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Segni Codici E Valori

Semiotica (Università degli Studi di Catania)

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SEGNI CODICI E VALORI:

Il contenuto significato è dato dalla relazione di ciò che abbiamo inteso grazie alla
vista (in questo caso) delle automobili parcheggiate.
L’unione tra l’espressione significante e quel contenuto significato da origine a
quel che chiameremo segno.
Infine, l’avere trovato effettivamente il sentiero per il mare, costituisce ciò che
definiamo EFFETTO PRAGMATICO del segno (negativo – positivo).

2. EMITTENTE E DESTINATARIO:

Un SEGNO è tale se, mette in relazione reciproca qualcosa di percettivo con


qualcosa di cognitivo, infatti, ogni qualvolta ci troviamo di fronte a qualcosa che
stimola il nostro interesse, siamo di fronte a un segno.

La tradizione filosofica nel nostro Occidente, ha sempre fatto distinzione tra sensi e
intelletto, corpo e anima e carne e mente… al contrario i segni non fanno altro che
metterli in relazione.

Es: Se il traffico s’interrompe per un assembramento di auto che blocca il


passaggio (significante), ci capiterà di pensare che c’è stato un incidente
(significato).

Quindi possiamo affermare che, non sono i fenomeni in sé a essere significanti, ma


la loro percezione da parte di qualcuno che, entrando empiricamente a contatto
con essi, li associa a dei significati ben definiti.

Il segno dunque non è una cosa che sta al posto di un’altra, bensi è la messa in
relazione che un soggetto instaura fra due elementi, di cui uno ha un dimensione
sensibile, e l’altro intelligibile.
Bisogno però precisare che la relazione si instaura grazie a chi è li a percepire e
pensare, a pensare percependo o percepire pensando.

3.COMUNICAZIONE E SIGNIFICAZIONE:

In termini più tecnici possiamo dire che il segno non viene prodotto da chi rende
possibile la costituzione del significante, ma da chi lo vede e lo interpreta.

Vi sono svariati segni emessi per comunicare qualcosa di specifico, ma ce ne sono


tanti altri, i quali vengono emessi in modo inconsapevole, senza avere alcuna
consapevolezza che si tratti di segni, e che solo il destinatario potrà concepire
come tali.

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Ognuno di noi è portatore involontario di segni, i quali vanno a costituire la nostra


identità sociale.
Diversamente dalle credenze popolari, il primo motore del linguaggio umano e
sociale, non è l’emittente ma il destinatario: poiché è solo a partire da costui che
può essere generato un contenuto significato a partire da un’espressione
significante.

La COMUNICAZIONE tradizionale si verifica quando il messaggio è trasmesso


volutamente, e l’emittente fa di tutto affinché il suo interlocutore recepisca il
messaggio.

La SIGNIFICAZIONE a differenza è un fenomeno più generale, dove il senso si coglie


partendo dalla fine, cioè da chi riesce a interpretare un significato percependo un
significante.

4. INFERENZE E CULTURA:

Il destinatario riesce a istituire la relazione fra espressioni significanti e contenuti


significati attraverso i meccanismi mentali attivati o attivabili dall’interprete, che
hanno un valore logico differente a seconda dei casi.
Un esempio può essere la generalizzazione induttiva, dove si istituisce una regola
interpretativa, ma che non è sempre valida.

La nostra INFERENZA, cioè il modo di riflettere che abbiamo impiegato per


collegare significante e significato, era allora UN’ABDUZIONE, un ragionamento
grazie al quale siamo passati da un caso particolare, alle legge complessiva.

La dimensione affettiva a volte contribuisce alla costruzione di una nuova forma di


conoscenza. Emozione e cognizione lavorano all’unisono, e lo fanno grazie a quella
che noi definiamo la nostra CULTURA di riferimento, ossia quell’insieme di sapere,
abitudini e forme di comportamento, che ci conducono ad indovinare in un modo
piuttosto che in un altro.

Quindi possiamo affermare che le inferenze cognitive che adoperiamo nelle nostre
interpretazioni, non hanno nulla di personale.
Esse si basano su precisi CODICI, cioè sistemi formali che regolano le possibili
associazioni mentali fra SIGNIFICANTI E SIGNIFICATI.

Questi CODICI non ha nulla di universale (oggettivo) quindi li possiamo definire


come STABILIZZAZIONI PIU’ O MENO DURATURE DI MODI COLLETIVI DI
PENSARE E DI AGIRE.
Vengono dettati e mantenuti dalla pressione sociale e ovviamente anche modificati
da essa quando si ritengono vecchi.

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I CODICI sono consuetudini sociali e culturali, abitudini interpretative che


assumono l’aspetto di una legge, e nessuna inferenza individuale è possibile se non
a partire da essi.

Il SEGNO, sta nelle cose ma nelle forme della loro relazione.

5. DIFFERENZA E VALORE

I CODICI, sono quindi convenzioni antropologiche.


Ciò significa, che le forme di associazione fra espressioni e contenuti che essi
rendono possibili, cosi come quelle impossibili, sono legate a valori, ordini di
preferenze che sono di estrema complessità quanto arbitrari quanto indiscussi.

I CODICI inoltre sono legati a culture diverse, le quali a loro volta si fondano su
sistemi di valori differenti, che nel primo caso potrebbe essere quelli dell’individuo,
della spontaneità e della spensieratezza.

La NOZIONE DI VALORE è multiforme:


Si adopera in NEGATIVO, per ridimensionare l’importanza degli aspetti logici e
cognitivi della significazione e in POSITIVO quando l’idea di valore ci serve per
mostrare come i codici sociali, anche se trascendenti alle scelte individuali, siano
comunque legati ai modi e ai motivi per cui l’individuo li assume e li fa propri,
ricavandoli fra valori collettivi e valori individuali.

Da una parte essi risiedono in quel che noi cerchiamo, rendendo significativo
l’oggetto desiderato. In questo caso è ciò verso cui si dirigono la nostra serie di
azioni e di passioni, dando un senso preciso a ciascuna di esse.

Dall’altra parte, il valore sorge nel costante confronto con altri oggetti e altri
valori, nella comparazione valutativa, e nel riscontro delle differenze.

6.RELAZIONI E NARRAZIONI:

Il macroscopico segno di cui stiamo parlando deve la sua propria ragion d’essere ai
suoi meccanismi costituitivi; e importanti proprio perché nascosti, sino a quasi
dissolversi in essi.

Il SEGNO è quel che appare immediatamente e con tutta evidenza ma che, funziona
solo se da un lato si scompone in elementi più piccoli e articolati fra di loro e se
dall’altro, va a scomporsi in entità più grandi, relazionandosi con altri segni a esso
analoghi.

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I SEGNI funzionano, perché si intrecciano in testi, cosi come le parole che, essendo
pezzi di lingua, si realizzano solo se vengono adoperate entro frasi e discorsi.
Le parole non hanno alcun ruolo costitutivo entro i sistemi linguistici:
come tutti i segni, esse sono il frutto di relazioni costanti fra elementi più piccoli e
al tempo stesso sono entità che compongono strutture più ampie.

I TESTI non sono soltanto libri, documenti, scritti ecc... ma una qualsiasi
porzione di mondo che, possedendo limiti determinati e una precisa
articolazione interna, si fa portatrice di una qualche configurazione di
senso.

La SEMIOTICA dunque non si occupa di SEGNI, ma si occupa di SIGNIFICAZIONE, la


quale per potersi concretizzare, deve far riferimento a unità di senso che le varie
società e culture impiegano per far transitare i propri valori di fondo.

Tutto in linea di principio, può essere testo: qualunque materia del mondo, cioè
un’espressione significante che veicola determinati contenuti.

Tutto ciò che è umano e sociale può divenire il contenuto significato attraverso
una qualsiasi sostanza del mondo. Nella misura in cui l’espressione e il contenuto
assumano la configurazione di un testo, da intendere come un TESSUTO DI
RELAZIONI.

7. FORME E SOSTANZE:

I testi di cui si occupa la SEMIOTICA, sono quei testi che incontriamo nella vita di
ogni giorno, LA FORMA PROFONDA, E QUASI SEMPRE INVOLONTARIA,DELLA
NOSTRA ESPERIENZA UMANA,INDIVIDUALE E SOCIALE (quotidiano, ordinario e
banale).

La quotidianità è zeppa di significazione, il senso si trova ovunque, soprattutto in


ciò che ci sembra più ovvio: corpo, cibo, architettura, abbigliamento ecc…

L’evidenza del vissuto quotidiano si fonda su strutture profonde, nascoste,


inconsapevoli, che sono di tipo semiotico (testuale).

Il compito della SEMIOTICA è quello di ricostruirle, metterle in luce, mostrarle e


chiarirne i meccanismi di funzionamento.

La maggior parte della nostra esperienza vissuta, per quanto possa sembrare
casuale e spontanea, si fonda su una rete di significazioni molto complessa, su
codici e testi che, se pure pratichiamo, non per questo sappiamo esprimerle.

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Questi testi che intessono le fila della nostra vita quotidiana, hanno per lo più una
forma profonda di tipo narrativo. Per esempio lo storytelling è una tecnica
comunicativa già nota.

Infatti le storie che conosciamo sono la linfa vitale attraverso cui diamo senso alle
nostre azioni e passioni.

I miti, le leggende, il folklore narrativo, cosi come le narrazioni mediali della


nostra epoca, sono tutte reti di senso.

Le Grandi Narrazioni di un tempo, sono certamente entrate in crisi, mentre d’altro


canto le piccole storie invece permangono, e danno senso alla nostra vita.

CAPITOLO 2:

1.MODELLI EMERGENTI E ANTICHI PROBLEMI

La riflessione sul linguaggio, sul segno, sul senso è antica quanto l’uomo.
Sia che essa sia stata condotta in modo consapevole ed esplicito, sia che questa
riflessione sia rimasta sotto traccia nelle numerose pratiche sociali in cui il
linguaggio, i segni, la comunicazione e la significazione sono stati e sono in vario
modo presenti, dall’invenzione della scrittura alla tecniche retoriche e dialettiche.

Come è noto i mezzi di comunicazione di massa e i nuovi media hanno fortemente


permeato l’organizzazione della collettività, facendosi protagonisti di una cultura
globalizzata che si costituisce, si frantuma e si ricompone con loro e in loro.
Ma tutte queste teorie e queste pratiche al tempo stesso sono rimaste a lungo
frammentarie e intermittenti, senza una sintesi complessiva che le racchiudesse in
un’unica forma istituzionalizzata.

Sino a quando, tra la fine dell’Ottocento e la prima parte del Novecento, sorge la
necessità di una semiotica che si racchiudesse in un solo paradigma di ricerca.

In filosofia, se ne occupo il pensatore americano Charles S. Pierce, studioso della


corrente pragmatista, che riprendeva la tradizione kantiana della teoria della
conoscenza reinterpretandola in chiave di tassonomie di segni e processi
interpretativi.

E anche con Edmund Husser, fondatore della tradizione di ricerca


fenomenologica , che collega la costituzione della soggettività alla prassi
linguistica concreta e alla comunicazione interpersonale.

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Parallelamente, molti autori ripensarono alle fondamenta la scienza linguistica,


autori come Ferdinand de Saussure, Louis Hielmslev o Roman Jakobson,
sollecitarono l’edificazione di una scienza nuova ( SEMIOLOGIA ) dedicata
esclusivamente allo studio dei diversi sistemi di segni presenti nelle diverse società
e culture.

Al contempo qualcosa di simile accadde nel campo della teoria e della critica
letteraria, con i formalisti russi e i neo critics statunitensi dove la problematica del
linguaggio e del senso si impose come fondamentale e necessaria in ognuno di
questi saperi, mettendoli in relazione l’uno con l’altro.

Ma la vera SEMIOTICA sorge a cavallo dello scorso secolo,sotto la spinta di quella


nuova società di massa, e dei suoi strumenti di comunicazione.

Nel momento in cui la stampa, il cinema, la radio, la televisione ecc… tessono i


gangli della socialità, gli strumenti della SEMIOTICA si impongono sulla scena
intellettuale.

Studiosi come Roland Barthes, in Francia e Umberto Eco, in Italia; provenienti da


due culture differenti, una classica e l’altra filosofica, elaborarono una serie di
modelli SEMIOTICI a supporto di una nuova analisi critica della cultura mediatica
emergente.

La SEMIOTICA si impone cosi, come una forma di sapere in grado di far dialogare
tutte e le altre e si caratterizza come uno sguardo capace di adoperare categorie e
modelli “ALTI”, per cercare di comprendere al meglio le manifestazioni della
cultura bassa.

Al tempo stesso, la critica dell’ideologia marxiana, orientando lo studio della


società alla politica trasformativa, viene ripensata su nuove basi, orientate alla
forma dei discorsi sociali, mostrando come segni, simboli, riti, miti ecc… si facciano
portatori di istanze di potere che, nascondendosi dietro di essi, tendono a
trascenderli.

GENEALOGIA:
Tecnica di ricostruzione concettuale, minuziosa e accurata, la quale non segue lo sviluppo
temporale lineare di un percorso teorico.
La ricostruzione genealogica, non scava verso le profondità veritative del pensiero.
Essa prova, a intrecciare reti concettuali, a individuare somiglianze epistemologiche, a
comparare progetti di ricerca ecc…
2.LIVELLO DI AZIONE

La SEMIOTICA ha avuto molteplici punti di innesco ma nessuna origine precisa.

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La dottrina della significazione ha spesso messo in crisi la stessa distinzione fra


scienze umane e scienze umanistiche, secondo il quale la significazione è quel
fenomeno specifico che mette in relazione fenomeni sensoriali e atti cognitivi.

Corpo e mente nei sistemi di segni, funzionano come un unico fenomeno umano e
sociale.

Accanto al campo epistemologico la semiotica ha adoperato anche nel campo


teorico, che mira a ripensare dalle fondamenta alcune categorie chiave legate
alla conoscenze, all’erica e all’estetica fino alla metafisica.

Nozioni diverse come opposizione e differenza, cessano di essere semplici postulati


teorici e vengono definiti uno rispetto all’altro, senza concetti predominanti.

Infine la SEMIOTICA ha come terzo livello, quello metodologico, mirante a un


organo flessibile di categorie e di modelli anch’essi interdefiniti tra loro, da
rivedere e ampliare.

Molti di tali modelli, fra l’altro non vengono inventati EX NOVO, ma prendono
spunto da discipline concomitanti.

Ciò significa che la metodologia SEMIOTICA, viene elaborata in funzione del suo
livello EMPIRICO, ossia dei dati che essa ha in proposito di spiegare e comprendere.

L’empiria SEMIOTICA è da ricostruire, ed è ciò che fanno gli individui e i gruppi


sociali, quando producono meccanismi semiotici per significare se stessi e il mondo
che lo circonda.

3. CAPITOLO – VISIONI STRUTTURALISTE

Alla base della semiotica vi sono dei curiosi paradossi: un paradosso storico-
fondativo, un altro riguardante l’oggetto di studio, e un terzo riguardante il nome
stesso della disciplina.

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Per quanto riguarda i problemi legati alle origini storiche della semiotica, va
ricordato che del segno si è sempre discusso, ma va anche detto che è una
disciplina molto giovane, che possiamo far risalire alla seconda metà del ventesimo
secolo.

Questo paradosso deriva dal fatto che non si tratta di una condizione tipica della
sola semiotica, ma anche di materie come l’estetica, la sociologia, la psicologia
ecc… tutte discipline costituite in periodi relativamente recenti.

In secondo luogo, nella storia della cultura e del pensiero, le questioni semiotiche
sono state disperse in discipline diverse come la logica, la metafisica, la teoria della
conoscenza ecc..

E infine, per quanto già dall’antichità la nozione di segno fosse stata coniata, i
principali pensatori e studiosi che l’hanno definita non hanno parlato quasi mai
della stessa cosa.

ES: Se in Parmenide, si discute di segno in termini di tracce della divinità, in


Ippocrate esso è il sintomo di una malattia.

Insomma, in poche parole nessuno potrebbe usare la nozione ippocratica di segno


senza ripensarla alla radice, inter-definendola con altre nozioni a essa collegate, e
dunque trasformandola completamente.

Da qui il SECONDO PARADOSSO: la semiotica, fonda la propria autonomia


disciplinare, le proprie basi concettuali, superando una nozione comune e
tradizionale di segno, decostruendola in una serie di nozioni di maggiore rigore
teorico.

Il segno agli occhi del semiologo, appare come il punto di partenza di un’indagine
che va alla ricerca di entità che lo compongono e nella quali esso si compone.

Le parole sono composte da tante parti, e a loro volta sono parti di sistemi generali
più complessi.

Allo stesso modo il SEGNO è solo la punta di un iceberg di un lavorio sottostante


che, che se pure non appare al momento della comunicazione è proprio ciò che la
rende possibile.

Un segno da un lato è la risultante manifestazione di una strutturazione di parti, e


dall’altro, il componente di una struttura più ampia.

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La vita del segno dipende in tutto e per tutto dalle strutture che lo producono e lo
sorreggono, dalle relazioni che le sue parti intrattengono per porlo in essere, ma
anche dalle relazioni che esso stesso intrattiene con altri consimili segni entro un
più generale sistema di significazione.

Un TERZO PARADOSSO riguarda la questione TERMINOLOGICA, dietro la quale si


rivela una profonda trasformazione concettuale.

Esiste un certo numero di termini per indicare la disciplina: oltre a SEMIOTICA,


hanno proposto anche SEMIOLOGIA, SEMEIOTICA, SEMESIOLOGIA, SEMANALISI,
SEMANTICA.

Ma quelli più ricorrenti sono SEMIOTICA e SEMIOLOGIA.


La differenza sostanzialmente non è nessuna, però i due termini col tempo hanno
assunto valori diversi.

Il primo, è sorto e si è diffuso in area FRANCOFONA, ed era il modo in cui si


indicava la disciplina negli anni SESSANTA, periodo in cui essa non era considerata
come una semplice scienza dei segni.

Il secondo diffusosi in area ANGLOFONA, rinvia a uno stato della disciplina che, ha
superato la nozione di segno e con essa, una dipendenza nei confronti dei modelli
linguistici.

Ma l’immagine della disciplina che tutt’oggi circola è quella della SEMIOLOGIA


come scienze dei segni, e non come SEMIOTICA teoria della significazione.

Da tutto ciò, la necessità di una ricostruzione GENEALOGICA più che


STORIOGRAFICA ed una ricomposizione LOGICA più che CRONOLOGICA.

2. SASSURE, HJELMSLEV, BARBERS

Fedinand de Saussure è stato il primo linguista svizzero per ovvi motivi:

Innanzitutto perché Saussure ha preferito allo studio del linguaggio in generale


quello delle lingue nella loro concretezza e regolarità.

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Secondariamente perché ha inteso il segno non più come un atto di rinvio


referenziale fra le parole e le cose, ma come una relazione di significazione fra un
significante e un significato entrambi facenti parte della lingua.

Ed infine perché ha rilevato come il valore del segno non stia tanto in questa
relazione di significazione fra i suoi due elementi costitutivi, ma nei rapporti che
esso intrattiene con altri segni all’interno di un sistema.

La lingua, è un sistema di valori puri, dove a dominare sono le relazioni formali e


gli elementi sostanziali che ne derivano.
Questo sia che si tratti di combinazioni sintagmatiche, cioè di relazioni fra i vari
elementi in praesentia nel flusso del discorso, sia che si tratti di selezioni
paradigmatiche fra elementi di una stessa classe.

STRUTTURALISMO:

Louis Hjelmslev, direbbe che una struttura è un’entità autonoma di dipendenze


interne, dunque un qualcosa di cui la lingua fornisce il modello esemplare, ma che
possiamo ritrovare in tutt’altri campi di indagine, come le organizzazioni culturali
e sociali.

Ed è prorpio Hjelmslev a portare avanti il lavoro di Saussure, per offrirlo come


metodo alla scienze umane, ma anche per fondare epistemologicamente la
semiotica come studio dei sistemi culturali della significazione.

In uno dei suoi libri più noti “I FONDAMENTI DELLA TEORIA DEL LINGUAGGIO” -
viene detto che lo scopo della linguistica è quello di partire da fenomeni che si
presentano come PROCESSI, per ritrovare al di sotto di essi dei veri e propri
SISTEMI.

Per quel che riguarda il passaggio dalla linguistica alla semiotica, il ragionamento
di Hjelmslev è molto preciso: la lingua è ciò che mette in presupposizione reciproca
due diversi piani, ognuno dei quali ha una sua forma e una sua sostanza.

Analizzando il funzionamento linguistico si scopre però che è a partire dalla


forma, che la sostanza può essere prodotta come “altro” rispetto alla lingua

La sostanza secondo Hjelmslev, è l’oggetto di studio di altre scienze, che


ritaglieranno in modi diversi rivendicandone ulteriori forme.

Cosi dal punto di vista della scienze, si dà un ASSOLUTA PRIMARIETA’ DELLA


FORMA E UNA RELATIVA INDIFFERENZA DELLA SOSTANZA.

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Nella lingua è sempre a partire dalla forma che si determinano le sostanze: la


medesima forma infatti può fare ricorso a diverse sostanze, le quali trasformano le
sue forme d’espressione e del contenuto.

Nella teoria di Hjelmslev ritroviamo cosi una VERA E PROPRIA FONDAZIONE


TEORICA DELLA SCIENZA SEMIOTICA.

In quanto studio delle forme, linguistica e semiotica non sono scienze simili, bensi,
il medesimo campi di studi, col medesimo oggetto d’analisi.

Da qui l’idea, secondo la quale la prospettiva strutturale e la prospettiva semiotica


lavorano di pari passo: ogni rilevamento di senso è la manifestazione di una
struttura. E viceversa, ogni ricostruzione strutturale lascia emergere la sua
significazione intrinseca.

Tra questi, anche Roland Barthes con l’idea seconda cui: lo strutturalismo non è
soltanto un metodo per cogliere e interpretare i fenomeni sociali e culturali.
Esso è la ricerca di un senso del mondo, o per meglio dire, della maniere in cui il
senso emerge nell’universo sociale e antropologico.

Secondo Barthes “la natura è cambiata, e si è fatta sociale”.

Lo strutturalista, indica la provenienza del senso o le procedure per la sua


fabbricazione. Il problema per lui, non è la messa a fuoco del significato, ma i
processi della sua costituzione, i dispositivi che aprono la significazione.

Il compito dell’analisi strutturale, secondo Barthes, è quello di mettere in evidenza


il carattere SIGNIFICANTE degli oggetti culturali, sottolineando la loro valenza
SISTEMATICA che a priva vista non appare.

SIGNIFICATIVITA’ E SISTEMATICITA’ sono strettamente dipendenti: non c’è senso


se non in un sistema, non c’è sistema che non promuova del senso.

L’attività strutturalista non vuole ordinare e classificare i fatti culturali, al


contrario esibendo la sistematicità naturalizzata, finisce per destrutturarli,
indicandone la fragilità.

Lo strutturalista, esibendo il carattere significativo e sistematico, si adopera per


liberarla dai suoi vincoli ideologici riportando il senso al suo semplice stato di
“fremito”.

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Per Bearthes, sono tre le operazioni compiute nel corso di ogni attività
strutturalista.

La prima è quella del ritaglio, della scomposizione dell’oggetto volta per volta
analizzato nelle sue parti costitutive. Per farlo, è necessario individuare i criteri
pertinenti, e cioè le classi paradigmatiche entro cui inserire le unità da scomporre.

La seconda operazione, detta di coordinamento, procede in senso contrario: si


tratta di trovare le regole mediante cui le unità paradigmatiche si associano fra
loro a formare il SINTAGMA, cioè l’oggetto che era stato scomposto. Certe unità
possono associarsi, altre meno e altre ancora non posso proprio.

In tal modo l’oggetto finale, una volta RICOMPOSTO, sarà molto diverso da quello
inziale, sarà l’oggetto più la sua struttura.

L’UOMO STRUTTURALE PRENDE IL REALE, LO SCOMPONE, POI LO RICOMPONE.

Lo STRUTTURALISMO è un’attività, perché produce del senso che prima non c’era;
o meglio svela lo scheletro che permette a quel senso di esserci.

3.FORMA DEL CONTENUTO

L’esperienza quotidiana, è utile ad illustrare alcune delle nozioni più importanti


della teoria semiotica, come quelle della forma e sostanza del contenuto.

La vita quotidiana è una riserva inesauribile di significazione.

Un esempio può essere quello della necessità di rallentare perché magari, ci si


approssima a una scuola.
Vi sono diversi segnali per far capire al conducente di rallentare, come i semafori, i
segnali stradali triangolari, anche detti di pericolo, o quelli gialli con la scritta
RALLENTARE.

Ecco insomma una serie di diversi modi di segnalare l’esigenza di rallentare nei
pressi una scuola.

Come vediamo sono differenti i significanti adoperati, cioè i modi di esprimere quel
messaggio, cosi come il comportamento pratico di coloro i quali lo recepiscono.

La serie di significati, vengono gestiti in alternativa fra loro e in varie possibili


sovrapposizioni.

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Questi significanti sono composti da matarie espressive molto diverse, possono


essere di tipo tecnologico, fisico, di tipo somatico e in generale umano.

Ma la presenza stessa della scuola, nel contesto in cui è collocata, è già


significativa per coloro che sono a conoscenza della sua esistenza.
Le materie per esprimere la significazione sono umane e non umane, che hanno
ricevuto una sorta di delega a comunicare un messaggio.

Ognuna di tali materie espressive riceve una qualche ARTICOLAZIONE FORMALE,


che conferisce loro delle precise potenzialità comunicative, ossia una precisa
SOSTANZA.

I materiali espressivi, non sono mai significanti come tali, ma soltanto grazie alla
forma che conferisce loro una qualche sostanza.
L’unione di materia e forma costituisce una sostanza concreta.
Lo stesso ragionamento può essere condotto per il messaggio, meglio, il contenuto
significato di tali sostanze espressive.
Anche sul piano del contenuto ci sono una materia e una forma, che unite danno
vita a una sostanza.

C’è un piano dell’espressione e un piano del contenuto in relazione reciproca fra


loro, ognuno dei quali ha una materia, una forma e una sostanza : la materia non
può non esseri, ma solo quando viene formata diventando sostanza, è significativa.

Secondo Hjelmslev espressione e contenuto non possono esistere l’una senza l’altro,
sono in RELAZIONE RECIPROCA, ma NON SONO CONFORMI, sono formati ognuno
a suo modo.
Una cosa è la FORMA DELL’ESPRESSIONE, un’altra cosa è la forma del contenuto.
A produrre significazione è la relazione fra queste due diverse forme.

4. MODI DI IGNORARE

Normalmente siamo abituati a ragionare in termini di una distinzione fra forma e


contenuto, ma qui Hjelmslev, ha un modo di ragione molto diverso: parla del fatto
che sia l’espressione significante sia il contenuto significato hanno una forma
precisa.
Introduce cioè una nozione, quella di FORMA DEL CONTENUTO: non esistono nel
linguaggio significati in sé, concetti puri, idee;

Ma specifiche sostanze del contenuto, cioè significati che sono tali perché articolati
a loro interno e a sua volta formati.

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La lingua per Hjelmslev è la relazione reciproca fra DUE forme ben diverse: quella
dell’espressione e quella del contenuto.

Poniamo che si voglia esprimere l’idea di non sapere qualcosa dicendo “ NON SO”

Questo significato generino, questa MATERIA DEL CONTENUTO che le varie lingue
hanno, in comune, non viene FORMATA, ma assume una precisa configurazione
SEMANTICA, diviene cioè una SOSTANZA diversa da lingua a lingua.
Ogni lingua traccia le sue particolari suddivisioni all’interno della “massa del
pensiero”, e da rilievo in essa a fattori diversi in disposizioni diverse.

Tutto, avviene senza alcuna ragione preventiva, grazia al carattere arbitrario che
è tipico di ogni lingua.
Es :perché in inglese è necessario l’ausiliare DO oltre al NOT?

L’unica risposta plausibile è semplicemente una:


L’ausiliare è necessario perché lo vuole la struttura della lingua, cioè perché la
forma che ritaglia la medesima materia è differente.

Non c’è una frase che ha “più senso” di un’altra; la MATERIA DEL CONTENUTO, si
ricava a posteriori grazie alla loro comparazione.
La materia del contenuto è per certi aspetti precedente alla lingua, per altri versi
ne consegue; è da lei prodotta, non può sussistere senza una qualche lingua che la
esprime.

La materia, è la CONDIZIONE DI POSSIBILITA’ DELLA TRADUZIONE da una lingua


all’altra, da un sistema di significazione a un altro. Ed è solo dopo che traduzione è
compiuta che possiamo dire che due frasi, due parole, due testi, hanno qualcosa in
comune, hanno la stessa materia, lo stesso senso.
Questo ragionamento, può essere utilizzato per analizzare campi culturali più
ampi e complessi.

La materia del contenuto è potenzialmente illimitata.


Per significare possono essere utilizzati movimenti del corpo, colori, rumori ecc… i
quali rinviano, a un numero illimitato di significati possibili.

Con la SEMIOTICA è possibile parlare di qualsiasi cosa attraverso qualsiasi mezzo.


In altre parole, non c’è DA UN LATO la materia dell’espressione e DA UN ALTRO
LATO la materie del contenuto: c’è una sola materia che, può essere usata come
materia dell’espressione e come materia del contenuto.

La nozione che risulta più innovativa è quella di FORMA DEL CONTENUTO.

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Con essa infatti è possibile prendere definitivamente congedo dalla dicotomia


tradizionale forma\contenuto su cui si basa gran parte della cultura occidentale.

La nozione di forma del contenuto poiché rivendica il fatto che, non solo esistono
diversi modi di dire le cose, ma soprattutto ognuno di questi modi finisce per
predisporre contenuti diversi, a PRESCINDERE ANCHE DALL’ESPRESSIONE
CONCRETAMENTE UTILIZZATA.

Per Aristotele esistono una forma e una sostanza, dove la loro unione costituisce,
l’essenza delle cose.

Per Hjelmslev le cose sono diverse: analizzando il funzionamento linguistico scopre


che è sempre a partire dalla forma che la sostanza può essere prodotta come “altro
rispetto alla lingua.
La sostanza è l’oggetto di studio di altre scienze, che a loro volta, la ritaglieranno
in modi diversi, ricavandone altre forme.
La sostanza è il residuo non analizzato di una determinata prospettiva scientifica,
non il punto delle possibili predicazioni discorsive.
E’ per questo che dal punto di vista semiotico e linguistico si dà un assoluta
PRIMARIETA’ DELLA FORMA e una RELATIVA INDIFFERENZA DELLA SOSTANZA.
Nella lingua è sempre a partire dalla forma che si determinano le sostanze: in essa
infatti, la medesima forma dell’espressione può fare ricorso a diverse sostanze, le
quali non trasformano l’impianto di base della lingua, cioè le suo forme
dell’espressione e del contenuto.

Se le lingue hanno due piani, se i due piani non sono conformi, se è necessaria una
separazione delle analisi dei due piani, se occorre analizzare solo la forma dei due
piani, si daranno quattro alternative.
1. è possibile che la medesima forma dell’espressione produca diverse sostanze
del contenuto; si parla allo stesso modo di tante cose diverse.
2. È possibile che la medesima forma dell’espressione si manifesti mediante
diverse sostanze dell’espressione: per esempio, i suoni e la scrittura sono
sostanze formate attraverso la grammatica linguistca;
3. È possibile che la medesima forma del contenuto produca diverse sostanze
del contenuto; il caso dei generi.
4. È possibile infine trovare che la medesima forma del contenuto venga
manifestata mediante diverse sostanze dell’espressione: una stessa storia piò
essere un romanzo un film; la notizia può essere scritta in un quotidiano o
passata alla radio.

5. SEMI-SIMBOLISMO

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Nei FONDAMENTI DELLA TEORIA DEL LINGUAGGIO Hjelmslev propone di


differenziare due diversi regimi di funzionamento della significazione.
Propone di tenere distinti i veri e propri SISTEMI DI SEGNI dai SISTEMI DI
SIMBOLI.
Se i primi presentano una NON CONFORMITA’ tra piani e una COMMUTABILITA’
fra elementi, i secondi, viceversa, possiedono piani del tutto conformi, ed elementi
non commutabili.

I SEGNI, vengono detti BIPLANARI, mentre i SIMBOLI, possono essere considerati


come MONOPLANARI.
La differenza fra SEGNI e SIMBOLI viene condotta su basi formali, interne cioè ai
sistemi di significazione.

Hjelmslev preferisce adottare un punto di vista interno al sistema: quello della


relazione trai i due piani del linguaggio.

Utilizzando il criterio proposto dal danese, possiamo pensare a sistemi che


presentano conformità tra piani, ma commutabilità tra elementi.
Se utilizziamo il sistema gestuale per esprimere l’affermazione e la negazione
attraverso il movimento della testa, che come sappiamo il movimento verticale
indica il SI quello orizzontale indica il NO.
Ma se questi gesti sono significativi, è perché ognuno di essi non è un elemento
autonomo, e non può esistere senza rinviare implicitamente all’altro.
Se l’orizzontale non significasse la negazione, il verticale non significherebbe
l’affermazione.

Questo è un sistema che, per analogia terminologica a quelli proposti da Hjelmslev,


possiamo chiamare semi-simbolico.
Tale sistema articola al suo interno non singoli elementi, ma intere CATEGORIE del
piano dell’espressione con categorie del piano del contenuto, in modo da istituire
una specie di proporzione.
L’importanza di questo regine di funzionamento semiotico, è stat chiarita
recentemente: moltissimi linguaggi, utilizzano questo sistema di significazione per
produrre i loro testi, a prescindere dalla materia dell’espressione cui fanno ricorso
o dai contenuti che veicolano.

Si tratta di un SEMI-SIMBOLISMO che possiamo chiamare SINTAGMATICO, dato


dalla relazione fra termini.
Quando invece diciamo che il rosso è comunista e il nero è fascista, si tratta di un
semi-simbolismo PARDIGMATICO, dove un termine ha senso opposto a un altro che
potrebbe stare al suo posto.

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I luoghi in cui il SEMI-SIMBOLISMO si manifesta in modo più evidente, sono la


POESIA e il MITO.
Gli studiosi, hanno progressivamente mostrato come si impossibile spiegare il
funzionamento complessivo di questi due grandi linguaggi cercando di proiettare
su di essi il modello semiotico bi-planare delle lingue naturali e quello mono-
planare dei simboli.
Poesia e mito presentano elementi commutabili ma sono conformi.
Il senso che veicolano deriva dalla messa in correlazione diversa di categorie del
piano dell’espressione con categorie del piano del contenuto.

L’arbitrarietà del segno subisce cosi un ridimensionamente: significanti e


significati, una volta istituito il loro nesso, all’interno del sistema linguistico,
entrando in relazione con altri nessi tra altri significanti e significati, finiscono per
contrarre fra loro una relazione ri-motivata semi-simbolicamente.
E’ il caso, dei fonemi di sinestesi, tali per cui all’interno di una certa lingua alcuni
parlanti possono produrre associazioni “spotanee” fra suoni e colori e o forme.
Se i sistemi fonetici e fonologici, nel sistema linguistico sono forme vuote, tali forme
tendono a essere riempite al momento dell’uso linguistico con significati di tipo
sinestetico, dove cioè la sonorità viene associata ad altri sensi quali la vista, il tatto,
il gusto ecc…

Molto diversa dal punto di vista sociale e culturale, la struttura dei miti, Claude
Levi-Stratuss di che il mito si compone di elementi in quanto tali non significativi
che acquistano senso solo nelle loro possibili, e diverse combinazioni.

Da qui il parallelismo intuito dallo stesso Levi tra il simbolismo fonetico della
poesia e il simbolismo semantico del mito.

6.SEMANTICA STRUTTURALE

L’assunzione di una prospettiva strutturalista porta con se molteplici conseguenze,


in particolare nel campo della semantica, cioè dello studio dei significati prodotti
all’interno dei vari linguaggi, dei vari sistemi di significazione.
Il fenomeno della produzione della circolazione dei significati, è costitutivo di
qualsiasi sfera culturale e sociale.

Discutere di SEMANTICA vuol dire quindi pensare insieme diverse prospettive di


studio dell’uomo e della società: quello del SENSO e della sua articolazione in
SIGNIFICAZIONE.

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Lo strutturalismo mette tra parentesi il carattere funzionale dei linguaggi e studia


i loro meccanismi interni, ed il loro essere profondamente e necessariamente
sistematici.
I SEGNI sono l’esito di strutture soggiacenti che li compongono e in cui si
compongono.
A partire da questa idea, la linguistica ha fatto innumerevoli passi in avanti,
arrivando a una netta separazione di campo tra la FONETICA e la FONOLOGIA.

La prima descrive l’insieme dei suoni presenti all’interno di ciascuna lingua, la


seconda insiste sulle regole generali attraverso cui vengono prodotti i vari suoni
all’interno delle lingue.
La FONETICA studia soprattutto la composizione e la distribuzione delle unità
minime del significante, la FONOLOGIA si occupa di ritrovare quei TRATTI a
partire dai quali ogni fonema viene prodotto.
Cosi gli studiosi di FONOLOGIA hanno potuto mostrare che, se il numero di fonemi
è molto ampi, il numero ricostruito dei tratti astratti che producono i fonemi stessi
è invece assai limitato.

Il FONEMA non è altro che il risultato variabile di un fascio di tratti costanti, che
soggiacciono a esso.

Il problema secondo Hjelmslev è quello di proporre per il paino del contenuto delle
lingue un lavoro analogo a quello che la fonologia ha proposta per il piano
dell’espressione.
Se un SEGNO ha sempre e due facce e una lingua due piani, una linguistica che si
blocca alla sola analisi dell’espressione significante r la definizione del suo stesso
oggetto di studio.

Solo una volta costruita una semantica strutturale analoga alla fonologia, la
linguistica potrà dirsi dotata degli strumenti necessari per spiegare i processi
linguistici.
Il significato non sarà più l’immagine mentale di una cosa del mondo esterna alla
lingua, ma un’entità interamente costituita da e in essa, e dunque variabile col
variare delle lingue.

La nozione stessa di FORMA DEL CONTENUTO è la migliore dimostrazione del


fatto che i significati linguistici si basano sui diversi ritagli che le lingue fanno di
una materia semantica altrimenti inesprimibile.

Se si prende una qualsiasi porzione di spazio semantico di una lingua, è possibile


operare riduzioni da elementi complessi a elementi semplici.
L’esempio fornito a tal proposito da Hjelmslev è celebre,

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Si tratta del micro-universo della sessualità aniamel. Dove dodici diversi termini
vengono ordinati in due assi, quello dell’opposizione maschile\femminile e quello
delle diverse specie animali.
Tale esempio va inteso come una riprova della possibilità di riduzione della
semantica delle lingue a un numero controllabile di elementi minimi del contenuto
tra loro strutturate.

Greimas; in SEMANTICA STRUTTURALE, riprende il progetto abbozzato da


Hjelmslev , condotto con gli stessi metodi dell’analisi del loro piano
dell’espressione.
Secondo cui può essere possibile una semantica dove gli effetti di senso delle lingue
siano scomponibili in un certo numero di semi.

Sul piano del contenuto un lavoro analogo non porterebbe all’individuazione di un


numero piccolo e preordinato di tratti.
Questo accade solo all’interno di universi semantici chiusi e molto ristretti.

A questo punto bisogna interrogarsi sulla possibilità di reperire, al di sotto delle


categorie semantiche date, un livello profondo a partire da cui esse vengono
generate.

Cosi spostandosi dai problemi teorici generali ai metodi di descrizione degli


universi semantici;
Greimas sposta lo sguardo sull’individuazione di percorsi complessi entro i quali la
significazione si articola.
Lo studioso di semantica finisce cosi per incontrare la MORFOLOGIA DELLA FIABA
di vladimir Propp.

Lavorando sulla tipologia delle sfere d’azione e sulla stringa di FUNZIONI


narrative individuate dal folclorista russo, Greimas elabora l’ipotesi che gli
eventuali universali semantici debbano essere cercati in strutture transfrastiche
molto ampie,che collocandosi a livello immanente, devono reggere la
manifestazione di ogni discorso.

La generazione della significazione, secondo Greimas, è retta nel proprio percorso,


dalle strutture narrative, e sono queste che producono il discorso articolato in
enunciati.

4. CAPITOLO

1.FIABE, METAFORE, VERITA’

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La fiaba è il regno della fantasia, oggi si direbbe della fiction, storie semplici per
gente semplice, soprattutto per bambini; cosi come le metafore sono artifici
retorici per dire le cose in un altro modo.

La fiaba, la metafora, e soprattutto la verità sono in relazione poiché la nostra


cultura occidentale le ha sempre tenute rigidamente separate, dalle tradizionali
distinzioni tra metafisica, poetica e retorica.
Sino ai giorni nostri, dove tra i medi vi sono le questioni delle FAKE NEWS e
dall’altra parte il gran successo dello STORYTELLING.

2.L’AVVENTURA DELLA FIABA

La fiaba nonostante si tratti di un genere narrativo molto antico, non riceve molta
attenzione da parte degli intellettuali e degli studiosi.
La si considera un racconto adatto all’educazione dei bambini.
Le fiabe popolari, venendo tramandate oralmente, cambiano di continuo a seconda
dell’ambiente storico-culturale in cui vengono raccontate.

L’interesse verso il folklore si sviluppa nel primo Ottocento, grazie al


Romanticismo, che vede nella tradizione narrativa di ogni paese, lo spirito del
popolo.
La poetica romantica sostiene l’idea che il fondamento della cultura e dell’identità
di una nazione sia rappresentato dalle narrazioni popolari.
Ogni popolo, si differenzia per la propria lingua ma anche per le storie fantastiche
che tramanda.

Si pubblica cosi nei vari paesi europei, un gran numero di raccolte di fiabe, e nasce
un vigoroso interesse verso il patrimonio narrativo che va oltre il folklore e la
letteratura, per coinvolgere più in generale la sfera culturale e politica.

Questa intensa attività di raccolta delle fiabe, finisce però per generare esiti
contrapposti a quelli immaginati: molte fiabe di paesi diversi appaiono
straordinariamente somiglianti.

Più che connotare l’identità etnica di ogni singola nazione, le favole sembrano far
parte di una specie di riserva culturale, come se gli uomini da secoli o da millenni,
si siano raccontati sempre le stesse storie.

Si inizia a percepire nei confronti del folklore narrativo qualcosa di molto simile a
quel che accade, per lo studio delle lingue: un sentimento al tempo stesso di
somiglianza e di differenza, la percezione di una grande varietà ma a partire da

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qualcosa di comune, da un ipotetico ceppo originario, dal quale a poco a poco,


appaiono tutte le lingue e parallelamente tutte le fiabe.

Visto che tutte le fiabe sembrano essere simili, ci si domando come e cosa
paragonare, qui entro in gioco lo studioso finnico Antii Aarne che fece una
classificazione di tutte le fiabe nel 1910, ma che risulto insoddisfacente e in fine
ampliata da Stith Thompson nel 1961.

Dopo un grande lavoro costruirono una tipologia molto fine di quelli che chiamano
MOTIVI NARRATIVI, cioè unità fiabesche raggruppabili in vario modo a partire da
quattro grandi classi.

1. FIABE DI ANIMALI
2. FIABE ORDINARIE
3. SCHERZI E ANEDDOTI
4. FIABE FORMULARI

Lo sforzo dei due folkloristi è notevole, ma i risultati lasciano a desiderare, creando


problemi a coloro i quali, nel lavoro pratico di suddivisione del materiale
narrativo, devono volta per volta decide in quale casella inserirlo e in quale no.
Difficile quindi costruire ciò che distingua le invarianti dalle variabili e i tipi
generali dalle loro occorrenze singolari.

Ci si rende conto inoltre, che le fiabe si scompongono in parti, le quali possono


vivere di vita propria oppure per essere utilizzate per la costruzione di storie più
ampie, cambiando il senso dell’insieme o del singolo personaggio.
Occorre quindi trovare un criterio legato alla forma delle relazioni interne al
sistema fiabesco e alle strutture narrative.

3.STRANIAMENTO E FORMALISMO

Vladimir Propp appunt, nel suo libro MORFOLOGIA DELLA FIABA, inaugura la
ricca tradizione di studi sulle strutture formali della narrazione che si allargherà
progressivamente alla teoria letteraria, alla ricerca sulle comunicazioni di massa e
alla filmlogia, per trovare infine una sintesi nella NARRATOLOGIA.

Propp nei suoi studi incrocia le questioni legate allo studio della fiaba popolare dei
formalisti russi che rinnova profondamente le metodologie d’analisi delle opere
poetiche e letterarie, in relazione con le sperimentazioni futuriste.

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Alcuni di loro, in torno agli anni Dieci e Venti, operando fra Mosca e Pietroburgo,
decidono di dedicarsi allo studio dell’esperienza concreta dei testi: oggetto degli
studi letterari, è la LETTERARIETA’ , cioè ciò che fa di un qualsiasi messaggio,
un’opera letteraria.

Secondo i formalisti esiste un linguaggio poetico le cui leggi possono essere


ricostruite a partire da un raffronto con il linguaggio comune.
Occorre quindi, individuare i criteri che permettano di riconoscere la specificità del
testo artistico.

Essi propongono di soffermarsi sull’effetto di STRANIAMENTO che l’opera d’arte


produce sul suo lettore.
La realtà ricreata nell0opera, sostiene Sklovskij, provoca una DE-
AUTOMATIZZAZIONE DELL’ABITUALE PERCEZIONE che si ha del mondo.
Generalmente, percepiamo il mondo in maniera abitudinaria, al punto che la
maggior parte dei suoi elementi ci appare normale.

L’arte invece elimina ogni automatismo e permette di cogliere aspetti nascosti


dell’esperienza: di fronte alla trasgressione dei codici, l’interprete si trova
“spaesato”, è costretto a soffermarsi sulla materialità concreta dell’espressione.

La nozione di straniamento, è di grande utilità per comprendere l’estetica


implicita dei formalisti russi e della semiotica della arti.

Il lavoro linguistico dell’artista, manifesta la capacità dell’arte di porsi come


critica del quotidiano.
Secondo i formalisti la PAROLA POETICA manifesta se stessa, si mette in mostra
come tale in tutti i suoi aspetti, rivelandosi come segno atipico, al contempo
autoriflessivo e polisemico.
Relegando l’intenzionalità comunicativa al rango del procedimento artistico, la
letteratura mette a nudo il proprio linguaggio moltiplicandone i significati.
L’ambiguità semantica del linguaggio letterario implica che questo contenuto sia il
risultato di una de-automatizzazione della percezione del mondo.
La letteratura allude ad UN ALTRO MONDO rispetto a quello a cui rinvia la lingua
comune.

4.LA MORFOLOGIA DI PROPP

Propp invece, parte dalla considerazione che, nelle fiabe, non vige alcuna
differenza tra FABULA e intreccio: le principali funzioni narrative, sono sempre le
medesime ma si succedono nello stesso rodine logico e cronologico.

Si rende conto che, in queste storie la serie delle funzioni narrative resta costante.

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A questo punto pensa di distinguere in varietà la fiaba: attraverso uno studio


MORFOLOGICO poiché per poter dar vita a una rigorosa analisi del folklore
narrativo, occorre andare alla ricerca di ciò che tiene insieme le singole parti.

Una tipologia di fiabe è possibile se si lavora sulle forme che essi strutturati fra
loro, tendono ad assumere.
Secondo Propp, ogni fiaba ha le sue particolarità, le sue “trovate narrative”, che
costituiscono il suo fascino estetico e il suo interesse storico-antropologico.

Questa loro ricchezza è dovuta al fatto che tutte si fondano sulla medesima
struttura, ossi sulla successione di trentuno funzioni narrative, avvalendosi delle
stesse regole sintagmatiche.

Gli elementi variabili sono i personaggi, i loro attributi fisi e psicologici, i modi più
o meno fantastici in cui appaiono e agiscono; quelli invarianti sono come la
funzione che le azioni svolgono rispetto all’insieme della storia.

Che l’eroe sia un contadino o un principe lo schema narrativo delle funzioni sarà
ricorrente.
Una funzione narrativa è “l’operato di un personaggio determinato dal punto di
vista del suo significato per lo svolgimento della vicenda” dove il termine
SIGNIFICATO va inteso, in senso quasi matematico.

Se un personaggio, si sposa, quel che va studiato è il ruolo che questo matrimonio


riveste rispetto alla vicenda complessiva, e dunque la sua collocazione rispetto al
flusso narrativo.

L’azione è dunque la medesima, ma il suo significato cambia a seconda del posto


che occupa nell’insieme.
Per ricostruire l’insieme bisogna tenere conto delle funzioni delle azioni.
Funzioni che sono in numero limitato e si succedono sempre nello stesso modo.

La situazione inziale in ogni fiaba è generalmente positiva: dominano equilibrio,


armonia e benessere.
Tale equilibrio si inclina nelle funzioni d’esordio, dove c’è un divieto e la sua
infrazione, ma soprattutto inizia l’investigazione dell’antagonista.
Il che equivale a dire che a compiere la prima mossa significativa della fiaba è
sempre il cattivo: più è energico l’antagonista più l’equilibrio più è duro il
danneggiamento della situazione iniziale e di conseguenza sarà più duro il
compito dell’eroe.

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Cosi la mancanza procurata dal danneggiamento si sparge, e ha luogo la


MEDIAZIONE, ossia la ricerca di chi dovrà occuparsi di riparare tale MANCANZA,
assumendo il ruolo di EROE.

L’eroe è tale già dall’inizio, ma lo diviene progressivamente dopo avere superato


una serie di prove, può darsi che l’eroe e la vittima coincidano, ma il più spesso
delle volte il protagonista è una terza persona, a cui è attribuito il compito di
risolvere il problema.

Di seguito vi è la partenza l’eroe alla ricerca dell’Antagonista, che si trova in un


altro spazio-temporale.

La sua ricerca è un viaggio, il quale egli incontra alcuni Aiutanti che gli fanno dono
del mezzo magico, necessario al momento della LOTTA.

L’acquisizione della fornitura occupa gran parte della fiaba, poiché sarebbe la
parte centrale, dove avvengono le avventure più importanti e fantastiche.
Raggiunto l’altro Regno, si svolge la lotta contro l’Antagonista, durante la quale
avviene la Marchiatura, che si conclude con una vittoria.

Quindi possiamo dire che ogni fiaba racconta due storie, una CIRCOLARE E UNA
LINEARE.

Da una parte il racconto oggettivo, collettivo e sociale, dove il Danneggiamento


viene superato e si torna alla situazione iniziale.
Dall’altra parte il racconto soggettivo, individuale, dove l’eroe supera tutte le sfide
e da persona comune acquista un nuovo status.
Se nel primo caso c’è una CONSERVAZIONE, nel secondo vi è una
TRASFORMAZIONE, e quest’ultima è la vera anima di ogni fiaba.

In sintesi, ogni fiaba è strutturata secondo tre grandi Prove assegnate al


protagonista per diventare Eroe:

1.PROVA QUALIFICANTE, dove il protagonista incaricato di risolvere il


Danneggiamento ottiene da un Oppositore o da un Aiutante gli strumenti magici
per agire;

2.PROVA DECISIVA, dove avviene il combattimento con l’Antagonista, la


Marchiatura e la conseguente Vittoria

3.PROVA GLORIFICANTE, grazie alla quale l’Eroe assume a livello sociale un nuovo
status.

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5.LIVELLI DI PROFONDITA’

Nella sua analisi Propp dice che quel che importa nella fiaba è ciò che stai dietro la
narrazione, tutto ciò che, pur non apparendo, rende possibile il racconto stesso.
Occorre tenere ben distinti, dal punto di vista scientifico, l’azione narrativa
effettiva ciò che noi definiamo STORYTELLING, variabile nello spazio e nel tempo, e
la struttura narrativa, che nascondendosi dietro di essa, la rende possibile.

La metafora geologia: da una parte la SUPERFICIE, ciò che appare direttamente e


si ritiene apprezzabile, dall’altra parte la PROFONDITA’, sarebbe ciò che, non
emergendo, sfugge, ma che garantisce il funzionamento dell’insieme.

I livelli di profondità di cui è composta la fiaba sono molteplici: abbandonando


progressivamente l’immediata superficie, si raggiungono profondità maggiori.
In tal modo la struttura narrativa tende al contempo a semplificarsi e a
consolidarsi, a divenire più elementare, ed utilizzabile anche per analizzare altri
materiali.

Propp dopo le 31 funzioni, compie altri due passi per rendere conto della struttura
della fiaba.

Il primo è quello di tenere distinti i personaggi veri e propri dai loro ruoli narrativi.
Ogni personaggio occupa di fatti alcune SFERE D’AZIONE privilegiata.
Come per esempio nella sfera d’azione dell’ANTAGONISTA si riuniscono le funzioni
relative al Danneggiamento, alla Lotta e alla Persecuzione, mentre in quella
dell’EROE ci sarà la Partenza, la Lotta e la Vittoria.

In tutto sono SETTE secondo Propp le sfere di azione della fiaba; oltre le due già
nominate le altre sono quelle del DONATORE, AIUTANTE, PERSONAGGIO
CERCATO, MANDANTE E FALSO EROE.

Però non c’è sempre una corrispondenza biunivoca tra il singolo personaggio e la
singola sfera d’azione: può accadere che a una sfera corrisponda un personaggio,
ma anche che a una sfera corrispondano più personaggi, oppure anche che un
personaggio abiti in più sfere.

Il secondo passo di Propp verso una riduzione della sostanza alla forma, è quello
relativo ai cosiddetti MOVIMENTI NARRATIVI. Dal punto di vista morfologico, una
favola può dirsi compiuta, esaurendo cioè il suo movimento, quando si passa da un
Danneggiamento a delle Nozze.
Questo sono le due funzioni narrative basilari che non possono non esserci:

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Si devo rompere l’equilibrio inziale tramite il Danneggiamento;


L’Eroe deve essere premiato per aver superato le tre prove;

Non bisogna però confondere la struttura logica della fiaba, definita movimento,
con la sua effettiva manifestazione testuale.

Quelli che potremmo chiamare i diversi livelli di profondità della fiaba conseguono
a questa progressiva riduzione del materiale folklorico, che parte da una
complessità per arrivare a un’assoluta semplicità.
Ponendola in termini quantitativi:

100 FIABE DI MAGIA


31 FUNZIONI
7 SFERE D’AZIONE
3 PROVE
1 MOVIMENTO

Questa stratificazione geologica, è un modello che esamina tale materiale, per


usare un altro concetto della linguistica, secondo diversi LIVELLI DI PERTINENZA:
quello delle funzioni, dei ruoli narrativi, delle prove dell’eroe.

Più si scende verso la profondità più lo spettro di indagine si allarga, coinvolgendo


materiali narrativi più ampi.

E’ cosi sorta la narratologia, adoperando la metodologia Proppiana,


potenziandola, in moda da renderla al tempo stesso più agile e potente, più
astratta ma più generale.

Lo stesso Propp ha sostenuto che le fiabe di magia sono residui degli antichi riti di
iniziazione praticati nel neolitico.

La nozione di trasformazione sta alla base della semiotica, perché mette in


continuità testi fiabeschi e situazioni concrete, storie e rituali, facendo della
narrazione, la FORMA PROFONDA DELL’ESPRERIENZA STESSA DEL MONDO
UMANO E SOCIALE.

5. STRATEGIA DI VERIDIZIONE

Per entrare nel merito di questa concezione semiotica della narrazione, è bene
provare a leggere un testo fiabesco con i modelli che Propp ci ha fornito.

Ciò che a un livello, potrà apparire strano, in un altro potrà invece acquisire una
precisa funzione, cioè un significato.

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Acquisire una prospettiva orientata di lettura vuol dire, abbandonare quella che
già possediamo, e che è legata a una certa mentalità letteraria tradizionale.

Non si tratta infatti di leggere una fiaba per godere del suo valore estetico, ma di
ricostruire i meccanismi profondi del suo funzionamento strutturale.

7.NARRATOLOGIA

L’importanza della ricerca proppiana va al di là del suo esito immediato: se cioè la


MORFOLOGIA DELLA FIABA ha come scopo evidente quello di sfatare il luogo
comune secondo cui il fiabesco è il mondo della fantasia narrativa.

Quando nel 1958, il testo di Propp viene tradotto in inglese, esso appare come il
modello esemplare di quella analisi del racconto, che si sperimenta in seno al
nascente strutturalismo.

Negli anni Venti il lavoro morfologico proppiano era in sintonia con quello che i
formalisti conducevano parallelamente, allora la nozione di FORMA valeva più che
altro come dichiarazione d’intenti nei confronti dell’estetica idealista e positivista.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, la nozione di STRUTTURA si pone obiettivi ben


più ambiziosi. Si innesca cosi la polemica del 1966 tra Propp, poco disponibile a
modificare parte della proprie convinzioni, e Levi Strauss, desideroso di estendere
lo spirito metodologico della MORFOLOGIA DELLA FIABA all’intero universo
narrativo.

Levi-Strauss sostiene che, il mito e la fiaba hanno la medesima sostanza ma due


diverse forme, è possibile immaginare, un livello che li comprenda entrambi,

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un’unica STRUTTURA NARRATIVA, ricostruibile senza far alcun ricorso a


genealogie storiche e contesti d’uso.

Inoltre, questa struttura narrativa generale non risponde tanto a regole


sintagmatiche, in caso paradigmatiche: poiché molte funzioni proppiane si
accoppiano fra loro, disponendosi variamente lungo la vicenda ma costituendo un
unico fruppo di trasformazione.

Partenza e ritorno, sono una sola funzione, definibile, come separazione, una col
segno negativo e l’altro positivo;
In tal modo la successione temporale delle funzioni narrative si dissolve in una
matrice logica superiore dove sono presenti solo pochi gruppi di trasformazione.

Da qui la cosiddetta ANALISI STRUTTURALE DEL RACCONTO: a partire dalla


morfologia della fiaba di Propp e dalle analisi dei miti di Levi-Strauss, l’idea è
quella di reperire una sorta di MODELLO NARRATIVO a partire dal quale rendere
intelligibile ogni tipo di racconto.

Questo modello ipotizzato come UNIVERSALE, è da intendere, come il prodotto di


una costruzione da laboratorio, del tutto formale, riempibile da infiniti, possibili
contenuti.

Nel 1966 un celebre fascicolo monografico della rivista francese


“Communications”, viene dedicato all’analisi strutturale dei racconti, e finisce per
assumere il ruolo di manifesto programmatico di una corrente di studi
(NARRATOLOGIA).

La narratologia è l’equivalente della linguistica nello studio del racconto.

Il narratologo, riscontrando la pervasività e l’onnipresenza del racconto nelle


diverse epoche storiche e culture umane, deve mirare a costruire dedutivamente
un MODELLO NARRATIVO unico.

Ma l’analogia con la linguistica non è soltanto metodologica: il racconto, è


omologo alla frase, di modo che “ritroviamo nel racconto le principali categorie del
verbo, trasformate a sua misura: i temi, gli aspetti, i modi, le persone e i soggetti
opposti ai predicati verbali, non cessano di essere subordinati al modello frastico”.

Ne consegue che l’analisi narratologica e quella linguistica, devono seguire le


medesime metodologie, e soprattutto che gli elementi caratterizzanti il racconto
riprendono in scala più ampia, essendo regolati dalle medesime sintassi, quelle
delle lingue.

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In questo contesto si inserisce la semiotica di Greimas, che incrocia gli studi


narratologici alla ricerca di soluzioni per i proprio problemi relativi
all’edificazione di una semantica strutturale.
All’interno di una teoria della significazione, la narratività è un’ipotesi
interpretativa che permette di spiegare qualsiasi fenomeno semiotico, sia
narrativo che non narrativo.

Una cosa è il racconto del senso folklorico o letterario, genere discorsivo


determinato e cangiante nel tempo e nello spazio;
Altra cosa è il racconto nel senso delle strutture narrative antropomorfe, su cui si
fondano i sistemi di senso e la variabilità dei discorsi.

E proprio per evitare una tale sinonimia viene coniato il termine NARRATIVITA’.

8.GUERRA DI POSIZIONE

L’accostamento formale fra folklore e mass-media, è una delle prime acquisizioni


della narratologia semiotica: prodotti lontani storicamente, rivelano le medesime
strutture narrative.

Caratteristica fondamentale di un fumetto di questo tipo è la serialità: ogni striscia


ha la sua autonomia narrativa, racconta una piccola storia, ma presuppone una
conoscenza pregressa dei personaggi e dei loro caratteri stereotipi.

In questi fumetti c’è un topos, due rotture rispetto al contesto e al personaggio


standard.
Il Danneggiamento pertanto, non ha luogo, rispetto a una situazione iniziale di
equilibrio, ma rispetto a un topos narrativo pregresso.
La Mancanza, sta nell’aver perduto il suo ruolo da innamorata in questo caso.
Il ruolo dell’aiutante serve a fornire e trasmettere dei valori in questo caso.

E’ la terza rottura delle aspettative del lettore, che di solito imita i modelli di
comportamento altrui, in tal caso si fa lui stesso modello d’azione e di passione a
beneficio di altri personaggi.

Lucy aggredendo l’Antagonista, segue la Lotta e la conseguente Vittoria; ma solo


dopo aver attraversato la classica serie di Prove, si sarà trasformata.

Ecco una storia per immagini perfettamente leggibile con gli strumenti post-
proppiani, tenendo conto dei processi relativi alle passioni.

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L’eccesso di passioni genera un’insufficienza d’azione. Prevale dunque la


disperazione più assoluta.
Ma non appena la passione individuale diventa collettiva, il segno cambia, e
riporta efficacemente alla riflessione e all’azione.

TESTUALITA’, CULTURA E SOCIETA’.


1.VITA SOCIALE

Sassure nei primi del Novecento disse che c’era la necessità di “Una scienza che
studi la vita dei segni nel quadro della vita sociale”

In questo celebre definizione, colpisce il richiamo alla scienza, il doppio riferimento


alla vita: dei segni e della società al tempo stesso, forse perché egli pensò che si
trattasse della stessa cosa.

I linguaggio, i discorsi, le lingue, i segni sono processi sociali: la loro natura


formale, necessario ed essenziale, non fa altro che sottolinearlo.

La nascente cultura di massa con i suoi strumenti di comunicazione, rendono


indispensabile una prospettiva teorica al tempo stesso attenta e disincantata,
capace di un metodo d’analisi forma della società a scevro di ogni ideologia
soggiacente.

La semiotica nasce come disciplina specifica, con i suoi autori e istituzioni.

Libri come MITI D’OGGI di Barthes e APOCALITTICI E INTEGRATI di Eco, sono fra
le migliori dimostrazioni di questa attenzione della scienza dei segni verso la vita
quotidiana e sociale.

Occuparsi di televisione, pubblicità, giornalismo ecc… esigeva la costruzione di uno


sguardo che coniugasse competenze linguistiche e curiosità sociologica.

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Da una parte ci si è concentrati sulla fondazione di una semiotica come indagine


sulle culture umane, mirando alla costruzione di modelli generali per lo studio dei
meccanismi antropologici.

Dall’altra si è lanciata la scommessa di uno studio dei linguaggi non verbali, che
replicando i contemporanei successi della linguistica strutturale, sapesse creare
metodi d’analisi per ogni possibile opera d’espressione e di comunicazione.

Autori come Algirdas e Greimas, hanno saputo percorrere e incrociare entrambe le


strade, riuscendo a passare dalla modellizzazione culturologica generale all’esame
puntuale di una singola opera.

I modelli semiotici hanno in tal modo permesso all’antropologia di creare la critica


letteraria e artistica, alla filologia e all’iconologia di ripensarsi in senso
culturologico.

Progressivamente la scienza della significazione ha allargato la nozione di testo, e


l’ha utilizzata per studiare manifestazioni culturali molto diverse fra loto che
possono avere le stesse proprietà fondamentali di un libro.

Se pure non sembrano testi dal punto di vista empirico, vengono esaminati come
tali dal punto di vista metodologico.

Il TESTO SEMIOTICAMENTO INTESTO è UN MODELLO TEORICO USATO COME


STRUMENTO DI DESCRIZIONE, in moda da ricostruire i dispositivi formali più o
meno “profondi” di qualsiasi oggetto di conoscenza della scienza della
significazione.

La nozione di testualità è stata edificata a partire da testi come romanzi, poesie,


quadri, fotografie ecc…

Il testo diviene il modello formale per la spiegazione di tutti i fenomeni umani e


sociali, culturali e storici.

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