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WATER GRABBING: LE GUERRE NASCOSTE PER L’ACQUA NEL XXI SEC Capitolo 1 Nel 2009 a

Dimock in Pennsylvenia c’è stato uno dei primi incidenti legati all’estrazione di gas da scisti
argillosi, attraverso una tecnica chiamata fracking, ossia la fratturazione idraulica di rocce con
l’uso di sabbia e agenti chimici per liberare il gas intrappolato in essa. La compagnia estrattiva
Cabot Oil and Gas aveva commesso una serie di errori durante questa operazione, riversando
decine di ettolitri di fluidi contenenti agenti chimici nella falda acquifera. Nei mesi successivi la
popolazione iniziò a soffrire di vomito improvviso, nausea e sanguinamento copioso, in
quanto il fluido tramite la falda aveva raggiunto le tubature delle abitazioni di Dimock. Gli
abitanti erano rimasti a secco di acqua, nonostante la Pennsylvenia fosse uno degli stati più
ricchi di risorse idriche, quindi la popolazione fu costretta a comprare litri e litri di acqua
imbottigliata, non solo per bere, ma anche per lavarsi. Ancora oggi questa popolazione non
può utilizzare l’acqua proveniente dalle falde e non ha mai visto alcun tipo di risarcimento,
nonostante l’acqua sia un diritto inalienabile, di tutti. Ma questo è solo un esempio dei tanti
che ci sono in giro per il mondo di accaparramento idrico, che porta a storie di spreco, cattiva
gestione, di sopraffazione e strapotere, … Quella dell’acqua è una crisi sistematica, in quanto
essa è scarsa e tutti hanno iniziato la corsa per accaparrarsela. Proprio per questo si parla di
era di water grabbing, ossia accaparramento dell’acqua, espressione neologistica, che si
riferisce a situazioni in cui attori potenti sono in grado di prendere il controllo o deviare a
proprio vantaggio risorse idriche preziose, sottraendole a comunità o intere nazioni, la cui
sussistenza si basa proprio su quelle stesse risorse e quegli stessi ecosistemi che sono
depredati. Nel cosiddetto Sud del mondo, ma anche in alcuni paesi industrializzati, da bene
comune liberamente accessibile, l’acqua si trasforma in bene privato o controllato da chi
detiene il potere; la geografia del water grabbing interessa ampie fasce del pianeta, come le
zone equatoriali, i grandi bacini dell’Asia, il Medio Oriente, l’America meridionale, l’area
mediterranea, le zone desertiche di America settentrionale e Australia. La civiltà umana si è
estesa in deserti, un tempo inabitati, controllando l’acqua, arrivando a costruire città come
Dubai e Las Vegas, in luoghi considerati inospitali; si è ridotto grandemente il numero di
malattie e batteri nelle aree urbane, sostenendo così un allungamento della vita; abbiamo
realizzato fognature per la salute e il benessere. Dietro la scarsità si celano tre macro
fenomeni: 1. forte impennata demografica; 2. cambiamento climatico; 3. crescita dei consumi,
in particolar modo quelli alimentari. La Terra è ricoperta da 1.390 milioni di km cubici d’acqua,
di cui il 97,5% salata e solo il 2,5% è dolce, in gran parte sotto forma di ghiaccio nelle calotte
polari; gli esseri umani ne hanno a disposizione solo 93.000 km cubici, pari a circa il 0,5% del
totale, ma di questa acqua solo una parte è potabile o non contaminata. Quando un bene
primario scarseggia, la tensione politica tende ad aumentare; eppure l’acqua non ha frontiere,
ma è un fenomeno globale e come tale deve essere affrontata. Purtroppo però, la
territorialità rimane un elemento determinante e l’uomo non è conosciuto per essere molto
cooperativo. Con l’aumento dei consumi idrici e della popolazione, la disponibilità pro capite a
livello globale è passata dai 9000 metri cubi d’acqua potabile/anno che erano a disposizione
negli anni ‘90 a 7800 della prima decade del XXI sec e si prevede che nel 2020 scenderà
ancora di più, a poco più di 5000 metri cubi. C’è però un problema di distribuzione a livello
planetario: se in Italia ogni cittadino nel 1962 aveva a disposizione 3587 metri cubi d’acqua,
nel 2018 questa disponibilità è scesa a meno di 3000; una riduzione minima se comparata al
Ruanda, passato da 3114 metri cubi a 837. La regione più colpita è sicuramente l’Asia. Nei
prossimi vent’anni la domanda di acqua crescerà di circa il 40% rispetto a oggi, con picchi di
oltre 50% nei paesi in via di sviluppo. Dal punto di vista sanitario, non ha accesso all’acqua
potabile un miliardo di persone, mentre più del doppio non ha accesso a servizi igienico-
sanitari di base, con gravissime conseguenze alla salute. Bisogna quindi andare a cercare i
fattori globali sotto cui ricondurre il problema:  Fattore demografico → dal 1950, che
eravamo 2,5 miliardi, la Terra ha raggiunto la cifra di 7,5 miliardi di persone e per il 2050 si è
previsto una crescita a 9,5 miliardi. Quindi fino al 2050 la crescita della popolazione sarà la
prima causa di scarsità idrica del pianeta; questa ha visto nel secolo scorso una crescita del
consumo idrico di 12,8 volte, un aumento delle aree irrigate di ben 7 volte e la perdita di un
terzo del suolo arabile negli ultimi 40 anni. L’aumento di popolazione metterà sotto stress
idrico in particolare le megalopoli e le grandi aree urbane. Nei centri urbani dei paesi in via di
sviluppo, il numero degli abitanti esposti a una carenza idrica prolungata aumenterà di sette
volte, passando dagli attuali 150 milioni di cittadini che faticano ad avere accesso all’acqua,
fino ad oltre un miliardo. Minore impatto avranno agenti esogeni come gli effetti del
cambiamento climatico, ad eccezioni di aree molto vulnerabili come Venezia, Miami, Dubai,
Los Angeles, dove gli effetti diretti delle mutazioni ambientali avranno un peso superiore
all’effetto demografico. A essere impattate saranno soprattutto le zone rurali, dove si pagherà
il prezzo più alto del cambiamento climatico a causa della mancanza di risorse per
infrastrutture di adattamento e per la priorità data ai centri urbani e peri-urbani.  Anidride
carbonica → la seconda causa è l'eccessivo accumulo di anidride carbonica , infatti oggi
abbiamo superato la soglia delle 400 parti per milione di anidride carbonica, un limite mai
oltrepassato da centinaia di migliaia di anni. I dati mostrano una variazione epocale del clima,
che avrà come principali conseguenze l'aumento delle temperature medie, la trasformazione
dei fenomeni meteorologici riguardanti piovosità e innevamento, e una variazione dell'acidità
dei suoli e degli oceani, cose che avranno altre mille conseguenze, incidendo sulla biodiversità
e sui comportamenti di specie terrestri e marine di piante e animali. Secondo uno studio della
Banca Mondiale, gli impatti del cambiamento climatico si manifesteranno innanzitutto
attraverso il ciclo dell'acqua, colpendo la sicurezza alimentare, l'energia, l'urbanizzazione e
l'ambiente. Gli strumenti per rallentare gli effetti del cambiamento climatico sono molteplici e
anche in questo caso multi-scalari. A livello internazionale, lo strumento chiave è l'Accordo di
Parigi, il principale documento sul clima, firmato nel 2015 da 196 paesi, il quale chiede ai
firmatari di limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C; si applicherà dal 2020 con
l'obbiettivo a lungo termine di proseguire gli sforzi per limitare il riscaldamento a 1,5°C.
Durante la Conferenza di Bonn del 2017, la sensazione diffusa dei delegati era quella di un
ritardo pazzesco sulla tabella di marcia ideale per salvare il pianeta, dovuto anche dal
dietrofront del presidente degli USA. Ora quindi la probabilità di non superare il grado e
mezzo è irrisoria, ma non solo, secondo il modello elaborato dall'Università di Washington è
più probabile che si arrivi ai 3,2 gradi. Da qui al 2100 l'intensità di anidride carbonica
continuerà a scendere grazie alla crescita delle energie rinnovabili, auto elettriche e risparmio
energetico, ma non abbastanza da invertire la rotta.  Impronta idrica → è la quantità di
acqua dolce utilizzata nella produzione di alimenti e beni consumati e quella usata per uso
igienico e personale. Nel mondo occidentale il consumo idrico pro-capite è cresciuto a
dismisura, ad esempio un cittadino americano utilizza 1280 metro cubi all'anno, mentre uno
europeo 700; nei paesi sottosviluppati, invece, è crollato, infatti un africano consuma circa 185
metri cubi. Preoccupante è ancora di più l'aumento della domanda di acqua dolce riscontrato
nei paesi di nuova industrializzazione, come la Cina, che nel 2020 raggiungerà quota 743
miliardi di metri cubi. A livello mondiale il 70% dell'acqua è usato per nutrirci, il 22% per
produrre materia e oggetti, mentre all'uso domestico è riservato il restante 8% → il nostro
modo di mangiare e di consumare è alla base del forte squilibrio idrico del pianeta. Secondo
le Nazioni Unite, il 47% della popolazione vivrà entro il 2030 in aree a elevato stress idrico, con
una conseguente competizione sia intraurbana sia intraregionale e internazionale per
ottenere il controllo sulla risorsa. E' stato così anche per il petrolio, ma se esso ha ben due
sostituti fossili e una serie di fonti rinnovabili che lo possono rendere superfluo, l'acqua non
ha nessun sostituto, né organico né sintetico. Uno dei principali problemi è l'utilizzo dell'acqua
per fare altre bevande, come coca cola e birra; ad esempio, per fare mezzo litro di coca cola
sono necessari dai 150 ai 300 litri d'acqua, di cui il 99,7% necessario per la produzione,
l'imbottigliamento e la distribuzione. Il Sudafrica è una nazione fondata sul carbone, ma per
l'estrazione di esso sono necessari oltre 10000 litri di acqua per tonnellata estratta, mentre
una centrale elettrica di grandi dimensioni come quella di Kusile impiega 71 milioni di litri
d'acqua al giorno. Si tratta di una follia , data la siccità che possiamo trovare in questo paese.
L'estensiva industria mineraria carbonifera, spesso composta da operazioni di piccole
dimensioni, scarsamente controllate, ha impatti anche sulla salute attraverso la
contaminazione dell'acqua. Le acque infatti sono fortemente acide, con un ph inferiore al 2,2.
Acqua ed energia sono strettamente collegate tra di loro, in quanto la prima è necessaria per
ogni stadio della produzione energetica, dall'estrazione delle materie prime alla generazione
di elettricità, così come l'energia è indispensabile per il trattamento delle acque e per i sistemi
di pompaggio negli impianti di depurazione, nelle pompe per uso domestico, industriale, e
ovviamente nell'agricoltura. Questa intraprendenza ha implicazioni di grande respiro per la
sicurezza energetica e idrica: usando troppa acqua per produrre energia si rischia di sottrarla
a cittadini e agricoltori, come nel Sudafrica; usando troppa energia per sostenere la domanda
di acqua, in particolare durante periodi di black-out, come in India, Brasile e California, e in
emissioni crescenti, tipo in Qatar. Inoltre, con temperature medie più alte della norma servirà
più energia per il raffrescamento e per il pompaggio dell'acqua. Nel 2015 il Brasile era rimasto
a corto d'acqua, strangolato da un caldo ben al di sopra della media, infatti in città le
temperature superavano costantemente i 40°C. La prima a lanciare l'allarme è stata
l'industria della carne, la quale soffrì di ingenti perdite; comprare e trasportare l'acqua dalle
città era troppo oneroso, proprio per questo in molti lasciarono morire il bestiame. L'impatto
più forte sarebbe avvenuto nel settore energetico, in quanto si susseguirono numerosi black-
out. Il caldo e la maggior richiesta di acqua all'opposto contribuivano alla crescita della
domanda di elettricità, cosa che comportò a un aumento della produzione e dell'importazione
di energia derivata da fonti fossili dall'Argentina, con miliardi di euro persi a causa dello stop
alla produzione in tantissime imprese, e il paese sull'orlo di una crisi di nervi e di prezzi. Eventi
simili accaddero in India nel 2012, lo stesso in California a partire dagli ultimi 10 anni. In Italia
l'estate 2017 ha riservato tante brutte sorprese, con regioni come Trentino e Veneto ai ferri
corti; per regolarsi si è dovuti ricorre a un decreto che stabilisce che dopo il potabile si deve
pensare alle campagne e solo in ultima istanza all'energia. L'acqua nel settore energetico è
impiegata principalmente in quattro campi di produzione: 1. Campo idroelettrico, attraverso
la realizzazione di dighe a bacino o run-of-river: oggi produce il 16,4% dell'energia mondiale,
grazie a 57000 dighe, più i nuovi impianti di micro-idroelettrico. L'energia che sfrutta la forza
dell'acqua costituisce circa il 71% del mix di energie rinnovabili. In Nord America, molte dighe
costruite fino agli anni '80 sono oggi in fase di demolizione a causa dell'impatto che hanno
sugli ambienti circostanti; ma nel resto del mondo la costruzione continua, senza troppa
attenzione nei confronti dell'ambiente. 2. Campo del carbone, sia nelle centrali
termoelettriche sia nelle miniere: si stima che venga utilizzato il 15% del totale dell'acqua
estratta a livello globale, ma il consumo è destinato a crescere, infatti si prospetta che per il
2035, il prelievo dovrebbe aumentare del 20% e il consumo dell'85%, in quanto le nuove
centrali termoelettriche prelevano meno acqua, ma ne consumano di più per unità di
elettricità prodotta. Oltre il 50% delle più grandi centrali elettriche, a livello globale, rischiano
di ridurre la produzione nei prossimi anni a causa di livelli estremamente elevati di stress
idrico 3. Campo nucleare: i reattori impiegano l'acqua in due modalità, quindi attraverso
l'ebollizione oppu