamica dei primi imprinting impliciti non rimossi
rimane una controversia persistente con implicazioni per la clinica. Una prospettiva (Clyman,
1991; Fonagy, 1999; BCPSG, 2007) considera gli imprinting più precoci come una codifica
cognitivo procedurale dell’esperienza di “sé con l’altro”, analogamente al guidare una
bicicletta. In questi termini strettamente procedurali, la riattualizzazione del transfert si verifica
perché alcune caratteristiche della relazione analitica sono sufficientemente simili agli schemi
operativi interni procedurali relazionali già definiti, cosicché il priming (l’avvio) -un processo
automatico e immotivato- sollecita i modelli procedurali relazionali. Il cambiamento può essere
raggiunto attraverso ‘momenti di incontro’, non necessariamente da interpretare. Sebbene nel
paradigma dinamico di Shevrin le intenzioni e le aspettative inconsce, in aggiunta al contesto
e alle richieste della situazione attuale, aiutino a determinare esattamente come e cosa sarà
recuperato, “Il recupero non è mai semplicemente automatico e immotivato”. (Shevrin, 2002,
p. 137; citazione tradotta per questa edizione N.d.T.). Shevrin ha proposto che le memorie
procedurali, non essendo rimosse ne inconsciamente simbolizzate, non sono ancora
intrinsecamente automatizzate, ma sono piuttosto soggette a modifiche transferali, dinamico-
conflittuali, ogni volta che vengono recuperate. Questa visione è compatibile con i concetti
dinamici di temporalità psichica e con la nozione freudiana di Nachträglichkeit, (posteriorità o
après coup) e di ricordi di copertura. Essa è anche compatibile con gli approcci contemporanei-
in senso ampio Freudiani o della Relazione Oggettuale (Bion, Winnicott) – agli enactment
transferali, considerati pre-simbolici ma passibili di simbolizzazione, e dunque di
interpretazione. (Ellman, 2008; Grotstein, 2014 comunicazione personale). La differenza tra le
due interpretazioni delle scoperte delle neuroscienze sembra essere legata alla inclusione od
esclusione dell’interazione dinamica nel mondo delle rappresentazioni interne, un elemento
fondamentale della prospettiva psicoanalitica. Abbandonare la nostra visione tradizionale
dell’inconscio come depositario delle esperienze rifiutate, ovviamente comporta un
cambiamento significativo del ruolo dell’analista nella stanza di analisi.
Interpretando l’attaccamento come la conseguenza comportamentale di relazioni
d’oggetto internalizzate sotto l’influenza delle relazioni precoci madre-bebè, altri studi
longitudinali contemporanei si sono posti l’obiettivo di cogliere il mondo delle prime
rappresentazioni. Gli studi sulla Depressione Materna, sull’Attaccamento Sicuro dei bambini
e sullo Sviluppo delle Rappresentazioni di Toth, Cicchetti, Rogosch e Sturge-Apple (2009),
hanno portato alla conclusione che le rappresentazioni precoci negative dei genitori e del Sé si
mantengono nel corso dello sviluppo e presumibilmente sono trasmesse a livello trans-
generazionale. Ellman (2008, citando Freud 1915c) nota che le prime rappresentazioni sono
codificate come rappresentazioni di cosa, senza un valore simbolico. Le attività sono prima
associate ad un valore denotativo, in opposizione a quello connotativo (Cassirer, 1953; Langer,
1948). Sebbene non siano simbolizzate, le presentazioni di cosa possono agire come
motivazione di base per reazioni conflittuali complesse. In questa cornice teorica, esse erano
considerate in parte all’origine delle ripetizioni generalmente incorporate nelle formazioni di
compromesso. Ancora da un’altra prospettiva, Weinstein (2007) vede gli effetti protratti delle
relazioni di attaccamento non nella creazione di template (schemi) di ‘sé con gli altri’(Fonagy
e Target, 2002), ma nell’impronta che lasciano sui sistemi di autoregolazione del bambino di

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fronte allo stress e all’orientamento dell’attenzione. La relazione di attaccamento definisce


anche la cornice per le esperienze di piacere e di dispiacere. “Se la relazione di attaccamento è
recuperata nella memoria, attraverso l’infanzia, formando il materiale grezzo su cui si basano
le costruzioni fantastiche della sessualità infantile, esse saranno anche in qualche misura
alterate dallo sviluppo delle capacità cognitive e dallo spostamento delle zone di eccitazione.
Le …narrazioni del sé influenzeranno ulteriormente le esperienze di piacere o dispiacere, così
come altereranno le esperienze con le figure originarie dell’attaccamento” (Weinstein, 2008,
p.181; citazione tradotta per questa edizione N.d.T.)
Tale teorizzazione, insieme all'interpretazione psicoanalitica di Shevrin (2002) degli studi
di neuroscienze di Fabiani, Stadler, Wessels (2000) sulle ‘ veridical memories’ ( memorie
veridiche), che lasciano una 'firma sensoriale', sono coerenti con i risultati clinici relativi al
fatto che le più antiche, presimboliche esperienze/vicende di vita possono essere simbolizzabili
attraverso il lavoro psicoanalitico (ri)costruttivo attraverso la prosodia linguistica, sogni,
fantasie, gli enacment di transfert , particolarmente rilevanti per i pazienti con sintomatologia
post-traumatica (Mancia, 2006; Papiasvili, 2014; 2015).

IV. Ab. Correlati biologici dei Disturbi d’Angoscia, Panico e Fobie; e Disturbi Borderline
della Personalità
Studi che tentano di integrare le visioni psicoanalitiche e neurobiologiche dei disturbi di
attacchi di panico e le fobie si sono concentrati sulla mappatura dei percorsi neuroanatomici
coinvolti nel paradigma dell’apprendimento (o della perdita degli apprendimenti e del
disapprendimento subliminale, basato sul condizionamento classico, che potrebbe essere
tradotto psicoanaliticamente in termini di "trasformazione dell'angoscia traumatica in
angoscia-segnale”. I conflitti dinamici soggiacenti l’angoscia di separazione, l’inermità,
psichica, l’aggressività, l’avvicinamento/ evitamento, l’attacco/fuga), e i loro correlati
neurobiologici (irregolarità nel funzionamento dell’amigdala e della corteccia
Orbitofrontale/Prefrontale) sono state “tracciati” in tempo reale con l’aiuto della tecnologia
delle neuro-immagini. Alexander, Feigelson and Gorman (2005) hanno teorizzato che
specialmente l’interazione tra amigdala e ippocampo era implicata come “locus ( sede) di
paurose memorie inconsce che Freud descrisse…” (p. 140; citazione tradotta per questa
edizione N.d.T.). Essi si riferiscono alla continuità tra i due modelli di angoscia (angoscia
traumatica e angoscia-segnale) di Freud, come sovrastruttura teorica utile nella comprensione
concettuale di tali problemi.
Otto Kernberg (2015) ha proposto un modello di teoria dei correlati neurobiologici della
teoria delle relazioni oggettuali, usando il disturbo borderline di personalità come paradigma.
Prendendo spunto da Wright e Panksepp (2014), Krause (2012) ed altri, egli ha postulato
l’integrazione degli affetti primari principali in alcuni sistemi affettivi. Gli affetti primari
principali emergono nelle prime settimane e mesi di vita. Questi affetti primari includono gioia,
invidia/ rabbia, disgusto, sorpresa, paura, tristezza ed eccitamento sensuale. Gli affetti sono
raggruppati nei sistemi dell’erotismo, del legame di gioco, dell’attacco-fuga,

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dell’attaccamento, della separazione-panico e della ricerca/aspettativa, detta seeking. Il seeking


(Wright e Panksepp, 2014) è una motivazione di base non specifica per gli stimoli gratificanti,
che può essa stessa associarsi ad ogni altro sistema affettivo. A causa della sua mancanza di
specificità, qualcuno ha considerato il seeking una versione contemporanea della pulsione
freudiana (Johnson, 2008). Secondo Panksepp e Kernberg il seeking fornisce la spiegazione di
base sul perché, in certe condizioni particolari, ci possono essere delle attivazioni eccessive dei
sistemi affettivi di aggressività o di affiliazione. Da un punto di vista psicoanalitico gli affetti,
come sistema di motivazione primaria, solleva la questione di fino a che punto le pulsioni sono
costituite da una integrazione dei corrispondenti affetti positivi (libidici) e negativi
(aggressivi), e fino a che punto gli affetti sono l’espressione di queste pulsioni che si presume
vi corrispondano. Gli affetti avviano le interazioni tra il sé e l’altro, e l’interiorizzazione di
queste interazioni (sotto forma di memoria affettiva) determina dei modelli interiorizzati di
comportamento (secondo la terminologia dell’attaccamento), o delle relazioni d’oggetto
interiorizzate secondo il linguaggio della teoria psicoanalitica della relazione d’oggetto). Gli
affetti positivi e negativi che attivano le strutture cerebrali sono separati gli uni dagli altri.
L’integrazione di affetti positivi e negativi avviene soltanto ad un livello superiore delle
strutture limbiche e coinvolge l’interazione cortico-limbica. La graduale integrazione di
condizioni emotive opposte porta ad un senso del sé e degli altri integrato, influenzando
l’identità dell’io normale e sposta l’organizzazione borderline della personalità verso
l’organizzazione nevrotica, caratterizzata dallo spostamento da meccanismi di difesa primitivi,
centrati sulla scissione, verso meccanismi di difesa centrati sulla rimozione. Questo sviluppo
avanzato della personalità si riflette in una chiara delimitazione dell’inconscio dinamico
rimosso, o dell’ID costituito da inaccettabili relazioni diadiche internalizzate che riflettono una
intollerabile aggressività primitiva ed aspetti della sessualità infantile.

IV.Ac. Altre aree di interesse neuro-analitico: Implicazioni Dinamiche delle Lesioni


neurologiche, Studi sul sogno, Simbolizzazione, Pulsioni e Affetti.
Mark Solms (2000a; Kaplan-Solms & Solms, 2000) ha stabilito un paradigma di
osservazione clinica psicoanalitica su una casistica di pazienti con lesioni parietali destre. Egli
ha scoperto che ciò che veniva precedentemente definito come ‘deficit cognitivo’ in tali
pazienti poteva avere un importante fondamento dinamico, che rendeva inconsci parte dei
processi cognitivi inconsci. Attraverso il trattamento psicoanalitico era possibile invertire il
processo dinamico in questione e recuperare queste cognizioni - dinamicamente escluse dalla
coscienza da meccanismi di difesa primitivi - alla consapevolezza cosciente. Egli ha trovato
che questa auto-dispercezione (auto-inganno) dinamicamente mediata era correlata con il
danno al lobo parietale destro, ed era attribuibile ad una complessa configurazione regressiva
narcisistica, all’evitamento di affetti depressivi e alla diminuzione della capacità di relazione
con l’oggetto totale. Tuttavia i fondamenti teorici e metodologici generali di questo e di altri
studi similari sono stati valutati da Blass e Carmeli (2007; 20015; Carmeli e Blass, 2013, che
hanno criticato la validità dei risultati di Solms.

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Altre lesioni neurologiche specifiche con conseguenti regressioni e alterazioni degli stati
di coscienza sono stati studiati da Wilner e Aubé (2014), Buzsáki (2007) e Uhlhaas et al.
(2009). Ulteriori obiettivi degli studi neuro-analitici dell’inconscio dinamico includono i
processi del sogno (Solms, 1997; 2000b), i parametri specifici del processo di simbolizzazione
primaria (Shevrin, 1997), e la neurobiologia delle pulsioni e degli affetti. (Wright e Panksepp,
2014; Kernberg, 2015; Johnson, 2008).
I precisi contorni della relazione tra neuroscienze e psicoanalisi sono il tema di un animato
dibattito. L’articolazione tra le due discipline pone un numero di quesiti epistemologici,
ontologici, metodologici e clinici che toccano il problema mente-corpo, mente-cervello e più
in generale l’approccio interdisciplinare. Il modo con cui questa articolazione può funzionare
dipende anche dalla concezione di ciò che ogni analista reputa essenziale per il lavoro
psicoanalitico. Come ogni studio interdisciplinare, l’applicabilità delle ricerche delle
neuroscienze è stata circondata da riserve, dibattiti e controversie. Storicamente questi
problemi sono stati discussi da Freud (1940a), Winnicott (1949), Alexander (1936, 1964),
McDougall (1974, 1993), Green (1999), e più recentemente da Hinshelwood (2015), Pulver
(2003), Blass and Carmeli (2007, 2013, 2015), Yovell, Solms, and Fotopoulou (2015),
Albertini (2015), Scarfone (2014b), e molti altri, coprendo un ampio raggio di prospettive.
Molti analisti trovano utile essere informati su queste scoperte emergenti, relative ad aree di
specifico interesse psicoanalitico, p.e. i correlati neurobiologici documentati tra eventi
traumatici precoci e la loro parziale reversibilità tramite trattamento psicoanalitico (Kernberg,
2015; Blum, 2003, 2008, 2010; Mancia, 2006 a, b.; Busch, Oquendo, Sullivan and Sandberg,
2010). La proposta di Canestri (2015) di discutere sulla “intersezione tra discipline che sono
diverse in termini di linguaggio, metodologia ed epistemologia” (p. 1576; citazione tradotta
per questa edizione N.d.T.) consente a tutte le parti di continuare ad ascoltarsi reciprocamente.

IV. B. Inconscio Gruppale

IV. Ba. Contesto Teorico


Storicamente, i processi inconsci e i contenuti che sottendono i comportamenti di gruppo
nella cultura e nella società, vengono trattati da Freud attraverso lo sviluppo della teoria
psicoanalitica in più di 20 scritti, tra i quali è rilevante Totem e Tabù (1912-13), dove descrive
l’espressione del complesso edipico all’interno della socialità dei gruppi. Successivamente con
Psicologia delle masse e analisi dell’Io (Freud,1921), il focus è posto sulla regressione nel
gruppo e sui processi primitivi di proiezione e identificazione. Per es. proiezione nel leader del
(Super) -Io ideale dei membri del gruppo, che li affranca da costrizioni morali nell’espressione
dei bisogni istintuali in particolare quelli di tipo aggressivo, così come i processi identificatori
reciproci tra membri del gruppo e il leader. I legami libidinali tra questi, stimolano il senso di
appartenenza e una elevata sensazione di forza. Nel Disagio della civiltà (Freud, 1930), è in
primo piano come coloro che detengono la leadership del gruppo scatenino contro gli “altri”
gruppi impulsi distruttivi sadico-aggressivi precedentemente inconsci.

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Per quanto il focus della visione freudiana dell’inconscio gruppale abbia avuto delle
variazioni a secondo del periodo dello sviluppo teorico, le premesse di base rimangono :

le forze motivanti dietro lo sviluppo storico-sociale, fallimenti e successi della


civilizzazione l’antagonismo tra le richieste di natura istintuale e le formazioni reattive, istituite
dalla società, che inducono alla progressiva rinuncia nell’agire gli istinti (sia aggressivi che
erotico/sessuali).
In accordo con queste premesse, i veri compromessi più o meno riusciti nell’interazione
reciproca tra motivazioni consce e inconsce, rinforzate dai gruppi, hanno prodotto nel corso
della storia sia esiti benigni con un elevato grado di sublimazione, sia esiti maligni e distruttivi
come la schiavitù, i violenti genocidi, le guerre, gli abusi e le persecuzioni.
I contributi di W. Bion (1961), Rice (1969), Anzieu (1981), Kaes (2010, 2014), Lebovici,
Diatkine e Kestemberg (1958) svilupparono ulteriormente le idee freudiane sul gruppo come
attivatore di fantasie primarie e processi primitivi proiettivi-introiettivi-identificativi,
specificamente gruppali, all’interno dei modelli di identificazione proiettiva e/o realtà psichica,
e spazio dinamico intersoggettivo.
Per Bion (1961), gli impulsi primitivi allontanati dalla loro fonte di origine attraverso
l’identificazione proiettiva, contribuiscono alla formazione degli assunti di base gruppali,
quali: dipendenza, lotta/fuga, accoppiamento. Mentre la funzione del gruppo di lavoro, si
distingue per la collaborazione realisticamente orientata sul compito. Anzieu (1981) fa un
resoconto di varie fantasie di gruppo quali terrori di annientamento, minacce orali che chiama
“il gruppo come bocca”; “cadere in pezzi”, la macchina-gruppo riflette le più precoci strutture
mentali del livello psicotico della personalità per come si manifestano nel processo gruppale.
Kaes (2010, 2014) introduce il modello della realtà psichica specifica del gruppo che
consiste nei processi associativi interferenti, nello spazio condiviso del dreamlike e nelle
alleanze inconsce.
In questo complesso sistema metapsicologico intersoggettivo l’alleanza tripla di natura
fondamentalmente narcisistica è con l’Idea, l’Ideale e l’Idolo. Essa riflette la tirannia di una
immagine materna onnipotente e l’uso di diversi meccanismi primitivi di difesa quali la
scissione/splitting, diniego e disconoscimento contro le angosce arcaiche. Questi e altri concetti
furono rapidamente applicabili alle terapie di gruppo ma anche ai gruppi istituzionali e alle
organizzazioni.

IV. Bb. Terapie Analitiche di Gruppo


Sin dal loro apparire nel secondo dopoguerra le terapie analitiche di gruppo hanno
applicato le nozioni dei processi inconsci e dei loro contenuti di ispirazione freudiana e
bioniana. Particolarmente le modellizzazioni che si rifanno a Slavson (1947) dove i fattori
dinamici inconsci gruppali considerati come possibili elementi di resistenza verso la crescita

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individuale. E sono interpretati, in accordo e/o con Foulkes (1948), come promotori dello
sviluppo individuale.

Utilizzando i fattori inconsci della dinamica gruppale e la loro comunicazione a più livelli
la Terapia Analitica di Gruppo attualmente, si intende come più adatta per i problemi
caratterologici poichè nel piccolo gruppo si attivano transfert multipli e proiezioni entrambi
sul terapeuta, sul gruppo, e sui membri del gruppo stesso. Queste si attivano velocemente e
sono facilmente riconoscibili e interpretabili. (Slavson, 1947; Glatzer, 1953; Mckenzie, 1992;
Kauff, 2011).
La funzione dell’analista di gruppo è quella di salvaguardare dagli agiti inconsci,
mantenere i limiti e la cornice (setting), maggiormente per mezzo dell’interpretazione dei
conflitti inconsci e lottando quando si oppongono resistenze al progresso dell’individuo e/o del
gruppo.
Dal punto di vista bioniano l’analista ha il compito di contenere, prestare ascolto ed
interpretare le tendenze regressive inconsce del gruppo in “assunto di base”.
Complessivamente, le terapie di gruppo che si sono evolute a partire dal lavoro con i bambini
(Slavson, 1947) e i veterani della seconda guerra mondiale (Foulkes,1948), si sono sviluppate
all’interno di un campo coerente ed hanno ulteriormente applicato diverse ed estese visioni
dell’inconscio, che corrispondono ai diversi orientamenti psicoanalitici compresi quelli
winnicottiani, malheriani, della Psicologia del Sè, Inter-soggettivisti, e i modelli dell’inconscio
nelle teorie del Campo Analitico. La nozione centrale riguardo all’inconscio continua a essere
l’idea del gruppo che assume su di sé la funzione transferale emergente cosi come quella
evolutiva fornendo in tal modo un unico serbatoio dinamico all’interazione tra processi
inconsci che altrimenti potrebbero non apparire evidenti.
Un’altra modalità mista clinico-organizzativa orientata psicoanaliticamente viene
applicata ai “GRUPPI ESPERENZIALI” per professionisti, managers o studenti, utilizza allo
stesso modo i concetti di inconscio dinamico gruppale, multiple resistenze di transfert, e di
comunicazione inconscio-inconscio. Questo per aumentare la produttività e la qualità del
lavoro o dello studio tra membri dei gruppi: utilizzato in tutto il Nord America per ospedali,
istituzioni accademiche enti no-profit e società d’affari. (Papiasvili, 2011).
Lo psicodramma psicoanalitico- di Lebovici e Diatkine, è una specifica modalità di
trattamento gruppale che ha riguardato inizialmente i bambini e gli adolescenti e
successivamente gruppi di ogni età. La terapia analitica, in questa tecnica, è individuale e
utilizza la drammatizzazione, diversamente dallo psicodramma espressivo di gruppo di Jacob
Moreno, sviluppato diversi anni prima (Lebovici, Diatkine e Kestemberg, 1958). Nelle sue
varie applicazioni il paziente si trova al centro della scena creata dalle proprie fantasie e
memorie. l’analista dirige i potenziali partecipanti “terapeuti ausiliari” nel gioco-scambio
verbale con il paziente. Questa attività sembra facilitare l’emergere di contenuti inconsci,
altrimenti protetti da forti manovre difensive e favorire i processi di insight.

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IV. Bc. Violenza Sociale e Terrorismo


Il lavoro di Otto Kernberg Sanctioned social violence, (2017, IJPS, 84:3, 683-698),
descrive lo spettro dei meccanismi regressivi narcisistico-paranoidi che costituiscono una
matrice comune per quegli aspetti della psicologia sociale che co -determinano la
legittimazione sociale della violenza.
Kernberg amplia il pensiero di Freud aggiungendovi la dimensione del timore delle
conseguenze dell’aggressività che mobilità le difese di tipo paranoide e narcisistiche. Nei casi
di regressione del gruppo le normali funzioni difensive vengono sostituite da una ampia gamma
di difese primitive tipiche dei meccanismi paranoidi-schizoidi, come descritto da Melania
Klein.
Kernberg e Green (2002) sembrano ritenere che la potenziale e potente regressione alle
modalità difensive centrate sulla scissione abbiano a che vedere e siano la più importante
evidenza di quel sistema motivazionale di base che Freud nominò pulsione di morte, la
controparte della libido.
Rice (1969), Green (1969, 2002), Glass (2008) e Kernberg (2017), ritengono che questi
contenuti inconsci riguardino individui, piccoli e grandi gruppi, istituzioni e società.

IV. Bd. Trauma Storico, Inconscio Etnico, e Crisi Sociali/Internazionali.


Herron (1995) ha descritto l’inconscio etnico come materiale represso condiviso da ogni
generazione con la successiva e con la maggior parte del medesimo gruppo etnico.
Il trauma storico coinvolge i membri di un gruppo sociale, razza, religione o nazione, e li
predispone a una rapida regressione verso un’ideologia paranoide, movimenti paranoidi di
massa, fanatismo, ostracismo e attacchi violenti verso un altro sottogruppo razziale o nazionale.
Volkan (1988, 1999), ha fornito una descrizione fondamentale delle interrelazioni tra
trauma storico, formazione dell’identità e conflitti intergruppali. Uno dei fattori etiologici
sembra essere la mancanza dei processi del lutto. Nei processi regressivi di gruppo può
facilmente e rapidamente attivarsi il potenziale inconscio di una aggressività primitiva presente
in ogni individuo im gradi diversi. Nel corso della storia l’aggressività di gruppo che si attiva
può a sua volta divenire amplificata dalla combinazione con un trauma storico collettivo
internalizzato (Papiasvili e Mayers, 2013), da una acuta crisi sociale che disgrega le strutture
sociali precedenti. In queste condizioni la polarità paranoide di una ideologia dominante può
emergere e trovare un terreno fertile.

IV. Be. Dinamiche Sociali e Organizzative (Social Dynamics): Psicostoria


I campi di applicazione delle dinamiche sociali (Social Dynamics) e il campo interdisciplinare
della psicostoria utilizzano i concetti summenzionati nelle loro ricerche ed elaborazioni per la
comprensione del funzionamento dei grandi gruppi attraverso il tempo e le diverse collocazioni

196
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geografiche. Un esempio dalle “Social Dynamics” è il concetto di Morris Nitsun (1996) di


“Antigruppo”, la confluenza degli elementi distruttivi inconsci che minacciano il funzionamento del
gruppo, che sia un gruppo terapeutico, organizzativo, istituzionale o macro-sociale. La psicostoria
ha una lunga tradizione nel Nord America avendo applicato i concetti psicoanalitici agli eventi
macro-sociali attraverso le diverse epoche. Il primo articolo pubblicato su questi temi apparve su
Journal of abnormal Psychology nel 1909. Molti altri lavori e più estesi furono pubblicati tra gli altri
da Robert J. Lifton (1993). Il Journal of Psychohistory, fondato da Lloyd de Mause e Clio’s Psyche,
edito da Paul Elovitz.
Un più recente esempio di di Psicostoria psicoanalitica si trova in Papiesvili e Mayers
“Trascendental Configuration” nel quale l’accesso e la trasformazione dell’infantile-irrazionale-
magico fornisce la risorsa indispensabile per superare i traumi di proporzione epica nel corso del
medio Evo (2013, 2014,2016). Nitsun (1996), cosi come Papiasvili e Mayers (2013), evidenziano
entrambi i contenuti di distruttività senza limiti e potenzialità creative irrazionali e regressive del
gruppo ravvivate e rigenerate dai processi inconsci.

V. CONCLUSIONI

Agli inizi del ventunesimo secolo considerando i tre “continenti psicoanalitici”: Europa,
Nord America e America Latina, troviamo molti modi di intendere l’inconscio. All’interno di
questa pluralità concettuale esistono delle importanti tendenze proprie a ciascuna Regione IPA.
In Europa: per gli analisti francesi sembra evidente “il ritorno a Freud”, quindi la
rilettura del testo freudiano e la considerazione per i concetti classici che, all’interno della
tradizione francese, postulano una assoluta e irriducibile separazione tra preconscio/conscio e
inconscio. Questo è collegato alla pulsione sessuale, (diversificata dalla nozione di istinto).
All’interno di questa visione teorica alcune correnti di pensiero ritengono che l’inconscio non
possa essere osservato direttamente ma solo dedotto dai movimenti psichici posteriori
all’evento in “après coup”.
Sempre in Europa un’altra corrente di pensiero sull’inconscio, è rappresentata dal gruppo
di analisti che si occupano di scienze cognitive, neurobiologia, neuroscienze e che esplorano
la conoscenza procedurale e la memoria implicita, dove si ipotizza sia situata l’esperienza
infantile nei primi due anni di vita. Il centro di queste ricerche consente l’esplorazione di un
modello di sviluppo in accordo con le recenti teorie sull’attaccamento, le interazioni precoci
genitori-figli, e le neuroscienze attuali.
La terza importante corrente di pensiero europea che concettualizza l’inconscio, scaturisce
dalla Teoria delle Relazioni Oggettuali. Il ruolo dell’oggetto è centrale nella formazione dei
contenuti inconsci, considerati come il prodotto delle esperienze relazionali interiorizzate.Si
presume che la dotazione pulsionale innata del bambino piccolo venga modellata dalle

197
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interazioni con l’ambiente interazioni che a loro volta si colorano e si rimodellano sulla base
dei processi psichici inconsci.

In questa tradizione di pensiero l’inconscio si struttura attraverso la qualità delle


trasformazioni delle esperienze sensoriali e emozionali che avvengono nelle relazioni primarie.
La nozione innovativa di un’area intermedia tra il sé e l’altro e dell’oggetto transizionale ha
posto le premesse per ripensare la diade con l’estensione di una terza area. I concetti di terzo
analitico, di sogno della veglia, di conosciuto non pensato, portano tutti al concetto di un sapere
inconscio che supera l’idea della diade, allo stesso tempo permea l’idioma e l’intero essere di
un individuo.
In America del Nord, ci sono molte voci che dialogano su una molteplicità di temi;
possono essere individuate alcune tendenze che elenchiamo di seguito: il funzionamento
dell’Io inconscio, il processo inconscio e la sua elaborazione/processazione, il conflitto
intrapsichico e il compromesso, il ruolo dell’oggetto e dell’Altro sia nello sviluppo che nella
situazione psicoanalitica; l’internalizzazione, la rappresentazione, la simbolizzazione, gli
enactments, i livelli orizzontali e le scissioni verticali, l’intersoggettività, la neuropsicoanalisi
e l’inconscio gruppale,
Per chi si concentra sul processo, lo studio dei processi inconsci pone l’attenzione sulle
modalità processuali piuttosto che sui contenuti, sono i processi inconsci di per sé stessi
considerati come strutturati e fluidi allo stesso tempo.
C’è una riconsiderazione del ruolo dell’oggetto nella costituzione e modulazione dei
contenuti e dei processi inconsci. Inerente a questo orientamento c’è una visione meno
biologica dell’istinto/pulsione. Allo stesso tempo le neuroscienze dinamiche contemporanee e
la neuroanalisi hanno ripreso in ampia considerazione i postulati meta-teoretici di Freud,
ricentrando la fisiologia del cervello e del corpo nuovamente in relazione ai processi e contenuti
inconsci.
L’alternativa dominante alla teorizzazione classica contemporanea della scena
psicoanalitica americana è rappresentata da un insieme di approcci conosciuti con la parola-
ombrello di Psicoanalisi Relazionale, ogni tendenza sottolinea in modi diversi la diade, le
interazioni sociali e la natura interpersonale della mente. Da qui la denominazione alternativa:
inconscio bipersonale, cioè l’inconscio co-creato nel campo intersoggettivo. E’
tradizionalmente collegato alla infant research e alle neuroscienze , l’orientamento sembra
essere a favore dell’inclusione dell’interscambio dinamico nel mondo rappresentazionale
interno.
Al di fuori della Psicoanalisi Relazionale il dibattito contemporaneo esprime meno
l’interesse per il confronto tra l’intrapsichico e i fattori relazionali, ma si concentra piuttosto
sulla complessità dell’interazione tra le qualità dell’oggetto precoce ( e nella situazione
analitica il “presente”) di fare legami-sognare-simbolizzare-facilitare e la reazione e
rappresentazione soggettiva intrapsichica.

198
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Fra i diversi orientamenti psicoanalitici c’è una crescente enfasi sull’inconscio non-
rappresentato e pre-simbolico, e una conseguente rivalutazione delle attività interpretanti o non
interpretanti dell’analista in seduta; inclusi gli enactments di controtransfert, l’holding il
contenimento e la facilitazione. Nella misura in cui l’enfasi cade sui funzionamenti non
interpretanti viene a costituirsi un allontanamento dall’approccio tradizionale della teoria del
conflitto. Nella misura in cui l’enfasi è posta sul ricondurre al discorso interpretativo il non
rappresentato e il pre-simbolico, ciò implica espandere l’ambito intrapsichico dei processi
inconsci variamente definiti e stratificati. Molte scuole di pensiero oggi sottolineano i vantaggi
di confini permeabili tra le diverse aree della mente.
In America Latina gli studi intensivi di Unconscious Logic e Unconsciuos
Communication sono il risultato delle tendenze alla sintesi metapsicologica e clinica.
Unconscious logic combina la concezione freudiana del processo primario con un
linguaggio matematico. Si presume consista in due principi: quello di generalizzazione che
spiega come al di là della logica conscia, quella inconscia non considera gli individui come
unità distinte ma come appartenenti di una infinitamente ampia gruppalità; il principio di
simmetria, che identifica la via per la quale l’inconscio tratta alla stessa maniera il prima e il
dopo di ogni relazione. Il postulato è che la mente funzioni in forma bi-logica grazie al
funzionamento simultaneo delle logiche consce e inconsce.
Radicati storicamente negli scritti freudiani sul soggetto, poi sulle concettualizzazioni
ulteriori del transfert, controtransfert, identificazione proiettiva, gli analisti latino americani
hanno introdotto il concetto della situazione analitica come un campo dinamico. Convinti della
profonda intersoggettività della situazione analitica, alcuni autori hanno operato una
trasformazione nella teoria del sogno usando il concetto di rêverie. In contemporanea con le
concettualizzazioni di Unconscious Communication, il sogno conquista un ruolo centrale
poiché la funzione onirica viene postulata come continua e centrale, a differenza della teoria
classica. Ogni seduta viene dunque considerata come un sogno sognato in due: pertanto l’intera
analisi è uno scambio, un transito di reciproche rêverie.
In generale, pur tra le divergenze, all’interno di tendenze regionali, emergono tuttavia più
temi convergenti:
La necessità costante del concetto: la maggioranza degli psicoanalisti è concorde a
considerare il concetto di ’inconscio come lo strumento indispensabile per esplorare la mente
umana: ossia il suo essere attraversata da modalità di “rappresentazione” totalmente estranee
alle regole del processo secondario. L’inconscio viene generalmente inteso come l’inevitabile
risultato- allo stesso tempo unico e universale- delle “incompatibilità”psichiche tra esperienza
individuale e vita sociale.Si presume che il nucleo dell’inconscio sia emerso e/o “depositato”
nel periodo infantile, tuttavia condizioni traumatiche che possono sopraffare la mente adulta in
ogni momento del ciclo vitale concorono alla creazione di nuove aree del funzionamento
inconscio: pietra miliare, ovviamente senza reificarlo e in contesti diversi.
Processi: lo studio dei processi e della processualità inconscia è ampiamente considerato
indispensabile nella teoria e nella clinica, allo stesso modo dell’analisi tradizionale del

199
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contenuto inconscio. L’orientamento contemporaneo sembra volto ad esplorare sia la


dimensione fluida che quella strutturata dei processi inconsci in quanto tali, così come a
decostruire i differenti livelli di funzionamento inconscio che un tempo venivano ritenuti
“illogici” e “non comunicativi”; oggi invece visti come dotati di una propria logica e di proprie
modalità di comunicazione.
Il ricorso ad un livello di funzionamento piuttosto che ad altri, può essere considerato
come un importante risposta individuale alla tecnica analitica tradizionale.
Ruolo Preminente dell’Oggetto, Relazioni-Oggettuali e diverse concettualizzazioni
dell’Intersoggettività: le teorie delle Relazioni Oggettuali svilupparono l’idea di inconscio
come fondato sulle modalità relazionali della mente, che presuppone il ruolo preminente
dell’Oggetto nella formazione e nel cambiamento dell’inconscio. Tra i diversi modelli
concettuali di internalizzazione delle esperienze dovute all’interazione reciproca con le
pulsioni innate nel neonato, si concorda ampiamente che per la formazione e la modulazione
di contenuti, strutture e processi inconsci, e per l’articolazione di tutto ciò con le aree più
razionali della mente, sono importanti le capacità di mentalizzazione, simbolizzazione e
comunicazione dei primi caretakers, e la loro esperienza inconscia, accanto alla capacità di
riconoscere e soddisfare i bisogni fisici del piccolo.
Mentre le teorie Intersoggettive del Sè, (Teorie del Sè Intersoggettivo e Relazionale) e
quelle dell’Attaccamento, che si focalizzano sul ruolo dell’adulto nella costruzione della
struttura psichica del bambino, sono state riconosciute ampiamente, c’è un dibattito aperto sulla
posizione di alcuni autori orientati verso una realtà “psicologica” cognitiva e intersoggettiva,
lontani dalla visione di un inconscio gravato da conflitti, pervaso di sessualità infantile e
irriducibilmente “altro”. Questi prevedono una teoria “Two-Tracks “(due piste) per la quale
l’inconscio relazionale consente la connessione tra il pensiero psicoanalitico e i fenomeni
intrapsichici e intersoggettivi. Molti autori contemporanei di questo orientamento, immaginano
delle teorie “a doppio binario” per l’inconscio, per cui il concetto di “inconscio relazionale”
permetterebbe di unire la concettualizzazione psicoanalitica sui fenomeni
dinamici/intrapsichici con quella relativa ai fenomeni intersoggettivi.
La partecipazione dell’analista: se si riconosce il ruolo dell’oggetto nella vita mentale
inconscia ne consegue che il qui e ora delle manifestazioni controtransferali può essere
considerato come un’altra “via regia” per intuire e rappresentare le istanze inconsce in gioco
nel trattamento analitico.
Interazione-Articolazione: Il dibattito riguarda meno il contributo sui fattori intrapsichici
esterni e relazionali, in quanto la riflessione è rivolta all’articolazione e alla complessa
interazione tra le qualità dell’oggetto primario ( e di quello presente nella situazione analitica)
di fare legami- sognare-simbolizzare-facilitare, e le risposte intrapsichiche e rappresentazionali
dell’inconscio del soggetto.
L’area dell’Inconscio Non-rappresentato, Non-simbolizzato: Durante lo sviluppo la
non linearità dell’esperienze corporee e quindi gli esiti di malattie o traumi, limita le possibilità
di maturazione psichica. L’interesse di un gruppo di analisti per gli aspetti interdisciplinari tra

200
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neurobiologia, neuroscienze dello sviluppo e neuropsicoanalisi, ha evidenziato convergenze su


l’inconscio non represso. La discussione in corso a proposito della natura dinamica delle prime
impressioni implicite non rimosse, rimane una controversia persistente. La differenza tra le
interpretazioni non-dinamiche e dinamiche delle scoperte neuroscientifiche sembra essere in
relazione alla inclusione o esclusione della interazione dinamica nel mondo rappresentazionale
interno: tratto distintivo della prospettiva psicoanalitica. La questione, peraltro già sollevata da
Freud, riguarda il come mai l’interpretazione innesca l’insight e il cambiamento in alcuni
pazienti, ma non in altri; e perché la risposta qualitativa alla situazione classica non
necessariamente coincide con la classificazione diagnostica psichiatrica attuale. Da una prima
formulazione che sottolineava il “deficit” nella soddisfazione dei bisogni primari, l’interesse si
è esteso alle differenti fasi dove viene a svilupparsi la capacità di rappresentazione e
simbolizzazione, recuperando ed espandendo la funzionalità simbolica inconscia e quindi la
capacità di traghettare, senza sopprimere l’ansia, l’intima e idiosincratica sovrabbondanza del
materiale inconscio.
Reversibilità-Permeabilità. Molte scuole di pensiero oggi, sottolineano come
l’arricchimento creativo dell’esistenza umana che può realizzarsi attraverso una permeabilità
“a due vie” tra le differenti parti della mente, permetta la salute psichica correlandola alle
capacità di un accesso flessibile ai molteplici livelli che coesistono nell’organizzazione e nella
processualità psichica inconscia. In alcuni modelli teorici. la fluidità psichica e la capacità di
regressione dell’analista vengono descritti come strumenti utili nel lavoro analitico.
Prospettive di Campo: L’intersoggettività e la fondamentale interdipendenza nello
sviluppo umano costituiscono per molti analisti la ragione per cui viene utilizzata la teoria del
campo dinamico bi-personale. Un incontro tra analista e paziente dove sono possibili nuove
elaborazioni ed estensioni e non semplicemente la ripetizione degli aspetti inconsci per ciascun
partner della diade. Questo pensiero combacia con esperienze cliniche e la convinzione di
molti, che potenzialmente esista per tutta la vita la possibilità di esprimere attraverso
l’immaginazione e la creatività contenuti psichici precedentemente esclusi o altrimenti non
integrati.
Equilibrio psichico, temi narcisistici e identitari: Molti autori hanno descritto e
approfondito il tema del narcisismo nei suoi aspetti sani e patologici evidenziati nello sviluppo
psichico e nella scissione degli oggetti interni. Oltre che nel processo costante di individuazione
e lotta per mantenere la coesione del sé.
Inconscio gruppale: Come evidenziato dalla clinica, nei contesti istituzionali e
macrosociali, inesauribile appare il potenziale creativo e distruttivo dei contenuti e dei processi
inconsci gruppali, che sono sia irrazionali e regressivi sia in grado di rivitalizzare e rigenerare.
Gli analisti contemporanei continuano ad occuparsi della estensione teoretica iniziata da
Freud sui processi inconsci attraverso le soggettività individuali, intese come parti diadiche o
triadiche configurate internamente dal gruppo di affiliazione e dalle interazioni sociali. La
fioritura creativa di concetti che si sovrappongono, interagendo e affiancando disparità e
contraddizioni, presenti sia all’interno che tra le singole teorie individuali, all’interno e

201
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attraverso le tre regioni geografiche dell’IPA, forse riflette le esasperanti e stimolanti ambiguità
nonché i paradossi dell’essenza dell’oggetto: l’inconscio stesso.

Vedi anche:
CONFLITTO
CONTENIMENTO
CONTROTRANSFERT
TEORIE DELLE RELAZIONI OGGETTUALI

IDENTIFICAZIONE PROIETTIVA (di prossima pubblicazione)

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Consulenti e contributori regionali

Europa: Cono Aldo Barnà, MD; Judy Gammelgaard, Professor, Dr. Phil; Maria Ponsi, MD

America Latina: Dr. Jose Renato Avzaradel, Training Analyst

Nord America: Fred Busch, PhD; Allannah Furlong, PhD; Daniel Traub-Werner, MD;
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Co-Presidente Coordinatore Interregionale: Eva D. Papiasvili, PhD, ABPP

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Traduzione italiana ed editing a cura dei soci della Società Psicoanalitica Italiana.

Traduzione: Dott.ssa Simonetta Diena, Dott.ssa Rosamaria di Frenna, Dott.ssa Ludovica


Grassi, Dott. Marco Grignani, Dott.ssa Sandra Maestro, dott.ssa Daniela Mingotti.

Coordinamento ed Editing: Dott.ssa Maria Grazia Vassallo.

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INTERSOGGETTIVITÁ
Voce Tri-regionale
Comitato editoriale interregionale: Adrienne Harris (Nord America),
Abel Fainstein (America Latina), e Christian Seulin (Europa)
Co-chair coordinatore interregionale: Eva D. Papiasvili (Nord America)
_______

Traduzione italiana ed editing a cura dei soci della Società Psicoanalitica Italiana.
Traduzione: Francesco Carnaroli
Coordinamento ed Editing: Maria Grazia Vassallo

I. INTRODUZIONE GENERALE

Complessivamente, l’intersoggettività come orientamento psicoanalitico proviene


dagli Stati Uniti e implica uno spostamento di paradigma teorico oltre a una
ricontestualizzazione del processo clinico. Esso attinge da svariate fonti, che includono fra
l’altro la filosofia fenomenologica e strutturalista, la psicologia accademica del profondo
(‘personologia’), l’infant research nella psicologia evolutiva e nella psicoanalisi infantile, gli
autori psicoanalitici inglesi (e originariamente quelli ungheresi), così come le teorie
interpersonali e socioculturali nella psicoanalisi, negli orientamenti dinamici in psichiatria e
psicologia.
Una visione distinta dell’intersoggettività presente nella psicoanalisi francese -
influente in Francia, Belgio ma anche in parti del Canada e degli Stati Uniti, così come più
recentemente in parti dell’America Latina - si è sviluppata lungo vie parallele da una diversa
tradizione psicoanalitica, sebbene vi siano punti in comune con la precedente. Essa si basa su
una specifica rilettura dell’opera freudiana nell’originale tedesco e su una diretta traduzione di
Freud in francese, in relazione a un contesto socioculturale storicamente significativo in cui
viene data una particolare importanza al linguaggio anche da parte di quegli analisti che non
seguono Lacan nella sua particolare interpretazione dinamica della Linguistica Strutturale; e
si basa inoltre su una interpretazione delle Teorie del Campo e degli autori britannici piuttosto
diversa che negli USA.
Nella valutazione di alcuni autori francesi contemporanei (Green, 2000), le Teorie
dell’Intersoggettività provenienti dagli Stati Uniti e quelle del pensiero psicoanalitico francese,
più che rappresentare una revisione della teoria psicoanalitica preesistente, vanno a correggere
un aspetto poco o inadeguatamente indagato della teoria psicoanalitica preesistente.

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La definizione generale del concetto di intersoggettività nei recenti dizionari


psicoanalitici nord americani ed europei (Akhtar 2009; Auchincloss e Samberg 2012; Skelton
2006) sottolinea la reciproca interazione dinamica fra le persone, caratterizzata da molte
sfaccettature e molti livelli, basata sulle loro esperienze soggettive (consce, preconsce e/o
inconsce) e su una varietà di aspetti di compenetrazione reciprocamente trasformativa in tali
incontri, sia nelle fasi precoci di sviluppo che nel dialogo psicoanalitico.
Mentre non vi è una definizione dell’intersoggettività nel recente dizionario
psicoanalitico latino-americano (Borensztejn 2014), le voci riguardanti il Campo Analitico, la
Comunicazione Inconscia e la Teoria della Comunicazione si riferiscono anche ad aspetti
dell’interazione intersoggettiva. Rassegne contemporanee sul pensiero intersoggettivo francese
(Tessier 2014 a, b) mettono in evidenza il ‘soggetto inconscio’ e la sua formazione in relazione
all’‘altro reale’, il soggetto e l’oggetto.
Questa voce esaminerà l’intersoggettività sia come orientamento psicoanalitico
dominante, sia come aspetto di sempre maggior rilievo nel pensiero e nella pratica
psicoanalitica, variamente presente in molti degli orientamenti teorici di ogni parte del mondo.

II. CONTESTO ALLARGATO FILOSOFICO, STORICO-SOCIALE,


TEORICO E CLINICO

II. A. Radici nella filosofia


L’idea dell’intersoggettività è emersa gradualmente in varie discipline e in primo luogo
in filosofia, come reazione contro il concetto cartesiano di soggettività intesa come mente auto-
contenuta, risalente a quattro secoli fa. Due secoli dopo, la fenomenologia della mente di Hegel
concepì l’autocoscienza come dato emergente all’interno di una intersoggettività rudimentale.
Nella fenomenologia di Edmund Husserl, contemporaneo di Freud, l’intersoggettività divenne
un argomento specifico dell’indagine filosofica.
A partire dal dualismo mente-corpo di René Descartes (1596-1660), la filosofia
occidentale si è occupata del problema della soggettività. La soggettività cartesiana è costituita
da una mente isolata, in grado di essere certa solo di sé stessa, del proprio pensiero e della
propria autoconsapevolezza. Descartes formulò il concetto del soggetto come monade auto-
contenuta, mentre tutto il resto è posto in dubbio. Ci vollero duecento anni prima che Georg
Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) sfidasse in modo convincente tale nozione. Per Hegel,
la soggettività o l’autocoscienza necessita dell’incontro con l’altro. Nella sua dialettica
padrone-schiavo, l’autocoscienza sorge dalla lotta fra due individui che si rendono conto di
dipendere l’uno dall’altro: senza il reciproco riconoscimento nessuno dei due può acquisire
un’adeguata coscienza di sé. Vi è uno spostamento dal modello solipsistico monopersonale
cartesiano al modello della mente diadico bipersonale hegeliano. Edmund Husserl (1859-

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1938), fondatore della ‘Fenomenologia Trascendentale’, approfondì la questione


dell’intersoggettività chiedendosi come si conquista consapevolezza delle altre soggettività. Il
concetto di reciprocità intersoggettiva si basa sull’assunto che non vi sia un soggetto isolato
senza un mondo, in ciò sostituendo la concezione della relazione soggetto-oggetto con quella
della relazione soggetto –soggetto che proviene dalla tradizione filosofica dell’Idealismo
tedesco di Hegel ed Husserl. Per Husserl, la coscienza individuale è sempre in relazione a un
altro: l’io individuale si forma in un processo di individuazione dialogica e può riconoscere sé
stesso soltanto attraverso l’altro. Si possono riconoscere i precursori dell’intersoggettivismo
nella psicoanalisi di lingua tedesca attraverso il loro uso del concetto di incontro: oltre al
transfert, durante il trattamento si sviluppa un incontro esistenziale, per cui il paziente non è
inteso come un oggetto di conoscenza ma diviene un partner di un dialogo che trascende le
dinamiche transfert-controtransfert (Bohleber 2013, pp. 807-809).
Richiamandosi a Platone, Husserl ha cercato di trovare la consapevolezza del mondo
come è veramente. Ha postulato che la consapevolezza degli altri soggetti emerga dall’empatia
con essi. Paradossalmente (come molto più tardi evidenziato da Stolorow riguardo a Husserl,
ma anche riguardo ad Heinz Kohut), tale intersoggettività è decisamente una faccenda
unilaterale, in quanto accade soltanto nella mente di una persona – quella che empatizza.
Comunque, essa prevede la presenza di altri come entità soggettive al pari di sé, e raggiunge la
consapevolezza degli altri come entità soggettive al pari di sé tramite l’empatia, senza la lotta
hegeliana per il riconoscimento. Per Martin Heidegger (1889-1976), l’intersoggettività è la
condizione umana di base. Il suo Dasein è un ‘essere nel mondo’, che è impossibile concepire
indipendentemente dall’altro. Il Dasein è definito dal suo interrogare il proprio esserci, la cui
verità è impossibile conoscere e dipende da una consapevolezza della fine dell’essere, cioè
della morte, della temporalità. Da qui parte uno sviluppo che conduce all’analisi esistenziale
di Ludwig Binswanger, un altro sviluppo che porta a Jacques Lacan, e un altro ancora a Hans
Loewald, che è spesso citato dagli intersoggettivisti statunitensi come importante precursore.
Per Heidegger e Lacan il linguaggio è il veicolo dell’inconoscibilità, strutturando il pensiero
ma anche rendendolo invisibile.
La filosofia strutturalista del ventesimo secolo – gli studi di Paul Ricoeur (1913-2005)
sulla struttura metapsicologica dell’opera freudiana e l’esplorazione di Hans Georg Gadamer
(1900-2002) delle sfumature della comunicazione intersoggettiva – fu anch’essa rilevante nella
concettualizzazione dell’incontro clinico in psicoanalisi.
Merleau-Ponty (1918-1961), influenzato dalla psicologia della Gestalt di Kurt Lewin
(come lo fu la scuola della ‘Personologia’ di Henry Murray, che ha profondamente
influenzato Stolorow), basò la sua filosofia sull’unità di soggetto e oggetto. Il suo concetto di
inconscio, situato fra il soggetto e l’oggetto, è al centro della vita di una persona nel mondo.
La sua ermeneutica post-heideggeriana, con l’affermazione che l’autoconoscenza deriva dal
processo di coinvolgimento nel mondo, ha influenzato la concettualizzazione psicoanalitica
(correlata con l’intersoggettività) di Madeleine e Willy Baranger e di George Klein. La
nozione di Merleau-Ponty di soggetto incarnato (embodied subject) fornisce un veicolo
specifico per la relazionalità intersoggettiva: il corpo come luogo dove l’essere e il mondo si

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manifestano come un tutt’uno. Essa porta nell’ambito intersoggettivo la nozione freudiana, non
sufficientemente teorizzata, secondo cui “l’Io è anzitutto un’entità corporea” (Freud, 1922, p.
488).

II. B. Contesto storico-sociale in Nord America

II. Ba. Terminologia

Benché l’intersoggettività sia stata vista da alcuni (Kirshner, 2009; Schwartz, 2012)
come implicitamente presente nel modello freudiano di trattamento (Freud 1915, 1922), essa
rimase insufficientemente teorizzata e non entrò nella terminologia psicoanalitica fino a che
Jacques Lacan ve la introdusse nel 1953. Paradossalmente, il primo autore nordamericano a
menzionare il termine nella letteratura psicoanalitica è stato Heinz Hartmann, quintessenza
della Psicologia dell’Io, quando nel suo lavoro del 1956 sull’esame di realtà pose attenzione
alla validazione intersoggettiva nel contesto del discorso scientifico. I primi autori statunitensi
che hanno menzionato il termine in un contesto già simile al suo uso attuale provenivano
originariamente dalla tradizione classica, e al tempo i loro scritti sull’argomento divennero più
conosciuti all’estero che negli Stati Uniti. Già a conoscenza del pensiero di Lacan e Ricoeur
per via dei suoi studi sul linguaggio dell’interpretazione, Stanley Leavy, allievo di Roy Schafer
e contrario alla posizione classica prevalente al tempo, scrisse (Leavy, 1973) che la base delle
operazioni fra paziente e analista è l’intersoggettività e il modello di lavoro è la relazione. La
sua argomentazione è sottile e si basa sull’immersione dell’analista e del paziente nel
linguaggio e sulle reciproche e continue interpretazioni. Un’altra pubblicazione all’interno dal
mainstream nordamericano del tempo fu “Psicoanalisi in un nuovo contesto” di Arnold
Modell, nel 1984. Ispirato da André Green e da Donald Winnicott, Modell sosteneva che la
psicoanalisi è primariamente una faccenda di più soggettività, che originano dalla matrice
relazionale madre-bambino. Successivamente egli ha approfondito l’interpretazione della vita
psichica concentrandosi sul processo di ‘metaforizzazione’: una traduzione delle esperienze
corporee in metafore, il che costituisce la funzione simbolica alla base di tutta la soggettività.
L’uso del termine come pietra angolare di una teoria, che segnala uno spostamento
paradigmatico, comincia con “Psychoanalytic Treatment: An Intersubjective Approach”
(1987) di Robert D. Stolorow, Bernard Brandchaft, George E. Atwood. Qui la psicoanalisi
è raffigurata come “una scienza dell’intersoggettivo, focalizzata sull’interazione fra i mondi
soggettivi differentemente organizzati dell’osservatore e dell’osservato. La posizione
osservativa è sempre all’interno… del campo intersoggettivo…” (ibid., pp. 41-42). Qui,
l’intera cornice psicoanalitica è centrata sul concetto del campo intersoggettivo. Tale campo è
collocato al punto di intersezione delle due soggettività ed è generato dall’interazione fra
transfert e controtransfert. Inoltre, nelle parole di Stolorow: “La realtà (intersoggettiva) che si
cristallizza nel corso del trattamento psicoanalitico non è ‘recuperata’ o ‘scoperta’, come Freud
(1913) sembra implicitamente affermare, né è ‘creata’ o ‘costruita’ come affermato da altri
(Hartmann, 1939; Schafer, 1980; Spence, 1982). Essa è articolata attraverso un processo di

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risonanza empatica. L’approccio intersoggettivo può integrare… insight vicini all’esperienza


ottenuti da prospettive divergenti quali la classica Psicologia del Conflitto e la Psicologia del
Sé di Kohut…” (Stolorow, 1988, p.337; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.).
L’indagine fenomenologica ha condotto Stolorow e Atwood a considerare ogni
esperienza emotiva come radicata nel contesto. Questo percorso dalla fenomenologia al
contestualismo fenomenologico riflette quello dalla Fenomenologia di Husserl, ancora
cartesiana, al contestualismo fenomenologico di Heidegger (Atwood, Stolorow e Orange,
2011).

II. Bb. Alcuni sviluppi pertinenti della teoria e pratica clinica nella complessità socio-
politica e storica della psicoanalisi statunitense, che hanno portato all’emergere
dell’intersoggettivismo come orientamento psicoanalitico
Nella psicoanalisi statunitense, l’intersoggettività può essere vista come un
significativo spostamento di paradigma da almeno tre prospettive che vanno ad intrecciarsi: a.
dalla prospettiva della metapsicologia psicoanalitica vi è un relativo ridimensionamento
dell’importanza dell’inconscio dinamico e del concetto di pulsione, in favore della spinta verso
l’intersoggettività o verso l’orientamento intersoggettivo come forza irriducibile nella mente
umana; b. dalla prospettiva clinica, l’intersoggettività presenta un nuovo modello bipersonale
per la tecnica clinica, focalizzandosi nel campo intersoggettivo come intersezione di due
soggettività – quella del paziente e quella dell’analista; c. dalla prospettiva socio-politica,
specifica per la complicata storia delle precedenti politiche di esclusione dell’establishment
psicoanalitico statunitense, per cui il gruppo prima escluso degli analisti non medici adesso
non solo era incluso, ma si trovava spesso in prima linea e al centro di questi poliedrici
cambiamenti.
Qui sotto vengono illustrati alcuni dei complessi ed interconnessi sviluppi che hanno
condotto ai suddetti cambiamenti paradigmatici.
Negli Stati Uniti, la psicoanalisi classica con la sua enfasi teorica sull’inconscio
dinamico, su rimozione/resistenza e sessualità infantile per come definite da Freud
(innanzitutto nella traduzione inglese di Brill), ha preso piede a partire dagli anni Venti e Trenta
e nei decenni successivi ha esercitato un’influenza dominante nel training degli psichiatri in
tutto il paese. Al tempo, la maggior parte degli istituti psicoanalitici formavano soltanto medici
e questo - insieme alla successiva traduzione inglese di grande eleganza scientifica da parte di
Strachey- ha contribuito talvolta all’applicazione meccanicistica della tecnica clinica, portando
all’accentuata asimmetria del modello medico/chirurgico - ossia dell’esperto medico/autorità
onnisciente rispetto al paziente/essere ignaro e sofferente – oltre che a una stretta impersonale
adesione ai requisiti tecnici di neutralità ‘igienizzata’, di attenzione uniformemente fluttuante,
e di stretto monitoraggio delle libere associazioni del paziente seguito da lunghi periodi di
silenzio, fino a che le associazioni non fornissero all’analista sufficiente materiale per dare una
interpretazione, a volte impersonale e distante dall’esperienza, delle pertinenti determinanti
inconsce.

232
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A partire dai tardi anni trenta, Hartmann, Kris, Loewenstein e altri (Hartmann, 1939;
Hartmann, Kris e Loewenstein, 1946) operarono una significativa espansione della
metapsicologia freudiana denominandola Psicologia dell’Io, aggiungendo progressivamente
alle teorie dinamiche, strutturali ed economiche esistenti un’attenzione agli aspetti genetici,
evolutivi e adattivi (Rapaport e Gill, 1959; Freud, A. 1936). Nella loro teoria evolutiva,
l’inconscio emerge da una matrice indifferenziata che fornisce il potenziale per il futuro
sviluppo dell’Io e delle sue funzioni. Nella loro teoria dell’adattamento, che postula un
‘ambiente mediamente prevedibile’, lo sviluppo dell’Io è mediato dalle relazioni man mano
che le identificazioni diventano la principale funzione dell’Io. Nel lavoro analitico, vi è
un’enfasi crescente sui processi inconsci nell’Io, ad es. le difese.
Ciò che emerge qui è il significato crescente che viene attribuito alle esperienze del
bambino con le persone nel suo ambiente. In questo orientamento, viene data una crescente
importanza a nuove fonti di contributi inconsci all’attività del transfert (e del controtransfert).
Considerando la crescente influenza proveniente da Budapest (Sandor Ferenczi, Michael
Balint) e successivamente dagli analisti del Middle Group britannico (Donald Winnicott) e
dai primi kleiniani (Melanie Klein, Paula Heimann), i contemporanei di Hartmann hanno
proseguito il dibattito sulle relazioni oggettuali approfondendo gli aspetti consci e inconsci
delle prime fasi dello sviluppo. Edith Jacobson (1964) ha indagato i mondi rappresentazionali
del sé e dell’oggetto, e Margaret Mahler (1963; Mahler e al. 1975) ha esposto la
concettualizzazione classica del processo di separazione-individuazione, successivamente
revisionata da Daniel Stern (1985). Si rivolse attenzione all’impatto del periodo preedipico
dell’infanzia sullo sviluppo successivo, così come alle modalità attraverso le quali vengono
interiorizzati i controlli esterni, derivanti in parte dalle interazioni del bambino coi genitori.
In contrasto con la relativa omogeneità della Psicologia dell’Io della cosiddetta ‘era
Hartmann’ del secondo dopoguerra, la Psicologia dell’Io si spostò dal centro della scena negli
anni Settanta. In seguito alla morte di Hartmann, la teoria delle relazioni oggettuali acquistò
ulteriore rilievo, e si sviluppò il pluralismo teorico. Il fermento sociale negli Stati Uniti al tempo
dell’interrogativo filosofico postmoderno riguardo l’‘autorità’, e la critica femminista degli
assunti inerenti al sesso e al genere del ‘fallocentrismo’ freudiano, contribuirono anch’essi alla
critica dell’omogeneità della Psicologia dell’Io classica. Alcuni dei fattori addizionali
includono: l’enfasi eccessiva sul complesso edipico come un letto di Procuste; così come
veniva praticata, la Psicologia dell’Io si basava spesso su interpretazioni distanti
dall’esperienza; l’analisi era spesso condotta con uno stile rigido e impersonale; anche col
crescente corpus di letteratura sullo sviluppo, il trauma sembrava non essere preso in
considerazione; la letteratura della psicoanalisi classica e della Psicologia dell’Io (cioè
Hartmann) era insegnata in maniera idealizzata (vedi la voce PSICOLOGIA dell’IO).
La Psicologia dell’Io cambiò nella misura in cui i teorici si concentrarono sulle scoperte
cliniche per sostenere gli assunti metapsicologici. Qui l’evoluzione include alcuni membri del
gruppo originario (per es. Mahler, Jacobson) così come nuove generazioni di autori (per es.,
Beres, 1962; Arlow e Brenner, 1964; Kanzer, 1971). Questa nuova era fu segnalata dalla
monografia di Arlow e Brenner (1964), in cui essi fecero collassare la prospettiva

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metapsicologica sotto il punto di vista strutturale. Questo spostamento aiutò ad aprire le porte
a nuovi modi di pensare sia lo sviluppo che la situazione clinica, e in ciò includiamo in primo
luogo il tentativo di Otto Kernberg (1966) di integrare nella Psicologia dell’Io elementi
selezionati delle teorie britanniche delle relazioni oggettuali, avviandosi a sviluppare una
‘teoria americana delle relazioni oggettuali’; e in secondo luogo segnaliamo Heinz Kohut
(1971), che cominciò ad estendere la visione freudiana del narcisismo e si avviò a creare il suo
proprio sistema chiamato Psicologia del Sé, definendo la psicoanalisi un trattamento nel quale
l’analista doveva ascoltare empaticamente il paziente per identificare il bisogno di responsività
dell’oggetto-sé (da parte dell’analista), e monitorare attentamente i fallimenti dell’analista
nell’incontrare i reali bisogni di un oggetto-sé del paziente. (Vedi le voci TEORIE DELLE
RELAZIONI OGGETTUALI, SÉ).
Uno dei principali cambiamenti nello zeitgeist di questo pensiero era la reazione contro
l’orientamento metapsicologico. Influenzato dalla metodologia dell’‘operazionalismo’ (focus
sulle operazioni concrete), l’orientamento anti-metapsicologico fu sviluppato innanzitutto nei
lavori dei teorici interpersonalisti/culturalisti: Harry Stack Sullivan (1953), Karen Horney
(1950) e Erich Fromm (1941), che spesso usarono selettivamente il concetto di inconscio
soltanto come termine descrittivo secondario piuttosto che come aspetto fondamentale della
vita psichica. Comunque, anche nelle loro formulazioni, le parti di sè ‘alienate’, ‘non-me’,
devono essere tenute fuori dalla consapevolezza e spinte profondamente nell’inconscio
‘immutabilmente segreto’. Questo approccio ha contribuito direttamente e indirettamente alle
teorizzazioni psicoanalitiche e al lavoro dinamico con le patologie gravi, alle
concettualizzazioni sullo sviluppo primario e all’approfondimento della comprensione delle
interazioni inconsce nel campo transfert-controtransfert. Insieme ad Harold Searles (1979),
che allargò l’ambito della comprensione del controtransfert, Sullivan, Horney e Fromm
sarebbero poi stati visti come progenitori dell’intersoggettivismo. Intendendo originariamente
contrastare la concezione della schizofrenia di Kraepelin, Sullivan riscontrò che la sofferenza
emotiva aveva una base interpersonale in interazioni patogene, risalenti alla prima e seconda
infanzia dell’individuo. Rilevanti dal punto di vista eziologico, tali interazioni conducono a
difficoltà nella vita che potrebbero essere efficacemente trattate mediante un approccio su base
interpersonale, in cui l’analista possa correggere l’anticipazione da parte del paziente che
l’analista si comporti come le precedenti figure dannose della sua vita. Infine si formò a New
York un istituto sullivaniano, il William Alanson White Institute, dove la psicoanalisi
interpersonale venne praticata e sviluppata in quella che in definitiva divenne la scuola
relazionale.
Il William Alanson White Institute fu anche pioniere del training psicoanalitico per
psicologi a partire dal 1943, seguito di poco, a questo riguardo, dal Postgraduate Center for
Mental Health in New York, nel 1949, dove si formarono Lachmann e Stolorow. Il gruppo
originario di quest’ultimo, sotto la guida di Lewis Wolberg (precedentemente del New York
Psychoanalytic Institute, che era la cittadella della psicoanalisi classica) mantenne anche una
sede per il trattamento di pazienti esterni non istituzionalizzati ed aprì la strada al training per
la psicoanalisi di gruppo, con una relativa apertura alla pluralità degli orientamenti teorici
(originariamente condotto da Asya Kadis, un’analista emigrata dall’Ungheria). Entrambi

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questi istituti mantennero dipartimenti di psicoanalisi infantile con contatti diretti con varie
sedi di training della British Psychoanalytic Society. Un altro istituto che contribuì
considerevolmente alla diversificazione delle prospettive fu il New York University Post-
doctoral Institute fondato nel 1961, che offriva percorsi di training freudiano, relazionale e
interpersonale per psicologi. Ne consegue che molti luminari contemporanei del pensiero
relazionale si formarono lì. Dai tardi anni Ottanta, gli istituti dell’American Psychoanalytic
Association aprirono le porte ai clinici non-medici, e vennero creati e si diffusero in tutto il
paese una quantità di istituti e società indipendenti dell’IPA che includevano tra i loro membri
medici e non-medici.
Il lavoro clinico con una vasta gamma di pazienti di varie età e patologie, così come
l’arrivo sulla scena della psicoanalisi statunitense di psicologi e di altri clinici professionisti
non-medici disturbò lo status quo, segnalando una potenziale espansione dei confini concettuali
in molte direzioni.
Le successive sfide alla metapsicologia vennero dall’interno dello stesso punto di vista
metapsicologico. Fra i principali fautori di questa sfida vi furono Merton Gill e George Klein
(1976), che col tempo giunsero a definire due teorie psicoanalitiche: (1) una teoria clinica,
basata su una indiscutibile osservazione empirica; (2) una teoria astratta e speculativa. Roy
Schafer (1976) propose un linguaggio dell’azione che tentava di spiegare i fenomeni
psicologici attraverso formulazioni dinamiche che usano verbi ed avverbi e non sostantivi ed
aggettivi. Inoltre, Schafer si faceva sostenitore di un uso del linguaggio in modo che includesse
le forze motivazionali e le azioni che ne conseguivano, in termini di sequenze di azioni. Questo
fu un altro passo nella direzione dell’intersoggettività. Successivi autori anti-metapsicologici
furono Heinz Kohut (1977) e John Gedo (1979). Cominciarono a svilupparsi nuovi gruppi,
che arricchirono le fila dei clinici seguaci della prospettiva Interpersonale, Relazionale e della
Psicologia del Sé (Gerson, 2004), il cui nucleo clinico di attenzione era la dimensione
interpersonale (vedi sotto).
Un’altra revisione sostanziale della metapsicologia freudiana fra gli anni Sessanta e
Ottanta venne da Hans Loewald, che si considerava appartenente alla Psicologia dell’Io. La
sua influenza come figura di transizione - connessa con Winnicott e con Jacobson, ma anche
con Heidegger - fu in seguito largamente riconosciuta per aver contribuito ad aprire l’analisi
classica statunitense all’intersoggettivismo nelle sue molte versioni. Loewald sottolineò il
ruolo essenziale delle relazioni oggettuali sia nella formazione della psiche sia nel
cambiamento che avviene attraverso l’analisi. Stolorow avrebbe successivamente espresso
accordo con la concezione clinica di Loewald (1960) dell’“analista come oggetto trasformativo
che stimola la sintesi di nuove modalità di sperimentare le relazioni oggettuali” (Stolorow,
1978, 317; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.). Nella sua revisione metodologica
della teoria evolutiva della Psicologia dell’Io, Loewald considerò la struttura psichica degli
istinti come qualcosa che si origina nell’interazione del bebè con il suo ambiente umano (la
madre) (Loewald, 1978a). Nel considerare gli istinti/pulsioni come il prodotto dell’interazione,
Loewald estende la tesi di Jacobson secondo cui gli istinti sono un legame fra il sé del bebè e i
suoi oggetti. Andando oltre, Loewald identifica l’interazione come l’aspetto critico

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nell’interiorizzazione della rappresentazione soggettiva del sé e dell’altro, ponendo in


evidenza l’interazione come elemento costitutivo fondamentale della mente. Così come
avvenne per Winnicott nel Regno Unito, Loewald e Jacobson possono essere considerati come
i precursori del movimento intersoggettivista negli Stati Uniti.
Alcuni autori (Schwartz, 2012) vedono l’esplosione dell’intersoggettivismo negli anni
Ottanta come un’elaborazione di sviluppi che erano in corso nella psicoanalisi almeno dagli
anni Cinquanta, quando Heimann e altri fra i primi kleiniani, Racker, e in modo differente
Ferenczi e Balint, aprirono la strada la strada rivolgendo l’attenzione al controtransfert come
elemento centrale della psicoanalisi clinica. In questo contesto, l’approccio intersoggettivo
sarebbe una delle varie ramificazioni di quello sviluppo. Questa linea di sviluppo è
particolarmente rilevante per l’intersoggettivismo delle teorie relazionali contemporanee e, in
modo diverso, per le teorie della comunicazione inconscia negli orientamenti post-kleiniani e
post-bioniani nordamericani (vedi sotto). Tuttavia, sebbene concettualmente fertile, il focus
kleiniano sulle fantasie generate internamente - che dominano lungo tutta la vita la mente di
ogni individuo, dei pazienti così come gli analisti – esso inizialmente fu considerato da alcuni
psicologi dell’Io e da molti intersoggettivisti negli Stati Uniti come carente nel riconoscere
l’importanza dell’ambiente esterno.
La valorizzazione e l’influenza di concetti rilevanti per l’intersoggettivismo provenienti
dalla psicoanalisi francese furono rallentati dal ritardo delle traduzioni ma, anche quando
successivamente furono tradotti, gli intersoggettivisti statunitensi spesso considerarono
discutibile il pensiero francese in quanto esso espandeva ulteriormente la ‘reificazione’
dell’inconscio. Comunque, vi è una qualificata accettazione del pensiero francese nella più
ampia comunità psicoanalitica statunitense nella misura in cui è stata meglio compresa la
costruzione intersoggettiva delle pulsioni. A partire dagli anni Novanta, le concettualizzazioni
di Wilfred Bion dell’‘identificazione proiettiva’ comunicativa e del ‘contenimento’- rilevanti
dal punto di vista intersoggettivo (vedi le voci CONTENIMENTO e IDENTIFICAZIONE
PROIETTIVA) - così come il ‘terzo’ analitico di Ogden, sono stati sempre più utilizzati negli
Stati Uniti, soprattutto nella costa occidentale (Los Angeles, San Francisco, Seattle) dove Bion
lavorò, scrisse e insegnò nell’ultima fase della sua vita. Le concettualizzazioni di Bion hanno
avuto una profonda influenza sulla corrente intersoggettiva contemporanea della
comunicazione inconscia (vedi sotto).
Fra i teorici psicoanalitici che sono stati più influenti nel dar forma al suo pensiero,
Stolorow (1994) annovera Freud (‘senza il quale non ci sarebbe una teoria psicoanalitica su
cui dialogare’), Winnicott (per ‘il suo insight nel sé e nell’intersoggettività umana… nella
forma di immagini poetiche evocative’), George Klein (per la sua ‘teorectomia radicale’),
Kohut e Gill, ‘entrambi i quali inizialmente immersi nella metapsicologia classica, e poi autori
di proposte radicalmente alternative alla teoria tradizionale’. Rivelatore dell’evoluzione di
Stolorow verso una riconcettualizzazione della metapsicologia (freudiana) vicina
all’esperienza è uno dei suoi primi scritti (Stolorow, 1978). Qui egli afferma che le
formulazioni strutturali di Freud contengono e al tempo stesso oscurano le sue penetranti
intuizioni cliniche sull’esperienza soggettiva del conflitto, e suggerisce che l’Es, l’Io e il

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Superio siano meglio compresi in termini di “rappresentazione simbolica della strutturazione


tripartita del mondo soggettivo esperienziale in stati di conflitto emotivo” (ibid, p. 314;
citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.). Questo lavoro fu seguito da una serie di scritti
in cui Stolorow ha ripetutamente sottolineato che la teoria dell’intersoggettività non si prefigge
di rimpiazzare quella di Freud, giacché “essa esiste a un livello diverso di astrazione e
generalizzazione rispetto a quella di Freud e di altre teorie psicoanalitiche, in quanto non
postula alcun particolare contenuto psicologico… È una teoria del processo… Inoltre,
contestualizzandole, essa fornisce una cornice per integrare teorie psicoanalitiche differenti”
(Stolorow 1998, p. 424; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.). Un esempio di tale
contestualizzazione può essere il pensiero intersoggettivista sul conflitto: “Quando il conflitto
è liberato dalla dottrina del primato della pulsione istintuale, allora il conflitto specifico diviene
una questione empirica da esplorare psicoanaliticamente. Il focus… si sposta dalle presunte
vicissitudini della pulsione ai contesti intersoggettivi in cui si cristallizzano gli stati
conflittuali” (Stolorow 1994, p. 224; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.). Stolorow
(1998) sottolinea anche che il punto di vista intersoggettivo non elimina il tradizionale focus
psicoanalitico sull’intrapsichico, semplicemente lo contestualizza. Egli pensa che il problema
della teoria classica non sia stato il focus sull’intrapsichico, bensì l’incapacità di riconoscere
che il mondo intrapsichico è dipendente dal contesto. Questo aspetto del pensiero
intersoggettivista di Stolorow sarebbe poi diventato particolarmente rilevante per le scuole
relazionali (vedi sotto).

Mentre in generale è possibile considerare concetti clinici come ad es. controtransfert,


enactment, identificazione proiettiva e contenimento (vedi le voci ENACTMENT,
CONTROTRANSFERT, CONTENIMENTO, IDENTIFICAZIONE PROIETTIVA) e i loro
correlati clinici - ascolto clinico decentrato, rêverie e altri - come elementi che alimentano la
tendenza verso l’intersoggettività, la rilevanza clinica dell’intersoggettività diviene più
chiara quando è vista nel contesto del contrasto fra un approccio monopersonale e un
approccio bipersonale al processo psicoanalitico, per come è concepito dagli intersoggettivisti
statunitensi.
Per loro, nell’approccio monopersonale l’inconscio (dell’analizzando) è visto come
l’obbiettivo del processo, come il ‘rendere conscio l’inconscio’ nel paradigma della Teoria
Topografica, e/o ‘dove era l’Es, là sarà l’Io’ nel paradigma della Teoria Strutturale. Qui,
l’analista è concepito come colui il quale ha una autorità che gli deriva dal conoscere i
parametri fondamentali dell’inconscio e dalla sua abilità nel dominare i processi psicologici di
ogni individuo. Una esposizione sfumata di questo approccio, rilanciata nella nuova prospettiva
del contesto interattivo del processo psicoanalitico, è stata elaborata da alcuni psicologi dell’Io
contemporanei (vedi sotto).
L’approccio bipersonale considera meno l’analista in termini di autorità del suo sapere,
in quanto i suoi esponenti mettono in dubbio il primato delle pulsioni e delle fantasie inconsce
profonde. L’analista non è visto come colui che conosce il contenuto e il lavoro della mente
inconscia del paziente; al massimo, l’analista condivide col paziente una mente che ha aspetti
inconsci, e dunque entrambi sono in effetti soggetti a questo non sapere. L’analista che si pone

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più su un piano di parità è aperto a considerare le attribuzioni che il paziente gli fa non
meramente come transfert bensì come degne di considerazione dal punto di vista del paziente.
L’analista riconosce di essere influenzato dal paziente e che il paziente a sua volta è influenzato
da lui e potrebbe anche stare rispondendo alla suggestione piuttosto che a una percezione vera
di sé.
Poiché l’analista che lavora all’interno del paradigma dell’intersoggettività non parte
dalla convinzione che il paziente stia sempre avendo a che fare con esperienze che possono
essere spiegate per mezzo di particolari concettualizzazioni metapsicologiche preconcette, egli
è aperto a riconoscere che lui stesso è difficilmente libero dalla sua propria soggettività. Per
come Owen Renik (1993) pone la questione, l’analista stesso ha a che fare con la propria
irriducibile soggettività. Nella visione di Renik, l’analista interpreta sempre dalla prospettiva
delle credenze generate dalla sua stessa esperienza piuttosto che da quella del paziente. La
fusione di due soggettività, quella del paziente e quella dell’analista, diventa la definizione
funzionale dell’intersoggettività. Influenza, interazione, e l’emergere di qualcosa che è un
amalgama di entrambi i membri della coppia, diviene il tratto distintivo di tale approccio.
Conseguentemente, l’accento sull’intersoggettività richiede all’analista il
riconoscimento che egli è partecipe in un “campo” costituito da due soggettività individuali.
Seguendo la svolta relazionale intersoggettiva, ciò può essere visto come qualcosa che ha
differenti manifestazioni. L’idea della commistione di due menti inconsce può far presa
maggiormente su analisti con un orientamento tradizionale. D’altra parte, in ogni versione della
psicoanalisi che sia basata sul pensiero interattivo-relazionale in un contesto bipersonale, l’uso
di un approccio intersoggettivo, sebbene non astorico, si appoggia sulla fenomenologia clinica
dinamica, e conseguentemente sottolinea l’importanza dell’esperienza qui ed ora della
relazione fra analista e paziente, con considerevoli riserve rispetto alla metapsicologia di un
inconscio onnipotente ed onnipresente.
Le dimensioni intersoggettiva e relazionale della situazione e del processo
psicoanalitico sono state gradualmente incorporate nelle teorizzazioni di molti psicoanalisti
freudiani e kleiniani contemporanei (per es. Theodore Jacobs, Nancy Chodorow, Steve
Ellman, James Grotstein, Lawrence Brown e molti altri) in una varietà di modi dando luogo
a concettualizzazioni ed orientamenti ibridi, alcuni dei quali saranno esaminati più oltre.

II. Bc. Contesto storico-sociale nel pensiero intersoggettivista franco-canadese


La psicoanalisi di lingua francese include il pensiero nordamericano francofono
(Québec). Date le strette connessioni fra quest’ultimo e la psicoanalisi francese da una parte, e
la psicoanalisi di lingua inglese – sia britannica che americana- dall’altra, la ricezione
dell’intersoggettività nella psicoanalisi francofona nordamericana è mediata dalle più generali
filiazioni psicoanalitiche degli analisti che ad essa appartengono. Quelli che sono
significativamente influenzati dagli orientamenti psicoanalitici americani o angloamericani
sono tendenzialmente più ricettivi al paradigma relazionale/intersoggettivista. Al contrario,
quelli più vicini alla cultura psicoanalitica francese sono più stimolati, su questa questione,

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dalla letteratura psicoanalitica francese. In più, il fatto di essere esposti a queste tre tradizioni
psicoanalitiche tende a produrre a una sintesi originale sul tema dell’intersoggettività. Fra gli
esempi di tali sintesi si può annoverare “La Troisième Topique” (Terza topica/Terzo modello,
vedi sotto) di Brusset (2006), che costituisce una rilevante espansione dal punto di vista
intersoggettivo, e gli scritti di sintesi comparativa di Lewis Kirshner (2005) e Hélène Tessier
(2005, 2014a,b). Coloro che propongono il ‘terzo’ modello metapsicologico mostrano quanto
profondamente siano intrecciati la pulsione e le relazioni oggettuali. Fra gli autori i cui
contributi in quest’area di riflessione sono stati particolarmente influenti in Nord America vi
sono Lacan, Aulagnier, Winnicott, Green, Laplanche, Reid, e più recentemente Loewald (vedi
la voce TEORIA DELLE RELAZIONI OGGETTUALI). Nella loro teorizzazione, le pulsioni
sono viste come essenzialmente costituite su base interattiva (intersoggettiva). Gli aspetti
specifici del pensiero intersoggettivista francese saranno illustrati nella parte riguardante
l’intersoggettivismo nella psicoanalisi francese.

II. C. L’arrivo dell’intersoggettivismo e la svolta relazionale in Europa


La parola intersoggettività cominciò ad essere usata nella letteratura psicoanalitica
europea in anni recenti, non tanto per designare un nuovo concetto specifico o una nuova
dimensione specifica della relazionalità umana ma per riferirsi in generale all’interazione
reciproca fra due esseri umani, in particolare fra il bambino e il caregiver e fra il paziente e
l’analista. L’uso di questo termine divenne gradualmente più frequente mentre ci si focalizzava
sugli scambi che avvengono nella diade analitica, insieme al progressivo disinteresse riguardo
agli aspetti della dinamica pulsionale ed intrapsichica.
Quella che è stata chiamata la ‘svolta relazionale’ nella cultura psicoanalitica - lo
spostamento da una ‘psicologia monopersonale’ a una ‘psicologia bipersonale’ - ha avuto luogo
nella psicoanalisi europea così come in quella nordamericana. Tuttavia, mentre nel Nord
America il modello relazionale è cresciuto in opposizione al mainstream del modello della
Psicologia dell’Io, in Europa si è sviluppato in una certa misura a partire da caratteristiche
relazionali autoctone, da una sorta di consapevolezza relazionale già presente nelle sue varie
tradizioni di pensiero, sebbene non pienamente sviluppata.
La presenza di una prospettiva relazionale nella psicoanalisi europea può essere
rintracciata in una molteplicità di linee di pensiero, come nell’approccio di Ferenczi al trauma,
gli studi di Bowlby sull’attaccamento, la prospettiva di Winnicott sulla relazione madre-
bambino.
La Francia post-freudiana è stata lo scenario di fondamentali evoluzioni teoriche e
cliniche. Gli effetti di questa esplosione intellettuale sono stati di profondo impatto nelle altre
comunità psicoanalitiche francofone in Europa e in Nord America (vedi la voce
L’INCONSCIO). In un contesto storico-culturale in cui grande importanza era attribuita al
linguaggio e alla traduzione, gli analisti francesi inaugurarono la tendenza al “ritorno a
Freud”, ‘ri-volgersi’, rileggere, decostruire e mettere al lavoro i concetti classici, considerando
questa loro operazione come un’elaborazione e un dialogo con l’opera freudiana, ancor prima

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che Laplanche pubblicasse le “Oeuvres complètes de Freud – Psychanalyse (‘OCFP’)”


(Laplanche 1989a).

A causa delle caratteristiche specifiche dell’intersoggettività nella psicoanalisi francese sia in


Europa che nel Nord America (Canada), l’intersoggettivismo nella psicoanalisi francese sarà
trattato in un capitolo separato (vedi sotto).

II. D. Contesto storico-sociale della teoria e della pratica clinica in America Latina
La psicoanalisi latino-americana ha attinto alle fonti originali, principalmente europee.
In tal senso, Freud, Klein, Winnicott (e più tardi Lacan) “fondarono” la psicoanalisi in America
Latina negli anni Quaranta. Ancora due decenni dopo, abbiamo assistito all’influenza prima
dei punti di vista della scuola britannica, e successivamente di quelli della scuola francese.
Dopo essere state studiate e praticate nel continente americano per più di cinquanta
anni, le idee di Freud, Klein, Winnicott o Lacan non sono rimaste immutate. Le condizioni
culturali impongono di cambiare i modelli che differiscono dagli schemi culturali dei paesi
dove queste idee erano nate. La storia della nostra professione parte in un centro (Vienna,
Londra, Parigi). Quando si muove verso la periferia, avvengono nuovi fenomeni, ed ancor più
quando oltrepassa gli oceani. Là, la fortunata espansione della psicoanalisi si intreccia con una
varietà di fattori.
Benché si ispiri all’Europa, l’America Latina non è una copia del Vecchio Continente.
La psicoanalisi latino-americana si è sviluppata all’interno di espressioni culturali locali, e
gradualmente si è trasformata e mescolata con esse. Ha cercato di integrarsi in ambito
accademico e nelle istituzioni sanitarie, e si è compenetrata con espressioni politiche e
movimenti sociali.
Lavorare in un ospedale, o in uno studio, in America Latina non è la stessa cosa rispetto
al farlo in Europa. Gli analisti latino-americani coprono una vasta gamma socioeconomica –
dai professionisti indipendenti ai colleghi che sono impiegati sottopagati delle compagnie
assicurative sanitarie, e devono spesso ricorrere ad altre fonti di reddito. È inevitabile
l’“irruzione” (spesso violenta) della vita sociale nei nostri studi. Per questa ragione, molti
analisti che praticavano decenni fa erano intersoggettivisti in anticipo sui tempi, a causa del
modo con cui affrontavano la loro pratica clinica. Essi prendevano molto in considerazione il
contesto, nei termini di un campo psicoanalitico allargato. Tenendo conto del loro modo di
lavorare coi pazienti, oggi essi sarebbero considerati intersoggettivisti, anche se non
conoscevano gli autori di riferimento in questo campo. Attualmente, molti analisti che si
identificano con una varietà di cornici teoriche (lacaniana, neo-kleiniana, meltzeriana,
freudiana) si avvicinano ai loro pazienti dimentichi della loro stessa presunta prospettiva
teorica, e il loro atteggiamento clinico è vicino a quello degli analisti intersoggettivisti.

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III. SVILUPPI DI PROSPETTIVE SPECIFICHE

III. A. Prospettive specifiche in Nord America: principalmente Stati Uniti


Negli Stati Uniti l’intersoggettività come orientamento psicoanalitico è intesa come
una teoria che spiega le influenze che interessano le relazioni fra le persone. Il termine è stato
applicato allo sviluppo infantile (Trevarthen, Stern) per spiegare la reattività e la responsività
reciprocamente coordinate e co-create nell’interazione tra caregiver e bebè, che favorisce lo
sviluppo di quest’ultimo (Beebe e Lachmann). Il termine è stato inoltre utilizzato per spiegare
l’interazione delle soggettività di analista ed analizzando. In questo uso l’intersoggettività
sposta l’enfasi tradizionale su transfert e controtransfert verso un’espressione allargata
dell’esperienza soggettiva dell’analista. Il termine è stato anche applicato per spiegare lo
specifico emergere di un “terzo” nella relazione psicoanalitica (Benjamin) o in ogni intima
relazione diadica o gruppale (Lichtenberg), ossia un ambiente emotivo e un particolare modo
di fare e di essere che è un qualcosa in più e di differente rispetto alla soggettività degli
individui coinvolti.
Ispirandosi in particolare alla filosofia di Husserl, Robert D. Stolorow introdusse il tema
dell’intersoggettività nella Psicologia del Sé. L’uso di Stolorow è in diretta opposizione a ciò
che egli chiama “il mito cartesiano della mente isolata”. L’intersoggettività come prospettiva
dominante sostituisce l’enfasi tradizionalmente predominante sui processi intrapsichici
presente nella teoria freudiana del conflitto binario tra pulsioni e nella sua successiva
elaborazione nella Psicologia dell’Io. Differenti usi dell’intersoggettività sono stati incorporati
nelle teorie relazionali dalle concettualizzazioni che si rifanno alle idee di Sullivan sulla
relazione interpersonale e la teoria del campo. Nella teoria relazionale, l’intersoggettività può
essere considerata come la matrice a partire dalla quale hanno luogo tutte le comunicazioni e
gli scambi – nelle diadi, nella famiglia, nei gruppi e nelle culture. Inoltre, l’intersoggettività è
fortemente implicata nell’abilità di un individuo di calarsi empaticamente negli altri (Kohut) e
mentalizzarli (Fonagy).
L’approccio intersoggettivo, quando è impiegato nel contesto di teorie relazionali, del
Sé o del Campo, dà luogo a resoconti che tendono ad essere vicini all’esperienza e vicini ai
concetti dei filosofi fenomenologici. Quando è impiegato nella cornice della Psicologia dell’Io
contemporanea o dell’orientamento Post-bioniano, i resoconti tendono ad includere la
contestualizzazione intersoggettiva del livello metapsicologico del discorso teorico.

III. Aa. Prospettive della Psicologia del Sé


La Psicologia del Sé cominciò trasferendo l’enfasi dall’Io ad un focus intrapsichico. A
questo focus Kohut (1971) aggiunse la concezione di una relazione specifica tra il sé e
l’oggetto-sé. Secondo questo concetto, un deficit nel sé, ad es. nella regolazione dell’ansia,
viene riparato tramite l’interiorizzazione trasmutante della funzione, che dall’oggetto passa al
sé. Questa relazione - fra un sé che diventa coesivo attraverso l’attività dell’oggetto-sé e

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quest’ultimo - è stata definita come una psicologia di una persona e mezzo. Su questa
concezione originaria sono state fatte due principali revisioni. Una è stata uno spostamento dal
linguaggio e dai concetti dell’ipotesi strutturale a una teoria vicina all’esperienza
(Lichtenberg, 1975, 1979; Lichtenberg & al., 1992). Il valorizzare il senso di sé, il senso
dell’oggetto, l’esperienza di vitalizzazione e coesione con l’oggetto-sé, ha creato collegamenti
tra la Psicologia del Sé e la soggettività dell’intersoggettivismo. La seconda revisione di vasta
portata è stata l’idea di intersoggettività proposta da parte di Stolorow (1997).
Ispirandosi in particolare alla filosofia di Husserl, Stolorow ha introdotto
l’intersoggettività come principio generale necessario per la relazionalità umana e ad essa
inerente. Qui, ogni sviluppo avviene in un campo intersoggettivo, un’ intersezione fra più
soggettività individuali.
Nella sua concezione più ampia, “l’intersoggettività non denota né una modalità di
esperienza né una condivisione di quest’ultima, bensì la precondizione contestuale per avere
una qualsivoglia esperienza” (Stolorow, 2013, p. 385, corsivo dell’autore di questa voce;
citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.). L’infant research (Beebe & Lachmann, 2002) e
le teorie dello sviluppo convalidano l’affermazione che le interazioni intersoggettive caregiver-
bebè impostano il pattern e il tono della relazionalità. In senso più ristretto, l’intersoggettività
è utilizzata per spiegare l’alterazione momento-per-momento di affetti, intenzioni ed obiettivi
di ciascun individuo in una relazione diadica, triadica o di gruppo.
Nella terapia analitica, l’intersoggettività intesa come l’interazione delle soggettività
dell’analista e dell’analizzando, sposta l’enfasi tradizionale su transfert e controtransfert verso
un’espressione allargata dell’esperienza soggettiva dell’analista. Questa ridefinizione del ruolo
dell’analista nella relazione diadica crea “una maggiore intimità reciproca (ma pur sempre
asimmetrica) fra soggetto e soggetto” (Lichtenberg, Lachmann & Fosshage, 2016, p. 86-87;
citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.). Nell’intersoggettività, la soggettività si riferisce
alla consapevolezza individuale di affetti, intenzioni, obiettivi, prospettive e riflessioni su sé
stessa. In aggiunta, come è sottolineato nella Psicologia del Sé e nella teoria dell’attaccamento,
l’intimità fra soggetto e soggetto si basa necessariamente – per ciascuna persona - sul sentire
lo stato mentale, la prospettiva e le aspirazioni dell’altro (empatia [Kohut, 1971] e
mentalizzazione [Fonagy, Gergely, Jurist & Target, 2002]). Oltre a contribuire a spiegare la
percezione empatica, l’intersoggettività aiuta a spiegare altri tre concetti centrali nella
Psicologia del Sé: il focus sulle spinte adattive, sulle sequenze rottura-riparazione, e
sull’ambiente emotivo che si sviluppa nel campo. Per quanto riguarda l’elemento centrale del
suo apporto agli sviluppi teorici del campo analitico intersoggettivo, la Psicologia del Sé tende
a dare la priorità ad inferenze sulle spinte positive di un paziente, mentre molte altre teorie
relazionali danno la precedenza all’interpretazione delle spinte conflittuali disadattive.
L’intersoggettività è stata di valido aiuto nel riconoscimento dell’importanza dell’ambiente
emotivo, dello stato affettivo generale, che è qualcosa di più delle soggettività individuali
intimamente unite in una diade. L’ambiente emotivo che si forma nel campo intersoggettivo di
un’analisi in corso ha un profondo effetto sia sull’analista e l’analizzando sia sul risultato del
trattamento.

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III. Ab. Prospettive relazionali


Nella prospettiva relazionale l’Intersoggettività - che spesso viene intesa come
sovrapposta o sinonimo di interpersonale, relazionale o bipersonale - è utilizzata per
comprendere l’insieme delle esperienze psichiche che emergono, si costituiscono e sono
esperite in un sistema di due o più elementi.
L’intersoggettività può essere utilmente vista in contrasto con la dimensione
intrapsichica dell’esperienza. L’intrapsichico è stato storicamente riferito a un sistema
monopersonale, descrivendo l’esperienza interna conscia e inconscia di un individuo.
L’interpersonale o relazionale, definito in alternativa all’intrapsichico, è un concetto che si
applica a quanto segue.

Elementi concettuali (dell’intersoggettività):

a) La dimensione sociale dell’esperienza individuale


b) Il campo bipersonale immaginato come inconscio, preconscio e conscio
c) L’esperienza condivisa a livello interpersonale o collettivo
d) Esperienze individuali o diadiche/multiple che emergono con le
caratteristiche peculiari di un setting contestualizzato e fusionale
e) L’effetto costitutivo dell’intrusione dell’‘alterità’ nell’individuo, un ‘altro’
grande come uno stato e microscopico quanto un cambiamento condiviso di
uno stato.
f) Implicazioni cliniche dell’intersoggettività, ad esempio gli enactment.

III. Aba. Radici storiche


Scuole analitiche differenti delineano la genealogia storica dell’intersoggettività in
modo diverso. Dal punto di vista della prospettiva relazionale Sullivan è certamente
importante, come anche l’opera di Racker e quella degli psicoanalisti britannici indipendenti e
kleiniani per come sono stati filtrati attraverso la scuola interpersonale. Anche Ferenczi è una
figura importante nell’evoluzione di questa tradizione, inaugurando una preoccupazione e
interesse per l’impatto delle relazioni esterne che va ad aggiungersi all’attenzione per lo
sviluppo fisico e del mondo interno che era centrale per la psicoanalisi classica, da cui lo stesso
Ferenczi. L’interesse di Ferenczi per il trauma, i suoi fondamenti di realtà e le sue conseguenze
psichiche, stimolarono un rinnovato interesse per il campo intersoggettivo come luogo del
lavoro psichico trasformativo.

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Sandor Ferenczi
L’opera di Ferenczi (1933; 1985) ha avuto un’influenza importante sullo sviluppo di
teorie che sottolineano la dimensione intersoggettiva del lavoro psicoanalitico, inclusa la sua
enfasi sulla reciprocità, sull’enactment e sulla bidirezionalità dei processi psichici (Bass, 2009,
2015; Aron e Harris, 2010). Il breve esperimento di analisi reciproca, come è descritto nel suo
diario clinico (1985), è la rappresentazione più radicale di una terapia pienamente
intersoggettiva nella nostra storia. Ferenczi è stato un precursore condiviso da due gruppi: il
Gruppo Indipendente britannico (Parsons, 2009) e il Gruppo Relazionale americano (Bass,
2009), che hanno giocato un ruolo importante nell’applicazione delle idee intersoggettive alla
psicoanalisi. L’accesso al diario clinico (1985), e alla corrispondenza fra Freud e Ferenczi che
seguì, rivelarono una naturale sensibilità profondamente radicata nella storia delle idee
psicoanalitiche. Le idee di Ferenczi rispetto alla relazione analitica – l’analista come persona
reale (un soggetto) in una relazione reale, oltre che oggetto in una relazione transferale –
offrirono il potenziale per creare col paziente un nuovo inizio, intercettando potenziali di
crescita e di cambiamento fino ad allora inesplorati.
La Scuola Interpersonale americana, e la Scuola Relazionale che seguì, svilupparono
una prospettiva clinica- in linea con le scoperte di Ferenczi- che poneva al suo centro il
riconoscimento radicale che l’analista sia inevitabilmente partecipe alla commistione col
paziente nel processo analitico. Entrambi co-creano un’esperienza analitica condivisa, nei
termini di un incontro particolare fra le loro due soggettività e le loro esperienze consce e
inconsce. Questa prospettiva sottolineava che il transfert e il controtransfert sono
inevitabilmente complementari, ciascuno generante l’altro in un infinito nastro di Möbius di
influenze e trasformazioni reciproche, che possono essere proficuamente studiate ed esplorate
nella relazione psicoanalitica. L’analista è un osservatore partecipe, e perciò l’impatto della
sua personalità reale, ed i suoi modi idiosincratici di essere e di relazionarsi col paziente,
costituiscono dimensioni importanti dell’esperienza analitica che sono considerate centrali da
un punto di vista intersoggettivo.
Anche queste idee furono anticipate da Ferenczi, che a sua volta aveva messo in rilievo
la centralità del controtransfert come complemento al transfert, in un rapporto di reciproco
modellamento. Egli individuò il ruolo della reciproca influenza nella relazione analitica e
l’importanza cruciale del riconoscimento da parte dell’analista del suo impatto sul paziente, un
fattore che può fare molto per correggere i rischi di un’inevitabile ritraumatizzazione iatrogena.
Ferenczi evidenziò inoltre le implicazioni per il trattamento analitico del riconoscimento
dell’analista come persona reale (idee riprese nella scuola britannica da Fairbairn, Guntrip e
Balint, e nella scuola americana da Thompson, Wolstein, Singer, Levenson e molti altri).

Ferenczi notò che il paziente legge le più piccole nuances del comportamento
dell’analista e vi reagisce. Ferenczi afferma, nel Diario clinico, che il paziente “avverte da
piccoli segni (modo di salutare e di stringere la mano, timbro di voce, grado di vivacità, ecc.)
la presenza di affetti” che gli possono rivelare riguardo all’analista più di quanto l’analista

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stesso possa sapere (ibid., trad.it. p. 59). Le osservazioni di Ferenczi resero obsoleta per molti
analisti la metafora dello specchio (vedi sotto) e furono riconosciute centrali da molti
psicoanalisti interpersonali degli anni Cinquanta ed oltre - e altresì dai teorici relazionali che
vennero dopo, via via che l’intersoggettività diveniva più centrale nella teoria.
Per Freud, l’analista “deve rivolgere il proprio inconscio come un organo ricevente
verso l’inconscio del malato che trasmette; deve disporsi rispetto all’analizzato come il
ricevitore del telefono rispetto al microfono trasmittente. Come il ricevitore ritrasforma in onde
sonore le oscillazioni elettriche della linea telefonica che erano state prodotte da onde sonore,
così l’inconscio del medico è capace di ristabilire a partire dai derivati dell’inconscio che gli
sono comunicati, questo stesso inconscio che ha determinato le associazioni del malato” (1912,
pp. 536-53). Secondo questa metafora telefonica, l’inconscio dell’analista deve essere usato
come uno strumento di ascolto altamente sensibile, guidato da principi chiave quali neutralità,
anonimato, e schermo opaco o funzione di specchio.
Questo significa che la funzione trasmittente dell’analista deve rimanere ben
disciplinata, per tema che la sua ricezione da parte dell’apparato di ascolto del paziente metta
a repentaglio il processo attraverso il quale il transfert possa svilupparsi senza ostacoli. Visto
dalla prospettiva relazionale-intersoggettiva, è come se Freud, profeticamente, avesse previsto
il pulsante “muto” nella sua metafora telefonica. Presentata in tal modo, fondamentalmente
questa non è una teoria intersoggettiva. Mentre l’analista usa il suo inconscio come uno
strumento di ascolto, non si ritiene che l’inconscio del paziente abbia la stessa capacità. Alla
soggettività del paziente riguardo all’analista non viene dato ciò che le spetta. Freud si avvicina
alla modalità reciproca di ascolto nel suo scritto del 1915 su “L’Inconscio”, in cui egli afferma:
“È assai interessante che l’Inconscio di una persona possa reagire all’Inconscio di un’altra…”
(Freud, 1915, p. 78). Tuttavia, questo punto rimase insufficientemente teorizzato nel corso di
tutta la sua opera.
Ferenczi riportò di avere incontrato esperienze personalmente trasformative con dei
suoi pazienti, che lo avevano spinto ad ampliare l’ambito della comprensione psicoanalitica e
lo avevano reso in grado di prendere sul serio per la prima volta le dimensioni bipersonali e
reciproche, e perciò intersoggettive, dell’esperienza e della trasformazione psichica. Come
Ferenczi scrisse, “Quando due persone si incontrano per la prima volta, si produce uno scambio
di moti di affetti non soltanto consci ma anche inconsci” (1985, trad. it. p. 153). Egli coniò il
termine “dialogo degli inconsci” per descrivere il fatto che un dialogo inconscio ha sempre
luogo fra paziente e analista, ed avviene in due direzioni.
Questa dimensione del lavoro di Ferenczi trovò un terreno particolarmente fertile negli
Stati Uniti. Le idee relazionali e le loro applicazioni, per quanto riguarda la tecnica analitica,
sono a favore di scelte in parte orientate da una teoria che mette l’accento sul processo
intersoggettivo inteso come ‘dialogo tra inconsci’. Questo ha l’effetto di dirigere l’attenzione
dell’analista verso gli effetti e i riflessi della sua stessa partecipazione, al pari di quella del
paziente. Questo orientamento di ascolto tende ad essere paradigmatico per gli analisti
relazionali, dando centralità all’intersoggettività e ai modi di utilizzarla nell’incontro analitico.

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III. Abb. Intersoggettività e Teoria del Campo nel pensiero e nel lavoro clinico relazionale
Nell’insieme, le teorie del campo rilevanti per l’intersoggettività hanno le loro radici
nella teoria interpersonale della psichiatria elaborata da Harry Stack Sullivan verso la metà
del ventesimo secolo, nella teoria del campo della Psicologia Sociale di Kurt Lewin, e nelle
concettualizzazioni di Merleau-Ponty che hanno stimolato in Sud America lo sviluppo delle
teorie psicoanalitiche del campo di Madeleine e Willy Baranger (2008), Enrique Pichon
Riviere (Losso & Scharff, 2017) e José Bleger (1967). Negli Stati Uniti, il concetto di campo
nella teoria interpersonale cominciò ad essere utilizzato nei lavori di Harry Stack Sullivan, di
Erich Fromm, Frieda Fromm-Reichmann e Clara Thompson. L’opera di Sullivan ha
rappresentato l’influenza concettuale più importante. Per lui il campo era l’arena di ciò che
chiamava “relazioni interpersonali”, ed a loro volta furono le relazioni interpersonali a formare
il nucleo del suo intero sistema di pensiero, insieme alla riflessione sulla differenza fra il suo
pensiero e la psicoanalisi del suo tempo. Da allora il concetto di campo è stato sviluppato da
molti autori interpersonali e relazionali, incluso Stephen Mitchell (1988), che ha fatto
riferimento ad una matrice relazionale.
Le teorie psicoanalitiche di Bion e dei suoi seguaci hanno anch’esse radicato in un
contesto relazionale le loro idee sulla mente e sugli affetti. La conoscenza (K) nasce sempre in
una matrice interpersonale affettiva e cognitiva (xKy).
Inoltre, l’intersoggettività è inerente alle concettualizzazioni di teorici della politica
come Louis Althusser o Theodore Adorno, e di studiosi postmoderni come Slavoj Žižek e
Christopher Butler.
Sia la psicoanalisi interpersonale che quella relazionale sono entrambe centrate sul
concetto di campo, nel senso di una teoria del campo definita in modo molto ampio. È implicito
nella maggior parte degli scritti interpersonali e relazionali che la situazione analitica venga
definita nei termini della sua relazionalità. Analista e paziente sono continuamente e
inevitabilmente in interazione l’uno con l’altro, in modo conscio e inconscio. Questa
interazione ha a che fare con ciò che essi sperimentano in presenza l’uno dell’altro, e con come
si comportano. Inoltre il campo determina ciò che ciascun partecipante può sperimentare in
presenza dell’altro, specialmente in termini di aspetti affettivi dell’esperienza. Da una parte, il
campo è la somma totale di tutte quelle influenze, consce e inconsce, che ciascuno dei
partecipanti alla situazione analitica esercita sull’altro; dall’altra, esso è il risultato
dell’esperienza relazionale che si crea fra le due persone come conseguenza del modo in cui si
rapportano l’uno all’altro.
Appena qualcosa di nuovo emerge nel campo –ossia appena il campo si modifica,
operando un accomodamento in base a quanto vi è stato immesso dai partecipanti - quel
qualcosa di nuovo diviene parte di ciò che va ad influenzare il successivo momento relazionale.
Allo stesso modo degli influssi che vanno avanti ed indietro, ciò che di nuovo risulta nel campo
non è necessariamente conscio. E così la sequenza continua: un nuovo influsso, nel momento
in cui viene immesso nel campo, interagisce con la personalità dei partecipanti e li influenza
nella creazione del successivo momento relazionale; e quest’ ultimo, a sua volta, andrà in parte

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ad influenzare l’esperienza di ciascun partecipante nel momento relazionale che seguirà, e così
via.

Per la maggior parte dei teorici del campo interpersonale, anche quando il processo di
formulazione dell’esperienza conscia si dispiega senza inibizioni, rotture o deviazioni indebite,
il corso di tale formulazione è tracciato in tempo reale, e conseguentemente la sua forma finale
si dà solo nella misura in cui essa arriva nelle nostre menti. Prima di quel momento, per molti
analisti interpersonali e relazionali, ciò che diventerà esperienza formulata è solo una
possibilità. L’esperienza cosciente, cioè, non preesiste alla sua formulazione; essa non è
predeterminata, bensì emergente; non è la rivelazione di qualcosa che è già “lì” nella mente,
bensì un processo, un’attività. È così che si arriva alla dimensione interpersonale, relazionale
o intersoggettiva dell’esperienza: l’esperienza che può essere formulata nella diade analitica è
una funzione della natura della relazionalità tra le due persone. Le possibilità di cambiare i
contenuti della coscienza sono determinate dalla natura similmente mutevole del campo
interpersonale.
Il campo è una configurazione della relazionalità creata in modo congiunto, un mezzo
sociale che è il risultato del coinvolgimento e dell’intersezione consci e inconsci di due
soggettività, inclusa l’interazione di quelli che in altre tradizioni sono definiti oggetti interni. I
partecipanti nel campo possono essere consapevoli o meno delle influenze del campo su di
loro, e questo – almeno parzialmente – dipende dalle conseguenze che possono risultare da tale
consapevolezza. Il campo è più simile al concetto di terzo analitico o intersoggettivo (Ogden,
1994; Benjamin, 2004) o a ciò che Samuel Gerson (2004) chiama inconscio relazionale,
piuttosto che un mero contesto o contorno. Il campo è quella configurazione di influenze che
continuamente dà al processo clinico la sua forma e la sua natura particolari e mutevoli.
Il fatto che il campo colleghi due soggettività, comunque, non significa che si tratti di
una semplice combinazione di influenze nel senso di un’addizione. Invece, è una creazione
unica, una gestalt nuova e in incessante cambiamento che esprime e rappresenta i mutevoli
stati relazionali presenti fra paziente e analista. Il campo non è sinonimo di transfert-
controtransfert. Se l’idea di transfert-controtransfert rimane significativa - cioè, se non è
diventata così diluita da riferirsi all’intera relazione analitica - essa deve riferirsi a pattern
relazionali modellati sulla natura dell’esperienza con persone significative del passato. Il
campo interpersonale è più ampio di questo. Esso include le influenze su ciascun partecipante
dell’intero intreccio di affetti, motivazioni ed intenzioni, pensieri, protopensieri,
comportamenti significativi, metafore e fantasie che avvengono quando due persone sono
coinvolte l’una con l’altra.
Il modo in cui il campo è composto in ogni momento particolare incoraggia alcune
articolazioni spontanee dell’esperienza e ne scoraggia altre. Possiamo dire che a sua volta la
composizione del campo è creata dall’interazione degli stati del sé dei suoi partecipanti, ed è
perciò in un flusso continuo. Il campo cambia via via che, nella mente di ciascun partecipante,
mutano gli stati del sé, come avviene abitualmente, in reciprocità responsiva con gli stati del
sé dell’altro partecipante (Bromberg, 1998, 2006, 2011).

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Il campo interpersonale rimane un concetto, non un’esperienza. In termini più vicini


all’esperienza, i cambiamenti nel campo sono cambiamenti nelle possibilità relazionali – cioè,
cambiamenti nei tipi di relazionalità che sono facilitati o inibiti. Noi raramente “conosciamo”
il campo. Per la maggior parte, il campo colpisce la nostra attenzione soltanto attraverso ciò
che percepiamo o sentiamo delle sue influenze. La riflessione esplicita sul campo di solito
richiede uno sforzo cosciente che poche persone hanno motivo di fare, a parte gli psicoterapeuti
e gli psicoanalisti, per motivi professionali; e vi sono molte circostanze o aspetti del campo che
neppure permettono la possibilità di una tale riflessione. Al livello fenomenologico, via via che
la natura del campo cambia - di solito senza attrarre la nostra attenzione cosciente - differenti
modalità di relazione sono vissute come più ovvie o naturali da parte dei partecipanti. Paziente
e analista entrano ed escono più facilmente in certe modalità di relazione. Questi accadimenti
passano inosservati, come fossero irrilevanti – in una parola, “naturali”. Man mano che un tipo
di relazionalità diviene naturale (per fare un semplice esempio, un’amichevole cordialità), altri
tipi di relazionalità (per es., irritabilità) finiscono nello sfondo e sono vissuti come meno
confortevoli, facili o naturali da creare in quel contesto, o sono persino attivamente evitati,
talvolta con uno scopo dinamico inconscio (cioè, con uno scopo difensivo inconscio).
Da questa prospettiva discendono due punti ulteriori considerazioni: in primo luogo, se
prendiamo in considerazione le influenze facilitanti e inibitorie del campo sui contenuti delle
menti individuali, dobbiamo anche riconoscere che la possibilità che si dispieghi la più ampia
gamma di esperienze spontanee poggi sul grado di flessibilità e di libertà del campo. In secondo
luogo, il grado della flessibilità del campo è definito dal ventaglio di modalità relazionali a
disposizione dei partecipanti.

III. Abc. Intersoggettività come dimensione centrale della psicoanalisi relazionale


La prospettiva relazionale in psicoanalisi ha cominciato ad emergere negli anni Ottanta
negli Stati Uniti, in seguito alla pubblicazione del libro “Le relazioni oggettuali nella teoria
psicoanalitica” di Jay Greenberg e Stephen Mitchell (1983) che ha proposto un modello
relazionale/conflittuale della mente, distinto dal modello pulsionale/conflittuale. Via via che la
teoria relazionale si è sviluppata attraverso la sintesi di una quantità di prospettive compatibili
con un modello relazionale/conflittuale - psicoanalisi interpersonale americana, teorie delle
relazioni oggettuali nelle loro varianti kleiniane ed indipendenti britanniche, psicologie del Sé
post-kohutiane con enfasi intersoggettivista, ed altro - un ruolo centrale lo hanno giocato gli
sviluppi e l’applicazione di teorie che sottolineano la dimensione intersoggettiva in psicoanalisi
e nello sviluppo. Poiché la psicoanalisi relazionale è una prospettiva eterogenea, che a grandi
linee rappresenta una varietà di sintesi e di integrazioni complementari , fra gli analisti che si
identificano come ‘relazionali’ è possibile individuare diversi modi di intendere la teoria
dell’intersoggettività, differenti sottolineature ed applicazioni. I teorici dell’attaccamento, il
Boston Change Process Study Group (PCPSG) e Jessica Benjamin (2004), nella scia di
Winnicott hanno sottolineato gli aspetti evolutivi dell’intersoggettività. Nella propria
teorizzazione, Benjamin si è occupata in particolare del riconoscimento reciproco e dei processi
di rottura e riparazione, con un’enfasi sul ‘terzo’ (Benjamin, 1988, 1995, 2004, 2013). I teorici

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con radici nella tradizione interpersonale (Stephen Mitchell, Anthony Bass, Philip
Bromberg, Donnel Stern ed altri) hanno messo in evidenza il carattere unico e irriducibile
delle soggettività che co-istituiscono ciascuna diade, la quale ha propri campi particolari di
esperienza transferale/ controtransferale, proprie specifiche capacità di esplorarli e di
individuare i contributi di ciascun partner agli enactment e ad altre forme di aggrovigliato
coinvolgimento psicoterapeutico. Gli analisti di orientamento relazionale sottolineano in
particolare la qualità di bidirezionalità nel campo transferale/controtransferale, inclusi gli
enactment. Da un punto di vista relazionale intersoggettivo, per esempio, non si può dare per
scontato che un enactment o un’identificazione proiettiva possano essere propriamente assunti
come originati dal terapeuta o dal paziente, senza indagare in modo aperto e condiviso i flussi
esperienziali che co-istituiscono e generano il campo intersoggettivo. Paziente e analista,
ciascuno con la propria soggettività ed esperienza conscia e inconscia si confrontano
reciprocamente con tutte le risorse e i limiti, le macchie cieche e gli insight che riescono a
mettere in gioco nella terapia.
La teoria relazionale ha un punto di vista fondamentalmente intersoggettivista, e tenta
di elaborare le implicazioni di tale prospettiva per il lavoro analitico. La teoria e la tecnica
relazionale hanno fortemente evidenziato la soggettività di entrambi i partecipanti al processo.
Le terapie analitiche relazionali si sono focalizzate sul contributo della soggettività
dell’analista al processo, e su come il paziente fa esperienza di tale contributo. Inoltre esse
mettono in luce come l’analista venga coinvolto in enactment che rivelano al paziente e
all’analista parti dissociate della loro esperienza che non erano state accessibili prima del
riconoscimento e dell’elaborazione di tali enactment (Bromberg, 1998, 2006; Aron, 1996;
Bass, 2003; Benjamin, 2004, 2013). La psicoanalisi relazionale ha sottolineato la dimensione
di reciprocità del processo psicoanalitico e, mentre alcuni autori distinguono fra l’aspetto di
reciprocità fondamentale per il processo (Dupont, in Ferenczi, 1985) e l’aspetto di asimmetria
che gli è intrinseco (Lewis Aron, Irwin Hoffman), altri autori (Bass, 2001, 2007) hanno
sottolineato gli aspetti di complementarietà che si registrano fra i contributi psichici al processo
da parte dell’analista e del paziente, al di là delle identificazioni di ruolo coscienti e delle
responsabilità che guidano in modo diverso gli analisti e i pazienti.
Gli psicoanalisti contemporanei che attingono ai concetti intersoggettivi di soggettività
e di processo analitico mescolano e costruiscono molte entità teoriche variabili e comparabili.
Alcuni sono più interessati alla forza del fattore sociopolitico; altri elaborano le implicazioni
del fattore intersoggettivo per la tecnica o per la metapsicologia. Mentre vi sono differenze e
sovrapposizioni fra questi approcci, l’intersoggettività è forse qualcosa di unico o almeno
inusuale tra i concetti psicoanalitici in quanto il termine e le sue estensioni e significati stanno
cambiando ed evolvendo in modo piuttosto rilevante. Recentemente è emerso il termine
intrasoggettivo, un termine inteso a catturare la doppia esperienza del tra e del dentro.

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III. Ac. Esempi di prospettive ibride-integrative negli Stati Uniti

III. Ac. Psicologia dell’Io Intersoggettiva nordamericana


Una ‘tradizione indipendente’ di Psicologia dell’Io Intersoggettiva, unicamente
nordamericana/statunitense, viene descritta da Nancy Chodorow (2004) nei termini di un
tenere in tensione e riconciliare due approcci psicoanalitici contrastanti – la Psicologia dell’Io
e la Psicoanalisi Interpersonale – elaborati rispettivamente da Hartmann e Sullivan, entrambi
americani. La Psicologia dell’Io Intersoggettiva contemporanea incorpora entrambi gli
orientamenti: ci si focalizza sul conflitto intrapsichico, sulla formazione di compromesso, sul
mondo interno e sulla fantasia intrapsichica, ma tuttavia la psiche - sia del paziente che
dell’analista – è considerata anche una creazione interpersonale e culturale; il transfert è una
ripetizione guidata dalla storia, che l’analista interpreta al paziente, benché non tutto ciò che
avviene fra paziente e analista proviene dal paziente, e il paziente può anche essere l’interprete
dell’esperienza dell’analista o influenzare il controtransfert dell’analista; entrambi i
partecipanti possono co-creare il campo analitico che è, in qualche modo, più della somma
delle parti costituite dalle due persone. Gli psicologi dell’Io intersoggettivi mantengono
entrambe le prospettive al tempo stesso e con ciò le modificano entrambe.
Warren Poland (1996), psicologo dell’Io intersoggettivo contemporaneo, esprime
questa integrazione ibrida con le seguenti parole: “Come può essere che nessun uomo è un’isola
ma che al tempo stesso ogni uomo lo sia? … È fuorviante parlare con disinvoltura di psicologia
monopersonale versus psicologia bipersonale. Non esiste la singola persona al di fuori di un
campo umano e connesso agli oggetti; lo spazio analitico dà colore al modo in cui la singola
persona raggiunge la comprensione e l’insight attraverso l’altro. Al tempo stesso, la mente di
ogni individuo può essere coinvolta da un’altra ma tuttavia è sempre fondamentalmente a sé
stante, un universo privato di esperienza interna” (Poland, 1996, p. 33; citazione tradotta per
questa edizione, N.d.T.).
In virtù di questo doppio focus - sia sulla profondità dell’esperienza individuale, che
sul riconoscimento del forte impatto del contesto socioculturale - Chodorow considera la
Psicologia dell’Io Intersoggettiva contemporanea come ideale prosecuzione del pensiero di
Hans Loewald ed Erik Erikson, due autori entrambi emigrati dall’Europa occupata dai
nazisti. Chodorow si sofferma in particolare sugli scritti in cui Erikson presenta dei casi clinici
illustrando sia i drammi interni dei pazienti sia gli eventi tragici, su cui non si ha controllo,
delle loro famiglie e storie di vita. Inoltre Chodorow mette in evidenza il concetto di Erikson
di sviluppo psicosociale (Erikson 1964) e il suo più ampio interesse sociale, culturale e politico,
evidenziato nei suoi scritti sulla povertà, sul maltrattamento dei nativi americani, e sulla
depressione e il senso di colpa che possono essere alimentati dall’immigrazione e dal vivere in
un mondo in cui vige il pregiudizio razziale (Erikson, 1964). Nel suo capitolo sull’identità
americana in “Infanzia e società” (1950), Erikson ne elogia grandemente l’individualismo, ma
al tempo stesso condanna il razzismo, il capitalismo, lo sfruttamento e la società di massa.
Riferendosi all’attenzione di Loewald per gli aspetti sociali e individuali, l’autrice illustra sia

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la posizione di Loewald rispetto a ciò che egli chiama il grande tradimento di Heidegger
durante il periodo nazista, sia il suo focus evolutivo sull’inevitabile assassinio dei propri
genitori e sull’espiazione edipica, e il riconoscimento dell’intrattabilità di certe reazioni
terapeutiche negative basate in parte sulla pulsione di morte. Hans Loewald fu tra quei
revisionisti del pensiero freudiano che fra gli anni Sessanta e Ottanta costruirono ponti fra la
Psicologia dell’Io freudiana e la Teoria delle Relazioni Oggettuali, per creare una teoria
psicoanalitica che, a suo avviso, fosse più vicina all’esperienza che le persone hanno della
propria vita. Le sue principali preoccupazioni si rivolsero agli assunti fondamentali
dell’edificio teorico psicoanalitico, e ai presupposti di base riguardanti la natura della mente,
della realtà e del processo analitico.
Loewald sosteneva che Freud ha postulato due diverse concettualizzazioni delle
pulsioni. La prima è antecedente al 1920, con le pulsioni in cerca di scarica. La seconda emerge
con l’introduzione del concetto di Eros nel 1920 in “Al di là del principio di piacere”, in cui
Freud altera radicalmente la sua definizione della pulsione, definendola non più alla ricerca di
una scarica, quanto alla ricerca di legami, “che si serve degli oggetti non per ottenere
gratificazione ma per costruire un’esperienza psichica più complessa e per ricreare la perduta
unità originaria tra il Sé e l’altro” (Mitchell e Black, 1995, trad.it. p. 217). La revisione della
teoria pulsionale di Freud operata da Loewald richiede una radicale riformulazione dei concetti
psicoanalitici tradizionali. Mentre per Freud l’Es è una forza biologica immutabile che si
scontra con la realtà sociale, per Loewald l’Es è un prodotto interazionale dell’adattamento. La
mente è interattiva non secondariamente, bensì per sua natura intrinseca.
Loewald teorizza che all’inizio non vi è distinzione fra il sé e l’altro, fra l’Io e la realtà
esterna, o fra le pulsioni e gli oggetti; piuttosto, vi è un tutto unitario originario costituito dal
bambino e dai caregiver. La sua influenza trasformativa fra gli anni Sessanta e gli Ottanta sulla
metapsicologia psicoanalitica e sull’emergere di nuovi modi di concettualizzare il materiale
analitico è esemplificata dalla sua affermazione che “le pulsioni, intese come forze psichiche,
motivazionali, si organizzano come tali attraverso interazioni nel campo psichico, che
originariamente consiste nell’unità psichica diadica madre-figlio” (Loewald, 1971, trad. it. p.
108). È a causa di affermazioni come questa che Loewald, che si identifica nella psicologia
dell’Io, è stato successivamente considerato un teorico paradigmatico del “terzo modello” (vedi
anche la voce TEORIE DELLE RELAZIONI OGGETTUALI).
Mettendo insieme la Teoria Pulsionale di Freud e la Psicologia dell’Io, il lavoro di
Loewald può essere inteso come la costruzione di un ponte vitale fra una “psicologia
monopersonale” e una “psicologia bipersonale delle relazioni oggettuali”. (Vedi anche le voci
PSICOLOGIA DELL’IO e TEORIE DELLE RELAZIONI OGGETTUALI).
Rispondendo ai critici di entrambe le parti – quelli che vedono questo orientamento
ibrido e integrativo come troppo focalizzato, o troppo poco, sull’inconscio e sulle pulsioni -
Chodorow (2004) mostra come gli psicologi dell’Io intersoggettivi facciano proprio l’interesse
di Loewald per l’inconscio dell’analista e per i suoi effetti nel processo clinico. Essi trovano
l’inconscio nell’attenzione che Erikson rivolge alle angosce e alle difese, e nelle sue descrizioni
elaborate ed empatiche dei processi di formazione del sintomo nei bambini. Secondo

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Chodorow , la Psicologia dell’Io Intersoggettiva – la teoria nata in America attraverso


l’integrazione della Psicologia dell’Io e della Psicoanalisi Relazionale – continua a crescere
proprio perché la psicoanalisi comincia da un riconoscimento di una soggettività unica creata
in ciascun individuo dagli affetti, pulsioni, fantasie, conflitti, formazioni di compromesso
inconsci e dalla storia dinamica personale, insieme comunque al riconoscimento che due
soggetti portano la loro unicità nel campo analitico transferale-controtransferale, che è anche
questo da essi stessi creato in un particolare ambiente culturale ed analitico.
In questo contesto, Elliot Adler e Janet Bachant (1996) riesaminano un fondamento
essenziale della tecnica classica, ossia la situazione psicoanalitica, definendola in termini di
elementi basici della relazionalità psicoanalitica che rendono possibile l’esplorazione in
profondità della motivazione umana. La situazione psicoanalitica è vista qui come uno
“straordinario assetto interpersonale, caratterizzato da due modalità relazionali chiaramente
differenziate e tuttavia complementari: la libera associazione e la neutralità analitica” (Adler e
Bachant, 1996, p. 1021; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.). Descritta come uno dei
poli dei ‘reciproci requisiti di ruolo’, la libera associazione è vista come un prerequisito di
libertà espressiva per entrambi i partner, per poter entrare in contatto con i loro movimenti
emotivi più profondi nel contesto di un’interazione con un’altra persona (ibid., p. 1025;
corsivo nell’originale). Come strumento interpretativo, essa è considerata persino più rilevante
delle risorse della conoscenza teorica. Il ruolo analitico è visto come complementare a quello
del paziente, e svolge una funzione di protezione della libertà espressiva del paziente. In tal
modo, la situazione e la tecnica psicoanalitica si configurano come un processo di esplorazione
analitica bipersonale di una nevrosi mono-personale: “una mono-nevrosi, non un modello
monopersonale di trattamento analitico” (ibid,, p.1038; citazione tradotta per questa edizione,
N.d.T.)
Fra le aree di interesse degli psicoanalisti freudiani contemporanei, sono rilevanti per
l’intersoggettività temi quali la condivisione inconscia di ‘stati di coscienza’ (Libbey, 2011),
le influenze bidirezionali inconsce e la sfera interpsichica (McLaughlin, 2005), ulteriori studi
del campo creato da paziente e analista, basati su Ogden (1994) e W. Baranger e M. Baranger
(2008), l’enactment (Ellman, 1998; Ellman e Moskowitz, 2008) e l’‘enazione’ (Reis, 2009), ed
altri ancora.

III. Acb. L’intersoggettività nel pensiero post-kleiniano e post-bioniano nordamericano


Estendendo e reinterpretando Bion, e inoltre attingendo alle elaborazioni di alcuni
autori latinoamericani ed italiani, James Grotstein (1985, 1999, 2005) ha sviluppato una
versione integrazionista dell’intersoggettività, basata sulla comunicazione inconscia e su uno
sviluppo a doppio binario che si manifesta nel discorso psicoanalitico. Le sue
concettualizzazioni intra-soggettive, intersoggettive e trans-soggettive sono radicate dal punto
di vista metapsicologico nell’alterità dell’‘altro’ soggetto, ma anche dell’inconscio e del
processo primario; e dal punto di vista fenomenologico sono radicate nell’osservazione clinica,
nel presente e nell’esperienza. Un esempio è il suo concetto di ‘transidentificazione proiettiva’.

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Qui, partendo dall’affermazione di Freud secondo cui “è assai interessante che l’Inc di una
persona possa reagire all’Inc di un’altra eludendo il C” (Freud, 1915, p. 78), e reinterpretando
le concettualizzazioni di Bion e Klein, egli ipotizza che “l’identificazione proiettiva
intersoggettiva costituisca l’operazione di una fantasia inconscia di identificazione proiettiva
intrapsichica onnipotente esclusivamente entro il mondo interno del soggetto che mette in atto
la proiezione – in aggiunta ad altri due processi: le modalità consce e/o preconsce
dell’induzione sensomotoria, che includerebbero gesti o tecniche (mentali, somatiche, verbali,
posturali o di priming) di segnalazione e/o evocazione o sollecitazione da parte del soggetto
proiettante, seguite dalla simulazione empatica spontanea nell’oggetto ricettivo dell’esperienza
del soggetto, nella quale l’oggetto ricettivo è già inerentemente ‘cablato’ per rispondere
empaticamente al soggetto sollecitante” (Grotstein, 2005, p. 2051, trad. it. p. 95).
Complessivamente, in modo analogo all’estensione da parte di Bion del concetto
kleiniano di identificazione proiettiva patologica nella sfera dell’identificazione proiettiva
comunicativa, Grotstein estende le concettualizzazioni di Bion, fra cui l’identificazione
proiettiva comunicativa, nella sfera intersoggettiva.
Un altro autore che si interessa alla dimensione intersoggettiva della comunicazione
inconscia è Lawrence Brown (2011). Egli compie un’integrazione dei contributi storici di
Freud, Klein e Bion per esplorare il modo in cui paziente ed analista insieme co-creino narrative
delle configurazioni inconsce, da utilizzarsi come strumenti per analizzare la storia traumatica
e psichica del paziente. Nel suo sistema sono di centrale importanza i sogni diurni e notturni.
Sia Grotstein (1999) che Brown (2011) affermano che il concetto di controtransfert è
stato fortunatamente trasformato in termini di intersoggettività, e Brown aggiunge: “Inoltre,
l’intersoggettività è un processo inconscio di comunicazione, ricettività, e costruzione di senso
che ha luogo all’interno di ciascun membro della diade, per portare un significato idiosincratico
nel campo emozionale condiviso che interagisce con un’analoga funzione nel partner” (Brown,
2011, p. 7; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.). Il concetto di campo analitico qui
usato da Brown ha la sua origine principale nel lavoro dei Baranger “La situazione analitica
come campo dinamico” (1961-1962). A causa del ritardo nella traduzione, questa innovazione
teorica fondamentale è rimasta a lungo sconosciuta alla maggior parte della comunità
psicoanalitica. I Baranger descrivono la fantasia inconscia della coppia analitica e sottolineano
il contributo di fenomeni di identificazione proiettiva ed introiettiva nella sua struttura.
Riguardo al concetto di una tale fantasia inconscia co-creata, essi sostengono: “È qualcosa che
si crea tra i due, all’interno dell’unità che essi costituiscono nel momento della seduta, e
differisce radicalmente da quello che ciascuno dei due è separatamente dall’altro… Definiamo
la fantasia in analisi come la struttura dinamica che, in ogni momento, dà un significato al
campo bipersonale” (ibid, trad. it. p. 39-40).

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III. B. Sviluppi specifici in Europa

III. Ba. L’intersoggettività nel controtransfert e nell’identificazione proiettiva


Una tendenza relazionale più specifica è identificabile nel significato allargato che
hanno acquisito nel corso dei decenni i concetti di controtransfert e di identificazione proiettiva.
A partire dall’importante articolo di Paula Heimann (Heimann, 1950), il controtransfert
non è stato più concepito soltanto come un ostacolo al processo analitico dovuto ai conflitti
inconsci dell’analista, bensì principalmente come uno strumento per comprendere i processi
mentali del paziente. Analogamente, l’identificazione proiettiva era stata originariamente
concepita come un’azione aggressiva per liberarsi di esperienze indesiderate, proiettandole in
un oggetto allo scopo di controllarlo dall’interno (Klein, 1946). Bion sviluppò il concetto di
identificazione proiettiva sottolineandone la qualità comunicativa. Egli compie una distinzione
fra l’identificazione proiettiva “normale” e quella “eccessiva”. “Devo supporre che ci sia un
grado normale di identificazione proiettiva… e che, associato all’identificazione introiettiva,
esso costituisca il fondamento sul quale poggia uno sviluppo normale” (Bion, 1959/1967, trad.
it. p. 114). Questo circolo virtuoso di identificazioni proiettive e introiettive può essere
disturbato sia dalla incapacità della madre a ricevere e comprendere le identificazioni proiettive
del bebè, sia dall’intolleranza della frustrazione o dall’invidia da parte di quest’ultimo.
Entrambi questi fattori possono condurre a identificazioni proiettive disperate ed “eccessive”
da parte del bebè. (Vedi la voce CONTENIMENTO: CONTENITORE/CONTENUTO).
In seguito a ciò, il concetto di identificazione proiettiva è stato prevalentemente usato
per riferirsi ad un particolare evento clinico di tipo interpersonale in cui il paziente espelle e
proietta parti del sé nell’analista, in modo tale da indurlo a partecipare al processo proiettivo:
è precisamente questa caratteristica – la partecipazione dell’analista con la propria soggettività
– ad essere portata in primo piano. In altre parole, mentre all’inizio il concetto di identificazione
proiettiva veniva concepito in una cornice psicologica ‘monopersonale’, col tempo il suo
significato è progressivamente entrato in una cornice più ‘bipersonale’. Questa è la ragione per
cui questo concetto ha ottenuto un grande successo anche fuori dell’ambiente kleiniano in cui
ha avuto origine.
Molto vicino alla modalità post-kleiniana di concepire l’identificazione proiettiva è il
concetto di responsività di ruolo, formulato nel 1976 da Joseph Sandler - un’importante figura
della tradizione di Anna Freud (Malberg & Raphael-Leff, 2012) - con lo scopo di mettere in
luce un tipo di comportamento dell’analista che può “[…] utilmente essere considerato un
compromesso tra le proprie tendenze o inclinazioni e la relazione di ruolo che inconsciamente
il paziente sta cercando di stabilire” (Sandler, 1976, trad. it. p. 196).
In aggiunta al significato allargato acquisito dal controtransfert e dall’identificazione
proiettiva, la svolta relazionale nella psicoanalisi europea è stata influenzata dalla psicoanalisi
relazionale nordamericana, in cui una combinazione di elementi provenienti dalla Psicologia
dell’Io, dalla Psicologia del Sé e dall’Interpersonalismo ha dato luogo a una serie di scuole di

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pensiero di natura relazionale con una varietà di nomi come ‘costruttivismo’,


‘intersoggettivismo’, ‘prospettiva postmoderna’ ecc.. Al crocevia di questi filoni concettuali e
clinici c’è il concetto di enactment (vedi la voce ENACTMENT) che va diffondendosi su
entrambi i lati dell’oceano Atlantico, sia negli Stati Uniti che in Europa (Bohleber e al., 2013).
Ciò che ha dato progressivamente un più specifico significato al termine
intersoggettività è stato il crescente valore dato alla nozione di soggetto nell’incontro clinico:
il ruolo dell’analista ha cominciato ad essere considerato in misura minore quello di un
osservatore neutrale ed oggettivo degli eventi analitici e di un oggetto neutrale dei fenomeni
transferali, e invece in misura maggiore quello di una persona che partecipa agli eventi
interattivi con le sue proprie caratteristiche, facendo uso della propria prospettiva soggettiva
per comprendere le dinamiche inconsce del paziente (Ponsi, 1997). La classica visione
unilaterale di un analista neutrale, solo occasionalmente influenzato da sgradite reazioni
controtransferali, è stata sostituita da una visione sfaccettata dell’esperienza dell’analista,
includendo la sua comprensione controtransferale alla forza originaria e modellante della sua
soggettività. Termini come soggettività o intersoggettività mettono in luce la novità ed l’unicità
dell’incontro analitico: lasciando sullo sfondo ciò che è predeterminato dai pattern transferali-
controtransferali, ciò che viene messo in evidenza è la potenzialità creativa dell’esperienza
analitica (Turillazzi Manfredi & Ponsi, 1999).

III. Bb. Intersoggettività ed Infant Research


Gli studi sviluppati nei campi dell’Infant Research e della Teoria dell’Attaccamento a
sostegno di una visione della personalità organizzata in termini di una matrice intersoggettiva
di ‘sé-con-l’altro’, che incorpora sia il mondo interno che quello esterno (Ammaniti & Trentini
2009, Cortina & Liotti 2010, Fonagy & Target 2007, Stern 1985), hanno contribuito a
rafforzare una cornice concettuale in cui l’interazione fra due soggetti è il requisito necessario
per lo sviluppo psichico e per la cura psicologica: c’è bisogno di un’altra persona, un caregiver
o un analista, per fare esperienza e sviluppare sé stesso o – detto con altre parole – per diventare
un soggetto.

III. Bc. Intersoggettività – Teoria del Campo


Uno dei maggiori rappresentanti della Teoria del Campo in Europa è Antonino Ferro,
che ha integrato la teoria del campo con una cornice concettuale bioniana. Nel lavoro di Ferro
con Roberto Basile (Ferro e Basile, 2008) il campo attualmente è visto come punto di incontro
dei molteplici personaggi del paziente e dell’analista, ciascun personaggio dotato di una sua
vita propria come su un palcoscenico. Le trasformazioni dei personaggi nelle narrative della
seduta sono intese come rappresentanti delle trasformazioni nel campo analitico. Ferro (2009)
e Giuseppe Civitarese (Civitarese 2008; Ferro e Civitarese 2013) sottolineano l’uso della
mente e del corpo dell’analista, in uno stato di rêverie, come guida ai processi inconsci nel
paziente e tra analista ed analizzando.

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Il concetto di Ferro di ‘campo bipersonale’ (Ferro, 1999), ossia di una struttura


risultante da una convergenza dei campi soggettivi di analista e paziente, rappresenta un modo
radicale di concepire l’intersoggettività. L’entità generata dall’interazione delle due
soggettività è qualcosa di nuovo, maggiore della somma dei due campi individuali sui quali
questa nuova struttura prende in qualche modo il sopravvento. “Nella misura in cui il campo
bipersonale appartiene al presente ‘qui ed ora’- messo in essere dai due soggetti coinvolti nel
percorso psicoanalitico - viene trascurata la dimensione temporale degli individui, delineando
una sorta di modellazione orizzontale dell’intersoggettività, una sorta di concezione orizzontale
dell’inconscio” (Bohleber 2013, p. 812; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.).

III. Bd. Intersoggettività – Soggettivazione, Intersoggettivazione


In una cornice differente, l’intersoggettività è concepita come un processo che si
verifica nel tempo. La dimensione temporale viene colta tramite il concetto di
‘soggettivazione’, termine introdotto nel 1991 da Raymond Cahn per riferirsi al processo di
diventare un soggetto: questo processo è per sua natura intersoggettivo a causa del ruolo
cruciale giocato dall’oggetto-ambiente fin dall’inizio (Cahn 1991, 1997, 2006). In anni recenti
questa terminologia – diventare un soggetto, soggettivazione, intersoggettivazione – ha avuto
una discreta fortuna, rimpiazzando l’espressione sviluppo del Sé in precedenza più comune
nella comunità psicoanalitica francese (Wainrib 2012) e in quella italiana (Bastianini 2014,
Ruggiero 2015).

III. Be. Intersoggettività – il Soggetto e la Persona


Gli usi differenti di termini derivati da ‘soggetto’, o costruiti su di esso, richiedono una
comprensione più dettagliata del suo significato. Questo è ciò che Stefano Bolognini afferma
quando mette in luce i significati differenti di ‘interpsichico’, ‘intersoggettivo’ e
‘interpersonale’.
Bolognini (2008; 2014a; 2014b; 2015a; 2015b; 2016) differenzia l’“interpsichico”
dall’“intersoggettivo” e l’“interpersonale”: questi tre concetti sono in alcuni casi sovrapposti e
interscambiabili, però nella sua prospettiva essi spesso differiscono l’uno dall’altro.
Egli descrive il “Soggetto” come un essere umano con un nucleo di contatto col Sé
sufficientemente coerente, capace di sperimentare le proprie emozioni con un buon senso di
continuità del Sé.
Vi può essere una percezione coesa e sufficientemente intensa del proprio Sé, anche se
il processo di separazione non è completato e i confini personali sono ancora scarsamente
definiti (per es., molti artisti sono fortemente soggettivi nonostante una bassa definizione –
almeno parzialmente – dei loro confini come persone).

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Una “Persona” è un essere umano con un’identità ben definita, con confini corporei e psichici
ben definiti nella sua rappresentazione di Sé, e con una distinzione psichica dall’altro
sufficientemente chiara.
Una parte rilevante della sua attività mentale ben differenziata può essere sviluppata a
un livello cosciente, ovviamente con i problemi e le difese che sono stati esplorati dalla
psicoanalisi; cionondimeno, una persona può essere definita come tale anche se ha un tenue
contatto con la propria soggettività, come viene descritto in molti casi patologici. A causa di
ciò, “essere un soggetto” non equivale sempre ad “essere una persona”, e viceversa: una
condizione non esclude l’altra, ma neppure la implica.
Nella prospettiva di Bolognini, l’Interpsichico è una modalità occasionale e naturale di
co-esperienza e collaborazione che connette due individui, e non una condizione strutturale e
stabile. Non implica necessariamente che sia presente una Persona o un Soggetto.
Come prototipo di ciò, quando una madre nutre al seno un neonato all’inizio non vi è
uno “status” personale dichiarato, bensì vi è una cooperazione naturale tra bocca e capezzolo
che permette alla madre e al bambino di “collaborare” (Segal, 1994) in un regime di buona
cooperazione fusionale. I due sono in grado di scambiare contenuti interni (sia fisici che
emotivi) attraverso i loro organi specifici, entrando ed uscendo dal mondo interno (Bolognini,
2008): queste relazioni corporee, inizialmente vissute con un basso livello di mentalizzazione
ma con un alto grado di imprinting, funzioneranno come successivi equivalenti intrapsichici
principalmente a un livello preconscio (come avviene, ad es., nella maggioranza dei casi nei
processi creativi); essi forse diventeranno anche coscienti e troveranno una piena
rappresentazione mentale, ma questo può anche non accadere.
Nello scambio interpsichico non vi è confusione: un’area di sensazioni, sentimenti e
pensieri, sia pre-soggettivi che co-soggettivi, può essere condivisa mantenendo al tempo stesso
e ad altri livelli - con continuità non dissociata - modalità individuali di funzionamento psichico
caratterizzate da una condizione di separatezza sufficientemente buona, che non ha bisogno di
essere costantemente valutata (Guss Teicholz, 1999).

III. C. L’intersoggettività nella psicoanalisi francofona: Europa e Nord America

III. Ca. Introduzione


La tradizione psicoanalitica francese non è monolitica. Tuttavia, anche se gli
psicoanalisti francesi hanno svariate linee di affiliazione psicoanalitica, è nondimeno possibile
identificare alcuni fattori che hanno dato forma alla specificità della psicoanalisi postfreudiana
francese. Fra di essi, la relazione con gli scritti di Freud, la traduzione francese di Freud,
l’influenza di Lacan, la relazione fra psicoanalisi e psicologia, l’enfasi sul linguaggio, appaiono
particolarmente importanti per comprendere le reazioni all’orientamento intersoggettivista
statunitense nella psicoanalisi francese. Questi fattori sono interrelati e si rinforzano

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reciprocamente. Inoltre, come in ogni altro paese, tali fattori sono essi stessi determinati da
altre condizioni sociologiche e culturali. Tradizioni politiche, leggi – incluso il diritto di
famiglia - modalità genitoriali, ruoli e relazioni di genere, status economico e sociale dei
pazienti e dei professionisti della psicoanalisi, così come la didattica e gli ambiti del training
psicoanalitico, contribuiscono anch’essi a portare in primo piano alcuni concetti o elementi che
divengono centrali in una data cultura psicoanalitica. Questi fattori possono bene aver giocato
un ruolo significativo nella ricezione dell’orientamento intersoggettivo americano nella
psicoanalisi francese.
Le influenze filosofiche, le condizioni culturali e le differenti traduzioni dell’opera di
Freud che hanno dato forma alla psicoanalisi nei paesi francofoni sono differenti da quelli che
hanno definito le condizioni in cui la psicoanalisi si è sviluppata nei paesi anglofoni. Secondo
l’opinione di molti psicoanalisti francesi, la traduzione in inglese degli scritti di Freud ha
giocato un ruolo nel portare la psicoanalisi in una posizione più vicina alla psicologia e alle
scienze cognitive (Tessier, 2005). Le traduzioni in francese sono state meno uniformi - fino a
che Laplanche ha intrapreso la pubblicazione delle OCFP negli anni Ottanta (Laplanche,
1989a) - ma hanno contribuito notevolmente allo sviluppo di direzioni specifiche tramite scelte
lessicali e semantiche. Per esempio la parola tedesca Seele, tradotta con “Mind” in inglese, è
stata tradotta con “Psyché” in francese: Laplanche ha contestato la scelta insistendo che si
usasse la parola ȃme (anima), il che cambia il contesto filosofico in cui collocare la lettura del
testo freudiano. La parola “Vorstellung” [rappresentazione] è tradotta in inglese con “idea”,
che è la traduzione consueta ma è molto differente dalla traduzione francese, che è
“représentation”. Un altro esempio sarebbe Verdrängung [rimozione], in inglese “repression”
e in francese “refoulement”. Si può notare la connotazione sociale, ed anche penale, della parola
repression, e la metafora idraulica della traduzione francese. In linea con quanto sopra, i
francesi notano anche che nella psicoanalisi anglofona, con l’eccezione della psicologia dell’Io,
splitting [scissione] ha sostituito repression nella descrizione del funzionamento psichico
(Tessier, 2005), cosa che non accade nella psicoanalisi francese.
Nel contesto delle differenze rispetto agli scritti di Freud, nella psicoanalisi francese è
sottolineata l’importanza del linguaggio, della rappresentazione e della rappresentabilità, e
quanto tutto ciò implica per la comprensione della sessualità, delle pulsioni e dell’inconscio.
Elaborando la metapsicologia freudiana dell’inconscio dinamico, della sessualità infantile e
della teoria pulsionale (Freud 1900, 1905, 1914, 1915), la psicoanalisi intersoggettivista
francese esplora la dimensione dell’alterità nel mondo interno e in quello esterno, dimensione
che sta al centro dell’esistenza, ed espande il concetto di nachträglichkeit o après-coup.
Laddove in generale la teorizzazione psicoanalitica francese contemporanea postula l’intimo
legame fra l’inconscio e la pulsione, un tema importante è l’esame approfondito della
“costruzione” della pulsione a partire dai riflessi fisiologici di base. La pulsione viene
considerata mutevole, in continua transizione, proliferante in ogni attività mentale, e creata di
nuovo in certe esperienze intersoggettive.

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Nel complesso, le caratteristiche distintive della psicoanalisi francese includono: 1. Il


riconoscimento dell’utilità della teoria topografica (Lacan, 1966) e una specifica lettura della
teoria strutturale (Green, 2002); 2. L’applicazione di cambiamenti tecnici nel trattamento di
pazienti non-nevrotici, specialmente nella gestione del transfert (l’autre semblable/ l’altro
simile di Green, in: Green, 2002) e del controtransfert (Faimberg, 2005); 3. Lo studio della
maniera in cui i traumi preverbali sono inscritti ma non rappresentati nella psiche, e
l’applicazione di nuove tecniche necessarie ad incorporarli nel trattamento analitico (Green,
2002, 2004); 4. Il focus sul lavoro con la rappresentazione, la simbolizzazione, e sulla
progressione dal registro dell’azione al registro di pensiero. 5) Una definizione differente
dell’Io (le moi) che è soggettivo, un Sé piuttosto che l’istanza difensiva della Psicologia dell’Io.
In questo contesto, a tutto ciò che è Io si presta ascolto come a qualcosa che emerge
dall’inconscio. È assente l’idea di una sfera libera dal conflitto. Il moi è composto anche di
oggetti e di oggetti parziali inconsci. 6. La posizione dell’analista implica un’accurata
attenzione per la reazione del paziente alla distanza. Vi è una consapevolezza dell’analista
come oggetto collegato inconsciamente al soggetto. L’asimmetria viene rigorosamente
mantenuta. 7. Il riconoscimento della stretta connessione fra la pulsione e l’oggetto, per cui
l’oggetto è inteso come il rivelatore della pulsione (Green 2002). Nell’intrecciarsi della
connessione tra oggetto e pulsione, l’analisi include – come propria funzione - il recupero
dell’Eros (vita, amore) e della Sessualità.

III. Cb. Rilevanza intersoggettiva della ‘Terza Topografia’/ ‘Terzo Modello’


I francesi (Brusset, 2005, 2006) hanno adottato il termine “La Troisième Topique”/
‘Terza Topica’ - anche conosciuta come ‘ Terzo Modello’ (vedi la voce TEORIA DELLE
RELAZIONI OGGETTUALI) - per assemblare retrospettivamente sotto un unico vertice
metapsicologico il lavoro di una quantità di autori postfreudiani che hanno aggiunto la
relazione coi caretaker primari come prerequisito per la costruzione di un apparato psichico
capace di operare in accordo con uno o l’altro dei due modelli freudiani dell’apparato psichico:
il primo dei quali (Freud, 1899) è il modello topografico che si riferisce alla divisione fra il
sistema coscio, inconscio e preconscio, ciascuno con le sue regole separate di funzionamento;
mentre il secondo (Freud, 1922) è il Modello Strutturale, che divide l’apparato psichico in Es,
Io e Superio. Gli analisti francofoni nordamericani includono in questo gruppo anche due autori
anglofoni: Winnicott e Loewald.
La ‘Terza Topica’/ ‘Terzo Modello’ postula che nello sviluppo umano la mente
bipersonale preceda quella della autonomia psichica monopersonale di pulsioni, difese e
fantasie intrapsichiche descritta da Freud. Mentre il primo e il secondo modello sono stati usati
per descrivere la malattia nevrotica come una mente in lotta con sé stessa, il “terzo modello”
descrive una condizione nella preistoria dell’individuo in cui la mente non è sempre capace di
funzionare all’interno del proprio ambito di rappresentazioni e capace di valutarle come tali.
Per cominciare, il fatto che la mente non sia sopraffatta da eccitamenti interni ed esterni
dipende dal nebenmensch (Freud, 1895), l’altro prossimo. La modulazione della stimolazione
da parte del caretaker, assumendo la funzione di barriera antistimolo, permette gradualmente

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al bambino di riconoscere gli impulsi libidici ed aggressivi come parti non traumatiche di sé
stesso. Perciò, il terzo modello descrive un tempo nella vita di ogni individuo che precede le
fasi di sviluppo a cui applicano gli altri due modelli. Dal punto di vista teorico il terzo modello
è stato scoperto per ultimo, ma descrive una situazione che è la prima nella vita di un individuo.
Dal punto di vista del soggetto inconscio, si può dire che gli individui nello spettro
normale-nevrotico hanno una vita “interna”, mentre i borderline e gli psicotici non vivono le
loro pulsioni e le loro fantasie come esperienze interne. Al fine di passare dal pensiero del
processo primario - in cui i desideri sono percepiti come appagati - a una condizione in cui i
desideri possano essere sperimentati in uno spazio transizionale fra verità e non verità, fra realtà
e fantasia, vi è bisogno dell’intervento di un genitore sufficientemente buono come protesi e
contenitore temporaneo. Secondo il ‘terzo modello’, ciascun essere umano inizia la vita in una
condizione di elaborazione psichica bipersonale in cui neonato e ambiente costituiscono
insieme un’unità operativa, e soltanto col tempo e con un considerevole lavoro psichico -
perlopiù inconscio - da entrambe le parti si stabilisce una relativa autonomia intrapsichica
monopersonale. Quest’ultimo risultato è considerato uno sviluppo universale ideale, non
raggiunto da tutte le persone perlopiù a causa di carenze nell’incontro bipersonale primario.
Per questi autori che retrospettivamente vengono fatti rientrare nel ‘terzo modello’, la mente
monopersonale è un punto di arrivo fluttuante, che può andare perduto a causa di stress interni
o esterni.
In modo pressoché simultaneo, ma indipendentemente l’uno dall’altro, Jacques Lacan
e Donald Winnicott formularono il dilemma umano primario: per diventare soggetto, ogni
essere umano deve passare attraverso un altro soggetto, che è l’altro reale, individuale e
conflittuale. Entrambi questi autori hanno scritto riguardo alla funzione specchio dell’oggetto:
per Winnicott (1967) si tratta dell’opportunità di vedersi restituire l’immagine del proprio
‘vero’ Sé’, mentre per Lacan (1949; 1966) questo rispecchiamento è l’inizio di un’alienazione
che dura tutta la vita, in cui l’Io, bramando di essere l’oggetto del desiderio dell’altro, assume
altre forme per essere sé stesso.
Un’ex discepola di Lacan, Piera Aulagnier (1975) ha approfondito la comprensione
del ruolo interiore del caretaker primario nell’attività di rappresentazione del neonato. Essa ha
mostrato come per l’infans vi sia un’inevitabile ‘violenza dell’anticipazione’ nell’‘ombra
parlata’ del discorso materno. Scrive: “È dunque il discorso materno l’agente e il responsabile
dell’effetto di anticipazione imposto al neonato dal quale ci si aspetta una risposta che non è in
grado di dare, ed è sempre questo discorso che illustra … il concetto di ‘violenza primaria’”
(1975, trad. it. p. 68). Inoltre, Aulagnier ha sottolineato la natura a posteriori della
nominazione degli affetti (a posteriori perché avviene dopo che la madre ha osservato la
risposta del bambino e prima che il bambino sappia egli stesso come parlarne), la quale,
definendo la relazione del bambino con gli altri investiti da lui, “identifica e costituisce l’Io”
(ibid., trad. it. p. 194).

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Anche per Winnicott l’oggetto - che è un soggetto di per sé conflittuale - gioca un ruolo
essenziale nella nascita di un apparato psichico funzionante, capace di distinguere tra fantasia
e percezione. L’oggetto opera questa trasformazione e costruzione attraverso due principali tipi
di interazione col neonato. Innanzitutto vi è il “trovato-creato” dell’offerta materna
sincronizzata empaticamente, che si manifesta proprio quando il bebè ne ha bisogno. In
secondo luogo, la ‘sopravvivenza dell’oggetto’ all’essere ‘usato’ come oggetto delle pulsioni
aiuta il bebè a differenziare i suoi desideri dalla realtà esterna. Winnicott (1960 b, trad. it. p.
179) afferma che per il neonato gli impulsi e gli affetti istintivi sono estranei all’Io come un
colpo di tuono. È attraverso una riuscita negoziazione fra le due categorie di interazione del
‘creato-trovato’ e dell’‘uso dell’oggetto’ (1953, 1969) che il bambino gradualmente
soggettivizza la pulsione e la distingue dalle forze ambientali. Perciò si può affermare che il
carattere particolare dell’“incontro” fra la spinta spontanea del bambino verso l’oggetto e la
“risposta” del genitore plasmi letteralmente l’esperienza intrapsichica del soggetto. Prima che
la pulsione possa essere sentita come parte di sé, essa deve compiere un giro attraverso la
risposta esterna dell’altro; in tal modo per Winnicott la pulsione è essenzialmente “costruita”
nella relazione con l’altro, piuttosto che essere semplicemente “innata”.
Nella prospettiva di André Green (1997), la pulsione è la matrice del soggetto e, come
nella teoria freudiana, l’Io nasce dall’interazione/scontro fra le pulsioni e il mondo esterno.
Green ha aggiunto al concetto winnicottiano di ‘presenza (materna) ottimale’ la propria
concettualizzazione di ‘assenza ottimale’, la quale promuoverebbe i processi di
simbolizzazione e rappresentazione. (Più oltre verrà specificata la concezione di Green
riguardo alla dialettica fra intrapsichico e intersoggettivo).
L’ambiziosa riformulazione attuata da Jean Laplanche (1987) dei ‘fondamenti della
psicoanalisi’ offre un’altra prospettiva riguardo alla relazione fra oggetto e pulsione. Laplanche
(1997a) critica il carattere ‘tolemaico’ della visione freudiana, che collocava la psiche
individuale al centro del suo destino. Piuttosto, Laplanche afferma che la ‘situazione
antropologica’ fondamentale della prima infanzia è completamente decentrata a causa della
‘priorità dell’altro’, rendendo in tal modo ‘copernicano’ il bambino nella sua rivoluzione
intorno all’adulto. La drastica asimmetria tra adulto e neonato evidenziata da Laplanche, che
causa enormi conseguenze per la struttura psichica del neonato, è costituita dal fatto che
l’adulto è un essere sessuale, parlante e con un inconscio, laddove il bebè non è né sessuale, né
capace di parlare, e non è ancora internamente diviso. Ciò che è a malapena intuito dall’adulto
è l’innesco della sua sessualità infantile inconscia nell’intimità primaria col corpo del neonato.
Questa sessualità inconscia “contamina” gli scambi intimi col neonato nella forma di
“messaggi enigmatici” che il bebè non è in grado di decodificare - in quanto gli mancano gli
strumenti cognitivi, emotivi o corporei - e che creano una fantasia pulsionale e inconscia nella
forma di una “pressione interna verso la traduzione”. Per Laplanche questa sessualità infantile,
enigmatica per natura, non è innata bensì è un impianto da parte dell’altro reale, sebbene la
realtà che conta – in una derivazione ed una rielaborazione altamente critica di Lacan – sia la
realtà del “messaggio”, una terza realtà che Laplanche aggiunge alle realtà psichica e materiale
cui si è riferito Freud. Perciò per Laplanche la sessualità umana – che egli intende come
sessualità mediata dalla fantasia – proviene dall’altro ed è ‘altra’, alienata e straniera all’Io.

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(L’approccio metapsicologico all’intersoggettività da parte di Laplanche sarà specificato più


oltre).

Negli Stati Uniti anche Loewald - di recente aggiunto al gruppo dagli analisti canadesi
francofoni (vedi la voce TEORIA DELLE RELAZIONI OGGETTUALI) e, in tal gruppo,
unico autore analitico non francofono oltre a Winnicott - ha rifiutato l’indipendenza delle
relazioni oggettuali e delle pulsioni in una ‘revisione del concetto stesso di istinto’ (1972). Egli
sostiene che le pulsioni istintuali, intese come forze psichiche, piuttosto che come dati
costituzionali o innati debbano essere concettualizzate come qualcosa che si organizza
attraverso le interazioni del primitivo campo psichico unitario madre-bambino. Nel suo porre
in rilievo il concetto freudiano del ‘legare’, Loewald vi comprende le implicazioni relazionali
che non sono evidenti in Freud, nel cui pensiero si potrebbe intendere che la fusione e la
defusione, il legare e lo slegare si verifichino in un vuoto senza oggetto. Loewald pensa che
per legare gli istinti ci sia bisogno della ‘mediazione’ dell’oggetto, sia ai fini del loro
‘addomesticamento’ che della loro rappresentazione. Sebbene Loewald utilizzi la traduzione
di Strachey di ‘trieb’ con ‘istinto’, gli analisti francofoni nordamericani contemporanei
considerano il suo pensiero coerente con i contributi della terza topica/terzo modello, come è
illustrato dalla seguente citazione:
“Tutto ciò che possiamo chiamare pulsioni istintuali, in quanto forze psichiche, sorge e
viene organizzato innanzitutto nella matrice del campo psichico unitario madre-bambino, dal
quale campo, attraverso multiformi processi interazionali, la psiche infantile gradualmente si
stacca divenendo un centro relativamente più autonomo di attività psichica. In questa
prospettiva le pulsioni istintuali nella loro forma originaria non sono forze immanenti in una
psiche primitiva autonoma e separata, bensì sono le risultanti di tensioni nella matrice psichica
madre-bambino e, successivamente, fra la psiche infantile immatura e la madre. Gli istinti, in
altre parole, devono essere visti come fenomeni relazionali fin dall’inizio, e non come forze
autonome in cerca di scarica, intendendo quest’ultima nel senso nel senso di un qualche tipo di
svuotamento di un potenziale di energia in un sistema chiuso o fuori di esso” (Loewald 1972,
p. 242; citazione tradotta per questa edizione, N.d.T.).

III. Cc. Prospettiva dal Canada francofono: orientamenti connessi alla ricezione della
ricezione dell’orientamento intersoggettivo statunitense.
La ricezione dell’orientamento intersoggettivo statunitense nella psicoanalisi francese
è inseparabile dal dibattito in corso fra la psicoanalisi francofona da una parte e quella
statunitense dall’altro, includendo in quest’ultima almeno parzialmente anche la psicoanalisi
di orientamento anglofono ovunque nel mondo. Gli analisti francesi considerano la scuola
psicoanalitica britannica come un ponte fra la psicoanalisi statunitense e quella francese. Ciò
divenne più evidente quando Winnicott e Bion divennero riferimenti significativi negli scritti
di importanti psicoanalisti francesi.

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Complessivamente vi sono tre approcci all’intersoggettività nella psicoanalisi francese,


che riflettono tendenze differenti nella ricezione degli orientamenti intersoggettivi statunitensi
(soprattutto la Psicologia del Sé e la Psicoanalisi Relazionale): 1) un rifiuto generale del
paradigma interpersonale/relazionale in psicoanalisi, fondato soprattutto nel pensiero di Lacan;
2) un approccio metapsicologico alla situaz