Sei sulla pagina 1di 376

Sospeso tra storia e fantasia, tra realtà e leggenda, il mito di re Artù

continua ad esercitare un fascino straordinario ormai da molti secoli.


Questa appassionante antologia lo esplora in tutti i suoi aspetti,
proponendoci storie tradizionali e interpretazioni più moderne. Ecco
dunque le eccezionali imprese di Artù, il conflitto con la sorellastra
Morgana, la nascita del figlio Mordred e l’influenza di Merlino. Ecco le
avventure dei memorabili Cavalieri: Sir Balin, Sir Percival, Sir Gawain,
Sir Gareth, Sir Owain, Sir Tristan e, naturalmente, il celebre Lancillotto. Il
tutto culmina nella fine della Tavola Rotonda, nell’usurpazione del trono
da parte di Mordred, nella morte di Artù e nel mito di Avalon, la misteriosa
isola dove si narra che il Grande Re dorma perché un giorno la sua terra
potrebbe ancora avere bisogno di lui e dei suoi Cavalieri.
Mike Ashley ha già curato due antologie di questa serie pubblicate dalla
Newton & Compton che hanno riscosso grande successo di pubblico e di
critica: La leggenda di Camelot, La leggenda di Merlino, La leggenda del
Santo Graal e La Leggenda dei Cavalieri della Tavola Rotonda.
Scan e Rielaborazione
di Purroso

Titolo originale: The Chronicles of Pendragon


Prima pubblicazione inglese: Robinson Publishing Ltd 1997
Raccolta, introduzione, materiale introduttivo © Mike Ashley, 1997
Traduzione di Gianni Pilo

Prima edizione: ottobre 1999


Grandi Tascabili Economici Newton
Divisione della Newton & Compton editori s.r.l. © 1999
Newton & Compton editori s.r.l.
Roma, Casella postale 6214

ISBN 88-8289-298-0

Fotocomposizione: Centro Fotocomposizione s.n.c., Città di Castello (PG)


Stampato su carta Ensocreamy della Cartiera di Anjala
distribuita dalla Enso Italia s.r.l., Milano
Finito di stampare nell’ottobre 1999
presso la Legatoria del Sud s.r.l., Ariccia (Roma)
La Leggenda di Artù
A cura di Mike Ashley

Introduzione all’edizione italiana di Gianni Pilo

Racconti di Joy Chant, Jane Yolen, John Steinbeck, Maxey Brooke,


Sasha Miller, Roger Lancelyn Green, Theodore Goodridge Roberts,
Keith Taylor, Alfred Elwes, Ian McDowell, Phyllis Ann Karr,
André Norton, John Brunner, Darrell Schweitzer

Newton & Compton editori


Volumi già pubblicati nella serie «I Maestri della Fantasy»:

La Leggenda di Merlino
La Leggenda di Camelot
La Leggenda del Santo Graal
La Leggenda dei Cavalieri della Tavola Rotonda

a cura di Mike Ashley, traduzione e cura dell’edizione italiana di Gianni


Pilo.
Artù: la leggenda di un re

«Muta l’ordine antico dando luogo al nuovo, e Dio realizza il suo volere in
diverse guise, in modo che un qualche genere di vita non abbia a corrompere il
mondo. Ma non essere triste per me: quale mai gioia potresti provare se non me
ne andassi? La vita è un attimo di eternità o l’eternità in un attimo, e io ho
vissuto il mio attimo. Solo mi auguro che Dio renda meritevoli le opere che ho
sin qui compiuto. Però ti prego: qualora non dovessi mai più rivedermi, ricordati
qualche volta di pregare per la mia anima, dato che con la preghiera è possibile
ottenere molte più cose di quante sia possibile immaginare. Quindi lascia che la
tua voce si elevi al Signore così come l’acqua sgorga limpida dalla fonte sia di
giorno che di notte: infatti, che altro sono gli uomini se non delle pecore
impazzite che si affannano vanamente dietro alle illusioni create dalle loro menti
mentre, conoscendo Dio, altro non dovrebbero fare se non levare le braccia in
preghiera per se stessi e per i loro amici? Ma è giunto ormai il momento di dirti
addio. La mia meta è assai lontana: queste persone che tu vedi avvicinarsi mi
devono condurre ad Avalon, un’isola dove non cade mai neve, pioggia o
grandine, né imperversano bufere di vento, ma che si stende ubertosa e fertile,
piena di anfratti ombrosi e circondata da un mare tiepido e perennemente calmo.
È lì che guarirà questa mia grave ferita»1.
Siamo a Camlann. Dovunque, fin dove arriva lo sguardo, la vasta pianura
prospiciente il mare è cosparsa di morti, moribondi, lance spezzate conficcate nei
corpi dei caduti o piantate al suolo come una foresta di alberi bruciati dal fuoco:
qua e là si aggirano dei cavalli senza cavaliere, mentre alcuni stanno fermi accanto
ai cadaveri dei loro padroni che spingono col muso cercando in loro un segno di
vita. Gemiti e lamenti si alzano dovunque; pochi superstiti, con aria smarrita,
vagano in quella distesa di morte come in preda a un incubo, cercando fra i
caduti amici e parenti. Un cielo grigio, carico di nubi, spande una luce pallida,
surreale, su quello spettacolo di rovine.
Un mondo è scomparso. Appoggiato al tronco di una quercia, con il sangue che
gli sgorga da una profonda ferita al ventre, giace Artù. Poco lontano da lui vi è il
corpo senza vita di suo figlio Mordred, che ha ucciso ma che, morendo, gli ha
inferto a sua volta quella mortale ferita dalla quale sente fuggire la sua essenza
vitale. Quasi tutti i Cavalieri che hanno partecipato alla battaglia da entrambe le
parti sono caduti: tra i sopravvissuti c’è Bedivere, ed è a lui che Artù rivolge le
sue ultime parole cercando di sollevare lo spirito affranto dell’ultimo dei Cavalieri
della Tavola Rotonda che gli è rimasto fedele.
Ma come siamo giunti a questa tragica scena che segna la caduta di un intero
mondo, di una concezione di vita, di un’epoca di eroismi, di sangue e di gloria?
Facciamo un passo indietro.
Su una Britannia misteriosa e carica di prodigi, dove convivono la religione
cristiana, gli Dei portati dai Romani al seguito delle loro legioni e, soprattutto, la
magia antica e autoctona dei Druidi, regna Uther Pendragone, indiscusso Signore
dei Britanni. Affascinato dalla bellezza di Ygraine, moglie di Gorlois, Duca di
Cornovaglia suo Vassallo, da tempo ha posto i suoi occhi su di lei, ma non sa
come conquistarne i favori. Ed ecco apparire Merlino 2 il quale, con un
incantesimo, fa sì che Ygraine ravvisi nelle fattezze di Uther il marito Gorlois e
così, sedotta dal re, la donna giace con lui. Dalla loro unione nascerà un figlio:
Artù.
A questo punto Merlino, preso sotto la sua protezione il bambino onde sottrarlo
ai pericoli che gli potrebbero derivare dalla sua permanenza a Corte, lo affida a
Sir Ector della Foresta Selvaggia il quale, accolto Artù, lo alleva assieme al
proprio figlio Kay, senza fargli sapere quali sono le sue origini, ma anzi,
facendogli credere che sia suo figlio a tutti gli effetti. Ed è proprio la sua
ignoranza della parentela con Uther e Ygraine a far sì che Artù, in gioventù,
divida il letto con Margawse, figlia di Gorlois e di Ygraine e quindi sua
sorellastra, la quale dà alla luce quel Mordred che alla fine colpirà a morte il
proprio padre nella battaglia di Camlann.
Passano gli anni. Cresciuto da Sir Ector, Artù vive la giovinezza di tutti i nobili
britanni e, addestrato all’uso delle armi come i suoi compagni, diventa un
combattente assai valente, anzi, quasi imbattibile, e la fama della sua valentia si
sparge per tutta la Britannia. Intanto Uther è morto, e ha lasciato vacante il trono:
per succedergli, i vari Baroni e Lords inglesi intraprendono tutta una serie di
guerre il cui unico esito è quello di rendere la Britannia un paese di lutti e rovine.
Ma ecco che Merlino si adopera nuovamente in favore del suo protetto, e fa sì
che la storia della Britannia prenda un nuovo corso. Sospesi momentaneamente i
combattimenti per la tregua di Natale, i Baroni si sono riuniti a Londra e,
accantonati per alcuni giorni i pensieri relativi alla successione al trono, si
accingono a trascorrere in relativa pace la sacra festività.
La vigilia di Natale, però, si verifica un evento che ha del prodigioso: nel
camposanto adiacente la chiesa di San Paolo, fa la sua comparsa una roccia
levigata nella quale è conficcata profondamente un’incudine, e da questa spunta
una spada la cui lama affonda nel metallo. Un’iscrizione in caratteri runici sulla
roccia annuncia che l’uomo in grado di sfilare la spada dall’incudine è colui che il
Cielo ha destinato a sedere con pieno diritto sul trono della Britannia. Non
appena a conoscenza di questo portento, tutti i nobili britanni convenuti a
Londra cercano di sfilare quella spada misteriosa dalla sua insolita custodia di
metallo, ma i loro sforzi risultano vani. Per cui, mentre il tempo passa, il Paese
continua a rimanere privo di un re che lo governi.
Il giorno di Capodanno, mentre Sir Ector con Artù e Kay si stanno recando al
torneo indetto per celebrare l’avvento del nuovo anno, Kay si accorge di aver
dimenticato nella sua tenda la propria spada. Visto che si trovano nelle vicinanze
della chiesa di San Paolo, spinto da un impulso improvviso, Artù si offre di
procurare una spada a colui che ritiene suo fratello e, penetrato nel camposanto
adiacente la chiesa, con una mossa veloce estrae senza alcuno sforzo la spada
dall’incudine, offrendola quindi a Kay perché possa partecipare al torneo in atto.
Grande è lo stupore di Sir Ector e di Kay nell’assistere all’evento, ma subito i due
Cavalieri rendono omaggio ad Artù, che il Cielo - e Merlino - hanno
inequivocabilmente indicato quale Alto Re della Britannia, e anzi, è proprio allora
che Sir Ector decide di svelare ad Artù quali siano le sue origini e di come lui sia
solo il suo figlio adottivo, dato che il vero padre è quell’Uther Pendragone che
aveva retto sino alla sua morte le sorti dell’Inghilterra.
Dopo aver dato più volte dimostrazione del fatto di essere l’unico in grado di
sfilare la misteriosa spada dall’incudine, Artù ascende al trono, ma non tutti i
Lords della Britannia sono concordi nel riconoscerlo come loro re. Ecco quindi
che il novello Signore si trova a dover fronteggiare tutta una serie di guerre che
per diversi anni devastano il Paese. È così che Artù si trova a dover affrontare Re
Uryens di Gore, Re Clarivans del Northumberland, Re Angwissance d’Irlanda e
diversi altri, però può contare su uno stuolo di valenti Cavalieri al suo servizio,
che aumentano di giorno in giorno.
Comunque è proprio durante queste guerre che l’addestramento al
combattimento di Artù effettuato negli anni giovanili ha modo di esprimersi al
meglio, e il valore e il coraggio del Pendragone diventano ben presto leggendari,
man mano che riunisce sotto la sua egida i territori dei Lords a lui contrari,
espandendo prima la sua influenza a tutto il Galles, poi alla Scozia, e infine ai
territori del nord dove vivono le feroci tribù dei Pitti.
In questa fase della sua vita gli è sempre al fianco Merlino, pronto a soccorrerlo
ove ve ne sia bisogno con consigli, incantesimi e magie: il binomio costituito
dalla valentia di Artù e dalla sapienza di Merlino è veramente invincibile e,
quando a loro si unisce Lancillotto del Lago, il figlio di Re Ban, più nessuno è
in grado di contrastare il Signore di Camelot4.
La presenza di Merlino permea il contesto nel quale si muove Artù di un’aura di
magia e, di prodigio in prodigio, di mistero in mistero, il re, le dame e i suoi
Cavalieri si muovono in un’atmosfera incantata. E così che, all’occorrenza,
Merlino rende Artù invisibile, oppure gli ridona le forze quando in qualche
combattimento stanno per venirgli meno, o infine lo rende invulnerabile
procurandogli una spada - con il relativo fodero - che gli viene donata da una
misteriosa figura femminile che è conosciuta come la Dama del Lago. E infatti,
fin quando Morgana - un’altra sorellastra del re - non gli sottrarrà il fodero
incantato, nessuno sarà in grado di ferire Artù il quale, colpito mortalmente a
Camlann, ordinerà a Sir Bedivere di restituire alla Dama del Lago la spada
magica che aveva avuto in dono: Excalibur.
Terminate le guerre di consolidamento e riunita tutta l’Inghilterra sotto il suo
dominio, Artù si dedica ad altri interessi e, approfittando di un periodo di pace e
di tranquillità che si protrarrà per oltre vent’anni, si reca dal Re Leodegrance di
Cameliard, della cui figlia Ginevra ha sentito più volte magnificare la bellezza.
Affascinato dalla giovane, dopo averla chiesta in matrimonio al padre - che
acconsente - la conduce a Camelot dove, davanti ai Cavalieri e alle Dame della
sua Corte, la fa sua sposa.
Anche se non ci vuole credere, quelle nozze costituiranno per Artù il principio
della fine. Egli infatti - per l’unica volta nel corso della sua vita - non dà ascolto al
suo mentore Merlino, il quale cerca dì dissuaderlo da quegli sponsali che,
scrutando nel futuro, ha visto causeranno la fine di tutto ciò che Artù ha creato.
Inoltre, c’è un altro evento, che segue a non molta distanza le nozze tra Artù e
Ginevra, che risulterà altrettanto letale per tutta la Britannia: infatti Merlino,
invaghitosi della bellissima Incantatrice Viviane, la mette a parte di un
incantesimo che la donna poi usa per imprigionare l’anziano Mago in una grotta
sotterranea, chiudendolo in un campo di stasi temporale che lo manterrà per i
secoli a venire avulso dal mondo, e senza alcuna possibilità di intervenire sugli
eventi che andranno a verificarsi.
Stabilitasi nella Corte di Camelot, Ginevra s’innamora - ricambiata - di Sir
Lancillotto che, ironia del destino, Artù ha nominato Campione della regina, sia
perché il figlio di Re Ban è aldilà di qualsiasi dubbio il più forte dei Cavalieri
della Tavola Rotonda2, sia perché è il suo migliore amico. Dopo aver cercato
vanamente di resistere all’amore che provano l’uno per l’altra, i due amanti
soggiacciono alla loro passione che, conosciuta da tutti i membri della Corte,
culmina in un giudizio durante il quale Artù decreta la morte di Ginevra come
adultera e condanna all’esilio Lancillotto.
Ormai il mondo di Artù comincia a denotare i sintomi di un veloce sfaldamento.
Scomparso Merlino, bandito Lancillotto, con Galahad, Parsifal e Bors impegnati
nella Cerca del Graal5, e con Ginevra condannata a morte, ben poco è ciò che
rimane al re su cui poter far conto. Tra l’altro, venuto a conoscenza della
condanna di Ginevra, Lancillotto torna dal suo esilio per salvarla, e a questo
punto Artù inizia una guerra contro il suo vecchio amico.
Mentre i combattimenti proseguono a fasi alterne senza vinti né vincitori,
Mordred abbandona Camelot e il consesso della Tavola Rotonda e, avanzando dei
diritti sul trono, trae seco diversi Cavalieri che abbandonano Artù. Intanto
Ginevra si ritira in un convento, e Lancillotto parte nuovamente per la Bretagna in
volontario esilio. A questo punto Artù, con i Cavalieri che gli sono rimasti fedeli,
si decide a contrastare Mordred in una guerra senza quartiere che riduce la
Britannia a una landa di rovine e desolazione nella quale si aggirano, privi di
qualsiasi entusiasmo, gli eserciti dei due contendenti, sorretti solo dall’odio
reciproco.
Ed ecco che, mentre dal Nord i Pitti e gli Scoti premono minacciosamente sui
confini del regno, e mentre si verificano sempre più frequenti i tentativi di sbarchi
provenienti dal continente, arriva il giorno decisivo: quello dell’ultima battaglia.
Nel gelo di un inverno particolarmente rigido, un’alba cupa getta una luce grigia
sulla pianura di Camlann, dove si fronteggiano gli eserciti di Artù, il re, e di
Mordred, il pretendente al trono.
Dopo essersi fronteggiate per lunghi minuti in un silenzio innaturale, le schiere
iniziano a muoversi e, venute a contatto, solo il clangore delle armi e i gemiti dei
moribondi e dei feriti spezzano un silenzio che sta a dimostrare come non sia
l’impeto di una giusta causa a sospingere gli uni contro gli altri, ma solo la triste
consapevolezza di un destino ormai segnato, e un odio fine a se stesso che tutto
vuole distruggere in un empito di rovina e di morte.
Uno a uno cadono i più valorosi Cavalieri della Tavola Rotonda. Cade Sir Iduit
del Monte Doloroso con la gola trafitta da una freccia; cade Sir Gaheriet
trapassato da una lancia che, penetratagli tra le scapole, gli fuoriesce dal petto;
cade Sir Bertilak, circondato da un vero e proprio muro di cadaveri di nemici,
con la fronte spaccata da una scure; e cade Sir Cliges, cugino di Lancillotto, e
dopo di lui il più valente dei Cavalieri della Tavola Rotonda, il quale, dopo essersi
tirato via dal fianco una lancia che lo ha colpito a morte, con quella uccide Sir
Bravain che era passato dalla parte di Mordred.
Quasi tutti i Cavalieri sono caduti. Tra i rimasti vi sono Artù e Mordred che,
fatalmente, vengono a trovarsi di fronte. In mezzo a tanta rovina, padre e figlio si
scontrano in un duello all’ultimo sangue che alla fine vedrà vincitore Artù, il
quale riesce a colpire mortalmente Mordred, che cade in ginocchio. Ma, mentre
Artù spinto da un moto di compassione si abbassa verso il figlio ferito, questi,
con le ultime forze che gli rimangono, ha un guizzo e immerge la propria spada
nella giuntura sotto il pettorale dell’armatura del padre, dopodiché crolla al suolo
esanime.
Ed eccoci giunti al punto in cui ha avuto inizio questa breve storia. Dopo aver
parlato con Bedivere che è corso accanto a lui e non riesce a frenare le lacrime,
Artù gli ordina di prendere la propria spada Excalibur per riconsegnarla alla
Dama del Lago, mentre sul mare si sta avvicinando un’imbarcazione tutta nera
sulla quale sono ritte tre donne egualmente vestite di nero con delle corone in
testa a indicare il fatto che sono delle regine, e circondate da un equipaggio
anch’esso in abiti neri.
L’ultimo ordine che Artù impartisce a Bedivere è quello di depositarlo su quella
imbarcazione che dovrà condurlo ad Avalon e, una volta che il fedele Cavaliere
ha assolto al suo ultimo compito, la barca si allontana verso il mistero e l’enigma
che dureranno per i secoli a venire fino ai giorni nostri.
Così ha termine la vita di Artù come la conosciamo dalle storie che ci sono state
tramandate e che costituiscono il Ciclo Bretone, ma questa sua singolare morte -
se poi morte è veramente - rappresenta un vero e proprio enigma. D’altronde
non poteva essere diversamente: a una vita magica, strana e inesplicabile, fa
seguito una fine altrettanto magica, strana e inesplicabile.
Esiste in una chiesa posta sulla sommità di una piccola collina della Bretagna un
sarcofago che si vuole sia la tomba di Artù, ma chi può affermare con certezza
che le spoglie ivi contenute siano quelle dell’Alto Re? Non ci sono forse alcune
profezie che predicono un ritorno di Artù da Avalon? Ma, quando e in che
modo questo si verificherà, ancora non ci è dato di saperlo…

GIANNI PILO
Introduzione

La narrativa arturiana ci fa compagnia ormai dalla bellezza di


ottocentocinquant’anni, ma non denota alcun segno di calo di popolarità. Tratta
da vecchie ballate, in gran parte era scritta in versi o in forma di romanzi lunghi,
oppure, seguendo la moda del tempo, in trilogie. Per contro, la narrativa arturiana
minore è apparsa quasi sempre sotto forma di short stories. E le storie che hanno
visto la luce per la maggior parte si trovano su diverse pubblicazioni non
facilmente reperibili da quei lettori che fossero interessati a prenderne visione.
Questo volume presenta alcune di quelle storie brevi. Ci sono in tutto quindici
scritti, due dei quali, e precisamente quelli di Phyllis Ann Karr e di Sasha Miller,
sono stati pubblicati in questa antologia per la prima volta. La maggior parte
degli altri, poi, non è mai stata ristampata da quando apparve in origine su libri o
riviste. Personalmente sono particolarmente soddisfatto di aver pubblicato per la
prima volta in questo volume un racconto del ciclo scritto da Theodore
Goodridge Roberts sul personaggio di Sir Dinadan: spesso tralasciate nelle note
bibliografiche, queste storie sono state ingiustamente ignorate dai curatori di
antologie. Inoltre, sono molto soddisfatto di aver compreso in questa raccolta un
romanzo arturiano dimenticato, Jaufry il Cavaliere, che nessuno è in grado di
reperire sui normali volumi che trattano di narrativa arturiana classica.
Ho cercato di includere in questa antologia diversi tipi di approccio al mito
arturiano. Alcuni autori hanno scelto di rifarsi a degli originali medievali, come
Joy Chant che ci propone una versione moderna della vita di Artù tratta dalla
Hystory di Geoffrey di Monmouth, e la riproposizione della storia di Sir Balin da
parte di John Steinbeck tratta da La Morte d’Arthur di Malory. Sulla stessa linea si
situa la riproposizione della storia di Sir Parsifal scritta da Roger Lancelyn Green.
Altri autori hanno immesso delle nuove tematiche su vecchi canovacci. Alcuni
hanno scelto una forma tradizionale come nei racconti di Maxey Brooke,
Theodore Goodridge Roberts e Phyllis Ann Karr. Altri - Keith Taylor, Ian
McDowell e André Norton - hanno adottato un impianto storicistico, mentre le
storie di Jane Yolen e Sasha Miller hanno una struttura tutta loro particolare.
MIKE ASHLEY
Guida ai personaggi arturiani

Quella che segue è una breve guida ai principali personaggi arturiani che
incontrerete in questo e negli altri volumi di questa serie. Vi sono talmente tanti
nomi nelle leggende arturiane, che non sempre è facile capire se vi siete imbattuti
in qualcuno importante o no e, quando questi nomi presentano tante variazioni
ortografiche, la situazione può diventare molto confusa. Spero che questa guida
vi aiuterà. Non include i personaggi minori e quelli inventati dagli scrittori.

AURELIANUS, cfr. AMBROSIUS.

BALIN. Cavaliere del Northumberland che fu imprigionato da Artù per aver


ucciso il cugino del re. Accrebbe ulteriormente l’ira del re per aver decapitato la
Dama del Lago. Era conosciuto come il Cavaliere delle Due Spade.

BEDIVERE / BEDVIR / BEDWYR. Uno dei primi e più fidati Cavalieri di Artù che fu
sempre al suo fianco. Fu lui che restituì la spada Excalibur alla Dama del Lago
quando Artù morì.

BORS. Figlio del Re Bors e cugino di Lancillotto. Fu uno dei tre Cavalieri che
ebbero successo nella Cerca del Graal.

BREWNOR / BRUNO LE NOIR. Cavaliere particolare e del tutto singolare che fu


soprannominato “La Cote Mal Taile” da Sir Kay.

CAI / CEY, cfr. Kay

DRAGONET. Giullare di Re Artù che in seguito diede prova di se stesso quale


valente Cavaliere.
DINADAN. Cavaliere della Tavola Rotonda famoso per la sua verve e l’ironia.
DRUSTAN, cfr. TRISTAN.

ECTOR DE MARIS. Cugino di Sir Lancillotto che non va confuso con Sir Ector
della Foresta Selvaggia, che era invece il padre adottivo di Artù.
ELAINE. Ci sono tre Elaine nel Ciclo Arturiano: Elaine di Garlot, sorellastra di Re
Artù; Elaine di Astolat che si innamorò di Sir Lancillotto; ed infine Elaine di
Corbenic figlia del Re Pelles e, ad opera di Lancillotto, madre di Sir Galahad.
EWEN, cfr. OWAIN.

GAHERIS. Terzo dei figli di Re Lot, e fratello di Agravaine, Gareth e Gawain.


Fratellastro di Mordred.

GALAHAD. Figlio di Sir Lancillotto e di Elaine di Corbenic, è il più puro dei


Cavalieri della Tavola Rotonda. Con Sir Bors e Sir Perceval, fu uno dei tre che -
soli - riuscirono a raggiungere il Santo Graal. Era l’unico Cavaliere a cui era
concesso di sedersi sul “Seggio Periglioso”, che si trovava - con gli altri - intorno
alla Tavola Rotonda.
GALAHAUT. Principe nemico di Re Artù, diventato in seguito amico di Sir
Lancillotto, è messo a parte dei primi incontri segreti tra Lancillotto e Ginevra.
GARETH. Il più giovane dei figli di Re Lot di Orkney, nonché fratello di Gawain,
Gaheris e Agravaine. Giunto la prima volta in incognito a Camelot, gli venne dato
da Sir Kay il soprannome di “Beaumais” in virtù delle sue belle mani.
GAWAIN / GWALCHMAI. Figlio maggiore di Re Lot di Orkney, era uno dei più
forti Cavalieri della Tavola Rotonda. Il suo nome appare già nelle prime leggende
di Artù - e anche sui testi celtici - come Gwalchmai, che vuol dire Falco di
Maggio. Accettò la sfida di Sir Bertilak, il Cavaliere Verde, e in seguito sposò la
Dama Ragnell.
GEOFFREY, cfr. JAUFRY.
GORLAS / GORLOIS. Duca di Cornovaglia, marito di Igraine e padre di Morgan le
Fay, Morgause, ed Elaine di Garlot.
GRIFLET / GRIFFLET, cfr. JAUFRY.
GUINEVERE / GWENHYFAR / GWYNHWFAR. Figlia di Leodegrance Re di Cameliard
e moglie di Re Artù. Il suo adulterio con Sir Lancillotto causò il declino della
Compagnia della Tavola Rotonda. Condannata a morte da Artù, fu salvata da
Lancillotto, e finì i suoi giorni in un convento.
GWALCHMAI, cfr. GAWAIN.
IGRAINE / IGERNA / YGRAINE. Moglie del Duca Gorlois di Cornovaglia, ebbe da
lui le figlie Morgan le Fay, Morgause, ed Elaine. Sedotta da Uther Pendragone,
divenne madre di Artù. Più tardi sposò Uther.
ISEULT / ISOLDE / ISOLT / YSEULT / YSOLT. Moglie del Re Mark di Cornovaglia,
divenne l’amante del nipote del marito, Tristano di Lyonesse. Non va confusa con
Iseult di Britannia, che Tristano sposò in seguito, quando fu esiliato dalla
Cornovaglia.
JAYFRY / GEOFFREY / GRIFLET / GRYFFLET. Uno dei primi nonché più giovani
Cavalieri di Artù, che fu ferito dal Re Pellenore. Rimessosi, divenne l’eroe della
Cerca di Brunissende.
KAY / KAI / CAI / CEI / QUEX. Figlio di Sir Ector e fratellastro di Artù. Divenuto
Alto Siniscalco, era noto per il suo temperamento cupo e irritabile. Nelle leggende
più antiche Kay era un Cavaliere eroico, mentre la versione più recente lo vuole
come un attendente di Artù quantomai irascibile.
LAMORACK DI GAUL. Figlio del Re Pellinore, era uno dei più forti Cavalieri della
Tavola Rotonda. Dopo la morte di re Lot divenne l’amante di Morgause, e fu
ucciso da Gawain e dai suoi fratelli.
LANCELOT / LANCELET / LAUNCELOT / LANCOT. Figlio del Re Ban, era
sicuramente il più importante dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Il suo amore
per Ginevra portò alla caduta della Compagnia della Tavola Rotonda. Dopo la
morte di Artù e Ginevra, si fece eremita in un convento. Il suo castello si
chiamava la Joyous Garde.
LEODEGRANCE. Re di Cameliard e padre di Ginevra.
LINET, cfr. LYNETTE.
LOT. Re di Orkney che contese ad Artù la corona della Britannia. Era il marito
della sorellastra di Artù Morgause, nonché il padre di Gawain, Agravain, Gaheris
e Gareth. Fu ucciso dal Re Pellinore e dai suoi figli.
LYNETTE / LINET / LUNET. Sorella di Lady Lyonesse e di Sir Gringamore del
Castello Periglioso, fu di guida a Sir Gareth in occasione della sua prima Cerca.
Sebbene in seguito si fosse innamorata di Sir Gareth, si unì in matrimonio con il
di lui fratello Gaheris. Nelle leggende celtiche è la Signora della Dama della
Fontana.
MARGAWSE, cfr. MORGAUSE.
MARK / MARC. Re di Cornovaglia e marito di Iseult.
MARROK. Cavaliere che a seguito di un incantesimo era stato mutato in lupo, e
che non era in grado di riacquistare la forma umana fintantoché non fosse
riuscito a riconquistare l’amore della sua dama.
MEDRAUT, cfr. MORDRED.
MERLIN / MERDYN / MYRRDYN. Mago e consigliere di Re Artù. Nato da una
fanciulla e da un Demone dell’aria, era stato cresciuto in un convento. Cominciò
ad esternare le sue profezie negli ultimi giorni del regno di Re Vortigern. Più
tardi creò Stonehenge. Fece un incantesimo a Igraine in base al quale la donna si
convinse che Uther Pendragone fosse suo marito Gorlois. Divenuto il protettore
del giovane Artù, in seguito provocò l’episodio della spada nella roccia per far sì
che Artù fosse riconosciuto quale futuro re della Britannia. Si innamorò
perdutamente della Maga Vivian, che lo imprigionò in una grotta.

MORDRED / MEDRAYT / MODRED. Frutto di un amplesso incestuoso tra Artù e la


sua sorellastra Morgause. In seguito tentò di sedurre Ginevra e reclamò per sé il
trono di Britannia. Morì a seguito di un combattimento all’ultimo sangue con
Artù a Camlann.
MORGAN LE FAY / MORGANA / MORGAINE. Figlia di Gorlois e di Igraine, era la
sorellastra di Re Artù. Educata alle Arti Magiche, divenne la nemica più accanita
di Artù, e si dedicò continuamente a cercare di distruggere la Compagnia della
Tavola Rotonda. Nascondendo il fodero della spada Excalibur, che fino a quel
momento lo aveva protetto, rese Artù mortale. Era la madre di Owain.
MORGAUSE / MARGAWSE. Figlia di Gorlois e sorella di Morgan Le Fay, era la
moglie di Lot di Orkney dal quale aveva avuto Gawain, Agravaine, Gaheris e
Gareth. Era anche la madre di Mordred che aveva avuto dal fratellastro Artù.
NIMUE, cfr. NINIANE.
NINIANE / NIMUE / NYMIA / VIVIAN / VIVAYN. Incantatrice che è presente con
tutta una serie di ruoli diversi nelle leggende arturiane. Conosciuta come la Dama
del Lago e madre di Lancillotto, diede la spada Excalibur ad Artù. Divenne anche
l’amante di Merlino che in seguito imprigionò in una grotta.
OISE / AESC. Uno dei primi re del Kent, era figlio del re dei Teutoni invasori,
Hengist. Contemporaneo dei primi anni di Artù, regnò dal 488 al 512.
OWAIN / EWEN / UWAINE / YWAIN. Eroe storicamente esistito che, nelle leggende
celtiche e del Ciclo Arturiano, divenne il figlio di Morgan Le Fay e di Re Urien,
in seguito ordinato Cavaliere della Tavola Rotonda con il nome di Sir Ywain.
PALOMIDES / PALAMIDES. Saraceno che divenne uno dei più valorosi Cavalieri della
Tavola Rotonda. Prima al seguito della regina Iseult, si trovò poi coinvolto nella
Cerca della Questing Beast.
PARSIVAL, cfr. PERCIVALE.
PELLES / PELLEAS / PELLEAM. Re del Castello del Graal e, con tutta probabilità,
sinonimo del Re Pescatore. Era stato ferito da Sir Balin. Era il nonno di Sir
Galahad e, qualche volta, viene considerato il fratello di Re Pellinore.
PELLINORE. Re delle Isole e uno dei più forti Cavalieri in assoluto della Tavola
Rotonda, in uno dei primi episodi della saga arturiana sconfisse lo stesso Artù che
avrebbe ucciso se Merlino non fosse intervenuto con un incantesimo. Fu coinvolto
nella Cerca della Questing Beast. Era il padre di Sir Lamorack e, in qualche
racconto, anche di Sir Percival. Uccise Re Lot e fu a sua volta ucciso da Sir
Gawain.

PERCIVALE / PERSIVAL / PARZIVAL / PEREDUR. È il Cavaliere più strettamente


associato alla Cerca del Santo Graal. Le leggende più antiche lo vogliono
cresciuto nelle foreste del Galles, mentre i racconti più recenti dicono che fosse
stato allevato da Re Pellinore.
PEREDUR, cfr. PERCIVALE.
QUEX, cfr. KAY.

TALIESIN. Bardo e profeta leggendario che si dice fosse cresciuto insieme a


Merlino.
TRISTAN / TRISTRAM / DRUSTAN. Figlio del Re Melodias di Lyonesse e nipote del
Re Mark di Cornovaglia della cui moglie Iseult si innamorò. Bandito dalla
Cornovaglia, entrò a far parte della Corte di Re Artù divenendone uno dei
Cavalieri più forti, finché fu costretto a fuggire in Bretagna, dove sposò un’altra
Iseult.
UTHER PENDRAGON. Re della Britannia e padre di Artù, che ebbe da Ygraine.
UWAINE, cfr. OWAIN.
VIVIAN / VIVAYN, cfr. NINIANE.
VORTIGERN. Re della Britannia il cui regno, a metà circa del V secolo, precedette
quello di Ambrosius. Fece venire Hengist in Britannia per razziare le terre dei
Sassoni, ma Hengist, una volta arrivato, s’impadronì del Kent. Merlino appare per
la prima volta nel regno di Vortigern.
YSEULT, cfr. ISEULT.
YVAIN, cfr. OWAIN.
LA LEGGENDA DI ARTÙ
Titoli originali:
Chief Dragon of the Island, by Joy Chant, 1983; The Dragon’s Boy, by Jane Yolen, 1986;
The Knight with Two Swords, by John Steinbeck; Morte d’Alain, by Maxey Brooke, 1952;
King’s Man by Sasha Miller, 1989; Sir Percivale of Wales, by Roger Lancelyn Green, 1953;
For To Achieve Your Adventure, by Theodore Goodridge Roberts, 1951; Buried Silver by
Keith Taylor, 1977; Jaufry the knight and the Fair Brunissende, Son of the Morning, by Ian
McDowell, 1983; The Lady of Belec, by Phyllis Ann Karr, 1989; Artos, Son of Marius, by
André Norton, 1972; An Entry That Did Not Appear in Domesday Book, by John Brunner,
1988; Midnight, Moonlight, and the Secret of the Sea, by Darrell Schweitzer, 1981.
JOY CHANT
Il Signore Drago dell’Isola

Iniziamo il nostro viaggio attraverso la leggenda del Pendragone con una visione
d’insieme della vita e delle imprese di Artù, adattate liberamente dalla Hystory di
Geoffrey di Monmouth da parte di Joy Chant.
Proviene dal suo libro magnificamente illustrato The High Kings (1983) che
narra le vite dei primi re di Britannia così come furono messe per iscritto per la
prima volta da Geoffrey, e del quale la vita di Artù forma il capitolo finale.
Joy Chant (nata nel 1945), inizialmente era una bibliotecaria, ed è conosciuta
soprattutto per la sua trilogia fantasy ambientata nel paese di Vandarei: Red Moon
and Black Mountain (1970), The Grey Mane or Morning (1977) e When Voiha
Wakes (1983). Ha anche scritto un saggio: Fantasy and Allegory in Literature for
Children and Young People (1971).
Di tutti i re dell’Isola dei Potenti, tre sono i più importanti: Dunvallo il
Legislatore, Bran il Benedetto, e Artù il Guerriero. Questi sono i Tre Pilastri
dell’Isola, e il più grande fra loro è indubbiamente Artù.
Sua madre Igerna era sorella del Grande Re Ambrosius. Era la più graziosa tra le
donne, corteggiata da molti e conquistata, alla fine, da Gorlas di Cornovaglia. Per
il tempo di un inverno essi furono felici insieme finché, la sera di Beltane, Gorlas
seppe da una saggia donna che, se Igerna avesse mai avuto un figlio, suo marito
non sarebbe sopravvissuto al giorno della sua nascita.
Da quel momento Gorlas non giacque più con Igerna e, quando lui non era in
sua compagnia, la teneva prigioniera nella rocca di Tintagel senza altri che donne
intorno a lei. La strozzatura di terra che conduceva a quella roccaforte era chiusa
da un cancello e, giorno e notte, una donna-guerriero fungeva da guardiano così
che nessuno, tranne Gorlas, potesse entrare.
Venne un giorno in cui il Grande Re Ambrosius Aurelianus, parlando con il suo
amico e consigliere Merdyn, si lamentò che non ci fosse alcun bambino della sua
casa che potesse diventare suo erede. «Non è mio destino avere una moglie»,
disse, «ma mi rattrista il fatto che mia sorella Igerna sia sterile».
«Forse non lo è», disse Merdyn al suo Signore in tono consolante.
«Da sette anni è la moglie di Gorlas e non ha mai concepito», replicò il re.
«Ma non ti devi disperare, poiché ti predico che un figlio di Igerna sarà Grande
Re dopo di te», lo consolò Merdyn.
Ambrosius ne gioì, perché non vi era nessuna predizione di Merdyn che si fosse
dimostrata falsa. Lui era il più saggio degli uomini, e possedeva grandi poteri; si
diceva che non avesse avuto un padre terreno. Era il bardo di Ambrosius, ed era
considerato uno dei tre principali bardi di Britannia; gli altri due erano Guidion
figlio di Don, e Taliesin, il bardo di Artù. Con la sua grande sapienza Merdyn
scoprì la verità circa la sterilità di Igerna, e si infuriò con Gorlas. Lasciò per un
po’ la Corte di Ambrosius, e nessuno sapeva dove fosse andato. Nessun uomo ha
mai conosciuto tutte le azioni di Merdyn, né tutti i suoi spostamenti.
Gorlas aveva un’amante, e una sera d’estate partì per farle visita ma, prima di
arrivare all’appuntamento, giunse a un lago e, lì nei pressi, c’era un gruppo di
gente gentile e allegra, di bellezza ultraterrena. Lo chiamarono ridendo, e gli
dissero: «Vieni con noi, bell’uomo dai riccioli bruni, nella nostra Corte nel lago».
Lo presero per mano e lo condussero sotto l’acqua: lì c’era una sala, più bella di
qualunque altra avesse mai visto, piena di luce e musica. Nel posto più importante
c’era una donna dai capelli scuri, di grande bellezza, che si alzò e, avvicinatasi a
Gorlas, lo baciò e gli chiese di prendere posto al suo fianco. Di lì a poco lo
condusse nella sua camera, e quella notte lui giacque con lei.
Quella stessa notte, un po’ dopo il tramonto, un uomo con l’aspetto di Gorlas
arrivò a Tintagel, e la guardiana lo fece entrare. L’uomo cercò Igerna e, non
appena fu solo con lei, disse: «Amore, a Beltane non è cosa buona che gli amanti
dormano separati!».
Igerna lo guardò stupefatta e arrabbiata. Poi gli rispose freddamente: «Mi
meraviglia che tu mi parli così! Sono stata tua moglie per sette anni e un inverno,
e da quella prima notte di sette anni fa non ho avuto da te una sola parola
d’amore. Hai fatto sì che venissi rimproverata per la mia sterilità in tutta la
Cornovaglia, e mi hai fatto vergognare nella mia stessa casa. Sette volte è venuta
Beltane, ma non tu da me. Quale miracolo ti porta qui stanotte?».
Lui le rispose con gentilezza. «Ahimè, non è stato per mia scelta che io non
dovessi dormire al tuo fianco. Un sortilegio era su di me, in modo che non
potessi godere del tuo amore né dirtene la ragione: l’ho scoperto con difficoltà.
Ma stasera sono libero dalle mie catene, perciò dimentichiamo il dolore».
Le parlò teneramente e in modo persuasivo, fino a che Igerna dimenticò la sua
rabbia e, a causa della dolcezza di lui, ricordò il suo amore per Gorlas e lo
accolse. Passarono insieme la notte di Beltane con grande gioia, e fu in quella
notte che venne concepito Artù.
Ma quando il sole cadde sul loro letto ed essi si svegliarono, l’uomo si alzò con il
suo vero aspetto, e Igerna vide che non era suo marito. Sebbene fosse bello di
una bellezza ultraterrena, lei si coprì il viso e gemette per il disonore.
«Non c’è disonore», disse l’uomo, «poiché io sono re tra la mia gente, e il
bambino che nascerà da questa notte ti arrecherà più onore di quanto ne abbia
mai posseduto qualsiasi donna di Britannia. Mentre aspetterai il bambino, nessuno
ne dovrà sapere niente, a meno che Gorlas non cerchi di farti del male, giacché la
sua morte sarà vicina quando tu darai alla luce tuo figlio: ecco la ragione per cui
lui si è tenuto lontano da te». Poi la baciò, dicendo: «Non ti vergognare del nostro
amore, poiché tu non ne hai colpa». E se ne andò come era venuto.
Il bambino rimase nel grembo di Igerna tre volte il tempo che è d’uso, ma Gorlas
era nella fortezza quando arrivò il momento, e lei temette che lui lo venisse a
sapere. Però, la stessa ora in cui il bambino per la prima volta si mosse per
piangere, arrivò al cancello di Tintagel un cervo bianco dalle orecchie rosse; il suo
richiamo era più dolce di qualsiasi musica e, quando scosse le coma, da esse
cadde della luce chiara.
Gorlas e i suoi compagni uscirono dalla fortezza con una tale fretta di dargli la
caccia che non fecero attenzione a nient’altro, e la donna-guerriero andò con loro
lasciando aperto il cancello. Allora Igerna fuggì nei boschi per partorirvi suo
figlio. Arrivò a una capanna dove si trovavano tre vecchie che gridarono: «Nel tuo
ventre c’è un principe con un collare d’oro!» e, dopo averla fatta entrare, le
prestarono le cure del caso. Il bambino nacque senza i dolori del parto. Le tre
donne presero il secondamento e lo gettarono in un fuoco accanto alla porta.
Igerna diede alla luce un figlio, un bambino forte, bello, e splendente come il
fuoco: quando uscì dal ventre della madre, lanciò un grido. La donna che lo prese
per prima gridò: «Ecco un Drago! Sarà il terrore dei nemici della Britannia!».
Scrutando il viso del bambino, sua sorella disse: «Ecco il conforto dei deboli, il
protettore della Britannia!». E la terza profetizzò: «Ecco il re che sorpasserà tutti i
re terreni, la gloria della sua gente! Il suo nome sarà una gioia e una consolazione
per i Britanni non appena verrà pronunciato». Poi diedero il bambino a Igerna
perché lo allattasse, e lei fu piena di gioia.
Ma Gorlas era ritornato a Tintagel e, scoprendo che lei era fuggita, la inseguì con
grande rabbia. Quando la trovò nella capanna con il bambino al seno, il suo
terrore fu grande quanto la sua rabbia: le strappò il bambino e lo portò sulla riva
del mare per affogarlo. Ma, quando alzò il bambino tra le mani per gettarvelo
dentro, lo afferrò la paura di ciò che stava facendo: così, invece di ucciderlo con le
proprie mani, prese una piccola barca e vi mise il bambino, poi spinse la barca
nel mare.
Il fuoco in cui era stato bruciato il secondamento si era consumato e, tra le ceneri,
c’era un uovo dal quale uscì un drago. Il drago mangiò il guscio dell’uovo, le
ceneri, e le braci del fuoco, poi crebbe fino alla grandezza di una lucertola, quindi
di un gatto, poi di un cane, e infine di un cavallo; a questo punto, aperte le ali, si
alzò nell’aria. Il drago si diresse verso la spiaggia e trovò Gorlas che ne tornava.
Piombò sopra di lui e lo circondò con il suo velenoso respiro di fuoco, cosicché
l’uomo soffocò e bruciò dentro di esso. In questo modo morì.
Dopo di ciò, il drago volò sulla Britannia e molti lo videro e gridarono per la
meraviglia e la paura. Ma Merdyn disse ad Ambrosius: «Il bambino che ti avevo
predetto è nato!».
Il Grande Re andò di corsa dalla sorella e trovò Igerna in preda al dolore, il
bambino sparito, e Gorlas morto. Pieno di dolore e confusione, la portò nella sua
casa e, sebbene Merdyn chiedesse loro di sperare, essi erano pieni di dolore. Per
quanto riguarda il drago, questo atterrò sulle montagne, e trovò una caverna tra le
rocce, nascosta agli uomini, dove si distese per dormire tranquillamente.
La piccola barca toccò riva nelle terre di Cunomor, re di Cornovaglia, e il
bambino fu portato da lui. Il re rimase stupito al vederne la bellezza e la forza,
meravigliandosi che un bambino tanto piccolo fosse arrivato incolume dal mare.
Disse a sua moglie: «Cosa ne dobbiamo fare?».
Sua moglie era una sorella di Igerna, per via del loro padre Andblaud; il suo
nome era Morvith, e anche lei aveva da poco partorito un figlio. Guardò il
bambino e disse all’improvviso: «Il mio cuore lo desidera: dallo a me, e io lo
allatterò con nostro figlio, Custenhin».
Chiamarono il bambino Artù, e lui crebbe nella Corte di Cunomor fino a che
ebbe sette anni. A quel tempo, era il capo di tutti i ragazzi del luogo, persino di
quelli che avevano due volte la sua età. A quattro anni superava nella corsa i
ragazzi grandi e sapeva scagliare una lancia, a cinque poteva cavalcare un cavallo
da guerra e nuotare nel fiume più rapido, a sei saliva in cima al tetto dal quale
saltava giù, e si lanciava al galoppo contro qualsiasi bersaglio. Il re e la regina
stavano spesso in ansia per lui a causa della sua temerarietà.
Quando Artù ebbe sette anni, Cunomor disse: «È ora che questo ragazzo sia
adottato!». Quando andò alla Corte del Grande Re, portò il ragazzo con sé.
Ambrosius lo vide lì, mentre si divertiva con gli altri ragazzi: era il primo tra i
migliori, e il cuore gli batté forte dentro al petto.
Disse a Merdyn: «Di chi è figlio quel ragazzino con i capelli color bronzo? Sento
infatti che il mio cuore è attirato da lui, come se fosse della mia stessa gente».
«Non c’è da meravigliarsi», rispose Merdyn, «dato che lui è il figlio di Igerna, tua
sorella!».
Ambrosius ne fu stupito, e allora Merdyn gli rivelò la storia della nascita del
ragazzo. Poi Ambrosius mandò a chiamare Artù e, dopo aver parlato con lui,
rimase compiaciuto per la prontezza e la buona educazione del ragazzo, nonché
per l’intelligenza che mostrava. Quando udì che Cunomor stava cercando un
padre adottivo per lui, il Grande Re disse: «Che ne pensi di restare qui, ed essere
adottato da me?»
«Cosa dovrei imparare qui?», chiese Artù.
«Ad essere re».
«Questo mi piacerebbe!».
Da quel momento Artù fu allevato nella Corte di Ambrosius e, quando si seppe
della sua nascita, Igerna, ora sposata nuovamente, si affrettò a venire piena di
gioia per vedere suo figlio.
Il Grande Re non era l’unico ad avere voce in capitolo nella sua educazione. Artù
passava una parte dell’anno con Cunomor e Morvith, e un’altra parte nella casa
del marito di Igerna, Rica, anziano Signore della Cornovaglia. Nessun uomo nel
regno possedeva una ricchezza come quella di Rica, né la distribuiva con mano
tanto generosa. Lui si era assunto il compito di provvedere ai figli di molti nobili;
lì, Artù ebbe come fratellastro Cai.
Merdyn insegnò ad Artù tutte le tradizioni della Britannia, e altre conoscenze il
giovane le apprese da San Illtud, che era suo cugino. Ma Ambrosius, il suo
potente zio, gli insegnò tutte le astuzie del guerriero, e quelle cose che era
necessario un re sapesse: il cuore del ragazzo apparteneva a lui sopra ogni altro.
Quando Artù fu prossimo all’età adulta, i Sassoni ripresero la guerra nell’Est
dell’Isola. Ambrosius radunò in fretta il gruppo da guerra e cavalcò alla sua testa.
Artù lo vide mentre stava ritornando dalla caccia con Cai, il suo fratellastro, e
Custenhin, suo cugino. Disse a Merdyn: «Quale notizia è giunta, per far sì che
mio zio si metta a capo dei suoi guerrieri?»
«Che la stirpe di Ronnwen è guarita dalla ferita che lui le inferse, e che si è
rialzata per affliggerci».
«Per il drago che nacque con me!», gridò Artù. «È ora che io cavalchi con lui!».
Merdyn rispose: «Infatti è ora, dato che la vittoria dei Britanni segue i tuoi passi.
Ma le armi per te non si trovano in questa Corte».
«Dove le troverò, allora?»
«Vieni con me», disse Merdyn.
Portò Artù in Cornovaglia, sulle rive di un lago; era molto bello, con un bosco di
querce e noccioli sulle sue sponde e un’isola in mezzo. Merdyn gli spiegò:
«Quello è il luogo dove troverai le tue armi. Vai ora; io ti aspetterò qui».
Artù scese nel bosco, e sul suo cammino incontrò una ragazza. Era alta e sottile,
con un abito di seta verde e un mantello cremisi sopra, le nove trecce dei tuoi
capelli neri raccolte da fermagli d’argento. La sua fronte e le braccia erano bianche
come il fiore del prugnolo e, quando sorrise ad Artù, le sue labbra rosse si
schiusero su denti di perla e il desiderio d’amore le brillò negli occhi luminosi.
Artù smontò dal cavallo per salutarla, e la lucentezza dei suoi occhi e il suo
sorriso erano come quelli di lei.
La fanciulla disse: «So chi sei e perché sei venuto. Avrai quello che chiedi, e io ti
darò dei consigli che ti potranno far ottenere di più, se posso avere ciò che
desidero».
«E cos’è?»
«La tua compagnia questa notte, e il tuo fianco contro il mio fianco».
«Per la mano del mio amico, non mi è difficile accontentarti!».
Andò con la ragazza in una capanna verde, e quella fu la sua prima conoscenza
delle donne. Al mattino lei gli disse: «E ora il mio consiglio. Su quell’Isola
troverai una roccia, e dietro di essa la strada per il luogo che tu cerchi; fui
mandata qui per dirtelo. Ecco la mia parola per te. Il Signore e la Signora di quel
luogo ti armeranno. Qualsiasi lancia ti offriranno, così come qualsiasi scudo, elmo
e pugnale, accettali; ma rifiuta qualunque spada ti offrano fino a che non vedrai
una vecchia e semplice spada con l’elsa di ottone e un fodero di pelle di cinghiale.
Allora prendila, perché quella è Caledvolc. Quella spada trae sangue dal vento, e
divide il pensiero dalla parola. Fino a quando Caledvolc, o possente falco da
battaglia, sarà nelle tue mani, non ci sarà guerriero che ti potrà resistere; e se il
suo fodero è al tuo fianco, non sarai mai ferito. Vai ora, e ritorna da me stanotte».
«Ricorderò ogni tua parola, ma nessuna in modo così chiaro come queste!», disse
Artù. La prese quindi tra le braccia e le diede molti dolci baci prima di dirigersi
all’Isola. Trovò la roccia e la porta, trovò la sala che Gorlas aveva visto, e lì vi era
la dama di incredibile bellezza che regnava in quel posto.
Lei gli sorrise: «Sei il benvenuto qui. Ti abbiamo atteso a lungo, Drago
dell’Isola!».
Artù rispose: «Sia benedetto questo luogo e la Signora di questo luogo. Ti
ringrazio per il tuo saluto ma, per quanto riguarda il nome che mi hai dato,
ancora non me lo sono guadagnato. È un ben povero guerriero chi è senza
armi».
«Le avrai», disse la dama.
Furono portate delle armi e lei lo armò, mettendogli un elmo sulla testa e un
bello scudo al braccio, un pugnale alla cintura e una lancia in mano. Ma, quando
gli portò una spada tutta lavorata di smalto brillante, con un fodero anch’esso
smaltato, lui disse: «Quella spada non fa per me».
«Allora ne avrai un’altra», replicò lei, e ne fece portare una più bella; ma Artù
diede la stessa risposta e così fece con tutte, per quanto splendide fossero, fino a
che non scovarono una vecchia spada con una lama scura e un’elsa di ottone, in
un logoro fodero di pelle di cinghiale. Artù allora afferrò quella, dicendo: «Questa
è la spada che fa per me!».
«Ecco davvero un buon occhio per una spada!», esclamò la Signora. «Lo hai
ereditato da tuo padre».
Poi il Signore del posto entrò, salutò Artù sorridendo, e gli disse: «Penso che
quella scelta ti sia stata suggerita, ma prendi pure la spada che fu mia, come è
giusto, e distruggi con essa i nemici della Britannia». Fu fatta quindi entrare una
cavalla tutta bianca, con le orecchie rosse luccicanti, e un cane bianco dalle
orecchie rosse, grande come un vitello: il Signore mise la briglia della cavalla e il
guinzaglio del cane nella mano di Artù, poi gli diede anche un mantello, dicendo:
«Ecco uno dei Tesori dell’Isola; infatti, chiunque indossi questo mantello, vedrà
ogni cosa e non sarà visto da nessuno».
Dopodiché, Artù lasciò la splendida sala, e trovò sulla sponda del lago Merdyn
che lo aspettava. Quando vide Caledvolc nella mano di Artù, Merdyn sorrise e
disse: «In effetti sei ben armato, se tuo padre ti ha dato la sua spada!».
Artù ne fu sorpreso. «Quel Signore laggiù era mio padre?»
«L’hai detto: è lo stesso che andò da tua madre nelle sembianze di Gorlas, suo
marito. È stata una cosa buona ottenere Caledvolc da lui; non avrei mai pensato
che tu potessi ottenerla, se non con l’aiuto della Signora o di sua figlia».
Ricordando la graziosa ragazza della capanna verde, un grande terrore colse Artù.
Lentamente disse: «Sono stato consigliato. Chi è quella fanciulla?»
«Allora non c’è da stupirsi, poiché quella è Morgana, tua sorella».
Al che, un grande orrore scese su Artù il quale, quando vide la ragazza che
veniva verso di lui, gridò: «No! Non ti avvicinare! Quando penso al peccato che
abbiamo condiviso, il mio cuore si trasforma in ghiaccio!».
Morgana indietreggiò irata. «Non vedo alcun peccato», disse, «bensì una grande
cortesia! Vai allora! Manca al tuo appuntamento e perderai la tua fortuna: perché
c’è un prezzo da pagare per la tua infedeltà. In potenza e gloria nessun uomo ti
potrà mai eguagliare e la Britannia non dimenticherà mai la tua fama, ma ti
aspetta anche questo destino: non avrai mai l’amore di una donna, e mai una ti
sarà fedele, né mai riposerai in pace nelle braccia di alcuna, finché non giacerai
ancora nel mio grembo!». Poi se ne andò volteggiando e discese nel lago.
Merdyn aveva un’aria grave. «Questa è veramente una sfortuna», mormorò.
Ma Artù alzò la testa e ribatté: «Com’è possibile? Non sono miei il potere, la
gloria, e un nome che sarà ricordato? È tempo che io li cerchi; dimmi perciò
dove posso trovare questa battaglia!».
Così, in groppa alla bianca cavalla con le orecchie rosse e con il cane al suo
fianco, Artù cavalcò come il vento, inseguendo Ambrosius e il suo manipolo di
guerrieri; e li trovò, poiché il cavallo e il cane sentivano l’odore della battaglia.
L’armata della gente di Ronnwen era grande, e i Britanni erano in difficoltà, fino a
che non arrivò Artù. Entrò in combattimento come un mietitore va in un campo
d’orzo; come un forte vento arriva a ripulire il frutteto dei suoi fiori, così fu la
discesa di Artù tra i Sassoni. Caricò avanti e indietro, con Caledvolc simile a una
falce insanguinata nel suo possente braccio, schiacciando ossa e seminando morte
ad ogni passo della bianca cavalla, mentre il grande cane si gettava su ogni
aggressore che sopraggiungeva alle spalle. Ma ben presto non si fece più avanti
nessuno: quelli che erano sopravvissuti ai compagni che si erano gettati come
pazzi nella battaglia fuggirono. Allora, sull’orrendo campo di battaglia, Artù e
Ambrosius si incontrarono e, smontati dai loro cavalli, si abbracciarono.
Artù disse: «Ho le mie armi, Capo dell’Isola».
Il Grande Re gettò all’indietro la testa e rise forte. «Drago dei Britanni, la voce si è
sparsa».
Così era Artù, nato dagli dèi e armato e benedetto da essi, dotato di gloria e
potere non umani. Ma l’incantesimo gettato su di lui da sua sorella ne minò la
forza e lo perseguitò per tutti i suoi giorni.

Venne il tempo che Ambrosius morì, e amaro fu il dolore di Artù. Ma poi si


ricordò della sua eredità. A Pasqua Artù fu acclamato Grande Re di Britannia e si
festeggiò per tutta l’Isola il fatto che vi fosse un uomo tanto potente a guidarli.
Poiché non ci fu mai più un re paragonabile ad Artù.
La sua Corte a Camalod era di grande splendore; intorno a lui si raccoglievano
bardi e guerrieri provenienti da tutta la Britannia, artisti, artigiani, nobili dame, e
tutti trovavano una generosa accoglienza. Al tempo di Artù le leggi venivano
rispettate; allora l’uomo forte non osava opprimere il debole, e non c’erano
discordie tra i principi dell’Isola. La Britannia conobbe la sicurezza dalle
incursioni dello straniero. Quando Artù cavalcava in battaglia, vestito a vivaci
colori, con Caledvolc in mano, la sua cavalla Argento Vivo sotto di lui, e il suo
cane Cabal al fianco, non c’era alcuno che potesse eguagliarlo. Sconfisse i Sassoni
in dodici grandi battaglie, e nell’ultima - a Mount Badon - li distrusse
completamente. Era inverno per i suoi nemici, ma estate per i Britanni.

Molte sono le meravigliose imprese di Artù; solo alcune vengono qui raccontate,
poiché la grandezza della sua gloria è ben narrata altrove. Nei primi giorni del suo
regno un gigante chiamato Ritto gli mandò un insolente messaggio: «Il mio
mantello è orlato con le barbe dei re, e io avrei anche la barba del re dei Britanni,
se questa crescesse sulle sue guance!».
Artù se ne irritò; con Cai, il suo fratellastro, andò a cercare il gigante, ma si
arrampicò sulla montagna da solo fino alla bocca della caverna, e gridò, per
deriderlo: «Qui c’è Artù dei Britanni e anche la sua barba, se il tuo rasoio è
abbastanza affilato da prenderla!».
Ritto si precipitò fuori, con indosso il mantello orlato di barbe, e lottarono fino a
che Artù non rimase vittorioso. Scese dalla montagna con il mantello sulle spalle e
la testa di Ritto in mano. Cai mandò un grido, ma Artù disse soltanto: «Parla
piano dell’impresa; non va a mio onore l’aver ucciso un barbiere!».

Le donne di Britannia sorridevano ad Artù, perfetto nel viso e nelle forme, con i
capelli simili a bronzo splendente e le iridi verdi-azzurre di ogni occhio che si
increspavano intorno alle pupille come il mare di Cornovaglia intorno a una
roccia. Molti furono gli appuntamenti che ebbe con una quantità di ragazze dalla
bocca dolce. Ma per lui era meglio la compagnia dei suoi amici che l’amore delle
donne.
Più cari di tutti erano per lui Cai e Bedvir. Cai l’Alto era stato, nell’infanzia, il suo
fratellastro. In battaglia era un compagno gioioso al fianco di Artù: il coraggio era
nel suo cuore e la risata nella sua testa. Riguardo a Bedvir, i Britanni lo
chiamavano l’Uomo Perfetto. Era bello e leale, una veloce aquila di guerra. Tra
questi due e Artù c’era un grande affetto, e lui compì molte imprese in loro
compagnia. Ma non rivolse il suo desiderio su una ragazza piuttosto che su
un’altra, fino al raccolto delle mele di un certo anno.
Cavalcando da solo, arrivò in un bosco di meli selvatici, e rimase confuso,
pensando che fosse un frutteto del Sempiterno, a causa della straordinaria bellezza
della fanciulla che vi vide. Era diritta e snella come un pero, ma agile e aggraziata
nei movimenti. I suoi capelli sciolti erano colore del miele scuro, e la loro
lucentezza e le loro onde erano come un campo d’orzo inondato di sole; gli occhi
sotto la bella fronte erano del colore delle viole, e il rosso della rosa canina era il
colore delle labbra. Non vi erano parole atte a descrivere la sua bellezza; il suo
viso splendeva come un giorno d’estate. Indossava una tunica di seta color
zafferano con una cintura di smalto lucente, e teneva sollevata la gonna per
raccogliere in essa le mele, mostrando le caviglie sottili e i piedi delicati.
Artù la guardava, pieno di meraviglia; la ragazza voltò la testa e lo vide, ma non
parlò: lo guardò soltanto sorridendo e poi abbassò gli occhi. Allora, l’amore per
lei gli pervase le membra: arrossì, e scese con un salto dal cavallo per andare
verso di lei. Ma la giovane si eclissò alla vista e, per quanto lui cercasse, non riuscì
a trovare né lei né un segno del suo passaggio. Si mise a cercarla chiamandola e,
quando comprese che era veramente sparita, l’angoscia lo afferrò. Ebbe la
sensazione che non sarebbe esistito al mondo alcun bene per lui, se non fosse
riuscito a rivedere quella ragazza sottile e perfetta, e prenderla tra le braccia.
Ritornò di corsa a Camalod e cercò Merdyn. Una volta trovatolo, gli disse:
«Saggio tra gli uomini, ecco un indovinello per te! Chi è la donna che ho visto
sotto gli alberi di melo, con il comportamento di una regina, l’aspetto di un
mattino di maggio, e con i capelli castani più lucenti di qualunque oro io abbia
mai visto?».
Merdyn rispose: «Hai visto Gueneva, figlia del gigante Ogran».
«La devo ritrovare», dichiarò lui, «poiché nulla potrà darmi soddisfazione tranne
il suo amore».
Merdyn rise, dicendo: «Non vi sono in Britannia sufficienti ragazze dagli occhi
splendenti, che vuoi incontrare la figlia di un gigante?»
«Non c’è donna al mondo che possa soddisfare un uomo che abbia visto
Gueneva!», disse il re. «Inoltre, non desidero solo il mio braccio intorno alla sua
vita, ma farla mia moglie e regina dell’Isola dei Potenti; infatti nulla di meno le si
confà».
Merdyn era sgomento, ma usò ancora parole dolci. Con gentilezza disse:
«Sebbene la fanciulla sia veramente più graziosa di qualunque altra attualmente in
vita, e nonostante abbia la bellezza di Eva e di Elena, il Drago dell’Isola deve
sempre essere saggio nello scegliere una regina. Questa dama non è la moglie
che dovresti scegliere».
Ma Artù rispose con ardore: «Per il Drago, io l’ho già scelta! E, se non avrò lei,
non ne avrò nessuna!».
«Persino questo sarebbe meglio per te!», rispose brevemente Merdyn.
Allora scoppiò un litigio tra il giovane re e il suo consigliere. Artù non voleva
cedere, e Merdyn, data la sua saggezza, non poteva; né Merdyn voleva dire ad
Artù dove avrebbe dovuto cercare Ogran il Gigante. Disse soltanto: «Non avrai
alcun aiuto da me per questa faccenda; infatti, se segui il mio consiglio, non
cercherai quella ragazza».
«Allora la cercherò senza di esso, e la troverò nonostante te!», gridò Artù. Quindi
si separarono in collera.
Artù indossò il mantello che gli aveva dato il Signore che dimorava sotto il lago, e
ritornò al bosco di meli. Attese per tre giorni e, quando vide un’altra volta
Gueneva, la seguì fino alla roccaforte del padre. Arrivarono a una vecchia fortezza
grigia scolpita nella montagna, con nove cancelli per entrare, ciascuno custodito
da un gigante. Allora Artù si sbarazzò del mantello, abbatté ogni cancello, e uccise
ogni guardiano. Finalmente arrivò in una vasta sala dove Ogran sedeva
nell’oscurità, e lui stesso era un’oscurità più profonda nelle ombre gigantesche.
Poi un grande rumore riempì la stanza, ed era la voce di Ogran. «Chi bussa in
modo tanto scortese e perché viene qui?»
«Artù di Britannia, Capo Drago dell’Isola, e viene a chiedere che tua figlia
Gueneva sia sua moglie e Regina dell’Isola dei Potenti!».
«Una richiesta audace! Ma a un ospite non si deve mai dire di no. Vieni qui,
Gueneva!».
Nella stanza entrarono tre giovani donne, portando seco ognuna un lume. A
quella vista Artù trattenne il respiro, poiché ciascuna era simile alle altre così
come una goccia d’acqua è simile a un’altra.
Con maligna educazione Ogran gli chiese: «Ecco le mie tre figlie, le mie tre
Gueneva. Qual è quella che ami? Ora scegli, ma sappi che se scegli male avrò la
tua testa».
Artù fissò le tre Gueneva davanti a sé e si sforzò di vedere una differenza, in
modo da poter scegliere l’unica che amava veramente fra le tre. Ma non riusciva a
scegliere. Disse allora tra sé: «Per la mia testa, è più difficile di una battaglia!».
Allora Ogran rise, e mandò via le ragazze con un cenno della mano: esse si
avviarono verso la porta ma, mentre l’ultima delle tre passava, Artù si accorse che
dalla sua gonna si levava l’odore delle mele. Una sensazione di trionfo lo riempì,
afferrò la mano di lei, e gridò: «Ecco la sposa che scelgo!».
La ragazza rise e le sue sorelle svanirono. Ma Ogran disse: «Una cattiva scelta: in
essa vi sono sia la tua morte che la mia. Ma prendila pure, dal momento che l’hai
scelta, e tientela se ci riesci!». Mentre parlava, si alzò e colpì Artù dall’oscurità, ma
Artù gettò il mantello su di sé e su Gueneva, poi sguainò Caledvolc e tagliò la
testa del gigante.
Quindi fuggì con Gueneva e lei andò con lui contenta. Quando furono alla luce
del sole, la giovane gli gettò le braccia al collo, lo baciò, e disse: «Temevo che
l’uomo che mi avrebbe sottratta a mio padre non esistesse!».
Artù la rassicurò: «Fino a quando avrò Caledvolc in mano, nemmeno un gigante
mi potrà eguagliare».
Così la portò a Camalod, e tutta la Corte si meravigliò per la sua bellezza. Solo
Merdyn non gioì, e disse ad Artù: «Ora hai quello che hai scelto. A ragione le
viene dato il nome di “Bell’Incanto”, perché nessun uomo vivente vedrà mai
qualcosa di simile. Ma lei è una che fa spezzare le lance e perciò, se mi darai
retta, non ne farai la tua sposa».
«In questo non seguirò il tuo consiglio», dichiarò il re.
Merdyn si alzò e replicò: «Non ho mai fatto profezie false, né ti ho mai
consigliato male ma, dato che preferisci i baci di una ragazza al mio consiglio, te
ne dispenserò».
Artù ne fu addolorato ma, in quei primi giorni, fu difficile per lui pentirsi di ciò
che li aveva divisi, talmente gioiosa era la vittoria sul gigante, e talmente dolce la
compagnia di Gueneva, nonché il piacere che provava tra le sue braccia.

Al tempo di Artù, Huarwor l’Affamato era una piaga dell’Isola; non aveva mai
trovato una tavola che riuscisse a saziarlo, ma alla Corte di Artù trovò
soddisfazione. Venne anche Paluc Cat, che mangiava a ogni pasto venti dozzine di
guerrieri, fino a che Artù non lo uccise, coprì lo scudo con la sua pelle, e usò i
suoi capelli come punte di lancia per un’armata.
Ma, di tutte le sue imprese, la più audace fu l’incursione nella Terra della
Promessa, per appropriarsi del Calderone dell’Abbondanza. Desiderava avere quel
Calderone per fame un Tesoro dell’Isola, come il Calderone della Rinascita che
Bran aveva donato all’Irlanda. Infatti Artù sentiva che esisteva una forte rivalità tra
lui e Bran.
Ma quell’avventura non fu molto più fortunata dello scontro armato di Bran in
Irlanda. Essi infatti partirono alla volta del Paese della Giovinezza: Artù, che aveva
viaggiato sulla sua nave Pridwen, con altre che lo seguivano, andò a cercare il
Calderone da solo, e lo trovò. Ma, quando lo afferrò, scoprì che non poteva fare
molto più che inclinarne il bordo e, quando lo avrebbe voluto lasciare, scoprì che
le sue mani vi erano attaccate saldamente. Rimase lì fino a che la gente di quel
posto venne a liberarlo, ma fu liberato dal Calderone solo per essere imprigionato
in Oeth e Anoeth. Era Manadan, un uomo molto furbo e astuto, colui che aveva
costruito quella prigione: era fatta di ossa umane cementate insieme, e all’interno
vi era un labirinto di piccole celle. Il suo nome significava Difficile e Molto
Difficile, Meraviglioso e Molto Meraviglioso, Strano e Molto Strano.
Per tre notti e tre giorni Artù rimase lì, e la Prigione di Ossa lo avrebbe tenuto
costretto lì per sempre, se vi fossero stati meno uomini nella sua compagnia. Ma
suo cugino Custenhin e Bedvir lo trovarono e, saliti sul tetto di Oeth e Anoeth,
scavarono finché sfondarono la Casa di Ossa e liberarono tutti i suoi prigionieri.
Erano stipati come le giovani api nelle celle di un’arnia. Artù ne uscì indenne, ma
non parlò per un giorno e una notte, poi pianse come un bambino, e dopo fu di
nuovo come prima.
Però l’esercito dell’Altromondo piombò su di loro e, quando quell’esercito fu
scacciato, rimasero solo sei uomini che fuggirono con Artù sulla sua nave.
L’esercito che viaggiava con Artù era sette volte l’equipaggio della Pridwen, ma
solo sette uomini fecero ritorno. Sebbene la vittoria avesse avuto un prezzo alto,
essa andò ai Britanni, e nessun’altra vittoria fu mai ottenuta dai mortali in una
battaglia contro il Sempiterno.
Fu dopo quella scorreria che Artù dissotterrò la Testa di Bran dal suo
nascondiglio a Londra. Questa è una delle Tre Infelici Rivelazioni: quando la testa
di Bran il Santo fu tirata fuori e la sua faccia non fu più rivolta contro lo straniero.
Se re Artù non avesse evitato che qualcuno condividesse con lui la gloria, ma
avesse unito la sua alla forza di Bran, allora l’Isola sarebbe rimasta sicuramente in
possesso dei Britanni fino alla fine. Ma Artù disprezzava l’idea che alla Britannia
occorresse un’altra difesa all’infuori della sua, e non voleva che la protezione da
parte della Testa Meravigliosa diminuisse le lodi per il suo valore.
Effettivamente Artù trionfò come re e guerriero, sebbene fosse andato incontro
anche all’altro destino che Morgen gli aveva predetto. Non vi fu mai una donna
che gli fosse fedele, ma ogni sentiero che percorse fu calpestato da altri. Sebbene
Gueneva, la sua regina, non avesse mai avuto eguali per grazia e bellezza, non
trascorse molto tempo felice al suo fianco e, in quanto a lei, il suo sguardo e il
suo sorriso erano pronti per qualsiasi uomo tranne che per lui: con lei Artù trovò
sempre un letto freddo.
Dopo che la ebbe riportata dalla Città di Vetro, dove Melwas, re del Paese
dell’Estate l’aveva condotta, Artù non giacque mai più con lei.
Ebbe molte amanti, tra le quali le più importanti sono: Garwen, figlia di Henin il
Vecchio; Guil, figlia di Gendaut, e Indeg, con la quale generò Lachu, un eroe
glorioso. Ognuna di esse era famosa per la sua bellezza, ma lui non trovò un
amore fedele in nessuna di loro. Quindi la maledizione di Morgen fu efficace
contro Artù per tutta la durata della sua vita, né fu questa la cosa peggiore della
tragedia che accompagnò la loro unione.
Poi a Camalod arrivò un giovane, che chiese un posto tra coloro che vi
apprendevano la guerra: quando fu proclamato il suo lignaggio, si seppe che era
il figlio che Artù aveva avuto da Morgen, e il suo nome era Amros. Era ammirato
tra tutti; nessuno dei giovani o dei ragazzi di Camalod era migliore di lui,
nemmeno il figlio di Artù, Lachu, che prometteva assai bene.
Artù diede il benvenuto al ragazzo e lo chiamò figlio davanti a tutta la Corte ma,
quando il giovane dichiarò la sua nascita, il Grande Re sentì una stretta al cuore.
Per quanto concerneva l’istruzione Amros non aveva eguali, e così era per
l’eloquenza, ma Artù non traeva piacere da lui né dal suo bello spirito, né si
compiaceva per la bellezza del ragazzo: il giorno in cui non vedeva Amros era un
buon giorno per lui.
Quando per il ragazzo venne il momento di diventare un guerriero, si dimostrò
figlio di suo padre nelle azioni, ma ancora il re non riusciva a rallegrarsene. E la
fine di tutto ciò fu amara: il peccato più grande della vita di Artù. Uscito a cavallo
da solo con suo figlio nelle terre intorno al Severn, dopo aver mangiato, Amros
cantò per suo padre. Quando la canzone fu finita, lo guardò ridendo: i suoi occhi
e il suo sorriso erano simili a quelli di un altro che Artù aveva conosciuto, così
che, pieno di amore e di orrore, si alzò e uccise Amros con le sue stesse mani.
Quando vide il giovane a terra senza vita, tutto l’amore che Artù non aveva mai
provato per lui venne fuori all’improvviso; fu sopraffatto dal dolore e dalla
vergogna. Gridò ad alta voce: «Ahimè, Amros, per mia colpa e non per tua, io ti
ho accusato! Che sventura che io abbia visto tua madre, o che lei ti abbia
mandato da me. Tu eri il fiore dei giovani dell’isola, giovane falco da battaglia;
nessun nemico poteva superarti. Se la perdita di Caledvolc servisse a ridarti la vita,
o se la mia mano destra potesse comprarla, io me ne disfarei immediatamente!».
Poi scavò una tomba per Amros con le sue stesse mani e lo seppellì là dove era
caduto. Quella tomba è chiamata Licat Amros, e ha questa peculiarità: nessuno è
mai stato in grado di determinarne la lunghezza, poiché varia ogni volta che viene
misurata. Inoltre, fuori della tomba di Amros crebbe un nocciolo e, chiunque
mangiasse quelle nocciole, veniva dotato di una meravigliosa conoscenza. Tale fu
la morte del figlio di Artù e, fino ai suoi ultimi giorni, Artù non conobbe un
dolore simile a quello che aveva provato quando aveva ucciso Amros.
C’era un giovane ancora più caro di Amros ad Artù, più caro persino di Lachu.
Era Modrat, figlio maggiore di Cordav, il più alto dei Capi della Britannia, il cui
compito era sorvegliare l’Isola ogni volta che il re era assente. Modrat e i suoi
fratelli, Kidebog e Idaug, erano stati dati in baliatico con Artù, e Artù lo amava
sopra qualsiasi altro uomo, tranne Cai e Bedvir. Quando Modrat divenne uomo,
fu grande per saggezza quanto in battaglia, e Artù gli conferì il compito che era
di Cordav, suo padre; poi, quando attraversò il mare con i suoi compagni per
andare in Irlanda a cacciare il cinghiale Troit, lasciò Modrat a governare la
Britannia al suo posto.
Modrat protestò: «Preferirei venire con te».
«No», disse Artù, «perché non c’è nessun altro a cui affiderei la cura della
Britannia».
Poi andò all’inseguimento di Troit. Quel cinghiale era un re che a causa della sua
malvagità era stato trasformato in un cinghiale, e i suoi figli malvagi erano stati
trasformati in una nidiata di cinghialini. Cacciarlo fu un’impresa difficile. Seminava
morte e distruzione in una delle cinque province d’Irlanda e, quando l’esercito dei
Britanni arrivò per combatterlo, egli attraversò il mare e andò nell’Isola dei
Potenti, dove seminò rovina. Artù e i suoi compagni gli diedero la caccia in lungo
e in largo per la Britannia, e molti nobili morirono in quella caccia. Finalmente
uccisero tutti i suoi rampolli, ma Artù continuò a seguire le tracce di Troit e,
quando giunsero in Cambria, videro il cinghiale puntare veloce verso il Severa.
Il re disse a Cai, a Bedvir, e agli uomini che stavano con lui: «Troppi miei uomini
sono morti a causa di questo cinghiale e della sua progenie malvagia. Per rendere
onore al loro valore, giuro che, finché vivrò, non solo non entrerà mai più in
Cornovaglia, ma lo ucciderò: vita per vita!».
Diede di sprone ad Argento Vivo, e l’inarrivabile cavalla balzò in avanti: così fece
anche Cabal. Se era stato difficile non perdere di vista Troit, fu ancora più difficile
superarlo, e non sarebbe stato possibile per nessun altro, se non per la cavalla di
Artù dall’incomparabile salto. Avvistarono il cinghiale da Penlimon, e Argento
Vivo fece con un balzo il viaggio di un giorno, poiché saltò dalla cima di
Penlimon e non toccò nuovamente terra fino alle Montagne Nere, sebbene nei
pressi di Buelt colpisse con lo zoccolo una pietra per allungare il salto. Ancora
oggi la pietra porta l’impronta dello zoccolo. Catturarono Troit oltre Wye, vicino
alle sponde del Severa.
Lì Artù lo tenne a bada per un giorno, finché Cabal lo raggiunse. Allora Cabal si
precipitò su Troit, come anche Artù, e Troit li affrontò entrambi. Tutti e tre
caddero nel Severn, e la lotta che ne seguì fu senza quartiere. Il cane si attaccò
alla gola di Troit, mentre il re conficcava ripetutamente la lancia nel corpo
ansimante, ma l’animale ancora lottava; infine lacerò Cabal con le zanne, e così
inferse al grande cane una ferita mortale.
Poi Artù afferrò le zampe del cinghiale, lo rivoltò nell’acqua e lo tenne lì sotto. Fu
una battaglia simile a quella di Gogmagog con Corineus. Artù fu quasi sul punto
di perdere la vita, e perse il fodero di Caledvolc, perché era pieno d’acqua e fu
trascinato via dal fiume. Ma tenne fermo Troit fino a che il mostruoso cinghiale
morì affogato, poi trascinò la creatura a riva, dove Cai e Bedvir stavano
aspettando. Artù prese Caledvolc e tagliò la testa di Troit, mentre Cai e Bedvir
liberavano le mascelle di Cabal, ancora conficcate, nella morte, nel corpo a
brandelli. Quindi i tre si chinarono esausti sulle lance infisse nella carcassa e si
guardarono l’un l’altro.
«Amici», disse Artù, «stiamo diventando vecchi. D’ora in avanti lasciamo le
avventure ai giovani».
Quindi si inginocchiò accanto al corpo del cane e rimase lì per un po’ cullandone
la grande testa in grembo. Di lì a poco i suoi compagni terminarono di preparare
la tomba. Deposto Cabal nella terra, Artù vi alzò sopra un tumulo, in cima al
quale mise la pietra con sopra l’impronta di Argento Vivo. Ancora oggi viene
chiamato Tumulo di Cabal. Poi Artù proseguì verso la Cornovaglia per riposare
alla sua Corte di Celliwic.

Ma a Camalod una grave disgrazia era iniziata per la Britannia, poiché era nato
l’amore tra Gueneva e Modrat, così forte che essi non sapevano come disfarsene.
Il cuore di Gueneva si era spezzato per l’amore che nutriva nei riguardi del
giovane, e lei temeva il ritorno di Artù, ma nessuno dei due diceva una parola
all’altro. Poiché Modrat era un uomo d’onore senza macchia, un grande
Campione fedele al suo amore per Artù, e per questo anche Gueneva restava in
silenzio; finché ricevettero la notizia che Troit era stato ucciso e che il re sarebbe
ritornato presto. Allora Gueneva fu presa dalla disperazione.
Disse a Modrat: «Non ho mai amato un uomo fino a ora, ma adesso l’amore mi
ha distrutto. Per la verità che è nella tua lingua, ti supplico di dirmi se anche tu mi
ami, o no!».
Lui rispose con tristezza: «Triste fu il giorno che il re si rifiutò di portarmi in
Irlanda! Sono parole malvagie quelle che tu mi costringi a dire, ossia che ti amo,
ma purtroppo le devo dire. Però tu non hai alcun bisogno del mio amore, avendo
come marito il Drago dell’Isola, né io posso tradire colui che è il mio re nonché
il mio padre adottivo. Perciò lascerò Camalod e la sua compagnia di eroi, Re
Artù, e la tua vista».
Gueneva gridò: «Allora ti costringerò a portarmi dovunque tu vada! Se mi fosse
data la possibilità di scegliere tra il Drago e te, sceglierei te. Non esistono amore
né rapporti coniugali tra me e Artù. Sulle mie due sorelle giuro che non desidero
il suo ritorno, né il mio posto come Regina dell’Isola, ma solo la tua voce nelle
mie orecchie e il tuo braccio sotto la mia testa di notte!».
Allora Modrat la baciò e, dopo che ebbe fatto ciò, lei disse: «Tu sai benissimo
qual è il tuo dovere verso Artù, ma anch’io ho un diritto. Perciò ti chiedo di
venire da me stanotte e poi di non farlo mai più, a meno che tu non lo desideri».
Così quella notte Modrat si recò da lei, ed essi giacquero insieme: ma quello che
è stato una volta deve ripetersi. Da quella volta divennero amanti, anche quando
Artù ritornò. In quei giorni Gueneva era piena di gioia, ma il cuore di Modrat
bruciava.
Dopo l’uccisione di Troit nessun’altra grande avventura capitò ad Artù. Non
c’erano più mostri né giganti nell’Isola, e i Sassoni erano stati completamente
sottomessi. Il Grande Re cominciò a stancarsi dei giochi da tavolo e delle feste,
della caccia e del ricordo di vecchie imprese, e allora si venne a sapere in
Britannia che il governo di Roma era caduto in mano a uomini indegni.
«Per la mia testa!», disse Artù. «Che vada a mia vergogna se non libero la città più
grande del mondo da quegli uomini!». E decise che vi avrebbe governato lui
stesso.
Così raccolse un esercito, e affidò il governo dell’Isola dei Potenti ancora a
Modrat, il più alto dei Capi della Britannia; Modrat non protestò. Ma, la notte
prima della partenza di Artù, Gueneva andò in segreto nella sua camera, prese
Caledvolc, e lasciò al suo posto una spada fatta a sua somiglianza. Quindi nascose
Caledvolc.
Poi Artù partì, con grande sfarzo, alla volta della Gallia. Lì i Galli e i Britanni
dell’Armorica si raccolsero intorno a lui e combatterono contro i Franchi
vincendo molte battaglie e, sebbene non vi fosse Caledvolc nella mano di Artù, lui
non se ne accorse, perché non c’era nessuno che potesse stargli alla pari.
Gueneva fu lasciata a Celliwic, mentre Modrat era a Camalod. Lui si disse:
«Quello che farò adesso non mi lascerà nessun onore, fin quando il mio nome
vivrà ma, in questo modo, la regina sarà al riparo dalla colpa».
Raccolse quindi la sua guardia personale e condusse i guerrieri a Celliwic, dove
strappò Gueneva dalla sedia sulla quale era seduta, la colpì, e la trascinò via.
Allora la gente della Corte si alzò ruggendo e ci fu una feroce battaglia con i
guerrieri di Modrat: quando questi se ne andò, lasciò una grande rovina a
Celliwic. Questa fu la prima delle Tre Grandi Devastazioni di quell’isola; la
seconda fu quella che Artù fece al suo ritorno.
Modrat disse al suo amore: «Per questa battaglia e per gli uomini che vi sono
morti, Artù non mi perdonerà mai».
Gueneva gli rispose: «Non hai bisogno di cercare il suo perdono, se hai questa al
tuo fianco!». E gli diede Caledvolc, che aveva rubato.
Dei messaggeri lasciarono la Britannia e arrivarono da Artù a tutta velocità.
Quando lui ebbe udito il loro racconto, fu difficile dire se fosse più grande il suo
dolore o la sua rabbia. L’esercito di Artù ritornò rapidamente nell’Isola dei Potenti,
e Modrat mandò delle forze per contrastarlo. Allora gli uomini della Britannia si
uccisero tra loro, cosa che non era mai accaduta da quando Vortigern era morto;
ben amaro fu quel giorno! Il nipote di Artù, Gualcmai, figlio di sua sorella, fu
ucciso in quella battaglia, e la sua tomba si trova dove la nona onda bagna la riva.
Alla sua morte la furia di Artù aumentò. Disse gridando: «Il colpo che Modrat
inferse alla mia regina fu dannoso per la Britannia tanto quanto il colpo che
Matholug l’irlandese inferse a Branwen!».
Poi si recò nella casa di Modrat e la distrusse completamente; quando se ne andò,
non c’era più nulla da vedere di quello che prima vi era stato, e nessun uomo o
bestia vivente. Uccise con le sue stesse mani anche Kideboc, che aveva difeso la
fortezza, sebbene quell’uomo fosse un suo figlioccio.
Alla notizia della morte di suo fratello, in Modrat nacque un feroce rancore contro
Artù; dopo di ciò non fece più la guerra a malincuore. Raccolse un esercito, e i
suoi guerrieri combatterono i guerrieri di Artù in molti luoghi. I re, i principi e i
condottieri di Britannia erano divisi, alcuni per l’uno e alcuni per l’altro, mentre
altri volevano solo essere liberi da qualsiasi Grande Re. I Britanni uccisero i
Britanni, la legge fu dimenticata e, quando Artù se ne accorse, gridò di dolore.
Dopo quella prima battaglia si tenne a distanza dalla lotta e, durante una battaglia
al nord, suo figlio Lachu gli chiese il comando dell’esercito. Artù disse: «Ho
perduto Amros, Gualcmai e Modrat; ti voglio tenere al mio fianco». Ma, alla fine,
si arrese al giovane e gli diede la spada che portava al fianco, affinché se ne
servisse in battaglia.
Fu allora che Lachu cavalcò davanti ai Cavalieri; era rinomato in battaglia, il corvo
dell’esercito. Ma un giorno cadde, e ad Artù il figlio fu ucciso davanti agli occhi.
Il suo cuore quasi si spezzò per il dolore e lo stupore.
Quando gli portarono il corpo del giovane, Artù disse: «Se Lachu ha potuto
essere ucciso, non era possibile che fosse Caledvolc la spada nella sua mano!».
Osservò quindi la spada più attentamente, e si accorse che non era la sua; così si
rese conto del tradimento di Gueneva. In questo modo morì Lachu, il figlio
migliore del grande Artù, e fu seppellito nel fianco della collina.
Artù poi se ne andò, addolorato. «Cabal è morto, la ragazza che portai via al
gigante mi tradisce, e una spada che non è Caledvolc sta nella mia mano senza
che io lo sappia; sto diventando vecchio».
Né il suo dolore era alla fine perché, durante la battaglia seguente, Guidaug, figlio
di Menester, uccise Cai. Terribile fu il dolore di Artù per la morte del fratello
adottivo, come anche il dolore di Bedvir. Artù inseguì Guidaug e lo uccise,
quindi, spinto da una rabbia mortale, raccolse tutte le sue schiere, per cercare
Modrat e costringerlo a combattere.
Per due volte raggiunsero l’esercito di Modrat e per due volte questi si ritirò
davanti ad Artù e non volle combattere. Senza pietà, il Drago dell’Isola dei Potenti
lo inseguì e, la terza volta - nell’Ovest - chiuse Modrat e il suo esercito in una
valle tortuosa dalla quale non c’era via d’uscita, se non combattendo. Il nome di
quel luogo era Camlann.
La notte precedente la battaglia, Modrat non dormì, oppresso dal dolore e dalla
vergogna. Né riposò Artù; camminava con Bedvir al suo fianco e guardava
l’esercito accampato di fronte al suo. Preso dalla stanchezza, mentre la rabbia e
l’odio in lui bruciavano piano, si ricordò di come avesse istruito Modrat, di come
l’avesse osservato crescere, e di come l’avesse amato. Pensò alla Britannia, alla sua
forza sprecata, al fatto che così apriva le porte ai nemici, e disse a Bedvir: «Cai è
morto, come Lachu, e come molti altri nostri compagni e innumerevoli uomini
dell’Isola dei Potenti. Se la guerra finisse ora, la mia vita non vedrebbe questo
male mutarsi in bene. E domani verrà il peggio».
Bedvir replicò: «È una lotta immane, per una donna dissoluta; ma è così che
cadde Troia».
«Ho dimenticato qualsiasi donna abbia mai amato. Che importanza ha mai
Gueneva per me, o il posto che le fa da cuscino, se la Britannia può essere
risparmiata?».
Chiamò quindi Idaug, il terzo dei figli di Cordav, e gli disse: «Di tre fratelli, uno
mi è fedele. Vuoi andare da tuo fratello Modrat, per offrirgli la pace da parte
mia?».
Idaug acconsentì, e Artù gli diede i suoi messaggi per Modrat. Ma, mentre
andava verso l’esercito di suo fratello, Idaug si ricordò di suo fratello Kideboc, e il
suo cuore fu pieno di odio verso entrambi i nemici. Così riferì a Modrat non il
messaggio di Artù, ma uno pieno di insulti.
«Me li sono meritati tutti», disse Modrat. La tristezza lo riempì, e diede a Idaug
una risposta cortese per Artù.
Ma Idaug ritornando pensava: “È facile per lui dimenticare la morte di nostro
fratello; e perché no, dal momento che ne fu lui la causa? Ma per me è difficile”.
E cambiò nuovamente il messaggio, fingendo che Modrat avesse schernito Artù
dicendo che non aveva il coraggio di combattere mentre un altro brandiva
Caledvolc.
Nell’udire ciò, il viso di Artù si oscurò e lui si voltò. Ma poco dopo disse a
Bedvir: «Cos’è per me un insulto, a fronte di un tale pericolo per tutta la
Britannia?». E mandò a chiamare ancora Idaug. Una seconda volta l’agitatore fece
la spola tra i due e, mentre da ognuno riceveva un messaggio gentile, a ciascuno
ne riferiva uno offensivo.
«Ne va del mio onore nel cercare di fare qualcosa di più!», gridò Artù. Ma,
quando il vento dell’alba spirò, disse: «Con il giorno viene la morte della
Britannia. Lasciamo che Idaug provi un’altra volta».
Così mandò nuovamente una leale offerta a Modrat, e nuovamente Idaug la
cambiò. Questa volta disse a Modrat: «Ti schernisce dicendo che tu ti ritrai dalla
battaglia come un codardo, e si meraviglia che tu voglia fare la pace con l’uomo
che ha ucciso suo fratello. E anch’io!». allora la rabbia si accese dentro Modrat il
quale sguainò la spada gridando: «Kideboc sarà vendicato prima del tramonto!».
Idaug ritornò galoppando lungo la valle, e questa volta non ci fu bisogno di un
ulteriore messaggio.
«Non c’è possibilità di fare la pace con quell’uomo», disse Artù a Bedvir. «Perciò
rendiamo grazie per tutto il tempo che è passato, e finiamo come guerrieri!».
Così iniziò la battaglia di Camlann, la più luttuosa che mai ci fu nell’Isola dei
Potenti. Per tutto il giorno infuriò in quella valle, e il suo frastuono fu avvertito
molto lontano, mentre il terrore si propagò per tutto il territorio; quel giorno, in
tutta la Britannia, non vi fu un solo viso che sorrise.
Terribile fu la carneficina; i corvi camminavano nel sangue. Custenhin morì quel
giorno, come Caranguen figlio di Cai e molti altri Signori della Guerra dal
Collare d’Oro; centomila uomini dell’Isola caddero. Coloro che morirono prima
di quel giorno furono fortunati; gli ultimi giorni del mondo non mostreranno mai
nulla di più terribile di quella battaglia, quando la gloria e la salvezza della
Britannia furono gettate via per amore di una donna infedele e per le menzogne
di un uomo litigioso. Quella fu Camlann, dove caddero Artù e Modrat.
Venne il tramonto, e della schiera di Artù erano rimasti vivi solo otto uomini; di
quella di Modrat, era rimasto solo lui, ma aveva Caledvolc in mano. I compagni
del re gli si strinsero intorno, e Modrat intanto lo sfidava gridando.
«Ringuainate le spade», comandò Artù, «perché lui è mio».
Prese Rongomiad in mano e corse verso Modrat: la sua lancia aguzza trapassò
Modrat, infliggendogli una ferita mortale. Ma Modrat afferrò la lancia e la spezzò,
poi, con la lancia ancora dentro di sé, si gettò su Artù e lo ferì con Caledvolc.
Artù si avvinghiò a lui e gli tolse a forza la spada dalla mano; allora Modrat cadde
morto e Artù gli scivolò accanto.
Sette erano gli uomini rimasti in vita, e Artù; ma Artù aveva una ferita mortale. I
suoi pochi compagni si riunirono intorno a lui piangendo, e lo sollevarono per
portarlo via dal campo, perché anche Argento Vivo era morta. Il re disse: «Non
lontano da qui c’è un lago con un’isola nel mezzo; portatemi là».
Essi fecero come lui chiedeva, sebbene costasse loro forti dolori, poiché non c’era
uno solo che non avesse una ferita. Trovarono un lago scuro e largo, nel cui
centro, lontano, c’era un’isola, e sulla sua riva posarono il Grande Re. Lui aprì gli
occhi e sorrise loro. Questi erano gli uomini che si trovavano con lui alla fine:
Bedvir e suo figlio Ambren, i bardi Taliesin e Morvran, Petroc “Lancia
Scheggiata”, che non riprese mai più le armi ma divenne un santo, Idaug, il
provocatore che era sconvolto dal dolore e fece penitenza per la sua azione per
tutto il resto della sua vita, e Cador figlio di Custenhin.
Artù disse: «Che il potere regale della Britannia vada a Cador».
Poi, nel crepuscolo, si avvicinò fluttuando sull’acqua una barca, e dentro di essa
sedeva una donna di ineguagliabile bellezza e due ancelle che la servivano. La
barca arrivò alla riva, la donna scese, andò verso Artù e lo baciò in fronte. Poi
disse: «Ahimè, fratello mio; perché sei stato tanto a lungo lontano da me?».
Dopodiché esaminò la ferita. «Ci sarebbe un modo per guarirla», disse, «ma non
in Britannia».
Ritornò quindi nella barca, e le sue ancelle, sollevato Artù con facilità, lo
depositarono dentro alla barca, dove lui posò la testa nel grembo della dama. I
suoi compagni cominciarono a piangere, ma Artù disse: «Consolatevi. Vado ad
Avalon per guarire della mia ferita ma, quando la mia forza sarà ristabilita,
ritornerò. Che la Britannia vegli per me!».
Allora Bedvir mise Caledvolc nella mano del re e la barca, voltatasi, si allontanò
verso il Palazzo delle Mele, mentre i sette uomini restavano a guardare. Tutti
piangevano tranne Bedvir, perché il suo cuore era spezzato aldilà delle lacrime.
Così re Artù lasciò la coscienza dei mortali e, da quel giorno, nessuno l’ha più
visto.
Alcuni dicono che morì ad Avalon, altri affermano che nell’Isola Sacra nessuno
può morire e che, con il tempo, tutte le ferite guariscono. Nessuno ha mai visto la
sua tomba. Chi sa la verità? Forse dorme, oppure riposa nel Palazzo delle Mele.
Forse fa festa lì, con i suoi eroi intorno a sé, in attesa dell’ora in cui la Britannia
avrà ancora bisogno di lui, quando il Drago verrà svegliato dal sonno e Artù sarà
ancora re.

Ed essi raccontarono le storie di Artù in tutti i regni dei Britanni, da Kernow a


Manau Gododdin; agli esiliati in Armorica e ai Principi di Cymru. Owain ap
Urien le udì seduto intorno al fuoco con i suoi Corvi e gli uomini di Catraeht,
prima di andare in battaglia. Furono cantate dai bardi a Gwynedd e a Dyfed, a
Elfed, a Rheged e a Powys.
Ma non nel Regno di Britannia. Poiché la storia dell’Isola dei Potenti era
terminata, e quel regno non esisteva più.
JANE YOLEN
Il ragazzo del Drago

Coloro che hanno visto il film di Walt Disney La Spada nella roccia, o letto la
storia di T.H. White sulla quale esso è basato, avranno un particolare punto di
vista sulla giovinezza di Artù. Qui ce n’è un altro, che vi interesserà se vi siete
qualche volta chiesti come Artù e Merlino si incontrarono. Proviene da una
raccolta di storie di Jane Yolen intitolata Merlin’s Booke (1986) che descrive molti
aspetti di Merlino nel corso della sua misteriosa vita e carriera.
Jane Yolen (nata nel 1939) è una scrittrice estremamente prolifica con oltre un
centinaio di libri al suo attivo, la maggioranza dei quali scritti per bambini. Tiene
anche dei corsi di letteratura per bambini.
Fu in un giorno al principio della primavera, con le nuvole che sfrecciavano
attraverso un cielo grigio, che il ragazzo trovò la caverna. Stava inseguendo la
cagnetta di Lord Ector, quella che si liberava sempre dalla catena per inseguire le
lepri. Si era liberata anche di lui, lasciandolo indietro nei terreni incolti e paludosi
a nord delle mura del castello. Seguendola, aveva attraversato e riattraversato un
piccolo torrente tortuoso, camminando con l’acqua che gli arrivava fino alla coscia
mentre - ne era dolorosamente conscio - agli altri ragazzi sarebbe arrivata solo alle
ginocchia. Il ricordo della sua altezza non fece che metterlo ancora più di
malumore.
Il sole era alto, il suo stomaco vuoto, e la cagnetta aveva smesso di abbaiare già
da un’ora. Senza dubbio era ritornata al canile e si stava mangiando il suo cibo.
Ma la responsabilità era sua, e lui doveva restare fuori fino a che non ne fosse
stato certo. E poi, si era perduto. Beh, non esattamente perduto, ma era un po’
preoccupato, il che era un modo di dire che aveva preso in prestito dal Maestro di
Caccia, un uomo dalla carnagione scura per il fatto che stava all’aria aperta per la
gran parte del giorno.
Il ragazzo si guardò intorno in cerca di un posto dove ripararsi dal sole di
mezzogiorno, poiché le terre paludose, basse e ondulate, con i loro scuri stagni e
muschi instabili, offrivano poco riparo. Fu allora che vide la sommità di una
roccia che si innalzava sull’acquitrinio. Decise di scalarla per vedere se sarebbe
riuscito a trovare un posto dove ripararsi, e forse persino a guardare dall’alto il
terreno. Prima di allora non si era mai allontanato così tanto dal castello da solo, e
certamente non era mai arrivato agli acquitrini del nord dove regnavano le
torbiere, per cui aveva bisogno di tempo per riflettere sul modo di trovare la
strada di casa. E sulla cagnetta. Se la sommità fosse stata più alta, non ci avrebbe
provato. La Grande Roccia, la cima veramente grande a nord-ovest del castello,
aveva una cattiva reputazione, ma quella collinetta era appena tale. aveva bisogno
di trovare l’orientamento e di avvistare le mura del castello o, almeno, una torre.
Si trovava a metà salita, quando vide la caverna.
Era soltanto un buco nero nella roccia, poco attraente, rotondo come se fosse
stato tagliato e poi reso liscio da una mano esperta. Vi entrò, facendo attenzione
alle rocce pendenti, lunghe come lance, e lasciò che i suoi occhi si abituassero
all’oscurità. Solo allora udì il respiro. Non era molto forte, ma era regolare e
rimbombante con, di tanto in tanto, un pop! che serviva come punteggiatura.
Trattenne il fiato e cominciò a indietreggiare, batté la testa contro qualcosa che
suonò in venti toni diversi e snocciolò, sottovoce, una piccola maledizione.
«Reeeeesta», disse una voce bassa in tono di comando.
Si fermò. E così fece, per un momento d’incertezza, il suo cuore.
«Chiiiiiii sei?». Era più un lungo sospiro che un’eco che si ripercuoteva sulle
pareti della caverna.
Il ragazzo si morse le labbra e rispose con una voce che si ruppe parecchie volte.
«Non sono nessuno. Solo Artos. Un trovatello del castello». Poi aggiunse in fretta:
«Signore».
Un basso suono rimbombante, più simile al russare che a una frase, fu tutto ciò
che tornò in risposta. Fu quel suono semplice che lo liberò dal suo terrore
abbastanza a lungo da chiedere: «E chi sei tu…», esitò: «Signore?».
Qualcosa scricchiolò. Ci fu uno strano rumore metallico. Poi la voce, aumentata
di almeno dieci volte, rimbombò verso di lui: «Io sono il Grande Creatore di
Enigmi. Io sono il Maestro di Saggezza. Io sono la Parola e sono la Luce. Io fui,
sono e sarò!».
Artos quasi svenne per il rumore. Mise davanti a sé la mano destra come per
bloccare il suono. Quando gli echi cessarono, disse con una vocetta tranquilla:
«Sei un eremita, Signore? Un anacoreta? Sei un Druido? Un Cavaliere
penitente?».
Il grande bisbiglio che gli rispose venne con una ventata. «Io sono il Drago».
«Oh!», disse Artos.
«È tutto quello che sai dire?», chiese il drago. «Ti dico che sono un drago, e tutto
ciò che sai rispondere è oh?».
Il ragazzo rimase in silenzio.
La grande voce di gola sospirò. «Siediti, ragazzo. È passato molto tempo da
quando ho avuto delle visite nella mia caverna. Molto tempo… un tempo
solitario».
«Ma… ma… ma…». Non era un buon inizio.
«Niente ma», disse il drago.
«Ma…», cominciò di nuovo Artos, che aveva bisogno di sostenere la sua parte
della conversazione.
«Zitto, ragazzo, e ascolta. Ti pagherò per la tua visita».
Il ragazzo si sedette. Non era la cupidigia che lo faceva restare, piuttosto era
confortato dal pensiero che non stava per essere mangiato.
«Allora, Artos, come vorresti essere pagato? In oro, gioielli o in saggezza?».
Una fiammata scaturita improvvisamente dal centro della caverna illuminò
l’interno e, per la prima volta, Artos poté vedere che c’erano dei gioielli sparsi sul
pavimento, fitti come pietrisco. Ma i draghi erano rinomati per essere dei grandi
giocatori. L’astuzia, che era una sua vecchia abitudine, sostenne il ragazzo. Come
la maggior parte delle persone piccole, lui aveva il cervello per cavarsela.
«Saggezza, Signore», disse.
Un’altra chiara fiammata provenne dal centro della caverna. «Una scelta
eccellente!», disse il drago. «Avevo proprio bisogno di un ragazzo della tua età per
tramandare la mia saggezza. Quindi ascolta bene».
Artos non si mosse, e sperò che il drago vedesse dal suo atteggiamento che stava
ascoltando.
«La mia parola di saggezza del giorno è questa: “I vecchi draghi, come le vecchie
spine, possono sempre pungere”. E io sono un drago vecchissimo. Stai attento!».
«Sì, Signore», disse Artos, pensando, senza dirlo, che quello era una specie di
scherzo ripetuto spesso nelle strade del villaggio che si trovava rannicchiato
all’interno delle mura del castello. Ma l’avvertimento degli abitanti del villaggio
riguardava i preti e le spine, non i draghi. A voce alta ribadì: «Lo ricorderò,
Signore».
«Vai ora», disse il drago. «E come ricompensa per essere stato un ascoltatore così
bravo, puoi prendere quel piccolo gioiello. Là». Lo strano rimbombo che Artos
aveva udito prima accompagnò l’estendersi di un piede gigantesco con quattro
enormi dita, tre davanti e una dietro. Raspò lungo il pavimento della caverna, poi
si fermò non lontano da Artos. A quel punto l’unghia del dito centrale si allungò
stranamente e batté su un gioiello rosso della dimensione di un porro.
Artos si mosse con circospezione verso il gioiello e l’artiglio. Esitando un
momento, si chinò all’improvviso e afferrò il gioiello. Poi ritornò velocemente
all’entrata della caverna.
«Ti aspetto domani», disse il drago. «Verrai durante il tuo tempo libero».
«Come sai che ho del tempo libero?», chiese Artos.
«Quando sarai diventato saggio come un drago, saprai queste cose».
Artos sospirò.
«C’è una scorciatoia che parte dal ponte posteriore. Scoprila! E mi porterai dello
stufato. Con la carne!». L’unghia fu ritratta immediatamente e, altrettanto
rapidamente, la zampa fu ritirata nello scuro centro della caverna.
«Do-domani», promise il ragazzo, senza averne alcuna intenzione.
Il mattino successivo, alla fucina, preso nel mezzo di un litigio tra il Vecchio
Linn, il farmacista, e Magnus Pieter, il forgiatore di spade, Artos si ricordò della
promessa. Non aveva dimenticato il drago: in realtà, il ricordo delle grandi scaglie
rumorose, l’artiglio gigantesco, il respiro bruciante, e l’orrendo bisbiglio gli
avevano rovinato il sonno. Ma per convenienza si era dimenticato la promessa, o
l’aveva messa da parte, o l’aveva sepolta sotto strati e strati di precauzione, fino a
che era scoppiato il litigio.
«Ma non c’è mai carne nella mia salsa!», piagnucolò il Vecchio Linn.
«Come non c’è senso nelle tue azioni», replicò il fabbro muscoloso. «Né fosti
mai carne da battaglia». Il fabbro immaginava di essere un letterato tanto quanto
uno spadaio. E, fino a quando il Vecchio Linn non aveva avuto un attacco,
cadendo a faccia in avanti nella minestra mentre intratteneva il Grande Re in visita,
il fabbro era stato regolarmente messo a tacere dalla lingua veloce del Vecchio
Linn. Ora Linn era troppo lento per tali scherzi e non raccontava più storie dopo
i pasti. Si diceva che non ne aveva più voglia dopo che i suoi denti avevano
lasciato le impronte sul tavolo. Ma continuava a essere mantenuto al castello
perché Lord Ector aveva il cuore tenero e la memoria lunga. E perché - così
dicevano i pettegolezzi di cortile - Linn aveva una credenza piena di strane erbe
chiusa dietro delle porte ricoperte di rune profondamente incise.
Artos, che si trovava nella fucina per cercare di acquistare una spada con il suo
gioiello rosso, fu sorpreso nel suo mercanteggiare appena iniziato. Non aveva
avuto nemmeno il tempo di mostrare la gemma a Magnus Pieter, quando il
Vecchio Linn era entrato strascicando i piedi e, senza preamboli, aveva cominciato
la sua litania piagnucolosa. I suoi lamenti venivano sempre portati alla porta del
fabbro. Nessun altro nel castello era vecchio come loro due. Erano buonissimi
amici in virtù della loro lunga e rancorosa consuetudine.
«La mia paglia non viene mai cambiata se non una volta alla settimana», si
lamentò Linn. «I miei rifiuti non vengono mai gettati. Mi viene dato da bere il
fondo del vino. E ora devo sedermi, se pure sono il benvenuto, con i servi».
Il fabbro sorrise e riprese a battere sul suo pezzo di acciaio. Si era fermato
quando Artos aveva cominciato con le sue domande. A tempo con il battere del
martello, disse: «Ma hai la paglia, sebbene da molto tempo non te la guadagni. E
un secchio per gli escrementi, che ti puoi vuotare da solo. Hai il vino, anche se
non lo paghi mai. E anche se stai tra i servi, c’è della salsa nella tua scodella».
Fu a questo punto che il Vecchio Linn aveva piagnucolato con fare pietoso: «Ma
non c’è mai della carne nella mia salsa!».
Fu la parola carne e le sette o otto variazioni di Magnus Pieter sopra di essa a
risuonare come il rintocco di una campana a morto nella testa di Artos. Poiché
carne era stata la parola finale del drago.
Sgattaiolò via senza nemmeno la promessa di una spada, quel lucente pezzo di
metallo che avrebbe potuto renderlo un pari agli occhi degli altri ragazzi, con la
gemma che bruciava ancora di luce nella mano stretta con forza.

Portò con sé un piccolo recipiente pieno di salsa con tre pezzi di carne. Uscendo
con aria indifferente dal cancello posteriore come se avesse tutto il tempo del
mondo, mentre faceva un lieve cenno alle guardie oltre la saracinesca, Artos
sentiva il cuore che gli batteva velocemente. Aveva camminato piuttosto
rapidamente sul ponte levatoio, lanciando uno sguardo all’acqua grigioverde dove
la vecchia tartaruga del fossato poltriva sopra la calotta arrugginita di un elmo da
battaglia. Quando ebbe attraversato, cominciò a correre.
Fu difficile non rovesciare lo stufato, ma ci riuscì. La strada era un sentiero battuto
attraverso un paesaggio di muschio e sterpi intricati. Si arrampicò persino su due
affioramenti di roccia del sentiero che erano pieni di pietre che sembravano esse
stesse dei pezzi di carne. E, in effetti, arrampicarsi sulle rocce fu più semplice di
quanto fosse stato il procurarsi con le lusinghe lo stufato.
Lo aveva ottenuto solo perché Mag - la sguattera - gli faceva gli occhi dolci, e lui
le aveva permesso di baciarlo sulle labbra. Lei non aveva notato come lui aveva
trattenuto il respiro sperando di evitare la puzza di aglio, e aveva chiuso gli occhi
per non vedere i baffi ispidi. Dopo il bacio, lei aveva sospirato così tanto che non
aveva avuto il tempo di chiedere perché aveva bisogno dello stufato. E se il drago
avesse voluto lo stufato ogni giorno e lui avesse dovuto dare altri baci a Mag?
Non ci voleva nemmeno pensare, e così Artos pensò, invece, alla strada. Il drago
aveva avuto ragione. C’era una strada più rapida per ritornare alla collinetta. I suoi
unici svantaggi erano le due grosse rocce e i vecchi cespugli di rovi spinosi, ma
erano, perlomeno, più sicuri degli stagni di torba che non restituivano neanche le
ossa.
Arrivò alla caverna più rapidamente di quanto avesse calcolato. Senza fiato, si
sforzò di guardare nel buco scuro. Questa volta non udì il respiro pesante del
drago.
«Forse», disse a se stesso a voce alta, con la sua stessa voce che gli infondeva il
coraggio di cui aveva bisogno, «non c’è nessuno in casa. Così posso solo lasciare
la salsa… e andarmene».
«Reeeeeesta», arrivò improvviso il rimbombo.
Artos quasi fece cadere il recipiente.
«Ho la salsa», gridò subito. Non voleva parlare così forte, ma la paura lo faceva
parlare sempre o troppo piano o troppo forte. Non era mai sicuro come doveva
essere.
«Allora dammelaaaaa», disse la voce, seguita dal rumore mentre il grande artiglio
si protendeva fino a metà della caverna.
Ad Artos venne da pensare, vedendo la sua lunga ombra, che si trattava del piede.
Questa volta non ci fu nessuna fiammata, ma solo una luce fumosa proveniente
dal fondo della caverna. Allora, sentendosi un po’ più coraggioso, disse: «Dovrò
riportare indietro il recipiente, Signore».
«Porterai, invece, un po’ di saggezza», disse la voce.
Artos si chiese se lo avrebbe reso abbastanza saggio da evitare l’abbraccio
puzzolente di Mag. Non sapeva perché, ma ne dubitava.
«Domani avrai il recipiente. Quando me ne porterai ancora».
«Ancora?». Questa volta la voce di Artos divenne stridula.
«Ancoooooooora», ripeté il drago. «Con la carne!». L’unghia si estese, proprio
come aveva fatto il giorno prima, e afferrò il manico del recipiente. Ci fu un
orribile cigolio quando il recipiente fu sollevato di parecchi pollici nell’aria, e poi
lentamente ritirato nei recessi della caverna. Ci fu uno strano tramestio come se il
drago stesse rovistando nelle sue proprietà, e poi riprese il rumore metallico.
L’artiglio quindi ritornò e fece cadere qualcosa ai piedi di Artos.
Lui abbassò lo sguardo. Era un libro, piuttosto malridotto ai bordi, pensò,
sebbene fosse difficile esserne sicuri alla luce della caverna.
«Saggeeeeeeezza», disse il drago.
Artos si strinse nelle spalle. «È solo un libro. Io so leggere. Padre Bertram me lo
ha insegnato».
«Le leeeeetture trasformano la materia in ssssspirito», sibilò il drago.
«Vuoi dire che è un libro di magia?»
«Tutti i liiiiibri sono magia, ragazzo». Il drago sembrava solo un po’ irritato.
«Bene, io so leggere», disse Artos, chinandosi per raccogliere il libro. Aggiunse
un rapido, «Grazie!», pensando di dover sembrare grato. Vecchie spine e vecchi
draghi… si ricordò.
«Potrai leggere le lettere, ragazzo mio, che è più di quello che posso dire dei tuoi
coetanei del castello. E potrai leggere le parole. Ma devi imparare a leggere
interlinea, tra le righe».
Camminando all’indietro fino all’entrata della caverna, Artos aprì il libro e lesse
rapidamente la prima pagina. Le sue dita seguivano ogni parola, e la sua bocca
dava loro forma. Voltò la pagina, poi sollevò lo sguardo perplesso. «Non c’è
scritto niente tra le righe, Signore».
Qualcosa che somigliava a un ridacchiare misto a un colpo di tosse riecheggiò
dalla caverna. «C’è sempre qualcosa scritto tra le righe. Ma ci vuole una grande
saggezza per leggerlo».
«Allora perché io, Signore? Io ho poca saggezza».
«Perché… perché tu sei qui».
«Qui?»
«Oggi. E non a dare da mangiare al bracchetto di Ector, o a pulire le scuderie, o
a sudare nella fucina, o a combattere con quel gruppo di ragazzi indisciplinati. Sei
qui per avere la saggezza». Il drago fece dei rumori di stiracchiamento.
«Oh!».
Ci fu un tremendo sospiro, un rumore metallico, e uno strano, «Oh-oh», che
provenne dal drago.
Artos scrutò nervosamente nel profondo della caverna. Era tutta oscurità e ombra,
con qualche occasionale lama di luce proveniente dal fuoco. «Stai bene?
Signore?».
Seguì un lungo silenzio durante il quale Artos si chiese se dovesse andare dal
drago. Si chiese se avesse persino il più piccolo pizzico di saggezza che occorreva
per essere d’aiuto. Poi, proprio mentre era sul punto di buttarsi, la voce del drago
tornò a farsi sentire con un sibilo. «Sssssssì, ragazzo».
«Sì cosa, Signore?»
«Ssssssì, sto bene».
«Bene, allora», disse Artos, mettendo con tranquillità un piede dietro l’altro,
«grazie per la mia saggezza».
Una fiammata furiosa si allungò attraverso la caverna, balzando attraverso
l’oscurità fino a sfiorare i piedi di Artos. Lui saltò all’indietro, spaventato dalla
precisione del drago e all’improvviso tremendamente impaurito. Alla fine tutti
quelli erano stati solo dei preparativi per la cena del drago? All’improvviso
desiderò la spada che non aveva ancora comperato, poi si voltò e corse fuori della
caverna.
La voce del drago lo seguì. «Ssssciocco bambino! Non era quella la saggezza».
Da un posto sicuro lungo il muro esterno della caverna, Artos sbirciò dentro.
«C’è dell’altro?», chiese.
«Prima che io abbia finito con te, Artos Pendragon, Artù figlio del drago, anche
tu leggerai interlinea nelle persone». Ci fu un sonoro gemito e un’altra serie di
furiosi rumori metallici, poi il silenzio totale.
Prendendolo come un congedo e tenendo il libro ben stretto contro il petto,
Artos corse giù per la collina. Qualunque cosa pensasse mentre si avvicinava al
castello, in cima ai suoi pensieri c’era quello che avrebbe detto a Mag circa la
perdita del recipiente della salsa. Quello fu il pensiero funesto che lo occupò per
tutta la strada verso casa.

Artos non sarebbe riuscito a leggere il libro senza aiuto: se ne rese conto
immediatamente. Le frasi erano troppo lunghe e inframezzate di latino e altre
lingue. Forse quello era il “tra le righe” che aveva inteso il drago. L’unico aiuto
disponibile era il Vecchio Linn, ma questi non si faceva vedere se non molto
tempo dopo cena. Sfortunatamente, quello era il momento in cui Artos era più
occupato: a nutrire i cani, a controllare i geti ai falchi, e a pulire la fucina. Padre
Bertram lo avrebbe potuto aiutare, se fosse stato ancora vivo ma, in qualche
modo, Artos ne dubitava. Il libro del drago non era né il Testamento né il
Commento: quelli li poteva leggere, il buon Padre era stato severissimo riguardo a
quello che considerava vero nutrimento. I fuochi del castello avevano spesso
bruciato dei testi che lui disapprovava.
Persino il Book of Hours di Lady Marion, per scrivere il quale ci erano voluti
quattro scrivani per gran parte dell’anno, era finito nelle giuste fiamme di Padre
Bertram, perché Adamo ed Eva non avevano foglie di fico. Questo Artos lo
sapeva da fonte sicura, sebbene non lo avesse visto con i propri occhi, perché
Lady Marion si era lamentata con Lady Sylvia, che ne aveva ridacchiato con le
sue serve, le quali avevano passato la notizia, insieme alla salsa, al giovane Cai, il
quale ne aveva parlato, scherzando, ai suoi amici nella stalla quando Artos, che
stava schiacciando un pisolino in un mucchio di fieno, li aveva sentiti.
No, il buon Padre Bertram non sarebbe mai stato d’aiuto. Il Vecchio Linn, però,
era diverso. Sapeva leggere bene quattro lingue: inglese, latino, greco, e le rune
dei bardi. Si diceva che la sua stanza fosse piena di libri. Sapeva ripetere a
memoria la Concezione di Pryderi, un racconto che Artos amava per il suo puro
suono, le storie sui figli di Llyr, sul Calderone, la Casa di Ferro, e sul cavallo fatto
per Bran. O, almeno, Linn era stato capace di raccontarle tutte.
Prima che si ammalasse così all’improvviso e drammaticamente, il suo pezzo
migliore era sempre stato La Battaglia degli Alberi. Artos non riusciva a ricordare
un tempo in cui cene di grande importanza nel castello non terminassero con
Linn che la declamava. In effetti, i servitori irlandesi di Lord Ector chiamavano
Linn shanachie che, da quanto Artos poteva capire dalle loro ingarbugliate
spiegazioni senza fine, significava semplicemente: “raccontatore di storie”. Ma
quelli pronunciavano la parola con timore quando la univano al nome del
Vecchio Linn.
Il problema, pensò Artos, era che il vecchio lo odiava. Beh, forse, odiare era una
parola troppo forte, ma sembrava preferire i giovani gentiluomini della casa al
povero trovatello. Linn profondeva il suo interesse in particolare su Sir Cai che, da
quanto giudicava Artos, aveva lasciato da molto tempo che i suoi muscoli
superassero la sua mente. E Sir Bedvere, dalla bocca aperta e dalla mano pesante.
E Sir Lancot, il bel ragazzo.
Un tempo anche Artos aveva cercato di accattivarsi il favore di quel terzetto di
giovani Signori, facendo loro dei servizi e aiutandoli con i compiti di scuola. Ma
poi erano tutti cresciuti, e quei tre erano cresciuti più veloci, più alti e più
rumorosi. Una volta Sir Lancot, per scherzo, aveva tirato giù i pantaloni di Artos
fino alle caviglie, nel cortile, e gli altri due avevano chiamato le serve per guardare.
Era stato quello che aveva portato Mag a fargli gli occhi dolci, il che era poi la
ragione per cui era arrivato a disprezzare Mag e a compatire i ragazzi, sebbene
fossero più grandi, più grossi e con una migliore posizione di lui.
Eppure, pensò Artos, era il momento di mettere da parte quei sentimenti, e
raggiungere la saggezza. Avrebbe avuto bisogno di un aiuto per leggere il libro
del drago. Nessuno degli altri - Cai, Bedvere o Lancot - sapeva leggere la metà di
quanto sapeva lui. Riuscivano a malapena a riconoscere le preghiere nei loro
salteri. Sir Ector non sapeva leggere affatto. Così, avrebbe dovuto essere il Vecchio
Linn.
Ma, con sua disperazione, il farmacista non si trovò dopo cena. Disperato, andò a
parlare con il miglior amico del vecchio, il fabbro.

«Allora, giovane Art», disse Magnus Pieter a voce alta mentre Artos si avvicinava
alla fucina. «Non abbiamo parlato appena ieri? Di una certa spada e di una
pietra?».
Artos cercò di pensare a un modo per portare la conversazione sugli spostamenti
di Linn, ma la conversazione non si voleva muovere in quella direzione. Il fabbro
la faceva andare dove voleva. Infine non ci fu nient’altro da fare che sfilarsi dal
collo il sacchetto di pelle e tirare fuori il gioiello. Quando lo fece cadere
sull’incudine, fece un curioso rumorino metallico.
Magnus si morse il labbro inferiore e sbuffò con il naso. «Per Dio, ragazzo, dove
hai preso questa pietra?».
Dire la verità significava essere preso per un bugiardo. All’improvviso comprese
che sarebbe stato lo stesso se avesse mostrato il libro a Linn. Così mentì. «Mi è
stata lasciata da… Padre Bertram», disse. «E io l’ho…». Le bugie venivano
lentamente. Era, tendenzialmente, un ragazzo onesto: preferiva il silenzio a una
menzogna.
«Tenuta fino ad ora, è così?», chiese il fabbro. «Bene, bene, naturale che hai fatto
così. Dopotutto, non ci sono molte cose in questo nostro villaggio per cui
spendere un gioiello del genere».
Artos annuì silenziosamente, grato che Magnus Pieter mentisse per lui.
«E cosa vorresti in cambio di un tale gioiello?», chiese il fabbro con una goffa
allegria che lui scambiava sempre per astuzia.
Sapendo che doveva recitare la parte dell’innocente per ottenere un guadagno
migliore, Artos disse semplicemente: «Beh, una spada, naturalmente».
«Naturalmente!», rise Magnus Pieter, con le mani sui fianchi, gettando all’indietro
la testa.
Dato che gli altri fabbri che aveva conosciuto ridevano esattamente in quel modo,
Artos suppose che fosse qualcosa di peculiare della categoria.
Poi il fabbro smise di ridere, e inclinò la testa da un lato. «Allora?»
«Sono abbastanza grande per avere una spada tutta mia», disse Artos. «E ora
posso pagarne una buona».
«Quanto buona?», chiese il fabbro nella sua maniera pesante.
Artos si inginocchiò davanti all’incudine, e il gioiello rosso era al livello dei suoi
occhi. Come se stesse rivolgendosi alla pietra e non al fabbro, recitò un po’ di una
canzone che il Vecchio Linn soleva cantare:

E le loro spade tanto dolorosamente possono ferire,


Con l’aiuto della grammatica…

Dietro di lui il fabbro sospirò. «Sì», disse il vecchio, «e sarà una buona spada.
Una bella lama, un acciaio potente. E mentre io te la faccio, giovane poeta, tu
devi pensare a un buon nome per la tua spada, ispirandoti a questa pietra».
Allungò quindi la mano sopra la spalla di Artos e prese il gioiello, tenendolo in
alto sopra le loro teste.
Artos si rialzò lentamente, senza distogliere gli occhi dal gioiello nemmeno una
volta. Per un attimo pensò di vedervi il fuoco del drago che guizzava e crepitava,
poi si ricordò del chiarore dei carboni nella fucina. La pietra li rifletteva,
nient’altro.
«Forse», disse, pensando a voce alta, «forse la chiamerò Inter Linea».
Il fabbro sorrise. «Un bel nome! Mi fa pensare a climi stranieri». Poi mise in tasca
la pietra e cominciò a lavorare. Artos si voltò e se ne andò, perché aveva dei lavori
da fare nelle scuderie.

Ogni giorno che seguì significò un altro bacio bavoso da parte di Mag, e un altro
tegame di stufato. Ad Artos sembrava un preludio piuttosto caotico alla saggezza.
Ma, dopo una settimana, riconobbe che le conversazioni con il drago valevano
quel caos.
Il drago parlò con cognizione di causa di altre terre dove gli uomini
camminavano sulla testa invece che sui piedi. Di terre sotto al mare dove le
campane suonavano in chiese sottomarine al passare di ogni onda. Insegnò ad
Artos degli indovinelli e le loro risposte, come: «Rotondo come una mela,
profondo come una tazza, e tutti i cavalli del re non lo riescono a smuovere»; che
era “un pozzo”, naturalmente.
Egli cantò le ballate di quel paese, spinoso per la ginestra che lo ricopre, e degli
Scozzesi, che si gettano nudi e urlanti in battaglia. E canzoni dei freddi e gelidi
Norvegesi che vanno in cerca di bottino sulle loro navi a forma di drago. E
canzoni d’amore della terra della seta e del miele, l’Arabia.
Una volta il drago gli insegnò un trucco con dei vasi e dei gioielli, facendo per
tutto il tempo rumori e scricchiolii, con l’enorme piede che mischiava i vasi fino a
che ad Artos la testa fece male nel tentativo di sapere sotto quale ci fosse lo
smeraldo grosso come un uovo.
Più tardi usò quel gioco con Lancot, Bedvere e Cai, e vinse un bel numero di
monete d’oro fino a che quelli non lo minacciarono. Con la sua promessa spada
nuova avrebbe potuto batterli, ma non a mani nude. Così usò le astuzie dei
piccoli per giocarli ancora una volta, prese le vincite, e li lasciò a borbottare sulle
tazze e i piselli che aveva usato per il gioco.
E così, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, Artos si
guadagnò la saggezza.
Ci vollero tre tentativi e sette mesi prima che Artos avesse la sua spada. Ogni
nuova lama aveva qualcosa di inaccettabile. La prima aveva un’elsa che non si
adattava alla sua mano. Bedvere la prese al suo posto e Magnus Pieter fu così
contento delle monete che Sir Bedvere pagò, che passarono settimane prima che
fosse pronto per lavorarne un’altra. Invece di quella, ferrò i cavalli, poi fece delle
serrature e un gigantesco candelabro per la sala da pranzo secondo le indicazioni
di Lady Marion.
La seconda spada aveva una strana sbarra trasversale che il fabbro giurò gli
avrebbe protetto la mano. Artos pensò che la spada non era equilibrata, ma Cai,
che apprezzava le novità sopra ogni altra cosa, insistette che voleva quella lama.
Nuovamente Magnus Pieter fu abbastanza contento da passare le settimane
seguenti facendo degli attrezzi per l’agricoltura come vomeri e zappe.
La terza spada era ancora lucente per la tempra quando Lancot la pretese.
«Cai e Bedvere hanno delle spade nuove», disse Lancot, con il bel viso lungo per
il desiderio. Tese la mano.
Artos, che si trovava nelle ombre della fucina, stava per dire qualcosa, quando il
Vecchio Linn entrò zoppicando. La sua bocca e i capelli tradivano una lenta
malattia, essendo entrambi ingialliti e senza vita, ma la sua voce era forte.
«Sei sempre stato un uomo fedele alla propria parola», ricordò al fabbro.
«E fedele alle mie spade», disse Magnus Pieter, compiaciuto per la risposta.
Allora Artos uscì dall’ombra e tese la mano. Il fabbro vi mise la spada, e Artos la
rivoltò davanti e dietro per catturare la luce.
La bugnatura sulla lama faceva uno strano disegno che sembrava simile alla
fiamma della bocca del drago. Stava bene e in equilibrio nella sua mano.
«La spada gli piace», disse il Vecchio Linn.
Magnus Pieter si strinse nelle spalle, sorridendo.
Artos si voltò per ringraziare il farmacista, ma questi se n’era andato, e così aveva
fatto Lancot. Quando sbirciò fuori della porta della fucina, c’erano loro due che
camminavano sottobraccio risalendo il sentiero tortuoso verso il castello.
«Così, ora hai la tua Inter Linea», disse il fabbro. «Ed era ora che ne prendessi
una. Non c’era niente di sbagliato nelle altre due».
«E tu sei stato ben pagato per esse», disse Artos.
Il fabbro ritornò all’incudine, e il risuonare del martello sull’acciaio nuovo pose
termine alla loro conversazione.

Artos uscì correndo dai possedimenti del castello, gridando così forte che persino
la tartaruga che sonnecchiava sull’elmo arrugginito sollevò la testa assonnata.
Balzò con facilità oltre le due rocce del sentiero. Sembravano essere diventate più
piccole ad ogni viaggio alla tana del drago. Gridava ancora mentre si avvicinava
all’entrata della caverna.
«Ehi, Vecchia Lingua di Fiamma», gridò. La spada gli permetteva il suo primo
tentativo di familiarità. «Polmone Infuocato, guarda che cosa ho! La mia spada.
L’ho avuta con la pietra che mi hai dato. È una bellezza rara».
Non ci fu risposta.
Improvvisamente timoroso di aver superato i limiti, e che il drago giacesse di
malumore all’interno, Artos sbirciò dentro.
La caverna era scura, fredda, silenziosa.
Lentamente Artos entrò e si fermò a metà. Si sentì circondato da un silenzio di
gelo. Ma fu tutto. Il drago non si sentiva. Non si sentiva nessuno.
«Signore? Padre Drago? Sei a casa?». Alzò una mano verso le pietre sporgenti
per raddrizzarsi. Nell’oscurità totale capiva ben poco cosa fosse su e cosa fosse
giù.
Poi rise. «Oh, lo so, sei andato a fare un volo». Era la sola risposta che gli fosse
venuta in mente, sebbene il drago non avesse mai menzionato il volo. Ma tutti
sanno che i draghi hanno le ali. E avere le ali significa volare. Artos rise di nuovo,
una risatina vuota. Poi si voltò verso la poca luce dell’entrata della caverna.
«Ritornerò domani. Alla mia ora normale», gridò alle sue spalle. Lo disse a voce
alta, solo per il caso che la magia del drago arrivasse a recuperare le parole
lasciate nell’immobile aria della caverna. «Domani», promise Artos.

Ma la trama era stata alterata sottilmente e, come una tessitura andata storta, non
si poté ritornare a come era stata senza che il tessuto si indebolisse.
Il giorno successivo Artos non andò alla caverna. Invece, si allenò nella scherma
con dei rametti di salice nel cortile principale, battendo sonoramente Cai e
venendo battuto, a turno, sia da Bedvere che da Lancot.
Il mattino seguente, lui e i tre ragazzi più grandi furono mandati da Lady Marion
in un viaggio di quindici giorni per raccogliere doni di gioielli e sete dalle città di
mercato per i prossimi giorni santi. Alcuni, al castello di Ector, celebravano il
solstizio con i Druidi, alcuni rispettavano il giorno sacro della nascita del
Bambino Gesù, e alcuni dei vecchi soldati bevevano ancora il sangue del toro e
parlavano di Mitra in raduni segreti sotto il castello, perché colà vi era una vasta
area di sale e stanze. Ma tutti loro si scambiavano dei doni l’uno con l’altro al
volgere dell’anno, quali che fossero gli dèi davanti ai quali si inginocchiavano.
Fu il primo viaggio del genere di Artos. Gli altri ragazzi erano andati l’anno
precedente sotto la guida di Linn. Quell’anno fu dato il permesso a loro quattro
di andare da soli. Cai era così contento, che perdonò Artos per averlo battuto.
All’improvviso divennero gli amici migliori. E Bedvere e Lancot, che lo avevano
battuto, anch’essi ora amavano Artos, perché anche quando era stato a terra con il
rametto alla gola e la faccia e le braccia rossi per i colpi, non aveva gridato
“fermo”. Non c’era stato nemmeno un accenno di lacrime nei suoi occhi. Lo
ammiravano per questo.
Con la sua lucente spada nuova allacciata al fianco, con dei gambali nuovi di zecca
provenienti dai magazzini del castello, e i nuovi amici fidati che gli cavalcavano al
fianco, non c’è da meravigliarsi che Artos dimenticasse il drago e la scura caverna.
O, se non se ne dimenticò del tutto, ciò che ricordò fu che il drago non si era
trovato lì quando lui lo voleva di più. Così, per alcuni giorni - per due settimane -
Artos sentì che poteva, come Cai, vantarsi delle novità.
Non si vantò del drago. Era vecchio, vecchio da non poterne contare gli anni,
vecchio da non poterlo aiutare: vecchio e dimenticato.

Ritornarono a casa con le guance rosse rese lucide dal vento dell’inverno e borse
piene di tesori. Altri due cavalli portavano tutta quell’abbondanza.
Cai, che aveva dormito con la sua prima ragazza, una servetta di poca bellezza e
grande reputazione, era pieno di nuove vanterie. Bedvere e Lancot avevano vinto
un torneo giovanile per ragazzi sotto ai sedici anni, Bedvere con la spada e
Lancot con la lancia. E, sebbene Artos fosse stato inesauribile nel viaggio lontano
da casa, pieno di storie meravigliose, di indovinelli e canzoni, mentre ritornavano,
cadde in lunghi silenzi. Quando furono ad appena un giorno di cavallo di
distanza, fu come se la sua bocca fosse stregata.
I ragazzi lo presero in giro, pensando che fosse Mag che lo preoccupava.
«Allora hai paura di Vecchio Aglio?», chiese Cai. «Almeno l’alito di Rosemary era
buono» (Rosemary era il nome della servetta).
«O hai paura della mia spada?», disse Bedvere.
«O della mia lancia?», aggiunse gaiamente Lancot.
Quando rimase in silenzio, cercarono di sapere con le lusinghe la causa delle sue
labbra serrate, riportando i pettegolezzi del castello. Ogni ragazza, ogni ostessa,
ogni nutrice bugiarda fu nominata. Poi rivolsero la loro attenzione agli uomini.
Non menzionarono mai i draghi però, perché non sapevano che uno viveva
vicino alle mura del castello. Artos non glielo aveva mai detto.
Ma era il drago, naturalmente, che lo preoccupava. Ad ogni miglio ricordava
l’oscurità, il completo silenzio della caverna. Di notte la sognava, l’entrata della
caverna che fissava verso il basso dalla collina come l’orbita vuota dell’occhio di
un animale morto da molto tempo.

Aprirono con attenzione i pacchi e li portarono fino nelle stanze di Lady Marion.
Lei, a sua volta, li nutrì con vino e dolci nei suoi appartamenti, una rara delizia. Il
suo menestrello, un bel ragazzo tranne che per l’occhio sinistro strabico, cantò
molte canzoni mentre mangiavano, una persino in dialetto normanno. Artos
bevve soltanto un unico sorso del dolce vino. Non mangiò nulla. Aveva già udito
tutte le canzoni.
Fu ben oltre il tramonto che Lady Marion li lasciò andare.
Artos non volle unirsi agli altri che andavano a fare il resoconto a Lord Ector.
Superò Cai e corse giù per le scale. Gli altri ragazzi lo chiamarono, ma lui li
ignorò. Solo gli echi spaventati delle loro voci lo seguirono.
Martellò sul cancello fino a che le guardie alzarono la saracinesca di ferro, poi
attraversò correndo il ponte levatoio. Scure zolle fangose nel ghiaccio molle erano
gli unici segni di vita.
Mentre correva, teneva la mano sul cuore, impedendo così ai due pezzi di dolce
che aveva fatto scivolare nella tunica di cadere. Dato che non aveva avuto tempo
di chiedere dello stufato a Mag, sperava che i dolci con semi di carvi sarebbero
andati bene. Non credette, nemmeno per un momento, che il drago fosse morto
di fame senza la sua povera offerta di stufato. Il drago esisteva già da molti anni
prima che Artos trovasse la caverna. Non era la quantità dello stufato, ma il fatto
che ci fosse.
Inciampò con il piede sulla seconda roccia in modo abbastanza forte da fargli
uscire dalle labbra un piccolo lamento. La parete rocciosa era ghiacciata, e questo
rendeva la scalata difficoltosa. Scioccamente aveva dimenticato i guanti con
l’attrezzatura per cavalcare. E aveva trascurato di portare una luce.
Quando arrivò all’ingresso della caverna ed entrò, fu sollevato nel sentire un
respiro pesante provenire dalla parte interna della caverna, fino a che non capì che
si trattava del suono del suo stesso respiro affannoso.
«Drago!», gridò, con voce triste.
All’improvviso ci fu un leggero lamento e un chiarore ancora più lieve, come le
braci morenti su cui si è soffiato un’ultima volta.
«Sei tu, figlio mio?». La voce era appena un bisbiglio, così lieve che le pareti non
riuscirono a trovarne abbastanza da produrre un’eco.
«Sì, drago», disse Artos. «Sono io».
«Mi hai portato dello stufato?»
«Solo due dolci di semi di carvi».
«Mi piacciono i dolci di semi di carvi».
«Allora te li porto».
«Nooooooooo». Il suono aveva solo un vaghissimo ricordo della potente voce di
prima.
Ma Artos si era già mosso verso il fondo della caverna, con una mano tesa
davanti per trovare la strada intorno alle rocce sporgenti. Era a metà strada,
quando inciampò contro qualcosa e cadde pesantemente in ginocchio. Tastando,
toccò una lunga e curva lama metallica.
«Qualcuno è stato qui? Qualcuno ha cercato di ucciderti?», gridò. Poi, prima che
il drago potesse rispondere, la mano di Artos proseguì lungo la lama fino alla sua
strana base metallica.
Le sue mani gli dissero quello che i suoi occhi non potevano dirgli; la sua bocca
pronunciò ciò che il suo cuore non voleva sentire. «È il piede del drago».
Scavalcò quel congegno metallico e si arrampicò su un piccolo muro di roccia.
Dietro di esso, nel chiarore morente di un piccolo fuoco, un vecchio giaceva su
un letto di paglia. Vicino a lui c’erano dei tavoli contenenti degli alambicchi pieni
di liquidi di vari colori: ambra, rosa, verde e oro. Sul muro c’erano strane ruote
dentate con dei manici.
Il vecchio si sollevò su un braccio. «Pendragon», disse e cercò di atteggiare le
labbra in un sorriso di benvenuto. «Figlio mio».
«Vecchio Linn!», esclamò Artos con rabbia. «Non sono figlio tuo».
«Esisteva un tempo», cominciò rapidamente il vecchio, infilandosi in una storia
prima che la rabbia di Artos avesse tempo di prendere forma, «un uomo che
voleva conoscere la Verità. E viaggiò per tutto il paese alla sua ricerca».
Senza volerlo, Artos fu attirato dalla storia.
«Cercò lungo le coste e le tranquille valli coltivate. Andò nel paese dei laghi e
attraversò vasti deserti in cerca della Verità. Finalmente la trovò, una notte scura in
una piccola caverna in cima a una collina. La Verità era una vecchia avvizzita con
un solo dente nella bocca. I suoi occhi lacrimavano. I suoi capelli erano ciocche
untuose. Ma, quando lo chiamò nella caverna, la sua voce era bassa, lirica e pura,
e per questo egli seppe che aveva trovato la Verità».
Artos si mosse a disagio.
Il vecchio continuò. «Rimase un anno e un giorno al suo fianco e imparò tutto
quello che lei doveva insegnare. Poi, quando il suo tempo finì, disse: “Signora
Verità, ora devo ritornare a casa mia. Ma, in cambio, vorrei fare qualcosa per
te”». Linn si fermò. Il silenzio tra i due crebbe fino a diventare quasi un muro.
«Bene, cosa disse?», chiese Artos alla fine.
«Lei gli disse: “Quando parli di me, di’ alla gente che sono giovane e bella”».
Per un momento Artos non disse nulla. Poi scoppiò in una breve e rapida risata.
«Tanto perché era la Verità!».
Linn si mise a sedere, e diede dei colpetti sul materasso che si trovava accanto a
lui, un invito che Artos ignorò. «Avresti ascoltato per questi sette mesi un vecchio
farmacista che soffre di ascessi?»
«Tu non mi hai detto la verità».
«Non ho mentito. Tu sei il figlio del Drago».
Artos chiuse la bocca e voltò le spalle al vecchio. La sua voce arrivò bassa e tesa.
«Io… non… sono… tuo… figlio».
«È vero che non sei il mio frutto», disse il vecchio. «Ma io ti portai qui al castello
di Ector e attesi e sperai che tu cercassi la mia saggezza. Ma tu desideravi solo la
verità della lancia e della spada. Io quella non ce l’ho». La sua voce era debole, e
sembrava terminare in un sospiro terribile.
Artos non si voltò. «Io credevo nel drago».
Linn non rispose.
«Io amavo il drago».
Il silenzio dietro di lui era così forte che, alla fine, Artos si voltò. Il vecchio era
ricaduto su un fianco e giaceva immobile. Artos sentì qualcosa di caldo sulle
guance e comprese che erano lacrime. Corse da Linn e si inginocchiò, attirando il
vecchio contro di sé. Mentre lo stringeva, Linn aprì gli occhi.
«Mi hai portato dello stufato?», chiese.
«Io…». Le lacrime ora cadevano senza freno. «Ti ho portato i dolci di semi di
carvi».
«Mi piacciono i dolci di semi», disse Linn. «Ma non sei riuscito ad avere dello
stufato da Vecchio Aglio?».
Artos sentì che la bocca gli si apriva. «Come sai di lei?».
Il vecchio sorrise, mostrando dei denti terribili. Bisbigliò. «Io sono il Grande
Enigmista. Io sono il Padrone della Saggezza. Io sono la Parola e la Luce. Io fui,
sono e sarò». Esitò. «Io sono il Drago!».
Artos rispose al sorriso e poi, con attenzione, si alzò con il vecchio tra le braccia.
Era stupito di quanto Linn fosse fragile. Le sue ossa, pensò Artos, dovevano
essere vuote come le ossa delle ali di un uccello.
C’era una porta nel muro della caverna e Linn gli fece segno di andare verso di
essa. Portando il vecchio farmacista oltre l’entrata, Artos si meravigliò delle rune
incise nello stipite. Oltre la parete c’era una serie di corridoi e stanze. Da qualche
parte di fronte udì il canto di molti uomini.
Artos abbassò lo sguardo sul vecchio e gli bisbigliò: «Sì, capisco. Tu sei
veramente il Drago. E io sono il ragazzo del Drago. Ma non ti lascerò morire
proprio ora. Non ho ancora finito di acquisire la mia sapienza».
Con un largo sorriso, il vecchio si voltò verso di lui come un bambino che si
attacca al seno della madre, trovò i dolci di semi, ne mangiò uno e poi, con un
gesto imperioso e affettuoso, ficcò l’altro nella bocca di Artos.
JOHN STEINBECK
Il Cavaliere dalle Due Spade

L’autore di The Grapes of Wrath necessita a malapena di un’introduzione


sebbene, a prima vista, possa sembrare fuori posto in questo volume. La Morte
d’Arthur di Malory fu un libro speciale per John Steinbeck (1902-1968). Fu il
primo che lesse, e lo avvinse. «Forse mi nacque un amore appassionato per la
lingua inglese proprio con questo libro», scrisse in seguito.
Le immagini arturiane influenzarono fortemente il suo primo romanzo di
successo Tortilla Flat (1935). Nel 1958, dopo due anni di letture e ricerche,
Steinbeck iniziò una “traduzione” moderna del libro di Malory. «Volevo metterlo
giù in un semplice linguaggio moderno per i miei giovani figli e per altri figli
non così giovani… Se saprò fare questo e mantenerne la meraviglia e la magia,
sarò contento e gratificato». Steinbeck non raggiunse mai il suo intento perché fu
travolto dal progetto e, mentre andava avanti, esso cambiò trasformandosi da una
versione moderna in un’importante revisione e ampliamento. Di conseguenza,
l’idea originale divenne troppo grande. Le parti complete furono pubblicate nel
1976 come The Acts of King Arthur and His Noble Knights dalle quali ho tratto
il primo episodio: Il Cavaliere dalle Due Spade.
Nel lungo periodo senza legge dopo la morte di Uther Pendragon e prima che
suo figlio Artù diventasse re, in Inghilterra e nel Galles, in Cornovaglia, in Scozia,
e nelle Isole Esterne, molti Signori assunsero illegalmente il potere, e alcuni di
loro rifiutarono di restituirlo, così che i primi anni di regno di Artù furono
dedicati a instaurare il suo regno con la legge, l’ordine, e con la forza delle armi.
Uno dei suoi nemici più tenaci fu Lord Royns del Galles, la cui crescente forza
nell’Ovest e nel Nord costituiva una costante minaccia al regno.
Una volta che Artù teneva Corte a Londra, un fedele Cavaliere arrivò a cavallo
con la notizia che Royns, nella sua arroganza, aveva raccolto un grosso esercito e
invaso il Paese, bruciando i raccolti, le case, e uccidendo, man mano che avanzava,
i sudditi di Artù.
«Se questo è vero, devo proteggere la mia gente», disse Artù.
«È sufficientemente vero», convenne il Cavaliere. «Io stesso ho visto gli invasori e
la loro opera di distruzione».
«Allora devo combattere questo Royns e ucciderlo», disse il re. Fece quindi partire
l’ordine per tutti i Signori, i Cavalieri, e i gentiluomini d’arme fedeli onde
incontrarsi in un Consiglio Generale a Camelot, dove sarebbero stati elaborati dei
piani per difendere il regno.
Quando i Baroni e i Cavalieri si furono radunati e seduti nella grande sala, al
disotto del re, venne innanzi a loro una damigella che affermava di essere stata
mandata dalla grande Lady Lyle di Avalon.
«Che messaggio porti?», le chiese Artù.
Allora la damigella aprì il mantello riccamente ricoperto di pelliccia, e si vide che
dalla sua cintura pendeva una nobile spada.
Il re disse: «Non si addice a una fanciulla andare in giro armata. Perché porti una
spada?»
«La porto perché non ho scelta», disse la damigella, «e la devo portare finché non
mi sarà presa da un Cavaliere coraggioso e onorato, di buona reputazione e senza
macchia. Solo un tale Cavaliere potrà sfilare questa spada dal fodero. Sono stata
all’accampamento di Lord Royns perché mi avevano detto che vi erano dei bravi
Cavalieri, ma né lui né i suoi seguaci sono riusciti a estrarre la spada».
Artù disse: «Qui ci sono parecchi uomini valenti, e io stesso proverò a tirarla
fuori, non perché io sia il migliore ma perché, se provo io per primo, i miei
Baroni e i miei Cavalieri si sentiranno liberi di seguirmi».
Allora Artù afferrò il fodero e la cintura e tirò con forza la spada, ma questa non
si mosse.
«Signore», disse la damigella, «non c’è bisogno di usare la forza. Verrà via
facilmente nelle mani del Cavaliere al quale è destinata».
Artù si voltò verso i suoi uomini e disse: «Ora tutti voi proverete uno per uno».
La damigella aggiunse: «Assicurati, tu che provi, di non avere vergogna, inganno,
o tradimento, prima di provare. Solo un Cavaliere puro e senza macchia potrà
tirarla fuori, e dovrà essere di sangue nobile sia da parte di madre che di padre».
Allora la maggior parte dei Cavalieri lì radunati cercò di tirare fuori la spada, ma
nessuno ci riuscì. A quel punto la fanciulla mormorò tristemente: «Credevo che
qui avrei trovato degli uomini senza colpa, nonché i migliori Cavalieri del
mondo».
Artù era dispiaciuto e ribatté: «Questi Cavalieri sono bravi e migliori di quanti ne
troverai altrove. Mi dispiace che aiutarti non sia il loro destino».
Un Cavaliere di nome Sir Balin del Northumberland era rimasto in disparte. Per
sua sfortuna aveva ucciso, in leale combattimento, un cugino del re ma, essendo
stata data del litigio una versione falsa, era rimasto in prigione per metà di un
anno. Solo da poco tempo alcuni suoi amici avevano spiegato la faccenda e lo
avevano fatto rilasciare. Lui guardava ansiosamente la prova ma, poiché era stato
in prigione e dato che era povero e i suoi abiti erano logori e sporchi, non si fece
avanti fino a che tutti non ebbero provato e la damigella fu pronta ad andarsene.
Soltanto allora Sir Balin la chiamò, dicendo: «Signora, ti prego, per la tua cortesia,
di lasciarmi provare. So che sono vestito miseramente, ma sento nel mio cuore
che potrei aver successo».
La damigella guardò il suo mantello stracciato, e non riuscì a credere che fosse un
uomo d’onore e di sangue nobile. Disse: «Signore, perché desideri procurarmi
altro dolore quando tutti questi nobili Cavalieri hanno fallito?».
Sir Balin replicò: «Bella Signora, il valore di un uomo non sta nel suo vestito.
L’umanità e l’onore sono nascosti dentro. E, qualche volta, le virtù non sono note
a tutti».
«È vero», disse la damigella, «e ti ringrazio per avermelo ricordato. Ecco: afferra
la spada, e vediamo quello che sai fare».
Allora Balin le si avvicinò, sguainò la spada con facilità, e guardò la lama
splendente che gli piacque molto. A quel punto il re e molti altri applaudirono Sir
Balin, ma alcuni dei Cavalieri erano pieni di geloso disprezzo.
La damigella disse: «Devi essere il Cavaliere migliore e l’unico senza colpa che ho
trovato, o non avresti potuto fare così. Adesso, gentile e cortese Cavaliere, per
favore ridammi la spada».
«No», disse Balin, «questa spada mi piace, e la terrò fino a che qualcuno non sarà
in grado di togliermela con la forza».
«Non la tenere!», gridò la damigella. «Non è saggio tenerla. Se farai così, la userai
per uccidere il tuo migliore amico o l’uomo che ami di più al mondo. Quella
spada ti distruggerà».
Balin ribatté: «Accetterò ogni ventura che Dio mi manderà, Signora, ma non ti
restituirò la spada».
«Allora, entro breve tempo te ne pentirai», disse la Signora. «Non voglio la spada
per me. Se tu la prendi, la spada ti distruggerà, e io provo pietà per te».
Quindi Sir Balin mandò a prendere il cavallo e l’armatura, e supplicò il permesso
di partire da parte del re.
Artù disse: «Non ci lasciare adesso. So che sei adirato per la tua ingiusta
prigionia, ma contro di te fu portata una falsa prova. Se avessi conosciuto prima il
tuo onore e il tuo coraggio, avrei agito in modo diverso. Ora, se rimarrai alla mia
Corte e in questa compagnia, ti darò dei riconoscimenti e farò ammenda».
«Ringrazio la Tua Altezza», disse Balin. «La tua bontà è ben conosciuta. Non
nutro risentimenti nei tuoi confronti, ma devo andarmene, e chiedo che il tuo
favore venga con me».
«Non sono contento della tua partenza», disse il re. «Ti invito, buon Signore, a
non restare lontano da noi a lungo. Festeggeremo il tuo ritorno e ti ripagherò per
l’ingiustizia che ti è stata fatta».
«Dio sia lodato per il tuo favore», rispose Balin, e si preparò a partire. Ci furono
degli uomini gelosi a Corte i quali mormorarono che era la stregoneria più che la
virtù cavalleresca a essere responsabile della sua buona fortuna.
Mentre Balin armava se stesso e la sua cavalcatura, la Dama del Lago arrivò a
cavallo alla Corte di Artù: era riccamente vestita e con un buon cavallo. Salutò il
re, e poi gli ricordò del dono che lui le aveva promesso quando lei gli aveva dato
la spada del lago.
«Ricordo la promessa», disse Artù, «ma ho dimenticato il nome della spada, se
mai me lo hai detto».
«È chiamata Excalibur», spiegò la Signora, «che significa Acciaio Tagliente».
«Grazie, Signora», disse il re. «E ora, che dono chiedi? Ti darò qualunque cosa
sia in mio potere».
Allora la Signora continuò con ferocia: «Voglio due teste: quella del Cavaliere che
sfoderò la spada, e quella della damigella che la portò qui. Non sarò contenta
finché non avrò entrambe le loro teste. Quel Cavaliere uccise mio fratello, e la
damigella provocò la morte di mio padre. Questa è la mia richiesta».
Il re rimase sgomento davanti a tanta ferocia, poi disse: «Non posso, sul mio
onore, uccidere questi due per la tua vendetta. Chiedimi qualsiasi altra cosa, e te
la darò».
«Non chiedo nient’altro», disse la Signora.
Ora Balin era pronto a partire: vide la Dama del Lago e la riconobbe per colei
che, con arti segrete, aveva condotto a morte sua madre tre anni prima. Quando
gli fu detto che lei domandava la sua testa, si portò a grandi passi davanti alla
donna e gridò: «Tu sei malvagia! Vuoi la mia testa? Sarò io che avrò la tua!».
Sguainò quindi la spada e le staccò la testa dal corpo con un solo colpo.
«Cos’hai fatto?», gridò Artù. «Hai arrecato vergogna a me e alla mia Corte. Io
ero in debito verso questa Signora e inoltre lei era sotto la mia protezione. Non
potrò mai perdonare questo oltraggio».
«Mio Signore», disse Balin, «mi dispiace per il tuo dolore, ma non per la mia
azione. Questa era una strega malvagia. Con l’incanto e la stregoneria ha ucciso
molti buoni Cavalieri e, con l’arte e la falsità, ha fatto sì che mia madre morisse
bruciata».
Il re replicò: «Non importa quali siano le tue ragioni: non avevi il diritto di fare
questo in mia presenza. È stata una brutta azione e un insulto verso di me. Ora
lascia la mia Corte. Qui non sei più il benvenuto».
Allora Balin prese per i capelli la testa della Dama del Lago e la portò nel suo
alloggio, dove lo attendeva il suo scudiero: quindi montarono sui loro cavalli e
uscirono dalla città.
E Balin disse: «Voglio che porti questa testa ai miei amici e ai miei parenti del
Northumberland. Di’ loro che la mia nemica più pericolosa è morta. Racconta
loro che sono libero dalla prigione e come ho avuto questa seconda spada».
«Mi dispiace che tu abbia fatto questo», disse lo scudiero. «Sei da biasimare
moltissimo per aver perduto l’amicizia del re. Nessuno dubita del tuo coraggio,
ma sei un Cavaliere testardo e, quando scegli una via, non sai cambiare la tua
strada nemmeno se essa conduce alla tua distruzione. Questa è la tua colpa e il
tuo destino».
Allora Balin gli rispose: «Ho pensato a un modo per riconquistare l’affetto del re.
Cavalcherò fino all’accampamento del suo nemico Lord Royns, e lo ucciderò o
sarò da lui ucciso. Se questo dovesse accadere, re Artù sarà ancora mio amico».
Lo scudiero scosse la testa nell’udire un piano tanto disperato, ma disse:
«Signore, dove ti devo incontrare?»
«Alla Corte di re Artù», disse Balin fiducioso, e mandò via lo scudiero.
Nel frattempo, il re e i suoi seguaci erano tristi: si vergognavano dell’azione di
Balin, e seppellirono la Dama del Lago riccamente e con ogni cerimonia.
A quel tempo nella Corte c’era un Cavaliere che era estremamente geloso di
Balin per il successo che aveva avuto nell’estrarre la spada magica. Era Sir
Launceor, figlio del re d’Irlanda, un uomo fiero e ambizioso che credeva di essere
uno dei migliori Cavalieri del mondo. Chiese al re il permesso di inseguire a
cavallo Sir Balin per vendicare l’insulto fatto alla dignità di Artù.
Il re disse: «Vai… e fai del tuo meglio. Sono in collera con Balin. Cancella
l’oltraggio arrecato alla mia Corte».
Quando Sir Launceor se ne fu andato nelle sue stanze per prepararsi, Merlino si
presentò davanti ad Artù e udì come la spada fosse stata sguainata e come la
Dama del Lago fosse stata uccisa.
Allora Merlino guardò la damigella della spada che era rimasta a Corte e disse:
«Guarda questa damigella qui. È una donna falsa e malvagia, e non lo può
negare. Ha un fratello, un Cavaliere coraggioso nonché un uomo buono e
sincero. Questa damigella amava un Cavaliere e divenne la sua amante. Suo
fratello, per cancellare l’onta, sfidò il suo amante e lo uccise in leale
combattimento. Allora, in preda alla rabbia, questa damigella portò la sua spada
alla Dama Lyle di Avalon e chiese aiuto per vendicarsi di suo fratello».
Poi Merlino continuò: «La Dama Lyle prese la spada e gettò un incantesimo e
una maledizione su di essa. Soltanto il migliore e il più coraggioso dei Cavalieri
sarebbe stato in grado di estrarla dal suo fodero, ma colui che l’avesse sguainata
avrebbe, con essa, ucciso suo fratello». Merlino si voltò ancora verso la damigella.
«Questa fu la tua indegna ragione per essere venuta qui», disse. «Non lo negare.
Lo so quanto te. Dio avesse voluto che tu non fossi venuta poiché, dovunque tu
vai, porti danno e morte.
Il Cavaliere che sguainò la spada è il migliore e il più coraggioso. Ma la spada
che estrasse lo distruggerà. Tutto quello che farà si trasformerà in amarezza e
morte senza alcuna sua colpa. La maledizione della spada è diventata il suo
destino. Mio Signore», disse quindi Merlino rivolto al re, «quel bravo Cavaliere ha
ormai poco tempo da vivere, ma prima di morire ti renderà un servizio che
ricorderai a lungo». E re Artù ascoltò tutta quella storia con triste meraviglia.
Nel frattempo, Sir Launceor d’Irlanda si era armato di tutto punto. Si mise lo
scudo in spalla, afferrò una lancia, e spronò il cavallo a tutta velocità lungo il
sentiero che Sir Balin aveva preso. Non ci volle molto tempo prima che
raggiungesse il suo nemico sulla sommità di una montagna, e allora Sir Launceor
gridò: «Fermati dove sei, o ti farò fermare io! Ora il tuo scudo non ti proteggerà».
Balin rispose tranquillamente: «Avresti fatto meglio a restare a casa. Un uomo che
sfida il nemico spesso scopre che il suo intento si rivolta contro di lui. Da quale
Corte vieni?»
«Dalla Corte di Artù», disse il Cavaliere irlandese. «E vengo a vendicare l’insulto
che oggi hai fatto al re».
Sir Balin rispose: «Se devo combatterti, lo farò. Ma credimi, Signore: sono
addolorato di aver offeso il re o qualcuno della sua Corte. So che è tuo dovere
ma, prima di combattere, sappi che non avevo scelta. La Dama del Lago non
solo mi ferì mortalmente, ma domandò anche la mia vita».
Sir Launceor lo interruppe: «Basta con le chiacchiere! Preparati: perché uno solo
di noi lascerà questo campo».
Poi misero la lancia in resta e cozzarono contemporaneamente: la lancia di
Launceor si spezzò, ma Balin conficcò la sua attraverso lo scudo, l’armatura e il
petto, e il Cavaliere irlandese andò a schiantarsi per terra. Quando Balin ebbe
voltato il suo cavallo e sguainato la spada, vide che il nemico giaceva morto
sull’erba. Poi udì un rumore di zoccoli al galoppo, e scorse una damigella che
cavalcava verso di loro più veloce che poteva. Quando si fermò e vide Sir
Launceor morto, scoppiò in un dolore selvaggio.
«Balin!», gridò. «Hai ucciso due corpi in un cuore, due cuori in un corpo, e hai
liberato due anime». Poi smontò, prese la spada del suo amante e cadde svenuta a
terra. Quando i sensi le tornarono, gridò la sua sofferenza, e Balin provò un
grande dolore. Andò verso di lei e cercò di toglierle la spada ma la dama vi si
avvinghiava così disperatamente che, per paura di ferirla, lui lasciò la presa. Poi
all’improvviso, lei capovolse la spada, mise il pomo a terra, spinse il proprio
corpo contro la punta e la lama la trapassò, e morì.
Balin restò lì con il cuore pesante e si vergognò di aver causato la sua morte.
Quindi gridò a gran voce: «Che amore dev’essere stato quello tra questi due: e io
l’ho distrutto!». Non riusciva a sopportarne la vista, così montò a cavallo e se ne
andò tristemente verso la foresta.
In lontananza vide avvicinarsi un Cavaliere e, quando riuscì a vedere l’insegna del
suo scudo, Balin capì che era suo fratello, Balan. Quando si incontrarono si
tolsero gli elmi, si baciarono, e piansero di gioia.
Balan disse: «Fratello mio, non avrei mai sperato di incontrarti tanto presto. Ho
incontrato un uomo al Castello delle Quattro Catapulte e mi ha detto che eri stato
liberato dalla prigione e che ti aveva visto alla Corte di Artù. Allora sono venuto
dal Northumberland per cercarti».
A quel punto Balin raccontò a suo fratello della damigella, della spada, di come
aveva ucciso la Dama del Lago e di come aveva suscitato la collera del re, poi
disse: «Laggiù giace morto un Cavaliere che fu mandato a inseguirmi e, accanto a
lui, c’è la sua innamorata che si è uccisa. Io ho il cuore pesante e sono
addolorato».
«È una cosa assai triste», disse Balan. «Ma tu sei un Cavaliere, e sai che devi
accettare quello che Dio ti ordina».
«Lo so», disse Balin, «però mi addolora il fatto che re Artù sia dispiaciuto con
me. Lui è il migliore e il più grande re che regni sulla terra. E io riotterrò il suo
favore, o abbandonerò la vita».
«Come farai, fratello mio?»
«Te lo dirò», disse Balin. «Il nemico di re Artù, Lord Royns, ha messo sotto
assedio il castello di Terrabil in Cornovaglia. Io andrò fin là e metterò alla prova il
mio onore e il mio coraggio contro di lui».
«Spero che possa essere così», disse Balan. «Verrò con te e rischierò la mia vita
con la tua, come deve fare un fratello».
«Com’è bello che tu sia qui, caro fratello», esclamò Balin. «Cavalchiamo insieme».
Mentre parlavano arrivò un nano a cavallo dalla direzione di Camelot e, quando
vide i corpi del Cavaliere e della sua amata donzella, si strappò i capelli e gridò ai
fratelli: «Chi di voi due ha compiuto quest’azione?»
«Che diritto hai di chiederlo?», disse Balan.
«Perché lo voglio sapere».
E Balin gli rispose: «Sono stato io. Ho ucciso il Cavaliere in un combattimento
leale per legittima difesa, e la damigella si è suicidata per il dolore, della qual cosa
sono addolorato. Per amor suo servirò tutte le donne finché vivrò».
Il nano disse: «Hai fatto un grande danno a te stesso. Questo Cavaliere morto era
il figlio del re d’Irlanda. I suoi parenti si vendicheranno su di te. Ti inseguiranno
per tutto il mondo fino a che non ti avranno ucciso».
«Questo non mi spaventa», disse Balin. «Il mio dolore è che, uccidendo il suo
Cavaliere, ho arrecato un doppio dispiacere al mio Signore, re Artù».
Fu allora che il re Mark di Cornovaglia passò a cavallo e vide i corpi.
Quando gli fu raccontata la storia di quelle morti, disse: «Si devono essere amati
veramente, e farò in modo che abbiano una tomba a loro ricordo». Così ordinò
ai suoi uomini di piantare le tende e andò a perlustrare il paese in cerca di un
luogo dove seppellire i due amanti. In una chiesa vicina fece sollevare una grande
pietra dal pavimento davanti all’altare e seppellì insieme il Cavaliere e la damigella,
poi, quando la pietra fu rimessa a posto, il re Mark fece incidere alcune parole
che dicevano: «Qui giace Sir Launceor, figlio del re d’Irlanda, ucciso in
combattimento da Sir Balin, e accanto a lui vi è il suo amore, la dama Colombe,
che per il dolore si uccise con la spada del suo amante».
Merlino entrò nella chiesa e disse a Balin: «Perché non hai salvato la vita di quella
dama?»
«Giuro che non ho potuto», rispose Balin. «Ho cercato di salvarla, ma lei è stata
troppo veloce».
«Mi dispiace per te», replicò Merlino. «Come punizione per la sua morte, sei
destinato a sferrare il colpo più triste da quando una lancia penetrò nel fianco di
Nostro Signore Gesù Cristo. Con il tuo colpo ferirai il miglior Cavaliere vivente, e
arrecherai povertà, miseria e disperazione ai tre regni».
E Balin gridò: «Non può essere vero. Se lo credessi mi ucciderei ora e ti renderei
un bugiardo».
«Ma non lo farai», disse Merlino.
«Qual è il mio peccato?», domandò Balin.
«La sfortuna», rispose Merlino. «Alcuni lo chiamano fato». E all’improvviso svanì.
Dopo un po’ i fratelli presero congedo da re Mark.
«Prima, ditemi i vostri nomi», chiese lui.
E Balan rispose: «Vedi che lui indossa due spade. Chiamalo il Cavaliere dalle Due
Spade».
Poi i due fratelli si avviarono verso l’accampamento di Royns; su un’ampia
brughiera battuta dai venti, si imbatterono in uno straniero ben coperto dal
mantello, che chiese loro dove stessero andando.
«Perché dovremmo dirtelo?», risposero, e Balin aggiunse: «Dicci il tuo nome,
straniero».
«Perché dovrei, se voi siete così misteriosi?», ribatté l’uomo.
«È un cattivo segno quando un uomo non dice il suo nome», replicò Balan.
«Pensate pure quello che volete», disse lo straniero. «Ma cosa pensereste se io vi
dicessi che andate in cerca di Lord Royns e che fallirete senza il mio aiuto?»
«Penseremmo che sei Merlino e, se lo sei, ti chiederemmo aiuto».
«Dovete essere coraggiosi, perché avrete bisogno di coraggio», disse Merlino.
Sir Balin lo interruppe: «Non ti preoccupare del coraggio. Faremo quello che
potremo».
Arrivati ai bordi di una foresta, smontarono in uno scuro e ombroso spazio,
dissellarono i cavalli e li lasciarono a brucare l’erba. I Cavalieri si distesero sotto i
rami protettivi degli alberi e caddero addormentati.
Quando fu mezzanotte, Merlino li svegliò con calma. «Preparatevi rapidamente»,
disse. «Sta per arrivare la vostra opportunità. Royns si è allontanato di nascosto
dal suo accampamento con solo una esigua guardia del corpo, per fare una visita
d’amore notturna a Lady de Vance».
Nascosti tra gli alberi videro arrivare i cavalieri.
«Qual è Royns?», chiese Balin.
«Quello alto nel mezzo», disse Merlino. «Non vi muovete finché non sarà vicino».
Mentre i cavalieri stavano passando nell’oscurità stellata, i fratelli uscirono dal loro
nascondiglio caricandoli, e fecero cadere Royns dalla sella, poi si voltarono verso i
suoi uomini spaventati, colpendo a destra e a sinistra con le spade. Alcuni
caddero, e il resto si voltò e fuggì.
Quindi i fratelli ritornarono da Royns che era caduto a terra per ucciderlo, ma lui
si arrese e chiese pietà. «Coraggiosi Cavalieri, non mi uccidete», disse. «La mia
vita ha valore per voi, mentre la mia morte non vale niente».
«È vero», riconobbero i fratelli, che fecero alzare Royns, ferito, e lo aiutarono a
montare a cavallo. Quando cercarono Merlino, videro che se n’era andato, perché
con le sue arti magiche era volato a Camelot. Lì arrivato, raccontò ad Artù che il
suo peggiore nemico, Lord Royns, era stato battuto e catturato.
«Da chi?», domandò il re.
«Da due Cavalieri che desiderano la tua amicizia e il tuo favore più di ogni altra
cosa al mondo. Saranno qui al mattino, e allora vedrai chi sono», disse Merlino,
che non volle aggiungere altro.
Molto presto i due fratelli portarono il loro prigioniero ferito, Royns, ai cancelli di
Camelot, e lo consegnarono alla custodia delle guardie, quindi se ne andarono
nel giorno che albeggiava.
Quando ciò fu raccontato, re Artù andò dal suo nemico ferito e gli disse:
«Signore, sei una vista piacevole per me. Per quale ventura sei qui giunto?»
«Per un’amara ventura, mio Signore».
«Chi ti ha portato?», chiese il re.
«Uno che viene chiamato il Cavaliere dalle Due Spade, e suo fratello. Mi hanno
disarcionato e hanno fatto fuggire la mia guardia del corpo».
Merlino lo interruppe: «Ora te lo posso dire, Signore. È stato quel Balin, che
sguainò la sua spada maledetta, e suo fratello Balan. Due Cavalieri migliori non li
potrai mai trovare. È un peccato che il loro destino si stia compiendo e che essi
non abbiano molto tempo da vivere».
«Mi ha messo in debito verso di lui», disse il re. «E io non merito gentilezze da
parte di Balin».
«Farà molto più di questo per te, mio Signore», disse Merlino. «Ma io ti porto
delle notizie. Devi preparare i tuoi Cavalieri alla battaglia. Domani, prima di
mezzogiorno, le forze del fratello di Royns, Nero, ti attaccheranno. Ora hai molto
da fare, per cui ti lascio».
Allora re Artù raccolse rapidamente i suoi Cavalieri e cavalcò verso il castello di
Terrabil. Nero era pronto sul campo con forze che superavano per numero quelle
del re: conduceva l’avanguardia e attendeva solo l’arrivo di Re Lot con il suo
esercito. Ma attese invano, perché Merlino era andato da Re Lot e lo aveva
ammaliato con racconti di prodigi e profezie, mentre Artù lanciava il suo attacco.
Quel giorno Sir Kay combatté così bene che la memoria delle sue azioni vivrà
per sempre. E Sir Hervis de Revel, della cui discendenza è Sir Thomas Malory, si
distinse, e così fece Sir Tobinus Streat de Montroy. Durante la battaglia, Sir Balin
e suo fratello combatterono con tale fierezza che si disse di loro che erano angeli
del Cielo o diavoli dell’Inferno, a seconda per quale parte si teneva. E Artù, che si
trovava nell’avanguardia, vide le azioni dei fratelli e li lodò sopra tutti i Cavalieri.
Quindi le forze del re prevalsero, e cacciarono il nemico dal campo distruggendo
il potere di Nero.
Un messaggero cavalcò fino da Re Lot e gli recò la notizia della battaglia perduta
e della morte di Nero: nel frattempo Lot era stato ad ascoltare i racconti di
Merlino. Re Lot disse: «Sono stato stregato da questo Merlino: se fossi stato lì,
Artù non avrebbe vinto. Questo mago mi ha giocato e mi ha tenuto come un
bambino ad ascoltare le sue storie».
Merlino replicò: «So che oggi un re deve morire e, per quanto mi dispiaccia
molto, preferirei che fossi tu invece che Re Artù». Quindi il mago svanì nell’aria.
Allora Re Lot radunò i suoi capi. «Cosa dovrei fare?», chiese. «È meglio
perseguire la pace o combattere? Se Nero è stato sconfitto, metà del nostro
esercito non esiste più».
Un Cavaliere disse: «Gli uomini di Re Artù sono stanchi per la battaglia e i loro
cavalli sono esausti, mentre noi siamo freschi. Se lo attacchiamo adesso, il
vantaggio è nostro».
«Se tutti voi siete d’accordo, combatteremo», disse Re Lot. «Spero che sarete bravi
come io cercherò di essere».
Allora Re Lot galoppò fino al campo e caricò gli uomini di Artù, ma quelli
resistettero e non indietreggiarono.
Re Lot, per la vergogna del suo fallimento, stava alla testa dei suoi Cavalieri e
combatteva come un demonio, perché odiava Artù sopra tutti gli uomini. Un
tempo era stato amico del re, sposato alla sorellastra di Artù, ma quando Artù,
senza saperlo, aveva sedotto la moglie del suo amico e aveva avuto da lei un figlio
- Mordred -, la lealtà di Re Lot si era volta in odio, e lui aveva combattuto
disperatamente per vincere il suo nemico di un tempo.
Come Merlino aveva predetto, Sir Pellinore, che un tempo aveva battuto Artù alla
Fontana nella Foresta, era diventato un leale amico del re e combatteva in prima
linea tra i suoi Cavalieri. Sir Pellinore si fece strada col cavallo attraverso la ressa
intorno a Re Lot e gli sferrò un colpo possente, facendo oscillare la spada. La
lama balenò uccidendo il cavallo di Lot e, mentre questi cadeva, Pellinore lo colpì
sull’elmo e lo gettò a terra.
Quando gli uomini di Re Lot lo videro cadere, rinunciarono alla battaglia e
cercarono di fuggire: molti furono presi e uccisi mentre fuggivano.
Quando i corpi dei morti furono raccolti insieme, vennero trovati dodici grandi
Signori che erano morti servendo Nero e Re Lot. Furono portati per il funerale
nella chiesa di Santo Stefano a Camelot, mentre i Cavalieri minori furono
sotterrati nelle vicinanze, sotto un’enorme pietra.
Re Artù seppellì Lot separatamente in una ricca tomba, ma mise insieme i dodici
grandi Signori e innalzò sopra di loro uno stupendo monumento. Con le sue arti
Merlino fece i ritratti dei dodici Signori in rame dorato e ottone, in atteggiamento
di sconfitta, e ogni figura reggeva una candela che bruciava notte e giorno. Sopra
quelle effigi, Merlino pose una statua di Re Artù con la spada sguainata sulle teste
dei suoi nemici. Merlino profetizzò che le candele sarebbero arse fino alla morte
di Artù e che in quel momento si sarebbero spente; quel giorno fece diverse altre
profezie di cose future.
Subito dopo questo, Artù, stanco delle guerre, del governo e annoiato dalle scure
stanze dai grossi muri del castello, ordinò di alzare il suo padiglione in un grande
prato fuori delle mura dove avrebbe potuto riposare e riguadagnare le forze nella
quiete e all’aria dolce. Si mise quindi a dormire su una branda ma, non aveva
ancora chiuso gli occhi, che udì un cavallo avvicinarsi, e vide un Cavaliere che
cavalcava lì vicino e mormorava tra sé delle parole di lamento e dolore.
Mentre oltrepassava il padiglione, il re lo chiamò, dicendogli: «Vieni da me, buon
Cavaliere, e dimmi la ragione della tua tristezza».
Il Cavaliere rispose: «Che bene potrebbe fare dirtelo? Tu non mi puoi aiutare». E
continuò a cavalcare verso il castello di Meliot.
Allora il re cercò nuovamente di dormire, ma la sua curiosità si era risvegliata e lo
teneva sveglio: mentre rifletteva, Sir Balin passò lì vicino e, quando vide Re Artù,
smontò e salutò il suo Signore.
«Sei sempre il benvenuto», disse il re. «Ma in modo particolare ora. Poco fa è
passato un Cavaliere che stava piangendo di dolore, e non ha voluto rispondermi
quando gliene ho chiesto il motivo. Se desideri servirmi, insegui quel Cavaliere e
portalo da me, sia che voglia venire o meno, perché sono curioso».
«Te lo porterò, mio Signore», disse Sir Balin, «o lui sarà più triste di quanto non
lo sia adesso».
E Balin montò e si avviò dietro al Cavaliere: dopo un po’ lo trovò seduto sotto
un albero con una damigella accanto a sé. Sir Balin disse: «Sir Cavaliere, vieni
con me da Re Artù e digli la causa del tuo dolore».
«Non lo farò», disse il Cavaliere. «Se lo facessi sarei in grave pericolo, e tu non ci
guadagneresti niente».
«Per favore, vieni con me, Signore», disse Balin. «Se rifiuti, dovrò combattere con
te, e non voglio».
«Ti ho detto che la mia vita è in pericolo. Mi prometti di proteggermi?»
«Ti proteggerò o morirò nel farlo», disse Balin. Nell’udire ciò il Cavaliere montò
a cavallo e se ne andarono, lasciando la damigella sotto l’albero. Quando
arrivarono alla tenda di Re Artù, udirono il rumore di un cavallo da guerra che
caricava, ma non videro nulla: all’improvviso il Cavaliere fu gettato dalla sella da
una forza invisibile e rimase moribondo a terra con una grande lancia che ne
trapassava il corpo. «Ecco qual era il pericolo: un Cavaliere di nome Garlon che
possiede l’arte dell’invisibilità. Ero sotto la tua protezione e tu mi hai ingannato.
Prendi il mio cavallo: è migliore del tuo. E ritorna dalla damigella: lei ti condurrà
dal mio nemico, e forse mi potrai vendicare».
Balin gridò: «Lo farò sul mio onore e sul fatto di essere un Cavaliere. Lo giuro
davanti a Dio».
E con ciò il Cavaliere - Sir Harleus le Barbeus - morì, e Balin tirò via
l’impugnatura della lancia dal suo corpo e se ne andò tristemente, addolorato per
non aver protetto il Cavaliere come aveva promesso; comprese allora, finalmente,
perché Artù si era adirato per la morte della Dama del Lago mentre questa era
sotto la sua protezione.
Balin sentì l’ombra scura della sfortuna aleggiare sopra di lui. Trovò la damigella
nella foresta e le diede il manico della lancia che aveva ucciso il suo innamorato, e
lei lo portò sempre con sé come simbolo e come ricordo. Condusse quindi Sir
Balin verso l’avventura che lui aveva accettato dal Cavaliere morente.
Nella foresta si imbatterono in un Cavaliere che tornava dalla caccia il quale, al
vedere il viso velato di dolore di Balin, chiese la ragione del suo dolore, e Balin,
brevemente, rispose che non desiderava parlarne.
Il Cavaliere si risentì della scortesia e disse: «Se fossi armato per combattere gli
uomini invece dei cervi, me ne risponderesti».
Balin rispose stancamente: «Non ho ragione di non dirtelo», e raccontò la sua
strana e fatale storia. Il Cavaliere fu così commosso dal racconto, che chiese il
permesso di unirsi a lui nella ricerca della vendetta. Il suo nome era Peryne de
Monte Belyarde: andò nella casa vicina, si armò, e li raggiunse per la strada.
Mentre oltrepassavano un piccolo e solitario eremo con una cappella, situato nella
foresta, giunse di nuovo il rumore di zoccoli che caricavano, e Sir Peryne cadde
con una lancia che gli trapassava il corpo.
«La tua storia era vera», disse. «Il tuo nemico invisibile mi ha ucciso. Sei un
uomo destinato a causare la distruzione dei tuoi amici più cari». E Sir Peryne
morì per la ferita riportata.
Balin disse addolorato: «Il mio nemico è qualcosa che non posso vedere. Come
posso sfidare l’invisibile?».
Allora l’eremita lo aiutò a trasportare il morto nella cappella e poi lo seppellirono
con pietà e onore.
Dopo, Balin e la damigella continuarono a cavalcare fino a che non arrivarono a
un castello dotato di possenti difese. Balin attraversò il ponte levatoio ed entrò per
primo; mentre così faceva, la saracinesca cadde e lo fece prigioniero, e la
damigella rimase all’esterno, dove molti uomini la attaccarono con dei coltelli per
ucciderla. Allora Balin salì correndo fin sulla cima del muro e saltò nel fossato
molto più in basso: l’acqua interruppe la sua caduta e lo salvò dal ferirsi. Strisciò
quindi fuori dal fossato e sguainò la spada, ma gli aggressori indietreggiarono e
gli dissero che seguivano solo l’usanza del castello. Spiegarono che la Signora del
castello soffriva da molto tempo di una terribile malattia logorante la cui unica
cura era un piatto d’argento colmo di sangue della figlia vergine di un re, e quindi
era loro usanza prendere del sangue da ogni damigella che passasse da quelle
parti.
Balin disse: «Sono certo che vi darà un po’ del suo sangue, ma non è necessario
ucciderla per prenderlo». Poi aiutò a incidere una vena, e il sangue venne raccolto
in un piatto d’argento, ma non servì a curare la Signora, per cui si pensò che la
damigella non soddisfacesse uno o l’altro dei requisiti o entrambi. Ma, in ragione
dell’offerta, furono i benvenuti e trattati bene, si riposarono per la notte, e al
mattino ripresero nuovamente il cammino. Proseguirono quindi per quattro giorni
senza avventure e, alla fine, alloggiarono nella casa di un gentiluomo. Mentre
sedevano a cena, udirono dei gemiti di dolore provenire da una camera vicina, e
Balin si informò riguardo a essi.
«Vi dirò», spiegò il gentiluomo. «Di recente, durante un torneo, mi sono
scontrato con il fratello di re Pelham. Due volte l’ho fatto cadere dal cavallo, ma
lui era adirato e minacciava vendetta contro qualcuno vicino a me. Allora si rese
invisibile e ferì mio figlio, che voi udite gridare dal dolore. Non starò bene finché
non avrò ucciso quel Cavaliere malvagio e avrò preso il suo sangue».
«Lo conosco bene, ma non l’ho mai visto», disse Balin. «Ha ucciso nello stesso
modo due Cavalieri miei amici, e io desidererei incontrarlo in combattimento più
di tutto l’oro del regno».
«Vi dirò come incontrarlo», disse l’ospite. «Suo fratello, re Pelham, ha proclamato
una grande festa da qui a venti giorni. Ma nessun Cavaliere vi può partecipare a
meno che non porti sua moglie o la sua innamorata. Il fratello del re, Garlon,
sicuramente sarà lì».
«Allora ci sarò anch’io», disse Balin.
Al mattino i tre si misero in viaggio e cavalcarono per quindici giorni finché
arrivarono nel paese di Pelham, giungendo al castello nel giorno che iniziava la
festa; ricoverati i loro cavalli nelle stalle, si recarono nella grande sala, ma l’ospite
di Balin fu rifiutato perché non aveva portato né moglie né innamorata. A Balin
invece fu dato il benvenuto, e fu condotto in una camera dove si spogliò delle
armi, fece il bagno, e dove dei servi gli portarono un ricco abito da indossare alla
festa. Ma quando gli chiesero di lasciare la spada con l’armatura, Balin rifiutò.
Disse: «Nella mia contea un Cavaliere deve sempre tenere con sé la spada. Se non
la posso tenere, non posso festeggiare». Con riluttanza gli permisero di tenere
l’arma, e allora lui entrò nella grande sala dove sedette tra i Cavalieri, con la sua
dama accanto.
Allora Balin chiese: «C’è un Cavaliere in questa Corte di nome Garlon, fratello
del re?»
«Eccolo», disse un uomo lì vicino. «Guarda: è quello con la pelle scura. È un
uomo strano, e ha ucciso molti Cavalieri perché gode del segreto dell’invisibilità».
Balin fissò Garlon riflettendo su cosa dovesse fare, e pensò: “Se lo uccido adesso,
non potrò fuggire, ma se non lo faccio potrei non rivederlo più, perché non sarà
più visibile”.
Garlon aveva notato Balin che lo fissava e ciò lo irritò. Si alzò dal suo posto, andò
da Balin e lo schiaffeggiò sul viso con il dorso della mano dicendo: «Non mi
piace che mi si fissi. Mangia la tua carne, o fai qualunque altra cosa tu sia venuto
a fare».
«Farò quello che sono venuto a fare», disse Balin, quindi sguainò la spada e
tagliò la testa a Garlon. Poi disse alla sua dama: «Dammi la lancia che uccise il
tuo innamorato». La prese e la infilò nel corpo di Garlon, gridando: «Con questa
uccidesti un bravo Cavaliere. Ora è dentro di te», e chiamò il suo amico fuori
della sala. «Qui c’è abbastanza sangue per curare tuo figlio».
I Cavalieri riuniti erano rimasti seduti sbalorditi, ma a quel punto balzarono in
piedi per scagliarsi su Balin. Re Pelham si alzò dall’alta tavola, dicendo: «Hai
ucciso mio fratello. Devi morire».
E Balin lo sfidò: «Benissimo: fallo tu, se sei abbastanza coraggioso».
«Hai ragione», disse Pelham. «State indietro, voi Cavalieri. Lo ucciderò io stesso,
per amore di mio fratello».
Pelham prese dalla parete un’enorme ascia da battaglia, avanzò e sferrò un colpo
che Balin parò con la spada, ma la pesante ascia ruppe in due la spada, cosicché
lui rimase disarmato. Allora Balin fuggì dalla sala con Pelham che lo inseguiva.
Andò di stanza in stanza in cerca di un’arma, ma non riusciva a trovarne una, e
udiva sempre il re Pelham che lo inseguiva.
Infine Balin arrivò in una stanza dove vide una vera e propria meraviglia. La
stanza era rivestita di tessuto d’oro ricamato con dei sacri simboli mistici e c’era
un letto circondato da tende meravigliose. Sul letto, sotto una coperta intessuta in
filo d’oro, giaceva il corpo perfetto di un uomo anziano e venerabile, mentre su
una tavola dorata accanto al letto c’era una lancia stranamente lavorata, dal manico
di legno, il fusto di ferro sottile, e con una piccola punta affilata.
Balin, udendo i passi di Pelham che lo inseguivano, afferrò la lancia e la conficcò
nel fianco del suo nemico. In quel momento vi fu un tremendo terremoto, le
mura del castello si incrinarono spaccandosi verso l’esterno, il tetto cadde
all’interno, e Balin e Re Pelham rotolarono tra le macerie che cadevano a terra: lì
rimasero svenuti, immobilizzati sotto pietre e pezzi di legno. All’interno del
castello la maggior parte dei Cavalieri colà riuniti rimasero uccisi dal tetto crollato.
Dopo un po’ apparve Merlino, che tolse le pietre da sopra Balin e lo riportò alla
coscienza. Gli fece quindi avere un cavallo, e gli ordinò di lasciare il paese il più
rapidamente possibile.
Ma Balin chiese: «Dov’è la mia damigella?»
«Giace morta sotto il castello crollato», rispose Merlino.
«Che cosa ha provocato una tale rovina?», chiese ancora Balin.
«Ti sei imbattuto in un mistero», disse Merlino. «Non molto tempo dopo che
Gesù Cristo fu crocifisso, Giuseppe, un mercante di Arimatea che donò a Nostro
Signore il proprio sepolcro, arrivò per nave in questo Paese portando la sacra
coppa dell’Ultima Cena piena del sacro sangue, e anche la lancia che Longino il
Romano conficcò nel fianco di Gesù sulla croce. Giuseppe portò queste cose
sacre nell’Isola di Vetro ad Avalon, e lì costruì una chiesa, la prima in tutto questo
Paese. Quello sul letto era il corpo di Giuseppe e quella la lancia di Longino. Con
essa tu hai ferito Pelham, discendente di Giuseppe; fu quello il “colpo doloroso”
di cui io ti parlai tempo fa. E, poiché tu hai causato tutto questo, la malattia, la
fame e la disperazione dilagheranno per il Paese».
Balin gridò: «Non è leale! Non è giusto!».
«La sfortuna non è leale e il destino non è giusto, ma entrambi esistono lo
stesso», sentenziò Merlino, e diede l’addio a Balin.
«Perché», spiegò, «noi non ci incontreremo più in questo mondo».
Allora Balin se ne andò attraverso il Paese, e chi era ancora vivo gli gridava dietro:
«Balin, sei tu la causa di questa distruzione. Sarai punito per questo». E Balin,
pieno d’angoscia, spronò il cavallo per abbandonare il Paese distrutto.
Cavalcò otto giorni fuggendo dal male, e fu contento solo quando uscì da quel
Paese maledetto ed entrò in una bella foresta tranquilla. Il suo spirito si risvegliò,
e allora gettò via i suoi abiti scuri. Sopra le cime degli alberi, in una bella valle,
vide i merli di una snella torre e voltò il cavallo verso di essa. Accanto alla torre
era legato a un albero un grosso cavallo, e a terra sedeva un Cavaliere bello e
robusto, che gemeva a voce alta tra sé.
Poiché aveva portato la morte e la sofferenza a tanti, Balin desiderava fare
ammenda. Disse al Cavaliere: «Dio ti salvi. Perché sei così triste? Dimmelo, e io
farò il possibile per aiutarti».
Il Cavaliere rispose: «Dirtelo mi causerebbe più dolore di quello che ho già».
Allora Balin si allontanò un po’ e guardò il cavallo legato e l’equipaggiamento,
poi udì il Cavaliere che diceva: «Oh, mia Signora, perché hai rotto la tua
promessa di incontrarmi qui a mezzogiorno? Mi hai dato la spada, un dono
mortale, perché io possa uccidermi con essa per amor tuo». E, così dicendo, il
Cavaliere estrasse la spada lucente dal fodero.
Allora Balin si mosse rapidamente e gli afferrò il polso.
«Lasciami andare o ti ucciderò», gridò il Cavaliere.
«Non c’è alcun bene in questo. Io ora so della tua Signora, e prometto di
portartela se mi dirai dove si trova».
«Chi sei?», domandò il Cavaliere.
«Sir Balin».
«Ti conosco per fama», disse il Cavaliere. «Tu sei il Cavaliere dalle Due Spade e
si dice che sia uno dei Cavalieri più coraggiosi».
«Qual è il tuo nome?»
«Io sono Sir Garnish della Montagna. Sono il figlio di un pover’uomo ma,
poiché ho servito bene in battaglia, il Duca Harmel mi ha preso sotto la sua
protezione, mi ha fatto Cavaliere, e mi ha donato delle terre. È sua figlia che amo,
e pensavo che anche lei mi amasse».
«Quanto è lontana?», chiese Balin.
«Solo sei miglia».
«Allora perché sei seduto qui a lamentarti? Andiamo da lei e scopriamo la
ragione della sua mancata promessa».
Quindi proseguirono insieme fino a che arrivarono in un castello ben costruito,
con alte mura e un fossato. Balin disse: «Resta qui e aspettami. Andrò al castello e
cercherò di trovarla».
Balin entrò nel castello, ma non trovò nessuno in giro. Cercò per sale e stanze e,
alla fine, arrivò nella camera di una dama, ma il letto era vuoto. Guardò dalla
finestra verso un bel giardinetto che si trovava all’interno delle mura, e sull’erba,
sotto un alloro, vide la dama e un Cavaliere che giacevano sopra un manto di seta
verde, dove si erano addormentati strettamente abbracciati, con le teste su un
cuscino d’erba. La dama era bella, ma l’amante era brutto, peloso, pesante e
rozzo.
Allora Balin attraversò piano le camere e le sale poi, arrivato al cancello, disse a
Sir Garnish quello che aveva visto, e lo condusse con cautela nel giardino.
Quando il Cavaliere vide la sua Signora tra le braccia di un altro, il cuore gli batté
con passione, le vene gli scoppiarono, e il sangue gli uscì dal naso e dalla bocca.
Preso da una rabbia accecante, sguainò la spada e tagliò la testa degli amanti
addormentati. All’improvviso la rabbia scomparve, e lui si sentì malato e debole.
Allora accusò Balin con amarezza, dicendo: «Mi hai arrecato dolore su dolore. Se
non mi avessi portato qui, non l’avrei saputo».
Balin rispose con rabbia: «Non è stato meglio conoscerla per ciò che era, e così
essere curato dal suo amore? Ho fatto solo ciò che avrei voluto si facesse per
me».
«Hai raddoppiato il mio dolore», disse Sir Garnish. «Mi hai fatto uccidere quello
che amavo di più al mondo, e ora non posso più vivere». all’improvviso si
conficcò la sua stessa spada insanguinata nel cuore, e cadde morto accanto agli
amanti decapitati.
Il castello era tranquillo, e Balin capì che, se fosse stato trovato lì, sarebbe stato
accusato di aver ucciso tutti e tre. Rapidamente uscì dal castello e si allontanò a
cavallo tra gli alberi della foresta: la pesante cappa del suo destino gli fu sopra, ed
ebbe la sensazione che il sipario della vita si chiudesse su di lui, così che
sembrava stesse cavalcando in una nebbia di disperazione.
Dopo un po’ arrivò a una croce di pietra sul sentiero sulla quale a lettere d’oro
c’era scritto: CHE NESSUN CAVALIERE CAMMINI DA SOLO PER QUESTA STRADA.
Mentre leggeva le parole, un vecchio dai capelli bianchi lo avvicinò e disse: «Sir
Balin, questo è il confine della tua vita. Torna indietro, e potrai salvarti». Quindi il
vecchio svanì.
Poi Balin udì un corno da caccia che suonava per annunciare la morte di un
cervo, e allora disse cupamente: «Quel richiamo di morte è per me.
Io sono la preda, ma ancora non sono morto».
All’improvviso una folla di gente si raggruppò intorno a lui: un centinaio di belle
dame e molti Cavalieri in ricche e scintillanti armature gli diedero il benvenuto
con dolcezza, lo coccolarono, lo consolarono, e lo condussero in un castello nelle
vicinanze dove gli tolsero le armi e gli diedero un ricco e morbido vestito. Quindi
lo accompagnarono a sedere nella grande sala dove c’erano musica, balli, gaiezza
e gioia.
Mentre Balin veniva confortato, la Dama del Castello andò da lui e gli disse: «Sir
Cavaliere dalle Due Spade, qui vige l’usanza che ogni Cavaliere di passaggio
debba giostrare con un Cavaliere che custodisce un’isola vicina».
Balin obiettò: «È un’usanza infelice forzare un Cavaliere a giostrare, sia che lo
voglia o meno».
«È solo un Cavaliere. Il grande Balin ha forse paura di un Cavaliere?»
«Non penso di avere paura, mia Signora», disse Balin. «Ma un uomo che ha
viaggiato molto può essere stanco, e il suo cavallo esausto. Il mio corpo è stanco,
ma il mio cuore è vigoroso». E continuò senza speranza: «Se proprio devo, lo
farò, e sarei contento di trovare qui la mia morte, il riposo e la pace».
Allora un Cavaliere che stava lì accanto disse: «Ho guardato la tua armatura. Il tuo
scudo è piccolo e l’impugnatura è allentata. Prendi il mio: è grande e ben fatto».
E, quando Balin protestò, il Cavaliere insistette, dicendo: «Ti supplico di
prenderlo per la tua sicurezza».
Allora Balin si armò stancamente e il Cavaliere portò il suo scudo nuovo e ben
dipinto facendoglielo prendere per forza. Balin era troppo esausto e confuso per
controbattere, e pensò come aveva detto il suo scudiero che era un Cavaliere
testardo e che da lì nascevano i suoi guai: così accettò lo scudo, quindi montò in
sella e cavalcò lentamente verso un lago nel quale c’era un’isoletta, tanto vicina al
castello che si vedeva dai merli. Le dame e i Cavalieri intanto si erano raccolti
sulle mura per assistere al combattimento.
Un’imbarcazione, abbastanza grande per un uomo e un cavallo, era in attesa al
limitare dell’acqua. Balin vi salì e fu portato sull’isola, dove una damigella che lo
attendeva gli disse: «Sir Balin, perché hai lasciato il tuo scudo con la tua insegna?»
«Non so perché», disse Balin. «Sono stato vinto dalla sfortuna e sono confuso. Mi
dispiace di essere venuto in questo luogo ma, dato che sono qui, posso anche
andare avanti. Mi vergognerei di tornare indietro. No. Accetterò ciò che mi
capiterà: la morte o la vita».
Allora, per la lunga abitudine alla battaglia, mise le armi in resta e strinse la
cinghia della sella. Poi montò e disse una preghiera per sé, abbassò la visiera
dell’elmo, e cavalcò verso una piccola casa dell’isola, mentre i Cavalieri e le dame
lo guardavano dalla torre.
A quel punto un Cavaliere in armatura e gualdrappa rosse cavalcò verso di lui.
Era Sir Balan e, quando vide che il suo nemico indossava due spade, pensò che
fosse suo fratello ma, quando scorse l’insegna dello scudo, capì che non poteva
esserlo.
In un terribile silenzio i due Cavalieri misero le lance in resta e si scontrarono:
entrambe le lance resistettero senza andare in pezzi, ed entrambi i Cavalieri furono
gettati a terra rimanendo storditi. Balin rimase dolorosamente ammaccato per la
caduta, e il corpo gli doleva per la spossatezza. Balan fu il primo a riprendersi. Si
alzò in piedi e andò verso Balin, il quale barcollò nell’andargli incontro.
Balan prese la mira per sferrare il primo colpo, ma Balin sollevò lo scudo e lo
parò, poi, colpendo dal basso, penetrò nell’elmo dell’avversario e lo colpì ancora
con quella spada infelice facendo barcollare Balan, quindi si allontanarono e
lottarono guardinghi, affondando e schivando fino a che rimasero senza fiato.
Balin alzò gli occhi verso le torri, vide le dame con i vestiti colorati che li
guardavano, e si gettò nuovamente nella battaglia. Allora entrambi trassero nuova
forza dalla rabbia e menarono fendenti con ferocia: le lame attraversarono le
corazze, e il sangue scorse da ognuno di loro. Si fermavano per un momento e
poi ritornavano alla loro battaglia mortale, cercando ognuno di uccidere prima
che la forza se ne andasse via col sangue; ciascuno inferse ferite mortali nel corpo
dell’altro finché Balan si allontanò barcollando e rimase a terra, troppo debole per
alzare la mano.
Allora Balin, appoggiandosi sulla spada, gli chiese: «Chi sei? Non ho mai trovato
da nessuna parte un Cavaliere che potesse starmi alla pari».
E l’uomo caduto rispose: «Il mio nome è Balan, e sono il fratello del famoso
Cavaliere Sir Balin».
Quando Balin udì ciò, la testa gli girò, svenne, e cadde a terra. Quando riprese i
sensi, strisciò sulle mani e le ginocchia e tolse l’elmo a Balan: il suo viso era così
tagliuzzato e coperto di sangue che non lo riconobbe. Allora Balin poggiò la testa
sul petto del fratello, pianse, e gridò: «Oh, fratello mio, mio caro fratello! Ti ho
ucciso, e tu mi hai ferito a morte!».
Balan disse debolmente: «Ho visto le due spade, ma il tuo scudo portava
un’insegna a me sconosciuta».
«È stato un Cavaliere del castello che mi ha fatto prendere il suo scudo perché
sapeva che tu avresti riconosciuto il mio. Se potessi vivere, distruggerei quel
castello e le sue malvagie usanze».
«Vorrei che potesse essere così», disse Balan. «Mi hanno fatto combattere qui
sull’isola e, quando uccisi colui che la difendeva, mi costrinsero a esserne il
Campione e non mi vollero più lasciare andare. Se tu dovessi vivere, fratello mio,
ti terrebbero qui a combattere per il loro piacere, e non potresti fuggire oltre
l’acqua».
Poi la barca portò sull’Isola la Dama del Castello e i suoi servitori, e allora i due
fratelli la supplicarono di seppellirli insieme. «Siamo usciti da un solo grembo»,
dissero, «e vogliamo una sola tomba».
La dama promise che così sarebbe stato fatto.
«Adesso manda a chiamare un prete», continuò Balin. «Vogliamo ricevere i
Sacramenti e il corpo benedetto di nostro Signore Gesù Cristo». Fu fatto, e Balin
disse ancora: «Scrivi sulla nostra tomba come per cattiva sorte due fratelli si
uccisero l’un l’altro, così che i Cavalieri di passaggio possano pregare per noi».
Poi Balan morì, ma la vita di Balin rimase con lui fino a mezzanotte e, quando
calò l’oscurità, i due fratelli furono sepolti insieme.
Al mattino apparve Merlino: con le sue arti innalzò una tomba sopra ai fratelli, e
su di essa, a lettere d’oro, scrisse la loro storia.
Poi Merlino profetizzò molte cose che dovevano accadere: come sarebbe arrivato
Lancillotto, e Galahad. E predisse anche cose tragiche: ad esempio, come
Lancillotto avrebbe ucciso il suo migliore amico Gawain.
Dopo che Merlino ebbe rivelato molte strane cose profetiche, andò da Re Artù e
gli raccontò la storia dei fratelli, e il re si rattristò. «In tutto il mondo», disse, «non
ho mai conosciuto due Cavalieri come loro».
MAXEY BROOKE
Morte d’Alain

Le due storie seguenti si concentrano su due differenti aspetti di Merlino.


Conosciamo Merlino l’incantatore, ma cosa sappiamo di Merlino l’investigatore?
Fu un’idea che attirò il chimico industriale Maxey Brooke, che non aveva mai
venduto una storia in precedenza, e il risultato, Morte d’Alain, fu la sua prima
storia pubblicata. Ne scrisse un’altra nello stesso filone, Morte d’Espier ma,
sfortunatamente, non continuò la serie. Dodici anni fa andò in pensione come
chimico-capo di una compagnia petrolifera, e ora è consulente part-time e
giornalista. mentre era in servizio nell’esercito degli Stati Uniti, fu testimone dei
test atomici di Bikini.
Avvenne che in quei giorni una grande calma scese sulla felice Inghilterra. Per
cinque anni e più i Danesi non avevano molestato il Nord. La testa di Black
Mored si essiccava al sole, impalata su una picca nel cortile. Non c’erano in alcun
luogo oppressione, ingiustizia, fame o bisogno, e i Cavalieri della Tavola Rotonda
ciondolavano per la Corte e diventavano grassi.
Alcuni giovanissimi Cavalieri partirono in cerca di avventure e non ne trovarono
nessuna tranne che il gioco nelle taverne. In realtà, sembrava che i giorni delle
grandi imprese fossero passati, e che vincere gli speroni d’oro fosse solo un
sogno.
Notte dopo notte si raccoglievano intorno alla Tavola Rotonda per festeggiare,
bere, e raccontare storie. La Grande Sala risuonava dei canti di qualche
menestrello vagabondo, o i soffitti riecheggiavano di risate di cuore per i lazzi di
un gruppo di nani o di qualche buffone dal cervello leggero. Altre volte si
sedevano a bocca aperta ad ascoltare le imprese del mio maestro Merlino.
Per lo più, il mio maestro eseguiva quelli che chiamava dei «piccoli trucchi», la
cui ricchezza mi ha affidato. Già conoscevo il segreto di ricoprire la bocca di
storace e di nascondervi una piccola palla di lana imbevuta nello spirito chiamato
al-kohl, che è l’essenza del vino e dell’idromele. Fatto questo, uno non doveva far
altro che soffiare sopra una candela accesa, e una grande fiammata sarebbe uscita
dalla sua bocca. Già lo avevo fatto nelle stalle, e tale era stata la paura dei ragazzi
di stalla, che persino ora impallidiscono quando mi avvicino. Ma, quando il mio
maestro Merlino lo venne a sapere, mi bastonò sonoramente e mi minacciò di
non insegnarmi altro della sua arte.
«Perché un mago non deve mai esibirsi per nulla», aveva detto, «e la paura dei
mozzi di stalla non vale il rischio di mettere in piazza i propri segreti». Riconobbi
che quelle parole erano sagge, e promisi di non esibirmi fino a che non mi avesse
detto che ero pronto.
Ora, nel mio diciassettesimo anno, mi fu dato il permesso di partecipare a
qualcuno di quei “piccoli trucchi”… come fare finta di cambiare l’acqua in vino
con l’aiuto della galla della quercia e della pirite. Una volta lo stesso Re Artù si
congratulò con me per il coraggio che avevo dimostrato entrando in una grossa
cesta e dando la possibilità al mio maestro di trapassarla con molte spade e
picche. Lo ringraziai gravemente, sebbene sapessi che nemmeno per un attimo
ero stato in pericolo. Fu dopo di ciò che Merlino decise che il mio apprendistato
era finito e che dovevo essere iniziato ai misteri più profondi della magia.
Nessuno fu più sorpreso di me nello scoprire che la magia veniva eseguita senza
l’aiuto di spiriti e demoni, ma seguiva le leggi della natura.
«Noi Maghi mascheriamo queste cose con incantesimi e rituali», spiegò Merlino,
«non per proteggere noi stessi, ma per evitare che la conoscenza cada in mani
malvagie. Infatti, se ogni uomo fosse un Mago, nessuna vita umana sarebbe al
sicuro. La conoscenza genera conoscenza, e ogni nuova conoscenza è pericolosa».
«E il nostro re», chiesi, «lo sa questo?»
«Ne è ben cosciente. E purché usiamo questa conoscenza per divertire e fare
opere buone, ci lascia continuare nei nostri inganni».
Così, di giorno studiavamo gli scritti degli antichi e sperimentavamo con le nostre
fiale, polveri e alambicchi, sperando di aggiungere un granello alle sabbie della
conoscenza; di notte eseguivamo i nostri “piccoli trucchi” per i Cavalieri della
Tavola Rotonda riuniti, per divertirli, e per aiutarli a stare insieme in previsione
del tempo in cui l’Inghilterra ne avrebbe avuto bisogno.
Ma quelli erano uomini robusti e sanguigni, dediti soprattutto alle vanterie e alle
barzellette volgari. C’erano anche uomini d’onore, di indole irascibile e pronti a
offendersi. E in quei facili tempi di inattività molti erano i litigi che si
accendevano e che si riteneva potessero essere risolti solo con il sangue.
Di tanto in tanto il nostro buon re preveniva lo spargimento di sangue con
decisioni degne di un Salomone. Quando le parole non erano sufficienti,
permetteva ai Cavalieri di risolvere le loro liti sul campo della giostra, ma soltanto
con lance spuntate. Però tutti potevano sentire che la tensione cresceva sempre di
più.
Tutti sapevano che, ben presto, persino la saggezza del re non avrebbe preservato
l’inquieta pace.
«Se io fossi re», dissi una volta al mio maestro, «scioglierei la Corte e mi libererei
di questi litigi una volta per sempre».
«Sì», rispose Merlino tranquillamente, «così, se i Cavalieri ritornassero nei loro
possedimenti, ci sarebbero un mezzo centinaio di luoghi turbolenti invece di
uno».
Fu allora che riconobbi che molta della saggezza del re era in realtà del mio
maestro Merlino. E fu allora che compresi perché il nostro re si rinchiudeva con
il mio maestro prima e dopo ogni riunione della Tavola Rotonda.
Ma come la vescica del maiale deve scoppiare quando un burlone la batte troppo,
così la violenza di uomini forti scoppia quando è tenuta repressa troppo a lungo.
E fu così che una sera, in una piccola stanza adiacente la Grande Sala, un servo
trovò il corpo di Sir Alain, a faccia in giù in una chiazza di sangue.
Ora va detto che il servo, a differenza di molti uomini umili, non perse la
prontezza di spirito e non impallidì, né si mise a gridare. Invece, come se stesse
rispondendo a una chiamata, entrò nell’appartamento del mio maestro e annunciò
la sua scoperta.
Merlino, sebbene seccato che i suoi studi fossero stati interrotti, mi disse: «Vai,
figlio mio, e fai la guardia al corpo. Che nessuno entri nella stanza finché non
arriverò con il re».
Corsi in gran fretta nella piccola stanza. Lì, proprio come il servo aveva detto,
giaceva il corpo di Sir Alain. E si poteva vedere facilmente che la sua morte non
era sopraggiunta per una disgrazia né che era la conseguenza di un leale
combattimento. Era stato colpito alle spalle, ucciso nel modo più ignobile. La
ferita aperta tra le scapole era causata dal colpo di un largo pugnale danese, come
quello che molti dei Cavalieri della Tavola Rotonda ostentavano. Un delitto
brutale e spietato, come si poteva vedere dall’orma nera sulla cotta bianca sulla
quale l’assassino aveva poggiato il piede per estrarre il pugnale. E dalle strisce di
sangue dove aveva freddamente pulito l’arma prima di rimetterla nel fodero.
Non arrivai troppo presto. Avevo avuto appena il tempo di osservare la
condizione del cadavere, che un ragazzo della servitù entrò nella stanza per
qualche incombenza. Al vedere la grande quantità di sangue, il ragazzo si fermò e
rimase immobile, con la bocca aperta, per lo spazio di sei battiti. Quindi si voltò
e corse via dalla stanza, gridando con tutta la voce che aveva: «È sangue! È
sangue! È sangue!».
Al suo grido, arrivarono in fretta i Cavalieri, gli scudieri, i servitori, e tutta la
feccia della Corte. Si fermarono alla mia mano alzata e tutti, tranne i Cavalieri, se
ne andarono alle mie parole, poiché la mia fama come Mago stava crescendo. I
Cavalieri cominciarono ad assieparsi sulla porta, tenuti a bada soltanto dalla paura
del magico pentacolo che stavo descrivendo nell’aria con il dito.
La loro rabbia era superata solo dalla loro incredulità che potesse essere stata
compiuta una tale azione. Per loro fu immediatamente evidente che quello era un
assassinio. E per loro era egualmente evidente che uno della loro compagnia
doveva essere un assassino: infatti non poteva essere stato che un Cavaliere che
aveva combattuto contro i Danesi e aveva vinto in leale combattimento un’arma
come quella che aveva colpito Sir Alain.
Quando la prima sorpresa si dissipò, vidi i Cavalieri indietreggiare e guardarsi
l’un l’altro con sfiducia e sospetto. Fu una cosa brutta da vedere il disintegrarsi del
sentimento di fratellanza tra di loro. Fui molto contento dell’apparire del re,
seguito da vicino dal mio maestro.
Il viso del re era bianco e tirato dietro la sua enorme barba rossa, e aveva le
sopracciglia aggrottate per la rabbia. Solo io conoscevo lo sforzo del mio maestro
nel mantenere calmo e composto il suo viso. Il re si rivolse verso i Cavalieri
radunati, ed essi indietreggiarono di fronte alla sua rabbia, sebbene fossero
uomini forti e coraggiosi.
Mi aspettavo un grande ruggito, perché il re aveva una voce potente, ma Artù
parlò piano, ed era ancor più terribile nella sua pacatezza.
«Colui che ha fatto questo faccia un passo avanti».
Non ci fu alcun movimento.
A questo punto la voce del re si alzò fino a un ruggito che poté essere udito
persino nelle parti più lontane del castello. «Allora ti scoverò, ti strapperò la tua
nomina a Cavaliere, e ti farò pendere dai bastioni più alti». Persino Sir Lancillotto
non riuscì a nascondere un moto di tremore all’intensità dell’ira del re.
Si voltò quindi verso il mio maestro. «Cosa hai bisogno di far sapere a questo
sciocco valletto che afferma di essere un Cavaliere?».
Il mio maestro rimase immobile per un intero minuto, in contemplazione.
«Lo dirà il suo sangue. Avrò bisogno della cotta impregnata di sangue di Sir
Alain e delle pietre macchiate di sangue su cui giace. Che i Cavalieri si riuniscano
all’alba nella Grande Sala: a piedi scalzi, per provare la loro umiltà, e vestiti solo
di maglia. Che ogni uomo sia seduto al posto normalmente assegnatogli alla
Tavola Rotonda. Che nessuno scudiero, né servitore, né altra persona di bassa
estrazione sia presente, perché dev’essere rivelato un grande mistero. E che
nessuno tocchi nulla di ciò che vedrà sulla Grande Tavola».
Senza esitare, sebbene quelle richieste fossero strane, il re disse calmo: «Che sia
così».
Quindi si voltò e se ne andò verso la cappella. Uno a uno i Cavalieri lo seguirono
per offrire preghiere per l’anima di Sir Alain. Il mio maestro mi guardò dritto
negli occhi, poi anche lui se ne andò, lasciandomi stranamente consapevole di
quello che dovevo fare.
Non restai solo a lungo con il cadavere. Ben presto arrivarono due frati vestiti di
nero. Tolsero la cotta sporca di Sir Alain e me la porsero con molti ed evidenti
segni di croce e nascosti segni di corna per tenere lontano il malocchio. Poi
portarono via il corpo per preparare Sir Alain per il funerale.
Subito dopo i frati vennero degli operai con barre e magli per rimuovere le pietre
insanguinate. Solo la mia presenza e il timore di alcuni gesti senza senso ma
strani che feci superava la loro paura della stanza della morte.
Feci portare le pietre nella Grande Sala. Poi, chiusa la porta, vi scrissi sopra alcuni
simboli arabi, sapendo benissimo che nessun altro, tranne il mio maestro, sarebbe
entrato.
Con ciò mi ritirai nelle nostre stanze, dove Merlino mi attendeva. Senza dire
niente, tese la mano per prendere la cotta e, dopo averla stesa sul tavolo, la studiò
a lungo. Sebbene io desiderassi fortemente parlare degli avvenimenti del giorno,
seppi rimanere tranquillo finché il mio maestro non ebbe finito le sue
meditazioni. Io fingevo di studiare un antico rotolo. Finalmente il mio maestro
alzò gli occhi dal tavolo.
«Figlio mio, un’ora prima dell’alba porta quella cassa laggiù nella Grande Sala.
Poi mettiti alla porta per vedere che tutti i Cavalieri siano vestiti come ho
ordinato. Quando i Cavalieri saranno riuniti, entra con loro e aspetta il mio
arrivo». Prese il rotolo dalla mia mano, gli diede uno sguardo e sorrise: «Quando
leggi l’ebraico, tieni il rotolo così». Rovesciò quindi il rotolo e me lo restituì.
Trascorsi il resto del giorno studiando i Misteri di Pitagora onde evitare di fare
errori nel modo di leggere il rotolo ebraico. Quando, finalmente, la clessidra
mostrò che mancava un’ora all’alba, misi da parte i Misteri senza essere peraltro
diventato molto più saggio. La cassa che il mio maestro aveva indicato la portai
nella Grande Sala e la misi dentro. Quindi cancellai i segni dalla porta e attesi i
Cavalieri.
Vennero uno alla volta, ognuno guardando cupamente gli altri.
Ciascuno si fermò sotto al posto dove era appeso il suo scudo, poi si tolse i vestiti
che portava sopra e le scarpe, ed entrò nella Grande Sala. Non fu detta una sola
parola.
Sul palco, dove il re era solito sedersi, c’era il catafalco di Sir Alain, illuminato al
capo e ai piedi con alte candele. Nella luce fioca sedevano i Cavalieri - e persino il
re - privi dei loro ornamenti, ognuno al suo posto intorno alla Tavola Rotonda.
Tutti gli occhi si volgevano ogni tanto alla finestra orientale. Quando la lama
argentata della luna apparve all’orizzonte, tutti si voltarono verso la porta. Lì, tra
fiamme e fumo, apparve il mio maestro Merlino, vestito da mago e con un
grande cappello a cono.
Avanzò fino ai piedi della Tavola Rotonda, guardò uno alla volta i Cavalieri, e
disse con solennità: «Vuole l’assassino confessare ora, o devo chiamare i poteri
dell’oscurità per trovarlo?».
Ci fu agitazione intorno alla tavola, mentre ogni Cavaliere rabbrividiva, ma
nessuno parlò.
«Allora che sia così!». Mi fece un cenno con il capo.
Sollevai il cesto con le pietre tolte dal pavimento della stanza dell’assassinio e
macchiate con il sangue del morto. Le portai intorno al tavolo e il mio maestro
mise una pietra davanti a ogni Cavaliere.
«Il sangue delle pietre cerca il sangue sulle mani dell’assassino!».
Ogni Cavaliere sedeva ben dritto sulla sedia, gli occhi fissi sulla pietra davanti a
lui. La paura era su ogni volto.
Poi portai la cassa. Da essa il mio maestro trasse un oggetto congegnato molto
astutamente; si trattava di una freccia con una punta di ferro montata su un perno,
in modo che potesse muoversi liberamente. La mise al centro della Tavola
Rotonda.
«Ora faccio appello alle più grandi forze conosciute: il sangue e il ferro! Il sangue
dell’uomo ucciso grida vendetta. Il ferro è assetato di quel sangue. Farò quindi
girare la freccia, ed essa si fermerà puntando la pietra insanguinata davanti
all’assassino».
Diede una spinta alla freccia. Essa girò più volte, sempre più piano, e alla fine si
fermò, puntando la pietra che stava davanti a Sir Warfield.
Il suo viso impallidì dietro la barba nera. Gridò con voce potente: «È un caso!
Non è che un caso! È come condannare un uomo gettando i dadi».
«No, non è un caso», disse Merlino tranquillamente, «è il potere dell’oscurità. È
l’attrazione del sangue di un uomo ucciso per il ferro».
Mise la freccia in un’altra posizione. Di nuovo essa girò sempre più piano, poi si
fermò di nuovo, e di nuovo indicò la pietra davanti a Sir Warfield.
Questi si alzò, e rimase a bocca aperta per un po’, poi gridò nuovamente: «È un
trucco! Sei tu, Merlino, che fai girare la freccia in modo tale che si fermi qui!».
Con quelle parole diede alla freccia un potente colpo. E, per la terza volta, essa si
fermò proprio davanti a lui.
Sir Warfield rimase a guardare la freccia per un tempo tale che si sarebbe potuto
contare fino a dieci lentamente, poi si risedette sulla sedia, ricadendo come il
pallone di un buffone quando viene bucato da uno stiletto.
«È magia», disse ansimando, con la voce soffocata. «È magia. Sì, l’ho ucciso! L’ho
fatto fuori proprio come dice questa dannata freccia. L’ho ucciso!».
Ci fu silenzio nella Grande Sala: un silenzio in parte di sollievo e in parte di
repulsione. Quindi Re Artù disse lentamente:
«Portatelo via».
Fu portato via e consegnato al boia. Proprio come il re aveva ordinato, all’alba fu
impiccato ai merli più alti.
Sarebbe una fine appropriata di questo racconto dire che l’assassinio turbò i
Cavalieri fino a fare recuperare loro il senso del dovere, ma non fu così. Prima
che la settimana fosse finita, essi erano nuovamente dediti a vanterie e a risse.
Ritornati nelle nostre stanze, attesi il momento in cui il mio maestro fosse stato
comodo ma, quando vidi che non riteneva opportuno dire niente, gli chiesi:
«Signore, spiegami questo mistero. Hai veramente invocato i poteri dell’oscurità?»
«No, figlio mio. Non esistono poteri dell’oscurità tranne che nelle menti degli
uomini».
Frugò nella bisaccia. «Riconosci questa pietra?»
«È una delle pietre del pavimento dove morì Sir Alain».
«No. È una pietra che proviene dalle rive di una terra lontana, e spesso viene
chiamata calamita. Ha lo strano potere di attrarre a sé il ferro. Io ho solo messo
questa pietra davanti a Sir Warfield, sapendo fin troppo bene che la freccia, con la
sua punta di ferro, si sarebbe fermata puntando verso di essa».
Cercai di riprendere i miei studi, ma mi venne in mente un altro pensiero.
«Come sapevi di dover mettere la pietra davanti a Sir Warfield, Signore?»
«Ho fatto togliere le scarpe ai Cavalieri: non per renderli umili, come ho detto,
ma piuttosto per essere in grado di esaminare ogni scarpa. I punti sulla suola
della scarpa destra di Sir Warfield erano uguali all’impronta sulla cotta di Sir
Alain. Ricorda: nessun calzolaio, per quanto bravo, potrà mai cucire due scarpe in
modo che i punti siano esattamente gli stessi».
SASHA MILLER
L’uomo del re

Ora ritorneremo a Merlino l’Incantatore. Nella leggenda, si innamorò della Maga


Niniane che, in seguito, lo imprigionò in una caverna sotterranea. Prima della sua
prigionia, Merlino predisse l’arrivo di Sir Lancelot, ma i due personaggi non si
incontrano nella versione di Malory (sebbene incontreremo ancora Merlino in
questo libro). Sasha Miller prende lo spunto da questo e lo sviluppa in una storia
originale, che compare qui per la prima volta.
Il vecchio sedeva in mezzo alle cianfrusaglie della sua arte: gli alambicchi, le
storte, il mortaio e il pestello. Scosse la testa incredulo.
“Commettere una follia tale come quella di innamorarsi!”, pensò. “È orribile,
non si è mai sentito, non può essere… eppure, sono andato e l’ho fatto. Gli altri
del mio Ordine rideranno tra di loro e si chiederanno se il Myrdyn stia perdendo
il suo tocco. Li sento già. ‘Quel vecchio sciocco’, diranno. Non ho mai apprezzato
il fatto di essere messo in ridicolo. E da me stesso”.
Il gufo nano che viveva con lui sbucò dal suo nascondiglio, scosse le piume, e
fissò il mago.
«Avanti, disapprovami!», disse lui in tono irritato. «Non che siano affari tuoi. Che
ne sai degli uomini?». Il gufo lo fissò soltanto senza battere le ciglia, e il Myrdyn
distolse per primo lo sguardo. «Hai ragione. Non sono un uomo», disse. «Non lo
sono stato da secoli». Vi aveva rinunciato per essere ciò che era: il Myrdyn, Capo
dell’antico Ordine dei Myrdynni. Era il Myrdyn da così tanto che il suo vero
nome era stato da molto tempo dimenticato da tutti, tranne che da lui.
Eppure sembrava solo ieri che stava intorno al fuoco con altri giovani uomini e
donne, pronti a fare il loro giuramento finale, ascoltando il loro Maestro che
intonava le terribili parole.
«Se volete essere grandi», aveva detto il Maestro, «dovete rinunciare alle funzioni
sessuali e riversare quell’impulso nelle arti magiche. Allora riceverete potere
fintantoché sarete in grado di recepirlo e fino all’equivalente della funzione
naturale che acconsentite ad abbandonare. Chi vuole essere il primo?».
Come tutte le cose magiche, era una regola equilibrata, severa ma giusta. Allora
alcuni dei suoi compagni avevano tentennato, restii a rinunciare ai piaceri carnali
per il potere. Ma lui si era fatto avanti con ansia, rinunciando a tutto senza
esitazione. E negli anni aveva progredito, diventando prima un mago, poi un
Myrdyn inferiore, poi, infine, il Myrdyn. Ora, senza ombra di dubbio, era il più
vecchio e più grande del suo genere, più grande persino del Maestro della sua
gioventù. E per amore di una donna e di ciò a cui pensava di aver rinunciato per
sempre, se ne stava pentendo.
Rovistò all’interno del vestito, cercando le flaccide e rugose borse dello scroto e il
pene, sperando in un minimo segno vitale. Non ce ne fu nessuno, né lui se lo era
aspettato. Non si era toccato, parlando in senso sessuale, per anni. I suoi genitali
erano talmente privi di vita che persino quando orinava si accucciava come una
donna.
Sospirando, si appoggiò allo schienale della sedia, e il gufo nano, il compagno
più intimo del vecchio, si avvicinò per arrampicarglisi sulla manica e appollaiarsi
sulla sua spalla. Senza rendersi conto di quello che faceva, poggiò la sua guancia
rugosa contro le penne calde dell’uccello e, stanchissimo, chiuse gli occhi.

Art-Tyr teneva abitualmente Corte a Isca. Era la sua fortezza preferita,


solidamente costruita nella maniera in cui sempre costruivano gli antichi invasori
romani, e vi passava così tanto tempo che il Myrdyn, volendo stare il più lontano
possibile dalle caserme, si era scavato per sé una caverna sotto la collina fatta
dall’uomo.
Gli appartamenti del comandante - ben conservati - che ospitavano Art-Tyr erano
stati costruiti con un ipercausto, un sistema di riscaldamento ad aria che
manteneva calda la dimora anche nell’inverno più duro. Ma il Myrdyn, al caldo
nella caverna, non lo invidiava. C’era un anfiteatro vicino alle mura, ed era lì che
al re piaceva radunare i suoi guerrieri. La prima volta che aveva iniziato la lotta
contro quegli invasori che erano arrivati sciamando nelle terre di Albione, sulla
scia dei Romani che se ne andavano, c’erano a malapena abbastanza guerrieri per
riempire la fila inferiore di posti. Ora, quando si riunivano, ne riempivano un
quarto. L’arena era perfetta come cortile da allenamento, e veniva usata
quotidianamente quando i guerrieri di Art-Tyr affinavano le loro abilità.
Un giorno il re lo convocò. Senza fretta, il Myrdyn si fece strada verso la casa del
re. Art-Tyr lo ricevette da solo: un segno del suo favore.
«Te la sei presa comoda», disse, in tono di rimprovero.
«Ma sono qui».
L’espressione di Art-Tyr si distese. «Sì. Allora? La guerra procede lentamente.
Adesso ho intenzione di sposarmi e avere figli. Tu puoi scegliere la donna giusta
meglio di me. Vai ora, e trovami una moglie».
“Trovarti una moglie”, pensò il mago. “Una moglie che rafforzi le tue ambizioni
e trasformi la tua pretenziosità in vera regalità”. Quello che Art-Tyr aveva sempre
voluto - ciò che il Myrdyn gli aveva attentamente insegnato a volere - era il potere.
Quello era stato tutto parte del grande schema del Myrdyn. Ma l’opinione che
non era necessario che la donna fosse più che un buco tra le gambe per
accoppiarsi, purché portasse potere, soldati e ricchezza veniva solo da Art-Tyr.
«Sì, Sire», rispose il vecchio, e poi si preparò per la reazione del re.
«“Sire!”». Art-Tyr sollevò una mano resa callosa dalle armi e lo colpì bruscamente
sulla spalla, facendogli perdere l’equilibrio. «Tu, mio zio? Tu mi chiami “Sire”?
Quante volte ti ho proibito di farlo?»
«Più di quante ne riesca a contare, buon nipote», rispose il vecchio. Si strofinò la
spalla, compiaciuto con se stesso. Quando Art-Tyr si lasciava andare alle maniere
familiari era di un raro buon umore.
Due marchi d’oro erano una fortuna. Ma non fu la generosità del re a
sorprendere il Myrdyn. Fu il modo pomposo con cui Art-Tyr parlava del suo
fratellastro: cattive maniere che avrebbero portato cattiva fortuna. Fu contento che
Art-Tyr non fosse un vero nipote, ma solo il bastardo di qualche guerriero che il
mago aveva tratto dalla sporcizia e aveva allevato per fargli assumere il ruolo che
ora ricopriva. Nondimeno, ringraziò il re e se ne andò subito.
“Ah”, pensò, “Art-Tyr sarebbe sospettoso e non si fiderebbe di un legame
ottenuto tanto rapidamente quanto credo che sarà. È abbastanza stupido per
rifiutarlo subito, anche se fosse l’unico legame che unirebbe le varie fazioni dei
Weallech. Immagina essere chiamati ‘stranieri’ da quei pelosi uomini del Nord che
ci hanno spinti in questo angolo di Albione. Ma ultimamente sono stati tranquilli.
Così, me ne andrò in giro dove voglio, godendomi la mia libertà fino a che il
denaro finirà e il mulo avrà le zampe doloranti”.
Naturalmente sapeva dove andare, e quale donna scegliere. Aveva progettato per
anni quel momento. Nei giorni antichi, prima che venissero i Romani, i re erano
scelti dalla regina nel modo giusto, non come quei cuccioli insolenti e litigiosi che
si accapigliavano tra loro per dominare.
Tra la gente comune si diceva che Lleogran di Trevena seguisse in segreto la
Vecchia Via. E inoltre che una donna a lui parente, discendente dalle regine più
antiche, vivesse attualmente con lui, senza che fossero sposati. Se il Myrdyn avesse
trovato realistiche quelle dicerie, avrebbe saputo di poter concludere rapidamente
ogni negoziato. Tutto ciò che Art-Tyr voleva era essere re, e combattere. Con quel
matrimonio, avrebbe realizzato il suo desiderio. Ma la regina avrebbe governato e
avrebbe riportato la vecchia religione che la gente temeva fosse andata perduta per
sempre. La gente, e i Myrdynni.
Potere? Art-Tyr non avrebbe mai compreso il potere che risiedeva nella donna
che sedeva al suo fianco. Ricchezza? Soldati? L’arena a Isca avrebbe traboccato di
guerrieri, una volta che si fosse segretamente detto che la Vecchia Via stava per
ritornare.
Occupato in questi piacevoli pensieri, il Myrdyn si recò rapidamente a Trevena,
una fortezza di terra appollaiata su un promontorio con un accesso talmente
stretto che un paio di ragazzetti armati con dei bastoni da pastore avrebbero
potuto fermare un esercito. Nessun romano aveva messo piede a Trevena, come
nessun barbaro del Nord. Trevena era - come era sempre stata - pura: il bastione
dell’Antica Via.
La notizia del suo arrivo l’aveva preceduto, e molta della gente di Lleogran corse
fuori per dargli il benvenuto e per scortarlo oltre la strada lastricata e dentro la
cittadella dalle mura di terra, dove Lleogran e la sua parente aspettavano per
salutarlo.
Fu allora che lui la vide, e vide solo lei. Il turbamento del riconoscimento mandò
in pezzi ogni piano che avesse mai fatto. La sua presenza nel “qui e ora” cadde
come un indumento logoro, e lui fece un passo avanti, con le braccia tese. Lui
conosceva quella donna! L’aveva conosciuta intimamente in segrete vite passate, e
l’avrebbe conosciuta ancora e ancora attraverso il turbinio delle vite che ancora
dovevano venire…
Lei era fuoco, terra e acqua, l’agrifoglio, il sorbo selvatico, e il vischio, pallida e
vivida al tempo stesso. Wander la chiamavano nell’antica lingua, Gwenhyvhar
nella nuova. Lei sollevò due occhi gelidi verso di lui e Myrdyn comprese che non
aveva sentito nulla di ciò che aveva provato lui. Eppure, lei aveva il potere. Lui lo
sentiva dormire dentro di lei. Stava aspettando che lui lo svegliasse.
Era bella, ma la sola bellezza non poteva spiegare l’incognita del suo fascino.
Possedeva quel tipo di autocontrollo che poteva tenere un uomo a distanza di un
metro per l’eternità o invitarlo nel suo letto con nient’altro che uno sguardo. E, a
meno che non fosse uno sciocco, quello vi sarebbe andato contento,
dimenticando onore, altre fedeltà, ogni altra cosa. Per la prima volta in tanti
decenni il vecchio desiderò di poterlo far rizzare, pulsare e fremere di vita.
Con uno sforzo tremendo, trasformò il gesto di saluto di un amante in un
inchino. «Signora…», disse.
«Ho sentito parlare di te», mormorò lei. «E so perché sei venuto». Fece un gesto
nell’aria con la mano, tracciando un simbolo che il Myrdyn aveva pensato di non
rivedere più. Lui fece il gesto di risposta e lei sorrise per la prima volta. «Sì,
Myrdyn dei Myrdynni, accetto con gioia, e sposerò Art-Tyr a Isca. Puoi tornare
indietro, e dirlo al tuo re».
La sua voce era calda e dolce, come caldo e dolce doveva essere il posto segreto
tra le sue gambe. Con un’improvvisa amarezza, il Myrdyn desiderò che suo
nipote fosse sterile, o un eunuco, e non si fosse mai sognato di prendere moglie.
Aveva bisogno di stare un po’ da solo prima di ritornare, per esorcizzare la
memoria di lei. Evitò la gente, trascorrendo il tempo nella natura selvaggia.
Messolo alla prova come voleva, lei infestava le sue ore di veglia e di sonno,
fluttuando nuda e provocante, appena oltre la sua portata. Per il Myrdyn, l’intenso
desiderio sessuale che coinvolgeva soltanto la sua mente era del tutto sgradevole.
Alcune notti, quando il frustrato desiderio di accoppiarsi era più forte, si toccava
quel pezzo di carne vizzo e raggrinzito che gli pendeva tra le gambe, fino quasi a
infiammarlo, cercando di infondergli la sensazione giusta. Ma era inutile.
Quando, durante quei giorni di vagabondaggio, capì di non essere completamente
sano di mente, comprese di potersi fidare a sufficienza di se stesso per affrontare
di nuovo il re. Soltanto il vero pazzo non ha dubbi.
Prima di ritornare a Isca, cucì il denaro non speso nell’orlo dei suoi vestiti
preferendo non dover rispondere a delle domande. Andò quindi diritto dal re e,
grazie a uno sforzo eroico, presentò il matrimonio proposto con un tremito nella
voce. Non avrebbe dovuto preoccuparsi. Art-Tyr, nel mezzo di un gioco di dadi
con la sua attuale amante, accettò la scelta del vecchio, chiedendo solo che aspetto
avesse la dama.
Lei ondeggiò davanti agli occhi del mago, tentatrice come nei giorni peggiori
della sua pazzia e del suo desiderio. La pelle le brillava di una strana luce perlacea
e i suoi capelli fluttuavano intorno a lei, facendo risaltare, invece che nascondere,
la sua nudità. Ondeggiò, quasi svenne.
«Bella!», disse, guardandolo. «Meravigliosamente bella…». Allora arrivò la
predizione, e lui non riuscì a tenere per sé l’ammonimento che giunse senza
essere richiesto. «Ti porterà gioia e dolore, e il tuo migliore amico ti tradirà».
Art-Tyr rise a gola spiegata. «Ma, zio, tu sei il mio migliore amico fino a che non
ne troverò un altro», disse. «Tu mi tradirai? Mai nella vita!». Scacciò la predizione
di disgrazia del vecchio con uno schiocco delle dita. «Ha una bocca grande? Sai,
bocca grande sopra, bocca più grande sotto. Non va tanto bene per…». Fece un
gesto osceno, spingendosi avanti e indietro il dito indice in un cerchio fatto con
l’indice e il pollice dell’altra mano, «ma i bambini escono con più facilità, eh,
Nymia?». Sorrise alla donna che era stata una prostituta dell’accampamento, prima
di attirare gli occhi del re.
Nymia aveva una bocca molto piccola, che lei sottolineava dipingendola solo al
centro e aprendola raramente del tutto, anche quando mangiava o beveva. Si
strinse nelle spalle e tirò su rumorosamente con il naso. «Dipende da quello che ti
piace», disse.
Art-Tyr rise anche più rumorosamente. «La regina per gli eredi, tu per far
acrobazie nel letto». La tirò vicino a sé e cominciò a palpeggiarle il seno.
«Ci sono, ehm, certe usanze matrimoniali sulle quali la regina deve insistere»,
disse il Myrdyn. «È la sua religione». Non poté nascondere il tremore nella voce,
ma il re non lo notò. Aveva liberato uno dei seni di Nymia dal corsetto e lo fissava
affamato. Con l’altra mano si dava da fare sotto la sua gonna.
Il vecchio se ne andò sollevato. La sua lingua si sarebbe annerita e sarebbe
caduta prima che riuscisse a convincersi a dire alla sua creatura, suo nipote, come
il matrimonio suo e di Wander doveva consumarsi alla vista di tutti. Era una
necessità assoluta della vecchia religione, così tutti avrebbero saputo che il re era
forte e potente. Se Art-Tyr avesse fatto qualche obiezione, gli sarebbe stato detto
che qualsiasi figlio concepito in quell’occasione sarebbe stato innegabilmente del
re.
Cosa sensata, naturalmente. Necessaria per tutto ciò in cui il Myrdyn e la regina
credevano. Suo nipote, che soffocava la bella Wander nel suo abbraccio, il corpo
di lei in mostra, il suo pudore violato… Non aveva importanza che, se tutto
funzionava come ci si aspettava, Art-Tyr sarebbe dovuto morire entro la fine
dell’anno, come la vecchia religione domandava. Se il Myrdyn doveva essere lì
accanto e guardare la sua amata Wander consegnata alle grandi mani callose del
suo regale nipote, lui non sarebbe stato in grado di trattenersi dal fare a qualcuno
un gran danno. Un solo fulmine ben piazzato…
Cupamente, scacciò con forza quell’immagine dalla sua mente. Che Wander lo
tormentasse come voleva; era sempre preferibile al pensiero di lei impalata dal
barbaro che lui stesso aveva scelto per essere re.
Con l’ultimo grammo di controllo organizzò il rito con il fratellastro del re. Cai
si limitò ad alzare un sopracciglio; era risaputo che amava gli uomini, così, per
quello che poteva importargli, era solo un modo per umiliare una delle donne
che odiava con tanta veemenza. Poi il Myrdyn, sollevato e temendo ancora per la
propria sanità mentale, fuggì nel riparo e nella sicurezza della sua caverna.
Anche da lì il vecchio non riuscì a non pensare ai piani per il matrimonio;
cinquanta guerrieri avrebbero scortato il re, e cinquanta dame avrebbero
accompagnato la regina, tutti doni da parte di Lleogran. La coppia reale avrebbe
indossato abiti di lana nuova, ricamati con fili viola e rossi. Avrebbero camminato
su un sentiero con lame di spade ad ogni lato, omaggio dei loro possessori
all’autorità di Art-Tyr. La regina…

Il Myrdyn si alzò a sedere all’improvviso, infiammato da una decisione che una


parte della sua mente doveva aver contemplato per tutto quel tempo.
“Farò una magia veramente mostruosa”, pensò. “Mi libererò della carne
impotente e diventerò nuovamente giovane, fresco, e capace. La scelta che feci
tanti anni fa sarà annullata. Un tempo ero solo Emyrs; ancora una volta sarò solo
Emyrs. Lascerò questo luogo, non rivedrò mai più nessuno di loro, farò una
nuova vita, avrò un nuovo obiettivo, un nuovo scopo. Rinuncerò al potere arcano,
alla magia, alle storie di magia, e agli innumerevoli anni in cui esercitare la mia
arte, per la vita mortale che ebbi un tempo. Farò più di questo. Troverò un posto
nuovo, un tempo nuovo in questo mondo, dove i re sono giusti e gli eroi sono
coraggiosi, dove tutto è pulizia, onore, e un uomo ama i suoi amici. Chissà se lei
penserà mai a me.
Se solo potessi restare, potrei permettermi la possibilità di seguire il suo sguardo
ammiccante e avere il permesso di seppellire la mia gloriosa e viva virilità nei suoi
più dolci e segretissimi recessi…”. Un impeto vertiginoso di passione sessuale lo
attraversò, così intenso che il suo vecchio e avvizzito pene quasi si mosse.
Si scosse per svegliarsi, tirò verso di sé un foglio grande e intinse un pennino nel
calamaio. Una buona cosa che avesse tenuto l’oro del re. I materiali di cui avrebbe
avuto bisogno sarebbero stati piuttosto costosi.
Il gufo nano si scosse e volò via dalla porta. Il Myrdyn seppe che non sarebbe
mai ritornato. Cominciò a scrivere.
Primo: un futuro. Questo era facile. Lo poteva vedere così chiaramente nella sua
mente che non aveva bisogno di prendere nota.
Secondo: un nuovo passato. Avrebbe dovuto cambiare i ricordi di certi uomini e
donne in quel nuovo tempo e spazio in modo che essi avrebbero creduto che lui
era nato da tali e tali genitori, e aveva già vissuto tanti e tanti anni. Era complicato,
ma era solo questione di occuparsi dei dettagli.
Terzo: avrebbe dovuto trovare una spiegazione della sua scomparsa dal presente.
Al Myrdyn venne una nuova idea, che gli provocò un sorriso. Nymia.
Naturalmente. Nonostante la passione del re per lei, il vecchio sapeva che doveva
essere bandita. Si era già trasferita a casa propria, vicino alla dimora del re.
Qualche persona cinica stava già suggerendo che se Wander avesse mancato
nell’essere all’altezza delle aspettative di Art-Tyr, Nymia si assicurava di essere a
portata di mano.
Di solito Nymia lo ignorava o lo sminuiva. Ma aveva anche, a volte, espresso un
tenue interesse per le sue attività. Sarebbe stato abbastanza facile per lui creare
l’idea che nei momenti d’ozio lei aveva appreso le sue arti, sorpassato il suo
maestro, e poi messo lui stesso sotto l’influsso di un incantesimo. Il suo nome
avrebbe mandato un olezzo che ne avrebbe fatto per sempre una reietta, ma si
scoprì indifferente alla prospettiva. Scribacchiò sulla carta.
Quarto: in seguito le avrebbe concesso alcune piccole magie per uso personale.
Forse l’incantesimo dell’acqua… Il fuoco… Ma qualsiasi sciocco poteva fare il
fuoco se aveva un minimo talento naturale. Profezia minore. Forse tutte e tre. Si
poteva permettere di essere generoso.
Dettaglio su dettaglio. Richiedeva l’attenzione più minuta, l’arte più attenta. Nulla
di simile era stato mai tentato prima, per quanto ne sapeva di certo. Nessuno
aveva avuto abbastanza potere da provarci. Ma se lui, il Myrdyn dei Myrdynni e
all’apice assoluto delle sue abilità, non poteva farlo, allora non ci sarebbe mai stato
nessuno in grado di poterlo fare.
Quinto: avrebbe potuto non conservare alcun ricordo - o forse solo pochi - della
sua presente esistenza.
Sesto: avrebbe potuto non sopravvivere all’esperimento.
Sapeva che doveva affrettarsi con i preparativi e farlo prima che Wander venisse a
Isca. Altrimenti, la determinazione gli sarebbe venuta a mancare. Mentre il tempo
si riduceva, lavorava più rapidamente, prendendo scorciatoie ogni volta che poteva
osare. Ben presto avrebbe dovuto agire, senza porsi dei problemi, ed essere
preparato a vivere o a morire per i risultati. Se avesse avuto successo, il suo
tormento avrebbe avuto fine; se fosse morto, bene, anche questo l’avrebbe fatto
finire.
Costruì dei congegni con legno tenero straniero e fili di ragno, trascrisse col suo
stesso sangue temi di oscure canzoni proibite, costruì meccanismi intricati che
luccicavano d’argento e globi di cristallo pieni d’acqua. Quando ebbe finito, si
caricò tutto sulle spalle e lasciò la caverna in una notte senza luna. L’alba lo trovò
su una collina nascosta alla cittadella. I vari fogli, meccanismi e congegni
giacevano in giro intorno a lui. Si guardò intorno per l’ultima volta. L’erba non
era mai stata così verde, il mondo così bello. Si liberò dei suoi vestiti terreni e il
freddo del mattino gli provocò la pelle d’oca sui vecchi fianchi avvizziti.
Raccolse il suo bastone, respirò profondamente, e cominciò a recitare le Parole
del Potere.
I globi di cristallo bruciavano di luce dell’alba concentrata, tutta indirizzata
astutamente sui fogli. Presero fuoco immediatamente con un forte odore di
sangue bruciato. La musica, libera, danzò sul suo stesso fumo, cantando in
armonia antifonale con il crepitare delle fiamme. Il terreno cominciò a tremare, e
lui comprese troppo tardi che qualcosa era impercettibilmente sbagliato, qualcosa
che i suoi desideri traditori gli avevano fatto o non fatto fare senza che lui se ne
accorgesse, che cambiava quello che stava avendo luogo…
«No!», gridò disperato. Ma, prima che potesse muoversi per correggere l’errore,
il vento forte lo sollevò e lui sparì.

Si svegliò riluttante. Un dolore acuto gli riempiva la testa, e l’ultima cosa che
voleva fare era aprire gli occhi. Con cautela, si girò. Le palpebre sembravano
incollate insieme. Nondimeno, si sforzò di aprire un occhio abbastanza a lungo da
abituarsi. E il dolore entrò come una pugnalata con la luce pomeridiana, come lui
aveva saputo che sarebbe accaduto. Giaceva supino nell’erba soffice, con un
braccio sul viso. Un ricordo gli balenava in fondo al cervello, qualcosa di
vicinissimo eppure quasi dimenticato…
“Ho bevuto troppo? Non credo”. Si grattò distrattamente il cavallo dei pantaloni,
e il pene si irrigidì leggermente. Almeno quella parte del corpo non si sentiva
distrutta come il resto.
“Qualche volta”, pensò, “sono un po’ pazzo. Addirittura, cado addormentato
all’aperto, sotto un unico albero nel mezzo di una radura. Altra stupidaggine; la
mia cotta è aperta. Potrei anche aver indossato solo un grembiule; eccomi qui,
solo e indifeso, in attesa di un’imboscata”. Il fastidioso ricordo lo pungolò ancora.
Qualcosa riguardo a una donna…
I capelli sulla nuca gli si rizzarono. C’era un cavallo lì vicino. Ne sentiva l’odore.
Udì il battere del metallo sul metallo.
Qualcosa gli sfiorò il petto.
«Chi sei e perché osi dormire sotto il mio albero?».
Il Cavaliere si sentì stordito: male. Voleva stiracchiarsi, riempire i polmoni fino a
che fosse possibile, cercare di schiarirsi la testa. Ora non osava; sarebbe stata una
mossa suicida. Gemette, maledicendosi in silenzio, e si morse le labbra. Con
molta attenzione, mosse il braccio e aprì gli occhi.
Un uomo sedeva sul suo cavallo, torreggiando sopra di lui. Indossava una ricca
maglia a scaglie. Il suo elmo, luccicante nella luce del tardo pomeriggio, gli
copriva la maggior parte del viso. Il suo scudo era giallo con una barba nera,
coronata d’argento. Cosa più importante, l’uomo aveva una lancia, ed essa era
puntata senza esitazione al cuore del Cavaliere.
“Aha, allora è così”, pensò. «Se mi permetti di alzarmi, mi armerò e ti
combatterò, se lo desideri», disse. La sua testa pulsava tanto che pensò gli sarebbe
scoppiata la scatola cranica.
Lo sconosciuto sedeva immobile, riflettendo. Poi fece indietreggiare il cavallo,
sollevò la lancia, e infilò l’impugnatura. «Combatteremo così come siamo,
immediatamente. Ti lascerò sguainare la spada», aggiunse magnanimamente.
“Mai più berrò troppo, sia che abbia bevuto o fatto qualunque altra cosa: non se
accadrà che sopravviverò a tutto questo”, pensò il Cavaliere. “Che tipo sgradevole
è quest’uomo: un esempio perfetto di tutto ciò che c’è di sbagliato al mondo di
questi tempi”. Rigidamente, si mise in ginocchio e si alzò diritto sorreggendosi al
tronco dell’albero. “Oserò chiudere i miei abiti? No”. Tolse la spada dal fodero.
Lo sconosciuto abbassò la lancia, spronando in avanti il cavallo. Senza sorpresa e
con l’agio di una lunga pratica, il Cavaliere eseguì un passo di lato e lasciò che la
punta della lancia gli passasse vicino senza fare danno. Con lo stesso movimento
sferrò un colpo a due mani che mandò in pezzi il manico della lancia e storpiò il
cavallo. Mentre lo sconosciuto lottava per saltare via dal cavallo prima che esso
potesse, a sua volta, storpiare lui, il Cavaliere si allacciò la fibbia della cintura che
teneva chiusa la camicia sul davanti. Ebbe appena il tempo di afferrare l’elmo e di
rimetterselo sulla testa dolorante prima che l’altro uomo finisse di sguainare la
spada.
Nonostante il suo pessimo umore e la rabbia, il Cavaliere non attaccò fino a che il
suo avversario non si fu liberato del piccolo scudo di legno e non ebbe messo le
mani sull’elsa della spada. Poi si gettò in avanti per sferrare il primo colpo. Il suo
codice d’onore non comprendeva la stupidità.
Dopo i primi pochi colpi si calmò, e cominciò a punire metodicamente quello
sciocco riccamente vestito che lo aveva disturbato. Gradualmente, con la pratica,
scoprì che il suo umore migliorava e il suo mal di testa cominciava a placarsi.
Finì come sapeva che sarebbe finita, come accadeva sempre, con il suo avversario
supino, e lui a cavalcioni sopra. Si diede da fare con l’allacciatura sull’elmo
dell’altro uomo, glielo tolse, e tenne il suo nemico per la gola mentre prendeva il
pugnale che portava legato alla gamba.
«Mi arrendo, per Dio!», gridò l’altro uomo. Era sporco, coperto di sangue, e
madido di sudore; stranamente, stava sorridendo. «Erano mesi che non mi
divertivo tanto!».
Sorpreso, il vincitore rimandò il colpo mortale. «Chi sei?», gli chiese.
«Sono Artù!». L’uomo rideva forte, senza paura. I due avrebbero potuto star
giocando su un campo d’allenamento, piuttosto che essere impegnati in un
combattimento mortalmente serio.
Solo allora riconobbe quella cosa luccicante sull’elmo del suo avversario. Era una
corona. «Oh, misericordia di Dio!». Gettò via il pugnale, si allontanò goffamente
dal corpo di Artù e lo rimise in piedi. Poi cadde in ginocchio davanti a lui. «Tu
sei il re! Ho percorso molte miglia per terra e per mare per poter essere un tuo
uomo, se ti fa piacere. Ed ero sul punto di ucciderti! Perdonami, Sire, ti prego».
«Ma chi sei tu, dunque?».
Lui chinò la testa. «Sono il figlio di Re Ban di Benwich», disse umilmente. «Mi
chiamo Lancillotto».
ROGER LANCELYN GREEN
Sir Percivale del Galles

Roger Lancelyn Green (1918-1987) fu per molto tempo un appassionato del


genere Fantasy. Organizzò parecchie antologie di Fantasy e narrativa
soprannaturale, scrisse un certo numero di articoli su autori di Fantasy, e compose
lui stesso alcune storie del genere, tra cui va citata soprattutto From the World’s
End (1948). Ma probabilmente è ricordato per la sua saga di miti e leggende che
comprendono The Adventures of Robin Hood, The Tale of Troy e,
naturalmente, King Arthur and His Knights of the Round Table (1953). Green
non si risparmiò nelle ricerche per ¡’ambientazione del romanzo di Re Artù, e il
suo volume non attinge solo da Malory, ma da molti poemi meno conosciuti e
da ballate medievali. Per la storia che segue utilizzò come fonte un poema in
medio inglese oltre che alcuni avvenimenti tratti dal francese Conte du Graal.
Nelle selvagge foreste del Galles viveva un tempo, con sua madre, un ragazzo di
nome Percivale. Per i primi quindici anni della sua vita, non incontrò un’altra
anima vivente, né imparò alcunché sugli usi degli uomini e delle donne nel
mondo. Ma crebbe forte e coraggioso nei boschi selvaggi, dotato di una mira
mortale con l’arco, e semplice di cuore, onesto e retto.
Ora, un giorno, mentre vagava solitario, improvvisamente scontento e con il
desiderio di qualcosa che non sapeva cosa fosse, un suono giunse alle sue
orecchie: non la voce di qualche uccello, né la musica del vento o dell’acqua,
eppure era musica, di un tipo che gli faceva sobbalzare il cuore, non sapeva
perché. Si fermò ad ascoltare in una radura ombreggiata e, mentre aspettava lì,
vennero cavalcando verso di lui cinque Cavalieri, con le armature risonanti e le
briglie dei loro cavalli che tintinnavano come campane d’argento.
«Salve, bel giovane!», gridò il primo Cavaliere, tirando le briglie al destriero e
sorridendo a Percivale. «Non guardare così pieno di meraviglia: di sicuro hai già
visto qualcuno simile a noi».
«In realtà no», rispose Percivale. «E, a dire la verità, non so cosa siete, a meno
che non siate angeli provenienti direttamente dal Paradiso, come quelli di cui mi
parla mia madre. Ma ditemi, nobili Signori, non servite il Re del Cielo?»
«Effettivamente Lo serviamo», disse il Cavaliere, facendosi il segno della croce
con reverenza. «E così fanno anche tutti gli uomini che vivono onestamente in
questo regno di Logres. Ma sulla terra noi serviamo l’imperatore da Lui
designato, il nobile Re Artù, alla cui Tavola Rotonda sediamo. È stato lui che ci
ha fatti Cavalieri, perché questo è ciò che siamo: e anche te farà Cavaliere se ti
dimostrerai degno di questo grande onore».
«Come posso ottenerlo?», chiese Percivale.
«Vai da Re Artù, a Caerleon», rispose il Cavaliere. «Digli che ti ho mandato là
io… Sir Launcelot del Lago che, sotto Re Artù, governa questa Terra di Pant, che
è anche chiamata Galles del Nord. Allora lui ti assegnerà delle azioni da fare, delle
imprese da portare a compimento, come noi della sua Corte facciamo tutti i
giorni e, se ti dimostrerai degno, ti farà Cavaliere. Tieni però presente che il vero
valore della Cavalleria non sta nelle grandi imprese d’armi, ma nel cuore di chi
compie simili azioni: egli dovrà essere puro e umile, facendo tutte le cose per la
gloria di Dio, e porterà quella gloria e quella pace in tutto il nostro santo regno
di Logres».
Poi Sir Launcelot chinò la testa in segno di saluto verso Percivale, e continuò a
cavalcare per la sua strada seguito dagli altri quattro Cavalieri, lasciandolo
circondato dalla meraviglia, ma con un gran desiderio e una grande umiltà che si
facevano strada oscuramente dentro di lui.
«Madre!», gridò Percivale pieno di eccitazione mentre saliva a grandi passi il
sentiero che conduceva alla piccola caverna dove vivevano. «Madre, oh madre…
oggi ho veramente incontrato delle meraviglie! Hanno detto che non erano angeli
ma Cavalieri… però a me sembravano più belli di tutte le schiere del Cielo! E uno
di essi… il capo - Sir Launcelot era il suo nome - ha detto che anch’io potrei
essere un Cavaliere… Madre, devo partire domani mattina e andare a cercare Re
Artù, che abita a Caerleon!».
Allora la madre di Percivale sospirò profondamente e pianse per un po’, sapendo
che era giunto il momento stabilito, quel momento in cui lei doveva perdere suo
figlio. In realtà, dapprima cercò di persuadere Percivale a restare con lei nella pace
e nella sicurezza della foresta, raccontandogli dei pericoli e delle sofferenze che un
Cavaliere deve affrontare. Ma tutto ciò che diceva non faceva che rendere Percivale
più ansioso di partire per la sua avventura per cui, alla fine, chinò la testa
quietamente e lo lasciò andare per la sua strada.
Il mattino seguente, presto, Percivale si vestì con i suoi semplici abiti di pelli,
prese una freccia lunga e aguzza in mano, e si preparò a dire addio a sua madre.
«Vai avanti con coraggio, figlio mio», disse lei mentre lo baciava e lo benediceva.
«Tuo padre era il più coraggioso e il migliore dei Cavalieri: sii degno di lui e di
me. E, se vivrai tutti i tuoi giorni nell’onore e nella purezza, anche tu sarai
ammesso tra i prescelti i cui nomi vivranno per sempre tra i veri Cavalieri di
Logres… Adesso vai per la tua strada e ricordati che, se una dama o una
damigella chiederà il tuo aiuto, glielo devi dare con liberalità ma, prima di ogni
altra cosa, devi ricordarti di non cercare alcuna ricompensa. Potrai baciare la
ragazza che acconsente, però bada di non prenderle più di un bacio, a meno che
non vi sia un anello… e solo quando le avrai messo il tuo anello al dito. Fai
attenzione a chi viaggerà con te nelle tue avventure, e bada a che solo uomini
degni si avvicinino al tuo cuore: ma, soprattutto, prega ogni giorno Dio perché
possa essere con te in tutte le tue azioni, e non passare vicino a una chiesa o a
una cappella senza fermarti un attimo a pregare in Suo onore».
Con molta gravità Percivale baciò sua madre per dirle addio e si addentrò nella
foresta camminando rapidamente, ma con la testa china mentre pensava alle cose
solenni che lei gli aveva detto. Dopo poco, però, l’allegria ritornò nel suo passo e
lui continuò per la sua strada cantando con gioia e gettando per aria la lunga
lancia fintantoché la lama aguzza brillò come argento nella luce del sole mentre
lui la prendeva e la faceva roteare continuamente.
Le ombre stavano calando in lunghe linee nere tra gli alberi, e il sole si avvicinava
alle colline occidentali, quando Percivale arrivò all’improvviso in una radura aperta
della foresta dove le margherite picchiettavano l’erba verde come fiocchi di neve, e
dove vide un padiglione di seta alzato accanto a un ruscello tintinnante.
“Se è una chiesa o una cappella”, pensò Percivale, “è meravigliosamente bella… e
io vi entrerò!”.
Oltrepassata piano la soglia, entrò nel riparo ombreggiato, e lì rimase pieno di
meraviglia a guardare una damigella che giaceva addormentata su un divano di
ricca seta e di samito, con un braccio disteso in fuori, più bianco della coperta, e i
capelli che illuminavano il cuscino come lo splendore del sole.
Con molta gentilezza Percivale si chinò sopra di lei e le tolse dal dito l’unico
anello che portava, una semplice vera d’oro con un unico rubino rosso: al suo
posto mise il proprio anello d’oro sul quale brillava un unico diamante bianco, e
infilò l’anello della fanciulla nel proprio dito. Poi, sempre senza svegliarla, la baciò
delicatamente sulle labbra e uscì di nascosto dalla tenda, con il cuore che cantava
per una nuova meraviglia e un nuovo desiderio.
Nel folto della foresta si inoltrò Percivale e si addormentò, quando cadde
l’oscurità, tra le radici di una grande quercia; con la prima luce era di nuovo in
marcia, e attraversò la foresta finché arrivò a una larga strada che conduceva a
Caerleon.
A mezzogiorno raggiunse i cancelli della città, li oltrepassò senza fermarsi e, poco
dopo, si trovò all’interno del castello.
Quel giorno re Artù era seduto a festeggiare con molti dei suoi Cavalieri, perché
era il tempo di Pasqua e tutti avevano abbandonato per un po’ le loro fatiche.
Percivale si fermò presso la porta meravigliandosi di tutto quello che vedeva, e
invidiando persino i servitori che accudivano il re e la sua compagnia.
All’improvviso, mentre stava lì inosservato, tutti gli occhi si rivolsero alla porta
mentre un uomo grosso, in una armatura rosso-oro, entrava nella sala senza
essere annunciato. In quel momento Sir Kay stava accanto al re, tenendo in mano
il calice d’oro con il quale Artù era solito brindare alla sua compagnia prima che
la coppa fosse passata di mano in mano perché ognuno potesse bere a lui e alla
gloria del regno di Logres.
«Fermi, branco di villici avvinazzati!», ruggì il grande e rosso straniero. «Eccone
uno migliore di tutti voi!». E con ciò prese la coppa da Sir Kay, la vuotò con un
sorso, poi, con un grande scoppio di risa, se ne andò dalla sala con la coppa
ancora in mano: balzato sul suo cavallo, si allontanò al galoppo rapidamente.
«In fede mia», gridò re Artù, saltando in piedi, «questo insulto non deve andare
impunito! Chi mi riporterà la coppa?».
Allora tutti i Cavalieri si alzarono come fossero uno solo e gridarono: «Lascia che
questa impresa sia mia!».
«No», disse Re Artù, facendo loro cenno di sedersi di nuovo. «Quel rosso
spaccone non è degno di cadere per mano di un Cavaliere. Che qualche umile
scudiero lo segua e lo disarcioni… qualcuno che cerca di essere fatto Cavaliere.
Chi ritornerà alla mia Corte indossando l’armatura del Cavaliere Vermiglio e
portandomi la coppa d’oro, sarà fatto immediatamente Cavaliere!».
Allora Percivale si fece avanti con un balzo dal suo posto vicino all’entrata e si
mise nel mezzo della sala, vestito com’era di pelli di capra selvatica e con la lunga
lancia in mano:
«Re Artù!», gridò. «Andrò io a prendere la coppa! Voglio un’armatura, e quella
dorata mi starà benissimo!».
«Bah!», esclamò sgarbatamente Sir Kay. «Che cosa può fare questo miserabile
guardiano di capre contro un Cavaliere così grande?»
«Chi sei tu, buon Signore?», chiese Re Artù, cortese come sempre verso tutti gli
uomini.
«Il mio nome è Percivale», fu la risposta. «Non so chi fosse mio padre, perché
non l’ho mai visto né ho sentito parlarne mia madre. Ma lei mi ha allevato nelle
foreste del Galles, e ora io vengo a chiederti di farmi Cavaliere!».
«Davvero? Farti Cavaliere?», lo schernì Sir Kay. «Vai ad accudire le pecore sulle
montagne prima che quell’ariete laggiù con l’armatura dorata ti faccia scappare via
per il terrore!».
«Sarai un Cavaliere», disse Re Artù, «se mi riporterai la coppa e ritornerai
indossando l’armatura del ladro che l’ha presa. Bene, quest’impresa è tua!
Occupati di questo e di nient’altro!».
«Non ho cavallo», disse Percivale.
«Uno sarà pronto per te alla porta», rispose Artù. «Ora mangia subito e parti…
Ma hai bisogno di equipaggiamento e armi…».
«Ho la mia lancia», lo interruppe Percivale. «Per quanto riguarda l’armatura,
aspetterò fino a che potrò indossare quella dorata che voi tutti avete visto poco
fa!».
Quando ebbe mangiato, Percivale si alzò per andarsene ma, mentre attraversava la
sala, una damigella si pose davanti a lui e gridò forte: «Il Re del Cielo ti benedica,
Sir Percivale, il migliore tra i Cavalieri!».
«Stai zitta, ragazza senza cervello!», gridò Sir Kay con rabbia, e colpì la damigella
sul viso.
«Stai attento a quando ritornerò nella mia armatura d’oro!», disse Percivale,
guardando con disprezzo Sir Kay. «Vendicherò quel colpo indegno di un
Cavaliere con uno che non dimenticherai tanto facilmente!».
Poi uscì in fretta dalla sala, balzò sul cavallo che lo attendeva, e se ne andò nella
foresta.
Percivale procedeva molto più velocemente del Cavaliere Vermiglio, cosicché,
prima del tramonto, lo raggiunse mentre quello cavalcava tranquillamente su un
sentiero di montagna verso una solitaria torre grigia che si stagliava contro il
pallido rosa delle nuvole.
«Voltati, ladro!», gridò Percivale non appena fu abbastanza vicino. «Voltati e
difenditi!».
A poca distanza dietro di lui tre dei Cavalieri di Re Artù fermarono i cavalli per
guardare: lo avevano seguito per tutta la strada da Caerleon per vedere cosa
sarebbe accaduto, ma nemmeno in quel momento Percivale si accorse che essi
erano lì.
«Ah!», gridò il Cavaliere Vermiglio, facendo girare il suo destriero. «Che razza di
insolente sei? E perché mi chiedi di fermarmi?»
«Vengo da parte di Re Artù», rispose Percivale. «Restituiscimi la coppa d’oro che
hai rubato oggi alla sua festa! Inoltre, devi andare di persona alla Corte a
rendergli omaggio… ma prima di tutto ti devi arrendere a me, e darmi quella
bella armatura che indossi con tanto orgoglio!».
«E se non lo faccio?», chiese il Cavaliere Vermiglio, parlando tranquillamente ma
con gli occhi che lampeggiavano per la furia come il fulmine nel cielo tranquillo
prima di un forte temporale.
«Bene, allora ti ucciderò… e mi prenderò la coppa e l’armatura!», esclamò
Percivale.
«Ragazzino insolente!», ruggì il Cavaliere Vermiglio, con una voce di tuono. «Hai
chiesto la morte: e allora, prendila!».
Con ciò mise la lancia in resta e scese dalla collina come una possente valanga,
pensando di trafiggere il suo nemico come se fosse una farfalla su uno spillo. Ma
Percivale balzò subito dal cavallo, così che la lancia gli passò senza far danno
sopra la testa e rimase nel mezzo del sentiero, gridando insulti: «Grande
codardo!», lo scherniva. «Prima cerchi di infilzare un uomo disarmato, e poi
scappi giù per la collina!».
Con delle imprecazioni terribili il Cavaliere Vermiglio fece girare ancora una volta
il cavallo e ritornò alla carica salendo il sentiero con la lancia puntata contro
Percivale. Ma questa volta Percivale tirò indietro la lancia e la scagliò
improvvisamente, così repentinamente che passò veloce come un fulmine sopra lo
scudo del Cavaliere Vermiglio e lo prese alla gola proprio sopra il bordo
dell’armatura, per cui quello cadde dal cavallo all’indietro e rimase lì morto.
Percivale si inginocchiò trionfante accanto al nemico caduto e tirò fuori la coppa
d’oro di Re Artù dalla borsa alla cintola. Ma, quando cercò di liberare l’armatura
d’oro dal corpo, si trovò sconfitto: infatti non sapeva come fosse allacciata e
pensava, in verità, che fosse un pezzo unico.
Dopo molti vani tentativi di tirare fuori il Cavaliere Rosso attraverso la gorgiera o
il collo dell’armatura, Percivale cambiò tattica. Raccolse rapidamente una catasta di
legna secca e si stava dando da fare a sfregare una pietra della strada contro la
punta della sua lancia, quando all’improvviso udì il rumore degli zoccoli di
cavallo e, alzando lo sguardo, vide un vecchio a cavallo, vestito con un’armatura
scura, il cui elmo pendeva dalla bisaccia, e i cui capelli grigi gli ricadevano sulle
spalle.
«Salve, giovanotto», disse il vecchio Cavaliere sorridendo gentilmente a Percivale.
«Cosa fai con questo ladro morto che hai ucciso in modo tanto valoroso?»
«Con il ferro brucia l’albero», disse Percivale, citando il detto del boscaiolo che
sua madre gli aveva insegnato. «Voglio tirare fuori quest’uomo dall’armatura e
indossarla».
Il sorriso del vecchio Cavaliere si allargò ancora di più, ma smontò dal cavallo e
mostrò a Percivale come slacciare l’armatura e smontarla pezzo per pezzo.
«Il mio nome è Gonemans», disse il Cavaliere di lì a poco, «e abito qui vicino in
un antico maniero. Vieni là con me, giovane Signore, e io ti insegnerò tutte le
cose che dovresti sapere prima che tu possa diventare un degno Cavaliere, poiché
non è solo con un’azione come questa che otterrai il vero onore».
Così Percivale andò con Sir Gonemans e dimorò per tutta quell’estate nella sua
casa, imparando a combattere con spada e lancia, a indossare l’armatura, e a stare
a cavallo come dovrebbe un Cavaliere. E venne a sapere anche dell’Alto Ordine
della Cavalleria, appartenere al quale era molto più nobile del mero compiere
azioni gloriose: apprese ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e del dovere di un
Cavaliere di difendere sempre i deboli e di punire i crudeli e i malvagi.
Infine proseguì di nuovo per la sua strada, vestito con la sua armatura scintillante
e con una lunga lancia in mano, dopo aver dato un cortese addio a Sir
Gonemans. Nel frattempo si era fatto autunno inoltrato e, mentre cavalcava sotto
gli alberi nel profondo dei boschi e delle foreste, le foglie luccicavano di rosso e
oro come l’armatura che sembrava quasi far parte delle foglie e delle felci
attraverso cui passava.
Percivale cavalcò per molti giorni in cerca di avventure e spesso, mentre
procedeva, i suoi occhi caddero sull’anello di rubino che aveva al dito e pensò
sempre di più alla graziosa damigella che aveva trovato a dormire nel padiglione.
Infine, in una sera scura e cupa, con le nuvole che incombevano minacciose sopra
di lui, percorse una strada tortuosa tra grandi rocce nude, attraverso una terra triste
e desolata, finché all’improvviso vide un castello scuro davanti a lui.
Le mura erano danneggiate e in rovina, e le torri avevano delle fenditure nei lati
come fossero state colpite da un fulmine, ma nessuna erbaccia cresceva tra le
piante e nemmeno tra il selciato del cancello spalancato; nel centro c’era il
torrione, saldo e solido nel mezzo di quella desolazione.
Percivale passò sotto ai denti aguzzi della saracinesca, con gli zoccoli del cavallo
che risuonavano cupamente sulla pietra, e attraversò arcate scure e cortili deserti
fino a che arrivò all’entrata di una grande sala. Qui poté vedere una luce che
splendeva e così, dopo aver legato il cavallo a un anello nel muro, salì le scale ed
entrò in una grande stanza con un alto tetto di travi nere. Non si vedeva nessuno,
ma un fuoco bruciava gaiamente nel grande camino, le torce brillavano chiare
negli anelli alle pareti, e la cena era su un tavolo situato su una pedana. Percivale
girò lentamente per la sala, poi si fermò per guardarsi intorno: su un tavolino non
lontano dal fuoco vide che erano pronti dei grandi pezzi di scacchi in avorio, con
una sedia sistemata su un lato come se fosse pronta per una partita.
Mentre si chiedeva cosa tutto ciò potesse significare, Percivale si sedette sulla sedia
e, di lì a poco, allungò la mano pigramente e mosse una pedina bianca di due
quadrati sulla tavola. Subito, una pedina rossa si mosse in avanti da sola. All’istante
Percivale si mise allerta, ma tutto era tranquillo: non c’era nemmeno il rumore di
un respiro, tranne che il proprio. Così mosse un altro pezzo e, immediatamente,
un altro pezzo rosso si mosse. Percivale mosse ancora come se giocasse… ed
ecco! I pezzi rossi si mossero a loro volta, in modo così astuto che in pochissimi
minuti vide che gli era stato dato scacco matto.
Rapidamente rimise a posto i pezzi, e questa volta il rosso muoveva per primo:
giocò una seconda partita, che perse egualmente. Ciò accadde una terza volta, e
allora Percivale si alzò preso da una furia improvvisa, sguainando la spada per
distruggere i pezzi e rompere la scacchiera.
Ma, mentre faceva così, una damigella entrò correndo nella stanza: «Trattieni la
mano, Sir Cavaliere!», gridò. «Se colpisci questi scacchi magici, te ne verrà un
gran male!».
«Chi sei tu, Signora?», chiese Percivale.
«Io sono Blanchefleur», rispose lei e, mentre parlava, si fece avanti nella luce delle
candele che erano accanto alla scacchiera: con un improvviso sussulto di
meraviglia e gioia, Percivale la riconobbe per la ragazza del padiglione. E, nello
stesso istante in cui la riconosceva, vide il proprio anello di diamanti che le
brillava al dito.
Le tese la mano e la vide fermarsi all’improvviso mentre riconosceva il suo anello
che lui ancora portava.
«Lady Blanchefleur», le disse con gentilezza, «ti ho cercato a lungo. Il mio nome
è Percivale… e ti supplico di perdonarmi per il torto che ti ho fatto, ma non
avevo intenzione di farlo, quando presi da te questo anello mentre dormivi e
rubai un bacio dalle tue labbra».
«Percivale», rispose lei con gentilezza, «ti ho visto solo nei miei sogni. Ogni notte
sei venuto da me: portavi il mio anello, e mi hai baciato una volta sulle labbra…
Il mio cuore è volato da te attraverso l’oscurità… ma ti ho atteso in questo castello
magico: non è ancora il tempo di parlare d’amore. Vieni a sederti per la cena,
perché vedrai una cosa ancor più meravigliosa di quella scacchiera incantata».
Presero posto a tavola, ma su di essa non c’erano né cibo né vino, né venne un
uomo o una donna a servirli.
Percivale sedeva in silenzio, guardando Blanchefleur.
«Signora», disse alla fine, «ogni momento è quello giusto per un amore come il
mio: vuoi essere mia moglie? Ti giuro che nessun’altra donna al mondo mi
avvicinerà, né le mie labbra toccheranno quelle di alcuna donna tranne te».
Blanchefleur mise la mano nella sua senza una sola parola e, quando lo toccò,
all’improvviso un rombo di tuono scosse il castello, la grande porta della sala si
spalancò, e una strana damigella, vestita e velata di bianco, entrò lentamente nella
sala, sorreggendo una grande coppa - o graal - coperta da una stoffa. Una luce
splendeva all’interno del Graal, così chiara che nessun uomo poteva guardarla: ma
fu con santo timore che Percivale cadde in ginocchio e si prese la testa fra le
mani.
Una seconda donna velata seguiva la prima portando un piatto d’oro, e una terza
la seguiva, portando una lancia con una punta di luce bianca da cui gocciolava del
sangue che svaniva prima di toccare il pavimento. Mentre percorrevano la sala e
facevano il giro del tavolo dove Percivale e Blanchefleur erano inginocchiati,
l’intera stanza sembrò essere piena di dolci odori di rose e di spezie, poi, quando
la Processione del Graal ebbe ripercorso la sala un’altra volta e fu uscita dalla
porta, che si chiuse dietro di loro, cadde su Percivale una pace del cuore che
oltrepassava ogni comprensione, e una grande gioia.
«Il Santo Graal ci avvicina a Logres», disse Blanchefleur. «Non chiedermi altro
riguardo a ciò che hai visto, perché il tempo non è ancora venuto. Un altro deve
entrare nel castello e vederlo… ed è Sir Lancelot del Lago. Ma, Percivale, tu sei
più benedetto di lui perché, attraverso lui, verrà la fine della gloria di Logres,
anche se a Logres non c’è stato, finora, nessuno con tanta gloria quanta ne ha lui,
tranne il solo Gawain. Ora vai a Camelot e aspetta l’arrivo di Galahad: il giorno
che lui siederà sul Seggio Periglioso, vedrai ancora una volta il Santo Graal».
«Signora», disse Percivale, alzandosi in piedi, ma restando con la testa china, «lo
andrei a cercare ora! Mi sembra che non vi sia in tutto il mondo un’impresa più
degna».
«Nessuna, veramente», rispose Blanchefleur, «ma tu ancora non ne puoi andare in
cerca. Il giorno che la gloria di Logres sarà al suo apice, il Graal verrà a Camelot:
allora tutti lo cercheranno, ma soltanto il più degno lo troverà».
«Sarò uno di loro!», gridò Percivale. «Nessuno tranne me porterà a compimento
la Ricerca del Graal!». E, dimenticando ogni altra cosa, percorse correndo la sala
senza far caso al grido di Blanchefleur, poi balzò sul cavallo e se ne andò
galoppando nella foresta.
Quando arrivò il mattino, la pazzia sembrò lasciarlo all’improvviso e, voltatosi,
cercò di tornare indietro in cerca di Blanchefleur. Ma, sebbene vagasse per molti e
molti giorni, non riuscì mai più a trovare una traccia della terra desolata o del
misterioso Castello di Carbonek.
Triste e avvilito, alla fine Percivale si voltò e cavalcò verso Caerleon. Nel frattempo
si era fatto inverno, e la neve ricopriva con uno spesso strato la strada principale
quando Percivale uscì dalle montagne e dalle foreste del Galles Centrale e si
avvicinò alla città. Una notte dormì a Tintern sul Wye, e il giorno successivo,
presto, scese cavalcando lentamente e tristemente per la valle, seguendo il fiume
luccicante.
All’improvviso, mentre procedeva, vide un falco scendere in picchiata dall’alto,
come un fulmine scuro, e colpire una colomba. Per un attimo i due uccelli
lottarono insieme sospesi nell’aria e poi il falco si innalzò di nuovo, trionfante,
portando la sua vittima tra gli artigli. Ma dal petto della colomba caddero tre
gocce di sangue che si posarono luccicando sulla neve bianca ai piedi di Percivale.
Mentre guardava, pensò al sangue che cadeva dalla lancia al Castello di Carbonek.
Pensò anche all’anello di rubino al suo dito ma, più di ogni altra cosa, pensò a
Blanchefleur, alle sue labbra rosse, e alla sua pelle bianca come la neve.
Mentre stava seduto lì, sul suo cavallo, quattro Cavalieri vennero cavalcando verso
di lui: erano Sir Kay, Sir Ywain, Sir Gawain e lo stesso Re Artù.
«Vai avanti», disse Re Artù a Sir Kay. «Chiedi il nome a quel Cavaliere laggiù,
dove è diretto, e perché siede così immerso nei suoi pensieri».
«Oh, Sir Cavaliere!», gridò Sir Kay mentre si avvicinava. «Dimmi il tuo nome e
ciò che fai!».
Ma Percivale era talmente immerso nei suoi pensieri che non lo sentì.
«Rispondi, se non sei muto!», gridò Kay, e poi, perdendo un po’ la calma, colpì
Percivale con il suo guanto di ferro.
Allora Percivale si drizzò sul cavallo, tirò le redini per farlo indietreggiare, mise la
lancia in resta e gridò:
«Nessun uomo mi può colpire così e andarsene impunito! Difenditi, Cavaliere
codardo, vigliacco!».
Anche Sir Kay indietreggiò, mise la lancia in resta, poi entrambi galopparono
l’uno contro l’altro con tutta la loro forza. La lancia di Sir Kay colpì lo scudo di
Percivale e andò in pezzi, ma Percivale colpì il suo avversario con tanta violenza e
forza che trapassò lo scudo di Kay, ferendolo profondamente in un fianco e
buttandolo a terra.
Poi rimase con la lancia pronta, nel caso che uno degli altri Cavalieri lo volesse
attaccare.
«Giostrerò con tutti o con chiunque di voi!», gridò. «Difenderò il mio diritto di
starmene sul mio cavallo al bordo della strada, senza dover sopportare i colpi e gli
insulti di un Cavaliere infame come questo!».
«È Percivale!», esclamò all’improvviso Sir Gawain. «Quello che uccise il Cavaliere
Vermiglio… la cui armatura adesso indossa! Doveva essere veramente perduto in
profondi pensieri d’amore per rimanere fermo come stava mentre Sir Kay lo
colpiva!».
«Chiedigli di parlare con noi, caro nipote», disse Re Artù, e Gawain cavalcò verso
Percivale.
«Gentile Signore», disse con ogni cortesia, «laggiù c’è Re Artù, il nostro Signore
e Sovrano, che desidera parlare con te. Per quanto riguarda Kay, quello che hai
messo a terra, si è ben meritato questa punizione per la sua mancanza di cortesia
cavalleresca!».
Quando Percivale udì questo, ne fu felice.
«Allora entrambi i miei giuramenti si sono realizzati», gridò. «Ho punito Sir Kay
per il malvagio schiaffo che diede alla damigella il giorno in cui arrivai per la
prima volta a Caerleon, e mi presento a Re Artù indossando l’armatura del
Cavaliere Vermiglio che ho ucciso, portando nella mia bisaccia la coppa d’oro che
fu rubata dalla sua tavola!».
Percivale si avvicinò cavalcando, poi smontò dal cavallo e si inginocchiò davanti a
Re Artù.
«Signore e re», disse, «fammi Cavaliere, ti prego, e qui io giuro di trascorrere tutti
i miei giorni al tuo servizio, lottando per portare gloria al regno di Logres».
«Alzati, Sir Percivale del Galles», disse Re Artù. «Il tuo posto ti attende alla Tavola
Rotonda, tra Sir Gawain e il Seggio Periglioso. In giorni lontani Merlino, il buon
Mago, mi disse che tu saresti venuto quando si fosse avvicinato il momento più
alto del regno di Logres».
Allora Sir Percivale cavalcò verso Caerleon tra Re Artù e Sir Gawain, mentre Sir
Ywain li seguiva, conducendo il cavallo di Sir Kay che giaceva lamentandosi di
traverso sulla sella.
Dopo questa, Sir Percivale compì molte imprese, ma non c’è spazio per
raccontare le sue avventure con Rosette e la Damigella Odiosa, di come combatté
con il Cavaliere della Tomba che viveva in un grande cromlech su una montagna
del Galles, di come superò Partiniaus e Arides, Re Margon, e la Strega della Città
Desolata. Cercò sempre Lady Blanchefleur, e fu fedele sempre a lei sola, ma non
riuscì a trovarla fino a che il tempo non fu compiuto. Ritrovò la strada per il
Castello di Carbonek non molto dopo che il Santo Graal venne a Camelot.
THEODORE GOODRIDGE ROBERTS
Per portare a compimento la tua impresa

C’è poco humour nella Morte di Arthur di Malory. Per la maggior parte è cupa e,
come vedremo, tragica. Uno dei pochi momenti di leggerezza è fornito da Sir
Dinadan, l’uomo spiritoso della Corte che in un torneo gioca una serie di tiri nei
confronti dei suoi amici Cavalieri, tiri che includono Sir Launcelot vestito da
donna.
Sir Dinadan è stato ignorato dalla maggior parte degli scrittori ma non da
Theodore Goodridge Roberts (1877-1953) che lo usò come personaggio centrale
in una serie di storie pubblicate sull’«American Blue Book», una rivista dei primi
anni Cinquanta.
Canadese, scrisse un certo numero di romanzi ambientati a Terranova e nel
Labrador, ma come poeta si guadagnò minore reputazione. Alcune delle sue
opere migliori sono avventure storiche scritte all’inizio della sua lunga carriera,
come The Red Feathers (1970) e The Cavalier of Virginia (1910), nonché i suoi
racconti della foresta come The Golden Highlander (1910).
È un peccato che le sue storie di Dinadan, che furono tra le sue opere ultime,
non siano mai state pubblicate informa di libro né siano mai state ristampate. In
questa storia Roberts usa come base l’episodio di Malory di Sir… no, lasciamo
che si riveli al momento giusto.
Una delle amabili, per quanto eccentriche, abitudini di Re Artù era, in certi giorni
di festa, quella di aspettare a mangiare finché non fosse stato testimone o avesse
sentito il racconto di qualche nuova meraviglia o strana nuova avventura. Ora, fu
durante una Pentecoste - e l’ora era mezzogiorno (che era l’ora di mangiare) - che
un gentiluomo affamato della Corte guardò da una finestra e vide avvicinarsi tre
uomini su grossi cavalli e un piccolo nano a piedi.
Vide smontare i cavalieri alla porta principale, e osservò che uno di loro
sorpassava gli altri di una testa e mezzo, sebbene tutti fossero più alti del normale.
«Questo promette bene!», esclamò, e così si affrettò dal re e disse con aria sicura:
«Signore, ti puoi sedere con la coscienza a posto, perché una straordinaria
avventura è a portata di mano, o io ho perso l’acuta percezione che avevo per tali
faccende».
«Ti prenderò in parola, amico mio», disse il re, che sentiva anche lui un certo
languorino, avendo fatto colazione presto. Quindi fece strada alla compagnia verso
la Sala della Tavola Rotonda, essendo quello uno dei particolari giorni istituiti per
l’assemblea dei Cavalieri di quell’alto Ordine.
Delle centocinquanta sedie che si trovavano intorno al tavolo, tutte tranne un terzo
furono rapidamente occupate. Dei cinquanta assenti, alcuni erano impegnati in
avventure personali che non ammettevano ritardi, alcuni erano occupati, molto
lontano, in scaramucce con i nemici del re, altri erano in prigione, e altri
giacevano a letto per ferite o febbri; alcuni probabilmente occupavano nuove
tombe, o i loro cadaveri si trovavano alla mercé di volpi e corvi.
I tre strani cavalieri e l’ancor più strano nano entrarono nella sala. Due
sorreggevano tra loro il terzo, mentre il nano camminava dietro con sussiego.
Coloro che sostenevano il terzo erano vestiti di seta e con mezza armatura, ma
quello che stava tra di loro era abbigliato completamente con lana grezza e pelle,
come un pastore o un contadino. Ma solo nei vestiti il suo aspetto suggeriva una
persona di bassa estrazione. Secondo le parole di un antico cronista: «Robusto, e
alto e largo di spalle, aveva un viso nobile, il più onesto e generoso che si fosse
mai visto». Eppure Stava chino e si appoggiava agli scudieri come se la sua
lentezza e il suo peso fossero troppo per la sua stessa forza. Ma, quando si fermò
con soltanto il tavolo tra lui e il re, raddrizzò la schiena e le ginocchia in tutta la
sua altezza, si inchinò profondamente, e poi si mise nuovamente diritto.
«Cosa vuoi?», chiese Artù, con un grazioso gesto della mano destra. «Parla, e non
temere nulla».
«Dio benedica la Tua Maestà e tutta la tua nobile Compagnia», disse lo straniero.
«Grazie», replicò il re. «Continua».
«Sono venuto, o potente principe, a chiedere tre favori», continuò lo sconosciuto.
Artù annuì.
«Prometto che non vi saranno né astuzie né richieste irragionevoli», continuò
l’altro, «ma solo favori di un genere che può essere concesso facilmente facendo
salvi la carità reale e l’onore cavalleresco».
«Abbastanza giusto», disse il re. «Elencali».
«Per prima cosa, Tua Grazia, desidero umilmente dalla tua bontà carne e bevande
a sufficienza ogni giorno per tutto il prossimo anno».
«Concesso. Qualsiasi cane randagio è benvenuto allo stesso modo. Che altro,
giovanotto? Parla, e chiedi qualcosa che sia degno della concessione di un
principe cristiano».
Lo straniero ringraziò caldamente il re, poi chiese umilmente di essere scusato per
il fatto che non avrebbe avanzato altre richieste fino alla Pentecoste dell’anno
successivo.
«Così sia», disse Artù con gentilezza. «E nel frattempo avrai carne e bevande a
sufficienza, senza badare a quanto grande sarà il tuo appetito. Ora dimmi il tuo
nome».
«Ah, grazioso e potente principe, questo non posso, onorevolmente, farlo
adesso!», gridò l’altro in tono di scusa.
«Va bene», disse il re, ma aveva un’espressione delusa. Poi si voltò verso Sir Kay,
Alto Siniscalco di tutti i suoi castelli e fortezze, e gli ordinò di dare con generosità
al giovanotto tutto ciò di cui avrebbe potuto avere bisogno giornalmente nel corso
dei prossimi dodici mesi. Allora lo sconosciuto seguì Sir Kay e uscì dalla sala, e
coloro che erano venuti con lui, incluso il piccolo nano, ritornarono ai loro cavalli
e se ne andarono al galoppo.
Questo Sir Kay era un Signore di grande autorità ma di nessuna popolarità tra i
suoi pari né tra i suoi inferiori. Il suo carattere e i modi erano tali che non lo
rendevano caro a nessuna persona onesta, gentile o semplice. A quel punto si
mise a prendere in giro e a insultare il giovane straniero.
«Il re è romantico e ingenuo quanto una qualsiasi vecchia o un Cavaliere errante
sognatore, ma io sono di una stoffa diversa», disse in tono di scherno. «Lui può
pensare che tu sia di sangue degno di essere rispettato, ma io vedo che sei un
uomo di bassi natali, proprio come ti sei dimostrato vile nello spirito. Qualsiasi
gentiluomo avrebbe chiesto un cavallo, delle armi e un’avventura pericolosa, ma
chi è un mendicante può solo mendicare. Allora, dato che ossa con il midollo,
gnocchi e birra a volontà sono il massimo della tua ambizione, ne avrai a sazietà
fino a che non scoppierai di grasso da quel maiale che sei. E dal momento che
non hai un nome, ora te ne darò uno - “Beaumains” - per deridere le tue
mostruose mani rozze. Ah, ah!».
Il giovane ascoltò tutto ciò in silenzio con una faccia controllata e un’espressione
tesa; e non protestò nemmeno quando fu messo a mangiare con coloro che
pulivano i tegami, giravano lo spiedo, o altre cose del genere nell’untuoso
retrocucina. Ma la condotta di Sir Kay verso il paziente straniero dispiacque e fu
lamentata da certi bravi Cavalieri che per caso ne avevano sentito parlare: un
giorno, il grande Sir Launcelot in persona riprese Sir Kay al riguardo.
«Se il giovane è veramente quello che dici, allora stai approfittando del suo umile
stato abbastanza scortesemente», disse l’impareggiabile Cavaliere con la sua solita
voce mite. «Ma se lui si dovesse dimostrare - o il caso lo dovesse rivelare - una
persona di alto merito o di alti natali, allora arrossirai per la tua prepotenza e le
tue cattive maniere. Lo chiami Beaumains, e a ragione, ma gli hai dato questo
appellativo per meschina derisione, come uno sguattero invidioso. Smettila, ti
prego, per il bene dell’Ordine della Cavalleria».
Parole dure, sebbene dette con gentilezza: ma Sir Kay sorrise, anche se non c’era
alcun divertimento nella sua smorfia, perché sarebbe saltato nel fossato con tutta
l’armatura piuttosto che venire alle mani con Sir Launcelot.
«Proprio così», disse Sir Dinadan, che si trovava in loro compagnia, in tono
allegro. «E la tua memoria è da biasimare quanto i tuoi modi, Sir Siniscalco, se
hai dimenticato l’altro giovanotto sul quale, un tempo, esercitasti il tuo livore nel
dargli un nome. Lo soprannominasti “La Cote Mal Taile”, perché era abbigliato
grossolanamente e tu lo credesti povero e senza amici. Poi venne fuori che altri
non era se non il settimo figlio di un uomo onesto, e ora è Sir Brewnor della
Tavola Rotonda, che dequalificherebbe il suo titolo attaccando il capocuoco in una
gara con gli spiedi, piuttosto che spezzare una lancia contro l’Alto Siniscalco».
Questo fu un boccone amaro da ingoiare per l’importante fratellastro di Re Artù,
ma lo mandò giù inghiottendo due volte con una smorfia, perché Sir Dinadan,
sebbene fosse giovane e migliore poeta che Cavaliere in armi, non era una facile
vittima. Così Sir Kay se ne andò per dedicarsi ai suoi compiti di amministrazione,
cosa più sicura che discutere su una questione di condotta cavalleresca con degli
avversari tanto schietti e dalla mano pesante come Sir Launcelot e Sir Dinadan.
Ora va detto che questi due Cavalieri e parecchi altri avrebbero ben accolto
Beaumains alle loro tavole e nel loro gruppo, come un giovane parente o amico,
ma lui rifiutò la loro cortesia con la stessa mitezza con cui aveva accettato le
scortesie di Sir Kay. E così portò a termine quell’umiliante apprendistato per un
anno intero.
Poi ritornò la festa della settimana di Pentecoste, e con essa tanti Cavalieri della
Tavola Rotonda quanti poterono essere fedeli all’appuntamento, e di nuovo Re
Artù rifiutò di entrare nella sala del banchetto senza la promessa, o almeno un
accenno, di qualche imminente meraviglia o avventura.
Ma l’attesa fu breve, perché presto giunse la notizia dell’arrivo di una damigella
che chiedeva urgentemente udienza al re. Così Artù e tutto il gruppo dei Cavalieri
entrarono nella Sala della Tavola Rotonda e si sedettero nei posti loro assegnati;
allora la damigella fu condotta davanti al re con il dovuto cerimoniale e fu portata
per lei una piccola sedia dorata, sulla quale sedette con aria altezzosa.
«Bene, qual è la vostra supplica, giovane dama?», chiese il re con gentilezza.
«Sono qui per conto di una nobile Signora che è in tal modo assediata da un vile
tiranno che non può uscire dal suo castello se non mettendo in pericolo la sua
vita o il suo onore e, poiché è risaputo che molti dei migliori Cavalieri del mondo
sono con te, ho affrontato un viaggio lungo e pericoloso per pregare la Tua
Grazia di liberare questa nobile Signora da tale ignobile costrizione», disse la
damigella, ma con una voce e un’aria che facevano pensare più a una richiesta che
a una supplica.
Ma era una damigella graziosa e riccamente ornata come qualunque altra di una
qualsiasi Corte della Cristianità, così Artù, essendo solo un uomo, si trattenne dal
dirle di fare attenzione ai suoi modi. Invece, chiese il nome della nobile Signora e
del suo nemico, ma con un tono di voce un po’ controllato.
«In questo momento non saprai il nome della mia Signora ma, per quanto
riguarda il suo tormento, si chiama Cinghiale Rosso», rispose la damigella.
«Ah, bene», disse Artù, lanciando occhiate a destra e a sinistra. «Cinghiale Rosso?
Mai sentito. Mi sembra un comune mascalzone. E, a dire la verità, tutta questa
faccenda suona scaltra e strana alle mie orecchie, e anche insolente; e ti dico
onestamente, giovane dama, che se fossi un semplice Cavaliere invece che un re
responsabile, cercherei l’onore difendendo la Lega dei Guardiani di Porci contro
la Compagnia dei Carbonai piuttosto che dedicarmi a questa tua ambigua
avventura cavalleresca».
«Ci sento bene?», gridò la damigella, a voce alta e con il viso rosso. «È questa la
tanto declamata cavalleria di Re Artù e della Compagnia della Tavola Rotonda?».
E lanciò uno sguardo di sfida e di disprezzo al re, che lo evitò, poi tutt’intorno ai
Cavalieri che, prendendo l’imbeccata dal loro sovrano, seguirono il suo esempio
di distacco. Persino Sir Dinadan, per quanto in cerca di un’utile avventura, rimase
muto a sedere.
«Vergognatevi, tutti quanti!», gridò lei. «E chiamate questa vostra tavola la sede e
il centro della Cavalleria! Vergogna! Ho visto i vostri pari in valore e cortesia - e
forse a voi superiori - che masticavano pancetta e ingollavano sidro alle finestre
delle cucine di monasteri presi d’assalto dai mendicanti!».
L’immobilità e il silenzio turbati che seguirono l’invettiva furono rotti da una
confusione alla porta che attirò tutti gli sguardi, incluso quello del re, e tutti
videro il giovane soprannominato Beaumains che spingeva per entrare nella sala,
mentre due guardiani lo respingevano e gli sferravano dei colpi per tenerlo fuori.
«Che succede?», gridò Artù, grato per il diversivo. «Ma è il nostro supplice di un
anno fa. Fatelo entrare, valletti!».
Beaumains era già entrato, dopo aver sbattuto una contro l’altra le teste dei
guardiani, e si stava inginocchiando, con il cappello in mano.
«Sir, ora concedimi di parlare!», gridò ansiosamente.
«Un diritto chiesto con civiltà», disse Artù. «Parla pure, giovanotto».
«Grazie, Signore! È passato un anno intero da quando la Tua Grazia mi accordò
una richiesta e il permesso di farne altre due».
«Me lo ricordo bene. Cosa vorresti ora?»
«Sir, vorrei affrontare questa avventura della dama in pericolo e del Cinghiale
Rosso».
Nell’udire ciò, alcuni sorrisero e qualcuno aggrottò la fronte; Sir Kay bisbigliò
«Che liberazione!», e la damigella gridò, sdegnosa e deridendolo, che quel
pover’uomo doveva essere pazzo o insolente, perché il Cinghiale Rosso era un
avversario degno di cinquanta zoticoni di così umile origine.
«Silenzio!», gridò Artù alla damigella, e disse a Beaumains, con voce diversa:
«Pensaci ancora, giovanotto. Vorresti che ti concedessi una morte certa?».
Beaumains si alzò e disse sinceramente ma con umiltà: «Signore, non ho ricevuto
altro che del grazioso favore dalle tue mani, e così ora prego la tua ulteriore bontà
in completa buona fede… Signore, con l’aiuto di Dio e il tuo permesso, mi
dimostrerò un avversario degno del crudele Cinghiale Rosso, non ne dubito».
Allora Sir Kay si chinò verso il re e mormorò: «Lo zotico potrebbe aver ragione,
perché ha mostrato una forza mostruosa nel maneggiare i calderoni in cucina, ed
è stato nutrito come un maialino da competizione».
Artù si grattò l’orecchio riflettendo.
«Allora che sia così», disse infine. «L’avventura è tua, mio giovane amico. Ora
devo trovarti le armi e un cavallo».
«Grazie, generoso principe!», gridò Beaumains con gioia. «Ma per quanto
riguarda le armi e un cavallo, entrambe le cose sono già adesso nel cortile:
comunque, vadano egualmente i miei umili ringraziamenti alla Tua Grazia. Li
vedo dalla finestra».
In quel momento entrò uno scudiero e annunciò che alla porta principale c’era
un nano su un cavallo molto più grande di lui con un altro grosso destriero che
portava armi e armatura. Nell’udire ciò, Artù e la maggior parte dei Cavalieri
presenti lasciarono i loro seggi e uscirono di corsa dalla sala della Tavola Rotonda
per vedere personalmente quella meraviglia e, nella ressa che ne seguì, Sir
Launcelot e Sir Kay si trovarono vicinissimi.
«Che ne dici ora del tuo umile sguattero?», chiese Launcelot, a voce bassa ma
dando una forte gomitata nelle costole del Siniscalco.
«È stato uno scherzo da parte mia», disse ansimando Sir Kay. «Io sapevo tutto…
altrimenti, perché lo avrei raccomandato per questa avventura? Se ne dubiti chiedi
al re».
Ogni Campione presente era ansioso di far la sua parte nell’allacciare fibbie e nel
chiudere Beaumains nella sua luccicante bardatura, che consisteva di una corazza
e di una cotta di maglia belle come non ne avevano mai viste; perciò, litigando e
strappandosi di mano questo o quel pezzo, si dettero parecchio da fare. Ma, alla
fine, Beaumains fu bardato per bene e strettamente, quindi fu sollevato sulla sua
alta sella, con un grande scudo davanti a sé e una lunga lancia nella mano destra.
Poi lui e il nano si incamminarono e attraversarono il ponte levatoio.
Nel frattempo, la damigella se n’era andata sul suo cavallino spagnolo.
Ma il nano aveva visto che se ne andava e la direzione che aveva preso, e così la
seguì; Beaumains era con lui. Artù e la sua nobile compagnia tornarono al loro
pasto e, nel percorso tra il cortile e la sala, il re esclamò: «E la sua terza richiesta?
Nell’eccitazione deve averla dimenticata».
«È vero, Sire», disse Dinadan, che si trovava a fianco del re. «Ma con il tuo
permesso lo seguirò, e me la farò dire».
«Buona idea», convenne Artù. «E mi piacerebbe sentire anche come andrà a
finire con l’insolente damigella, nonché il risultato del suo incontro con il
Cinghiale Rosso».
Così Dinadan prese licenza a stomaco vuoto e, più presto che poté, si mise per
strada all’inseguimento di Beaumains e del nano, proprio mentre loro inseguivano
la damigella. La quale procedette rapidamente per una lega, poi per un’altra andò
a un passo più lento, e quindi lasciò camminare lentamente il suo cavallino
spagnolo, facendolo fermare di quando in quando per brucare un bocconcino di
erba tenera.
«Mi raggiungerà a suo rischio», disse. «Lo metterò al suo posto, quell’ostinato
valletto!».
Era metà pomeriggio quando Beaumains col suo cavallo appesantito dal ferro
raggiunse lentamente il cavallino spagnolo, con un battere sordo di grandi zoccoli
e un rumore metallico di armi; il giovane salutò la damigella scuotendo la lancia.
«Chi è costui?», gridò lei con finta sorpresa.
«Il Campione per te designato, bella damigella, al tuo servizio… anche fino alla
morte», rispose Beaumains, balbettando per l’ansia.
«Campione?», lo schernì lei. «Vergognati, uomo! Pensi che io non abbia occhi e
non possa vedere i tuoi stracci unti di cucina sotto quella finta maschera
d’acciaio? E fino alla morte, dici? Potrai morire nel servizio per cui sei nato, per
mano di un capo-cuoco o, forse, cadendo in un calderone di zuppa, ma mai
morirai come un gentiluomo né al mio servizio e, se fossi più grossa, ti frusterei
per la tua insolenza».
Nell’udire ciò lui non rispose, ma mostrò soltanto gli occhi vergognosi e un viso
rosso nell’elmo aperto.
«Bel Campione, davvero!», continuò a inveire lei. «Ritorna ai tuoi tegami e alle
tue padelle, furfante… prima che qualche Cavaliere errante passi per caso di qui e
ti picchi, dietro mia richiesta, con la lama della spada».
«No, questo non posso farlo, perché questa avventura è stata conferita a me, e io
ne sono stato incaricato dal mio sovrano, Re Artù!», protestò lui.
«Allora è la sua avventura o la mia?», gridò la damigella. «Non mi importa un
fico del tuo sovrano! Ma, dal momento che devo sopportare la tua compagnia
fino a che qualche felice caso mi liberi di te (sto pregando che tu cada dal tuo
inusuale sedile e ti rompa il collo), cavalca al mio fianco, ti prego, perché io ho
un naso oltre che degli occhi e, tra questo e il vento, preferirei a te un mucchio di
letame di cucina».
Così lui tirò le redini fino a che lei non fu andata avanti, poi le cavalcò dall’altro
lato, e il nano con lui.
«Stai indietro, sguattero!», gridò la donna. «Il tuo posto è dietro di me per due
volte la lunghezza del tuo cavallo spaventato… ma tu saresti già sulla via del
ritorno verso dove sei partito se il mio desiderio si avverasse. Il Cielo lo sa!».
Nuovamente Beaumains e il suo attendente fermarono i loro destrieri e lasciarono
che la damigella li precedesse.
«Signore», disse il nano, «ti prego di darle uno schiaffo, perché è la bisbetica più
bisbetica che abbia mai avuto la sfortuna di incontrare e, se non avessi il timore di
dispiacerti, glielo darei io stesso».
«Pace, buon Gligger», lo calmò Beaumains.
«Pace? Caro Signore, si tratta di qualcosa che conosceremo poco in questa
compagnia!».
«Comunque dobbiamo sopportarla per forza», sospirò Beaumains.

Così proseguirono per un’altra lega senza fretta e in silenzio, tranne che per i
borbottii del nano Gligger. Di lì a poco, un grido dietro di loro fece sì che tutti e
tre si voltassero, e c’era un Cavaliere armato di tutto punto su un alto cavallo
pezzato di grigio che si avvicinava a un galoppo che scuoteva il terreno: si fermò
sobbalzando solo quando quasi toccò il ginocchio di Beaumains.
«Felice di incontrarti, mio giovane amico!», gridò. «Il re mi ha detto di seguirti
per porti una domanda».
Allora Beaumains lo riconobbe, dalla voce e dallo scudo, per Sir Dinadan, e
quindi gli rispose con calore: «Io sono l’umile e grato servo di Sua Maestà e
anche dell’Eccellenza Vostra. Qual è la domanda?»
«Bene, amico mio. Tu dicesti al re che gli avresti chiesto tre favori: uno in quel
momento - un anno fa - e gli altri oggi. Il primo era per un anno di vitto e
alloggio che ti fu concesso ed è stato onestamente assolto, e il secondo fu chiesto
e concesso questo stesso giorno. Ma la terza richiesta? Te ne sei andato senza
farla. Dilla ora, ti prego, in modo che la curiosità di Sua Maestà possa essere
placata».
«La terza richiesta? Mi è sfuggita completamente dalla mente… È importante,
anche, per la mia reliquia! Ma nell’eccitazione di armarmi e di partire per questa
avventura, i miei pensieri sono volati via in ogni direzione come uno stormo di
pernici».
«Posso ben capirlo, amico mio», disse Dinadan amichevolmente, dando uno
sguardo furtivo alla damigella, che aveva spinto il suo cavallino vicino ai cavalli da
guerra e stava ascoltando con un bagliore nei begli occhi e una piega delle
morbide labbra lucenti che era più una smorfia di disprezzo che un broncio. «Ma
dilla ora, ti prego!».
«Bene, Signore. La terza richiesta doveva essere la compagnia di un buon
Cavaliere che testimoniasse la mia condotta in questa avventura, e possibilmente
mi creasse Cavaliere alla fine, se mi fossi dimostrato degno di quell’alto onore
superando ogni ostacolo nel compierla».
«Abbastanza giusto! Re Artù avrebbe concesso con gioia questa ragionevole
richiesta, non ne dubito. Quale Cavaliere avevi in mente per osservare e
giudicarti?»
«Bene, Signore, uno dei primi quindici mi avrebbe soddisfatto, ma ora, ahimè, è
troppo tardi per ottenere il permesso del re», sospirò Beaumains.
«Non poi tanto», esclamò Dinadan. «Dei primi quindici, dici? E perché non
diciassette? Infatti, il mese scorso, gli araldi mi hanno fatto salire dal
diciannovesimo al diciassettesimo posto della loro lista».
«Diciassettesimo? Allora sono degli sciocchi o dei furfanti perché, di tutti i
Campioni di questo regno, ce ne saranno solo dieci troppo bravi per te con il
cavallo e la spada, e non più di quindici che ti sono pari a piedi e con il pugnale,
in fede mia!», protestò Beaumains, con ardore.
«Ne sei convinto?», gridò Dinadan. «Grazie! Grazie! Temo che tu sopravvaluti le
mie capacità, ma non metterò in dubbio la tua valutazione, perché è in funzione
di questa che sarò adatto a servirti e, dato che sono sicuro dell’approvazione del
re come se lo avessi udito con le mie orecchie concederti la tua terza richiesta, e
dato che sono nello stato d’animo adatto a un cambiamento di scena e
occupazione, ti prego di affrettarti verso la tua avventura».
Beaumains era contento, ma non altrettanto la damigella.
«Ti dici un Cavaliere, ma preghi per servire uno sguattero?», esclamò con
disprezzo.
«Proprio così!», affermò Dinadan.
«Allora vergognati!», continuò lei con rabbia. «Sei una disgrazia per i tuo speroni
d’oro, altrimenti avresti assunto tu stesso questa mia avventura, e avresti ordinato
a questo zoticone untuoso di ritornare a strofinare le sue casseruole».
«Che Dio non voglia!», gridò il Cavaliere. «Ho rischiato il massimo e la vita per
molte damigelle, solo per essere poi preso in giro ogni volta da loro».
Lei lo guardò dall’alto in basso e quindi rialzò lo sguardo: poi, guardandolo
dritto negli occhi, disse, freddamente e con una piega di scherno delle sue labbra
rosse: «Lo credo bene!».
«Proprio così», rispose Dinadan, calmo esternamente ma tristemente punto nella
sua vanità. «Permetti che ti dica, giovane Signora, che non ho mai incontrato una
damigella, né una dama, con una lingua così insolente e maniere tanto villane
come le tue».
Nell’udire ciò, la damigella lo fissò sgranando gli occhi e con la bocca aperta,
mentre il colore le svaniva dalle guance e dalla fronte; poi gli occhi le si
riempirono di lacrime e frustò il cavallino spagnolo, allontanandosi al galoppo.
Gligger, il nano, ridacchiò e si tolse il cappello all’indirizzo del Cavaliere, ma
Beaumains sembrò seccato.
«Una dose della sua stessa medicina», spiegò Dinadan, ma con una nota di
incertezza nella voce e un’ombra negli occhi. «Non le farà alcun male, e forse le
farà persino del bene. Speriamolo, comunque».
Beaumains sospirò e mormorò: «L’hai ferita, temo».
«Dio protegga il tuo cuore tenero!», rise Gligger. «Ferita, dici? Sì, nella sua
vanità, forse. Ma la medicina che io le darei, se fossi più grosso, e un Cavaliere
invece che un umile servo, le farebbe più male… e non solo nella sua vanità!».
«Pace, buon Gligger! E Dio ci salvi tutti da una condizione modesta come la
tua!», lo rimproverò Beaumains.

Così si affrettarono dietro alla damigella. Le impronte degli zoccoli del cavallino
erano abbastanza chiare sulla morbida terra e sull’erba tenera del sentiero della
foresta. Presto arrivarono su un sentiero più ampio e, al tramonto, a una taverna
sulla strada; lì tirarono le redini, e il taverniere uscì per andare loro incontro.
«Una damigella è passata per questa strada?», chiese Dinadan.
«No, non è passata», disse il taverniere, con una voce bassa ma disperata. «È qui,
Signore… di nuovo qui, come vi era la notte scorsa. Poi se ne andò a Camelot,
per andare a prendere Sir Launcelot - o forse, lo stesso Re Artù - come
Campione, ed ora è tornata più arrabbiata di prima e mi chiede di fare attenzione
a due furfanti con delle armi rubate e a un brutto sfacciato con una piuma sul
cappello, tutti sopra dei cavalli rubati… chiedo perdono alle Vostre Nobiltà! E mi
chiede di rifiutare ai Vostri Onori la porta principale e di tenere le Vostre Signorie
nelle stalle e nel retrocucina. Dio mi aiuti, perché posso distinguere a un’occhiata
l’alto grado delle Vostre Signorie, e anche la bontà del piccolo padrone, ma la sua
rabbia è talmente grande e forte, che preferirei affrontare Re Artù in persona
piuttosto che lei!»
«Ti credo, mio buon amico», disse Dinadan, e poi smontò.
«Non ci pensare, buon taverniere», fece eco Beaumains. «È l’umore della
damigella. Recita una parte per scommessa, tutto qui».
E anche lui smontò dalla sua alta sella.
«Allora è un peccato che il suo umore non si addica alla sua persona», borbottò il
nano.
Così andarono nelle stalle, dove trovarono il cavallino sistemato nel posto migliore
ma, con l’aiuto di un uomo vestito di un giustacuore di pelle di pecora,
sistemarono le tre cavalcature abbastanza bene e diedero acqua e cibo a tutte e
quattro le bestie, senza alcun aiuto da parte del taverniere, che si era allontanato
scusandosi e si era affrettato a ritornare al suo posto a portata di voce per le
imprevedibili richieste della damigella.
Poi Sir Dinadan e Beaumains si liberarono delle loro bardature. Una ragazza
portò loro una grande brocca di birra, da cui il Cavaliere bevve per primo, poi
Beaumains, poi Gligger e, per ultimo, l’uomo con la pelle di pecora finì quello
che restava. Quindi riapparve il taverniere portando una lanterna, e li condusse
attraverso il cortile verso il retrocucina, camminando piano e con un dito sulle
labbra.
«Ha cenato con appetito e ora dorme», bisbigliò.
Così entrarono nel retrocucina e da lì passarono in punta di piedi nella cucina,
dove la padrona e la ragazza si diedero da fare furtivamente intorno al focolare,
mentre tre o quattro bambini sedevano muti e immobili, come se temessero per
le loro stesse vite. Con bisbigli e gesti indicatori, i tre viaggiatori furono sistemati
a uno stretto tavolo e serviti ognuno con una ciotola di ricco brodo e un
cucchiaio di corno.
«Non così forte, cari, buoni Signori!», supplicava il taverniere pieno di paura.
«Fate più piano con il cucchiaio e con la bocca: ve lo chiedo umilmente!».
Il nano gettò di lato il cucchiaio, sollevò la scodella alle labbra con tutte e due le
mani e ingoiò il contenuto fino all’ultima goccia; tutto ciò che gli altri poterono
udire fu il convulso lavorio della sua gola. Dinadan e Beaumains fecero per
seguire il suo esempio, ma l’esofago del Cavaliere non si dimostrò adatto, e lui
tossì per un pezzo di lardo, e avrebbe potuto soffocare se non fosse stato per il
possente colpo sulla schiena datogli da Beaumains.
Così Dinadan fu salvo, ma a prezzo della pace; il colpevole boccone fu espulso
con un’esplosione simile allo sbuffare di un toro selvaggio, e la grande scodella
gli cadde dalle mani per frantumarsi sul pavimento di pietra. Il silenzio sbalordito
che seguì fu quasi immediatamente rotto da acute grida indignate provenienti da
una stanza interna, che ordinavano al taverniere di liberare la sua casa da
mascalzoni e sguatteri minacciandolo di abbatterla intorno alle sue orecchie.
«Bene, e chi mai lo farebbe per lei?», disse per burla Gligger.
«Gli arcieri di suo padre», farfugliò il taverniere. «È la figlia di un duca. Così mi
ha detto. Ritorniamo alla stalla, cari Signori, o io sono completamente finito».

I tre viaggiatori ritornarono nella stalla e, poco dopo, furono serviti lì con pane,
pancetta e altra birra. Fu lì che dormirono nei loro mantelli, sulla paglia pulita.
Dormirono profondamente.
Dinadan fu il primo a svegliarsi; si mise a sedere istantaneamente e si guardò in
giro attentamente, da quel bravo combattente che era. Vide Beaumains e Gligger
stesi nella paglia accanto a lui, e il suo Gary e gli altri due destrieri ai loro posti.
Poi, alla vista di un posto vuoto, si alzò in piedi con un grido. I suoi compagni si
alzarono con un balzo, assonnati, ma con i pugnali in mano.
«Il cavallino spagnolo non c’è più… con la sella e tutto!», gridò Dinadan.
Beaumains emise un gemito di dolore, ma Gligger sorrise e sguainò il pugnale.
Poi il taverniere entrò umilmente per la porta aperta.
«Signori, cari signori, siate misericordiosi!», piagnucolava. «La Signora ha voluto
così, e io sono un pover’uomo con una sola vita - non un Cavaliere nobile e
avventuroso - e con una moglie e cinque figli. Ha lasciato uno scritto per le
Vostre Nobiltà».
Tese quindi un pezzo di pergamena che Dinadan afferrò e dal quale lesse a voce
alta, ma con delle pause perché non era scritto bene, quanto segue:

Sciocchi, non sapete quando non siete graditi. Non ho bisogno della vostra compagnia, né
essa mi piace: Dio lo sa. Andate a cercare una damigella in maggiore difficoltà di me e con
uno stomaco più forte. Se siete dei bravi Cavalieri o solo dei semplici onesti uomini, lasciate
che vi preghi nel nome di Cristo di non seguirmi, perché desidero un Campione non più di
quanto desideri una barba. Non mi seguite.

Dinadan ripeté quanto aveva letto, poi chiese: «Cosa ne faccio?».


Il taverniere scosse la testa e vi batté sopra con le nocche.
Beaumains sospirò. Solo Gligger trovò la lingua.
«Apparentemente, preferirebbe la nostra assenza alla nostra compagnia», disse, e
prese lo scritto dalla mano del Cavaliere chinandovi sopra la fronte. «Qui dice che
non siamo graditi né amati, cosa che io avevo sospettato fin dal principio. Ci
ordina di lasciar stare perché desidera un Campione non più di una barba sul suo
mento. Allora è pazza? No, è una volpe! Se non ha bisogno di alcun Campione,
perché è venuta a schiamazzare da Re Artù domandando il miglior Cavaliere del
mondo per liberare un castello da un cinghiale rosso?».
Beaumains scosse la testa e sospirò. «No, io credo che reciti una parte».
«Ah… una parte?», esclamò Dinadan. «Forse ci hai colto. Una parte, davvero!
Recitare! Chiede un Campione, ma forse contro la sua volontà, quindi chiede con
una voce e un modo così insolenti che Artù e tutti i suoi Cavalieri ne sono offesi,
e solo tu, amico mio - un giovane sconosciuto e senza armi - accetti l’avventura;
ma lei fugge persino da te. Non desidera un Campione: questo è certo!».
«No, Signore, lei ti pregò di mandarmi via e di prendere l’avventura su di te»,
protestò Beaumains.
«Ah, è vero! Ma pensaci: non c’è prova che lei desideri veramente un Campione.
In quel momento stava scegliendo la minore tra due seccature - dell’aspirante
Campione poteva facilmente liberarsi in ogni momento - e così scelse me».
«Ma perché. Signore? Lei ti conosce come un Cavaliere provetto».
«La terribile intuizione del suo sesso. Non ha dovuto che guardarmi negli occhi
per sapermi facile preda, proprio come ogni altra damigella con cui ho avuto a
che fare lo ha capito e mi ha dimostrato che lo ero. Ma questa si accorgerà di
aver sbagliato, per la mia testa! La seguiremo e risolveremo il mistero, ma piano e
in segreto!».
Così misero il morso ai cavalli, ruppero il digiuno in fretta con cibi freddi e
bevande, si armarono, sellarono, e poi seguirono la damigella più veloci che
poterono tenendo presenti le tracce del cavallino spagnolo, che erano abbastanza
evidenti nel terreno soffice. Dopo aver cavalcato un’ora e più a un passo
sostenuto, uscirono dalla foresta nella valle di un piccolo fiume, e qui c’erano dei
prati pianeggianti sebbene stretti, un ponte di pietra con due arcate, e un grosso
Cavaliere su un grosso cavallo alla più vicina estremità del ponte. Così
cavalcarono piano verso di lui ma, non erano più vicini di cinque volte la
lunghezza di un cavallo, quando quello mise la lancia in resta e ordinò loro di
fermarsi, per cui tirarono le redini.
«Signore, hai visto una damigella su un cavallino bianco passare di qui?», chiese
educatamente Dinadan.
«Sì, l’ho vista e le ho anche parlato», rispose lo straniero con voce di scherno. E
poi chiese, in modo anche più pieno di disprezzo: «Chi di voi è lo sguattero?»
«Io sono quello che chiami sguattero», disse Beaumains. «Perché lo chiedi,
Signore?»
«Sarai contento di sentirlo, poiché lei mi ha chiesto di risparmiare il povero
sfregatore di tegami».
«Questo non lo puoi fare, Signore, se sei un Cavaliere onesto, perché questa
avventura è mia, per concessione di Re Artù».
«Sciocchezze, furfante! Né per il tuo Artù né per alcun altro principe, Sir Brun del
Ponte avrà a che fare con gente umile, se non con il bastone, la frusta, o la punta
dello stivale».
Nell’udire ciò, Dinadan bisbigliò da parte a Beaumains: «Sei in grado di
affrontarlo, ragazzo… sulla tua parola d’onore?»
«Sì, Signore, a cavallo o a piedi, per la mia reliquia!», bisbigliò Beaumains di
rimando.
«Allora sia», disse Dinadan, e si voltò verso Sir Brun al quale disse: «Questo
gentiluomo è di alti natali e grande prodezza nelle armi, e ha trascorso un anno
nel retrocucina di Re Artù per scommessa: ha preso anche l’avventura di questa
damigella per scommessa e ora è impaziente di aver a che fare con te e
proseguire verso qualcosa di più degno per sé che un guardiano di ponte
piagnucoloso e rozzo».
«Cosa?», gridò Sir Brun. «Piagnucoloso? Tu menti! Tu hai paura di affrontarmi!».
Dinadan sospirò e disse a Beaumains: «Tu vedi com’è, ragazzo. Non ho scelta.
Ma il prossimo sarà tuo, te lo prometto».
E, messa la lancia in resta, indossò lo scudo e caricò Sir Brun, che già si stava
dirigendo verso di lui: ma la rincorsa fu talmente corta che non vi fu abbastanza
forza nell’impatto per rompere la lancia o sbalzare uno dei due Cavalieri dalla
sella. Poi Dinadan allentò la lancia e la lasciò andare, e così giunse a trovarsi
contro le ginocchia del suo antagonista; si chinò e lo afferrò per la parte
superiore dell’elmo con la mano destra e pronunciò una breve parola, in seguito
alla quale il suo Garry, il pezzato grigio, girò su se stesso e si allontanò saltando e
voltandosi. Sir Brun cadde dalla sella come una carpa tirata con l’amo fuori dallo
stagno e rimase a terra. Dinadan lo seguì, e pose più velocemente di un lampo
un piede coperto di ferro sulla corazza di Sir Brun.
Il guardiano del ponte chiese pietà con il respiro che gli era rimasto dopo quel
tonfo. «Prendi le mie armi e il cavallo… ma risparmia la mia vita!».
Così Dinadan e Gligger lo disarmarono dalla testa ai piedi e Dinadan appese tutti
i pezzi dell’armatura, insieme con la spada, la lancia e lo scudo, alla sella del suo
grosso cavallo; poi i tre se ne andarono per la loro strada, lasciando Sir Brun in
un misero stato mentale e poco altro.
«Signore, è una cosa che non ho mai visto fare prima», disse Beaumains, con
voce piena di timore.
«Cosa?», chiese Dinadan.
«Il tuo metodo per disarcionare quel grosso Cavaliere, Signore».
«Oh, quello! Efficace, te lo garantisco, ma non proprio un’impresa d’armi da
commemorare con le canzoni e la storia. Un trucco in effetti, e, per riuscirci, il
tuo cavallo dev’essere scaltro come te. Ma ha salvato sia Garry che me da molti
inutili sforzi, urti e ferite».
A mezzogiorno raggiunsero la damigella nel luogo in cui sedeva su una pietra
muschiosa con una torta di prugne in mano e un piccolo cestino con altri dolci
sulle ginocchia. Alla loro vista balzò in piedi con un grido inarticolato,
rovesciando il cestino.
«Mi dispiace rattristarti», disse Dinadan gentilmente, dando uno sguardo ai dolci
rovesciati. «Abbiamo ricevuto le tue ammonizioni scritte e le accuse ma,
nonostante ciò, ci siamo avventurati a seguire il nostro dovere».
Lei gridò: «Dio mi difenda!», e poi: «Come avete fatto ad attraversare il fiume?»
«Proprio attraverso il ponte», disse Dinadan, e con un gesto attirò la sua
attenzione verso il quarto destriero e il suo carico di armi e finimenti che lei, nella
sua agitazione, non aveva notato. La giovane guardò e capì.
«Oh! Quel mascalzone!», disse ansimando. «Quel grosso e vile spaccone! Giurò
che né Launcelot né Tristram potevano stargli alla pari, e che ti avrebbe fermato
per un mese o per sempre se lo avessi costretto; e, per quanto riguarda lo
sguattero e il nanerottolo, li avrebbe fatti correre fino a Camelot. Così gli diedi
una borsa d’oro… a quell’infame e grasso bugiardo!».
«Allora?», chiese il Cavaliere, lanciando un’occhiata al nano.
«Sia benedetta la mia anima!», esclamò Gligger. «L’ho messa nella mia borsa per
tenerla al sicuro, e mi è uscito di mente».
«Avresti dovuto dirlo», lo rimproverò dolcemente Dinadan. «Se avessi saputo di
una borsa piena, avrei lasciato a quel furfante il cavallo e le armi… Ma no:
ripensandoci, hai fatto bene, ragazzo mio! Ora restituisci la borsa alla damigella, e
speriamo che questo le mostri la mancanza di saggezza nel pagare in anticipo per
quel tipo di servizi».
Il nano scese dal cavallo, tirò fuori dalla sua bisaccia la borsa gonfia e,
inchinandosi e sorridendo affettatamente, la offrì alla damigella.
«No, questo no!», gridò la giovane, e la strappò dalle dita di lui, poi si portò
entrambe le mani al viso e pianse e singhiozzò a lungo.
Così Dinadan e Beaumains smontarono, il Cavaliere borbottando, ma Beaumains
respirando appena, e quando Dinadan si fermò per raccogliere e mettere in tasca
la borsa, Beaumains si avvicinò alla damigella in lacrime e si piegò su un
ginocchio ferrato davanti a lei.
«Sarò il tesoriere di Vostra Signoria», disse Dinadan.
Lei non gli prestò attenzione, sebbene i suoi singhiozzi si attenuassero, ma rivolse
uno sguardo sdegnoso a Beaumains.
«Perché ti inginocchi qui?», gridò. «Pensi che ti nominerò mio Cavaliere? Sei
completamente pazzo!».
«Mi inginocchio per chiederti un favore», rispose lui umilmente. «Ti prego di
incaricare i tuoi mercenari di attaccare me invece di Sir Dinadan, in futuro,
perché altrimenti come farò a compiere un’impresa d’armi che lui possa
giudicare?»
«A cavallo! Tradimento!», gridò Gligger, arrampicandosi sulla sua alta sella mentre
ancora gridava.
«Un agguato!», gridò Dinadan, ed era appena in sella con la lancia in mano,
quando tre Cavalieri uscirono dal posto dove stavano nascosti galoppando verso
di lui, con altri due alle loro calcagna. Come prima cosa, disarcionò il più vicino
dei primi tre come una noce esce fuori dal suo guscio; poi, abbandonata la lancia,
si gettò tra i restanti due del gruppo e li colpì sopra ai loro elmi con un corto
martello da guerra che era la sua arma preferita per i combattimenti ravvicinati a
cavallo. Quindi sguainò la spada, pronto ad applicare altre tattiche al suo
prossimo avversario o avversari. Ma non ce n’erano altri: gli altri due giacevano al
suolo morti.
«Signore, non me ne hai lasciati che due», si lamentò Beaumains, che stava lì
vicino in piedi, appoggiandosi leggermente alla spada.
«È tuo l’errore, mio caro ragazzo», disse Dinadan, con un tono di mite
rimprovero. «Se non ti fossi inginocchiato, avresti fatto prima a montare e a
spronare il cavallo».
«Lo ammetto, Sir Dinadan. Il fatto è che non ho avuto il tempo di montare,
figuriamoci di dare di sprone».
«Non eri a cavallo, hai detto. Eppure li hai atterrati entrambi! Come hai fatto?
Perché nessun esperto Campione potrebbe fare meglio, per la mia reliquia!».
«Beh, Signore, ho menato fendenti, e afferrato, e tirato, e ancora colpito a destra e
a sinistra, quanto più potevo».
«Hai potuto abbastanza!», gridò Dinadan, lasciando cadere la spada, poi smontò
e abbracciò Beaumains, con un rumore metallico di corazze. «Ti concederò
l’onore ora, e con grande contentezza; poi ritorneremo a Camelot per mostrare i
tuoi speroni dorati e scambiare il nostro bottino - quattro cavalli completi di armi
sono miei, e due tuoi, ma io dirò di fare a metà - contro monete del regno,
prima che quella funerea damigella ci conduca in un’altra fatale trappola».
«Molte grazie, Signore», disse Beaumains, e cadde su un ginocchio chinando la
testa piumata.
Poi Sir Dinadan prese la spada di Beaumains e lo toccò sulla spalla sinistra, sulla
destra e ancora sulla sinistra con la parte piatta, e recitò con voce piena di
reverenza: «Nel nome della Santa Trinità io qui ti nomino Cavaliere. Alzati Sir…
Sir…».
«Gareth», mormorò Beaumains.
«Gareth, dici?»
«Gareth di Orkney, Signore».
«Alzati, Sir Gareth!».
E il nuovo Cavaliere obbedì e ringraziò ancora Dinadan guardandosi intorno.
«Conosco il re di Orkney», disse Dinadan. «Voglio dire che l’ho incontrato tre
volte, nella migliore compagnia - alle giostre reali, in realtà - ricavandone due
ruzzoloni e un pareggio. Veramente un valoroso combattente!».
Gareth mormorò con modestia: «È mio padre, Signore».
«Ah!», gridò Dinadan. «Kay diventerà rosso quando lo sentirà!».
«Dov’è la damigella?», chiese Gareth.
«Signore, al primo scontro si è rifugiata di corsa in quel boschetto, come una
volpe nella tana», disse Gligger, puntando il dito. «Ma ecco che sta uscendo
fuori».
La damigella uscì carponi dai biancospini intricati. La sua alta acconciatura era
ora inclinata, il suo viso sporco di lacrime era graffiato, e il suo bel vestito
strappato e in disordine. Sempre a quattro zampe fissò senza espressione i due
Cavalieri e poi le figure immobili sul prato.
«Tutti spacciati», disse Dinadan duramente.
«Morti?», disse lei, ansimando incredula.
I Cavalieri si scambiarono uno sguardo significativo.
«Non era un’occasione per scambiarsi cortesie cavalleresche», disse Dinadan con
severità.
Allora lei si alzò e puntò il dito tremante verso il cadavere più riccamente armato.
«Quello era mio padre», disse e, sebbene la sua voce fosse bassa e chiara, gelò
gli ascoltatori fino al midollo. «Un falso Cavaliere, spergiuro e fuorilegge… capo
di rapinatori e assassini. Mi mandò a procurargli qualche grande e ricco Cavaliere
della Corte di Re Artù - lo stesso Artù, oppure Launcelot, o Tristram, o
Lamorak, o un altro di grande fama e ricchezza - per catturarlo per un riscatto.
Mi forzò a giurare sul rosario della mia defunta madre che avrei fatto la mia
supplica ad Artù e che avrei portato la vittima nel luogo dell’appuntamento, per la
mia anima immortale! Io feci la mia supplica, ma in un modo talmente sgradevole
che nessun grande Campione, eccetto questo giovane, avrebbe assunto su di sé la
mia avventura. E poi siete arrivati voi, e non vi siete voluti fermare né andare via:
nessuno di voi due. Così diedi tutto il mio oro a quello spaccone al ponte per
fermarvi: perché, senza un Campione, sarei stata liberata della mia promessa di
andare a quell’appuntamento. Lui però non vi fermò. Ma io vi avrei fatto andar
via in qualche modo - persino avvertendovi a prezzo della mia dannazione eterna
- ma loro spostarono l’appuntamento di ben due leghe prima del luogo
convenuto».
Poi si mise a ridere: i due Cavalieri la fissarono con stupore, e persino Gligger
sembrò sbalordito. Il suo riso divenne sempre più alto e scomposto, mentre
indicava ancora e gridava con esultanza: «E guardateli ora!». Quindi barcollò,
cadde, e rimase al suolo a contorcersi.
I Cavalieri la fecero uscire da quell’attacco, o svenimento, o qualunque cosa
fosse, buttandole sul viso dell’acqua fresca presa da una fonte vicina e facendole
bere dei sorsi di liquore contenuti in una bottiglia di pelle. Infine si mise a
sedere - una figura pietosa - e si nascose il viso con le mani.
«Un racconto stupefacente, se è vero», disse Dinadan. «Sono propenso a
crederci, e senza dubbio anche Gareth lo è, ma noi ti dobbiamo riportare da Re
Artù, in modo che lui possa udire la storia dalle tue stesse labbra».
Lei chinò ulteriormente la testa in segno di mite accondiscendenza. Poi Dinadan
prese il sacchetto dell’oro dalla sua bisaccia e lo diede a Sir Gareth.
«È la tua avventura», disse. «Io non sono che un testimone».
Così Gareth aiutò la damigella sconvolta ad alzarsi e ad andare dove il suo
cavallino spagnolo l’aspettava paziente, poi a montare in sella. Lei abbassò lo
sguardo su di lui e bisbigliò: «Il re mi punirà».
«No: per che cosa dovrebbe punirti?», rispose Gareth. «È un re giusto ma
misericordioso. Nel caso peggiore ti metterà in un convento, per il bene della tua
anima immortale».
«Avrò bisogno di denaro in un convento?», bisbigliò lei.
«No, non ti mancherebbe nulla. Ma tu hai il tuo denaro. Ecco: prendi il tuo
sacchetto ora, perché temo di perderlo per la strada».
Fu allora che Dinadan chiamò in aiuto Gareth per riunire i cavalli da poco
acquisiti che si trovavano nei boschetti circostanti. I Cavalieri e Gligger lavorarono
a piedi - i Cavalieri con fatica e sudore nelle loro cotte di maglia - ma, alla fine, il
compito fu portato a termine.
«Lasceremo i cinque mascalzoni morti così come sono», disse Dinadan. «Ora
abbiamo sufficiente ferraglia senza doverci aggiungere quell’immondizia. Ma la
damigella! Dov’è?».
Non c’era: né lei né il suo cavallino. Chiamarono, ma non ebbero risposta.
Chiamarono ancora e ancora, ma tutto senza esito.
«Fuggita!», disse Dinadan. «Deve avere la coscienza sporca, temo. Ahi, veramente
sporca, per andarsene senza il suo sacchetto!».
«Lei… lo aveva il suo sacchetto», balbettò Gareth. «Io… lei… non pensavo che
sarebbe scappata».
Dinadan sorrise cinicamente, ma la sua mano sulla spalla del nuovo Cavaliere era
gentile.
«Vivi e impara, caro ragazzo», disse. «Persino io sto ancora imparando!».
DAL «MABINOGION»
La Dama della Fontana

I racconti arturiani sono veramente una mistura ibrida di leggende provenienti da


una varietà di fonti, e i personaggi possono apparire in forme diverse e non
necessariamente nella loro forma “motorizzata”. È il caso di Lynett, che abbiamo
già incontrato nelle ultime due storie. Qui riappare come Luned, la fanciulla della
Dama della Fontana.
La storia proviene dalla raccolta di miti gallesi nota come il Mabinogion, che
esisteva da secoli ma che non fu messa per iscritto se non dopo il IX secolo.
Cinque delle storie incluse nel Mabinogion sono arturiane, sebbene le loro
origini si estendano per parecchi secoli. La Dama della Fontana fu una delle
ultime aggiunte, e tradisce un’influenza normanno-francese. Il personaggio di
Owain appare come Yvain nel poema con quel titolo di Chrétien de Troyes, il
quale stava scrivendo più o meno nello stesso periodo in cui La Dama della
Fontana veniva trascritta, ossia nel XII secolo. La prima traduzione completa in
inglese fu fatta da Lady Charlotte Guest (1812-95) che lavorò al progetto per
quasi vent’anni fino al 1849.
Re Artù si trovava a Caerleon-upon-Usk, e un giorno che sedeva nella sua
camera, con lui c’erano Owain figlio di Urien, Kynon figlio di Clydno, Kai figlio
di Kyner, e Gwenhwyvar con le sue damigelle al lavoro di cucito presso la
finestra. Ma, se si dovesse dire che c’era un portiere al palazzo di Artù, bisogna
riconoscere che non ce n’era nessuno. C’era Glewlwyd Gavaelvawr che fungeva
da portiere, per dare il benvenuto a ospiti e stranieri, per riceverli con onore, per
informarli sulle maniere e sui costumi della Corte, e per fornire indicazioni a
coloro che venivano nel salone e nella sala delle udienze, nonché a coloro che
venivano a chiedere alloggio.
Al centro della sala, re Artù sedeva su un seggio di giunco verde sul quale era
stesa una coperta di raso color fiamma, e un cuscino di raso rosso si trovava sotto
al suo gomito.
Poi Artù parlò. «Se fossi certo che non parlerete male di me», disse, «andrei a
dormire mentre attendo per il pasto, e voi potreste intrattenervi l’un l’altro
raccontando delle storie, e potreste anche ottenere un fiasco di idromele e della
carne da Kai».
E il re andò a dormire. Così Kai si recò in cucina e nella cantina dell’idromele,
donde ritornò portando un fiasco di idromele, un calice dorato, e una manciata di
spiedi sui quali erano cotte delle fette di carne. Poi tutti mangiarono la carne, e
cominciarono a bere l’idromele.
«Adesso», disse Kai, «è ora che mi raccontiate la mia storia».
«Kynon», disse Owain, «racconta a Kai la storia che gli è dovuta».
«Veramente», disse Kynon, «tu sei più vecchio, sei un migliore narratore di storie,
e hai visto più meraviglie di me: perciò racconta tu a Kai la storia che aspetta».
«Comincia tu», disse Owain, «con la migliore che conosci».
«E sia», rispose Kynon. «Io ero l’unico figlio di mia madre e mio padre, ero
eccessivamente ambizioso, e il mio coraggio era molto grande. Pensavo che non
vi fosse impresa al mondo che fosse troppo grande per me e, dopo che ebbi
portato a compimento tutte le avventure che vi erano nel mio Paese, mi
equipaggiai e partii per viaggiare attraverso lontani deserti e regioni.
Alla fine accadde che arrivai nella valle più bella del mondo, dove c’erano alberi di
eguale altezza, un fiume correva attraverso la valle, e un sentiero fiancheggiava il
fiume. Seguii il sentiero fino a mezzogiorno e continuai il mio viaggio lungo il
resto della valle fino a sera e, all’estremità di una pianura, arrivai a un grande e
splendente castello, ai piedi del quale c’era un torrente.
Mi avvicinai al castello e lì vidi due giovani dai capelli biondi e riccioluti, ciascuno
con una fascia d’oro sulla testa e vestiti con indumenti di raso giallo, che avevano
delle fibbie d’oro ai piedi. Nella mano di ciascuno di loro c’era un arco d’avorio
con la corda fatta di tendini di cervo, e le loro frecce erano di osso di balena
adorne di penne di pavone; le frecce avevano le punte dorate. Avevano anche dei
pugnali con la lama d’oro e l’elsa di osso di balena, e stavano proprio tirando i
loro pugnali.
A poca distanza da loro vidi un uomo nel fiore della vita, con la barba appena
fatta, che indossava un vestito e un mantello di raso giallo orlato con una striscia
di merletto dorato. Ai piedi aveva delle scarpe di pelle lavorata, allacciate da due
fibbie d’oro.
Quando lo vidi, andai verso di lui e lo salutai, e tale fu la sua cortesia che, non
appena ricevette il mio saluto, subito me lo restituì. Poi venne con me verso il
castello. Ora, non c’erano abitanti nel castello, tranne quelli che si trovavano in
una sala.
Lì vidi ventiquattro damigelle che ricamavano del raso a una finestra. E ti
assicuro, Kai, che la meno bella di loro era più bella della più bella fanciulla che
tu hai mai visto nell’Isola di Britannia, e la meno graziosa era più graziosa di
Gwenhwyvar, la moglie di Artù, quando appare nel modo più splendente
all’Offerta, il giorno della Natività, o alla festa di Pasqua.
Al mio arrivo si alzarono, e sei di loro presero il cavallo e mi svestirono
dell’armatura. Altre sei presero le mie armi e le lavarono in un recipiente fino a
che divennero perfettamente lucenti. Il terzo gruppo di sei mise le tovaglie sulle
tavole e preparò la carne. Le ultime sei mi tolsero i vestiti sporchi e me ne misero
degli altri: di fatto, si trattava di una sottoveste e una giubba di lino fine, una veste,
una sopravveste, e un mantello di raso giallo con un’ampia fascia d’oro. Poi
misero dei cuscini sia sotto che intorno a me, con delle coperte di lino rosso, e io
mi sedetti.
A quel punto, le sei fanciulle che avevano preso il mio cavallo, gli tolsero i
finimenti come se fossero state i migliori scudieri dell’Isola di Britannia. Poi,
facendo attenzione, portarono delle ciotole d’argento dove c’era dell’acqua per
lavarsi e degli asciugamani di lino, alcuni verdi, altri bianchi, ed io mi lavai.
Poco dopo l’uomo si sedette a tavola: io mi sedetti accanto a lui e, più in basso di
me, sedettero tutte le fanciulle, tranne quelle che ci servivano. La tavola era
d’argento, e le tovaglie sulla tavola erano di lino, e nessun recipiente fu portato in
tavola che non fosse d’oro, o d’argento, o di corno di bufalo. Quindi ci fu servita
la carne e, in verità, Kai, io vidi ogni sorta di carne e ogni sorta di liquore che
avessi mai visto altrove, ma la carne e il liquore furono serviti meglio di come si
fosse verificato in qualunque altro luogo.
Fino a che il pasto non fu quasi finito, né l’uomo né alcuna delle damigelle mi
rivolse una sola parola ma, quando l’uomo capì che sarebbe stato più piacevole
per me parlare invece che mangiare ancora, cominciò a chiedermi chi fossi. Dissi
che ero contento di scoprire che c’era qualcuno che voleva discorrere con me e
che, a quella Corte, non fosse considerato un crimine tanto grande il fatto che le
persone parlassero insieme.
“Condottiero”, disse l’uomo, “avremmo parlato con te prima, ma temevamo di
disturbarti durante il pasto: ora, comunque, parleremo”.
Allora dissi all’uomo chi ero, quale era la causa del mio viaggio, e gli spiegai che
stavo cercando di sapere se esisteva qualcuno superiore a me, o se sarei mai
riuscito a conquistare la padronanza su tutto. L’uomo mi guardò, sorrise e disse:
“Se non temessi di turbarti troppo, ti mostrerei ciò che cerchi”.
A questo punto divenni ansioso e addolorato e, quando l’uomo se ne accorse,
disse: “Se preferisci che io ti mostri il tuo svantaggio piuttosto che il tuo
vantaggio, farò così. Dormi qui stanotte e al mattino svegliati presto, poi prendi la
strada in salita che attraversa la valle fino a che raggiungerai il bosco attraverso il
quale sei giunto qui. Fatta poca strada all’interno del bosco, incontrerai un sentiero
che si dirama sulla destra, per il quale devi procedere finché non arriverai in una
grande radura nascosta con un monticello nel centro. In cima al monticello vedrai
un uomo nero di grande statura. Non è più piccolo, come dimensione, di due
uomini di questo mondo. Non ha che un piede, e un occhio nel centro della
fronte. Ha anche un bastone di ferro, ed è certo che non esistono due uomini al
mondo che non troverebbero quel bastone un ben pesante fardello. Non è un tipo
gentile ma, al contrario, di cattivo carattere, ed è il guardiano di quel bosco: vedrai
un migliaio di animali selvaggi che brucano intorno a lui. Domandagli come si
esce dalla radura; lui ti risponderà brevemente e ti indicherà la strada attraverso la
quale troverai quello di cui sei in cerca”.
Lunga mi sembrò quella notte. Il mattino seguente mi alzai, mi equipaggiai,
montai a cavallo, e procedetti dritto lungo la valle fino al bosco; quindi seguii la
strada dell’incrocio che l’uomo mi aveva indicato finché arrivai alla radura, e lì fui
tre volte più stupito dal numero di animali che vidi, di quanto l’uomo aveva detto
che sarei stato.
E c’era anche l’uomo nero, seduto sulla cima del monticello. Di statura enorme
come l’uomo mi aveva detto che era, trovai che superava di molto la descrizione
che mi era stata fatta di lui. Per quanto riguarda il bastone di ferro che l’uomo mi
aveva detto essere un peso per due, sono certo, Kai, che sarebbe un carico
pesante da sollevare addirittura per quattro guerrieri, e si trovava nella mano
dell’uomo nero. Lui mi parlò soltanto in risposta alle mie domande, poi gli chiesi
quale potere aveva sopra quegli animali.
“Te lo mostrerò, piccolo uomo”, mi disse.
Preso il bastone in mano, con esso diede un grosso colpo a un cervo, così che
quello bramì con veemenza: al suo bramire, gli animali si raggrupparono,
numerosi come le stelle in cielo, tanto che per me fu difficile trovare spazio nella
radura per stare tra di loro. C’erano serpenti, draghi, e diversi tipi di animali. Lui
li guardò e disse loro di andare a nutrirsi, e quelli chinarono le teste e gli resero
omaggio come dei vassalli al loro Signore.
Poi l’uomo nero aggiunse: “Vedi ora, piccolo uomo, quale potere ho sopra questi
animali?”.
Quindi gli domandai la strada, e le sue maniere nei miei confronti divennero
molto rudi: comunque, mi chiese dove volessi andare e, quando gli dissi chi ero e
cosa cercavo, mi fornì l’indicazione.
“Prendi”, disse, “quel sentiero che conduce verso la cima della radura, e sali il
pendio boscoso fino ad arrivare alla sommità; lì troverai uno spazio aperto come
una grande valle e in mezzo un alto albero, i cui rami sono più verdi dei più
verdi prati. Sotto questo albero c’è una fontana, accanto alla fontana una lastra di
marmo, e sulla lastra di marmo una ciotola d’argento attaccata con una catena
pure d’argento così che non possa essere portata via. Prendi la ciotola e getta
dell’acqua sulla lastra: sentirai allora un poderoso rombo di tuono, tanto che
penserai che il cielo e la terra stanno tremando per la furia. Con il tuono arriverà
una pioggia così forte, che per te sarà a malapena possibile sopportarla e restare
vivo. Poi la pioggia diventerà grandine e, dopo la grandine, il tempo diventerà
bello, ma ogni foglia che era sull’albero sarà stata portata via dalla pioggia. Quindi
verrà uno stormo di uccelli che si poseranno sull’albero, e nel tuo paese non avrai
mai udito un ritornello tanto dolce come quello che canteranno. Nel momento in
cui sarai più deliziato dal canto degli uccelli, udrai un mormorio e un lamento
che si avvicinano lungo la valle, e vedrai un Cavaliere su un cavallo nero come il
carbone, vestito di velluto nero, e con una bandiera di lino nero sulla sua lancia:
lui cavalcherà verso di te per incontrarti, alla massima velocità. Se tu fuggirai, lui ti
raggiungerà e, se rimani lì, è certo come tu sei un cavaliere con un cavallo, che ti
lascerà a piedi. E, se non troverai problemi in quell’avventura, non avrai bisogno
di cercarne per tutto il resto della tua vita”.
Così continuai a viaggiare fino a che raggiunsi la cima della salita, e lì trovai ogni
cosa come me l’aveva descritta l’uomo nero. Andai fino all’albero e, sotto di esso,
vidi la fontana con di lato la lastra di marmo e la ciotola d’argento legata con la
catena. Poi presi la ciotola e gettai l’acqua sulla lastra e allora - attento - venne il
tuono, molto più violento di quanto l’uomo nero mi avesse portato ad aspettarmi.
Dopo il tuono venne la pioggia, e in verità ti dico, Kay, che non c’è né uomo né
bestia che possa sopportare quella pioggia e restare vivo, perché nessuno di quei
chicchi di grandine avrebbe potuto essere fermato, dalla carne o dalla pelle, fino a
che non avesse raggiunto l’osso.
Feci voltare il fianco del mio cavallo verso la pioggia e misi la punta del mio
scudo sopra la sua testa e il collo, mentre ne tenevo la parte superiore sopra la
mia stessa testa. Così riuscii a resistere alla pioggia. Quando guardai l’albero, non
c’era una sola foglia, poi il cielo si schiarì, e vidi gli uccelli fermarsi sull’albero e
cantare. In verità, Kai, non ho mai udito una melodia eguale a quella, sia prima
che dopo.
Ma, mentre stavo lì incantato ad ascoltare gli uccelli, ecco che udii per la valle una
voce mormorante, che si avvicinava, e diceva: “O Cavaliere! Che cosa ti ha portato
qui? Che male ti ho fatto, che tu dovessi agire contro di me e i miei possedimenti
come hai fatto oggi? Non sai che la pioggia oggi non ha lasciato vivi nei miei
possedimenti né un uomo né un animale che vi fu esposto?”.
E allora - ecco - apparve un Cavaliere su un cavallo nero, vestito di velluto
nerissimo e con un tabarro di lino nero intorno al corpo. Caricammo l’uno
contro l’altro e, dato che l’attacco fu furioso, non passò molto tempo che fui
disarcionato. Poi il Cavaliere passò il manico della lancia attraverso le redini del
mio cavallo e se ne andò con i due cavalli, lasciandomi dov’ero. Non mi degnò di
sufficiente attenzione da imprigionarmi, né mi spogliò delle armi.
Così ritornai per la strada da cui ero venuto e, quando raggiunsi la radura dove si
trovava l’uomo nero, ti confesso, Kai, è una meraviglia che non mi sciolsi in una
pozza liquida, per la vergogna che provai alla derisione di cui venni fatto oggetto
dall’uomo nero. Quella notte arrivai nello stesso castello dove avevo trascorso la
notte precedente, e fui intrattenuto più gradevolmente di quanto non lo fossi stato
prima: fui festeggiato in modo migliore, e conversai liberamente con gli abitanti
del castello, nessuno dei quali fece allusioni alla mia spedizione alla fontana, né io
la menzionai in alcun modo.
Quella notte rimasi lì. Quando mi svegliai al mattino, trovai già sellato un
palafreno baio scuro, con le narici rosse scarlatte e, dopo aver indossato la mia
armatura e aver impartito la mia benedizione, ritornai alla mia Corte. Quel cavallo
lo posseggo ancora: è nella stalla laggiù, e dichiaro che non me ne separerei
nemmeno per il migliore palafreno dell’Isola di Britannia.
Ora, a dire la verità, Kai, nessun uomo ha mai confessato un’avventura a proprio
discredito e, effettivamente, mi sembra strano che, né prima né dopo, abbia mai
sentito di qualche persona, oltre me, che conosca questa avventura, e che quanto
narrato esista all’interno dei possedimenti di Re Artù senza che qualche altro lo
sappia».
«Ora», disse Owain, «non sarebbe bene andare, e tentare di scoprire quel luogo?»
«Per la mano del mio amico», disse Kai, «spesso dici con la lingua ciò che non
faresti con le azioni».
«In verità», disse Gwenhwyvar, «sarebbe meglio se fossi impiccato, Kai, piuttosto
che usare un linguaggio così scortese verso un uomo come Owain».
«Per la mano del mio amico, buona Signora», disse Kai, «la tua lode di Owain
non è più grande della mia».
Con ciò Artù si svegliò e chiese se per caso non si fosse addormentato un po’.
«Sì, Signore», rispose Owain, «hai dormito per un po’».
«È ora di andare a mangiare?»
«Sì, Signore», disse Owain.
Poi fu suonato il corno per il lavaggio, e il re e tutta la sua Corte si misero a
mangiare. Quando il pasto finì, Owain si ritirò nelle sue stanze e preparò il
cavallo e le armi.
Al mattino all’alba, indossò la sua armatura, montò il suo destriero, e viaggiò
attraverso terre lontane e per montagne deserte. Alla fine arrivò nella valle che
Kynon gli aveva descritto, e fu certo che era la stessa che cercava.
Viaggiando lungo la valle a lato del fiume, ne seguì il corso finché arrivò alla
pianura e in vista del castello. Quando si avvicinò al castello, vide i giovani che
tiravano i pugnali nel luogo dove li aveva visti Kynon, e l’uomo biondo a cui il
castello apparteneva, che era poco lontano. Non appena Owain ebbe salutato
l’uomo biondo, fu a sua volta salutato da lui.
Proseguì quindi verso il castello, e lì vide la sala: quando vi fu entrato, vide le
fanciulle che lavoravano al ricamo di raso, sedute su sedie d’oro, e la loro bellezza
e la loro grazia sembrarono a Owain molto più grandi di quanto Kynon gliele
avesse descritte. Esse si alzarono per servire Owain così come avevano fatto con
Kynon, e il pasto che gli misero davanti diede più soddisfazione a Owain di
quanto ne avesse dato a Kynon.
Verso la metà del pasto, l’uomo biondo chiese a Owain lo scopo del suo viaggio,
e Owain glielo rese noto dicendo: «Sono in cerca del Cavaliere che sorveglia la
fontana».
Nell’udire ciò, l’uomo biondo sorrise e disse che era riluttante a indicare
quell’avventura a Owain, così come lo era stato con Kynon. Comunque, descrisse
tutto a Owain, e quindi si ritirarono a dormire.
Il mattino seguente Owain trovò il cavallo preparato per lui dalle damigelle, così
partì e arrivò nella radura dove c’era l’uomo nero. La statura dell’uomo nero
sembrò a Owain più strabiliante di quanto fosse sembrata a Kynon; Owain gli
chiese la strada, come aveva fatto Kynon, e quello gliela mostrò. Owain seguì la
strada, come aveva fatto Kynon, fino a che non arrivò all’albero verde e vide la
fontana e la lastra accanto alla fontana, con la ciotola sopra di essa. Owain prese
la ciotola, tirò l’acqua sulla lastra, ed ecco, si sentì il tuono: dopo il tuono venne
la pioggia, molto più violenta di quanto Kynon avesse descritto, ma dopo la
pioggia il cielo divenne chiaro.
Quando Owain guardò l’albero non c’era una sola foglia sopra di esso.
Immediatamente vennero gli uccelli, si posarono sull’albero, e cantarono. Quando
il loro canto fu più piacevole per Owain, lui vide un Cavaliere che veniva verso di
lui attraverso la valle e si preparò ad accoglierlo e a scontrarsi con lui con
violenza. Avendo rotto entrambe le lance, sguainarono le spade e combatterono
lama contro lama, poi Owain sferrò al Cavaliere un colpo che oltrepassò l’elmo,
la calotta e la celata, e attraversò la pelle, la carne e l’osso, fino a ferire persino il
cervello.
Allora il Cavaliere nero sentì di aver ricevuto una ferita mortale, per cui fece
voltare la testa del cavallo e fuggì. Owain lo inseguì, e lo incalzava da vicino,
sebbene non abbastanza da colpirlo con la spada. Poi Owain scorse un vasto e
splendente castello, e arrivarono al cancello. Al Cavaliere fu permesso di entrare, e
la saracinesca fu lasciata cadere su Owain: colpì il suo cavallo dietro alla sella e lo
tagliò a metà, inoltre tranciò le stelle degli speroni che erano sui tacchi di Owain.
Quindi la saracinesca cadde a terra, e le stelle degli speroni e parte del cavallo
erano all’esterno mentre Owain, con l’altra parte del cavallo, rimase tra i due
cancelli. Il cancello interno era chiuso, così che Owain non poteva entrare, e si
trovava in una situazione di confusione.
Mentre era in questo stato, poté vedere attraverso un’apertura del cancello una
strada davanti a lui con una fila di case su ogni lato, e vide una fanciulla, con dei
biondi capelli ricci e una fascia d’oro sulla fronte, che era vestita con un vestito di
raso giallo e che portava ai piedi delle scarpe di pelle lavorata. Si avvicinò al
cancello ed espresse il desiderio che venisse aperto.
«Il Cielo lo sa, Signora», disse Owain, «ma per me aprirti da qui non è più
possibile di quanto lo sia per te il liberarmi».
«Veramente», disse la damigella, «è molto triste che tu non possa essere liberato,
e ogni donna ti dovrebbe soccorrere, perché non ho mai visto qualcuno più
fedele di te nel servirle. Come amico tu sei il più sincero, e come innamorato il
più devoto. Perciò», disse, «qualunque cosa sia in mio potere fare per la tua
liberazione, la farò. Prendi questo anello e mettilo al dito con la pietra dentro la
mano, poi chiudi la mano sulla pietra. Fintanto che la nasconderai, essa
nasconderà te. Dopo che si saranno consultati, verranno a prenderti per metterti a
morte, e si dispiaceranno molto perché non riusciranno a trovarti. Io ti aspetterò
su quel montatoio laggiù e tu mi potrai vedere, sebbene io non riesca a vedere te:
perciò vieni e mettimi una mano sulla spalla, in modo che io sappia che mi sei
vicino, e mi accompagnerai per la strada che prenderò».
Poi si allontanò da Owain e lui fece tutto ciò che la fanciulla gli aveva detto. La
gente del castello venne a cercarlo per metterlo a morte e, quando non trovarono
altro se non la metà del suo cavallo, se ne dispiacquero moltissimo.
Owain svanì in mezzo a loro, poi andò dalla ragazza e le mise la mano sulla
spalla; dopodiché partirono. Owain la seguì finché non arrivarono alla porta di
una grande e bella camera che la fanciulla aprì, e allora entrarono e chiusero la
porta. Owain si guardò intorno per la stanza e vide che non c’era nemmeno un
singolo chiodo che non fosse dipinto con colori meravigliosi, e non c’era un
singolo pannello che non avesse parecchie immagini in oro dipinte su di esso.
La fanciulla accese un fuoco e prese dell’acqua da una ciotola d’argento, poi mise
un drappo di lino bianco sulla sua spalla e diede a Owain dell’acqua per lavarsi.
Quindi gli mise davanti una tavola d’argento intarsiata d’oro, sulla quale c’era una
tovaglia di lino giallo, e gli portò del cibo. In verità tutti i tipi di carne che Owain
conosceva erano lì in abbondanza, ma erano cotti meglio lì di quanto non avesse
trovato in qualunque altro posto. Né aveva mai visto una esposizione di carne e
bevande eccellente come quella, e non c’era nemmeno un recipiente in cui fu
servito che non fosse d’oro o d’argento. Owain mangiò e bevve fino al tardo
pomeriggio, quando udirono un forte clamore nel castello, e allora chiese alla
fanciulla cosa fosse quel clamore.
«Stanno amministrando l’Estrema Unzione», disse, «al nobile che possiede il
castello».
Owain andò a dormire.
Poco dopo l’alba udirono un clamore e dei lamenti eccessivamente forti, e Owain
chiese alla fanciulla quale fosse la causa di tutto ciò.
«Stanno portando in chiesa il corpo del nobile che possedeva il castello».
Owain si alzò, si vestì, poi aprì una finestra della camera e guardò verso il
castello: non poté vedere né il principio né la fine della folla di persone
completamente armate che riempivano le strade. Con loro c’erano un gran
numero di donne, sia a cavallo che a piedi, e tutti gli ecclesiastici della città, che
stavano cantando. A Owain sembrò che il cielo risuonasse per la veemenza delle
loro grida, per il rumore delle trombe, e per il canto degli ecclesiastici. Nel mezzo
della folla vide il catafalco, sul quale c’era un velo di lino bianco: candele di cera
bruciavano intorno a esso, e nessuno di quelli che lo portavano era, per rango,
meno che un potente barone.
Mai Owain aveva visto un insieme tanto magnifico di rasi, sete e zendadi. Poi,
dietro al corteo vide una dama con i capelli biondi macchiati di sangue che le
ricadevano sulle spalle, e che indossava un vestito di raso giallo strappato. Ai piedi
aveva scarpe di pelle lavorata. Era una meraviglia che le estremità delle sue dita
non fossero livide, data la violenza con cui si stringeva le mani. In verità, sarebbe
stata la dama più bella che Owain aveva mai visto, se avesse avuto il solito aspetto.
Il suo grido era più forte delle grida degli uomini o del clamore delle trombe.
Non appena ebbe visto la Signora, fu infiammato dall’amore, tanto che esso prese
completo possesso del suo cuore.
Allora chiese alla fanciulla chi fosse la Signora.
«Lo sa il Cielo», rispose la fanciulla. «Di lei si può dire che è la più bella, la più
casta, la più liberale, la più saggia, e la più nobile delle donne, ed è la mia
padrona. Viene chiamata la “Contessa della Fontana”: è la moglie di colui che hai
ucciso ieri».
«In verità», disse Owain, «è la donna che amo di più».
«In verità», disse la fanciulla, «anche lei ti amerà non poco».
E con ciò la fanciulla si alzò e accese un fuoco, poi riempì un vaso d’acqua e lo
mise a scaldare. Portò quindi un drappo di lino bianco che mise intorno al collo
di Owain e, presa una coppa d’avorio e un recipiente d’argento, li riempì con
acqua calda, con cui lavò la testa di Owain. Poi aprì una cassa di legno e tirò
fuori un rasoio con il manico d’avorio sul quale c’erano due chiodi d’oro: rasò la
barba di lui e gli asciugò la testa e la gola con il drappo, poi lo portò a mangiare.
E veramente Owain non gustò mai un pasto tanto buono, né fu mai meglio
servito.
Quando ebbe finito il pasto, la fanciulla sistemò il suo giaciglio.
«Vieni qui», disse «e dormi. Io andrò a darmi da fare per te».
Owain andò a dormire, e la fanciulla, chiusa dietro di sé la porta della camera, si
diresse verso il castello. Quando vi arrivò, non trovò altro che lutto e dolore, e la
Contessa nella sua camera che non sopportava la vista di nessuno per il dolore.
Luned andò a salutarla, ma la Contessa non rispose. Allora la ragazza si chinò su
di lei e disse: «Che cosa ti affligge che non rispondi a nessuno, oggi?»
«Luned», rispose la Contessa, «quale cambiamento hai subito, che non sei venuta
a visitarmi nel mio dolore? Hai sbagliato e, avendoti fatto ricca, il tuo errore è
stato che non sei venuta a trovarmi quando ero turbata. Hai commesso un errore,
quindi ti bandirò».
«Sono contenta», disse Luned, «che tu non abbia altra ragione per fare così
tranne il fatto che io ti sarei stata utile, mentre tu non sapevi cosa andava a tuo
vantaggio. E quindi il male colga chiunque di noi faccia il primo passo verso la
riconciliazione, sia che io cerchi un invito da te o tu, di tua volontà, mandi a
invitarmi».
Con ciò Luned se ne andò. La Contessa si alzò e la seguì fino alla porta della
camera, poi cominciò a tossire forte e, quando Luned si voltò a guardare, le fece
un cenno, e lei ritornò.
«In verità», disse la Contessa, «la tua disposizione è malvagia ma, se tu sai cosa va
a mio vantaggio, dimmelo».
«Farò così», disse la ragazza. «Tu sai che, tranne che con la guerra e le armi, è
impossibile per te conservare i tuoi possedimenti. Non rimandare, perciò, di
cercare qualcuno che li possa difendere».
«E come posso farlo?», chiese la Contessa.
«Te lo dirò», disse Luned. «Se non puoi difendere la Fontana, non puoi
mantenere i tuoi domini, e nessuno può difendere la Fontana se non un Cavaliere
della Corte di Artù. Io andrò alla Corte di Artù, e il male mi colga se ritorno da lì
senza un guerriero che faccia la guardia alla fontana bene come colui che la difese
in precedenza o anche meglio».
«Sarà difficile da mettere in pratica», disse la Contessa. «Vai, Comunque, e
concretizza ciò che hai promesso».
Luned partì fingendo di andare alla Corte di Artù, ma ritornò nella camera
doveva aveva lasciato Owain, e rimase lì con lui per il tempo che le ci sarebbe
voluto per arrivare fino alla Corte di Re Artù. Alla fine di quel periodo si
agghindò e andò a trovare la Contessa, che fu molto contenta quando la vide, e le
chiese quali notizie recasse dalla Corte.
«Ti porto la migliore delle notizie», disse Luned, «perché ho raggiunto lo scopo
della mia missione. Quando vuoi che ti presenti il condottiero che è venuto qui
con me?»
«Portalo da me domani a mezzogiorno», disse la Contessa, «e io farò in modo
che la città per quel momento sia radunata».
Luned tornò a casa e, il giorno seguente, Owain si vestì con una veste, una
sopravveste, un mantello di raso giallo sul quale vi era una larga striscia di
merletto d’oro, e calzò ai piedi delle scarpe alte di pelle lavorata, che erano
allacciate con dei fermagli dorati a forma di leoni. Così procedettero fino alla
camera della Contessa.
La quale fu molto felice della loro visita, e scrutò con sguardo fermo Owain
dicendogli: «Luned, questo Cavaliere non ha l’apparenza di un viaggiatore».
«Che male c’è in questo, Signora?», chiese Luned.
«Sono certa», disse la Contessa, «che sia stato proprio quest’uomo a scacciare
l’anima dal corpo di mio marito».
«È stato un bene per te, Signora», disse Luned, «perché, se non fosse stato più
forte del tuo Signore, non lo avrebbe potuto privare della vita. Non c’è rimedio
per quello che è passato, sia come sia».
«Ritorna alla tua dimora», ordinò la Contessa, «e io terrò consiglio».
Il giorno seguente la Contessa fece in modo che tutti i suoi sudditi fossero riuniti,
e mostrò loro che il suo contado era senza difesa e che non poteva essere difeso
altro che con il cavallo, le armi, e l’abilità militare.
«Perciò», disse, «ecco ciò che offro alla vostra scelta: o permettere che uno di voi
mi prenda, oppure dare il vostro consenso a che trovi un marito altrove per
difendere i miei domini».
Così si giunse alla decisione che era meglio per lei avere il permesso di sposare
qualcuno di qualche altra parte. E quindi lei mandò a chiamare i vescovi e gli
arcivescovi per celebrare le sue nozze con Owain, e gli uomini e il contado gli
resero omaggio.
Owain difese la Fontana con la lancia e la spada, e questo è il modo in cui lui la
difendeva: ogniqualvolta veniva un Cavaliere, lui lo disarcionava e poi lo vendeva
per il suo valore, cosicché tutto quello che guadagnava in questo modo lo
divideva tra i suoi Baroni e i suoi Cavalieri, e nessun uomo nell’intero mondo
poté essere più amato di lui dai suoi sudditi. E così fu per la durata di tre anni.

Accadde che, mentre Gwalchmai usciva un giorno con Artù, intuì che il re era
molto triste e addolorato. Gwalchmai era assai rattristato nel vedere Artù in quello
stato, e lo interrogò, dicendo: «Oh, mio Signore! Che cosa ti è successo?»
«In verità, Gwalchmai», rispose Artù, «sono triste a causa di Owain, che ho
perduto in questi tre anni, e morirò certamente se il quarto anno passerà senza
che lo veda. Sono sicuro che è a causa della storia che Kynon, il figlio di Clydno,
raccontò, che ho perduto Owain».
«Non c’è bisogno», disse Gwalchmai, «che tu chiami alle armi tutti i tuoi uomini
per questa ragione; perché tu stesso e gli uomini della tua Corte sarete in grado
di vendicare Owain se è stato ucciso o di liberarlo se è stato imprigionato e, se è
vivo, di riportarlo indietro con voi». E si decise secondo quello che Gwalchmai
aveva detto.
Allora Artù e gli uomini della sua Corte si prepararono ad andare a cercare
Owain, e il loro numero era di tremila, oltre ai loro attendenti. Fu Kynon, il
figlio di Clydno, che fece loro da guida. Artù arrivò al castello dove Kynon era
stato in precedenza e, quando vi arrivò, i giovani stavano tirando i pugnali nello
stesso luogo, e l’uomo vestito di giallo era nei pressi.
Quando l’uomo vestito di giallo vide Artù, lo salutò e lo invitò al castello: Artù
accettò l’invito, e i due entrarono insieme nel castello. Per quanto grande fosse il
numero degli uomini della scorta, la loro presenza fu a malapena notata nel
castello, tanto vasta era la sua estensione. Le fanciulle si alzarono per servirli e il
servizio da loro espletato parve a tutti superare qualunque servizio avessero mai
avuto, e persino i paggi che avevano cura dei loro cavalli non furono, quella notte,
serviti peggio di quanto lo stesso Artù sarebbe stato servito nel suo stesso palazzo.
Il mattino seguente, Artù partì con Kynon come guida, e arrivò nel luogo dove si
trovava l’uomo nero, la cui statura fu, per Artù, più sorprendente di quello che gli
era stato detto. Arrivati in cima alla salita boscosa, attraversarono la valle finché
raggiunsero l’albero verde, dove videro la Fontana, la ciotola, e la lastra. Allora
Kai andò da Artù e gli parlò.
«Mio Signore», disse, «io conosco il significato di tutto questo, e la mia richiesta è
che tu mi permetta di gettare l’acqua sulla lastra e di ottenere la prima avventura
che possa verificarsi».
E Artù gli diede il permesso.
Poi Kai gettò una ciotola d’acqua sulla lastra e immediatamente arrivò il tuono e,
dopo il tuono, la pioggia. Un tale temporale loro non l’avevano mai visto prima,
e molti degli attendenti che erano nel corteo di Artù furono uccisi dalla pioggia.
Dopo che la pioggia fu cessata, il cielo divenne chiaro e, guardando l’albero,
videro che era completamente senza foglie. Allora gli uccelli scesero sull’albero e
il loro canto era molto più dolce di qualunque ritornello si fosse mai udito prima.
Poi videro un Cavaliere su un cavallo nerissimo, vestito di raso nero, che si
avvicinava rapidamente. Kai gli andò incontro e lo affrontò, ma non passò molto
tempo prima che Kai fosse disarcionato. Quindi il Cavaliere si ritirò, e Artù e i
suoi uomini si accamparono per la notte.
Quando si alzarono, al mattino, videro il segno della lotta sulla lancia del
Cavaliere, e Kai andò da Artù e gli parlò.
«Mio Signore», disse, «sebbene ieri sia stato disarcionato, se sei d’accordo, sarei
contento di affrontare anche oggi il Cavaliere».
«Puoi farlo», concesse Artù.
Allora Kai andò verso il Cavaliere, ma subito quello lo disarcionò e lo colpì con
la punta della lancia sulla fronte, così che ruppe l’elmo e la calotta, e penetrò nella
pelle e nella carne per l’ampiezza della punta della lancia, fino all’osso. Quindi Kai
ritornò dai suoi compagni.
Dopo di ciò, tutti i membri della Corte di Artù si fecero avanti uno dopo l’altro
per combattere il Cavaliere, fino a che non ve ne fu nemmeno uno che non fosse
stato disarcionato da lui, tranne Artù e Gwalchmai. A questo punto Artù si armò
per affrontare il Cavaliere.
«Oh, mio Signore!», disse Gwalchmai. «Permettimi di combattere con lui prima di
te».
E Artù glielo permise. Lui si fece avanti per affrontare il Cavaliere, avendo su di
sé e sul suo cavallo una sopravveste onorifica di raso che gli era stata mandata
dalla figlia del Conte di Rhangyw e, con quella veste, non fu riconosciuto da
nessuno della schiera. Caracollarono l’uno contro l’altro e combatterono per tutto
quel giorno fino a sera, ma nessuno dei due fu in grado di disarcionare l’altro.
Il giorno seguente combatterono con delle forti lance, me nessuno riuscì a
prevalere.
Il terzo giorno combatterono con lance fortissime: erano in preda alla rabbia e
combatterono con furia, fino a mezzogiorno. Si diedero l’un l’altro un tale colpo,
che le cinghie dei loro cavalli si ruppero, così che dalle groppe dei cavalli caddero
a terra. Quindi si alzarono in fretta e sguainarono le spade per riprendere il
combattimento. La moltitudine che fu testimone del loro incontro si sentì
rassicurata per il fatto che non avevano mai visto prima due uomini tanto valorosi
e potenti. E, se fosse stata mezzanotte, ci sarebbe stata luce per il fuoco che
lampeggiava dalle loro armi.
Il Cavaliere diede a Gwalchmai un colpo che gli tolse l’elmo dal viso, e così il
Cavaliere capì che era Gwalchmai. Allora Owain disse: «Mio Signore Gwalchmai,
non ti avevo riconosciuto per mio cugino, a causa della veste che ti ricopriva.
Prendi la mia spada e le mie armi».
Disse Gwalchmai: «Sei tu, Owain, il vincitore. Prendi tu la mia spada».
Artù vide che stavano parlando, e avanzò verso di loro.
«Mio Signore Artù», disse Gwalchmai, «ecco Owain, che mi ha vinto e non
vuole prendere le mie armi».
«Mio Signore», disse Owain, «è lui che mi ha vinto, e non vuole prendere la mia
spada».
«Datemi le vostre due spade», disse Artù. «Così nessuno dei due avrà vinto
l’altro».
Allora Owain mise le braccia intorno al collo di Artù si abbracciarono. Tutta la
schiera corse per vedere Owain e per abbracciarlo, e qualcuno quasi perse la vita,
tanto grande era la calca.
Quella notte si ritirarono e, il giorno successivo, Artù si preparò a partire.
«Mio Signore», disse Owain, «questo non va bene da parte tua, perché io sono
stato assente per tre anni e, durante tutto questo tempo fino a oggi, ho preparato
un banchetto per te, sapendo che saresti venuto a cercarmi. Rimani con me
quindi, finché tu e i tuoi attendenti vi sarete riposati dalle fatiche del viaggio e vi
sia stato reso omaggio».
Tutti proseguirono verso il castello della Contessa della Fontana. Il banchetto che
era stato preparato in tre anni, fu consumato in tre mesi: mai essi fecero un
banchetto più delizioso o gradevole. Poi Artù si preparò a partire, e mandò
un’ambasciata alla Contessa, chiedendole di permettere a Owain di andare con lui
per il tempo di tre mesi, in modo da poterlo mostrare ai nobili e alle belle dame
dell’Isola di Britannia. E la Contessa diede il suo permesso, sebbene per lei fosse
molto doloroso. Così Owain andò con Artù nell’Isola di Britannia e, quando fu
nuovamente tra i suoi parenti e amici, rimase con loro tre anni, invece di tre mesi.
Un giorno, mentre sedeva a mangiare nella città di Caerleon-upon-Usk, Owain
vide entrare una damigella su un cavallo baio con una criniera riccioluta, tutto
coperto di schiuma, e la briglia e quello che si poteva vedere della sella erano
d’oro. La damigella, che aveva indosso un vestito di raso giallo, si avvicinò a
Owain e gli tolse l’anello dal dito.
«Così», disse lei, «sarà trattato l’ingannatore, il traditore, l’infedele, il disgraziato, e
l’imberbe».
Poi fece voltare il cavallo, e partì.
Allora la sua avventura ritornò nei ricordi di Owain che ne fu addolorato e,
avendo finito di mangiare, andò nella sua casa e quella notte fece tutti i
preparativi. Il giorno successivo, quando si alzò, non si recò a Corte, ma
vagabondò in parti lontane della terra e verso montagne incolte, e lì rimase finché
i suoi vestiti si logorarono, il suo corpo fu consunto, e i capelli gli diventarono
lunghi. Se ne andò in giro con le bestie selvagge, e si nutrì con esse, finché parve
uno di loro ma, alla fine, divenne così debole che non poté più restare in loro
compagnia. Allora scese dalle montagne nella valle, e arrivò in un parco che era il
più bello del mondo e apparteneva a una Contessa vedova.
Un giorno la Contessa e le sue fanciulle uscirono a passeggiare sulle rive di un
lago che si trovava nel mezzo del parco, e videro la sagoma di un uomo. Ne
furono terrorizzate, nondimeno si avvicinarono, lo toccarono, lo guardarono, e
videro che c’era vita in lui, sebbene fosse esausto per la calura del giorno. Quindi
la Contessa ritornò al castello e prese un fiasco pieno di prezioso unguento che
diede a una delle sue fanciulle.
«Vai con questo», disse, «e porta con te quel cavallo laggiù e dei vestiti: mettili
vicino all’uomo che abbiamo appena visto. E ungilo con questo balsamo, vicino
al cuore: se c’è vita in lui, si alzerà per l’efficacia di questo balsamo. Poi guarda
quello che farà».
La fanciulla andò e versò tutto il balsamo su Owain, poi lasciò il cavallo e i vestiti
nelle vicinanze, e si allontanò un po’ nascondendosi per osservarlo. Dopo poco
tempo vide che cominciava a muovere le braccia. Lui si alzò e, vedendo la propria
figura, si vergognò dell’indecenza del proprio aspetto. Poi vide il cavallo e i vestiti
che si trovavano accanto a lui, e strisciò in avanti finché non fu in grado di tirare i
vestiti giù dalla sella. Vestitosi, montò a cavallo con difficoltà. Allora la damigella si
mostrò a lui e lo salutò, e lui gioì quando la vide, poi le chiese quale paese e
quale territorio fosse quello.
«Veramente», disse la fanciulla, «è una Contessa vedova che possiede quel castello
laggiù. Alla morte di suo marito, lui le lasciò due contee, ma oggi lei ha solo
quella dimora che non le è stata strappata da un giovane Conte suo vicino, perché
lei rifiutò di diventare sua moglie».
«È un peccato», osservò Owain.
Lui e la fanciulla procedettero verso il castello. Lui lì smontò, e la ragazza lo
condusse in una bella camera, accese un fuoco, e lo lasciò.
Quindi la fanciulla andò dalla Contessa e le diede il fiasco.
«Ragazza», chiese la Contessa, «dov’è tutto il balsamo?»
«Non dovevo usarlo tutto?», disse lei.
«Ragazza mia», disse ancora la Contessa, «non posso facilmente perdonarti
questo. È triste per me aver sprecato un prezioso unguento che valeva
centoquaranta sterline su uno sconosciuto che non conosco. Comunque, ragazza,
accudiscilo fino a che non si sia completamente ristabilito».
La fanciulla fece così e gli fornì carne, bevande, fuoco, alloggio e medicine,
finché stette di nuovo bene: in tre mesi, ritornò all’aspetto di una volta, e divenne
persino più gradevole di quanto non lo fosse mai stato prima.
Un giorno Owain udì un grande tumulto e un rumore di armi nel castello, e ne
chiese la causa alla ragazza.
«È il Conte», disse lei, «di cui ti ho parlato, che è venuto davanti al castello con
un esercito numeroso per sottomettere la Contessa».
Owain le chiese se la Contessa avesse un cavallo e delle armi in suo possesso.
«Ha i migliori del mondo», rispose la fanciulla.
«Vuoi andare da lei e chiedere in prestito un cavallo e delle armi per me», disse
Owain, «in modo che io possa andare a vedere questo esercito?»
«Lo farò», disse la ragazza.
E andò dalla Contessa, alla quale disse cosa Owain aveva detto, e la Contessa rise.
«In verità», mormorò, «gli darò un cavallo e delle armi, anche per sempre: un tale
cavallo e tali armi lui non le ha mai avute. E sono contenta che oggi le prenda
perché temo che i miei nemici possano impadronirsene domani contro la mia
volontà. Ma non riesco a capire cosa potrebbe fare con esse».
La Contessa chiese che fosse portato un bel destriero nero sul quale c’era una
sella di faggio, nonché l’armatura per un uomo e un cavallo. Owain si armò,
montò a cavallo e uscì, accompagnato da due paggi completamente equipaggiati
con cavalli e armi. Quando si avvicinarono all’esercito del Conte, non riuscirono a
vederne né l’inizio né la fine, e Owain chiese ai paggi in quale squadrone fosse il
Conte.
«In quello laggiù», gli indicarono, «quello nel quale vi sono quattro stendardi
gialli: due prima e due dopo di lui».
«Ora», disse Owain, «ritornate e aspettatemi vicino alla porta del castello».
Così essi ritornarono, e Owain si spinse avanti finché non affrontò il Conte.
Owain lo sbalzò giù di sella e rivolse la testa del cavallo verso il castello poi,
sebbene con difficoltà, portò il Conte alla porta, dove i paggi lo attendevano.
Entrarono. Owain presentò il Conte come un dono alla Contessa, e le disse:
«Ecco una ricompensa per il tuo balsamo benedetto».
L’esercito si accampò intorno al castello, e il Conte restituì alla Contessa le due
contee che le aveva preso, come riscatto per la propria vita e per la libertà; inoltre
le diede la metà dei suoi domini e tutto il suo oro, il suo argento e i suoi gioielli,
oltre agli ostaggi.
Poi Owain prese congedo: la Contessa e tutti i suoi sudditi lo pregarono di
restare, ma Owain scelse invece di vagare per terre lontane e deserti.
Mentre viaggiava, udì un alto grido in un bosco, che fu ripetuto una seconda e
una terza volta. Owain andò verso il luogo dal quale proveniva, e vide un’enorme
collina scoscesa nel mezzo del bosco, a lato della quale c’era una roccia grigia.
C’era una fenditura nella roccia e un serpente stava dentro la fessura: vicino alla
roccia c’era un leone nero e, ogni volta che il leone cercava di avvicinarsi, il
serpente scattava verso di lui per morderlo. Owain sguainò la spada, si avvicinò
alla roccia e, quando il serpente balzò fuori, lo colpì con la spada e lo tagliò in
due. Poi pulì la spada e continuò per la sua strada come prima. Ma - attenti - il
leone lo seguiva e gli giocava intorno come fosse stato un levriero che lui aveva
allevato.
Procedettero così per tutto il giorno fino alla sera e, quando fu ora per Owain di
riposarsi, il Cavaliere smontò e liberò il cavallo in un prato piatto e boscoso.
Accese il fuoco e, quando il fuoco fu acceso, il leone gli portò tanta legna da
ardere da bastare per tre notti. Poi il leone scomparve: poco dopo ritornò
portando un grosso e bel capriolo che mise a terra davanti a Owain, il quale andò
con esso verso il fuoco.
Owain, preso il capriolo, lo spellò e mise dei pezzi di carne sullo spiedo intorno
al fuoco. Il resto del capriolo lo diede da divorare al leone. Mentre stava facendo
questo, udì vicino a sé un profondo sospiro, poi un secondo, e un terzo. Owain
chiamò per sapere se il sospiro che udiva venisse da un mortale, e ricevette la
conferma che era così.
«Chi sei?», chiese Owain.
«In verità», rispose la voce, «io sono Luned, la serva della Contessa della
Fontana».
«E cosa fai qui?», disse Owain.
«Sono imprigionata», fu la risposta, «per colpa di un Cavaliere che venne dalla
Corte di Artù e sposò la Contessa. Rimase poco tempo con lei, ma in seguito
ripartì per la Corte di Artù e, da allora, non è più tornato. Lui era l’amico che io
amavo di più al mondo, ma due dei paggi nella camera della Contessa lo
calunniarono e lo chiamarono truffatore. Io dissi loro che non erano degni di lui.
Così mi imprigionarono nella volta di pietra e dissero che sarei stata uccisa a
meno che non venisse lui stesso a liberarmi prima di un certo giorno, giorno che
non è più lontano di dopodomani. Ma io non ho nessuno da mandare a cercarlo:
il suo nome è Owain, il figlio di Urien».
«E sei certa che se quel Cavaliere sapesse tutto questo verrebbe a salvarti?»
«Ne sono assolutamente sicura», disse lei.
Quando i pezzi di carne furono cotti, Owain li divise in due parti per sé e la
fanciulla e, dopo che ebbero mangiato, parlarono fino a che il giorno schiarì. Il
mattino successivo Owain chiese alla damigella se ci fosse qualche luogo dove
potesse avere cibo e divertimento per quella notte.
«C’è, Signore», rispose lei. «Attraversa laggiù e prosegui lungo la riva del fiume:
dopo poco tempo vedrai un grande castello nel quale vi sono molte torri, e il
Conte che possiede quel castello è l’uomo più ospitale del mondo. Là potrai
passare la notte».
Mai sentinella fece una guardia migliore al suo Signore di quella che il leone fece
quella notte a Owain.
Owain equipaggiò il cavallo e attraversò al guado, arrivando ben presto in vista
del castello, dove entrò e fu ricevuto con onore. Il suo cavallo fu ben trattato, e gli
fu messo davanti molto foraggio. Allora il leone andò a distendersi nella greppia
del cavallo, così che nessuna delle persone del castello osò avvicinarsi. Il
trattamento che Owain ebbe lì fu tale come non ne aveva mai conosciuto altrove,
perché tutti erano addolorati come se la morte fosse stata sopra di lui.
Quindi andarono a mangiare, e il Conte sedette a un lato di Owain, e dall’altro
lato la sua unica figlia. Owain non aveva mai visto nessuna donna più graziosa di
lei. Allora il leone venne e si mise tra i piedi di Owain e lui lo nutrì con ogni tipo
di cibo che prendeva per sé. Ma non vide mai qualcosa di eguale alla tristezza di
quella gente.
A metà del pasto il Conte iniziò a dare il benvenuto a Owain.
Al che Owain disse: «Guarda: è venuto il tempo che tu sia allegro!».
«Il Cielo sa», disse il Conte, «che non è la tua venuta ad addolorarci, ma abbiamo
una buona ragione per essere tristi e preoccupati».
«Qual è?», chiese Owain.
«Ho due figli», rispose il Conte, «che ieri sono andati in montagna per cacciare.
Ora, sulla montagna c’è un mostro che uccide gli uomini per divorarli, e ha preso
i miei figli. Domani è il tempo che ha fissato per essere qui, e minaccia che allora
ucciderà i miei figli davanti ai miei occhi a meno che io non consegni nelle sue
mani questa mia figlia. Ha la forma di un uomo, ma come statura non è da meno
di un gigante».
«In verità», disse Owain, «questo è deplorevole. E tu cosa farai?»
«Lo sa il Cielo», disse il Conte. «Sarà meglio che i miei figli siano uccisi contro la
mia volontà piuttosto che io gli consegni volontariamente mia figlia perché lui
possa maltrattarla e ucciderla».
Poi parlarono di altre cose, e Owain quella notte rimase lì.
Il mattino seguente udirono un clamore esagerato, che era causato dall’arrivo del
gigante con i due giovani. Il Conte era ansioso sia di proteggere il castello, che di
liberare i suoi due figli. Allora Owain indossò la sua armatura e uscì incontro al
gigante, e il leone lo seguì. Quando il gigante vide che Owain era armato, corse
verso di lui e lo attaccò, ma il leone lottò con il gigante con molta più ferocia di
quanto fece Owain.
«In verità», disse il gigante, «non troverei alcuna difficoltà nel combatterti, se non
fosse per l’animale che è con te».
Allora Owain riportò il leone al castello e chiuse il cancello dietro di sé, poi
ritornò, come prima, a combattere con il gigante. Il leone ruggì molto forte,
perché sentiva che il combattimento era difficile per Owain, e si arrampicò fino a
che non raggiunse la parte superiore del salone del Conte e da lì la cima del
castello, poi saltò giù dalle mura e andò a raggiungere Owain. Il leone diede al
gigante una zampata che lo lacerò dalla spalla al fianco, lasciandogli il cuore
scoperto, e il gigante cadde morto. Allora Owain restituì i due giovani al padre.
Il Conte supplicò Owain di restare, ma lui non volle e si avviò verso il prato dove
si trovava Luned. Quando arrivò, vide che era stato acceso un grande fuoco e che
due giovani con dei bei capelli rossi stavano conducendo la ragazza per gettarla
nel fuoco. Owain chiese loro quale accusa essi avessero contro di lei, e quelli gli
dissero dell’accordo che c’era tra loro, come la ragazza aveva fatto la notte
precedente.
«Owain», dissero, «l’ha abbandonata: perciò la stiamo andando a bruciare».
«In verità», disse Owain, «lui è un buon Cavaliere e, se sapeva che la ragazza
versava in un tale pericolo, mi meraviglio che non sia venuto a salvarla. Ma se voi
accettate me al suo posto, mi batterò io con voi».
«Accettiamo», dissero i giovani.
Quindi attaccarono Owain, che fu messo alle strette da loro. Poi il leone venne in
aiuto di Owain, e loro due ebbero la meglio sui giovanotti che gli dissero:
«Condottiero, noi si era d’accordo che dovessimo combattere con te soltanto, e
per noi è più difficile lottare con quell’animale là, che con te».
Allora Owain mise il leone nel posto in cui la fanciulla era stata imprigionata, e
bloccò la porta con le pietre, poi tornò a combattere con i giovani come prima.
Ma Owain non aveva la sua solita forza, e i due giovani lo incalzavano da vicino.
Il leone ruggiva incessantemente nel vedere Owain nei guai, e fece forza contro il
muro finché non trovò una via d’uscita, poi si gettò sui giovanotti e li uccise
all’istante. Così Luned si salvò dall’essere bruciata.
Quindi Owain ritornò con Luned nei possedimenti della Contessa della Fontana
e, quando se ne andò da lì, portò con sé la Contessa alla Corte di Artù, e lei fu
sua moglie fino a che visse.

Poi lui prese la strada che conduceva alla Corte del crudele Uomo Nero e
combatté contro di lui: il leone non lasciò mai Owain finché lui non ebbe vinto.
Quando raggiunse la Corte del feroce Uomo Nero entrò nel salone e vide
ventiquattro donne, le più belle che si potessero vedere, ma i vestiti che avevano
indosso non valevano ventiquattro soldi, ed erano tristi come la morte. Owain
chiese loro la causa della loro tristezza, e quelle dissero: «Noi siamo figlie di
conti, e venimmo tutte qui con i nostri mariti, che amavamo molto. Fummo
ricevute con onore e gioia, ma poi fummo ridotte in uno stato di intontimento e,
mentre eravamo così, il demonio che possiede questo castello uccise tutti i nostri
mariti, e ci prese i cavalli, i vestiti, il nostro oro e il nostro argento. I cadaveri dei
nostri mariti sono ancora in questa casa, e molti altri con loro. Questa,
condottiero, è la causa del nostro dolore, e ci dispiace che tu sia venuto qui,
perché temiamo che te ne venga del male».
Owain si rattristò all’udire ciò. Quando uscì dal castello, vide un Cavaliere che si
avvicinava a lui, il quale lo salutò in maniera amichevole e allegra come se fosse
stato un fratello. E quello era il feroce Uomo Nero.
«In verità», disse Owain, «non è per cercare la tua amicizia che sono qui».
A questo punto essi caricarono uno contro l’altro e combatterono con furia:
Owain lo sopraffece, e gli legò le mani dietro la schiena. Allora il nero selvaggio
supplicò Owain di risparmiargli la vita, e parlò così: «Mio Signore Owain», disse,
«fu predetto che tu saresti venuto qui e mi avresti conquistato, e tu l’hai fatto. Qui
io fui un ladro, e la mia casa fu una casa di bottini, ma concedimi salva la vita e
io diventerò il guardiano di un ospizio e manterrò questa casa come un ospizio
per tutti, deboli e forti, per il tempo che vivrò, per il bene della tua anima».
Owain accettò questa sua proposta, e quella notte rimase lì.
Il giorno seguente prese le ventiquattro dame, i loro cavalli, i loro vestiti, e ciò
che possedevano di beni e gioielli, e si avviò con loro alla Corte di Artù. E se
Artù gioì quando lo vide dopo che lo aveva perso la prima volta, la sua gioia fu
allora molto più grande. Delle dame, quelle che desiderarono restare alla Corte di
Artù rimasero, e quelle che volevano andarsene, se ne andarono.
Da allora in poi, Owain abitò alla Corte di Artù - molto amato - come Capo della
sua Corte, finché non se ne andò via con i suoi seguaci: era l’esercito di trecento
corvi che Kenverchyn gli aveva lasciato. E, dovunque Owain andasse con questi,
fu sempre vittorioso.
E questo è il racconto della Dama della Fontana.
KEITH TAYLOR
Argento sepolto

Keith Taylor è un giovane scrittore australiano affascinato dalla storia britannica


dei Secoli Bui. Alla metà degli anni Settanta scrisse una serie di storie su un
arpista irlandese di nome Felimid MacFal, un discendente di Druidi e Fate, che
viaggia attraverso le Isole Britanniche al tempo delle incursioni sassoni. Aveva
combattuto al fianco di Artù a Mount Badon, ma nelle prime storie lo si trova nel
Kent, sotto il re degli Juti, Oisc. Le storie sono ambientate nel periodo arturiano
storico, non nella tradizionale età romantica e così, quando incontriamo una
banda di Cavalieri arturiani capeggiati da Palamides, essi non sono proprio come
ci aspettiamo che siano.
La villa della storia esiste veramente. I racconti di Felimid furono raccolti nel
volume Bard edito nel 1981: da allora alla serie sono stati aggiunti altri due libri.
1

Anno Domini 418: in questo anno i Romani


raccolsero tutti i tesori che erano in Britannia e ne
nascosero alcuni sottoterra, così che nessuno, in
seguito, li potesse trovare, mentre alcuni li portarono
con loro in Gallia.
Anglo-Saxon Chronicle

Un lupo enorme camminava nel buio, e cacciava. Il suo colore era bianco come
la brina spessa. Odio e determinazione riempivano la sua mente. Zoppicava dalla
zampa anteriore sinistra.
Dieci cavalieri dormivano con leggerezza ferale accanto alle loro cavalcature, sotto
il cielo. Nove di loro avevano giurato di servire l’altro con le loro vite. Avrebbero
ucciso a un suo comando o secondo il capriccio del momento, se lui non li
avesse trattenuti. La pietà non era nei loro pensieri.
Per caso, un’altra banda di dieci cavalieri era accampata ad alcune miglia di
distanza. Anch’essi erano induriti dalla battaglia e dalla lotta, ma erano nativi della
Britannia, a differenza degli altri. Nessuno dei due gruppi sapeva dell’esistenza
dell’altro.
Ciò sarebbe cambiato.
L’uomo che l’avrebbe cambiato ignorava felicemente tutti e due. Felimid, giunto
come uno straniero al villaggio del Kent nel quale si trovava, era un ospite
gradito. La gente del luogo era della Britannia, non sassone o iuta; si era
assicurato di ciò prima di entrare lì.
Quella notte era la vigilia di Beltane. Per tutta la Britannia e l’Irlanda i fuochi
ardevano: era un vivo luccicare arancione nell’oscurità. Con l’azzurro dell’alba, la
gente condusse al pascolo il bestiame attraverso i fuochi, brandendo rami pieni di
foglie e gridando. Gli animali muggivano forte, seguendo l’odore di pelo
bruciacchiato proveniente dalle loro zampe, scalciando e affondando nel fango,
con le coma che spargevano faville. La gente elevava lodi al loro Signore il Sole.
Ballavano intorno ai fuochi e si lavavano estaticamente nella rugiada.
Felimid si muoveva tra di loro. Indossava un gonnellino di morbida pelle di
cerbiatta, e il suo corpo per contrasto riluceva bianco come una betulla alla sua
prima esposizione nell’autunno. Le corde dorate della sua arpa tesserono una
trama che si propagò in un suono finemente costruito con la loro antica struttura;
le dita correvano su di esse come delle spole. Cantò.

La vita ritorna con il mio Signore il Sole mentre i teneri Venti di Maggio
[soffiano,
Mentre mille rigagnoli e ruscelli di montagna scorrono bianchi per la neve
che
[si scioglie,
E l’orso si risveglia dalla sua morte invernale con movenze intontite e lente
Nella foresta piena di odori di cose che iniziano a crescere…
Degli alberi rivivono con lui mentre la chiara linfa si affretta e fluisce…
Ma non può vedere ciò che il Druido vede, o sapere ciò che il Druido sa.

I cupi e insaziabili Romani, che schiacciavano e distruggevano,


Che succhiavano il bene dalle loro conquiste finché nulla veniva lasciato se
[non la scorza,
Osservarono come i Druidi li combattevano, e uccisero tutti quelli che
[riuscirono a trovare.
Dissero: «Il culto è finito», in relazioni che scrissero e firmarono,
(Trafiggi la nebbia del mattino con una lancia… descrivi l’alba a un cieco!)
Ma le aquile sono partite dalla Britannia e hanno lasciato dietro di loro i
[Druidi.

La vita ritorna con il mio Signore il Sole nel periodo più bello dell’anno;
La vita ritorna, come le risate, per scacciare una paura a lungo repressa,
Mentre il sangue scorre caldo, esultando, la passione è dieci volte più
vigorosa,
E durante le notti di aprile le cataste di legna da ardere crescono
In ogni villaggio e fattoria, mentre la vigilia di Beltane si avvicina.
I Druidi aspettano un’antica Parola che solo loro possono udire.

Ceste di focacce d’avena furono portate tra i danzatori. Ogni donna del villaggio
ne prese una, alla cieca. Una focaccia era stata bruciata fino a diventare nera.
Chiunque la prendeva era la “Carlina”, e la gente la evitava per tre giorni; si
trattava della forma addolcita di un rito più oscuro. Un tempo sarebbe stata
sacrificata al Sole, ma da allora erano venuti e se ne erano andati i Romani, e poi
erano venuti gli Adoratori della Croce… che decisamente non se ne erano andati,
perché la loro forza stava crescendo. Così la parte della “Carlina” era stata ridotta
a quella di una sorta di capro espiatorio, lì nell’Est. Lontano, nella Britannia del
Nord e dell’Ovest, le vecchie usanze venivano ancora rispettate.
La “Carlina” quell’anno era una ragazza giovane con una macchia viola grande
come una mano che le sfigurava il viso. Una cosa maledetta. Quando la vide,
Felimid immaginò che la sorte non era stata così imparziale come sembrava; la
focaccia nera era stata in qualche modo obbligata ad andare nella sua direzione.
Fu condotta controsole vicino a un fuoco, e fu fatto in modo che lo saltasse, con
le gonne che volteggiavano. Il bardo provò una fitta di simpatia per la ragazza
quando lei scappò dal villaggio tra una gragnuola di bastoni, ossa e zolle. Dopo
tre giorni, sarebbe potuta ritornare. Come sarebbe vissuta nel frattempo,
dipendeva da lei. Non poteva sentirlo ma, nondimeno, Felimid le cantò un
incoraggiamento.

La libertà viene con il mio Signore il Sole per coloro che osano essere liberi,
Quando la fredda e grigia stretta dell’inverno si allenta dalla terra e
[dall’albero:
Non devono più gelare o morire di fame, coloro che non hanno compagnia!
Il legame del branco è rotto, il lupo corre solitario e,
Non più stretta al sonnolento sciame, rimane intorpidita l’ape ambra…
Gli uomini devono continuare a stringersi l’uno all’altro? E dev’essere così per
[te?

La sua bocca fece una smorfia. Riconobbe una certa fatuità nella domanda. Per la
maggior parte delle persone, la risposta era sì. Incluso se stesso. Sebbene avesse
più scelta della maggior parte delle persone riguardo a dove stare e con chi, il suo
modo di fare era quasi quello tipico di un recluso. Perché restava lì, se non per la
compagnia?
Il momento di riflessione svanì. Si gettò nella Danza di Maggio con gli abitanti
del villaggio, dei quali un paio erano delle donne abbastanza carine da
interessarlo. Anche loro avevano solo occhi per il bardo sconosciuto.
La danza ebbe il suo corso. Finì con una ventina circa di coppie appaiate con
reciproco diletto che si sparpagliavano in cerca di intimità. Felimid corse su per le
salite ondulate mano nella mano con una vivace ragazza castana che le ricordava
Regan. Gli occhi di lei sfrecciavano in giro in cerca del primo nascondiglio
coperto di trifoglio che sembrasse asciutto. Avendone trovato uno, ci si buttarono
dentro, senza sguardi timidi o mormorii imbarazzati. Il suo nome era Linnet,
come l’uccello. La sua gonna si era impigliata nel gonnellino di pelle di capriolo
di lui, come se gli indumenti cercassero di imitare chi li indossava. Passato il
primo piacere, lei disse con aria sognante: «Sei lontano da casa, e solo al mondo.
Puoi restare?»
«Potrei, ma non te lo auguro. Un mio nemico può trovarsi da qualche parte qui
in giro. È terribile e, se mi trova, non risparmierà chiunque sia con me. Ecco
com’è la situazione, Linnet».
Il legame del branco è rotto, il lupo corre solitario…
Lei non gli credette. Pensò che stava inventando delle bugie come scusa per
lasciarla rapidamente, ma decise di non dirglielo. Ciò che veniva fatto a Beltane
aveva poco a che fare con il resto dell’anno.
«Che cos’è?», chiese la ragazza all’improvviso.
La mano di Felimid tra le sue scapole la premette contro la terra calda. «Stai giù»,
l’ammonì.
Strisciarono sul ventre fino al limite del nascondiglio. Dieci uomini a cavallo
passarono loro vicini in modo sconcertante, con il debole tintinnio dei finimenti e
il tonfo degli zoccoli sulle zolle che Linnet aveva sentito. Lei impallidì alla loro
vista. Persino Felimid, che aveva più esperienza di cose sconosciute, ne fu
sorpreso.
Il loro capo era abbastanza comune. Barbuto e con la pelle olivastra, vestiva
pantaloni larghi, stivali di pelle lussuosi ma logori, e una tunica ricamata ma
sfilacciata. Ricchezza e posizione malconce erano ravvisabili nell’epitome del
Cavaliere.
I nove che cavalcavano guardinghi dietro di lui facevano paura. Il vento soffiava
da loro verso Felimid; lui colse una zaffata maleodorante dei loro corti corpi
tozzi. Con le facce schiacciate, gli occhi vicini e la pelle color zafferano,
indossavano tutti delle tuniche, cappelli e calzature di pelle ingrassata o pellicce.
Uno di loro, che cavalcava vicino al capo barbuto, aveva un giubbetto di seta
chiara sotto quella pelle. Le loro armi erano archi ricurvi, corte sciabole e lunghe
lance. Il bardo non aveva mai visto uomini simili prima di allora. Ne fu contento.
«Sono spiriti maligni!», disse Linnet. «Spiriti provenienti da Annwn - cioè
l’Inferno - venuti a renderci schiavi! O a mangiarci! Felimid, scappiamo!».
«No: ci vedrebbero e ci calpesterebbero con i cavalli. E non sono spiriti maligni,
o nemmeno mezzi-spiriti. Io so quelli che aspetto hanno: questi sono una specie
di uomini».
«A me sembrano di una specie assassina, spiriti o no».
«Questo non lo negherò mai. Restiamo in silenzio a osservare».
Lei rimase distesa ma, comunque, non in silenzio. «Quello che li guida… è lui
quel nemico di cui parlavi?»
«No. Quello viaggia a piedi, e senza compagnia. Questi sono tutti sconosciuti per
me».
E se il mio desiderio sarà esaudito, rimarranno così. Ma il mio cavallo si trova in
quel villaggio laggiù e, se lo perdo, Tosti avrà la meglio su di me. Non è giusto,
e gli Dei non mi amano.
Linnet continuò a pensare agli sconosciuti come a degli spiriti, senza curarsi di
ciò che aveva detto Felimid. Cercò di raggomitolarsi a terra, e pregò che non la
trovassero.
Sebbene il suo villaggio fosse britannico, si trovava in un territorio conteso.
Cinque anni prima avevano pagato un tributo al Re Oisc e lo avevano chiamato
padrone, in cambio della pace. Ma quella situazione non avrebbe potuto durare.
Quando i nuovi arrivati Iuti e Sassoni si erano diretti a ovest, avevano bruciato il
villaggio e resi schiavi i suoi abitanti ma, quando una loro grande schiera
radunata sotto Aelle dei Sassoni del Sud era scesa per essere sconfitta a Badon,
l’avanzata dei barbari si era fermata ed era persino arretrata. Al momento, erano
case degli Iuti che vomitavano fuoco e scintille alle stelle attraverso i tetti in rovina.
Il villaggio di Linnet doveva attendere ancora un po’ per essere libero, il che
voleva dire, in effetti, che invece di temere solo gli uomini del Re Oisc, doveva
temere tutti.
Gli abitanti del villaggio stavano correndo come formiche disturbate. Sorridendo
con aria assetata di sangue, uno degli uomini tozzi allungò la mano verso la
faretra. Il capo pronunciò un secco comando e il tipo lasciò cadere la sua mano
di malagrazia posandola sull’elsa della propria sciabola. I dieci sconosciuti
continuarono a cavalcare allo stesso passo senza fretta.
I cancelli del villaggio si chiusero con un tonfo, lasciando fuori un po’ della gente
di Linnet. Questi graffiarono gridando le assi di legno finché le loro mani non
sanguinarono, impazziti per la convinzione che la morte fosse sopra di loro. I
cancelli rimasero chiusi. La gente intrappolata si ritrasse davanti agli uomini a
cavallo, che la ignorarono, con suo grande stupore ma immenso sollievo.
«Che il capo di questo mucchio di letame venga ai bastioni e parli!», gridò il
capo. «Loquerisne Latine? Va a vostro onore riceverci come ospiti per la notte!
Aprite i cancelli e fateci entrare, prima che perda la pazienza!».
Felimid conosceva il latino. Non gli piaceva molto quello che udiva. Di sicuro
suonava meglio di una frase col tempo al passato, ma lui non aveva intenzione di
accettare la resa. Loro si consideravano ancora con delle possibilità. Le parole
costavano poco.
Anche il capo del villaggio la pensò così. «Noi non accogliamo banditi», disse
tremando. «Andate per la vostra strada o risponderete alla giustizia del Conte
Artorius!».
Cinque anni prima, avrebbe detto «a Re Oisc». Ora doveva appellarsi al Conte
della Britannia, l’ultimo simbolo dell’autorità romana, che probabilmente non
sapeva che quel villaggio esisteva e, in ogni caso, non era reperibile nel giro di un
centinaio di miglia.
Il capo dei nuovi arrivati sembrava saperlo. Si chinò all’indietro sulla sella della sua
cavalla grigia e ruggì.
«Banditi? Pazzo! Noi siamo pellegrini, impegnati in una missione santa! Io sono
Sergius di Arles, e questi uomini proteggono la mia persona!
Aprite i vostri cancelli subito! Se rifiutate, essi uccideranno questa gente qui fuori,
e poi appiccheranno il fuoco ai vostri tetti con frecce infiammate. Scaleranno la
vostra ridicola palizzata e vi uccideranno tutti fino al bambino più piccolo. Pensate
che nove uomini non possano fare tutto questo? Lasciate che vi dica che questi
sono Bulgari… o, se non conoscete questa parola. Unni! Sentito? Unni! Vi
assicuro: potrebbero farvi fuori anche se fossero solo in cinque! Non dite altre
sciocchezze. Aprite subito i vostri cancelli, o la verità delle mie parole sarà presto
dimostrata».
Gli abitanti del villaggio guardarono i dieci duri uomini a cavallo, ascoltarono la
loro gente che li supplicava ai cancelli, considerarono l’inadeguatezza dei loro
bastioni, e obbedirono.
I dieci entrarono a cavallo con un forte rumore di zoccoli e un tintinnio di
metallo. Quelli fuori delle mura attendevano per vedere se la resa avrebbe portato
solo una carneficina, ma non fu così, o non immediatamente. Allora anche loro
rientrarono furtivamente per la paura. Nascosto nel fianco della collina vicina,
Felimid ricominciò a respirare e si riannodò il morbido gonnellino di pelle di
capriolo intorno alle anche.
«Vieni», disse. «È meglio che scendiamo».
Linnet fece resistenza. «Ho paura!».
«Hai ragione. Anch’io ho una certa paura. Ma stanotte avrei più paura a dormire
fuori su questi declivi. Il mio nemico potrebbe arrivare, e ti dico che preferirei
fronteggiare tutte e dieci quelle bellezze laggiù piuttosto che lui! Inoltre… se entra
nel villaggio per cercarmi, quelli e lui potrebbero uccidersi l’un l’altro, e ciò
sarebbe troppo bello. Se non accadrà, ho nella mia arpa un incantesimo che può
calmarli, se diventano nervosi. Ma lasciargli il mio cavallo no, questo non lo farò».
Allora Linnet andò con lui, ma rabbrividì mentre passavano tra i cancelli del
villaggio, sotto gli occhi a fessura dei Bulgari. Sembravano anche più brutti visti
da vicino. Avevano dei radi baffi spioventi e una serie di cicatrici a forma di
mezzaluna sulle guance. Il fatto che non avessero la barba a causa del tessuto
cicatrizzato o se si adornavano di cicatrici per compensare la mancanza di barba,
Felimid non si curò di appurarlo. Ma non c’era un tratto degli occhi, delle
orecchie o del naso, che non fosse abominevole.
Per contro, Sergius era di bell’aspetto. Capelli neri ricci, pelle olivastra, naso dritto
e una bocca piena e ferma, tutto contribuiva a renderlo tale, eppure l’effetto
complessivo era rovinato da qualche cosa. Per Felimid aveva l’aspetto di un uomo
senza immaginazione o capacità di comprensione, ma era dotato di forza di
carattere in abbondanza. Non era consigliabile sottovalutarlo.
L’uomo vide Felimid e notò che era armato. Nemmeno per andare a fare l’amore
a Beltane, Felimid avrebbe messo da parte la sua arma, quando aveva ragione di
pensare che Tosti Fenrir poteva essere vicino. Gli occhi di Sergius si strinsero.
«Tu, lì! Consegna la tua arma», ordinò.
Il bardo voltò la testa e guardò i due archi bulgari tesi fino alle orecchie.
Consegnò la propria arma. Sergius esaminò pensieroso il pomello d’argento dalla
forma di una testa di gatto con un ghigno ringhiarne, le impugnature di corno
incise con un motivo intrecciato così che non sarebbero sfuggite a una mano
sudata, e le else d’acciaio ricurve adorne di intricate spirali di filo d’argento. Quasi
sfilò a metà la lama. Più sottile della maggior parte delle spade di quel tempo
(perché Kincaid non aveva bisogno di molto peso nello sferrare un colpo dato
per ferire), di colore blu e lucida come uno specchio, portava incise delle parole
in strani caratteri pagani. O tali Sergius pensò che fossero.
«Questa dove l’hai rubata?»
Come spesso in precedenza, la lingua di Felimid tradì il suo pensiero. «Disse la
brocca al bricco: come sei ammaccata e sporca».
Sergius lo colpì sul viso con il dorso della mano. Felimid impallidì e cominciò a
tremare. Se Sergius se ne accorse, dovette credere che fosse per la paura.
«Non mi piace l’insolenza», disse Sergius. «Ricordalo».
«Grande Signore», disse il capo del villaggio piagnucolando, «abbi
misericordia…».
«Stai buono, vecchio sciocco… vecchio satiro. Credi che non abbia occhi, e che
non abbia visto a cosa era intenta la tua feccia, mentre si avvicinava? Riti pagani e
cerimonie per il piacere del Demonio! Nelle mie terre in Aquitania, io impicco i
contadini che partecipano a tali cose. Se vuoi avere la mia pietà, parla solo
quando ti si rivolge la parola».
Il capo si inchinò e si ritirò. Trecento anni di Pax Romana, e poi un secolo di
sangue e di caos, avevano tolto il coraggio di lottare a quella gente che le Legioni
avevano un tempo protetto e tassato. Gli uomini del villaggio erano quasi tre volte
il numero dei Bulgari di Sergius, ma potevano combatterli non più di quanto
venticinque pecore possano battersi con nove lupi. Il bardo lo capì. Sarebbe stato
inutile alzarsi e spingerli a resistere. Suppose di essere fortunato a non giacere
trapassato dalle frecce.
Uno dei Bulgari era già andato a compiere delle razzie. Gridò per la contentezza,
giunto nella capanna che era servita come stalla per il cavallo grigio di Felimid.
L’animale indietreggiava e batteva le zampe mentre il tozzo tagliagole lo
conduceva via. Non gli piaceva.
«È tuo?», domandò Sergius. «Naturale. Chi potrebbe avere in questo mucchio di
tuguri un tale animale? Il furto ha reso bene da queste parti, ultimamente. Lo
vedo».
«Signore», disse Felimid, trattenendo la risposta che gli saltava, balzava,
volteggiava in modo quasi irresistibile nella mente, «potrei chiederti cosa ti porta
qui?»
«Un santo pellegrinaggio. Alcuni miei antenati hanno vissuto in Britannia dai
primi giorni in cui era una Provincia romana. Erano per lo più mercanti e
commercianti. Due, fratello e sorella, seguirono il Beato Albanius come discepoli,
e come lui divennero martiri della Fede. Furono sepolti in modo decente in una
villa da qualche parte su queste colline, del tutto contro la legge del loro tempo, e
ora sono stati riconosciuti come santi di Dio. È un grande onore per la mia
famiglia. Sarebbe una degna azione portare via le loro ossa da quest’isola, ora
messa in pericolo da pagani e demoni. Possono essere riveriti come reliquie ad
Arles. Ho qualche informazione, e spero che Dio mi guiderà».
Raccontare storie era il mestiere di Felimid. Riconosceva un racconto ripetuto a
memoria quando lo udiva. Questo non lo rendeva necessariamente una bugia;
forse era solo il fatto che Sergius lo aveva detto ripetutamente, finché gli aveva
fatto dei solchi nella lingua. Ma perché dirlo al bardo? Perché non dire
brevemente che le ragioni non lo riguardavano? Dato un uomo così deciso,
sembrava la risposta più probabile. A meno che non fosse diventata per lui
un’abitudine raccontare la storia ad ogni occasione, per promuovere la fede.
Se ci lavorava così accanitamente, doveva essere una bugia. Felimid pensò che
Sergius fosse venuto in Britannia in cerca di qualcosa. I suoi nove assassini
dovevano aiutarlo a sorvegliarla, una volta che l’avesse trovata. Non ossa sante,
però… e nessun reliquiario ad Arles l’avrebbe mai accolta.
Non che a Felimid importasse, a meno che la ricerca gli arrecasse del dolore.
2

Sergius non lasciava che il bardo gli sfuggisse dalla vista. Lo giudicava
giustamente l’unico uomo dotato di risorse e iniziative nel villaggio, nonché uno
che poteva creare dei guai. Se ne sarebbe liberato uccidendolo se il bardo non
fosse stato un vagabondo, un portatore di notizie che aveva qualche familiarità con
quelle parti. Avrebbe potuto persino aver udito qualcosa della villa in rovina che
Sergius stava cercando.
«Ce ne sono molte su queste colline», disse Felimid. «Il Kent aveva più ville di
qualsiasi altra parte della Britannia, un tempo. Dove sono ora? Tutte bruciate o
abbandonate. L’erba cresce sulle loro fondamenta, e lì vicino quei bifolchi dei
Sassoni fanno mangiare i maiali: rimangono poche tracce della maggior parte di
esse. Non hai una mappa, Signore?»
«Nessuna mappa», rispose il greco asciutto. «Ce n’era una, credo, ma è andata
perduta prima che io nascessi. L’informazione che ho è scritta. Ho assoldato un
mascalzone a Londra, fiducioso che su quella base mi avrebbe potuto portare nel
posto giusto: era troppo fiducioso, dato che ha sbagliato. Ne sono stato sicuro
dopo pochi giorni infruttuosi in cui mi aveva condotto troppo lontano verso
ovest».
«E ora sembra che ti manchi una guida».
«Ero arrabbiato», disse Sergius. «Spero che i corvi ne traggano più gioia di
quanta ne abbia tratta io. Prendi nota e fai attenzione a non mentirmi, arpista!
Bene. La villa in questione era grande e prospera persino per il Kent: si trattava
della proprietà di campagna di un ricco signore. Lasciò la coltivazione ai suoi
affittuari. Lui non era un contadino britannico, ti dirò, ma un ricco proprietario
romano. Nella sua casa ci deve essere più di quello che hai descritto. Mura che
ancora stanno in piedi, cantine intatte… e c’era un pavimento in mosaico che
mostrava Europa portata via dal toro. Questo potrebbe essere rimasto. Lo scritto
del mio antenato mostra che era ben costruito. “Meno di cinque miglia dalla
strada che collega Londinium a Novio Magus”: queste sono le sue parole».
«Allora la tua guida ti ha veramente portato fuori strada, perché in questo
momento sei a quasi dieci miglia a ovest di quella strada. Gli scritti non
forniscono alcuna indicazione?»
«La pergamena è vecchia e rovinata. Parole e frasi sono illeggibili».
«E la mappa è andata perduta? Che peccato!», disse Felimid animatamente, come
se gli importasse. «Ma un signore, un uomo d’affari, non avrebbe scelto di vivere
vicino a Londra, che era il centro di ogni commercio britannico? E lo è ancora,
da quello che sento. Se fossi in te, tenterei più a est e a nord. Signore. Di che si
occupavano i tuoi antenati?»
«Di piombo e bocche chiuse», rispose Sergius. «Questo è utile, ma lo avevo quasi
supposto da solo. Non c’è altro che sai dire?».
Felimid aggrottò la fronte, pensando - ne era ben consapevole - alla propria vita.
Se pretendeva di sapere troppo poco, Sergius avrebbe deciso che lui era inutile; se
invece avesse dato a intendere di sapere troppo, si sarebbe accorto che stava
mentendo.
Per cui disse: «In realtà io sono passato accanto a una villa del genere sei mesi fa,
mentre mi recavo a Thanet. C’erano mura di pietra annerite dal fuoco e i resti di
mattonelle rotte coprivano i pavimenti. Ma non ricordo un pavimento che
rappresentasse un toro.
Dalla divisione dei campi, che si vede ancora sebbene siano rimasti incolti a
lungo, dev’essere stata una grande proprietà, come dici tu… ma penso che fosse
troppo a est».
«Tu ci guiderai là, e vedremo».
«Signore, che sia così. Ma ora il Kent è tenuto dagli Iuti sotto Re Oisc. Non
amano gli estranei. Persino la gente comune ha lance e asce sempre a portata di
mano, e sono forti combattenti. Anche i loro cani sono feroci».
«L’ho sentito dire, ma ultimamente hanno avuto i loro guai, e non sono né
cavalieri né arcieri. I miei Bulgari sono entrambe le cose da quando sono nati e,
per quanto riguarda il fatto di essere forti combattenti, chiedi di loro in Tracia!
Chiedi a quelli che presidiano i forti lungo il Danubio!».
Una ragazzina gridò mentre usciva correndo da dietro una capanna. Un Bulgaro
ghignante la prese, la colpì sulla testa avanti e indietro con un palmo duro come
pietra e la trascinò verso l’ombra. Il fratello di lei osò obiettare. All’istante il
Bulgaro gli fece scivolare un pezzo di lama curva attraverso le viscere, i polmoni e
il cuore. Il giovane cadde morto. La sorella si gettò su di lui, e le sue urla si
alzarono a un livello di orrore, piene di dolore.
«Se lo contrasterai, ti servirà allo stesso modo», disse Sergius al bardo, stravolto
dall’orrore.
«È un… devoto gruppo di pellegrini quello che conduci».
Sergius si strinse nelle spalle. «Sono pagani, e gli abitanti del villaggio sono anche
loro quasi dei pagani. Non importa quello che si fanno a vicenda. Io sono venuto
per portare le sante ossa in un giusto luogo di riposo. Senza i Bulgari, non sarei
potuto arrivare fin qui vivo».
«Ti puoi fidare che non ti uccidano?», chiese Felimid, con una certa speranza in
mente.
«Sono uomini a me fedeli, legati da un giuramento di sangue. Per un bulgaro,
questo è un legame indissolubile. Li ho messi alla prova in luoghi ben diversi da
questo. No: erano diciassette quando siamo partiti, e otto sono caduti lungo la
strada non certo per delle sciocchezze. Quelli rimasti non hanno vacillato».
Felimid si rilassò visibilmente. Era disarmato, dopotutto. Ma nella sua mente fece
un giuramento di sangue, mentre le urla della bambina echeggiavano nella notte.

I Bulgari sedevano intorno a un grande fuoco, ora ridotto a rosse braci. Avevano
divorato la riserva di combustibile del villaggio e parti di parecchie capanne. Un
bue che la gente non era riuscita a salvare era stato arrostito. Le facce dei Bulgari
luccicavano di grasso e contentezza. erano dell’umore giusto per una canzone, e
fecero capire al bardo che, se non li accontentava, forse avrebbero arrostito anche
lui.
Felimid si allontanò dal fuoco con il pretesto di andare a prendere la sua arpa.
Era l’opportunità che aveva aspettato. Nelle ombre amichevoli, afferrò il capo del
villaggio per un braccio e gli disse piano: «Passa parola alla tua gente che,
quando suonerò, si allontani dal fuoco e si tappi le orecchie. Come bardo di
potere, ti dico che, se non lo faranno, sarà la loro rovina. Ma, se lo faranno,
restituirò loro il villaggio».
Ritornò al fuoco, cullando l’arpa “Cantore Dorato” tra le braccia. Ne sentì il
mormorio, da anima ad anima, e c’era uno sguardo strano nei suoi occhi verdi.
Ma la domanda che pose a Sergius era il più possibile comune.
«Conoscono il latino?»
«Nessuno. Kugal storpia malamente il greco, ma è l’unico… e del loro abbaiare
da lupo conosco solo qualche verso».
«Allora dovrai far capire il senso a lui, e lui a loro».
Felimid conosceva poco che potesse interessare a Unni dalle mani insanguinate, o
persino ciò che si potrebbe chiamare musica, ma aveva cantato agli Iuti della
sventura di Sigfrid Fafnir. Sapeva come il regno di Borgogna fosse stato invaso
dagli Unni sotto Attila, ottant’anni prima, e con quello sperava di solleticare il
loro orgoglio.
Allargò la storia fino alla conquista di tutte le tribù germaniche e alla rottura delle
frontiere settentrionali di Roma (non sapeva nulla dei fallimenti degli Unni a
Chalons e a Nedao, ma non ne avrebbe neanche fatto menzione). Kugal si
raddrizzò a sufficienza per far cenno di sì col capo.
Gli abitanti del villaggio si allontanarono furtivamente dalla vista e dall’udito,
pochi alla volta.
Ora!
L’arpa magica poteva produrre tre melodie; una per far ridere, una per far
piangere, e una terza per far dormire. Avrebbe potuto suonare per far
addormentare quegli uomini, ma sarebbe stata una gentilezza che non aveva
voglia di elargire; e non c’era nemmeno molto per cui ridere nella sua anima in
quel momento. Si sedette quindi vicino al fuoco, e suonò per provocare il pianto.
Cominciò dolcemente, molto dolcemente. Le corde dell’arpa emisero un sospiro,
un leggero suono malinconico. Incantava con la sua tristezza, faceva venire a un
uomo dei pensieri malinconici e li conservava. Poi, senza alcun avvertimento, ti
avvinceva e ti teneva stretto con l’angoscia. Sebbene Felimid non si fosse mosso
da dove era seduto, era andato in qualche luogo distante e appartato. Era immune
a quello che faceva.
I Bulgari rabbrividirono e capirono di non essere niente. I loro padri avevano
cavalcato in tutto il mondo. Dal Caspio al Baltico, gli Unni erano stati i padroni
assoluti. E adesso cos’erano? Dove erano? Era questa la paura: ossia che chi era
potente e terribile poteva essere abbattuto nella polvere come uno schiavo.
Le numerose vittime di Kugal singhiozzavano e si lamentavano nella sua mente.
Lui era loro, e loro erano lui. Un dolore forte e opprimente e la disperazione lo
coprirono come un manto. Senza pensarci, con un atto indegno della virilità, si
mise a piagnucolare chino sulla pancia.
Il sorriso di Felimid era crudele. Girò a grandi passi intorno al fuoco, emettendo
dolore dalle corde dorate. La sofferenza, come Kugal, aveva catturato anche gli
altri. Perfino Sergius aveva premuto la faccia a terra, contorcendosi lentamente, e
piagnucolava. Il suo cervello era scosso. I suoi nervi doloranti.
I Bulgari avevano sempre le loro armi a portata di mano. Mentre camminava,
Felimid mandò con dei calci tra i tizzoni ardenti i loro archi, le loro faretre, e le
loro lance. Le armi fecero fumo per poco tempo, poi si alzarono delle fiamme
gialle e iniziò il loro pasto.
La melodia dell’arpa non aveva alcuna sosta. A volte urlava forte, Mentre altre
volte si lamentava piano, e alla fine cessò, ma senza mai fermarsi.
Felimid fece un altro giro intorno al fuoco. I Bulgari non opposero resistenza
mentre lui prendeva le loro sciabole e gettava anche quelle sulla pila ardente. Il
legno e la pelle delle impugnature cominciarono a bruciacchiare. Le lame erano
troppo calde per poterle toccare e il loro filo era rovinato quando i Bulgari si
ripresero dal loro abisso di dolore. Alla fine, il bardo slacciò dalla cintura di
Sergius l’arma che gli era stata rubata. Il greco brancicò debolmente verso di lui
con le mani bagnate di lacrime.
Sonno, risate, e dolore! Che dormano per sempre: che Arawan rida quando li
accoglierà nella Casa del Freddo, che il loro dolore sia duraturo. Gli abitanti del
villaggio si sarebbero occupati di loro, ora che erano inoffensivi.
Felimid sellò e mise la briglia al cavallo grigio. Non desiderava restare ancora. Il
nemico che lo aspettava era spaventoso, ma lui era un individuo, non una folla
delirante come gli abitanti del villaggio potevano diventare quando la loro paura
si affievoliva un poco. La loro sete di sangue poteva includere tutti gli stranieri, e
perfino - o forse specialmente - il loro salvatore.
E forse, dopotutto, Tosti poteva essere da qualche parte lì intorno. In tre notti
non c’era stato alcun segno di lui. Ciononostante, il bardo prese la spada Kinkaid,
e si appoggiò ai garresi del cavallo grigio mentre cavalcava in avanti con la vuota
spossatezza che era il prezzo da pagare per la magia. Gli abitanti del villaggio lo
guardarono andare via, mentre il timore per quello che aveva fatto gli restava
attaccato come un manto fatto di oscurità.
Poi si ripresero.
Ora era il momento in cui l’odio poteva correre liberamente.
3

Un feroce ululato si diffuse per le colline. Felimid, che in quel momento si


trovava a due o tre miglia dal villaggio, si sentì gelare e accapponare la pelle,
nonostante fosse una notte mite. Non si trattava di un lupo qualunque.
Tosti Fenrir era sulle sue tracce.
Non tentò nemmeno di credere che avesse sentito un lupo comune o naturale. Il
suo cavallo grigio, il cavallo da guerra addestrato che proveniva dalle scuderie del
Re Agloval, a quel suono sbuffò spaventato e accelerò il passo rompendo in una
corsa. Felimid tirò bruscamente le redini. Non serviva a nulla correre. Niente a
quattro zampe poteva distanziare un uomo-lupo e uguagliare la sua resistenza.
Felimid lanciò in aria la spada di Ogma, che rifletté un balenìo del chiarore
stellare sul metallo mentre roteava. L’arma si girò, discese, e l’impugnatura di
corno di cervo si infilò proprio nel palmo di Felimid quando l’afferrò. Questa era
la sua speranza. Nessuna melodia dell’arpa poteva ostacolare o fermare Tosti, ma
l’argento della lama ne faceva un’arma potente. Il pomo a testa di gatto era
d’argento, così come le iscrizioni che correvano lungo la lama lavorata in maniera
eccellente. Da un lato queste dicevano: «Sono stata costruita dalla mano di
Goibniu per la mano di Ogma», e dall’altro: «Vedete che uccido quelli che
bisogna uccidere, voi che mi brandite».
Il lupo ululò nuovamente, bramoso e da distanza ravvicinata. Non gli era rimasto
nulla di umano, se non l’odio e la determinazione.
Il cavallo grigio morse il freno e si imbizzarrì. Questa volta Felimid non tentò di
trattenerlo. Si sarebbe ribellato, avrebbe dato sgroppate e si sarebbe girato nella
smania di liberarsi dei suoi legami e correre libero, lontano. Come tutti gli
animali, poteva percepire la magia.
Puntini di fuoco freddo al di sopra, erba grezza sotto. Un rullìo di colpi sordi di
zoccoli e una indistinta ondulazione del terreno verso est. Un gruppo di persone
e un disperato stiramento dei muscoli. La mano sulla spada e un volgere continuo
degli occhi.
Poi Tosti fu lì, con il mantello irsuto, bianco come il gelo più intenso, gli occhi
pallidi come l’acqua in un piatto, brillanti e pieni d’odio. Il suo labbro era
increspato in un ghigno mortale, triste, dietro i denti capaci di rompere le ossa.
Venne muovendosi a lunghi passi, con un’andatura vacillante, poggiando solo
leggermente la zampa anteriore destra a terra. Era enorme: sembrava quasi grosso
come un cavallo. Il suo piede zoppo non lo ostacolava in maniera percettibile. Si
precipitò…
La spada luminosa di Felimid lampeggiò terrorizzando il lupo. Il quale scivolò di
fianco, inafferrabile come le luci di un acquitrino.
Uccidi! Stacca con un morso quella mano! Abbatti il cavallo!
Si scagliò in avanti da dietro per dare un morso che non andò a segno. Girandosi
di fianco, Felimid lo colpì di rovescio. Di nuovo vi fu il bagliore vivo del metallo,
più crudele per Tosti di qualsiasi sguardo diretto al centro del Sole. Era indenne,
ma la semplice vicinanza dell’argento causava ai suoi nervi ferini una intollerante
paura a cui non poteva resistere. Si ritirò una seconda volta.
E ritornò.
Ancora, e ancora, e ancora…
Il cavallo si mise a correre, accecato dal proprio abissale terrore. Felimid non si
preoccupò affatto di lui. Niente importava ad eccezione del lupo, quel lupo
ringhioso e veloce che indietreggiava più volte davanti alla sua svelta mano
armata, ma che ritornava sempre. Era come un incubo in cui si respinge
costantemente una cosa che non può essere fermata.
Quando Felimid tentò di andare a segno, il lupo non era più lì. Instancabile e
ostinato, saltellava avanti e indietro come uno dei bianchi cani da caccia di Arawn.
Il suo colore aiutava il bardo a tenerlo a bada: era facile da vedere, ma si muoveva
come una fiamma, un’ombra, come un fantasma che non poteva essere toccato, e
Felimid comprese che se il suo cavallo terrorizzato fosse caduto o se lui fosse stato
gettato a terra, sarebbe stata la fine.
Felimid ansimò e rabbrividì nello sforzo di difendersi; il lupo era infuriato per il
continuo fallimento dei suoi attacchi.
Lacera la gola del cavallo! Fai uscire il sangue caldo! Abbattilo urlando… quel
cane con la luminosa spada che fa male. Fallo cadere!
Quella brama non fu mai appagata; era pura follia. La spada di Ogma si alzava e
roteava in una danza continua, e la mano di Felimid non rallentò mai, sebbene
fosse passata da molto la mezzanotte e le stelle stessero impallidendo nell’alba che
si avvicinava. Se il lupo non avesse gettato presto a terra il suo nemico, la luce del
sole l’avrebbe fatto ritrasformare. Sarebbe stato umano allora, nudo e indifeso. No!
La creatura ululò una furiosa protesta contro il cielo.
Si lanciò per azzannare una delle zampe anteriori del cavallo grigio, per romperla
con le sue forti mascelle. Gli occhi di Felimid e la spada guizzarono verso il
basso, ma uno zoccolo ferrato colpì prima la bestia, per caso. Il lupo sbatté la
testa sulla coda. Felimid vide il suo cranio rotto. Avrebbe potuto giurare di averlo
visto balzare in piedi, con il cranio fracassato e tutto il resto - il cervello, le ossa e
la cotenna - che si riaggiustavano in pochi istanti fluendo insieme… e doveva
averlo visto davvero, perché quasi immediatamente il lupo ritornò. Non era
visibile alcuna ferita.
Quando un uomo-lupo si ritrasforma in uomo, può essere ucciso da qualsiasi
cosa ucciderebbe una donna o un uomo normale. Quando è nella forma di lupo
niente può ucciderlo, ad eccezione dell’argento.
Felimid continuò a colpire incessantemente. Il dolore alla schiena era forte e cupo,
e ogni giuntura della mano che teneva l’arma era infiammata, come il braccio e la
spalla. I polmoni gli dolevano, le gambe gli facevano male. Ansimante e con la
spuma alla bocca, la povera bestia che cavalcava era sul punto di crollare. Aveva
cavalcato e girato sempre, senza alcun vantaggio. E il cielo che si andava
rischiarando era di fronte a lui.
Il mostro stava radunando il branco di lupi, che spingeva verso est; qualche
residuo della furbizia umana doveva ancora condizionare il suo cervello da bestia.
Dovevano certamente trovarsi nelle terre di proprietà del Re Oisc. Felimid odiava
raramente, ma ora odiava Tosti, e lo avrebbe ucciso a costo di morire subito
dopo.
Dov’è? Lì! Qui! Infilzalo! Non è a portata di mano e sta ridendo, sta ridendo
senza emettere alcun suono. Sono morto? È questo il mio tormento nella Casa
del Freddo? Si tratta di Tosti l’uomo-lupo, o di un cane del luogo di morte di
Arawn?
Siccome le canzoni e i versi venivano a Felimid naturali come il respirare, e
siccome desiderava sfidare e cacciare, iniziò una cantilena contro l’onnipresente
forma bianca.

Il lupo è un cacciatore meritevole di carne;


Sta bene per un povero cane bastardo ringhiare e ritirarsi.
Lupo! Cagnaccio! Vieni a leccarmi i piedi!
Rovista tra i rifiuti in qualche paese desolato
O cammina come un uomo e fingi di essere celebre.
Lupo! Cagnaccio! Striscia con la pancia a terra!
Annusa intorno alla capanna di qualche schiavo terrorizzato,
Porti via un bambino e pensi di essere coraggioso!
Lupo! Cagnaccio! Fai a pezzi una tomba!

Tosti si lanciò fuori dal buio come una freccia, con una furia troppo grande
perché perfino l’argento potesse spaventarlo. Felimid non sapeva se lo guidasse la
rabbia della bestia oppure l’orgoglio ferito del guerriero di Re Oisc. Con un urlo
ansimante ed esultante, Felimid tese il braccio per dirigere l’acciaio nella rossa
gola spalancata… e in quel momento il cavallo crollò in avanti, gemendo per i
polmoni affaticati.
Il bardo volò sopra la sua testa, tenendo stretta freneticamente la spada. Era molto
meglio cadere sulla lama piuttosto che andare incontro disarmato all’attacco di
Tosti. Nessun pensiero determinato, ma il fermento durato una intera notte di
rabbia, paura e odio gli fece prendere quella decisione.
La borsa di pelle che conteneva il “Cantore Dorato” volò altrove, staccandosi dalla
sua schiena quando venne disarcionato dal cavallo. Felimid finì a terra, cadendo
con l’elasticità di un ermellino. Il colpo gli scosse l’intestino e il cervello, ma in
qualche modo rotolò e si ritrovò in piedi. L’istinto aveva tradito il lupo: si era
trattenuto dal lacerare la gola del cavallo. La carne viva più vicina era più allettante.
«Vieni!», disse ansimando Felimid. «Andiamo!».
La bestia ringhiò. Il tempo sembrò esitare, scorrere lentamente come cera che si
stesse solidificando, e il momento in cui si fronteggiarono guardandosi l’un l’altro
fu molto lungo. Mandibole che grondavano sangue, un muso corrugato con delle
nere cicatrici seghettate sulla pelliccia bianca, e occhi pallidi come il ghiaccio,
straordinari nella testa di quella bestia, specchio di un odio feroce: questo vide il
bardo.
«Andiamo!», disse nuovamente Felimid.
Dietro di lui l’orizzonte si stava rischiarando. Il primo raggio di sole vi avrebbe
lampeggiato sopra come una lancia scagliata, in qualsiasi momento. Il lupo si
fermò, desiderando nella frustrazione che lo faceva impazzire di accettare l’invito,
saltare e dilaniare. Ma la trasformazione era imminente: l’argento brillava in
maniera troppo luminosa. Fuggì.
Niente, fatto di carne normale, avrebbe potuto raggiungerlo. Felimid non tentò. Se
n’era andato. Il lupo se n’era andato, come l’acqua che svanisce tra la sabbia del
mare quando le onde rifluiscono. Il sole si alzò glorioso.
Felimid era illeso. Aveva dei lividi, un muscolo della gamba tirato, e un po’ di
dolore al calcagno e al braccio; inezie. Quando era volato via dalla sella, la sua
spada, tenuta con la punta rivolta davanti a lui, era affondata quasi fino all’elsa nel
tappeto erboso in un angolo poco profondo e, mentre Felimid era rotolato per
poi ritrovarsi in piedi, la lama era stata strappata nuovamente dal terreno. Aveva
avuto una straordinaria fortuna a non infilarla nel suo stesso corpo.
Zoppicando, cercò e trovò l’arpa, il “Cantore Dorato”. Non aveva nemmeno un
graffio. A rigor di logica, nella borsa non avrebbe dovuto trovare nient’altro che
legno frantumato e un groviglio di corde lucenti. A quel pensiero rabbrividì.
Sebbene si ritenesse che la borsa dell’arpa avesse il potere di preservare intatta
qualsiasi cosa contenesse, era un potere che Felimid preferiva non mettere alla
prova.
Il cavallo era libero da ogni dolore. Tosti Fenrir gli aveva completamente lacerato
la gola, e ora delle bianche ossa frantumate apparivano attraverso la carne
dilaniata. Non era stata la caduta a rompergli il collo. Felimid aveva sentito il
povero animale urlare dopo essere caduto a terra: sì, dopo. Una creatura cattiva,
ma coraggiosa: avrebbe meritato qualcosa di meglio.
Aveva percorso molta strada. Ora si trovava nel mezzo delle terre del Re Oisc e
senza cavallo. Tosti era un uomo del Re Oisc. Avrebbe potuto chiamare aiuto se
fosse vissuto per farlo, perché si era trasformato e aveva assunto di nuovo la forma
umana. Doveva averlo fatto. Quelli che cambiano forma non possono correre
come bestie alla luce del sole, e Tosti Fenrir ora era un uomo, nudo e indifeso,
che non poteva essere molto distante.
Felimid trovò la traccia del lupo. Non molto dopo, le zoppicanti impronte da
quadrupede divennero un passo umano. Un uomo enorme: perfino nudo e
disarmato, Tosti costituiva un pericolo.
Felimid non si fermò mai. Si ricordò di quegli altri lupi nella fossa di Oisc e della
lotta nella scuderia di Cerdic. Quella lunga cavalcata notturna era solo l’ultimo dei
terrori che Tosti gli aveva fatto sopportare; proprio l’ultimo, in un modo o
nell’altro.
Le colline rotolavano via in maniera regolare, con un colore verdedorato sulle
cime e grigio-verde con delle ombre nei vasti pendii nel mezzo, come un mare
antico e fertile. I nativi Britanni le avevano coltivate per generazioni, poi erano
state occupate per creare dei possedimenti romani. Di recente, avevano
rappresentato la prima alternativa ai piccoli proprietari terrieri degli Iuti che erano
arrivati. Non c’erano folti di bosco in cui un uomo potesse perdersi, o ruscelli in
vista in cui eliminare le sue tracce.
Una collina si alzava davanti a lui, piccola ma ripida. Dei cespugli grezzi
crescevano tra le pietre, e dei massi tondeggianti la coronavano. Le impronte di
Tosti terminavano alla sua base. Doveva essere salito sulla collina passando sulle
pietre, e saltando da una all’altra: in nessun altro modo avrebbe potuto evitare di
lasciare tracce che il bardo avrebbe visto, a meno che non gli fossero spuntate le
ali e avesse preso il volo.
Il sangue pulsò nel cuore e nel cervello di Felimid mentre si arrampicava. Il suo
sguardo vagava avanti e indietro seguendo ogni movimento, oppure ogni colore e
forma che non facessero parte della collina. Un coniglio si allontanò saltellando,
mostrando il pelo bianco che aveva sotto la coda.
Felimid vide qualcos’altro di bianco. Diversamente dal coniglio, stava immobile,
lungo e grosso come un dito sulla cima coronata dai massi della collina. Un
pezzo di gesso? Uno schizzo di sterco di uccello? qualcosa nella sua forma e nella
sua struttura fece pensare di no a Felimid. Una spirale improvvisa di vento lo
lanciò in aria, mostrando la punta della coda di una pelliccia di lupo vuota.
Felimid continuò a salire. A volte era un uomo molto caparbio.
Con l’angolo dell’occhio vide un balzo e qualcosa sollevarsi in aria; Tosti, grosso
e muscoloso, lanciò una pesante pietra, così come un bambino lancia una palla.
Felimid saltò come una lince ustionata. La pietra gli graffiò il fianco, strappandogli
un pezzo di pelle grosso come una mano e buttandolo a terra.
Tosti staccò un altro masso molto grande dal lato della collina, come se fosse stata
una rapa. Felimid si alzò, ignorando il dolore. Tosti era più alto di lui di mezzo
piede, con grandi muscoli, magri e duri come i cavi delle navi; il masso che aveva
sradicato si trovava a una iarda di distanza, ed era spesso forse un piede nel
mezzo. Lo maneggiava con una terrificante disinvoltura. La sua faccia spaventosa
sogghignò.
Felimid scagliò la propria spada contro il polso sinistro del gigante, ma Tosti usò
la sua roccia come uno scudo. Il metallo risuonò con clangore, pallide scintille
calde sprizzarono, e il torpore risalì lungo il braccio di Felimid fino al gomito.
Delle cose minuscole si agitarono nella parte inferiore nera e umida della pietra.
Quasi in maniera sprezzante, Tosti gettò il masso tra le braccia di Felimid. Questo
lo fece incespicare all’indietro e cadere a terra. Tosti allora ne prese un altro, e lo
sollevò sopra Felimid per schiacciarlo.
Felimid non rotolò di fianco. La spada di Ogma volò con un basso movimento
falciante e colpì la gamba di Tosti su un lato del ginocchio. Tagliò il tendine come
il coltello di una cucitrice taglia il filo. La punta continuò a penetrare attraverso il
muscolo e la cartilagine, spaccando l’osso, e la gamba si piegò. Tosti cadde con la
pietra ancora in mano.
Il bardo lo colpì di nuovo.
La punta aguzza di Kincaid penetrò nel corpo di Tosti da destra, sotto la costola
fluttuante. Passò attraverso il polmone, e la spada a doppio taglio allargò la ferita.
La trachea si spaccò in due, come il grande vaso che costituiva il cuore
dell’uomo-lupo. Felimid girò un po’ la lama quando la tirò indietro. Sangue e
aria fuoruscivano giù per il canale che aveva scavato.
Tosti udì il rumore tempestoso del galoppo dei cavalli delle figlie di Wotan. Vide
i loro freddi occhi. Mentre il sangue della sua vita gli usciva con forza dal petto
come i geyser di Helheim, pensò che non sarebbe stato in grado di parlare, ma
ad ogni modo, tentò.
«Ti maledico!», sussurrò.
Poi si accasciò, e rotolò pesantemente, come un tronco. Un gonfio fiume scarlatto
gli uscì dalla bocca. Felimid lo afferrò per la barba inzuppata, e gli tagliò la testa.

Felimid stava seduto sulla pietra che lo aveva quasi schiacciato. Aveva gli
avambracci poggiati sulle ginocchia, le mani che penzolavano pigramente dai
polsi, e guardava da molto tempo l’uomo morto. Tratteneva appena l’impugnatura
della spada tra le dita ricurve: un rossore appiccicaticcio la teneva incollata alla sua
mano. Si sentiva strano, come se fosse seduto a una certa distanza da se stesso.
“Sono vivo”, pensò. “Sono vivo e Tosti è steso lì. È tutto finito tra noi due. Posso
vedere e respirare… Avrò ancora da vivere questo giorno che lui mi avrebbe
preso. È morto”.
Aveva una curiosa difficoltà a crederci. Forse quell’enorme corpo sarebbe balzato
in piedi, si sarebbe rimesso la testa sulle spalle, e avrebbe combattuto ancora.
Non sembrava plausibile che qualcosa di mortale potesse aver ucciso Tosti Fenrir.
Alla fine trascinò l’enorme corpo tra i massi tondeggianti, e mise la testa mozzata
sotto un ginocchio piegato per impedire al fantasma di ritornare. Poi lavorò
duramente per un’ora per innalzare un tumulo di pietre sul corpo di Tosti,
ignorando il proprio torturato dal dolore. Quando le pietre furono ammucchiate
fino all’altezza del mento di Felimid, per contrassegnare la tomba vi distese sopra
la pelliccia di lupo, appesantendola affinché il vento non la facesse volare via.
Ogni iuta di Kent che avesse trovato il tumulo di pietre, avrebbe saputo chi e cosa
vi giaceva sotto.
Il creatore dei cadaveri, il creatore del verso; tu
Avresti potuto fare di meglio, io avrei potuto fare di peggio.
Uomo! Lupo! Dormi con la tua maledizione!
4

Il bardo era stanco, e dormì per alcune ore. Si svegliò con una grande fame e
tagliò delle fette di carne dal cavallo grigio. Sebbene fossero dure, le masticò
diligentemente, riprendendo le forze col cibo. Poi vide i cavalieri.
Per un gelido momento pensò che si trattasse di Sergius e dei suoi Bulgari. Il loro
numero era lo stesso, e avevano un aspetto bellicoso. Dopo aver guardato un altro
po’, capì che non erano gli stessi uomini, ed emise un sospiro di sollievo.
Sergius cavalcava una giumenta grigia e i suoi grassi assassini degli stalloni. Questi
cavalieri montavano degli alti e potenti cavalli da battaglia, perfino più grandi del
cavallo grigio. I loro elmi e le maglie metalliche delle loro armature scintillavano
al sole. Non potevano esserci in Britannia due bande da guerra a cavallo e così
armate. Sperava di avere ragione. Sembrava che stessero seguendo le tracce del
cavallo morto, e non riuscì a superarli.
Poco dopo si ritrovò faccia a faccia con loro, in un semicerchio di cavalieri, tra i
quali ne riconobbe alcuni. Erano gli uomini del Conte Artorius; contraddistinti da
dure lotte e poco riposo: con gli scudi danneggiati, gli elmi ammaccati, i mantelli
lacerati e strappati, che emanavano odore di sudore e di fumo, erano ancora la
speranza della Britannia. Una sorta di alone di gloria li accompagnava.
«Felimid!», esclamò il giovane Gareth di Dun Eiddyn, e il fratello più grande
Gaheris gli fece eco. «Cosa fai qui?»
«Sì», concordò il loro comandante. «Cosa fai qui? E cosa, nel nome di tutti i
santi ti è accaduto?».
Felimid conosceva anche lui: era stato un soldato dell’impero una volta, e aveva
prestato servizio sul Danubio contro gli Slavi e gli Unni. Una spedizione contro
di loro si era conclusa con la sua cattura. Imprigionato, era stato venduto in
Germania, ed era diventato uno schiavo sassone.
I suoi padroni avevano attraversato la Manica come molti altri della loro razza e,
una volta lì, lo schiavo che veniva dall’Est era fuggito. Ora era di nuovo un
Cavaliere, che lottava per quello che era rimasto di Roma in quell’isola.
Felimid disse: «Salve, Palamides! Ti giuro che ho passato una tale giornata e una
tale notte a cui difficilmente crederesti!».
Degli occhi neri lo studiarono. «Probabilmente. Posso vederlo: hai bisogno di un
pasto e di riposo prima di pensare a parlare».
«Ho riposato un po’», rispose Felimid, sbadigliando. «Ho anche mangiato… per
così dire…». Barcollò. «Ma, per la verità, non mi ha giovato per niente».
«Allora unisciti a noi».
«Ti ringrazio. Ma dimmi prima, per amore degli dèi, cosa fate voi qui? Stavate
cercando me?»
«No, Felimid. Non avevo la minima idea che tu fossi da queste parti. Io e i miei
ragazzi abbiamo attaccato i Sassoni e dovevamo ricongiungerci presto con il
Conte a Verulamium. Quando Gareth si è imbattuto nelle impronte di un cavallo
alto quasi quanto i nostri, che fuggiva da un lupo più grosso del normale… beh,
allora la mia curiosità non mi ha permesso di ignorare la faccenda. Avrei dovuto
immaginare che il Cavaliere eri tu!».
Più tardi, durante un pasto vicino a un fuoco, il bardo raccontò dei dieci di
Sergius e della sua truppa dall’aspetto malvagio. Palamides lo ascoltò attentamente,
con la faccia ben rasata pensierosa, e non lo interruppe mai. Nemmeno mise in
ridicolo l’affermazione del bardo di aver reso inoffensivi quei dieci feroci guerrieri
con la musica. Sapeva che i poteri dei bardi erano reali, e che lo erano stati anche
di più prima della Croce, prima dei Romani.
«Posso dirti che quell’uomo ti ha mentito», affermò alla fine.
«Lo avevo pensato anch’io», rise Felimid. «Ossa di santi! Fandonie! Se ci fossero
mai stati dei santi martirizzati in quella famiglia, i rimanenti dovrebbero essersi
sposati ben male da allora in poi!».
«Oh, è molto irriverente, ma non era quello che intendevo dire. Stavo pensando
alla storia che aveva raccontato riguardo al suo arrivo da Arles. Non avrebbe mai
potuto assicurarsi il servizio dei Bulgari così lontano a Occidente. Nella Tracia
forse, oppure su qualche spiaggia di Euxine, forse nella stessa Costantinopoli, ma
non ad Arles. Allora perché ha detto così? Arles o Costantinopoli sono la stessa
cosa per un britanno: l’altra estremità del mondo».
«Forse non lo sapeva», suggerì Gareth, irritato.
«E desiderava far sembrare il viaggio che aveva compiuto più breve e tanto meno
importante? Potrebbe essere, Felimid. Non ha rivelato nulla?»
«Uhm…». Con il mento poggiato sulle ginocchia e le braccia strette intorno alle
gambe, Felimid cercò nella sua memoria, la memoria allenata di un bardo. «C’era
una cosa. Per me significava poco, ma il modo in cui l’ha detto rimandava a
qualche significato personale. Gli ho chiesto in cosa avessero commerciato i suoi
antenati e lui mi ha risposto: “In piombo e bocche chiuse”».
«Piombo e bocche chiuse», ripeté Palamides. Gli brillarono improvvisamente gli
occhi. «Per Pietro! Ha detto così?»
«Ti è chiara questa affermazione?», chiese il bardo.
«Credo di sì. Dalle miniere di piombo viene più del piombo. C’è anche l’argento.
La Britannia era una grande fonte di entrambi questi metalli, bada, prima che le
Legioni se ne andassero; ho sentito che l’argento bretone una volta riforniva le
zecche di Gaul, e che quando le Legioni sono andate via, prima che diventasse
terribilmente chiaro che non sarebbero mai ritornate, molti cittadini nascosero il
loro tesoro ai pirati e ai ribelli nella speranza di tempi migliori. Molti non ebbero
mai la possibilità di riportarlo di nuovo alla luce, scommetto. Forse quello che sta
cercando Sergius è qualche nascondiglio del genere».
«Ha fatto un viaggio ben lungo», disse Felimid, «per un servizio da tavola e forse
un cofanetto di monete».
«Un viaggio veramente troppo lungo, se si tratta di quello», concordò Palamides.
«Deve trattarsi di un tesoro più grande. Questo Sergius non vi ha detto che i suoi
antenati commerciavano in piombo? Non avrebbe nemmeno potuto fare a meno
di vantarsi del fatto che fossero dei grandi magnati. E se la sua famiglia fosse stata
affittuaria di una miniera, o di più di una? Beh, Maximus aveva la sua miniera a
Londra quando ha usurpato il governo della Britannia, non molto prima della
fine». Palamides si eccitò. «Supponiamo che questa famiglia che sto ipotizzando
concorresse alla fornitura dell’argento e, per quel che ne sappiamo, gestisse la
miniera! Molto potrebbe essere rimasto nelle loro mani, e potrebbero averne
accumulato assai di più dopo che le Legioni sono andate via. Supponiamo che
fossero troppo avidi e abbiano aspettato troppo a lungo, per cui sono stati
costretti a fuggire molto in fretta, lasciandosi dietro la maggior parte delle loro
ricchezze. Ben nascoste, è chiaro».
I denti dell’uomo luccicarono alla luce del fuoco. «Credo che non ci sia niente di
vero ma, se dovesse esserlo, il Conte di Britannia potrebbe fare un uso migliore di
questo tesoro rispetto a qualsiasi straniero la cui famiglia abbia vissuto in
Britannia un centinaio di anni fa».
Avrebbe potuto essere un britanno lui stesso, mentre pronunciava queste parole: il
gruppo da guerra del Conte di Britannia era una compagnia a parte, in cui ogni
uomo giurava fedeltà al Conte e alla Britannia e non importava quali fossero le
sue origini.
«Sergius non ne avrà bisogno», disse tetramente Felimid. «Quasi certamente è
morto».
Il bardo si era sbagliato. Sergius era vivo: era fuggito dal villaggio di Linnet
insieme a cinque dei suoi Bulgari. Ed era armato: siccome aveva lasciato la sua
spada vicino al cavallo dopo aver rubato Kincaid a Felimid, la recuperò più tardi.
Anche Kugal era armato, della sua corta sciabola da unno. Aveva strisciato in terra
per un po’ nell’oscurità prima che la musica del bardo lo riducesse a un ammasso
di carne piagnucolante… tutte le altre sue armi erano state distrutte, ma Kugal con
una spada era abbastanza preoccupante. Non c’erano parole in nessuna lingua che
potessero esprimere il modo in cui desiderava vendicarsi. Il bardo lo aveva
umiliato.
Felimid giaceva piacevolmente inconsapevole tra i soldati del Conte di Britannia.
Il sonno lo invitava. Tuttavia il bardo era sveglio e pensava. Gli occhi gli
brillavano debolmente nel chiarore delle stelle, muovendosi per guardare tre del
gruppo mentre andavano a fare le sentinelle.
Era uno strano affare. Poteva esserci un tesoro ma, più probabilmente, non ce
n’era nessuno. Palamides sosteneva di non crederci, ma la sua eccitazione appena
dissimulata affermava il contrario. Voleva che Felimid lo portasse nella villa in
rovina della quale il bardo aveva parlato a Sergius. Il giorno dopo avrebbe dovuto
farlo. Non c’era alcuna difficoltà, perché il posto esisteva e si trovava perfino sulla
strada per Londra, dove Felimid intendeva andare. Sarebbe stato interessante,
pensò il bardo, cercare questo ipotetico tesoro, e questi uomini lo avrebbero
ucciso senza pensarci su quando non sarebbe stato più di nessun aiuto nella loro
caccia al tesoro. Qualche problema era più probabile nel caso qualche grosso
tesoro venisse trovato.
Improbabile…
L’orribile ululato di un lupo echeggiò molto vicino. La misteriosa sensazione di
qualcosa provata due volte, e la cieca e terrificante convinzione che Tosti fosse
ritornato fecero correre dei brividi lungo la spina dorsale di Felimid. Un cavallo
nitrì da qualche parte nell’oscurità.
«Ti maledico!», aveva detto Tosti.
Il cavallo che nitriva si mise a galoppare alla cieca nel loro accampamento, e
furono necessari quattro uomini per fermarlo con la forza, aggrappandosi alla
sella e alle briglie e trascinandogli in basso la testa.
«Palamides!», urlò il bardo. «Questa è la giumenta grigia di Sergius!».
«Venite con me!», disse Palamides. «Voi, Balin, Kehydi, venite… e portate delle
torce! Saprò cosa succede qui».
La giumenta saltava e scalciava così selvaggiamente che tutti e quattro gli uomini
furono duramente messi alla prova per tenerla ferma. I suoi occhi erano diventati
globi di sangue che roteavano follemente nella sua testa. Le sue orecchie erano
abbassate all’indietro e la bava la ricopriva dal petto ai fianchi. Il suo terrore era
pietoso.
Felimid afferrò la spada di Ogma e corse dietro Palamides. Si muoveva come in
un incubo a occhi aperti. L’incubo avrebbe dovuto essere finito, ma a quanto
pareva non lo era.
Il lupo ululò in maniera esultante sentendoli arrivare. Poi la sua selvaggia gioia
cessò, come se qualche mano gli avesse messo improvvisamente una museruola.
Percepiva la vicinanza dell’argento che lo aveva già ucciso una volta?
Balin scoprì qualcosa di maciullato e inzuppato sull’erba, quando vi inciampò
sopra. Le torce che gettavano un’incerta luce dorata rivelarono quello che restava
di un uomo, ma il lupo era scomparso. La sua vittima era Kugal, un uomo di
Sergius. Sebbene non fosse ancora morto, si stava spegnendo velocemente.
Borbottò poche frasi che non avevano alcun significato per quelli che lo stavano
ascoltando. Perfino nella sua agonia comprese che non capivano, e tentò
nuovamente. Poi morì.
«Parlava in greco», disse Palamides.
«Bene, e cosa ha detto?»
«Qualcosa come… lupo bianco, demone! Strano. Il lupo che hai ucciso era
bianco».
«Lo era, certamente», rispose Felimid con una strana voce. «Torniamo indietro e
accendiamo il fuoco. Non crederete alle cose che devo raccontarvi».
Aveva assolutamente ragione.
«È una follia», affermò Palamides, con la sicurezza del buonsenso. «Tu non hai
visto questo pazzo Tosti diventare un lupo. Hai visto un lupo, un lupo comune,
che ti ha attaccato durante la notte ma ha rinunciato all’inseguimento all’alba. Poi
ti sei imbattuto di nuovo in Tosti, che indossava una pelliccia di lupo - come
faceva sempre! - e lo hai ucciso. Ben fatto». Se fosse vero. Non pronunciò queste
ultime parole, ma era chiaro che le pensava. «È evidente ora che il tuo lupo è
vivo, ma non era Tosti. Dev’essere furioso, folle, altrimenti non si sarebbe mai
comportato così. Dobbiamo fare una guardia attenta».
«Un lupo bianco, e ha la zampa anteriore destra azzoppata? Un lupo bianco le
cui impronte si trasformano in quelle di un uomo? È un caso di magia,
Palamides. E Kugal lo ha chiamato demone».
Le spalle del tracio rivestite di maglia metallica si sollevarono leggermente.
Quanto a superstizione, non c’era molto da scegliere tra un guerriero unno e un
bardo celtico: questo diceva la sua alzata di spalle.
Felimid non dormì per niente durante il resto di quella notte. Lupi con gli occhi
pallidi che ringhiavano si presentavano sempre ai margini della sua visione
onirica. Passò del tempo e di nuovo udì la voce di un morente dire: «Ti
maledico!».
Con lo spuntar del giorno, scoprirono tutta la carneficina che era stata compiuta a
poco più di un miglio dal loro accampamento. Cinque uomini, compreso Kugal,
giacevano sul prato dilaniati e maciullati. Quattro robusti stalloni erano sparpagliati
in maniera simile, vittime di una morte grottesca, e il posto sembrava il cortile di
un macellaio. Qualcosa di potente e di mortale aveva corso come un folle lì in
preda alla voglia di massacrare. Il fetore del sangue nero raggrumato aleggiava
pesantemente nell’aria, e le mosche erano occupate con le carogne.
«Ha giocato con loro», mormorò Gareth. «Vedete? I cavalli si sono sparpagliati
presi dal terrore, ma li ha inseguiti, li ha attaccati uno a uno e li ha fatti a pezzi
davanti agli occhi dei loro padroni. Poi è passato agli uomini. Non è furbo?»
«Puh! Nessun fantasma avrebbe fatto questo».
«Vero… Nessun fantasma che io abbia mai sentito può lasciare delle impronte».
Felimid indicò le tracce del lupo. «Ma queste non sono state fatte dallo stesso lupo
che ho visto io. Quello era zoppo, questo non lo è. E, per quanto grande questo
lupo possa essere, l’altro tuttavia lo era di più. Tosti è morto, e non importa che
voi non ci crediate: io so che il lupo zoppo era lui. Questo dev’essere diverso,
tuttavia… due lupi, entrambi dediti al massacro, entrambi astuti come non lo è
nessun lupo normale». Felimid non sapeva cosa pensare. Lo spirito obiettivo e
indifferente che gli era stato molto d’aiuto in altre emergenze era inutile ora. «Non
ci arrivo».
Palamides lo guardò con irritazione e con una certa preoccupazione. «Siamo dieci
uomini armati e con corazze della Compagnia da Guerra di Artorius. Non
abbiamo niente da temere da un lupo, naturale o demoniaco».
«Spero che sia così…», mormorò Felimid, senza molta fiducia. «Ah, cos’è
questo?»
«Un vestito strappato».
«Apparteneva a Sergius. Là c’è uno dei suoi stivali, mi pare».
«Allora sarà morto. Il lupo lo deve aver trascinato via e mangiato».
«I suoi vestiti sono a brandelli, ma non c’è sangue sopra».
«Dimentica questo e tutti i tuoi brutti presentimenti», disse con fermezza
Palamides. «Pensa a condurci alla villa che Sergius cercava. Per Pietro! Questi
uomini non sono giunti così vicini a noi per caso: dovevano essere alla ricerca
dello stesso posto che cerchiamo noi. Non dubitare troppo degli eventi, Felimid:
ora hai un cavallo per sostituire quello che hai perso. Questo dovrebbe farti
piacere».
Felimid sorrise ironicamente, ma era molto preoccupato.
5

Molto tempo prima il tetto della villa abbandonata era crollato. Il tempo aveva
distrutto i muri di pietra quasi fino a terra, e il vento e la pioggia di un secolo,
pulendo i pavimenti, avevano ammucchiato la terra coperta di erbacce negli
angoli. Non rimaneva nulla degli edifici annessi, ma soltanto basse depressioni nel
terreno dove c’erano stati i buchi dei pali. Dei tronconi di pilastri rotti e due interi
delineavano i tre lati di una piazza, mostrando il luogo in cui un viale munito di
colonne intorno a un cortile aperto aveva in passato dato ombra. Un tappeto
erboso non molto alto aveva coperto il pavimento del cortile.
«E gli stupidi dicono ancora che l’impero sta a Ovest», mormorò tetramente
Palamides. «Uh! Qualsiasi cosa rimanga dell’Impero Occidentale è qui in
Britannia».
Felimid gironzolò per il cortile coperto dall’erba, lasciando delle impronte con i
suoi talloni. «Sto pensando che ci devono essere delle pietre spianate qui sotto»,
disse. «È piatto come un tavolo e ne ha l’aria. Sergius ha detto qualcosa riguardo
a un pavimento con un disegno di Europa e del Toro. Per quanto avrebbe potuto
riferirsi al pavimento di qualche stanza, o di un’altra villa addirittura».
«Andate in giro e cercate», ordinò Palamides. «Non penso sia utile scavare prima
di avere un’idea circa il fatto che questa sia la villa giusta».
Nessun pavimento delle stanze interne della villa mostrava una scena del genere.
«Zappiamo questa terra», disse Palamides, «e vediamo cosa troviamo».
I soldati tirarono a sorte per il lavoro. Il biondo Kehydi di Demetia perse, e si
mise a brontolare mentre maneggiava la vanga. Questa scivolò facilmente tra la
terra e il pavimento, mentre il suolo senza fondo si staccava in pezzi che non
opponevano resistenza: così il lavoro procedette velocemente.
Le pietre alla fine furono ripulite. Gli uomini si rifugiarono tra i muri durante un
breve ma forte acquazzone e, quando questo terminò, il pavimento del cortile era
pulito. Nonostante la scena del mosaico fosse scolorita e l’avvicinarsi del
crepuscolo, il profilo di un grosso toro con una ragazza nuda sulla schiena era
distinto.
Gli occhi neri di Palamides brillarono. «Non credevo che questo fosse veramente
il posto esatto, dato il poco che sapevamo. Ma l’abbiamo trovato! È il posto
giusto!».
«Bene», ringhiò Gaheris di Dun Eiddyn. «Ora dove dobbiamo scavare per
trovare questo meraviglioso tesoro? Non sappiamo dove è nascosto all’interno
della proprietà. Dobbiamo sondare ogni piede di quei campi abbandonati
laggiù?»
«Non ce n’è alcun bisogno, mio incolto amico», disse amichevolmente
Palamides. «Dimentichi che abbiamo la giumenta di Sergius insieme alla sua sella
e alle sue borse. Ho pensato che gli scritti dei suoi antenati che lo hanno portato
così lontano fossero all’interno di queste, e così era. Ho letto delle cose
interessanti mentre voialtri osservavate il lavoro di Kehydi… Datemi il piede di
porco. Con un po’ di fortuna, stiamo per vedere quale è il valore dell’essere stati
educati ad Adrianopoli».
Palamides si mosse avanti e indietro, colpendo il pavimento con la sbarra. Il
suono vuoto, quando giunse, era quasi uguale ai rumori sentiti altrove, ma non
del tutto. Furono colti da un’ansia febbrile.
«C’è un sotterraneo al di sotto?», chiese Gareth.
«Non uno scantinato», rispose Palamides, facendo a pezzi la parte posteriore del
toro. «Hanno rotto il pavimento del cortile e hanno scavato sotto questa cripta di
fortuna. Poi l’hanno ricoperta con delle tavole, hanno messo dell’altra malta, e
hanno fatto un nuovo pavimento con un mosaico». In maniera impaziente
sollevò, facendo leva, una coppia delle sottostanti pietre piatte. «Si sta facendo
troppo buio! Alcuni di voi facciano luce. Gli altri portino i picconi e
ingrandiscano questo buco. Per la Passione! Se qui giù non c’è nulla ad eccezione
di una cantina piena di ossa e giare per il vino rotte, allora che Satana se lo porti
all’Inferno!».
Nonostante le sue parole mordaci, aveva la febbre del cacciatore di tesori. Il suo
corpo magro era teso dentro la maglia metallica. Guardava avidamente mentre il
lavoro procedeva. Perfino il bardo - che, se gli fosse stato chiesto, avrebbe detto
che non gli importava nulla se esisteva qualche tesoro - venne preso
dall’agitazione. Lo colse il bisogno di sapere. Per questo, ciò che accadde fu in
parte colpa sua.
Il lupo mannaro si avvicinò silenziosamente come un fantasma, camminando di
soppiatto tra i muri in rovina. I cavalli non levarono alcun nitrito di spavento,
poiché il vento soffiava da loro verso di lui mentre il mostro avanzava. Desiderava
ardentemente del sangue caldo per sciacquarsi la lingua, e della carne viva da
lacerare. Ma quanto gli rimaneva di astuzia umana gli disse cosa doveva essere
fatto prima. Passò a tutta velocità attraverso il cortile senza neanche un ringhio che
potesse allertare gli uomini presi totalmente dal loro lavoro.
Poi balzò. Il suo corpo rivestito di pelame ruvido, gettò sul pavimento Felimid. Il
bardo alzò un braccio per proteggersi la gola, ma le zanne del lupo non erano
dirette lì. Afferrò il cinturone dove Felimid aveva la spada e lo tirò con una forza
soprannaturale. La fibbia si ruppe come un fronzolo falso, e la cintura scivolò via
dal corpo di Felimid. Il giovane Gareth di Eiddyn gli sferrò un colpo nel fianco
con la sua spada; il lupo mannaro lo notò appena. Con il fodero di Felimid di
traverso nella bocca, la creatura si mise a correre.
… Perfino attraverso il fodero di legno ricoperto di pelle, i caratteri d’argento
intarsiati sulla lama gli causavano del dolore. Ogni dente nella mandibola del
mostro capace di cambiare forma era un chiodo di vivo fastidio. Ogni nervo nel
suo corpo di bestia si contorceva con orrore. Tuttavia, non lasciò cadere la cosa
anche se desiderava farlo. Correndo nel crepuscolo, fece un altro salto, poi un
altro e un altro ancora. Gli uomini erano disprezzabili, lenti e confusi. Non
potevano seguirlo. Presto avrebbe fatto cadere la spada, quando fosse giunto
abbastanza lontano perché nessuno degli uomini potesse in alcun modo trovarla
in tempo. Poi si sarebbe girato e sarebbe tornato indietro. Presto!
«L’ho trafitto», stava dicendo Gareth, stupefatto. «Ho spinto questa lama da una
parte all’altra, lo giuro! Ma lui si è scrollato e si è liberato come un cane si scrolla
delle gocce d’acqua, e guardate! Non c’è sangue!».
«Hai fallito il colpo», gli disse Palamides, ma la sua convinzione vacillava.
«No!».
«No, infatti», affermò debolmente il bardo. Afferrò il piede di porco. «Scavate!
Quella bestia ritornerà! Ha preso Kincaid, l’unica arma che avevamo per
ucciderlo. A meno che non troviamo dell’argento qui sotto, siamo tutti morti: ve
lo dico chiaro e tondo! Scavate!».
Le pietre piatte e uno strato di ghiaia erano state tolte, scoprendo delle pesanti
tavole unite dall’umidità e dal tempo. Felimid vi infilò in mezzo il piede di porco.
Palamides e gli altri lo guardavano come se fosse impazzito.
Sollevò un grosso pezzo di legno da una fessura tra due tavole, infilò il piede di
porco, tirò, fece ruotare, colpì, picchiò. Una delle tavole si ruppe. Felimid diede
dei colpi alla tavola accanto a quella. Le assi improvvisamente caddero all’interno,
portando con sé della ghiaia e dei mattoni. Un rumore di cose che si rompevano
venne dal fondo della buca. Il mosaico si teneva insieme senza un supporto, una
sottile crosta di frammenti delicatamente modellati sopra l’oscurità. Qualche altro
colpo del piede di porco lo frantumò, e Europa rimase senza gambe al di sotto
delle cosce.
«Tenete gli occhi aperti per il lupo», disse ansimando Felimid. Fece quindi
cadere nel buco il piede di porco, che provocò un rumore di sassi smossi. Poi,
presa una torcia, si calò dietro l’arnese con una sola mano. Aveva soltanto un altro
paio di passi da fare, così allentò la presa e si lasciò cadere piano, scivolando un
poco sulla breccia che era caduta.
Per essere una stanza del tesoro, il posto sembrava ben poco glorioso. C’erano
scarafaggi e ragni, un soffocante odore di muffa, e grandi, pallide tende fatte di
ragnatele. Si ruppero quando Felimid le toccò con la sua torcia sfolgorante.
Il bagliore della torcia si posò su una scala di ferro. Con i muscoli che gli si
inturgidivano, lottò per metterla a posto. Gli uomini urlavano sopra di lui.
Tuttavia, più forte risuonava il nitrito impazzito dei cavalli e, sopra ogni cosa, un
ululato che ghiacciava il cuore. Gareth scese la scala. «Sta ritornando», disse anche
se non era necessario, con le labbra pallide.
Felimid ruppe il coperchio di uno scrigno cerchiato di ferro, se lo infilò sotto un
braccio e salì. La sua testa e le sue spalle emersero in una confusione illuminata
dalle torce. Degli uomini con maglie metalliche colpivano e tagliavano con inutili
spade un mostro candido come la neve che se la rideva dei loro sforzi. Due erano
caduti davanti a lui. Densi rigagnoli di sangue scorrevano luccicando attraverso le
scivolose piastrelle del mosaico. I cavalli scalpitavano e nitrivano. Il lupo era
inafferrabile come acqua corrente, implacabile come geas. Uccise di nuovo mentre
Felimid guardava.
Il bardo gli gettò in testa la scatola, spargendone completamente il contenuto.
Delle monete correvano dappertutto, brillando alla luce delle torce, rimbalzando,
tintinnando, rotolando. Alcune colpirono la pelle del lupo, che ebbe degli spasmi
come se fosse stato punto da delle vespe. Per un momento rimase immobile tra i
detestati pezzi d’argento, intrappolato e confuso. Poi fece un salto disperato e
mortale verso il bardo.
Caddero insieme nella rozza cantina. Il lupo emise un uggiolìo di sorpresa
quando caddero. Sbatterono sul fondo con un colpo brutale. Felimid atterrò sopra
alla bestia e sentì scricchiolare le costole del lupo. Si unirono, riprendendosi, come
in un abbraccio di lotta. Gareth emise un grido di battaglia e fece oscillare la
torcia. L’uomo e l’uomo-bestia si girarono su un fianco. Felimid si aggrappò
follemente alla schiena irsuta, infliggendo con un pugnale delle ferite che non
sanguinavano e si richiudevano subito quando la lama infilzata veniva ritirata.
Gareth lasciò cadere la sua inutile spada mentre il bardo lottava e, andando a
tastoni sul pavimento, toccò un oggetto piatto e rotondo con una raffigurazione in
rilievo sulla superficie; un piatto da tavola d’argento, pesante in maniera
soddisfacente. Lo lanciò, facendolo roteare con tutta la sua forza.
Il piatto si piantò nel fianco irsuto del mostro, con il bordo tra due costole. La
bestia levò un ululato di agonia che fece tremare la cripta. Felimid, che aveva
perso il suo pugnale, si aggrappò al muso del lupo con le dita piegate a uncino,
mentre con l’altra mano cercava alla cieca l’arma. Le sue dita afferrarono un
lingotto corto e pesante.
Con forza disperata, lo frantumò sul cranio del lupo. Il lingotto s’infilò e si piantò
nella vuota scatola cranica, facendo schizzare delle cose grigie, rosa e rosse, sul
suo braccio. Il lupo diede degli strattoni in maniera epilettica, tirandosi via dal
fianco il piatto che era stato lanciato, e si distese contorcendosi debolmente come
un serpente decapitato.
Sempre come un serpente, uscì dibattendosi dalla sua pelle.
Con i capelli scuri e la pelle olivastra, Sergius giaceva sulla pelle macchiata di
sangue. Aveva una ferita tra le costole e il pesante lingotto d’argento gli si era
piantato sul retro della testa come un cuneo. Felimid lo voltò con un piede,
respirando forte, e toccò la pelliccia di lupo. Era la stessa. Era stata di Tosti, finché
l’enorme iuta era stato in vita.
«Sergius ha trovato il tumulo di pietre di Tosti», disse il bardo, con gli occhi fissi
su quelli di Gareth.
«Se era tutta qui la sua abilità nel praticare furti nelle tombe», replicò Gareth, «ha
avuto quello che si meritava».
La torcia a terra brillava fiocamente. Quando Palamides e Gaheris scesero la scala
portandone altre nuove, persero poco tempo ad assicurarsi che i due erano
incolumi, e si meravigliarono perfino di meno per la trasformazione di Sergius,
perché il contenuto della cripta li fece ammutolire. Nemmeno Palamides al
massimo dell’ottimismo si era avvicinato alla verità.
C’erano oggetti d’argento per la casa in grandi quantità, incluse posate, vassoi,
candelabri, coppe, calici da vino, salsiere e piatti. Sebbene fossero ossidati e
coperti di ragnatele, il loro peso e il tatto indicavano che erano veri. C’erano altri
scrigni pieni di monete, e c’erano state delle borse di pelle, marcite da molto
tempo, il cui contenuto era in pile sul pavimento, oppure sparpagliato per la lotta
appena terminata. C’erano denarii di un metallo bello e impuro, silique logorate e
attaccate insieme, monete provenienti dalla Gallia, di cui un gran numero portava
raffigurati la testa e il nome di Magnus Maximus. C’erano mucchi di lingotti
piuttosto piatti e spessi, alcuni marchiati con dei segni di autorità, altri modellati
più rozzamente e senza alcun marchio, senza dubbio contrabbandati in quella
proprietà. Qualcuno aveva pensato di trarre profitto dalla confusione finale che
regnava nella Provincia. Non era il riscatto di un re, perché nessun re in Britannia
avrebbe potuto pagarlo.
«Avevo torto nel pensare che eri superstizioso quando mi hai avvertito
dell’uomo-lupo», osservò più tardi Palamides, «ma sembra che avessi torto nel
credere che l’uomo-lupo fosse Tosti Fenrir».
«Non è così», lo contraddisse il bardo. «Fino a due notti fa l’uomo-lupo era
Tosti. È uscito dal ventre di sua madre come un cucciolo di lupo, dicono, ma
aveva la capacità di liberarsi della pelle o indossarla a suo piacimento, purché lo
facesse di notte. Siccome conoscevo la storia, non ho osato seppellire la pelliccia
insieme a lui. L’ho distesa invece sul suo tumulo di pietre e poi è passato lì
Sergius… e l’ha rubata». Con un debole brivido gelido nel sangue, Felimid pensò
nuovamente alla maledizione di Tosti. Cose simili sono potenti nell’Ovest. «Penso
che abbia dormito con questa vicino a sé la scorsa notte - no, la notte prima - e la
maledizione del lupo è scesa su di lui. È diventato una bestia e ha attaccato con
ferocia i suoi stessi uomini, poi ci ha seguiti, per trovare l’argento o per
assicurarsi che rimanesse nascosto per sempre, chi lo sa? Ora è morto, e non può
dircelo. Per quanto riguarda la pelliccia…». Felimid accese un fuoco e ve la
scagliò sopra. «Avrei dovuto farlo quando ne ho avuto l’opportunità la prima
volta».
La pelle di lupo di mosse, si contorse, poi si agitò come una bandiera al vento.
Felimid la bloccò tra le fiamme con il piede di porco e sopportò il cattivo odore
mentre bruciava.

La mattina trovò Kincaid dove il lupo l’aveva lasciata cadere, grazie a un riflesso
della luce del sole sul pomo e sulla fibbia del cinturone che gli segnalò dove
giaceva. La spada non era stata portata lontano.
Come sua parte del tesoro, Felimid si riempì entrambi i pugni di monete
d’argento e fu soddisfatto. «Devo viaggiare leggero e veloce», disse loro, «e sono
diretto a casa, in Irlanda».
«Non subito, temo».
Per quanto fosse gentile, il tono del trace fece arrestare Felimid.
«Cosa vuoi dire?».
Palamides indicò il pavimento del cortile, che i suoi uomini avevano ricostruito
come meglio avevano potuto, per coprire di nuovo la cripta. Avevano perfino
rimesso a posto le strisce di tappeto erboso che Kehydi aveva rimosso.
«Non possiamo portare via con noi nemmeno la decima parte di quel tesoro.
Deve restare lì finché non l’avrò riferito ad Artorius, e lui potrà mandare un
gruppo consistente a prenderlo. Noi qui presenti siamo gli unici a sapere che
esiste… per il momento. Resteremo insieme finché non sarà al sicuro nelle riserve
che servono per la guerra del Conte. Ciò significa andare a Verulamium».
«Verulamium? A nord del Tamigi, a nord di Londra?»
«Non è un grande motivo di sgomento», disse Palamides, sorridendo debolmente.
«Si può giungere facilmente a cavallo da Verolamium fino alla costa in meno di
un giorno, e di lì prendere una nave per arrivare nel tuo paese».
«Palamides, per favore cerca di capire. Devo lasciare subito la Britannia. Ci sono
dei miei amici che soffriranno molto se si saprà che sono vivo. Ho già avuto
abbastanza ostacoli imprevisti e cambiamenti di programma».
«Allora mi dispiace di dovertene causare un altro, ma non c’è bisogno che ti agiti.
Sono deciso come te a tenere questa storia segreta. Cavalca con noi incappucciato
e coperto da un mantello, così nessuno ti riconoscerà, se vuoi. Preferirei che
facessi così. Non sei mai stato a Verulamium? È una città deserta e abbandonata
come molte altre: il Conte ne ha fatto la sua base per l’estate. Non ci sarà alcuna
difficoltà a trovarti un alloggio decoroso, o perfino lussuoso, dove tu possa restare
inosservato. Non avrai bisogno di mettere neppure un piede fuori se non
desidererai farlo».
«Anche tu lo preferiresti», disse lentamente Felimid.
«Sii ragionevole! Felimid, tre anni fa hai mostrato di comprendere quello che stava
facendo il Conte. Sai cosa significherà questo tesoro: denaro per pagare gli
armaioli, per dar da mangiare ai cavalli, per comprare delle provviste, doni per
appianare le controversie tra re e principi che litigano e che sembrano determinati
a lasciare che i pirati si impossessino della Britannia! Ed è qui, nel Kent! Ti
meraviglia il fatto che non voglia correre il minimo rischio? Il Re Oisc farebbe
venire qui un esercito in tre giorni, se lo sapesse!».
«Non è probabile che io glielo dica. Mi ucciderebbe a vista».
«Va bene. Perdonami, ma potresti dirlo a qualcun altro e cercare di saccheggiare il
posto prima di noi. Una volta in libertà troveresti un gran numero di avide
canaglie ansiose di ascoltare la storia di un tesoro. Beh, adesso che ci penso, mi
fido a malapena di me stesso».
Il bardo disse in tono collerico: «Il tuo cervello si sta rovinando! Dirlo a qualcun
altro io? Ed essere ucciso dopo averli condotti qui, come avrebbe fatto Sergius?
Io sono un bardo, signore! Me ne andrò a casa mia in Irlanda, e lì sarò ricco.
Ritornare in questo luogo di massacri! Non rimetterò mai più piede nel regno di
Kent finché potrò scegliere liberamente!».
Palamides, l’uomo cupo e riservato, scoppiò a ridere sinceramente. «Per Pietro,
che discorso! Amico mio, mi hai abbastanza convinto, tuttavia devo esigere la tua
compagnia lungo la strada per Verulamium. Il mio dovere lo esige». Smise di
ridere, e la sua voce si fece dura. «E faremo a meno del piacere della tua musica
durante il viaggio».
Velocemente prese l’arpa “Cantore Dorato” da dove si trovava tra le cose di
Felimid. Porgendola a Gareth, disse con il tono di un soldato che dà ordini a un
altro soldato: «Tienila al sicuro per lui».
Nonostante tutte le sue veementi proteste, Felimid in cuor suo sapeva che avrebbe
lasciato che Palamides lo persuadesse, e che alla fine avrebbe acconsentito ad
andare a Verulamium… fino a quel momento. Impallidì per la rabbia.
«Non toccate l’arpa di un bardo», disse con una quieta minaccia.
«Calmo, Felimid. Non puoi lottare contro sette soldati esperti, tutti coperti da
maglie metalliche. Anche se siamo tutti amici qui».
Sospirando, il bardo si calmò. La mano gli era andata involontariamente
all’impugnatura della spada. «Sembro così stupido da tentare?»
«Per un istante lo sei stato».
Il bardo si fece pensieroso. No. Non poteva lottare contro sette uomini in maglia
metallica e in pieno equipaggiamento da battaglia, mentre lui indossava soltanto
un semplice straccio, ma il suo istinto pugnace non la vedeva così. Il suo istinto
gli suggeriva che c’era soltanto Palamides di cui doveva occuparsi. Sellò la
giumenta grigia e legò le sue poche cose in un ordinato fagotto dietro la sella.
In un certo senso era vero. Palamides non era un celta. Felimid e gli altri lo erano.
I Traci venivano dall’ovest e dal nord della Britannia, dove i valori romani erano
quanto meno superficiali: non pensavano di essere soldati nel senso romano
quanto piuttosto guerrieri della personale squadra da battaglia di un solo uomo.
Valutavano l’onore personale e il capriccio individuale più della disciplina. E
naturalmente onoravano i bardi come figli di Erin. Forse Palamides non lo aveva
mai capito veramente.
Al di sopra della schiena della giumenta grigia, Felimid colse lo sguardo di
Gareth e continuò a guardarlo… assumendo inconsapevolmente l’atteggiamento
quasi regale a cui i suoi poteri di bardo gli davano diritto. Salirono in sella per
mettersi in viaggio. Non appena fu in sella, Felimid tese fiduciosamente la mano
verso Gareth. Questi gli porse Tarpa senza esitare. Felimid prese la grossa cinghia
della borsa dell’arpa e la fece passare al suo solito posto, sulla schiena.
«Addio, Palamides!», Poi sorrise, e spinse al galoppo la giumenta grigia.
Ci fu un accanito inseguimento dietro di lui, con Palamides che, spinto dalla
furia, montava un cavallo da guerra scelto per il peso e la forza, e non per la
velocità. Felimid non aveva né una maglia metallica, né un elmo, uno scudo o
una lancia che lo ostacolassero: il bardo cavalcava leggero come la lanugine del
cardo, cantando nel cielo chiaro e luminoso.
Non molto tempo dopo, Palamides si rese conto che era inutile inseguirlo;
ribollendo per la rabbia, si voltò allora verso Verulamium. Una volta giuntovi, si
sarebbe senza dubbio mostrato impetuoso nella sua denuncia dell’irresponsabilità
di Gareth, ma quest’ultimo avrebbe sopportato la sua punizione con il cuore
libero da preoccupazioni, poiché il suo onore era rimasto incontaminato. Quando
il trace ritornò con un grosso esercito per portare via il grande deposito segreto
d’argento, lo trovò intatto. L’affermazione di Felimid che non era interessato alla
ricchezza dei re era stata sincera. La ricchezza di un bardo consisteva nell’arpa che
aveva sulla schiena, nella magia delle sue canzoni, e nell’onore che gli tributava la
sua gente.
Felimid fece camminare tranquillamente il suo cavallo sulla strada diretta verso la
costa, libero alla fine da incubi di lupi mannari e palazzi degli Iuti, foreste buie e
magia nera. Il mondo era davanti a lui e non riusciva a pensare a qualcosa che
desiderasse di più. Dopotutto era un bardo, Felimid mac Fal di Erin, un poeta e
un girovago, e non avrebbe mai voluto davvero essere un guerriero.
ANONIMO
Il Cavaliere Jaufry e la bella Brunissende

Durante il XII e XIII secolo, i menestrelli e i trovatori diffusero in Europa dei


racconti su Artù e i suoi Cavalieri. Le sue imprese si mescolarono con il folklore
locale e ne risultò un ingarbugliato miscuglio di avventure. La maggior parte dei
racconti, ma non tutti, fu perpetuata alla memoria da cronisti e autori di opere
romanzesche, e trovò la sua strada maestra nella Morte D’Arthur di Malory.
Il racconto di Sir Jaufry e Brunissende che segue è rimasto dimenticato per
seicento anni, finché fu portato alla luce nella Biblioteca imperiale francese grazie
a Jean-Bernard Lafon (1812-84). L’originale era stato scritto da un trovatore
provenzale che aveva sentito la storia raccontata alla Corte di Re Pietro II di
Aragona, che regnò dal 1196 al 1213. Fu dapprima tradotta in inglese da Alfred
Elwes nel 1856, poi ci fu una pubblicazione successiva con delle stampe del Dorè
nel 1868 ma, a parte una nuova traduzione operata negli Stati Uniti nel 1935, e
una recente pubblicazione del testo di Elwes in America nel 1979, l’opera è stata
largamente trascurata e non è stata disponibile in Gran Bretagna per più di un
secolo. Jaufry, per inciso, appare brevemente nel testo di Malory come Sir Griflet
nel Libro I, ma lì è un giovane dalla testa calda. Se vi siete mai chiesti cosa ne sia
stato di lui, leggete qui sotto.
L’avventura della foresta

Fu nel giorno della Pentecoste, una festa che aveva attirato una moltitudine di
Cavalieri a Carlisle, che Artù, Re dell’Isola Britannica, con la corona sulla fronte,
avanzò verso la vecchia chiesa monastica per sentire la messa. Dietro a lui veniva
un illustre seguito: erano i Cavalieri della Tavola Rotonda. C’era Sir Gawain,
Lancillotto del Lago, Tristano, Ivano il Coraggioso, Eric dal Cuore Generoso e
Quex il Siniscalco, Percival e Calogrant, Cliges l’Onorabile, Coedis il Bello e
Caravis dal Braccio Corto. Tutta la sua Corte, invero, era lì, con molti altri di cui
ho dimenticato i nomi.
Quando la messa fu terminata, ritornarono al palazzo ridendo e facendo molto
chiasso, con i pensieri rivolti soltanto al piacere. All’arrivo ognuno si diede al suo
gioco preferito. Alcuni parlarono d’amore e altri di Cavalleria, e alcuni di imprese
rischiose delle quali sarebbero andati in cerca. In quel momento Quex entrò nel
salone, tenendo in mano un ramo di melo. Tutti gli fecero posto perché erano
pochi quelli che non temevano la sua lingua e le parole dure che era solito
pronunciare. Questo audace Barone non rispettava niente. Perfino della cosa
migliore diceva fosse la peggiore. Ma, a parte questo, era un Cavaliere forte e
coraggioso, saggio nel consiglio, un valoroso guerriero, e un nobile di alto
lignaggio; però questo carattere, il suo umore e le parole pungenti lo privavano
della maggior parte di ciò che gli era dovuto di diritto.
Andando deciso verso il re, disse:
«Sire, per favore, è ora di cenare».
«Quex», replicò Artù, in tono adirato, «sicuramente tu sei nato solo per risvegliare
la mia collera, e parli sempre a sproposito. Non ti ho detto, un centinaio di volte,
di non persuadermi a partecipare al pasto quando la mia Corte si incontra così,
finché non salta fuori qualche avventura, qualche Cavaliere venga sconfitto, o
qualche donzella liberata? Vai a sederti in fondo alla sala».
Quex camminò senza dire una parola tra quella folla allegra, dove uomini di tutte
le condizioni, Cavalieri e Signori, menestrelli e saltimbanchi, non interruppero i
loro trucchi, i loro discorsi spensierati, le loro risate, fino a mezzogiorno. A
quell’ora, Re Artù chiamò Sir Gawain, e disse:
«Buon nipote, fai in modo che vengano portati qui i nostri destrieri perché,
siccome l’avventura non viene da noi, dobbiamo cercarla di buon grado fuori.
Infatti, se rimanessimo qui più a lungo, i nostri Cavalieri avrebbero certamente il
diritto di pensare che sia ora di cena».
«La vostra volontà, mio Signore», disse Sir Gawain, «sarà fatta».
All’istante ordinò agli scudieri di sellare i cavalli e di portare le loro armature. Ben
presto i destrieri furono preparati e i Cavalieri armati. Poi il re cinse la sua famosa
spada e si piazzò alla testa dei suoi coraggiosi Baroni, pronto per andare a
Bressiland, un bosco oscuro. Dopo aver camminato per un po’ lungo quei
sentieri cupi e ombrosi, il buon re tirò le redini e, nel silenzio più assoluto, tese
l’orecchio. Si udì distintamente una voce lontana, che chiedeva aiuto a intervalli e
che di tanto in tanto invocava Dio e i santi!
«Ora andrò là», urlò il coraggioso Re Artù, «ma senza alcuna compagnia ad
eccezione della mia buona spada».
«Per favore, mio Signore», disse Sir Gawain, «io verrei volentieri con voi».
«No, buon nipote», rispose il re. «Non ho bisogno di compagnia».
«Se questa è la vostra volontà», disse Gawain, «così sia».
Artù chiese rapidamente lo scudo e la lancia, quindi spronò ansiosamente il
cavallo verso il punto da cui proveniva la voce lamentosa. Mentre si avvicinava, le
urla diventavano più acute. Il re continuò a spronare il cavallo a una maggiore
velocità, e poi si fermò davanti a un ruscello vicino al quale si trovava un mulino.
Proprio davanti alla porta vide una donna in piedi, che piangeva e urlava, e le
strinse forte le mani tremanti, mentre lei si tirava le trecce in preda ad una
profonda disperazione. Il buon re, mosso a pietà, le chiese per quale motivo si
addolorasse.
«Mio Signore», rispose la donna piangendo, «oh! Aiutatemi in nome di Dio! Una
bestia spaventosa, scesa da quel monte, è dentro e sta divorando tutto il mio
grano!».
Artù si avvicinò e vide la bestia selvaggia, che era veramente spaventosa da vedere.
Più grossa del toro più grosso che avesse mai visto, aveva una pelliccia lunga e
rossiccia, il collo e la testa biancastri, il pelo arruffato e le coma.
I suoi occhi erano grandi e rotondi, e i denti di una grandezza mostruosa: le sue
fauci erano informi, le zampe massicce, e i piedi erano larghi e quadrati. Un alce
gigante non era di mole più grande. Artù osservò la bestia per un po’ di tempo
con stupore, poi, facendosi il segno della croce, scese da cavallo, tirò fuori la
spada e, riparandosi con lo scudo, entrò nel mulino.
La bestia tuttavia, affatto spaventata, non sollevò nemmeno la testa, ma continuò a
divorare il grano nel raccoglitore. Vedendola immobile, il re credette che la bestia
mancasse di coraggio e, per provocarla, la colpì sulla schiena, ma ancora la
creatura non si mosse. Allora si fece avanti e, standole proprio di fronte, le si
scagliò contro come se avesse intenzione di trafiggerla. Quella non parve notare
l’azione. Così Artù mise giù cautamente lo scudo, rinfoderò la spada e, essendo
robusto e forte, l’afferrò per le coma e la scosse con grande potenza, ma non
riuscì a farle abbandonare il grano.
Preso dalla rabbia, era sul punto di sollevare il pugno per colpirla sulla testa,
quando ecco che non riuscì a staccare le mani: erano inchiodate alle corna.
Non appena la bestia si accorse che il suo nemico era stato catturato, alzò la testa
e uscì dal mulino portando pendente dalle corna il re, atterrito, confuso, e tuttavia
fuori di sé per la rabbia. Poi la bestia ritornò di nuovo nel bosco con passo
tranquillo: quando Gawain, che per fortuna stava cavalcando dietro i suoi amici, la
vide che portava via lo zio, quella vista quasi lo privò del suo buonsenso.
«Cavalieri!», esclamò ad alta voce. «Venite subito qui! Aiutiamo il nostro buon
Signore. E che i ritardatari non possano mai più sedere alla sua Tavola Rotonda!
Meriteremmo certamente che i nostri nomi fossero disonorati se il re dovesse
essere perduto per la mancanza di un aiuto tempestivo».
Mentre diceva così, corse verso la bestia senza aspettare gli altri, e brandì la lancia
per colpirla.
Ma il re, temendo che venisse fatto del male a lui, gli disse:
«Buon nipote, grazie, ma, per amor mio, fermati! Se la tocchi, sono sicuramente
perduto mentre, se la risparmi, sono salvo. Avrei potuto ucciderla e tuttavia non
l’ho fatto; qualcosa ora mi dice che non ho trattenuto invano la mia mano.
Seguiamola, allora, dove va, e impedisci ai miei uomini di avvicinarsi troppo».
«Mio Signore», rispose Sir Gawain con le lacrime agli occhi, «devo dunque
lasciarvi perire senza aiutarvi?»
«Il miglior aiuto che puoi offrirmi», replicò il re, «sarà fare quello che ti ho
ordinato».
A questo punto Sir Gawain era così furibondo che gettò a terra la lancia e lo
scudo, poi si strappò il mantello e delle manciate di capelli.
Proprio in quel momento giunsero Ivano e Tristano, con le lance abbassate e a
tutta velocità. Gawain alzò in aria le mani e urlò forte:
«Non colpitela, miei Signori, per amore di Re Artù; è un uomo morto se soltanto
toccate quella bestia».
«Allora cosa dobbiamo fare?», gli chiesero.
«La seguiremo», disse Gawain, «e se il re verrà ferito, la bestia morirà».
Il mostro continuava a camminare per la sua strada, e sembrava non notasse i
Cavalieri, finché non raggiunse un masso alto e rotondo. Vi salì sopra
rapidamente come una rondine, e Gawain e i suoi amici, che lo seguivano a una
certa distanza, tristi e preoccupati, lo videro, raggiunta la cima, procedere
lentamente verso un picco che cadeva a strapiombo. Lì, sporgendo la testa, tenne
il re sospeso sopra l’abisso.
Giudicate voi la paura di Gawain e dei suoi amici, che erano quasi fuori di sé per
la rabbia! Udendo le loro grida, quelli che erano rimasti indietro salirono sullo
sperone e raggiunsero l’alto masso, sulla cui cima videro il re che penzolava
impotente dalle corna del mostro. Allora diedero sfogo alle urla più addolorate
che si fossero mai sentite. Non posso descrivervi la loro disperazione: avreste
potuto vedere coraggiosi Cavalieri e paggi che si tiravano i capelli e si strappavano
gli abiti, mandando ingiurie contro quel bosco e la strana avventura che erano
venuti a cercare. E Quex esclamò, come colpo finale:
«Ahimè, bella Cavalleria, come è duro il tuo destino! Questo giorno sei causa
della morte del nostro buon re, e perdi il suo valore quando ne avevi più
bisogno!».
Pronunciando queste parole si gettò a terra. Il re, comunque, era ancora sospeso
a mezz’aria, mentre la bestia nel frattempo non si muoveva. Il monarca temeva di
cadere in quell’abisso e, a bassa voce, pregava Dio e i santi di salvarlo da quella
situazione. Allora Gawain, Tristano, e non so chi altro, si consultarono per vedere
come potessero fare un mucchio delle loro vesti, così da attutire la caduta del
coraggioso Re Artù. Gawain non aveva ancora fatto in tempo a proporlo agli
altri, che ognuno si era tolto velocemente gli indumenti.
In fretta e furia portarono allegramente i loro mantelli e le loro cappe, si tolsero
velocemente i farsetti e i calzoni e, in un attimo, ogni Cavaliere rimase nudo:
l’ammasso di abiti sotto quel masso era tale che il re sarebbe caduto senza correre
il rischio di morire. Quando la bestia vide tutto ciò, si mosse come se volesse
tirare leggermente indietro la testa. La folla al di sotto, allarmata, lanciò subito un
grido, e in ginocchio pregarono il Cielo di proteggere il re e di farlo tornare sano
e salvo. La bestia, con un potente balzo, si lanciò poi di sotto e, liberato Artù, si
trasformò in un bel Cavaliere vestito riccamente di scarlatto dalla testa ai piedi.
Questo nobile si inginocchiò quindi davanti al re e, sorridendo, gli disse:
«Mio Signore, ordinate ai vostri uomini di riprendersi i vestiti. Ora potranno
cenare in pace: anche se un po’ tardi, l’avventura è stata trovata».
Artù, stupito, o meglio, quasi sconvolto da quella strana avventura, a quel punto
riconobbe il Cavaliere: era un ospite della Corte, stimato tra i più coraggiosi,
cortesi e saggi.
Abile con le armi, allegro, bello e amato, tra i primi nelle tenzoni, tuttavia anche
gentile e modesto, questo Cavaliere era maestro nelle sette arti ed esperto di tutti
gli incantesimi. Da un po’ di tempo c’era un accordo tra lui e il re, per cui si era
convenuto che, se si fosse trasformato quando tutta la Corte era riunita, avrebbe
ricevuto come ricompensa tre doni: una coppa d’oro, un destriero costoso, e un
dolce bacio dalla damigella più bella.
Gawain corse subito su, temendo che suo zio nella caduta si fosse ammazzato, e
potete sicuramente giudicare da voi quale fu la sua sorpresa quando lo trovò di
buon umore che rideva di gusto con la bestia.
«In fede mia, buon amico», disse, «siete certamente in grado di stregare il povero
popolo, e costringere perfino i Baroni a togliersi i vestiti».
«Potete riprenderli, mio buon Signore», disse il mago con lo stesso tono allegro,
«perché… guardate! Il re non ne ha più bisogno».
Se li infilarono subito senza mettersi a sceglierli: la Corte ritornò
immediatamente alla bella Carlisle, con il monarca e Sir Gawain che cavalcavano
in testa. I muri del palazzo risuonarono presto della loro gioia. I paggi portarono
loro l’occorrente per lavarsi, e quindi i Cavalieri si sedettero intorno alla tavola.
Grande era quella Corte, e ricca, coraggiosa e buona; molti nomi possenti, un re,
e parecchi duchi e conti erano seduti lì. Poi Gawain, il valoroso Cavaliere, e Ivano
l’Educato, tenendola ognuno per un braccio, fecero entrare la regina, che si
sedette accanto al re. Gawain si mise poi dall’altro lato, e Ivano vicino alla regina:
ridendo, cominciarono subito a raccontare l’abilità del mago e, quando la regina
Ginevra e i Cavalieri che non erano nel bosco ebbero appreso gli avvenimenti che
erano accaduti lì, rimasero davvero sorpresi, e si misero a ridere e a parlare con
gli altri.
Nel frattempo Sir Quex mise i piatti d’oro davanti al re e alla bella regina
Ginevra, poi si sedette per consumare il proprio pasto, giacché vantava di avere
un ottimo appetito, mentre i paggi servivano rapidamente gli altri Cavalieri. Non
mancava niente in quel ricco banchetto: capriolo, capretto e succulento cinghiale;
gru, otarde, capponi, cigni, anatre selvatiche; pavoni e belle e grasse galline e
pernici; pane bianco e il vino più puro: di tutte le cose buone, le migliori si
potevano vedere lì. Serviti da una schiera di graziosi giovani, gli ospiti fecero
onore alla festa.
Mangiando e bevendo erano immersi nei propri pensieri, quando entrò un
giovane scudiero alto e dalle maniere nobili, che montava un veloce cavallo
chiazzato. Mai, credo, si era visto un uomo più bello. Le sue spalle erano larghe
almeno due cubiti, i suoi lineamenti regolari, gli occhi scintillanti, pieni d’amore e
di gioia; i capelli erano lucenti come l’oro più luminoso, le braccia larghe e
robuste, i denti bianchi come l’avorio. Il corpo, che si assottigliava in vita, era ben
sviluppato e mostrava la sua forza. Le gambe erano lunghe e dritte e i piedi
arcuati. Il suo vestito viola e ben fatto si poggiava in graziose pieghe su una
calzamaglia dello stesso colore. Una ghirlanda di fiori freschi gli coronava la
fronte, alla quale il sole aveva conferito una tinta più scura, mettendo in risalto il
colore delle sue guance rubiconde.
Entrando nella sala, smontò da cavallo e andò con passi veloci e felici a
inginocchiarsi davanti ai piedi del buon monarca. Poi svelò il suo proposito con
queste parole:
«Possa Colui che ha creato questo mondo e tutto ciò che contiene - Colui che
non ha alcun Signore feudale - salvare il re e tutto ciò che gli appartiene!».
«Amico», replicò Artù, «ti ringrazio per queste parole: se chiedi un favore, sarà
tuo».
«Mio Signore, io sono uno scudiero e sono venuto da lontano alla vostra Corte
perché sapevo che, così facendo, avrei incontrato il migliore di tutti i re; e vi
chiedo, per amore del Santo nome di Maria, di armarmi Cavaliere».
«Amico», disse il re, «alzati e mettiti a sedere: sarà fatto come desideri».
«Mio Signore, con il vostro permesso, non mi alzerò da qui finché non mi avrete
concesso il favore che chiedo».
«È concesso!», esclamò allora il re.
Lo scudiero, non appena furono pronunciate queste parole, si alzò e andò a
prendere posto a quella ricca tavola. Ma lo aveva appena fatto, quando ecco: gli
ospiti videro entrare un Cavaliere bene armato e in groppa a un veloce destriero.
Attraversato il salone, colpì al petto con la sua lancia un Barone e lo fece morire
proprio davanti alla regina. Poi se ne andò, esclamando:
«Ho fatto questo per umiliare te, malvagio re! Se ciò ti addolora e i tuoi vantati
Cavalieri vorranno seguirmi, io sono Taulat, Lord di Rugimon, e ogni anno, in
questo stesso giorno, ritornerò per arrecarti il medesimo oltraggio».
Il buon Artù chinò la testa, adirato, ma anche triste: in quel momento però lo
scudiero si alzò e si inginocchiò davanti al re:
«Sire», disse, «datemi ora le mie armi da Cavaliere, affinché possa seguire
quell’arrogante che ha gettato il disonore su questa Corte».
Al che Quex esclamò: «Amico, il vostro coraggio sarà maggiore quando sarete
ubriaco. Sedetevi di nuovo e bevete ancora: il vostro cuore sarà più allegro, e
potrete sconfiggere meglio un Cavaliere con il vino che con una spada affilata, per
quanto siate forte!».
Lo scudiero non disse nulla in risposta, dato che non rientrava nei compiti che gli
venivano dal re, ma pensò che, prima o poi, Quex l’avrebbe pagata cara per quelle
parole. Artù, comunque, diede sfogo alla sua rabbia e disse:
«Allora, Quex, non terrai mai a freno quella tua lingua tagliente finché non ti avrò
cacciato dalla mia Corte? Cosa ti ha spinto a rivolgerti in maniera così vile a un
estraneo che desidera essere armato Cavaliere? Non puoi tenerti dentro tutto il
rancore, l’invidia, le malvagie parole e i pensieri calunniosi con cui gonfi la tua
arte?»
«Mio Signore», disse lo scudiero, «vi prego di lasciargli dire ciò che desidera:
presto poca attenzione ai colpi della sua lingua biforcuta, per i quali cercherò di
avere una nobile vendetta. Le parole vili non macchiano mai l’onore. Permettetemi
piuttosto di ottenere un’armatura, per seguire colui che ora è uscito da qui; perché
sento che non potrò mangiare tranquillo finché io e lui non ci saremo scontrati in
un duello mortale».
Il monarca replicò gentilmente:
«Amico mio, ti darò volentieri un destriero, delle buone armi e gli speroni da
Cavaliere, poiché chiedi questi doni come scudiero di nobile nascita. Ma sei
troppo giovane per combattere colui che ha lasciato ora questo salone. Nemmeno
quattro dei Cavalieri della mia Tavola Rotonda oserebbero opporsi ai suoi colpi o
incontrarlo sul campo di battaglia. Lascia allora questa preoccupazione ad altri: mi
addolorerebbe perdere subito un Cavaliere tanto forte e coraggioso».
«Poiché, Signore, pensate che sia forte, e mi avete definito coraggioso senza prove,
forse soltanto per deridermi, forse desiderate che desista dalla mia lotta; ma in
questo non avrete successo, a meno che non rifiutiate di accordarmi il favore che
mi avete promesso. E, se un re dovesse dimenticare la promessa fatta, la sua fama
e la sua cortesia sparirebbero».
Il monarca rispose:
«Amico, cedo al tuo ardente desiderio: sarai armato Cavaliere».
Così ordinò a due scudieri di andare subito a prendere la sua armatura, la sua
lancia, uno scudo bello e temprato, l’elmo, la spada affilata, gli speroni, e un
cavallo di valore completamente bardato: poi, quando ebbero portato le armi e il
cavallo, invitò lo scudiero a indossare la cotta di maglia, gli fermò con una fibbia
lo sperone destro, assicurò con una cintura la spada sul fianco sinistro del giovane
e, baciatolo delicatamente sulla bocca, gli chiese il suo nome.
«Sire, nella terra in cui sono nato, il mio nome è Jaufry, figlio di Dovon».
Il re, sentendo queste parole, sospirò forte e disse, mentre le lacrime gli
riempivano gli occhi:
«Ah, che Cavaliere e Signore di valore era Dovon! Faceva parte della mia tavola e
della mia Corte. Un Cavaliere coraggioso e saggio: non c’è mai stato nessuno che
lo superasse nelle armi. Nessuno era più forte o terribile di lui in battaglia. Possa
Dio, se questa è la sua volontà, concedergli la grazia, poiché è morto per amor
mio! Un arciere gli ha trafitto il cuore con una freccia d’acciaio, mentre si batteva
strenuamente nella mia terra in Normandia».
Nel frattempo uno scudiero portò a Jaufry un destriero baio. Il giovane poggiò la
mano sulle redini e, senza usare le staffe, saltò sul cavallo, equipaggiato come lui;
poi chiese il suo scudo e la lancia, affidò il re a Dio e, preso congedo da tutti gli
altri, uscì al galoppo da quel salone.
Esout de Verfeil

Il destriero, veloce e bello da vedere, partì come una freccia, tanto che Jaufry,
mentre lasciava i cancelli del castello, sperò di poter raggiungere il perfido
Cavaliere. Perciò urlò forte a due uomini che incontrò sulla strada:
«Buoni amici, se potete, ditemi che via ha preso il cavaliere che è uscito da quel
castello proprio adesso. Se niente ve lo impedisce, indicatemi la strada».
Uno di quegli uomini rispose:
«Parlate di quello la cui armatura era così lucida?»
«Proprio quello», disse Jaufry.
«È passato prima. Siete partito troppo tardi, Cavaliere, per poterlo raggiungere».
«In nome del Cielo!», mormorò Jaufry, molto addolorato. «Può fuggire lontano o
nascondersi quanto vuole, ma lo raggiungerò. Lo cercherò per tutto il mondo,
dove si trovano terra e mare, e scoverò il suo rifugio anche sottoterra!».
Questo disse, e continuò il suo cammino; poi, spronato il cavallo, giunse in una
larga strada rialzata dove apparivano sulla polvere delle impronte fresche di
zoccoli di cavallo.
«Mi sembra», affermò Jaufry, «che un Cavaliere sia passato di qui: allora seguirò
questa strada finché si vedranno le tracce».
Facendo camminare lentamente il cavallo, continuò a cavalcare per tutto il giorno
senza incontrare una cittadina o un castello. Alla sera stava ancora cavalcando,
quando un forte grido, seguito da un frastuono di armi e dal clangore dell’acciaio
su un elmo, si levò improvvisamente dalla profonda oscurità.
Jaufry spronò prontamente il cavallo verso quel luogo e urlò:
«Chi siete, Signori, che combattete a quest’ora? Rispondete: perché gli occhi di
un uomo non riescono a vedervi».
Ma nessuno rispose e quando, come si addice a un uomo coraggioso e audace,
raggiunse il posto da cui proveniva il rumore, la lotta era terminata e il chiasso
cessato. Mentre ascoltava, senza vedere nulla e meravigliandosi del silenzio,
dall’ombra si levarono dei profondi sospiri e lamenti: curvatosi in avanti, scorse un
Cavaliere così gravemente ferito che tutto il terreno era bagnato di sangue.
«Cavaliere», esclamò, «parla e dimmi per quale motivo e da chi sei stato così
gravemente ferito».
L’uomo offeso non riusciva nemmeno a muovere le labbra o un arto: poi le sue
braccia si irrigidirono e, con due spaventosi gemiti, l’anima abbandonò il corpo.
«Cavaliere», urlò allora Jaufry rivolto al cadavere, «mi addolora il fatto di non
sapere chi è il tuo assassino, o se tu avevi ragione oppure torto. Ora sei morto
ma, se potrò, scoprirò perché, e per mano di chi».
Poi se ne andò e riprese la sua strada, ora al trotto ora al passo, fermandosi di
tanto in tanto ad ascoltare e a dare un’occhiata in giro. Per un po’ il suo orecchio
e il suo occhio non colsero nulla ma, dopo aver cavalcato per un po’ di tempo, lo
assalì nuovamente un rumore di battaglia. Acciaio, legno e ferro si scontravano
con una forza così spaventosa da far sembrare che un tuono agitasse l’aria, e che
quel fragore annunciasse l’arrivo di un temporale.
Subito Sir Jaufry fece voltare il cavallo verso il luogo da cui proveniva e, con lo
scudo tirato fin sotto il collo e la lancia in resta, pronta, continuò a spronare il
cavallo con vigore: intanto dentro di sé pensava che non avrebbe mai saputo chi
avesse ucciso il Cavaliere e chi fossero quelli che stavano combattendo. Poi arrivò
impetuosamente nel luogo della rissa; ma soltanto per vedere, steso a terra morto,
un Cavaliere completamente armato, il cui elmo e la cui testa erano stati spaccati
fino ai denti da un solo colpo, mentre la sua cotta di maglia d’acciaio era tutta
rossa di sangue coagulato. Jaufry gli sollevò la visiera e lo toccò con la lancia ma,
vedendo che era privo di vita, esclamò con voce afflitta:
«Cielo! Allora non saprò mai quale mano ha ucciso questi Cavalieri?».
Impaziente, riprese il suo cammino e, quando fu giunto un po’ più lontano, si
imbatté in un altro Cavaliere, il cui corpo era così straziato da diverse ferite che il
sangue e la vita lo stavano abbandonando velocemente. Commosso
profondamente dalle sue urla e dai suoi tristi lamenti, Jaufry si avvicinò e gli
chiese gentilmente di chi fosse la mano che gli aveva fatto quello e aveva ucciso
gli altri, e inoltre se fosse nel torto.
«Ahimè!», rispose l’uomo ferito con un sospiro, «vi dirò la semplice verità. È
Estout, il Signore di Verfeil, che ci ha ridotto nello stato in cui vedete, per nutrire
il suo orgoglio. Questo Cavaliere è noto per essere un crudele attaccabrighe, e per
il fatto che assale senza misericordia e senza motivo tutti quelli che vengono da
vicino e da lontano».
«Ditemi», disse Jaufry, «questa volta era in torto?»
«Mio Signore, con l’aiuto del Cielo e anche senza, non dirò nessuna menzogna.
Io e i miei amici stavamo andando a riposarci, quando Estout è arrivato a cavallo
presso i cancelli del mio castello e ci ha sfidati. Era giorno, ma avremmo riflettuto
a lungo prima di avventurarci in un combattimento con lui, poiché sapevamo che
era un Cavaliere di tale abilità che pochi fino ad allora erano riusciti a tenergli
testa; perdipiù è così crudele che mai in vita sua ha concesso la grazia a un
nemico. Non riconoscendolo, abbassammo il ponte, e lui passò subito. Dopo
averci spinti lontano sulla strada - la mossa migliore per gli insidiosi fini che aveva
- si fermò improvvisamente e, gettandosi con la lancia in resta su quello che gli
era più vicino, lo sbalzò a terra, morto.
A questo punto avevamo riconosciuto Estout, e abbiamo voltato i nostri cavalli;
ma lui ci ha seguiti da vicino con parole minacciose e, raggiunto il mio
compagno, lo ha ucciso con un solo colpo. Poi ha concentrato la sua rabbia su di
me con una tale ferocia che, pensando fosse giunta la mia fine, ho perso la mira,
mentre la mia lancia veniva deviata dal suo scudo; ma lui con un colpo mi ha
fatto cadere dal cavallo e mi ha colpito tre volte mentre ero steso a terra indifeso, e
così mi ha lasciato convinto che fossi in fin di vita. Questo mio buon Signore, è il
modo in cui sono andate le cose».
«Sapete», chiese Jaufry, pensieroso, «che strada abbia preso e dove lo si possa
incontrare?»
«Mio Signore, non saprei dirlo, ma non dubito che lo troverete prima di quanto
desideriate. Badate, allora, ad evitare un tale incontro perché, credetemi, in questo
modo non riuscirete a guadagnare nient’altro che del ferro: accettate quindi il mio
consiglio e cambiate strada».
«Cambiare strada, dite voi?», disse Sir Jaufry, «No, sul mio onore, e vi dirò di
più: lo seguirò da vicino e, se dovessi raggiungerlo, non ci separeremo, potete
starne certo, senza un duello, e senza sapere chi di noi due abbia il cuore più
coraggioso e il braccio più forte, o brandisca meglio la spada».
Con queste parole, prese congedo dal Cavaliere: quest’ultimo lo pregò di passare
vicino al suo castello e di mandargli aiuto da lì.
«Non mancherò», disse Jaufry.
Si incamminò quindi verso il maniero del moribondo e, dopo poco tempo, vide
delle alte torri e due scudieri bene armati che montavano la guardia davanti a un
ponte levatoio alzato.
«Amici», esclamò, «Dio vi salvi entrambi!».
«E anche voi, Signore, da ogni male», replicarono quelli.
«Ho un triste messaggio per voi», aggiunse Jaufry, «e cattive notizie. Il vostro
Signore è steso là gravemente ferito, e i suoi due compagni sono stati entrambi
uccisi. Estout de Verfeil li ha ridotti in quello stato. Così affrettatevi ad andare dal
vostro Signore, che abbisogna del vostro aiuto».
Poi li raccomandò a Dio e se ne andò in fretta. Jaufry riprese la sua strada, ora
trottando forte, ora a un passo lento, finché non raggiunse una vallata profonda e
scura. Lì scorse la vivida fiamma di un grosso fuoco, intorno al quale era riunita
una grossa compagnia. Confidando di poter trovare notizie di Estout e Taulat -
poiché contava veramente di combattere con entrambi - andò verso il fuoco, dove
trovò delle persone che lo sorpresero. Alcuni Signori riccamente vestiti arrostivano
un cinghiale, mentre lo spiedo veniva girato da dei nani deformi, il cui sviluppo si
era arrestato.
«Buoni Signori», disse cortesemente Jaufry, «potrei sapere da qualcuno di voi
dove posso incontrare un Cavaliere che ho seguito per tutta la notte?»
«Amico», esclamò uno di loro, in risposta, «potremmo essere in grado di dirvelo
se sapessimo qual è il suo nome».
«Sto cercando», affermò Jaufry, «Estout de Verfeil e Taulat, Lord di Rugimon».
«Amico», replicò il Cavaliere con cortesia, «andatevene da qui a tutta velocità
perché, se per caso Estout dovesse incontrarvi qui così armato, non darei un
quattrino per la vostra vita. È così coraggioso e forte di braccio, che non ha mai
incontrato un nemico che potesse tenergli testa. Tutti quelli che vedete intorno a
voi sono esperti Cavalieri e possono sopportare violenti colpi, cionondimeno ci
ha sottomessi tutti e siamo costretti a seguirlo a piedi dovunque la sua scelta o i
pericoli lo guidino. Ora siamo impegnati a preparare il suo pasto, così vi
consiglio di andarvene subito».
«No, davvero!», rispose Jaufry. «Non sono venuto qui per fuggire. Prima che
possa voltarmi, il mio scudo sarà distrutto, la mia cotta di maglia lacerata, e il mio
braccio così ferito da non poter brandire una spada».
Mentre parlavano, Estout arrivò a tutta velocità e, vedendo Jaufry, urlò forte:
«Chi sei tu, vassallo, che osi venire così a mischiarti tra i miei uomini?»
«E chi siete voi», disse Jaufry in risposta, «che usate queste assai poco gentili
parole?»
«Lo saprai tra poco».
«Siete Estout?»
«Sì, certamente!».
«A lungo vi ho cercato durante questa faticosa notte, senza mai fermarmi o
chiudere occhio».
«E per quale motivo mi stai cercando?»
«Perché desideravo sapere per quale motivo avete ucciso i tre Cavalieri che erano
sulla strada: un atto che ritengo sbagliato e peccaminoso».
«Ed è per questo che sei venuto qui? Avresti fatto meglio a startene lontano,
poiché avermi incontrato qui sarà la tua rovina: in un istante perderai la testa,
oppure mi seguirai a piedi come questi Cavalieri che borbottano umilmente rivolti
ai garretti del mio cavallo. Consegnami, perciò, il tuo scudo, la maglia metallica, la
spada e il cavallo baio che ha portato qui il tuo corpo».
«Sarà mia cura custodirli finché sono in vita», affermò Jaufry. «È stato il buon re
che mi ha donato questo destriero quando mi ha nominato Cavaliere. In quanto
allo scudo, non lo avrete intero, e nemmeno la maglia metallica, senza strappi o
macchie. Mi avete preso per un bambino, che le vostre misere minacce possono
spaventare? Lo scudo, la maglia metallica e il cavallo non sono ancora vostri ma,
se vi fa piacere, affrontatemi in duello per vincerli. Per quanto riguarda le
minacce, non le tengo in alcun conto: “Le minacce”, dice il proverbio, “spesso
nascondono la paura”».
Udite queste audaci parole, Estout partì al galoppo con il suo cavallo e Jaufry
incoraggiò il proprio a sostenere il colpo: corsero l’uno verso l’altro a tutta
velocità. Estout colpì Jaufry sulla luminosa borchia dello scudo con una forza così
grande che la lancia passò attraverso il metallo spaccato, rompendo la maglia
metallica che gli proteggeva il petto e graffiando perfino la pelle. Anche Jaufry
intanto aveva colpito il suo nemico, e con una mira così precisa che quello perse
le staffe e la sella, e rotolò sul terreno mezzo stordito.
Si rialzò rapidamente, pallido per la rabbia, e corse con la spada alzata verso
Jaufry. Quest’ultimo, desiderando risparmiare il suo cavallo, saltò subito a terra e
sollevò lo scudo. Appena in tempo. Estout, nella sua feroce rabbia, brandì la
spada con entrambe le mani e la fece calare giù con un tale effetto che lo scudo
venne spaccato fino al braccio.
«Per san Pietro!», mormorò Jaufry. «Vedo che desiderate ardentemente questo
povero scudo: tuttavia, anche se non me ne rimarrà niente, vi costerà caro».
Facendo seguire l’atto alle parole, fece poi calare sul luminoso elmo di Estout un
colpo talmente violento che ne uscirono delle scintille. Ma quell’elmo a prova di
colpi non era certo tra i peggiori. Con furia a stento repressa, Estout si fece avanti
di nuovo e con un colpo pareggiò quello che aveva ricevuto tagliando il doppio
orlo dello scudo di Sir Jaufry, un mezzo palmo di maglia metallica, e lo sperone
sinistro, attraverso il quale la lama passò mentre raggiungeva il terreno.
Stupito per la forza del suo terribile nemico, Jaufry, da parte sua, colpì una
seconda volta il suo elmo brunito con un vigore tale che la sua spada si spezzò in
due senza lasciare tuttavia su quel forte acciaio la più piccola ammaccatura.
“Cielo!”, pensò Jaufry. “Che vuol dire questo? Maledetta sia la mano che ha
fabbricato quell’elmo, sul quale la mia spada si è infranta invano!”.
Poi Estout, emettendo uno spaventoso grido quando vide la spada di Sir Jaufry
divisa in due, si scagliò contro di lui e colpì a sua volta il figlio di Dovon
sull’elmo, fracassandone la visiera mentre il colpo calava. Jaufry non aveva alzato
in tempo ciò che gli rimaneva dello scudo, che cadde a terra distrutto per sempre:
il combattimento era finito.
«Cavaliere», disse Sir Jaufry, «mi avete messo alle strette, e io, in verità, devo
essere stato certamente stregato. Anche colpendo con tutta la mia forza il vostro
elmo, non sono riuscito a romperlo».
Mentre parlava così, sferrò un colpo disperato con ciò che gli restava della spada
la quale, cadendo sull’elmo del suo forte nemico come un martello sull’incudine,
per un momento privò entrambi della vista e dell’udito. Con gli occhi annebbiati e
il passo vacillante, Estout, pensando di colpire Jaufry - che sarebbe stato spaccato
in due fino ai calcagni se avesse ricevuto il colpo - fece calare la sua spada con
una rabbia così smisurata da conficcarla nel terreno quasi fino a metà della lama.
Prima che potesse ritirarla fuori, il giovane Cavaliere, gettati via lo scudo
danneggiato e la spada rotta, afferrò Estout con entrambe le braccia intorno alla
vita, con tanta forza che si poteva sentire scricchiolare ogni costola all’interno del
suo corpo. Gettatolo a terra, gli tolse l’elmo, poi agguantò la spada per mozzare la
testa del suo nemico, il che sarebbe stato soltanto il lavoro di un istante.
Estout, che non si era mosso, urlò con voce debole:
«Pietà, buon Cavaliere! Oh, non uccidermi, ma chiedimi pure qualsiasi riscatto tu
voglia: riconosco che mi hai sconfitto».
«Avrete la grazia», replicò allora Jaufry, «se farete quello che ora vi ordinerò».
«Sarà fatto volentieri, mio Signore: qualsiasi cosa chiederai, la farò».
«In primo luogo», disse Jaufry, «andrete a consegnarvi come prigioniero al Re
Artù con tutti questi Cavalieri, ai quali dovrete restituire ciò che avete preso loro,
poi riferirete a quel buon re come vi ho sconfitto in duello».
«Lo farò volentieri, in nome del Cielo!», replicò Estout.
«E ora», affermò Jaufry, «datemi le vostre armi, poiché le mie sono state tutte fatte
a pezzi e spaccate da voi».
«D’accordo, mio Signore. Datemi la mano: il patto sarà mantenuto, e posso ben
affermare, senza mentire, che mai un Cavaliere ha vantato un’armatura come la
mia. Su questo elmo possono cadere molti colpi, ma non vi passeranno mai
attraverso; nessuna lancia può passare questo scudo o forare questa maglia
metallica e, in quanto alla spada, è così robusta, che né il ferro né il bronzo o
l’acciaio possono resisterle».
Così Jaufry indossò quelle armi preziose e, mentre fermava con una fibbia l’elmo
lucente e lo scudo brunito, e si assicurava alla cintura la buona spada, i prigionieri
di Estout vennero a rendergli omaggio. Erano una quarantina, tutti di alto
lignaggio, e gli dissero, tra calorosi sorrisi di gioia:
«Signore, che risposta daremo quando il buon Re Artù ci chiederà il nome di
colui che ci ha liberati?»
«Risponderete che il suo nome è Jaufry: Jaufry, figlio di Dovon».
Detto questo, ordinò che gli fosse portato il suo cavallo, perché ancora ardeva dal
desiderio di raggiungere Taulat. E, sebbene Estout e tutti i Cavalieri insistessero
per farlo restare un po’, non rimase né per mangiare né per riposarsi: ricevuti
dalle mani dei Cavalieri lo scudo e la lancia, prese congedo e riprese il suo
viaggio.
Giunse il giorno chiaro e bello, e un sole luminoso si levò sui campi bagnati dalla
rugiada; affascinati dalla stagione primaverile e dall’ora del mattino, gli uccelli
cantavano felicemente sotto l’ombra verdeggiante e ripassavano i loro gorgheggi.
Jaufry, tuttavia, continuò ad andare dritto per la sua strada, deciso a trovare Taulat.
Poiché per lui non avrebbe potuto mai esserci pace, riposo o piacere, finché non
avesse incontrato quell’altero Signore.
Il nano e la lancia

Dopo che Sir Jaufry ebbe proseguito nel suo viaggio, Estout mantenne la sua
promessa e restituì sia il cavallo che le armi a ogni Cavaliere. Quella sera partì per
andare alla Corte di Artù, che aveva deciso di raggiungere prima della fine dei
tornei, dei giochi e dei banchetti. Otto giorni di festa erano stati tenuti in quelle
sale quando arrivò lì con la sua compagnia. Fu dopo cena, mentre il re era seduto
con i suoi Baroni, l’orecchio teso ai racconti dei menestrelli e ai discorsi dei
Cavalieri che gli riferivano atti di nobili gesta, che Estout entrò con quella truppa
armata di Cavalieri. Scesi da cavallo all’entrata del castello, furono subito condotti
davanti al re; dopo essersi inginocchiato ai suoi piedi, Estout parlò in questi
termini:
«Sire, possa quel sommo Re che ha creato e modellato tutte le cose - Lui, il
Signore di ogni sovrano, che non ha pari - salvarci ora facendoci accettare nella
vostra compagnia!».
«Amico», replicò il re, «che Dio salvi voi e i vostri amici! Chi siete, e cosa siete
venuto a cercare qui?»
«Mio Signore, vi racconterò tutta la verità: siamo stati mandati qui da Jaufry,
figlio di Dovon, per proclamarci vostri prigionieri e sottometterci alla vostra giusta
legge. Sir Jaufry ha liberato tutti questi Cavalieri che io avevo catturato uno ad
uno, e che erano costretti a seguirmi a piedi perché avevano ottenuto la grazia a
questo patto: ora lui mi ha vinto con la forza delle armi».
«E quando l’hai visto l’ultima volta», chiese Artù, «in nome di quella fede
profonda che riconosci al Cielo misericordioso, dimmi: stava bene?»
«Sì, Sire. Per la fedeltà che vi devo, credetemi, otto giorni fa, all’alba, l’ho lasciato
sano, robusto e pieno di fuoco. Non si è fermato nemmeno per spezzare il pane,
perché ha dichiarato che nessun cibo sarebbe passato sulle sue labbra e nessuna
gioia, piacere o riposo sarebbero stati suoi, finché non avesse trovato un Cavaliere
chiamato Taulat. Ora è sulle sue tracce, e vi garantisco, nel caso dovesse
incontrarlo e dovessero misurarsi spada contro spada, che sarà ben strano se non
lo forzerà a chiedere la grazia. Infatti non credo che esista al mondo un Cavaliere
più coraggioso o più forte con le armi di lui. Parlo per esperienza, poiché ho
conosciuto la sua forza a caro prezzo».
«O Cielo in cui credo!», urlò Artù, mentre giungeva le mani, «esaudisci la mia
preghiera: che Jaufry possa ritornare sano e salvo! È già conosciuto come un
valoroso Cavaliere, e grandi sono i doni che manda qui».

Lasciamo ora l’ardito Estout raccontare la sua storia e volgiamo l’attenzione al


nostro Cavaliere. Ho detto come Sir Jaufry avesse continuato a cercare il suo
nemico per valli e monti, tuttavia non vide né sentì alcun uomo che fosse in
grado di dargli delle notizie. Continuò a cavalcare, senza incontrare un uomo o
una bestia, finché non passò mezzogiorno. Il sole ora era diventato molto caldo, e
lui riusciva appena a sopportarne i raggi cocenti; tuttavia, né il sole né la fame, la
sete, o alcuna cosa in aggiunta potevano intimidire il suo spirito. Deciso a non
fermarsi finché non avesse incontrato Taulat, continuò ad andare avanti, sebbene
non si vedesse anima viva.
Mentre procedeva impetuosamente, un viaggio di alcune ore fece ritrovare il
giovane Cavaliere vicino a una graziosa collina ombreggiata da uno dei più begli
alberi creati dalla natura. Sospesa lì, pendeva da un ramo una bella lancia bianca
di frassino con la punta di acciaio lucido. Pensando che forse un Cavaliere stesse
riposando lì vicino, Jaufry fece voltare il suo cavallo in quella direzione e lo spinse
al galoppo.
Raggiunta la cima della collina, saltò agilmente giù e si diresse verso l’alto albero
ma, con sua grande sorpresa, non c’era nessuno: niente ad eccezione della lancia
sospesa sul ramo. Allora, sorpreso - chiedendosi come mai un’arma così robusta e
buona la cui punta brillava come argento puro, fosse stata messa lì -, la tirò giù e,
riposandosi contro il tronco coperto di muschio, maneggiò e brandì la sua nuova
e raffinata lancia, che scoprì essere tanto buona quanto bella.
«In fede mia», disse, «ora prenderò quest’arma e lascerò la mia».
Mentre faceva questo scambio, un nano dall’aspetto spaventoso uscì
improvvisamente dal boschetto che si stendeva lì intorno. Basso e grasso, aveva
una testa mostruosa da cui scendevano dei capelli lisci che gli arrivavano fino alla
schiena; spesse sopracciglia gli nascondevano gli occhi, il naso era largo e
deforme, e le narici talmente grosse che avrebbero potuto contenere un pugno:
delle labbra gonfie e bluastre si posavano su dei denti larghi e curvi, dei folti baffi
circondavano la sua enorme bocca, e la barba gli arrivava fino alla cintura. Era
alto appena un piede dalla vita in giù; la testa era infossata nelle spalle, e le sue
braccia sembravano così corte che vano sarebbe stato il tentativo di legargliele
dietro la schiena. In quanto alle mani, erano simili a zampe di rospo, tanto erano
larghe e palmate.
«Cavaliere», urlò quel mostro, «la sventura ricadrà sull’uomo che toccherà quella
lancia! Riceverai ciò che ti meriti e penzolerai dal nostro albero: vieni, allora, e
consegnami il tuo scudo».
Sir Jaufry osservò il nano e rispose con rabbia:
«Cosa vuoi dire, miserabile nano deforme?».
Al che, il nano levò un urlo così forte che tutta la valle echeggiò, e subito arrivò
un Cavaliere armato di tutto punto, che montava un destriero coperto di ferro,
con le grosse labbra arricciate minacciosamente, esclamando:
«Sventura all’uomo che abbia osato toccare la lancia!».
Raggiunta la collina, vide Jaufry, e allora disse:
«Santo Cielo, Sir Cavaliere! Fare quello che hai fatto prova che hai poca cura della
tua vita».
«E perché, Signore?», domandò con calma Jaufry.
«Lo saprai presto. Nessun uomo che tocchi quella lancia può andarsene da qui
senza combattere con me. Se disarciono il Cavaliere così audace da toccarla e lo
vinco in combattimento, nessun riscatto può salvargli la vita. Lo appenderò per il
collo sulla mia forca che puoi vedere da qui, piena di ben trentatré uomini che
penzolano a mezz’aria».
«Dimmi ora, esattamente», disse Sir Jaufry, «se uno implora la grazia, può
ottenerla dalle tue mani?»
«Sì, ma solo a una condizione che ho stabilito inderogabilmente: ovvero, che mai
in vita sua monti più un cavallo; non dovrà mai tagliarsi i capelli o le unghie; non
dovrà mai mangiare pane di frumento e assaggiare del vino; e non dovrà mai
portare addosso altro vestito se non uno intessuto con le proprie mani. Se
dovesse accettare queste condizioni prima della battaglia, potrebbe forse ottenere
la grazia, ma niente può salvare l’uomo una volta che abbia combattuto».
«E se io non sapessi tessere questo vestito?», chiese Jaufry.
«L’arte della tessitura, del taglio della stoffa e della cucitura bisogna apprenderla»,
replicò il Cavaliere. «Dimmi se acconsenti; oppure se scegli che questa sia la tua
ultima ora».
«Non lo farò», disse Jaufry, «perché mi sembra un lavoro troppo difficile».
«Lo farai bene prima che siano trascorsi cinque anni, visto che sei alto e forte».
«No. Sul mio onore, scelgo piuttosto il combattimento, poiché sembra che non
abbia alternative».
«Accetta la mia sfida, allora!», urlò il Cavaliere, «e tieni a mente che il
combattimento è all’ultimo sangue».
«Così sia!», affermo Sir Jaufry, «Mi difenderò».
Si allontanarono borbottando parole quasi uguali, ognuno pensando da parte sua
che una vittima sarebbe presto caduta. Poi il Cavaliere si scagliò contro il suo
nemico. Con dei tremiti, la lancia volò nell’aria, ma Jaufry sopportò il colpo senza
muoversi. Non fu così per il Cavaliere, poiché Jaufry scagliò la propria arma che
si conficcò nello scudo del suo nemico sfondandolo; anche la cotta di maglia, il
legno e il ferro dello spallaccio furono forati per la lunghezza di un cubito.
Il Cavaliere cadde: Jaufry, con la spada sguainata, si portò al suo fianco ma,
quando lo vide in quelle condizioni, così ridotto male…
«Cavaliere», esclamò, «penso che le tue impiccagioni siano terminate».
«Signore», gridò l’uomo ferito, «purtroppo è vero. Hai eseguito così bene il tuo
lavoro che d’ora in poi la sicurezza non sarà mai più bandita da qui».
«Non ci credo», disse Jaufry, «o almeno, questo non mi impedirà di impiccarti».
«In nome del Cielo, mio Signore, ti imploro di concedermi la grazia!».
«E con quale diritto speri di ottenerla, tu che non l’hai mai concessa a nessuno?
Troverai la pietà, come l’hanno trovata quelli laggiù, che una volta hanno
implorato te di concedere loro la grazia».
«Se, mio buon Signore, la mia testa ha sbagliato, il mio cuore è stato nero, e le
mie abitudini malvagie, guardati dal seguire i miei passi. Chiedo un atto di
misericordia… che dovrei ricevere. Tu, uomo di nobile virtù, sceglierai di certo
questo comportamento, altrimenti su di te ricadrà il disonore di aver impiccato un
coraggioso e cortese Cavaliere, titolo di cui una volta mi fregiavo».
«Tu menti per la gola!», sbottò Sir Jaufry. «Non potresti mai essere ritenuto un
Cavaliere rispettabile, quanto piuttosto, credo, un perfetto furfante. Chi compie un
atto da farabutto perde allo stesso tempo il rango e il titolo di Cavaliere. La tua
supplica è vana: non troverai perdono».
Slacciatosi l’elmo d’acciaio mentre parlava, prese una corda e gliela mise intorno
al collo; poi, trascinatolo sotto il lugubre albero, ve lo appese bene e giustamente.
«Amico mio», apostrofò poi il Cavaliere, «il passaggio ora può essere considerato
sicuro, e i viaggiatori non devono più temere nulla da te».
Lasciandolo appeso, dopo questo addio cavalcò verso il nano, come se avesse
intenzione di ucciderlo. Ma, quando quest’ultimo lo vide ritornare così, incrociò
rapidamente le mani sul petto…
«Buon Signore», urlò, «mi sottometto a voi e al Cielo, ma concedetemi, vi
prego, la vostra pietà. Io non ho fatto alcun male: infatti, se avessi disobbedito al
Cavaliere, avrei perso la vita. Ho guardato questa lancia per quattordici anni e l’ho
lucidata due volte al giorno. La sventura mi avrebbe colto se avessi trascurato
questo compito, o se non avessi avvertito il mio Signore con un segnale quando
veniva toccata da un Cavaliere. Questo, mio buon Signore, è stato il mio unico
crimine».
«Potrai avere la grazia», disse Jaufry, «se farai quello che ora ti ordinerò».
«Parlate, mio buon Signore, e che Dio mi svergogni se dimenticherò una sola
parola!».
«Alzati, allora, e affrettati ad andare alla Corte di Re Artù. Di’ a quel re che ti
manda il figlio di Dovon e consegnagli questa lancia che ho vinto, l’arma più
bella che occhio umano abbia mai visto. Raccontagli anche le malefatte del tuo
Signore, di come abbia impiccato tanti rispettabili Cavalieri e di come a sua volta
come ricompensa abbia subito la medesima sorte».
«Mio Signore», esclamò il nano, «vi prometto che lo farò».
E Jaufry rispose: «Bene; allora, vattene!».
Fu una sera di lunedì che accadde tutto questo, proprio al tramonto del sole. La
notte sopraggiunse serena e bella, e la luna piena brillava luminosa come il
giorno. Jaufry continuò ad andare avanti, per la sua strada - perché niente poteva
fargli cambiare il suo proposito - e il nano si preparò a eseguire la sua
incombenza. Allo spuntar del giorno partì per Carlisle dove giunse dopo un po’
di tempo, senza correre rischi. Il re stava sciogliendo la sua Corte, che aveva
tenuto lì per due settimane, e i Cavalieri e i Baroni stavano andando tutti per la
loro strada, soddisfatti e felici, portando con sé ricche ricompense donate dal loro
nobile Signore, quando la curiosità arrestò i loro passi alla vista di uno strano
nano, che teneva in mano una bella lancia. Questo nano avanzò verso il salone del
palazzo, dove tutti guardarono la sua figura con occhio interessato, perché mai
fino a quel giorno avevano visto un uomo tanto strano, ma lui, superando la folla
stupita senza fare alcun commento, andò dritto verso il trono del monarca, e
disse:
«Possa Dio, nobile Sire, concedervi prosperità! Sebbene il mio aspetto sia strano,
tuttavia vi prego di prestarmi ascolto, perché vengo come messaggero da
lontano».
«Nano», replicò il re, «Dio salvi anche te, poiché penso che tu sia onesto. Parla
senza paura, e riferisci il tuo messaggio in maniera chiara».
Il nano come preludio sospirò, poi cominciò così:
«Sire, vi porto da parte del figlio di Dovon questa lancia, che è stata causa di
atroci e grandi lutti. Fiero del proprio valore e della propria forza, un Cavaliere
l’aveva appesa a un albero su una collina, dove io le ho fatto la guardia e l’ho
lucidata due volte al giorno, per quattordici anni. Se un Cavaliere la toccava,
avvertivo con un urlo il mio Signore che, armato di tutto punto, si precipitava
verso lo straniero: questi, una volta sconfitto, veniva preso velocemente e appeso
per il collo. Fu così che trentatré uomini andarono incontro al loro destino; poi
quel Cavaliere, di cui sono il messaggero, ha sconfitto il mio Signore e ha vinto la
lancia, impiccando a sua volta il proprietario per gli atti malvagi che aveva
commesso. Questa è la lancia che ora manda a voi, come me, che mi dichiaro
vostro vassallo e vostro schiavo».
«Bene», replicò il re, «ma, nano, ora dammi qualche notizia sul coraggioso Sir
Jaufry: senza mentire, dimmi quando l’hai visto l’ultima volta».
«È stato lunedì sera, mio buon Signore: l’ho lasciato quando il combattimento era
finito e aveva terminato di impiccare il Cavaliere».
«E la sua salute era buona?»
«Sì, Sire, con l’aiuto di Dio, ed era ben disposto e allegro».
«Mio Dio misericordioso e pieno di gloria», urlò il re, con le mani giunte,
«concedimi la grazia di rivederlo sano e salvo, poiché scarsi saranno il mio piacere
e la mia gioia, finché non lo avrò riabbracciato!».
Il proprietario terriero

Ritorniamo ora a Jaufry, che continuava ancora a girovagare, senza volersi fermare
per mangiare o dormire prima di aver trovato Taulat: infatti nelle sue orecchie
risuonavano incessanti le pungenti parole di Quex: «Il vostro coraggio sarà
maggiore quando sarete ubriaco», e tuttavia confidava di provare che il Cavaliere
aveva mentito, dato che avrebbe battuto Taulat a digiuno.
Perciò continuò ad andare avanti fino a mezzanotte, quando raggiunse una gola
stretta e scura, circondata da ogni lato da alte montagne. Non c’era nessun altro
passaggio eccetto quello. Sir Jaufry aveva dato di sprone al suo cavallo quando,
proprio all’imbocco della gola, gli si parò davanti un proprietario terriero, dalla
corporatura robusta e con gli arti massicci, che teneva strette tre frecce appuntite,
taglienti come rasoi. Un grosso coltello pendeva dalla sua cintura, che cingeva una
sopravveste di bella forma e foggia.
«Fermati, Cavaliere!», urlò. «Ho una cosa da dirti».
Jaufry tirò le redini e disse:
«E qual è la tua richiesta, buon amico?»
«Devi consegnarmi il tuo cavallo e le armi da Cavaliere, perché solo a queste
condizioni potrai passare».
«Ho capito», disse Jaufry. «Intendi dire che un Cavaliere armato e a cavallo non
deve passare attraverso questo stretto?»
«Potrebbe farlo, ma pagando il pedaggio che ho imposto».
«Al diavolo questo pedaggio! Non ti darò mai il mio cavallo o le mie armi, finché
la forza mi permetterà di difenderli».
«Se non me li consegnerai con grazia e cortesia», disse il proprietario terriero,
«dovrò usare la forza per prenderli».
«E per quale ragione? Che male ti ho mai fatto?»
«Non desideri passare attraverso questa gola e non pagare il pedaggio dovuto a
meno che io non usi la forza per prenderlo?»
«E che forza userai?»
«Lo vedrai tra poco: intanto ti consiglio di stare attento alla mia mano!».
«Lo farò», rispose Jaufry.
Poi il proprietario terriero si preparò per la lotta e afferrò una delle sue frecce
facendo l’atto di lanciarla; ma Jaufry, temendo per il proprio cavallo, non aspettò
il colpo, e partì al galoppo. Mentre correva a tutta velocità sulla strada, l’uomo
lasciò andare il dardo: questo colpì lo scudo con una forza così grande che il
colpo fece sprizzare del fuoco rosso e delle fiamme, ma non riuscì a penetrarvi
attraverso. La punta affilata si arricciò sull’acciaio e il legno si fece a pezzetti.
Sir Jaufry girò subito il suo destriero e piombò sul suo nemico, ritenendo per
certo che il combattimento fosse terminato ma, ecco, in quell’istante l’uomo aveva
fatto un salto di fianco e, effettuando quel movimento, aveva lanciato un secondo
dardo, che gli colpì l’elmo. Il colpo fu così violento che l’elmo sembrava in
fiamme, tuttavia resistette, sebbene il suo padrone fosse rimasto stordito.
Il proprietario terriero, vedendo che anche il suo secondo colpo era fallito, si
infuriò: la sua rabbia era terribile, perché non aveva ferito il Cavaliere e neppure
danneggiato le sue lucenti armi. Jaufry, che ora si stava riprendendo, pensò
soltanto al suo cavallo, che fece spostare qui e là per proteggerlo dal colpo del
terzo dardo. Comunque, non era quella l’intenzione del suo nemico, il quale
pensava di mantenere viva la bestia; arrivò veloce come un lampo e, facendo
roteare il dardo, lanciò la mortale arma, con queste orgogliose parole:
«Santo Cielo, schiavo! Ecco che ora lascerai il cavallo e la tua maglia metallica: il
tuo elmo e il tuo scudo non serviranno a proteggerti!»
Jaufry nell’udire quella minaccia, fece ruotare il suo cavallo e, mentre il dardo
volava sibilando verso la sua vittima, si piegò agilmente: l’arma non lo danneggiò,
ma, colpendo la sua maglia metallica, strappò un palmo dell’acciaio, per poi
rimbalzare fuori dalla vista.
«E ora», urlò Jaufry, dato che era stato lanciato il terzo dardo, «la punta della mia
lancia mi darà la rivincita».
Con la lancia abbassata si scagliò verso l’uomo, confidando questa volta di
trapassarlo, ma quello era agile come un capriolo o un cervo, e saltò da un punto
all’altro così rapidamente che Jaufry sbagliò la mira. Mentre lo superava, il
proprietario terriero prese un masso e lo lanciò contro il Cavaliere, il quale, se
non fosse stato per il suo scudo, sarebbe sicuramente caduto a terra. La pietra fu
ridotta in briciole, ma la forza con cui il colpo era stato lanciato danneggiò lo
scudo. Jaufry, irritato per il fatto di dover inseguire un simile nemico, a quel punto
si infuriò doppiamente per il suo ultimo attacco e, preso dalla collera, esclamò:
«Dio glorioso! Come devo affrontare questo demonio? Non varrò il prezzo di un
quattrino finché non implorerà la grazia!».
Poi, brandendo la sua lunga lancia…
«Questa volta», urlò forte al proprietario terriero, «uno di noi due dovrà cadere».
Il proprietario terriero staccò il coltello dalla sua cintura e rispose:
«Prima di lasciare questo luogo, tu pagherai il pedaggio!».
«Non manterrò la mia promessa», disse Jaufry. «Prima che ci separiamo, ti
pagherò un pedaggio abbastanza consistente!».
Sferrò di nuovo un vivace attacco, ma ancora una volta l’altro lo schivò e, prima
che Jaufry potesse tirare le redini, con un potente balzo saltò sul cavallo e strinse
le braccia intorno al corpo di Jaufry.
«Non muoverti Cavaliere», urlò, «a meno che tu non voglia morire».
Quando Jaufry si sentì stretto così vigorosamente, rimase confuso, e per un po’
non fu capace di parlare. Il proprietario terriero lo teneva in un abbraccio
talmente stretto da non riuscire a muovere nemmeno un arto, mentre nell’orecchio
gli sussurrava quale sarebbe stato il suo futuro destino: sarebbe stato rinchiuso in
una prigione, dove torture, dolori e sofferenze inenarrabili lo avrebbero
tormentato per sempre. Fino allo spuntare del giorno, le sue braccia rimasero
strette intorno a lui, ma quando le stelle scomparvero, allora Jaufry pensò fra sé:
“Meglio morire per Dio, che ha creato questa terra, che lasciare il mio corpo
vittima di una prigione sotterranea. Vedremo cosa si può fare”.
Riflettendo in questo modo, lasciò cadere la lancia e, mentre il braccio destro del
suo antagonista lo stringeva più forte, lo afferrò energicamente. Il suo attacco fu
così vigoroso, e la forza tanto grande, che costrinse la mano a lasciare lo
splendente coltello: poi, quando vide che il braccio era paralizzato e penzolava
inerte, si dedicò a quello sinistro del proprietario terriero, che torse finché non gli
causò un dolore tale che l’uomo barcollò e poi rovinò a terra gemendo. Smontato
da cavallo, Jaufry si avvicinò al suo nemico che giaceva quasi immobile, urlando
pietà nella sua agonia.
«In nome del Cielo che io venero», disse Jaufry, «non mostrerò mai pietà per un
individuo spregevole come te».
E, con queste parole, gli tagliò entrambi i piedi.
«Ora, di grazia», affermò, «non correrai, non salterai e non combatterai più i
Cavalieri. Datti a un altro commercio, perché troppo lungo è stato questo tuo
modo di vivere».
Raccolse la lancia e lo scudo e poi, salito sul suo cavallo, si preparò con calma a
riprendere la sua strada.
Fu un martedì, la mattina presto, che Jaufry fece questo discorso ma, mentre si
stava allontanando dal suo nemico senza piedi…
«Non ti ho ancora chiesto», osservò, «se per caso tieni prigionieri dei Cavalieri
nelle tue mura».
«Mio Signore», replicò l’uomo, «ben venticinque uomini sono tenuti in catene
dietro il monte in cui si trova la mia residenza».
«Oh!», disse Jaufry. «Devo liberarli: non mi piace che tu debba custodire tali
doni».
Senza indugio, si affrettò ad andare in quella casa le cui massicce porte erano
spalancate e, a un nano che stava davanti ai cancelli, urlò:
«Dove sono i Cavalieri imprigionati?».
Il nano replicò:
«Penso che siate uno sconsiderato ad avventurarvi qui. Anzi, più che sconsiderato,
siete del tutto folle. Destate la mia pietà: perciò accettate il mio consiglio e
andatevene prima che ritorni il mio padrone, a meno che non desideriate una
morte ignobile o tormenti perfino peggiori».
Jaufry, sorridendo, replicò:
«No, amico, voglio i Cavalieri: conducimi velocemente da loro, affinché possa
spezzare le loro catene».
«Se non mi sbaglio, vi unirete a loro prima di riuscire a liberarli; e devo
considerarvi un folle dato che non vi siete affrettato ad andarvene da qui; infatti,
se per caso il mio padrone dovesse incontrarvi per strada, vi pentireste
amaramente di esservi avventurato qui».
«Il tuo padrone non ritornerà mai più; l’ho privato dei suoi agili piedi ed è
prossimo alla fine. I Cavalieri ora saranno liberati, e tu, mio prigioniero,
prenderai il loro posto, a meno che non vada dove ti ordinerò; in questo caso
forse la tua schiavitù sarà breve».
«Sir Cavaliere», replicò il nano, «siccome il mio padrone è ridotto così male, io
eseguirò i vostri ordini, e affrancherò da grandi dolori quei Cavalieri sofferenti,
che parlano soltanto con gemiti; questo lo farò subito, dato che ero trattenuto qui
dalla costrizione e dalla paura. Devo ringraziare Dio e voi, e obbedisco con gioia
ai vostri ordini».
«Prima, però», ordinò Jaufry, «portami dai Cavalieri».
Il nano gli fece da guida con molto piacere e, precedendolo, lo condusse in un
salone dove venticinque Cavalieri erano rudemente incatenati, ognuno essendo
stato vittima del proprietario terriero. Jaufry, entrando, li salutò, ma nessuno gli
rispose: anzi, cominciarono a piangere e a mormorare sottovoce:
«Maledetto il giorno in cui è nato quel proprietario terriero, che ha sconfitto
anche un Cavaliere tanto bravo!».
Ma Jaufry, mentre si avvicinava, disse allegramente:
«Perché piangete, buoni Cavalieri?»
«Vattene, pazzo, vattene!», rispose uno di loro. «Infatti devi certamente aver perso
il senno per chiederci per quale motivo piangiamo, quando dei muri come questi
si alzano da ogni lato. Non c’è nessuno di noi che non provi dolore vedendo in te
un futuro prigioniero del proprietario terriero. Sfortunato fu il giorno che vide la
tua nascita. Sei alto e bello da vedere, tuttavia presto il tuo destino sarà pieno di
tormenti come i nostri».
Jaufry disse: «Dio è grande! Per lui la vostra liberazione può essere facile.
Attraverso Lui la mia spada vi ha vendicati del vostro nemico, e ora il proprietario
terriero giace al suolo privo dei piedi. Se, dunque, mi vedete in questo triste
luogo, è soltanto per rompere le vostre catene».
Le parole erano appena uscite dalla sua bocca, quando quegli uomini urlarono
forte:
«Fortunato il giorno in cui sei nato, perché ci hai salvati tutti e hai eliminato il
nostro dolore e il nostro martirio!».
Così Jaufry ordinò al nano di liberare i Cavalieri. L’omino obbedì, e con un
martello fece a pezzi le loro catene. Alzatisi tutti, si inginocchiarono in atto di
sottomissione, mentre dicevano:
«Signore, siamo i tuoi servi; fa’ di noi quello che vuoi, sia nel bene che nel male,
come è giusto».
«Miei buoni Cavalieri», replicò Sir Jaufry, «qualsiasi male d’ora in poi possa
capitarvi, non vi verrà da me. Tutto quello che vi chiedo è solo di recarvi alla
Corte di Re Artù e di raccontargli quello che sapete».
«Mio Signore», esclamarono tutti, «il tuo ordine sarà rispettato volentieri, ma al
servizio reso aggiungi qualcosa in più dicendoci il tuo nome».
«Baroni», disse allora Jaufry, «ditegli che è stato il figlio di Dovon ad aver
spezzato le vostre catene. Ora preparatevi velocemente e, badate: la mia amicizia
non vi sarà mai concessa se non direte tutto al re».
Il nano nel frattempo era andato a cercare le armi e a prendere i destrieri da dare
ai Cavalieri. Ognuno indossò la sua maglia metallica, montò sul suo cavallo, e poi
si allontanarono con Jaufry da quel luogo. Lui li condusse in una grande strada e
cavalcò in loro compagnia per una lega. Passandoci vicino, indicò il posto in cui,
freddo e immobile, giaceva il proprietario terriero: si fermarono un istante a
guardare il loro antico nemico, poi ripresero il viaggio. Un po’ più avanti, Jaufry
smontò da cavallo e strinse di più il sottopancia del suo destriero poi, spinto
dall’impazienza di raggiungere Taulat, che aumentava con maggior forza: «Dio vi
faccia affrettare il passo, Signori», disse. «Io non posso indugiare più a lungo: ho
già perso troppo tempo».
«Mio Signore», replicarono i Cavalieri, mentre gli consegnavano lo scudo e la
lancia, «accetta ancora i nostri ringraziamenti. Dovunque ci troveremo, il servizio
che ci hai reso con questo combattimento epico sarà largamente lodato».
Dopo averlo guardato finché non fu scomparso alla loro vista, la compagnia
continuò il suo viaggio fino a quando non raggiunse Carlisle. Trovarono Re Artù
sui prati in fiore, insieme a venticinque dei suoi migliori Cavalieri. Lì,
inginocchiatosi ai suoi piedi, uno del gruppo fece da portavoce per gli altri, e
così, senza paura e saggiamente, disse:
«Sire, voglia Dio, che conosce tutte le creature che ha fatto, concedervi fortuna e
proteggervi dai dolori e dai mali che affliggono il mondo!».
«Amico», replicò il buon re. «Dio e la Madonna proteggano te e i tuoi compagni!
Parla pure senza timore e dimmi cosa vuoi».
«Sire, veniamo a sottometterci a voi, mandati da Jaufry, figlio di Dovon; ci ha
liberati da un’ignobile prigionia».
«Buon Signore, riferitemi subito le vostre notizie. È da molto che vi siete separati
da lui?»
«L’abbiamo lasciato, Sire, martedì mattina, sano e salvo, vigoroso e pieno di forza,
intento a seguire le tracce di un Cavaliere che cerca per sfidarlo e vendicare voi».
«Oh, Signore, Sovrano glorioso», disse il re, con le mani giunte, «concedimi di
poter rivedere Jaufry libero e incolume perché, se non lo riavrò entro sei mesi,
stimerò le mie fortune come cose di nessun valore!».
Mentre il nano a sua volta cominciava il suo discorso per raccontare al re come si
fosse verificata quell’avventura, torneremo a seguire i passi di Jaufry, che ancora,
instancabile, continuava risolutamente ad andare avanti.
Il castello del lebbroso

Il Cavaliere aveva viaggiato per la maggior parte del giorno sotto i raggi di un
sole molto cocente e, sia il cavallo che il Cavaliere erano stanchi, quando vide uno
scudiero giovane e di bell’aspetto correre verso di lui a tutta velocità. Il suo vestito
era lacerato fino alla vita, ma continuava a venire avanti, con la pazzia negli occhi,
strappandosi a manciate i bei capelli ricci.
Aveva appena scorto da lontano Jaufry, quando esclamò:
«Fuggi, fuggi, coraggioso Cavaliere, fuggi velocemente da questo luogo, se non
vuoi perdere la vita!».
«E per quale ragione, amico mio?», chiese il figlio di Dovon.
«Fuggi, per amor di Dio, ti dico! Non perdere altro tempo!».
«Hai perso dunque il senno», esclamò il Cavaliere, «per darmi questo consiglio,
quando non vedo alcun nemico?»
«Ah!», urlò allora lo scudiero. «Eccolo che viene! È là: non credo di poter
eliminare in un anno la paura che mi ha procurato! Ha ucciso il mio Signore…
un Cavaliere valoroso che stava conducendo al castello la sua sposa, la nobile
figlia di un conte normanno. Questo disgraziato ha preso la moglie, e a me ha
causato una paura così atroce che tremo tutto per il timore».
«È perché tu hai paura», chiese Sir Jaufry, rosso per l’ira, «che hai consigliato a
me di fuggire? In verità, ti considero uno stupido, e anche peggio».
Mentre diceva così, si presentò alla vista un lebbroso, che correva a tutta velocità
con un bambino tra le braccia. La misera madre, con i capelli arruffati, lo seguiva
con grida strazianti. Quando la donna vide il Cavaliere, si inginocchiò ai suoi
piedi e con un tono pieno d’angoscia, esclamò:
«Pietà, mio Signore! Oh, pietà! Per amor del Cielo aiutatemi, e riportatemi il
bambino che ha preso quel lebbroso».
«Donna», rispose Jaufry, «per quale ragione lo ha preso?»
«Perché questa è la sua malvagia volontà, mio Signore».
«Non aveva un altro motivo?»
«No, in nome del vostro glorioso Sire!».
«Visto che le cose stanno così», disse Jaufry, «ha torto: tenterò di riportarvelo».
Spronò il cavallo, mentre la donna lo seguiva, e urlò, con tutta la forza che aveva:
«Fermati, miserabile e malvagio lebbroso! E porta indietro quel bambino!».
Il lebbroso voltò la testa e alzò un braccio, facendogli un gesto di disprezzo che
fece arrabbiare enormemente il Cavaliere, il quale giurò di vendicare
profondamente quell’oltraggio. L’odioso lebbroso rispose con una risata, poiché
aveva raggiunto la soglia della sua dimora. Fece un balzo dentro per rifugiarvisi,
seguito a tutta velocità da Jaufry il quale, smontato da cavallo - che lasciò insieme
alla sua lancia alla povera donna - si era lanciato attraverso i cancelli del castello
con la spada in mano e lo scudo sul braccio.
Mentre attraversava il castello, che trovò ampio e fastoso, entrò in una sala dove
un enorme lebbroso, spaventoso a vedersi, aveva gettato su un letto una damigella
nel fiore della sua prima giovinezza, la cui bellezza a quell’età poteva a stento
essere eguagliata. Le sue guance erano più fresche di una rosa che sboccia allo
spuntar del giorno e la sua veste strappata rivelava appena un petto bianco come
la neve. I suoi occhi erano bagnati di lacrime, e le sue parole, la sua disperazione
e i suoi singhiozzi toccarono l’anima di Jaufry: ma, quando il lebbroso si alzò e
afferrò la sua mazza, tali sentimenti si mutarono in orrore e sorpresa.
Era più alto della lancia di Jaufry e aveva le spalle larghe due braccia: le braccia e
le mani erano enormi, le dita uncinate e piene di nodi, le guance cosparse di
pustole e incrostazioni; una pupilla rovinata, gli occhi senza palpebre dagli orli
vermigli, labbra bluastre e denti gialli formavano il ritratto di quel mostro
spaventoso. Più furioso del carbone acceso, si scagliò su Jaufry, ordinandogli di
arrendersi.
«No, di certo!», replicò il Cavaliere.
«Dimmi: chi ti ha mandato qui in quest’ora funesta?»
«Nessuno».
«E, di grazia, cosa cerchi?»
«Un bambino, che è stato strappato alla madre dalle braccia di un lebbroso, il
quale deve restituire la sua preda».
«Sciocco vanitoso, sarò io a impedirtelo… io, dalla cui mazza il tuo destino ora
sarà deciso; sarebbe stato meglio per te che non ti fossi alzato questa mattina,
perché ora rimarrai steso al suolo per sempre».
Pronunciando queste parole, sollevò il bastone e poi lo fece cadere sullo scudo di
Jaufry con un colpo così violento che il Cavaliere andò a finire barcollando a
terra. Di nuovo quella mazza fu sollevata, ma Jaufry si alzò e la evitò. Di certo
aveva un buon motivo per sfuggire al colpo che vide incombente su di lui, perché
quella enorme massa di ferro, quando cadde, fece tremare l’ampia sala. Poi Jaufry,
con un balzo, si trovò davanti al lebbroso e, con mano ferma, gli inferse a sua
volta un colpo che gli strappò un palmo di vestiti e di carne al di sotto. Vedendo
il proprio sangue, che cominciò a scorrere rapidamente, il gigante levò prima un
terribile urlo, poi corse verso Jaufry, alzando con entrambe le mani il bastone
nodoso.
Il giovane Cavaliere riuscì appena a evitare il colpo e a saltare dietro una colonna;
il mostro la colpì con una forza talmente spaventosa che il ferro massiccio
frantumò la base di marmo, e tutto il castello scricchiolò.
Nel frattempo, la damigella pregava il Cielo in maniera fervente, Mentre si
inginocchiava umilmente sulle pietre macchiate di sangue:
«Oh, Signore onnipotente, che a Tua immagine hai creato il grande Adamo, Tu
che hai fatto così tanto per salvare tutti noi, ora salvami da questo individuo
spregevole e permetti che quel Cavaliere mi strappi dalle sue mani!».
Finita questa preghiera spaventata, Jaufry uscì da dietro la colonna e, prima che il
gigante potesse di nuovo far cadere la sua pesante mazza, con la sua spada affilata
gli tagliò il braccio destro. Così ferito, il mostro si lamentò talmente forte nella
sua collera e nella sua agonia che il palazzo tremò fino alla base e fece vibrare
l’aria esterna. Invano Jaufry tentò di evitare la mazza che, cadendo, lo gettò a
terra, così che dalle narici, dagli occhi e dalla bocca gli cominciò a fuoruscire il
sangue. La mazza, andando a finire sulla lastra di marmo, si spaccò in due:
vedendo ciò, Jaufry si alzò subito e colpì nuovamente il lebbroso. Mirò al
ginocchio: il mostro barcollò, poi cadde come un grosso albero.
Mentre il lebbroso giaceva prono, Jaufry andò di corsa verso di lui con la spada
levata in aria, e disse:
«Credo che presto ci sarà pace tra te e me».
Poi, abbassando la spada con entrambe le mani, spaccò la testa del mostro fino ai
denti. Nelle convulsioni dell’agonia, quell’individuo spregevole lottò ancora
furiosamente e con un piede lo lanciò contro il muro distante, dove Sir Jaufry
cadde privo della vista e dell’udito. La sua mano tremante non stringeva più la
spada: il sangue gli usciva dalle narici e dalla bocca come vino rosso cupo e non
faceva alcun movimento.
Per un momento la damigella pensò che il suo Campione fosse morto.
Addolorata, si affrettò a sciogliere le cinghie che legavano il suo lucido elmo.
L’aria fresca gli fece emettere un sospiro, e allora la fanciulla corse a prendere
dell’acqua e gli bagnò la faccia. Ripresa conoscenza, si alzò barcollando e,
pensando di tenere ancora in mano la fidata spada, colpì la damigella - credendo
che fosse il suo nemico - così che rotolarono entrambi a terra. Poi si mise a
correre come un matto per tutta la sala e si portò dietro una colonna, dove si
acquattò tremando dietro il suo scudo.
La damigella lo seguì e, con voce dolce, gli disse:
«Coraggioso Cavaliere, venite: aprite di nuovo i vostri occhi penetranti e guardate
chi vi sta parlando. Dimenticate ciò che è proprio della Cavalleria, di cui voi siete
un Signore? Il vostro coraggio e la vostra fama? Ricordate, e abbassate quello
scudo luminoso: guardate, il lebbroso è morto!».
Udendo quelle parole incoraggianti, Jaufry si riprese e, ritrovandosi la testa
nuda…
«Damigella», chiese, «chi mi ha tolto l’elmo e ha preso la mia spada?»
«Io, buon Signore, mentre eravate svenuto».
«Il gigante che fa?»
«È immerso nel suo sangue e giace ai vostri piedi».
Jaufry sollevò lo sguardo e, quando vide il corpo fatto a pezzi e immobile, si alzò
lentamente e si sedette su una panca finché non si riprese completamente; poi,
quando le vertigini abbandonarono il suo cervello, pensò alla madre e al bambino
e si mise a correre da una stanza all’altra per cercare quest’ultimo. Ma, per quanto
cercasse, corresse e chiamasse a voce alta, non apparvero né il lebbroso né il
bambino.
«Continuerò a cercare», esclamò allora. «O qui dentro o fuori debbo trovarli,
perché non mi considererò di maggior valore di un semplice quattrino finché
quel povero bambino non verrà restituito alla madre e non mi sarò vendicato
dell’oltraggio che mi ha arrecato quel lebbroso».
Con questa ferma decisione, si diresse verso la porta ma, sebbene fosse spalancata,
non riuscì a passarvi attraverso. Nonostante la sua volontà, i suoi sforzi e la sua
forza, i suoi piedi sembravano bloccati davanti a una sbarra invisibile.
«Santo Cielo!», disse. «Come! Sono dunque vittima di un incantesimo?».
Si tirò indietro e, preparatosi ad effettuare un salto, con una forza incredibile
balzò verso la porta. Tutto fu ancora vano: non riusciva ad attraversare la soglia.
Tentò ancora e ancora, finché un profondo sconforto gli ghiacciò il cuore tanto
che gli uscirono le lacrime dagli occhi e, mormorando:
«Ahimè, Dio mio», disse, «Tu mi hai dato la forza per uccidere quell’individuo
spregevole, ma a che serve, se devo essere prigioniero?».
Fu mentre si lamentava per il suo fato avverso che gli giunse all’orecchio da
qualche luogo vicino il rumore di voci di bambini, che urlavano tristemente:
«Salvateci, oh, salvateci, potente Signore!».
Sentendo ciò, il suo spirito si riprese velocemente e, correndo, trovò alla fine di
una sala una porta chiusa dall’interno. Jaufry urlò e la colpì facendo molto
rumore, tuttavia non giunse risposta alcuna: adirato, la sfondò con la forza, ed
entrò in un buio antro sotterraneo con la spada sguainata. Lì trovò il lebbroso
con un coltello in mano, che aveva appena ucciso sette bambini. Altri trenta circa
erano ancora vivi, e le loro amare grida giungevano attutite.
Commosso da quella terribile vista, Jaufry colpì quel miserabile, che chiamò in
aiuto il suo padrone, ma il Cavaliere in preda all’ira esclamò:
«Il tuo padrone, farabutto, non può risponderti. La sua anima ha lasciato questa
terra: e tu, poiché prima ti sei burlato di me, ora riceverai la tua ricompensa».
Sollevato nel frattempo il braccio, tagliò con un sol colpo la mano del lebbroso.
Quel miserabile rotolò sul pavimento macchiato di sangue poi, strisciando ai suoi
piedi, gridò umilmente:
«Pietà, buon Cavaliere! In nome di Dio abbiate pietà di me, e non uccidetemi! Ho
ucciso quei bambini solo perché sono stato costretto e forzato. Il mio padrone,
che cercava di curare la sua lebbra, mi aveva ordinato, con terribili minacce, di
preparargli ogni giorno un bagno di sangue umano».
«Ti concederò la vita», gli disse allora Jaufry, «se mi fornirai il mezzo per lasciare
questo luogo».
«Io posso farlo», disse il lebbroso, «ma, se ora voi mi aveste privato della vita,
non sapendo dell’incantesimo, sarebbero passati mille anni e non sareste riuscito
ad andarvene».
«Sbrigati, allora!», esclamò ansiosamente Jaufry.
«Cavaliere», replicò l’uomo con la faccia che gli splendeva, «avete ancora molto
da sopportare. Tale è la natura dell’incantesimo del castello, che soltanto il mio
padrone poteva permettere a qualcuno di entrare qui attraversando la soglia; ma
nessuno può uscirne a meno che non sia morto o mutilato».
«E allora, come ci riuscirai tu?», chiese Jaufry.
«Avete visto, in cima a quell’alto telaio, una testa di marmo?»
«Sì, in fede mia. E allora?»
«Ecco: abbassatela e spaccatela in due. In questo modo romperete l’incantesimo:
ma prima indossate con cura la vostra armatura perché, quando l’incantesimo
verrà infranto, le mura di questo castello crolleranno».
Non fidandosi completamente del miserabile lebbroso, Jaufry gli legò i piedi e le
braccia e lo affidò alla damigella:
«Se ha mentito», le disse, «non risparmiategli la vita».
Poi si rimise l’elmo, tirò giù la testa di marmo, la cui forma era bella e
astutamente ideata e, posatala su una panca di legno vicino a lui, la colpì così
forte con la sua spada che quella si spaccò in due parti. Improvvisamente la testa
gridò, si lamentò, poi balzò in alto come un fulmine, sibilando e ringhiando
mentre gli elementi agitati si scatenavano, e le travi e le pietre cadevano con uno
spaventoso frastuono sopra Jaufry. Invano alzò lo scudo per proteggersi la testa: il
cielo si era oscurato, e una terribile tempesta con vento e fulmini, scoppiata con il
crollo, avrebbe portato via nell’aria circostante il Cavaliere, se non fosse stato per
la sua preghiera al Re del Cielo.
Enormi nubi di polvere si alzarono fin dove arrivava lo sguardo, mentre un vento
violento, soffiando, spazzò via gli ultimi residui della magia: del castello non
rimase nulla. Piegato su se stesso, Jaufry mosse gli arti. Ferito e barcollante, si
trascinò per qualche passo, poi cadde. La fanciulla, lo schiavo, e la madre con il
suo bambino, che avevano cercato rifugio sotto la volta di un’enorme roccia, lo
trovarono alla fine disteso sul prato, senza forze e immobile.
«Ditemi, Cavaliere», disse la damigella sorridendo, «come state?»
«Non ho nessuna contusione pericolosa e nessuna ferita mortale», replicò il
Cavaliere; «ma, dopo questa ultima lotta, scopro che ho davvero molto bisogno
di riposare».
La damigella allora lo strinse tra le braccia e gli poggiò le labbra sugli occhi e
sulla bocca. Quando Jaufry vide la madre:
«Donna», disse, «hai riavuto il tuo bambino?»
«Sì, mio Signore; grazie a voi, a quanto si dice».
«Se è così, recatevi a Carlisle con questa bella damigella, i bambini e il
lebbroso… tutti; una volta là, devo pregarvi di andare a ringraziare Re Artù da
parte di Jaufry, figlio di Dovon, e raccontargli di questa lotta».
Così dicendo, si alzò; tirò il sottopancia del suo cavallo e, dopo aver affidato i
suoi amici alle cure del Cielo, riprese la sua ricerca di Taulat, anche se lentamente
e con passi misurati, poiché quella terribile battaglia gli aveva consumato tutte le
forze.
Ottenuto il mantello e il cavallo, la fanciulla partì da lì nello stesso momento, e
con lei andarono il lebbroso e gli altri: lungo il cammino non sostò mai, ma si
fermò solo quando raggiunse le alte torri di Carlisle.
Lì tutti la guardarono con stupore.
«Da dove proviene», dissero, «questo strano corteo? Da dove vengono queste
persone? E cosa vogliono qui?». La folla curiosa seguì quella damigella fino ai
cancelli del castello, dove i Cavalieri le fecero da scorta, e la condussero con tutta
la sua compagnia davanti al re.
Lì si inginocchiò e parlò, come una donna di nobile nascita.
«Possa Egli, il Signore di tutti e di tutte le cose, che nelle Sue mani detiene le
chiavi del bene e del male, accrescere la vostra fama e conservare nella gloria i
Cavalieri della vostra Tavola Rotonda!».
«E», replicò il rispettabile re, «possa il Cielo salvare voi, dolce damigella, che siete
tanto bella e buona quanto cortese ed educata!».
«Sire, vengo da voi, mandata da Jaufry figlio di Dovon, per ringraziarvi della mia
vita, che devo al suo grande valore. Sono la figlia del Conte Passant, il cui nome
forse ha raggiunto il vostro regale orecchio. Un Cavaliere molto stimato, che
cercava l’avventura per mostrare il suo valore, mi ha portato dalla Normandia su
queste belle spiagge. Per sette lunghi mesi, abbiamo vagato per valli e colline,
sfuggendo a molte trappole e lotte faticose. Quella terra era governata, ahimè, da
un gigante spaventoso dall’aspetto orribile e dalla terribile forza, malato di lebbra e
con molte piaghe, il cui solo pensiero mi fa stare male. Questo individuo
spregevole è apparso improvvisamente davanti a noi e, presa una mazza
mostruosa, ha colpito il mio Signore con una forza così terribile da stordirlo, poi,
come se fosse un bambino, afferratolo per un braccio, gli ha rotto tutte le ossa
contro un masso, quindi ha preso me che stavo sul mio palafreno e mi ha portato
velocemente nel suo castello magico. Lì avrei perso la vita, sì, e anche più della
vita, se non fosse stato per il Cielo, la cui giustizia ho implorato, e che per pietà
ha mandato Sir Jaufry in mio aiuto. Questo valoroso Cavaliere alla fine ha ucciso
il mostro, ma mai potrei affermare con maggior verità di aver visto un
combattimento del genere o dei colpi così forti dati e ricevuti».
La madre e il lebbroso senza una mano raccontarono a loro volta la loro storia
ma, mentre ognuno di loro riferiva la sua avventura, noi passeremo a Jaufry, il
quale proseguiva ancora lentamente il suo viaggio, senza che nemmeno un’anima
potesse fornirgli delle notizie sull’uomo che stava cercando.
Il frutteto di Brunissende

Tormentato, stanco, e dolorante per numerose contusioni, Jaufry si stava


indebolendo anche per la fame e la sete; tuttavia, il bisogno di dormire - tra tutti i
nostri bisogni il più impellente - lo opprimeva così tanto che riusciva appena a
stare in sella. Ciononostante continuò ad andare avanti per un quarto della notte
con gli arti intorpiditi e le palpebre parzialmente chiuse, mantenendo l’andatura
che desiderava il suo destriero.
L’atmosfera era serena e bella e, nella luce fornita dalle stelle lucenti, vide per caso
un grosso frutteto, circondato da mura di marmo e costeggiato da alberi ombrosi
come raramente la terra ha mai visto. Fiori ed erbe profumate vi abbondavano e,
con ogni soffio di vento, veniva dai fiori un respiro dolce e fragrante come il
Paradiso. Era così che, quando scendeva la notte, gli uccelli vi si riunivano in
gruppi e, posandosi sui rami frondosi, cantavano le loro dolci note fino allo
spuntare del giorno.
Questo frutteto apparteneva a una grande Signora, conosciuta come la Bella
Brunissende. Viveva nel castello di Montbrun, e non aveva né padre, né madre, né
marito; la sua Corte era bella e ricca, di alto lignaggio, e Cavalieri e cittadini,
menestrelli e giocolieri provenienti da tutti i paesi vi giungevano a frotte. Il
palazzo, costruito su una roccia spaccata e massiccia su cui lo scultore aveva usato
tutta la sua arte, era fiancheggiato da torri annerite dal tempo.
Era nel centro che alloggiava Brunissende, e ai suoi appartamenti conduceva un
passaggio interrotto da sette cancelli, dove ogni custode poteva disporre di un
centinaio di uomini.
Cinquecento damigelle attendevano ai suoi ordini ma, sebbene fosse raro vedere
una bellezza del genere, tuttavia Brunissende governava il suo regno con incanto e
grazia: anche cercando in tutti i reami della terra, non si sarebbe mai potuta
trovare una donna così nobile e gentile, o così bella. I suoi occhi e il suo dolce
viso eliminavano dalla mente di coloro che la guardavano ogni pensiero di
precedente bellezza. Era più fresca, più bella, più pura e bianca della neve che
giace sulla rugiada gelata, e della rosa che si apre nel cuore di un giglio.
Ma, purtroppo, la felicità non accompagnava il suo fascino. Abbandonandosi a
qualche profondo dolore, piangeva quattro volte al giorno e si lamentava
tristemente, e si alzava tre volte la notte per piangere ancora. Il suo unico piacere
consisteva nell’ascoltare le note di quei dolci uccelli che riempivano il suo frutteto:
da questi, dopo averli ascoltati, riceveva una breve tranquillità, per poi risvegliarsi
presto e piangere e lamentarsi. E tutti i suoi vassalli di ogni età e sesso, in quella
medesima ora, emettevano gli stessi lamenti e versavano lacrime.
Arrivato, come abbiamo già detto, davanti a quel bel frutteto, Jaufry smontò da
cavallo e, vedendo un cancello aperto, si avventurò all’interno, tolse le briglie dalla
bocca del suo destriero, affinché potesse pascolare a suo agio, quindi, messosi lo
scudo sotto la stanca testa e stesi gli arti sul prato fiorito, si addormentò presto
profondamente. Proprio in quel momento Brunissende andava verso la sua stanza,
seguita dalle sue cameriere. Sorpresa poiché gli uccelli non cantavano più, ordinò
subito di far venire il Siniscalco, al quale disse irata: «Qualche creatura sicuramente
deve aver oltrepassato i cancelli e spaventato i miei dolci uccelli. Trovamela subito
e, se per caso si tratta di un uomo, dovrà essere portato qui, vivo o morto».
«Signora», replicò subito il Siniscalco, «vado in tutta fretta».
Con due scudieri che lo precedevano, ognuno con una torcia accesa, salì sul suo
cavallo e cavalcò in fretta e furia finché, nel frutteto, trovò lo stanco Cavaliere
immerso nel sonno più profondo. Lo chiamò più volte, poi lo scosse, ma per un
po’ tutto fu vano. Alla fine Jaufry con uno sforzo aprì gli occhi, mentre sollevava
la testa…
«Buon Cavaliere», gli disse, molto cortesemente, «per la tua cultura e la tua nobile
nascita, ti prego, in nome di Dio, di lasciarmi qui a riposare a sufficienza».
«Non dovete più dormire», replicò il Siniscalco, «ma venire al cospetto della mia
Signora: infatti lei non riposerà finché non si sarà vendicata su colui che ha
spaventato i suoi uccelli».
Jaufry affermò:
«Con il permesso di Dio, non mi porterai via da qui senza combattere!».
Il Siniscalco, udendo una tale risolutezza, chiamò il suo scudiero per farsi portare
le armi. Nel frattempo il figlio di Dovon si addormentò nuovamente, così che il
Siniscalco, quando fu ben equipaggiato, fu costretto a svegliarlo una seconda volta
e più bruscamente rispetto alla prima.
«Cavaliere», esclamò Jaufry mentre si alzava, «è un grande peccato turbare il mio
riposo, perché sono stanchissimo ma, siccome hai scelto di accettare il
combattimento, mi permetterai di dormire in pace se ti disarcionerò?»
«Per la fede nel Cielo, lo giuro!», disse l’altro ridendo.
Allora Jaufry si affrettò ad andare vicino al proprio cavallo: gli rimise il morso e
strinse il sottopancia. Montatovi sopra, galoppò verso il Siniscalco il quale,
essendosi allontanato un poco da lui, galoppando a sua volta diresse la lancia
contro lo scudo di Jaufry, ma non ferì il Cavaliere che, al contrario, con un colpo
felice lo disarcionò. Il Siniscalco, pieno di vergogna, con la testa bassa e il passo
lento e pensieroso, tornò al castello nella stanza della sua padrona.
«Cos’è», gli domandò Brunissende, «che si nasconde lì?»
«Un Cavaliere completamente armato, che non ha pari in tutto il mondo e che
dorme così profondamente che è un’impresa svegliarlo».
«Perché non lo hai portato qui? Desidero che venga qui perché, con l’aiuto di
Dio, nessun cibo passerà tra queste labbra finché quello sfrontato Cavaliere non
sarà impiccato».
«Signora», replicò il Siniscalco, «lui non verrebbe mai, e nemmeno posso
svegliarlo».
«Ma davvero!», disse lei. «Allora ordina di suonare le campane e sveglia i miei
Cavalieri».
Il Siniscalco obbedì; l’allarme fu udito, e subito vennero a gruppi cinquecento
Cavalieri che entrarono nel salone, dove la loro Signora stava in piedi, pallida per
il rancore e la rabbia.
«Baroni», disse, «uno sfrontato e malvagio Cavaliere si è introdotto nei miei
terreni e non vuole andarsene: ora, se non pagherà questa insolenza con la sua
testa, non avrò mai più terra né onore».
«Signora», replicò un alto e rispettabile Cavaliere di grande fama che si chiamava
Simon il Rosso, «andrò a trovarlo, se questo è il vostro desiderio, e confido di
portarlo qui, vivo o morto».
«Così sia», disse Brunissende.
Il Siniscalco aggiunse:
«Sul mio onore, amico mio, ti consiglio di fare attenzione. Sa difendere molto
vigorosamente la sua zucca e, senza alcun dubbio, considererò un valoroso il
fortunato Cavaliere che riuscirà a prendergliela con la forza».
Simon, senza dire una parola, se ne andò per la sua strada, e trovò Jaufry ancora
addormentato; allora urlò severamente:
«Su, su, Cavaliere; svegliatevi!».
Jaufry, che non si era mosso più di quanto potesse fare una roccia, ricevette da
Simon un calcio così forte che lo fece destare in fretta.
«Hai promesso che mi avresti lasciato dormire», gli spiegò poi, «ed è un atto da
canaglia infrangere il tuo giuramento, dal momento che ti ho battuto».
«Vieni a parlare con la mia Signora», disse Simon, «oppure dovrò portarti nel
salone con la forza».
«Vediamo prima chi è più forte; se tu o io», replicò Jaufry a bassa voce; poi,
balzato sul suo cavallo, corse verso Simon, che si mostrava impaziente.
La lancia dell’ardito Simon si spaccò sullo scudo di Jaufry, ma fu buttato a terra
così velocemente da quella del suo valoroso nemico, che l’impresa quasi gli costò
la vita. Jaufry corse vicino a lui come se volesse finirlo, e quello implorò urlando
la grazia.
«Mi disturberai ancora durante il mio riposo, se te la concedo?»
«No, Signore, te lo prometto».
«Vai, allora», disse Jaufry, che si distese di nuovo e richiuse velocemente gli occhi.
Simon il Rosso, con il rossore sul volto e la vergogna nel cuore, tornò indietro
lentamente. Di certo, fece la metà del rumore che aveva fatto uscendo, così che il
Siniscalco, che lo vide arrivare, non poté trattenere un sorriso.
«Signora», disse, «guardate il vostro Campione: ma con lui non viene nessun
Cavaliere. Scommetto che, come me, ha fatto un giuramento».
«Nonostante la tua allegria», la donna replicò, «prima che mi riposi, questo
insolente Cavaliere verrà impiccato».
Sentendo queste parole, uno dei custodi dei sette cancelli scese nel frutteto, ma la
sua compagnia tornò subito, portandolo debole e sanguinante sul suo scudo. A
quello spettacolo, la bella Brunissende riuscì appena a trattenere la sua rabbia…
«Come! Ho intorno a me nient’altro che codardi», urlò, «e Cavalieri senza cuore?
Andate in cinquanta: se sarà necessario, anche tre volte quel numero, ma
portatemi questo schiavo, oppure non ritornate!».
A questo rimprovero i Cavalieri se ne andarono in tutta fretta in gruppi e si
affrettarono verso il frutteto con grande chiasso. Quando arrivarono lì, afferrarono
Jaufry - alcuni lo presero per un braccio, altri per una gamba - e lo portarono
così dentro quel fastoso salone senza che fosse capace di muovere un dito.
Vedendoli arrivare, la Signora si avvicinò impazientemente con passo veloce e
ordinò loro di liberarlo.
Quando fu lasciato, Jaufry si alzò in piedi: non riusciva a credere, Mentre si dava
un’occhiata intorno, che fosse stato un gioco a portarlo in mezzo a quella gente
tenace. Alto e bello, con la sua naturale grazia virile messa in evidenza dalla ricca
maglia metallica e dall’elmo brunito, colpì Brunissende, che lo guardò con
curiosità.
«Siete voi», disse alla fine la donna, «che avete fatto tutto questo male?»
«Bella Signora», replicò lui, «così distante sono dal fare quello che dite o dal
molestarvi, che vi difenderei con le mie ultime forze contro chiunque».
«Non dite la verità; infatti, prima avete così maltrattato il mio Cavaliere, che
potrebbe rischiare di morire».
«Lo riconosco, bella Signora, ma lui era nel torto; impegnatosi con un
giuramento a lasciarmi dormire, è tornato tre volte a svegliarmi e mi ha colpito
con la lancia. Tuttavia, non sapevo che appartenesse a voi, altrimenti non avrei
mai alzato contro lui questa mano di Cavaliere, nemmeno per un motivo più
grave».
«Non importa! Posso capire», replicò la Signora, «che abbiamo trovato in voi - e
prima dello spuntar del sole - un soggetto adatto per la forca, o peggio».
Mentre parlava così, Jaufry la guardava, e non si stancava mai di ammirare le sue
sopracciglia, il suo collo, il suo viso fresco bello e dolce, la sua bocca rosea, e i
teneri occhi blu.
«Signora», disse poi, con l’amore che gli allietava l’anima, «fate di me ciò che
volete: infatti, con nessun’altra arma se non quel ricco abito che indossate, mi
avete sconfitto più facilmente di dieci Cavalieri con l’armatura. Se, senza saperlo,
vi ho causato del dolore, date pure libero sfogo alla vostra vendetta: non alzerò
mai contro voi la mia spada, e non userò mai la lancia o lo scudo».
Sentendolo ragionare in maniera così cortese, la Signora dimenticò la sua collera.
L’amore aveva colpito il suo cuore con il suo dardo dorato e ora gli perdonava
tutto. Le sue labbra portavano ancora una minaccia all’orecchio, ma quei dolci
occhi la smentivano.
Fattosi audace, il Cavaliere, che ancora la fissava, la pregò di concedergli un
favore.
«Lasciatemi soltanto», le disse, «dormire in pace, poi fate ciò che ordina la
giustizia. Non temiate che possa cercare una maniera per fuggire da qui giacché,
il Cielo mi salvi, in qualche modo avete ottenuto un tale potere sulla mia anima,
che voi da sola siete una guardia migliore di diecimila dei vostri uomini con le
armi in pugno».
La bella Brunissende si ritirò con un sospiro, lasciando come unico saluto uno
sguardo così dolce che, nonostante il suo animo depresso, gli riempì il cuore di
gioia. Nel frattempo il Siniscalco, visto che era quello il suo compito, ordinò ai
servi di preparare un letto nel mezzo del salone: poi condusse lì Jaufry e gli chiese
come si chiamasse e da quale paese venisse:
«Faccio parte della Corte di Re Artù», rispose il figlio di Dovon. «Ora, di grazia,
non farmi più domande ma, in nome di Dio, lasciami riposare in pace».
Completamente armato com’era, si distese e chiuse le palpebre. Non fu così
invece per la bella Brunissende. Nella sua stanza l’amore aveva rinnovato il suo
attacco e aveva bandito il sonno: così la donna si mise a riflettere, finché
l’orologio della città emise il solito suono. Allo squillo della tromba tutti nel
castello e nella cittadina si alzavano, e tutti subito davano libero sfogo alle lacrime
e ai lamenti. Dame e damigelle, con Brunissende in testa, giungendo le mani e
sospirando per il dolore più profondo, si battevano i bei petti e il viso, mentre i
Cavalieri che facevano la guardia a Jaufry, fecero un chiasso così terribile che lo
spinsero a chiederne il motivo.
Quando parlò, tutti si affrettarono verso il letto e lo colpirono con le lance, le
spade e le mazze di ferro. Fu un bene per lui che la sua maglia metallica fosse
resistente, poiché i colpi giunsero proprio come una grandinata. E non cessarono
- pensando che il Cavaliere fosse morto - fino a che le urla di dolore non si
affievolirono. Poi ognuno riprese il suo posto, e il silenzio cadde su tutti. Di
nuovo, nel mezzo della notte, si levarono quelle urla, ma Jaufry, che non si era
riaddormentato e i cui chiari pensieri erano fissi su Brunissende, fu bene attento a
tenere a freno la sua curiosa lingua. Trattenendo il respiro, disse tra sé:
“Di certo questi non sono uomini fatti di carne e sangue, ma demoni mandati a
tormentare la terra. Con l’aiuto del Cielo, il sole benedetto di domani non si
poserà su di me ancora qui”.
Persuasi che dopo quella raffica di colpi fosse morto, i Cavalieri ridussero la
guardia e si misero a sonnecchiare nei loro posti; Jaufry allora colse l’occasione e
si alzò senza fare rumore. Con lo scudo e la lancia in mano, lasciò il castello in
punta di piedi, poi, con l’aiuto della fortuna, trovò il proprio cavallo e, montatovi
sopra velocemente, partì a tutta velocità. Aveva soltanto sognato l’amore della bella
Brunissende, non che tutti i suoi uomini armati gli avrebbero dato la caccia da
Montbrun per massacrarlo. Non pensava, mentre attraversava in tutta fretta colline
e valli, che in quel momento la donna stesse pensando nella sua fantasia a come
potesse farlo suo.
Chi potrebbe descrivere, al sorgere del sole la mattina dopo, la costernazione della
bella Brunissende quando, dal primo che scese nel salone, seppe della fuga di
Jaufry? Come se avesse perso il senno, accusò quei cento Cavalieri di aver tradito
la sua fiducia; maledisse la loro negligenza, e al Siniscalco urlò, presa dalla collera,
che se non avesse trovato Jaufry, sarebbe sicuramente morto impiccato o arso,
anche se era lei ora preda di tormenti fino a quel momento sconosciuti.
Mentre a Montbrun si svolgeva questa scena, Jaufry era già avanti per la sua
strada. E, poco dopo il sorgere del sole, incontrò un mandriano che portava un
carro carico di pane, vino e altre cose. Quell’uomo lo invitò, per carità, a
mangiare con lui, e usò delle parole così gentili che Jaufry accettò, ammettendo
sinceramente che non aveva toccato cibo per tre interi giorni. Il mandriano allora
prese il suo scudo e la sua lancia, tirò fuori dal carro del buon pane di frumento e
del vino, due capponi arrostiti, due pernici ai ferri e parte di un cinghiale; poi,
steso sul prato sotto un albero frondoso un bel telo bianco, mentre un torrente
gorgogliava proprio li vicino, servì il Cavaliere portandogli grande rispetto.
Dopo aver mangiato a sazietà e aver svuotato per la sete due coppe di vino, Jaufry
si preparò ad andarsene, ringraziando il mandriano per il suo gradito pasto.
Quell’uomo era un suddito della bella Brunissende, la Signora di grande valore e,
mentre il Cavaliere si stava girando per andarsene, tirò le redini del cavallo e gli
chiese gentilmente:
«Amico mio, vorrei chiederti una cosa di cui mi ero quasi dimenticato: perché la
gente di questo bel regno piange e si lamenta tanto?»
«Ah, farabutto, miserabile, traditore e stupido!», esclamò il mandriano, scoppiando
per la rabbia. «Risponderai con la tua spregevole vita di queste parole».
Quindi, con tutta la sua forza, scagliò contro Jaufry la grossa ascia che portava, e
questa colpì lo scudo del Cavaliere facendone uscire delle scintille. Il Cavaliere
spronò il cavallo e se ne andò, ma in mezzo a una pioggia di pietre. Il mandriano
allora, irato per esserselo fatto sfuggire, fece a pezzi il suo carro, e con l’ascia
uccise entrambi i suoi buoi.
Ignorando la causa di tutta quella rabbia, Jaufry alla fine fece rallentare il passo del
suo cavallo; tuttavia, continuava a pensare che non avrebbe preso in
considerazione in alcun modo quello che era successo finché non avesse
incontrato qualcuno che avrebbe potuto spiegargli il motivo di quei lamenti. Preso
da questi pensieri e dal ricordo della bella Brunissende, cavalcò per tutto il giorno,
nonostante la stanchezza e il caldo.
Quando il sole declinò, lo raggiunsero due giovani a cavallo, con un falco sul
polso e dei cani da caccia e terrier che correvano davanti a loro. Dopo un breve
discorso, lo invitarono a dividere con loro la cena, in maniera così gentile che
non poté rifiutare. I tre giovani allora rimasero insieme allegramente, parlando
d’amore e di battaglie fin quando, al tramonto, si levò nuovamente quel grido,
udendo il quale i due giovani si misero a gemere e a piangere come folli.
«Buoni giovani», disse Jaufry, stupito, «che significa questo dolore? Cosa avete
sentito, Signori, di grazia? E perché tutto questo rumore?»
«Perché? E lo chiedi, sciocco, perfido servo? Queste parole ti costeranno la vita!».
Poi, mentre uno gli scagliava contro l’uccello spaventato, l’altro, strappatosi il
berretto dalla testa, lo lanciò come un folle contro lo scudo dell’audace Jaufry. La
loro furia e le loro parole dure cessarono solo quando ebbero fine quelle urla poi,
seguendo velocemente il Cavaliere stupito, con una frase dolce fecero svanire la
sua collera e gli fecero strada verso la loro dimora.
Era un bel castello, circondato da alte mura e da un fossato esterno, dentro il
quale scorreva un ruscello. Accanto al ponte sedeva un anziano Cavaliere, che
stava ascoltando la canzone di un menestrello: La ballata dei due amanti. Era il
padre dei due giovani: vedendo Jaufry, si alzò in fretta e andò a dargli il
benvenuto, con un tono gioioso:
«Sono grato, Signore, a coloro che vi hanno portato qui. Sono trascorsi sette
lunghi anni da quando la mia soglia è stata varcata da un ospite straniero il cui
aspetto mi piacesse così: Dio vi salvi, Signore!».
Così dicendo, dopo averlo preso per un braccio, accompagnò Jaufry nel salone,
dove i due giovani gli tolsero la sua lucente armatura. Subito entrò una bella
damigella, fresca e sorridente, che gli portò un ricco mantello e, dopo che Jaufry
lo ebbe indossato, si sedette su un cuscino accanto a lui. Poi parlarono di molte
cose piacevoli finché non arrivò il momento in cui doveva essere portata l’acqua.
Un educato paggio gliela versò sulle mani, mentre la bella damigella teneva la
coppa. Al che Jaufry disse:
«Fanciulla, non rifiuterò questo atto gentile perché, se mai doveste aver bisogno
d’aiuto, qualsiasi sia il momento o il luogo, potrete certamente chiamarmi».
Poi si sedettero a tavola e, quando il pasto fu finito e la tovaglia tolta, la damigella
andò a preparare i letti e lasciò suo padre e il Cavaliere da soli. L’anziano uomo
gli chiese quale fosse il suo nome, e pianse per la gioia quando seppe che il suo
ospite era il figlio di Dovon, poiché suo padre era un vecchio compagno d’armi.
L’avrebbe volentieri tenuto lì un mese, ma Jaufry gli fece gentilmente le sue scuse
e, verso mezzogiorno, si ritrovò nuovamente in sella.
La fanciulla gli aveva dato lo scudo e la lancia e stava per prendere congedo,
quando gli venne in mente di chiedere al suo ospite dell’urlo lamentoso. Tuttavia,
aveva appena posto la domanda, che l’anziano uomo e i suoi due figli lo
assalirono con duri appellativi: lo chiamarono furfante, miserabile e figlio di una
canaglia, poi tentarono di colpirlo con delle robuste mazze e si strapparono i
capelli nella loro indecorosa rabbia.
Jaufry con un colpo di speroni sfuggì alla loro collera e, stupito, li vide rivolgere
l’uno sull’altro la loro ira e strapparsi i vestiti. Finita la loro furia, lo richiamarono,
e Jaufry, desiderando avere notizie di Taulat, acconsentì a ritornare. Per come
andavano le cose, nessun uomo avrebbe potuto dirgli di più. L’anziano Cavaliere
conosceva bene quel feroce Campione, e in questi termini gli rivelò quello che
voleva sapere:
«Seguite», gli disse, «tutto il giorno questa strada: conduce a un sentiero che
attraversa uno spazio deserto, dove non c’è una casa né una città, né pane, né
vino, né un uomo. Se desidererete riposarvi, soltanto il prato potrà essere il vostro
ospite o la vostra tenda. Continuate ad andare avanti fino a domani. Prima di
mezzogiorno avrete raggiunto una pianura dove si trova un monte alto e
accidentato. Lì, ai piedi di questo, vedrete un castello bello e magnificamente
costruito e, intorno ai suoi fossati, una marea di tende e capanne in cui alloggiano
Cavalieri e nobili Signori. Procedete risolutamente oltre, ma non parlate con
nessuno; andate fino al castello senza fermarvi qualsiasi cosa possa accadere, poi
entrate coraggiosamente dentro lasciando all’esterno la lancia e lo scudo. Lì
troverete due dame - una anziana e una giovane - che vegliano un Cavaliere ferito.
Andate dalla dama anziana e ditele che vi manda Augier de Cliart, affinché possa
dirvi perché la gente si lamenta, e darvi notizie di Taulat».
Il Cavaliere Nero

Soddisfatto dalle parole di Augier, che sembrarono sollevargli il cuore di un


palmo, Jaufry continuò a spronare coraggiosamente il cavallo e, il giorno dopo,
raggiunse il luogo che il suo ospite gli aveva indicato. Mentre stava passando
attraverso le tende sparse, i Cavalieri, che lo fissavano, esclamarono:
«Guardate un uomo che ha cavalcato tutta la notte, e si affretta ad andare avanti
solo per cercare la sconfitta».
Come se non avesse sentito quelle parole, si diresse verso il nobile castello, che
sembrava molto ricco e scolpito con arte eccellente. Vedendo un portale ornato
con foglie di marmo e tinto in vari colori, scese dalla sella, mise al sicuro il
cavallo e, posati lì accanto sia la lancia che lo scudo, entrò.
All’inizio i suoi occhi non scorsero altre presenze ad eccezione delle figure che
ornavano i muri ma, continuando a gironzolare di stanza in stanza, giunse alla
fine in quella in cui giaceva un Cavaliere ferito accanto al cui letto stavano due
dame vestite a lutto e con le guance coperte di lacrime. Come gli era stato
consigliato dal buon Augier, si recò da quella anziana e la pregò gentilmente, in
nome del Cielo, di dirgli dove si trovava Taulat e perché la gente della terra che
aveva lasciato da poco piangeva giorno e notte.
Affascinata dalla sua educazione e dalle sue parole da Cavaliere, la donna gli
spiegò allora che Taulat, la cui brutalità e il cui orgoglio superavano ogni limite,
sarebbe ritornato entro otto giorni.
«Viene», disse, «per saziare la sua crudeltà sullo sventurato uomo che giace là.
Sette anni fa lo ha ferito crudelmente con la sua lancia e, quando quella ferita è
guarita, ogni anno, il giorno di San Giovanni, lo fa legare stretto a un palo e
colpire con una frusta finché le ferite non si riaprono di nuovo. Per questo i
sudditi della vicina terra di Brunissende - di cui è il Signore - piangono, si
lamentano, e arrivano perfino a uccidere coloro che indagano sulla causa del loro
dolore».
«Signora», disse Sir Jaufry, «è l’orgoglio che uccide il loro Signore, e per
quell’orgoglio, confido che Taulat cadrà. Verrò qui a cercarlo tra otto giorni, e
posso davvero dire che questo tempo mi sembrerà un anno».
Raccomandandola al Cielo, lasciò quella stanza e si mise in viaggio verso un
bosco vicino, dove confidava di incontrare qualche uomo che lo facesse alloggiare
nella sua capanna. Il bosco era scuro, intricato e fitto, e al primo incrocio che
trovò davanti a sé, vide, acquattata sotto un pino, una strega, il cui aspetto lo
sorprese.
La sua testa era più grande dell’arco di un portale; gli occhi piccoli come monete,
annebbiati e blu, erano deformi e infossati sotto sopracciglia sporgenti. Le sue
labbra erano nere, e i denti, gialli come l’orpimento, sporgevano in maniera
indecente dalla sua bocca. Le sue braccia erano muscolose e le mani piene di
nodi, la faccia pallida e raggrinzita, il corpo gonfio, le spalle rotonde e alte, le
gambe scarne e brunastre, le ginocchia appuntite, e le unghie dei piedi così
lunghe che nessuna scarpa avrebbe mai potuto contenerle. Una ghirlanda verde
circondava i suoi capelli bianchi, che erano rigidi fino alle punte. La sua sottoveste
era di un bel lino, e il suo vestito di seta rossa; e su tutto cadeva un mantello
scarlatto, foderato di pelliccia di ermellino.
Jaufry la salutò: nel frattempo fissava con timore la sua strana figura e la sua brutta
faccia. Lei voltò la testa e, senza muoversi dal suo scuro sedile, esclamò:
«Torna indietro, Cavaliere, e subito».
«No, di certo», disse Jaufry, «finché non avrò saputo perché mi hai detto di
andarmene».
«Te ne pentirai, allora», replicò la strega, «e troverai sicuramente la morte o la
prigione».
«E per quale ragione?»
«Vieni avanti e lo saprai».
«Dimmi almeno con chi dovrò combattere».
«Quelli che incontrerai te lo diranno».
«E anche tu: chi sei?»
«Quella che tu vedi!», esclamò la strega mentre, alzandosi, svelava la sua enorme
altezza, pari a una lancia da Cavaliere.
«Cielo», urlò Sir Jaufry, «ti credo: che figura mai abbiamo qui?»
«Osa andare avanti», grugnì l’orrenda strega, «e incontrerai anche di peggio».
«Cionondimeno nulla mi fermerà: nemmeno le tue minacce», rispose lui, «che
considero meno del vento».
Mentre diceva così spronò il suo destriero, e procedette lungo il sentiero.
La strega, comunque, aveva detto semplicemente la verità. Infatti, quando
raggiunse una piccola cappella che serviva un santo eremita, un Cavaliere Nero,
che montava un cavallo nero con armi nere, lo assalì con una tale forza e così di
sorpresa che sia il cavallo che il cavaliere furono abbattuti sul prato. Jaufry, tutto
rosso per la vergogna, balzò subito in piedi e, con la spada in mano, desiderava
vendicare la sua caduta ma, ecco: non c’era nessun nemico! Si guardò intorno, in
alto e in basso, ma sia il cavallo che il cavaliere erano svaniti. Quando montò di
nuovo sul suo destriero, il suo strano nemico ritornò, con la lancia abbassata, per
colpirlo nuovamente. Jaufry, preparato, si scagliò a sua volta contro di lui e si
scontrarono a metà strada con un urto così terribile che entrambi rotolarono a
terra. Allora, fuori di sé per la rabbia, veloce come un lampo, Jaufry si mise in
piedi, con lo scudo in guardia e pronto per il combattimento: ma non c’era
nessun nemico.
«Lo troverò comunque!», disse Sir Jaufry, mentre balzava di nuovo in sella. Ma
aveva appena posto saldamente i piedi nelle staffe, quando il Cavaliere Nero
tornò, fischiando e ringhiando come fa il tuono quando una tempesta agita l’aria,
e per la terza volta lo gettò a terra. Jaufry, da parte sua, aveva mirato così bene
con la sua lancia da aver trafitto il suo nemico che giaceva sbalzato sul prato. Ma,
quando desiderò dargli il colpo di grazia, cercò invano il Cavaliere, né lo vide o
lo sentì.
«Santo Cielo!», urlò Jaufry. «Dov’è fuggito questo codardo, questo demone? Gli
ho infilato la lancia nel petto per la profondità di un braccio, l’ho gettato a terra, e
tuttavia è scappato ed è sfuggito alla mia collera! Oh, Signore misericordioso, in
te confido!».
Mentre pronunciava queste parole, montò di nuovo sul cavallo. Ma l’uomo
invisibile apparve ancora una volta, disarcionandolo di nuovo. Perché descrivere
nuovamente la scena? Fino a che fu giorno questo gioco continuò. Quando non
era sul suo cavallo, non riusciva a vedere nessuna creatura ma, non appena risaliva
sulla sella del suo destriero, il Cavaliere Nero appariva per colpirlo e tirare
fendenti. Stanco di quella lotta, Jaufry decise poi di entrare a piedi nella cappella
ma, mentre vi si dirigeva, lo spettro gli sbarrò la strada, così che la battaglia
cominciò di nuovo e continuò nell’oscurità senza nessuna pausa.
Per metà di quella notte le loro spade e le loro lance si scontrarono, facendo
sprizzare scintille: alla fine, stanco di sentire il chiasso delle armi, l’eremita si alzò
e, con la stola, il crocifisso e l’acqua santa, cantando un salmo, uscì dalla sua cella.
Il Cavaliere Nero non attese il suo arrivo: urlando, sparì subito, benché avesse
lasciato dietro di sé una tempesta che non accennò a calmarsi fino a che la
campana della cappella non suonò la prima ora del mattino.
Ricevuto riparo da quel sant’uomo, Sir Jaufry gli chiese - e gli fu rivelato - il
segreto del Cavaliere con cui aveva combattuto così a lungo.
«Amico, te lo dirò in poche parole: questo Cavaliere con l’armatura nera è un
diavolo, evocato dal regno delle tenebre da una strega, che forse hai incontrato
durante il tuo cammino. Questa orrenda disgraziata una volta si vantò di essere la
sposa di un mostruoso gigante, le cui azioni estremamente malvagie avevano
rovinato la terra qui intorno per venti leghe. Essendo mortale, per quanto feroce
fosse, accadde che una notte questo gigante ritornò così gravemente ferito che,
dopo tre giorni, morì. La strega, allora, temendo per la sua misera vita e per
quella dei suoi due figli, chiamò dall’Inferno mediante la magia quello spirito
maligno che, per trent’anni, ha agitato questa terra. Nel frattempo i suoi figli sono
cresciuti in età e forza e hanno seguito da vicino i passi del padre. Ammalatosi di
lebbra, uno di loro andò a vivere in una dimora costruita da sua madre con degli
incantesimi, mentre il fratello partì in fretta, adirato, poiché si diceva che era un
Cavaliere della Corte di Artù ad aver ucciso quel miserabile. Se è vero, possa il
Cielo Onnipotente, proteggere quel Cavaliere!».
«Cercherà di difendersi», disse Jaufry sorridendo, «e il gigante infuriato, se aveva
questo desiderio, non aveva bisogno di andare così lontano per trovarlo: io sono
l’uomo che ha ucciso il fratello e dalla cui mano è stato spezzato il maligno
incantesimo».
Passati otto giorni, l’eremita celebrò la messa, e all’altare pregò i santi di guidare
Sir Jaufry e di proteggere la sua vita contro la collera del mostro.
Unitosi devotamente a lui nella preghiera, il figlio di Dovon, da quel valoroso
Cavaliere che era, si mise gioiosamente in viaggio e, aveva appena cavalcato per
un’ora, quando vide arrivare velocemente il gigante, che portava sotto il braccio -
con la stessa facilità con cui avrebbe portato un bambino - una damigella che
emetteva urla di dolore. La voce le era diventata rauca a forza di gridare aiuto, e i
suoi capelli biondi, che luccicavano al sole, erano tutti arruffati sulle spalle come
oro fuso. Il suo vestito era strappato, e i suoi occhi gonfi di lacrime: in nome di
Maria Santissima, aveva appena la forza di implorare Jaufry di aiutarla.
Il Cavaliere, toccato dalla pietà, non udì invano la preghiera. Alzato lo scudo e
con la lancia in resta, cavalcò verso il gigante e gli gridò di liberare la fanciulla.
Lasciandola andare per un istante, il gigante corse verso l’albero più vicino e,
tirando il tronco, lo strappò via con tutte le radici. Prima che lo lanciasse,
comunque, Jaufry gli aveva conficcato la lancia in un fianco. Fermato dal colpo,
l’attacco del gigante perse metà del suo effetto ma, ciononostante, gettò a terra sia
Jaufry che il suo destriero. Il Cavaliere balzò velocemente in piedi, e con la spada
colpì prontamente il mostro con una forza tale da strappargli dal fianco un palmo
di carne: attraverso la ferita aperta si poteva vedere il cuore che batteva, mentre
uscivano fiumi di sangue.
Sebbene esausto e barcollante, il gigante fece cadere il Cavaliere colpendolo con
un pugno sull’elmo ma, per quanto la spada fosse sfuggita dalla stretta di Jaufry,
era troppo tardi per fargli del male dato che il gigante, perdendo i sensi, cadde. Al
che, il Cavaliere gli tagliò i mostruosi piedi poi, con tutta la gentilezza possibile,
aiutò la fanciulla ad alzarsi, dato che si era inginocchiata al fianco del suo
salvatore dicendogli:
«Accettate, mio Signore, tutti i miei ringraziamenti, perché avete difeso più della
mia vita, salvandomi da lui!».
«Damigella», rispose Sir Jaufry, «Dio vi aiuti per sempre! Ma spiegatemi come
mai vi trovate qui».
«Mio Signore, la storia è semplice da raccontare. Ieri stavo camminando in un
frutteto, dove mi aveva portato mia madre. Era la nostra passeggiata abituale
quando, appena uscite dai cancelli, abbiamo visto apparire improvvisamente il
gigante, che mi ha afferrato subito e ora mi stava portando al suo castello, quando
voi, Cavaliere, siete intervenuto così fortunatamente».
«Ringrazio il Cielo di essere giunto in tempo! Ma dov’erano, di grazia, il vostro
rispettabile padre e i vostri fratelli quando è arrivato questo gigante?»
«Erano a caccia nella foresta, mio buon Signore: ma mi sorprendete chiedendomi
di loro. Si potrebbe pensare che voi li conosciate, ma io credo di non avervi mai
visto».
«E invece dolce damigella mi avete visto, e sono trascorsi solo pochi giorni. Fu
nella bella casa di vostro padre Augier, che, nel bisogno, sono stato così
cortesemente servito da voi e da tutta la vostra famiglia».
«Benedetta l’ora, mio gentile Cavaliere, in cui avete alloggiato sotto il nostro tetto,
e noi siamo stati tanto felici di avervi come ospite».
«Da questo capite, mia bella e gentile fanciulla, quanto sia conveniente aiutare
anche gli sconosciuti. Non si può mai sapere chi va e chi viene, chi merita e chi
non merita, oppure cosa ci riserva il futuro. È bene, allora, fornire aiuto quando
possiamo, e accogliere con gentilezza e onorare con riparo e cibo gli ospiti, il cui
fato potrebbe incontrarsi con il nostro quando riprenderanno il loro cammino».
«E dove, se posso chiederlo, Sir Jaufry», domandò allora la fanciulla, «avete
diretto i vostri passi?»
«Ve lo spiegherò mentre andiamo avanti. Ma devo affrettarmi. Il tempo stringe, e
ho paura di arrivare troppo tardi».
Salito di nuovo velocemente in sella, mentre pronunciava queste parole tirò su la
figlia del buon Augier e la mise sul suo cavallo, perché aveva deciso che non
l’avrebbe persa di vista finché non l’avesse lasciata tra le braccia di suo padre.
Fatto questo, cavalcò in fretta verso il luogo in cui giaceva il Cavaliere ferito.
Taulat de Rugimon

Mai l’aiuto giunse nel momento più propizio. Ritornato proprio quella mattina,
Taulat aveva legato a un palo il suo prigioniero, e quattro forti contadini, ognuno
armato di una frusta, avevano alzato già le loro braccia muscolose per colpire e
far riaprire le ferite chiuse. Ma, quando arrivò Jaufry, arrestarono per un po’ le
loro mani per guardarlo: non meno sorpreso di loro, Taulat, che si trovava sul
terrazzo del castello, scese in tutta fretta e si rivolse così a Jaufry:
«Cavaliere, sarei contento di sapere quale follia o quale orgoglio ti ha portato
nelle mie terre. Scendi da cavallo e abbandona le armi, giacché da questo
momento in poi sei mio prigioniero».
«Mio Signore», replicò il Cavaliere, «penso che la vostra fretta sia sconveniente.
Datemi, vi prego, il tempo di riferirvi il mio incarico. Sono venuto a parlare in
favore del Cavaliere che i vostri furfanti stanno per colpire, e vi imploro, per il
mio bene, di concedergli la grazia».
«Che il Cielo mi aiuti!», gli rispose Taulat. «Sicuramente devi essere sconvolto:
parole del genere meritano l’impiccagione… una morte da contadino».
«Sarebbe un grave errore, mio Signore, poiché le mie parole sono buone e sagge:
le ripeto di nuovo, pregandovi di graziare quel Cavaliere, che ha già sofferto per
sette lunghi anni».
«Vattene, zoticone! Vai e togliti le armi, se vuoi vivere, e consegna ai miei scudieri
la ragazza che porti con te».
«Se lei verrà disonorata e io svergognato, questo braccio, per Dio, dev’essere
davvero debole».
«Come! Vorresti combattere con me?»
«Fino alla morte, prima di subire la vergogna».
«Sciocco vanitoso, bada: quando mi sarò messo sul collo il mio scudo, non avrai
più quartiere».
«Il mio orecchio», disse Jaufry, «è stato spesso assalito da minacce peggiori di
queste. Vi ripeto che, in nome della fede verso Colui che ha creato questo
mondo, libererete quel Cavaliere e andrete alla Corte di Re Artù per pagare per il
delitto che avete commesso: altrimenti combatterete con me, finché uno di noi
due non sarà sconfitto o ucciso».
«Tu non sai che ho combattuto e vinto ben cinquecento Cavalieri, tutti migliori
di te?»
«Può essere», replicò Jaufry, «ma ora datemene la prova: andate a prendere le
vostre armi e sia fatta la volontà di Dio!».
«Non ho bisogno di altre armi», disse orgogliosamente Taulat, «se non della mia
lancia e del mio scudo: potrebbero venire altri sette uomini con la tua forza, e
resisterei a tutti».
«È una follia», rispose Sir Jaufry, «sostenere un combattimento senza armatura.
Ma siccome il vostro orgoglio acceca il vostro buon senso, sia come volete».
Furioso per quelle parole, Taulat si rivolse a uno scudiero:
«Vai al castello il più velocemente possibile; portami la lancia e lo scudo, e di’ ai
Cavalieri che ho sconfitto uno ad uno di venire qui, affinché possano assistere alla
morte di un vile contadino, poiché intendo scoprirgli il cuore con un solo colpo
attraverso lo scudo e la maglia metallica. E in quell’istante, se questo non dovesse
essere fatto, possa io perdere le armi, la nobiltà, e l’amore della donna!».
Lo scudiero corse rapidamente verso l’accampamento dove vivevano i Cavalieri
prigionieri - che erano tutti addolorati per l’uomo ferito legato al palo in attesa
della frusta - e concisamente disse loro:
«Baroni, il mio Signore vi attende là, affinché possiate vederlo combattere con
uno sciocco che è venuto a cercare la morte».
Poi, salendo in fretta le scale - tra le lacrime e i lamenti delle dame che
piangevano continuamente - tirò giù la lancia e lo scudo appesi al cavalletto e li
portò al suo padrone, il quale, balzando sul suo cavallo senza fermarsi per
indossare la corazza o qualche altra cosa, urlò in tono superbo:
«Vieni a morire, zoticone! La tua vista mi offende!».
Sir Jaufry, infuriato per quell’insulto, si lanciò a tutta velocità contro l’orgoglioso
Cavaliere, che gli andò incontro come un leone: così terribile fu lo scontro che a
Sir Jaufry non fu utile né la sella, né il sottopancia, né l’abilità. Rotolò a terra
sotto il colpo, ma non da solo: Taulat, per parte sua, in seguito a un colpo
ugualmente vigoroso e abilmente tirato, cadde nello stesso istante, con lo scudo
sfondato e la lancia di Jaufry infissa nel fianco.
Un urlo di gioia si levò da quei buoni Cavalieri:
«Santo Cielo, oggi hai castigato Taulat e hai infranto quell’orgoglio che ha
infastidito a lungo la terra!».
Jaufry nel frattempo, con la spada in mano, corse verso il crudele Rugimon,
fissato saldamente a terra, come se fosse un serpente: ma, mentre si avvicinava,
Taulat, in tono umile, esclamò:
«Per amor di Dio, Cavaliere, non portare a termine la tua opera: perché è la mia
follia che mi ha condotto alla morte».
«La tua follia, è vero, era grande», convenne Sir Jaufry; «ma, prima che ci
dividiamo, conto di curarti. Il tuo orgoglio è durato troppo, e ora deve aver fine.
Questa mattina credevi che nessun Cavaliere al mondo potesse competere con te a
parole o azioni. Senza dubbio eri molto coraggioso, ma l’orgoglio estremamente
malvagio che ti consumava superava di molto il tuo valore, e questo è un vizio
che Dio non ama né tollera. Ora sai che, se non fosse stato per la Sua decisione
di castigarti, questo giovane braccio - di certo meno robusto del tuo - non ti
avrebbe mai potuto gettare a terra. Questa è semplicemente la punizione per il
tuo crudele orgoglio, e per l’oltraggio che hai arrecato al buon Re Artù, quel fiore
della Cavalleria, la cui rettitudine Dio ama.
E questa è la punizione che spetta a coloro che incontrano il suo sfavore: presto o
tardi, i Cavalieri che siedono alla sua Tavola Rotonda e sono celebri
distribuiscono la punizione, a meno che i rei non si nascondano sottoterra.
Quello che sono capaci di fare in battaglia potresti supporlo da me, che sono solo
un novizio divenuto Cavaliere da appena due mesi, e che ti ha cercato giorno e
notte fino a questo momento in cui hai trovato la ricompensa per le tue azioni».
«Tutto quello che dici, Cavaliere, è vero», replicò Taulat, con una voce debole che
si andava affievolendo; «ma concedimi la grazia, come tuo nemico sconfitto, e
come un morente che si sottomette a te».
«Avrai la grazia che implori», disse Sir Jaufry, «ma ad alcune condizioni. Primo,
dovrai andare alla Corte del buon Re Artù e consegnarti là come prigioniero: lui
si prenderà la vendetta che il suo onore richiederà».
«Lo farò, ma ora, per amor del Cielo, permetti che il medico mi fasci questa
ferita».
«Non verrà nessun medico né ti alzerai, finché, per san Tommaso, non avrai
liberato il Cavaliere che è legato a quel crudele palo, e tutti i prigionieri che hai
fatto».
«Fai quello che vuoi, Signore, sia con loro che con me».
Jaufry rinfoderò subito la sua spada e prese quella di Taulat. Poi permise allo
scudiero di andare a chiamare il dottore, che esaminò la ferita del suo padrone e
la lavò con acqua e vino bianco, dopo averlo steso delicatamente su un letto e
averlo portato all’interno dei cancelli.
Jaufry nel frattempo liberò il Cavaliere ferito e, avendo strappato ai Cavalieri
prigionieri la promessa di affrettarsi ad andare a Carlisle per raccontare a Re Artù
la sua storia, stava per lasciarli alla protezione di Dio, quando il Cavaliere ferito -
il sovrano di tutti quei Signori - gli disse con molta umiltà:
«Buon Signore, mi sottometterò a voi, e unitamente alla mia persona vi offro i
miei uomini e le mie terre. Avete guadagnato tutto questo e anche di più molto
nobilmente, liberandomi dalle pene che ho sopportato per sette lunghi anni. Così
grandi erano quelle pene, e così crudele il mio destino, che forse sarebbe stato
meglio se la morte mi avesse sollevato dai miei dolori.
Taulat, senza alcun motivo per odiarmi, mi ha torturato a lungo, ma ora, con la
grazia di Dio e, Cavaliere, con la vostra, alla fine il suo regno è finito».
«Buon Signore», rispose Jaufry, «vi prego di tenervi i vostri averi: non voglio
nulla per la vostra liberazione, eccetto che, con questi valorosi Cavalieri, vi
rechiate al trono di Re Artù e gli spieghiate che dovete la vostra libertà al figlio di
Dovon».
Il Cavaliere fece quella promessa, e Jaufry, chiesto il suo cavallo, che gli
portarono tutto preparato, mentre la figlia di Augier montava al suo fianco, disse
addio a tutti e poi si mise in viaggio verso la dimora della damigella. Il suo
pensiero, in verità era rivolto a Brunissende, verso la quale il suo cuore si sentiva
dolcemente attratto.
Quando se ne fu andato, Taulat restituì ai Cavalieri i loro destrieri e le loro armi,
poi, secondo l’accordo fatto, partì insieme a loro alla volta di Carlisle. Vi
arrivarono l’undicesimo giorno. Il re stava concedendo udienza a una dama che,
in lacrime, stava facendo presente che avrebbe perso il suo castello in una
settimana se non avesse trovato nessun Campione che combattesse contro il suo
nemico. Dopo aver ascoltato le sue tristi parole, il re, addolorato, rispose:
«Signora, se qui ci fosse Gawain, difenderebbe molto volentieri la vostra causa,
ma non c’è: e non ho nemmeno il figlio di Dovon, né Ivano l’Audace, né
qualcuno dei miei valorosi della Tavola Rotonda. Se tra i Cavalieri che circondano
adesso il mio trono ce n’è uno che si arrischierà a difendervi, grande sarà l’onore
che gli verrà dato come ricompensa».
Ma nessuno rispose. Invano la dama, voltandosi rapidamente, esclamò con
ardore:
«In nome del Cielo, valorosi Cavalieri, si dovrà dire che una donna è venuta a
cercare aiuto in questa nobile Corte e non l’ha trovato?».
Ancora nessuno rispose.
Fu in quel momento che apparve la compagnia di Taulat; lui era disteso su una
lettiga dorata, coperta con un telo sontuoso e portato gentilmente da due cavalli
candidi come la neve. Cinquecento Cavalieri, che aveva sconfitto in duello, armati
dalla testa ai piedi, lo seguivano, ognuno in groppa a un destriero riccamente
ornato. Il loro capo era in testa e, quando raggiunsero il re, si inginocchiò
umilmente davanti al trono del monarca e gli si rivolse così:
«Sire, possa Colui che per il nostro bene è sceso sulla terra e che ha versato il
Suo sangue, concedervi ora la gioia e raddoppiare la vostra fama!».
«Possa salvare anche voi, amico!», replicò il re. «Ma chi sono, di grazia, costoro
che sembrano così forti e bravi? E chi è l’uomo ferito su quella lettiga?»
«Mio Signore, quell’uomo è Taulat».
«Taulat de Rugimon?»
«Proprio lui mio Signore: Jaufry, il figlio di Dovon, lo ha sconfitto valorosamente
e lo manda qui alla regina e a voi affinché possiate prendervi la vendetta che la
vostra saggezza reputerà adatta per l’oltraggio che vi ha fatto due mesi fa».
«Per il Cielo e la terra!», esclamò allora Re Artù. «Come mi ha servito bene
Jaufry! Amico, ditemi la verità: quando l’avete lasciato era sano e salvo?»
«Sì, illustre Signore, come può esserlo un Cavaliere così onorato e coraggioso,
che non ha pene né paure. Nient’altro se non il bene può essere appaiato al suo
nome; e sarebbe dolce lodarlo, se le sue azioni non lo innalzassero più di quanto
possano mai fare le parole. Quando saprete da quale crudele destino il suo valore
abbia strappato me, rimarrete certamente assai stupito. Ma questo racconto
dev’essere fatto davanti alla regina e a tutte le dame».
Il re ordinò subito a Quex di andare a cercare la regina. Il Siniscalco obbedì, e
quando la incontrò…
«Signora», le disse, «per favore, il re - il vostro e mio Signore - vi invita a venire
ad ascoltare il messaggio portato da un valoroso Cavaliere che conduce una
grossa compagnia».
La regina si recò subito nel salone con tutte le sue dame e le sue damigelle;
quando si fu sistemata al fianco del suo sposo, Meylan, il rispettabile Cavaliere,
parlò loro così:
«Signora, inviato dal valoroso Jaufry, figlio di Dovon, porto un grande
risarcimento a voi e al vostro seguito. Vi porto Taulat, detto de Rugimon, affinché
possiate vendicarvi per l’affronto che vi ha fatto e per la crudeltà che ha riversato
su me. Sappiate che senza alcun motivo ha ucciso mio padre ed ha ferito me così
gravemente che non guarirò mai. Venivo tenuto prigioniero nel suo castello e,
quando la mia ferita si chiudeva, mi faceva legare a un palo e frustare da mani
crudeli finché questa non si riapriva di nuovo. Ogni mese sopportavo questo
martirio, che causava una disperazione così atroce nelle mie terre dove, tre volte di
giorno e tre volte di notte, tutti davano sfogo alle lacrime e a urla di dolore».
«Santo Cielo», esclamò a questo punto il rispettabile re, «che azione criminale!».
«Per tutti i santi del Paradiso», disse la regina, «quello era il regno dell’alterigia e
dell’orgoglio che cresce senza controllo!».
«Sì», rispose Taulat dalla lettiga, «io veramente ero molto orgoglioso, malvagio e
sciocco, ma ho perso tutto. È venuto un dottore, che in breve tempo mi ha
curato. Ho cercato invano un Cavaliere capace di tenermi testa, e ho trovato un
degno avversario. Nessuno tiene meglio di lui la lancia; tanto modesto quanto
coraggioso, generoso e buono, nonostante i miei insulti - che meritavano la morte
-, Sir Jaufry mi ha concesso la grazia e il perdono. Voi, nobile Sire, che siete il
migliore di tutti i re, degnatevi di imitare la sua clemenza e concedetemi il
perdono per quello stolto crimine che ho commesso così follemente».
Il rispettabile re, sempre propenso al bene, concesse generosamente il perdono al
Cavaliere e, inoltre, usò tali ragionamenti con la regina che anche Ginevra, da
donna generosa e nobile, lo perdonò. Soltanto Meylan rimase inflessibile. Rifiutata
ogni preghiera, decise, poiché era suo diritto essendo la sua un’infamia corporale,
che Taulat avrebbe dovuto essere giudicato da una corte legale.
Fecero venire subito un centinaio di giuristi i quali, dopo aver ascoltato la causa,
proclamarono immediatamente la seguente sentenza:
«Taulat sarà consegnato a Meylan il quale, mese dopo mese, lo legherà a un palo,
e gli farà infliggere dalle stesse mani la medesima punizione. La Corte accorda a
Meylan questo potere per sette anni; sia pure con la facoltà di liberare il
prigioniero in qualsiasi momento si sentisse di concedergli la grazia».
Brunissende e l’Ondina

Nello stesso momento in cui i giudici emettevano la sentenza, Sir Jaufry,


cavalcando velocemente con la fanciulla, arrivò davanti alle torri di Augier.
Avvertito del suo arrivo dalle grida dei vassalli, che gli diedero un gioioso
benvenuto e calorosi ringraziamenti per aver liberato il loro Signore, Augier
montò rapidamente sul suo cavallo e con i suoi figli uscì per andare incontro al
Cavaliere. Accanto a Sir Jaufry vide la fanciulla, che guidava il suo nobile
palafreno con una grazia più dolce di quanto io possa dire, ma non la riconobbe,
perché aveva il velo. Sceso da cavallo, si avvicinò al Cavaliere, che smontò quando
lo vide arrivare, gli strinse la mano e, con voce tremante, disse:
«Mio Signore, venite nel mio castello, come mi avete promesso. Lì vi daremo il
benvenuto molto volentieri, sebbene il mio cuore si stia struggendo per il dolore.
Da quando ci siamo incontrati l’ultima volta, un mostro ha portato via mia figlia,
e con lei tutta la mia gioia».
«Non l’avete custodita con abbastanza cura», disse gentilmente Sir Jaufry, «visto
che è sparita. Ora cosa rimane da fare? Doveva andare così. Nessuno può evitare
il suo destino, perciò consolatevi e asciugatevi le lacrime. Qualche giorno fa ho
vinto in un combattimento una fanciulla gentile e bella come può essere una
fanciulla e, se vorrete, la lascerò a voi affinché possa prendere il posto di colei che
avete perduto».
«Ahimè, mio Signore», replicò il buon Augier, «dov’è la damigella o la dama che
possa competere con lei in grazia, gentili maniere, gaiezza e amore? Una pari a
lei non è ancora nata e, per il resto dei miei giorni, niente al mondo potrà, ahimè,
offrirmi felicità o tranquillità».
«E io affermo invece il contrario: inoltre dichiaro che troverete questa damigella
pari a lei in bellezza e amore».
Dicendo così, Sir Jaufry le sollevò il velo e, guardandola, Augier riconobbe la sua
dolce figlia. Dopo averla stretta più volte tra le braccia, rivolse un’infinità di
ringraziamenti a Jaufry e, ascoltato il racconto delle sue prodezze con Taulat e il
gigante, fece strada verso il castello, con i servi e i vassalli che li seguivano in gran
numero.
Grandi furono gli onori che tributarono al Cavaliere: i fratelli gli versarono
l’acqua, la damigella gli servì con le sue stesse mani un pavone arrosto riccamente
decorato, e Augier l’avrebbe volentieri tenuto lì per un mese; ma Jaufry, poiché il
suo cuore era francamente allettato da Montbrun, se ne andò l’indomani mattina.
Dopo essere stato scortato dal suo ospite e dai suoi due figli, si era incamminato
per la sua strada pensando a Brunissende quando, a mezzogiorno, incontrò il
Siniscalco, che tornava proprio allora da Carlisle, dove aveva visto Taulat, Meylan
e i cinquecento Cavalieri liberati dalla schiavitù. Stava ancora cercando, per ordine
della sua Signora, il valoroso figlio di Dovon, ma disperava di riuscire a trovarlo.
Comunque, non appena apprese la verità, ovvero che il salvatore di Meylan e lo
stanco Cavaliere che dormiva nel frutteto erano la stessa persona, allora,
spronando il cavallo, non si fermò mai fino a quando non raggiunse Montbrun
dove, sporco per il viaggio, si recò da Brunissende.
«Dov’è il Cavaliere?», gli chiese lei, prima che l’uomo potesse perfino dischiudere
le labbra. «Sta venendo? Lo vedrò presto qui?»
«Mi sta seguendo, bella Signora», replicò il Siniscalco, «ma tali sono le sue azioni,
tra le quali il salvataggio del nostro Signore dal dolore e dal tormento è soltanto
una delle tante, che credo sarebbe meglio gli andaste incontro con un centinaio di
damigelle come accompagnamento».
Quell’idea piacque a Brunissende. Diede quindi ordine di ricoprire le strade di
verde e di appendere sulle mura del castello ricchi velluti e sete, damasco e stoffa
intessuta d’oro, mentre lei, montata sul suo palafreno bianco, usciva con tutta la
sua Corte di Cavalieri e damigelle per andare incontro a Sir Jaufry. Abbigliata
riccamente con un vestito di seta con decorazioni di oro puro, aveva messo sulle
sue trecce bionde una sfarzosa ghirlanda su cui brillavano delle piume di pavone,
mentre in mano portava i fiori più belli raccolti nel suo giardino. Non c’è affatto
da meravigliarsi, dunque, se Jaufry rimase sorpreso nel vederla arrivare così bella,
piena di grazia e sorridente come una regina del dolce Sud. Si parlarono con
parole cortesi, e poi ritornarono insieme, uno al fianco dell’altra, nei magnifici
saloni di Montbrun.
Vi lascio immaginare i giochi e la gioia che si videro quel giorno al castello.
Soltanto Jaufry e la bella Brunissende non mangiarono e non aprirono bocca. La
donna gettava di tanto in tanto un’occhiata a Jaufry con un sospiro, e ogni suo
dolce sguardo penetrava negli occhi teneri di lui e gli arrivava nel cuore, mentre
Jaufry, da parte sua, arrossiva ogni momento e sentiva di essere trafitto da un
dardo invisibile fino al midollo delle sue ossa.
Pensando all’amore, durante quella notte lunga una vita, si guardarono finché non
giunse il mattino rosato. La bella Signora nella sua stanza, e Jaufry sul suo
sfarzoso letto, pensavano soltanto ai cortesi discorsi che avrebbero fatto l’indomani
mattina e, quando il sole si levò, si alzarono subito e si vestirono rapidamente.
Quando alla fine la messa fu terminata, si sedettero uno accanto all’altra nel
grande salone del castello, dove aprirono i loro cuori gonfi.
Fu Brunissende che ruppe per prima il silenzio poiché, abbagliato dalla sua
bellezza, Jaufry dimenticò, fissando il suo viso, i bei discorsi che aveva preparato
durante la notte.
«Mio Signore», disse lei in tono dolcissimo, «il vostro arrivo ci porta gioia e
felicità; nessun servizio potrebbe essere superiore a quello che voi ci avete reso, e
benediciamo il buon Re Artù nel suo Cavaliere, benediciamo la terra che
rivendica un uomo tanto valoroso e… benediciamo anche la donna per il cui
amore sono state compiute queste nobili azioni».
«Ahimè», sospirò Jaufry, a quest’ultima frase, «nessuna donna mi ama».
«Mi state burlando», disse allora la bella Brunissende. «Il vostro buon senso e il
vostro valore vi innalzano troppo perché Una nobile donna non vi ami».
«Io, forse, amo lei… ma lei non ama me».
«Lei sa almeno del vostro amore?»
«Non saprei dire, bella Signora, se lo abbia capito, ma io non le ho mai parlato
del mio amore».
«Almeno nessuna colpa ricade su di lei: se non avete mai cercato dove si trovi il
rimedio per il male di cui vi lamentate, chi è in torto?»
«Sono io, dolce Signora, io. La sua grandezza mi tiene a freno, e mi riempie di
strane paure; non posso chiederle l’amore, perché mai, neanche un imperatore
che cammini su questa terra potrebbe essere onorato da quell’amore… tale è
l’altezza, al di sopra di tutte le altre donne, a cui è giunta con la sua grazia
suprema e la sua ricchezza».
«Quello che dite è una follia, prode Cavaliere: gli imperatori e i re non hanno
mai guadagnato nelle contese dell’amore vero un premio più grande rispetto agli
uomini coraggiosi e cortesi. Questo genere d’amore non è dei ricchi: un cuore
nobile e la grazia gentile hanno nella sua Corte più valore delle terre e dei titoli.
Quanta gente c’è di alto lignaggio il cui valore viene reputato pari a una moneta
d’argento! Quanti altri esistono che si rotolano nell’oro, il cui valore invece non
potrebbe comprare neppure una maglia metallica! Allora, non nascondete più
solo nel vostro cuore il sentimento di cui è pieno: il vostro valore e le vostre
imprese vi danno il diritto di stare alla pari su questa terra con i più buoni e i più
nobili».
Sir Jaufry emise un sospiro e, molto commosso, così replicò:
«Signora, perdonate vi prego la confessione che, in verità, siete destinata ad
ascoltare, una confessione che nessuna tortura ha strappato, ma che è dovuta a
queste vostre dolci parole. Siete voi la donna per cui il mio cuore si strugge, colei
che amo, temo e imploro, colei che detiene le chiavi di tutte le mie gioie e dei
miei dolori e che può fare di me, secondo la sua volontà, uno stupido o un
saggio, un codardo o un coraggioso».
Alla fine, la bella Brunissende aveva ottenuto ciò che desiderava, tuttavia celò la
sua gioia e, in tono allegro, esclamò:
«Sir Jaufry, voi vi divertite a prendermi in giro: non posso credere di avere il
potere che dite».
«Un potere cento volte maggiore, potete crederci, di quanto abbia detto».
«Lo verificheremo subito», replicò la donna. «Quest’epoca è rovinata da cattive
usanze: la vera cortesia si è persa, e coloro che giurano appassionatamente di
amare, spesso mentono. Se veramente desiderate avere il mio amore, dovete
chiedere la mia mano e sposarmi, mio Signore».
Sir Jaufry non si preoccupò, potete ben crederci, di rifiutare una tale offerta. Aveva
appena giurato in nome di san Pietro e di san Paolo che niente sulla terra avrebbe
potuto dargli una gioia simile, quando entrò un Cavaliere, dando dei colpi sul suo
scudo, per annunciare l’arrivo del Signore di Brunissende.
«Ai cavalli, buoni Cavalieri, ai cavalli!», gridò la donna, e i nobili e le damigelle,
montati in sella in tutta fretta, uscirono per andare incontro al loro sovrano.
Mentre il corteo partiva allegramente, con Jaufry e la bella Brunissende in testa,
videro avvicinarsi due Signore vestite di nero, con gli occhi tutti rossi e bagnati di
lacrime. Jaufry le salutò e poi chiese loro notizie di Lord Meylan, ma una di loro,
sottovoce e con un sospiro, rispose che non sapeva nulla di Lord Meylan: pensava
solo alle sue pene.
«Diteci», le chiese Jaufry, «perché piangete».
«Siccome desiderate saperlo, mio Signore, vi dirò la verità. Un Cavaliere, deforme
e per giunta maleducato, vuole costringermi ad accettare il suo odioso amore, e io
ho lasciato con dolore la Corte di Re Artù, dove non ho trovato consiglio né
aiuto».
«Voi mi stupite!», gridò Sir Jaufry. «Ov’era dunque Sir Gawain? E Ivano il
Cortese, Coedis, quel valoroso cavaliere, Tristano e Calogrant, Lancillotto del
Lago, Eric, Caravis e l’amaro Quex… di grazia, dov’erano?»
«Non lo so, in nome del Cielo, mio buon Signore; non ho fiducia se non in Sir
Jaufry, quel famoso Cavaliere che ora sto cercando e che può cambiare il mio
destino e sostenere i miei buoni diritti».
«Li sosterrò di certo», disse allora Jaufry, «poiché sono io il Jaufry che cercate,
ma devo prima concludere una questione qui che sopra ogni altra richiede tutti i
miei pensieri».
L’addolorata Signora pianse e insistette con la sua richiesta, nonostante gli
sguardi irati di Brunissende. Sir Jaufry non cedette, ma ritornò a Montbrun con
Meylan. La donna lì, avendo fatto pensare che rimetteva la propria decisione al
suo sovrano, fu implorata a lungo perché concedesse la sua mano al figlio di
Dovon: poi partirono per la splendida Corte di Carlisle, e al loro seguito c’erano
dodicimila fanciulle e ben trecento Cavalieri con armi lucenti.
Durante i primi tre giorni di viaggio non accadde nulla, ma il quarto, piantate le
tende in un prato verde odoroso di fiori e circondato da alberi, Jaufry e Meylan
udirono improvvisamente una voce che implorava aiuto con dei toni strazianti. Il
figlio di Dovon chiese il proprio cavallo e le armi, poi andò da solo a cercare la
causa di quei lamenti. Giunse così sulle rive di un laghetto di una certa grandezza
e pieno di acqua limpida, dove c’era una damigella che si strappava i capelli e il
vestito e, nel suo dolore, si graffiava il viso.
«Mio Signore», urlò, mentre Jaufry si affrettava, «abbiate pietà, per amore della
Madonna, di una donna che sta affogando in questo laghetto: era la migliore e la
più saggia tra quelle del suo sesso».
Jaufry si fece avanti, e lì tra le acque a combattere con la morte, vide, invero, una
donna che a momenti appariva e poi scivolava sotto le onde. Smontò subito da
cavallo e fece tutti gli sforzi possibili per salvarla con l’estremità della sua lancia
ma, mentre il suo braccio era teso e stava in bilico sull’orlo, la damigella lo spinse
con una forza tale che subito cadde in acqua. Visto questo, la ragazza vi si gettò
dentro dietro di lui.
Tirato in basso dal peso delle sue armi, Sir Jaufry scomparve con le due donne. I
nitriti e la rabbia del suo buon cavallo, che scalpitava e mordeva follemente la terra
intorno al lago, annunciarono questa orrenda disgrazia a Meylan, il quale si
affrettò ad andare in quel luogo e, scoprendo che Jaufry era affogato, svenne.
Fu così che gli altri, ai quali era giunta la notizia, galopparono a tutta velocità
verso quel fatale lago. Ci fu bisogno della forza per trascinare via Lord Meylan
poiché, quando si riprese, tentò di affogarsi lui stesso e, per quanto riguarda la
bella Brunissende, fu salvata giusto in tempo dal suo Siniscalco giacché, perso
Jaufry, non intendeva sopravvivergli.
Unendo le sue urla ai gemiti delle dame e delle damigelle e ai lamenti dei suoi
Cavalieri…
«Oh Jaufry, Jaufry!», disse selvaggiamente tra i singhiozzi. «Cavaliere sincero,
generoso, onnipotente con le armi, chi ha preso la tua vita? Qualche colpo a
tradimento deve averti colto di sorpresa, perché onestamente nessun vivente
avrebbe potuto vincerti. Oh Jaufry! Da sola sulla terra, a cosa servo io? Priva di
valore è questa vita che mi tiene lontana da te. Invoco la morte, ma lei non
risponde ai miei richiami. Dove troverò questa morte pigra e sorda, che non mi
fa riunire al mio amore? Lì, sotto quelle acque giace il tuo corpo, che mi chiama
e aspetta invano».
Poi, balzando in piedi improvvisamente, confusa e folle per il dolore, corse
selvaggiamente verso quelle acque insidiose; e fu solo con dei grandi sforzi che
riuscirono a trascinarla indietro. Allora si strappò le trecce e si graffiò il viso
finché, svenuta, le si attutirono il dolore e le sensazioni.
Il buon Augier dovette portarla nella sua tenda, dove le damigelle la fecero sedere
sul suo letto, poi l’uomo ritornò, e pianse e si lamentò davanti alle acque fatali
insieme agli altri Cavalieri. Tali erano le loro lacrime, i loro lamenti e le loro urla,
che l’Arcivescovo apprese la funesta notizia, e andò verso il prato per consolare
quel corteo addolorato.
Lì parlò con saggezza e recitò il suo sermone:
«Amici miei, le Sacre Scritture ci insegnano che Dio è il padrone di tutte le cose
e che, quando vuole, può riprendersi quei doni che ha concesso. Se, dunque, Sir
Jaufry è stato preso da Lui, Egli, dato che è una Sua opera, può liberamente
richiamarlo; ed è un peccato e un delitto grave nei confronti di Nostro Signore
considerare questo fatto come un male. Quelli tra voi che amavano questo
valoroso Cavaliere dovrebbero ora pregare il Cielo che possa essere salvato, e
dovrebbero porre fine a queste urla di dolore, che si levano come un vano
rimprovero per il nostro Re del Cielo».
Il gigante

Mentre l’Arcivescovo predicava accanto al lago, Sir Jaufry si ritrovò con quelle due
dame in una terra deliziosa. La vallata e la pianura, l’acqua e il boschetto
ombreggiato, la città e il castello, tutto lì era incantevole. Prima che potesse
riprendersi dalla sorpresa, quella più bella delle sue due compagne disse:
«Ora, Cavaliere, vi ho in mio potere: forse questa volta non mi rifiuterete il
servizio che vi ho chiesto in lacrime tre giorni fa».
«Signora», replicò stupito Jaufry, «credo di non avervi mai vista Prima».
«Sono quella donna che vi ha implorato in lacrime di difendere i suoi diritti
contro Felon d’Albani, un individuo spregevole che offende Dio.
Questo mostro, che non è degno del titolo di Cavaliere, poiché non fa altro che
progettare le azioni più malvagie e porre vili trappole, ha sulle spalle una testa che
è più quella di un cavallo o di un toro che non quella di un essere umano. I suoi
occhi sono grossi come uova, e i suoi lineamenti orribili; le sue labbra sono
grosse e nere, e i denti gli sporgono dalla bocca, che è grande come le fauci di
un leopardo. La sua figura spaventosa è contro natura, e ha il corpo gonfio e le
gambe deformi.
Non è per spaventarvi, mio buon Signore, che ho fatto questo ritratto del mio
nemico, dato che nel vostro cuore non può alloggiare la paura, ma è vero che
incute timore ad ogni uomo, così che il suo aspetto, visto a distanza, fa fuggire
per lo spavento tutti quelli che vorrebbero difendere la mia causa. Dato che è
invincibile in combattimento, ha saccheggiato le mie terre e tutto il paese
circostante: ora mi è rimasto soltanto il mio castello, che domani dovrà essergli
ceduto, se Dio e voi non vi opporrete a questo ordine. Ma preferirei essere
torturata e morire, piuttosto che cadere in suo potere».
«Tutto questo è vero?», domandò Jaufry.
«Sì, Signore, in fede mia!».
«Siccome siete nel giusto, combatterò contro questo nemico, ma mi avete
ingannato, e ora la bella Brunissende starà di certo pensando alla morte».
«Non temete, lei non morirà, e voi avrete salvato me», disse la donna.
Mentre così discutevano, raggiunsero il castello; si trattava di una costruzione
robusta, circondata da buone mura, con fossati scavati nella roccia massiccia e
riempiti con ruscelli. Lì Jaufry fu ricevuto con tutti gli onori dai vassalli della bella
Signora e, giunto il mattino, dopo essersi vestito e aver indossato l’armatura, dopo
essersi lavato la faccia e le mani e aver pregato il Cielo di dargli quel giorno la
grazia e la forza per sostenere i diritti degli oppressi, partecipò con umiltà alla
messa e donò sette monete d’argento.
Quando la messa fu terminata, salì con la Signora e le damigelle sul terrazzo, e
tenne gli occhi bene aperti in attesa dell’arrivo di Felon. Passò poco tempo,
mentre Jaufry soffriva in cuor suo per il giustificato dolore di Brunissende, prima
che uno splendente gruppo di Cavalieri apparisse sulla pianura.
«Signora», domandò allora, «è quello il nostro nemico?»
«È lui, mio Signore, con tutto il suo seguito. Egli cavalca in testa».
«Lasciamolo venire, allora, e ascolteremo cos’ha da dire».
Felon avanzò piano, portando sul polso un falco, raro per la sua bellezza. Aveva il
collo sottile, un grosso becco più affilato della lama di un rasoio, lunghe ali, una
coda lunga almeno un palmo, zampe muscolose, e artigli forti e ben fatti.
Proprio quando giunse sotto le mura del castello, Felon scorse un centinaio di
gru raggruppate sull’erba di un luogo recintato, piccolo e verdeggiante: subito
liberò il falco che, volato via, cominciò a girare intorno al punto erboso, quindi si
alzò in aria a una tale altezza che l’occhio poteva appena notare la sua presenza.
Passò un po’ di tempo, quindi si scagliò in basso e piombò sulle gru con un
grido così spaventoso che, battendo le ali e nascondendosi tra l’erba, quegli
animali si lasciarono prendere dagli uomini di Felon senza tentare di fuggire.
Quando ne ebbero catturato qualche dozzina, Felon richiamò l’uccello, che tornò
nuovamente a posarsi sul suo polso.
«Santo Cielo!», esclamò Jaufry, mormorando, quasi a voce alta. «quell’uomo
possiede proprio un uccello prezioso: non ne ho mai visto uno più bello o più
fedele, e potrei vincerlo, così, una volta che fossi tornato sopra, sarebbe un degno
regalo per il mio re».
«Ritornerete presto, mio gentile Signore», disse sorridendo la Signora, «e
porterete con voi - non ho dubbi - sia l’uccello che le armi di Felon».
Durante questo tempo, il gigante si era avvicinato e, quando si fermò davanti al
ponte del castello, urlò con tutta la sua forza:
«Scendete tutti, voi che state lì sopra, e portate con voi quell’inutile donna che
farò diventare la serva dei miei scudieri».
«Mio Signore», rispose con calma Jaufry, «se vedete qui la donna di cui parlate, vi
prego di indicarla, e nessuno si sforzerà di trattenerla».
«Sapete bene cosa intendo dire. Cedete la signora e il castello, come concordato».
«Ogni patto è sacro».
«Allora consegnatemi la dama».
«Ma, ditemi per favore, mio Signore», continuò Sir Jaufry, «in nome di quale
diritto reclamate un simile premio?»
«Il diritto del mio piacere, furfante che presto penzolerai da una corda di canapa».
«Questa è una cattiva risposta, che indica un grosso orgoglio. Ma l’ingiustizia non
va sempre in porto. Avete usato la vostra forza contro una donna indifesa. Andate
ad armarvi, poiché il Cielo le ha inviato colui che sosterrà i suoi diritti».
«Se i santi mi aiuteranno», replicò allora Felon, «la pagherete cara per queste
parole».
Consegnato il falco al suo scudiero, indossò senza indugio la maglia metallica e la
sua ricca armatura, si affibbiò l’elmo, e poi afferrò la lancia e lo scudo. Quindi
urlò:
«Fate scendere quell’insolente furfante che vuole combattere: vedremo presto
come maneggia le sue armi».
Sir Jaufry andò ad indossare la sua armatura e, mentre lo faceva, rivolse la sua
preghiera a Dio; attraversò quindi il ponte senza rumore o vanterie, mentre la
bella donna e i suoi vassalli si inginocchiavano e levavano al Cielo questa
orazione:
«Tu, Signore, che hai permesso ai Tuoi nemici di inchiodarti le mani sulla croce
e hai lasciato che un infedele ti trafiggesse il fianco, ora concedi a Jaufry la forza
per sconfiggere Felon!».
I Campioni si incontrarono nel luogo recintato e verdeggiante in cui il falco aveva
messo in fuga le gru. E, quando il gigante vide Sir Jaufry, urlò infuriato.
«Hai forse perso il senno, sciocco, per osare scontrarti con uno come me? Uno
che potrebbe vincere ben venti uomini come te?»
«Tengo in poco conto», disse Sir Jaufry con calma, «le vanterie di questo tipo,
giacché le parole inutili sono come il vento. Ora ascolta: se restituirai alla dama
proprietaria del castello anche la più piccola delle cose che le hai rubato
ingiustamente, potrai andartene senza un graffio o una ferita».
«Che bell’affare, in fede mia!», replicò il gigante. «Tu pretendi di farmi un grande
favore, mentre io affermo che non lascerò questo luogo finché questa mano non
ti avrà strappato ogni lembo di pelle che hai».
«Ora non posso più stare ad ascoltarti: è l’orgoglio che acceca il tuo buon senso.
D’ora innanzi, allora, stai in guardia!».
Dopo aver attraversato un ampio campo, si scagliò a tutta velocità contro Felon.
Vedendolo arrivare, quest’ultimo afferrò lo scudo e si lanciò per colpirlo con un
colpo così spaventoso che, sia il cavallo che il Cavaliere, furono gettati a terra. Ma,
nello scontro, la salda lancia di Jaufry aveva rotto lo scudo di Felon e gli si era
conficcata nel braccio. Come un lampo il figlio di Dovon si alzò in piedi, tenendo
saldamente in mano la propria spada. Infuriato per la sua ferita, Felon gli andò
incontro di corsa e urlò forte:
«Davanti al Cielo, canaglia, ti dico che è giunta la tua ultima ora, e la tua carcassa
penzolerà da un albero senza pietà!».
Intendeva infilzarlo a terra, ma Jaufry sferrò un colpo così forte al suo cavallo da
tagliargli la testa. Così ora erano entrambi a piedi, e si fronteggiavano con le
stesse armi: tra breve sapremo quale dei due era il Cavaliere migliore.
Felon, pallido, con la bava alla bocca, colpì con la spada l’elmo di Jaufry in
maniera così potente che gli spianò la visiera; quest’ultimo a sua volta gli inferse
un colpo che gli fece piegare il braccio con cui teneva lo scudo. Ma tale era la
forza che vi aveva messo da fargli sfuggire di mano la spada. Vedendo ciò, Felon
le mise sopra un piede, così che il Cavaliere non potesse riprenderla, poi lo assalì
con una tale potenza che dal suo elmo scaturirono delle scintille.
«Arrenditi, Cavaliere!», urlò inferocito il gigante. «Poiché ora sei disarmato».
Sir Jaufry non rispose, ma sollevò lo scudo per ripararsi da un colpo con il quale
il gigante sembrava intendesse porre fine alla battaglia; la spada di Felon lo colpì
con una forza tale che lo fece a pezzi, e si piantò a una profondità di ben due
piedi nel terreno.
Veloce come un fulmine il giovane Cavaliere si lanciò per riprendere la sua e,
quando la ebbe di nuovo in mano, si voltò ancora una volta verso Felon. Quello,
umiliato nel suo orgoglio, esclamò a voce alta:
«Pietà, Cavaliere! Oh, pietà! Ti prego, trattieni la tua mano e chiedimi un
riscatto!».
«Dato che parli così», rispose Sir Jaufry, estraendo dal terreno la spada del
gigante, «dallo a colei che hai così oppresso. Per quanto riguarda me, non
desidero alcun riscatto salvo il tuo falco, che prima ha dato la caccia alle gru».
Felon allora chiamò intorno a sé tutti i suoi Cavalieri, che lo portarono al castello.
Lì, quando il dottore ebbe bendato le sue ferite, lo distesero su un letto retto da
due immobili destrieri, mentre le belle dame, seguite da un numeroso corteo,
conducevano Jaufry nel luogo da cui l’avevano preso.

Lord Meylan e la sua truppa erano ancora accampati sulle sponde del lago
magico. Giudicate la loro sorpresa, le loro urla e la loro gioia quando, nel mezzo
di un numeroso corteo, apparve Sir Jaufry!
In quanto alla bella Brunissende, così grande fu l’emozione che questo fatto
produsse, che non trovò le parole e cadde svenuta tra le sue braccia. Jaufry
raccontò come le arti magiche della fata lo avessero portato nel paese di lei
attraverso le acque profonde e oscure, come avesse sconfitto il grande gigante suo
nemico e ottenuto il meraviglioso falco per il buon re. Poi, terminato il racconto,
ripresero allegramente il loro viaggio e, allo spuntar dell’alba del giorno
successivo, videro le torri di Carlisle.
Lasciando un po’ indietro il loro seguito, Jaufry e Meylan, ricoperti da armature
splendenti, fecero impennare i cavalli sul dolce pendio con otto Cavalieri scelti.
Una bravata del genere non poteva passare inosservata alla Corte di Re Artù.
Quex, il Siniscalco, attraversò subito il ponte e, andando incontro a Jaufry, urlò:
«In verità, Cavaliere, ti pentirai di essere venuto».
«Sei tu che ti pentirai più di me», rispose Jaufry, che indovinò chi fosse l’uomo e,
andatogli incontro a tutta velocità, assalì Sir Quex con una tale forza e bravura da
gettarlo a terra.
Tentando di rimettersi in piedi, il Siniscalco barcollò e poi cadde di nuovo, mentre
Jaufry gridava:
«Ebbene, come va, allegro Quex? Che dici, sei ubriaco?».
Gawain aveva ora fatto la sua apparizione, incitando il cavallo per unirsi alla rissa.
Sir Jaufry andò incontro al rispettabile Signore e, mentre consegnava il cavallo di
Sir Quex: «A voi solo, buon Cavaliere», disse, «lo consegno».
Gawain allora riconobbe la voce del figlio di Dovon e lo strinse tra le braccia, poi,
quando il suo scudiero comprese, volò a portare la notizia al re. Il buon Artù
lasciò pieno di gioia i suoi saloni e con una maestosa schiera di Cavalieri e nobili
uscì per onorare colui che aveva sconfitto Taulat. Salutò cortesemente la bella
Brunissende con tutto il suo seguito e disse a Jaufry:
«Allora, il nostro Siniscalco vi ha dato così generosamente il suo cavallo?»
«Mio Signore», rispose il figlio di Dovon, «forse ricordate che, il giorno in cui vi
chiesi di darmi le armi per seguire Taulat, Sir Quex ha detto che avrei combattuto
meglio se fossi stato ubriaco. Desideravo allora insegnargli, mio buon Signore,
come sono capace di colpire quando sono a digiuno».
«È stato ben colpito, penso», replicò il re, «e che la lezione possa essergli utile!».
Pronunciando queste parole, condusse Sir Jaufry dalla buona Regina Ginevra la
quale, mentre gli tendeva la sua guancia rosea, lo ringraziò calorosamente per
aver vendicato la sua causa su Taulat. Il Re Artù, da parte sua, lo ringraziò per
tutti i preziosi doni che gli aveva mandato - la bella lancia bianca di frassino, il
nano del proprietario terriero e quello del lebbroso, Estout de Verfeil e i Cavalieri
prigionieri, con Felon d’Albani - poi venne riccamente addobbata la chiesa del
convento, dove il re condusse lui e la bella Brunissende in gran pompa.
Più di ventimila valorosi Cavalieri accompagnarono i bei fidanzati. Il buon
Arcivescovo, che aveva recitato la messa, si unì alla felice coppia davanti all’altare,
poi tornarono nuovamente al palazzo e iniziò la grande festa. Al suono della
tromba, Lucas, il Cerimoniere Reale, con ventimila paggi vestiti con abiti di seta
scarlatta che portavano belle tovaglie candide come la neve, vasi d’argento e ricche
coppe d’oro, entrarono nel salone per preparare la tavola. Le arpe già suonavano
e i menestrelli tentavano di incantare i loro ascoltatori con allegri racconti
avventurosi, quando entrò di corsa nel salone uno scudiero, gridando:
«Alle armi buoni Signori, alle armi! Difendete le vostre vite!».
«Cos’hai visto, amico mio?», gli domandò Re Artù.
«Oh, Sire, ho visto un uccello, un meraviglioso uccello, che nessun essere
umano potrebbe descrivere. Ha un becco lungo almeno dieci palmi e un’enorme
testa larga come la barca di un pescatore; i suoi occhi brillano come rubini o
diamanti, e poi i suoi piedi, senza esagerare, sono grossi… grossi come quella
porta. Non so come sia riuscito a sfuggire dalle sue fauci, ma non ho mai pensato
di essere così vicino alla morte».
«Portatemi le mie armi», esclamò il valoroso re, «affinché possa scoprire se
questo scudiero ha mentito».
Gawain, Sir Jaufry e Lord Meylan lo avrebbero seguito volentieri per aiutarlo,
ma lui glielo proibì e così lasciò da solo il castello. Aveva appena attraversato il
ponte, quando vide il meraviglioso, grosso uccello. Gli si avvicinò piano, con lo
scudo sul braccio e la spada in mano ma, spiegando le sue enormi ali, l’uccello
sfuggì a un colpo mirato prontamente e, stretto con entrambe le zampe il re, si
alzò velocemente in aria con la sua preda.
Le donne e i Cavalieri in preda alla disperazione, uscirono di corsa e si
sparpagliarono per il paese con urla strazianti. L’uccello saliva ancora e, quando
non sembrò più grosso di una gru, lasciò andare il re. La folla, tutta senza fiato, si
affrettò ad andare nel punto in cui si aspettavano che il loro sovrano si sarebbe
sfracellato cadendo da quell’altezza, ma non fu così! Prima che arrivasse a terra,
l’uccello lo afferrò agilmente di nuovo e lo portò sulla sommità di un’alta torre.
Riposatosi lì per un po’, volò verso il bosco volteggiando con grazia con le sue
veloci ali, poi portò di nuovo il re al palazzo: riacquistò quindi l’aspetto umano,
ovvero quello del bravo mago, che Artù perdonò, come aveva fatto durante la
Pentecoste, per lo spavento che gli aveva causato il suo trucco.
E così si chiuse l’allegra festa nuziale del valorosi Sir Jaufry e della bella
Brunissende. La mattina dopo essi lasciarono la Corte in festa, e tutto il gruppo
che chiamava Sir Meylan Signore scortò in trionfo fino a Montbrun quella felice
coppia, incontrando durante il cammino la Signora del Lago (era, infatti, la fata di
Gibel), venuta lì per benedire la loro vita e il loro amore.
IAN McDOWELL
Figlio del mattino

Addentriamoci adesso nei giorni oscuri del regno di Artù in cui fa la sua
apparizione Mordred. Mordred era il figlio incestuoso di Artù e della sorella
Morgause, ma in principio Artù non sapeva che Mordred fosse suo figlio. Fu
cresciuto fra i fratelli maggiori Gawain, Agravain, Gaheris e Gareth, ma doveva
giungere il momento in cui Artù avrebbe appreso quale fosse la sua vera origine.
Questa situazione ha attratto Ian McDowell, il quale, con il suo primo racconto,
Figlio del mattino, ha considerato la faccenda dal punto di vista del giovane
Mordred.
Ero seduto sulla fredda scogliera e lanciavo sguardi furtivi sulle acque, tentando
distrattamente di far cadere delle pietre sulle teste delle sterne che emettevano
strida rauche sulla minuscola spiaggia molto al di sotto. Ero stato a lungo in
attesa: il mio naso era congelato, e il mio didietro intorpidito. Era una veglia
piuttosto stupida: siccome i viaggi in mare sono quello che sono, Artù avrebbe
potuto approdare per la maggior parte della settimana. Tuttavia, continuavo ad
attenderlo lì, aspettandomi ingenuamente di vedere la macchia della sua nave
avvicinarsi sopra le onde scure. Il tempo è soltanto un inconveniente quando si
hanno quattordici anni.
Era tutto così eccitante! Mio zio Artù stava venendo sulla nostra isola per
combattere con un gigante che aveva cacciato dal suo regno l’anno prima. Mio
padre, Re Lot di Orkney, aveva mandato piuttosto in fretta una lettera a suo
cognato quando Cado (questo era il nome del mostro) era apparso sulle nostre
sponde e aveva cominciato a terrorizzare i contadini. Non essendo una persona
che lascia tali cose a metà, Artù aveva risposto promettendo di venire a Orkney
per sistemare il problema di Cado il più presto possibile.
Lot non si era preoccupato molto di Cado quando le sue devastazioni erano
limitate ai contadini pitti e scozzesi, ma le cose erano cambiate quando il gigante
attraversò a nuoto le diciotto miglia circa di acque burrascose che separano quei
territori dalla nostra isola e annunciò la sua presenza sulle nostre sponde
distruggendo tre intere fattorie sulla Baia di Scapa. E, sebbene i gruppi di ricerca
reale avessero rinvenuto i resti di più di due dozzine di scheletri rosicchiati, non
trovarono nemmeno un solo cranio. Cado evidentemente aveva la deliziosa
abitudine di collezionare le teste delle sue vittime.
Pensavo a tutto questo mentre stavo seduto sulla scogliera del promontorio
Brough. Non mi ero mai preoccupato del mostro in maniera particolare, poiché si
era confinato nell’estremità meno popolata dell’isola… e che differenza faceva
qualche contadino in più o in meno? Inoltre mi divertiva l’imbarazzo che provava
mio padre a causa della sua incapacità ad affrontare la minaccia, giacché nutrivo
ben poco amore nei confronti di Lot. Attendevo con ansia l’arrivo di Artù. Il suo
combattimento con Cado sarebbe stato sicuramente più eccitante di una caccia al
cinghiale, e io amavo mio zio. Lo amavo molto!
Improvvisamente la vidi, quella minuscola macchiolina che poteva essere soltanto
una nave lontana. Mi stropicciai gli occhi irritati dal sale, ma quella restò laggiù;
non era un’illusione, bensì la realtà tanto sperata. Al di là della vela simile a un
giocattolo, delle nuvole nere si abbassavano in un cielo freddo e grigio come ferro
vecchio e non lucidato. Sembrava che la nave si stesse dirigendo verso una
tempesta. Evidentemente avevano deciso di rischiare con il tempo e fare rotta
verso Orkney, piuttosto che ritornare alla costa del continente a cui sicuramente si
erano tenuti vicini durante il loro viaggio dalla Cornovaglia.
Saltai in piedi urlando e iniziai ad arrampicarmi per allontanarmi dalla scogliera.
Le pietre frastagliate, umide, nere e macchiate di sterco di uccelli, mi fornirono un
punto d’appoggio precario, e parecchie volte inciampai e caddi prima di
raggiungere la sabbia e il prato. Sull’altura si ergeva il palazzo di Lot, acquattato lì
al riparo che gli forniva una scarsa protezione dal mare e dal vento. Poteva non
corrispondere molto ai modelli tipici del continente, ma era la costruzione più
grande di tutto il regno di Orkney. Un fossato di venti piedi e due terrapieni
circondavano un salone a due piani a forma di ferro di cavallo fatto di pietre e
legno. Volai attraverso il ponte di tavole che si gettava sul fossato e feci un cenno
con la mano ai soldati che stavano di guardia nel terrapieno esterno. Quelli che
non erano occupati a giocare a dadi, a dormire sul lavoro o ad orinare mi
restituirono il cenno.
La torre di mia madre si trovava sul lato del cortile interno opposto al Grande
Salone. Procedendo con cautela attraverso gruppi di servi che gironzolavano e
chiacchieravano, maiali che grugnivano, polli che emettevano strida rauche, oche
che starnazzavano e altro bestiame, costeggiai il fango profondo e le pile di
escrementi freschi alla base alta e sottile della torre. Il batacchio d’ottone tirò fuori
la lingua e mi guardò. «Chi va là?», domandò con un tono da soprano dal suono
metallico.
«Mordred Mac Lot, Principe di Orkney», dissi, tentando di sembrare forte e
autoritario. La porta non rispose. «Apri, dannazione, ho detto che sono il
Principe!».
Il battente roteò gli occhi in maniera sciocca. «Vi sento adesso per la prima volta»,
trillò, «e non mi importa se siete il Principe delle Tenebre in persona: non aprirò
questa porta finché non vi sarete pulito quei piedi sporchi!».
Era inutile discutere con qualcosa che non era veramente vivo. Mi strofinai gli
stivali contro il gradino davanti alla porta mentre borbottavo qualche maledizione.
Quando ebbi finito, la porta si spalancò senza ulteriori commenti, ma sapevo che
stava ridacchiando dietro di me.
Le scale erano ripide e a chiocciola, e questa era une delle ragioni per cui il Re
Lot non veniva mai qui, anche se non infastidivano mia madre, che aveva la
costituzione di un cavallo da aratro. La stanza in cima era alta e stretta e tutta fatta
di pietra grigia. Aveva una finestra larga e quadrata, con una grata di ferro e
pesanti imposte di quercia. Una scala era collegata con una botola che si apriva
nel tetto. In un angolo c’era un camino di mattoni con una canna fumaria, non
tanto un focolare quanto un’alcova per il braciere di ferro nero che si acquattava lì
come un fungo a tre gambe. Accanto all’alcova c’erano delle mensole di cedro
importate, su cui erano allineate delle teste di animali, qualche libro prezioso,
rotoli di pergamena, mazzi intrecciati di erbe secche e piccoli vasetti d’argilla
contenenti grasso d’animali e varie polveri esoteriche. Al centro del pavimento
c’era un mosaico di mattonelle intarsiate che rappresentava un cerchio decorato
con simboli runici e astrologici. A un lato del mosaico c’era un basso tavolo di
marmo dove mia madre sacrificava colombe bianche, capre nere e
occasionalmente qualche schiavo diventato troppo vecchio, malato, o
semplicemente troppo pigro da meritare la prigione.
Oggi si trattava di una capra. La Regina Morgause era piegata sulla carcassa che
aveva tutte e quattro le zampe divaricate, assorta nel groviglio di interiora che
esaminava in maniera attenta e raffinata con la punta del coltello dalla lama
d’argento che usava per i sacrifici. Dall’espressione del suo viso raffinato e dagli
zigomi alti, compresi che aveva trovato dei presagi particolarmente interessanti
nell’intestino che si raffreddava.
«Ciao, madre».
Lei sollevò lo sguardo, e si raddrizzò in tutta la sua notevole altezza. Io potevo
aver preso i suoi capelli neri e i suoi occhi verdi (apparentemente non avevo
ereditato nulla dell’aspetto di Lot, grazie a Dio), ma quella impressionante statura
era andata tutta a mio fratello maggiore Gawain, sebbene egli vi avesse aggiunto
una grossa robustezza che contrastava con la snellezza da salice di lei. Indossava i
suoi soliti abiti magici: un vestito lungo fino alle caviglie che le lasciava scoperte le
braccia. Sulla testa aveva un cerchietto d’argento e i suoi lunghi capelli lisci erano
raccolti da un nastro color rosso-sangue.
Sorrise. «Cosa c’è, caro?»
«Artù è qui. Ho visto la nave».
Corrugò la fronte. «Adesso? E io sono in mezzo a tutta questa confusione». Si
pulì le mani sporche di sangue su un panno di lino che aveva disteso sotto la
capra. «Fammi un favore, tesoro. Metti in ordine questa confusione mentre io
vado a cambiarmi per accogliere i nostri ospiti. Ti dispiace?»
«No, madre».
Dopo avermi dato un veloce bacio sulla guancia, scese di corsa le scale,
lasciandomi da solo nella stanza. Legai la capra in un fagotto con il panno
macchiato e andai incespicando verso la finestra. Quel lato della torre era costruito
nel muro di terra e legno che costituiva il quarto lato del cortile. Con uno sforzo
feci passare il mio carico attraverso l’apertura. Andò a finire dall’altro lato del
muro. Immediatamente esplose una battaglia per impossessarsi della carcassa tra
un branco dei cani del palazzo e parecchi degli schiavi che avevano le loro
casupole lì. Un debole fischio venne da qualche parte sopra di me. «Salve,
giovane Padrone. Per favore, datemi qualcosa da mangiare».
Alzai lo sguardo verso Gloam, appeso al soffitto proprio sopra il cerchio magico.
«No, non ho tempo. Artù è qui».
Gloam non assomigliava a niente, se non a un impasto a forma di frittella di
parecchi piedi di diametro, la cui pallida superficie umida e sudata presentava
piccole chiazze di bava schiumosa. Spostato dal suo centro c’era uno scolorimento
simile a una contusione grande circa quanto un piede d’insalata. Solo quando la
sua bocca rotonda si corrugava per aprirsi e le sue palpebre raggrinzite si
dividevano per rivelare degli occhi simili a ostriche che stiano marcendo,
diventava riconoscibile come una faccia. Gloam non era molto bello da vedere,
ma poche persone tenevano dei demoni per la loro bellezza.
«So tutto di Artù», borbottò con una voce simile a bolle in un acquitrino. «Tua
madre e lui…». Si interruppe, apparendo improvvisamente a disagio.
«Che cosa?», chiesi, curioso nonostante tutto.
«Oh, niente, proprio niente. Dimentica che lo abbia detto».
Sospirai in maniera impaziente. «Stai tentando di imbrogliarmi, Gloam?».
Si scurì fino ad assumere il colore del siero di latte vecchio e poi si schiarì fino
alla sua normale tinta pallida, che era sempre un segno del fatto che si stesse
divertendo. «No, affatto. È solo che io so qualcosa che non mi è permesso
rivelarti».
«Qualcosa riguardo Artù, suppongo».
Fischiò ed emise del gas. «Beh, sì: direi qualcosa di più. Non ti sei mai chiesto
chi sia tuo padre?».
Stavo perdendo la pazienza. «È il Re di Orkney, stupido».
«Non hai mai considerato la possibilità che Re Lot potrebbe non essere tuo
padre?».
Non lo avevo mai fatto. Improvvisamente sentii uno strano rosicchiamento
nell’intestino, come se avessi mandato giù qualcosa di freddo e corrosivo. Non che
il fatto che Lot non fosse mio padre costituisse una grande perdita ma, se non era
lui, allora chi era? Ritrovata di nuovo la voce, lo chiesi a Gloam.
«Non posso dirtelo», borbottò in risposta. «Tua madre non vuole che lo scopra
finché non avrai raggiunto l’età virile».
«Ho quattordici anni, dannazione!», dissi, con le mie migliori maniere regali.
«Beh, sìììì», meditò, «e c’era la servetta con cui hai tentato di…».
«Questo non importa!».
«E quella è una comune definizione di iniziazione all’età virile», continuò. «Non
che tu l’abbia gestita molto bene».
Ne avevo abbastanza. «Ascolta, mollusco disgustoso e puzzolente, se non mi
rivelerai subito quello a cui hai accennato, io…».
«Oh, d’accordo!», disse prima che io potessi tirar fuori una minaccia appropriata.
«Ma prima devi trovarmi qualcosa da mangiare. Un cane, forse. O un gatto. Un
bambino sarebbe la cosa migliore, veramente. Un piccolo e tenero lattante».
«Oh, dovrai accontentarti», esclamai. «Andrò a prenderti un pollo».
Sorrise, una vista non molto piacevole da guardare. «Un pollo andrebbe molto
bene».
Così finii con l’inseguire i polli attraverso il profondo fango del cortile interno per
parecchi, frustranti minuti. Alla fine, presi un grasso gallo. Legategli insieme le
zampe con una striscia di stoffa strappata dall’orlo della mia tunica, sbuffai e
ansimai per risalire le scale con l’animale che protestava stretto saldamente sotto
un braccio. Naturalmente mi fece i bisogni addosso, ma i miei vestiti erano già
così sporchi che non aveva molta importanza.
Gettai l’uccello sul cerchio piastrellato. Gloam si staccò dal soffitto con un forte
rumore di risucchio e cadde sullo sfortunato pollo, nascondendolo alla vista con
la sua sostanza simile a quella di una medusa. Dopo una breve lotta, la cosa che
si muoveva sotto quella superficie bianca perse ogni forma riconoscibile e ci fu
soltanto una sorta di pallido sacco che tremava leggermente sotto il suo involucro
di schiumosa traspirazione. La faccia infiammata spuntò dalla sua superficie
superiore e sogghignò verso di me, con la bocca senza denti aperta e che sbavava.
«Bene, tira fuori quello che devi dirmi, essere disgustoso!».
Gloam si accigliò. «Va bene, Mordred. Artù è tuo padre».
Non compresi. «Ma è mio zio!».
«Oh, sì, è anche tuo zio».
«Oh!». Mi sentii la mente vuota; non sapevo cosa pensare o provare. «Come?».
Gloam sospirò. «Tua madre vorrà il mio sedere per questo».
«Tu non hai sedere. Ora, dimmi cosa è accaduto».
La sua faccia passò dal porpora scuro al verde bluastro. «Quindici anni fa Artù era
poco più di un ragazzo. Nessuno sapeva chi fosse suo padre: era il figlio
illegittimo senza terre di un soldato. Ma era molto bello. È accaduto che, durante
la festa di Natale a Colchester, quando il re e la regina di Orkney stavano facendo
la loro visita stagionale alla Corte di Uther, Artù aveva appena sostenuto la sua
prima battaglia, e gli era andata molto male. Aveva bevuto troppo. Tua madre era
stanca del suo noioso re, così, a mezzanotte, ha fatto una visita nella tenda di
Artù. Era buio, e lui non sapeva che si trattava della regina di Orkney, né che
fosse sua sorella. Quando si sono incontrati alcuni anni dopo, lui ha pensato che
fosse la prima volta. Questo è tutto».
Artù era mio padre. Fa venire il capogiro passare dall’essere il figlio del Signore
freddo e senz’amore di un’isola, all’essere il figlio dell’uomo migliore del mondo
conosciuto. Cosa avrebbe detto se avesse saputo di essere mio padre? La mia
conoscenza della sua moralità cristiana era quanto meno debole e, per quanto
sembri stupido, il tabù dell’incesto non mi era mai entrato in mente. Non avevo
alcuna educazione formale in nessuna religione e non avevo la minima idea di
come la pensassero i seguaci del falegname crocifisso su queste cose.
Artù non parlava quasi mai della sua fede. Ciò era comprensibile: era salito al
potere in un regno che era almeno per metà pagano, e indubbiamente aveva
dovuto imparare ad avere tatto. Certamente, non aveva mai fatto mostra di non
essere un credente davanti a mio fratello, né aveva tentato di reprimere
l’adorazione di Mitra, il dio dei soldati romani, tra le sue truppe a cavallo.
Ma la tolleranza nei confronti di religioni diverse non voleva dire che avrebbe
accolto un figlio illegittimo (e incestuoso, ma ancora non pensavo a questo)
letteralmente a braccia aperte. Tuttavia, c’era la possibilità che lo facesse.
Improvvisamente mi ritrovai a desiderarlo fortemente. Non era sposato e, secondo
i pettegolezzi, non aveva lasciato dietro di sé la solita sfilza di figli illegittimi che ci
si aspetta da un re scapolo e da un soldato passatello di trentadue anni, sebbene si
dicesse che avesse mostrato più di un interesse passeggero per Ginevra, secondo
l’opinione generale la meravigliosa figlia del Signore della Cornovaglia Cador
Constantius.
Il rumore di un’improvvisa agitazione all’esterno interruppe il mio sogno a occhi
aperti.
«Potrebbe essere l’arrivo di Artù», commentò con freddezza Gloam, mentre si
gettava sul muro e cominciava ad arrampicarsi, lasciando sulle mattonelle e le
lastre di pietra una striscia simile a quella delle lumache.
Fui fuori della stanza e giù per le scale in un baleno, perché almeno l’azione mi
avrebbe impedito di pensare. Nel cortile c’era davvero un’agitazione di servi che
farfugliavano, cani che abbaiavano e polli che chiocciavano: tutti cercavano
freneticamente di non sporcarsi con le ondate di fango agitate dalle due dozzine di
cavalieri che stavano arrivando sotto l’entrata fortificata del castello. Un uomo in
perfetto assetto su un magnifico cavallo nero cavalcava alla loro testa, impartendo
degli ordini con l’esperta disinvoltura conferita da un lungo periodo di comando.
Artù indossava per quel viaggio un farsetto di pelle coperto di ferro, e degli stivali
di pelle di daino alti fino al ginocchio. La testa era protetta da un copricapo di
pelle imbottita laminato di ferro, più leggero dell’elmetto conico che portava
durante la campagna, e un mantello bagnato gli copriva le spalle e la sella come
ali flaccide. Ovviamente, la sua nave aveva attraversato la tempesta che avevo visto
prepararsi.
Era di altezza media, con spalle larghe e il torace ampio e rotondo. I suoi capelli
castani erano corti, e la sua faccia ben rasata alla maniera romana. Sebbene questo
tendesse a mettere in risalto le orecchie piuttosto grosse, era, tuttavia, un uomo di
bell’aspetto. Per la prima volta mi resi conto che il suo naso leggermente a becco
era quasi identico al mio.
Saltò giù dal suo alto cavallo e mi diede una pacca sulla spalla. Con il suo ghigno
storto e le sue maniere disinvolte, era più un soldato che un re.
«Ciao, giovanotto, sei diventato quasi un uomo da quando ti ho visto l’ultima
volta». Feci per inchinarmi, il che era un’impresa piuttosto difficoltosa con lui che
mi stava così vicino. «Non ce n’è bisogno», rise, «siamo tutti di sangue reale qui».
«A dire il vero, dicono sempre che Gawain ha preso tutta l’altezza e che io sono
soltanto il piccolo», replicai al suo complimento.
«Davvero? Beh, la crescita di un ragazzo si misura più della distanza dalla testa ai
piedi, e questa è la verità».
Non vidi Gawain. «Avete portato mio fratello con voi, Signore?».
Scosse la testa. «Il suo squadrone sta armando il Muro, tenendo d’occhio i nostri
amici Pitti».
Il secco e acido ordine di Lot passò attraverso la confusione. «Mordred, vattene
da qui: sei sporco come un pitto! Cambiati prima di cena o mangerai nella stalla:
per Mannanan e Lir, non avrò nessun monellaccio coperto di fango nel mio
salone».
Mi tirai rapidamente indietro mentre la figura esile e curva del mio padre di nome
si avvicinava cautamente attraverso il fango appiccicoso. Il sorriso formale di Artù
era freddo come il vento di mare. «Buona giornata, Signore di Orkney». A me
sussurrò: «Vai via adesso prima che tuo padre inizi ad avere la schiuma alla
bocca. Potremo parlare più tardi, quando saremo fuori da questa maledetta
burrasca».
«Burrasca? Dannazione, è una brezza leggera per questo posto», borbottò uno
dei suoi capitani che aveva sentito di sfuggita l’ultima frase.
Corsi velocemente tra la folla verso l’entrata del Grande Salone. Passando in tutta
fretta oltre dei servi che bofonchiavano, entrai nel palazzo, chiusi dietro di me le
robuste porte di quercia, e attraversai l’enorme stanza fino alla tromba delle scale,
dove iniziai a salire i gradini a due o tre alla volta.
Mentre percorrevo di corsa il corridoio verso la mia camera, cominciai a togliermi
i vestiti sporchi. Una volta arrivato nella mia stanza, gettai gli abiti macchiati fuori
della finestra, urlando allo schiavo sulla cui testa erano caduti di farli rappezzare e
lavare, e di mandarmi sopra qualcuno con un secchio di acqua calda. Dopo
essermi lavato con maggior cura del solito, mi misi una camicia di fresco lino,
calzoni di lana, una sottotunica a maniche larghe, una tunica a maniche corte e
con il collo a V, e scarpe di pelle di vitello. Fatto questo, scesi alla festa al piano
inferiore.
Lot sedeva a capotavola con la schiena rivolta verso il camino che ruggiva: mia
madre stava alla sua destra e Artù alla sua sinistra. Il Re di Orkney aveva indossato
per l’occasione un abito color porpora ornato di pelliccia di ermellino e c’era una
fresca tinta nera nei capelli che si stavano diradando. La barba che portava per
nascondere la mancanza del mento era più curata e pulita del solito, ma ciò
metteva solo in risalto la sua misera inadeguatezza.
Per contrasto, i vestiti di Artù erano di lana e privi di qualsiasi abbellimento
elegante al collo, alle maniche o all’orlo della tunica. I suoi calzoni marroni erano
sorretti da strisce di pelle dura e si era messo un mantello pulito ma non nuovo
che era fermato sulla spalla da una semplice spilla di bronzo. Sebbene fosse sul
trono da quasi tre anni, non aveva mai imparato a vestirsi come un re.
Mia madre aveva tenuto un posto per me alla sua sinistra. Lot mi guardò di
traverso mentre mi sedevo, ma non disse nulla, e Artù mi strizzò l’occhio. Le
prime portate venivano servite proprio in quel momento: insalata di crescione
d’acqua e cetonchio, mucchi di aglio crudo, porri e cipolle, alca bollita, uova di
pulcinelle di mare, e formaggio di capra affumicato. Di solito Lot tendeva a
servire ai suoi ospiti avari pasti composti da eglefino bollito, aringhe sotto sale e,
occasionalmente, qualche pezzetto di carne di montone cotta in umido con della
gelatina, portando mia madre a dire di frequente che noi potremmo essere in
condizioni finanziarie migliori dei cristiani, poiché essi osservano la Quaresima
solo una volta all’anno. Ma non aveva osato essere avaro con il suo reale cognato,
il Grande Re di tutti i Britanni. Questa volta ci sarebbe stato un pasto vero e
abbondante.
Gli uomini di Artù e i guerrieri della casa sedevano rigidi su dei sedili tagliati
rozzamente, bevendo a grandi sorsi boccali di birra e vino, mentre i cani del
palazzo e qualche fortunato maiale giravano intorno, aspettando pazientemente gli
avanzi che sapevano sarebbero giunti presto. Gli arazzi dei muri erano stati puliti
di recente, dei giunchi freschi erano stati sparsi sul pavimento, e sul lungo tavolo
di legno era stata distesa come estremo lusso una tovaglia di lino candida come la
neve. Cominciarono ad arrivare altre portate: pasticcio di pescecane, carne di
balena bollita nel vino, piviere e puffini affumicati, e un bue e un cinghiale
arrostiti. Ogni porzione veniva servita su fette di pane duro e crostoso, e ad ogni
uomo venivano dati parecchi gusci di molluschi da usare come arnesi da tavola,
anche se i più preferivano utilizzare i loro coltelli o le loro dita. La maggior parte
degli ospiti rispettavano la tovaglia e si pulivano le mani sui loro vestiti o sulle
schiene dei cani che passavano.
Lot stava realmente tentando di mantenere un’apparenza bene educata.
«Naturalmente, buon Artorius», stava dicendo (chiamava sempre Artù con il suo
formale nome latino), «sarò molto più che felice di aiutare a fortificare la costa
settentrionale del continente… supponendo, naturalmente, che voi possiate
costringere i Pitti a trattare».
Artù accennò di sì col capo. «I Pitti sono dei selvaggi seminudi, ma sono dei
nativi come noi e possiamo accettare il loro aiuto contro i Sassoni».
«Ah, pensavo che l’aveste fatta finita con loro una volta per tutte a Badon Hill,
prima che saliste al trono».
Artù scosse la testa. «Non del tutto. Oh, ci vorrà qualche anno prima che
preparino una nuova invasione, ma ritorneranno. Non riescono a togliersi dalle
loro ottuse teste che questa è la loro terra; sapete come ci chiamano adesso?
Gallesi, la parola che usano per indicare gli stranieri. Stranieri, nel nostro stesso
paese! Beh, sia i Britanni che i Pitti troveranno un modo per stare insieme, o
finiranno separati sotto il giogo dei Sassoni!».
Lot sorseggiò il suo vino. «Naturalmente, come osservatore esterno posso vedere
in loro delle virtù che voi non potete notare. Per esempio, i loro re sono molto
coraggiosi».
Artù guardò bruscamente Lot. Sapeva bene quanto me che il Re di Orkney non
era un tipo che lodasse gli altri a meno che non ci fosse un ulteriore motivo.
«Lord di Orkney», disse piano, «sono venuto qui per liberare la vostra terra da
una spaventosa minaccia, non per sentirvi decantare le virtù dei miei nemici».
«Ben detto», replicò con disinvoltura Lot, «ma stavo semplicemente facendo
notare un fatto. Prendete il vecchio Beowulf Grendelsbane, per esempio. Ha
affrontato il mostro che stava minacciando la sua gente da solo e, in più, a mani
nude. Ha afferrato la bestia per il braccio e gliel’ha tolto con la stessa facilità con
cui io strappo l’ala dalla carcassa di questo uccello».
«Conosco la storia», disse con freddezza Artù. «Qual è il punto?».
Lot sorrise. «Proprio questo. Anche se non lo avete mai detto, credo che vi
piacerebbe vedere queste isole convertite al cristianesimo».
Artù fece cautamente un cenno col capo. «Renderebbe felice il mio cuore vedere i
miei nipoti e mia sorella vivere in una casa devota». Mia madre si schiarì la voce
e considerò doveroso abbassare lo sguardo volgendolo verso le sue mani.
«Ma voi dovete capire», continuò Lot, «che la mia gente troverebbe difficile
essere impressionata dalla vostra fede quando portate con voi più di una ventina
di uomini armati per compiere il lavoro che Beowulf dei Geats è stato capace di
fare con il suo solo braccio destro».
Uno degli uomini di Artù prese la parola: «Sire, questa è una presuntuosa
assurdità! Quello zotico sassone non avrebbe mai potuto…».
Artù lo fece zittire con un gesto. Poi si girò di nuovo verso Lot. «Lot Mac
Connaire, se domani andrò da solo contro Cado non portando nessuno dei miei
uomini con me, e vi consegnerò la sua testa, avrò la vostra parola che accetterete
il battesimo?».
Lot accennò di sì col capo. «Se ci riuscirete, costruirò una chiesa proprio su
quest’isola».
Rimasi sbalordito. Un’impresa del genere sarebbe stata adatta a un eroe classico,
ma non potevo aspettarmela da un uomo fatto di carne e sangue. Guardai
attentamente mio padre. Chiaramente non era uno sciocco.
«Zio Artù», dissi piano, «voi siete il più grande guerriero di tutta la Britannia.
Ma questo è saggio?».
Mi guardò solennemente. «Sei un bravo ragazzo, Mordred. Un giorno sarai un
eccellente re. Vorrei vederti introdotto alla mia fede».
Mi sentii a disagio sotto il suo sguardo. «Stavo pensando al vostro regno,
Signore. La vostra gente ha bisogno di voi. Un rischio del genere mette in
pericolo anche loro».
Sorrise con il suo ghigno tipico, inclinato su un lato. «Bene, dovranno soltanto
incrociare le dita e trattenere il respiro, o no? Non preoccuparti, ragazzo: so
quello che faccio. Il mio Dio ha difeso Padriac contro i serpenti dell’Irlanda e
Columba contro il drago di Loch Ness. Ha protetto Daniele nella gabbia dei
leoni, e ha dato forza necessaria al braccio destro del piccolo Daffyd. Non mi
abbandonerà, nemmeno se fossi la metà dell’uomo che devo assolutamente essere
se voglio chiamarmi re».
Mia madre si schiarì la voce. «Ditemi, fratello, il vostro governo monarchico è
diventato una noia, oppure vi piace ancora?».
Artù rise. «È ben lontano dall’essere tedioso. Prima di sapere chi fosse mio
padre, pensavo che sarei stato un semplice soldato per tutta la vita e che tutte le
mie difficoltà sarebbero terminate una volta che avessi sconfitto i Sassoni. Poi
venne Badon Hill, dove ho fatto proprio questo e ho sognato di potermi ritirare
nella pace e nella tranquillità». Parecchi dei suoi uomini sbuffarono quando disse
questo, ma lui li ignorò. «Non ridete; ho perfino immaginato di diventare una
sorta di proprietario terriero, allegro e spensierato. Ma poi Uther, sul letto di
morte, ha aperto il suo vaso di Pandora e ci sono state improvvisamente almeno
diecimila voci che urlavano “Artorius Imperatore! Vogliamo Artù come nostro
re!”, e chi ero io per dire loro di no? Il mio primo anno sul trono è stato un
combattimento continuo. I Pitti dovevano essere respinti al di là del Muro, gli
Irlandesi stavano compiendo incursioni piratesche, e ogni re locale con una coorte
pensava che valesse la pena contestare il mio diritto al trono. Voi non avete mai
visto una confusione sanguinosa del genere, e io ho immaginato che sarei stato
vecchio e moribondo come Uther prima di riuscire a venirne a capo».
Fece cenno a uno schiavo di riempirgli di nuovo la coppa. «Ma questa era
soltanto la parte più semplice. Dalla conclusione della battaglia sono passati due
anni, e ho trascorso la metà dei miei giorni a mercanteggiare come un
pescivendolo e l’altra metà a indossare tante maschere quante una dozzina di
compagnie di attori. Ma non posso lagnarmi. È stato divertente».
Mia madre rise dolcemente. «Sono sicura che lo è stato». Sorrise con grande
freddezza a suo marito. «Non è piacevole ascoltare un sovrano che prende
seriamente i suoi doveri e non considera il suo compito come una scusa concessa
dagli dèi per non aver mai bisogno di sporcarsi con un onesto lavoro
quotidiano?». La sola risposta di Lot fu un rutto. La sua faccia rossa e sudata
indicava che era molto ubriaco.
Mia madre si rivolse nuovamente ad Artù. «Dovete avere dei piani futuri».
Lui fece cenno di sì col capo. «Anche se possono sembrare banali, la pace e la
prosperità sono le prime cose che mi vengono in mente».
«Sono cose da fare piuttosto vaghe».
Il Re di Britannia sorrise. «È proprio così? Temo che le mie concezioni di un
buon governo non siano particolarmente complesse. Morirò felice se soltanto
riuscirò a mantenere una nazione governata secondo i principi della legge romana
e della virtù cristiana».
Lot singhiozzò rumorosamente. «Pensavo che fosse stata la legge romana a
inchiodare la vostra virtù cristiana a un albero insanguinato».
La stanza divenne parecchio silenziosa. Più che mai ero felice che Lot non fosse
mio padre, ma nello stesso tempo mi vergognavo di lui. La faccia di Artù sembrò
ghiacciarsi come un lago d’inverno, ma lui mantenne calma la voce. «Ignorerò
questo commento, Lord di Orkney. Alcuni uomini sono sempre sciocchi, mentre
altri hanno bisogno di un goccio di vino forte per metterlo in evidenza».
Ancora una volta mia madre salvò la situazione. Batté le mani per chiamare
Fergus, il bardo di Corte. Il piccolo uomo di Leinster arrivò impettito, si inchinò,
e cominciò a suonare la sua arpa dorata. Gli occhi di Lot e Artù si distolsero
gradualmente mentre ascoltavano quelle calmanti melodie. Un abile suono di arpa
può calmare un britanno e, anche ubriaco, Lot era troppo codardo per sostenere
a lungo lo sguardo di Artù.
Gli uomini di Artù si rilassarono e allontanarono le mani dalle cinture dove
tenevano le spade, facendo tirare un profondo sospiro di sollievo alle guardie della
nostra casa. Sebbene fossero maggiori in numero, sapevano bene che le truppe di
prim’ordine di Artù avrebbero potuto farli a pezzi così come tanti manzi nei
giorni di festa. Ho sentito dire che i Sassoni considerano di cattivo gusto portare
le armi quando sono a tavola, e a questo proposito sono giunto a sospettare che
siano un po’ più civili di noi.
Presto arrivò il momento di dare la buonanotte. Gli uomini di Artù uscirono a
gruppi dirigendosi verso le baracche (in pieno inverno si sarebbero distesi davanti
al camino, dividendo il pavimento con i cani, i maiali e le guardie del palazzo),
mentre ad Artù era stato assegnato un appartamento all’estremità del corridoio
superiore. Io presentai i miei rispetti, mi trascinai a fatica su per le scale, e mi misi
stancamente a letto senza preoccuparmi di togliermi i vestiti.
Feci un sogno stranissimo. Ero in piedi sotto la cresta di una ripida collina, dove
un’alta croce di legno si profilava contro un cielo nero come l’inchiostro. Un
corpo era stato crocifisso lì nell’antica maniera romana. Dopo un po’ mi resi
conto in qualche modo che era il Cristo. Sebbene gli uccelli gli avessero mangiato
gli occhi e le labbra, riconobbi tuttavia la sua faccia come quella di Artù.
Mi svegliai tutto bagnato di sudore e trovai difficile rilassarmi e addormentarmi di
nuovo.
Nonostante la mia mancanza di riposo riuscii ad alzarmi prima dell’alba e a
indossare un vestito di lana nuovo e più pesante, a cui aggiunsi degli stivali di
pelle e con la pelliccia all’interno, un mantello col cappuccio, e un farsetto di pelle
con scaglie protettive di bronzo. Poi mi fissai una corta spada alla vita, e mi misi
un arco e una faretra sulla spalla. Queste armi potevano non costituire una grande
protezione contro Cado, ma soltanto gli sciocchi corrono ulteriori rischi quando
dei mostri del genere sono in giro.
Conoscevo abbastanza bene la strada per attraversare il corridoio superiore e la
scala nera come la pece ma, proprio dopo aver raggiunto il corridoio inferiore,
inciampai su un cane da caccia per cinghiali che dormiva e che mi mise il suo
considerevole peso sulla pancia, iniziando a lavarmi la faccia con la sua enorme
lingua. Dopo averlo schiaffeggiato parecchie volte sul naso, alla fine si rese conto
che non avevo voglia di giocare, e mi lasciò andare. Nel fuoco erano rimasti
soltanto dei tizzoni, ma questi mi fornirono abbastanza luce per camminare in
punta di piedi tra le forme addormentate fino a che non raggiunsi la porta esterna.
Il cortile era vuoto, poiché tutti gli animali e i servi erano ammucchiati nei granai,
e il fango era gelato dal freddo del mattino. L’alba era vicina, e sull’orizzonte si
spandeva una luce sufficiente per vedere. Prendendo posizione davanti a uno dei
pali di legno di esercitazione che stavano tra le baracche e le stalle, estrassi la
spada e iniziai a menar colpi. Nonostante il freddo e il solito vento forte,
cominciavo veramente a sudare, quando si aprì la porta del grande salone e
apparve Artù.
Come me, si era vestito per il viaggio con un mantello orlato di pelliccia e stivali
alti. Al posto della pelle coperta di ferro che indossava il giorno prima, ora
portava una maglia metallica; una cotta lunga fino alla coscia fatta di anelli di
acciaio grossi come un pollice, in cui ogni cerchio metallico era unito strettamente
con altri quattro. Questo era il sofisticato equipaggiamento moderno che, insieme
alla recente introduzione delle staffe, aveva fatto delle sue truppe a cavallo il terrore
della cavalleria sassone. Sulla testa aveva un elmetto conico con delle protezioni
per le guance di pelle laccata e un’ala metallica che gli scendeva sul naso. La spada
al suo fianco era lunga almeno quanto la tradizionale spatha germanica, e aveva
una punta affilata come quella di una lancia, così come un’efficiente doppia lama.
Portava anche un robusto sperone con la punta di ferro, mentre un bianco scudo
rotondo con un drago rosso in rilievo gli pendeva sulla schiena.
Sembrava sorpreso di vedermi. «Ti eserciti così presto?»
«Ogni giorno», dissi ansimando tra i colpi. «Gawain non sarà l’unico guerriero
della famiglia».
Alzò la spada e mi osservò con occhio critico. «Usa la punta, non la lama: un
buon affondo vale più di una dozzina di tagli. Così, ragazzo, ma ricorda: uno
spadaccino deve muoversi come un ballerino, non come un agricoltore che salta
su una zolla erbosa».
Esausto, mi sedetti sul terreno freddo. Il palo era scheggiato e intaccato, e la mia
spada considerevolmente spuntata. Non aveva importanza: era solo un’arma
economica da esercitazione.
«Piuttosto scioccamente ho dimenticato di chiedere a tuo padre la direzione per la
tana di Cado», stava dicendo Artù.
«Io la so», risposi ansimando. «Vi ci condurrò io. La gente dice che si è fatto un
nascondiglio nell’antico tumulo di pietre di Maes Howe, lungo la spiaggia del
lago di Harray».
Artù scosse la testa. «Sarebbe troppo pericoloso per te venire».
Sapevo che lo avrebbe detto. «Avete bisogno di una guida. Io conosco la strada,
perché ero solito giocare lì quando ero bambino». Era il momento giusto per
lanciare l’esca. «Non volete che testimoni il potere del vostro Dio?».
Sembrò molto serio. «L’impresa ti convincerebbe della giustezza della mia fede?».
No, la mia fede era in lui e non nel suo Cristo, ma questo non glielo potevo dire.
«Sarebbe qualcosa di degno da vedere», dissi sinceramente, «e mi piacerebbe
molto assistere a un miracolo».
Il suo cipiglio si trasformò alla fine in un sorriso, come sapevo che sarebbe
successo. Anche allora avrei dovuto rendermi conto di quanto fosse orgoglioso
della sua fede, per quanto tentasse di non mostrarlo. «Sella il cavallo», disse,
indicando la stalla. Io preparai il suo cavallo e il mio mentre lui ritornava nel
grande salone per prendere del pane e del formaggio affumicato dalla cucina. Il
sole stava appena iniziando a spuntare all’orizzonte quando attraversammo a
cavallo il ponte fatto di tavole e costeggiammo la palizzata di terra e legno del
villaggio vicino.
Superammo campi incolti coperti di letame e alghe marine, casette col tetto di
paglia dove i piccoli coltivatori si stavano appena alzando per il loro duro lavoro
quotidiano, e basse colline punteggiate di pecore che pascolavano. I bovini reali
ruminavano serenamente in pascoli circondati soltanto da bassi fossati di erba e
pietra. Nel continente i re e i Signori locali consideravano il furto del bestiame
come un ottimo sport, e si dedicavano ai furti con lo stesso allegro abbandono
che mostravano nella caccia ai cervi o ai cinghiali, ma lo stato giuridico della
nostra isola ci proteggeva da quella sorta di infrazione.
Tenendoci in vista dell’oceano, cavalcammo tra dune modellate dal vento e pendii
ondulati ricoperti di torba ed erba irsuta. Il sole si svelò lentamente alla vista e
brillò dorato sull’acqua.
C’era una caccia alla balena in corso al di là della pendenza del promontorio di
Marwick. Degli uomini sulle barche inseguivano il branco verso una striscia di
sabbia, mentre battevano sopra delle anfore, scuotevano con fracasso i loro scalmi,
e urlavano nel tentativo di spaventare le creature e farle andare a riva da sole. Le
donne e i bambini che aspettavano nelle secche avrebbero allora attaccato con
arpioni e armi improvvisate che andavano dalle forchette per la torba agli spiedi
per arrostire. Mentre morivano, le balene emettevano delle grida acute con dei
fischi, e strani rumori ronzanti che sembravano flauti e tamburi lontani.
Normalmente mi sarei fermato e mi sarei assicurato che la porzione reale venisse
messa da parte, poiché la carne di balena era sempre una festa gradita. Però non
c’era tempo.
Eravamo scesi per più di sei miglia lungo la costa della Baia di Skail.
Superammo presto ogni segno di insediamenti umani. Il vento incessante
sembrava effettivamente diventare più forte mentre il mattino si scaldava. I piedi
mi prudevano nella pelliccia di lontra dei miei stivali e, non potendo grattarmi, mi
portai dietro una grossa seccatura. Questa volta, non riuscivo a sentire alcun
segno di pioggia: le ampie nuvole che correvano sopra di noi erano bianche
come la neve.
«Artù», dissi, rompendo un lungo silenzio, «siete stato felice di scoprire che
Uther fosse vostro padre?».
Non si offese per quella che poteva essere una domanda impertinente. «Sì,
sebbene quel vecchio peccatore non fosse il genere di persona che avrei scelto
come padre. Tuttavia, sono stato concepito durante il matrimonio, e saperlo mi ha
tolto il peso di molti anni dalla mente».
«Perché? È importante questo per un cristiano?»
«Molto. Il fatto di essere un figlio illegittimo è una macchia che non si può
togliere facilmente. Essere nato in quel modo rende più dura la battaglia».
Stava diventando piuttosto profondo. «Quale battaglia?»
«Quella per mantenere pura una parte di se stessi. Un uomo deve guardare al di
là della sporcizia in cui è nato».
Per qualche motivo volevo continuare a parlare. «È difficile, allora?».
Lui stava guardando verso le onde, ma il suo sguardo era focalizzato su qualcosa
di completamente diverso.
«Sempre. Ricordo la mia prima battaglia. La nebbia era arrivata dalla costa e
nascondeva la lotta. Gli uomini uscivano inciampando dalla nebbia agitando
paletti insanguinati e con gli intestini sui piedi».
Non avevo mai sentito descrivere la guerra in quel modo. «Ma avete vinto,
vero?».
Accennò di sì. «La prima di numerose “vittorie gloriose”. Ero acerbo come una
mela a marzo e non riuscivo a controllare i miei uomini più di quanto potessi
comandare il mare. Bruciarono tre fattorie sassoni con gli uomini ancora dentro,
schiavi britannici e tutto. Crocifissero le donne capovolte contro una fila di
querce, dopo averle violentate quasi fino alla morte».
Non volevo sentire, ma lui continuò. «Ci fu una celebrazione a Colchester in
onore del nostro trionfo. I tuoi genitori erano lì, credo, anche se il mio rango era
troppo basso per sedere al tavolo reale, e così non li ho incontrati. Ho mangiato
alla mensa con gli ufficiali minori di grado, mi sono ubriacato più di quanto
avessi mai fatto in passato, e ho commesso tutti i soliti peccati da soldato. Quando
ho smaltito la sbornia e ho deciso che sarei vissuto, ho giurato che non sarei mai
più diventato quello che ero stato quel giorno».
Più tardi, scendemmo da cavallo e divorammo il pane e il formaggio in una delle
capanne di pietra di Skara Brae, gli antichi resti di un villaggio dei Pitti mezzo
sepolto dalla sabbia accanto alla Baia di Skail. Dopo aver mangiato, Artù si mise
in piedi vicino al suo cavallo e guardò fisso l’entroterra, scrutando l’orizzonte
senza alberi. Gesticolando verso quel vuoto ondulato, disse: «Per quanto sia
piccola, nessuno potrebbe accusare quest’isola di essere il regno più affollato del
mondo. Non importa; un giorno sarai Signore di più di questo».
«Cosa intendete dire?»
«Verrà il tempo in cui dovrai prendere il posto di tuo padre sul trono di Orkney».
«Non lo so», dissi dubbioso. «È destinato a Gawain, non a me. Dopotutto, lui è il
maggiore».
Artù mi diede una pacca sulla spalla. «Non so se io ho qualcosa da dire al
riguardo. Tuo fratello è un brav’uomo e lo amo molto, ma non ha le qualità
necessarie per un re. È troppo duro di comprendonio. I Sassoni ritorneranno un
giorno e, quando lo faranno, io potrei essere troppo vecchio o troppo impegnato
con i doveri reali per condurre l’esercito in battaglia. Avrò bisogno di un buon
Dux Bellorum, e il ruolo di Signore della Guerra calza come un guanto a tuo
fratello. Lot ti proclamerà suo erede se capirà cosa è bene per lui: questa è la
verità».
Rinunciai a ogni tentativo di chiacchiere inutili mentre cavalcavamo nell’entroterra
verso il lago di Harray. Artù rimase calmo in apparenza, ma io cominciavo a
sentire i primi morsi dell’attesa nel mio stomaco agitato. Ah, ma ero sicurissimo
che stavo per assistere a un’impresa di cui una simile non era stata testimoniata
dai giorni di Ercole stesso.
Alla fine scorgemmo Maes Howe. Era un enorme tumulo verde di oltre cento
piedi di diametro e alto quanto un edificio di due piani. Qui e là le grandi pietre
grigie della sommità del tumulo spuntavano al di sopra della copertura di erba e
terra. Sapevo dalle esplorazioni condotte durante la fanciullezza che c’era un
passaggio scoperto dall’altro lato del tumulo, che conduceva a una camera centrale
quadrata di circa quindici o venti piedi. Se Cado era grosso come si reputava,
allora non doveva dargli fastidio vivere in un alloggio stretto. Naturalmente, i
giganti sono probabilmente abituati a cose troppo piccole per loro.
Artù tirò le redini del suo cavallo sul margine del largo ma basso fossato che
circondava il monte. «Suppongo che sia questo, allora».
«Sì. L’unica entrata che conosco è sull’altro lato».
I suoi occhi esaminarono la grande massa di terra e roccia. «Penso sarebbe
meglio che tu rimanessi indietro, in modo che, se dovessi fallire, avrai il tempo di
girare il cavallo e scappare».
In quel momento Cado apparve da dietro l’antico tumulo.
Artù e io ansimammo all’unisono e ci mancò veramente poco che me la facessi
addosso. Il gigante era alto almeno otto piedi e tremendamente largo, con le
spalle simili a quelle di un bove e il tronco come un barile. In effetti, era talmente
tarchiato che, visto a una certa distanza, poteva essere scambiato per un nano. I
suoi capelli sporchi, del colore del fango, si mescolavano con la barba ugualmente
sudicia, e gli arrivavano fino alle ginocchia in onde arruffate. Intrecciati in questa
aggrovigliata massa c’erano gli scalpi e le barbe delle numerose teste delle sue
vittime, così che portava addosso più di una dozzina di teschi mummificati in una
sorta di spaventoso vestito. Questo era il suo unico capo d’abbigliamento. Da
quella massa di riccioli arruffati e da quelle sogghignanti facce senz’occhi,
sporgevano delle braccia e delle gambe massicce come tronchi d’albero, tutte
marroni, coriacee, e bucherellate da graffi che erano peggiorati diventando crateri
coperti di croste. Perfino a trenta passi di distanza il suo fetore era terribile:
un’unica, nauseante combinazione di odori della camera di un malato, di una
latrina e di una tomba aperta. La sua apparizione da sola era così spaventosa che
l’arma che teneva con disinvoltura in una mano nodosa, una lancia di venti piedi
con una punta di bronzo lunga quanto un braccio, sembrava di fatto superflua.
Ignorando me, il suo sguardo incrociò quello di Artù. «Oh, centurione», disse
con voce profonda in un latino sorprendentemente puro. «Come va l’impero?».
Quella era realtà, e non una parvenza irreale proveniente da una leggenda. Mi
ritrovai a desiderare di essere a caccia, a pescare, o a prendere le uova degli uccelli
dalla scogliera, oppure a fare qualsiasi cosa pur di essere lontano da lì. Era un
sentimento vergognoso, e feci del mio meglio per ignorarlo. Artù almeno
sembrava mantenere il sangue freddo.
«Cado, l’impero non c’è più da molti anni. E io non sono un centurione.
Dovresti saperlo».
Cado lo guardò di traverso con gli occhi cerchiati di rosso grandi come uova di
oca. «Sì, l’impero è morto. Come te, Artorius Imperator».
Artù non fu colto di sorpresa. «Mi conosci, allora. Bene!».
Cado sbuffò. «Oh, ti conosco abbastanza bene, Artorius. Come potrei non
conoscere l’uomo i cui soldati mi hanno attaccato di continuo attraverso tutta la
Britannia? Sei folle a venire qui senza di loro, Imperator. Desideri che tuo figlio ti
veda morire?».
Fui improvvisamente incapace di respirare. Come poteva sapere Cado? Come
poteva sapere? Dallo sguardo nei suoi occhi, fui improvvisamente certo che
sapesse.
Artù si irrigidì. «Non è mio figlio. E io non intendo morire».
La bocca nera di Cado si aprì in un ghigno che gli divise la faccia, mettendo in
mostra una doppia fila di quadrati denti gialli che avrebbero potuto far onore a
un cavallo da aratro. «Credo che lo sia, Artorius. Riesco a sentire il tuo odore nel
suo sudore, e a vedere te nella sua faccia. Come tutti gli immortali, quelli della
mia razza possono percepire le cose che gli umani non possono sentire. È frutto
del tuo seme, altrimenti io sono la Santa Vergine».
Artù mi guardò. Timoroso di incontrare i suoi occhi, tentai di allontanarmi, ma
rimasi congelato dal suo sguardo privo di espressione. Prima che potessi parlare,
si voltò nuovamente verso Cado e scoppiò a ridere forte.
«Non puoi confondermi con questi meschini trucchi, mostro. E non renderti la
situazione più difficile con la bestemmia. Non pretendo sapere se tu abbia o
meno un’anima ma, se ce l’hai, faresti meglio a rappacificarti con Dio».
Cado non smise mai di sorridere. «Non sai da dove vengono i giganti?
Discendiamo dagli antichi nephilim, i figli derivati dalle unioni tra gli Elohim e le
figlie di Adamo. Io non ho bisogno di fare pace con Dio: il mio sangue è in
parte divino!».
Artù abbassò la lancia e si tolse di tracolla lo scudo. «Altre bestemmie, Cado?
Potresti affrontare la tua fine con maggior grazia».
Cado grugnì, un basso brontolio che spaventò il mio cavallo e mi rese difficile
controllarlo. «Dimmi una cosa», borbottò il gigante. «Perché mi hai inseguito per
tutte queste leghe? Cosa sono per te perché non possa più cacciare nelle tue
terre?»
«Lo sai benissimo», rispose cupamente Artù. «Le tue azioni hanno fatto di te un
abominio agli occhi del Signore».
Cado cominciò a ridere con un suono acuto simile a una dozzina di asini che
ragliavano tutti insieme. «Piccolo uomo, il tuo vomitevole Signore ha generato
solo abominie. Io vedo il suo mondo come veramente è, e agisco di
conseguenza».
Mettendo in resta la lancia, Artù spronò in avanti il cavallo con quella che poteva
essere una preghiera o una maledizione borbottata. Il sole brillò sulla sua lucente
maglia metallica mentre emergeva dall’ombra di un gruppo di nuvole spinte dal
vento. Per Lugh e Daga! Mi sembrò magnifico in quel breve momento.
Cado alzò la lancia con aria indifferente e la stese con forza dalla parte del
manico smussato, colpendo in pieno Artù alla vita prima che si avvicinasse
abbastanza per usare la sua lancia. Sbalzato dalla sella, sembrò rimanere sospeso
nell’aria per una breve eternità. Mentre si schiantava sul prato, il suo cavallo si
lanciò oltre Cado e si allontanò galoppando in direzione del distante lago.
Cado si curvò su di lui, rovesciando la lancia in modo che la punta sfiorasse la
gola di Artù. Per un lasso di tempo smisurato sembrarono bloccati in quel
silenzioso quadro. Il mio cervello urlava che dovevo fare qualcosa, ma il mio
corpo non mostrava alcun interesse nel rispondere. I due combattenti erano
immobili come me, e io persi ogni sensazione mentre la mia consapevolezza si
restringeva fino a non considerare nient’altro se non quelle due figure immobili e
silenziose.
Alla fine Cado parlò. «Ora sarebbe il tempo di guardarmi negli occhi e dire
“uccidimi e falla finita”: credo che sia questa l’intimazione usuale. Ma tu non puoi
dirlo, vero?». Rise perfino più forte di prima. «Tutti dicono a se stessi che deve
esserci la vittoria o la morte, ma alla fine scoprono che queste due limitate
alternative non sono così attraenti come pensavano».
Artù non si era mosso. Fui improvvisamente e anormalmente consapevole delle
mie sensazioni fisiche: la pelliccia che prudeva contro i miei stivali, il dolore
pungente dell’aria fredda sul mio naso congelato, la diffusione del calore sul
cavallo dei calzoni dove me l’ero fatta addosso, e il battito folle del mio cuore.
Artù era a terra. Non si muoveva. Sapevo che dovevo fare qualcosa, e mi
sembrava incredibilmente ingiusto che una responsabilità del genere fosse ricaduta
sulle mie spalle.
Ero sempre stato bravo con i cavalli. Incitando ad andare avanti la mia giumenta
con un colpo delle ginocchia, mi tolsi di tracolla l’arco e presi una freccia dalla
faretra. Il trucco era non pensarci, ma agire tranquillamente e meccanicamente. Se
ci avessi pensato, avrei fallito. Cado era a portata adesso. Sollevò lo sguardo
proprio mentre tiravo indietro fino all’orecchio la corda e lasciavo volare via la
freccia. Il dardo piumato sembrò germogliare dalla cavità del suo occhio sinistro.
Avevo già tirato di nuovo, ma tutta la mia abilità istintiva mi aveva abbandonato, e
la freccia era volata a casaccio. Non che avesse importanza. Il mio primo tiro
fortunato aveva fatto il suo lavoro.
Cado si irrigidì e gemette. Tremò dappertutto, facendo schioccare insieme le teste
che aveva tra i capelli e la barba come zucche secche e vuote. Quando cadde
all’indietro fu come una torre che crollava.
Improvvisamente goffo come un bambino di sei anni, scesi dalla sella e corsi vero
Artù. «Non essere morto», implorai come uno stupido cretino, «per favore papà,
non essere morto».
Lui gemette. «Troppo grosso! A volte il male è semplicemente troppo
dannatamente grosso. E io sono troppo vecchio per questo».
«State bene?».
Si tirò su a sedere dolorosamente. «Una costola rotta, credo, ma posso ancora
stare in piedi». Con il mio aiuto ce la fece. «Il mio cavallo è scappato».
Indicai il mio. «Prendete la giumenta. Io cercherò il vostro cavallo».
Mi diede una pacca sulla spalla. «Sei un bravo ragazzo. Sono stato uno stupido
arrogante oggi: spero che potrai perdonarmi».
Non capivo cosa intendesse dire. «Naturalmente», mormorai, unendo le mani e
aiutandolo a salire in sella. Da quel punto di vista, esaminò il cadavere di Cado.
«Come Daffyd e Golia. Il Signore impone la propria volontà: io ho imparato a
essere umile, e Cado è distrutto».
Lo guardai negli occhi. «State dicendo che il vostro dio ha guidato la mia
freccia?».
Alzò le spalle. «Forse… Non che questo ti privi di qualche onore. Sono molto
orgoglioso di te, Mordred. Prego che un giorno il Signore mi dia un figlio bravo
come quello che ha dato a Lot».
Avevo cercato un’occasione favorevole per tutto il giorno. Avevo il cuore in
gola… questo era più spaventoso dell’affrontare Cado. «Artù, c’è una cosa che
dovreste sapere».
Qualcosa nella mia voce doveva averlo messo in guardia, perché mi guardò in
maniera molto strana. «E cosa sarebbe?».
Non c’era nessuna speranza di rimanere nel vago: dovevo essere brusco e franco.
«Voi siete mio padre».
«Cosa?»
«Voi siete mio padre».
Lo capii allora: avevo sbagliato grossolanamente. La sua faccia non aveva alcuna
espressione, ma le parole erano sospese tra di noi nell’aria pesante. Tentai di
ridere, ma era un suono forzato, vuoto. «Stavo solo scherzando», balbettai,
tentando disperatamente di negare la mia rivelazione. «Non intendevo…».
Si allungò e mi afferrò la spalla. La sua stretta era ferma, dolorosa. E i suoi occhi
erano freddi e severi come quelli di Lot. «Stai mentendo adesso. Lo so. E anche
Cado ha detto che sei mio figlio. Come può essere vero?».
Cercai di tirarmi via, ma mi tenne stretto. Ora il mio terrore era di lui, dell’uomo
stesso. Questo era un lato di Artù che non avevo mai visto. «Per favore», dissi, «è
tutto un errore. Io…».
Mi scosse. «Cosa ti fa pensare di essere mio figlio? Dimmi tutta la verità!».
Non potevo rifiutare di obbedire a quell’ordine più di quanto potessi alzarmi e
correre via, sebbene sarei stato felice di fare entrambe le cose. «Il demone al
servizio di mia madre me l’ha detto».
«Un demone? E tu credi a una creatura del genere?»
«L’ho chiesto a mia madre, e ha detto che era vero».
Lui scosse la testa. «Come? È impossibile. Non abbiamo mai…». Si interruppe,
ma i suoi occhi erano ancora autoritari.
«È stato alla Corte di Uther dopo la vostra prima battaglia. È venuta nella vostra
tenda sotto mentite spoglie».
Il silenzio che seguì quella dichiarazione era freddo e fastidioso come il vento
pungente. Borbottò qualcosa che poteva essere una preghiera e la sua espressione
somigliava a quella di un uomo che aveva ricevuto un calcio da un cavallo. La sua
mano scivolò via dalla mia spalla. «È peccato», disse alla fine, con gli occhi
distolti dai miei. «È peccato mortale».
Era peggio di quanto temessi. Maledetti dèi, ma perché non avevo tenuto chiusa
la mia stupida bocca? «Lei non sapeva che voi eravate suo fratello. Non è colpa
sua».
«No, poiché lei è una pagana ed è perduta comunque. Io sono quello da
biasimare».
«Non è stata nemmeno colpa vostra. Non è stata colpa di nessuno».
Scosse tristemente la testa. «Ah, no, è sempre colpa di qualcuno. Sempre».
Raddrizzatosi, fermò la giumenta vicino al corpo immobile di Cado. «Tu lo
sapevi, mostro. Tu sapevi cos’ero. Forse avresti dovuto uccidermi». Lasciò cadere
le spalle e sembrava così vecchio mentre sedeva lì oscillando sulla sella. «Ma no,
così sarei morto senza sapere nulla, senza confessarmi, con nessuna possibilità di
pentimento. Non c’è da meravigliarsi che oggi abbia perso. Il mio peccato
cavalcava al mio fianco».
«Non parlate in questo modo!», urlai, improvvisamente arrabbiato così come
ferito.
Lui ignorò la mia protesta. «Sali dietro di me. Non ti lascerò qui, non importa
cosa sei».
Non importa cosa sei. Parole che mi hanno tormentato per il resto della vita.
«Continuate da solo», esclamai. «Ho detto che avrei cercato il vostro maledetto
cavallo».
Non reagì visibilmente alle mie parole irriverenti. Rimase seduto lì, accasciato
sulla sella, con il vento che gli strattonava il mantello. I suoi occhi erano rivolti
verso di me, ma era come se stesse osservando qualcos’altro aldilà del mio corpo.
Alla fine parlò. «Va bene, Mordred, fai come ti pare». Poi spronò la giumenta al
galoppo. Suppongo che in quel momento io fossi diventato l’unica cosa da cui
sarebbe scappato, ma quel primato non mi rendeva orgoglioso. Rimasi lì in piedi
a guardarlo andare via, mentre il vento sussurrava tra l’erba.
«È stato tutto sprecato allora!», urlai, quando era abbastanza lontano da non poter
sentire. «Maledetto papà, non è stata nemmeno colpa mia!».
Non trovai mai il suo dannato cavallo.
E così finisce questo racconto. Perché glielo avevo detto, quando il giovane
sciocco che ero allora avrebbe potuto indovinare come avrebbe reagito? Non lo
so. Per Socrate sta bene farneticare su come un uomo dovrebbe conoscere se
stesso, ma a volte l’acqua è semplicemente così profonda e oscura che non si
riesce a vedere il fondo. Non ho odiato Artù nemmeno allora, ma tutto l’amore si
è prosciugato. Non avevo mai chiesto di diventare il simbolo del suo peccato
immaginario.
Fu una lunga camminata quella per tornare a casa. Una tempesta si avvicinò
all’oceano molto prima che raggiungessi la mia destinazione. La pioggia era
stranamente calda, come se il Dio di Artù stesse orinando sulla sua opera. Avvolto
nel mio mantello fradicio, mi trascinai di nuovo nel mondo di Lot e di mia
madre.
PHYLLIS ANN KARR
La Signora di Belec

Phyllis Ann Karr, nata nel 1944, probabilmente è conosciuta maggiormente per
la sua serie di racconti e romanzi sulla strega Frostflower e la spadaccino Thorn
che apparvero la prima volta nel volume Frostflower e Thorn (1980). Ha scritto
anche un buon numero di storie arturiane, come l’affascinante romanzo The
Idylls of the Queen (1982), che si apre con l’avvelenamento di Sir Patrise, in
quanto parte del complotto ordito da Mordred per rivelare l’adulterio di
Lancillotto e Ginevra. La storia che segue si svolge un po’ di tempo dopo, nei
cupi giorni della fine del regno di Artù.
Fin dopo la nascita del loro terzo figlio, il suo Signore l’aveva chiusa in una
cintura di castità ogni mattina, appendendosi la chiave intorno al collo prima di
aprire la porta della loro stanza da letto. Di notte, chiudeva la porta con una
grossa chiave e la nascondeva da qualche parte nella stanza mentre lei si svestiva
alla luce della candela, con la schiena rivolta verso di lui, vedendo soltanto
l’ombra dell’uomo che si muoveva sugli arazzi. Quando tutto era pronto, la
invitava a letto, apriva la cintura di castità, e la tirava verso di sé sotto le lenzuola
di lino e le coperte fatte di pellicce di animali.
La Signora di Belec non protestava. La cintura di castità era un simbolo
dell’amore che l’uomo provava per lei. Lei era il suo gioiello, che doveva essere
custodito attentamente come una delicata perla bianca proveniente dalle profondità
del mare, o come l’ambra dorata che le balene emettono dal loro corpo e
seppelliscono gelosamente nella sabbia per proteggerla dagli esseri umani, oppure
come un grande rubino simile al sangue del cuore di Gesù, cristallizzato nel sacro
calice.
Avrebbe potuto chiedere di indossare la cintura sopra la tunica, come aveva
sentito facevano le signore nobili a Corte, specialmente quando divenne di moda,
dopo il calice della Fata Morgana, mostrare l’infedeltà delle donne nelle Corti di
Re Mark e di Re Artù. Ma la Signora di Belec non era abbastanza abile con le
dita per fare quei tagli necessari per adattare il metallo alla gonna, e nemmeno
tanto audace da indossare un vestito così perforato. Tutto questo era sufficiente
perché il Signore di Belec portasse la piccola chiave di ferro in piena vista sulla
stoffa marrone della sua sopravveste.
Ciononostante, il simbolo del suo amore non era comodo, e lei era felice ogni
volta che il marito metteva da parte la cintura per qualche mese considerando che
c’era un bambino dentro di lei.
I primi due figli erano femmine, nate a distanza, di poco più di un anno e, dopo
la nascita e il battesimo in chiesa, ci fu di nuovo la cintura di castità. Il terzo figlio
fu, alla fine, un maschio e, dopo la sua nascita, il Signore di Belec non tirò più
fuori la cintura, salvo quando lasciava il castello per andare a caccia o per fare
visita a qualche amico o parente. Era come se, dandogli un figlio maschio, lei gli
avesse alla fine dimostrato la sua fedeltà, come se soltanto allora il Signore di
Belec considerasse completamente suggellato il matrimonio.
Lei si rallegrò per la libertà con cui ora poteva muoversi di giorno, una libertà che
non aveva dimenticato dai giorni della sua fanciullezza. Tuttavia, per converso, ora
che il marito sembrava soddisfatto della loro unione, si sentiva meno sicura, e a
volte pensava nostalgicamente ai vecchi rituali notturni… come pensava
nostalgicamente a molte cose del suo passato.
Una volta, quando era una ragazza di non ancora quindici anni, Sir Gawaine
aveva visitato il castello di Belec, il castello di suo padre, allora: Sir Gawaine di
Orkney, Sir Gawaine dalla Lingua Dorata, Sir Gawaine il nipote favorito del re,
Sir Gawaine con il pentagono dorato - simbolo della perfezione - sul cremisi del
suo scudo e della sua sopravveste. Il grande Sir Gawaine, allora nei primi anni
della virilità, che le appariva maturo, forte, senza età e che, con i bei capelli dorati
che gli ricadevano sulle spalle, la sua bella barba dorata, i suoi gentili occhi
marroni e il suo pronto sorriso, le sembrava molto più dolce di quanto
immaginasse dovesse essere stato Gesù quando aveva camminato tra gli ebrei
miscredenti della Terra Santa. Anche la voce di Gawaine le sembrava simile a
quella di Gesù o, almeno, siccome Gawaine parlava con allegria invece di usare
parabole sacre, simile alla voce di un angelo.
La damigella di Belec aveva servito suo padre e Sir Gawaine mentre erano seduti
a tavola e parlavano di cose che lei non riusciva a comprendere, cose che capiva
in parte e cose che avrebbe potuto capire se non avesse dovuto versare la birra o
riempire un piatto con carne e pane. Abbastanza spesso per nutrirla, ma non
abbastanza per saziarla, Sir Gawaine l’aveva guardata, proprio in viso oppure con
uno sguardo delicato e fuggevole che mostrava di essere consapevole di lei e che
apprezzava i suoi sforzi, e le parlava di questioni che lei poteva perfettamente
capire, paragonando il corso della vita al corso delle stagioni… o raccontando
brevi storie di coraggio, amicizia e amore a Corte… oppure paragonando la
gloria al sole e il sole al Re, l’amore alla luna e la luna alla Regina, e la Regina a
tutte le donne buone e belle.
L’anziano menestrello di Belec quella settimana era stato malato di una febbre che
in seguito l’avrebbe ucciso, ma Sir Gawaine le aveva mostrato qualche nuovo
passo nel modo migliore che aveva potuto senza la musica. In seguito, si erano
seduti insieme vicino al fuoco nella stanza di suo padre (un onore raro per lei,
quello di permetterle di sedere lì con un ospite). Sir Gawaine aveva estratto
Excalibur per mostrarla loro, tenendola alla luce del camino, mentre l’impugnatura
brillava come il sole e la lama luccicava come la luna, e aveva raccontato la storia
di come Artù avesse ricevuto la grande spada dalla Signora del Lago e più tardi
l’avesse affidata a suo nipote.
Prima che la damigella di Belec li lasciasse, Sir Gawaine l’aveva presa tra le braccia
- davanti a suo padre - e l’aveva baciata delicatamente sulla fronte. Per qualche
istante, le mani della fanciulla avevano sentito il battito del cuore del giovane sotto
la seta cremisi della sua sopravveste poi, quasi con il batticuore, le labbra di lui
avevano toccato la pelle di lei.
Il giovane era partito la mattina dopo prima che facesse giorno, ma spesso,
durante i mesi che erano seguiti, la donzella si premeva le dita sulla fronte e poi
sul cuore finché non le sembrava di sentire di nuovo quell’uomo, chiaramente
come quando era accaduto per davvero. E, certamente, quel breve batticuore non
era mai veramente finito per lei.
Qualche anno dopo, sentendosi prossimo alla fine, suo padre aveva disposto il
suo matrimonio con il terzo figlio di un vecchio amico. Così lei avrebbe avuto un
Signore e un protettore, mentre suo marito avrebbe ottenuto una moglie nonché
il castello e le terre di Belec. Per quello che ne sapeva, solo un ostacolo
minacciava la loro unione.
Suo padre era solito vantarsi della volta in cui avevano ospitato il più grande
Cavaliere della terra: il nipote favorito del Re. Il suo futuro sposo sembrava
ricavare più dispiacere che soddisfazione da questo racconto. Una volta la
damigella aveva sentito delle parole d’ira tra suo padre e il futuro Signore, con
l’uomo più giovane che chiedeva violentemente la prova della purezza della sua
promessa sposa, e quello più anziano che difendeva altrettanto impetuosamente il
proprio onore e quello della figlia. Questo era accaduto in giardino, e sembrava
che non si fossero accorti che la ragazza era seduta sotto il pergolato, a godere il
fitto verde dell’estate.
«Se qualsiasi altro», sentì il futuro sposo dire, «qualsiasi altro - perfino il Re in
persona - ha toccato…».
Suo padre fece per interromperlo con un urlo, ma cominciò a soffocare. Udendo
un altro attacco di tosse, la damigella uscì di corsa dal pergolato in cui era rimasta
seduta, innocentemente nascosta. Il suo futuro marito non sembrò imbarazzato.
Suo padre si riprese. Il matrimonio era pronto e fissato. La mattina seguente alle
nozze il suo nuovo Signore si dichiarò soddisfatto della verginità della sposa.
Tuttavia i litigi continuarono, lunghi e animati, tra suo marito e suo padre. Quelli
che sentì sembravano provocati da questioni sciocche, e tentò di implorare suo
marito di non causare a suo padre altri attacchi. Suo marito sembrava pentirsi
sinceramente del proprio temperamento focoso, ma non riusciva a controllarlo.
Alcuni tra la gente di Belec sussurravano che il temperamento del nuovo Signore
accelerava la morte del vecchio Signore, e forse era vero. Ma suo padre era
vecchio e malato, e sarebbe morto presto in ogni caso.
Una volta, poco dopo la nascita del loro primo figlio, si arrischiò a chiedere al
suo Signore: «Cosa avreste fatto, quella prima notte, se non mi aveste trovata… di
vostro gusto?»
«Se non vi avessi trovata di mio gusto», rispose lui, baciandola e tentando a modo
suo di essere allegro, «avrei tuttavia rispettato i miei doveri e vi avrei dato dei figli,
ma mi sarei anche preso un’amante».
Lei sospettava che il marito avesse già un’amante, nel castello di uno di quei
vecchi amici che visitava tre o quattro volte l’anno, ma non tutti gli uomini
possono essere come i santi preti o i Cavalieri della Corte di Artù, votati alla
perfezione. «Se fossi stata di vostro gusto, ma non vergine, mio Signore, mi
avreste abbandonata?»
«Avrei preso un tizzone ardente dal fuoco», fu la risposta, «e l’avrei gettato sul
vostro corpo immondo».
Lei non menzionò più quelle cose. Né gli diede mai motivo di litigare. Quando
lui cercava di discutere, lei rimaneva in silenzio oppure gli rispondeva dicendo di
essere d’accordo, anche quando la maltrattava. A volte il marito se ne andava tutto
impettito e litigava con qualcun altro: parecchie volte nel corso degli anni c’erano
stati servitori con la testa rotta da curare, e tre o quattro volte anche dei Cavalieri
morti da seppellire, dopo che il suo Signore aveva assecondato il proprio
temperamento. Però non l’aveva mai picchiata, mentre sentiva che altri Signori
picchiavano le mogli. E se a volte, sopraffatto dalla sua indole, lui infilava la spada
o la lancia nel corpo di un servitore o di un Cavaliere errante, era meno di quanto
lei sentiva facevano altri Cavalieri come sport o per mantenere alto il loro onore.
Nel complesso, non si pentiva del suo matrimonio. Era abbastanza pratica per
rendersi conto che non tutti potevano andare a Corte, e che non tutti gli amori
erano destinati al matrimonio o al letto. Il suo Signore le sembrava un buon
marito, in molti modi; e, anche se non lo fosse stato, era tuttavia il lascito di suo
padre, ed era prezioso per questo. Gli era fedele nel corpo e nell’intenzione e,
quando notò che quei domestici o servitori con cui parlava più spesso erano
quelli con cui a suo marito piaceva litigare più violentemente, imparò a tenere
sempre gli occhi abbassati tranne quando era sola con lui e i bambini, e a
impartire i pochi ordini attraverso le labbra di una delle sue damigelle.
Teneva sempre, tuttavia, proprio sotto la pelle del suo petto dove lui non poteva
vederla, una sottile corda con la forma del pentagono dorato che Sir Gawaine di
Orkney portava sullo scudo e la sopravveste. La stella a cinque punte
rappresentava per lei più del simbolo di ogni perfezione e di ogni amore vero,
mentre il ricordo della spada Excalibur d’argento lucente e brillante riassumeva
più della bellezza e dell’onore. Insieme, la spada, il pentagono, ma soprattutto
l’uomo, riflettevano una gloria troppo luminosa per il mondo, una perfezione che,
essendo troppo nobile per rimanere sulla terra, doveva innalzarsi al Cielo stesso e,
innalzandosi, trascinare con sé il resto degli esseri umani.
Pensava agli altri Cavalieri, al fratello di Sir Gawaine, Sir Gareth Beaumains, al suo
cugino favorito Sir Ywaine di Lion, al grande Sir Lamorak de Galis, o a Sir
Lancillotto, di cui Sir Gawaine aveva parlato come del suo migliore amico,
tessendone un elogio che nell’opinione della damigella di Belec poteva
appartenere solo allo stesso Gawaine. Tutti gli altri grandi Cavalieri, il Re in
persona, e perfino Gesù nelle sue preghiere, tutti avevano il viso di Sir Gawaine,
al di sopra dei loro vari scudi e sopravvesti che la sua immaginazione non riusciva
a definire attraverso le descrizioni che aveva sentito.
Per trentacinque anni, la sensazione delle labbra di Sir Gawaine sulla sua fronte e
il batticuore dell’uomo sotto la seta della sua sopravveste non svanirono, anche se
la pelle che ricordava stava diventando raggrinzita e chiazzata.
Dal tempo della visita di Sir Gawaine a quello del suo matrimonio, aveva contato i
giorni e i mesi, sperando che sarebbe tornato di nuovo. Perfino dopo il
matrimonio, sebbene la sua mente voleva che restasse lontano - per il bene di suo
marito, non per quello di Sir Gawaine, il quale in caso di bisogno avrebbe potuto
difendersi contro tre Cavalieri che avessero osato attaccarlo con ostilità -, le batteva
forte il cuore e le tremavano le mani quando sentiva che si trovava da qualche
parte a due giorni di viaggio da Belec. Ma i Cavalieri del Re devono fare il lavoro
del loro sovrano e, più grande è il Cavaliere, più sono le cose che deve fare. Era
un dono inestimabile il fatto che fosse venuto una volta, ancora più prezioso
perché era giunto così presto nell’arco della sua vita, lasciandola a tenerne caro il
ricordo.
Belec si trovava sulla strada tra Londra e Dover. Sicuramente, pensava, il lavoro
per il Re doveva portare qualcuno dei suoi Cavalieri a passare di lì presto o tardi.
Ogni volta che, dalla feritoia o dalla finestra piccola e incavata, scorgeva qualche
Cavaliere straniero o un gruppo di Cavalieri che passavano lì vicino, il sangue le
pulsava in gola. Perfino la visita di qualche Compagno della Tavola Rotonda di
minore importanza o dei Cavalieri della Regina sarebbe stata una cosa da gustare,
un secondo sguardo al grande e nobile mondo che si trovava al di là delle mura e
dei campi di Belec.
Nessun altro Cavaliere era come Gawaine, ma qualche Cavaliere poteva, forse,
fornirle sue notizie. Ora era abbastanza anziana da sedere come padrona di casa,
aiutando a intrattenere i visitatori, e sicuramente nemmeno il Signore di Belec
poteva provare gelosia per l’ospitalità offerta a uno dei buoni Cavalieri di Artù.
La Signora di Belec si rese conto, incredula, che, trascorsa la maggior parte della
sua vita, ora era vecchia abbastanza da sedere come padrona di casa nel salone di
suo padre: non aveva mai aiutato a intrattenere un altro Cavaliere della Corte di
Artù o un altro qualsiasi Cavaliere straniero, ma solo, di tanto in tanto, un
menestrello o un sant’uomo errante, oppure qualche vecchio amico di suo marito.
I suoi figli - quelli che erano sopravvissuti alla fanciullezza - erano cresciuti e se
n’erano andati: l’ultima figlia si era sposata a un’età più giovane di quando si era
sposata sua madre, e il figlio più piccolo era rimasto ucciso nel grande torneo di
Winchester.
Diversamente dalla loro madre, le figlie avevano lasciato Belec per recarsi nei
castelli o nei feudi dei loro mariti dove, forse, alcune di loro potevano intrattenere
i Cavalieri della Corte di Artù o vedere dei tornei. La Signora di Belec non aveva
mai visto un vero torneo, soltanto uno piccolo che suo padre aveva organizzato
nel suo castello prima della visita di Sir Gawaine. Il pensiero che i suoi figli
fossero morti nell’esercizio della gloria alleviava in qualche modo il dolore per la
loro scomparsa. Non si era mai sentita, in ogni caso, così vicina ai figli quanto
alle figlie.
A volte pensava di tenere un altro torneo a Belec. Forse avrebbe fatto ritornare Sir
Gawaine per un giorno o due. Ma suo marito non avrebbe mai permesso che
tanti Cavalieri stranieri le stessero così vicini; inoltre, un torneo a Belec avrebbe
potuto soltanto essere una scimmiottatura di scarso valore di grandi tornei come
quelli di Winchester, Lonazep, Surluse o del Castello delle Vergini. Meglio non
impaniare affatto il rametto di Sir Gawaine, che farlo con una simile esca!
Inoltre - si guardò nell’acqua del piccolo stagno del suo giardino - stava
diventando vecchia. Se fosse venuto ora, sarebbe rimasto deluso da lei. Poi si
ricordò che anche lui doveva essere invecchiato: aveva dieci anni più di lei. Forse
era meglio che non ritornasse mai più, era meglio ricordarlo sempre come era
trentacinque anni prima.
Ma no! Lui non poteva invecchiare, allo stesso modo in cui il Gesù del suo
breviario non poteva invecchiare. Oppure, anche se fosse diventato vecchio,
questo avrebbe potuto soltanto nobilitarlo ancora di più.
La Signora di Belec a volte sentiva delle dicerie, notizie vecchie di mesi e anni, e
distorte oltre misura. Si diceva che la grande Corte di re Artù non era come
doveva essere, che l’adulterio era più comune della fedeltà, che la Regina stessa
aveva un amante, o più di uno. Si diceva che ora l’amore, ora la gelosia della
Regina avevano fatto impazzire Sir Lancillotto più di una volta.
Un angelo, o più di uno, erano apparsi in foggia di Cavalieri e avevano condotto
i Compagni della Tavola Rotonda in cerca del Santo Graal: solo la metà di quei
Cavalieri erano tornati dal Re, ma nessuno era passato per Belec.
Poi Lancillotto era stato veramente trovato con la Regina, nella sua stanza. La
donna era stata mandata al rogo e Lancillotto in esilio oltre il mare. La Regina
però non era stata arsa, ma cacciata e messa in un convento.
Quindi il Re stesso aveva attraversato il mare, imbarcandosi con il suo esercito da
Cardiff o da qualche altro porto del nord, onde fare guerra a Lancillotto per
avergli rapito la Regina. Poi la Regina non era stata rinchiusa in un convento, né
portata oltremare da Lancillotto, ma doveva sposare il nipote del Re, il Principe
Mordred, a Londra, e la gente diceva che il Principe Mordred stesse tentando di
raccogliere tutto il Paese sotto la sua bandiera e che presto sarebbe venuto qui al
Sud.
La Signora di Belec era seduta nel suo piccolo giardino, circondato dalle mura del
castello di suo padre, a guardare le piante primaverili diventare piante estive e
quelle estive autunnali, e a tentare di riconciliare la realtà della visita di Sir
Gawaine di trentacinque anni prima con l’impossibilità di quello che si diceva
stesse accadendo ora. Aveva trascorso tutta la sua vita entro un’estensione di terra
che avrebbe potuto attraversare in mezza giornata.
La grandezza di Re Artù era entrata nella sua vita soltanto una volta. La visita di
Sir Gawaine era l’unica cosa vera per lei, e tutto il resto era una menzogna.
Poi un grande esercito passò lì vicino diretto a sud verso Dover, e la gente disse
che si trattava del nuovo Re, il Principe Mordred, che sarebbe venuto a chiedere
altri uomini al Signore di Belec, ma aveva troppa fretta.
Passarono tre giorni, poi quattro, e giunsero delle chiacchiere su una grande
battaglia che si era tenuta a Dover, per metà a terra e per metà in mare, con le
navi che affondavano per il peso del sangue che era stato versato al loro interno.
Subito dopo queste nuove dicerie, Sir Gawaine venne di nuovo a Belec.
Giunse di notte, con trenta uomini con lui: Cavalieri, scudieri e proprietari terrieri.
Venne con una folla di gente di campagna che lo seguiva. La Signora di Belec udì
le loro voci e si svegliò prima di suo marito. Si alzò, salì sulla stretta finestra,
guardò in basso, e vide le loro torce sull’altro lato del fossato. Non vide Sir
Gawaine. Vide soltanto sei uomini che portavano una lunga lettiga, e una
moltitudine di uomini e torce che li circondavano. Svegliò suo marito.
Il Signore di Belec non le permise di scendere a dare il benvenuto a quel gruppo
di Cavalieri. La chiuse nella camera da letto, e lei sentì il pesante chiavistello
serrarsi dall’altro lato della porta.
Non poteva ritornare a letto. Con molta cura indossò il suo vestito migliore.
Aveva più di venti anni, era più vecchio della sua figlia più giovane, che era
andata via di casa da nemmeno tre anni, ma aveva avuto raramente delle occasioni
per indossarlo, per cui non era consumato, anche se era un po’ sbiadito, come i
suoi capelli. Intrecciò questi ultimi lentamente, notando alla luce del fuoco che
c’era anche qualche filo nero tra quelli lunghi e grigi. Li intrecciò sulla cima della
testa e si sfregò la faccia e il collo con il prezioso e profumato unguento che
usava soltanto nei giorni di festa.
Poi si sedette vicino al fuoco e aspettò.
Presto udì tirare indietro il chiavistello. Si alzò con il sangue che le pulsava,
chiedendosi cosa avrebbe detto, come avrebbe persuaso il suo Signore a
permetterle di scendere nel salone, perché sembrava importante che andasse.
Sentì bussare alla porta. Il Signore di Belec non avrebbe bussato per avere il
permesso di entrare dalla sua Signora. Disse ad alta voce che, chiunque fosse,
poteva entrare.
Entrò uno strano Cavaliere, quasi anziano quanto il suo Signore, con un animale
che pensò potesse essere un leone o un grifone ricamato sulla sopravveste. I suoi
colori si vedevano appena sotto la polvere. «Mia Signora?», disse, rivolgendosi a
lei.
«Sono la Signora di Belec».
«Mio cugino ha visitato il vostro castello una volta, mia Signora. Ne ha parlato
molto bene. Forse è stato prima che veniste qui…».
«Io sono sempre stata qui». Non chiese chi fosse quel Cavaliere, né chi fosse suo
cugino, ma pensò di poter scoprire una leggera somiglianza, nonostante gli anni
che erano passati e l’oscurità in cui si trovavano. «Vostro cugino è di sotto?».
L’uomo accennò di sì col capo e si fece da parte. Lei attraversò la porta aperta, e
lo strano Cavaliere - il cugino - la scortò al piano inferiore. Era quella, si chiese,
la cortesia di cui le signore nobili godevano a Corte? No, erano i poveri resti di
un vecchio indumento che gli ultimi che lo indossavano stavano tentando
vanamente di tenere per ripararsi da un vento gelido. Lo spirito… sì, poteva
percepire quale doveva essere stato il vecchio spirito del cugino Cavaliere, che
lottava per camminare eretto nonostante il dolore e la stanchezza.
La condusse nel suo salone, come se lei - e non lui - fesse la straniera. Sapeva che
suo marito doveva essere lì e che l’avrebbe guardata male. Si chiese, molto
brevemente, come quei Cavalieri stranieri l’avessero persuaso a permetterle di stare
lì, e ad essere condotta giù da uno sconosciuto.
Poi dimenticò il Signore di Belec. Perché una tavola era stata posta su dei
cavalletti, e su quella tavola giaceva un uomo alto con una sopravveste color
cremisi.
Si avvicinò. Le mani dell’uomo erano giunte in preghiera, con le punte delle dita
che coprivano parzialmente il pentagono dorato che aveva sul petto. Nessun
uomo, per quanto santo, dormiva con le mani giunte in una preghiera così rigida
e immobile. Spostò lentamente lo sguardo verso la sua faccia.
L’argento non appariva così chiaramente nei capelli dorati come in quelli neri, ma
la faccia era scavata e avvizzita per l’età, le labbra stavano cominciando a tirarsi
indietro nonostante il pezzo di stoffa legato intorno alla bocca, e una moneta
d’oro teneva abbassata ognuna delle due palpebre. La Signora di Belec urlò.
Poi rimase in piedi per un bel po’ di tempo, ansimando, ascoltando gli echi del
suo grido svanire tra le travi del suo salone. Sir Gawaine dalla Lingua Dorata alla
fine era tornato da lei, e aveva portato con sé tutte le realtà delle dicerie di quegli
ultimi anni.
«Dov’è la spada Excalibur?», chiese. «Dovrebbe tenere in mano la spada
Excalibur».
«Ha restituito la grande spada al Re quando stava morendo», rispose il cugino di
Sir Gawaine. «Durante la battaglia a Dover gli si riaprì una ferita mentre lottava
con Sir Lancillotto».
«Sir Lancillotto? Non avrebbe dovuto combattere con Sir Lancillotto». Ricordava
molto bene quella volta quando Sir Gawaine aveva lodato Lancillotto come il suo
migliore amico. Non potevano aver combattuto, a meno che non fosse stato con
amicizia e solo per esercitarsi.
«Lancillotto aveva ucciso i fratelli di Gawaine, per salvare la Regina dal rogo».
Urlò di nuovo, questa volta lanciando un urlo più lungo, poi cadde in ginocchio,
tenendo stretta la tavola, non osando andare oltre e toccargli le mani.
Dei passi le si avvicinarono. La voce di suo marito arrivò da qualche parte sopra
di lei, irata, ma bassa… insolitamente bassa per essere arrabbiato.
«Alzatevi. State disonorando il mio salone».
Lei si alzò, ma non si girò per fronteggiare il Signore di Belec. Afferrò il bordo
della tavola e fissò l’altro suo Signore, il Signore di trentacinque anni di speranza
e di fede. «Ah, mio Signore, Sir Gawaine!», gridò. Alla fine si protese e gli prese
le mani giunte. «Ah mio Signore, mio nobile Signore! L’unico Signore che abbia
mai amato in tutta la mia vita!».
Non era soltanto per la morte di un uomo che urlava, ma per la morte dell’onore,
della gloria e della nobiltà, per la scomparsa di ogni ideale vero e buono, per la
perdita del calmo centro della sua anima.
L’improvviso dolore fremente al collo le sembrò per un istante semplicemente la
naturale estensione della tempesta che stava dentro di sé. Ma la strana e confusa
visione con cui i suoi occhi incontravano i muri e il pavimento che giravano…
Pietosamente perse conoscenza prima di rendersi pienamente conto di cosa fosse
accaduto.
Il cugino di Gawaine, Sir Ywaine di Lion, e i suoi compagni avevano tra loro
alcuni dei migliori Cavalieri che restavano ad Artù e alla Tavola Rotonda.
Uccisero il Signore di Belec facendo immediatamente giustizia.
Poi attaccarono di nuovo con cura la testa della Signora di Belec sul suo corpo. La
benda superiore era una striscia di velluto color cremisi, legata con dei fili d’oro
leggermente annerito. Portarono via il corpo con quello di Sir Gawaine. Così, alla
fine, la Signora di Belec andò a Corte con il Signore della sua anima, per essere
seppellita accanto a lui nella stessa tomba.
ANDRÉ NORTON
Artos, figlio di Mario

E così arriviamo ai giorni finali di Re Artù, quando affronta la guerra civile


contro il figlio e nipote Mordred. André Norton, nata nel 1912, una delle figure
leggendarie della Narrativa Fantasy, qui rispetta il contesto storico e racconta la
vicenda dal punto di vista di un altro e più giovane Artù, o Artos, figlio di uno
dei comandanti delle truppe di Re Artù.
André Norton, che ama Joy Chant e molti altri bravi scrittori, è stata per anni
una bibliotecaria. Scrive dal 1934 e ha all’attivo oltre cento libri, di cui la maggior
parte appartiene alla Science Fiction o alla Fantasy, inclusa la notevole serie del
Witch World. Ha usato dei temi arturiani in parecchie delle sue opere, incluso
Merlin’s Mirror (1975), uno dei pochi scritti fantascientifici su questa leggenda di
successo. Il racconto che segue è un episodio tratto da Dragon Magic (1972), in
cui in un gruppo di bambini ognuno prova un’avventura nel passato.
Era il tempo del raccolto, e la maggior parte dell’esercito era sparpagliato nei
campi in cui l’orzo era alto e pronto per essere tagliato, e il grano tanto dorato
quanto il sole era caldo. Era un buon raccolto, come tutti avevano sperato, perché
l’anno precedente era stato brutto per il freddo e c’erano state poche spighe data
l’estate troppo umida. Gli uomini avevano avuto la pancia vuota per tutto quel
tempo, e avevano seminato il grano con cui avrebbero con gioia riempito le loro
bocche e che avrebbero masticato crudo, invece di gettarlo nella terra che
aspettava.
La fame tormentava non solo la Britannia, ma anche le terre al di là del mare.
Così tutti sapevano che gli invasori con gli elmi alati erano in cerca di preda, per
cui si doveva tenere una guarnigione sulla costa anche se c’era bisogno di uomini
nei campi.
Artos si passò il dorso della mano sulla fronte e tentò di non barcollare mentre
raddrizzava la schiena dolente. Il lavoro nei campi era più duro dell’addestramento
alla guerra, anche se non aveva fatto molto, ma solo quello che era necessario per
dimostrare quanto ancora avesse da imparare. Lanciò un’occhiata al punto in cui i
suoi compagni con gli scudi erano allineati in una fila lungo tutto il campo. Non
importava se il padre di uno di loro fosse Mario, Comandante delle truppe sotto il
Dragone stesso. Un uomo veniva considerato a seconda delle sue imprese, non
per quello che aveva fatto suo padre, o il padre del padre.
Artos era stato nominato dal Grande Re, Cesare di Britannia, ma, ciononostante,
aveva fatto i suoi turni nei campi. In quel momento stava soffrendo per i duri
colpi che la spada di legno da addestramento gli aveva infetto quando era stato
maldestro o sfortunato, oppure abbastanza stupido da non essere capace di
difendersi dagli attacchi di Druson. Druson era anziano ora, ma riusciva a
ricordare quando aveva visto l’ultima delle Legioni scendere verso il mare
portando con sé la forza di Roma e lasciando la Britannia in balia dei pirati.
Il Grande Re era andato al nord cinque giorni prima, per visitare la piazzaforte
che li proteggeva dagli Scozzesi e dagli uomini dipinti del settentrione. E aveva
portato con sé la maggior parte dei Compagni. Lì a Venta ora governava
Mordred.
Artos aggrottò le sopracciglia e diede un calcio a una zolla erbosa che si frantumò
sotto la punta del suo stivale. Era il Grande Re (sebbene il padre lo chiamasse
sempre Cesare) che teneva insieme la Britannia. all’inizio era stato un semplice
ufficiale dell’esercito, ma era stato fedele ad Aureliano, che il vero Cesare al di là
del mare aveva nominato Conte di Britannia. Lo avevano chiamato Artos
“Pendragon” e “Dux Bellorum” (Comandante delle battaglie). Artos formò queste
parole, ma non le pronunciò a voce alta: avevano uno strano suono. Gli uomini
non parlavano più il vero latino dell’Impero, ma avevano aggiunto dei termini
bretoni al linguaggio quotidiano. Mario, come il Grande Re, credeva che
dovessero ricordare il passato e che l’unico modo per farlo fosse quello di
mantenere il linguaggio di coloro che erano vissuti nelle città e avevano
conosciuto gli antichi giorni di pace ora perduti.
Da anni ormai la vita era solo una lotta continua. Gli uomini tenevano sempre in
mano la spada, e stavano continuamente in ascolto per sentire il ruggito dei corni
da guerra. Perciò vivevano armati, o morivano sotto l’ascia di un sassone…
oppure, ed era ancora peggio, sopravvivevano come schiavi dei Sassoni. Le città
che i Romani avevano costruito erano state distrutte per la maggior parte. I
Sassoni odiavano le città e, quando potevano, le riducevano in rovine. Ma Venta si
trovava dove una volta aveva vissuto un governatore romano, e c’erano stati dei
fortini sulle colline in passato, che gli uomini del Re avevano ricostruito, dei
fortini che una volta avevano difeso gli uomini dagli attacchi dei nemici molto
prima della venuta delle Legioni romane.
Mordred non credeva nel fatto di dover restare fedeli alle antiche usanze. Sorrideva
in maniera derisoria alle spalle… sì, e perfino in faccia a persone come Mario e
agli altri uomini di Cesare che avevano i capelli corti, si radevano le guance e il
mento, e portavano i vecchi scudi romani e le loro antiche armature. I suoi
uomini ormai dicevano apertamente che era meglio dimenticare Roma e fare pace
con gli Elmi Alati, forse perfino concedere loro qualche terra costiera e stipulare
con loro dei patti di fratellanza, piuttosto che combattere per sempre.
Mordred parlava solo la lingua bretone, e fingeva di non capire il latino.
Intratteneva a banchetto gli insignificanti re e capotribù del Nord. Mario e gli altri
come lui tenevano d’occhio con attenzione Mordred, ma molti degli uomini più
giovani lo trattavano con deferenza e lo stavano ad ascoltare.
Artos si piegò di nuovo sul suo lavoro. Il suo odio per il campo aumentava per
ogni ora in più che era costretto a starci. Perché non era potuto andare a nord
con le guardie di Cesare, insieme a suo padre? Fece oscillare il coltello per il
raccolto come se fosse una spada, tagliando in maniera rozza i gambi. I solchi
erano senza fine, il sole caldo, e il giorno ancora lungo.
Uno degli schiavi della casa portò una fiasca di pelle piena di acqua e aceto, e
Artos bevve la sua parte. Fu allora che vide i Cavalieri sulla strada del mare. I loro
mantelli vividamente colorati, gettati all’indietro sulle loro spalle, erano luminosi:
con quel caldo certamente li indossavano solo per fame mostra. Non c’era alcuna
possibilità di sbagliarsi sul fatto che il Principe Mordred fosse il loro capo.
Artos li guardò mentre passavano. Ma fu sorpreso nel vedere quello che il
Principe portava intorno al braccio proprio sotto la sua tunica estiva a maniche
corte. Avrebbe potuto giurare che si trattasse del bracciale a forma di dragone del
Grande Re! Ma soltanto Cesare, ossia Artos Pendragone, aveva il diritto di
portarlo, e lo indossava quando era uscito da Venta.
E Mordred non era nemmeno l’erede di diritto del Grande Re, anche se in
passato qualche volta si era detto che fosse veramente il figlio del Re. Ma era
diverso da Cesare in ogni modo.
Poiché Artos Pendragone era alto come uno degli alberi della foresta, o così
sembrava tra gli uomini più piccoli. E i suoi capelli, sebbene fosse ormai
prossimo all’essere un uomo anziano, erano ancora del colore di quell’oro ricco
che viene dall’isola Occidentale. Portava i capelli corti e si radeva come facevano i
Romani, il che lo faceva apparire più giovane di quanto non fosse in realtà.
Invece Mordred era alto un palmo di meno, e aveva i capelli scuri, con i riccioli
che gli ricadevano sulle spalle. Aveva anche dei baffi che si curvavano su ogni lato
della bocca dalle labbra sottili, in maniera tale che sembrava uno dei re delle tribù.
Indossava anche i loro vestiti luminosamente colorati, mantelli tessuti con disegni
verdi, rossi e gialli, e tuniche e pantaloni simili, enormi cinture di pelle morbida
punteggiata d’oro, ed era armato di un pugnale ornato di pietre preziose e una
lunga spada.
Artos guardò l’esercito continuare a muoversi finché non fu nascosto da una nube
di polvere. Desiderò ardentemente avere un cavallo e poter cavalcare con loro.
Nessuno poteva negare che Mordred fosse un bravo combattente, e ora era stato
scelto da Cesare in persona per governare Venta. Comandava tutte le forze eccetto
i Compagni che erano rimasti lì, e le scuole dei loro figli, che restavano sotto il
governo di Kai.
Al pensiero di Kai, Artos si piegò di nuovo a lavorare, con le spalle curvate come
se sentisse già il dolore pungente causato da una bacchetta di salice calata
velocemente su di esse. Kai era un combattente, uno che Mario approvava
completamente. Non si guadagnava mai più di un borbottio di mezza
soddisfazione da parte di Kai, ma il borbottio da parte di quel guerriero segnato
da una grande quantità di cicatrici di guerra forse era uguale alla metà di un
trionfo romano. Artos sogghignò, ma gli tornò ancora in mente quel bracciale
che brillava sul braccio abbronzato di Mordred, e questo gli insinuò una piccola
nota di turbamento nella mente.
Quella sera era il suo turno di servire la nobile tavolata, di portare dentro i comi
per bere, disporre i cucchiai, e i coltelli da tavola. La sedia di Mordred rimase
vuota, come altre due, quelle dei suoi ufficiali anziani. Soltanto Kai, Archais (che
era venuto d’oltremare ed era molto bravo nel curare le ferite) e Paolo il prete
erano lì.
Artos ascoltò i loro discorsi, ma c’erano poche cose nuove da sentire. Paolo era
anziano, pensava quasi solo alla chiesa, e non gli piaceva Archais: lo faceva capire
chiaramente, perché il guaritore non credeva a quello che predicava Paolo. Ma il
prete non poteva dirlo apertamente, poiché il Grande Re aveva dichiarato da
molto tempo che qualsiasi dio un uomo scegliesse di servire in privato, era affar
suo. Questo faceva arrabbiare il prete, che borbottò parecchio, anche se non c’era
niente che potesse fare. Comunque, ultimamente tutti erano stati assai determinati
circa il bisogno di pace, e Mordred aveva un buon seguito tra quelli che parlavano
in quel modo: troppo, asseriva Mario.
Dopo che la leggera birra dell’anno precedente era stata versata e i piatti erano
stati portati via dalla tavola, Archais parlò: «Il nostro Signore Mordred si è
allontanato tanto da non poter tornare per la cena?».
Kai alzò le spalle. «Sono affari suoi», replicò concisamente. Ma il tono della sua
voce fece sì che Artos ascoltasse più attentamente.
«Gli Elmi Alati sono stati avvistati al largo. Quel pescatore di Deepdene ha riferito
di aver visto almeno dieci navi. Dev’essere un predatore importante per condurre
una flotta di quel genere. Si pensa sia Thorkiel…».
«No! No!». Paolo scosse la testa. «Thorkiel non oserebbe. Il nostro Re non gli ha
inflitto una sconfitta così terribile l’anno scorso da farlo fuggire in tutta fretta?»
«Questi Elmi Alati», ringhiò Kai, «sono come le formiche, padre. Si possono
pestare mentre fuggono precipitosamente ora qui, ora là, tuttavia ci sono sempre
e non finiscono mai! Sono tranquilli solo quando sono morti ma, per ottenere
questo, si deve penare molto. Sono dei bravi combattenti, con i loro feroci
guerrieri e i loro muri di difesa. Il nostro Re sa come trattarli. Gli uomini a volte
gli ridevano in faccia all’inizio, ma lui andò avanti con la sua idea, con l’appoggio
di Aureliano. Prese dei cavalli, dei grossi cavalli - non avevamo ancora pony -
adatti a un uomo adulto. E scoprì come fare delle armature per loro e per i loro
cavalieri. Non mise insieme un grosso esercito che era difficile da nutrire e facile
preda di imboscate, e perfino le Legioni appresero che non esistevano migliori
modi di combattere, o più nuovi, validi come quelli dei loro tempi.
No: organizzò le compagnie a cavallo ed era ora lì, ora qui, cavalcando senza
sosta. Stavamo così tanto in sella in quei giorni che sul fondoschiena avevamo la
pelle indurita e dei calli sulle mani. E, dove arrivavano i Sassoni, noi eravamo lì…
prima che potessero aspettarselo. Sì, i cavalli e i Compagni ripulirono la terra e la
mantennero pulita.
Mi ricordo il giorno in cui gli portarono la bandiera del Dragone. Era una cosa
nuova e strana. Se il vento la prendeva bene, il drago saltava come un grosso
verme rosso, con gli artigli che si allungavano per afferrarti. Con quella cosa sopra
la testa, un uomo prendeva coraggio. Sì, avevamo il Dragone… finché non fu
fatto a pezzi. Guardandolo, sembrava che facesse diventare selvaggi i pagani, i
quali gli puntavano ogni volta contro le lance. Ma noi ne prendemmo un’altra, e
un’altra, tutte fatte allo stesso modo. Quando i comi da guerra chiamano, il
Dragone risponde!».
Artos conosceva la bandiera. Ce n’era una piccola uguale a quella che sventolava
sulla torre d’osservazione di Venta quando il Grande Re si trovava lì e veniva
portata con lui quando viaggiava. Ma il grosso Dragone era tenuto al sicuro
finché non si fosse reso necessario per la battaglia. Chiamarono Cesare
“Pendragon”, ma anche solo Dragone. E alcune delle persone che non lo
sapevano, pensavano realmente che avesse un vero dragone che lo aiutasse in
battaglia.
«Ma, nonostante tutti i vostri coraggiosi sforzi, quegli Elmi Alati vengono
ancora», osservò Archais.
«Vengono e muoiono». Così dicendo, Kai si allontanò dalla tavola. «Vengono
sempre: è un modo di vivere».
«Ma che bisogno c’è?». La voce di Paolo risuonò debole, quasi come un sussurro
dopo i profondi toni di petto di Kai. «C’è un modo per mantenere la pace e far
vivere tutti gli uomini come fratelli».
Kai rise: «Provate a urlare “pace” a un Elmo Alato che ha appena abbattuto la
vostra porta, padre… uno che ha l’ascia pronta per uccidervi. C’è soltanto un tipo
di pace per un individuo del genere». Girò la testa verso Artos, che era rimasto
immobile e pensava di essere stato dimenticato. «Giovanotto, vai a letto! Prima del
canto del gallo ci sarà di nuovo bisogno di te nei campi. Con un po’ di fortuna
saremo in grado di raccogliere il resto dell’orzo prima del crepuscolo».
«Con la grazia di Dio», lo corresse Paolo. Ma Kai non prestò alcuna attenzione
al prete mentre stiracchiava le sue braccia muscolose.
Solo che Artos non avrebbe lavorato di nuovo nel campo d’orzo. E accadde tutto
per il bisogno di bere un bicchiere d’acqua.
Era abbastanza stanco per dormire profondamente, ma si svegliò in seguito a un
sogno confuso che non riuscì a ricordare, solo che gli lasciò una sensazione di
paura. Si tirò su a sedere nel pagliericcio che era il suo letto, assetato. Intorno a
lui udiva il pesante respiro degli altri che erano addormentati. Una sottile striscia
di chiarore lunare brillava fuori dal salone.
Una volta quel labirinto di stanze, corridoi e cortili era stato la casa e il quartier
generale di un Governatore romano. Ora era un posto tenuto piuttosto male, con
poche stanze all’interno completamente esplorate.
L’acqua più vicina era nel salone grande, e Artos meditò se andarla a prendere o
no. Aveva la lingua secca e le labbra screpolate, per cui pensò che doveva farlo.
Era così stanco che non si era sfilato i pantaloni e i gambali di cuoio per andare a
letto, e a quel punto non indugiò nell’infilarsi la tunica mentre camminava
silenziosamente per la stanza evitando con attenzione i pagliericci degli altri.
Nel salone la luce della luna entrava attraverso la finestra. C’era anche un’altra
fonte di luce - un debole bagliore - in un’altra stanza. Artos era incuriosito. Chi
poteva mai stare lì? Era ben lontano da ogni posto in cui le guardie stavano
svolgendo il loro compito di sorveglianza. La curiosità lo spinse a controllare,
avvicinandosi lentamente e con cautela alla porta mezza aperta.
Superò la porta chiusa della stanza di Kai. Dopo questa c’erano due camere
vuote, di solito occupate da uomini che ora stavano cavalcando verso nord con il
Re. Restava soltanto la stanza delle armi. Ma perché…?
Artos continuò a muoversi lentamente, tenendosi rasente al muro. Riusciva a
sentire un mormorio di voci molto leggero, e il rumore di uomini che si
muovevano qua e là. Raggiunse la porta semiaperta, e vi si riparò dietro per
sbirciare attraverso la fessura.
Mordred… Non c’era alcuna possibilità di sbagliarsi sull’uomo che sedeva al
tavolo dove l’armiere teneva la sua lista dei rifornimenti. Ma, al di là di lui, c’erano
tre uomini che indossavano l’armatura a piastre dei Compagni, degli uomini
giovani. Artos conosceva due di loro come membri del clan reclutati un paio di
anni prima. Il terzo era Argwain, che si vantava di essere imparentato con
Mordred secondo uno dei complicati calcoli dei clan.
Artos non riusciva a credere a quello che vedeva. Avevano aperto lo scrigno del
Dragone. Il lucchetto era rotto, dato che Kai aveva la chiave in custodia: ora
stavano tirando fuori le spire del Dragone Rosso, piegando le bandiera più con
fretta che con cura, per infilarla in una borsa che Argwain teneva pronta. La luce
della torcia brillò sul braccio di Mordred quando cambiò posizione. Artos si rese
conto che la sua supposizione era vera. Si trattava di un bracciale reale, identico a
quello che indossava Cesare.
Il Dragone, il bracciale, Mordred: il ragazzo non sapeva come tutte quelle cose si
accordassero. Ma c’era qualcosa di malvagio lì, come del fumo nero che si
avvolge a spirale da un fuoco.
«…Ovest. Mostriamogli questo e diciamogli di approdare dove le quattro torce si
muovono verso sinistra prima del sorgere della luna». Chi stava parlando era
Mordred.
«Voi!». Il Principe si rivolse a Argwain. «Portate il segnale a Maegwin, a Caldor.
Così noi li aggireremo prima che possano tirarsi fuori dai loro campi e alzare le
spade per fronteggiarci. E con questa», fece un cenno verso la bandiera del
Dragone infilata nella borsa, «e le novità che potremo proclamare, rimarranno
loro ben poche spade. Gli uomini non potranno essere sicuri di cosa sia vero o
falso finché non sarà troppo tardi!».
«Nessuno può dire che voi non abbiate elaborato bene il vostro piano, Sire», disse
Argwain accennando di sì col capo.
«È stato pianificato a lungo: ma adesso agiamo. Muoviamoci».
Artos ebbe solo il tempo di allontanarsi dalla porta e di nascondersi dentro una
delle stanze vuote. Rimase in piedi lì dentro al buio, con il cuore che gli batteva
forte, a strofinarsi le mani bagnate di sudore contro i pantaloni, tentando di dare
un senso a quello che aveva udito.
Mordred aveva il bracciale e la bandiera, e Argwain lo aveva chiamato re. Avrebbe
usato le torce per segnalare un approdo. E questo parlare di fare la pace con gli
Elmi Alati - le cui navi erano state avvistate al largo - tutto formava un disegno
così brutto che Artos non riusciva a credere che quadrasse, come però temeva.
Doveva dirlo a Kai!
Gli uomini ora erano sicuramente usciti dalla stanza delle armi. Attraversò il
corridoio dirigendosi verso la porta chiusa della camera del comandante e l’aprì
abbastanza per poterci passare attraverso. La luna brillava lucente a mostrare una
bassa lettiera, e lui poté sentire il russare risonante dell’uomo addormentato che vi
giaceva sopra. Artos posò una mano sulla spalla nuda dell’uomo.
Kai aveva l’abitudine tipica del guerriero di svegliarsi all’istante, con lo spirito
vigile e, mentre si sollevava appoggiandosi sui gomiti, Artos si accovacciò vicino
al letto, raccontando quello che aveva visto e sentito. Kai emise un’esclamazione
soffocata e balzò in piedi, colpendo con un tonfo il pavimento.
«Cosa questo possa significare», disse, «non bisogna giudicarlo frettolosamente.
Ma non è necessario discutere se il Grande Re debba saperlo o no». Si sfregò le
mani una contro l’altra, e alla luce della luna Artos poté vedere il cipiglio sulla sua
faccia.
«Ascolta», disse poi, rivolgendosi direttamente al ragazzo. «Questo non deve
essere fatto apertamente. Un messaggero conosciuto che si mettesse in viaggio,
rivelerebbe che sono stati scoperti, se non venisse poi addirittura seguito e ucciso».
«Io so cavalcare veloce come mi ha insegnato Mario», lo interruppe Artos.
«D’accordo. Il Grande Re si trova nell’accampamento sulla collina vicino a
Fenters Hold. La strada romana corre a nord verso il Muro, ed è tagliata dal
sentiero dei commercianti che porta al mare. È una strada sicura».
«Ne ho percorso una parte», fu orgoglioso di dire Artos. «Sono andato al Muro
due estati fa quando mio padre organizzò l’incontro per stabilire un armistizio
con il Popolo Dipinto».
«Bene. Il che significa un’altra botta di fortuna». Kai si tirò l’anello, girando il
cerchietto per liberare il pollice dalla stretta in cui era tenuto. Era un anello
gigantesco da vedere, largo e pesante, con una pietra rossa stranamente modellata
che mostrava la testa di un uomo con le corna. Paolo diceva che era maligno, ma
Kai affermava che era appartenuto a suo padre e al padre di suo padre, e che era
andato oltremare nei giorni remoti, prima che le Legioni mettessero piede in
Britannia.
Lo liberò con uno sforzo. «Questo anello è conosciuto, ragazzo. Non prendere
un cavallo dalla stalla qui, perché potresti essere notato e potrebbero farti delle
domande. Entra silenziosamente in città nel luogo in cui c’è il primo posto di
guardia sulla collina. Lì tengono i cavalli per i messaggeri. Mostra questo anello e
prendi la strada per il Nord. Quando la tua bestia comincia a stancarsi, cambiala
ad ogni fortino. Poiché è il tempo che punta la spada contro di noi in questa
faccenda. Ora… diamoci da fare».
Artos scivolò furtivamente tra le ombre attraverso le strade di Venta. Adesso
indossava una tunica e un mantello, così come la sua spada legata alla vita. Mario
aveva negoziato per quella spada due anni prima, durante l’incontro con il Popolo
Dipinto. Era una spada della Legione, aveva detto Mario, forse portata via come
bottino da qualche antica battaglia lungo il Muro. La lama era buona, e il padre di
Artos aveva mercanteggiato a lungo per averla. Era più corta delle spade fomite ai
Compagni, ma per Artos andava bene. Aveva anche una borsa con dei viveri. E
l’anello di Kai era appeso a una fettuccia di cuoio attorno al collo, come
protezione.
Avrebbero potuto dubitare di lui se non avesse avuto quell’anello da mostrare
quando raggiunse la postazione di guardia. Il cavallo che gli portarono - con
soltanto una sella leggera per essere più veloce - per quanto di misura inferiore
rispetto ai cavalli da battaglia dei Compagni, era scelto, lo sapeva, per il passo
sostenuto e lungo che poteva tenere. Si mise in viaggio di gran carriera sulla
strada, grato per la pavimentazione liscia che le Legioni avevano costruito.
La strada correva verso Nord e, sebbene fossero passati più anni di quelli che
aveva Artos da quando era stata riparata, era ancora percorribile. Il sole si levò e
giunse il mattino. Cambiò cavallo in un altro fortino. Gli uomini qui provenivano
da una delle tribù indigene, come appariva chiaro dalle loro tuniche a quadri.
Fecero piovere un fiume di domande su Artos mentre stava appoggiato al muro
di tronchi a inghiottire bocconi di pane con una quantità di birra d’orzo appena
sufficiente a poterlo mandare giù. A tutte scosse soltanto la testa, e disse che stava
lavorando per il Grande Re e che il messaggio che portava non era di sua
comprensione.
Ancora una volta, di pomeriggio, quando il sole era caldo e lui doveva farsi forza
per non sonnecchiare sulla sella, cambiò il cavallo. Questa volta le guardie erano
su una torre romana in rovina. Non indossavano l’armatura e nemmeno i brillanti
vestiti delle tribù locali, ma avevano dei pellami conciati sui loro corpi piccoli e
scuri segnati da tatuaggi blu. Portavano archi e frecce e parlavano una lingua
debole e gutturale nel rivolgersi l’uno all’altro. Ma il loro capo - che aveva un
mantello di pelle di lupo nonostante il caldo, con la testa della bestia e la sua
mandibola superiore poggiate sul capo dell’uomo, e una dozzina di zanne
d’avorio legate in una collana intorno al collo - parlava il latino, anche se con una
strana cantilena.
Sebbene Artos non avesse mai visto da vicino quella gente, sapeva che si trattava
dei Pitti provenienti da oltre il Muro, che non servivano la terra di Britannia,
quanto piuttosto un solo uomo, il Grande Re. Poiché Artos Pendragone si era
guadagnato in qualche modo il loro favore e, quando li chiamava, loro venivano.
Gli uomini delle tribù, i Pitti, e un piccolo gruppetto di individui che, come
Mario, si definivano ancora “Romani” con severo orgoglio erano coloro che
formavano l’esercito del Grande Re. Lasciati a loro stessi sarebbero stati
continuamente spada contro spada, coltello contro freccia, ma, sotto Artos
Pendragone, erano uniti. La sua dote più grande era stata quella di essere riuscito
a creare un esercito vittorioso da delle forze Normalmente tanto divise.
Subito dopo aver lasciato la torre d’osservazione, Artos si incamminò sulla strada
che andava verso Ovest. Qui dovette rallentare il passo, perché non era una via
lastricata, ma soltanto un sentiero tortuoso che girava sinuosamente su un terreno
accidentato. Non si vedevano campi di grano, e qui la pace del Re era più spesso
infranta che mantenuta.
La luna era di nuovo alta nel cielo quando il ragazzo vide il guizzo scarlatto dei
fuochi dell’accampamento. Scivolò giù dalla sella, così indolenzito che riusciva a
camminare soltanto con la mano appoggiata come supporto sulla spalla del
cavallo che inciampava. Aveva la gola secca per la polvere mentre gracchiava una
risposta alla sentinella. E non era nemmeno sicuro su come avrebbe fatto ad
entrare nella stanza del Grande Re.
«È il giovane Artos! Ma cosa fate qui? Chiamate Mario».
«Sire!». Questa volta Artos riuscì a tirare fuori qualcosa di meglio di un verso
rauco, dato che si era ritrovato in mano un corno e aveva bevuto un po’ di birra
amara prima di continuare. «Sire - cercò a tentoni l’anello di Kai - mi ha mandato
il legato Kai».
«E ti ha fatto venire in una simile situazione di pericolo! Che modo di fare! Gli
Elmi Alati forse… Ma in quel caso le torce d’allarme avrebbero fiammeggiato in
tutto il paese per avvertirci da molto tempo. Di cosa si tratta?».
Poi quelle mani grandi e forti si posarono gentilmente sulle sue spalle, facendolo
avvicinare, sorreggendolo. Artos raccontò parola per parola quello che aveva visto
e udito. C’erano delle voci confuse intorno a lui, ma avevano poca importanza.
Poi, in qualche modo, si ritrovò disteso su un pagliericcio da campo e la faccia
scura e ben rasata di suo padre, sormontata da un elmo piumato, era vicino alla
sua. Sapeva che aveva fatto quello che era venuto a fare.
Così iniziò la notte e, in seguito, Artos qualche volta si chiese cosa sarebbe
accaduto se il caso li avesse condotti in un’altra direzione.
Non era l’unico messaggero che Kai aveva mandato, ma il suo avvertimento
regalò al Grande Re qualche ora preziosa, che usò bene. Altri cavalieri uscirono
per avvisare gli altri. Era il tempo del raccolto: Mordred aveva scelto bene il
momento per il suo tradimento.
Mentre gli uomini si disperdevano, un gruppetto qui e una compagnia da guerra
meglio disciplinata là, appresero che Mordred aveva davvero issato il Dragone
Rosso e aveva fatto un patto di sangue con gli Elmi Alati. Il pescatore aveva
riferito di aver visto dieci navi al largo della costa, ma ora si diceva che fossero
venti, mentre molte altre si stavano avvicinando. Sarebbe stato un massacro,
poiché avrebbero distrutto tutto quello per cui il Grande Re aveva combattuto, a
meno che non fosse riuscito a trattenere gli invasori sulla costa.
«Ma Mordred è matto!». Artos, ora trombettiere di suo padre, guardò Mario
battere sul tavolo il pugno abbronzato, facendo agitare i corni usati per bere con
la forza del suo colpo.
«No, è assai lontano dall’essere matto», replicò il Grande Re. «Vi ricordate di
Vortigern? Mordred fa parte della sua stirpe, e quindi vede più se stesso come Re
della Britannia di me. Secondo il modo di pensare della metà delle tribù, io non
ho alcun diritto al trono». La sua mano tirò in avanti una piega del mantello
color porpora che ricadeva sullo schienale del suo sedile. «Finché Aurelianus non
mi ha dato il potere, io ero soltanto un uomo con un piano e un sogno, anche se
adesso sembra che ciò sia successo tanto tempo fa… Comunque», a questo punto
parlò più animatamente, «non importa quanto Mordred si ritenga degno del
trono, e che sia acclamato da quegli illusi abbastanza da fargli credere che questa
volta possano applicare il progetto di Vortigern con i Sassoni e vincere: io non
permetterò alle asce degli Elmi Alati di distruggere quello che rimane della vita e
della luce in questa terra.
Pertanto…». Cominciò a parlare animatamente degli uomini e dei movimenti
dell’esercito, mentre quelli che gli stavano intorno lo ascoltavano con attenzione.
Artos vide suo padre accennare di sì col capo una volta o due, e udì un grugnito
consenziente da parte di Bedivere, che comandava l’ala sinistra quando i
Compagni andavano alla carica.
Alla fine il Grande Re fece un piccolo gesto, e gli uomini che servivano a tavola si
affrettarono a riempire i comi, non con la solita birra leggera, quanto piuttosto
con l’idromele dal forte odore delle terre del Nord. Poi Artos Pendragone sollevò
il suo corno e si alzò in piedi, mentre gli altri si agitavano per unirsi a lui.
«Compagni, potrebbe essere che questa volta ci addentreremo lungo strade oscure
ma, se dovrà essere così, lo dico adesso… non potremo entrarci con una
compagnia migliore! Se Mordred vuole procacciarsi il potere sovrano, e gli Elmi
Alati questa terra, allora che il prezzo sia alto!».
Ci fu un brontolio in risposta mentre gli uomini bevevano e gettavano via i comi,
facendoli rotolare vuoti sul tavolo.
Quando Artos e suo padre tornarono nei loro alloggi, Mario rimase per un
momento a guardare suo figlio.
«Vorrei che ora tu andassi a Glendower».
«No!». Per la prima volta in vita sua Artos trovò il coraggio di dire di no a suo
padre e, nonostante il cipiglio dell’altro, che diventava sempre più marcato, si
affrettò ad affermare: «Questo esercito è così grande che si può fare a meno di
una sola spada?»
«La spada di un ragazzo? Non sei un uomo che può cavalcare…».
«E se… se gli uomini di Mordred venissero a Glendower? Cosa ne dite del vostro
vicino Iscar? Ha desiderato a lungo le nostre terre. Potete soltanto mandarmi via
legato, imbavagliato e sotto scorta!».
Mario doveva aver visto la determinazione del figlio, perché improvvisamente
sembrò molto stanco ed ebbe una piccola scrollata di spalle. «Così sia. Ma, se
rimani, sarai ai miei ordini».
Artos tirò un profondo respiro. «Questo lo so».
Così fece parte dell’esercito che marciava a sud e a ovest. Esercito? Era appena un
drappello quello, con cui cominciare, anche se gli uomini continuavano ad
arrivare e a unirsi al gruppo mentre procedevano. Arrivarono altri messaggeri
recando cattive notizie: i Sassoni si spingevano verso l’interno del paese, e
Mordred aveva piantato un accampamento dove venivano gli uomini delle tribù a
fare giuramento di fedeltà col sangue sotto lo stendardo del Dragone Rosso
rubato.
Il Grande Re rise aspramente quando gli venne riferito tutto questo.
«Giuramenti col sangue, dite? Ricordate che in passato tali giuramenti sono stati
fatti a me?»
«Ma i preti dicono che ne sono sciolti, poiché li hanno fatti a un uomo che non
venera la vera Chiesa», osservò Bedivere, piegando le labbra. Era risaputo che si
trattava di uno di quelli che seguivano gli antichi dèi, e il Grande Re era stato
costretto molte volte a mandarlo via per quella ragione.
«Gli uomini non possono essere assolti dal tradimento così facilmente», fu tutto
quello che rispose il Pendragone. Ma sia che sembrasse o no un traditore,
Mordred stava raccogliendo l’esercito più grande. E soltanto la metà di questo
marciava sotto lo stendardo con la coda di cavallo dei Sassoni.
Artos viaggiava come trombettiere e messaggero di Mario, stando Sempre dietro
suo padre mentre lui si portava da solo al piccolo galoppo in testa alla truppa. La
maggior parte di loro era della vecchia discendenza romana. Usavano le spade più
corte delle Legioni, e le loro facce, ombreggiate dai vecchi elmi crestati, erano
diverse da quelle degli uomini delle tribù. Il loro stendardo era un’aquila posata
su un palo, con le ali spiegate.
Lo portava Caio e anche il suo posto era dietro al suo comandante. Artos gli
invidiava quell’onore. Il corno da guerra che gli batteva contro il fianco non era
un simbolo bello come quell’aquila.
Giunse il tempo in cui alla fine riuscirono a vedere i fuochi dell’accampamento
nemico. Ma tra loro si stendeva una terra paludosa e accidentata, non adatta ai
cavalli.
«Mordred ha scelto bene», Artos sentì dire da suo padre al Primo Centurione,
Remo, mentre guardavano in basso da una collinetta.
«Anche se è un traditore, è comunque un guerriero. Ma non ha ancora incontrato
Cesare in battaglia». C’era fiducia nella risposta di Remo.
Ebbero ulteriori aggiunte al loro esercito. Kai uscì da Venta con quello che
rimaneva dei difensori. Artos vide tra loro un piccolo numero dei ragazzi che si
addestravano con lui: così gli anziani e i giovanissimi avevano serrato i ranghi
insieme. Tuttavia il gruppo che si trovava davanti non portava alcun Dragone
Rosso.
Il Grande Re non aveva permesso loro di usare la penna dell’ala simbolo della sua
sovranità. Al contrario ordinò che ogni uomo spezzasse un gambo d’orzo dai
campi mentre marciava (ora erano tanti i campi lasciati senza mietitori), e lo
legasse al suo elmetto per indicare che non combatteva per l’onore di nessun re,
ma per la sua terra. Fu così che un grosso ciuffo fu messo sull’impugnatura della
lancia che lo scudiero portava dietro il Grande Re mentre cavalcava, e un intero
rotolo venne sistemato sull’aquila portata da Caio.
Quella notte, attraverso la terra accidentata, ora ben illuminata dalle torce, giunse il
suono di corni a richiesta di un colloquio. Poi venne un gruppo, non di guerrieri,
ma di preti, che chiesero insistentemente di parlare con il Re. Erano capeggiati da
Imfry, uno di quelli che avevano discusso in passato con il Pendragone perché
non dava più potere alla Chiesa. Tuttavia il Grande Re lo aveva sempre trattato
con gentilezza.
Di quell’incontro Artos udì soltanto quello che suo padre raccontò più tardi, ossia
che gli uomini di chiesa chiedevano una tregua in cui Mordred e il Grande Re
potessero incontrarsi faccia a faccia, evitando forse così alla terra un bagno di
sangue.
«E che si dice dei Sassoni?», chiese Artos.
Mario rise aspramente. «Già, i Sassoni… Ma i preti sperano sempre di
conquistare le loro anime. Il loro capo, Bareblade, pare che abbia ascoltato Imfry.
Beh, Cesare accorderà loro questa tregua e questo incontro. Il che ci farà
guadagnare più tempo, che è la cosa di cui abbiamo maggiormente bisogno. Non
si può nutrire alcuna fiducia né nelle promesse di Mordred né in quelle dei
Sassoni. Ognuno dovrà portare un seguito armato composto da dieci persone, ma
con l’ordine rigoroso di non estrarre la spada per alcun motivo. Mostrare l’acciaio
significherà rompere la tregua».
«Voi andrete?». Con sollievo di Artos, Mario scosse la testa.
«Cesare porterà soltanto due dei suoi capitani: Kai e Bedivere. Se si dovesse
trattare di una trappola, non deve perderci tutti. E nel frattempo, tregua o no, noi
saremo a cavallo pronti per combattere quando loro andranno».
Il sole era ben alto quando il Grande Re e gli uomini che aveva scelto uscirono a
cavallo dalle file del suo esercito in assetto di guerra. Dalle opposte schiere, in cui
le code di cavallo degli Elmi Alati erano piantate in maniera insolente e il
Dragone stava fermo sull’asta, vennero gli altri.
«Il loro Dragone è di cattivo umore», mormorò Caio ad Artos.
Era abbastanza vero. La bandiera rossa non si stava gonfiando orgogliosamente al
vento, ma era sospesa fiaccamente intorno al suo sostegno come uno straccio fatto
a brandelli. Forse era un presagio che indicava come la bandiera del Grande Re
sarebbe tornata in vita soltanto per lui.
Quando i due gruppi si incontrarono, i preti che si trovavano da un lato
recitarono un inno, che giunse come un debole mormorio alle orecchie di quelli
che stavano osservando. Il sole si faceva più caldo mentre aspettavano. Di tanto in
tanto qualcuno della compagnia parlava sottovoce al suo vicino, ma il forte colpo
della zampa di un cavallo a causa delle mosche, o il rumore dell’armatura quando
qualcuno cambiava posizione, rompevano il silenzio in maniera più decisa.
Il terreno davanti a loro in alcuni punti era quello delle lande e delle paludi,
difficilmente percorribile da uomini a cavallo. C’erano sparsi qua e là fitti gruppi
di abeti nani, ma per la maggior parte c’era erba comune, bruciata dal sole fino al
punto di assumere il colore del grano maturo.
Artos vide un lampo di luce. Uno degli uomini di Mordred aveva estratto la spada
e la stava infilzando nella terra. Il suo acciaio era nudo.
«La tregua è stata infranta! La tregua è stata infranta!». L’urlo iniziò basso, ma
crebbe fino a diventare un ruggito mentre, uno dopo l’altro, al grido si univano
gli altri uomini.
Sotto c’era un groviglio di persone, con le spade sguainate, che si urtavano…
«Suona!».
Artos non aveva bisogno di quell’ordine, poiché il corno da guerra era già tra le
sue labbra. Il suo aspro segnale si perse tra gli altri suoni. E poi ebbe inizio
l’assalto furioso che il Grande Re aveva progettato, mentre i suoi uomini urlavano
«Ave Cesare!», caricando il nemico.
Il resto fu un furore che Artos non riuscì mai a ricordare se non in piccoli
frammenti. Poiché ne fu inghiottito, mentre faceva oscillare la spada romana.
C’erano delle facce stravolte che apparivano alla vista e poi sparivano, quindi, una
volta o due, un attimo di tregua quando gli uomini della truppa tornarono
indietro e riformarono le file, per essere poi mandati all’assalto di nuovo.
Artos vide Caio abbattuto dall’ascia di un sassone, e afferrò l’aquila prima che
andasse persa, usandone l’asta per colpire la testa dell’uomo che aveva ucciso colui
che la portava, tirandolo poi giù per i piedi affinché i cavalli lo calpestassero. Ogni
volta che la truppa si riformava, le schiere erano sempre più scarse, dato che
sempre più erano gli uomini feriti, mentre alcuni rimanevano attaccati alle loro
selle soltanto per la forza di volontà.
Il cielo si scurì, ma c’era ancora abbastanza luce per vedere lo spettacolo
tutt’intorno. Il Grande Re aveva il mantello color porpora con l’orlo lacerato, e
brandiva lo scudo, con la testa di dragone dagli occhi di granato tagliata via,
ancora in mano: inoltre, quella grande spada intorno alla quale aleggiavano tanti
racconti terribili, era rossa nella sua mano: era il Grande Re, Artos di Britannia!
Di fronte a lui c’era il Principe Mordred, con gli eleganti abiti regali rovinati dallo
sporco lavoro di quel giorno.
«No!». La voce del Principe si levò in un grosso urlo, come se vedere il Re
ancora vivo fosse più di quanto potesse sopportare. Si lanciò in avanti, con la
spada tesa, e il Re si preparò a fronteggiare il suo attacco.
Mordred colpì prima il cavallo, che si impennò nitrendo, mentre il Principe
evitava quegli zoccoli che battevano. Artos Pendragone scese dalla sella, ma arrivò
male a terra e inciampò, così che Mordred, meschino come un serpente, si gettò
sul suo scudo. La sua spada lo colpì sul bordo lacerato, ma non riuscì a ritirarla
velocemente per tirare un secondo colpo. Il Grande Re lo colpì a sua volta, con
un tremendo fendente tra il collo e le spalle. Mordred barcollò da un lato, già
morto prima che il suo corpo si accasciasse a terra.
Ma il Grande Re fece un passo o due vacillando, finché una delle zampe scalcianti
del suo cavallo morente non lo colpì, e cadde anche lui.
«Ahhhh». Un alto lamento venne dagli uomini insanguinati e feriti vicini al Re.
Artos scese barcollando dalla sella, e vacillando tentò di trascinar via il Grande Re
dal cavallo, mentre altri gli davano delle gomitate di fianco, trascurando il nemico,
per liberare il loro capo.
Poi un urlo li avvertì e, quando sollevarono lo sguardo, videro i Sassoni che
correvano verso i loro. Sostennero una battaglia selvaggia e disperata intorno al
Pendragone, e il loro dolore e la loro rabbia erano così grandi che non prestavano
alcuna attenzione alle ferite. Ma, come se fossero uomini di ferro che non
potevano essere feriti, uccisero tutti gli Elmi Alati.
Quando la confusione della battaglia si calmò, rimanevano soltanto cinque dei
Compagni ancora in piedi. Artos era accucciato accanto al Re nel punto in cui
aveva tentato di proteggere quel corpo con l’asta tagliata e scheggiata dell’aquila e
con la sua carne. Allo stendardo era stata tagliata un’ala, e da un braccio il sangue
gli usciva caldo. Aveva le dita rattrappite, incapaci di tenere ancora l’impugnatura
della spada.
Il Re si agitò e si lamentò. In qualche modo lo avevano trascinato via da sotto il
cavallo morto, in un luogo dove avrebbe potuto rimanere sdraiato. Artos si
guardò intorno, stordito. Kai giaceva a terra, con la spada infilata in un sassone,
ma con la faccia scarna priva di vita. E Mario? Dov’era suo padre? Uno degli
uomini curvi sul re caduto sollevò lo sguardo.
«Artos?».
Il ragazzo non riuscì a rispondere a voce alta. Usando l’asta dell’aquila per
sorreggersi, zoppicò verso il punto in cui giaceva il Re con gli altri radunati
intorno a lui. Fu Mario che disse: «È una ferita grave, ma dobbiamo portarlo in
un nascondiglio. I suoi nemici potrebbero rallegrarsi molto nel porre la sua testa
su una delle loro lance».
Lo portarono via in mezzo a loro. Fu un lavoro duro, perché era un uomo
grosso e pesante ed essi erano tutti esausti, dato che nessuno di loro era senza
ferite. Artos procedeva incespicando al loro seguito, appoggiandosi ancora alla sua
asta ma, mentre girava a sinistra intorno a un groviglio di uomini morti e cavalli,
si imbatté nella bandiera reale. L’asta era stata piantata fermamente nel terreno.
Intorno a questa il Dragone Rosso penzolava flaccido e senza vita, come a dire
che non avrebbe servito nessuno se non il suo padrone. Artos riuscì appena a
vederlo nel crepuscolo. Infilò nel terreno l’estremità rotta dell’asta dell’aquila per
farla rimanere dritta, e tirò quella del Dragone. Era stata conficcata troppo
saldamente per cedere ai suoi deboli strattoni. Alla fine si inginocchiò e scavò la
terra con il coltello che aveva alla cintura finché non la liberò.
Era pesante, e dovette appoggiarla su una spalla. Le pieghe dello stendardo, che
avevano l’odore del fumo della legna, gli ricadevano sulla testa, ma lo portò con
sé, seguendo quelli che trasportavano il Re.
Trovarono una piccola e rozza capanna, forse il rifugio di qualche sant’uomo che
aveva scelto di vivere da solo in quella regione selvaggia, come si faceva allora.
Qualcuno aveva acceso un fuoco, e alla sua luce stavano togliendo l’armatura del
Re per esaminargli la ferita.
Non c’era alcun uomo esperto di guarigioni lì. Ma erano stati in guerra
abbastanza a lungo per conoscere l’aspetto delle ferite che gli uomini possono
sopportare. Mario si piegò indietro poggiandosi sui talloni, con la faccia simile a
una maschera scura. Artos distolse lo sguardo.
«Mario?»
«Cesare!». Si curvò di nuovo sul suo Signore.
«Questa è la ferita che mi porterà alla morte…».
«Ho visto uomini che ne hanno ricevuto di peggiori e sono sopravvissuti».
«Non parlarmi come a un bambino, Mario. Questa è la strada oscura, dopotutto.
Ma legatemi stretta la ferita nel modo migliore che potete. Devo restare in vita
finché non saprò… non saprò come se la passa la Britannia. Dimmi come è
andata la giornata…».
«State sicuro che lo saprete». Mario si voltò verso gli altri, che erano tutti feriti.
«Sexto, Calyn, Gondor… vedete cosa riuscite a sapere».
Erano quelli meno malmessi della compagnia, e si avviarono velocemente.
«Almeno quel traditore di Mordred è morto!», esclamò Mario.
«Ogni azione… riceve… la sua… ricompensa», disse il Grande Re. «Non… c’è…
niente… da… bere?»
«C’è un laghetto là». Mario balzò in piedi. «È sicuramente coperto di schiuma,
ma è pur sempre acqua». Si tolse l’elmo, che era senza cresta nel punto in cui la
piuma era stata tagliata via, e si allontanò. Artos appoggiò la pesante asta della
bandiera contro il muro e scivolò a terra per sedersi con la schiena appoggiata
contro la superficie ruvida. La sua ferita aveva smesso di sanguinare, ma il braccio
era ancora intorpidito.
Fu una notte lunga, ma il Re di tanto in tanto parlò. A volte Artos Riusciva a
sentire chiaramente le sue parole, mentre a volte erano solo un mormorio debole
e distante. Mario esaminò la ferita del figlio e la bendò con un pezzo di stoffa
strappato dal suo mantello, ordinandogli di dormire se ci fosse riuscito.
Vennero degli uomini a dare un’occhiata all’interno della capanna e a vedere
come stava il Re. Alcuni li salutò per nome, e uno o due di loro andarono a
inginocchiarsi accanto a lui per un po’. Ma tutti rimasero di guardia all’esterno
intorno alla capanna. Lentamente giunsero anche delle notizie. Le forze di
Mordred si erano disperse quando avevano saputo della morte del Principe. I
Sassoni erano stati respinti sulla costa dalle nuove truppe arrivate troppo tardi per
la vera battaglia. Ma l’esercito che aveva seguito il Cesare di Britannia, i
Compagni del Dragone Rosso, era stato così straziato e distrutto che non avrebbe
più potuto cavalcare come un vero esercito.
Quando giunse l’alba e con questa la notizia che i Sassoni si stavano imbarcando
sotto l’attacco continuo dei soldati ultimi arrivati, il Grande Re ascoltò avidamente.
Poi si voltò verso Mario e parlò, con la voce un po’ più forte, come se avesse
raccolto tutte le sue forze per quel momento.
«Ho creato l’esercito per la guerra, e ora è distrutto. Ma il mio nome può tenere
uniti gli uomini ancora un po’, così potrete guadagnare tempo. Era un sogno, un
bel sogno… quello di una Britannia unita contro l’oscura notte dei pagani.
L’abbiamo realizzato, anche se solo per poco tempo, ma ora è crollato. Fate tutto
il possibile, Bedivere, Mario e quelli come voi, per ricordarvi quel sogno nella
notte che sta per arrivare. Ora, affinché io possa servire da morto come ho servito
da vivo, non fate sapere a nessuno tranne a quelli che sono in questa capanna che
sto morendo. Dite piuttosto che andrò in un luogo dove potrò guarire, e che la
mia ferita, sebbene profonda, non è fatale.
Non siamo lontani dal fiume. Prendete una barca, se potete, e lasciatemi disteso
su qualche isola lì, assicurandovi che non ci sia nessun segno sulla mia tomba.
Giuratemi questo come l’ultimo giuramento leale che vi chiedo».
Tutti insieme giurarono. Il Grande Re non parlò di nuovo ma, un po’ più tardi,
Mario, curvandosi su di lui, gli posò la mano sulla fronte, si alzò, e fece un cenno
col capo. Poi si diresse velocemente verso la bandiera del grande Dragone e tagliò
le corde che la legavano all’asta, tagliando anche questa mentre era stesa a terra.
Vi adagiò sopra il Grande Re. Quando lo portarono fuori, dissero alla guardia
che ora lo avrebbero portato dagli uomini santi che vivevano lungo il fiume e che
conoscevano le arti della guarigione.
Mario e Bedivere trovarono una barca e vi misero dentro il Re, mentre Artos
strisciava dietro suo padre. Sexto remava e la barca rispondeva bene. Poi furono
presi dalla corrente e lasciarono che questa li portasse avanti. Alla fine giunsero su
un’isola coperta di boscaglia e di piccoli alberi, alcuni dei quali avevano delle mele
mezze mature. Artos non Riusciva a indovinare chi le avesse piantate in quella
regione selvaggia.
Facendosi strada tra una barriera di canne e di boscaglia, mentre Mario, Bedivere
e Sexto trasportavano il Re, arrivarono in uno spazio aperto in cui si trovava una
piccola costruzione di pietra ruvida. La statua scolpita di una donna stava proprio
all’interno della porta e altre due, più piccole, erano un po’ dietro a questa. Artos
pensò che si trattasse di un tempio antico, ma non sapeva se fosse in onore di una
dea bretone o romana.
Davanti al tempio, con le tre statue che sembravano osservarli, scavarono la terra
con le loro spade, e quella di Mario si ruppe contro una pietra che stava cercando
di spostare facendo leva. Si allungò allora verso il rotolo della bandiera del
Dragone ed estrasse l’arma più lunga e pesante del Re, per menare colpi
nell’argilla. Nel frattempo Artos spostava la terra che gli altri buttavano fuori da
quel buco.
Impiegarono molto tempo, poiché le spade erano delle vanghe scomode, e Mario
e gli altri cercarono di fare la fossa profonda. Poi presero delle canne fresche dalla
riva, e delle foglie che, schiacciate tra le loro mani sporche di terra, emanarono un
odore di pulito. Artos trovò un letto di piccoli fiori vicino al tempio e li raccolse.
Con questi preparò il letto di colui che era l’ultimo Cesare di Britannia. Così, ben
avvolto nella sua bandiera da guerra, Artos Pendragone, il Grande Re, fu posto
nella sua tomba nascosta.
Lavorarono di nuovo a lungo per riempirla e coprirla. Quando ebbero terminato
ed erano pronti per andarsene, Artos vide improvvisamente la spada del Re che
giaceva nel punto in cui suo padre l’aveva fatta cadere. Anche quella avrebbe
dovuto essere seppellita nella mano del suo proprietario.
La porse a suo padre con una muta domanda. Mario la prese con un sospiro e
fece correre la mano sulla lama graffiata e dentellata.
«È troppo conosciuta. Quindi anche questa deve scomparire. Perché nessuno
crederebbe che Cesare l’abbia abbandonata spontaneamente».
Scese sulla sponda del fiume e se la fece roteare sulla testa con tutta la forza che
gli restava nelle stanche braccia, facendola poi volare sull’acqua e cadere con un
tonfo nel fiume scuro. Così se n’era andato l’ultimo legame con Artos
Pendragone, il Cesare, Grande Re della Britannia.
E il sole tramontò.
JOHN BRUNNER
Un’annotazione che non appare nel Libro del Catasto d’Inghilterra

Il ricordo di Artù e delle sue grandi gesta continuò a vivere dopo la sua morte,
sebbene trascorressero quasi seicento anni prima che Geoffrey di Monmouth
riproponesse le notizie di Artù informa scritta. Nel frattempo la tradizione e i
racconti orali mantennero viva la leggenda. Gli scrivani normanni si imbatterono
in questi, quando furono mandati da Guglielmo i a studiare il Paese e compilare
il Libro del Catasto d’Inghilterra? John Brunner indaga qui su quest’isola.
Brunner (1934-1997) è uno dei principali scrittori di fantascienza inglesi, ma si è
rivolto occasionalmente alla Fantasy con notevole successo, in particolar modo
con The Traveller in Black (1971). Ha prodotto diversi scritti arturiani, incluso
Father of Lies (1962), un romanzo breve di fantascienza incentrato su un ragazzo
con dei poteri talmente forti da essere capace di ricreare il mondo arturiano. In
questo racconto, comunque, le leggende possono farlo per noi.
Lungo una strada lastricata che avevano costruito originariamente i Romani,
grande quanto la metà dell’altezza di un uomo, ma in cattive condizioni e a volte
coperta dalla vegetazione, gli Indagatori del Re si dirigevano verso nord tra la
nebbia del primo autunno, seguendo una guida del posto e scortati da una mezza
dozzina di soldati inglesi scontrosi e a piedi.
Vestito con la sua cotta di maglia, ma con l’elmo conico attaccato all’arcione
insieme alla sua grande spada, e con lo scudo che gli pendeva di traverso sulla
schiena, procedeva il loro capo, il Conte Robert de Bernay. Lui e i due guerrieri
similmente equipaggiati che gli cavalcavano accanto erano venuti in Inghilterra al
seguito del Conquistatore e avevano condiviso con lui la vittoria di Hastings. Ma
quello era successo venti anni prima e - come lo stesso Guglielmo - nessuno di
loro aveva più avuto dei successi. Ciononostante, malgrado la barba ingrigita e la
testa che gli stava diventando pelata, il Conte aveva ancora una figura molto
imponente.
Parlando il franco-normanno come facevano loro, né lui né i suoi compagni
avevano più di una mezza dozzina di parole in comune con la loro guida, ma per
la maggior parte dei casi si contentavano di fare dei gesti.
Dietro di loro, accompagnato dal suo scrivano, Walter di Gisor, e da due monaci
a cavallo - anche se il suo era il più bello -, cavalcava l’Investigatore Capo di
quella Commissione, l’abate Henry del monastero di Rougemont, o Redhill come
era chiamato nella lingua nativa, un avamposto della civilizzazione cristiana nelle
distanti regioni selvagge del Surrey. Paragonata alla fitta foresta di Andredeswald,
quella pianura che confinava con il mare occidentale sembrava dovesse essere
facile e veloce da attraversare in ogni direzione. Ma era un’ingannevole illusione.
Qui e là tra i canneti e l’erba paludosa scintillavano pozze di acqua stagnante, che
tradivano il fatto che stavano attraversando una palude vera e propria. Senza una
guida i cavalieri si sarebbero ritrovati a dibattersi fino all’altezza della pancia del
cavallo dopo essersi allontanati di una dozzina di passi dal sentiero. In verità, era
stato riferito loro a Summertona, l’ultimo posto in cui si erano fermati, di come
l’intera regione durante l’inverno fosse tanto inondata che i contadini del luogo
abbandonavano l’agricoltura e si dedicavano invece alla pesca e alla caccia agli
uccelli di palude.
In lontananza era visibile l’unico rilievo della regione, una collina quasi rotonda
coronata da una cappella rudimentale: la collina rocciosa dominava Glastingberie,
la città in cui dovevano in seguito continuare le loro indagini.
Alla fine, quando l’acqua stagnante accanto al sentiero era quasi uguale all’area
della terra visibile, si avvicinarono a un ponte di legno di quercia che attraversava
il fiume che aveva creato quell’allagamento: insignificante in sé, se non fosse
perché le sue acque non erano incanalate. Gli avevano detto che a nord-ovest da
lì, in un posto conosciuto - alquanto a ragione - con il nome di Mere 1, il suo
allagamento a volte formava un lago largo cinque miglia.
Vicino al ponte, attraccate a dei pilastri di legno di quercia, stavano una mezza
dozzina di rozze barche del genere tipico del luogo, accanto alle quali degli
uomini pelle e ossa, con degli abiti sbrindellati tirati su quasi fino alla vita, stavano
riparando delle reti, preparando trappole per i pesci fatte di vimini intrecciati, e
chiudendo i fori dei fragili scafi, che erano apparentemente dello stesso materiale.
Senza dubbio erano degli agricoltori che si preparavano a passare alla loro
occupazione invernale. Vedendo gli stranieri, interruppero il loro lavoro e si
unirono sospettosamente in uno stretto gruppo.
Al di là, a breve distanza lungo il fiume, si poteva vedere un’isola, velata in parte
dal grigiore che si andava accumulando.
Per qualche ragione attrasse l’attenzione dell’abate. Proprio mentre gli uomini
armati raggiungevano il ponte, urlò loro di fermarsi.
«Walter!», aggiunse rivolto al suo scrivano. «Datemi il documento che descrive
questa regione».
Dopo aver cercato un po’ nel suo fagotto - che conteneva anche gli attrezzi del
suo mestiere, penne d’oca, coltelli per le decorazioni e una borsa di galle di
quercia simili a minuscole mele marroni, per fare l’inchiostro - il documento
richiesto fu consegnato. Dopo averlo preso, l’abate corse a tutta velocità per unirsi
al gruppo del paese, e conferirono mentre gli altri aspettavano lì vicino, gelati
dalla nebbia che pervadeva tutto. Trovando le redini allentate, i cavalli curvarono la
testa per mangiare l’erba dura.
Il più giovane dei monaci tremava visibilmente, e il suo compagno emise un’aspra
risata.
«Così non riesci a sopportare il tempo del tuo stesso Paese, vero?»
«Niente affatto!». Il ragazzo si adirò. «Ma mi è appena venuto in mente che…
beh, siamo su un terreno sacro!». Si fece il segno della croce, un atto in cui fu
automaticamente imitato dagli uomini a piedi. «Lo stesso Gesù può aver
camminato su questo sentiero!».
Credeva nella leggenda perché era inglese e portava un nome inglese: Edward,
come il Re Confessore. Ma l’altro monaco, Udo, era normanno, incline a deridere
tutte quelle affermazioni. Cosa che fece immediatamente.
«Non negherete che Giuseppe di Arimatea sia venuto qui!», controbatté
impetuosamente Edward. «E che abbia portato un ramo tagliato proprio da
quell’albero da cui hanno intrecciato una corona di spine per farsi beffe di Nostro
Signore, un ramo che ha piantato nel terreno di quella collina, dove nel suo
giorno, durante il periodo di Natale, produce dei fiori meravigliosi, e non sarà
mai un inverno così duro!».
Tutto questo era stato riferito loro durante la notte passata a Summertona. Questa
era la ripresa della discussione che ne era seguita quando stavano andando a letto.
A un cenno dell’abate Henry, Walter parlò con asprezza ai monaci che stavano
litigando.
«State zitti! Terreno sacro o no, una lite simile tra confratelli è indecente!».
Edward, obbediente, si zittì, ma Udo borbottò qualcosa e l’abate lo attaccò.
«Cos’hai detto?».
Con un tono di sfida velato Udo rispose: «Niente, mio abate. Desidererei soltanto
che, riguardo una storia del genere, potessimo avere una prova maggiore della
parola non comprovata di qualche inglese».
«Alloggeremo a Glastingerie questa notte e vi rimarremo per parecchi giorni.
Avrai molto tempo per essere convinto o no, fratello Udo! Nel frattempo,
abbiamo una commissione da svolgere per il re. Siccome sembra che tu abbia
dimenticato i compiti assegnatici…».
«Mio abate, non li ho dimenticati!», protestò Udo.
«Ripetili, allora!».
Il monaco sospirò, ma fece ciò che gli era stato detto.
«Dobbiamo confermare l’esattezza del rapporto fatto dagli affittuari locali, dai
Sovrintendenti della contea e dagli altri ufficiali, che afferma quanti hides di terra
hanno in questa regione, quanti buoi da tiro per l’aratro e quanti altri animali,
quanti uomini sono al loro servizio, sia schiavi che liberi, in che tipo di abitazioni
risiedono, che mulini o pescherie hanno, quali foreste e chi ne reclama il diritto di
pascolo, e cose simili, al fine di essere certi su quali tasse possano essere richieste
e sul fatto che siano pagate a tempo debito».
«Giusto, se non esatto», riconobbe l’abate. «E in questo momento è esattamente
quello che sto facendo. Allora abbiate la bontà di non distrarmi con i vostri
litigi!».
«Finora, mio signore», si arrischiò a dire Edward, «non abbiamo trovato alcun
errore peggiore di un’onesta svista».
Era sempre pronto a difendere l’onore della sua gente, per quanto fosse
conquistata e umiliata.
«Dici questo?», replicò l’abate. «Allora spiegami come mai quell’isola non è
menzionata in questo documento!». Mise la pergamena nelle mani di Edward,
ben sapendo che il giovane fino a quel momento aveva appena imparato a
decifrare la scrittura minuscola del tempo di Carlo Magno, quel carattere
normalmente usato dagli ecclesiastici. «Forse la tua giovane vista è più acuta della
mia, uhm? Io non ne trovo traccia, ma suppongo che tu ci riesca!».
Terribilmente imbarazzato, Edward suggerì: «Forse non è sempre un’isola. Nel
tempo in cui è stato fatto il rapporto l’acqua non avrebbe potuto essere più bassa,
così da essere unita alla terraferma?»
«Ingegnoso!», riconobbe Henry. «Sfortunatamente, il rapporto non è stato
compilato durante un’estate arida. Qualche altra idea?».
Sudando nonostante il freddo, Edward cercò freneticamente una soluzione nella
sua mente.
«Beh, allora, forse pensavano che fosse troppo piccola per essere degna di essere
menzionata. Forse è disabitata e priva di valore».
«È di una discreta grandezza», borbottò il Conte Robert, fissandola attraverso
l’acqua. «Ed ha quelli che sembrano degli alberi da frutta. Sostengo che ci siano
delle mele gialle che pendono dai loro rami».
Era portato a vantarsi di come, mentre invecchiava, la sua abilità nel distinguere
gli oggetti a una certa distanza fosse migliorata. Con questo c’era la derisione di
coloro che si interessavano dei segni ecclesiastici sulla pergamena: quelli li
disprezzava, perché non riusciva a distinguerli affatto.
«Inoltre», aggiunse, «scorgo del movimento, e non semplicemente quello degli
uccelli o della brezza che agita le canne. Se lì ci sono delle persone o del
bestiame, devono delle tasse al re, e se c’è della selvaggina gli appartiene. Ad ogni
modo, abbiamo bisogno di scoprirlo. Ho ragione?»
«Assolutamente», mormorò Henry, recuperando la pergamena dalla debole stretta
di Edward e restituendola al suo scrivano.
Il Conte Robert urlò alla loro guida: «Cosa puoi dirci di quell’isola? Tu - come ti
chiami - Edward! Vieni qui e traduci per me!».
Sospirando, il giovane monaco spronò in avanti il suo cavallo.
L’uomo rispose nel dialetto locale che perfino Edward - nato dall’altra parte
dell’Inghilterra - trovò difficile da seguire. Ciò che disse, dopo numerosi equivoci,
si riferiva al fatto che non l’aveva mai vista prima.
«Ma ti sei vantato di conoscere bene questo paese!», disse il Conte mentre
scendeva da cavallo e si allacciava con una cintura la spada alla vita. «Beh, non ci
vorrà molto per arrivarci e vedere quello che c’è da vedere. L’acqua qui sembra
troppo profonda per essere guadata, anche a cavallo, così requisiremo alcune di
quelle barche. Non credo che possano trasportare più di due di noi ognuna, ma
d’altra parte non c’è alcun bisogno che andiamo tutti. Suggerisco voi e il vostro
scrivano, signor abate, e io e il fratello Edward nel caso ci imbattessimo in
qualcun altro che non parla una lingua civile».
Walter sembrava un po’ nervoso. «Non dovremmo portare anche una coppia di
soldati?».
Ma l’abate - era ancora un uomo giovane, sotto i trent’anni, e ben messo - si fece
beffe dei timori del suo scrivano mentre scendeva da cavallo come il Conte.
«Walter, tu stai insultando la prodezza di un guerriero che ha combattuto ad
Hastings! Dove pensi che siamo… nelle paludi orientali? E perfino là i seguaci di
Hereward sono stati messi in fuga dalla potenza del re!».
Walter deglutì forte, ma tutto quello che disse in risposta fu: «Dobbiamo mettere
nella lista quelle barche. Non credo che anche quelle fossero incluse nel rapporto
originale».
«Riserviamole per dopo», affermò tuonando il Conte. «Potrebbero affondare sotto
di noi, e in quel caso non ce ne sarà alcun motivo».
Il suo scherzo non servì a rassicurare lo scrivano.

I proprietari delle barche furono molto riluttanti a portare gli stranieri sull’isola,
ma il Conte Robert fece a meno dei servigi da interprete di Edward e tagliò il
nodo gordiano alla vecchia maniera brandendo la spada, e allora cedettero. Pochi
minuti dopo, lasciate le altre barche e gli altri barcaioli sotto custodia, gli
investigatori si imbarcarono per il loro breve viaggio.
Accompagnato dallo sciabordare delle pagaie, Edward si sedette sulla prua di una
barca che divise con il Conte, questa volta tremando francamente, non tanto per
l’ansia - sebbene l’imbarcazione sembrasse fragile e instabile in maniera allarmante
- quanto semplicemente per il freddo.
La nebbia sembrò diventare bruscamente più densa mentre si allontanavano dalla
riva, così ci fu un breve intervallo in cui non riuscì a vedere né l’isola né la
terraferma; aveva perso l’appoggio quando stava tentando di salire a bordo ed era
zuppo fino alle ginocchia. Il prima possibile, si ricordò, avrebbe dovuto
riallacciarsi i sandali, altrimenti le loro cinghie di cuoio greggio si sarebbero
ristrette e sarebbero penetrate dentro la carne. Ma, mentre erano in acqua, non
aveva voglia di fare nulla che potesse farli capovolgere, nemmeno strizzarsi l’orlo
della veste.
Misericordiosamente presto, comunque, la barca approdò sul limo soffice, e il
barcaiolo accigliato la tenne ferma afferrando i rami degli ontani mentre i suoi
passeggeri scendevano sulla riva. L’altra barca era andata di pari passo con loro, e
l’abate e il suo scrivano li raggiunsero da lì a poco.
Si guardarono intorno, scoprendo di essere circondati da alberi di mele, ben
disposti in una piccola piantagione. Ma non c’era alcun segno delle creature che il
Conte Robert affermava di aver visto. Niente si muoveva lì salvo la nebbia mobile
del fiume.
Questo fu di grande sollievo per Edward. Non aveva visto, ma aveva sentito, che
tipo di vendetta le truppe del re potessero compiere su coloro che tentavano di
resistergli o ingannarlo. Intere contee del nord dell’Inghilterra non stavano
mandando dei rapporti che dicevano di fattorie una volta ricche e insediamenti
una volta densamente popolati che… “Wasta est… è un deserto”?
Improvvisamente, il Conte emise un grande ruggito.
«Fermateli! Traditori!».
Mentre la loro attenzione era distratta, ed Edward si stava riallacciando i sandali, i
barcaioli avevano di nuovo preso il largo e si stavano allontanando vigorosamente.
Il Conte corse loro dietro, ma poi si fermò ansimando, quando ebbe l’acqua più
su delle caviglie, nel momento in cui le barche erano già scomparse alla vista.
«Siamo bloccati!», gemette Walter, e perfino l’abate apparve costernato.
Ma il Conte Robert sbuffò. «Ah, qual è il problema? Ci sono altre barche. Non
appena si renderanno conto dell’inganno che è stato perpetrato ai nostri danni,
senza dubbio i miei uomini le prenderanno con la forza e verranno ad aiutarci.
Probabilmente li troveremo ad aspettarci quando avremo terminato il nostro giro
dell’isola. Suvvia! Vediamo quello che c’è da vedere! Scommetto che qualcosa
c’è… dubito che queste mele si siano piantate e curate da sole».
Era evidente dall’espressione di Walter che avrebbe preferito restare fermo.
Tuttavia, se lo avesse fatto, sarebbe stato lasciato solo, poiché Edward, anche se
pensava allo stesso modo, era del parere di obbedire al suo abate. Quella
prospettiva non lo attirava, così si misero tutti in cammino al seguito del Conte.
Abbastanza presto, comunque - nonostante la riluttanza del Conte ad ammettere
che un semplice inglese, e così giovane, potesse aver avuto ragione mentre lui
aveva torto - stabilirono che l’isola era più piccola di quanto avesse supposto:
forse non era più grande di un decimo di un hide di area totale, ed era
pianeggiante. Se non fosse stato per i pochi alberi al suo centro, velati dalla
nebbia che offuscava tutto, un uomo alto avrebbe potuto vederla tutta chiaramente
dal luogo in cui erano sbarcati.
La percorsero faticosamente, dovendo di tanto in tanto diguazzare in alcuni
rivoletti che li sporcarono di fango fino alle ginocchia, senza scoprire alcun segno
di abitazione o anche dell’uso dell’isola come pascolo per gli animali. Rilassatosi,
Edward concluse che la sua congettura riguardo la ragione per cui la sua esistenza
non era stata riferita al re doveva essere esatta, in quanto non c’era ovviamente
nulla da tassare. A parte i misteriosi meli, trovarono soltanto canne, giunchi, salici,
ontani, arbusti, e qualche uccello selvatico e topo d’acqua. I movimenti che il
Conte Robert affermava di aver visto dovevano essere stati dopotutto uno scherzo
della nebbia.
Comunque, quando raggiunsero di nuovo il luogo in cui le barche se n’erano
andate, non c’era ancora alcun segno di aiuto. E quel che era peggio, la nebbia
era rimasta fitta come prima.
Per giunta, sembrava assorbire i suoni. Quando il Conte urlò con tutta la sua
forza verso la terraferma, la sua voce sembrò smorzarsi innaturalmente presto, e
pensare che lui era stato capace di chiamare a raccolta i suoi uomini sul campo di
battaglia senza usare i comi.
Perfino quel forte e anziano guerriero, stimò con sgomento Edward, stava
cominciando a preoccuparsi.
Come al solito, tuttavia, nascose la sua ansia dietro una brusca apparenza di
fiducia.
«Forse ora la nebbia è troppo fitta», borbottò. «Tra poco verranno a prenderci.
Nel frattempo, possiamo evitare di essere privi di nutrimento. Le mele non sono il
cibo adatto per un uomo ma, nel momento del bisogno, cibi ben peggiori hanno
fermato il brontolio del mio stomaco. Tu, ragazzo… cogline qualcuna!».
Il giovane monaco obbedì con riluttanza, allungandosi sulla punta dei piedi per
raggiungere un ramo alto dove crescevano quelle più grosse: non erano più
grandi del pugno di un uomo, ma ciononostante notevoli. Inoltre sembrava che
fossero al massimo della maturazione, con una lucentezza tra il rossastro e il
dorato.
Ma ne colse soltanto tre, sebbene fosse molto tentato dal colore caldo dei frutti.
Un qualche impulso gli arrestò la mano prima che ne toccasse una quarta.
Questo divertì molto il Conte, che gli chiese se avesse paura di essere preso per
un ladro normanno, una definizione comune questa tra gli inglesi, mai usata salvo
a rischio e pericolo di chi la pronunciasse a portata d’orecchio di uno dei nuovi
Signori.
Irritato con se stesso, Edward stava per prenderle una dopo l’altra, quando delle
parole aspre assalirono le loro orecchie.
«Chi siete e con quale diritto rubate le mele dai nostri alberi?».
La voce era quella di una donna, alta e chiara, ma dura come la lama di un
coltello scintillante al sole. All’unisono restarono tutti a bocca aperta, poi si
girarono su se stessi. Con la coda dell’occhio Edward notò come la mano del
Conte Robert si fosse posata di riflesso sull’impugnatura della spada, ma l’aveva
estratta solo per metà quando si era reso conto di chi gli stava di fronte.
In piedi tra le volute della nebbia, che sembrava aver alzato la sua coltre come
una tenda, alta, dall’espressione severa, la donna indossava l’abito da suora. La
sua espressione era di nobile disprezzo; aveva l’aria di una Dama proprietaria per
diritto di discendenza, abituata a comandare e ad essere ubbidita. Edward ne
aveva già incontrato qualcuna di quel genere, tra quelle che avevano fatto visita
all’abbazia di Redhill, e si era chiesto se, nel caso il Cielo gli avesse concesso un
giorno il privilegio di esercitare l’autorità, sarebbe stato capace di eguagliare il
loro senso di sicurezza.
Ma il suo atteggiamento non fece alcuna impressione al Conte Robert, che aprì le
labbra in un ghigno selvaggio.
«Stiamo lavorando per il re», replicò. «Abbiamo la sua autorizzazione ad andare
dappertutto e a frugare tutto».
«Non qui», controbatté la suora.
«Come osate parlare così?», disse in modo iroso l’abate, portandosi a grandi passi
al fianco del Conte.
«Ho sentito parlare del vostro re», affermò la donna. «È un usurpatore e un
villano rifatto, che non regna né governa qui».
«Tradimento!», urlò il Conte. «Se non foste una donna, vi taglierei la testa! Tutte
le terre dell’Inghilterra gli appartengono per diritto di conquista! E anche tutte le
cose che contengono… incluse queste mele».
Per sottolineare le sue parole, si portò alla bocca quella che teneva in mano, e le
diede un morso. A causa della sua età i suoi denti erano pochi e cariati: a Edward
sembrò di vederlo trasalire come se trovasse la mela dura e avesse preferito
tagliarla con un coltello, ma affondò il morso in segno di sfida. Henry fece subito
la stessa cosa e, per non essere umiliato, Walter li imitò.
Nello stesso momento giunse un suono simile ai rintocchi di una campana
squillante.
Ed ecco che rimasero immobili, come se fossero stati trasformati in pietra.
Per un lungo e spaventoso istante, Edward immaginò che anche lui fosse stato
reso rigido come una statua. Non poteva muoversi, né urlare, e nemmeno
respirare.
Dopo qualche secondo, tuttavia, gli cominciarono a battere i denti. Nessun’altra
sensazione nella sua breve vita era mai stata più gradita. La suora si stava
allontanando e stava per scomparire di nuovo tra la nebbia. Prendendo fiato a
fatica per riempirsi i polmoni, riuscì a urlarle dietro, ma la donna finse di non
sentire.
Le facce dei suoi compagni avrebbero potuto apparire comiche nella loro eguale
espressione di sorpresa e shock. Ma per Edward erano semplicemente
terrificanti. Tutto quello a cui riusciva a pensare era che non voleva essere
lasciato solo in quel posto avvolto dalla nebbia, in cui - chiaramente - regnava
ancora l’Antica Magia. Diede un’occhiata intorno freneticamente nella speranza
che gli uomini armati del Conte si stessero avvicinando sulle altre barche, ma
non si riusciva a vedere niente ad eccezione dei vapori grigi.
Riuscì a sentire qualcosa, comunque. Al posto dei rintocchi della campana, udì
della musica: il canto di uno splendido coro. E alle sue narici giunse un
profumo la cui dolcezza superava l’incenso più buono della cattedrale più ricca
del paese.
Sì… Magia!
Un attimo dopo, balbettando freneticamente una preghiera, stava correndo verso
la direzione presa dalla suora.

E, così presto da non poterci credere veramente, la raggiunse davanti a un


edificio a cui pure non riusciva a credere. Era - doveva essere - una cappella,
perché sopra al tetto a punta dondolava la campana che aveva sentito poco
prima.
Ma da dove era saltata fuori? Perché non l’avevano vista prima?
Non era grande, ma sfarzosa. Nessuna pietra tagliata rozzamente formava i suoi
muri, né il canniccio ricoperto di argilla e fango come si usava di solito; vide
piuttosto delle piastre levigate e senza giunzioni di minerali di cui non conosceva
il nome, che sembravano brillare di una luce interna. In quanto al tetto, luccicava
come l’argento… ma c’era poi così tanto argento nel mondo? Tutti i penny del
regno, fusi, non sarebbero stati sufficienti a ricoprirlo con una simile lucentezza,
non offuscata neanche dalla nebbia.
E dietro la suora, che si era voltata per fronteggiarlo, si ergeva una porta a due
battenti di un legno scuro lucido e brillante dentro un arco rotondo. La donna
vi stava davanti, sebbene fosse chiusa, come se volesse impedirgli di entrare.
Tuttavia, per qualche motivo, lui sapeva che doveva scoprire cosa c’era
all’interno. Forse la musica, forse la deliziosa fragranza, forse il bagliore emesso
dalle pietre stesse… qualcosa, ad ogni modo, lo convinceva del fatto che, anche
se fosse morto nel momento in cui avesse messo piede sulla soglia, ne sarebbe
valsa la pena. Per nient’altro, anche se avesse dovuto vivere fino a cent’anni, si
sarebbe misurato con quello che avrebbe mostrato lo schiudersi di quei battenti.
Doveva inginocchiarsi e supplicarla? Oppure doveva arditamente chiederle di farsi
da parte, come se fosse un suo pari piuttosto che un umile monaco appena uscito
dalla sua postulazione? Mentre stava ancora esitando, la donna parlò di nuovo.
«Non puoi entrare, Fratello. Anche se indossi l’abito del tuo Ordine, questa non è
una cappella in cui puoi pregare».
Il suo tono, con grande sorpresa del giovane, non era autoritario: era pieno di
rammarico.
Ma deciso.
L’intensità della musica era angosciosa ora. Aggrappandosi a una piccolissima
speranza, la pregò, «Sorella! Non potrei almeno… guardare?».
La suora rifletté per un momento. «Non sei un normanno», disse alla fine.
«Io? No! Devo servire i nostri conquistatori poiché governano questa terra da
molto prima che io nascessi, e non esiste un altro modo per potersi erudire
eccetto che attraverso le abbazie e i monasteri che approvano. Ma lo faccio con il
cuore triste, e aspetto ardentemente che arrivi un tempo in cui l’Inghilterra sarà di
nuovo l’Inghilterra, in cui l’inglese sarà parlato a Corte e nelle Corti di Giustizia,
come all’epoca del Re Confessore, il cui sacro nome porto… Oh, sorella,
concedimi questo favore! Ti ricorderò per sempre nelle mie preghiere!».
Questa volta la donna fece una pausa così lunga prima di rispondere che il
giovane temette che avrebbe potuto non credergli. Su cosa doveva giurare per
convincerla della sua sincerità? Sulla sua speranza di salvezza?
Mentre stava ancora cercando delle parole adatte, la suora fece col capo un cenno
lento e pensieroso.
«Forse sarebbe bene che, di tanto in tanto, a uno dell’antica razza fosse permesso
di portare la sua testimonianza al mondo… Ti avverto, ragazzo! Il carico di
conoscenza che brami non deve essere preso alla leggera. Parlane quando ti
possono sentire quelli che non amano questa antica terra e lo scherno sarà il tuo
destino. Forse ti chiameranno pazzo e ti incateneranno. Forse ti chiameranno
eretico e traditore, e ti trucideranno. Sei preparato a correre questo rischio?»
«Lo sono!», urlò Edward con tutto l’ardore che possedeva.
«Inginocchiati, allora, e guarda. Ma non tentare di entrare. Non sarebbe
possibile».
Mentre il giovane obbediva, la donna si voltò. Senza che le avesse toccate, le
doppie porte si spalancarono, ed egli non fu capace di trattenere un sospiro di
stupore allo splendore svelato. Dovette sollevare una mano per coprirsi gli occhi,
perché c’era così tanta luce da far brillare la pietra all’interno. Nello stesso tempo
la musica crebbe fino al culmine, e i profumi divennero opprimenti.
Di lì a poco, comunque, fu capace di vedere più chiaramente. E ciò che vide…
estremamente piccole e lontane, come se la cappella fosse molto più grande di
quanto sembrasse dall’esterno, tuttavia erano così chiare che ne scorse i dettagli
più piccoli. Vide…
Ad ogni lato della navata laterale, la maggior parte nascoste perché le porte non si
stendevano attraverso l’intera larghezza della cappella, c’erano delle figure vestite:
suore come quella con cui aveva parlato, che cantavano con delle voci celestiali.
Sembrava che non ci fossero parole nel loro inno, oppure che non appartenessero
a nessuna delle lingue che aveva sentito fino ad allora.
Per un istante si ricordò del sarcasmo del Conte Robert riguardo l’incontrare
qualcuno che non parlasse una lingua civile, e si chiese in quale lingua la suora si
fosse rivolta a loro. Ancora magia? No! Doveva pensare piuttosto in termini di
miracoli!
Poi quel pensiero svanì come fumo, e continuò ad osservare con grande interesse
le meraviglie davanti a lui.
Il pavimento della navata laterale era intarsiato di pietre preziose, come se un
arcobaleno fosse stato preso dal cielo e reso solido. Tuttavia, anche quella
magnificenza impallidiva accanto a quello che stava di fronte a lui.
In quella cappella era sistemato un catafalco, apparentemente ricavato scolpendo
una singola gemma, il cui colore non era mai lo stesso da un istante all’altro.
Cominciò ad avere le vertigini, e dovette distogliere lo sguardo, sollevandolo verso
la figura che vi giaceva sopra: era l’effige di un uomo alto e con la barba, vestito
in abiti regali, che riposava disteso sulla schiena, con le mani incrociate e
stringendo… sì… un fodero vuoto.
E sulla sua fronte c’era la cicatrice di una ferita terribile.
Un’ombra di sospetto su ciò che stava osservando si insinuò nella mente di
Edward e portò con sé un puro e semplice terrore come se, pensò, l’anima di un
peccatore potesse sentire mentre si trovava nelle profondità dell’abisso. Si attaccò
con vigore e forza alla sua convinzione che quello fosse un terreno sacro, che
Gesù in persona avesse camminato lì vicino, che nessun potere malefico potesse
tenere sotto il proprio dominio un luogo in cui era passato il Salvatore…
E la sua risoluzione quasi venne meno nel momento in cui capì: non era
un’effige!
Perché il petto di quell’uomo alto, sebbene lentamente, si alzava e abbassava
mentre respirava.
Comprese pienamente. Quel catafalco non poteva essere nient’altro che l’altare
conosciuto come Zaffiro, che fluttuava su un mare agitato! Il bagliore più che
terreno doveva essere emanato dal Calice dei Calici, quello che tanti nobili
Cavalieri avevano cercato per tutta la vita, abbandonando ogni amore e devozione
terrene per la sua ricerca. E l’uomo privo di sensi…
Non riuscì più a controllarsi. Balzando in piedi, urlò la verità.
«Non mortuus est, sed dormit! Rex quondam, rex futurus, et rex meus!».
E fece per precipitarsi dentro la cappella.
Ma non c’era nessuna cappella. Non c’era più il profumo o le suore che
cantavano. Soltanto il gruppo di meli, contro uno dei quali sembrava fosse corso
con grande impeto, battendovi la testa così forte da farlo risuonare. Soltanto
un’abbagliante luminosità nei suoi occhi, così che per un po’ non poté vedere
chiaramente, e una sensazione di terribile perdita che gli straziava il cuore.

«Puah!», disse il Conte Robert, sputando il pezzo di mela che aveva assaggiato.
«Sono aspre come mele selvatiche, nonostante il loro bel colore!».
Facendo la stessa cosa, l’abate Henry confermò: «Sono buone per fare il sidro
forse, ma niente di più».
In quanto a Walter, guardò di traverso Edward come se sospettasse che tutto fosse
una cospirazione ordita da lui o da qualche altro inglese, per fare apparire stupidi
i Normanni.
La confusione stava svanendo dalla sua vista e il ricordo della musica dalle sue
orecchie. Edward, lanciando un’occhiata incerta intorno a sé, notò che la nebbia si
stava diradando. Inoltre, poteva sentire i lievi tonfi delle pagaie.
«Cosa ti è successo?», gli chiese brontolando il Conte Robert. «Sembra che tu sia
morto dallo spavento».
Edward non si curò della domanda. «Stanno venendo a prenderci?», rispose,
camminando a gran passi verso la riva. «Non li sentite?».
Nello stesso momento si udì un grido proveniente dall’acqua.
«Miei Signori! Rispondeteci! State bene? Eccoli! Ora li vedo!».
E quattro barche emersero dalla nebbia.
Qualche minuto dopo erano tutti di nuovo sulla barca, tra un fiume di minacce
da parte del Conte Robert riguardo a quello che avrebbe fatto quando avrebbe
catturato i barcaioli che li avevano lasciati a piedi. Non prestò alcuna attenzione
quando i suoi uomini armati ammisero contritamente che erano riusciti a
scappare nella nebbia.
Solo quando il Conte alla fine terminò di elencare le ingegnose punizioni e
torture, i loro soccorritori poterono porre la domanda cruciale. Fu, in effetti, Udo
che la pronunciò.
«Mio abate, che ci dite dell’isola? Avete trovato qualcosa degno di essere riferito?»
«Niente», rispose grugnendo l’abate Henry. «Che posto miserabile! Perlopiù
palude e pozzanghere. Walter, non infastidirti a prenderne nota.
Probabilmente non ha nemmeno un nome… Hai detto qualcosa, fratello
Edward?».
Quasi. Era stato sul punto di esclamare, «Sì, ce l’ha! E io so qual è!».
Ma aveva tenuto quella conoscenza per sé appena in tempo, come avrebbe dovuto
fare per il resto della vita, salvo che parlarne ai più fidati della Compagnia.
Ciononostante, mentre lui e gli altri rimontavano in sella per andare a
Glastingerie, non poté fare a meno di sussurrare, non udito da nessuno, così che
le sue labbra e la sua lingua potessero gustare la forma e la struttura delle parole:
«Non è morto, ma dorme, il re di una volta e del futuro.
Ad Avalon!».
DARRELL SCHWEITZER
Mezzanotte, chiaro di luna, e il segreto del mare

Così siamo giunti alla fine. Quando Chrétien e Malory hanno creato i loro mondi
arturiani, non era il passato storico quello di cui scrivevano, ma una regione
immaginaria ambientata nel Medioevo, al tempo delle Crociate. Questo è il vero
periodo arturiano, sebbene sia posto settecento anni dopo che esistette l’Artù
storico. I Cavalieri di quel periodo sono ad ogni modo arturiani?
Per concludere questo volume ho scelto una delle storie di Darrell Schweitzer su
Sir Julian, un Cavaliere sfortunato che vaga attraverso un Medioevo arturiano.
Soltanto quando arriverete all’ultimo rigo capirete la vera ragione per cui questo
racconto è stato posto qui. Darrell Schweitzer (1952) è un prolifico scrittore
americano, critico, curatore e agente letterario nel campo della Narrativa Fantasy,
Horror e di Science Fiction.
1

Ho perso la fede su una spiaggia straniera, all’ombra dell’albero della coscienza.


All’ombra dell’albero della coscienza, su una spiaggia straniera, dove la sabbia è
bagnata dal sangue di bambini.
2

C’è qualcosa riguardo al numero tre… Tre incontri diedero inizio alla mia
avventura.

Il primo. Cencioso, lacero e affamato giunsi, con la mente piena di centinaia di


fantasmi e ombre, in una terra in cui pioveva sempre, pioveva finché ogni colore
era stato lavato via dalla terra, ad eccezione del marrone del fango e del grigio del
cielo. Non vi cresceva nulla. La terra dormiva sotto le foglie morte, i rami degli
alberi erano spogli. Era la fine dell’anno, quasi Natale e, ciononostante, da
nessuna parte qualcuno cantava i canti di Gesù Bambino, si concedeva alla vista, o
si agitava non visto. Era tutto molto tranquillo, quasi senza alcun rumore. La voce
costante della pioggia era troppo generale, troppo intrecciata con la struttura
dell’esistenza per essere considerata un rumore. Dopo un po’, l’orecchio la
escludeva.
Lì arrivai io, Julian, chiamato l’Apostata, secondo con quel nome, una volta un
Cavaliere di Dio e della sua santa crociata, fuggito e che fuggiva. Ancora una
volta mettevo piede in Europa e nel regno della mia gente. Trovai un Cavaliere
ucciso di recente disteso sotto il suo scudo in mezzo a un prato, che stava già
cominciando a decomporsi. Nonostante la pioggia, due grossi uccelli neri erano
appollaiati sulla sua faccia a beccargli gli occhi. Li scacciai e tolsi all’uomo la
spada, lo scudo, la cotta di maglia e l’elmo, perché avevo perso i miei. Non
riuscivo a ricordare dove. Nel deserto o in mare, in un sogno ad occhi aperti o
durante il sonno.
Trovai il suo cavallo lì vicino, vi salii sopra e me ne andai. Esaminai lo scudo. Vi
era sopra il segno del Nodo Infinito, un emblema di grande potenza. Ma il colpo
di una spada aveva ammaccato il metallo, tolto un pezzo di vernice e rotto il
nodo.
Tutto intorno a me il terreno sembrava ribollire di nebbia; l’aria era umida e
fredda in maniera pungente, piena di umori fastidiosi e anime morte.
Il secondo. In un antico bosco, in cui i pagani avevano inciso delle facce di idoli
nei tronchi degli alberi, vicino alle rovine della casetta di un carbonaio, udii un
urlo angoscioso. Spronai in avanti il mio destriero attraverso la boscaglia e giunsi
in una radura, dove trovai una donna che si contorceva a terra in preda all’agonia.
«Il morso del serpente!». Indicò due punture sulla sua caviglia. «Presto! Legatemi
una striscia di stoffa intorno alla gamba, affinché il veleno non mi si diffonda in
tutto il corpo». Poi il suo discorso si ruppe in urla inarticolate e cominciò a
muovere rapidamente la testa da una parte all’altra presa dal dolore.
Smontai da cavallo. Proprio vicino a lei c’era un enorme albero intorno al quale
era legata una corda rossa. Senza pensarci su, la tirai indietro bruscamente - si
ruppe subito - e mi ero inginocchiato per legarle la ferita, quando
improvvisamente qualcosa si agitò tra le foglie e una voce piccola e rauca disse:
«Ho fatto bene, padrona?»
«Hai fatto molto bene», rispose la damigella.
Guardai in basso, stupito, appena in tempo per vedere il serpente che si stava
allontanando. Poi rivolsi lo sguardo alla donna, che stava fissando l’albero oltre
me e rideva. Sembrava che si fosse completamente ripresa.
Balzai in piedi, mi girai, e vidi sei donne anziane che scivolavano giù dai rami,
lentamente come si muove una lumaca piuttosto che come si arrampica un uomo,
quasi stessero crescendo dai rami come dei frutti disgustosi e troppo maturi. Altre
sei stavano spuntando dalle radici dell’albero, scavando il terreno come dei vermi,
con il fango sulla faccia e sputando sporcizia.
«Non può fermarci», ridacchiarono. «Non ha la croce. Il suo segno magico non
gli servirà a nulla senza quella».
«Chi siete?»
«Salve, anti-Merlino, portato da noi a tempo debito. Salve, liberatore. Salve,
sciocco».
«Chi siete?»
«Chi siamo? Chi siamo?». Le loro voci scivolarono in una cantilena. «Noi siamo
tutti i mali del mondo, tutte le lussurie, tutte le paure, tutti i segreti nascosti nel
l’oscurità irredenta. Un grande uomo ci ha legate con potenti incantesimi, e ora
voi avete annullato il suo lavoro. Ciò che viene liberato non può essere incatenato
di nuovo».
«Chi siete?»
«Chi siamo? Chi siamo? Noi siamo chi… Noi siamo chi… Noi siamo chi
siamo». Unirono le mani, tutte e dodici, e danzarono in cerchio intorno all’albero
ridacchiando, e allora capii che erano streghe, ma più vecchie e più potenti della
comune strega di un villaggio che vende l’anima al Diavolo per avere il potere di
arrecare dolori e tribolazioni.
La risata della damigella si arrestò, e io guardai indietro nel punto in cui si
trovava. Un grasso rospo mi saltò tra le gambe dirigendosi verso il cerchio. Una
di quelle vecchiacce rugose lo raccolse e se lo mise sotto il vestito, contro il petto.
Furioso e spaventato, estrassi la spada, lanciai un urlo di battaglia e le attaccai. Si
sparpagliarono come piccioni atterriti, correndo tra gli alberi in tutte le direzioni
con una agilità sorprendente. Per un istante sembrò che ci fossero un centinaio di
streghe, un intero esercito: il mio cavallo si impennò e si imbizzarrì vedendole,
poi mi ritrovai da solo, sotto la pioggia, con gli echi finali della mia voce che mi
tornavano indietro dalle profondità della foresta. Avevo molto freddo, mi sentivo
esausto, e cominciai a tremare.
Mi chiesi come avrei potuto sapere se quella cosa fosse accaduta veramente, o
dove fosse accaduta, oppure se fosse o no una visione del futuro. I miei occhi
erano aperti, o chiusi a cose di quel genere? Come avrei mai potuto sapere se ero
sveglio o se stavo sognando?
Le risposte: c’erano ancora dei buchi nel fango alla base dell’albero, che si stavano
rapidamente riempiendo d’acqua, mentre i loro lati stavano crollando. Nel terreno
lì vicino c’era un pezzo di una cordicella rossa.

Il terzo. Guadai con l’acqua fino alle cosce un ruscello molto freddo dove un
ponte era stato distrutto, poi mi arrampicai sulla riva fangosa, inciampando su
delle pietre sconnesse. Procedetti diguazzando tra dei campi una volta coltivati, e
ora nudi ad eccezione di qualche gambo morto. La pioggia formava dei piccoli
laghi, e la terra correva via in rivoletti marroni. Al di là dei campi c’era un altro
ruscello, un altro ponte in rovina, e un mulino con le ruote coperte di muschio,
imputridite e immobili. Al di là di questo c’erano delle casette senza tetto e un
maniero che sembrava abbandonato, ma che almeno avrebbe potuto offrirmi un
riparo asciutto.
La grande sala all’interno era vuota, e il tetto rovinato. Delle assi e delle travi
erano cadute sui tavoli. Il focolare era freddo, e dappertutto c’erano dei minuscoli
rivoli d’acqua. Esplorai altre stanze e le trovai allo stesso modo crollate e bagnate,
ma poi giunsi in una che non lo era, e in questa c’erano i quattro abitanti del
luogo.
Tre erano degli uomini calvi e con la barba bianca, che respiravano
affannosamente e si muovevano a fatica, servitori di un padrone più giovane, o
almeno uno che avrebbe potuto sembrare giovane prima che la sofferenza lo
avesse logorato. I suoi occhi erano infossati, il suo viso una maschera di morte. I
capelli gli ricadevano in rade ciocche, ed erano striati di grigio. La pelle delle mani
sembrava squisitamente bianca, come il marmo intagliato.
Seduto su una sedia di legno con lo schienale alto, stava curvato in avanti con una
coperta macchiata nel grembo, mentre i suoi servi erano piegati al suo fianco.
Stava sfogliando un libro coperto di muffa, separando con cura le pagine umide
con un coltello sottile, per non strapparle.
Dopo che mi fui presentato ed ebbi spiegato le circostanze del mio arrivo - o
almeno quello che desideravo fargli sapere - disse: «Eravate destinato ad arrivare
qui, come mio salvatore». E mi raccontò la sua storia:
«Il mio nome è Gottfried. Ero chiamato Gottfried il Coraggioso una volta. Ero un
Cavaliere coraggioso e orgoglioso, sempre un Campione nei tornei e in battaglia.
Portavo un giglio blu sullo scudo e la fascia della mia Signora sull’elmetto. Sì,
dovevo sposare una grande Signora - perfino più di questo, un ideale fatto
persona - ma prima ho giurato, per l’onore della Signora di tutti noi, la Madre di
Dio - che sarei andato in Oriente e avrei combattuto nella crociata. Lì avrei
purificato la terra dal male pagano e liberato tutti i posti sacri, perfino il sepolcro
in cui Cristo ha riposato per due notti e un giorno, e la collina del Golgota dove
è morto. Ho combattuto a lungo e bene con l’esercito. Dio era con noi, ma poi,
mentre ci stavamo avvicinando alla Città Santa, venne un messaggero dei nemici,
dicendo che i cancelli sarebbero stati aperti e la città consegnata se uno del nostro
gruppo fosse riuscito a sconfiggere uno dei loro in singolar tenzone in cima a
una montagna che si trovava lì vicino.
Penso che sia stato il mio orgoglio - e tutta questa cosa un artificio dell’Altissimo
per mostrarmi la follia di quell’orgoglio - a farmi accettare la sfida. Il mattino
stabilito sono salito sulla montagna. Mi sono affaticato per tutto il giorno sotto il
sole ardente, gravato dall’armatura e dalle armi, facendomi strada a poco a poco
su per una parete di pietra quasi liscia. Era quasi sera quando giunsi sulla cima,
un enorme altopiano, dove incontrai il mio nemico. Era stato ad aspettarmi tutto il
giorno, a quanto pareva. Non so come fosse riuscito ad arrivare lì. La strada che
avevo percorso io era l’unica possibile per un uomo di questa terra, a meno che
uno non potesse volare fino a delle altezze simili nel cuore di una nuvola.
Era un gigante. La sua armatura, di un nero lucente, brillava nel bagliore
arancione del sole che stava tramontando. Combattei con lui e la battaglia terminò
con dolorosa rapidità. Il suo braccio si muoveva più velocemente di quanto
l’occhio potesse vedere. Ero come un ragazzo inesperto armato di un bastone,
contro di lui. Prima che potessi emettere due respiri spaventati, mi aveva inferto
una ferita sulla coscia, ma non fece seguire a quello un altro colpo. Mi lasciò lì e
svanì nella notte che si stava avvicinando. Sembrava che fosse passato attraverso il
bordo del dirupo.
La città alla fine fu presa, come sapete. Migliaia di uomini morirono nella
battaglia, centinaia di più per il caldo e l’acqua sporca, ma io ho visto poco di
quelle cose. All’alba i miei compagni vennero a cercarmi e mi trovarono lì, a
soffrire per una ferita che non è mai guarita. Mi sono rivolto ai più dotti uomini
di medicina, ma non sono riusciti a fare nulla. Era al di là del potere delle
sanguisughe estrarre il male. Questa era opera del Signore. Dei preti hanno
cantato delle messe per me e tutto l’esercito ha pregato, ma non è servito a niente.
Alla fine sono stato riportato a casa, dove ho trovato le mie terre in rovina e
desolate sotto la maledizione di una pioggia interminabile, come le vedete ora. Da
allora sono stato qui ad aspettare, ad aspettare che giungesse la pigra morte,
oppure un miracolo».
«Ahimè», dissi. «Io non posso operare alcun miracolo».
«Ma aspettate», replicò. «Ascoltate il resto. Alla fine sentii parlare di un santo
anacoreta che si era rinchiuso in una caverna al buio e aveva acquisito molta
saggezza. Andai da lui e gli parlai attraverso una minuscola apertura dove una
pietra era caduta. Non vidi niente all’interno, ma sentii una voce calma e fiduciosa
dire: “Finché l’empio non sarà rimosso dal vostro dominio, non guarirete”. E così
la mia speranza è, coraggioso Signore, che voi possiate determinare la mia
salvezza. Io non sono più capace di muovermi dalla mia abitazione, ma voi siete
ancora forte e potete mettervi in viaggio ed estirpare qualsiasi male potrete
trovare».
Non riuscii a rispondere, e lui non mi sollecitò a farlo. I servitori portarono un
magro pasto, che mangiai con riconoscenza. Parlammo un po’ di altre cose, di
poesia, di sogni strani, e di racconti impossibili scritti sui libri.
3

Quella notte fui accompagnato a un letto in una stanza piena di quadri. Quando
mi addormentai, nuotai all’indietro nel tempo attraverso i mari della memoria, e
vidi chiaramente la storia che non ero stato capace di raccontare in risposta a
quella di Gottfried.
Vidi di nuovo la mattina in cui il sacro Tancredi, Vescovo di Anjou, Aveirogne e
Poictesme, stava in piedi davanti alle truppe nella fioca luce dell’alba con la città
fortificata dietro le spalle. C’era un silenzio assoluto, ad eccezione del gracchiare
dei corvi che aspettavano, e dell’agitarsi delle bandiere nel vento forte. Disse:
«Soldati di Cristo, in quella città aspettano diecimila pagani, idolatri adoratori del
Diavolo, atei ed ebrei, ogni respiro dei quali è un affronto al Dio che lo ha creato
e un trionfo per l’Avversario che lo ha corrotto. Il vostro compito, potenti uomini
di valore e virtù, il compito stabilito per voi da Dio in cielo è quello di liberare la
terra da questa contaminazione, di purificare con il fuoco e la spada il terreno su
cui camminano gli impuri. Ho pregato per la vittoria in questo giorno e, poco
prima di venire da voi, ho avuto una visione. Ho visto nel cielo, al di sopra delle
colline e della città pagana, il grande segno della Croce, che brillava come ha fatto
con Costantino quando ha abbracciato il Salvatore. Con questo segno anche noi
vinceremo. Gesù sta a vedere. La sua Santa Madre aspetta di accogliere tra le sue
braccia in Paradiso quelli che moriranno oggi. Avanti! Per Cristo e la Croce!».
«Cristo e la Croce!». L’urlo fu ripetuto da ogni gola, e l’esercito rifluì
fragorosamente in avanti come un flusso inesorabile. La prima ondata si infranse
contro le mura di pietra della città e iniziò la battaglia. «Cristo e la Croce!»,
urlavano gli uomini mentre cadevano sotto delle cortine di ferro fuso versato
dall’alto. «Cristo e la Croce!», risuonò ancora una volta mentre mangani, catapulte
e balestre riempivano l’aria di morte. Il combattimento continuò senza sosta fino a
mezzogiorno, poi ci fu una breve tregua, appena sufficiente ad entrambe le parti
per asciugarsi il sudore dalla fronte, e dopo la furia fu rinnovata. Nella sera color
porpora le enormi torri d’assedio tuonarono, e fu nella piena oscurità che mi
arrampicai sulle mura con gli altri, troppo pieni di collera e di avidità di battaglia
per pensare di aspettare il mattino.
La città venne presa. Gli spalti merlati furono ripuliti da ogni nemico, poi fu la
volta delle strade più vicine e, prima che i cancelli potessero essere aperti, furono
fatti a pezzi dall’esterno dai colpi di arieti con la testa di cinghiale. Dall’alto la
scena doveva apparire come il diluvio di Noè, che inondava il mondo; sulla terra
come un nido di calabroni che pungevano con l’acciaio.
Quando la resistenza fu ridotta a dei piccoli scontri, il massacro continuò come
una valanga che cresceva sempre più con ogni nuova pietra che cadeva e non
poteva essere fermata. Ora degli uomini a cavallo travolgevano donne, anziani e
bambini. Qualcuno rideva, pensando di effettuare una caccia felice mentre
trafiggeva i pagani in fuga.
Il desiderio di uccidere era insaziabile. Negli stretti vicoli i soldati diguazzavano
nel sangue fino alle caviglie. In un’occasione un gruppo fu trovato mitemente
seduto ad aspettare la fine. C’erano preti e studiosi che guardavano con disperata
rassegnazione, mentre alcuni sfogliavano lentamente dei libri. Delle donne
sedevano tra loro, con dei bambini scalzi nel grembo. Soltanto qualcuno sollevò
lo sguardo quando l’avanguardia dei conquistatori si fermò davanti a loro.
Così io e gli altri, senza alcuna esitazione e rallegrandoci del fatto che Dio ci
avesse concesso quella opportunità di vendicare i nostri compagni morti,
scendemmo da cavallo e corremmo in mezzo a loro, tagliando le teste e facendo
schizzare via i cervelli con la stessa metodicità dei mietitori in un campo di grano.
Anche il Vescovo Tancredi era lì. Siccome la legge sacra gli impediva di spargere
sangue, usava un bastone imbottito che serviva allo stesso scopo.
Più tardi, mentre ognuno andava per conto suo in cerca di bottino, giunsi in un
posto sacro nel centro della città, un’ampia struttura con cupole e torri raffinate.
All’inizio fui riluttante ad entrare, per paura di trovare proprio dietro la porta la
bara di Maometto, che fluttuava tra il pavimento e il soffitto, ma poi mi dissi:
«Dio è con me e ha trionfato in questa giornata». Ed entrai. In una grande sala
illuminata da torce c’erano tre fanciulle, nude e senza testa. All’esterno si udiva il
frastuono delle urla, delle porte che venivano frantumate, e il ruggito delle
fiamme, ma lì regnava il silenzio. Esplorai altre stanze. L’oscurità calmante mi
inghiottì. Ogni altra cosa sembrava un sogno lontano.
Alla fine giunsi in un posto pieno di libri. Qualcuno ci era arrivato prima di me, e
la maggior parte dei volumi erano ammucchiati sul pavimento, come se delle
mani ansiose avessero cercato un tesoro dietro di essi sugli scaffali. Delle impronte
insanguinate imbrattavano alcune pagine. In mezzo alla stanza c’era un braciere
pieno di carbone che forniva luce. Miracolosamente non era stato rovesciato. Alla
base di questo era disteso un uomo morto. La sua testa coperta da un turbante
era spaccata in due. Un braccio sollevato in un’inutile difesa giaceva troncato al
suo fianco. Tuttavia, nell’altra mano teneva stretto saldamente un grosso volume.
Lo strappai dalle sue dita che si stavano già irrigidendo, e vi diedi un’occhiata.
Non riuscii a leggere quello che c’era scritto, ma i diagrammi sembravano
suggerire che fosse un trattato di magia. Sapevo che era una cosa abominevole,
ma fui semplicemente tentato dal mistero proibito. Decisi di portarlo con me:
forse avrei potuto farmelo tradurre da un prigioniero erudito, se ce ne fosse stato
qualcuno.
Poi lo feci cadere con un sobbalzo, e il cuore mi balzò in gola per il puro e
semplice terrore quando qualcosa mi afferrò la caviglia con la stretta di una
trappola d’acciaio. Saltai via e guardai in basso, ed era ancora lì… la mano del
braccio tagliato via, che mi stringeva con una forza più che umana. Diedi un
calcio a quella cosa, la tagliai, e la colpii con la spada, quasi staccandomi il piede,
ma lei non allentò la presa. Un osservatore avrebbe potuto pensare che stessi
ballando una strana giga. Mi liberai della cosa solo quando l’ebbi ridotta a una
rovina polposa tale che era più liquida che solida. Rimasi fermo, ansimante, a
fissarla con ripugnanza, e involontariamente esclamai ad alta voce: «Per le ferite di
Cristo!».
«Sì, le ferite di Cristo, la mano di Cristo e la faccia di Cristo ti perseguiteranno
per sempre!». Un nuovo prodigio oscuro era su di me. Il cadavere si tirò su a
sedere e le labbra senza vita della sua faccia rovinata parlarono.
«Ti lancio questa maledizione, infedele, uomo dell’Europa, per il peso della tua
coscienza. Che i tuoi occhi si aprano per la prima volta: da questo giorno in poi
non troverai più riposo, e il tuo orgoglio e il tuo rimorso guerreggeranno
continuamente dentro di te. Odiato e odiando, bandito davanti al tuo Dio e alla
tua gente, vagherai sulla terra davanti alla morte fuggendo la faccia severa del tuo
Cristo, e la morte ti precederà e ti seguirà, portando la rovina a tutte le cose che
tieni per sacre, finché non le considererai più sacre…».
«Zitto! Non dire altro!». Preso da una furia cieca recisi la testa dell’apparizione e
menai colpi su colpi al cadavere finché nessuna parte rimase attaccata all’altra.
Conficcai quindi le mani nel mare purpureo del suo petto: se solo, se solo fossi
riuscito a prendergli in mano il cuore, allora sarei stato sicuro che la mia volontà
aveva superato quella dell’altro. Così estrassi il cuore di quella mostruosità, lo
impalai sulla mia spada, e lo tenni in alto, ma non ricevetti alcun conforto da
quell’azione. Disgustato, lo scagliai contro un muro lontano, dove schizzò come
un frutto troppo maturo.
La voce non parlò più e, ansimando, stavo per svenire. Mi inginocchiai lì,
curvandomi sulla spada nella parodia di una preghiera, respirando a fatica. Tutta
la stanchezza accumulata in quel giorno sembrò crollarmi addosso proprio in
quel momento. Riuscii a malapena ad allontanarmi un po’, trascinandomi, e a
sedermi con la schiena appoggiata agli scaffali. Fissai in silenzio il soffitto finché
non mi ritornò qualche traccia di ragione, e poi recuperai il grimoire.
Mentre lo facevo, sentii arrivare qualcuno. Balzai in piedi con la spada in mano,
pronto nel caso il nuovo arrivato fosse un nemico.
Conoscevo quell’uomo. Era Robert di Tharras, un valoroso Cavaliere che mi
aveva salvato la vita in battaglia una volta quando il nemico mi aveva circondato e
disarcionato. Abbassai l’arma al suono della sua voce familiare.
«Oh, Julian! Non troverete dell’oro qui. Ho già guardato».
«Anch’io… vedete…».
«Non c’è nulla che valga mezzo penny in tutto questo maledetto posto. Nessun
vaso simile a quelli delle nostre chiese. Ma guardate… ecco un tesoro!».
Sollevò la lancia davanti al mio viso affinché potessi vedere nella fioca luce quello
che aveva. Era un infante, impalato sulla punta, coperto di sangue e di budella che
penzolavano.
«Un adoratore del Diavolo in meno che possa crescere e darci fastidio, eh? E
un’altra buona azione per santificarmi». Rise e sollevò gli occhi al cielo per
scherzare. Quando non dissi nulla, scrollò le spalle e se ne andò, tenendo alto il
suo trofeo.
Ero senza parole. La maledizione dello stregone aveva avuto effetto perfino lì, nel
profondo silenzio, rivelandosi sulla punta di una spada. Era come se le porte
dell’ampia cattedrale della mia mente si fossero aperte per la prima volta,
inondando di luce la mia coscienza non ancora nata. Mi chiesi: “Cosa sto facendo
qui? Queste azioni sono veramente gradite al Dio Vivente e Amorevole e alla sua
tenera Madre che gli eroi cortesi pregano? E se lo sono, non sarebbe più esatto
chiamarlo Moloc?”.
Non ci fu nessuna risposta lì nella stanza piena di carte sparpagliate e di odore di
sangue, nessuna risposta mentre i passi di Sir Robert si smorzavano. Io rimasi
solo, solo come sapevo sarei stato condannato ad essere per sempre.
Il ricordo svanì, ma non l’ultima immagine. «Portala via!», urlai, ma la lancia era
ancora davanti a me. Mi svegliai gridando nella stanza bagnata e ammuffita e,
quando mi fui ripreso, capii cosa dovevo fare. Avevo bisogno di una penitenza
rituale, un esorcismo, un’opera per far riposare l’anima inquieta. Dovevo legare
quello che avevo sciolto, curare le ferite che avevo causato, ricostruire quello che
avevo distrutto.
Andai subito nella stanza di Sir Gottfried. Era sveglio e stava leggendo i suoi
libri. Sembrava che non avesse dormito affatto. Il dolore, disse, era troppo grande
per permettergli di riposare.
Mi inginocchiai davanti a lui, porgendogli la spada affinché la toccasse e la
benedisse, e giurai di portare a termine la sua ricerca. Da questo trasse un grande
conforto, e io un poco, sebbene sapessi che non potevo essere salvato facilmente
come lui. Il mio nemico era molto, molto più grande, anche se più a portata di
mano.
4

Non riuscii a vedere di nuovo il Cavaliere mutilato per scambiarci delle


benedizioni prima che mi mettessi in viaggio. I suoi servitori mi dissero che stava
dormendo, dormendo veramente per la prima volta da quando era iniziata la sua
disgrazia. Non osarono svegliarlo. La speranza lo aveva portato così lontano, che
non avrebbero interferito.
I tre non mi portarono la mia spada e la mia armatura, ma un’equipaggiamento
più sontuoso.
«Di tutti i suoi tesori il nostro padrone è riuscito a salvare solo questi. Vuole che
li prendiate».
«Glieli restituirò quando avrò portato a termine quello che devo fare».
«Non ce n’è alcun bisogno! Se avrete successo, ogni cosa vi sarà consegnata, ma,
se non sarà così, ahimè, a Sir Gottfried non serviranno a nulla degli oggetti da
guerra, eccetto che per essere seppellito».
Mi aiutarono a indossare prima le scarpe d’acciaio, poi le gambiere, le
ginocchiere, i cosciali, una cotta di maglia fatta di anelli lucenti, racchiudendomi
nell’acciaio dalla testa ai piedi con esperta abilità. Le loro dita sapevano quello che
dovevano fare, anche se le loro facce sembravano vuote e distratte. Li consideravo
solo tre individui, e pensai che fosse strano che non fossi mai giunto a conoscerli
come persone, ma solo come tre esseri identici, uomini vegetali stregati estratti
dalla radice di una singola mandragora.
Sopra la cotta di maglia mi misero una sopravveste coperta di disegni intricati,
come quelle indossate dai pagani in Oriente. Qui c’erano leoni ed elefanti che
correvano. Lì un castello e un drago in mare, e tutte queste cose circondavano il
grande disegno del giglio blu sul petto. Mi fu dato uno scudo orlato di rubini, sul
quale era ripetuto l’emblema, e anche una spada ornata di pietre preziose,
qualcosa che non avevo mai nemmeno pensato di toccare, troppo raffinata per un
re, adatta soltanto a uno dei Nove Degni. Mi misi un elmo dorato in testa, presi
in mano una lunga lancia bianca, e montai sul mio cavallo, che ora aveva una
sella orlata di fiocchi d’argento.
Così equipaggiato partii, mentre dietro di me i tre uomini anziani sollevavano la
mano per augurarmi buon viaggio. Presto essi e la casa furono inghiottiti dalla
nebbia e dalla distanza.
Continuava a piovere. Tra le nuvole sopra la mia testa, i bagliori dei fulmini
risplendevano debolmente, e si udivano distanti accenni di tuoni. Per un po’ mi
sentii bene sotto i miei vestiti ma, con il passare del tempo, l’umidità e il freddo vi
penetrarono dentro, e poi, come per celebrare quella vittoria, il temporale
aumentò improvvisamente con furia. La luce diminuì, il continuo acquazzone
divenne un torrente, e il vento mi faceva entrare negli occhi degli spruzzi
attraverso le aperture dell’elmo. Un vero e proprio fiume mi correva sotto il
colletto e lungo la schiena. Sopra di me, dei rami spogli ondeggiavano e alcuni
più grossi scricchiolavano.
Cominciai a guardarmi intorno per cercare un rifugio dalla furia di quel
temporale, ma non ne trovai nessuno. In tutte le direzioni si stendeva la foresta
senza foglie, sterile, bagnata e ostile, che si contorceva come una cosa tormentata
sotto gli strati ondulanti di pioggia.
E, mentre cercavo, mi domandavo cosa fosse quello che speravo di portare a
termine. Quale cosa “empia” dovevo trovare, che era la causa di tutte le pene di
Sir Gottfried? Se una cosa del genere esisteva, avrebbe dovuto trovare me. Io non
avrei potuto riconoscerla anche se mi ci fossi imbattuto.
Se non fosse stato così, allora cosa avrei fatto? Non sarei potuto tornare al
maniero e dire che avevo fallito. No, avrei continuato ad andare avanti, fuori del
paese, finché non avessi trovato una parte del mondo più ospitale. Forse lui
avrebbe pensato che fossi stato ucciso dalla cosa sconosciuta con cui si supponeva
dovessi combattere, e che avessi dato la mia vita per la sua. Nel terreno di questa
delusione avrebbe potuto essere piantato il seme della speranza, da cui sarebbe
nata la sua cura. In ogni caso, avrei continuato ad andare per la mia strada.
E le mie peripezie furono queste: cavalcai fin quasi al crepuscolo, piegato contro
la pioggia. Girai in un’altra direzione, ma il vento cambiò per soffiarmi di fronte,
come se fosse stato diretto dalla volontà e dall’intelligenza. Dentro il mio
splendido elmo, i miei denti battevano. Avevo freddo e mi sentivo misero come
un vecchio abbandonato in una casupola non riscaldata in pieno inverno.
Poi, improvvisamente, il mio cavallo nitrì e si impennò, e io mi ritrovai a fissare
in alto due intensi occhi verdi, che fluttuavano tra la nebbia. E la nebbia si
muoveva verso di me dalle ombre degli alberi, assumendo una strana forma:
un’enorme cosa grigia simile a un cane grosso come un toro, con delle spalle
massicce e curvate, e una coda lunga come la gamba di un uomo. Le sue zampe
erano larghe un palmo o più, e lungo le spaventose mandibole erano disposti dei
denti simili a pugnali d’avorio. Il mostro camminava furtivamente sopra il fango e
le foglie, assolutamente silenzioso.
Tirando forte le redini, obbligai il mio destriero ad obbedirmi, quindi abbassai la
lancia, conficcai gli speroni nei fianchi dell’animale, e corsi in avanti. La faccia
diabolica si profilò davanti a me, con la bocca aperta in un silenzioso ghigno, e la
punta della lancia colpì qualcosa di solido. L’asta si ruppe - e quella era un’arma
da guerra, non qualcosa progettata per giostrare - e ci fu un altro shock troppo
veloce perché lo comprendessi, quando sia io che il mio cavallo fummo gettati in
aria e cademmo capovolti nel fango.
Fortunatamente caddi dalla sella e non fui schiacciato dal peso del cavallo. Ma,
ciononostante, colpii forte il terreno e rimasi steso sotto un cespuglio, stordito,
cosciente ma incapace di muovermi. Era la fine. In qualsiasi istante avrei potuto
sentire una di quelle massicce zampe sul mio petto, e ci sarebbe stato un breve
attimo di dolore e terrore mentre il caldo respiro mi avrebbe avvolto, i denti
sarebbero affondati nella mia carne e sarei stato fatto a pezzi.
Tuttavia non accadde nulla. Mi tirai su a sedere, mi guardai intorno, e vidi che la
creatura era scomparsa. Un sogno? No. Il mio cavallo era ancora lì che si
contorceva, con le costole e le viscere lacerate da un unico colpo del mostro
grigio. E la mia lancia frantumata giaceva lì vicino.
Queste erano prove concrete dell’incontro. Ero stato deliberatamente vinto, poi
risparmiato. Ma perché?
Con la spada ornata di pietre preziose liberai il mio cavallo morente dalla sua
agonia. Continuai a camminare attraverso la boscaglia. Dopo un po’ i miei
speroni si aggrovigliarono tra i ramoscelli e le piante rampicanti; inciampai quasi
una dozzina di volte, così me li tolsi e li gettai via. Arrancai tra il fango per ore, o
così mi sembrò, con la spada sguainata e lo scudo pronto a respingere qualsiasi
nemico. Si avvicinava la sera. Cominciò a farsi buio. Non si udiva alcun suono, ad
eccezione del sussurro della pioggia e del diguazzare dei miei passi, ma questo
non doveva durare a lungo.
La foresta si aprì in una pianura, in mezzo alla quale c’era una collinetta che
saliva dolcemente. Dodici figure vi stavano in cima e, quando andai a vedere chi
fossero, mi imbattei in un gruppo di esseri fantastici, che avevano le sembianze di
donne anziane dal collo in giù, ma la testa di cani grigi e senza peli. Sollevai la
spada e lo scudo, pronto a combattere, e le teste si staccarono - erano maschere di
pelle, con gli occhi di vetro e denti di legno intagliato - per svelare delle facce che
conoscevo.
Erano le dodici streghe uscite dall’albero, che ridevano. La risposta mi fu chiara.
Quelle erano le cose empie. Ne ero sicuro: io le avevo liberate. Ora le avrei fatte
rintanare. Salii il pendio, facendo oscillare la spada.
«Oh! Oh! Guardate, sorelle! Ci minaccia».
Erano troppo veloci per me, più leste di qualsiasi cosa terrena. Come in
precedenza, si sparpagliarono, ma questa volta non fuggirono. Erano tutte intorno
a me, con le mani raggrinzite che facevano il gesto di afferrarmi e, tuttavia, la mia
spada fendeva solo l’aria.
Poi - i miei sensi divennero confusi da questo punto in avanti e non posso essere
sicuro dei dettagli della mia storia - una di loro mi saltò sulla schiena. Delle mani
mi strapparono via l’elmo e mi presero per le orecchie, poi una strega, o due, o
tre, mi cavalcarono come Tom O’Bedlam cavalca il suo asino fino alla morte
correndo dietro la luna. Delle dita gelide e simili a dei pugnali mi strinsero il
cervello, mentre dei talloni sporchi mi battevano contro i fianchi, e mi ritrovai giù
per il pendio della collina e attraverso altri boschi, nei campi, immerso fino
all’altezza delle spalle in un ruscello oscuro, con tutte le altre streghe che volavano
in aria al nostro fianco come uccelli predatori sulle ali dell’incubo.
Non so quanto lontano giungemmo. Corremmo finché le mie gambe sembrarono
sul punto di spezzarsi, finché non fui al di là di ogni dolore sull’orlo del delirio, e
il paesaggio confuso sembrò saltare e turbinare davanti ai miei occhi stanchi.
Viaggiammo attraverso la notte, forse coprendo un centinaio di leghe, forse un
migliaio, o qualche altra distanza impossibile. A volte mi parve che fossimo
sprofondati sottoterra e ci contorcessimo come vermi, soltanto per fuoriuscire
nell’oscurità e volare in cielo come pipistrelli, non vedendo nulla e tuttavia
sapendo quali cose invisibili passassero davanti a noi. E penso che per una parte
del tempo fossimo accompagnati da lupi, cervi e bestie molto più fantastiche,
quali draghi, ippogrifi e perfino il glimmich, che gioca con i draghi come i gatti
fanno con i topi feriti prima di divorarli.
Ma sono sicuro che fosse quasi l’alba quando giungemmo al mare e danzammo
sulla spiaggia sabbiosa. La strega che mi stava cavalcando alla fine mi lasciò, e io
crollai esausto, poi lottai per mettermi in piedi, cercando intorno a tentoni una
spada o un pugnale. Ma ogni arma era sparita. Una dozzina di paia di mani mi
trascinarono in un cerchio e ancora una volta il mio corpo non fu più mio.
Formammo un cerchio e girammo intorno e intorno, poi non eravamo più sulla
spiaggia ma nell’oceano, a danzare leggermente sulle onde, finché la terraferma fu
soltanto una lontana striscia indistinta. Intontito per il terrore e lo spossamento,
non riuscii a trovare la forza di pensare di dubitare di quel nuovo prodigio.
Alla fine? Alla fine giungemmo in un posto nel mare dove sulle onde si ergeva
un colosso bianco che arrivava fino al cielo che balenava, una figura incisa in una
montagna di sale da demoni scultori. Non era una figura brutta, ma maestosa,
quasi bella, un uomo superbamente formato e muscoloso con una barba fluente, i
capelli arruffati, e una corona fatta di conchiglie sulla testa. Aveva un braccio teso
e teneva un tridente. Guardando quel gigante, capii che cosa era: non la figura di
un uomo, ma quella di un dio.
Formammo un cerchio intorno al colosso e rimanemmo fermi. Anche l’acqua
intorno a noi era immobile, come una lastra di vetro. La pioggia vi schizzava
sopra.
Una delle streghe parlò.
«Ora possiamo rivelarci a te. Ora puoi sapere che non siamo realmente come
appaiamo, vecchie, ma più giovani delle nostre vere sembianze. Siamo state
trasformate così soltanto da una forza più potente di noi, che ci ha legato le mani
e ci ha abbattuto. E tuttavia quella forza non ti tocca! La macchia del battesimo è
cancellata da te e possiamo vederti, sentirti e toccarti come una cosa reale. Guarda!
Ci sarà uno scambio di fardelli, poi una nuova catena forgiata con anelli viventi,
quindi una nuova vita. Noi prendiamo solo una cosa priva di valore da te: il peso
della tua coscienza e la tua offesa contro il tuo Dio. Per noi queste cose non
valgono nulla, e sulle tue spalle mettiamo quello che tu chiameresti il nostro
paganesimo e che noi chiamiamo la totalità dello spirito del nostro dio, che non
ha mai conosciuto il Cristo. Per un reietto come te, questo è altrettanto privo di
ulteriore danno. Con lo scambio dei peccati, entrambi saranno cancellati».
Tutte urlarono: «Così sia!».
Allora sentii giungermi una nuova forza, mentre la mia debolezza spirituale e
fisica fluiva via. Mi sentii più giovane, come se gli anni oscuri e dolorosi fossero
stati strappati via. Se due uomini si incontrano su una strada, ognuno con un
pesante fagotto da portare, e ciascuno prende il carico dell’altro, la fatica sembra
in qualche maniera minore. Quella era la stessa cosa.
Tutti noi, tutti e tredici, mettemmo le mani contro le cosce del gigante di sale -
mi riempii di una gioia che non potevo spiegare - e urlammo con una sola voce:
«Vivi! Vivi!».
Il gigante si animò. Il biancore svanì nel marrone, poi nel verde, quindi nel
grigio, poi ancora nel colore della carne viva. Il sale duro divenne flessibile e
morbido al tatto. Gli enormi arti iniziarono a muoversi. Il suo pene divenne
eretto. Tutti noi lasciammo la nostra presa e corremmo indietro di qualche passo.
Ci trovavamo ancora in cerchio e, in mezzo a noi, la cosa sprofondò nel mare
lentamente, come una valanga senza fine. Quando alla fine la testa fu sommersa,
l’acqua cominciò a gorgogliare, a spumeggiare e a sollevarsi, come se una balena
fosse sul punto di saltarne fuori. Una coda enorme uscì sulla superficie, tutta
coperta di luminose squame d’argento, poi andò sotto di nuovo.
In un attimo eravamo rimasti soli.
«È libero, alla fine», disse una delle streghe. «Ora inizia una nuova epoca».
Mentre parlava, notai che erano cambiate tutte. Non erano più vecchiacce rugose,
ma belle fanciulle, ognuna con un viso rotondo e brillante come la luna, ognuna
con un diadema di stelle nei capelli, ognuna con un mantello color porpora sulle
spalle.
Sicuramente la ferita di Sir Gottfried sarebbe guarita ora, perché avevo, sebbene
involontariamente, portato a termine la sua missione. Ora non c’era più nessuno
nella Compagnia, eccetto me stesso, che potesse essere chiamato empio.
5

La pioggia cessò. Verso est, sul mare, si poteva vedere il bagliore del sole che
stava arrivando dietro le nuvole. Poi queste si dispersero, mostrando delle
costellazioni non ancora pronte a svanire.
Dall’orizzonte, laddove si levava il sole, venne una nave bianca con delle vele di
seta brillante, che scivolava leggermente sull’acqua. Le dodici fanciulle rimasero
ferme ad aspettare finché non si avvicinò. Mentre si accostava, potei vedere
chiaramente il suo aspetto: sulla prua c’era una donna bendata con un braccio
teso per cercare la strada a tentoni. Sulla poppa due facce con occhi enormi e una
spada ornata di fiori.
Mi lasciarono lì e andarono a imbarcarsi. Nella mia confusione e nel mio stupore
mi resi conto lentamente che quella era la mia possibilità, la mia unica possibilità
di liberarmi di tutto quello di cui avevo paura. Tutto era rovesciato. Se fossi
andato con ciò che temevo, non avrei più avuto paura. Se fossi andato con gli dèi
avrei sfuggito l’unico Dio.
«Aspettate!», urlai. «Portatemi con voi! Vi ho servito bene, no? Portatemi con
voi!».
L’ultima che stava salendo a bordo si voltò e disse tristemente: «Ma tu sei un
uomo, un uomo mortale con gli anni contati. Non puoi bere il latte del Paradiso».
Quindi il vento riempì la vela, e la nave fu portata via con la stessa rapida grazia
che aveva mostrato arrivando.
Il cielo passò dal nero al porpora, e al blu. Il sole mostrò il suo disco pieno
all’orizzonte. Stava per spuntare un mattino brillante.
Improvvisamente, solo sull’acqua, sentii che stavo cominciando ad andare a
fondo. Il sogno ad occhi aperti era finito, e il pericolo era immediato. Mi girai e
corsi verso la spiaggia, affondando sempre più, nel frattempo, fino alle ginocchia,
alla vita, alle spalle, finché l’acqua mi fece fermare. Un casuale pensiero razionale
mi salvò. Mi tolsi l’armatura, poco prima che la magia che mi teneva a galla
svanisse del tutto, e andai sotto l’acqua, ma affiorai di nuovo in superficie e
cominciai a nuotare disperatamente verso la terraferma. Ogni bracciata era
un’agonia, poiché mi ritornò la stanchezza. Le mie braccia sembravano
impacciarmi, come se fossero legate con l’acciaio. Tuttavia, in qualche modo
sopravvissi, e fui fatto rotolare dai frangenti sulla spiaggia, dove dormii per molto
tempo.
Più tardi mi svegliai e cominciai a vagare, poi mi imbattei in un pescatore, che si
stava preparando a lanciare la rete. Gli dissi buon giorno, ma lui sputò e rispose:
«Bah! È un giorno terribile. Il mare è più pieno di sale che mai, e i pesci mi
sfuggono. Sembra che il mondo abbia voltato le spalle ai cristiani».
L’invio

Allora cosa potevo fare? Continuai a cercare e viaggiai come un Cavaliere errante
verso le terre più lontane. E accadde che nella strada che usciva dalla Città delle
Stelle, che si trova vicino alla parte estrema del mondo, incontrai tre Cavalieri.
Venivano dalla città, mentre io mi dirigevo verso di essa. Il sole era calato; le stelle
erano spuntate in un cielo ventoso e, con la luce delle stelle e della luna, li vidi
con delle insegne elaborate sugli scudi e delle lunghe lance in mano.
Rimisi al passo il mio destriero e rimasi seduto, infangato e sporco, davanti a loro.
«Salve», disse uno, un uomo grosso con dei baffi ricurvi. «Non vediamo un
cristiano da molti mesi».
«Anch’io». Che ironia. Risi tra me, ma senza gioia.
«Siamo lontani da casa».
«Perché siete venuti così lontano?», chiesi, prima che potessero fare a me la stessa
domanda. Non volevo diffondere la dolorosa storia dei Julian il Vagabondo più di
quanto non lo fosse già.
Il primo Cavaliere si zittì e un altro, il più giovane e con una bella faccia, parlò.
«Stiamo cercando il Santo Graal, da cui esce tutta la pace dello spirito».
Il mio stupore fu notato.
«Siete sorpreso?», chiese il terzo Cavaliere.
«Il Santo Graal? Ho sentito queste storie, ma non posso credere che veramente
qualcuno…».
«Signore, il Dio che dimora in cielo ci ha mandati a fare questa ricerca, e non
possiamo dormire per due notti nello stesso posto finché non avremo trovato il
Graal».
«Da quanto tempo lo state cercando?»
«Da molto. Abbiamo perso la strada».
«E come vi chiamate? Siete uomini di grande fama?»
«Io sono Sir Bedivere. Alla mia destra c’è Sir Gawain, e alla mia sinistra Sir
Galahad. Serviamo il più grande dei re, Artù di Camelot, di cui senza dubbio
avrete sentito parlare».
«Sì, ho sentito parlare di lui». Lottai per trovare le parole, mentre il discorso mi
sfuggiva. «Si raccontano delle storie su di lui. Le ho sentite da mio padre, lui da
suo padre, e suo padre dal padre… molti anni fa, centinaia… è scritto negli
antichi libri di Artù…».
La preoccupazione apparve sulle loro facce. Forse mi presero per matto, ma non
penso che sia stato questo. Per un intero minuto nessuno parlò, poi il più
giovane, Galahad, ruppe il silenzio.
«Se questo è vero, e non sembra che voi mentiate… se questo è vero, ditemi, vi
preghiamo, che anno è questo».
«Beh… non lo so. Ho smesso di contarli molto tempo fa».
«Per favore! Qualcosa! Almeno il secolo. Che secolo è questo?»
«Non lo so. Mi dispiace, non lo so».
Insieme emisero un grido di disperazione, spronarono i loro cavalli e corsero
oltre me, svanendo lungo la strada in una nube di polvere e ombre.
Li seguii con lo sguardo e sentii tutto il peso dell’eternità su di me, poi andai
avanti verso la Città delle Stelle e la fine della terra. Ora penso di aver capito. Non
a loro, ma a me giunse qualche traccia di spiegazione. Penso che abbiamo tutti
perso il collegamento con il tempo. La storia ci è passata oltre, e noi siamo gettati
come tappi nella tempesta degli anni, incapaci di toccare la spiaggia. Forse, come
il leggendario Merlino, io vivo all’indietro, diventando più giovane per morire nel
grembo di mia madre quando alla fine la incontrerò, ma penso che perfino
questo sia impedito a me e agli altri. Gli uomini si ricordano debolmente di noi,
e intravedono brevemente le nostre facce nelle profondità dei sogni: non
capiscono mentre ci distendiamo nel vento dei secoli come il fumo, e alla fine
non siamo più.
Siamo diventati tutti delle leggende… credo.
Appendici
Gli annalisti del Pendragone

Le leggende sono piene di eroi: i Greci avevano Achille, Ercole e Teseo; la saga
nordica dell’Edda aveva Sigurd, Sigfrido e Loki; i Sumeri, le cui leggende sono
vecchie tanto quanto il tempo, avevano il possente Gilgamesh, il primo eroe in
assoluto. Mai però, sia nella letteratura, che nei poemi e nelle ballate, questi eroi
sono riusciti a conseguire lo stesso successo di Artù e dei suoi Cavalieri della
Tavola Rotonda. Sulle loro gesta sono state scritte indubbiamente molte più storie
che per qualsiasi altro personaggio, vero o fittizio che fosse. Speranza e valore
vanno di pari passo con il senso del dovere di Artù, mentre le sue debolezze e gli
eventi tragici che alla fine travolsero lui e i suoi compagni suscitano la nostra
simpatia.
Per apprezzare e godere il mondo di Artù, non è necessario o importante sapere
chi fosse veramente il Re Artù. Non importa che fosse Riothamus (morto nel
470), re dei Britanni, come è stato suggerito da Geoffrey Ashe nel saggio The
Discovery of King Arthur, uscito nel 1985, o se si trattava di Arthwyr ap Meurig
(nato nel 503 e morto nel 579), 61° re ereditario di Glamorgan e Gwent, come
viene convincentemente proposto da Alan Wilson e da Baram Blackett nel volume
Artorius Rex Discovered, anche questo uscito nel 1985, oppure se era Gwendolau
ap Ceidio (morto nel 573), re di Selgovia nel sud-ovest della Scozia e identificato
come il Signore di Merlino da Nikolai Tolstoj nel suo stupendo libro The Quest
of Merlin che, manco a dirlo, vide anche lui la luce nel 1985. Con tutta
probabilità, le molte leggende su Artù fanno capo a tutti e tre questi re, oltre alle
imprese di altri eroi e principi. Ciò che importa, invece, è l’immagine idealizzata
di Artù così come viene proposta generalmente. Considerata in quest’ottica,
rappresenta l’unità dei Britanni impegnati a difendere la loro terra contro qualsiasi
tipo di oppressione durante i periodi più bui, e di conseguenza Artù ci viene
presentato come un vero e proprio eroe nazionale del nostro Paese.
La prima storia completa di Artù attualmente nota fu scritta in lingua latina da
un gallese, o perlomeno da un uomo nato e cresciuto nel Galles: Geoffrey di
Monmouth, nato nel 1100 e morto nel 1155. Questa storia forma gran parte della
sua History of the Kings of Brittain, iniziata quando lui si trovava a Oxford, e ivi
completata intorno all’anno 1136. A quel tempo la Britannia si trovava in piena
guerra civile tra il Re Stefano e l’imperatrice Matilda, che se ne disputavano il
rispettivo diritto al trono. C’è da chiedersi quanto ispirò il popolo dei Britanni
durante quei giorni bui la genealogia attribuita da Geoffrey di Monmouth ai vari
re…
Comunque, a causa della immediata popolarità che incontrò, la Storia di Geoffrey
divenne rapidamente un classico della letteratura di quel Paese, aiutata in questo
da rivisitazioni e adattamenti da parte di altri scrittori quali ad esempio Walter
Mapes, Geoffredy Gaimar e, soprattutto, Wace. Quest’ultimo aggiunse dei
preziosismi di suo pugno alla Storia nel suo libro Roman de Brut (composto nel
1155), che fu tradotto in lingua anglosassone da un prete del Worcestershire di
nome Layamon.
Layamon lavorò alla sua versione durante il regno di Riccardo I, sebbene la
stesura finale del manoscritto non fosse completata sino al 1205. A quel tempo il
nome di Artù era già sinonimo di sicuro successo, e non si trattò certo di una
coincidenza il fatto che il nome scelto da Enrico II per il suo figlio maggiore -
che in seguito avrebbe dovuto succedergli al trono - fosse appunto Artù. Ad ogni
modo questo Principe Artù morì - probabilmente per ordine del Re Giovanni -
nel 1203.
Sebbene Geoffrey avesse preso in considerazione la maggior parte delle leggende
arturiane delle origini, egli stava elaborando tutta una serie di tradizioni orali che -
al tempo della sua giovinezza - cominciavano ad essere riportate per iscritto,
generalmente a opera di scrivani sconosciuti. La parte più importante di queste
tradizioni è di origine celtica, e proviene dal nativo Galles di Geoffrey di
Monmouth.
Artù viene menzionato per la prima volta nell’ Historia Brittonum, attribuita a un
monaco gallese di nome Nennio, il quale stilò le cronache delle gesta di un
gruppo di uomini del IX secolo. Nennio descrive Artù come un Signore della
Guerra o un generale, ma non come un re, situandolo nella grande battaglia di
Mount Badon che si verificò - come risulta dalle cronache gallesi - nell’anno 518.
Quella di Mount Badon fu l’ultima grande vittoria conseguita dai Britanni contro i
Sassoni, e preluse a un periodo relativamente pacifico, una Età dell’Oro simile a
quella del regno di Artù, che si protrasse per vent’anni fino alla sua morte,
avvenuta nel corso della battaglia di Camlann.
La più importante raccolta di leggende gallesi è il Mabinogion, che riunisce
undici racconti tradizionali composti originariamente in un periodo di diversi
anni, e non a opera di un solo autore. Parecchi di questi racconti riguardano le
gesta di Artù, a cominciare da Culhwch and Olwen, databile intorno al X secolo,
che è senza alcun dubbio il primo racconto arturiano in lingua gallese. The
Dream of Rhonawby è del XII secolo, mentre ci sono tre racconti più tardi -
Peredur, The Lady of the Fountain e Gereint, Son of Erbin - che mostrano tracce
di influssi normanni. Poiché queste storie erano di origine celtica, erano
conosciute anche dai Bretoni in Francia, e proprio in funzione di questo fatto si
verificò che i Francesi contribuirono in maniera determinante al propagarsi della
leggenda arturiana.
Maria di Francia, per esempio, una sorellastra di Enrico II, tradusse in francese un
certo numero di storie bretoni che aveva udito a Corte. queste storie - o poemi in
prosa - venivano portate in giro dai menestrelli e dai trovatori del XII e del XIII
secolo, dimodoché la fama di Artù si sparse per tutta l’Europa. Il più importante
contributo di Maria di Francia fu quello di aver divulgato la storia di Tristano e di
Isotta, che in origine era una leggenda celtica risalente agli inizi del X secolo, ma
che non aveva alcuna connessione con il Ciclo Arturiano.
Ma il vero padre del romanzo arturiano fu Chrétien de Troyes (1130-1190), poeta
francese e favorito alla Corte di Re Luigi VII, che intratteneva la figlia di Luigi, la
Contessa Maria, con i racconti delle gesta dei Cavalieri. Cinque di quelle storie
sono giunte fino a noi: Erec et Enide, Cliges, Lancelot e Ywain, tutte composte
nel periodo che va dal 1170 al 1177, nonché Perceval, or the History of the Grail,
che, iniziato nel 1182, rimase incompiuto alla morte dell’autore.
Chrétien fu colui che attribuì il nome di Camelot alla Corte di Artù, che ci fece
conoscere il personaggio di Lancillotto, e che per primo cercò di unificare le
molte leggende sul Sacro Graal che erano cresciute e prosperate nei secoli. E fu
proprio Chrétien - molto più di qualsiasi altro poeta dei suoi tempi - a far
conoscere l’idea della “Cavalleria cortese” e a scrivere i romanzi del Ciclo
Arturiano in quella forma che viene proposta ai lettori ancora oggi.
E fu così che le storie si diffusero sempre più. Quella di Tristano fu tradotta in
tedesco da Gottfried von Strasburg (morto nel 1220) sotto il titolo Tristan und
Isolde intorno al 1200. Il suo contemporaneo Wolfram von Eschenbach portò a
termine il suo romanzo epico Parzival circa nello stesso periodo. Altri poeti, i cui
nomi non sono giunti fino a noi, diedero il loro contributo con le loro versioni
ricavate dalle tradizioni orali. Jaufry the Knight, ristampato in questo volume,
apparve alla Corte di Aragona più o meno in quel periodo. Ma il più importante
di tutti questi lavori anonimi è Sir Gawain and the Green Knight, composto
intorno al 1380, e che si ritiene sia stato commissionato da John di Gaunt,
quartogenito di Edoardo III. Questo poema è stato sempre considerato come una
delle espressioni più alte della letteratura medievale inglese.
Dalla fine del XIV secolo, assistiamo a una corposa presenza della letteratura
arturiana, che rimase a disposizione di qualcuno che fosse in grado di riunirla in
un complesso organico. I tentativi furono parecchi, ma fu un Cavaliere inglese, Sir
Thomas Malory (morto nel 1471) che uscì da questo periodo di transizione e
creò quello che senza ombra di dubbio è il capolavoro della letteratura arturiana:
La Morte d’Arthur. La reale identità di Malory è a tutt’oggi incerta, anche se il
candidato più probabile è un tale Sir Thomas Malory di Newbold Revel nel
Warwickshire il quale, diversamente dalle gesta cavalleresche che gli piaceva
narrare, accusato di assassinii, rapine e furti, trascorse gli ultimi vent’anni della sua
vita in carcere, dove è probabile abbia composto La Morte d’Arthur.
Il tempo in cui si svolge l’opera è estremamente significativo. Durante la vita di
Malory, l’Inghilterra era dilaniata dalla Guerra delle Due Rose (1455-1485) tra le
Case di Lancaster e York. Malory parteggiava per la Casa di York, e fu il suo
impegno politico probabilmente la ragione principale della sua incarcerazione. È
facile quin