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LUIGI PIRANDELLO

VITA
Nasce nel 1867 vicino Agrigento. Nel 1887 si iscrive alla Facoltà di Lettere a Roma, ma si
trasferisce a Bonn, in Germania, dove si laurea con una tesi sul dialetto di Agrigento. Tornato a
Roma, entra negli ambienti letterari, collabora con alcune riviste e pubblica le prime novelle e i
primi romanzi. Nel 1901 esce il romanzo L’Esclusa e l’anno successivo Il turno. Ma è il 1903
l’anno della svolta, a causa di due eventi: la miniera di zolfo dei genitori si allaga e la famiglia cade
in rovina; inizia a manifestarsi la malattia mentale della moglie che la costringerà a vivere in una
casa di cura fino alla morte. Dissesto economico, follia e prigione familiare diventano allora temi
centrali delle sue opere. Le difficoltà economiche lo portano a intensificare l’attività di scrittore: ad
esempio Il Fu Mattia Pascal (1904). I romanzi di Pirandello ottengono grande diffusione in Italia,
ma sarà il suo teatro a portarlo al successo internazionale. Nel 1921, dopo il fiasco della prima
rappresentazione a Roma, viene riproposto a Milano Sei personaggi in cerca d’autore che questa
volta ottiene un successo strepitoso: è l’inizio di un’ascesa che lo porterà al Premio Nobel del 1934.
Nel frattempo aveva riunito le sue novelle nella raccolta Novelle per un anno e aveva dato alle
stampe nel 1926 il suo ultimo romanzo: Uno, nessuno e centomila. Muore nel 1936 a Roma.
IL PENSIERO
Per comprendere il pensiero di Pirandello dobbiamo considerare le sue vicende esistenziali (la follia
della moglie), la sua formazione culturale (gli studi in Germania), ma soprattutto il periodo storico
in cui lo scrittore siciliano vive. Un delicato momento di transizione in cui vengono meno tutte le
certezze scientifiche di fine Ottocento (crisi del Positivismo) e si affermano nuove teorie
filosofiche che distruggono i concetti tradizionali di tempo, spazio, realtà, coscienza. Pirandello è
tra i primi intellettuali europei a rappresentare la crisi dell’uomo del Novecento: un uomo che ha
perso l’unità della coscienza e che vive in una realtà contraddittoria e frammentata, dominata dal
caos; una realtà nella quale è impossibile vivere in modo autentico, ma dove anzi è necessario
indossare una maschera e recitare la propria parte.
Teorie filosofiche del primo Novecento che influenzano la poetica pirandelliana
FREUD – Pluralità dell’io: Freud dimostra che l’uomo non è “uno e indivisibile”, ma è formato da
più livelli psichici (ego, es, super-ego): livello della coscienza e livello dell’inconscio. L’uomo
quindi è un essere complesso, indecifrabile, pieno di contraddizioni e anche per questo motivo è
incapace di entrare in relazione con gli altri (incomunicabilità).
BERGSON – Pluralità della realtà: per Bergson la realtà non è fissa e oggettiva, ma è un “flusso
indistinto” una sorta di energia vitale in continua trasformazione. Per questo motivo la realtà è
inconoscibile, inafferrabile perché dominata dalla casualità.
SIMMEL – Relativismo conoscitivo: anche per Simmel la vita è un continuo divenire e non esiste
nessuna verità assoluta. Gli uomini cercano di interpretare e di dare un senso alla vita creando fedi
religiose, teorie scientifiche, ideologie politiche, ma nessuna di queste ha una validità universale
(infatti le religioni, le idee, le scienze cambiano nel corso della storia). Il risultato è che non esistono
verità assolute, ma solo verità relative, cioè vi sono tante verità quanti sono i punti di vista delle
persone.
LA POETICA
Questi sono gli elementi fondamentali della poetica pirandelliana:
La realtà come caos. Innanzitutto per Pirandello non esiste una realtà oggettiva, organizzata e
conoscibile attraverso la scienza. La realtà è dominata dal caos, non è regolata da leggi, è
soggettiva, cioè cambia a secondo di chi la guarda. Quindi Pirandello pur partendo dai modelli
veristi (Verga e Capuana) poi li supera perché se non esiste una realtà oggettiva, non può esistere
neppure uno scrittore che la descrive oggettivamente (come pretendevano di fare i veristi). La realtà
è inconoscibile.
L’Io frantumato. Non solo l’uomo non può conoscere la realtà, ma non conosce veramente
neppure se stesso! Freud ha svelato l’esistenza dell’inconscio (luogo degli istinti profondi, delle
pulsioni incofessabili), ha dimostrato che nell’uomo convivono più personalità. Pensiamo di sapere
chi siamo (uno), ma gli altri ci vedono diversamente (centomila), per cui alla fine non abbiamo
un’identità autentica (nessuno). Tutto ciò può portare alla follia come accade al protagonista di Uno,
nessuno e centomila.
Lanterninosofia. Abbiamo detto che per Pirandello non esiste una realtà oggettiva. Ogni uomo ha
una sua visione personale, soggettiva della realtà, ha una fede, un’ideologia politica, delle
convinzioni (altrimenti non potrebbe vivere). Per dire ciò Pirandello usa la metafora del
“lanternino”: ogni uomo vive come se avesse una piccola lanterna accesa sulla testa che proietta un
fascio di luce. Quel fascio di luce è la sua visione dell’esistenza: più sono forti le certezze
dell’uomo più intensa è la luce, più aumentano i dubbi più la luce si fa fioca, fino a spegnersi…
Incomunicabilità. Ognuno di noi, dunque, ha la sua verità, il suo punto di vista sulla realtà, quindi,
ognuno è chiuso nel proprio mondo con le proprie opinioni e non riesce a entrare in sintonia con gli
altri. Ogni uomo finge di “comunicare”, ma in realtà i rapporti tra gli uomini (anche all’interno della
famiglia) sono caratterizzati da ipocrisia e falsità. Tutto ciò accresce la solitudine di ciascuno.
Contrasto vita/forma. La vita come afferma Bergson è un flusso incessante di passioni, istinti e
sentimenti, un’energia in continua trasformazione. Gli uomini sono immersi in questo flusso, ma
poi devono staccarsi e acquisire una forma stabile, cioè accettare i ruoli che la società ci impone
(padre di famiglia, lavoratore, marito, ecc.).
Le maschere. Gli uomini quindi per vivere nella società devono indossare delle maschere,
interpretare dei ruoli. Le maschere sono delle “prigioni”, a volte soffocanti, e la vita appare come
una trappola” senza via d’uscita. Tuttavia è impossibile strapparsi la maschera, significa rimanere
escluso per sempre dalla vita (come accade nel Fu Mattia Pascal), oppure abbandonarsi alla follia. Il
folle è libero, ma è condannato all’esclusione dalla società.
LA POETICA DELL’UMORISMO
Se l’io è frantumato e la realtà è inconoscibile, non è possibile nessun tipo di rappresentazione
oggettiva. L’unica chiave per interpretare la realtà è l’Umorismo che non va confuso con la
comicità:
comicità: è “avvertimento del contrario”, cioè rido dinanzi ad una situazione diversa da come
dovrebbe essere (una vecchia sigora truccata e vestita come una ragazzina)
umorismo: è “sentimento del contrario”: cioè rifletto su quella situazione strana e grottesca e il
mio riso si trasforma in un “sorriso amaro” pieno di malinconia, scopro il dramma che si nasconde
dietro quel fatto ridicolo (la vecchia signora si trucca e si veste da ragazza perché ha paura di
perdere il marito più giovane di lei).
Insomma l’umorismo ci fa scoprire il dramma che si nasconde dietro ogni situazione
apparentemente ridicola o contraddittoria. Mattia Pascal che non riesce a cambiare vita e ad essere
Adriano Meis perché gli mancano i documenti che attestino la sua identità incarna una situazione
apparentemente ridicola ma, se riflettiamo, la sua è una situazione drammatica: è l’uomo che non
riesce ad essere se stesso e che per vivere ha bisogno di un “pezzo di carta”. Vitangelo
Moscarda che giunge alla follia perché scopre che gli pende il naso ci fa ridere, ma anche qui, se
riflettiamo, comprendiamo che il poveretto proprio a causa di quel dettaglio senza importanza si
accorge che la sua identità è frantumata, non si riconosce, non sa più chi è, non ha più certezze.
Quindi l’umorismo nasce dalla “riflessione” ed è l’unico modo per descrivere la realtà. In
definitiva, Pirandello segna il fondamentale passaggio dal “romanzo verista” al “romanzo
umoristico”; dal romanzo ottocentesco, col suo carattere oggettivo e il suo andamento lineare, al
moderno romanzo della “crisi”, fondato sull’interiorità del personaggio e sul suo male di vivere.

OPERE
-Novelle per un anno
Il titolo ci rivela l'intento di Pirandello di scrivere 365 novelle, una per ogni giorno dell'anno,
suddividendole in 24 volumi: uno schema di sintesi che derivava dalle grandi raccolte medievali
(come le novelle arabe delle Mille e una notte o il Decameron di Boccaccio) e che voleva suggerire
l'idea di una perpetua narrabilità della vita umana. Questo progetto non fu realizzato.
Le caratteristiche più evidenti delle novelle di Pirandello sono la brevità della narrazione, il piglio
incalzante, l'essenzialità. I suoi racconti, del resto, nascevano per essere pubblicati su giornali e
riviste. Il genere stesso della novella richiede ai narratori di concentrarsi su un caso singolare,
eccentrico, su un unicum individuale, che attiri immediatamente l'attenzione: gli consentiva infatti
di fotografare i tanti frammenti della vita, gesti e destini molteplici, spesso casuali e incoerenti.
Tutto ciò ci dice che Pirandello rifiuta l'onniscenza del narratore tradizionale, padrone del prima e
del dopo, del come e del perché. Sceglie piuttosto una visuale soggettiva, il sapere scarso e confuso
del personaggio; narra di sbieco, senza motivare adeguatamente reazioni e conseguenze, perciò le
sue vicende risultano imprevedibili. la sua vena una visuale multi-prospettica, come se fossero in
tanti (i personaggi) a narrare, e non uno solo (l'autore): in tal modo si frantumano i punti di vista e il
lettore non si raccapezza più. Pirandello supera così nettamente il Realismo e il Verismo
ottocenteschi. Se la narrativa realistica, da Balzac a Flaubert a Verga, evidenziava un unico punto di
vista, da cui tutto prende senso, Pirandello vuole invece denunciare l'ambiguità e l'irrazionalità del
reale. Viene meno perciò, in lui la fedeltà al vero ed esplode l'assurdo: è il trionfo del relativismo.
-I vecchi e i giovani
Attraverso la storia dei componenti di una nobile famiglia di Agrigento il romanzo denuncia il
fallimento che accomuna la generazione dei vecchi che ha fatto il risorgimento, e quella dei giovani
insoddisfatti e incapaci di trovare nuove strade.
-I Quaderni di Serafino Gubbio Operatore
E’ una romanzo-saggio in forma di diario in cui la narrazione si alterna alla riflessione. Il
protagonista è un operatore cinematografico che si identifica sempre più con la macchina da preso
fino a diventarne un’appendice impotente e muta. Il romanzo rappresenta la società industriale
come dominata dalla trivialità e dalla mercificazione e la macchina come strumento di oppressione
e rimbecillimento.
-Uno, nessuno, centomila (1926)
La disgregazione della persona umana costituisce il tema di fondo di questo romanzo.
Un giorno a Vitangelo Moscarda, la moglie Dida fa osservare al marito che il suo naso pende troppo
verso destra e che, come uomo ha troppi difetti. Ciò che lo colpisce non è la rivelazione dei difetti
ma bensì che egli per 28 anni non è stato, per la moglie e per gli altri, quello che lui credeva di
essere e che ognuno lo vedeva a modo suo. Allora comincia a distruggere tutte le forme o immagini
che tutti si sono fatti di lui, prende una serie di iniziative che lo portarono pure ad alienarsi. Finisce
come ospite in un ospizio. Egli in pratica rifiuta le centomila forme che gli altri gli attribuiscono e
preferisce annullarsi come persona e vivere senza nessuna coscienza di esistere.
-Il fu Mattia Pascal (1904)
Piuttosto evidente in questo romanzo è il tema della libertà, l'uomo che desidera vivere senza
regole. Qui evidente è il contrasto tra la maschera e il volto. Mattia Pascal, un giorno dopo aver
litigato con la moglie Romilda e la suocera Marianna Dondi si allontana da casa, e si dirige verso
Marsiglia. Mentre in treno fa ritorno a casa, legge sul giornale che in un mulino è stato trovato un
cadavere dalla moglie e dalla suocera ed è stato riconosciuto come appunto Mattia Pascal; a questa
notizia egli prova sollievo di essersi finalmente liberato dell'antica forma odiosa in cui la vita lo
aveva imprigionato. Viaggia per quasi un anno col nome Adriano Meis, alla fine poi decide di
stabilirsi a Roma. Egli qui incomincia ad accorgersi, entrando in contatto con gli altri, che non può
vivere per sempre senza una forma riconosciuta ufficialmente nello stato anagrafico, questa cosa
viene accentuata specialmente quando si innamora di Adriana (figlia del proprietario della pensione
dove dorme) e non può sposarla perché ufficialmente non ha una forma, ovvero non esiste. Allora
decide di ritornare nel suo paese per riprendere la sua vita primitiva. Tornando in paese si accorge
che sua moglie si è risposata, qui sente di essere ormai un intruso e che il suo vecchio mondo è
cambiato e lo rifiuta: perciò decide di vivere in solitudine e di tanto in tanto si reca al cimitero per
visitare la sua tomba e se incontra qualcuno che gli chiede chi sia, risponde: io sono il fu Mattia
Pascal. Questo romanzo è la prova che NESSUNO PUO' SFUGGIRE ALLA SUA FORMA. Si
svolge secondo il relativismo psicologico orizzontale.

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