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ARCHEOLOGIA TEORICA UNA TEORIA PER LA PRATICA NOZIONE DI ARCHEOLOGIA

L’archeologia è la disciplina che studia le civiltà e le culture umane del passato e le loro
relazioni con l’ambiente circostante, mediante la raccolta, la documentazione e l'analisi delle
tracce materiali che hanno lasciato (architetture, manufatti, resti biologici e umani), ed ha lo
scopo di ricostruire la storia attraverso i reperti ritrovati. Nasce con Tucidide nel V sec. Ogni
ritrovamento necessita di metodi ben impiegati per poter “far parlare” l’oggetto in questione.
Bisogna evitare errori e distrazioni altrimenti il reperto resta muto (se non si riesce a farlo
parlare, l’archeologia diventa erroneamente mistero non esistono misteri in archeologia ma
solo non conoscenza). Gli archeologi devono riuscire ad analizzare il reperto attribuendogli
una datazione, un utilizzo, rifacendosi a fonti storiche; e la ricostruzione storica deve sempre
relazionare le osservazioni condotte nel presente con il passato che si cerca (gli archeologi
devono, con metodi efficaci, trovare risposte altrettanto efficaci alle domande che si
pongono). L’archeologia teorica è un settore dell’archeologia che ha per oggetto lo studio
delle teorie archeologiche e delle metodologie di ricerca. CONTRO GLI SPECIALISMI Il più delle
volte l’archeologia teorica non viene presa in considerazione o viene comunque sottovalutata
per lasciar spazio alla pratica. La teoria rappresenta invece uno strumento utile per la pratica,
in quanto indirizza il proprio procedere, i modi e i motivi che inducono ad effettuare delle
scelte, delle analisi, delle ricerche. L’archeologia teorica va quindi distinta ma non disgiunta
dalla pratica. TEORIA, METODOLOGIA E PRATICA DELLA RICERCA Queste tre componenti sono
strettamente collegate, come i piani di un edificio dove ciascun archeologo può scegliere di
muoversi liberamente da un piano all’altro o soffermarsi su uno in particolare. In molti lavori
si parla di eseguire criteri di classificazione di materiali, di stratificazione, di applicazione
tecnologica; sono tutti strumenti che derivano da idee e teorie di archeologi, in cui, ogni
archeologo potrà muoversi liberamente scegliendo metodi che ritiene più confacenti al
proprio progetto. Ad esempio, nel caso degli archeologi di tradizione storico-culturale, il loro è
un procedimento di classificazione intuitiva mentre ad es. i New Archaeologists sviluppano
tassonomie numeriche. Bisogna ricordare che, indipendentemente dalle idee degli archeologi,
ci sono ovviamente metodi migliori di altri che garantiscono una più corretta acquisizione di
dati. Nel corso del tempo, attraverso varie ricerche, si è passati dal semplice sterro
all’archeologia stratigrafica che mira alla comprensione dei modi di formazione dei depositi,
per poter risalire alla storia del territorio e all’ambiente antico e ad una più corretta
classificazione dei reperti. Oggi quindi questo metodo è sicuramente quello che offre più dati
possibili di ogni altra indagine. Praticamente, essa consente di rimuovere strati di terreno
rispettando la successione cronologica e di documentare i materiali che vi sono deposti,
collocandoli in una precisa sequenza cronologica relativa. AL MERCATO DELLE IDEE
L’archeologia non è solo riportare antichi ritrovamenti e manufatti, in essa infatti sono
subentrate idee maturate anche in altri campi come quello antropologico, storico, economico
e anche a seconda dei momenti: religioso, filosofico, sociologico, geografico. Storici ed
antropologi spesso si disinteressano del modo in cui l’archeologo costituisce le proprie
interpretazioni. Questo perché essi non sanno utilizzare i dati di cultura materiale, mentre agli
archeologi è stato applicato lo stereotipo di coloro che si interessano solo dei cocci. Per
questo che gli archeologi cercano di costruirsi teorie tutte nuove, ma non possono negare il
legame che l’archeologia ha con altre discipline da cui forse essa è indissolubile. TEORIA E
STORIA DELL’ARCHEOLOGIA Le storie delle archeologie di cui si dispone si sono ampiamente
utilizzate per cui sono il più delle volte semplici storie delle scoperte in cui poco spazio è
lasciato alle idee. Le storie dell’archeologia in tutti i suoi molteplici aspetti, compresi i lavori
biografici, la sequenza delle scoperte, le varie innovazioni che si sono susseguite nei metodi,
sono lavori importanti per la storia delle idee. A tal fine viene ricordato il paradigma di
Thomas Kuhn (1999), storico della scienza, che ci dice che la scienza attraversa ciclicamente
alcune fasi a seconda di come essa operi. Il paradigma kuhniano è un insieme di idee, leggi,
teorie, metodi e strumenti, accettato dai membri di una data comunità scientifica e che ne
orienta la pratica quotidiana di ricerca. Le rivoluzioni scientifiche che segnano i diversi
momenti della storia della scienza, non vanno considerate come confutazioni di singole
ipotesi ma come mutamenti complessivi degli orientamenti teorici e delle procedure
sperimentali di una comunità scientifica. L'insieme di tali orientamenti (idee, leggi, metodi,
strumenti) è chiamato paradigma: le rivoluzioni scientifiche sono il passaggio da un
paradigma all’altro. La prima fase di Kuhn consiste nell’accettazione, da parte della comunità
scientifica, del paradigma, da cui non si torna indietro. Una volta definito il paradigma ha
inizio la Fase 2 la scienza normale. In tale fase vengono sviluppati gli strumenti di misura con
cui si svolge l'attività sperimentale, vengono prodotti la maggior parte degli articoli scientifici,
ed i suoi risultati costituiscono la maggior parte della crescita della conoscenza scientifica.
Vista la diversità dei settori della scienza, è possibile che coesistano anche più paradigmi
diversi tra loro. Durante la fase di scienza normale si otterranno successi, ma anche anomalie
(problemi nel paradigma che non appaiono risolvibili). Fase 3 Lo scienziato normale, da buon
risolutore di rompicapo quale è, tenta di risolverle. Il riconoscimento di un'anomalia non è
tuttavia sufficiente, di per sé, a provocare una rivoluzione scientifica. Quando il fallimento è
particolarmente evidente, può avvenire che l'anomalia metta in dubbio tecniche e credenze
consolidate con il paradigma, aprendo così la Fase 4 la crisi del paradigma. Come
conseguenza della crisi, in tale periodo, si creeranno paradigmi diversi. Questi non
nasceranno quindi dai risultati raggiunti dalla teoria precedente ma, piuttosto,
dall'abbandono degli schemi precostituiti del paradigma dominante. Si entra così nella Fase 5
la rivoluzione scientifica: si aprirà una discussione all'interno della comunità scientifica su
quali dei nuovi paradigmi accettare. Però non sarà necessariamente il paradigma più “vero” o
il più efficiente ad imporsi, ma quello in grado di catturare l'interesse di un numero sufficiente
di scienziati e di guadagnarsi la fiducia della comunità scientifica. I paradigmi che partecipano
a tale scontro, secondo Kuhn, non condividono nulla, neanche le basi e quindi non sono
paragonabili. Viene così nominato il nuovo paradigma che risolverà la crisi, e la scienza sarà
riportata a una Fase 1. TEORIA E PREISTORIA Molti pensano che l’archeologia teorica riguardi
solo gli studiosi preistorici anche se è una teoria non condivisa. In tutto il mondo i preistorici
studiano spesso contesti tanto complessi che non avrebbero motivo di approfondire
questioni teoriche se non ne vedessero l’utilità. Vi sono archeologi text aided che studiano
fonti scritte, disponendo di un’ampia tradizione storiografica; gli archeologi text free sono più
liberi e spesso non dispongono dell’aiuto delle fonti e devono quindi ragionare
sull’interpretazione dei reperti. La distinzione non è tra preistoria e storia ma tra quegli
archeologi che studiano periodi per i quali si dispone di ampia documentazione e quelli che
non hanno tali informazioni, pur essendo talvolta interessati a fenomeni successivi alla
diffusione della scrittura (es. mondo rurale di alto medioevo, dove le fonti sono scarse).
TEORIA E PRESENTE Oggi l’archeologo spesso deve confrontare le sue esigenze di ricerca con
altre di altre persone; ciò porta a due nette riflessioni: 1. l’archeologia non è disciplina
neutrale rispetto al mondo in cui opera (ognuno si schiera a seconda della propria politica
interpretando le ricerche e il passato a proprio modo); 2. l’archeologia teorica si occupa da
cari anni anche della corretta conservazione dei beni repertati, alla loro valorizzazione, al loro
uso a scopo didattico, culturale ed economico. lo studio sistematico dei reperti portati alla
luce. I critici si soffermarono a chiedersi come mai lo studioso non avesse basato le sue
ricerche anche sull’età del vetro, del legno o dell’oro ma ciò non toglie che nel volgere di pochi
anni il sistema delle tre età fu universalmente riconosciuto come valido. Jens J. Worsaae fece
scavi stratigrafici per verificare che le diverse età furono caratterizzate da forma ed ambienti
diversi. I due studiosi insieme crearono il primo e affidabile sistema di cronologia relativa che
ebbe come conseguenza pratica la possibilità di una storia dell’uomo anche per i periodi
antecedenti le forme scritte. Lo scozzese Daniel Wilson, utilizzando lo schema delle tre età,
usò il termine preistoria per il periodo e le popolazioni senza nome che riteneva possibile
studiare archeologicamente. LA GEOLOGIA ATTUALISTA E STRATIGRAFICA Nell’800
l’archeologia divenne una disciplina ben definita anche grazie ai risultati della geologia.
Entrambe le discipline, comunque, fino a tale secolo erano condizionate nel loro evolversi da
pregiudizi religiosi, soprattutto circa il diluvio. Nel trattato dell’inglese Charles Lyell, “Principi di
geologia”, erano segnate le conclusioni a cui lo studioso era giunto: un tentativo di spiegare gli
antichi cambiamenti della superficie della Terra facendo riferimento a cause ora in azione. Egli
spiegò che i mutamenti geografici e morfologici avvenuti in passato erano la conseguenza di
fenomeni simili a quelli osservabili nel presente. Ciò significava rifiutare le concezioni di diluvi
perché studiando il presente si può comprendere il passato (condizioni geologiche antiche
analoghe a quelle presenti e cambiamenti lenti e costanti uniformitarismo, opposto al
catastrofismo di Cuvier). L’EVOLUZIONE NATURALE Fino alla fine del’700 l’uomo, così come gli
altri esseri viventi, erano considerati immutabili. Solo a seguito di alcuni rinvenimenti il tema
dell’evoluzione degli esseri viventi divenne sempre più importante. Nel 1794 Jean Baptiste de
Lamark evocò una teoria evoluzionistica secondo la quale lo sviluppo della vita di alcuni
organi poteva trasmettersi ereditariamente alla generazione successiva, i cui caratteri si
modificano nel corso del tempo. Charles Darwin descrisse l’evoluzione degli esseri viventi
come un effetto di tante casualità nelle trasmissioni dei caratteri ereditari. Il suo principio era
basato sul pensiero che a fronte di numerosi casi di variazione, secondo il principio di
selezione naturale, sopravvivevano gli individui che si adattavano meglio all’ambiente più
degli altri, e in grado di riprodursi con maggior successo, trasmettendo per via ereditaria alla
prole i caratteri vantaggiosi, che nel tempo si modificano in misura tale che si origina una
nuova specie. Sicché la Chiesa ebbe una reazione a dir poco furiosa e le teorie di Darwin
ebbero vita difficile. Si sostenne che lo sviluppo biologico provato da Darwin fosse analogo
allo sviluppo culturale ed emotivo (preso a modello come pregiudizio razziale) e ciò
dimostrava l’inferiorità dei popoli primitivi attuali additati come miserabili e depravati. Solo gli
europei e particolarmente a quelli appartenenti agli alti ceti erano la parte migliore
dell’umanità. Tale tesi fu definita darwinismo sociale e fu sostenuta prima di tutti
dall’archeologo inglese John Lubbork, l’autore di “Pre-historic times”. Si arrivò a ritenere le
attuali popolazioni primitive senza storia e quindi a non ricercarne le testimonianze più
antiche, non curandone le cronologie. Comunque il contributo di Darwin (“L’origine della
specie”, che non trattava della storia degli uomini), assieme a quello di Lyell, hanno un valore
di base solidissimo su cui fondare l’archeologia. Le loro teorie hanno infatti condizionato molti
nuovi paradigmi. Nella più recente Evolutionary Archeology si nota l’applicazione del pensiero
di Darwin in archeologia, valutando l’adattamento ambientale e considerando l’evoluzione dei
comportamenti a seguito della trasmissione di conoscenze da una generazione all’altra,
cercando di capire quanto questo potesse influire sulle capacità riproduttive. L’evoluzione
interessa una popolazione di individui differenziati non solo biologicamente, ma anche per
capacità intellettive. LA STORIA E’ DI CLASSE Anche Karl Marx legò la sua ricerca di carattere
storico alla necessità di capire il mondo per trasformarlo, avendo contro molti oppositori che
però non hanno ritenuto trascurabili le sue idee, per cui ancora oggi Marx occupa un posto di
rilievo nella storia del pensiero moderno e di conseguenza anche nella storia dell’archeologia.
Nella sua “Critica dell’economia politica” l’interesse fu orientato verso epoche più recenti,
capitalistiche, per le quali si riconosceva un salto qualitativo rispetto al passato, trascurando
così le epoche prefeudali. Marx usava poco la distinzione tra la base reale della vita (struttura)
e gli aspetti ideologici da essa dipendenti (sovrastruttura). Lo strutturalismo è la base della
formazione di una società e diventa nell’800 lo scontro con l’idealismo che imperversava.
Storicismo e strutturalismo sono correnti fondamentali per l’archeologia. La struttura si
configura come la base nascosta della società ed è definita “storia reale” formata dalle forze
produttive che legano risorse materiali e umane alla conoscenza e alla tecnologia, e dai
rapporti produttivi ovvero organizzazione della produzione e gli scambi. La sovrastruttura
(politica, religione, filosofia, arte, modi di vita) è fondamentale affinché si abbia un certo modo
di produzione, ma dipende comunque dalla struttura. Marx sapeva dell’importanza delle
scelte degli uomini, anche di quelle irrazionali ed extraeconomiche, ma riteneva che quelle
fondamentali fossero quelle razionali, da cui si potessero capire gli altri aspetti della società.
Per Marx lo schema evolutivo dei diversi modi di produzione di fondava sulla proprietà e sulla
divisione del lavoro: da una primitiva società tribale a quella divisa per classi e differenti modi
di produzione. Marx ha quindi ordinato, in sequenze evolutive, i diversi modi di produzione
caratteristici di ogni società. Il paradigma marxista relativo alla preminenza della struttura
sulla sovrastruttura in archeologia è molto diffuso. L’EVOLUZIONE SOCIALE Lo studio delle
comunità primitive da parte degli etnografi costituì un’importante fonte per gli archeologi, che
cercavano di spiegare i modi di vivere degli uomini primitivi. A partire dal XVIII sec. i primitivi
avevano posto grandi problemi agli uomini di scienza, problemi relativi alla creazione
dell’uomo, l’origine della società, la sua evoluzione. Nella metà dell’800 si ricorse al metodo
comparativo (comparazione delle evidenze e degli oggetti simili.), già usato il precedente
secolo per riconoscere l’uso di oggetti antichi e sperimentato in geologia da Lyell. In
archeologia fu utilizzato per paragonare alcuni gruppi di interesse etnografico a popoli
paleolitici o neolitici i cui resti erano noti da ricerche archeologiche. Fu usato dall’antropologo
Lewis H. Morgan per l’elaborazione di uno schema di validità universale basato sulla
conoscenza diretta di situazioni etnografiche e di fonti greche e romane; esso distingueva tre
periodi etnici caratterizzati da variabili economiche e da specifiche forme organizzative sociali
e familiari: dal matrimonio di gruppo alla moderna famiglia nucleare, dalla tribù allo stato;
sostenne che le società umane si fossero evolute dallo stato selvaggio, a quello barbarico, alla
civiltà. Tale schema generalista fu rifiutato da Franz Boas e da antropologi interessati alla
ricerca delle peculiarità distintive di singoli gruppi. Alcuni archeologi, poi, pensano
all’evoluzione sociale come conseguenza della ricerca di maggior benessere. LE SPIEGAZIONI
DEL CAMBIAMENTO Il paradigma di Thomsen sulle tre età non riusciva a spiegare perché vi
fosse stato il cambiamento tra le tre età. Alcuni studiosi riconobbero che si doveva tener
conto di situazioni intermedie, conseguenza di scambi commerciali, alleanze e matrimoni…
Interessante fu il lavoro di molti studiosi che effettuarono analisi accurate e seriazioni a livello
regionale. Gli studiosi spiegarono la presenza degli stessi elementi culturali in diverse aree
geografiche ricostruendo i contatti, le influenze, i movimenti migratori e gli scambi che
possono essersi verificati in epoche diverse tra un gruppo e l’altro. Secondo questa
impostazione, la storia dei popoli può essere ricostruita ripercorrendo la diffusione, da un
paese all’altro, delle innovazioni sociali, tecniche, mitologiche, religiose, di sfruttamento delle
risorse... Le culture furono considerate come un insieme di elementi derivati da una serie di
“prestiti accidentali” tra popoli vicini e lontani. Tale corrente di studio fu chiamata
diffusionismo, che iniziò con Boas. Alcuni studiosi videro nell’Egitto e nella Mesopotamia
l’origine di ogni civiltà, tesi che ebbe grande successo (ritrovamenti, in altri luoghi, che
mostrano caratteristiche derivanti da quelle civiltà). Si sostenne che la crescita della società
europea fu la conseguenza di fenomeni di acculturazione dai centri orientali. Altra tesi fu
quella del migrazionismo l’ipotesi dello spostamento di intere popolazioni da una parte
all’altra del continente europeo già nella preistoria. Diffusionismo e migrazionismo si sono
rivelate spiegazioni che non risolvono, ma rimuovono il problema del cambiamento culturale,
ma sono comunque teorie che non vanno rifiutate (Es. diffusione di alcuni manufatti in
conseguenza allo spostamento di artigiani che così esportano le proprie conoscenze tecniche,
e l’Archeologia del contatto studia le interazioni tra indigeni ed europei in seguito alle
esplorazioni geografiche). ▲ La prima grande conquista La più grande conquista
dell’archeologia fu un paradigma sancito da Gabriel de Mortillet nel 1867, quando scrisse:
“Legge del progresso dell’umanità, legge dello sviluppo parallelo, alta antichità dell’uomo”.
Quest’ultima affermazione pose fine a molti dibattiti in cui l’evidenza archeologica e geologica
era stata negata per rispetto alla Bibbia. Egli indicava, come alta antichità dell’uomo, un
campo di ricerca nuovo che poteva essere subito spiegato grazie al progresso. ▲ Lombrichi e
metodo storico Darwin studiò gli effetti dell’attività dei lombrichi nel livellare il paesaggio e nel
provocare il seppellimento di oggetti, capendo che i cambiamenti, sia del suolo che di una
specie o società, siano spesso esito di processi cumulativi di migliaia di individui. Attraverso
questo sistema spiegò che osservando il piccolo si può ricostruire una storia ed impostare
una metodologia di ricerca. CONSOLIDAMENTO E TRADIZIONE ARCHEOLOGIA E STORIA
DELL’ARTE (WINCKELMANN) Per gran parte del ‘900 la storia del pensiero archeologico ruotò
intorno a due questioni: l’importanza dell’arte antica e la definizione di ciò che deve intendersi
per cultura. L’archeologia del mondo greco e romano viene definita classica e nelle Università
italiane tra gli insegnamenti vi è Archeologia e storia dell’arte greca e romana. L’archeologia,
intesa come storia dell’arte classica, ha un ruolo importante nella formazione degli archeologi
italiani. Personaggio di riferimento per la nascita dell’archeologia classica è Johann Joachim
Winckelmann (1717-1769), vissuto nel ‘700, secolo dei lumi e della revisione delle
problematiche legate al concetto dell’antico. Egli scrisse “Storia dell’arte antica” (1764, molti
studiosi sono concordi nel fissarla come data di nascita della moderna archeologia),
studiando l’arte greca in particolare delle statue ricorrendo a fonti scritte e copie romane per
stabilire attribuzioni cronologiche, è un libro di estrema importanza per l’introduzione della
storia dell’arte come materia di conoscenza (nel libro non si limità a semplici descrizioni di
reperti ma ad una storia mitizzata che raccontasse la nascita e l’evoluzione dell’arte Childe è
stato ampiamente utilizzato. In sostanza, Childe ha elaborato il suo paradigma per spiegare
etnograficamente i modi di vita delle comunità antiche. Bisogna comunque dire che le culture
non devono essere considerate come insiemi monolitici e che fra situazioni distanti si
collocano quasi sempre mediatori culturali rappresentati da persone (es. viaggiatori) od
oggetti. ▲ Definizioni antropologiche di cultura Spesso, parlando di cultura, gli archeologi
uniscono il significato pratico (Childe) a quello più generico (antropologia). Esistono invero
centinaia di definizioni di essa e in particolare è definita apprendimento, ereditarietà,
comportamento di alcuni. Significativa, in archeologia, è la definizione di Edward Taylor, che
intende per cultura il complesso di conoscenze scientifiche, religiose, arte, idee, leggi, usanze
acquisite dall’uomo in una società. Ciò quindi consente a tutti, anche ai primitivi, di fare
cultura; e presuppone l’esistenza di una cultura per ogni società. SCETTICISMO E SCOPERTA
DEL TEMPO UN PARADIGMA INESPRESSO Nel XX sec. in archeologia prevaleva lo scetticismo
circa il poter davvero ricostruire il passato, scetticismo dovuto anche alle difficoltà di datare
con precisione i resti antichi e all’ossessivo ricorso alle fonti scritte, decretando uno status di
subordinazione dell’archeologia alla storia. L’archeologo inglese Glyn Daniel riconobbe
l’impotenza di un’archeologia che ricavava poco o nulla dai propri dati e utilizzava le culture di
Childe come un trucco utile a collegare manufatti e territori senza datazioni precise. Prima
della rivoluzione della New Archaeology vi furono alcuni sviluppi. NUOVE IDEE MARXISTE ED
EVOLUZIONISTE Nei decenni successivi alla II guerra mondiale, l’archeologia di derivazione
marxista adottò gli schemi evoluzionistici basati sulla proprietà dei mezzi di produzione e ne
ricercò conferma archeologica. Fu posta grande attenzione allo studio dei manufatti, dal
punto di vista però dei cambiamenti interni (tecnologia e ambiente) e non per i contatti
interculturali né per diffusioni e migrazioni. In Europa occidentale, verso gli anni ’70 gli
archeologi marxisti sostennero una miglior definizione della contrapposizione struttura-
sovrastruttura (es. in antichità il rapporto di parentela era anche rapporto di produzione e
quindi contemporaneamente struttura e sovrastruttura), in realtà strettamente connesse e
fuse in un tutt’uno. Nella logica marxista i cambiamenti riguardavano quindi i rapporti di
produzione, in cui però si diede importanza anche a fattori ecologici, demografici, politici,
sociali e religiosi; il tutto confrontandosi con altre discipline, particolarmente con la storia, la
geografia e l’antropologia. Tra gli archeologi marxisti, che riconobbero la presenza di una
sovrastruttura povera accanto a quella dei ricchi, temi ricorrenti furono la schiavitù nel
mondo antico, il rapporto città-campagna e la distinzione tra il valore d’uso e il valore di
scambio dei vari manufatti. In sostanza si introdussero, nello studio dei modi di produzione, le
questioni sociali. Negli anni ’50, ricordiamo un’altra scuola di influenza marxista detta
evoluzionismo culturale, tra cui i principali esponenti furono: • Leslie White riteneva
importante il ruolo delle costrizioni di carattere tecnologico ed economico nel concetto di
cultura; • Julian Steward al pari di Childe interessato a spiegare i mutamenti culturali, rilevò
che le culture non interagiscono solo tra loro ma anche con l’ambiente circostante e questo
può determinare mutamenti culturali (ecologia culturale); Con il tempo, l’interesse per i temi
connessi ad ambiente e territorio è cresciuto, ponendo l’attenzione per gli studi botanici e
zoologici e la caratterizzazione dei territori antichi. In tale contesto si sviluppò una sorta di
storia economica dei modi di vita preistorica con la scuola di Paleoeconomy. LA SOSTANZA
DEL PASSATO In opposizione a marxisti vi fu la teoria economica sostantivista, sostenuta dallo
studioso Karl Polany (1886-1964), che rifiuta la visione unificante della storia, mentre ritiene
necessarie la nuove categorie concettuali appositamente costruite per lo studio dell’antichità
e non derivate da quelle in uso della società attuale. La differenza sostanziale tra sostantivisti
e marxisti è il ruolo dell’economia nella società: i primi rifiutavano che alla base di ogni società
vi fosse l’economia, che doveva essere invece fusa con l’aspetto sociale e culturale, dando di
conseguenza importanza anche a quei ceti che forniscono alla società servizi non economici.
La scuola sostantivista riteneva lo scambio più importante della produzione; essa rifiutava le
logiche di mercato (riduzione di tutto a merce, di modo che la dimensione mercantile diventa
predominante, fino a piegare la società alle esigenze dei mercati) e prediligeva: - società in cui
vigevano situazioni di reciprocità pari