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Unum multiplex. Chiara Lubich e la politica internazionale

Article · August 2020

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Pasquale Ferrara
LUISS Guido Carli, Libera Università Internazionale degli Studi Sociali
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focus. chiara lubich

Unum multiplex
Chiara Lubich e la politica
internazionale

Pasquale
tre guerre
Ferrara
ambasciatore. Non è casuale che l’esistenza di Chiara Lubich sia
docente stata marcata da almeno tre guerre di portata storica
di relazioni che hanno contraddistinto il «secolo breve» (ricompre-
internazionali
so, seguendo Eric Hobsbawm, tra il 1914 e il 1991)1. E
all’istituto
universitario dunque la trama connettiva che ella ha tenacemente in-
sophia di loppiano tessuto si può definire – anche nell’ottica della politica
(figline - incisa mondiale – come decisamente anti-ciclica.
in val d’arno, Chiara nasce nel 1920, l’anno successivo alla firma
firenze)
del Trattato di Versailles, che ambì, senza successo,
e di diplomazia
alla luiss (roma). a instaurare un nuovo corso nelle relazioni interna-
zionali a conclusione della Prima guerra mondiale (la
“Grande guerra”), evento tragico che sconvolse per
sempre la coscienza condivisa, la cultura popolare e
il contesto politico internazionale. La Grande guerra
travolse quattro imperi (germanico, austro-ungarico,
russo, ottomano), mise in questione il colonialismo
europeo, aprendo la strada alle giuste rivendicazioni
nazionali, e fornì il primo drammatico esempio di un
conflitto “totale”. L’illusione di una riconfigurazione
pacifica dei rapporti internazionali non solo non trovò
riscontro nella storia dei successivi due decenni, con il
sostanziale fallimento politico della Società delle na-
zioni, ma un’effimera “pace” mal congegnata e basata

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molto più sulla punizione che sulla riconciliazione, più sulla preservazio-
ne della sovranità degli Stati che sul rispetto delle regole comuni finì per
alimentare un incendio ancor più vasto.
La Seconda guerra mondiale non è direttamente riconducibile all’asset-
to di Versailles, perché essa fu un portato dell’autoritarismo, dell’espan-
sionismo e del militarismo; cionondimeno, le incongruenze che esso con-
teneva, denunciate da John Maynard Keynes2, contribuirono al precipitare
dell’Europa verso il baratro di un nuovo conflitto generalizzato, ancora più
fratricida e ancora più globale di quello che lo aveva preceduto. Sono gli
anni in cui, in uno degli snodi strategici tra l’Europa meridionale e l’Europa
centrale, la città di Trento, la guerra si manifesta con il suo fuoco e le sue
fiamme, con la sua triste contabilità di vittime civili, causate da bombarda-
menti distruttivi e tutt’altro che “chirurgici”. Fu in quel contesto che nacque
l’ispirazione iniziale di Chiara Lubich, quel carisma che, in modo contro-in-
tuitivo, poneva alla società del dopoguerra l’obiettivo, a dir poco ambizioso,
di una configurazione unitaria del mondo, di una comunità di popoli, più
che di una società di nazioni. Alla ricostruzione fisica corrispondeva, nella
visione della Lubich, una ben più strutturale ricostruzione relazionale che
abbracciasse non solo l’Europa ma la compagine mondiale. Una prospet-
tiva che in qualche modo intercettava, sul piano non solo spirituale ma an-
che politico-istituzionale, il disegno di una sicurezza collettiva e condivisa
concretizzatosi con la Carta di San Francisco del 26 giugno 1945 e la svolta
storica verso la creazione di una comunità europea, al riparo tuttavia da
ogni accento euro-centrico ed esclusivista, con la Dichiarazione Schuman
del 9 maggio 1950.
La terza guerra che segna l’esistenza della Lubich è la guerra fredda, il
confronto globale tra la potenza capitalista (Stati Uniti) e quella comunista
(Unione Sovietica) con le conseguenze che esso ebbe in ampie aree del
mondo, a cominciare proprio dalla nuova frattura Est-Ovest che inflisse ad
un’Europa già ferita e contesa dai due centri di influenza. Eventi cruciali,
direttamente o indirettamente connessi alla guerra fredda, come la guerra
di Corea del 1950, la guerra del Vietnam dal 1955 al 1975, la repressione
sovietica della rivoluzione ungherese nel 1956, la costruzione del Muro di
Berlino nel 1961, la crisi dei Missili di Cuba del 1962, la Primavera di Praga

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del 1968 e l’occasione perduta di un nuovo ordine internazionale dopo l’ab-


battimento del Muro (1989) con le guerre occidentali nel Golfo del 1991 e
del 2003 e la reazione (bellica) americana agli attentati dell’11 settembre
2001, hanno segnato profondamente la lettura che Chiara Lubich ha pro-
posto dell’impegno etico, sociale, civile, politico connesso alla spiritualità
dell’unità. Senza dimenticare, ovviamente, l’impatto, sull’altissima sensibi-
lità di Chiara Lubich per la pace in Terra Santa, dei conflitti mediorientali
del 1948, del 1956, del 1973, compresi gli interventi militari israeliani nel
Libano meridionale nel 1982 e nel 2006.

il mosaico e l’arcobaleno

Chiara Lubich, dunque, vive, interpreta e concettualizza all’interno della


sua visione carismatica le trasformazioni epocali che hanno caratterizzato
il XX secolo e l’inizio del terzo millennio. Il grande affresco che ne deriva
contiene al contempo una dimensione tragica e la precisa percezione di un
senso di marcia della storia verso l’unità del mondo3.
È una prospettiva pragmatico-teleologica, nel senso che le pratiche po-
litiche sono interpretate alla luce di un fine unitario. Le piste proposte ri-
guardano le questioni legate al ruolo della politica nella società complessa,
alla tensione/complementarietà tra dimensione locale e dimensione glo-
bale, alla crisi della democrazia rappresentativa nelle società occidentali,
ai nuovi modelli alternativi di organizzazione politica in diverse aree del
mondo, ai fenomeni di integrazione o frammentazione4, alla prospettiva
transnazionale e alla ri-concettualizzazione o superamento della sovranità.
Il problema dell’unità declinata in senso politico e cooperativo (basti
pensare alle Nazioni unite) è divenuto centrale nella riflessione e nella pra-
tica internazionalistica.
Nella dimensione politico-istituzionale, l’unità “internazionalistica” si
articola in primo luogo a partire dall’idea liberale dell’interdipendenza, che
tende a sostituire l’interesse al potere come determinante della politica in-
ternazionale. Una seconda e più impegnativa forma politica sottesa alla
nozione internazionalistica di unità è quella dell’integrazione, che differi-

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sce dall’interdipendenza in quanto si fonda sull’idea della condivisione di


alcuni aspetti della sovranità in settori specifici, specie economico-com-
merciali (il mercato unico), finanziari (la moneta unica) e di regolazione.
Sullo sfondo di queste grandi direttrici storiche e politiche, Chiara Lu-
bich, più che proporre una riflessione politologica in senso stretto (benché
non manchino gli spunti teorici, come nel caso della nuova comprensione
della fraternità accanto e in correlazione con le altre due idee fondative
della modernità politica, vale a dire la libertà e l’uguaglianza), mette piut-
tosto l’accento, sia pure in modo non esclusivo, sui “processi” politici, e in
particolare sugli aspetti istituzionali, partecipativi, relazionali della politica
internazionale. D’altra parte, come scrive Francesco, «si tratta di generare
processi più che dominare spazi» (Amoris laetitia, 261).
La nozione di unità che emerge nella visione di Chiara Lubich consiste,
più che nella ricerca di soluzioni unificanti in senso strettamente politi-
co-istituzionale (pure possibili), nell’ipotesi di una convergenza globale su
obiettivi comuni, fondata sul mutuo riconoscimento e la reciproca acco-
glienza delle identità, secondo l’immagine pregnante del “mosaico” piut-
tosto che quella della “fusione”. Una visione che relativizza la narrazione
imperante della globalizzazione, della presunta «piattezza» del mondo
(Thomas Friedman5) e della «fine della storia» (Francis Fukuyama6), per
far spazio, invece, a una magnifica rainbow nation planetaria, un mondo-ar-
cobaleno. Per Chiara Lubich, l’impegno per l’unità abbraccia l’intera umani-
tà con le sue culture, le sue mille e una identità, le sue strutture complesse,
il pluralismo delle sue istituzioni, le sue centinaia di modelli politici, econo-
mici, sociali7. «Sogno un avvicinamento ed un arricchimento reciproco fra
le varie culture nel mondo, sicché diano origine ad una cultura mondiale
che porti in primo piano quei valori che sono sempre stati la vera ricchezza
dei singoli popoli e che questi s’impongano come saggezza globale»8, af-
ferma Chiara Lubich in un bellissimo scritto che, pur in circostanze e con-
testo diversi, riecheggia un altro famoso intervento di straordinario profilo,
con un incipit simile: «I have a dream», di Martin Luther King jr9. L’unità mon-
diale, semmai dovesse assumere caratteri politici, non potrebbe costituirsi
davvero se non nella previa maturazione di una cultura mondiale (integra-
tiva, non sincretica), nella fioritura delle diversità e in un pluralismo che

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dovrebbe essere iscritto nello statuto stesso di un’eventuale governance


comune10. L’autorità mondiale potrebbe essere unitaria, ma solo a condi-
zione che essa contempli forme paritarie di rotazione e avvicendamento
nel suo esercizio: «Sogno un mondo unito nella varietà delle genti che si
riconoscano tutte nell’alternanza di una sola autorità»11.

una “geometria politica” rovesciata

Su questo stesso registro, è fondamentale, per la comprensione della


visione internazionalistica o mondialista di Chiara Lubich, la sua dedizio-
ne al popolo Bangwa, in Camerun, la quale va ben oltre la logica dell’aiuto
allo sviluppo in una pur commendevole attenzione al Sud del mondo. Il suo
impegno per la sopravvivenza e la prosperità di questa remota tribù, di cui
diverrà, negli anni, una delle figure più onorate, è emblematica della vo-
lontà di operare un’inversione delle asimmetrie concettuali, prima ancora
che politiche, che dominano il mondo contemporaneo. La perifericità geo-
grafica del villaggio di Fontem contrasta con la centralità che esso assume
nel discorso “politico” della Lubich, quasi a configurare un capovolgimento
della polarità centro-periferia nel sistema-mondo12 e prefigurando la va-
lenza paradigmatica che la nozione stessa di periferia assumerà nella vi-
sione di papa Francesco, che non a caso, nel suo primo viaggio africano (in
Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana, nel novembre del 2015), aprì
la Porta Santa nel cuore del continente, a Bangui, anticipando in tal modo
l’inizio ufficiale del Giubileo in San Pietro.
Nella nuova “geometria politica” delle relazioni internazionali è ne-
cessario «rileggere il senso della reciprocità»:

Reciprocità tra i popoli significherà allora superamento di antiche


e nuove logiche di schieramento e di profitto, stabilendo invece re-
lazioni con tutti ispirate all’iniziativa senza condizioni e interessi,
perché si guarda all’“altro” come ad un altro sé stesso, parte della
stessa umanità, e in questa linea si progetta: disarmo, sviluppo, co-
operazione. Nascerà una reciprocità in grado di rendere ogni popo-
lo, anche il più povero, protagonista della vita internazionale, nella

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condivisione di povertà e ricchezza. Non soltanto nelle emergenze,


ma nella quotidianità. Identità e potenzialità saranno sviluppate
proprio col metterle a disposizione degli altri popoli, nel rispetto e
nello scambio reciproco13.

In questa chiave, va ricordato come, ben prima che si diffondesse il


tema controverso e sostanzialmente infondato dello «scontro di civiltà»
(Samuel Huntington14), Chiara Lubich si sia molto precocemente dedicata,
con più intensità a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, a coltivare
una relazione fraterna, sincera, aperta e ad un ascolto rispettoso non solo
con le diverse denominazioni cristiane (dialogo ecumenico), ma anche con
i credenti delle grandi religioni del mondo (dialogo interreligioso): islam,
ebraismo, buddismo, induismo e religioni tradizionali, senza dimenticare le
persone con diverse convinzioni etiche e umanistiche15. Un tema, quest’ul-
timo, che acquisisce sempre maggiore rilevanza alla luce del ruolo che le
religioni assumono anche per l’assetto internazionale.

la patria altrui

Il discorso pronunciato nell’estate del 1959 a Fiera di Primiero, in pre-


senza di partecipanti di ventisette nazioni, è fondativo della visione inter-
nazionalistica di Chiara Lubich. A dispetto di un’impostazione che risen-
te, comprensibilmente, del contesto storico “tridentino” (con gli accenti
riservati ai «popoli cristiani»), l’intervento pone questioni che diverranno
ricorrenti nell’evoluzione della narrativa della Lubich sulle finalità stesse
delle relazioni internazionali. In primo luogo, la richiesta, direi decisamen-
te post-westphaliana (e dunque post-sovranista e post-nazionale), di «sa-
per immolare» l’«io collettivo» nazionale per propiziare «la via dell’unità,
dell’abbraccio universale degli uomini». In un’età di nazionalismi riemer-
genti e di identità esclusiviste, è una domanda forse impolitica, ma perfet-
tamente plausibile e coerente. In effetti, gli Stati (e i popoli) non coltivano
costantemente un animus dominandi. Gli stessi scopi della politica estera,
inoltre, possono configurarsi, oltre che in termini aggressivi di auto-accre-

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scimento (self-expansion) o difensivi di auto-conservazione (self-preserva-


tion), in quelli altruistici dell’auto-abnegazione (self-abnegation)16. Benché
questa attitudine possa essere ritenuta utopica e persino dannosa per l’in-
teresse nazionale nel senso più nobile del termine, nella realtà internazio-
nale, nelle sue varie declinazioni, è meno infrequente di quanto si pensi.
Assegnare un valore prevalente alla causa della pace e astenersi dal ricor-
so alla violenza per la risoluzione delle controversie è una posizione perfet-
tamente difendibile come possibile articolazione di politica estera. Le limi-
tazioni della sovranità accettate nei processi multilaterali o di integrazione
politico-istituzionale ed economica rispondono anch’esse a questa logica
oblativa, che privilegia il consenso rispetto all’egemonia.
A questo riguardo, l’istituzionalismo liberale distingue tra “guadagni
assoluti” e “guadagni relativi”: nel primo caso prevale l’interesse della so-
cietà internazionale nel suo insieme, nel secondo caso, invece, un attore
internazionale punta al miglioramento esclusivo della propria posizione
relativa rispetto ad altri attori. Infine, gli attori possono essere interessati
a una logica negoziale “distributiva” (chi vince e chi perde) oppure a un
risultato “integrativo” (vincono tutti, anche se in misura diversa).
Più in generale, nella teoria politica realista gli Stati si concepiscono
come “universali particolari” (e il loro rapporto è tra «artifici politici sovra-
ni che si riconoscono l’un l’altro come tali»17), ma nella visione normativa
e pragmatica dell’unità gli Stati sono, nei fatti, “particolari nell’universale”.
Un «unum multiplex».
Questo consente il passo successivo, evocato nel discorso di Fiera di
Primiero. In una sovranità relativizzata, si possono infatti esaminare le
molteplici implicazioni del motto, così caro a Chiara Lubich, dell’«amare
la patria altrui come la propria»18. È una formula apparentemente sempli-
ce, ma essa cela molteplici rotture e altrettante aperture. Anzitutto, in una
lettura critica della politica mondiale, essa opera una sostituzione degli
schemi del potere, dell’interesse o dell’identità con quello dell’àgape. Ciò
introduce un radicale cambiamento di registro analitico nella concezione
normativa e nell’interpretazione delle relazioni internazionali. Sia pure in
modo implicito, viene anche messo in rilievo il valore intrinseco delle diver-
se patrie altrui, che corrisponde a un riconoscimento della pari dignità delle

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molteplici identità. Allo stesso tempo, si assumono come premessa il forte


radicamento e il senso di appartenenza delle persone alla “propria” patria,
cioè al proprio orizzonte di riferimento più immediato nella comunità poli-
tica. Infine, la formula sottolinea la continuità tra le dimensioni relaziona-
li, stabilendo in sostanza una linea di continuità tra i comportamenti etici
personali e l’eticità nei rapporti tra entità sociali e politiche. L’espressione
«amare la patria altrui come la propria» si colloca come ponte all’incrocio
tra l’esperienza privata e la dimensione politica, in uno spazio “pubblico”
che connette i due ambiti. Più radicalmente, essa opera il superamento
delle chiusure spesso giustificate sulla base di un errato concetto esclusivo
di lealtà nazionale, senza peraltro implicare uno sradicamento fenomeno-
logico o la diluizione dell’identità in un orizzonte cosmopolitico indefinito19.
In terzo luogo, nel discorso del 1959 emerge una lettura critica della
storia ufficiale, che, in ipotesi, sarebbe costellata di conflitti più o meno
giustificati e giustificabili, mentre in realtà la storia stessa è «una sequela
di lotte fratricide fra popoli fratelli»20; perciò è necessario «allontanare la
terribile sciagura della guerra con la quale tutto si perde mentre con la pace
tutto è guadagnato»21. La prossimità fisica delle trincee della Prima guerra
mondiale e la prossimità anche temporale della distruzione di Trento nella
Seconda guerra mondiale rendono ancora più evidente la rottura “irenolo-
gica” del discorso di Fiera di Primiero rispetto alle narrazioni convenzionali,
ideologiche e (apparentemente) patriottiche.
In quarto luogo, il testo configura una dimensione bottom-up, ascen-
dente, nelle relazioni internazionali, non come mera espressione della po-
litica estera degli Stati. L’intervento stesso è pronunciato in un contesto
sociale, non politico; egualitario, non gerarchico; spontaneo, non specia-
listico; disinteressato, non strategico. Dal punto di vista della teoria inter-
nazionalistica contemporanea, si tratta, forse, di una tra le prime prove di
una nascente società transnazionale, nonché dell’esercizio di una «diplo-
mazia intersociale»22 che mira al coinvolgimento dei popoli prima ancora
che dei governi e delle istituzioni. Inoltre, il discorso del 1959 può anche
essere interpretato come un caso di «diplomazia del secondo binario» (il
primo binario è quello della diplomazia ufficiale statuale), una «diplomazia
non-ufficiale» o di «para-diplomazia» non rivestita del crisma e del peso

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della sovranità nazionale, e tuttavia connessa alla riconciliazione come


componente essenziale del processo di risoluzione dei conflitti, e della
costruzione della pace (peacebuilding)23, specie dopo l’immane conflagra-
zione della Seconda guerra mondiale e del confronto bipolare Est/Ovest,
politico-strategico e nucleare, in quanto fondato sull’equilibrio del terrore
atomico (che è però in se stesso un evidente “squilibrio”).

l’angelo e l’ambasciatore

Chiara Lubich non ha svolto direttamente o indirettamente ruoli di me-


diazione internazionale. Il suo contributo alla pace è stato piuttosto marca-
to da accenti trasformativi e radicali di conflitti, privilegiando l’idea dell’u-
nità pluralistica al concetto di sovranità esclusiva.
Il fine non è quello di «governare il mondo», quanto piuttosto «prender-
sene cura». Da questo punto di vista, l’influenza della Lubich si caratterizza
in modo assai diverso da quella, peraltro benefica e incisiva, esercitata da
personalità eminenti sulla scena internazionale, come nel caso di leader
politici o autorità internazionali al termine del loro mandato e sulla base di
un impegno personale.
Chiara Lubich è stata certamente una leader riconosciuta e rispettata
anche da parte di esponenti delle istituzioni internazionali, ma non rientra
nella categoria degli hyper-empowered individuals, riscoperta recentemente
nell’analisi internazionalistica24. La sua azione non è nemmeno riconduci-
bile al ruolo degli “ambasciatori di buona volontà” nominati per sostenere
cause umanitarie dal segretario generale delle Nazioni unite, anche perché
in tal caso di tratta di personaggi famosi del mondo dello spettacolo.
Ciononostante, molteplici istituzioni internazionali e organizzazioni
non governative hanno riconosciuto il suo apporto alla pace. Chiara Lubich
ha ricevuto, tra le altre distinzioni, il Premio Unesco per l’educazione alla
pace (Parigi, 1996) che ricompensa «attività particolarmente rilevanti tese
a sensibilizzare l’opinione pubblica e a mobilitare la coscienza dell’uma-
nità in favore della pace», con la motivazione che ella aveva «contribuito
in modo decisivo alla costruzione della pace e dell’unità tra le persone, le

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generazioni, le categorie sociali e i popoli, con la partecipazione personale


e collettiva di giovani, bambini e adulti, poveri e ricchi, atei e credenti di
tutte le religioni». L’altro riconoscimento internazionale di assoluto rilievo
conferito a Chiara Lubich a Strasburgo nel 1998 è il Premio europeo per
i diritti umani istituito dal Consiglio d’Europa, ed assegnato ogni tre anni
a una personalità od organizzazione che si è distinta nella promozione o
difesa dei diritti dell’uomo, in conformità ai princìpi di libertà individuale, di
libertà politica e di rispetto del diritto. Nella motivazione del premio rimes-
so alla Lubich, si fa riferimento al fatto che la difesa dei diritti individuali e
sociali è al cuore dell’azione del Movimento che ella ha fondato, in Europa
e nelle numerose altre zone del mondo, con il coinvolgimento di giovani,
adulti, alti dirigenti civili e religiosi per far progredire la causa dei diritti
dell’uomo, la pace e l’unità fra i singoli e tra i popoli.
Come si evince da una prima lettura delle motivazioni che accom-
pagnano i riconoscimenti internazionali attribuitile, si intende premia-
re la funzione di advocacy, cioè l’impegno a promuovere pubblicamente
importanti domande sociali, economiche, politiche. Nel caso di Chiara
Lubich, tuttavia, questa attività non riguarda specifici settori, ma rientra
nella diffusione a largo raggio di un messaggio di pace, di fraternità uni-
versale, di dialogo al di là delle differenze e delle divisioni di qualunque
genere. Una advocacy, se vogliamo, la quale, pur essendo “aspecifica”, è
al contempo operativa, poiché punta al coinvolgimento personale di tutte
le persone di buona volontà, non limitandosi a rivolgere generici appelli
indirizzati, ad esempio, alle autorità nazionali o internazionali o ai centri
decisionali.
C’è da chiedersi, tuttavia, quale sia la ragione più profonda di tali ap-
prezzamenti. In effetti, la lezione internazionale di Chiara Lubich può es-
sere letta alla luce della nozione di “agenzia” nelle relazioni internazionali,
cioè dell’incidenza normativa delle azioni e iniziative di individui particolar-
mente motivati nella produzione di cambiamenti. Penso, inoltre, che l’eco
suscitata dal suo impegno risieda, senza che ciò ne fosse necessariamente
l’obiettivo consapevole, nel contributo epistemico non trascurabile che ella
ha saputo offrire alla trasformazione dell’universo concettuale e ideogra-
fico delle relazioni internazionali, proprio negli anni in cui si affermavano

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nuovi approcci teorici, come il costruttivismo, il normativismo, la prospet-


tiva post-positivistica e gli studi post-coloniali.
Ad esempio, la Lubich introduce il tema della «diplomazia della cari-
tà», che ha «della diplomazia ordinaria molte espressioni e manifestazio-
ni, per cui dice non tutto quello che potrebbe dire, perché al fratello non
piacerebbe e non sarebbe gradito a Dio; sa attendere, sa parlare, arrivare
allo scopo»25. Tuttavia, a differenza della diplomazia classica «di cui parla
il mondo, per cui dir diplomatico spesso è sinonimo di reticente o addi-
rittura falso»26, la «diplomazia divina […] è mossa dal bene dell’altro ed è
priva d’ogni ombra di egoismo»27. Un nuovo metodo diplomatico può es-
sere perciò funzionale a una finalità politica di alto valore sociale ed etico:
«Se ogni diplomatico nelle proprie funzioni sarà spinto nel suo agire dalla
carità verso l’altro Stato come verso la propria patria, sarà illuminato a tal
punto dall’aiuto di Dio da concorrere ad attuare rapporti tra gli Stati come
debbono essere quelli fra gli uomini. La carità è una luce e una guida, e
chi è messo ha tutte le grazie per essere un buon messo»28. Emerge, in
questi passaggi, l’evocazione della questione della “analogia domestica”,
se cioè possa applicarsi alle relazioni internazionali lo stesso standard mo-
rale vigente nella conduzione delle relazioni interpersonali e sociali, e non
v’è dubbio che, sia pure in modo originale, Chiara Lubich risolve il quesito
in senso affermativo.
In secondo luogo, si ripropone la figura del diplomatico come messag-
gero («messo»), e in effetti è stato riproposto il parallelismo, apparente-
mente paradossale, ma già sorto in epoca rinascimentale, tra l’ambascia-
tore e l’angelo29, entrambi legati al movimento tra due poli, alla mediazione
tra mondi. Ispirata a un dialogo di Torquato Tasso (Il Messaggiero), in cui
l’angelo appare come «mediatore d’amore», l’analogia conferisce all’am-
basciatore un nuovo prestigio: da semplice messaggero, gli si accorda la
capacità di suscitare l’amicizia tra i principi, e in senso più ampio di operare
per la pace. Una missione modernissima e necessaria, sulla quale Chiara
Lubich, probabilmente, concorderebbe.

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1
Cf. E.J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, Rizzoli,
Milano 1997 (orig. 1994). In realtà nell’opera in lingua originale Eric J. Hobsbawm
descrive tale periodo come Age of Extremes (Età degli estremi). Nella traduzione ita-
liana il titolo dell’opera, con una formula suggestiva e in fondo appropriata, divenne
«Il secolo breve».
2
Cf. J. M. Keynes, Le conseguenze economiche della pace, Adelphi, Milano 2016
(orig. 1919).
3
Cf. P. Ferrara, Prendersi cura, in «Il Regno», 6/2015, p. 369.
4
Cf. J.L. Gaddis, Toward the Post-Cold War World, in «Foreign Affairs», Spring 1991.
5
Cf. T.L. Friedman, Il mondo è piatto. Breve storia del ventunesimo secolo, Monda-
dori, Milano 2007.
6
Cf. F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano 2011 [1a ed.
1992].
7
Cf. P. Ferrara, L’unità come progetto politico-internazionale, in AA.VV., Chiara
Lubich. Città Mondo, Città Nuova, Roma 2019, pp. 175-177.
8
C. Lubich, Ho un sogno, in «Città Nuova», 1/2000.
9
Discorso di Martin Luther King jr. in occasione della marcia di Washington
per i diritti civili, 28 agosto 1963 (testo originale consultabile al sito http://www.
archives.gov/press/exhibits/dream-speech.pdf).
10
Cf. P. Ferrara, Prendersi cura, cit.
11
C. Lubich, Ho un sogno, cit.
12
Cf. I. Wallerstein, The Modern World-System I, Academic Press, New York 1974.
13
C. Lubich, Il pianeta al bivio, in «Città Nuova», 14/2001, p. 7.
14
Cf. S.P. Huntington, The Clash of Civilizations?, in «Foreign Affairs», Estate
1993, e Id., The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, Simon & Schu-
ster, New York 1996.
15
Cf. P. Ferrara, L’unità come progetto politico-internazionale, cit.
16
Cf. A. Wolfers, Discord and Collaboration. Essays on International Politics, The
Johns Hopkins University Press, Baltimore and London 1962, pp. 91ss.
17
G. Galli, Spazi politici. L’età moderna e l’età globale, Il Mulino, Bologna 2001, p. 55.
18
C. Lubich, Il pianeta al bivio, in «Città Nuova», 14/2001, p. 7.
19
Cf. P. Ferrara, Religioni e relazioni internazionali, Città Nuova, Roma 2014, pp. 32-33.
20
C. Lubich, La dottrina spirituale, a cura di M. Vandeleene, Mondadori, Milano
2001, p. 278.
21
Ibid., p. 277.
22
Cf. P. Kerr - G. Wiseman, Diplomacy in a Globalizing World. Theories and Practi-
ces, Oxford University Press, New York - Oxford 2013, pp. 85-102.

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pasquale ferrara

23
Cf. J. Bercovitch - R. Jackson, Conflict Resolution in the Twenty-first Century.
Principles, Methods, and Approaches, The University of Michigan Press, Ann Arbor
2009, pp. 137-183.
24
Cf. A.F. Cooper (ed.), Diplomatic Afterlives, Polity Press, Malden (MA) 2015.
25
C. Lubich, Meditazioni, Città Nuova, Roma 1974, p. 83.
26
Ibid.
27
Ibid.
28
Ibid., p. 84.
29
Cf. D. Ménager, L’Ange et l’Ambassadeur. Diplomatie et théologie à la Renaissan-
ce, Garnier, Paris 2013.

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