Sei sulla pagina 1di 40

AUSONIO, Decimo Magno Nacque a Burdigala (Bordeaux) verso il 310 d. C.

, morì
intorno al 393. Visse durante un secolo di lotte, ma la sua opera poetica non ne risentì
quasi l'influsso. Studente a Burdigala, discepolo dello zio a Tolosa, professore di
retorica a Burdigala per quasi trent'anni precettore a Treviri di Graziano, fu
soprattutto un professore. Valentiniano lo nominò prefetto della Gallia: ma questa
prefettura fu presto congiunta a quella dell'Italia, Illiria e Africa, e gli fu posto accanto,
nel nuovo più alto ufficio, il figlio Esperio. Fu, quasi certamente, una maniera gentile di
metter in disparte, Quando fu nominato console per l'anno 379, la sua carriera
politica era ormai finita, ed egli, nel tradizionale discorso di ringraziamento al
discepolo divenuto imperatore, si compiacque di porre in rilievo anche le particolari
eleganze della lettera di nomina, e la gentilezza di Graziano nel cercare per lui la toga
più bella in tutta la Gallia, mandandogliene poi una con intessuta l'immagine del divo
Costanzo. Nel 383 Graziano fu ucciso a Lione, e A., abbandonata ormai la vita
pubblica, visse da privato, prima a Treviri, poi in patria, a Burdigala, o nel vicino
podere Lucaniano o Lucano, forse a Lugagnac alla foce della Dordogna. Nonostante
l'importanza avuta, specie nel quadriennio 376-80, da Ausonío e dai membri della sua
famiglia nell'Impero d'occidente, l'azione del poeta non sembra essere stata molto
profonda. Temistio ci parla con la solita retorica genericità della deferenza di Graziano
per A., e sembra far risalire anche ad A. il merito dell'amnistia, con cui il giovane
imperatore inaugurò il suo regno. Ma con più sicurezza si può forse attribuirgli
l'ispirazione di una legge del 376, con cui si determinava l'ammontare degli onorarî
dei professori di retorica e grammatica, fissandolo più alto per quelli di Treviri, e
lasciando alle metropoli la libertà della scelta. In un'altra legge dello stesso anno si
provvedeva a che non fossero costruite a Roma nuove opere pubbliche, e i privati non
costruissero servendosi del materiale di opere antiche. Azione amministrativa,
dunque, in cui si rivela essenzialmente il letterato, anche se il privilegio di Treviri
mostra una chiara coscienza della funzione politica della cultura e della scuola. Ma a
proposito dell'ultima legge non si può non pensare con simpatia a un epitaffio, il XXXII,
aggiunto con altri a quelli in cui A. celebrava quanti parteciparono alla guerra troiana,
nel quale il poeta sa far sentire la malinconia delle rovine. E non è forse solo da
letterato il senso di disagio, provato negli ozî forzati seguiti alla morte di Graziano, ed
espresso in una lettera poetica, che meglio che al padre è da attribuirsi a lui. Gran
parte dell'opera poetica di A. potrebbe costituire, com'è stato giustamente osservato,
un Liber memorialis di sapore quasi medievale. Nomi di eroi, di feste, d'imperatori,
monosillabi e nomi di città vi son forzati a un'estrinseca disciplina di verso. A questa
parte si aggiungono molte altre cose mediocri: 1 lettere, prefazioni, epitaffî,
epigrammi, un'efemeride sulle varie occupazioni della giornata, e un osceno centone
nuziale, in cui, forse per diletto d'una mensa di guerra, il pudibondo Virgilio è costretto
a dirne di grosse. Ausonio è poeta nella Mosella, un poemetto scritto probabilmente a
imitazione delle Georgiche, con uno scopo politico, quello di celebrare la nuova
capitale, Treviri. La Mosella, insieme con una raccolta di poesiole intitolata Bissula dal
nome della bionda germana che A. ebbe come preda di guerra durante la spedizione
contro gli Alamanni, interessò e interessa ancora molto Tedeschi e Francesi. In realtà
a tratti di vera poesia unisce il fascino che le viene dal rivelare, per la prima volta nella
storia delle letterature antiche, un paesaggio settentrionale con piena e concreta
vivezza. Interessantissimi, come documenti di vita se non, almeno in gran parte, come
opera di poesia. sono i Parentalia e la Commemoratio professorum Burdigalensium.
Le due raccolte d'epigrammi, dededicate l'una alla memoria dei parentes, l'altra a
quella dei colleghi, rivelano una nuova cristiana sensibilità negli affetti domestici nella
valutazione delle più umili e modeste virtù famigliari, nel compatimento, talvolta
lievemente umoristico, per i difetti altrui. L'amore per i suoi e per la sua terra fanno di
A. un romantico provinciale, in cui, se è vano cercare una grande arte, il lettore attento
può sempre trovare una vena di sentimento poetico. Di fronte a questo, merita
appena d'essere rilevato il fatto che dalle svariatissime produzioni poetiche di A., noi
possiamo farci una chiara idea delle opere dei neoterici, poeti latini del sec. II che
amavano dire di ogni argomento in versi rari. E se c'è nell'ammirazione per A. dei suoi
protettori e nel suo cattedratico orgoglio molta ingenuità da Medioevo, noi oggi
possiamo, pur sorridendo, comprendere quell'entusiasmo. Molto nota e citata, come
documento di grandissima importanza per la storia del cristianesimo, è la
corrispondenza di A. col discepolo prediletto, Paolino, vescovo di Nola, non di rado
vero poeta. In queste lettere il vecchio A., che sapeva ormai infide le amicizie dei
principi, esortava il discepolo, datosi con la moglie a una vita intensamente cristiana, a
non abbandonare i prediletti studî di poesia; e il discepolo rispondeva di essere ormai
tutto di Cristo. In realtà, se per il momento Paolino deludeva A., più tardi egli sarebbe
stato un cantore classico di argomenti cristiani, mentre, nella storia del cristianesimo,
la personalità di A. esprimerà tipicamente la figura del cattolico tiepido. Le due più
recenti edizioni sono quelle dello Schenkl (Monum. Germ. Historica, Auct. Ant., V, II,
Hannover 1883) e del Peiper, Lipsia 1886, quest'ultimo con una preziosa cronologia
della vita e delle opere di Ausonio. Difetto fondamentale di ambedue le edizioni è di
volerci dare un vero e proprio testo unico, trascurando il fatto che, dopo una prima
edizione delle opere, curata dal poeta stesso, alla sua morte ne fu fatta un'altra, con
nuove poesie e 2 A parte vanno considerati i poemetti mitologici incompiuti:  De
raptu Proserpinae (in tre libri) dove descrive il rapimento della giovane Proserpina da
parte dell'oscuro Ade sui campi siciliani,  e Gigantomachia, nei quali Claudiano fa
rivivere lo spirito dell'epos virgiliano e il plasticismo di Ovidio. Si è anche conservato
un frammento di una Gigantomachia in greco, che, sia per la lingua che per
l'impostazione retorica, è probabilmente anteriore alla venuta del poeta a Roma.
Spunti di originalità, infine, compaiono nei cosiddetti "carmina minora", silloge di 53
poesie di argomento e soprattutto valore poetico vario si distinguono, tra tutti: 
l'Epithalamium dictum Palladio v. c. et Celerinae,  la Laus Serenae, l'idillio Magnes,
l'idillio Phoenix; raccolte molto probabilmente dopo la sua morte in ambiente
stiliconiano. 5 Sesto Aurelio Vittore (✶360÷389 †-) Sesto Aurelio Vittore (latino: Sextus
Aurelius Victor; fl. 360-389) è stato un politico e storico romano. Africano, nacque di
umili origini e salì la scala sociale grazie ai suoi assidui studi; Ammiano Marcellino lo
definisce «uomo degno d'essere imitato per la sobrietà di vita». Fu autore di una
storia romana pubblicata nel 361 circa, di cui Sofronio Eusebio Girolamo chiese una
copia a Paolo di Concordia. Conobbe a Sirmio l'imperatore Giuliano, il quale proprio
nel 360 contese il regno al cugino Costanzo II; nel 361, morto Costanzo, Giuliano fece
venire Vittore da Sirmio a Naisso, dove gli conferì l'incarico consolare della Pannonia
secunda, oltre a onorarlo con una statua di bronzo. Nel 389 fu praefectus urbi di
Roma. Opere Quattro brevi opere storiche gli sono state attribuite anche se con forti
dubbi, esse sono:  Origo gentis Romanae  De viris illustribus Romae  De Caesaribus
La sua opera principale, ed anche sicuramente scritta da Vittore (noto anche col titolo
di Historiae abbreviatae, composto nel 361 circa è una storia imperiale da Augusto a
Costanzo II).  De Vita et Moribus Imperatorum Romanorum excerpta ex Libris Sex.
Aur. Victoris Nei suoi scritti l'interpretazione dei fatti è filtrata in Aurelio Vittore dalle
posizioni conservatrici e anticristiane dell'aristocrazia romana con una sentita
adesione alle posizioni filo-senatoriali. Proprio al Senato romano, l'organismo politico
che fu simbolo della grandezza di Roma, egli si sente vicino, se non per origini, certo
per comunanza di pensieri. La tecnica stilistica mira a raggiungere la fusione di quella
annalistica di Tito Livio con quella più biografica di Svetonio. 6 Ammiano Marcellino
Ammiano Marcellino (in latino: Ammianus Marcellinus; Antiochia di Siria, 330-332 circa
– Roma, post 397 - 400) è stato uno storico romano di età tardo-imperiale. Sebbene
nato in Siria nel seno di una famiglia ellenofona, scrisse la sua opera interamente in
latino. È il maggiore degli storici romani del IV secolo la cui opera sia stata preservata,
seppure in parte. I suoi Rerum gestarum libri XXXI, o semplicemente Res gestae,
descrivono gli anni che vanno dal 96 al 378, continuando l'opera del grande storico
Tacito.  Biografia Non si conosce né la sua data di nascita né quella di morte con
precisione. Il suo luogo di nascita fu quasi certamente la città di Antiochia di Siria,[1]
anche se alcuni storici, fra cui Charles W. Fornara, hanno recentemente avanzato dei
dubbi in proposito. Tali dubbi si fondano sulla supposizione che le sue origini siano
menzionate solo in una lettera inviatagli nel 392 dal suo concittadino Libanio che,
secondo gli storici citati, non era probabilmente diretta ad Ammiano Marcellino bensì
ad altro destinatario non ben identificato (anch'egli di nome Marcellino e originario di
Antiochia). La missiva in questione, che si è sempre ritenuto indirizzata ad Ammiano,
[2] non è tuttavia l'unica prova del suo luogo di origine, come hanno messo in
evidenza John Matthews e Guy Sabbah nel rispondere alle critiche menzionate.[3] 
Carriera militare «Militare e greco», si autodefinì Ammiano nelle sue Storie[4], ma allo
stesso tempo si sentì sempre e profondamente romano, convinto come pochi altri
della missione civilizzatrice di Roma e del suo impero. Scrive di lui uno storico
francese: «...Si forgiò un'anima tutta romana, costituendosi, in qualche modo,
difensore di una civiltà che appariva tanto più preziosa quanto più si trovava
minacciata...».[5] La sua iscrizione fra l'élite dei protectores domestici mostra che era
nobile di nascita. Entrò nell'esercito in giovane età, sotto l'imperatore Costanzo II, e
venne distaccato alle dirette dipendenze di Ursicino, governatore di Nisibis nella
Mesopotamia romana e magister militum. Fu inviato in Italia con Ursicino quando
questi fu richiamato da Costanzo e lo accompagnò nella spedizione contro Claudio
Silvano, che era stato spinto, per una ingiusta accusa dei suoi nemici, a proclamarsi
imperatore in Gallia. Con Ursicino si recò per due volte nell'Oriente romano e a
malapena riuscì a fuggire, salvando la vita da Amida (la moderna Diyarbakır in
Turchia) allorché 7 Benché Ammiano fosse un pagano, egli, nella sua opera, scrive del
Cristianesimo senza alcuna animosità. Particolarmente importante è la testimonianza
che ci fornisce della persecuzione dei difensori della definizione di Nicea da parte
dell'imperatore Costanzo, cristiano ma di confessione ariana, sia per i fatti narrati sia
per il ruolo di assoluto rilievo ricoperto dal vescovo di Roma (all'epoca della
persecuzione, papa Liberio). Il Papa veniva fin da allora percepito dallo storico e dai
suoi contemporanei come la massima autorità ecclesiastica, sia nell'Occidente che
nell'Oriente romano. Lo stile di Ammiano, molto elaborato, spesso ricercato, e non
sempre di agevole interpretazione, presenta tuttavia, come si è già accennato, un
notevole vigore retorico e una grande espressività. Dobbiamo a tale proposito
ricordare che la sua opera era stata progettata per una pubblica lettura e che questa
richiedeva spesso l'uso dei necessari abbellimenti retorici, anche a scapito, talvolta,
della linearità narrativa. Alcune costruzioni e locuzioni utilizzate da Ammiano
tradiscono inoltre l'influsso della lingua e della cultura elleniche. Ammiano, benché
militare di carriera, è riuscito ad analizzare con notevole spirito critico i problemi
sociali ed economici che travagliavano il mondo romano del tempo. Il suo approccio
verso le popolazioni non romane dell'impero è stato generalmente contraddistinto da
una maggiore tolleranza e flessibilità di quelle di altri storici che lo avevano preceduto.
Di grande interesse risultano le sue digressioni sui vari paesi che aveva visitato sia
come militare, sia come privato cittadino, dopo aver lasciato, all'età di circa
quarant'anni, il servizio attivo nell'esercito. 10 Prudenzio Aurelio Prudenzio Clemente
(in latino: Aurelius Prudentius Clemens; 348 – post 405) è stato un poeta e politico
romano cristiano.  Biografia Prudenzio nacque nella Hispania Tarraconensis, a
Saragozza o a Tarragona [1] . Praticò Legge con successo, e fu due volte governatore
provinciale prima che l'imperatore Teodosio I lo chiamasse alla sua corte[2]. Negli
ultimi anni della sua vita si ritirò dalla vita pubblica per diventare un asceta,
astenendosi completamente dal mangiare cibo animale e, successivamente, raccolse i
poemi scritti in questo periodo, aggiungendovi una prefazione, da lui datata 405 [2] .
Probabilmente morì in Spagna, comunque sicuramente dopo il 405.  Opere principali
Il corpus poetico prudenziano si articola in due gruppi di componimenti lirici,
preceduti da una Praefatio autobiografica. Il primo gruppo è dato dal Liber
Cathemerinon, che comprende 12 poesie liriche su vari momenti del giorno e dal
Liber Peristephanon, che contiene 14 inni in metro vario su martiri romani e spagnoli.
A parte è il secondo gruppo, che comprende l'Apotheosis ("Deificazione"); il
Dittochaeon ("Il doppio testamento"), che contiene 48 tetrastici esametrici (un
quarantanovesimo epigramma è senz'altro spurio, non comparendo in alcun codice e
nelle edizioni fino al 1564) dedicati ad altrettanti episodi dell'Antico e del Nuovo
Testamento, forse raffigurati o da raffigurarsi in una basilica; l’Hamartigenia ("L'origine
del peccato"), che attacca il dualismo gnostico di Marcione e dei suoi seguaci, a cui si
legano i Libri contra Symmachum ("Libri contro Simmaco") e il poema allegorico
Psychomachia ("Lotta dell'anima"), che descrive in forma epica la lotta spirituale
dell'anima, supportata dalle virtù cardinali, contro l'idolatria e i corrispondenti vizi e
che esercitò una forte influenza sulla poesia medievale e sulla letteratura cristiana in
generale.  Il mondo poetico e concettuale di Prudenzio La concezione di Prudenzio è
influenzata dai primi autori cristiani come Tertulliano e Ambrogio da Milano, ma
anche dalla Bibbia. Tuttavia, come teologo è poco raffinato, anche se presenta, nelle
opere più dichiaratamente apologetiche, un senso della misura e del rispetto verso le
ragioni dell'avversario[3]. 11 Come Claudiano, Prudenzio recupera le forme
tradizionali, compresi i generi e la metrica (soprattutto lirica, che organizza in strofe
sul modello delle tragedie di Seneca) e, come lui, si abbandona spesso e volentieri
all'amplificazione retorica, con pochi brani descrittivi. «Egli è poeta eminentemente
frammentario: a volte tocca davvero la poesia, sia che lo infiammino il suo sentimento
cristiano e l'ammirazione per i martiri; sia che con elementi realistici faccia parlare la
Superbia o derida le Vestali invecchiate; sia che celebri, con un amore entusiastico, lo
splendore della Roma cristiana e le glorie dell'Impero che, unificando le varie genti del
mondo, preparò il trionfo di Cristo.» (A. Pincherle, Prudenzio, in Enciclopedia Italiana)
Prudenzio, dunque, al di là delle sue carenze, che sono anche della sua epoca, è
esempio della rinascita della tradizione[4], adattata ai tempi ed al Cristianesimo, in un
pubblico colto, che leggeva i classici latini e, nel contempo, voleva avere riscontri
classici nella lettura degli ormai canonici testi sacri, liturgici, agiografici. La poesia di
Prudenzio è la poesia del miracolo. Egli, come Sant'Agostino, contrappone
violentemente bene e male, luce e tenebra. Rappresenta la luce della fede e della
visione celeste, con immagini magnifiche di cieli fiammeggianti, di spazi cosmici e di
natura ridente; dall'altro mostra la crudeltà e la ferocia del mondo, l'orrore per il
peccato, le tentazioni e le macchinazioni del diavolo. Le immagini simboliche
anticipano già un aspetto fondamentale della poesia medievale fino a Dante Alighieri.
Nella poesia di Prudenzio il gusto per l'orrido, il truculento, il sanguinario occupa un
posto importante: i supplizi dei martiri sono espressi in modo minuzioso ed
ostentatamente evidente, come nell'inno in onore di San Romano. 12 Grande, nota
anche come Orosio anglosassone (ed. H. Sweet, Londra, 1843); Bono Giamboni ne
diede una traduzione in italiano[9]; dalla traduzione di Bono Giamboni deriva una
traduzione aragonese ancora inedita. ALTRA fonte OROSIO: Nulla sappiamo della sua
vita (il nome di Paolo compare la prima volta solo nello storico dei Goti, Giordane). Le
sole notizie sicure che si hanno di lui si riferiscono al quadriennio 414-418. Era
sicuramente adulto nell'anno 414, quando, già prete, raggiunse in Africa s. Agostino
per offrirgli la sua prima opera, Commonitorium de errore priscillianistarum et
origenistarum, e per chiedergli la soluzione di molti dubbi sulla fede, a cui il santo
rispose col suo Ad Orosium contra priscillianistas et origenistas. Recatosi in Palestina
(415) per arricchire la sua preparazione teologica accanto a s. Girolamo, giunse a
Gerusalemme nel momento più vivo della lotta antipelagiana; partecipò quindi al
Concilio di Gerusalemme, ma accusato a sua volta di pelagianismo dal vescovo di
quella città, Giovanni II, rispose col Liber apologeticus contra pelagianos. Ritornando
dalla Palestina in patria, avendo durante il viaggio avuto notizie di guerre e grandi
disordini in Spagna, tornò da s. Agostino, allora intento alla composizione del De
civitate Dei, e ne fu indotto a scrivere gli Historiarum adversus paganos libri septem,
la sua opera maggiore, cui dedicò due anni di lavoro (417-18). In questa, riprendendo
uno spunto del 3º libro del De civitate, per cui i mali sono stati sempre presenti nella
storia e non possono perciò imputarsi al cristianesimo, O., con un'accorta
compilazione da molti storici antichi e da scrittori cristiani (Sallustio, Svetonio,
Giustino, un'epitome di Tito Livio, Floro, Eutropio, Eusebio di Cesarea), ripercorre in
sette libri la storia dell'umanità ponendo in luce, con i mali che la hanno sempre
afflitta, anche il rivelarsi di un chiaro disegno provvidenziale, che ha, secondo lui,
preordinato la formazione della Romània (è fra i primi ad adoperare questa parola) e
le stesse invasioni barbariche. La ricchezza di notizie e la loro organica distribuzione in
un disegno storico limpido nel suo svolgimento, anche se non profondo, assicurarono
all'opera di O. la più duratura efficacia nei secoli del Medioevo. Secondo la prevalente
e più attendibile interpretazione, Dante allude a lui nel Paradiso (X, 119) con le parole
«avvocato de' tempi cristiani». 15 Ambrogio Teodosio Macrobio Ambrogio Teodosio
Macrobio (in latino: Ambrosius Theodosius Macrobius; 385 circa – 430 circa) è stato
uno scrittore, grammatico e funzionario romano del V secolo. Studioso anche di
astronomia, sostenne la teoria geocentrica. Della vita di Macrobio non si sa molto e
quel poco che è stato tramandato dai suoi contemporanei non è del tutto affidabile.
Così è dubbio se vada identificato con il Macrobio che fu proconsole d'Africa nel
410[1] o col Teodosio prefetto del pretorio d'Italia, Africa e Illirico nel 430,
identificazione oggi condivisa dalla maggior parte degli studiosi[2]. Due cose appaiono
però certe agli storici moderni:  che Macrobio nacque nell'Africa romana;  e che non
professasse il Cristianesimo (come creduto nel corso del Medioevo), ma fosse pagano.
Opere. 1. Saturnalia, la sua opera principale, sono un dialogo erudito che si svolge in
tre giornate, raccontate in sette libri, in occasione delle feste in onore del dio Saturno.
L'opera ha un carattere enciclopedico ed è centrata principalmente sulla figura di
Virgilio, anche se i suoi contenuti spaziano dalla religione alla letteratura e alla storia
fino alle scienze naturali. Macrobio contribuì significativamente all'esegesi dell'Eneide
e dell'opera di Virgilio più in generale; inoltre è grazie a lui se ci sono pervenuti
frammenti di vari autori famosi, tra i quali spiccano Ennio e Sallustio, e se si è
mantenuto il ricordo di poeti meno conosciuti come Egnazio e Sueio. 2. Nei
Commentarii in Somnium Scipionis, partendo dal Somnium Scipionis[3] di Cicerone,
scrisse un commentario in due libri, dedicato al figlio Eustazio. In questi due libri
emerge il pensiero filosofico neoplatonico: Dio, che è origine di tutto ciò che esiste,
crea la mente (noûs), che crea l'«anima del mondo; a sua volta l'anima del mondo, a
poco a poco, volgendo indietro lo sguardo, essa stessa, incorporea, degenera fino a
diventare matrice dei corpi». Macrobio compose anche un'opera grammaticale
dedicata al verbo greco e latino; 3. De verborum graeci et latini differentiis vel
societatibus (titolo da preferire al più diffuso de differentiis vel societatibus graeci
latinique verbi, basato sia su fonti grammaticali greche, soprattutto Apollonio Discolo,
che latine (Gellio e una fonte anonima utilizzata anche da Carisio e Diomede). 16
L'opera nella sua forma originale non si è conservata ma ne restano ampi estratti, i
più importanti dei quali sono quelli realizzati nel IX secolo molto probabilmente ad
opera di Giovanni Scoto Eriugena; un altro gruppo di estratti, più limitato ma
testualmente molto valido, è conservato in alcuni fogli di un manoscritto bobbiese
scritto fra il VII e l'VIII secolo; infine l'operetta macrobiana è stata ampiamente
utilizzata da un trattato grammaticale sul verbo latino, composto forse in area
orientale e tramandato anch'esso da un codice di provenienza bobbiese. Tutte queste
testimonianze ci consentono di farci un'idea piuttosto precisa del contenuto della
perduta trattazione macrobiana, che sembra destinata, più che ad una utilizzazione
scolastica, a fornire esempi e discussioni erudite delle analogie fra il sistema verbale
greco e quello latino, utile soprattutto per un lettore colto, in possesso di una buona
formazione linguistica sia greca che latina. Va inoltre notato come questa sia in pratica
l'unica opera latina dedicata esplicitamente ad un'analisi sistematica delle somiglianze
linguistiche fra greco e latino, che trova qualche analogia solo in alcune sezioni della
grammatica di Prisciano. Ampie parti dell'opera furono citate in un manoscritto del IX
secolo attribuito a Scoto Eriugena. Fortuna critica Durante il Medioevo Macrobio fu
identificato come un autore cristiano e per questo poté godere di una buona
reputazione, che gli permise di essere letto, studiato e citato dai più illustri filosofi
come Pietro Abelardo. Le sue opere furono copiate dagli amanuensi nei monasteri e
così non venne dimenticato, ma, terminato il Medioevo, in un primo tempo non venne
considerato dagli umanisti, che poi invece lo ripresero. Non aveva avuto tuttavia
grande considerazione nel XV secolo, poiché, al Neoplatonismo, la maggior parte degli
studiosi preferiva le opere di Platone stesso.[senza fonte] L'appartenere ad un
periodo così tardo della storia antica non gli ha mai giovato e solo oggi si sta
riprendendo lo studio delle sue opere in modo più approfondito, pur con meno
intensità rispetto al Medioevo. In effetti gli studiosi oggi non analizzano tanto l'opera
di Macrobio per conoscerne e apprezzarne il pensiero, ma cercano più che altro di
dargli una datazione e un'identità. 17 gli Annales dedicati invece ai principi Giulio-
Claudi. Entrambe le opere furono composte tra il 100 e il 112 circa, ma la seconda è
sicuramente successiva alla prima. Le opereRicapitoliamo le sue opere:  Dialogus de
oratoribus, dell’80 ca. o di poco successivo al 100; d'incerta attribuzione dedicato a
Fabio Giusto;  De vita et moribus Iulii Agricolae o Agricola dedicato al suocero Giulio
Agricola e pubblicato nel 98;  De origine et situ Germanorum o Germania, forse
pubblicato nello stesso anno;  Historiae, composte intorno al 100-112, in 12 o 14 libri
di cui però ci sono pervenuti solo i libri I-IV e metà del V;  Annales o Ab excessu divi
Augusti, sempre del 100-112 (ma successiva alle Historiae), in 16 o 18 libri. L’opera è
incompleta: i primi 4 libri, alcuni frammenti del V e del VI che trattano del regno di
Tiberio; i libri XI e XII che trattano del regno di Claudio; infine i libri XIII-XVI su Nerone.
4Agricola È una biografia celebrativa del suocero, generale e uomo di Stato romano.
Dal momento che Tacito si trovava lontano da Roma quando ne avvenne la morte,
decise tra il 97 e i 98 di scrivere un’opera che fosse omaggio postumo. Morto
Domiziano, l’autore può esaltare la felicità dei tempi che Roma sta vivendo sotto
Nerva e Traiano che hanno conciliato principato e libertas. Poi naturalmente si
ripercorre tutta la vita dell’avo e quando si giunge alla campagna militare in Britannia,
Tacito si concede una lunga digressione sulla geografia e sui popoli di quella regione.
Ampio spazio è dedicato agli anni in cui Agricola è governatore della Britannia, fino
alla battaglia di Graupio. Il grande successo ottenuto da Agricola gli costa le invidie del
princeps e quindi l’allontanamento dalla vita politica. Forse anche la morte per
avvelenamento. 20 Stile compositoSi tratta di un’opera composita: è una biografia che
prende le mosse da una laudatio funebris, libri che in età imperiale circolavano per
celebrare questo o quel nobile o politico spesso costretto al suicidio stoico per essere
stato avverso all’imperatore. La caratura politica di molti passi (l’avversione di Tacito
per il tiranno Domiziano), infatti, spinge a inquadrare l’opera nell’ottica di un pamphlet
politico con in più, addirittura, una digressione geo-etnografica, anch’essa in fondo
leggibile politicamente. Figura di Agricola e la tiranniaNel complesso emerge la figura
di Agricola e in controluce l’ombra della tirannia capace di spezzare chiunque. Tacito
sostiene che anche nei tempi inquieti bisogna fare il proprio dovere di cittadini e di
servitori dello Stato, opponendosi – con prudenza se possibile – alle angherie
dell’imperatore, se quest’ultimo sopprime la libertas. Agricola offre un compromesso
tra fedeltà, servizio e libertà individuale. Per quanto riguarda la digressione
etnografica sui Britanni, Tacito – come già avevano fatto Cesare e Sallustio – rintraccia
nei barbari una purezza ormai perduta da Roma, troppo affamata di potere e di
ricchezza. Voce ai vintiTacito dà spesso voce ai vinti che così possono offrire una
prospettiva rovesciata della conquista, dalla parte dei vinti, e i Romani altro non sono
che raptores orbi, “predoni del mondo”. 5Germania Più precisamente De origine et
situ Germanorum, seconda monografia di Tacito, è un’opera etnografica l’unica della
latinità che ci sia giunta integra. Perché proprio la Germania? Il confine segnato dal
fiume Reno era da tempo sorvegliato poiché i popoli che vivano al di là, a Nord,
premevano sul confine. I Romani guardavano sempre con favore alle popolazioni
barbare: per loro erano una risorsa umana ed economica di grande rilevanza. I
mercanti subodoravano la possibilità di estendere i loro traffici oltre quella zona. Lo
stesso imperatore Traiano si trovava in quegli anni a Colonia per organizzare una
nuova spedizione militare che giungeva novant’anni (9 d. C.) dopo quella di Varo,
massacrato dai Germani nei boschi di Teutoburgo. Da quel momento in poi la
Germania era una sorta di zona proibita. Tacito difficilmente poté girare la Germania
di persona e dovette quindi affidarsi a fonti letterarie. 21 Descrizione dei GermaniLa
descrizione dei Germani è ambivalente: da una parte ne viene esaltata la purezza, la
forza fisica, la tempra, la moralità; dall’altra ne viene condannata la semplicità, la
rozzezza, la primitività. 6Dialogus de oratoribus La paternità di quest’opera è incerta,
ma oggi si tende ad attribuirla al grande storico romano. Dell’esistenza del Dialogus
de oratoribus ci parla per primo Niccolò Niccoli: dice di aver saputo da Poggio
Bracciolini che un monaco aveva trovato ad Hersfeld un codice “con l’Agricola e la
Germania di Tacito e il Dialogus”. Ci sono però alcuni argomenti contrari: per esempio
lo stile non tacitiano, il fatto che l’autore dell’opera si dica discepolo di Apro e Secondo
(e non di Quintiliano) etc. Il Dialogus ci propone, secondo la tradizione dei dialoghi
ciceroniani, una dissertazione su argomenti filosofici o retorici. Ambientato nel 75 o
nel 77, il Dialogus riferisce di una discussione avvenuta a casa di Curiazio Materno fra
lui stesso, Marco Apro, Vipstano Messalla e Giulio Secondo. Inizialmente si
contrappongono le tesi di Apro e Materno (alter ego di Tacito, probabilmente), in
difesa dell'eloquenza e della poesia. Con l'arrivo di Messalla, il discorso si sposta sul
topos consolidato della decadenza dell'oratoria, la cui causa è individuata nel
deterioramento dell'educazione scolastica e, più di tutto, nel clima pesante che si vive
negli anni dell’impero, in cui vige la censura di parola e di pensiero. 7Historiae A
partire dal 100 d.C., Tacito si concentra sulla storiografia di impianto annalistico.
Partiamo dall’analisi del titolo: Historiae. Tacito vuole interpretare i fatti e non tanto
raccogliere una serie di dati nudi e crudi o offrire una mera raccolta di testimonianze:
la parola historia, infatti, significava per i Romani così come per i Greci, “indagine,
ricerca”, e quindi sottolinea il desiderio di avvicinarsi alla verità secondo uno studio
sistematico. Al centro di tutto è il passaggio da Repubblica a Principato. Le Storie –
Historiae – vanno dall’anno dei quattro imperatori (69 d. C.) fino alla morte di
Domiziano (96). L’opera ci è giunta mutila: solo i primi quattro libri completi e parte
del quinto. È un periodo cupo e violento, quello che Tacito vuole analizzare, in cui la
successione è spesso messa in crisi dalla violenza 22  Cosa pensa Tacito del
Principato? Pensa che sia la migliore forma di governo possibile, l’unica in grado di
garantire pace e stabilità; ma pensa anche che il principato può degenerare in tirannia
e trattare i cittadini come servi. 25 Plinio il Vecchio Caio Plinio Secondo, conosciuto
come Plinio il Vecchio[1] (in latino: Gaius Plinius Secundus[1]; Como, 23 [1] [2] – Stabia,
25 agosto o 25 ottobre 79), è stato uno scrittore, naturalista, filosofo naturalista,
comandante militare e governatore provinciale romano. Plinio fu un uomo
caratterizzato da un'insaziabile curiosità e scrisse molte opere, ma tutta la sua vasta
produzione è ad oggi perduta, tranne per pochi frammenti[1]. Tra queste opere si
ricordano: il De iaculatione equestri; il De vita Pomponii Secundi, biografia in due libri
del poeta tragico Publio Pomponio Secondo, di cui era devoto amico; i Bellorum
Germaniae libri XX; gli Studiosi libri III, manuale sulla formazione dell'oratore; i Dubii
sermonis libri VIII, su questioni grammaticali; e gli A fine Aufidii Bassi libri XXXI, sulla
storia dell'Impero dal periodo in cui si interrompeva la storia di Aufidio Basso. L'unica
opera pervenutaci è il suo capolavoro, la Naturalis historia; una vasta enciclopedia in
37 volumi che tratta di:  geografia ,  antropologia ,  zoologia , botanica,  medicina ,
 mineralogia ,  lavorazione dei metalli e storia dell'arte. L'opera enciclopedica è il
risultato di un'enorme mole di lavoro di preparazione condotto su oltre 2000 volumi
di più di 500 autori[1]. Tale opera, letta e studiata nei secoli successivi, specialmente
nel Medioevo e nel Rinascimento, rappresenta oggi un documento fondamentale
delle conoscenze scientifiche dell'antichità[1]. La fama di Plinio è anche legata alla sua
morte, di cui ci è testimone il nipote- figlio adottivo Plinio il Giovane. Plinio il Vecchio
era a capo della flotta romana stanziata a Capo Miseno, quando si verifica una delle
più grandi catastrofi della storia, l'eruzione del Vesuvio del 79. Corso in aiuto di una
sua amica, Rectina, e degli altri abitanti di Stabia, Plinio non fu più in grado di lasciare
il porto della città e morì per le esalazioni del vulcano.  VITA. Gaio Plinio Secondo
nacque sotto il consolato di Gaio Asinio Pollione e di Gaio Antistio Vetere. Dopo anni
di discussione sul luogo della sua nascita tra Como o Verona, si è giunti ad identificare
Como (Novocomum) come città natale. A sostegno della tesi veronese ci sono dei
manoscritti in cui è possibile leggere Plinius Veronensis e il fatto che Plinio stesso,
nella sua prefazione, citi Gaio Valerio Catullo come proprio conterraneus (e Catullo
era di Verona). Ad avvalorare, invece, l'idea di Como come luogo di nascita, è san
Girolamo che, nella sua Cronaca, unisce il nome di Plinio all'epiteto 26 di
Novocomensis. Prima del 35 d.C. suo padre lo portò a Roma e affidò la sua istruzione
ad uno dei suoi amici, il poeta e generale Publio Pomponio Secondo, dal quale Plinio
acquisì il gusto di apprendere, come prova il fatto che citasse di aver visionato alcuni
manoscritti delle orazioni dei Gracchi nella biblioteca del suo tutore, al quale dedicò
più tardi una biografia. Plinio cita, inoltre, con deferenza i grammatici e retori Quinto
Remmio Palemone ed Arellio Fusco [4] e quindi fu certamente loro seguace. A Roma
studiò anche botanica, ossia l'arte topiaria di Antonio Castore ed esaminò le piante di
loto un tempo appartenute a Marco Licinio Crasso. Poté anche contemplare la vasta
struttura costruita da Nerone, la Domus Aurea [5] , ed assistette probabilmente al
trionfo di Claudio sui Britanni nel 44 [6] . Prestò poi servizio in Germania nel 47 agli
ordini di Gneo Domizio Corbulone, partecipando alla sottomissione dei Cauci ed alla
costruzione del canale tra il Reno e la Mosa e, dalla sua esperienza come giovane
comandante di un corpo di cavalleria (praefectus alae), trasse, nel corso degli
stazionamenti invernali all'estero, un opuscolo sull'arte del lancio del giavellotto a
cavallo (De iaculatione equestri), mentre in Gallia ed in Spagna annotò il significato di
un certo numero di parole celtiche ed ebbe modo di vedere le località associate alle
campagne militari di Germanico; anzi, sui luoghi delle vittorie di Druso, sognò che il
vincitore lo pregava di trasmettere alla posterità le sue imprese[7]. Accompagnò poi
probabilmente Pomponio, amico di suo padre, in spedizione contro i Catti nel 50.
Sotto Nerone, visse soprattutto a Romaː infatti cita, probabilmente per averla vista di
persona, la carta d'Armenia e gli accessi del mar Caspio che fu ceduto a Roma dal
personale di Corbulone nel 59[8]. Nel frattempo, completava i venti libri della sua
Storia delle guerre germaniche, solo lavoro di riferimento citato nei primi sei libri degli
annali di Tacito e si dedicò alla grammatica e la retorica. Sotto il regno del suo amico
Vespasiano, tornò, comunque, al servizio di Roma come procuratore nella Gallia
Narbonense (70) e nella Spagna romana (73), visitando anche la Gallia Belgica (74).
Durante il suo soggiorno in Spagna, si dedicò all'esame dell'agricoltura e alle miniere
del paese, oltre a visitare l'Africa [9] . Al suo ritorno in Italia, accettò, poi, un incarico di
Vespasiano, che lo consultava prima di partecipare alle sue occupazioni ufficiali e, alla
fine del suo mandato, dedicò la maggior parte del suo tempo ai suoi studi[10]. Plinio il
Giovane, suo nipote, ce lo rappresenta, infatti, come un uomo dedito allo studio e alla
lettura, intento ad osservare i fenomeni naturali e a prendere continuamente appunti,
dedicando poco tempo al sonno e alle distrazioni. Il racconto della sua morte,
contenuto in una lettera del nipote Plinio il Giovane, ha contribuito all'immagine di
Plinio come protomartire della scienza sperimentale (definizione di Italo Calvino),
anche se, sempre secondo il resoconto del nipote, si espose al pericolo anche per
recare soccorso ad alcuni cittadini in fuga dall'eruzione, in quanto comandante della
flotta di stanza a capo Miseno. Infatti, in occasione dell'eruzione del Vesuvio del 79
che seppellì Pompei ed Ercolano, si trovava a Miseno come praefectus 27 dei
manoscritti di questa. Fra i manoscritti più vecchi, il codex Vesontinus,
precedentemente conservato a Besançon (XI secolo), è oggi sparso in tre città: a
Roma, a Parigi, e l'ultimo a Leida (dove esiste anche una trascrizione del manoscritto
totale). 30 Gaio Valerio Flacco (poeta) Gaio Valerio Flacco Balbo Setino, noto
semplicemente come Valerio Flacco (latino: C. Valerius Flaccus Balbus Setinus[2][3]; ...
– tra l'89 e il 92[2]), è stato un poeta romano e uno dei principali esponenti della
poesia epica dell'età flavia, assieme a Silio Italico e a Publio Papinio Stazio[4][5], ma,
nonostante ciò, della sua vita non si conosce praticamente nulla. Le fonti tramandano
sotto il suo nome un poema epico in esametri, intitolato Argonautica[1][2][3] (le
Argonautiche), rimasto bruscamente interrotto all'VIII libro. Biografia[modifica. Poche
sono le notizie circa la sua vita: Flacco è stato identificato come amico del poeta
Marziale; dal prologo alla sua opera, si sa che fu membro del collegio dei quindici,
guardiani dei libri sibillini: era quindi membro della gens patrizia dei Valerii e l'ultimo
membro noto del ramo dei Valerii Flacci. In uno dei manoscritti vaticani è identificato
anche come Setino Balbo, il che farebbe dedurre le sue origini presso Setia nel Lazio.
Il solo scrittore antico che lo cita è Quintiliano, che nell'Institutio oratoria lamenta la
sua prematura e recente scomparsa come una grande perdita[6]; poiché Quintiliano
terminò l'Institutio oratoria nel 96 dopo Cristo, si deduce che la sua morte debba
essere avvenuta poco tempo prima. Argonautica. L'unica opera che abbiamo, gli
Argonautica, dedicata a Vespasiano per le sue conquiste in Britannia, fu scritta in
parte durante la vittoria sui Giudei, o poco più tardi la distruzione di Gerusalemme da
parte di Tito avvenuta nel 70. Pare, dai cenni nel testo sull'eruzione del Vesuvio (79), e
dai riferimenti ad altri avvenimenti successivi, che la stesura del poema abbia tenuto
occupato l'autore molto a lungo; alcuni studiosi parlano di due decenni. Gli
Argonautica sono:  un poema epico in otto libri sulla conquista del Vello d'oro. Il
poema ci è stato tramandato molto frammentato, e finisce bruscamente con la
richiesta di Medea di accompagnare Giasone nel suo viaggio verso casa. Non si sa
esattamente se l'ultima parte dell'opera è andata perduta o se non fu scritta affatto.
Le Argonautiche sono una libera imitazione e in parte rielaborazione del lavoro
omonimo (gr. Ἀργοναυτικά) di) di Apollonio Rodio, già famoso presso i Romani nella
versione e adattamento di Publio Terenzio Varrone Atacino. L'oggetto dell'opera è la
glorificazione di Vespasiano per aver reso più sicuro l'impero romano alla frontiera
britannica e per avere 31 favorito i viaggi nell'Oceano (allo stesso modo in cui l'Eusino
fu aperto dalla nave Argo). Molti hanno stimato positivamente lo stile di Flacco, e
alcuni critici hanno sottolineato la sua vivacità nelle descrizioni e la sua sensibilità e
intuito psicologico nella resa dei personaggi con i loro caratteri e affetti, ad esempio di
Medea. La sua espressione è pura, il suo stile corretto, i suoi versi sono lineari,
sebbene monotoni. D'altro canto, egli manca di originalità, e la sua poetica, sebbene
libera da grandi difetti, appare artificiosa e troppo elaborata. Il suo modello, anche
per quanto riguarda la concezione dell'esistenza, fu Virgilio, a cui egli fu molto
inferiore in gusto e lucidità. Le sue esagerazioni retoriche lo rendono difficile da
leggere, il che fa comprendere la sua impopolarità nei tempi antichi. Nel Medioevo
l'opera, non più letta, fu dimenticata. 32
Autori latini da Tiberio all'età tarda,
Appunti di Letteratura latina
Università del Salento

Letteratura latina

AUSONIO, Decimo Magno


Nacque a Burdigala
(Bordeaux) verso il 310 d.
C., morì intorno al 393.
Visse
durante un secolo di lotte,
ma la sua opera poetica non
ne risentì quasi
l'influsso. Studente a
Burdigala, discepolo dello
zio a Tolosa, professore di
retorica a Burdigala per
quasi trent'anni precettore a
Treviri di Graziano, fu
soprattutto un professore.
Valentiniano lo nominò
prefetto della Gallia: ma
questa prefettura fu presto
congiunta a quella
dell'Italia, Illiria e Africa, e
gli fu
posto accanto, nel nuovo
più alto ufficio, il figlio
Esperio. Fu, quasi
certamente, una maniera
gentile di metter in disparte,
Quando fu nominato
console per l'anno 379, la
sua carriera politica era
ormai finita, ed egli, nel
tradizionale discorso di
ringraziamento al discepolo
divenuto imperatore, si
compiacque di porre in
rilievo anche le particolari
eleganze della lettera di
nomina, e la gentilezza di
Graziano nel cercare per lui
la toga più bella in tutta
la Gallia,
mandandogliene poi una
con intessuta l'immagine
del divo
Costanzo. Nel 383 Graziano
fu ucciso a Lione, e A.,
abbandonata ormai la
vita pubblica, visse da
privato, prima a Treviri, poi
in patria, a Burdigala, o nel
vicino podere Lucaniano
o Lucano, forse a
Lugagnac alla foce della
Dordogna. Nonostante
l'importanza avuta, specie
nel quadriennio 376-80, da
Ausonío e dai membri della
sua famiglia nell'Impero
d'occidente, l'azione del
poeta non sembra essere
stata molto profonda.
Temistio ci parla con la
solita
retorica genericità della
deferenza di Graziano per
A., e sembra far risalire
anche ad A. il merito
dell'amnistia, con cui il
giovane imperatore
inaugurò il
suo regno. Ma con più
sicurezza si può forse
attribuirgli l'ispirazione di
una
legge del 376, con cui si
determinava l'ammontare
degli onorarî dei professori
di retorica e grammatica,
fissandolo più alto per quelli
di Treviri, e lasciando
alle metropoli la libertà
della scelta. In un'altra legge
dello stesso anno si
provvedeva a che non
fossero costruite a Roma
nuove opere pubbliche, e i
privati non costruissero
servendosi del materiale di
opere antiche. Azione
amministrativa, dunque, in
cui si rivela essenzialmente
il letterato, anche se il
privilegio di Treviri mostra
una chiara coscienza della
funzione politica della
cultura e della scuola.
Ma a proposito
dell'ultima legge non si
può non
pensare con simpatia a un
epitaffio, il XXXII,
aggiunto con altri a quelli in
cui
A. celebrava quanti
parteciparono alla guerra
troiana, nel quale il poeta sa
far
sentire la malinconia delle
rovine. E non è forse solo da
letterato il senso di
disagio, provato negli ozî
forzati seguiti alla morte di
Graziano, ed espresso in
una lettera poetica, che
meglio che al padre è da
attribuirsi a lui. Gran parte
dell'opera poetica di A.
potrebbe costituire, com'è
stato giustamente
osservato, un Liber
memorialis di sapore quasi
medievale. Nomi di eroi, di
feste, d'imperatori,
monosillabi e nomi di città
vi son forzati a un'estrinseca
disciplina di verso. A questa
parte si aggiungono molte
altre cose mediocri:
1
lettere, prefazioni, epitaffî,
epigrammi, un'efemeride
sulle varie occupazioni
della giornata, e un osceno
centone nuziale, in cui,
forse per diletto d'una
mensa di guerra, il
pudibondo Virgilio è
costretto a dirne di grosse.
Ausonio è
poeta nella Mosella, un
poemetto scritto
probabilmente a imitazione
delle
Georgiche, con uno scopo
politico, quello di
celebrare la nuova capitale,
Treviri. La Mosella, insieme
con una raccolta di poesiole
intitolata Bissula dal
nome della bionda germana
che A. ebbe come preda di
guerra durante la
spedizione contro gli
Alamanni, interessò e
interessa ancora molto
Tedeschi
e Francesi. In realtà a tratti
di vera poesia unisce il
fascino che le viene dal
rivelare, per la prima volta
nella storia delle letterature
antiche, un paesaggio
settentrionale con piena
e concreta vivezza.
Interessantissimi, come
documenti di vita se non,
almeno in gran parte, come
opera di poesia. sono i
Parentalia e la
Commemoratio
professorum
Burdigalensium. Le due
raccolte
d'epigrammi, dededicate
l'una alla memoria dei
parentes, l'altra a quella dei
colleghi, rivelano una nuova
cristiana sensibilità negli
affetti domestici nella
valutazione delle più
umili e modeste virtù
famigliari, nel
compatimento,
talvolta lievemente
umoristico, per i difetti
altrui. L'amore per i suoi e
per la
sua terra fanno di A. un
romantico provinciale, in
cui, se è vano cercare una
grande arte, il lettore attento
può sempre trovare una
vena di sentimento
poetico. Di fronte a questo,
merita appena d'essere
rilevato il fatto che dalle
svariatissime produzioni
poetiche di A., noi possiamo
farci una chiara idea
delle opere dei neoterici,
poeti latini del sec. II che
amavano dire di ogni
argomento in versi rari. E se
c'è nell'ammirazione per A.
dei suoi protettori e
nel suo cattedratico
orgoglio molta ingenuità
da Medioevo, noi oggi
possiamo, pur sorridendo,
comprendere
quell'entusiasmo. Molto
nota e
citata, come documento
di grandissima
importanza per la storia
del
cristianesimo, è la
corrispondenza di A. col
discepolo prediletto,
Paolino,
vescovo di Nola, non di
rado vero poeta. In queste
lettere il vecchio A., che
sapeva ormai infide le
amicizie dei principi,
esortava il discepolo, datosi
con
la moglie a una vita
intensamente cristiana, a
non abbandonare i prediletti
studî di poesia; e il
discepolo rispondeva di
essere ormai tutto di Cristo.
In
realtà, se per il momento
Paolino deludeva A., più
tardi egli sarebbe stato un
cantore classico di
argomenti cristiani, mentre,
nella storia del
cristianesimo,
la personalità di A.
esprimerà tipicamente la
figura del cattolico tiepido.
Le
due più recenti edizioni
sono quelle dello Schenkl
(Monum. Germ. Historica,
Auct. Ant., V, II, Hannover
1883) e del Peiper, Lipsia
1886, quest'ultimo con
una preziosa cronologia
della vita e delle opere
di Ausonio. Difetto
fondamentale di ambedue le
edizioni è di volerci dare un
vero e proprio testo
unico, trascurando il fatto
che, dopo una prima
edizione delle opere, curata
dal poeta stesso, alla sua
morte ne fu fatta un'altra,
con nuove poesie e
2
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!
SCARICA
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!
SCARICA
A parte vanno considerati i
poemetti mitologici
incompiuti:
 De raptu Proserpinae (in
tre libri) dove descrive il
rapimento della
giovane Proserpina da parte
dell'oscuro Ade sui campi
siciliani,
 e Gigantomachia, nei
quali Claudiano fa rivivere
lo spirito
dell'epos virgiliano e il
plasticismo di Ovidio. Si è
anche conservato un
frammento di una
Gigantomachia in greco,
che, sia per la lingua che
per l'impostazione retorica,
è probabilmente anteriore
alla venuta del
poeta a Roma.
Spunti di originalità, infine,
compaiono nei cosiddetti
"carmina minora", silloge
di 53 poesie di argomento e
soprattutto valore poetico
vario si distinguono, tra
tutti:
 l'Epithalamium dictum
Palladio v. c. et Celerinae,
 la Laus Serenae, l'idillio
Magnes, l'idillio Phoenix;
raccolte molto
probabilmente dopo la sua
morte in ambiente
stiliconiano.
5
A parte vanno considerati i
poemetti mitologici
incompiuti:
 De raptu Proserpinae (in
tre libri) dove descrive il
rapimento della
giovane Proserpina da parte
dell'oscuro Ade sui campi
siciliani,
 e Gigantomachia, nei
quali Claudiano fa rivivere
lo spirito
dell'epos virgiliano e il
plasticismo di Ovidio. Si è
anche conservato un
frammento di una
Gigantomachia in greco,
che, sia per la lingua che
per l'impostazione retorica,
è probabilmente anteriore
alla venuta del
poeta a Roma.
Spunti di originalità, infine,
compaiono nei cosiddetti
"carmina minora", silloge
di 53 poesie di argomento e
soprattutto valore poetico
vario si distinguono, tra
tutti:
 l'Epithalamium dictum
Palladio v. c. et Celerinae,
 la Laus Serenae, l'idillio
Magnes, l'idillio Phoenix;
raccolte molto
probabilmente dopo la sua
morte in ambiente
stiliconiano.
5
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!
SCARICA
1 / 35
INGRANDISCI
Prepara al meglio i tuoi esami
Registrati a Docsity per scaricare i documenti e allenarti con i Quiz
REGISTRATI
e ottieni 20 punti download
Recensisci per primo questo documento

Potrebbero piacerti anche