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ISBN: 978-88-96104-77-4
@2014 Il Gatto e la Luna editrice
Anna dai Capelli Rossi
Collana: Gatto Verde
di Lucy Maud Montgomery

Titoli originale dell’opera:

Anne of Green Gables


Prima pubblicazione: Canada, 1908

Anne of Avonlea
Prima pubblicazione: Canada, 1909

Anne of the Island


Prima pubblicazione: Canada, 1915

Anne of Windy Poplars


Prima pubblicazione: Canada, 1936

Anne’s House of Dreams


Prima pubblicazione: Canada, 1917

Anne of Ingleside
Prima pubblicazione: Canada, 1939

Rainbow Valley
Prima pubblicazione: Canada, 1919

Rilla of Ingleside
Prima pubblicazione: Canada, 1921

traduzione di Ilaria Isaia

In copertina,
Frank Weston Benson, Eleanor, olio su tela, 1907
INDICE:

Introduzione

LIBRO 1 – ANNA DEI TETTI VERDI

Capitolo 1, La signora Lynde è sorpresa


Capitolo 2, Matthew Cuthbert è sorpreso
Capitolo 3, Marilla Cuthbert è sorpresa
Capitolo 4, Mattina ai Tetti Verdi
Capitolo 5, La storia di Anna
Capitolo 6, Marilla prende una decisione
Capitolo 7, Anna dice le preghiere
Capitolo 8, L’educazione di Anna è cominciata
Capitolo 9, La signora Rachel Lynde è veramente offesa
Capitolo 10, Anna chiede scusa
Capitolo 11, Impressioni di Anna sulla scuola domenicale
Capitolo 12, Un voto solenne e una promessa
Capitolo 13, Le gioie dell’attesa
Capitolo 14, La confessione di Anna
Capitolo 15, Una tempesta nel bicchiere della scuola
Capitolo 16, Diana è invitata a un tè con tragici risultati
Capitolo 17, Un nuovo interesse nella vita
Capitolo 18, Anna al salvataggio
Capitolo 19, Un concerto, una catastrofe e una confessione
Capitolo 20, Una buona fantasia andata male
Capitolo 21, Una nuova partenza nell’aria
Capitolo 22, Anna è invitata a un tè
Capitolo 23, Anna soffre per motivi d’onore
Capitolo 24, La signorina Stacy e i suoi alunni allestiscono un concerto
Capitolo 25, Matthew insiste per le maniche a sbuffo
Capitolo 26, Il Club delle Storie si forma
Capitolo 27, Vanità e spirito oppresso
Capitolo 28, Una sfortunata Dama dei Gigli
Capitolo 29, Un’epoca della vita di Anna
Capitolo 30, Si organizza la classe per la Queen’s
Capitolo 31, Dove il ruscello e il fiume s’incontrano
Capitolo 32, L’elenco dei promossi
Capitolo 33, Concerto all’Hotel
Capitolo 34, Una ragazza della Queen’s
Capitolo 35, Inverno alla Queen’s
Capitolo 36, La gloria e il sogno
Capitolo 37, La mietitrice il cui nome è Morte
Capitolo 38, La curva sulla strada

LIBRO 2 – ANNA DI AVONLEA

Capitolo 1, Un vicino furibondo


Capitolo 2, Vendere in fretta e pentirsi con calma
Capitolo 3, Il signor Harrison a casa sua
Capitolo 4, Opinioni diverse
Capitolo 5, Una maestra con tutte le carte in regola
Capitolo 6, Uomini (e donne) d’ogni tipo
Capitolo 7, Il proprio dovere
Capitolo 8, Marilla adotta i gemelli
Capitolo 9, Un problema di colore
Capitolo 10, Davy a caccia di emozioni
Capitolo 11, Fatti e fantasie
Capitolo 12, Il Giorno di Giona
Capitolo 13, Uno splendido picnic
Capitolo 14, Un pericolo scampato
Capitolo 15, Cominciano le vacanze
Capitolo 16, La sostanza di cui sono fatte le speranze
Capitolo 17, Un capitolo di incidenti
Capitolo 18, Un’avventura sulla via dei Conservatori
Capitolo 19, Proprio un giorno felice
Capitolo 20, Come spesso succede
Capitolo 21, La dolce signorina Lavanda
Capitolo 22, Stravaganze e conclusioni
Capitolo 23, La storia d’amore della signorina Lavanda
Capitolo 24, Un profeta in patria
Capitolo 25, Uno scandalo ad Avonlea
Capitolo 26, Oltre la curva
Capitolo 27, Un pomeriggio alla casa di pietra
Capitolo 28, Il principe torna nel castello incantato
Capitolo 29, Poesia e prosa
Capitolo 30, Matrimonio alla casa di pietra

LIBRO 3 – ANNA DELL’ISOLA

Capitolo 1, L’ombra del cambiamento


Capitolo 2, Ghirlande d’autunno
Capitolo 3, Saluti e addio
Capitolo 4, La signora d’Aprile
Capitolo 5, Lettere da casa
Capitolo 6, Al Parco
Capitolo 7, Di nuovo a casa
Capitolo 8, La prima proposta di Anna
Capitolo 9, Un innamorato sgradito e un’amica gradita
Capitolo 10, La Casa di Patty
Capitolo 11, L’arco della vita
Capitolo 12, L’Assoluzione di Averil
Capitolo 13, Alla maniera dei trasgressori
Capitolo 14, La chiamata
Capitolo 15, Un sogno andato storto
Capitolo 16, Le relazioni si assestano
Capitolo 17, Una lettera da Davy
Capitolo 18, La signorina Josephine si ricorda della piccola Anna
Capitolo 19, Interludio
Capitolo 20, Gilbert parla
Capitolo 21, Le rose di ieri
Capitolo 22, La primavera e Anna ritornano ai Tetti Verdi
Capitolo 23, Paul non trova il Popolo della Roccia
Capitolo 24, Arriva Jonas
Capitolo 25, Arriva il Principe Azzurro
Capitolo 26, Christine
Capitolo 27, Confidenze reciproche
Capitolo 28, Una sera di giugno
Capitolo 29, Il matrimonio di Diana
Capitolo 30, La storia d’amore della signora Skinner
Capitolo 31, Anna scrive a Philippa
Capitolo 32, Un tè con la signora Douglas
Capitolo 33, “Continuava a venire da me”
Capitolo 34, Finalmente John Douglas parla
Capitolo 35, L’ultimo anno a Redmond
Capitolo 36, La visita dei Gardner
Capitolo 37, Laureata a pieni voti
Capitolo 38, Un’alba ingannevole
Capitolo 39, A patti coi matrimoni
Capitolo 40, Il Libro delle Rivelazioni
Capitolo 41, L’Amore solleva il calice del Tempo

LIBRO 4 – ANNA DEI PIOPPI FRUSCIANTI

Il primo anno
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17

Il secondo anno
1
2
3
4
5
6
7
8
9
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11
12
13

Il terzo anno
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14

LIBRO 5 – LA CASA DEI SOGNI

Capitolo 1, Nella soffitta dei Tetti Verdi


Capitolo 2, La Casa dei Sogni
Capitolo 3, La terra sospesa tra i sogni
Capitolo 4, La prima sposa dei Tetti Verdi
Capitolo 5, L’arrivo a casa
Capitolo 6, Capitan Jim
Capitolo 7, La sposa del maestro
Capitolo 8, Una visita di Miss Cornelia Bryant
Capitolo 9, Una sera a Punta Quattro Venti
Capitolo 10, Leslie Moore
Capitolo 11, La storia di Leslie Moore
Capitolo 12, Una visita di Leslie Moore
Capitolo 13, Una serata spettrale
Capitolo 14, Giorni di novembre
Capitolo 15, Natale ai Quattro Venti
Capitolo 16, Capodanno al faro
Capitolo 17, Inverno ai Quattro Venti
Capitolo 18, Giorni di primavera
Capitolo 19, Alba e tramonto
Capitolo 20, La perduta Margaret
Capitolo 21, Le barriere vengono spazzate vie
Capitolo 22, Miss Cornelia organizza le cose
Capitolo 23, Arriva Owen Ford
Capitolo 24, Il diario di bordo di Capitan Jim
Capitolo 25, La stesura del libro
Capitolo 26, La confessione di Owen Ford
Capitolo 27, Sulla striscia di sabbia
Capitolo 28, Argomenti vari
Capitolo 29, Gilbert e Anna non sono d’accordo
Capitolo 30, Leslie prende una decisione
Capitolo 31, La verità rende liberi
Capitolo 32, Miss Cornelia discute della faccenda
Capitolo 33, Il ritorno di Leslie
Capitolo 34, La Nave dei Sogni entra in porto
Capitolo 35, Politica ai Quattro Venti
Capitolo 36, Bellezza invece di cenere
Capitolo 37, Miss Cornelia fa un annuncio sconcertante
Capitolo 38, Rose rosse
Capitolo 39, Capitan Jim attraversa la striscia
Capitolo 40, Addio alla Casa dei Sogni

LIBRO 6 – ANNA DI INGLESIDE

Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8
Capitolo 9
Capitolo 10
Capitolo 11
Capitolo 12
Capitolo 13
Capitolo 14
Capitolo 15
Capitolo 16
Capitolo 17
Capitolo 18
Capitolo 19
Capitolo 20
Capitolo 21
Capitolo 22
Capitolo 23
Capitolo 24
Capitolo 25
Capitolo 26
Capitolo 27
Capitolo 28
Capitolo 29
Capitolo 30
Capitolo 31
Capitolo 32
Capitolo 33
Capitolo 34
Capitolo 35
Capitolo 36
Capitolo 37
Capitolo 38
Capitolo 39
Capitolo 40
Capitolo 41

LIBRO 7 – LA VALLE DELL’ARCOBALENO

Capitolo 1, Ritorno a casa


Capitolo 2, Puro pettegolezzo
Capitolo 3, I bambini di Ingleside
Capitolo 4, I bambini della canonica
Capitolo 5, La comparsa di Mary Vance
Capitolo 6, Mary rimane alla canonica
Capitolo 7, Un episodio... che sa di pesce
Capitolo 8, L’intervento di Miss Cornelia
Capitolo 9, L’intervento di Una
Capitolo 10, Le ragazze della canonica puliscono casa
Capitolo 11, Una scoperta terribile
Capitolo12, Una spiegazione e una sfida
Capitolo 13, La casa sulla collina
Capitolo 14, La signora Alec Davis fa una visita
Capitolo 15, Ancora pettegolezzi
Capitolo 16, Pan per focaccia
Capitolo 17, Una doppia vittoria
Capitolo 18, Mary porta brutte notizie
Capitolo 19, Povero Adam!
Capitolo 20, Faith fa un’amicizia
Capitolo 21, La parola impossibile
Capitolo 22, St. George sa tutto
Capitolo 23, Il Club della Buona Condotta
Capitolo 24, Un impulso caritatevole
Capitolo 25, Un altro scandalo e un’altra “spiegazione”
Capitolo 26, Miss Cornelia cambia punto di vista
Capitolo 27, Un concerto sacro
Capitolo 28, Una giornata di digiuno
Capitolo 29, Una strana storia
Capitolo 30, Il fantasma nel fossato
Capitolo 31, Carl fa penitenza
Capitolo 32, Due persone testarde
Capitolo 33, Carl NON viene picchiato
Capitolo 34, Una fa una visita in collina
Capitolo 35, Lasciate che venga il Pifferaio

LIBRO 8 – RILLA DI INGLESIDE

Capitolo 1, “Appunti” da Glen e altre faccende


Capitolo 2, La rugiada del mattino
Capitolo 3, Allegria al chiaro di luna
Capitolo 4, Il Pifferaio suona
Capitolo 5, “Un rumore di passi”
Capitolo 6, Susan, Rilla e Cane Lunedì prendono una decisione
Capitolo 7, Un bambino di guerra e una zuppiera
Capitolo 8, Rilla decide
Capitolo 9, Doc ha una disavventura
Capitolo 10, I problemi di Rilla
Capitolo 11, Buio e luce
Capitolo 12, I giorni di Langemarck
Capitolo 13, Una fetta di umiltà
Capitolo 14, La Valle delle Decisioni
Capitolo 15, Fino a quando spunta il giorno
Capitolo 16, Realismo e Idillio
Capitolo 17, Le settimane si trascinano
Capitolo 18, Un matrimonio di guerra
Capitolo 19, “Non passeranno”
Capitolo 20, Norman Douglas parla alla riunione
Capitolo 21, “Gli affari di cuore sono terribili”
Capitolo 22, Il piccolo Cane Lunedì lo sa
Capitolo 23, “E quindi buonanotte”
Capitolo 24, Mary arriva appena in tempo
Capitolo 25, Shirley parte
Capitolo 26, Susan ha una proposta di matrimonio
Capitolo 27, Attesa
Capitolo 28, Domenica nera
Capitolo 29, “Ferito e disperso”
Capitolo 30, Cambia la marea
Capitolo 31, La signora Matilda Pitman
Capitolo 32, Un messaggio da Jem
Capitolo 33, Vittoria!!!
Capitolo 34, Mister Hyde se ne va al suo posto e Susan va in luna di miele
Capitolo 35, Rilla-mia-Rilla
Introduzione

Nel 2011 ero al Salone del Libro di Torino e nel mio stand (anzi, mezzo stand, viste le scarse possibilità della mia azienda) sfoggiavo due splendide
riproduzioni di un poster di Anna dai Capelli Rossi. Era un bellissimo poster, lo dico senza falsa modestia soprattutto perché non l’ho fatto io, ma
l’illustratore Paolo Campinoti come copertina per la raccolta dei primi tre romanzi della serie.
A un tratto si fermò una ragazza, sulla trentina, e indicò il poster con enfasi:
“Uh, guarda! Anna dai Capelli Rossi! Io lo guardavo sempre. Un pianto unico, dalla prima all’ultima puntata. Non sapevo che ci fosse anche il
libro.”
Ecco, questa è la tipica frase che mi sento ripetere, ormai da anni, quando qualcuno scopre che nel mio catalogo c’è anche Anna dai Capelli Rossi.
Alla seconda parte è più facile dare una risposta e spiegare che in effetti è il cartone a essere tratto dal libro (anzi, dai libri, visto che sono otto
romanzi ed è a tutti gli effetti una saga) e non viceversa.
Più difficile è spiegare che non è per niente un pianto.
Ma proprio per niente.
Tutt’altro, Anna dai Capelli Rossi spicca proprio per il suo senso dell’umorismo, per la divertita ironia che la pervade tutta. Certo, ci sono momenti
romantici (senza mai esagerare e scivolare nello sdolcinato), momenti drammatici e perfino momenti tragici. Ma è una serie che resta memorabile
soprattutto per l’affettuosa ironia, a tratti sarcastica, con cui vengono delineati personaggi e situazioni.
Nella sua carriera Lucy Maud Montgomery ha scritto venti romanzi e centinaia di racconti, ma il suo nome resta indissolubilmente legato a quello
di Anna. Anzi, direi proprio che Anna è conosciuta anche – e soprattutto – da chi non ha mai sentito nominare la Montgomery né ha mai letto una
riga di quel che lei ha scritto.
Questo perché in questo personaggio l’autrice ha messo moltissimo di sé e del suo mondo.
Nata nel 1874 sull’Isola del Principe Edward, Lucy Maud ha perso la madre ad appena 21 mesi, è stata cresciuta dai nonni materni e ha avuto
un’infanzia molto solitaria, che ha riempito con la fantasia e la creazione di personaggi immaginari, proprio come Anna. Come Anna, anche lei ha
perso un figlio appena nato. Come Anna, anche lei è stata insegnante e scrittrice, e anche lei da giovane era molto graziosa, appassionata di moda
e molto corteggiata. Esattamente come Anna.
Ma a differenza di Anna, la sua non è stata una vita felice.
Nel 1911, a 36 anni, sposò Ewen Macdonald, un pastore presbiteriano dal quale ebbe tre figli (il secondo dei quali nato morto) e che era soggetto
a frequenti crisi di malinconia, come pure lei, che era spesso vittima di depressione.
Fu un matrimonio tutt’altro che felice, il suo, e la scrittura, con quella sua vena così briosa e ottimista, era una gran consolazione per lei, una sorta
di fuga dalla realtà, anche se per tutta le vita fu sempre alla ricerca del “grande libro” della sua vita, che pensò di non aver mai scritto. Anche se
i suoi lettori in tutto il mondo non sono affatto d’accordo su questo punto. Anche se fu la prima donna in Canada a essere ammessa, nel 1935,
membro della Royal Society of Arts e a essere insignita cavaliere dell’Ordine dell’Impero Britannico.
Il primo romanzo della serie di Anna (e il suo primo romanzo in assoluto) è Anna dei Tetti Verdi (Anne of Green Gables), uscì nel 1908 e fu subito
un gran successo. Ne seguirono altri cinque (Anna di Avonlea, Anna dell’Isola, La Casa dei Sogni, La Valle dell’Arcobaleno e Rilla di Ingleside)
fino al 1921, poi la Montgomery si fermò con la serie perché, come scrisse nei suoi diari, si era stancata di quel personaggio, e poi sentiva che il
suo meglio lo dava nel tratteggiare personaggi molto giovani o molto anziani. E forse un’Anna dai Capelli Rossi di mezza età non le sembrava
nelle sue corde. Ma dopo quindici anni decise di riprendere in mano il personaggio, e così scrisse due libri che andavano a riempire periodi di
tempo che erano stati lasciati fuori dai precedenti romanzi, ovvero Anna dei Pioppi Fruscianti (il quarto libro, del 1936) e Anna di Ingleside (il
sesto romanzo, del 1939).
A questi otto romanzi si aggiungono due “Cronache di Avonlea”, che raccolgono racconti vari in cui però Anna figura pochissimo.
Inoltre esiste un nono libro, “The Blythes are quoted”. Si tratta di una raccolta di racconti, poesie e vignette che la Montgomery scrisse poco prima
di morire e per la quale usò una struttura decisamente insolita e sperimentale. I Blythe (ovvero Anna, il marito e i figli) non sono i protagonisti
diretti, ma vengono spesso “menzionati” dagli altri personaggi (ecco il significato del titolo). Contiene inoltre molti elementi parecchio atipici
sia per Anna che per la Montgomery. Il libro giunse sulla scrivania dell’editore il giorno stesso della morte di Lucy Maud, il 24 aprile 1942, e per
motivi sconosciuti non venne pubblicato (probabilmente a causa di certi passaggi pacifisti che all’alba della Seconda Guerra Mondiale potevano
risultare non graditi) se non nel 2009, sessantasette anni dopo.
Chissà se io potrò mai pubblicarlo in italiano?
Anna dei Tetti Verdi
Capitolo 1 – La signora Rachel Lynde è sorpresa
La signora Rachel Lynde viveva esattamente dove la via principale di Avonlea s’immergeva in una piccola valle circondata da ontani e viti
americane e attraversata da un ruscello, la cui sorgente era parecchio più indietro, nei boschi della vecchia tenuta dei Cuthbert; si diceva che il
ruscello fosse intricato, impetuoso, almeno nel suo primo tratto tra i boschi, con buie nicchie di pozze e cascatelle. Ma quando arrivava alla valle
dei Lynde era ormai un torrentello tranquillo e disciplinato, perché neppure un ruscello poteva scorrere davanti alla porta di casa della signora
Rachel Lynde senza prestare il dovuto riguardo alla decenza e al decoro. Probabilmente anche lui sapeva che la signora Rachel era seduta alla
finestra, intenta a lanciare un occhio critico su tutto ciò che le passava davanti, dai ruscelli e dai bambini in su. E se scovava qualcosa di strano, un
dettaglio fuori posto, non si dava pace finché non scopriva i perché e i percome di tutto ciò.
Ci sono tantissime persone, dentro e fuori Avonlea, che riescono a impicciarsi costantemente dei fatti altrui, tanto da finire col trascurare i propri.
La signora Rachel Lynde era una di quelle creature esperte in grado di occuparsi dei fatti propri e per di più anche di quelli altrui. Era una casalinga
efficiente che svolgeva a puntino tutte le sue faccende, era iscritta al Circolo del Cucito, insegnava alla Scuola Domenicale ed era il pilastro più
forte della Società di Mutuo Soccorso e della Società Missionaria.
Nonostante ciò la signora Rachel trovava sempre tempo in abbondanza per sedersi alla finestra della cucina a sferruzzare le sue coperte di cotone
grezzo – ne aveva già fatte sedici, come le massaie di Avonlea mormoravano con timore reverenziale – e a osservare attentamente la strada
principale che attraversava la piccola valle e si avvolgeva poi sulla ripida collina rossa più dietro.
Dal momento che Avonlea occupava una piccola penisola triangolare protesa nel golfo di San Lorenzo e col mare su due lati, chiunque volesse
raggiungerla doveva passare per quella collina e per quella strada, e quindi davanti alle velate critiche degli occhi, che tutto vedevano, della signora
Rachel.
La signora era lì seduta un pomeriggio dei primi di giugno. Il sole entrava caldo e brillante dalla finestra. Il frutteto sul pendio sotto la casa pareva
una sposa tanto era carico di fiori bianco-rosati sui quali ronzava una miriade di api. Thomas Lynde, un ometto mite che la gente di Avonlea
chiamava solo “il marito di Rachel Lynde”, stava seminando le rape tardive nel campo sulla collina dietro il granaio. E Matthew Cuthbert avrebbe
dovuto fare lo stesso nel suo campo rosso accanto al ruscello oltre i Tetti Verdi. La signora Rachel lo sapeva perché la sera prima, nell’emporio
di William J. Blair a Carmody, gliel’aveva sentito dire a Peter Morrison. Peter aveva dovuto chiederglielo, naturalmente, perché da che era nato
Matthew Cuthbert non aveva mai raccontato di propria iniziativa nulla che riguardasse le sua vita.
Eppure ecco lì Matthew Cuthbert, alle tre e mezzo di un pomeriggio di lavoro, che se ne andava placido per la valle e sopra la collina. Inoltre
indossava il colletto bianco e il suo vestito migliore, prova evidente che stava uscendo da Avonlea. E poi aveva il calesse e la cavalla saura, e questo
indicava che aveva intenzione di andare lontano.
Ma dove stava andando Matthew Cuthbert? E perché?
Si fosse trattato di un qualunque altro abitante di Avonlea la signora Rachel, mettendo abilmente insieme questo e quell’elemento, sarebbe riuscita
a trovare una risposta soddisfacente a entrambe le domande. Ma Matthew usciva di casa così raramente che doveva essere qualcosa di veramente
urgente e insolito a portarlo fuori. Era l’uomo più timido del mondo e detestava andare tra gente estranea o in posti in cui fosse costretto a parlare
con qualcuno. Vedere Matthew col colletto bianco e sul calesse era un evento raro. La signora Rachel, per quanto ci pensasse, non trovava una
risposta e questo le rovinò il divertimento pomeridiano.
“Andrò ai Tetti Verdi dopo l’ora del tè e chiederò a Marilla dove è andato Matthew, e perché”, concluse infine quella rispettabile donna, “Lui
non va spesso in città in questo periodo dell’anno e non va mai a trovare nessuno. Se avesse finito i semi di rapa non avrebbe preso né il vestito
buono né il calesse per andare a prenderne altri. Andava lentamente, perciò non stava andando a chiamare il dottore. Eppure da ieri sera dev’essere
successo qualcosa, altrimenti non sarebbe partito. Sono veramente perplessa, non avrò un minuto di pace fino a quando non avrò scoperto cos’è
stato, oggi, a portare Matthew Cuthbert fuori da Avonlea.”
Perciò dopo il tè la signora Rachel uscì, ma non dovette andare lontano: la grande casa dove vivevano i Cuthbert, coperta da rampicanti e
circondata da frutteti, distava a meno di un quarto di miglio dalla valle dei Lynde. A dir la verità il lungo viale d’accesso la faceva sembrare
parecchio più distante. Il padre di Matthew Cuthbert, timido e silenzioso come il figlio, quando aveva costruito la casa l’aveva posta il più lontano
possibile dall’umanità, pur senza entrare nel bosco. La fattoria dei Tetti Verdi era stata costruita sul lato più estremo della proprietà ed era ancora
lì, a stento visibile dalla strada principale lungo la quale sorgevano le altre, più socievoli, case di Avonlea. Secondo la signora Rachel vivere lì non
era veramente vivere.
“È solo stare da qualche parte, ecco cos’è”, si disse mentre entrava nel vialetto erboso, profondamente solcato e bordato da cespugli di rose bianche
selvatiche, “Non mi sorprende che Matthew e Marilla siano un po’ strani, visto che vivono tanto lontano. Gli alberi non sono di compagnia, anche
se qui ce ne sono chissà quanti. Io preferisco stare con la gente, ma se quei due sembrano felici così forse ci sono abituati. Un corpo può abituarsi
a qualsiasi cosa, anche a essere impiccato, come diceva l’Irlandese.”
Così dicendo la signora Rachel abbandonò il vialetto ed entrò nel cortile dei Tetti Verdi. Un cortile verde, pulito e ordinato, fiancheggiato da un lato
da grandi, venerabili salici e dall’altro da compassati pioppi. Non c’era una una pagliuzza o un sassolino fuori posto, se ci fosse stato la signora
Rachel l’avrebbe notato. Tra sé e sé pensava che Marilla Cuthbert spazzasse il cortile assiduamente quanto la casa. Si sarebbe potuto mangiare
per terra, tanto era tutto pulito.
La signora Rachel bussò vivacemente alla porta della cucina, e quando le venne risposto d’accomodarsi entrò. La cucina dei Tetti Verdi era un
ambiente allegro, anzi, sarebbe stato un ambiente allegro se non fosse stato così penosamente pulito, tanto da dare l’impressione di un salotto
mai usato. Le finestre davano a est e a ovest. Da quella che dava a ovest, affacciata sul cortile, entrava un caldo fascio di sole estivo. Quella a est,
da cui si intravvedevano il ciliegio in fiore del frutteto a sinistra e snelle betulle che ondeggiavano sulla riva del ruscello, era coperta dalle verdi
ombre della vite rampicante. Qui sedeva, quelle rare volte in cui si metteva a sedere, Marilla Cuthbert, sempre piuttosto sospettosa verso quel sole
che le pareva troppo frivolo e irresponsabile per una cosa seria come il mondo. Come adesso, che era seduta a sferruzzare. Dietro di lei la tavola
era già apparecchiata per la cena.
Ancor prima di avere richiuso la porta, la signora Rachel aveva già preso mentalmente nota di tutto quello che c’era sul tavolo. C’erano tre piatti,
e questo significava che Marilla stava aspettando che qualcun altro arrivasse assieme a Matthew. Ma erano piatti di tutti i giorni e c’erano un solo
vasetto di confettura di mele selvatiche e un solo tipo di dolce, e questo significava che l’ospite atteso non era qualcuno di riguardo. E allora perché
il colletto bianco di Matthew e la cavalla saura? La signora Rachel era davvero confusa da questo insolito mistero ai Tetti Verdi, che generalmente
era un posto tranquillo e niente affatto misterioso.
“Buona sera, Rachel”, disse Marilla, sbrigativa, “è una splendida serata, vero? Accomodati. Come state da voi?”
Qualcosa che, in mancanza d’altre parole, può essere chiamata amicizia, esisteva e c’era sempre stata tra Marilla Cuthbert e la signora Rachel,
nonostante, o forse proprio per questo, fossero tanto diverse.
Marilla era una donna alta e magra, tutta angoli e niente curve; i suoi capelli scuri avevano qualche striscia grigia ed erano sempre avvolti in
una stretta e piccola crocchia sulla quale erano aggressivamente infilzati due spilloni metallici. Sembrava una donna dalla scarsa esperienza e
dalla inflessibile coscienza, e lo era; ma qualcosa attorno alla sua bocca la salvava, qualcosa che se fosse stata meglio sviluppata avrebbe potuto
diventare senso dell’umorismo.
“Stiamo tutti abbastanza bene”, disse la signora Rachel, “ma ho temuto che tu non stessi bene, quando ho visto Matthew partire oggi. Ho pensato
che avessi bisogno di un dottore.”
Le labbra di Marilla si contrassero visibilmente. Stava aspettando la signora Rachel, sapeva che l’inesplicabile passeggiata di Matthew era troppo
per la curiosità della vicina.
“Oh, no, io sto bene, anche se ieri ho avuto un brutto mal di testa”, disse,”Matthew è andato a Bright River. Prendiamo un ragazzino dall’orfanotrofio
di Nova Scotia, arriva col treno di stasera.”
Se Marilla avesse detto che Matthew era andato a Bright River per incontrare un canguro australiano, la signora Rachel non avrebbe potuto essere
più sbalordita. In effetti ammutolì per cinque secondi. Era impensabile che Marilla stesse scherzando, ma lei fu costretta a pensarlo.
“Parli seriamente, Marilla?”, domandò quando le tornò la voce.
“Ma certo!”, disse Marilla, come se ricevere ragazzini dall’orfanotrofio di Nova Scotia fosse parte dei normali lavori primaverili di ogni ordinata
fattoria di Avonlea e non una novità mai vista.
La signora Rachel sentì d’aver ricevuto un forte choc. Pensava perfino coi punti esclamativi. Un ragazzino! Tra tanta gente Marilla e Matthew
Cuthbert adottavano un ragazzino! Da un orfanotrofio! Be’, il mondo andava davvero al contrario! Dopo questo più nulla l’avrebbe sorpresa!
Nulla!
“Cosa mai ti ha fatto venire in mente una simile idea?”, domandò con disapprovazione.
“Be’, ci abbiamo pensato un po’... tutto l’inverno, a dire il vero”, rispose Marilla, “La signora Alexander Spencer è stata qui il giorno prima di
Natale e ha detto che in primavera avrebbe preso una ragazzina dall’orfanotrofio di Hopeton. Sua cugina vive lì, la signora Spencer l’ha visitato
e sa tutto di queste cose. Così Matthew e io ne abbiamo parlato da allora. Abbiamo pensato di prendere un ragazzino. Matthew sta invecchiando,
ha già sessant’anni e non è più agile come un tempo. Il cuore gli da parecchi problemi. Tu sai quanto sia terribilmente difficile trovare qualcuno
da prendere a servizio. Ci sono solo quegli stupidi, immaturi ragazzini francesi e appena riesci a beccarne uno e a insegnargli qualcosa lui se ne
va a inscatolare aragoste oppure negli Stati Uniti. All’inizio Matthew aveva proposto di prendere un ragazzino, ma io avevo negato fermamente:
‘Magari sono bravi, non dico di no, ma non voglio trovatelli di Londra, qui’, ho detto, ‘almeno prendiamo qualcuno del posto. Ci sarà sempre
un rischio, chiunque prendiamo. Ma mi sentirei più a mio agio e dormirei meglio la notte se prendessimo uno nato qui in Canada.’ Così alla
fine decidemmo di chiedere alla signora Spencer di scegliercene uno quando andava a prendere la sua bambina. Abbiamo saputo che andava la
settimana scorsa così, tramite i parenti di Carmody di Richard Spencer, le abbiamo mandato a dire di portarci un bambino sveglio e adatto di dieci o
undici anni. Abbiamo pensato che fosse 1’età migliore, grande abbastanza da rendersi utile nelle faccende e giovane abbastanza da poterlo educare
a dovere. Intendiamo dargli una casa e un’educazione. Oggi c’è arrivato un telegramma dalla signora Alexander Spencer, il postino l’ha portato
dalla stazione, diceva che arrivavano stasera col treno delle cinque e mezza. Così Matthew è andato a Bright River a prenderlo. La signora Spencer
lo lascerà lì perché poi, ovviamente, deve proseguire per le Sabbie Bianche.”
La signora Rachel si vantava di essere una che dice sempre quello che pensa e ora si preparò a parlare dopo aver regolato le sue capacita mentali
su questa notizia sconvolgente.
“Be’, Marilla, ti dico chiaramente che stai facendo una grossa, sciocchezza. Una cosa rischiosa, ecco. Tu non sai chi prenderai con te. Porti un
ragazzino in casa, nella tua casa, senza sapere nulla di lui, né il suo carattere, né chi siano i suoi genitori, neppure cosa potrebbe diventare. Proprio
la settimana scorsa ho letto sul giornale di un uomo e di sua moglie, nella zona ovest dell’Isola, che avevano preso un ragazzino dall’orfanotrofio
e lui nottetempo ha dato fuoco alla casa... di proposito, Marilla, quasi li bruciava nei loro letti. E so un altro caso di un bambino adottato che aveva
il vizio di succhiare le uova, non sono riusciti a toglierglielo. Marilla, se tu avessi chiesto il mio consiglio, cosa che non hai fatto, ti avrei detto, per
amor del cielo, di toglierti dalla testa un’idea simile, ecco tutto.”
Questa paternale non offese né allarmò Marilla, che continuò a sferruzzare.
“Non nego che ci sia del vero in quel che dici, Rachel. Mi sono fatta degli scrupoli anch’io. Ma Matthew è terribilmente deciso, è evidente, perciò
mi sono arresa. È così raro che Matthew sia tanto deciso su qualcosa che quando succede penso sia mio dovere dargliela vinta. E per i rischi, ci
sono rischi praticamente in tutto ciò che i ragazzini fanno a questo mondo. C’è rischio anche ad avere figli propri, se viene fuori che... non vengono
fuori bene. E poi Nova Scotia è proprio vicino all’Isola, non è come se lo prendessimo dall’Inghilterra o dagli Stati Uniti. Non può essere tanto
diverso da noi.”
“D’accordo, spero che vi vada tutto bene”, disse la signora Rachel con un tono che indicava chiaramente i suoi penosi dubbi, “Ma non dire che
non t’ho avvisata se brucerà i Tetti Verdi o metterà la stricnina nel pozzo... ho sentito il caso di un bambino adottato dall’orfanotrofio, a New
Brunswick, che l’ha fatto e tutta la famiglia è morta fra atroci sofferenze. Solo che in quel caso era una femmina.”
“Be’, noi non prendiamo una femmina”, disse Marilla, come se avvelenare pozzi fosse un’attività prettamente femminile e quindi da non temere
con i maschietti, “Non mi sognerei mai di portare qui una bambina. Mi meraviglio che la signora Alexander Spencer l’abbia fatto. Ma sai, lei
adotterebbe tutto l’orfanotrofio se le passasse per la mente di farlo.”
La signora Rachel si sarebbe fermata volentieri ad aspettare che Matthew tornasse col suo orfano d’importazione. Ma visto che ci volevano ancora
due ore, decise di andare su da Robert Bell a raccontare la novità. Avrebbe certo fatto colpo come nessun’altra, e la signora Rachel amava molto
far colpo. Così se ne andò e Marilla ne fu in un certo senso sollevata, perché sentiva i dubbi e le paure riaccendersi sotto l’influenza del pessimismo
della signora Rachel.
“Questa è veramente grossa”, esclamò la signora Rachel quando fu lontana sul sentiero, “Mi pare quasi di sognare. Oh, mi spiace per quel
poveretto. Matthew e Marilla non sanno nulla di bambini e si aspettano che questo sia più saggio e disciplinato di suo nonno, se mai l’ha avuto un
nonno, cosa di cui dubito. È inquietante pensare a un bambino ai Tetti Verdi. Non ce ne sono mai stati, Matthew e Marilla erano già grandi quando
è stata costruita la casa nuova... se mai quei due sono stati bambini. A guardarli è difficile crederlo. Non vorrei mai essere al posto di quell’orfano,
poveretto.”
Così, dal profondo del cuore, la signora Rachel parlò al cespuglio di rose.
Ma se solo avesse potuto vedere il bambino che in quel momento aspettava pazientemente alla stazione di Bright River, la sua pietà sarebbe stata
ancora maggiore.
Capitolo 2 - Matthew Cuthbert è sorpreso

Matthew Cuthbert e la cavalla saura trottarono tranquilli per otto miglia fino alla stazione di Bright River. Era una strada graziosa che correva fra
tranquille fattorie e ogni tanto attraversava balsamici boschetti d’abeti o macchie dove i pruni selvatici facevano sporgere delicati boccioli. L’aria
era dolce dell’aroma dei campi di mele e i prati digradavano in lontananza verso le nebbie di perle e porpora dell’orizzonte, mentre
“Canta, canta l’uccellino
Come se tutto l’anno
Fosse d’estate un mattino”

A Matthew piaceva condurre il calesse a modo suo, tranne quando incontrava una donna e doveva rivolgerle un cenno di saluto... perché sull’Isola
del Principe Edward bisogna fare un cenno di saluto a tutti quelli che si incontrano, che li si conosca oppure no.
Matthew temeva tutte le donne, tranne Marilla e la signora Rachel. Provava sempre la spiacevole sensazione che quelle misteriose creature
ridessero segretamente di lui. E forse aveva ragione a pensarlo, perché era un personaggio dall’aspetto davvero strano, con quella figura goffa e i
lunghi capelli grigio-ferro che toccavano le spalle incurvate, e la lunga, soffice barba marrone che portava da quando aveva vent’anni. In effetti a
vent’anni aveva più o meno lo stesso aspetto che a sessanta, solo con meno grigio.
Quando arrivò a Bright River non c’erano treni in vista. Pensò d’essere in anticipo, così legò il cavallo nel cortile del piccolo albergo di Bright
River e raggiunse la stazione. Le lunghe banchine erano deserte, l’unica creatura vivente era una ragazzina seduta su una pila di assi in fondo
alla banchina. Matthew, che a stento s’era accorto che si trattava di una bambina, la superò più in fretta che potesse senza guardarla. Se l’avesse
guardata ne avrebbe notato la tesa rigidità e 1’espressione di ansiosa attesa. Era seduta lì ad aspettare qualcosa o qualcuno, e visto che sedere e
aspettare era tutto ciò che poteva fare, lei sedeva e aspettava con tutte le sue forze.
Matthew incontrò il capostazione che chiudeva la biglietteria per andare a casa a cenare e gli chiese se il treno delle cinque e mezzo sarebbe
arrivato presto.
“Il treno delle cinque e mezzo è arrivato e se n’è andato mezz’ora fa”, rispose spiccio l’ufficiale, “Ma hanno fatto scendere un passeggero per lei...
una bambina. È lì seduta sulle assi. Le ho detto di andare nella sala d’attesa delle signore, ma mi ha informato solennemente che preferiva star
fuori. ‘C’è più spazio per la fantasia’, ha detto. Mi sa che è un bel tipo.”
“Non aspetto una bambina”, disse Matthew recisamente, “Sono arrivato per un bambino. Dovrebbe essere qui. La signora Alexander Spencer me
lo doveva portare da Nova Scotia.”
Il capostazione fischiò.
“Credo che ci sia stato un errore”, disse, “La signora Spencer è scesa dal treno e me l’ha affidata. Ha detto che sua sorella l’adottava da un
orfanotrofio e che lei sarebbe venuto a prenderla. Questo è tutto quel che so. E non ho altri orfani nascosti nei dintorni.”
“’Non capisco”, disse Matthew debolmente, e desiderò che Marilla fosse lì per prendere in mano la situazione.
“Lo chieda alla bambina”, disse il capostazione con noncuranza, “Credo che sia in grado di dare spiegazioni. Di certo ha una lingua. Forse avevano
finito i bambini del tipo che voleva lei.”
Il capostazione aveva fame e si allontanò baldanzoso, lasciando il povero Matthew a un compito che per lui era perfino più difficile che affrontare
un leone in gabbia: raggiungere la ragazzina, una ragazzina sconosciuta, per di più orfana, e chiederle perché non fosse un maschio. Matthew
sospirò dal profondo dell’anima e lentamente la raggiunse sulla banchina.
Lei lo teneva d’occhio fin da quando gli era passato davanti e ora il suo sguardo era fisso su di lui. Matthew non la guardava e anche se l’avesse fatto
non avrebbe badato a com’era fatta, ma un normale osservatore avrebbe visto questo: una bambina di undici anni rivestita da un abito di flanella
giallo-grigiastro molto corto, molto stretto e molto brutto. Indossava un berretto da marinaio marrone sbiadito e da sotto il berretto scendevano,
fin sulla schiena, due grosse trecce di capelli decisamente rossi. La faccia era piccola, bianca e magra, piena di lentiggini; la bocca era larga, così
come gli occhi, che apparivano verdi con certe luci e certi umori e grigi con altri.
Questo per un osservatore normale. Un osservatore straordinariamente acuto avrebbe visto anche che il mento della bambina era molto appuntito
e pronunciato, che i suoi occhi erano colmi d’intelligenza e vivacità, che la bocca aveva labbra dolci ed espressive, che la fronte era larga e alta.
In breve il nostro osservatore straordinariamente perspicace sarebbe giunto alla conclusione che non fosse certo un’anima comune a risiedere nel
corpo di questa randagia donna-bambina di cui Matthew Cuthbert aveva così ridicolmente paura.
A ogni modo a Matthew fu risparmiata la dura prova di dover parlare per primo, perché appena si accorse che lui la stava raggiungendo, la bambina
si alzò, afferrando con una manina sottile e scura la maniglia di una borsa da viaggio malandata e fuori moda, e gli tese l’altra mano.
“Tu devi essere Matthew Cuthbert dei Tetti Verdi”, disse con una voce straordinariamente dolce e chiara, “Sono molto lieta di vederti. Cominciavo
a temere che non saresti più venuto a prendermi e m’immaginavo tutte le cose che avrebbero potuto impedirtelo. Avevo deciso che se non fossi
arrivato stasera avrei seguito per un po’ i binari fino a quel ciliegio selvatico in curva, ci sarei salita su e avrei trascorso lì tutta la notte. Non avrei
avuto paura e sarebbe stato bello dormire su un ciliegio selvatico tutto bianco di fiori al chiaro di luna, non credi? Avrei potuto far finta che fosse
un palazzo di marmo. E poi ero sicura che se non fossi arrivato stasera saresti arrivato domattina.”
Matthew aveva stretto goffamente quella manina scarna e in quel momento decise cosa fare. Non poteva dire a questa bambina dagli occhi luminosi
che c’era stato un errore. L’avrebbe portata a casa e gliel’avrebbe detto Marilla. In ogni caso, anche se c’era stato un errore non la si poteva lasciare
a Bright River, così tutti i problemi e le spiegazioni potevano essere rimandati finché non fosse tornato al sicuro ai Tetti Verdi.
“Mi scuso per il ritardo”, disse timidamente, “Vieni, il cavallo è in cortile. Dammi la borsa.”
“Oh, posso portarla io”, rispose allegramente la bambina, “Non è pesante. Ci tengo dentro tutti i miei beni terreni, ma non è pesante. E se non la
porto esattamente in un certo modo la maniglia viene via, quindi è meglio che la porti io visto che conosco la presa esatta. È una borsa da viaggio
così vecchia. Oh, sono così contenta che tu sia arrivato, anche se sarebbe stato carino dormire su un ciliegio selvatico. Dobbiamo fare ancora molta
strada, vero? La signora Spencer ha detto che sono otto miglia. Sono felice perché mi piace viaggiare. Oh, sembra fantastico che verrò a stare da
voi e che farò parte della vostra famiglia. Non ho mai avuto una famiglia... quasi. L’orfanotrofio era terribile. Ci sono stata solo quattro mesi e
mi sono bastati. Non puoi capire com’è se non sei mai stato orfano in un orfanotrofio. È peggio di qualunque altra cosa immaginabile. La signora
Spencer dice che sono cattiva a dire certe cose, ma io non volevo essere cattiva. È facile essere cattivi senza saperlo, vero? Erano buoni, quelli
dell’orfanotrofio. Ma c’è così poco su cui fantasticare in un orfanotrofio... solo gli altri orfani. Era interessante immaginare cose su di loro... per
esempio che la ragazzina seduta vicino a me in realtà era la figlia d’un signore importante, ma era stata rapita da piccola da una balia malvagia che
poi era morta prima di poter confessare. Di solito la notte me ne stavo sveglia a immaginare cose del genere perché di giorno non avevo tempo.
Forse è per questo che sono così magra... sono terribilmente magra, vero? Sono tutt’ossa, ma mi piace far finta di essere carina e paffuta, con le
fossette sui gomiti.”
E qui la ragazzina smise di parlare, un po’ perché ormai era senza fiato e un po’ perché avevano raggiunto il calesse. Non disse altro finché non
ebbero lasciato il paese e non furono in viaggio su una collinetta ripida in cui parte della strada era stata scavata così a fondo nel terreno soffice
che le due sponde, bordate di ciliegi selvatici in fiore e snelle betulle bianche, superavano di molti piedi le loro teste.
La bambina allungò una mano e staccò un ramoscello di pruno selvatico che sfregava contro un fianco del calesse.
“Non è bello? A che ti fanno pensare, questi alberi che si affacciano dalle sponde tutti bianchi come merletti?”, chiese.
“Be’... non lo so”, disse Matthew.
“Ma a una sposa, ovviamente. Una sposa tutta in bianco e con un delizioso velo delicato. Oh, non m’aspetto di diventare sposa anch’io. Sono così
scialba che nessuno vorrà mai sposarmi... forse solo qualche missionario straniero. Credo che i missionari stranieri non abbiano gusti difficili.
Però spero che un giorno avrò anch’io un vestito bianco. Questo è il mio ideale più alto di beatitudine terrena. Mi piacciono tanto i bei vestiti. E
non ho mai avuto un bel vestito in vita mia, per quel che ricordo... ma è meglio guardare avanti, vero? E allora posso immaginare d’indossare un
vestito meraviglioso. Stamattina quando ho lasciato l’orfanotrofio mi vergognavo tanto perché dovevo portare questo vecchio, orribile vestito di
flanella. Tutti gli orfani devono portarlo. L’inverno scorso un mercante di Hopeton ha donato all’orfanotrofio trecento metri di flanella. Qualcuno
dice che l’ha fatto perché non poteva venderla, ma io preferisco credere che l’ha fatto per bontà d’animo. Quando sono salita sul treno mi pareva
che tutti mi guardassero e provassero pena. Allora mi sono messa a immaginare che indossavo un bellissimo vestito di seta celeste - perché visto
che immaginavo tanto valeva immaginare una cosa bella - e un grande cappello tutto pieno di fiori e piume ondeggianti, e un orologio d’oro, e
guanti di pelle e stivaletti. Mi sono sentita allegra e mi sono goduta più che mai il mio viaggio fino all’Isola. Non mi ha dato fastidio andare in
nave. Neppure alla signora Spencer, anche se lei di solito ne soffre. Non ha avuto tempo di star male, era troppo impegnata a controllare che io non
cadessi fuoribordo. Diceva che doveva sorvegliarmi sempre perché continuavo a sporgermi. Però se non ha avuto il mal di mare è merito mio, no?
E io volevo vedere tutto quello che c’era da vedere su quella nave, perché chi sa se avrò ancora l’opportunità di andarci? Oh, altri ciliegi in fiore.
Quest’isola è il posto più fiorito del mondo. Mi piace già, sarà bello viverci. Ho sempre sentito dire che l’Isola del Principe Edward è il posto più
carino del mondo e facevo finta di viverci, ma non mi sarei mai aspettata di venirci per davvero. È bellissimo quando le tue fantasie diventano
realtà, no? Ma che buffe quelle stradine rosse. Quando siamo salite in treno a Charlottetown e abbiamo visto le strade rosse ho chiesto alla signora
Spencer cosa le rendesse tanto rosse e lei ha risposto che non lo sapeva e per amor del cielo di non fare più domande. Disse che gliene avevo già
fatte migliaia. E forse è vero, ma come fai a imparare qualcosa se non chiedi? Perché queste strade sono così rosse?”
“Be’... non lo so”, disse Matthew
“Questa è una delle cose che dovrò scoprire prima o poi. Non è splendido pensare a tutte le cose che ci saranno da scoprire qui? Mi fa sentire così
felice di essere viva. Il mondo è così interessante. Lo sarebbe molto meno se sapessimo già tutto, no? Non ci sarebbe niente su cui fantasticare.
Ma sto parlando troppo? La gente me lo dice sempre. Vuoi che la smetta? Dimmelo e mi fermo. Posso smettere di parlare quando decido di farlo,
non è tanto difficile.”
Con sua grande sorpresa, Matthew si stava divertendo. Come capita spesso ai tipi tranquilli, gli piacevano le persone chiacchierone quando queste
portavano avanti il discorso da sole e non pretendevano che lui vi prendesse parte. Ma non si sarebbe mai aspettato di gradire la compagnia di
una bambina. Lui credeva onestamente che le donne fossero cattive, e che le bambine fossero peggio. Detestava il mondo in cui gli scivolavano
timidamente di fianco e gli lanciavano occhiate furtive come se si aspettassero che lui potesse mangiarsele in un boccone appena aprivano
bocca. Questo era il modello di bambina ben educata ad Avonlea. Ma questa streghetta lentigginosa era diversa, e anche se Matthew non aveva
un’intelligenza pronta e non riusciva a seguire tutto il rapido svolgersi dei pensieri della bambina, pure in un certo senso il suo chiacchiericcio gli
piaceva. Così, timido come al solito, le disse:
“Oh, parla pure quanto vuoi. Non mi disturba.”
“Che bello! Lo so, tu e io andremo molto d’accordo. È un tale sollievo poter parlare quando ne hai voglia senza qualcuno che ti dica sempre che i
bambini si devono vedere ma non sentire. Me l’hanno detto milioni di volte e la gente mi prende in giro perché uso i paroloni. Ma se uno ha idee
grandi deve usare parole grandi per esprimerle, no?”
“Be’, mi sembra ragionevole”, disse Matthew
“La signora Spencer dice che la mia lingua è troppo sciolta. Ma non è vero: è ben attaccata in fondo alla mia bocca. La signora Spencer dice che
casa tua si chiama Tetti Verdi. Le ho chiesto tutto, lei ha detto che ci sono tanti alberi. Questo mi ha reso più felice che mai, io adoro gli alberi e
all’orfanotrofio non ce n’erano quasi, solo delle cose piccole piccole sul davanti dentro a delle gabbiette imbiancate. Sembravano orfani pure loro,
quegli alberi. Mi veniva da piangere a guardarli. Gli dicevo sempre: ‘Oh, poveretti! Se foste fuori nei grandi boschi con altri alberi tutt’intorno e il
muschio e piccole campanule che vi crescono sulle radici, e un ruscelletto vicino, e gli uccellini che vi cantano tra i rami, potreste crescere. Ma non
potete farlo qui. So esattamente come vi sentite, alberelli.’ Mi è! dispiaciuto lasciarli stamattina. Ci si affeziona a queste cose, no? C’è un ruscello
vicino ai Tetti Verdi? Ho dimenticato di chiederlo alla signora Spencer.”
“Be’, sì, ce n’è uno proprio vicino alla casa.”
“Fantastico! Ho sempre sognato di vivere vicino a un ruscello. Però non mi aspettavo che mi succedesse. Non sempre i sogni si avverano, no?
Sarebbe bello se lo facessero. Ora sono quasi perfettamente felice. Non posso sentirmi del tutto perfettamente felice perché... be’, che colore ti
pare questo?”
Si tirò una delle lunghe trecce lucenti sopra la spalla magra e la mise davanti agli occhi di Matthew. Matthew non era bravo a comprendere le
tonalità di colore delle trecce femminili, ma in questo caso non c’erano dubbi.
“È rosso, no?”, disse lui.
La ragazzina lasciò ricadere la treccia con un sospiro che parve scuoterle tutto il corpo e che esalava una tristezza vecchia di anni.
“Sì, è rosso”, disse lei, rassegnata, “Ora capisci perché non posso essere perfettamente felice. Nessuno ci riuscirebbe con questi capelli rossi. Non
m’importa tanto delle altre cose. Le lentiggini, gli occhi verdi, essere così magra... posso farli sparire con la fantasia. Posso immaginare di avere
un incarnato di rosa e deliziosi, scintillanti occhi viola. Ma non riesco a mandar via i capelli rossi con la fantasia. Ci provo, faccio del mio meglio.
Penso tra me: ‘ora i miei capelli sono di un magnifico nero, neri come l’ala del corvo’. Però ogni volta lo so che in realtà sono rossi e questo mi
spezza il cuore. Sarà un dolore per tutta la vita. Una volta in un romanzo ho letto di una ragazza che aveva un gran dolore per tutta la vita ma non
erano i capelli rossi. I suoi capelli erano del colore dell’oro puro e le scendevano in onde dalla fronte d’alabastro alla schiena. Cos’è una fronte
d’alabastro? Non l’ho mai capito. Tu lo sai?”
“Eh... no, temo di no”, disse Matthew, che cominciava a essere veramente sconcertato. Si sentiva come gli era capitato una volta nella sua
spericolata giovinezza, quando a un picnic un altro ragazzo l’aveva convinto a salire sulle giostre.
“Be’, a ogni modo dev’essere qualcosa di positivo, perché questa ragazza era divinamente bella. Hai mai pensato a come ci si sentirebbe a essere
divinamente belli?”
“No, proprio no”, confessò Matthew candidamente.
“Io sì, spesso. E tu cosa vorresti essere se potessi scegliere tra divinamente bello, sorprendentemente bravo o angelicamente buono?”
“N... non lo so di preciso...”
“Neppure io. Non riesco mai a decidermi. Ma non fa niente, tanto non diventerò nulla delle tre. Di certo non sarò mai angelicamente buona. La
signora Spencer dice... Oh, signor Cuthbert! Oh, signor Cuthbert! Oh, signor Cuthbert!”
Questo non era quello che la signora Spencer aveva detto, né la bambina era caduta giù dal calesse, e neppure Matthew aveva fatto qualcosa di
strano. Semplicemente avevano voltato a una curva ed erano entrati nel “Viale”.
Il “Viale”, come veniva chiamato dagli abitanti di Newbridge, era un tratto di strada, lungo circa quattro o cinquecento piedi, sovrastato interamente
da una cupola di grossi e frondosi meli, piantati molti anni fa da un vecchio fattore eccentrico. In alto formavano un’unica volta di candidi fiori
profumati. Sotto i rami l’aria era piena di scintillii violetti e di fronte si scorgeva il cielo dipinto dai colori del tramonto che appariva come una
vetrata rosa in fondo alla navata di una cattedrale.
Davanti a tanta bellezza la bambina ammutolì. Si appoggiò al fondo del calesse, le mani magre giunte davanti a sé, il volto sollevato e rapito per lo
splendore in alto. Anche quando furono passati oltre ed ebbero imboccato il lungo pendio per Newbridge lei non si mosse né parlò. Ancora rapita,
guardava verso il tramonto, a ovest, con occhi che vedevano straordinarie apparizioni sfilare su quello sfavillante fondale. Sempre in silenzio
attraversarono Newbridge, un paesino operoso dove i cani gli abbaiarono, i bambini gli fischiarono dietro e facce curiose li spiarono dalle finestre.
Proseguirono altre tre miglia e la bambina non aveva ancora fiatato. Riusciva a rimanere zitta, era evidente, con la stessa energia che impiegava
nel parlare.
“Sarai stanca, e avrai fame”, azzardò infine Matthew, che riteneva queste le uniche cause a cui poter attribuire quel lungo silenzio, “Ma non c’è
più tanta strada da fare ancora... soltanto un miglio.”
La bambina uscì dalla sua fantasticheria con un profondo sospiro e lo guardò con occhi sognanti, come quelli di un’anima che abbia vagato molto
lontano, seguendo una stella.
“Oh, signor Cuthbert”, mormorò, “Quel posto dove siamo passati, quello tutto bianco... cos’è?”
“Oh, forse intendi il Viale”, disse Matthew dopo alcuni istanti di profonda riflessione, “Sì, è un posto grazioso.”
“Grazioso? Oh, grazioso non mi sembra la parola più adatta. E neppure bello. Non basta. Era... meraviglioso, ecco. Meraviglioso. È la prima volta
che vedo qualcosa che non possa migliorare con la fantasia. Mi ha proprio colpito qui”, e si poggiò una mano sul cuore, “Mi ha fatto un po’ male,
in modo strano, ma anche piacevole. Hai mai provato un dolore tanto strano, signor Cuthbert?”
“No, non che io ricordi.”
“A me è successo un sacco di volte... tutte le volte che vedo una cosa superbamente bella. Ma non dovrebbero chiamare quel posto magnifico il Viale.
Un nome del genere non vuol dire nulla. Dovrebbero chiamarlo...vediamo... La Bianca Via della Delizia. Non è un bel nome fantasioso? Quando il
nome di un posto o di una persona non mi piace me ne invento sempre un altro e mi diverto a pensarli con quei nomi nuovi. All’orfanotrofio c’era
una bambina che si chiamava Hepzibah Jenkins, ma io facevo finta che si chiamasse Rosalia DeVere. Gli altri possono continuare a chiamarlo il
Viale, ma per me è la Bianca Via della Delizia. Davvero manca solo un miglio per arrivare a casa? Sono contenta e mi dispiace. Mi dispiace perché
questo viaggio in calesse è stato bello e a me dispiace sempre quando le cose belle finiscono. Forse quello che capiterà dopo sarà ancora più bello,
ma come fai a esserne sicuro? Anzi, molto spesso non è affatto più bello, almeno per la mia esperienza. Ma mi piace l’idea di arrivare a casa. Sai,
io non ricordo d’aver mai avuto una vera casa. Mi torna quel dolore strano se penso che sto per avere una casa vera. È meraviglioso!”
Erano arrivati in cima a una collina. In basso c’era uno stagno che pareva quasi un fiume tant’era lungo e pieno di curve. Un ponte lo attraversava
nel mezzo e da lì all’altra estremità, dove una cintura di collinette di sabbia color dell’ambra lo separava dal mare blu scuro più dietro, l’acqua era
un tripudio di tinte cangianti, c’erano le più spirituali sfumature del croco e della rosa, un verde etereo e altri colori anche più tenui per cui forse
non esiste ancora un nome. Dall’altra parte del ponte lo stagno era bordato da macchie di abeti e aceri ed era scuro e traslucido sotto le loro ombre
ondeggianti. Qua e là un pruno selvatico si sporgeva dalla riva come una ragazza vestita di bianco che in punta di piedi ammiri il proprio riflesso.
Dall’acquitrino in fondo allo stagno si levava il chiaro, dolce e malinconico coro delle rane. C’era una casetta grigia che faceva capolino oltre un
frutteto di meli bianco di fiori, sulla collina successiva, e anche se non era ancora buio, una luce brillava da una delle sue finestre.
“È lo stagno di Barry”, disse Matthew.
“Non mi piace neanche questo nome. Lo chiamerò... vediamo... il Lago delle Acque Scintillanti. Sì, questo è il nome giusto. Lo so per via del
brivido. Tutte le volte che trovo un nome che va bene per qualcosa ho un brivido. C’è qualcosa che ti fa venire i brividi?”
Matthew ci rifletté su.
“Oh, sì. Mi vengono sempre i brividi quando vedo quei brutti vermi bianchi quando vango il campo di cetrioli. Detesto il loro aspetto.”
“Non credo che sia proprio lo stesso tipo di brividi, no? Vermi e acque scintillanti non hanno molto in comune tra loro. Ma perché gli altri lo
chiamano lo stagno di Barry?”
“Credo che sia perché il signor Barry vive in quella casa lassù. Pendio del Frutteto è il nome di questo posto. Se non fosse per quel gran cespuglio
lì dietro potremmo vedere i Tetti Verdi da qui. Ma dobbiamo attraversare il ponte e poi ancora fare un po’ di strada, è quasi a mezzo miglio da qui.”
‘”Il signor Barry ha qualche bambina piccola? Be’, non tanto piccola, grande come me.”
“Ne ha una di circa undici anni. Si chiama Diana.”
“Oh”, disse lei facendo un profondo sospiro, “Che nome decisamente grazioso.”
“Mah, non so. Ha qualcosa di spaventosamente pagano, secondo me. Io preferisco June, Mary, nomi più sensati. Ma quando Diana è nata c’era qui
un maestro, gli hanno chiesto di scegliere lui il nome e lui ha scelto Diana.”
“Allora vorrei che ci fosse stato un maestro nei paraggi anche quando sono nata io. Oh, siamo arrivati al ponte. Adesso chiudo gli occhi. Ho sempre
paura di attraversare i ponti. Non riesco a fare a meno di immaginarmi che quando siamo a metà si chiuda come un coltellino e ci tagli. Così chiudo
gli occhi. Però poi devo sempre riaprirli quando arrivo a metà, perché se il ponte si chiudesse davvero io vorrei vederlo mentre si chiude. Che
rombo allegro che fa. Mi piace sempre questa parte. Non è meraviglioso che al mondo ci siano tante cose da apprezzare? Siamo passati. Allora
posso guardare indietro. Buonanotte, caro Lago delle Acque Scintillanti. Io dico sempre buonanotte alle cose che amo, proprio come faccio con le
persone. Credo che alle cose piaccia. L’acqua pareva quasi sorridermi.”
Quando ebbero superato la collina successiva e un’altra curva Matthew disse: “Siamo quasi arrivati a casa. I Tetti Verdi sono quelli...”
“Non me lo dire”, lo interruppe lei precipitosamente afferrandogli il braccio sollevato e strizzando gli occhi per non vedere il suo gesto, “Voglio
indovinare. Sono sicura che indovino.”
Aprì gli occhi e si guardò attorno. Erano in cima a una collina. Il sole era tramontato da un po’ ma il paesaggio era ancora chiaro nella calda luce
serale. A ovest la scura guglia di una chiesa si levava contro un cielo color calendula. Sotto c’era una piccola valle e oltre ancora un dolce pendio
disseminato di tranquille fattorie. Gli occhi della bambina, ardenti e ansiosi, sfrecciavano dall’una all’altra. Alla fine si fissarono su una lontana,
sulla sinistra, distante dalla strada, indistintamente bianca di alberi in fiore all’ombra dei boschi circostanti. Proprio sopra, nel terso cielo di sud-
ovest, una grande stella cristallina splendeva come un faro carico di promesse.
“Eccola!”, disse lei puntandola.
Matthew, incantato, schioccò le redini sulla schiena della cavalla. “Hai indovinato! Ma scommetto che la signora Spencer te l’aveva descritta, per
questo l’hai riconosciuta.”
“No, non l’ha fatto. Davvero. Quello che mi ha detto poteva andar bene anche per tutte queste altre fattorie. Non avevo proprio idea di come fosse
fatta. Ma appena l’ho vista ho sentito che quella era casa. Mi pare di sognare. Il mio braccio dev’essere viola di lividi dal gomito in su. Mi sono
pizzicata tante volte oggi... ogni tanto mi veniva una sensazione orribile e mi pareva di stare solo sognando. Allora mi pizzicavo per vedere se
era vero. Poi m’è venuto in mente che anche se era solo un sogno era meglio sognarlo più a lungo possibile, così ho smesso di pizzicarmi. Però è
tutto vero e siamo quasi a casa.”
Con un sospiro rapito, ricadde in silenzio. Matthew si agitò, a disagio. Per fortuna ci avrebbe pensato Marilla, e non lui, a dire a questa poveretta
che la casa che tanto desiderava non sarebbe stata sua.
Arrivarono fino alla valle dei Lynde, dov’era già piuttosto buio, ma non tanto scuro da impedire alla signora Rachel di vederli dalla sua postazione
alla finestra, poi sopra la collina e sul lungo vialetto dei Tetti Verdi. Man mano che si avvicinavano a casa Matthew rifuggiva sempre più dal
momento della verità con un’energia che lui stesso non capiva. Non era a Marilla o a se stesso che pensava, né ai problemi che quell’errore
gli avrebbe procurato, ma alla delusione della bambina. Se pensava di dover spegnere quella luce assorta dai suoi occhi provava la spiacevole
sensazione di stare per ammazzare qualcosa...proprio come si sentiva quando doveva uccidere un agnello, o un vitello, o un’altra creaturina
innocente.
Il cortile era buio quando vi entrarono, e le foglie del pioppo vi frusciavano come seta.
“Ascolta gli alberi che parlano nel sonno”, mormorò la bambina mentre lui la poggiava in terra, “Devono star facendo sogni dolcissimi.”
Poi, stringendo saldamente la borsa da viaggio che conteneva “tutti i suoi beni terreni”, lo seguì in casa.
Capitolo 3 - Marilla Cuthbert è sorpresa

Marilla venne subito avanti quando Matthew aprì la porta.


Ma quando i suoi occhi caddero su quella strana figuretta in quei vestiti brutti e difettosi, con quelle lunghe trecce di capelli rossi e gli occhi ardenti
e luminosi, si fermò stupita.
“Matthew Cuthbert, cos’è, quella?”, esclamò, “Dov’è il ragazzo?”
“Non c’era nessun ragazzo”, disse l’infelice Matthew, “C’era solo lei!”
Indicò la bambina, e gli venne in mente che non le aveva ancora chiesto il nome.
“Nessun ragazzo? Ma deve esserci stato un ragazzo”, insisté, Marilla, “Noi abbiamo mandato a dire alla signora Spencer di mandarci un ragazzo.”
“Be’, non l’ha fatto. Ha portato lei, l’ho chiesto al capostazione. E ho dovuto portarla a casa, non potevo lasciarla lì, qualunque sia stato 1’errore.”
“Questo è proprio un guaio!”, esclamò Marilla.
Durante questo dialogo la bambina era rimasta in silenzio, gli occhi che andavano dall’uno all’altra, tutta la vivacità che svaniva dal suo volto.
Improvvisamente afferrò il pieno significato di quello che era stato detto.
Lasciò cadere la borsa, fece un passo in avanti e si afferrò le mani.
“Voi non mi volete!”, strillò, “Non mi volete perché non sono un ragazzo! Dovevo aspettarmelo. Nessuno mi ha mai voluto. Dovevo saperlo che
era tutto troppo bello per durare. Dovevo saperlo che non mi vuole nessuno. Oh, e ora che faccio? Scoppierò a piangere!”
E in effetti scoppiò a piangere. Si sedette al tavolo, vi appoggiò le braccia, tra le quali affondò la faccia, e cominciò a piangere a dirotto. Marilla
e Matthew si guardarono con disapprovazione da sopra la stufa. Nessuno dei due sapeva cosa dire. Infine Marilla si fece avanti debolmente
spezzando quell’impeto.
“Su, su, non c’è bisogno di piangere tanto.”
“Oh, sì che ce n’è bisogno!”, la bambina alzò la testa rapidamente mostrando un volto rigato di lacrime e labbra tremanti, “Anche tu piangeresti
se fossi un’orfana, fossi arrivata in un posto sperando che sarebbe diventato la tua casa e avessi scoperto che non ti vogliono perché non sei un
ragazzo. Questa è la cosa più TRAGICA che mi sia mai capitata!”
Qualcosa di simile a un sorriso riluttante, piuttosto arrugginito dal poco uso, soffuse il volto severo di Marilla.
“Be’, non piangere ora. Non ti manderemo via di casa stanotte. Puoi stare qui finché non chiariamo questa faccenda. Come ti chiami?”
La bambina esitò per un istante.
“Per favore, mi chiamereste Cordelia?”, disse vivacemente.
“Chiamarti Cordelia? È il tuo nome?”
“Nooo! Non è proprio il mio nome. Ma mi piacerebbe chiamarmi Cordelia. È un nome così elegante.”
“Non capisco che intendi. Se non ti chiami Cordelia, come ti chiami?”
“Anna Shirley”, balbettò con riluttanza la proprietaria di quel nome, “Ma per favore, chiamatemi Cordelia. Tanto che v’importa di come mi
chiamo, visto che tra un po’ me ne vado? E Anna è un nome così non romantico.”
“Non romantico... sciocchezze!”, disse la poco comprensiva Marilla, “Anna è un nome ottimo, normale e sensato. Non dovresti vergognartene.”
“Io non me ne vergogno”, spiegò Anna, “Solo che Cordelia mi piace di più. Ho sempre fatto finta di di chiamarmi Cordelia... almeno, l’ho fatto
negli ultimi anni. Quand’ero più piccola fingevo di essere Geraldine, ma ora preferisco Cordelia. Però se mi chiamate Anna, per piacere chiamatemi
Anna con la A scritta alla fine.”
“Che differenza fa com’è scritto?”, chiese Marilla con un altro sorriso arrugginito mentre prendeva la teiera.
“Fa una grande differenza. Ha un aspetto molto migliore. Quando senti pronunciare un nome nella tua mente non lo vedi, proprio come se fosse
stampato? Be’, io sì, e A-N-N ha un aspetto orribile, mentre A-N-N-A è molto più distinto. Se cercherete di chiamarmi Anna con la A scritta alla
fine posso cercare di sopportare il fatto di non essere chiamata Cordelia.”
“Molto bene, Anna con la A scritta alla fine, puoi dirci com’è potuto capitare quest’errore? Noi abbiamo detto alla signora Spencer di portarci un
ragazzo. Non c’erano maschi all’orfanotrofio?”
“Oh, sì, ce n’erano tantissimi. Ma la signora Spencer ha detto esattamente che voi volevate proprio una bambina di circa undici anni, e la direttrice
ha detto che potevo andar bene io. Non sapete quant’ero contenta. Dalla gioia l’ultima notte non sono neppure riuscita a dormire. Oh”, aggiunse
in tono di rimprovero rivolgendosi a Matthew, “perché non mi hai detto alla stazione che non mi volevate e non mi lasciavi lì? Se non avessi mai
visto la Bianca Via della Delizia e il Lago delle Acque Scintillanti non sarebbe così dura.”
“Che cosa caspita vuol dire?”, domandò Marilla fissando Matthew.
“Lei... si riferisce a un po’ di chiacchiere che abbiamo fatto lungo la via”, disse Matthew precipitosamente, “Io metto dentro la cavalla, Marilla.
Prepara il tè per quando ritorno.”
“La signora Spencer ha portato qualcun altro oltre a te?”, continuò Marilla quando Matthew fu uscito.
“Ha portato Lily Jones per se stessa. Lily ha appena cinque anni, è molto bella e ha capelli color nocciola. Se io fossi molto bella e avessi capelli
color nocciola mi terreste con voi?”
“No. Noi vogliamo un ragazzo che aiuti Matthew con la fattoria. Non ci serve una ragazza qui. Togliti il cappello. Sistemo la tua borsa sul tavolo
del salotto.”
Anna si tolse il cappello docilmente. Matthew tornò in quel momento e tutti si sedettero per cenare. Ma Anna non riusciva a mangiare. Invano
mordicchiò il pane imburrato e piluccò un po’ della marmellata di mele selvatiche dal piattino di vetro dentellato accanto al suo posto. Non riusciva
proprio ad andare avanti.
“Non stai mangiando niente.”, disse brusca Marilla guardandola come se fosse una grave mancanza. Anna sospirò.
“Non posso. Sono negli abissi della disperazione. Tu riesci a mangiare quando sei negli abissi della disperazione?”
“Non lo so, non sono mai stata negli abissi della disperazione.”, rispose Marilla.
“No? E non hai mai neanche immaginato di essere negli abissi della disperazione?”
“No, mai.”
“Allora non credo che tu possa capire. È una sensazione molto spiacevole, comunque. Quando cerchi di mangiare ti viene un nodo in gola e non
riesci a inghiottire niente, neppure le caramelle al cioccolato. Una volta due anni fa ho avuto le caramelle al cioccolato ed erano semplicemente
deliziose. Da allora ho sognato spesso di avere un sacco di caramelle al cioccolato, ma mi sveglio sempre quando sto per cominciare a mangiarle.
Spero che non ti offendi se non mangio. È tutto buonissimo ma io non riesco a mangiare.”
“Credo che sia stanca”, disse Matthew, che non aveva parlato fin dal suo ritorno dalla stalla, “Mettila a letto, Marilla.”
Marilla si stava chiedendo dove l’avrebbe fatta dormire. Aveva preparato un divano in cucina per il ragazzo atteso e desiderato. Ma anche se il
divano era perfettamente pulito, non sembrava una cosa adatta da offrire a una ragazzina. Però la stanza degli ospiti era troppo per quella piccola
stracciona, così rimaneva solo la soffitta a est. Marilla accese una candela e disse ad Anna di seguirla, cosa che Anna fece con molta apatia, mentre
passava afferrò il cappello e la borsa da viaggio dal tavolo del salotto.
Il salotto era spaventosamente pulito; la stanzetta nel solaio in cui si ritrovò pareva ancora più pulita.
Marilla poggiò la candela su un tavolino angolare a tre zampe e tirò giù delle coperte.
“Ce l’hai la camicia da notte?”, domandò.
Anna annui.
“Sì, ne ho due. Me le ha fatte la direttrice dell’orfanotrofio. Sono terribilmente scadenti. Non c’è mai tanto da spendere in un orfanotrofio, perciò è
tutto scadente... almeno in un orfanotrofio povero come il nostro. Io odio le camicie da notte scadenti, però ci si può sognare bene come in quelle
belle con lo strascico e le gale attorno al collo, questa è la mia unica consolazione.”
“Spogliati in fretta e va’ a letto. Io torno fra pochi minuti per la candela. Non mi fido a lasciarla spegnere a te, saresti capace di appiccare un
incendio.”
Quando Marilla fu uscita Anna si guardò intorno ansiosamente. Le pareti imbiancate a calce erano così dolorosamente e vistosamente spoglie
da farle pensare che anche loro dovessero soffrire per quella nudità. Anche il pavimento era spoglio, solo al centro c’era uno stuoino rotondo
intrecciato, Anna non ne aveva mai visto uno simile. In un angolo c’era il letto, alto e vecchio stile, con quattro gambe scure ripiegate in basso.
All’altro angolo c’era il già citato tavolino angolare ornato con un puntaspilli grassoccio di velluto rosso, tanto duro da piegare anche gli spilli più
coraggiosi. Sopra era appeso un piccolo specchio. A metà strada tra il tavolo e il letto c’era la finestra, coperta da una tendina di mussola bianco
ghiaccio tutta piena di gale, e di fronte c’era il catino. Tutta la stanza era di una severità che non si può descrivere a parole ma che ad Anna procurò
un brivido fino al midollo. Con un sospiro si sfilò rapidamente i vestiti, indossò la camicia da notte scadente e s’infilò nel letto, affondò la faccia
nel cuscino e si tirò le coperte sopra la testa. Quando Marilla tornò a spegnere la luce trovò vari e scadenti capi d’abbigliamento sparsi in disordine
in terra e una certa aria scomposta nel letto, l’unico indizio che ci fosse dentro qualcuno.
Raccolse con ostentazione i vestiti di Anna, li poggiò in ordine su una severa sedia gialla, poi prese la candela e si avvicinò al letto.
“Buonanotte”, disse, imbarazzata ma gentile.
La faccina bianca e i grandi occhi di Anna spuntarono da sotto le coperte con impressionante rapidità.
“Come fai a dirmi buona notte quando sai che sarà la notte peggiore di tutta la mia vita?”, la rimproverò.
Quindi si rituffò nel letto tornando a essere invisibile.
Marilla si avviò lentamente in cucina e cominciò a lavare i piatti della cena.
Matthew stava fumando, segno certo che la sua mente era scossa. Lui fumava raramente perché Marilla non vedeva di buon occhio questa sudicia
abitudine, ma certe volte e in certe stagioni sentiva la necessità di farlo e allora Marilla chiudeva un occhio perché sapeva che un uomo comune
deve pur sfogare le sue emozioni.
“È proprio un bel pasticcio”, disse lei, adirata, “Questo succede a mandare a dire le cose invece che dirle di persona. I parenti di Richard Spencer
devono aver cambiato il messaggio in qualche modo. Uno di noi deve andare a parlare con la signora Spencer domani, poco ma sicuro. La bambina
deve tornarsene all’orfanotrofio.”
“Sì, penso di sì”, disse Matthew con una certa riluttanza.
“Lo pensi solo? Non ne sei sicuro?”
“Be’... è una bimba tanto carina, Marilla. È un peccato rimandarla indietro quando le piacerebbe tanto restare qui.”
“Matthew Cuthbert, non dirmi che stai pensando di tenerla!”
Se Matthew le avesse detto che preferiva camminare a testa in giù lo stupore di Marilla non avrebbe potuto essere più intenso.
“Ma no... credo di no... non esattamente”, balbettò Matthew che si sentiva a disagio e messo alle strette da ciò che intendeva dire, “Nessuno si
aspetta che la teniamo... credo.”
“Direi di no. Cosa potrebbe fare di buono per noi?”
“Ma forse noi possiamo fare qualcosa di buono per lei”, disse Matthew improvvisamente e inaspettatamente.
“Matthew Cuthbert, credo che quella bambina ti abbia stregato. È evidente che vuoi tenerla.”
“Ma no. Però è una personcina davvero interessante”, insisté Matthew, “Avresti dovuto sentirla parlare mentre venivamo dalla stazione.”
“Oh, ha una bella chiacchiera, me ne sono accorta subito. Però non è un pregio. Non mi piacciono i bambini che hanno tanto da dire. Non voglio
un’orfana, e anche se la volessi non ne sceglierei certo una così. In lei c’è qualcosa che non capisco. No, no, bisogna riportarla immediatamente
dov’è stata presa.”
“Potrei pagare un ragazzo francese per aiutarmi col lavoro”, disse Matthew, “E lei ti farebbe compagnia.”
“Non ho bisogno di compagnia”, tagliò corto Marilla, “E non la terrò.”
“D’accordo, Marilla, come vuoi tu”, disse Matthew alzandosi e mettendo via la pipa, “Io vado a letto.”
E Matthew se ne andò a letto, e anche Marilla, accigliata e risoluta, se ne andò a letto quand’ebbe finito di riporre i piatti. E al piano di sopra, nel
solaio a est, una bambina sola, affamata d’affetto e senza amici, piangeva fino ad addormentarsi.
Capitolo 4 - Mattina ai Tetti Verdi

Era pieno giorno quando Anna si svegliò e si mise a sedere sul letto osservando, confusa, la finestra attraverso la quale l’allegra luce del sole si
riversava nella stanza mentre fuori qualcosa di bianco e piumoso fluttuava in sprazzi di cielo azzurro.
Per un istante non ricordò dove fosse. Per primo arrivò un brivido di delizia, come per qualcosa di molto piacevole; poi un orribile ricordo. Questi
erano i Tetti Verdi, e non la volevano perché non era un maschio.
Ma era mattina e, sì, c’era un ciliegio in piena fioritura oltre la finestra. Con un salto fu fuori dal letto e sul pavimento. Sollevò il telaio della
finestra, che era duro e scricchiolante come se non venisse aperto da tanto tempo, cosa che in effetti era, e s’incastrò con tale forza da non aver
bisogno poi di alcun fermo.
Anna s’inginocchiò a guardare quella mattina di Giugno, gli occhi le scintillavano per la gioia. Non era bello? Non era un luogo incantevole?
Anche sapendo che non sarebbe rimasta. Avrebbe fatto finta di poter restare. C’era tanto spazio per la fantasia, lì.
Fuori cresceva un enorme ciliegio, così vicino alla casa da toccarla col rami e così carico di fiori che le foglie si vedevano a stento. Su ogni lato
della casa c’era un grande frutteto, uno di meli e uno di ciliegi, e anche quelli erano cosparsi di boccioli, mentre il prato era punteggiato di denti
di leone.
Giù in giardino, resi color porpora dai fiori, c’erano degli alberi di lillà, il vento mattutino spingeva il loro profumo dolce e inebriante fino alla
finestra.
Più in basso, oltre il giardino, un campo di trifogli verde e lussureggiante digradava verso la piccola valle dove scorreva il ruscello e dove
crescevano file di bianche betulle, eteree e svettanti tra il sottobosco che prometteva d’essere pieno di deliziose possibilità, come felci, muschi e
altre cose tipiche di un bosco. Oltre ancora c’era una collina, verde e piumosa per gli abeti; in mezzo c’era una breccia da dove spuntava il tetto
grigio della casetta che Anna aveva visto quand’era dall’altra parte del Lago delle Acque Scintillanti.
Lontano, sulla sinistra, c’erano i grandi granai, oltre i quali, ancora più lontano, dopo i campi verdi dolcemente in pendenza, s’intravvedeva,
sfavillante e azzurro, il mare.
Anna, che amava le cose belle, soffermò lo sguardo su ogni dettaglio assorbendo tutto voracemente. Aveva visto tanti posti tutt’altro che incantevoli
in vita sua, povera bambina... ma questo era più incantevole del più bel sogno che avesse mai fatto.
Rimase lì inginocchiata, inconsapevole di tutto quel che non fosse lo splendore attorno a lei, finché una mano sulla spalla non la fece sobbalzare.
Marilla era entrata in camera e la piccola sognatrice non l’aveva sentita.
“Dovresti essere già vestita”, disse, brusca, Marilla.
In realtà Marilla non sapeva come parlare alla bambina, la sua poca dimestichezza la faceva sentire a disagio e la rendeva brusca e lapidaria anche
se lei non aveva intenzione di esserlo.
Anna si alzò e sospirò profondamente.
“Non è meraviglioso?”, disse indicando con la mano tutto quel bellissimo mondo.
“È un albero grande”, rispose Marilla, “E fa tanti fiori, ma i frutti non sono mai un gran che.. piccoli e pieni di vermi.”
“Oh, ma io non intendo solo l’albero, anche se è, delizioso... sì, è radiosamente delizioso... fa i fiori come se avesse intenzione di farli... io intendevo
tutto, il giardino e l’orto e il ruscello e i boschi, tutto questo caro, grande mondo. Non ami anche tu il mondo in mattini come questo? E sento anche
il ruscello ridere per tutto il suo corso. Hai mai notato quanto sono allegri i ruscelli? Ridono sempre. Li ho sentiti ridere sotto il ghiaccio perfino
in inverno. Sono così felice che ci sia un ruscello vicino ai Tetti Verdi. Tu forse credi che per me non dovrebbe essere importante dal momento
che non mi terrete, però lo stesso mi piacerà pensare che c’è un ruscello ai Tetti Verdi, anche se non ci tornerò più. Se non ci fosse un ruscello il
pensiero che dovrebbe esserci mi perseguiterebbe. Oggi non sono negli abissi della disperazione, non lo sono mai al mattino. Non è meraviglioso
che esistano i mattini? Però sono molto triste. Stavo facendo finta che dopotutto voi volevate proprio me e che sarei rimasta qui per sempre. Mi è
stato di conforto finché è durato, ma la cosa brutta quando si fa finta è che prima o poi finisce, e questo fa male.”
“Faresti meglio a vestirti, venire giù e smetterla di far finta”, disse Marilla appena riusci a inserirsi nel discorso, “La colazione è pronta. Lavati la
faccia e pettinati. Lascia la finestra aperta e ripiega le coperte ai piedi del letto. Fai del tuo meglio.”
Anna riusci a fare del suo meglio fino a un certo punto, perché dieci minuti dopo era scesa, indossava abiti ordinati, si era pettinata e rifatta le trecce
e si era lavata la faccia, la pervadeva la calma certezza d’aver eseguito tutti gli ordini di Marilla. Però aveva dimenticato di ripiegare le coperte.
“Ho una fame stamattina!”, annunciò mentre scivolava sulla sedia che Marilla le aveva preparato. “Il mondo non sembra una selva ululante come
ieri sera. Sono felice che oggi sia un mattino di sole. Però mi piacciono anche i mattini di pioggia. I mattini sono tutti interessanti, non trovi?
Non sai cosa capiterà in giornata e c’è tanto spazio per la fantasia. Ma sono contenta che stamattina non piova perché è più facile essere allegri e
sopportare le sventure nei mattini di sole. E io ne avrò tante da sopportare. È bello leggere storie di sventure e far finta di superarle eroicamente,
però viverle davvero non è bello per niente.”
“Per amor del cielo, sta’ un po’ zitta”, disse Marilla, “Parli decisamente troppo per la tua età.”
Da quel momento in poi Anna rimase zitta, ed era così obbediente e silenziosa che Marilla s’innervosì ancora di più perché le pareva d’essere
davanti a una cosa innaturale. Anche Matthew se ne rimase zitto (ma questo era naturale), così fu una colazione molto silenziosa.
Man mano che mangiava Anna si astraeva sempre di più e teneva gli occhioni, che nulla vedevano e da nulla si distraevano, fissi sul cielo oltre la
finestra. E questo innervosiva più che mai Marilla; lei sapeva che che se la bimba era lì a tavola col corpo, il suo spirito, sulle ali della fantasia,
vagava per qualche etereo paese tra le nuvole. E chi vorrebbe intorno una bambina del genere?
Eppure Matthew voleva tenerla, e questo era da veri irresponsabili! Marilla capiva che lui voleva tenerla oggi così come ieri sera, e che l’avrebbe
voluta per sempre. Ecco come faceva Matthew, si ficcava un’idea in mente e vi ci si aggrappava con sorprendente, anche se silenziosa, insistenza.
Un’insistenza dieci volte più potente, proprio perché silenziosa, che se avesse parlato.
Alla fine della colazione Anna usci dalle sue fantasticherie e si offrì di lavare i piatti.
“Sai lavare i piatti?”, domandò sfiduciata Marilla.
“Certo. Anche se sono più brava a badare ai bambini. Anzi, su questo ho tanta esperienza. È un vero peccato che voi non abbiate bambini a cui
potrei badare.”
“Non credo di voler altri bambini a cui badare. In tutta coscienza, mi basti tu. Non so proprio che farne di te, e Matthew è davvero ridicolo.”
“Io penso che sia adorabile,” protestò Anna, “È così comprensivo. Non gl’importava se parlavo tanto, anzi, forse gli piaceva. Appena l’ho visto ho
capito che era uno spirito affine.”
“Siete entrambi strani, se è questo che intendi per spiriti affini”, disapprovò Marilla, “Sì, puoi lavare i piatti, e assicurati di asciugarli per bene. Io
ho un mucchio di cose da fare stamattina, e in pomeriggio devo andare alle Sabbie Bianche dalla signora Spencer. Tu verrai con me e vedremo che
fare per sistemarti. Quando finisci coi piatti vai su a rifarti il letto.”
Anna lavò i piatti a puntino, e se ne accorse anche Marilla che la teneva d’occhio. Poi si rifece il letto con meno successo perché non aveva mai
imparato l’arte di sbrogliarsela con un piumone. Ma bene o male riusci a tirarlo su e a sprimacciarlo. Poi Marilla, per liberarsi un po’ di lei, le disse
che poteva uscire a divertirsi fino a ora di pranzo.
Anna volò fuori dalla porta, il volto radioso e gli occhi scintillanti. Ma sulla soglia si bloccò, fece dietro-front e tornò a sedersi al tavolo, ogni
vivacità smorzata come se qualcuno l’avesse spenta.
“Che c’è adesso?”, domandò Marilla.
“Non oso uscire”, rispose Anna col tono di un martire che abbandoni tutte le gioie terrene, “Se non posso restare non ha senso innamorarsi dei Tetti
Verdi. E se uscissi e facessi amicizia con quegli alberi e i fiori e l’orto e il ruscello, non potrei fare a meno d’innamorarmi di loro. È già difficile
così, non voglio rendere tutto ancora più difficile. Vorrei tanto uscire. Tutto sembra chiamarmi... Anna, Anna, vieni da noi! Anna, Anna, vogliamo
un compagno di giochi!... Ma è meglio di no. È inutile amare qualcosa se poi devi separartene. Ecco perché ero così contenta quando credevo
che sarei rimasta. Pensavo che avrei avuto tante cose da amare e che nulla me l’avrebbe impedito. Ma quel breve sogno è finito. Adesso mi sono
rassegnata al mio destino, e preferisco non uscire perché potrei smettere di rassegnarmi. Come si chiama quel geranio sul davanzale?”
“E un geranio-fior-di-mela!”
“No, non quel tipo di nome. Intendo come l’hai chiamato tu. Non gli hai dato un nome? Posso dargliene uno io, allora? Potrei chiamarlo... vediamo
un po’... Bonny? Posso chiamarlo Bonny finché sto qui? Oh, ti prego!”
“Santo cielo, fa’ come ti pare. Ma che senso ha dare un nome a un geranio?”
“Mi piace che le cose abbiano un titolo anche se sono soltanto gerani. Le fa sembrare più come persone. Che ne sai che un geranio non s’offenda
a sentirsi chiamare solo geranio e nient’altro? A te non piacerebbe essere chiamata sempre e solo donna, no? Sì, lo chiamerò Bonny. Ho dato un
nome anche al ciliegio che ho visto fuori dalla finestra della mia stanza stamattina. L’ho chiamato Regina delle Nevi perché è così bianco. Certo,
non mi aspetto che sia sempre fiorito, ma posso far finta che lo sia, no?”
“In tutta la mia vita non ho mai detto né sentito nulla del genere”, borbottò Marilla mentre batteva in ritirata in cantina a sistemare le patate,
“Matthew ha ragione, è un tipo interessante. Io stessa continuo a chiedermi che altro dirà ancora. Mi ha lanciato un incantesimo, come l’ha fatto
con Matthew. I suoi sguardi, ieri sera, facevano ben capire cosa intendesse dire. Oh, come vorrei che parlasse come gli uomini normali. Potremmo
discuterne e ragionarci, almeno. Ma che posso fare con uno che mi guarda e basta?”
Quando Marilla tornò dal suo pellegrinaggio in cantina Anna, il mento tra le mani e gli occhi al cielo, aveva ripreso a fantasticare. E così Marilla
la lasciò finché non fu ora di pranzo.
“Matthew, posso avere la cavalla e il calesse questo pomeriggio?”, chiese Marilla.
Matthew annuì e guardò, assorto, Anna. Marilla intercettò quello sguardo e disse, arcigna: “Vado alle Sabbie Bianche e sistemo tutto. Porto Anna
con me e la signora Spencer probabilmente farà in modo di rimandarla subito in Nova Scotia. Ti preparo il tè prima di partire, cerco di tornare in
tempo per mungere le mucche.”
Ancora Matthew non disse nulla, e Marilla capì d’avere sprecato parole e fiato. Non c’è niente di peggio di un uomo che non ti risponde... forse
solo una donna che fa altrettanto.
Matthew attaccò la cavalla saura al calesse e Marilla e Anna partirono. Lui aprì il cancello del cortile e mentre loro uscivano disse, a nessuno in
particolare, queste parole:
“Il giovane Jerry Buote è stato qui stamattina, gli ho detto che potremmo assumerlo per 1’estate.”
Marilla non rispose, ma sferzò sulla povera cavalla un colpo di frusta così cattivo che la bestia, non abituata a tale trattamento, sfrecciò indignata
per il vialetto con passo eccessivamente rapido. Marilla si guardò indietro mentre il calesse sobbalzava lungo la strada e vide Matthew osservarle
con un’irritante aria assorta da dietro il cancello.
Capitolo 5 - La storia di Anna

“Lo sai”, sussurrò Anna, come se stesse svelando un segreto, “che ho deciso che mi godrò questo viaggio? Lo so per esperienza, uno può godersi
quasi ogni cosa se è fermamente deciso a farlo. Certo devi essere deciso proprio fermamente. Così mentre viaggiamo cercherò di non pensare che
devo tornare all’orfanotrofio. Penserò soltanto al viaggio. Oh, guarda, c’è una rosellina precoce che sta spuntando! Non è deliziosa? Non pensi
anche tu che sia felice di essere una rosa? Non sarebbe bello se le rose sapessero parlare? Sono convinta che direbbero cose carinissime. Non credi
che il rosa sia il colore più incantevole del mondo? Io lo adoro, anche se non posso indossarlo. Le persone coi capelli rossi non possono vestirsi di
rosa, neppure con la fantasia. Hai mai sentito di qualcuno che aveva i capelli rossi da piccolo ma che poi crescendo ha cambiato colore?”
“No, mai”, disse Marilla spietata, “E comunque non credo che potrebbe mai accadere nel tuo caso.”
Anna sospirò.
“Be’, ecco che perdo un’altra speranza. ‘La mia vita è un cimitero di morte speranze’ è una frase che una volta ho letto in un libro, ma non mi è di
gran conforto quando mi sento delusa.”
“Anch’io non ci vedo nulla di confortante”, disse Marilla.
“Ma suona così graziosa e romantica, come se io fossi 1’eroina di qualche libro. Io adoro le cose romantiche e un cimitero di morte speranze è la
cosa più romantica che si possa immaginare, no? Sono quasi contenta d’averne uno. Oggi passiamo sul Lago delle Acque Scintillanti?”
“Non passiamo dallo stagno di Barry, se è questo che intendi per ‘Lago delle Acque Scintillanti’. Prendiamo la via delle spiaggia.”
“La Via della Spiaggia suona bene”, disse Anna con fare sognante, “Non ha un bel suono? Appena hai detto ‘Via della Spiaggia’ me la sono
immaginata. E anche Sabbie Bianche è un bel nome, anche se non bello quanto Avonlea. Avonlea è un nome delizioso, sembra come una musica.
Sono molto lontane le Sabbie Bianche?”
“Sono a cinque miglia. E visto che evidentemente sei in vena di chiacchiere, raccontami qualcosa di utile. Parlami di te stessa, almeno di quel che
sai.”
“Oh, quel che so di me stessa... davvero non val la pena di raccontarlo”, Anna rispose infervorata, “Lasciami invece parlare di quel che immagino
di me stessa, ti assicuro che è molto più interessante.”
“No, non voglio sentire le tue fantasticherie, limitati ai semplici fatti. Comincia dal principio: dove sei nata? Quanti anni hai?”
“Ho compiuto undici anni lo scorso marzo”, rispose Anna rassegnandosi ai semplici fatti con un breve sospiro, “Sono nata a Bolingbroke, in Nova
Scotia. Mio papà si chiamava Walter Shirley ed era insegnante al liceo di Bolingbroke. Mia mamma si chiamava Bertha Shirley. Walter e Bertha,
non sono nomi deliziosi? Sono contenta che i miei genitori avessero dei bei nomi, sarebbe stato tremendo se mio papà avesse avuto un nome tipo...
tipo Jedediah, no?”
“Non importa come si chiami una persona finché si comporta bene”, disse Marilla, che si sentì chiamata a impartire una sana e utile lezione morale.
“Non lo so”, rispose Anna pensierosa, “Una volta in un libro ho letto che una rosa avrebbe lo stesso dolce profumo anche con un altro nome,
però non ci ho mai creduto. Io non credo che una rosa sarebbe altrettanto graziosa se si chiamasse cardo selvatico o cavolo puzzolente. Certo,
mio papà avrebbe potuto essere una brava persona anche se si fosse chiamato Jedediah, però sarebbe stato un gran fardello da portare. Anche mia
mamma insegnava al liceo di Bolingbroke, ma naturalmente quando s’è sposata ha smesso d’insegnare: un marito era già un bell’impegno. La
signora Thomas diceva che erano una coppia di bambini, e più poveri d’un topo di chiesa. Andarono a vivere in una minuscola e deliziosa casetta
a Bolingbroke. Io non l’ho mai vista quella casa, ma me la sono immaginata migliaia di volte. Credo che dovesse avere un caprifoglio attorno alla
finestra del salotto, dei lillà nel cortile davanti e mughetti sul cancello d’ingresso. Sì, e tende di mussola a tutte le finestre. Le tende di mussola
danno a una casa un aspetto così grazioso! Io sono nata in quella casa. La signora Thomas dice che ero una bambina così modesta, perché ero
tanto magra, piccina e tutta occhi, però per mia mamma ero bellissima. E credo che una mamma sappia giudicare meglio di una povera donna che
veniva solo a fare le pulizie, no? Sono contenta che mia mamma fosse soddisfatta di me, sarebbe stato terribile deluderla. Anche perché lei non
visse molto a lungo dopo che ero nata, è morta di febbre quando avevo solo tre mesi. Vorrei che avesse vissuto abbastanza da ricordarmi che la
chiamavo mamma. Sarebbe tanto dolce poter dire ‘mamma’, non credi? E papà morì quattro giorni dopo, anche lui di febbre. Io rimasi orfana e
la gente non sapeva che fare, così diceva la signora Thomas. Anche allora non mi voleva nessuno. È il mio destino! Mamma e papà venivano da
lontano e per quanto si sapesse, non avevano parenti in vita. Alla fine la signora Thomas decise di prendermi con sé, anche se era povera e aveva
un marito ubriacone. Lei mi ha allevata a mano. Sai se c’è qualcosa di speciale nell’essere allevati a mano per cui una persona poi dev’essere
migliore di quelli allevati normalmente? Perché tutte le volte che ero cattiva la signora Thomas mi sgridava e diceva che non poteva credere che
mi comportassi così male quando ero stata allevata a mano.
“Il signor e la signora Thomas si trasferirono da Bolingbroke a Marysville, io ho vissuto con loro fino agli otto anni. Aiutavo a badare ai bambini
Thomas, erano quattro più piccoli di me, e ti assicuro che era un bell’impegno. Poi il signor Thomas è morto cadendo sotto a un treno e sua mamma
si offrì di prendere con sé la signora Thomas e i bambini, ma non volle me. La signora Thomas diventò matta, così disse, perché non sapeva che
farne di me. Allora la signora Hammond da sopra il fiume venne giù e disse che mi avrebbe preso lei, visto che ero brava con i bambini, e io andai
sopra al fiume a vivere con lei in una piccola radura tra gli alberi. Era un posto molto solitario, di certo non sarei riuscita a viverci se non avessi
avuto fantasia. Il signor Hammond lavorava in una piccola segheria più in alto e la signora Hammond aveva otto figli. Per tre volte fece dei gemelli.
A me piacciono i bambini ma con moderazione, dei gemelli per tre volte di fila era troppo. Lo dissi alla signora Hammond quando nacque l’ultima
coppia. Ero così terribilmente stanca di badare a loro...
“Ho vissuto sopra il fiume con la signora Hammond per più di due anni, poi il signor Hammond morì e la signora Hammond smise di badare alla
casa. Divise i bambini fra i suoi parenti e se ne andò negli Stati Uniti. Io me ne andai all’orfanotrofio di Hopeton perché nessuno mi prendeva.
In realtà non mi volevano neppure all’orfanotrofio, dicevano che era sovraffollato. Ma mi presero lo stesso, e sono rimasta lì quattro mesi, poi
è arrivata la signora Spencer.”
Anna terminò il racconto con un altro sospiro, stavolta di sollievo. Evidentemente non le piaceva parlare delle sue esperienze in un mondo che
non l’aveva voluta.
“Sei mai andata a scuola?”, chiese Marilla facendo voltare la cavalla verso la via della spiaggia.
“Non molto. Ci sono andata un po’ l’ultimo anno che ho passato con la signora Thomas. Quando vivevo sopra al fiume ero troppo lontana dalla
scuola, in inverno non si poteva camminare e d’estate la scuola era chiusa, così potevo andarci solo in primavera e in autunno. Però ci andavo
quando ero all’orfanotrofio, ovviamente. Leggo piuttosto bene e so anche delle poesie a memoria... ‘La battaglia di Hohenlinden’, ‘Edimburgo
dopo Flodden’, e poi ‘Bingen del Rhine’ e quasi tutto ‘La dama del lago’ e gran parte di ‘Le stagioni’ di James Thompson. Non piacciono anche
a te le poesie che ti fanno venire i brividi su e giù per la schiena? Al quinto anno facevano studiare un pezzo... ‘La caduta della Polonia’, dava un
sacco di brividi. Io non ero al quinto anno, ero solo al quarto, ma le ragazzine più grandi mi prestavano i loro libri.”
“E quelle donne, la signora Thomas e la signora Hammond, ti trattavano bene?”, domandò Marilla lanciando ad Anna un’occhiata di sbieco.
“Oh-oh”, balbettò Anna, il suo piccolo volto arrossì per l’imbarazzo che sentiva salire fino alla fronte, “Oh, loro volevano farlo, io lo so che
volevano essere buone e gentili. E quando la gente vuole essere buona e gentile non importa se poi non lo è... almeno non sempre. Avevano un
sacco di cose a cui badare, sai. È molto faticoso avere un marito ubriacone, oppure partorire gemelli per tre volta di fila, no? Ma io sono sicura che
loro volevano trattarmi bene.”
Marilla non fece altre domande. Anna cadde in un rapito silenzio mentre osservava la via della spiaggia e Marilla, sprofondata nei suoi pensieri,
continuò a condurre distrattamente la cavalla saura. Improvvisamente, dal profondo del cuore, aveva provato pietà per quella bambina. Che vita
vuota e priva d’amore aveva avuto! Una vita fatta di lavoro ingrato, povertà e abbandono. Marilla era perspicace abbastanza da leggere tra le righe
e capire la verità. Non c’era da sorprendersi se la piccola era stata così felice all’idea di avere una vera casa. Era un peccato che dovesse essere
mandata indietro. Ma che sarebbe successo se Marilla avesse accontentato l’irresponsabile desiderio di Matthew e le avesse permesso di restare?
Lui era deciso su quel punto, e la bambina pareva una cosina tanto graziosa, facile da educare.
“Parla troppo”, pensò Marilla, “Ma su questo può essere corretta. E non c’è nulla di volgare in quello che dice, è una ragazzina a modo. Probabilmente
i suoi genitori erano gente per bene.”
La via della spiaggia era ‘boscosa, selvaggia e solitaria’. Sulla destra crescevano fitti abeti di macchia, i cui spiriti erano rimasti integri dopo anni di
zuffe con i venti del golfo, a sinistra c’erano ripide scogliere di arenaria rossa che in certi tratti erano talmente vicine al sentiero che un cavallo dai
nervi meno saldi di questa saura avrebbe messo a dura prova chi gli viaggiasse dietro. Alla base delle scogliere c’erano cumuli di rocce consumate
dai marosi oppure piccole insenature di sabbia intarsiate di ciottoli che parevano gioielli dell’oceano; dietro c’era il mare, scintillante e azzurro, e
in alto si libravano i gabbiani, le cui ali mandavano bagliori d’argento sotto i raggi del sole.
“Non è meraviglioso il mare?”, disse Anna emergendo da un lungo silenzio fatto di sogni a occhi aperti, “Una volta, quando vivevo a Marysville,
la signora Thomas noleggiò un carro e ci portò tutti a passare una giornata in spiaggia, che era lontana dieci miglia. Mi sono goduta ogni istante
di quella giornata, anche se dovevo badare ai bambini. E poi me la sono rivissuta in sogno per anni. Ma questa spiaggia è molto più bella di quella
di Marysville. E quei gabbiani, non sono magnifici? Ti piacerebbe essere un gabbiano? A me sì, se non potessi essere una bambina umana, ovvio.
Non sarebbe fantastico svegliarsi quando sorge il sole e calare giù in picchiata sull’acqua e poi schizzare via in tutto quel delizioso azzurro, per
tutto il giorno? E alla sera tornarsene al proprio nido? Oh, riesco proprio a immaginare di farlo. Cos’è quella grande casa là di fronte?”
“Quello è l’Albergo delle Sabbie Bianche. Lo dirige il signor Kirke, ma la stagione turistica non è ancora cominciata. In estate ci vengono un sacco
di americani. A loro piacciono molto queste spiagge.”
“Temevo che fosse la casa della signora Spencer”, disse Anna tristemente, “Vorrei non doverci andare. È come se fosse la fine di tutto.”
Capitolo 6 - Marilla prende una decisione

Alla fine, però, arrivarono a destinazione. La signora Spencer viveva in una grande casa gialla nella Baia delle Sabbie Bianche, venne alla porta
col suo volto benevolo e un’espressione a metà tra accogliente e stupita.
“Santo cielo!”, esclamò, “Siete le ultime persone che mi sarei aspettata di vedere oggi, ma sono lieta d’incontrarvi, a ogni modo. Sistemate pure
il cavallo. Come stai, Anna?”
“Sto come ci si aspetterebbe che stessi”, disse Anna seria, come se un’ombra fosse calata su di lei.
“Ci fermeremo finché la cavalla sarà riposata”, disse Marilla, “Ma ho promesso a Matthew di tornare presto. Il fatto è signora Spencer, che c’è
stato un fraintendimento e sono venuta per risolverlo. Vi avevamo mandato a dire, Matthew e io, di portarci un ragazzo dall’orfanotrofio. Avevamo
detto a vostro fratello Robert che volevamo un maschio di dieci-undici anni.”
“Marilla Cuthbert, non mi dite!”, si preoccupò la signora Spencer, “Robert mi ha fatto avere la richiesta tramite sua figlia Nancy e lei ha detto che
volevate una bambina... non è così, Flora Jane?”, disse rivolta alla figlia che l’aveva raggiunta sui gradini d’ingresso.
“Si, signorina Cuthbert, è così”, confermò con decisione Flora Jane.
“Sono terribilmente dispiaciuta”, disse la signora Spencer, “È tremendo, ma come vedete, signorina Cuthbert, non è colpa mia. Io ho fatto del mio
meglio e ho creduto di seguire le vostre istruzioni. Nancy è una creatura così sbadata... spesso ho dovuto anche sgridarla per questo.”
“È stata solo colpa nostra”, disse Marilla rassegnata, “Saremmo dovuti venire di persona e non affidare un messaggio così importante al passaparola.
A ogni modo il guaio è fatto e ora non possiamo far altro che porvi riparo. Possiamo rimandare la bambina all’orfanotrofio? Non dovrebbero avere
problemi a riprendersela, no?”
“No, credo di no”, disse pensierosa la signora Spencer, “Ma forse non sarà necessario rimandarla indietro. La signora Peter Blewett è stata qui ieri
e mi ha detto che vorrebbe prendere una bambina che le dia una mano in casa. La signora Blewett ha una famiglia numerosa ed è difficile per lei
trovare chi l’aiuti. Anna potrebbe essere la bambina che fa per lei, il vostro arrivo è stato provvidenziale.”
Marilla non pensò che la Provvidenza avesse qualcosa a che farci. Ecco che arrivava un’opportunità inattesa per sbarazzarsi di quest’orfana
indesiderata e lei non si sentiva neppure un po’ riconoscente!
Conosceva la signora di vista Peter Blewett, un donnino dall’aria bisbetica senza neppure un grammo di carne superflua attaccata alle ossa. Però ne
aveva sentito parlare. Si diceva che la signora Blewett fosse instancabile nel lavoro e nel condurre il calesse, e le servette che lei aveva licenziato
raccontavano storie spaventose sul suo brutto carattere e sulla sua grettezza, e sui suoi figli impertinenti e litigiosi. Marilla provò un improvviso
rimorso di coscienza all’idea di affidare Anna alle sollecite cure di quella donna.
“Bene, entriamo e parliamone”, disse.
“Oh, ma quella che arriva sul vialetto è proprio la signora Blewett!”, esclamò la signora Spencer incalzando le sue ospiti a entrare nel salotto, dove
vennero prese da un gelo mortale come se l’aria, passando attraverso le persiane verde scuro, avesse perso ogni particella di calore che avesse mai
posseduto, “È proprio una fortuna, perché possiamo sistemare tutto subito. Accomodatevi sul divano, signorina Cuthbert. Anna, tu va’ a sederti
sull’ottomana e non dimenarti. Datemi i cappelli. Flora Jane, prepara la teiera. Buongiorno, signora Blewett. Stavamo giusto dicendo che fortuna
sia che voi capitiate proprio adesso. Lasciate che vi presenti, signore. Signora Blewett, signorina Cuthbert... scusatemi un istante, ho dimenticato
di dire a Flora Jane di togliere le ciambelle dal forno.”
La signora Spencer, dopo aver aperto le persiane, guizzò via. Anna sedeva muta sull’ottomana, le mani strette in grembo, e fissava affascinata la
signora Blewett. Davvero sarebbe stata affidata a questa signora dal volto e dagli occhi taglienti? Sentì un nodo alla gola e gli occhi le bruciarono
dolorosamente. Cominciò a temere di non riuscire a trattenere le lacrime quando tornò la signora Spencer, accaldata e sorridente: quella donna
sembrava essere in grado di ridimensionare e allontanare qualunque difficoltà, fisica, mentale o spirituale che fosse.
“A quanto pare, signora Blewett, c’è stato un errore con questa bambina”, disse, “Avevo capito che il signor e la signorina Cuthbert volessero
adottare una femminuccia, ma a quanto pare volevano un maschio. Così se voi siete della stessa idea di ieri, questa potrebbe essere la bambina che
fa al caso vostro.”
La signora Blewett scrutò Anna da capo a piedi.
“Quanti anni hai? E come ti chiami?”, domandò.
“Anna Shirley”, balbettò la bambina tremante, senza avere il coraggio di fare appunti su come si scrivesse Anna, “E ho undici anni.”
“Humph! Non ne dimostri così tanti. Ma sei magra. Quelle magre sono le migliori. D’accordo, ti prendo, ma tu dovrai essere brava. Brava, pronta
e rispettosa. Dovrai guadagnarti il mantenimento e non ammetto errori. Sì, credo proprio di poterla prendere, signorina Cuthbert. Il mio bambino
più piccolo è terribilmente indisciplinato e io sono stanca di stargli dietro. Se volete posso portarmela a casa oggi stesso.”
Marilla guardò Anna e s’intenerì vedendo il pallido volto della bambina pieno di muta infelicità, l’infelicità di una creatura indifesa che si trova
nuovamente presa in una trappola dalla quale credeva d’essere scappata. Marilla provò la terribile certezza che se non avesse raccolto quel
disperato appello il rimorso l’avrebbe perseguitata per il resto della vita. In più la signora Blewett non le piaceva per niente. Affidare una bambina
sensibile e ‘spirituale’ a una donna del genere? No, non avrebbe mai potuto assumersi una simile responsabilità!
“Be’, non saprei”, cominciò lentamente, “Non intendevo dire che io e Matthew non l’avremmo assolutamente tenuta, anzi, Matthew è piuttosto
incline a tenerla. Sono venuta solo per capire come sia potuto accadere un simile errore. Ora credo che sia meglio riportarla a casa e discuterne con
Matthew: non mi va di prendere una decisione simile senza prima consultarlo. Se decidiamo di non tenerla ve la porteremo o manderemo domani
sera, altrimenti vuol dire che rimarrà da noi. Per voi va bene, signora Blewett?”
“Sì, credo di sì”, rispose con poco garbo la signora Blewett.
Mentre Marilla parlava un raggio di sole sembrava essere spuntato sul volto di Anna. Prima svanì lo sguardo affranto, poi le guance arrossirono di
speranza, infine gli occhi divennero più profondi e luminosi come stelle del mattino. La bambina era letteralmente trasfigurata e quando la signora
Spencer e la signora Blewett uscirono, per recuperare una ricetta che quest’ultima era passata a prendere, balzò in piedi e, volando letteralmente
attraverso la stanza, raggiunse Marilla.
“Signorina Cuthbert, davvero mi permetterai di restare ai Tetti Verdi?”, sussurrò senza fiato, come se parlare a voce alta avesse potuto far dissolvere
quella fantastica possibilità, “L’hai detto davvero? Non l’ho solo immaginato?”
“Forse faresti meglio a imparare a controllare la fantasia, Anna, se non riesci neppure a distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è”, tagliò corto
Marilla, “Sì, mi hai proprio sentito dire quello e nient’altro. Ma non sono ancora certa e forse alla fine potrei decidere di mandarti dalla signora
Blewett. Certamente saresti più utile da lei che da me.”
“Preferirei tornare all’orfanotrofio che andare da lei”, disse Anna con fervore, “Lei sembra... sembra proprio un succhiello.”
Marilla trattenne un sorriso perché era convinta che Anna andasse rimproverata per quell’osservazione.
“Una bambina come te dovrebbe vergognarsi di dire certe cose di una signora estranea”, disse con severità, “Torna a sederti composta, tieni a freno
la lingua e comportati da bambina come si deve.”
“Cercherò di fare tutto quello che vuoi, se decidi di tenermi”, disse Anna tornando ubbidiente alla sua ottomana.
Quando quella sera tornarono ai Tetti Verdi Matthew andò loro incontro lungo il vialetto. Da lontano Marilla l’aveva visto andare su e giù e ne
aveva indovinato il motivo. Era preparata al sollievo che gli vide in volto quando lui s’accorse che aveva riportato Anna indietro, ma non gli disse
nulla in proposito finché non furono entrambi in cortile sul retro della casa a mungere le mucche. Allora gli raccontò brevemente la storia di Anna
e il risultato del colloquio con la signora Spencer.
“Non darei neppure un cane alla signora Blewett”, disse Matthew con un’energia insolita per lui.
“Anche a me non piacciono i suoi modi”, ammise Marilla, “Ma o la davo a lei o la tenevamo noi, Matthew. E visto che tu sembri volerla tenere,
così farò anch’io, o meglio, dovrò farlo. Sembra una specie di dovere. Non ho mai allevato bambini, men che meno una femmina, e ho paura di
fare errori terribili. Ma farò del mio meglio. Per quel che mi riguarda, Matthew, Anna può rimanere.”
Il timido Matthew avvampò di gioia.
“Ci avevo contato che saresti arrivata a vederla in questo modo, Marilla”, disse, “È una creaturina così interessante.”
“Certo sarebbe stato meglio se fosse stata utile”, ribatté Marilla, “Ma farò in modo che lo diventi. E tu, Matthew, bada a non interferire coi miei
metodi. Forse una signorina anziana non sa come allevare un bambino, ma ne sa sempre più di un vecchio scapolo, quindi lascia che sia io a
sbrogliarmela. Quando sbaglierò, allora potrai intervenire tu.”
“Certo, certo, Marilla, puoi fare tutto a modo tuo”, la rassicurò Matthew, “Solo cerca di essere buona e gentile con lei, non rovinarla. Credo che
sia quel tipo di persona alla quale puoi far fare qualunque cosa solo se riesci a farti amare da lei.”
Marilla tirò su col naso per esprimere il suo sdegno nei confronti di quanto Matthew riteneva di sapere d’un animo femminile, quindi andò in
cascina a riporre i secchi.
“Non le dirò stasera che può rimanere”, rifletté mentre colava il latte nei bricchi, “Sarebbe così eccitata da non dormire più. Marilla Cuthbert, ci sei
dentro fino al collo. Avresti mai pensato di adottare un’orfana? È sconvolgente, ma è ancora più sconvolgente che dietro ci sia Matthew. Proprio
lui che ha sempre avuto il terrore delle bambine! A ogni modo, abbiamo deciso di provarci e Dio solo sa cosa ne verrà fuori!”
Capitolo 7 - Anna dice le preghiere

Quando quella sera Marilla accompagnò Anna a letto le disse, severa: “Ho notato, Anna, che ieri sera hai buttato tutti i vestiti sul pavimento quando
te li sei tolti. Questo vuol dire essere disordinati e io non lo ammetto. Ogni volta che ti levi un indumento piegalo accuratamente e posalo sulla
sedia. Non so che farmene di una bambina disordinata.”
“Ieri sera la mia mente era così tormentata che non ci ho pensato ai vestiti”, rispose Anna, “Stasera li piego per bene. All’orfanotrofio ce lo facevano
sempre fare. Però la metà delle volte me ne dimenticavo, tanta fretta avevo di infilarmi a letto, starmene tranquilla e fantasticare.”
“Se devi stare qui cerca di ricordartelo”, la ammonì Marilla, “Sì, così va bene. Ora di’ le tue preghiere a infilati nel letto.”
“Io non dico mai le preghiere”, affermò Anna.
Marilla ne fu sconvolta.
“Come, Anna, che intendi? Non ti hanno insegnato le preghiere? Dio vuole che le bambine preghino. Sai chi è Dio, Anna?”
“Dio è uno spirito infinito, eterno e immutabile, nel Suo Essere raccoglie saggezza, potere, santità, giustizia, bontà e verità.”, rispose Anna,
sollecita e con scioltezza.
Marilla si sentì sollevata.
“Allora, grazie al cielo, qualcosa sai, non sei del tutto pagana. Dove hai imparato queste cose?”
“All’orfanotrofio, alla scuola domenicale. Ci hanno insegnato tutto il catechismo, e m’è anche piaciuto. Alcune parole sono davvero magnifiche.
‘Infinito, eterno e immutabile’. Non è grandioso? Ha una tale cadenza, come di un organo che suona! Non è proprio poesia, però ci somiglia, vero?”
“Non è un problema di poesia, Anna, “È un problema di... di dire le preghiere. Non credi anche tu che sia davvero malvagio non dire le preghiere
tutte le sere? Sei una bambina cattiva?”
“È più facile essere cattivi che buoni quando hai i capelli rossi”, si giustificò Anna, “La gente che non ha i capelli rossi non può capire che problema
sia. La signora Thomas mi ha detto che Dio mi ha fatto coi capelli rossi di proposito, e da allora non mi sono più curata di lui. E comunque alla
sera ero sempre troppo stanca per preoccuparmi di dire le preghiere. Non ci si può aspettare che qualcuno che deve badare a dei gemelli preghi.
Onestamente, come puoi pretenderlo?”
Marilla decise che 1’educazione religiosa di Anna dovesse cominciare subito: evidentemente non c’era tempo da perdere.
“Finché resti sotto il mio tetto, Anna, devi pregare!”
“D’accordo, se vuoi che lo faccia, lo farò”, acconsentì allegramente Anna, “Farò tutto pur di sdebitarmi con te. Ma per stavolta devi insegnarmi
cosa dire. Quando andrò a letto m’immaginerò una bella preghiera da recitare tutte le volte. Credo che sarà interessante, ora che ci penso.”
“Devi inginocchiarti”, disse Marilla, imbarazzata.
Anna s’inginocchiò davanti a Marilla e la guardò, seria.
“Perché bisogna stare in ginocchio per pregare? Se io davvero volessi pregare sai che farei? Me ne andrei da sola in un grande campo, oppure
in fondo in fondo a un bosco, e guarderei il cielo, su, su... quel delizioso cielo azzurro che sembra... un’azzurrità senza fine. E poi sentirei una
preghiera dentro di me. Sono pronta, che devo dire?”
Marilla era più imbarazzata che mai. Avrebbe voluto insegnare ad Anna il vecchio classico infantile, ‘Ora m’accingo al sonno’, ma come vi ho
già detto aveva quel barlume di senso dell’umorismo, che poi è un altro modo per dire che sapeva cogliere i momenti idonei in ogni cosa, per cui
improvvisamente pensò che una semplice preghierina, perfetta per quei bimbi che in candide camicie da notte la sussurrano sulle ginocchia della
mamma, non andasse assolutamente bene per questa streghetta lentigginosa che non conosceva e non apprezzava l’amore di Dio, dal momento che
non le era mai stato trasmesso attraverso l’amore umano.
“Sei grande abbastanza per pregare da sola, Anna”, disse infine, “Ringrazia Dio per le benedizioni che ti ha dato e chiedigli con umiltà quel che
vorresti.”
“Farò del mio meglio”, promise Anna affondando la faccia nel grembo di Marilla, “Misericordioso Padre Celeste... è così che dicono i ministri in
chiesa, quindi andrà bene anche per le preghiere private, vero?”, s’interruppe alzando la testa per un momento.
“Misericordioso Padre Celeste, Ti rendo grazie per la Bianca Via della Delizia e per il Lago delle Acque Scintillanti e per Bonny e per la Regina
delle Nevi. Sono davvero estremamente grata per queste cose. E queste sono tutte le benedizioni che mi vengono in mente per le quali Ti devo
rendere grazie. Le cose che voglio invece sono così tante che ci vorrebbe un sacco di tempo a elencarle tutte, perciò menziono solo le due più
importanti: per piacere, fammi rimanere ai Tetti Verdi. E per piacere, fammi diventare carina quando cresco!
Distinti Saluti
Anna Shirley
“Ecco! Andava bene?”, domandò con entusiasmo alzandosi, “Avrei potuto abbellirla un po’ se avessi avuto più tempo per pensarci.”
La povera Marilla si salvò da un completo collasso solo ricordando che non era l’irriverenza, ma solo l’ignoranza spirituale di Anna a essere
responsabile di questa stranissima supplica. Mise a letto la bambina e mentalmente fece voto di insegnarle una preghiera l’indomani stesso. Stava
uscendo dalla stanza con la candela quando Anna la chiamò indietro.
“M’è appena venuto in mente che avrei dovuto dire ‘Amen’ e non ‘Distinti Saluti’, vero? È così che dicono i preti. Non me lo ricordavo ma sentivo
che in qualche modo bisognava concludere la preghiera e allora ho detto’ Distinti Saluti’. Secondo te va male?”
“N-no, non credo”, disse Marilla, “Ora dormi, da brava. Buona notte.”
“Stanotte posso dire buona notte con la coscienza pulita”, disse Anna raggomitolandosi voluttuosamente tra i cuscini.
Marilla si ritirò in cucina, mise la candela sul tavolo e fissò Matthew.
“Matthew Cuthbert, è ora che qualcuno adotti quella bambina e le insegni qualcosa. Ancora un po’ e diventa pagana. Ci crederesti che non aveva
mai detto una preghiera in vita sua prima di stasera? Domani la mando dal pastore a prendere in prestito i sermoni, ecco che faccio. E poi andrà
alla scuola domenicale, appena riesco a rimediarle dei vestiti decenti. Prevedo che avrò molto da fare. Be’, non si può stare al mondo senza fare la
nostra parte di fatica. Finora ho avuto vita facile ma è arrivato il mio momento e dovrò fare del mio meglio.”
Capitolo 8 - L’educazione di Anna è cominciata

Per motivi che solo lei conosceva, fino al pomeriggio seguente Marilla non disse ad Anna che sarebbe rimasta ai Tetti Verdi. Per tutta la mattina
mantenne la bambina impegnata con vari compiti tenendola d’occhio mentre lei li eseguiva. Per mezzogiorno era giunta alla conclusione che Anna
fosse una bambina svelta e obbediente, volenterosa e pronta a imparare; il suo difetto più grande era questa sua tendenza ad abbandonarsi ai sogni
a occhi aperti, nel bel mezzo di un servizio, e dimenticare tutto finché non veniva bruscamente richiamata sulla terra da un rimprovero o da una
catastrofe.
Quando ebbe finito di lavare i piatti del pranzo Anna si piazzò improvvisamente davanti a Marilla con 1’espressione di chi sia disperatamente
deciso a sapere tutto, anche il peggio. Piccola e magrolina com’era tremava tutta, da capo a piedi. Aveva il volto arrossato e gli occhi tanto dilatati
che quasi sembravano neri, si strinse forte le mani e implorò:
“Per piacere, signorina Cuthbert, mi dici se mi terrai o no? Ho cercato di essere paziente tutta la mattina, ma non so quanto ancora potrò sopportare
di non sapere. È una sensazione terribile. Per favore, dimmelo.”
“Non hai lavato gli strofinacci nell’acqua bollente come ti avevo detto di fare”, disse Marilla impassibile, “Fai quello prima di qualunque altra
domanda, Anna.”
Anna andò a lavare gli strofinacci, poi tornò da Marilla e le incollò addosso uno sguardo supplice.
“Bene”, disse Marilla che non trovò più scuse valide per rimandare una spiegazione, “Tanto vale che te lo dica. Io e Matthew abbiamo deciso di
tenerti... ecco, se farai la brava e ti mostrerai riconoscente... ma santo cielo, che c’è adesso?”
“Piango”, disse Anna sconcertata, “Non lo so perché. Sono più contenta che mai. Contenta non è la parola giusta. Ero contenta per la Bianca Via
e per il ciliegio, ma questo... questo mi rende molto più che contenta. Sono così felice. Cercherò di essere bravissima. Sarà un lavoro duro, perché
la signora Thomas mi diceva sempre che sono cattiva. Ma farò del mio meglio. Ma perché sto piangendo?”
“Perché sei eccitata e stanca”, disapprovò Marilla, “Siediti e cerca di calmarti. Tu piangi e ridi troppo facilmente. Sì, puoi restare qui e noi
cercheremo di trattarti bene. Dovrai andare a scuola, ma sarà aperta solo per altri quindici giorni prima delle vacanze, quindi non val la pena che
tu la cominci prima di settembre.”
“Come devo chiamarti?”, domandò Anna, “Sempre signorina Cuthbert? Posso chiamarti zia Marilla?”
“No, chiamami solo Marilla. Non sono abituata a sentirmi chiamare signorina Cuthbert, mi dà ai nervi.”
“Sembra terribilmente sgarbato, però”, protestò Anna.
“Non ci sarà niente di sgarbato se tu parlerai con garbo. Tutti quanti ad Avonlea, giovani e vecchi, mi chiamano Marilla, tranne il ministro. Lui mi
chiama signorina Cuthbert... quando se ne ricorda.”
“Mi piacerebbe chiamarti zia Marilla, “ disse Anna pensierosa, “Non ho mai avuto una zia, né alcun parente, neppure una nonna. Mi farebbe sentire
come se davvero fossimo di famiglia. Posso chiamarti zia Marilla?”
“No. Non sono tua zia e non mi piace dare alla gente nomi che non corrispondono alla verità.”
“Ma potremmo far finta che sei mia zia.”
“Io non potrei”, disse Marilla, severa.
“Non fai mai finta che le cose siano diverse dalla realtà?”, chiese Anna sgranando gli occhi.
“No.”
“Oh!”, Anna trasse un sospiro profondo, “Oh, signorin... Marilla, quanto ti deve mancare!”
“Io non credo nell’immaginarsi le cose diverse da come sono”, replicò Marilla, “Se il Signore ci mette in certe circostanze non lo fa perché noi
facciamo finta che siano diverse. A proposito, va’ in salotto, Anna - pulisciti prima i piedi e non far entrare le mosche - e prendimi la cartolina
illustrata che sta sulla mensola del camino. Sopra c’è il Padre Nostro e tu passerai il tempo libero, oggi pomeriggio, a impararlo a memoria. Non
voglio più sentire preghiere come quella di ieri sera.”
“Immagino che fosse molto strana”, si scusò Anna, “Ma tu lo vedi che ero poco pratica. Non puoi aspettarti che qualcuno preghi bene al suo primo
tentativo. M’è venuta in mente una splendida preghiera dopo che sono andata a letto, proprio come t’avevo promesso. Era lunga quasi quanto
quella del pastore ed era tanto poetica. Ma, incredibile a dirsi, stamattina non me ne ricordavo nemmeno una parola. E purtroppo non sarò più in
grado di comporne un’altra così bella. Chissà perché le cose non funzionano mai quando devi rifarle una seconda volta, ci hai mai fatto caso?”
“Ecco un’altra cosa che devi imparare, Anna. Quando ti dico di fare qualcosa voglio che tu la faccia subito, non che rimani immobile a parlarne.
Vai e fai come ti ho chiesto.”
Anna parti lesta oltre l’anticamera e verso il salotto, ma non tornò indietro; dopo averla aspettata per dieci minuti Marilla, corrucciata, posò il
lavoro a maglia che stava sferruzzando e la raggiunse a passo di marcia. Trovò Anna che se ne stava immobile a fissare l’immagine appesa al muro
tra le due finestre, gli occhi agitati da sogni. Le luci bianche e verdi che filtravano tra i rami del melo e della vite in giardino cadevano su quella
figuretta rapita e la facevano splendere di una luminosità quasi ultraterrena.
“Anna, a cosa stai pensando?”, le domandò brusca Marilla.
Anna sobbalzò e tornò coi piedi per terra.
“Quello”, disse indicando l’immagine, una litografia dai colori brillanti intitolata ‘Cristo benedice i bambini’, “Immaginavo di essere una di
loro... ero quella bambina col vestito blu, quella che se ne sta nell’angolo come se non fosse con nessuno, come me. Sembra tanto triste e sola!
Scommetto che non aveva né il papà né la mamma. Però voleva essere benedetta anche lei, allora si era avvicinata timidamente alla folla sperando
che nessuno, tranne Lui la notasse... So come doveva sentirsi. Aveva il cuore che batteva forte e le mani fredde, come me quando ti ho chiesto
se potevo rimanere. Aveva paura che Lui potesse non notarla. Però Lui l’avrebbe notata, vero? Ho cercato di immaginarmi tutto... lei che Gli si
avvicinava sempre un po’ di più finché non Gli era proprio accanto, allora Lui l’ha guardata e le ha posato le mani sui capelli. Oh, che brividi di
gioia deve aver provato! Però vorrei che Lui non fosse stato ritratto con un’espressione tanto triste. Ha quello sguardo in tutte le immaginette, ma
non credo che avesse davvero quegli occhi tristi, altrimenti i bambini avrebbero avuto paura di Lui.”
“Anna”, disse Marilla chiedendosi perché non l’avesse interrotta prima, “Non dovresti parlare così. È irrispettoso, davvero irrispettoso.”
Anna si meravigliò.
“Perché? Sono stata molto rispettosa. Certamente non intendevo essere irrispettosa.”
“Sì, sono sicura che non volevi... ma non mi sembra giusto parlare di certe cose con tanta familiarità. Un’altra cosa, Anna: quando ti mando a
prendere qualcosa voglio che tu me la porti subito, non che ti fermi a sognare e fantasticare davanti alle immagini. Ricordatelo! Prendi quella
cartolina e portala in cucina. Ora siediti in un angolo e cerca di imparare a memoria la preghiera.”
Anna poggiò la cartolina contro la brocca che, per decorare la tavola, aveva riempito di rami fioriti di melo (Marilla non aveva visto di buon occhio
quella decorazione, ma non aveva detto nulla), poi affondò il mento tra le mani e la studiò in silenzio per parecchi minuti.
“Mi piace”, annunciò infine, “È bella. L’avevo già sentita perché il sovrintendente alla scuola domenicale dell’orfanotrofio una volta l’ha recitata,
ma allora non m’era piaciuta. Lui aveva la voce tanto roca e quando pregava sembrava sempre un lamento, io pensavo che per lui pregare fosse
un dovere spiacevole. Questa non è poesia, ma mi fa sentire come se lo fosse. ‘Padre Nostro che sei nei cieli, sia santificato il Tuo nome’ sembra
proprio un brano musicale. Sono così contenta che vuoi farmela imparare, signorin... Marilla!”
“Bene. Allora imparala e sta’ zitta.”, tagliò corto Marilla.
Anna inclinò il vaso coi fiori di melo e diede un bacio leggero a un bocciolo rosa, poi si rimise a studiare diligentemente ancora per un po’.
“Marilla”, domandò poco dopo, “Secondo te troverò mai un’amica del cuore ad Avonlea?”
“Un’amica... come?”
“Un’amica del cuore... un’amica migliore... uno spirito davvero affine a cui confidare i miei pensieri più profondi. È tutta la vita che sogno di
averne una. Non che speri davvero di trovarla, ma visto che tanti dei miei sogni più belli si sono realizzati, perché non dovrebbe realizzarsi anche
questo? Credi che sia possibile?”
“Diana Barry vive su al Pendio del Frutteto e ha più o meno la tua età. È una ragazzina davvero a modo, forse potrete diventare compagne di gioco
quando torna a casa, ora è in visita da sua zia a Carmody. Però dovrai stare attenta a comportarti bene perché sua mamma, la signora Barry, è una
donna molto esigente. Non permetterebbe mai a Diana di giocare con una bambina che non sia buona ed educata.”
Anna, gli occhi accesi dalla curiosità, guardò Marilla attraverso i fiori di melo.
“Com’è Diana? Non ha i capelli rossi, vero? Spero proprio di no. È già brutto che li abbia io, non sopporterei che li avesse anche la mia amica del
cuore.”
“Diana è una bambina molto carina. Ha occhi e capelli neri e guance rosa. Ed è anche buona e intelligente, che è meglio che essere carini.”
Marilla amava le lezioni morali, come la Duchessa del Paese delle Meraviglie, ed era fermamente convinta che fosse necessario inserirne una in
ogni discorso che si facesse a un bambino in crescita.
Ma Anna ignorò la lezione morale e considerò solo le altre deliziose possibilità che la apparivano davanti.
“Sono contenta che sia carina. La cosa migliore dopo essere bella io stessa, cosa impossibile nel mio caso, è avere un’amica del cuore bella.
Quando vivevo con la signora Thomas lei aveva in salotto una libreria con le ante di vetro. Dentro però non c’erano libri, la signora Thomas ci
teneva il servizio di porcellana buono e le marmellate, quando ne aveva. Una delle ante era rotta, l’aveva fracassata il signor Thomas una sera
che era leggermente ubriaco. Ma l’altra anta era sana e io la usavo per far finta che il mio riflesso fosse un’altra bambina che viveva nella libreria.
L’avevo chiamata Katie Maurice ed eravamo migliori amiche. Parlavo con lei quasi ogni ora, specialmente la domenica, e le raccontavo tutto.
Katie era un conforto e una consolazione per me. Facevamo finta che la libreria fosse incantata e che solo io conoscevo la formula magica per
aprire l’anta ed entrare nella stanza dove viveva Katie Maurice che compariva al posto degli scaffali con le porcellane e le marmellate della signora
Thomas. E lì Katie mi avrebbe preso per mano e mi avrebbe portato in un posto bellissimo, pieno di fiori, sole e fatine, e lì saremmo rimaste a
vivere felici per sempre. Quando sono andata a vivere con la signora Hammond mi si è spezzato il cuore a dover lasciare Katie Maurice, e anche
lei è stata malissimo. Lo so perché piangeva quando mi ha dato il bacio d’addio attraverso le ante della libreria. Non c’erano librerie dalla signora
Hammond, ma più in là sopra il fiume, a poca distanza da casa, c’era una valle piccola, lunga e tutta verde, e ci viveva un’eco deliziosa. Faceva
eco a ogni parola che dicevi, pure quando non parlavi tanto forte. Allora cominciai a far finta che era una bambina di nome Violetta. Diventammo
subito grandi amiche, le volevo bene quasi quanto a Katie Maurice... non proprio così tanto, ma quasi. La sera prima di andare all’orfanotrofio dissi
addio a Violetta, e mi tornò indietro un addio così triste! Mi ero così affezionata a lei che all’orfanotrofio non sarei stata capace di immaginarmi
un’altra amica del cuore, neppure se ci fosse stato spazio per la fantasia.”
“Meglio che non ci fosse”, commentò secca Marilla, “Non approvo certe cose. Tu sembri quasi credere alle tue fantasie. Sarà meglio per te trovare
un’amica del cuore vera che ti tolga queste sciocchezze dalla testa. E fa’ in modo che la signora Barry non sappia delle tue Katie Maurice e Violette,
o penserà che dici le bugie.”
“No, non lo farò. Non potrei parlarne a nessuno, il loro ricordo è troppo sacro per me. Però volevo che tu lo sapessi. Oh, guarda, un’ape è appena
cascata giù da un fiore di mela. Che posto delizioso per viverci dev’essere un fiore di mela. Immagina di andarci a dormire dentro quando il vento
lo dondola. Se non fossi una bambina umana mi piacerebbe essere un’ape e vivere tra i fiori.”
“Ieri volevi essere un gabbiano”, criticò Marilla, “Secondo me sei troppo volubile. Ti avevo detto di imparare la preghiera e di stare zitta, ma a
quanto pare per te è impossibile smettere di parlare finché c’è qualcuno che ti ascolta. Quindi sali in camera tua e impara la preghiera.”
“Oh, ma la so già quasi tutta... manca solo l’ultimo verso.”
“Non importa, fa’ come ti dico. Sali in camera tua e finisci di impararla per bene, e resta lì finché non ti chiamo per aiutarmi a fare il tè.”
“Posso portarmi i fiori di mela a farmi compagnia?”, supplicò Anna.
“No, non puoi riempire la tua stanza di fiori. E poi, tanto per cominciare, avresti dovuto lasciarli sugli alberi.”
“Sì, un po’ lo pensavo anch’io”, disse Anna, “Un po’ sentivo che non avrei dovuto accorciargli la vita raccogliendoli, a me non piacerebbe che mi
raccogliessero se fossi un fiore. Ma la tentazione era irresistibile. Che fai tu quando hai una tentazione irresistibile?”
“Anna, mi hai sentito? Ti ho detto di andare in camera tua!”
Anna sospirò, si ritirò nella soffitta a est e si sistemò sulla sedia sotto la finestra.
“Ecco... conosco già la preghiera, ho imparato l’ultimo verso mentre salivo le scale. Ora m’immagino cose per questa stanza in modo che mi
restino impresse. Sul pavimento c’è un tappeto di velluto tutto coperto di roselline rosa e ci sono tendine di seta rosa alle finestre. I muri sono
tappezzati di broccato d’oro e d’argento. I mobili sono di mogano. Non ho mai visto il mogano, ma ha un suono così lussuoso. Questo è un divano
tutto coperto di bellissimi cuscini di seta rosa, blu, rossi e dorati, e io ci sono adagiata su con grazia. Vedo il mio riflesso in quel bellissimo, enorme
specchio sulla parete di fronte. Sono alta e ho un aspetto regale, indosso un vestito con lo strascico di merletto bianco, ho una croce di perle sul
petto e perle tra 1capelli. I miei capelli sono scuri come la mezzanotte e la mia pelle è d’un candido pallore d’avorio. Mi chiamo Lady Cordelia
Fitzgerald. No, non va... non riesco a farlo sembrare reale!”
Saltellò fino al piccolo specchio e ci guardò dentro. Il suo volto appuntito e lentigginoso e i suoi solenni occhi grigi le restituirono lo sguardo.
“Sei solo Anna dei Tetti Verdi”, disse con sincerità, “Ti vedo, così come tu vedi me, ogni volta che cerco di far finta di essere Lady Cordelia. Ma
è un milione di volte meglio essere Anna dei Tetti Verdi che Anna di nessun posto in particolare, vero?”
Si chinò a baciare con affetto la propria immagine riflessa, poi si avvicinò alla finestra aperta.
“Cara Regina delle Nevi, buon pomeriggio. E buon pomeriggio a voi, care betulle della valle. Buon pomeriggio, cara casa grigia sulla collina.
Chissà se Diana diventerà la mia amica del cuore! Lo spero proprio, lei mi piacerà molto. Ma non dimenticherò mai Katie Maurice e Violetta.
Se lo facessi loro ne soffrirebbero e io non voglio far soffrire nessuno, neppure le bambine che vivono nelle librerie o negli echi. Starò attenta a
ricordarle sempre e a mandar loro un bacio ogni giorno.”
Sulla punta delle dita, Anna mandò un paio di baci leggeri oltre il ciliegio e poi, col mento tra le mani, si abbandonò voluttuosamente a un mare
di sogni a occhi aperti.
Capitolo 9 - La signora Rachel Lynde è veramente offesa

Anna era ai Tetti Verdi già da un paio di settimane quando la signora Lynde andò a esaminarla. Ma dobbiamo rendere giustizia alla signora Rachel,
questo ritardo non c’era stato per colpa sua. Una forte influenza aveva confinato in casa quella brava donna fin dalla sua ultima visita ai Tetti Verdi.
La signora Rachel non era per nulla cagionevole e disapprovava decisamente chi invece lo era. Ma l’influenza, diceva, non era una malattia come
tutte le altre e poteva essere spiegata solo come un intervento della Divina Provvidenza. Appena il dottore le diede il permesso di metter piede
fuori casa, lei corse ai Tetti Verdi perché moriva dalla curiosità di vedere l’orfana di Matthew e Marilla, dal momento che ad Avonlea su di lei
circolavano già molte storie e supposizioni.
In quelle due settimane Anna aveva fatto buon uso di ogni ora di veglia.
Conosceva già tutti gli alberi e i cespugli del posto. Aveva scoperto un sentiero che partiva dal frutteto dei meli e saliva su fino al bosco, che aveva
esplorato in lungo e in largo fino a impararne tutti i deliziosi capricci fatti di ruscello e di ponte, di boschetti di abeti e di archi di ciliegi selvatici,
di angoli densi di felci e di scorciatoie ramificate dove crescevano gli aceri e i frassini di montagna.
Giù, nella valle, aveva fatto amicizia con la sorgente, una sorgente meravigliosa, profonda, limpida e fredda come ghiaccio. Sgorgava tra lisce
pietre di arenaria rossa ed era bordata da grandi ciuffi di felci d’acqua che parevano palme. Più dietro, il ruscello era attraversato da un ponte di
tronchi. Dal ponte, i piedi di Anna saltellavano fino alla collina boscosa più indietro, dove un perpetuo crepuscolo regnava sotto gli abeti dritti e
fitti. Gli unici fiori che trovò furono una miriade di delicate campanule, i più timidi e dolci tra i fiori di bosco, e alcuni fiori di erba soldina, pallidi
ed eterei come spiriti dei fiori dell’anno passato. Tra i rami degli alberi e degli abeti le ragnatele brillavano come fili d’argento, ornamenti che
sembravano bisbigliare parole d’amicizia.
Tutti questi splendidi viaggi d’esplorazione erano fatti nelle mezze ore libere in cui ad Anna veniva permesso di uscire a giocare, poi lei raccontava
tutto a Matthew e a Marilla intontendoli di chiacchiere. Non che Matthew se ne lamentasse, anzi, a dirla tutta l’ascoltava sempre in silenzio,
sorridendo felice. Marilla permetteva quel ‘chiacchiericcio’ finché non si accorgeva che questo suscitava in lei troppo interesse, allora zittiva
prontamente Anna intimandole di tacere.
Quando la signora Rachel arrivò Anna era nel frutteto e gironzolava libera tra 1’erba succosa e ondeggiante, macchiata qua e là di rosso dai raggi
del sole al tramonto. Così la brava donna ebbe modo di raccontare per filo e per segno tutti i dettagli della sua malattia e di descrivere ogni doloretto
e pulsazione con una tale, evidente gioia che Marilla pensò che dopotutto anche l’influenza avesse i suoi pregi. Quando i dettagli terminarono la
signora Rachel chiarì i veri motivi della sua visita.
“Ho sentito cose sorprendenti su te e Matthew.”
“Non puoi certo essere più sorpresa di me”, disse Marilla, “Io la sorpresa la sto superando solo ora!”
“È stato tremendo quell’errore che c’è stato”, disse comprensiva la signora Rachel, “Non avete proprio potuto rimandarla indietro?”
“Forse avremmo potuto, ma abbiamo deciso di non farlo. A Matthew piace. E anche a me... anche se ammetto che ha i suoi difetti. La casa sembra
già diversa. È una bambina davvero vivace.”
Marilla disse più di quanto volesse perché aveva notato 1’espressione di disapprovazione della signora Rachel.
“Ti sei presa una grande responsabilità”, disse cupa la signora, “Soprattutto tenendo conto che non hai mai avuto esperienza coi bambini. Non sai
niente di lei né della sua vera natura, e non c’è modo d’indovinare come potrebbe crescere una bambina del genere. Ma non voglio scoraggiarti,
Marilla.”
“Non sono scoraggiata”, fu la secca risposta di Marilla, “Quando decido di fare una cosa, vado fino in fondo. Anna ti piacerà, ora la chiamo.”
Anna arrivò di corsa, il volto splendente per la gioia di gironzolare nel frutteto. Ma, stupita di trovare un’altra novità nell’inattesa presenza di
un’estranea, si fermò confusa sulla soglia. Certamente aveva un aspetto curioso, in quel corto abituccio di flanella, che portava fin dal suo arrivo
dall’orfanotrofio, dal quale spuntavano le gambette sottili e sgraziatamente lunghe. Le lentiggini erano più numerose e invadenti che mai e dal
momento che non portava il cappello il vento le aveva scompigliato i capelli facendone una fantasmagorica confusione: non erano mai stati più
rossi che in quel momento.
“Be’, non ti hanno scelto per il tuo bell’aspetto, poco ma sicuro”, sottolineò Rachel Lynde. La signora Rachel era una di quelle persone, deliziose
e ben note, che si fanno vanto di dire sempre ciò che pensano senza temere di perdere l’approvazione altrui, “È terribilmente ossuta e ordinaria,
Marilla. Vieni, bambina, lasciati guardare. Santo cielo! Si sono mai viste lentiggini del genere? E i capelli? Rossi come carote! Vieni, bimba, vieni
qui.”
Anna ‘venne lì’, ma non proprio come la signora Rachel si aspettava. Con un balzo attraversò la cucina e si piazzò davanti alla signora Rachel, il
volto arrossato dalla rabbia, le labbra tremanti... tutta la sua esile figura tremava da capo a piedi.
“Ti odio!”, strillò con voce strozzata sbattendo i piedi per terra, “Ti odio! Ti odio! Ti odio!”, aggiunse sbattendo i piedi un po’ più forte a ogni
dichiarazione d’odio, “Come ti permetti di chiamarmi ossuta e brutta? Come osi dire che ho i capelli rossi e le lentiggini? Sei una donna sgarbata,
maleducata e insensibile!”
“Anna!”, esclamò Marilla mortificata.
Ma Anna continuò a fronteggiare impavidamente la signora Rachel, la testa dritta, gli occhi fiammeggianti, le mani serrate rabbiosamente, era
circondata da un alone di bruciante indignazione come da un’atmosfera.
“Come ti permetti di dire certe cose di me?”, ripeté con veemenza, “Ti piacerebbe se dicessero le stesse cose di te? Ti piacerebbe se ti dicessero
che sei grassa e goffa e che non c’è un barlume di fantasia in te? Non m’importa di ferirti parlandoti così, anzi, spero proprio di ferirti. Perché
nessuno, neppure il marito ubriacone della signora Thomas, mi ha mai ferito tanto quanto hai fatto tu. Non ti perdonerò mai per quello che mi hai
detto. Mai e poi mai!”
BUM! BUM!
“Santo cielo, che caratteraccio!”, esclamò offesa la signora Rachel.
“Anna, vai in camera tua e restaci finché non salgo!”, disse Marilla ritrovando a fatica la favella.
Anna scoppiò in lacrime, corse alla porta d’ingresso, la sbatté finché non tintinnarono perfino i barattoli sul muro del portico esterno, attraversò
l’anticamera e volò su per le scale come un tornado. Un ulteriore tonfo avvertì che anche la porta della soffitta di est era stata sbattuta con eguale
veemenza.
“Marilla, non ti invidio per niente: allevare quella sarà un lavoraccio!”, disse la signora Rachel con indicibile solennità.
Marilla aprì la bocca per dire una qualunque scusa o per deprecare quel comportamento. Invece quel che disse sorprese anche lei, in quel momento
e anche dopo, quando ci ripensò.
“Non avresti dovuto criticare il suo aspetto, Rachel.”
“Marilla Cuthbert, non starai dicendo che approvi lo sfoggio di cattivo carattere che abbiamo appena visto?”, domandò indignata la signora Rachel.
“No”, disse lentamente Marilla, “Non la sto scusando. È stata molto indisponente e di questo gliene parlerò. Ma bisogna mettere in conto che
nessuno le ha mai insegnato ciò che è giusto, e tu sei stata troppo dura con lei.”
Marilla non riuscì a fare a meno di sottolineare quest’ultima frase, anche se lei stessa era sorpresa di averla detta. Rachel si alzò mostrando
un’espressione di dignità offesa.
“Bene, Marilla, vedo che da ora in poi dovrò fare molta attenzione a ciò che dico, dal momento che qui i sentimenti degli orfani nati Dio sa dove
vengono considerati più importanti di ogni altra cosa. Oh, no, non sono irritata, non temere. Sono troppo dispiaciuta per te per poter provare altri
sentimenti. Avrai un sacco di guai con quella bambina, ma se vuoi seguire un mio consiglio, e immagino che non lo farai anche se io ho cresciuto
ben dieci figli e ne ho seppelliti due, farei quel ‘discorso’ a cui accennavi prima con un grosso bastone di betulla. Penso che questa sia l’unica
lingua che i bambini come lei capiscono. Il suo carattere fa il paio coi capelli, sai? Bene, Marilla, buona sera. Spero che verrai a trovarmi spesso
come al solito. Ma non aspettarti che io torni da te tanto presto, visto che qui mi si può attaccare e insultare a quel modo. È una cosa del tutto nuova
per me.”
Quindi la signora Rachel se ne andò rapidamente, per quanto possa essere rapida una donna grassa abituata a ondeggiare. Marilla, seria in volto,
si diresse alla soffitta di est.
Sulle scale pensò, con un certo disagio, a ciò che avrebbe fatto. Non era costernata per la scena a cui aveva appena assistito. Che sfortuna che,
tra tante persone, Anna dovesse tirar fuori il lato peggiore del suo carattere proprio davanti a Rachel Lynde! E improvvisamente Marilla provò
la sgradevole e inaccettabile consapevolezza di sentirsi più umiliata per questo che dispiaciuta per la scoperta di un grave difetto nel carattere di
Anna. E ora come doveva punirla? Il delicato suggerimento del bastone di betulla, la cui efficienza poteva essere prontamente dimostrata dai figli
della signora Rachel, non riscuoteva l’approvazione di Marilla. Inoltre lei non avrebbe mai potuto picchiare un bambino. No, bisognava trovare
un altro tipo di punizione che facesse capire ad Anna 1’enormità della sua offesa.
Marilla trovò Anna che piangeva a faccia in giù sul letto, dimentica di tutto, perfino degli stivaletti sporchi di fango sul copriletto pulito.
“Anna”, disse cercando di non apparire brusca.
Nessuna risposta.
“Anna”, ripeté con gran severità, “Alzati subito dal letto e ascolta quel che ho da dirti.”
Anna si alzò dal letto dimenandosi e andò a mettersi, rigida, sulla sedia accanto, aveva il volto gonfio di lacrime e gli occhi ostinatamente fissi al
pavimento.
“Bel modo di comportarsi, Anna! Non ti vergogni?”
“Non aveva nessun diritto di dire che sono brutta e che ho i capelli rossi”, replicò Anna, evasiva e in tono di sfida.
“Tu non avevi nessun diritto d’infuriarti così e dire le cose che hai detto, Anna. Mi sono vergognata di te... letteralmente vergognata. Volevo che tu
fossi carina con la signora Lynde e invece mi hai fatto fare una figuraccia. Davvero non capisco perché tu ti sia arrabbiata tanto perché la signora
Lynde ha detto che hai i capelli rossi e un aspetto ordinario. Sono cose che tu stessa dici sempre!”
“Ma c’è una differenza enorme quando le cose te le dici tu e quando te le senti dire dagli altri”, protestò Anna, “Tu puoi sapere che una cosa è in
un modo e allo stesso tempo sperare che gli altri non lo pensino. Tu credi che ho un brutto carattere, ma non posso farci niente. Quando lei ha detto
quelle cose mi sono sentita qualcosa che mi cresceva dentro e mi soffocava, dovevo attaccarla.”
“Hai dato proprio un bello spettacolo di te, davvero. La signora Lynde ora ha una storiella divertente da raccontare in giro, e vedrai che lo farà. È
stato terribile che tu abbia perso la pazienza, Anna.”
“Ma immagina solo come ti sentiresti tu se qualcuno ti dicesse che la tua faccia è ossuta e brutta!”, si lamentò Anna in lacrime.
Un vecchio ricordo si affacciò improvviso alla memoria di Marilla. Era una bimba molto piccola quando sentì sua zia dire di lei a un’altra persona:
“Che peccato che sia una bambina così bruttina e modesta!” Marilla aveva impiegato molto tempo a far sì che quel ricordo bruciante svanisse dalla
sua memoria.
“Non intendo dire che la signora Lynde avesse ragione nel fare certe osservazioni su di te, Anna”, ammise in tono più conciliante, “Rachel è troppo
diretta. Ma questo non giustifica il tuo comportamento. Lei era un’estranea, una persona più anziana e anche una mia ospite, tre ottimi motivi per
portarle rispetto. Tu sei stata sgarbata, insolente e...”, Marilla fu soccorsa da un’improvvisa ispirazione su come punirla, “...e andrai da lei a dirle
che sei molto, molto dispiaciuta per aver perso la pazienza e le domanderai perdono.”
“Non posso farlo”, disse Anna determinata e cupa, “Puoi punirmi in qualunque modo, Marilla, puoi chiudermi in una segreta umida e buia infestata
dai serpenti e dai rospi e nutrirmi solo a pane e acqua, io non mi lamenterei. Ma non posso chiedere scusa alla signora Lynde.”
“Non abbiamo l’usanza di chiudere la gente in segrete umide e buie”, disse secca Marilla, “Soprattutto perché sono piuttosto rare ad Avonlea. Ma
dovrai, e lo farai, chiedere scusa alla signora Lynde, altrimenti te ne rimarrai nella tua stanza finché non avrai cambiato idea.”
“Allora resterò qui per sempre”, fu la sprezzante risposta di Anna, “Perché non posso dire alla signora Lynde che mi dispiace di averle detto
quelle cose! Come potrei? A me non dispiace! Mi dispiace di averti fatto arrabbiare, ma sono contenta di averle detto quelle cose, ne sono proprio
soddisfatta. Non posso dire che mi dispiace quando non è vero, non posso neppure far finta che mi dispiaccia.”
“Forse la tua fantasia funzionerà meglio domani mattina”, disse Marilla alzandosi per uscire, “Hai tutta la notte per riflettere sulla tua condotta
e trovare una migliore disposizione d’animo. Avevi detto che ti saresti comportata bene se ti avessimo tenuto ai Tetti Verdi, ma ammetterai che
stasera non l’hai per niente dimostrato.”
Lasciando questa freccia del Parto11 a bruciare nel tormentato cuore di Anna, Marilla scese in cucina, la mente penosamente afflitta e l’animo
contrariato.
Era arrabbiata con se stessa e con Anna, perché tutte le volte che le tornava in mente il contegno stupefatto di Rachel le sue labbra si piegavano
divertite e avvertiva il riprovevole desiderio di mettersi a ridere.

1 1 Freccia del Parto: colpo inferto a tradimento. I Parti (antichi abitanti della Persia) erano soliti voltarsi e lanciare frecce conto i
nemici quando erano inseguiti (NDT)
Capitolo 10 – Anna chiede scusa

Quella sera Marilla non disse nulla a Matthew, ma quando Anna si rivelò riluttante a scendere a patti anche il mattino seguente dovette trovare una
spiegazione per la sua assenza al tavolo della colazione. Marilla raccontò a Matthew tutta la vicenda sforzandosi per fargli comprendere in maniera
adeguata la gravità del comportamento di Anna.
“È un bene che Rachel Lynde sia stata rimproverata, è una tale vecchia pettegola impicciona!”, fu la consolante replica di Matthew.
“Matthew Cuthbert, mi sbalordisci. Sai che il comportamento di Anna è stato orribile eppure la difendi! Scommetto che adesso dirai che non
dobbiamo neppure punirla!”
“Be’, no... non esattamente”, Matthew era a disagio, “Suppongo che un po’ vada punita, ma non essere troppo dura con lei, Marilla. Ricorda che
non ha mai avuto nessuno a educarla. Tu... le darai qualcosa da mangiare, vero?”
“Chi ti ha detto che io educo la gente affamandola?”, domandò Marilla indignata, “Avrà regolarmente i suoi pasti, glieli porterò su io stessa. Ma
resterà sopra finché non acconsentirà a chiedere scusa alla signora Lynde, e con questo ho detto tutto, Matthew.”
Colazione, pranzo e cena furono pasti molto silenziosi, perché Anna fu molto ostinata. Dopo ogni pasto Marilla portava un vassoio carico alla
soffitta di est ma quando lo riportava giù, poco più tardi, non era mai vuotato in maniera rilevante. Matthew notò, preoccupato, l’ultimo arrivo.
Anna non aveva mangiato nulla?
Quando quella sera Marilla uscì per andare a recuperare le mucche dal pascolo sul retro della casa, Matthew, che era rimasto a girellare tra le stalle
per tenerla d’occhio, scivolò in casa come un ladro e sgattaiolò al piano di sopra. Generalmente Matthew gravitava tra la cucina e la piccola camera
da letto, dove dormiva, accanto all’atrio. Ogni tanto, a disagio, osava entrare nel salotto, o soggiorno, quando il ministro veniva a prendere il tè.
Ma non era mai salito al piano di sopra dopo quella primavera in cui aveva aiutato Marilla a mettere la carta da parati nella stanza degli ospiti, e
questo era successo quattro anni prima.
Camminò in punta di piedi lungo il corridoio e rimase per diversi minuti fermo fuori dalla porta della soffitta di est prima di raccogliere abbastanza
coraggio da bussare lievemente alla porta e quindi socchiuderla.
Anna era sulla sedia gialla e guardava malinconicamente il giardino. Sembrava tanto piccola e infelice e il cuore di Matthew ebbe un sussulto.
Chiuse silenziosamente la porta e in punta di piedi le si avvicinò.
“Anna”, sussurrò come se temesse di essere spiato, “Come te la passi, Anna?”
Anna accennò un sorriso.
“Abbastanza bene. Immagino un sacco di cose e questo mi aiuta a passare il tempo. Certo, mi sento un po’ sola, ma a questo posso farci l’abitudine.”
Anna sorrise di nuovo, fronteggiando coraggiosamente i lunghi anni di solitaria prigionia che le si paravano davanti.
Matthew ricordò che doveva dire quel che era venuto a dire senza perdere tempo, per paura che Marilla tornasse prima del previsto. “Be’,
Anna, non credi che faresti meglio a farlo e mettere fine a tutto questo?”, mormorò, “Tanto prima o poi dovrai farlo, sai che Marilla è una donna
terribilmente determinata. Terribilmente determinata, Anna. Allora fallo, ti dico, e fai finire tutto.”
“Intendi chiedere scusa alla signora Lynde?”
“Sì... scusa, è la parola giusta”, disse Matthew con veemenza, “Appiana la faccenda, per così dire. È quello che stavo cercando di dire.”
“Credo di poterlo fare per fare un favore a te”, disse Anna pensierosa, “E sarebbe anche piuttosto vero dire che mi dispiace, perché adesso mi
dispiace sul serio. Ieri sera non mi dispiaceva neanche un po’, ero troppo arrabbiata, e sono rimasta arrabbiata tutta la notte. Lo so perché mi sono
svegliata tre volte e ogni volta mi sentivo furibonda. Però stamattina era passata, non ero più infuriata, e invece mi sentivo anche spaventosamente
esausta. Mi sono tanto vergognata di me stessa. Però non potevo assolutamente andare a dirlo alla signora Lynde, sarebbe stato troppo umiliante.
Avevo deciso che piuttosto che farlo me ne sarei rimasta chiusa qui per sempre. Però... io farei qualunque cosa per te e se tu vuoi che vada...”
“Be’, ma certo che lo voglio. Giù ci si sente così soli senza di te. Vai lì e appiana tutto, questo è fare la brava bambina.”
“Bene, allora”, disse Anna rassegnata, “Appena torna Marilla le dico che mi sono pentita.”
“Brava... brava, Anna. Ma non dire a Marilla che ti ho detto qualcosa. Penserebbe che mi sono impicciato e le avevo promesso di non farlo.”
“Neppure i cavalli selvaggi mi strapperanno via questo segreto”, disse Anna solennemente, “ Tra l’altro come farebbe mai un cavallo selvaggio a
portar via un segreto a qualcuno?”
Ma Matthew, sbalordito per il proprio successo, era già andato via. Corse rapidamente nell’angolo più lontano del pascolo del cavallo per timore
che Marilla potesse sospettare che era stato su da Anna. La quale Marilla, quando fu tornata a casa, fu piacevolmente sorpresa di sentire una vocina
lamentosa che chiamava “Marilla” dalla ringhiera delle scale.
“Allora?”, rispose Marilla entrando in anticamera.
“Mi dispiace di aver perso la pazienza e di aver detto cose sgarbate, e voglio andare a dirlo alla signora Lynde.”
“Molto bene.”, la durezza di Marilla non mostrava alcun segno di sollievo, anche se fino ad allora lei si era chiesta che mai avrebbe fatto se Anna
non avesse capitolato. “Ti porto da lei dopo la mungitura.”
Perciò dopo la mungitura Marilla e Anna, la prima dritta e trionfante e la seconda curva e abbattuta, percorsero il viale. Ma neanche a metà strada
l’abbattimento di Anna svanì come per incanto. Tirò su la testa e camminò con passo leggero, lo sguardo fisso sul cielo al tramonto e un’aria di
contenuta allegria sul volto. Marilla notò con disapprovazione questo cambiamento. Non era l’umile penitente che le conveniva portare all’offesa
signora Lynde.
“A che stai pensando, Anna?”, domandò brusca.
“Sto immaginando quello che dirò alla signora Lynde”, rispose languidamente Anna.
Questo era esauriente... o almeno avrebbe dovuto esserlo, ma Marilla non poté trattenersi dal pensare che qualcosa nel suo sistema punitivo stesse
andando storto. Anna non aveva davvero nessun motivo per sembrare così assorta e raggiante.
E assorta e raggiante Anna rimase fino a che non furono davanti alla signora Lynde, che stava seduta a sferruzzare accanto alla finestra della cucina.
E allora la radiosità sparì, triste pentimento apparve su ogni lineamento. Prima che qualcuno potesse aprir bocca Anna cadde improvvisamente in
ginocchio davanti alla sbalordita signora Lynde e tese, implorante, le mani verso di lei.
“Oh, signora Lynde, sono così terribilmente dispiaciuta”, disse con voce tremante, “Non riuscirei mai a esprimere tutto il mio dispiacere, no,
no, neppure se usassi un vocabolario. Dovete cercare di immaginarlo. Mi sono comportata malissimo con voi... e ho disonorato i miei cari amici
Marilla e Matthew, che mi hanno lasciato rimanere ai Tetti Verdi anche se non sono un maschio. Sono una ragazzina terribilmente malvagia e
ingrata e merito di essere punita e allontanata per sempre dalla gente rispettabile. Sono stata molto cattiva ad arrabbiarmi perché voi mi avete detto
la verità. Perché era la verità! Ogni parola che avete detto era vera. Ho i capelli rossi, e le lentiggini, e sono tutt’ossa e brutta. Anche quello che ho
detto io era vero, ma non avrei dovuto dirlo. Oh, signora Lynde, vi prego, vi prego, perdonatemi. Se vi rifiutate, condannerete una povera orfanella
a una vita di dolore. Lo fareste, anche se l’orfanella ha un caratteraccio? Oh, sono certa che non potreste. Per favore, signora Lynde, dite che mi
perdonate!”
Anna giunse le mani, abbassò la testa e attese il giudizio.
Non era possibile dubitare della sua sincerità, la si respirava in ogni nota della sua voce. Sia Marilla che la signora Lynde ne riconobbero il suono
inconfondibile. Ma la prima, costernata, comprese che Anna di fatto si stava godendo quella valle di umiliazione, trovava diletto nella perfezione
della sua mortificazione. Dov’era la punizione morale di cui Marilla s’era vantata? Anna l’aveva trasformata in una sorta di piacere.
La buona signora Lynde, non essendo oltremodo dotata di intuito, non se ne accorse. Vide solo che Anna aveva fatto le più profonde scuse e il
risentimento era svanito dal suo cuore gentile, sebbene a tratti invadente.
“Su, su, bambina, alzati”, disse affabilmente, “Certo che ti perdono. E comunque credo di essere stata anch’io troppo dura con te, ma io sono una
persona così franca. Sai cosa? Non devi badare a me. Certo, non si può negare che i tuoi capelli siano terribilmente rossi, ma una volta conoscevo
una ragazza, per la verità ci andavo a scuola insieme, che da giovane aveva i capelli anche più rossi dei tuoi, ma quando è cresciuta le si sono scuriti
fino a un bellissimo castano. Non mi sorprenderei neanche un po’ se a te capitasse lo stesso. Neanche un po’!”
“Oh, signora Lynde!”, Anna trasse un profondo respiro mentre si rialzava, “Mi avete dato una speranza. Vi considererò per sempre una benefattrice.
Posso sopportare qualsiasi cosa se so che i miei capelli potranno essere di un bellissimo castano quando cresco. È più facile essere buoni coi capelli
di un bellissimo castano, no? Ora posso andare in giardino a sedermi su quella panca sotto l’albero di mele mentre voi parlate con Marilla? C’è
tanto spazio per la fantasia lì!”
“Oddio, certo, bambina, vai. Puoi anche raccogliere un mazzolino di quei gigli gialli nell’angolo, se ti va.”
Appena la porta si chiuse alle spalle di Anna la signora Lynde, spiccia, andò ad accendere una lampada.
“È una creatura veramente curiosa. Prendi quest’altra sedia, Marilla, è più comoda di quella che hai preso: quella la uso solo per il lavorante. Sì, è
sicuramente una bambina strana, ma c’è qualcosa di attraente in lei. Non sono più sorpresa, e neanche dispiaciuta, come prima che tu e Matthew
l’abbiate tenuta. Può venir fuori bene. Certo, si esprime in modo bizzarro. È un po’ troppo... be’, un po’ troppo impetuosa, ma è facile che le passi
ora che viene a vivere tra gente civile. E poi ha un’indole troppo vivace, però c’è di buono che i bambini molto vivaci spesso prendono fuoco e poi
si calmano, ma non sono mai furbi e imbroglioni. Alla larga i bambini furbi! Tutto sommato, Marilla, direi che Anna mi piace.”
Quando Marilla tornò a casa Anna sbucò dal fragrante crepuscolo del frutteto con un fascio di narcisi bianchi tra le mani.
“Mi sono scusata bene, vero?”, disse con orgoglio mentre si avviavano lungo il sentiero, “Ho pensato che dal momento che dovevo farlo, era
meglio farlo a puntino.”
“L’hai fatto davvero a puntino.”, fu il commento di Marilla. La spaventava il pensiero che il ricordo di quel momento le faceva venir da ridere.
Era anche a disagio perché sentiva che avrebbe dovuto sgridare Anna per essersi scusata così bene, ma poi sarebbe stato ridicolo! Trovò un
compromesso con la propria coscienza dicendole:
“Spero che non avrai molte altre occasioni di fare scuse del genere. Spero che da ora in poi cercherai di controllare i nervi, Anna.”
“Non sarebbe difficile se la gente la smettesse di criticare il mio aspetto”, sospirò Anna, “Per le altre cose non mi arrabbio, ma sono stanca di
ricevere critiche per i miei capelli, è una cosa che mi fa ribollire di rabbia. Credi davvero che i miei capelli possano diventare di un bellissimo
castano quando cresco?”
“Non dovresti pensare tanto al tuo aspetto, Anna. Sei una bambina molto vanitosa.”
“Come faccio a essere vanitosa se sono cos’ scialba?”, protestò Anna, “A me piacciono le cose belle e odio guardarmi allo specchio e vedere una
cosa che non è bella. Mi fa sentire triste, come mi sento tutte le volte che vedo una cosa brutta. La compatisco perché non è bella.”
“Bello è chi il bello fa”, citò Marilla.
“Me l’hanno detto altre volte ma ne ho sempre dubitato”, osservò Anna, scettica, annusando i narcisi, “Questi fiori sono deliziosi. È stata gentile la
signora Lynde a darmeli. Ora non mi sento più ostile nei suoi confronti. Da una sensazione calda e confortevole chiedere scusa ed essere perdonati,
vero? Guarda come splendono le stelle stasera! Se potessi vivere in una stella quale sceglieresti? Io quella grande e scintillante sopra quella collina
scura.”
“Anna, sta’ un po’ zitta.”, disse Marilla, decisamente affaticata nel tentativo di seguire i vorticosi pensieri di Anna.
Anna non disse più nulla finché non furono sul vialetto di casa. Un venticello vagabondo, carico del profumo pungente delle felci umide di rugiada,
le raggiunse. In lontananza tra le ombre una luce allegra brillava, tra gli alberi, dalla cucina dei Tetti Verdi. Improvvisamente Anna si avvicinò a
Marilla e fece scivolare la mano in quella callosa della donna.
“È bello tornare a casa e sapere che è la tua casa”, disse, “Amo già i Tetti Verdi come non ho mai amato nessun posto prima d’ora. Nessun posto
sembrava mai casa mia. Oh, Marilla, sono tanto felice! Potrei pregare proprio adesso senza nessuno sforzo!”
Al tocco di quella manina nella sua qualcosa di caldo e piacevole sgorgò nel cuore di Marilla. Forse un fremito di quella maternità che le era
mancata. Ma lei non c’era abituata e quella dolcezza la disturbò. Perciò si affrettò a riportare le sue sensazioni alla consueta calma inculcando ad
Anna una lezione morale:
“Se fai la brava, Anna, sarai sempre felice, e non ti sarà faticoso neppure dire le preghiere.”
“Dire le preghiere e pregare non sono proprio la stessa cosa”, disse Anna pensierosa, “Invece farò finta d’essere il vento che soffia lassù, tra le
cime degli alberi. Quando sarò stufa degli alberi immaginerò di fluttuare leggera giù tra le felci... e poi andrò nel giardino della signora Lynde e
farò danzare i fiori... e poi piomberò improvvisa sul campo di trifogli... e poi soffierò sul Lago delle Acque Scintillanti e lo farò increspare tutto in
piccole onde splendenti. C’è tanto spazio per la fantasia nel vento. Perciò, Marilla, ora non parlerò più.”
“Grazie al cielo!”, fu il devoto sospiro di sollievo di Marilla.
Capitolo 11 - Impressioni di Anna sulla scuola domenicale

“Be’, che te ne pare?”, disse Marilla.


Anna era in soffitta e guardava solennemente i tre vestiti nuovi spiegati sul letto. Uno era di un percalle color tabacco che Marilla, cedendo a una
tentazione, aveva comprato l’estate prima da un ambulante perché aveva un’aria tanto pratica. Uno era in un cotone satinato a scacchi bianchi e
neri che aveva preso in inverno a una vendita d’occasione, e uno era in un tessuto di cotone stampato, rigido e d’un brutto tono di blu, acquistato
quella settimana all’emporio di Carmody.
I vestiti li aveva fatti Marilla ed erano tutti uguali... semplici gonne unite strettamente a semplici corpetti, con maniche più strette che mai e
semplici come le gonne e i corpetti.
“Farò finta che mi piacciano”, disse Anna con calma.
“Non voglio che tu faccia finta”, disse Marilla offesa, “L’ho capito che questi vestiti non ti piacciono! Cos’hanno che non va? Non sono ordinati,
puliti e nuovi?”
“Sì.”
“E allora perché non ti piacciono?”
“Non sono... carini”, disse Anna con una certa riluttanza.
“Carini!”, disapprovò Marilla, “Non mi sono certo data la pena di farti vestiti carini. Anna, io non credo ai capricci della vanità, è meglio che tu
lo sappia. Quelli sono vestiti sono ottimi, utili e pratici, non hanno fronzoli e balze, e sono tutto quello che avrai quest’estate. Quello di percalle
marrone e lo stampato blu li indosserai quando comincerai la scuola. Quello in cotone satinato lo metterai in chiesa e alla scuola domenicale.
Voglio che tu li tenga in ordine, puliti e senza strappi. Penso che dovresti essere grata di ricevere una qualunque cosa, dopo quella roba miserabile
di flanella che hai portato finora.”
“Io sono grata”, protestò Anna, “Ma sarei molto più grata se mi avessi fatto uno di quei vestiti con le maniche a sbuffo. Le maniche a sbuffo sono
così alla moda, adesso. Oh, Marilla, avrei i brividi a indossare un vestito con le maniche a sbuffo.”
“Be’, dovrai fare a meno dei tuoi brividi. Non avevo stoffa da sprecare per maniche a sbuffo. E comunque penso che siano ridicole. Preferisco
quelle semplici e pratiche.”
“Io preferisco sembrare ridicola assieme a tutti gli altri che semplice e pratica da sola.”, insistette Anna tristemente.
“Ci credo proprio! D’accordo, appendi con cura i vestiti nell’armadio e poi siediti a studiare per la lezione alla scuola domenicale. Il signor Bell
mi ha dato per te un libretto, andrai alla scuola domani.”, disse Marilla dileguandosi sdegnata al piano di sotto.
Anna giunse le mani e guardò i vestiti.
“Speravo proprio che ce ne fosse uno bianco con le maniche a sbuffo”, mormorò sconsolata, “Ho pregato per averlo, ma non ci contavo molto.
Immaginavo che Dio non avesse tempo da perdere a preoccuparsi dei vestiti di un’orfana. Sapevo che dovevo far conto solo su Marilla. Per fortuna
posso far finta che uno di questi sia di mussola candida come la neve e abbia deliziosi pizzi e merletti e triple maniche a sbuffo.”
Il giorno seguente avvisaglie di una brutta emicrania impedirono a Marilla di accompagnare Anna alla scuola domenicale.
“Anna, devi andare a chiamare la signora Lynde”, disse, “Lei ti accompagnerà alla classe giusta. Mi raccomando, comportati bene, rimani ad
ascoltare il sermone alla fine della lezione e chiedi alla signora Lynde di mostrarti qual è la nostra panca. Ecco un centesimo per la colletta. Non
fissare la gente e non agitarti. Quando torni mi racconti quello che hanno detto.”
Quando Anna uscì era irreprensibile, abbigliata nel rigido vestito di cotone satinato bianco e nero che, per quanto fosse di una lunghezza decente
e di certo non dava adito ad accuse di spilorceria, contribuiva a enfatizzare ogni angolo e ogni spigolo del suo corpo. Il cappello era nuovo, da
marinaio, piccolo, piatto e lustro, la sua estrema semplicità deludeva molto Anna, che si era lasciata andare a segrete visioni di nastri e fiori. Questi
ultimi però furono aggiunti prima che Anna avesse raggiunto la strada principale, dal momento che a metà del vialetto lei si era imbattuta in un
delirio di ranuncoli dorati agitati dal vento e un paradiso di rose selvatiche. Anna li aveva raccolti rapidamente e generosamente per farne una
pesante ghirlanda con la quale ornare il cappello. Il risultato, qualunque cosa ne pensassero gli altri, la soddisfaceva, così trotterellò allegra lungo
la strada, tenendo orgogliosamente alta la testa rossa con le sue decorazioni rosa e gialle.
Quando arrivò a casa della signora Lynde, quest’ultima era già uscita. Anna non si scoraggiò e proseguì da sola verso la chiesa. Nel portico trovò
una folla di bambine, tutte vestite più o meno vivacemente di bianco, di blu o di rosa, tutte che fissavano con curiosità quella sconosciuta in mezzo
a loro e le bizzarre decorazioni che aveva in testa. Le bambine di Avonlea avevano già sentito strane storie a proposito di Anna. La signora Lynde
diceva che aveva un brutto carattere, Jerry Boute, il ragazzo che andava a servizio ai Tetti Verdi, diceva che passava un sacco di tempo a parlare da
sola, oppure con gli alberi e i fiori, come una pazza. Tutti la guardavano e mormoravano tra loro nascosti dietro i libretti. Nessuno fece un cenno
amichevole, né allora né dopo, quando cominciò la lezione nella classe della signorina Rogerson.
La signorina Rogerson era una dama di mezza età che insegnava alla scuola domenicale da vent’anni. Il suo metodo d’insegnamento consisteva
nel chiedere le domande stampate sul libretto e poi fissare, oltre lo stesso, la bambina dalla quale si aspettava una risposta. Guardò spesso Anna e
Anna, grazie alle esercitazioni fatte con Marilla, rispose prontamente. Però è da dubitare che capisse molto delle domande o delle risposte.
Non era certa che la signorina Rogerson le piacesse e si sentì avvilita. In classe tutte le altre bambine avevano maniche a sbuffo e Anna sentì che
la vita non era degna d’essere vissuta senza maniche a sbuffo.
“Allora, t’è piaciuta la scuola domenicale?”, volle sapere Marilla quando Anna tornò a casa. La ghirlanda intanto era appassita e Anna l’aveva
gettata nel vialetto, così a Marilla fu risparmiato di saperne qualcosa, almeno per un po’.
“Non m’è piaciuta neanche un po’. È stato terribile.”
“Anna Shirley!”, la rimproverò Marilla.
Anna si sedette, con un profondo sospiro, sulla sedia a dondolo, baciò una delle foglie di Bonny e fece un cenno di saluto a una fucsia fiorita.
“Forse si sono sentiti soli quando ero via”, spiegò, “E ora parliamo della scuola domenicale. Mi sono comportata bene come mi avevi detto. La
signora Lynde era uscita ma ci sono andata da sola. Sono entrata in chiesa con un sacco di altre bambine, mi sono seduta in un angolo di una panca
vicino alla finestra durante gli esercizi di apertura. Il signor Bell ha fatto una preghiera terribilmente lunga. Mi sarei stancata spaventosamente
prima della fine se non fossi stata seduta accanto alla finestra. Invece ho guardato fuori il Lago delle Acque Scintillanti, lo guardavo e immaginavo
un sacco di cose fantastiche.”
“Non avresti dovuto fare niente del genere. Avresti dovuto ascoltare il signor Bell.”
“Ma non stava mica parlando con me”, protestò Anna, “Stava parlando con Dio, e comunque anche lui non sembrava molto interessato. Forse
pensava che Dio fosse troppo lontano. C’era una lunga fila di betulle bianche lungo il lago e la luce del sole ci cadeva giusto in mezzo e poi giù,
giù, fino in fondo all’acqua. Marilla, era come un bel sogno! Mi ha dato i brividi e mi ha fatto ringraziare Dio almeno due o tre volte.”
“Non ad alta voce, spero.”, disse Marilla preoccupata.
“Oh, no, proprio con un sussurro. Be’, poi il signor Bell ha finito e mi hanno detto di entrare in aula con la classe della signorina Rogerson. C’erano
altre nove bambine, e avevano tutte le maniche a sbuffo. Ho cercato di immaginare di averle anch’io ma non ci sono riuscita. Perché no? Era così
facile immaginarlo quando ero sola nella soffitta di est, ma era difficilissimo farlo in mezzo alle altre che avevano vere e reali maniche a sbuffo.”
“Non avresti dovuto pensare alle maniche alla scuola domenicale: avresti dovuto seguire la lezione. Spero che te ne renda conto.”
“Oh, sì. E ho risposto a un sacco di domande. La signorina Rogerson me ne ha fatte tante. Non credo che sia stato carino da parte sua farne così
tante. C’erano anche un sacco di domande che avrei voluto farle, ma ho pensato di non farle perché lei non è uno spirito affine. Poi tutte le altre
bambine hanno recitato una parafrasi. Lei mi ha chiesto se ne conoscessi una anch’io. Le ho detto che non ne conoscevo ma che se voleva potevo
recitare ‘Il cane sulla tomba del padrone’. Era nel libro di lettura del terzo anno. Non è davvero una poesia religiosa, ma è così triste e malinconica
che potrebbe pure esserlo. Lei mi ha detto che non andava bene e di imparare la parafrasi numero diciannove per domenica prossima. L’ho letta
dopo in chiesa ed è splendida. Ci sono due versi in particolare che mi hanno dato i brividi:
‘Rapido come i battaglioni massacrati cadde
Nel maligno giorno di Mida’
Non so che cosa voglia dire ‘battaglioni’ e neppure ‘Mida’, ma ha un suono così tragico! Non vedo l’ora che arrivi domenica prossima per recitarla,
mi ci eserciterò tutta la settimana. Dopo la scuola ho chiesto alla signorina Rogerson, perché la signora Lynde era troppo lontana, di mostrarmi la
tua panca. Mi ci sono seduta più tranquilla che potevo e la lettura era le Rivelazioni, terzo libro, versetti due e tre. È stata una lettura lunghissima.
Se fossi io un ministro del culto sceglierei solo letture brevi e vivaci. Anche il sermone è stato terribilmente lungo. Credo perché il ministro dovesse
abbinarlo alla lettura. Lui non m’è sembrato neanche un po’ interessante. A quanto pare il suo problema è che non ha fantasia. Non l’ho ascoltato
molto. Ho lasciato correre i miei pensieri e ho pensato le cose più sorprendenti.”
Marilla, disperata, sentiva che avrebbe dovuto biasimare aspramente tutto il racconto, ma fu ostacolata dal fatto innegabile che alcune delle cose
che Anna aveva detto, specialmente a proposito dei sermoni del ministro e delle preghiere del signor Bell, erano cose che lei stessa pensava in cuor
suo da anni, ma non aveva mai osato dire. Le sembrò pure che quei silenziosi, taciuti pensieri critici fossero improvvisamente diventati chiari e
avessero preso forma e figura di denuncia nella persona di questa schietto, piccolo esempio di negletta umanità.
Capitolo 12 – Un voto solenne e una promessa

Marilla venne a conoscenza della storia della ghirlanda di fiori sul cappello solo il venerdì successivo. Tornò dalla casa della signora Lynde e
chiamò Anna per avere spiegazioni.
“Anna, la signora Rachel ha detto che domenica sei andata in chiesa col cappello conciato in maniera ridicola con rose e ranuncoli. Che mai t’è
venuto in mente di fare una simile stramberia? Oh, sarai stata veramente carina!”
“Lo so che il rosa e il giallo non mi donano”, cominciò Anna.
“Non ti donano? Sciocchezze! È stata proprio l’idea di metterti i fiori, a prescindere dal colore, quello era ridicolo. Sei una bambina davvero
irritante.”
“Non capisco perché indossare fiori sul cappello sia più ridicolo che indossarli sul vestito”, protestò Anna, “Un sacco di bambine avevano piccoli
bouquet appuntati ai vestiti. Qual è la differenza?”
Marilla non intendeva lasciarsi trascinare dai sicuri sentieri del concreto a quelli dubbi dell’astratto.
“Non rispondermi a quel modo, Anna. È stato molto stupido da parte tua fare una cosa del genere, fa’ che io non ti scopra mai più a fare quel
giochino. La signora Rachel dice che avrebbe voluto sprofondare quando ti ha visto arrivare conciata a quel modo. Non è riuscita ad avvicinarti
prima che fosse troppo tardi. Dice che la gente ne ha detto cose terribili. Certo avranno pensato che io non ho buon senso se ti lascio andare in giro
combinata in quella maniera.”
“Mi dispiace”, disse Anna, le lacrime cominciavano a sgorgarle dagli occhi, “Non pensavo che potesse infastidirti. Le rose e i ranuncoli erano così
dolci e graziosi, ho pensato che sarebbero stati deliziosi sul mio cappello. Molte altre bambine avevano fiori artificiali sui cappelli. Mi dispiace di
essere una prova terribile per te. Forse faresti meglio a rimandarmi all’orfanotrofio. Sarebbe terribile, non credo che lo sopporterei, forse ne morirei
di consunzione. Come vedi sono già tanto magra. Ma sarebbe meglio che metterti a dura prova.”
“Sciocchezze”, disse Marilla, irritata con se stessa per aver fatto piangere la bambina, “Di certo non voglio rimandarti all’orfanotrofio. Voglio solo
che ti comporti come le altre bambine e che non ti rendi ridicola. Non piangere più. Ho una notizia da darti. Diana Barry è tornata a casa questo
pomeriggio. Io sto andando su a farmi prestare dalla signora Barry un modello per una gonna, se vuoi puoi venire con me per fare conoscenza con
Diana.”
Anna balzò in pedi con le mani giunte e le lacrime che ancora brillavano sulle guance. Lo strofinaccio a cui stava rifinendo l’orlo scivolò
inosservato sul pavimento.
“Oh, Marilla! Ho paura! Ora che succede ho una paura tremenda! E se non le piacessi? Sarebbe la delusione più tragica della mia vita.”
“Non ti agitare, adesso. E vorrei anche che tu non usassi quei paroloni, suonano strani in bocca a una bambina. Scommetto che a Diana piacerai,
ma è con sua madre che devi fare i conti. Se non piaci a lei non importa ciò che Diana pensa. Se è venuta a sapere del tuo scoppio di rabbia con la
signora Lynde e dei ranuncoli sul cappello per andare in chiesa non so cosa possa pensare di te. Devi essere gentile ed educata, e non fare strani
discorsi. Oh, per amor del cielo, ditemi che non sta tremando.”
Ma Anna stava davvero tremando. Il suo viso era pallido e teso.
“Marilla, saresti eccitata anche tu se stessi andando a incontrare la bambina che speri diventerà la tua amica del cuore e alla cui madre potresti non
piacere”, disse affrettandosi a indossare il cappello.
Andarono al Pendio del Frutteto prendendo la scorciatoia che attraversava il ruscello e il boschetto di abeti sulla collina. La signora Barry venne ad
aprire a Marilla dalla porta della cucina. Era una donna alta con occhi neri, capelli neri e una bocca volitiva. Aveva la reputazione d’essere molto
severa con i suoi figli.
“Come state, Marilla?”, disse con gentilezza, “Accomodatevi. È questa, vero, la bambina che avete adottato?”
“Sì. È Anna Shirley.”, disse Marilla.
“Scritto con la A alla fine”, annaspò Anna che, tremante ed eccitata com’era, pure era decisa affinché non ci fossero equivoci su questo dettaglio
importante.
La signora Barry non sentì, o forse non comprese, e si limitò a darle la mano dicendo affabile:
“Come stai?”
“Sto bene nel corpo benché mi senta alquanto scompigliata nello spirito, grazie, signora”, disse Anna tutta seria. Poi aggiunse a Marilla in un
sussurro perfettamente udibile: “Non ho detto niente di strano, vero, Marilla?”
Diana sedeva sulla poltrona e leggeva un libro, che lasciò cadere quando gli ospiti entrarono. Era una bambina molto graziosa, con gli occhi e i
capelli neri e le guance rosee di sua madre e un’espressione allegra ereditata dal padre.
“Ecco la mia piccola Diana”, disse la signora Barry, “Diana, puoi portare Anna in giardino e farle vedere i tuoi fiori. Ti farà meglio che rovinarti
gli occhi su quel libro. Legge veramente troppo”, aggiunse a Marilla quando le bambine uscirono, “e non riesco a impedirglielo perché suo padre
l’aiuta e la incoraggia. È sempre immersa nella lettura. Sono felice che possa avere una compagna di giochi: magari la spingerà a uscire più spesso.”
Fuori, nel giardino pieno della calda luce del sole che vi si riversava attraversando gli scuri, vecchi abeti a ovest, stavano Diana e Anna, si fissavano
l’un l’altra, rosse per la timidezza al di sopra di un rigoglioso cespuglio di gigli tigrati.
Il giardino dei Barry era un’ombreggiata selva che avrebbe deliziato Anna in qualunque altro momento meno carico di conseguenze per il suo
destino di questo. Era circondato da enormi e vecchi salici e da alti abeti, sotto i quali sbocciavano quei fiori che prediligono l’ombra. Sentieri
regolari ad angolo retto, con ordinate bordure di conchiglie, lo attraversavano come nastri rossi e umidi e nelle aiuole di fiori dall’aspetto antiquato
regnava il caos. C’erano rosei cuori di Maria e grandi, splendide peonie cremisi, bianchi narcisi odorosi e spinose, delicate rose scozzesi, fiori di
aquilegia rosa, blu e bianchi e saponarie color lilla, gruppi di artemisie, erba canaria e menta, orchidee purpuree, asfodeli e una gran quantità di
trifogli odorosi con i loro soffici rametti delicati e fragranti, scarlatte croci di malta che puntavano lance fiammeggianti sui contegnosi, candidi fiori
di linaiola. Un giardino dove la luce del sole indugiava e le api ronzavano, e il vento, indotto a prendersela comoda, mormorava e faceva le fusa.
“Oh, Diana”, sussurrò infine Anna giungendo le mani, “Pensi che potrei piacerti un po’... abbastanza da diventare la tua amica del cuore?”
Diana rise. Lei rideva sempre prima di parlare.
“Be’, penso di sì”, rispose con sincerità, “Sono terribilmente felice che tu sia andata a vivere ai Tetti Verdi. Sarà divertente avere qualcuno con cui
giocare. Qui vicino non ci sono altre bambine con cui posso giocare e le mie sorelle non sono abbastanza grandi.”
“Giureresti di essere mia amica per sempre?”, domandò Anna impetuosamente.
Diana rimase scioccata.
“Ma è una cosa terribilmente malvagia!22”, la rimproverò.
“Oh, no, non il mio tipo di giuramento. Sai che ce ne sono due tipi.”
“Io ne conosco uno solo”, disse Diana dubbiosa.
“Ce n’è davvero un altro. Questo non è malvagio per niente, significa solo fare voto di una promessa solenne.”
“Va bene, allora non mi dispiace”, concordò, sollevata, Diana, “Come si fa?”
“Dobbiamo tenerci per mano... così”, disse Anna, seria, “Dovremmo farlo sopra un corso d’acqua. Facciamo finta che questo sentiero lo sia. Prima
faccio io il giuramento. Giuro solennemente di essere fedele alla mia amica del cuore, Diana Barry, finché ci saranno il sole e la luna. Ora dillo
anche tu mettendoci il mio nome.”
Diana ripeté il “giuramento” ridacchiando all’inizio e alla fine. Poi disse:
“Sei strana, Anna. Avevo già sentito dire in giro che sei strana, ma credo che mi piacerai molto.”
Quando Marilla e Anna tornarono a casa Diana le accompagnò fino al ponte di tronchi. Le bambine camminarono tenendosi a braccetto e al
ruscello si separarono promettendosi più volte di trascorrere insieme il pomeriggio seguente.
“Hai trovato uno spirito affine in Diana?”, chiese Marilla mentre percorrevano il giardino dei Tetti Verdi.
“Oh, sì”, sospirò Anna, beatamente ignara del sarcasmo che si nascondeva nelle parole di Marilla, “Marilla, in questo istante sono la bambina più
felice di tutta l’isola del Principe Edward. Ti assicuro che stasera dirò le preghiere molto volentieri. Domani io e Diana costruiremo una casa di
bambole nel boschetto di betulle del signor Bell. Posso avere quei cocci di porcellana rotta che hai nella credenza? Diana compie gli anni a febbraio
e io a marzo, non è una strana coincidenza? Diana mi presterà un libro, dice che è meravigliosamente fantastico e terribilmente emozionante. Poi
mi mostrerà un angolo dietro al bosco dove crescono le orchidee selvatiche. Non credi che Diana abbia occhi pieni di sentimento? Vorrei averceli
anch’io. Diana m’insegnerà una canzone intitolata ‘Nelly nella valle dei noccioli’ e mi darà anche un quadretto da appendere in camera mia, dice
che è un’immagine bellissima: una signora con un vestito di seta azzurra. Lei l’ha avuto da un rappresentante di macchine per cucire. Vorrei poterle
dare qualcosa anch’io. Io sono un pollice più alta di Diana, ma lei è più paffuta. Lei dice che le piacerebbe essere magra perché è tanto più raffinato,
ma credo che l’abbia detto solo per consolarmi. Uno di questi giorni andremo in spiaggia a raccogliere conchiglie. Abbiamo deciso di chiamare
la sorgente vicino al ponte di tronchi ‘Bolla della Driade’. Non è un nome davvero elegante? Avevo letto una storia dove c’era una sorgente che si
chiamava così. Credo che una driade sia una specie di fata alta.”
“Io spero solo che tu non sfinisca a morte Diana con le tue chiacchiere”, disse Marilla, “Ma in tutti i tuoi progetti, Anna, ricordati una cosa: non
puoi giocare per tutto il tempo, e neppure per la maggior parte. Hai dei lavori da fare, e quelli hanno la precedenza.”
La coppa della felicità di Anna era colma e Matthew la fece addirittura traboccare. Era appena tornato da una visita all’emporio di Carmody ed
estrasse timidamente dalla tasca un pacchetto che porse, sotto gli sguardi di biasimo di Marilla, ad Anna.
“Ti ho sentito dire che ti piacciono i dolci al cioccolato, allora eccotene un po’”, disse.
“Humph!”, borbottò Marilla, “Le guasteranno denti e lo stomaco. Su, su, bambina, non essere tanto triste. Visto che ormai Matthew te li ha
presi, puoi mangiarli. Anche se avrebbe fatto meglio a prendere le caramelle alla menta, che sono più sane. Non farti venire il mal di pancia
mangiandoteli tutti in una volta, però.”
“Oh, no, non lo farò”, disse Anna con fervore, “Ne mangerò solo uno stasera, Marilla. Poi posso darne metà a Diana? Gli altri mi sembreranno
anche più dolci se ne do un po’ a lei. È fantastico sapere che adesso ho qualcosa da darle.”
“Devo dire a favore di quella bambina”, commentò Marilla quando Anna se ne fu andata in camera sua, “che non è per niente egoista. Ne sono
lieta, perché fra tanti difetti quel che meno sopporto in un bambino è l’egoismo. Povera me, è qui solo da tre settimane e mi sembra che sia qui da
sempre. Già non riesco più a immaginare questo posto senza di lei. Matthew, non guardarmi con quella faccia da ‘te l’avevo detto’, è fastidioso
quando lo fa una donna, quando lo fa un uomo è insopportabile. Sono pronta ad ammettere di essere felice di aver deciso di tenere la bambina e
mi ci sto davvero affezionando, ma non è il caso che tu insista su questo punto, Matthew Cuthbert.”

2 2 In originale Anna usa il verbo “to swear”, che significa sia “giurare” che “imprecare”, e Diana fraintende (NDT)
Capitolo 13 – Le gioie dell’attesa

“A quest’ora Anna dovrebbe cucire”, disse Marilla guardando prima l’orologio e poi fuori, in un giallo pomeriggio estivo dove tutto sembrava
sonnecchiare al caldo, “è rimasta a giocare con Diana oltre mezz’ora in più del tempo che le avevo concesso, e ora se ne sta appollaiata sulla
catasta della legna a parlare ininterrottamente con Matthew, quando sa benissimo che dovrebbe essere al lavoro. E naturalmente lui l’ascolta come
un vero sciocco. Non ho mai visto un uomo così infatuato! Più lei parla, più sciocchezze dice, e più lui ne è deliziato. Anna Shirley, vieni qui
immediatamente! Mi hai sentito?”
Una serie di colpi in staccato sulla finestra a ovest convinse Anna a volar via dal cortile, gli occhi splendenti, le guance appena accese di rosa, i
capelli sciolti che le ondeggiavano dietro la schiena come un fiotto di luce.
“Marilla”, esclamò senza fiato, “La prossima settimana c’è il picnic della scuola domenicale... lo fanno nel terreno del signor Harmond Andrews,
proprio accanto al Lago delle Acque Scintillanti. E la signora Sovrintendente Bell e la signora Rachel Lynde faranno il gelato. Ci pensi, Marilla?
Il gelato! Ci posso andare, Marilla?”
“Per cortesia, Anna, guarda l’orologio. A che ora ti avevo detto di tornare?”
“Alle due. Ma non è meraviglioso il fatto del picnic, Marilla? Ti prego, ci posso andare? Io non sono mai stata a un picnic e ho sempre sognato di
andare a un picnic, ma non ho mai...”
“Sì, ti avevo detto di tornare alle due, e sono le tre meno un quarto. Vorrei sapere, Anna, perché non mi hai ubbidito.”
“Ma io volevo farlo, Marilla, davvero. Però non hai idea di quanto sia affascinante Selvapigra. E poi naturalmente dovevo dire del picnic a
Matthew, lui è un ascoltatore così comprensivo. Ti prego, ci posso andare?”
“Devi imparare a resistere al fascino di Selva-come-si-chiama. Quando ti dico di arrivare a una certa ora intendo quella certa ora, non mezz’ora
dopo. E non devi neppure fermarti per strada a parlare con gli ascoltatori comprensivi. E per quanto riguarda il picnic, certo che ci puoi andare. Sei
un’allieva della scuola domenicale e non sarò certo io a impedirti di parteciparvi quando tutte le altre bambine ci vanno.”
“Ma... ma”, balbettò Anna, “Diana dice che tutti devono portare un cestino di vivande. Tu sai che non so cucinare, Marilla... e... non mi preoccupo
tanto di andare a un picnic senza maniche a sbuffo, ma sarebbe terribilmente umiliante andarci senza un cestino. È un pensiero che mi tormenta
da quando Diana me l’ha detto.”
“Puoi smettere di tormentarti. Te lo preparo io, il cestino.”
“Oh, Marilla carissima! Oh, sei così gentile con me! Oh, ti devo così tanto!”
Una volta terminati tutti i suoi “Oh!”, Anna si slanciò tra le braccia di Marilla e la baciò con entusiasmo sulle guance pallide. Era la prima volta
nella vita di Marilla che labbra infantili toccavano volontariamente la sua faccia. Di nuovo quella improvvisa sensazione di sorprendente dolcezza
la colpì. In cuor suo gli slanci d’affetto di Anna le facevano immensamente piacere, e questo è probabilmente il motivo per cui rispose bruscamente:
“Su, su, piantala coi tuoi sciocchi bacetti. Preferisco vederti tornare ai tuoi doveri. Per quanto riguarda la cucina, intendo darti qualche lezione
uno di questi giorni. Ma tu sei così sbadata, Anna, che aspettavo di vederti più calma e controllata prima di cominciare. Per cucinare devi essere
attenta, non fermarti a metà lavoro per lasciar scorrere i tuoi pensieri su tutto l’universo creato. Ora prendi il tuo patchwork, devi finire almeno un
quadrato per l’ora del tè.”
“Non mi piace il patchwork”, disse Anna tristemente, scovando il suo cestino da lavoro e sedendosi con un sospiro davanti a un mucchio di rombi
rossi e gialli, “Penso che un certo tipo di cucito sia piacevole, ma non c’è nulla da fantasticare sul patchwork. È solo una cucitura dopo l’altra
e sembra di non arrivare mai da nessuna parte. Ma di certo preferisco essere Anna dei Tetti Verdi che cuce patchwork che Anna di qualunque
altro posto che non ha nient’altro da fare che giocare. Però vorrei che quando cucio il patchwork il tempo scorresse veloce come fa quando gioco
con Diana. Oh, Marilla, ci divertiamo in modo così elegante! Certo, la maggior parte della fantasia devo mettercela io, ma sono decisamente in
grado di farlo. Diana è semplicemente perfetta in tutte le altre cose. Sai quel piccolo pezzo di terra dall’altra parte del ruscello che scorre tra la
nostra fattoria e quella del signor Barry? Appartiene al signor Bell, e proprio in un angolo c’è un piccolo anello di betulle bianche... un posticino
romanticissimo, Marilla. Io e Diana abbiamo costruito lì la nostra casetta. Lo chiamiamo Selvapigra, non è un nome poetico? Ti assicuro che ce
ne ho messo di tempo per pensarlo, sono rimasta sveglia quasi tutta una notte prima d’inventarlo. Poi, proprio mentre mi stavo addormentando, è
arrivata l’ispirazione. Diana ne è rimasta estasiata quando l’ha sentito. Ci abbiamo costruito una casetta elegantissima. Dovresti venire a vederla,
Marilla. Usiamo delle grandissime pietre tutte coperte di muschio come sedie, e come scaffali abbiamo assi che vanno da un albero all’altro. E
sopra ci abbiamo messo tutti i piatti. Certo sono tutti rotti, ma è facilissimo far finta che siano interi. C’è anche un pezzo di piatto con su un ramo
di edera rosso e giallo, molto bello. Lo teniamo nel salotto dove c’è anche il vetro delle fate. Il vetro delle fate è incantevole come un sogno.
Diana l’ha trovato nei boschi dietro al pollaio, ed è tutto pieno di arcobaleni, sai quei piccoli arcobaleni giovani che non sono ancora cresciuti, e
la mamma di Diana le ha detto che si è staccato da un lampadario a gocce che avevano una volta, ma è più bello pensare che le fate l’hanno perso
una notte che erano andate a un ballo, perciò lo chiamiamo vetro delle fate. Matthew ci farà anche un tavolo. Oh, e abbiamo chiamato quel piccolo
stagno rotondo nel campo del signor Barry Laghetto dei Salici, ho preso il nome dal libro che Diana mi ha prestato. Era un libro emozionantissimo,
Marilla. L’eroina aveva cinque innamorati! A me ne basterebbe uno solo, a te no? Lei era bellissima e andava incontro a un mucchio di tribolazioni.
Ed era bravissima a svenire. Quanto mi piacerebbe saper svenire, a te no? È così romantico! Ma sono troppo in salute per farlo, anche se sono tanto
magra. Però penso di stare ingrassando, l’hai notato? Tutte le mattine mi guardo i gomiti per vedere se mi vengono su le fossette. A Diana stanno
facendo un vestito nuovo con le maniche al gomito, lo indosserà al picnic. Spero proprio che mercoledì sia una bella giornata. Non penso di poter
sopportare la delusione se capitasse qualcosa che mi impedisse di andare al picnic. Certo, forse sopravviverei, ma sarebbe un dolore immenso. Non
importa se poi nel corso degli anni andrò a centinaia di altri picnic, non basteranno a consolarmi per aver perso questo. Ci saranno delle barche sul
Lago delle Acque Scintillanti. E il gelato, te l’ho già detto. Non ho mai assaggiato il gelato, Diana ha cercato di spiegarmi com’è, ma io credo che
il gelato sia una di quelle cose che vanno oltre l’immaginazione.”
“Anna, ti rendi conto che hai parlato ininterrottamente per dieci minuti?”, disse Marilla, “Ora, giusto per curiosità, vediamo se riesci a tacere per
lo stesso lasso di tempo.”
Anna tacque, come Marilla aveva chiesto. Ma per il resto della settimana parlò del picnic, pensò al picnic e sognò il picnic. Sabato piovve e Anna
cadde in uno stato tale d’agitazione per paura che la pioggia durasse fino a mercoledì, che Marilla le diede del lavoro in più da aggiungere al
patchwork, solo per calmarle i nervi.
Domenica, mentre tornavano a casa dalla chiesa, Anna confidò a Marilla d’essere raggelata per l’emozione quando il ministro aveva dato dal
pulpito l’annuncio del picnic.
“Mi sono venuti certi brividi su e giù per la schiena, Marilla! Penso che fino ad allora non ci avevo creduto sul serio che ci sarebbe stato davvero un
picnic. Non riuscivo a fare a meno di temere di averlo solo immaginato. Ma quando un ministro lo dice dal pulpito allora bisogna proprio crederci.”
“Tu ti aspetti troppo dalle cose, Anna”, sospirò Marilla, “Ho paura che la vita ti riserverà molte delusioni.”
“Ma Marilla, aspettarsi qualcosa è la metà del divertimento”, esclamò Anna, “Puoi anche non ottenere quelle cose, ma nessuno può toglierti il
piacere di aspettartele. La signora Lynde dice: ‘beato chi non si aspetta nulla perché non rimarrà deluso’, ma io credo che non aspettarsi nulla sia
peggio che rimanere delusi.”
Come al solito, per andare in chiesa Marilla aveva indossato la sua spilla di ametiste. Metteva sempre la spilla di ametiste per andare in chiesa,
avrebbe considerato quasi un sacrilegio non farlo, grave quanto dimenticare la Bibbia o il decino per la colletta. La spilla di ametiste era il bene
più prezioso di Marilla. Uno zio marinaio l’aveva regalato a sua madre che a sua volta l’aveva lasciato in eredità a Marilla. Era un ovale vecchio
stile contenente una ciocca di capelli di sua mamma circondato da una cornice di purissime ametiste. Marilla non ne sapeva abbastanza di pietre
preziose da capire quanto fossero pregiate, ma pensava che fossero molto belle ed era sempre piacevolmente consapevole del loro scintillio
violaceo sulla sua gola, sopra il vestito buono di satin marrone, per quanto non potesse vederlo.
Anna fu colpita da entusiasta ammirazione quando vide per la prima volta quella spilla.
“Oh, Marilla, è una spilla davvero elegante. Non so come tu riesca a prestare attenzione al sermone o alle preghiere sapendo di averla addosso.
Io so che non ci riuscirei. Penso che le ametiste siano così belle. Era così che pensavo fossero i diamanti. Tanto tempo fa, prima di vedere un
diamante, lessi qualcosa che ne parlava e cercai di immaginarmeli. Pensavo che dovessero essere deliziose e scintillanti pietre purpuree. Quando
vidi un vero diamante sull’anello di una signora ne rimasi così delusa da mettermi a piangere. Certo, era bellissimo, ma non era la mia idea di
diamante. Mi lasci tenere la spilla per un minuto, Marilla? Credi che le ametiste possano essere le anime delle violette buone?”
Capitolo 14 – La confessione di Anna

Il lunedì sera prima del picnic Marilla uscì dalla sua stanza con un’aria preoccupata.
“Anna”, disse a quel piccolo personaggio che sgusciava piselli sull’immacolato tavolo e cantava “Nelly nella valle dei noccioli” con un vigore e
un’espressione tale da fare onore agli insegnamenti di Diana, “Per caso hai visto la mia spilla di ametiste? Pensavo di averla appuntata al puntaspilli
ieri sera, di ritorno dalla chiesa, ma non la trovo da nessuna parte.”
“Io... io l’ho vista questo pomeriggio mentre tu eri alla riunione delle Dame di Carità”, disse Anna lentamente, “Passavo davanti alla tua camera e
l’ho vista sul puntaspilli, così sono entrata a guardarla.”
“L’hai toccata?”, disse Marilla, severa.
“S... sì”, ammise Anna, “L’ho presa e me la sono appuntata al petto solo per vedere come stava.”
“Non avevi alcun diritto di fare una cosa del genere. È sbagliato che una bambina s’immischi in cose che non la riguardano. Per prima cosa non
saresti dovuta entrare in camera mia, per seconda cosa non avresti dovuto toccare una spilla che non ti appartiene. Dove l’hai messa?”
“L’ho rimessa a posto sullo scrittoio, non l’ho tenuta su neanche un minuto. Davvero, Marilla, non volevo immischiarmi. Non credevo ci fosse
nulla di male a entrare e provarmi la spilla. Ora so che non va bene e non lo farò mai più. Ecco una cosa buona di me: non faccio mai la stessa cosa
brutta per due volte.”
“Non l’hai rimessa a posto”, disse Marilla, “Sullo scrittoio quella spilla non c’è più. Anna, l’hai portata da qualche parte.”
“Sì che l’ho messa a posto”, disse Anna precipitosa... o con insolenza, come pensò Marilla, “Non ricordo il momento esatto in cui l’ho appuntata
al puntaspilli o posata sul vassoietto di porcellana, ma sono assolutamente certa di averla riposta.”
“Vado a dare un’altra occhiata”, disse Marilla, determinata a essere giusta, “Se hai rimesso la spilla a posto dev’essere lì, se non c’è saprò che non
l’hai fatto, fine del discorso.”
Marilla tornò in camera e fece una ricerca accurata, non solo sullo scrittoio ma anche in qualunque altro posto in cui ritenesse probabile trovare la
spilla. Non la trovò e tornò in cucina.
“Anna, la spilla è scomparsa. Per tua stessa ammissione tu sei stata l’ultima a toccarla. Ora, che ne hai fatto? Dimmi la verità una buona volta.
L’hai portata fuori e l’hai persa?”
“No”, rispose Anna serissima. Guardò lealmente Marilla, che la fissava furente, “Io non ho mai portato la spilla fuori dalla tua stanza, è la verità,
potrei giurarlo in tribunale... anche se non so esattamente cos’è un tribunale. È così, Marilla.”
Quel “è così” di Anna voleva solo enfatizzare la sua affermazione, ma Marilla lo prese come un atto di sfida.
“Mi stai dicendo una menzogna, Anna”, replicò secca, “So che è così. Allora non dire più nulla finché non sarai disposta a raccontarmi tutta la
verità. Vattene nella tua stanza e restaci finché non sarai pronta a confessare.”
“Devo portarmi i piselli?”, domandò docile Anna.
“No, finisco io di sgusciarli. Fa’ come ti ho detto.”
Quando Anna fu uscita Marilla riprese le sue incombenze serali con l’animo turbato. Era preoccupata per la sua preziosa spilla. E se Anna l’avesse
persa? E quanto era perfida quella bambina, a negare di averla presa quando era evidente che l’aveva fatto. E con un volto tanto innocente, per di
più!
“Quanto vorrei che non fosse mai capitata una cosa del genere”, pensò Marilla sgusciando nervosamente i piselli, “Certo non credo che avesse
intenzione di rubarla o cose simili, deve averla presa per giocarci con quelle sue fantasticherie. Deve averla presa lei, ovviamente, per sua
stessa ammissione dopo di lei in camera mia non è entrata anima viva fino al mio ritorno stasera. E la spilla è sparita, questo è poco ma sicuro.
Probabilmente l’ha persa e adesso non vuole confessare per paura di essere punita. È terribile pensare che dice menzogne, anche peggio dei suoi
scatti di rabbia. È una responsabilità spaventosa avere in casa una bambina di cui non ti puoi fidare. Furba e falsa, ecco cosa dimostra di essere. E
mi dispiace più per questo che per la spilla. Se solo mi avesse detto la verità non me la sarei presa così tanto.”
A intervalli per tutta la sera Marilla tornò in camera sua a cercare la spilla, senza trovarla. Una visita alla soffitta di est prima di andare a letto non
diede risultati. Anna continuava a negare di sapere che fine avesse fatto la spilla e Marilla era sempre più convinta che invece lo sapesse.
Raccontò la faccenda a Matthew la mattina seguente. Matthew era confuso e perplesso, faceva fatica a perdere così in fretta fiducia in Anna, ma
doveva ammettere che le circostanze erano contro di lei.
“Sei sicura che non sia caduta dietro lo scrittoio?”, fu l’unico suggerimento che riuscì a offrire.
“Ho spostato lo scrittoio, ho aperto tutti i cassetti e ho cercato in ogni anfratto”, confermò Marilla, “La spilla è scomparsa e la bambina l’ha presa
e ha mentito. Questa è la semplice, orrenda verità, Matthew Cuthbert, e noi faremmo meglio ad affrontarla.”
“Bene, allora che intendi fare?”, domandò infelice, sentendosi segretamente grato che fosse Marilla, e non lui, a dover affrontare la situazione.
Stavolta non aveva proprio voglia di immischiarsi.
“Resterà in camera sua finché non confessa”, disse arcigna Marilla ricordando il successo di questo metodo nella precedente occasione, “E poi
vedremo. Forse riusciremo a ritrovare la spilla se ci dice dove l’ha portata. E in ogni caso, Matthew, bisogna punirla severamente.”
“Be’, in realtà tu dovrai punirla”, disse Matthew afferrando il cappello, “Io non c’entro niente, ricordi? Me l’hai detto proprio tu.”
Marilla si sentì abbandonata da tutti, e non poteva neppure andare a chiedere consiglio alla signora Lynde. Tornò alla soffitta di est con una faccia
molto seria e ne uscì più seria ancora. Anna rifiutava ostinatamente di confessare, persisteva nel dire di non aver preso la spilla. La bambina aveva
evidentemente pianto e Marilla provò una fitta di compassione che represse a fatica. Alla sera si sentiva, con sue parole, “sconfitta”.
“Resterai in questa stanza finché non avrai confessato, Anna, fattene una ragione”, disse risoluta.
“Ma Marilla, domani c’è il picnic”, strillò Anna, “Non vorrai impedirmi di andarci, no? Mi lascerai uscire solo per il pomeriggio, vero? Poi dopo
starò qui volentieri quanto vuoi. Però io devo andare al picnic!”
“Non andrai al picnic né da nessun’altra parte finché non confessi, Anna.”
“Oh, Marilla”, singhiozzò Anna.
Ma Marilla se n’era già andata e aveva chiuso la porta.
Il mercoledì mattino spuntò brillante e bello come se fosse stato ordinato apposta per il picnic. Gli uccellini cantavano attorno ai Tetti Verdi, i gigli
della Madonna in giardino mandavano in alto sbuffi profumati che entravano, con venticelli invisibili, in ogni porta e finestra e si aggiravano per
stanze e camere come spiriti benedicenti. Le betulle della valle agitavano mani gioiose come se aspettassero i soliti saluti mattutini di Anna dalla
soffitta di est. Ma Anna non era alla finestra. Quando Marilla le portò su la colazione la trovò risoluta seduta sul letto, pallida e decisa, le labbra
serrate e gli occhi fiammeggianti.
“Marilla, sono pronta a confessare.”
“Ah!”, Marilla posò il vassoio. Ancora una volta il suo metodo aveva avuto successo, ma era un successo molto amaro per lei, “Voglio sentire
cos’hai da dire, Anna.”
“Ho preso la spilla di ametiste”, disse Anna come se stesse ripetendo una lezione appresa a memoria, “L’ho presa proprio come hai detto. Non
intendevo prenderla quando sono entrata, ma era così bella, Marilla, quando me la sono appuntata al petto, che sono stata sopraffatta da una
tentazione irresistibile. Ho immaginato quanto sarebbe stato bello portarlo a Selvapigra e far finta di essere Lady Cordelia Fitzgerald. Sarebbe
stato più facile far finta di essere Lady Cordelia se avessi avuto addosso una spilla di vere ametiste. Io e Diana facciamo collane di bacche di rosa,
ma cosa sono le bacche di rosa paragonate alle ametiste? Allora ho preso la spilla, pensavo di poterla rimettere a posto prima che tu tornassi. Sono
andata su e giù per la strada per prolungare il tempo. Quando ero sul ponte che attraversa il Lago delle Acque Scintillanti ho preso la spilla per
darle un’altra occhiata. Oh, come risplendeva alla luce del sole! E poi, proprio mentre mi sporgevo dal ponte, mi è scivolata dalle dita... così... ed
è andata giù, giù, giù, tutta scintillante di viola, ed è affondata per sempre nel Lago delle Acque Scintillanti. E questo è il meglio che posso fare
per confessare, Marilla.”
Marilla sentì una rabbia cocente sgorgarle di nuovo dal cuore. Questa bambina aveva preso e perso la sua preziosa spilla di ametiste e ora se ne
stava seduta tranquilla a recitare ogni dettaglio del fatto senza la minima apparente traccia di pentimento.
“Anna, questo è terribile”, disse Marilla sforzandosi di restare calma, “Sei la bambina più cattiva che conosca.”
“Sì, credo di sì”, concordò tranquilla Anna, “E ora so che dovrò essere punita. Sarà tuo dovere punirmi, Marilla. Ma per piacere, lo faresti subito?
Perché vorrei andare al picnic senza pensieri per la testa.”
“Picnic, proprio! Non andrai a nessun picnic oggi, Anna Shirley. Questa sarà la tua punizione. E non è severa neanche la metà di quel che ti
meriteresti dopo aver fatto quel che hai fatto.”
“Non andrò al picnic!”, Anna balzò in piedi e afferrò le mani di Marilla, “Ma tu mi avevi promesso che potevo! Oh, Marilla, io devo andare al
picnic. È per questo che ho confessato. Puniscimi in qualunque altro modo ma non così. Ti prego, ti prego, Marilla, lasciami andare al picnic. Pensa
al gelato! Per quel che ne so potrei non avere mai più l’occasione di assaggiare il gelato.”
Marilla, impassibile, si liberò dalla presa di Anna.
“È inutile che piagnucoli, Anna. Non andrai al picnic e questo è tutto. No, non voglio sentire altro.”
Anna comprese che Marilla era inamovibile. Giunse le mani, lanciò un urlo lancinante e si buttò a faccia in giù sul letto piangendo e contorcendosi,
totalmente in preda alla delusione e alla disperazione.
“Per amor del cielo!”, annaspò Marilla affrettandosi a uscire dalla stanza, “Quella bambina è pazza. Nessun bambino sano di mente si comporterebbe
così. E se non è pazza allora è cattiva. Oh, cielo, temo che Rachel avesse ragione la prima volta. Ma ora che ho avviato l’opera non tornerò indietro.”
Fu un mattino triste. Marilla lavorò furiosamente, raschiò il portico e le mensole della cascina, quando non trovò altro da fare. Il portico e le
mensole non ne avevano bisogno, ma Marilla sì. Poi andò a ramazzare il cortile.
Quando il pranzo fu pronto salì a chiamare Anna. Una faccia tragica, rigata di lacrime, spuntò dalla ringhiera.
“Scendi a mangiare, Anna.”
“Non voglio nulla, Marilla”, singhiozzò Anna, “Non potrei mangiare niente, ho il cuore spezzato. Un giorno, Marilla, ti rimorderà la coscienza
per averlo spezzato, ma ti perdono. Ricorda, quando verrà il tempo, che ti perdono. Ma non chiedermi di mangiare nulla, specialmente il lesso di
maiale con la verdura. Il lesso di maiale con la verdura è così poco romantico quando uno è afflitto.”
Esasperata, Marilla tornò in cucina e riversò tutta la dolorosa storia su Matthew che, preso tra il suo senso di giustizia e l’illecita comprensione per
Anna, si sentiva veramente sconfortato.
“Be’, è vero, Marilla, non avrebbe dovuto prendere la spilla o raccontarci storie”, ammise esaminando tristemente il suo non romantico piatto di
lesso di maiale con verdure come se, come Anna, trovasse quella pietanza inadatta alle crisi di nervi, “ma è così piccola, così interessante. Non
credi che sia brutto non lasciarla andare al picnic quando lei ci tiene tanto?”
“Matthew Cuthbert, tu mi stupisci. Io credo che lei se la sia cavata piuttosto facilmente, e non sembra neppure rendersi conto di quant’è stata
perfida. È questo quel che mi spaventa di più. Se lei fosse davvero dispiaciuta non sarebbe così grave. E non sembri rendertene conto neppure tu,
visto che cerchi in tutti i modi di scusarla, si vede.”
“Be’, sì, ma è una creaturina tanto piccola”, ripeté debolmente Matthew, “E bisogna pur farle delle concessioni. Ricordati che non ha mai ricevuto
un’educazione.”
“La sta ricevendo adesso.”, ribatté Marilla.
La replica mise a tacere Matthew anche se non lo convinse. Quel pranzo fu molto triste. L’unica nota allegra la mise Jerry Boute, il ragazzo a
servizio, e Marilla prese la sua allegria come un insulto personale.
Quando ebbe lavato i piatti, preparato la pasta per il pane e nutrito le galline, Marilla ricordò di aver notato, lunedì sera al ritorno dalla riunione
delle Dame di Carità, un piccolo strappo nel suo miglior scialle di pizzo nero.
Doveva rammendarlo. Lo scialle era in una scatola nel baule. Quando Marilla lo aprì la luce del sole, attraverso le viti che si abbarbicavano fitte
attorno alla finestra, colpì qualcosa che era impigliata allo scialle, qualcosa che brillava e scintillava in sfaccettature di luce violacea. Marilla lo
afferrò con un sussulto. Era la spilla di ametiste, a cui era ancora appeso un filo!
“Oh, povera me!”, disse Marilla, recisa, “Che significa questo? Ecco la mia spilla, qui al sicuro quando io la credevo in fondo allo stagno di Barry.
Ma allora che intendeva quella bambina quando ha detto di averla presa e perduta? Davvero, i Tetti Verdi devono essere stregati. Ora ricordo,
quando sono tornata lunedì sera mi sono tolta lo scialle e l’ho posato un istante sullo scrittoio. Probabilmente la spilla c’è rimasta impigliata.
Bene!”
Marilla, la spilla in mano, andò alla soffitta di est. Anna era sfinita a forza di piangere e se ne stava seduta, tristemente, accanto alla finestra.
“Anna Shirley”, disse Marilla, seria, “Ho trovato la spilla attaccata al mio scialle di pizzo nero. Ora voglio sapere che cosa significava quella
tiritera che mi hai raccontato stamattina.”
“Tu avevi detto che mi avresti tenuta qui finché non avessi confessato”, rispose, esausta, Anna, “e così ho deciso di confessare perché volevo
andare al picnic. Ho pensato alla confessione tutto ieri sera dopo essere andata a letto, per renderla più interessante che potessi. Me la sono ripetuta
più volte per non dimenticarla. Ma tu non hai voluto comunque lasciarmi andare al picnic, perciò tutta la mia fatica è andata sprecata.”
Marilla scoppiò a ridere suo malgrado. Ma la sua coscienza la punzecchiò.
“Anna, tu sei imbattibile! Ma io avevo torto, ora lo vedo. Non avrei dovuto dubitare delle tue parole, sapendo che non hai mai detto bugie. Certo
non è stato bello che tu abbia confessato qualcosa che non avevi fatto, è stato veramente sbagliato farlo. Ma ti ci ho costretto io, così se vuoi
perdonarmi, Anna, anche io perdono te, e avremo pareggiato i conti. E ora preparati per andare al picnic.”
Anna balzò su come un razzo.
“Oh, Marilla, non è troppo tardi?”
“No, sono solo le due. Si saranno appena incontrati e ci vorrà ancora un’ora perché prendano il tè. Lavati la faccia, pettinati e metti il vestito di
percalle. Io ti preparo un cestino, in casa c’è un sacco di roba arrostita. E vado a dire a Jerry di preparare cavalla e calesse e di accompagnarti al
campo del picnic.”
“Oh, Marilla”, esclamò Anna correndo al catino, “Cinque minuti fa ero così infelice da desiderare di non essere mai nata, e ora non scambierei il
mio posto neanche con un angelo!”
Quella sera un’Anna perfettamente felice e assolutamente stanca tornò ai Tetti Verdi in uno stato di beatitudine impossibile da descrivere.
“Oh, Marilla, ho avuto una giornata assolutamente di prim’ordine. Di prim’ordine è un nuovo modo di dire che ho imparato oggi, l’ho sentito dire
da Mary Alice Bell. Non è efficace? Era tutto delizioso. Abbiamo preso il tè e poi il signor Harmond Andrews ci ha portato tutti a remare sul Lago
delle Acque Scintillanti, sei di noi alla volta. E Jane Andrews è quasi caduta fuoribordo. Si stava sporgendo per prendere le ninfee e se il signor
Andrews non l’avesse acchiappata al momento giusto per la cintura sarebbe caduta e probabilmente sarebbe annegata. Vorrei che fosse capitato a
me. Sarebbe stata un’esperienza così romantica rischiare di annegare! Sarebbe stata una storia così avvincente da raccontare. E abbiamo avuto il
gelato. Non ho parole per descrivere il gelato, Marilla, ti assicuro che era sublime.”
Quella sera Marilla raccontò a Matthew tutta la storia mentre rammendava le calze.
“Sono felice di ammettere d’essermi sbagliata”, concluse con sincerità, “ma ho imparato una lezione. Mi viene da ridere se penso alla confessione
di Anna anche se credo che non dovrei farlo perché era una vera menzogna. Ma in effetti non sembra brutta come sembrava prima, e in ogni caso
io ne sono responsabile. Questa bambina è difficile da capire per certi aspetti. Però credo che possa migliorare. E comunque una cosa è certa: non
ci si annoierà mai in una casa dove c’è lei.”
Capitolo 15 – Una tempesta nel bicchiere della scuola

“Che splendida giornata!”, disse Anna con un profondo sospiro, “Non è bello essere vivi in giorni come questo? Compiango le persone che non
sono ancora nate e se lo stanno perdendo. Potranno avere belle giornate anche loro, certo, ma non avranno mai questa. E non è ancora più splendido
avere una strada deliziosa da percorrere per andare a scuola?”
“È molto più bello che andare per la via principale, quella è tutta polverosa e ci fa troppo caldo”, disse Diana, pratica, sbirciando nel cestino della
merenda e calcolando mentalmente: se avesse diviso tra dieci bambine le tre succose e gustose tortine ai lamponi che vi riposavano dentro, quanta
ne sarebbe spettata a ciascuna di loro?
Le alunne della scuola di Avonlea mettevano sempre in comune la merenda e una bambina che avesse mangiato tre tortine di lamponi da sola, o
anche le avesse divise soltanto con la migliore amica, sarebbe stata bollata come “brutta spilorcia”. Anche se una volta divise tre tortine per dieci
ce n’era appena da farsi venire l’acquolina.
La strada che Anna e Diana percorrevano per andare a scuola era davvero deliziosa. Anna pensava che le camminate verso e dalla scuola assieme
a Diana non potessero essere migliorate neppure dalla fantasia. Prendere la strada principale sarebbe stato così poco romantico, ma passare per il
Viale degli Innamorati, il Laghetto dei Salici e il Sentiero delle Betulle era più romantico che mai.
Il Viale degli Innamorati partiva proprio sotto il frutteto dei Tetti Verdi e si estendeva fino ai boschi ai confini con la tenuta dei Cuthbert. Era la
via sulla quale le mucche venivano portate al pascolo sul retro e la legna trainata a casa in inverno. Anna l’aveva chiamato Viale degli Innamorati
quando era ai Tetti Verdi da meno di un mese.
“Non che gli innamorati vengano davvero a passeggiare qui”, spiegò a Marilla, “ma Diana e io stiamo leggendo un libro veramente magnifico
e lì c’è un Viale degli Innamorati, così anche noi volevamo averne uno. È un nome molto carino, non trovi? Così romantico! Non riusciamo a
immaginarci degli innamorati, però. Mi piace quel viale perché ci puoi pensare ad alta voce senza che la gente ti prenda per pazza.”
Quel mattino Anna partì da sola e percorse il Viale degli Innamorati fino al ruscello. Qui s’incontrò con Diana e le due bambine s’incamminarono
lungo il viale sotto un fronzuto arco di aceri (“Gli aceri sono alberi tanto socievoli”, disse Anna, “Stanno sempre a stormire e a sussurrare cose.”)
finché arrivarono a un ponte piuttosto grezzo. Qui lasciarono il viale e s’incamminarono attraverso i campi del signor Barry e oltre il Laghetto dei
Salici. Poi veniva la Vallata Violetta, un piccolo avvallamento verde all’ombra dei grandi boschi del signor Andrew Bell. “Naturalmente adesso
non ci sono violette”, Anna disse a Marilla, “ma Diana dice che in primavera ce ne sono a milioni. Oh, Marilla, riesci a immaginare di vederle? A
me lascia davvero senza fiato. L’ho chiamata io Vallata Violetta. Diana dice che non ha mai visto nessuno bravo come me a dare nomi fantasiosi
ai posti. È bello essere bravi in qualcosa, vero? Ma Diana ha dato il nome al Sentiero delle Betulle. Voleva farlo così gliel’ho permesso, ma sono
sicura che io sarei stata in grado di trovare qualcosa di più poetico di un semplice Sentiero delle Betulle. Chiunque potrebbe pensare a un nome
del genere. Però, Marilla, il Sentiero delle Betulle è il posto più grazioso del mondo.”
Era così. Altre persone, oltre ad Anna, lo pensavano quando ci capitavano per caso. Era un piccolo sentiero stretto e tortuoso che curvava in basso,
dopo una lunga collina, attraverso il bosco del signor Bell, dove la luce scendeva filtrata da così tanti schermi smeraldini da diventare perfetta
come il centro di un diamante. Era bordata per tutto il suo percorso da giovani e snelle betulle dai tronchi bianchi e i rami flessibili; sotto gli alberi
crescevano fittamente le felci, l’erba soldina, i mughetti selvatici e ciuffi scarlatti di fitolacca; e c’era sempre una deliziosa aria odorosa di spezie,
la musica dei canti degli uccelli e il mormorio ridente del vento tra le cime degli alberi. Ogni tanto, a rimanere tranquilli, era possibile vedere una
lepre attraversare rapida la strada, cosa che ad Anna e Diana capitava piuttosto di rado. Una volta giunti nella valle il sentiero sfociava nella strada
principale, e allora si era già arrivati alla collina di abeti rossi che portava alla scuola.
La scuola di Avonlea era una costruzione affrescata di bianco, coi cornicioni bassi e le finestre larghe. All’interno era arredata con banchi comodi,
essenziali e vecchio stile, che si aprivano e chiudevano e portavano incisi, lungo i bordi, le iniziali e i geroglifici di tre generazioni di alunni.
L’edificio scolastico era distante dalla strada e dietro c’erano un ombroso bosco di abeti e un ruscello dove tutti i bambini immergevano le loro
bottiglie di latte per tenerle fresche fino all’ora di pranzo.
Il primo giorno di settembre Marilla aveva visto Anna avviarsi verso la scuola ed era piena di profondi timori: Anna era una bambina così strana.
Sarebbe riuscita ad andare d’accordo con gli altri alunni? E sarebbe riuscita a rimanere zitta durante le lezioni?
A ogni modo, le cose andarono meglio di quanto Marilla temesse. Quando Anna tornò a casa, quella sera, era su di giri.
“Credo che questa scuola mi piacerà”, annunciò, “però non penso un gran che del maestro, passa tutto il tempo ad arricciarsi i baffi e a fare gli
occhi dolci a Prissy Andrews. Prissy è una grande, ha sedici anni e sta studiando per gli esami d’ingresso della Queen’s Academy, il prossimo anno.
Tillie Boulter dice che il maestro è cotto di lei. Ha un bellissimo incarnato e i capelli ricci e castani, e lei se li acconcia in maniera così elegante! È
seduta sul lungo sedile in fondo all’aula, e anche lui il più delle volte si siede lì... per spiegarle la lezione, dice. Ma Ruby Gillis dice che lo ha visto
scriverle qualcosa sulla sua lavagnetta e quando Prissy l’ha letta è arrossita come una barbabietola e s’è messa a ridacchiare. Ruby Gillis pensa che
quello che le ha scritto non avesse nulla a che vedere con la lezione.”
“Anna Shirley, non voglio più sentirti parlare in questo modo del tuo insegnante”, disse Marilla severa, “Non vai a scuola per criticare il maestro.
Credo che sia lui a doverti insegnare qualcosa, e il tuo compito è imparare. Voglio che ti sia chiaro: non devi tornare a casa raccontando storielle
sul suo conto, è un comportamento che intendo scoraggiare. Speravo che tu avessi fatto la brava.”
“Ma l’ho fatto”, disse Anna tranquilla, “E non è neppure stato difficile come pensavi tu. Sono seduta vicino a Diana, i nostri posti sono accanto
alla finestra così possiamo vedere fuori il Lago delle Acque Scintillanti. Ci sono un sacco di bambine simpatiche, a scuola, e abbiamo avuto un
divertimento di prim’ordine giocando a ora di pranzo. È bello avere tante bambine con cui giocare, anche se naturalmente Diana è la migliore e lo
sarà per sempre. Io adoro Diana. Sono terribilmente indietro rispetto agli altri, loro sono tutti al quinto corso e io solo al quarto, che disgrazia. Ma
nessuno di loro ha tanta fantasia quanto me, l’ho notato subito. Oggi abbiamo avuto una lettura, la geografia, la storia del Canada e un dettato. Il
signor Phillips ha detto che la mia ortografia era ignobile e ha preso la mia lavagnetta per far vedere a tutti quant’era pasticciata. Mi sono sentita
così mortificata, Marilla. Poteva anche essere più gentile con un’estranea. Ruby Gillis mi ha dato una mela e Sophia Sloane mi ha prestato un
grazioso biglietto rosa con su scritto ‘Posso vedere casa tua?’ Glielo ridò domani. E Tillie Boulter mi ha lasciato portare il suo anello di perline
tutto il pomeriggio. Posso prendere un po’ di quelle perline dal vecchio puntaspilli in solaio per farmi un anello? E, oh, Marilla, Jane Andrews
mi ha detto che Minnie MacPherson le ha detto che ha sentito Prissy Andrews dire a Sara Gillis che ho un naso carinissimo. Marilla, è il primo
complimento che abbia mai ricevuto in vita mia e non immagini quanto mi faccia sentire strana. Marilla, ho davvero un naso carino? So che tu mi
dirai la verità.”
“Il tuo naso è a posto”, tagliò corto Marilla. In cuor suo pensava che Anna avesse un naso notevolmente grazioso, ma non aveva alcuna intenzione
di dirglielo.
Questo succedeva tre settimane fa e fin qui era andato tutto liscio. Ora, in un frizzante mattino di settembre, Anna e Diana passeggiavano
allegramente lungo il Sentiero delle Betulle ed erano due delle bambine più felici di Avonlea.
“Scommetto che oggi a scuola ci sarà Gilbert Blythe”, disse Diana, “È rimasto tutta l’estate in visita a suo cugino a New Brunswick ed è tornato
solo sabato sera. È tremendamente bello, Anna, e fa sempre scherzi terribili alle ragazze. Non fa che tormentarci a morte.”
Qualcosa nella voce di Diana suggeriva quanto a lei non dispiacesse essere tormentata.
“Gilbert Blythe?”, disse Anna, “Non è quel nome scritto sul muro dell’atrio accanto a quello di Julia Bell e con un grande ‘Attenzione!’ sopra?”
“Sì”, disse Diana scuotendo la testa, “Ma sono sicura che Julia Bell non gli piace così tanto. Gli ho sentito dire che studiava le tabelline contando
le sue lentiggini.”
“Non parlarmi di lentiggini”, implorò Anna, “È indelicato quando una ne ha tante. Però penso che scrivere annunci sui ragazzi e le ragazze in giro
sui muri sia più sciocco che mai. Vorrei vedere proprio che qualcuno si permetta di scrivere il mio nome vicino a quello di un ragazzo. Certo che
no”, si affrettò ad aggiungere, “nessuno lo farebbe.”
Anna sospirò. Non voleva che il suo nome venisse scritto, ma era un po’ umiliante pensare che non ci fosse pericolo che ciò avvenisse.
“Sciocchezze”, rispose Diana, i cui occhi neri e le cui lucenti trecce avevano fatto una tale strage di cuori tra gli alunni della scuola di Avonlea, che
il suo nome figurava in almeno una mezza dozzina di annunci, “È solo uno scherzo. E non puoi essere certa che il tuo nome non verrà mai scritto.
Charlie Sloane è cotto di te. E ha detto a sua madre – a sua madre, capisci? - che sei la ragazza più intelligente della scuola, e questo è meglio che
essere belli.”
“No, non lo è”, disse Anna, femminile fino al midollo, “Preferisco essere carina piuttosto che brava. E detesto Charlie Sloane, non sopporto i
ragazzi con gli occhi sporgenti. E se qualcuno scrivesse il mio nome vicino al suo non potrei sopportarlo. Però mi piace essere capoclasse.”
“Avrai Gilbert nel tuo corso, adesso”, disse Diana, “e ti avverto che è abituato a essere lui il capoclasse. È solo al quarto corso anche se ha quasi
quattordici anni. Quattro anni fa suo papà è stato malato e ha dovuto andare ad Alberta per curarsi, e Gilbert è andato con lui. Sono rimasti lì per
tre anni e Gil non è quasi andato a scuola finché non sono tornati. Non ti sarà tanto facile, Anna, rimanere capoclasse.”
“Ne sono felice”, replicò subito Anna, “Non mi sento davvero orgogliosa a essere capoclasse di bambini e bambine di nove o dieci anni. Lo sono
diventata ieri compitando ‘ebollizione’. Prima, lo sai, il capo era Josie Pye, ma poi lei ha sbirciato sul libro. Il signor Phillips non se n’è accorto,
perché stava guardando Prissy Andrews, ma io sì, e le ho lanciato una tale occhiata di gelido disprezzo che lei è arrossita come una barbabietola e
alla fine ha sbagliato a compitare.”
“Quelle Pye sono delle imbroglione”, disse Diana indignata mentre scavalcavano la recinzione della strada principale, “Ieri Gertie Pye ha messo
la sua bottiglia di latte al mio posto nel ruscello, ci pensi? Ora non le parlo più.”
Quando il signor Phillips andò in fondo all’aula per interrogare Prissy Andrews in latino, Diana sussurrò ad Anna:
“Quello è Gilbert Blythe, Anna. È quello seduto proprio dall’altra parte della tua fila. Guardalo e dimmi se non è bello.”
Perciò Anna guardò. Ebbe un’ottima occasione per farlo perché il su menzionato Gilbert Blythe era tutto intento a inchiodare furtivamente allo
schienale della sedia la lunga treccia bionda di Ruby Gillis, che sedeva di fronte a lui. Era un ragazzo alto con ricci castani, furbi occhi nocciola
e la bocca curvata in un sorriso accattivante. In quel momento Ruby Gillis si alzò per portare al maestro il risultato di un esercizio di aritmetica,
ma ricadde con un urletto sulla sedia, convinta che i capelli le fossero stati strappati fino alle radici. Tutti la guardarono e il signor Phillips la fissò
con tanta severità che Ruby si mise a piangere. Gilbert aveva fatto rapidamente sparire la puntina da disegno e studiava il suo libro di storia con
l’espressione più seria del mondo; ma quando tutto si calmò guardò Anna e le fece l’occhiolino con un’indescrivibile aria da buffone.
“Credo che il tuo Gilbert Blythe sia bello”, Anna confessò a Diana, “ma credo anche che sia uno sfacciato: non si fa l’occhiolino alle ragazze
estranee.”
Ma le cose cominciarono ad accadere sul serio solo al pomeriggio.
Il signor Phillips era in fondo per spiegare a Prissy Andrews un problema di algebra e il resto della scolaresca stava più o meno facendo quel che
voleva, mangiava mele verdi, chiacchierava, disegnava sulle lavagnette oppure faceva passeggiare su e giù per le file di banchi dei grilli legati al
guinzaglio. Gilbert Blythe stava tentando di far sì che Anna lo guardasse fallendo completamente, perché Anna in quel momento era totalmente
dimentica non solo di Gilbert Blythe, ma di anche di tutti gli altri alunni della scuola di Avonlea. Col mento tra le mani e gli occhi fissi sui bagliori
azzurri di quel che riusciva a scorgere dalla finestra a ovest del Lago delle Acque Scintillanti, era lontana in un meraviglioso paese di sogni e non
udiva e non vedeva null’altro che le proprie straordinarie fantasie.
Gilbert Blythe non era abituato a scomodarsi per farsi guardare da una ragazza e poi fallire. Quella ragazza, quell’Anna dai capelli rossi con quel
mento piccolo e appuntito e quei grandi occhi che nessun’altra ragazza della scuola di Avonlea aveva, doveva guardarlo.
Gilbert attraversò tutta la fila di banchi, afferrò la punta della lunga treccia di Anna poi, stendendo il braccio, disse in un soffio lacerante:
“Carote! Carote!”
E allora Anna gli lanciò uno sguardo vendicativo.
Fece più che guardarlo. Balzò in piedi, le sue splendenti fantasie crollate in rovine insanabili. Lanciò a Gilbert uno sguardo indignato con occhi i
cui lampi di rabbia si spensero rapidamente in lacrime altrettanto rabbiose.
“Tu, ragazzo cattivo e odioso!”, esclamò con fervore, “Come osi!”
E allora... BANG! Anna aveva abbassato la lavagnetta sulla testa di Gilbert e l’aveva spaccata – la lavagnetta, non la testa – proprio a metà.
Alla scuola di Avonlea ci si divertiva sempre con le scenate. Questa, poi era particolarmente spassosa. Tutti dissero “Oooooh!” con divertito orrore.
Diana sussultò. Ruby Gillis, che era sull’orlo di una crisi isterica, cominciò a piangere. Tommy Sloane si lasciò scappare tutta la sua muta di grilli
perché s’era messo a fissare a bocca aperta quella scena drammatica.
Il signor Phillips arrivò in fondo alla fila di banchi e afferrò con forza una spalla di Anna.
“Anna Shirley, che vuol dire questo?”, disse arrabbiato. Anna non rispose. Ci voleva un bel coraggio ad aspettarsi che dicesse davanti a tutta la
scuola che le avevano dato della “carota”. Fu Gilbert a parlare con risolutezza:
“È stata colpa mia, signor Phillips. Sono stato io a provocarla.”
Il signor Phillips non diede retta a Gilbert.
“Non mi fa piacere vedere un mio alunno far sfoggio di un così brutto carattere e di un tale spirito vendicativo”, disse in tono solenne, come se il
semplice fatto d’essere suoi allievi bastasse a sradicare le radici del male dal cuore di piccoli mortali imperfetti, “Anna, vai sulla pedana davanti
alla lavagna e restaci per tutto il pomeriggio.”
Anna avrebbe preferito essere picchiata che subire questa punizione davanti alla quale il suo animo sensibile tremava come davanti a una frusta.
Con volto pallido e ostinato ubbidì. Il signor Phillips prese un gessetto e scrisse sulla lavagna, sopra la sua testa:
“Ann Shirley ha un brutto carattere. Ann Shirley deve imparare a controllarsi”, e poi lo lesse ad alta voce, affinché tutti, anche gli alunni del primo
corso che ancora non sapevano leggere né scrivere, capissero.
Anna rimase tutto il pomeriggio sotto quella scritta. Non pianse né abbassò la testa. La rabbia era ancora troppo cocente nel suo cuore e la
sosteneva in quest’agonia di umiliazione. Con occhi carichi di risentimento e guance rosse di collera raccolse le occhiate comprensive di Diana, i
cenni indignati di Charlie Sloane e i sorrisetti maliziosi di Josie Pye. Per quanto riguarda Gilbert Blythe, lui non lo guardò. Non l’avrebbe guardato
mai più. E neppure gli avrebbe parlato.
Quando la scuola finì, Anna marciò via tenendo ben alta la sua testa rossa. Gilbert Blythe cercò d’intercettarla alla porta dell’atrio.
“Mi dispiace terribilmente, Anna, di averti preso in giro per i capelli”, le sussurrò contrito, “Davvero! Non essere arrabbiata con me per sempre!”
Anna si allontanò sdegnosa senza dar segno di averlo sentito. “Anna, come hai potuto?”, sibilò Diana, mentre si allontanavano, a metà tra il
rimprovero e l’ammirazione. Diana sentì che lei non sarebbe mai riuscita a resistere a una supplica di Gilbert.
“Non perdonerò mai Gilbert Blythe”, disse Anna risoluta, “e inoltre il signor Phillips ha scritto il mio nome senza la a alla fine. La spada ha trafitto
il mio animo, Diana.”
Diana non aveva la minima idea di cosa significasse tutto questo, ma capì che doveva essere qualcosa di terribile.
“Non devi badarci se Gilbert ti prende in giro per i capelli”, disse con dolcezza, “perché lui prende in giro tutte le ragazze. Prende in giro me perché
ho i capelli neri, mi ha chiamata corvo almeno una dozzina di volte. E non l’avevo mai sentito scusarsi per qualcosa prima d’ora.”
“C’è una differenza enorme tra l’essere chiamati corvo e l’essere chiamati carote”, disse Anna con profonda dignità, “Gilbert Blythe ha ferito i
miei sentimenti in modo esasperante, Diana.”
Forse tutta la faccenda avrebbe potuto essere spazzata via senza ulteriori inasprimenti se non fosse accaduto niente altro. Ma quando le cose
cominciano a capitare tendono a continuare.
Gli alunni della scuola di Avonlea spesso passavano l’ora di pranzo a raccogliere resina da masticare nel boschetto di abeti rossi, sopra la collina
e oltre il grande pascolo, del signor Bell. Da lì potevano tenere d’occhio la casa di Ebon Wright, dove era a pensione il signor Phillips. Quando
vedevano il signor Phillips uscirne tornavano di corsa a scuola; ma dal momento che la distanza che dovevano percorrere era circa tre volte la
lunghezza del vialetto del signor Wright, arrivavano sempre, sfiatati e ansanti, con quasi tre minuti di ritardo.
Il giorno seguente il signor Phillips fu preso da uno dei suoi spasmodici attacchi riformisti, e prima di andare a pranzo annunciò che si aspettava
di ritrovare tutti gli alunni al loro posto al suo ritorno. Ogni ritardatario sarebbe stato punito.
Tutti i ragazzi e qualche ragazza andarono come al solito al bosco di abeti rossi del signor Bell, e avevano tutte le intenzioni di restarci quel tanto
da “raccogliere qualcosa da masticare”. Ma i boschi di abeti rossi sono seducenti, e quelle gialle noci di resina affascinanti, e loro le raccolsero,
bighellonarono e vagabondarono in giro. Come al solito la prima cosa che fece loro tornare in mente lo scorrere del tempo fu Jimmy Glover che
gridava dalla cima di un vecchio e patriarcale abete rosso: “Arriva il maestro!”
Le ragazze, che erano a terra, partirono per prime e riuscirono a raggiungere l’edificio scolastico senza un secondo di ritardo. I ragazzi, che
dovettero scendere giù dagli alberi, arrivarono dopo, e Anna, che non aveva raccolto resina ma se n’era andata girellando tutta contenta ai margini
più estremi del bosco, canticchiando sommessamente immersa fino alla vita nelle felci fitte e con una pesante ghirlanda di orchidee selvatiche
in testa, come se fosse una qualche divinità silvana dei luoghi ombrosi, fu quella che arrivò più tardi di tutti. Però Anna correva veloce come
una gazzella, ed ebbe lo sconveniente risultato di raggiungere i maschi sulla porta ed entrare nell’edificio insieme a loro proprio mentre il signor
Phillips stava appendendo il cappello a posto.
La poca energia riformista del signor Phillips era esaurita. Non volle prendersi il disturbo di punire una dozzina di alunni, ma era necessario fare
qualcosa per salvare il suo orgoglio di uomo di parola, così si guardò in giro per cercare un capro espiatorio e lo trovò in Anna, che si era appena
buttata, senza fiato, sulla sedia e aveva dimenticato di togliere la ghirlanda di orchidee, che le pendeva di sbieco su un orecchio dandole un’aria
particolarmente dissoluta e arruffata.
“Anna Shirley, visto che sembri così interessata ai ragazzi, per questo pomeriggio verremo incontro ai tuoi gusti”, disse sarcastico, “Levati quei
fiori dai capelli e siediti accanto a Gilbert Blythe.”
Gli altri ragazzi repressero una risatina. Diana, impallidendo per la compassione, tolse la ghirlanda dai capelli di Anna e le strinse la mano. Anna
rimase pietrificata a guardare il maestro.
“Anna, hai sentito cosa ti ho detto?”, domandò severo il signor Phillips.
“Sì, signore”, disse lentamente Anna, “Ma non credevo che diceste sul serio.”
“Ti assicuro che parlo sul serio”, ancora quell’inflessione sarcastica che tutti i bambini, specialmente Anna, detestavano, perché li pungeva sul
vivo, “Ubbidisci immediatamente!”
Per un momento sembrò che Anna volesse disubbidire. Poi, comprendendo di non avere scelta, si alzò orgogliosamente, percorse tutta la fila di
banchi, si mise a sedere accanto a Gilbert Blythe e sprofondò il volto tra le braccia poggiate sul banco. Ruby Gillis, che aveva avuto modo di
scorgerne la faccia mentre Anna si sedeva, disse alle altre, mentre tornavano a casa da scuola: “Non avevo mai visto prima nulla di simile, era...
era pallidissima e aveva orribili macchioline rosse”.
Per Anna questo fu la fine di tutto. Già era brutto essere l’unica a venir punita in mezzo a una dozzina di colpevoli, ed era ancora più brutto doversi
sedere accanto a un ragazzo, ma che quel ragazzo fosse proprio Gilbert Blythe voleva dire aggiungere l’insulto all’offesa a un livello decisamente
insopportabile. Anna sentì che non l’avrebbe sopportato e che sarebbe stato inutile anche solo provarci. Tutto il suo essere ribolliva per la rabbia
e l’umiliazione.
All’inizio gli altri alunni guardarono, e mormorarono, e ridacchiarono, e si diedero gomitate. Ma Anna non alzò mai la testa, mentre Gilbert
lavorava alle sue frazioni come se tutto il suo spirito vi fosse totalmente assorbito, e dopo un po’ tutti tornarono ai loro compiti dimenticandosi di
Anna. Quando il signor Phillips chiamò il corso di storia Anna avrebbe dovuto seguirli, ma non si mosse, e il signor Phillips, che stava scrivendo
dei versi “A Priscilla” prima ancora di chiamare il corso, era ancora così preso da una rima ostinata che non se ne accorse. Così, mentre nessuno
guardava, Gilbert estrasse dal banco un dolcetto rosa a forma di cuore con su scritto, a lettere dorate, “sei dolce”, e lo lasciò scivolare sotto le
braccia di Anna. Quindi Anna si alzò, afferrò tra le dita, con cautela, il cuore rosa, lo gettò per terra, lo frantumò sotto i talloni, e poi tornò alla sua
posizione senza degnare Gilbert di un solo sguardo.
Alla fine delle lezioni Anna marciò fino al suo banco, raccolse con ostentazione tutto quello che c’era dentro, libri e scrittoio, penna e inchiostro,
vangelo e testo di aritmetica, e li impilò ordinatamente accanto alla lavagnetta spezzata.
“Perché porti a casa tutto, Anna?”, volle sapere Diana quando furono in strada. Non aveva osato domandarglielo prima.
“Non ci torno più a scuola”, disse Anna. Diana sussultò e fissò Anna per vedere se facesse sul serio.
“E Marilla ti permetterà di stare a casa?”, le chiese.
“Dovrà farlo”, disse Anna, “Non voglio mai più andare a scuola da quell’uomo!”
“Oh, Anna!”, Diana sembrò sul punto di scoppiare a piangere, “Sei cattiva. Cosa farò io? Il signor Phillips mi farà sedere vicino a quell’orribile
Gertie Pye, so che sarà così perché lei è seduta da sola. Anna, ripensaci!”
“Io farei quasi di tutto per te, Diana”, disse tristemente Anna, “Se fosse necessario mi lascerei fare a brandelli, per te. Ma non posso fare questo,
perciò non me lo chiedere. Mi strazi il cuore così!”
“Ma pensa a tutte le cose divertenti che ti perderesti”, piagnucolò Diana, “costruiremo una bellissima casetta vicino al ruscello. E la settimana
prossima giochiamo a palla e tu non hai mai giocato a palla, Anna. È terribilmente eccitante! E impareremo una nuova canzone... Jane Andrews
la sta provando adesso. E Alice Andrews ci porterà un nuovo libro di Pansy33 la prossima settimana, e lo leggeremo ad alta voce, capitolo dopo
capitolo, vicino al ruscello. E a te piace tanto leggere ad alta voce, Anna.”
Ma nulla poté smuovere Anna dalla sua posizione: ormai aveva deciso, non sarebbe più tornata a scuola dal signor Phillips. Lo disse a Marilla
quando tornò a casa.
“Sciocchezze”, disse Marilla.
“Non sono affatto sciocchezze”, disse Anna puntando Marilla con occhi solenni e risentiti, “Non capisci, Marilla? Sono stata insultata!”
“Insultata? Assurdo! Domani vai a scuola come al solito.”
“Oh, no”, Anna scosse la testa, “Non ci torno, Marilla. Studierò a casa, farò la brava e cercherò di stare zitta per tutto il tempo che mi sarà possibile,
ma ti assicuro che a scuola non ci torno.”
Marilla notò senza ombra di dubbio qualcosa di ostinatamente caparbio nel faccino di Anna, e comprese che sarebbe stata dura domarla, ma
saggiamente decise di non dire nulla sul momento. “Stasera passo a trovare Rachel”, pensò, “È inutile parlare con Anna adesso, è troppo agitata e
ho come l’idea che diventerebbe ancora più ostinata se le venisse in mente di farlo. Da quel che ho potuto capire da questa storia, il signor Phillips
ha avuto la mano pesante in questa faccenda. Ma è meglio non dirlo ad Anna. Ne parlerò con Rachel: lei ha mandato dieci figli a scuola, dovrebbe
capirne qualcosa. E poi a quest’ora saprà già tutto.”
Marilla trovò la signora Lynde che sferruzzava trapunte allegramente e alacremente, come al solito.
“Saprai già perché sono venuta”, disse vergognandosi un po’.
La signora Rachel annuì.
“Scommetto che è per quel pasticcio di Anna in classe”, disse, “Ho incontrato Tillie Boulter che tornava da scuola, me ne ha parlato lei.”
“Non so che fare”, disse Marilla, “dice che non tornerà a scuola. Non ho mai visto un bambino così agitato. Mi aspettavo problemi fin dal suo
primo giorno di scuola, sapevo che le cose erano andate troppo lisce finora. È così tesa! Rachel, che cosa mi consigli di fare?”
“Be’, dal momento che mi hai chiesto consiglio”, disse la signora Lynde con benevolenza -lei adorava che le si chiedessero consigli, “per il
momento l’asseconderei, ecco quel che farei io. Credo che il signor Phillips abbia avuto torto. Ovviamente questo non bisognerà mai dirlo ai
bambini. Certo, ieri ha fatto bene a punirla per il suo scoppio d’ira, ma oggi era diverso. Ecco, anche gli altri ritardatari avrebbero dovuto essere
puniti come Anna. E non credo che far sedere le ragazze accanto ai ragazzi sia una buona punizione. È sconveniente! Tillie Boulter era così
indignata. Lei è dalla parte di Anna e dice che lo sono anche tutti gli altri alunni. In qualche modo Anna sembra essere molto popolare tra loro. Non
avrei mai pensato che potesse inserirsi così bene.”
“Allora pensi davvero che dovrei lasciarla rimanere a casa?”, disse Marilla stupefatta.
“Sì. E non le parlerei più della scuola fin quando non lo farà lei stessa. Se fai così fra una settimana si calmerà e sarà pronta a tornare di sua
spontanea volontà, mentre se cerchi di costringerla Dio solo sa che capricci o accessi si farà venire la prossima volta e combinerà ancor più guai.
Secondo me, meno confusione si fa meglio è. Per quanto le durerà, non perderà nulla non andando a scuola. Il signor Phillips non è affatto un buon
insegnante. Il modo in cui tiene l’ordine è scandaloso, e trascura sempre i più piccoli per seguire gli studenti più grandi che prepara per la Queen’s.
Non sarebbe stato confermato un altro anno in quella scuola se suo zio non fosse stato un amministratore... anzi l’amministratore, dal momento
che mena per il naso anche gli altri due. Non so che fine stia facendo l’educazione in quest’isola!”
La signora Rachel scosse la testa, come per dire che se fosse stata lei a capo del sistema educativo della provincia le cose sarebbero andate
decisamente meglio.
Marilla seguì il consiglio della signora Rachel e non disse più nulla ad Anna sulla faccenda del ritorno a scuola. Lei studiò a casa, svolse le
faccende e giocò con Diana nei freddi e purpurei crepuscoli autunnali; ma quando incontrava Gilbert Blythe, per strada o alla scuola domenicale,
lo superava con gelido disprezzo che lui non riusciva minimamente a sciogliere neppure con tutto il suo evidente desiderio di ammansirla. Ogni
sforzo di Diana di fare da paciere fallì. Anna era decisa: avrebbe odiato Gilbert Blythe fino alla fine dei suoi giorni!
E quanto detestava Gilbert, tanto amava Diana, con tutto l’affetto di cui il suo piccolo cuore appassionato era capace, egualmente intenso in
simpatie e antipatie. Una sera Marilla, mentre tornava dal frutteto con un cestino di mele, trovò Anna seduta da sola alla finestra di est, nella
penombra, che piangeva penosamente.
“Che c’è adesso, Anna?”, le domandò.
“È per Diana”, singhiozzò copiosamente Anna, “le voglio tanto bene, Marilla. Non posso vivere senza di lei. Ma so bene che quando cresceremo
Diana si sposerà, se ne andrà e mi lascerà. E allora io che farò? Odio suo marito... lo odio furiosamente. Mi sono immaginata tutto... il matrimonio
e tutto il resto... Diana vestita con abiti bianchi come la neve, con un velo, bella e altera come una regina; e io che faccio la damigella, pure io con
bei vestiti, e le maniche a sbuffo, ma con un cuore infranto sotto il sorriso. E poi dico addio e Diana e... e...”, e qui Anna ricominciò a piangere,
sempre più penosamente.
Marilla si allontanò immediatamente per nascondere il volto contratto, ma fu inutile: crollò sulla sedia più vicina e proruppe in uno scoppio di
risate così sincero e insolito che Matthew, che stava attraversando il cortile, si fermò scombussolato. Quando mai aveva sentito Marilla ridere così
prima d’ora?
“Be’, Anna Shirley”, disse Marilla appena fu di nuovo in grado di parlare, “se devi darti pena per qualcosa, per amor del cielo, fallo in una casa
più comprensiva. Credo che tu abbia troppa immaginazione, poco ma sicuro.”

3 3 Pansy, pseudonimo di Isabella Macdonald Alden (1841-1930), scrittrice nordamericana (NDT)


Capitolo 16 – Diana è invitata a un tè con tragici risultati

Ottobre fu un bel mese ai Tetti Verdi, quando le betulle della valle diventarono dorate come la luce del sole, gli aceri dietro al frutteto furono di un
regale cremisi e i ciliegi selvatici del viale mandavano splendide ombre rosso cupo e verde bronzo, mentre i campi si crogiolavano al sole.
Anna si godeva quel mondo di colori intorno a lei.
“Oh, Marilla”, esclamò un sabato mattina mentre arrivava danzando con le braccia piene di rami sgargianti, “Sono così felice di vivere in un
mondo dove ci sia il mese di ottobre! Sarebbe terribile saltare da settembre a novembre, no? Guarda questi rami d’acero. Non ti fanno venire i
brividi? Tanti brividi? Ci decorerò la mia stanza.”
“Quanta confusione”, disse Marilla, il cui senso estetico non si era sviluppato di una virgola, “Anna, non fai che ammassare la tua stanza di roba
che viene da fuori. Le stanze da letto sono fatte per dormirci.”
“E anche per sognarci, Marilla. E sai che si sogna molto meglio in una stanza piena di cose belle. Metterò questi rami in quella caraffa blu e poi
la sistemo sul mio tavolo.”
“Allora sta’ attenta a non far cadere le foglie sulle scale. Questo pomeriggio vado a Carmody a una riunione delle Dame di Carità, Anna, e non
tornerò prima che faccia buio. Dovrai preparare tu la cena per Matthew e Jerry, quindi non dimenticarti un’altra volta di mettere in infusione il tè
prima di sederti a tavola.”
“È stato terribile da parte mia dimenticarmene”, si scusò Anna, “ma era il giorno in cui stavo pensando al nome per la Vallata Violetta e questo
ha allontanato dalla mia mente ogni altro pensiero. Matthew è stato bravo, non mi ha sgridato ma si è preparato il tè da solo e ha detto che non
importava se aspettavamo un po’. E mentre aspettavamo gli ho raccontato una bellissima fiaba, così non gli è sembrato di aspettare tanto. Era una
fiaba splendida, Marilla. Non mi ricordavo il finale, così me ne sono inventato uno io e Matthew ha detto che non si capiva davvero dove fosse il
punto da cui non mi ricordavo più.”
“Anna, a Matthew andrebbe bene anche se a te venisse in mente di preparare la cena nel cuore della notte. Ma stavolta cerca di stare più attenta. E...
non sono certa di far bene, potresti diventare anche più sventata del solito... puoi chiedere a Diana di venire qui a passare il pomeriggio e prendere
il tè insieme.”
“Oh, Marilla!”, Anna batté le mani, “Che cosa fantastica! Allora dopotutto sei capace di immaginare qualcosa, altrimenti non avresti mai capito
quanto desideravo una cosa del genere. Sarà così bello e da grandi. Non temere, non dimentico di mettere in infusione il tè quando sono in
compagnia. Oh, Marilla, posso usare il servizio da tè con i tralci di rose?”
“No davvero! Il sevizio da tè con le rose! E poi che altro? Sai bene che uso quel servizio solo per il ministro e per le Dame di Carità. Userai il
vecchio servizio marrone. Ma puoi aprire il vasetto giallo con la marmellata di ciliege. Tanto ormai è tempo di consumarla... credo che sia pronta.
E puoi servire un po’ di torta alla frutta e prendere qualche biscotto e qualche croccante.”
“Riesco proprio a immaginarmi seduta a capotavola che verso il tè”, disse Anna chiudendo gli occhi in estasi, “e chiedo a Diana se vuole lo
zucchero! So che non lo vuole ma glielo chiederò come se non lo sapessi. E poi insisterò perché prenda un’altra fetta di torta alla frutta e un’altra
porzione di marmellata. Oh, Marilla, è una sensazione meravigliosa se ci penso. Posso portarla nella stanza degli ospiti a posare il cappello quando
viene? E poi a sedere in salotto?”
“No. Il soggiorno andrà più che bene per te e per la tua amica. Però c’è una bottiglia mezza piena di cordiale al lampone avanzata l’altra sera
dalla riunione della congregazione. È nel secondo scaffale del mobile del soggiorno, tu e Diana potete prenderlo se vi va, e anche un biscotto da
mangiarci vicino al pomeriggio, credo che Matthew farà tardi per il tè dal momento che sta mettendo le patate nei barili.”
Anna volò giù nella valle, oltre la Bolla della Driade e su per il sentiero di abeti rossi verso il Pendio del Frutteto per invitare Diana a prendere il
tè. Quindi, proprio dopo che Marilla era partita per Carmody, Diana arrivò, con indosso il suo secondo miglior vestito esattamente come si addice
a chi sia invitato a un tè. In altre occasioni sarebbe corsa in cucina senza bussare, ma ora bussò contegnosamente alla porta principale. E quando
Anna, anche lei con indosso il suo secondo miglior vestito, aprì la porta con altrettanto contegno, entrambe le bambine si strinsero austeramente
la mano come se non si fossero mai incontrate prima. Questa innaturale solennità durò finché Diana non fu portata a levarsi il cappello alla soffitta
di est ed entrambe non rimasero sedute per dieci minuti, i piedi a posto, in soggiorno.
“Come sta sua madre?”, s’informò gentilmente Anna, come se lei quel mattino non avesse visto la signora Barry, perfettamente in salute e di umore
eccellente, che coglieva mele.
“Sta ottimamente, la ringrazio. Immagino che il signor Cuthbert stia mettendo le patate nei barili questo pomeriggio, vero?”, disse Diana, che
quella mattina era andata dal signor Harmond Andrews sul calesse di Matthew.
“Sì, il nostro raccolto di patate è molto buono quest’anno. Spero che anche il raccolto di suo padre sia buono.”
“È piuttosto buono, grazie. E lei ha già raccolto molte mele?”
“Sì, tantissime”, disse Anna dimenticandosi di essere dignitosa e balzando rapida in piedi, “andiamo nel frutteto a prendere un po’ di quelle rosse e
dolci, Diana. Marilla dice che possiamo prendere tutte quelle rimaste sull’albero. Marilla è una donna generosissima, dice che possiamo prendere
la torta alla frutta e la marmellata di ciliege per il tè. Ma non è educato dire agli ospiti cosa gli si offrirà da mangiare. Perciò non ti dico cos’ha
detto che possiamo bere. Solo che comincia con C e L ed è di colore rosso brillante. Mi piacciono le cose rosse e brillanti, a te no? Sono due volte
più buone di quelle di altri colori.”
Il frutteto, con i suoi enormi rami che si curvavano a terra sotto il peso dei frutti, si rivelò così delizioso che le bambine ci passarono quasi tutto il
pomeriggio, sedute in un angolo erboso dove il gelo aveva risparmiato il verde e la pastosa luce del sole d’autunno indugiava calda. Mangiavano
mele e parlavano strenuamente. Diana aveva tanto da raccontare ad Anna su quel che succedeva a scuola. Aveva dovuto sedersi vicino a Gertie
Pye, ed era una cosa che detestava; Gertie faceva sempre scricchiolare la matita e questo a Diana faceva raggelare il sangue; Ruby Gillis si era
incredibilmente sbarazzata di tutte le sue verruche, quant’è vero che sei viva, grazie a un ciottolo magico che le aveva dato la vecchia Mary
Joe della Valle. Bisognava sfregare il ciottolo sulla verruca, poi gettarlo dietro la spalla sinistra in una notte di luna nuova e la verruca spariva.
Qualcuno aveva scritto sul muro del portico il nome di Charlie Sloane insieme a quello di Em White e lei si era arrabbiatissima; Sam Boulter
era stato “sgarbato” col signor Phillips in classe e il signor Phillips l’aveva battuto e il papà di Sam era venuto a scuola e aveva sfidato il signor
Phillips ad alzare ancora le mani su uno dei suoi figli; e Mattie Andrews aveva una nuova mantella rossa e uno scamiciato blu con i tasselli, e le arie
che si dava quando se li metteva erano assolutamente disgustose; e Lizzie Wright non parlava più con Mamie Wilson perché la sorella maggiore
di Mamie Wilson aveva fatto separare dal suo bello la sorella maggiore di Lizzie Wright; e Anna mancava a tutti e tutti volevano che tornasse a
scuola; e Gilbert Blythe...
Ma Anna non volle sentire niente su Gilbert Blythe. Si alzò in gran fretta e disse che forse era ora di rientrare e prendere un po’ di cordiale al
lampone.
Anna andò a guardare sul secondo scaffale della dispensa del soggiorno, ma lì non c’era nessuna bottiglia di cordiale al lampone. Le ricerche
rivelavano che era sul primo scaffale. Anna la mise su un vassoio e la portò a tavola assieme a un bicchiere largo.
“Serviti pure, Diana”, disse con gentilezza, “Io non credo che ne prenderò adesso. Non mi va dopo tutte quelle mele.”
Diana si riempì il bicchiere, guardò ammirata quella luminosa tinta rossa, e poi sorseggiò con grazia.
“È un cordiale al lampone terribilmente buono, Anna”, disse, “Non sapevo che i cordiali al lampone fossero così buoni.”
“Sono proprio contenta che ti piaccia. Prendine pure quanto ne vuoi. Io scappo un attimo ad accendere il fuoco. Quante responsabilità si hanno
quando bisogna badare alla casa, vero?”
Quando Anna tornò dalla cucina Diana stava bevendo il suo secondo bicchiere di cordiale e non fece alcuna obiezione a berne un terzo. I bicchieri
erano riempiti con generosità e il cordiale ai lamponi era sicuramente molto buono.
“Il più buono che abbia mai bevuto”, disse Diana, “È molto più buono di quello che fa la signora Lynde, anche se lei se ne vanta tanto. Questo ha
un sapore molto migliore del suo.”
“Sì, credo anch’io che il cordiale di lamponi di Marilla debba essere migliore di quello della signora Lynde”, disse Anna con lealtà, “Marilla è
una cuoca famosa. Sta cercando di insegnarmi a cucinare ma ti assicuro, Diana, è un lavoro faticosissimo. C’è così poco spazio per la fantasia,
in cucina! Devi solo seguire le regole. L’ultima volta che ho provato a fare una torta ho dimenticato di metterci la farina. Stavo pensando a una
bellissima storia su te e me, Diana. Stavo pensando che tu ti eri terribilmente ammalata di vaiolo e tutti ti abbandonavano, ma io coraggiosamente
mi avvicinavo al tuo letto e ti curavo e ti guarivo, ma poi mi prendevo io il vaiolo e morivo e venivo seppellita sotto quei pioppi nel cimitero, e
tu piantavi una rosa vicino alla mia tomba e l’annaffiavi con le tue lacrime. E non avresti mai, mai dimenticato l’amica di gioventù che aveva
sacrificato la sua vita per te. Oh, Diana, era una storia così patetica. Mentre mescolavo l’impasto mi scendevano le lacrime sulle guance. Ma
ho dimenticato la farina e la torta è stata un triste fallimento. La farina nelle torte è essenziale, lo sai. Marilla era molto arrabbiata e non me ne
meraviglio. La metto a dura prova, io. La settimana scorsa si è molto mortificata per via della salsa per il pasticcio. Martedì a pranzo abbiamo avuto
pasticcio di prugne ed erano avanzati metà budino e un bricco di salsa. Marilla pensava che bastasse per un altro pranzo e mi ha detto di coprirlo
e di riporlo in dispensa. Volevo davvero coprirlo, Diana, ma mentre lo portavo ho cominciato a immaginare di essere una suora – naturalmente io
sono protestante, però immaginavo di essere cattolica – e prendevo il velo per seppellire un cuore spezzato in un isolamento claustrale. E così mi
sono dimenticata di coprire la salsa del pasticcio. Mi è venuto in mente il mattino dopo e sono corsa alla dispensa. Diana, immaginati il mio orrore
quando ho visto un topo annegato nella salsa! Ho tirato su il topo con un cucchiaio e sono andata a buttarlo in cortile, e poi ho lavato il cucchiaio
tre volte. Marilla era fuori a mungere e io avevo davvero l’intenzione di chiederle se potevo dare la salsa ai maiali; ma quando è tornata io stavo
immaginando di essere una fata dei ghiacci e me andavo per il bosco a far diventare gli alberi rossi e gialli e tutto quel che volevano, così non ho
più pensato alla salsa del pasticcio e Marilla mi ha mandato a raccogliere le mele. Bene, quel mattino sono venuti qui il signore e la signora Ross
da Spencervale. Sai che sono persone piene di buon gusto, specialmente la signora Chester Ross. Quando Marilla mi ha chiamato per il pranzo era
tutto pronto e tutti erano già a tavola. Io cercavo di essere più gentile e dignitosa che mai perché volevo che la signora Rachel Ross mi considerasse
una signorinetta educata anche se non sono carina. Tutto è andato bene finché non ho visto Marilla arrivare con il pasticcio di prugne in una mano e
il bricco con la salsa scaldata nell’altra. Diana, è stato un momento terribile. Mi sono ricordata tutto e sono saltata in piedi strillando ‘Marilla, non
devi usare quella salsa. C’era un topo annegato dentro. Mi sono dimenticata di dirtelo prima’. Oh, Diana, non scorderò mai quel momento terribile,
neppure se dovessi vivere altri cent’anni. La signora Chester Ross mi ha solo guardato ma io avrei voluto sprofondare dalla mortificazione. Lei
è una massaia perfetta e immagina cosa deve aver pensato di noi. Marilla era diventata rossa come il fuoco ma non ha detto una parola... in quel
momento. Si è limitata a portar via il pasticcio di prugne e la salsa e a tornare con della confettura di fragole. Me ne ha pure offerto un po’, ma io
non riuscivo a mandar giù neanche un boccone. Mi stava ripagando il male col bene e io mi sentivo in colpa. Dopo che la signora Chester Ross se
n’era andata Marilla mi ha fatto una sgridata tremenda. Che c’è, Diana? Qualcosa non va?”
Diana si era alzata in piedi malferma e poi era tornata a sedersi portandosi le mani alla testa.
“Io... mi sento malissimo”, disse con voce un po’ impastata, “io... devo... devo tornarmene a casa.”
“Oh, non sognarti neppure di tornare a casa senza aver preso il tè”, esclamò Anna preoccupata, “vado a prenderlo subito... vado e lo metto qui in
un minuto.”
“Devo andare a casa”, ripeté Diana, intontita ma ostinata.
“Lascia che ti offra qualcosa da mangiare”, implorò Anna, “posso darti un po’ di torta di frutta e della marmellata di ciliege. Sdraiati un po’ sulla
poltrona e ti sentirai meglio. Dove ti fa male?”
“Devo andare a casa!”, disse Diana, e questo era tutto quel che avrebbe detto. Anna implorò inutilmente.
“Non ho mai sentito di un’invitata tornarsene a casa senza aver preso il tè”, si lamentò, “Oh, Diana, pensi che sia possibile che tu ti sia presa
davvero il vaiolo? Se stai male ti curerò io, ci puoi contare. Non ti abbandonerò mai. Però vorrei che tu rimanessi almeno a prendere il tè. Dove ti
fa male?”
“Mi gira terribilmente la testa”, disse Diana.
E in effetti camminava anche barcollando. Anna, con lacrime di delusione, prese il suo cappello e l’accompagnò fino al cancello del cortile dei
Barry. Poi pianse per tutta la via di ritorno ai Tetti Verdi dove, tristemente, rimise a posto nella credenza quel che rimaneva del cordiale ai lamponi.
Poi andò a preparare il tè per Matthew e Jerry anche se aveva perso entusiasmo per tutta la faccenda.
Il giorno dopo era domenica e visto che piovve a catinelle dall’alba al tramonto Anna non si mosse dai Tetti Verdi. Lunedì pomeriggio Marilla
mandò Anna dalla signora Lynde per una commissione. Un brevissimo lasso di tempo dopo Anna ritornò di corsa lungo il sentiero con le lacrime
che le rotolavano giù dalle guance. Si precipitò in cucina e si lanciò faccia in giù sulla poltrona in preda alla disperazione.
“Cos’è andato storto adesso, Anna?”, domandò Marilla dubbiosa e preoccupata, “Spero che tu non sia stata di nuovo sgarbata con la signora
Lynde.”
Nessuna risposta da parte di Anna, se non ancora più lacrime e singhiozzi.
“Anna Shirley, quando ti faccio una domanda esigo che tu mi risponda. Mettiti subito a sedere e dimmi perché stai piangendo.”
Anna si mise a sedere: era la tragedia in persona!
“La signora Lynde ha incontrato la signora Barry oggi, e la signora Barry era in un pessimo stato”, gemette, “dice che sabato ho fatto ubriacare
Diana e l’ho mandata a casa in condizioni vergognose. E dice che devo essere una bambina decisamente cattiva e lei non permetterà mai, mai più
a Diana di giocare con me. Oh, Marilla, sono sopraffatta dal dolore.”
Marilla la fissò sconvolta.
“Fatto ubriacare Diana!”, disse quando ritrovò la voce, “Anna, tu o la signora Barry siete per caso impazzite? Che accidenti le hai fatto bere?”
“Solo il cordiale ai lamponi”, singhiozzò Anna, “Non pensavo che il cordiale ai lamponi facesse ubriacare la gente, Marilla... neppure se ne bevono
tre bicchieroni pieni come ha fatto Diana. Oh, sembra così... così... come il marito della signora Thomas. Ma io non intendevo farla ubriacare.”
“Ubriacare un corno!”, disse Marilla raggiungendo la dispensa del soggiorno a passo di marcia. Lì sullo scaffale c’era una bottiglia che lei subito
riconobbe: era un vino di ribes fatto in casa, invecchiato tre anni, per cui era celebre in tutta Avonlea, anche se certe persone più austere, il signor
Barry tra queste, lo disapprovavano fortemente. Nello stesso istante Marilla ricordò di aver messo la bottiglia di cordiale ai lamponi in cantina, e
non in dispensa come aveva detto ad Anna.
Tornò in cucina con la bottiglia in mano, il volto contratto suo malgrado.
“Anna, di sicuro tu hai un gran talento per cacciarti nei guai. Hai dato a Diana vino di ribes invece del cordiale ai lamponi. Non hai sentito la
differenza?”
“Io non l’ho assaggiato”, disse Anna, “Pensavo fosse il cordiale. Volevo solo... solo essere ospitale. Diana si è sentita terribilmente male e se n’è
andata a casa. La signora Barry ha detto alla signora Lynde che era semplicemente ubriaca persa. Rideva come una scema quando la mamma le
ha chiesto che avesse e se n’è andata a dormire e ha dormito per ore. Sua mamma le ha annusato l’alito e ha capito che era ubriaca. Ha avuto uno
spaventoso mal di testa per tutta la giornata di ieri. La signora Barry è indignata, non crederà mai che non l’ho fatto apposta.”
“Io credo che farebbe meglio a punire Diana per essere stata così ingorda da bere tre bicchieri pieni di qualsiasi cosa”, disse, brusca, Marilla,
“Tre di questi grossi bicchieri pieni l’avrebbero fatta star male anche se fosse stato solo cordiale. Bene, questa storia darà un bello spunto a quelli
che ce l’hanno con me per il mio vino di ribes, anche se non lo faccio più da tre anni perché ho saputo che il ministro non lo approvava. Tengo la
bottiglia solo come medicinale. Su, su, bambina, non piangere. Non riesco a vedere dove sia la tua colpa, anche se mi dispiace molto per quel che
è accaduto.”
“Io devo piangere”, disse Anna, “Il mio cuore è spezzato. Le stelle nel loro corso mi sono ostili, Marilla. Io e Diana verremo separate per sempre.
Oh, Marilla, non me l’aspettavo proprio quando ci siamo scambiate i nostri voti di amicizia.”
“Non essere sciocca, Anna. La signora Barry ci ripenserà quando saprà che non è stata colpa tua. Immagino che creda che l’hai fatto per un qualche
stupido scherzo o cose simili. Perciò stasera farai meglio ad andare a dirle come stanno le cose.”
“Il coraggio mi vien meno al pensiero di dover fronteggiare l’offesa madre di Diana”, sospirò Anna, “Vorrei che ci andassi tu, Marilla. Sei tanto
più dignitosa di me. È facile che ti ascolti prima di quanto farebbe con me.”
“D’accordo, lo farò”, disse Marilla riflettendo che forse fosse la mossa più saggia, “Ma non piangere più, Anna. Andrà tutto bene.”
Ma quando Marilla tornò dal Pendio del Frutteto aveva cambiato idea sul fatto che le cose potessero andar bene. Anna stava aspettando il suo
ritorno e corse ad accoglierla alla porta d’ingresso.
“Marilla, dalla tua faccia vedo che è stato tutto inutile”, disse tristemente, “La signora Barry non mi perdona, vero?”
“Oh, la signora Barry!”, scattò Marilla, “Di tutte le donne irragionevoli che ho mai conosciuto lei è la peggiore. Le ho detto che è stato un errore e
che non era colpa tua, ma lei non ha voluto credermi. E continuava a insistere sul mio vino di ribes e sul fatto che io avevo sempre detto che non
poteva avere il minimo effetto su nessuno. Io le ho detto chiaramente che il vino di ribes non è fatto perché se ne bevano tre bicchieroni pieni e
che se un bambino in mia custodia fosse così ingordo lo raddrizzerei io con una bella sculacciata.”
Marilla, pesantemente irritata, guizzò in cucina lasciandosi alle spalle, nell’ingresso, un’anima assorta. Allora Anna, a testa nuda, uscì nel freddo
crepuscolo autunnale. Ferma e determinata, s’incamminò attraverso il campo di trifogli avvizziti, oltre il ponte di tronchi e il bosco di abeti rossi,
illuminata dalla pallida luce della luna bassa al di sopra dei boschi a ovest. Quando venne ad aprire ai timidi colpi sulla porta, la signora Barry si
trovò sui gradini d’ingresso una piccola supplice dalle labbra bianche e gli occhi ardenti.
Il suo volto si fece duro. La signora Barry era una donna con molti pregiudizi e antipatie e la sua rabbia era fredda e ostinata, che è sempre la
più difficile da controbattere. A sua discolpa c’è da dire che lei era davvero convinta che Anna avesse fatto ubriacare Diana per pura inclinazione
maligna, ed era onestamente ansiosa di mettere al sicuro la sua figlioletta dal contagio di ulteriori incontri con una bambina del genere.
“Che cosa vuoi?”, disse brusca.
Anna giunse le mani.
“Oh, signora Barry, vi prego, perdonatemi. Io non volevo... avvelenare Diana! Come avrei potuto? Immaginate di essere una povera orfanella
adottata da brave persone che non ha al mondo che un’amica del cuore. Pensate davvero che l’avvelenerebbe di proposito? Io pensavo che fosse
solo cordiale ai lamponi. Ero fermamente convinta che fosse cordiale ai lamponi. Vi prego, non dite che non permetterete più a Diana di giocare
con me. Se lo farete, coprirete la mia vita con un’oscura nube di dolore.”
Questo discorso avrebbe intenerito il cuore della signora Lynde in un batter d’occhio, ma sulla signora Barry ebbe l’unico l’effetto d’irritarla
ancora di più. Lei trovava sospetti i paroloni e i gesti drammatici di Anna e immaginò che la bambina si stesse prendendo gioco di lei. Perciò disse
solo, fredda e crudele:
“Non credo che tu sia una compagnia adatta per Diana. Farai meglio a tornartene a casa e a comportarti bene.”
Le labbra di Anna tremarono.
“Non mi farete vedere Diana neppure per dirle addio?”, implorò.
“Diana è a Carmody con suo padre”, disse rincasando e chiudendo la porta.
Anna tornò disperata alla calma dei Tetti Verdi.
“La mia ultima speranza è svanita”, disse a Marilla, “Sono stata su dalla signora Barry e lei mi ha trattato in maniera offensiva, Marilla. Non credo
che sia una donna molto educata. Non mi rimane altro da fare che pregare e sperare che serva a qualcosa, Marilla, perché penso che neanche il
Buon Dio possa farci molto con una persona ostinata come la signora Barry.”
“Anna, non dovresti dire queste cose”, la rimbrottò Marilla, ancora una volta lottando per sopraffare quell’empia tendenza alla risata che, con sua
grande preoccupazione, le cresceva dentro. E in realtà, quando quella sera raccontò a Matthew tutta la storia, rise di cuore delle tribolazioni di
Anna.
Ma quando poi, prima di andare a letto, scivolò nella soffitta di est e vide che Anna, addormentata, aveva pianto fino allo sfinimento, un’insolita
tenerezza si fece strada sul suo volto.
“Povera animuccia”, mormorò scostando un ricciolo ribelle dal volto rigato di lacrime della bambina. Poi si chinò a baciare quel volto arrossato
sul cuscino.
Capitolo 17 – Un nuovo interesse nella vita

Il pomeriggio seguente Anna, curva sul suo patchwork vicino alla finestra della cucina, guardò fuori e vide Diana accanto alla Bolla della Driade
che faceva segnali misteriosi. In un batter d’occhio Anna uscì di casa e schizzò nella valle, lo stupore e la speranza lottavano nei suoi occhi
espressivi. Ma la speranza svanì quando vide l’aria abbattuta di Diana.
“Tua mamma non si è addolcita?”, annaspò.
Diana scosse tristemente la testa.
“No; e, oh, Anna, dice che non dovrò mai più giocare con te. Ho pianto e pianto, e le ho detto che non è stata colpa tua, ma è stato inutile. Ci ho
messo tanto tempo per convincerla a lasciarmi venire qui per dirti addio. Ha detto che posso restare solo dieci minuti, e sta controllando il tempo
sull’orologio.”
“Dieci minuti sono pochi per dirsi addio per sempre”, disse Anna in lacrime, “Oh, Diana, mi prometti lealmente di non dimenticarti mai di me, la
tua amica di gioventù, non importa quante care amiche ti abbracceranno poi?”
“Lo farò”, singhiozzò Diana, “e non avrò neanche un’altra amica del cuore... non la voglio. Non potrò voler bene a nessun’altra quanto ne voglio
a te!”
“Oh, Diana”, strillò Anna giungendo le mani, “tu mi vuoi bene?”
“Ma certo! Non lo sapevi?”
“No”, Anna trasse un profondo sospiro, “Pensavo di piacerti, naturalmente, ma non avevo mai osato sperare che mi volessi bene. Perché, Diana,
pensavo che nessuno potesse volermi bene. Da che ricordo nessuno mi ha mai voluto bene. Oh, è meraviglioso! È un raggio di luce che illuminerà
per sempre l’oscurità del sentiero che mi separa da te. Oh, Diana, dillo una volta ancora!”
“Ti voglio bene devotamente, Anna”, disse Diana con fermezza, “e lo farò per sempre, stanne certa.”
“E io vorrò per sempre bene a voi, Diana”, disse Anna tendendole solennemente la mano, “negli anni a venire il vostro ricordo brillerà come una
stella sulla mia vita solitaria, come dice l’ultima storia che abbiamo letto insieme. Diana, nel separarci mi dareste una ciocca della vostra treccia
color giaietto da conservare per sempre come un tesoro?”
“Hai qualcosa con cui tagliarla?”, s’informò Diana, tornando pratica mentre si asciugava le lacrime che le parole commosse di Anna avevano fatto
sgorgare.
“Sì, per caso ho le mie forbici da patchwork nella tasca del grembiule”, disse Anna. Solennemente recise un ricciolo dei capelli di Diana, “Addio,
carissima amica mia. Da qui in poi dovremo essere come estranee pur vivendo fianco a fianco. Ma il mio cuore vi sarà per sempre fedele.”
Anna rimase a guardare Diana che si allontanava, agitandole tristemente la mano quando lei si voltò. Poi per il momento tornò a casa, e non si sentì
consolata neppure un po’ da questo romantico addio.
“È finita”, informò Marilla, “Non avrò mai più un altro amico. Mi sento davvero peggio che mai, perché adesso non ho neppure Katie Maurice e
Violetta. E anche se le avessi non sarebbe lo stesso. In un certo senso le bambine immaginarie non sono appaganti come i veri amici. Io e Diana
ci siamo dette un addio così commovente vicino alla sorgente. Rimarrà per sempre sacro nei miei ricordi. Ho usato il linguaggio più patetico che
riuscissi a pensare e ho detto ‘voi’ e ‘vostro’. ‘Voi’ e ‘vostro’ sembra tanto più romantico di ‘tu’. Diana mi ha dato una ciocca di capelli, io la cucirò
in una borsetta e la porterò appesa al collo per tutto il resto della mia vita. Per piacere, fa’ che venga seppellita con me, perché non credo che vivrò
ancora a lungo. Forse quando mi vedrà giacerle davanti fredda e morta la signora Barry proverà rimorso per quello che ha fatto e permetterà a
Diana di venire al mio funerale.”
“Non credo che ci sia da temere che tu muoia di dolore, Anna, finché riesci a parlare così tanto”, disse Marilla senza neppure un po’ di comprensione.
Il lunedì seguente Anna sorprese Marilla uscendo dalla sua stanza con la cesta dei libri tra le braccia e le labbra atteggiate a un’espressione
determinata.
“Torno a scuola”, annunciò, “È tutto ciò che mi rimane in questa vita, dopo che la mia amica mi è stata crudelmente strappata. A scuola posso
guardarla e meditare sui giorni passati.”
“Farai meglio a meditare sui compiti e l’aritmetica”, disse Marilla nascondendo la sua allegria per questo sviluppo della situazione, “Se torni a
scuola spero di non dover sentire più di lavagnette spaccate in testa agli altri e cose del genere. Comportati bene e fa’ quello che il tuo insegnante
ti dice di fare.”
“Cercherò d’essere un’alunna modello”, concordò addolorata Anna, “Mi aspetto che non ci sia nulla da divertirsi. Il signor Phillips dice che Minnie
Andrews è un’alunna modello e lei non ha un briciolo di fantasia o di vitalità. È solo monotona e noiosa e sembra non divertirsi mai. Ma sono così
depressa che forse mi sarà facile essere così anch’io. Prendo la strada lunga, non potrei sopportare di passare per il Sentiero delle Betulle da sola,
piangerei lacrime amare se lo facessi.”
Anna fu riaccolta a scuola a braccia aperte. La sua fantasia era profondamente mancata nei giochi, la sua voce nel canto e la sua abilità drammatica
nelle letture ad alta voce dei libri a ora di pranzo. Ruby Gillis le passò di nascosto tre piume blu durante la lettura del Vangelo; Ella May MacPherson
le diede un’enorme viola del pensiero gialla ritagliata dalla copertina di un catalogo di fiori, un ornamento per il banco molto apprezzato nella
scuola di Avonlea. Sophia Sloane si offrì di insegnarle un nuovo elegantissimo motivo di merletto fatto a maglia, perfetto per gli orli dei grembiuli.
Katie Boulter le diede una bottiglia di profumo per metterci dentro l’acqua per pulire la lavagnetta, e Julia Bell copiò minuziosamente su un
cartoncino rosa pallido con i bordi in rilievo questa effusione poetica:
“Quando il crepuscolo abbassa la sua cortina
E la tiene appuntata con una stellina
Ricordati che un’amica tu hai
Anche se lontan da lei tu stai”
“È bello avere qualcuno che ti apprezza”, sospirò rapita Anna a Marilla quella sera.
Ma Anna non era “apprezzata” solo dalle ragazze. Quando tornò al suo posto dopo ora di pranzo (il signor Phillips le aveva detto di sedersi vicino
all’alunna modello Minnie Andrews) trovò sul suo banco una grande e succosa “mela fragola”. Anna la prese e stava già per morderla quando si
ricordò che l’unico posto ad Avonlea dove crescevano le mele fragola era il frutteto del vecchio Blythe oltre il Lago delle Acque Scintillanti. Anna
lasciò cadere la mela come se fosse stata un tizzone ardente e si pulì ostentatamente le dita col fazzoletto. La mela restò intoccata sul banco fino
al mattino seguente, quando il piccolo Timothy Andrews, che spazzava la scuola e accendeva il fuoco, la aggiunse alla sua mancia. La matita da
lavagnetta di Charlie Sloane, rivestita in modo sgargiante di strisce di carta rosse e gialle, costava due centesimi mentre quelle normali ne costavano
uno solo. Lui la fece avere dopo l’ora di pranzo ad Anna, che le riservò una più favorevole accoglienza. Anna si compiacque graziosamente di
accettarla e ricompensò il donatore con un sorriso che esaltò talmente tanto il giovane infatuato da mandarlo al settimo cielo delle delizie, facendo
sì che nel suo dettato commettesse tali spaventosi errori che il signor Phillips lo tenne a scuola, dopo le lezioni, per farglielo riscrivere.
Ma dal momento che
Il fasto di Cesare reciso dal petto di Bruto
Non ha che ricordato a Roma il suo figlio prediletto44
Così la marcata assenza di qualunque tributo o riconoscimento da parte di Diana Barry, che sedeva vicino a Gertie Pye, resero amaro il trionfo di
Anna.
“Penso che Diana avrebbe almeno potuto farmi un sorriso”, si lamentò con Marilla quella sera. Ma il mattino dopo ad Anna fu passato un biglietto
spaventosamente e incredibilmente ritorto e ripiegato.
Cara Anna (diceva)
Mamma dice che non devo giocare con te o parlarti neppure a scuola. Non è colpa mia, non arrabbiarti con me, perché io ti voglio più bene che
mai. Mi manca terribilmente non poterti raccontare tutti i miei segreti e Gertie Pye non mi piace neanche un po’. Ti ho fatto un nuovo segnalibro
di carta tessuto rossa. Sono terribilmente di moda e solo tre ragazze in tutta la scuola li sanno fare. Quando la guardi ricordati della
tua amica sincera
Diana Barry
Anna lesse il biglietto, baciò il segnalibri e mandò immediatamente una risposta all’altro capo dell’aula.
Mia carissima Diana,
Certo che non sono arrabbiata con te perché devi ubbidire a tua mamma. I nostri spiriti possono avere stretti legami. Conserverò il tuo incantevole
dono per sempre. Minnie Andrews è una ragazza molto simpatica, anche se non ha fantasia, ma dopo essere stata l’amica del cuore di Diana non
posso esserlo di Minnie. Per piacere, perdona i miei errori perché non sono ancora molto brava a scrivere, anche se sono molto migliorata.
Tua finché morte non ci separi
Anna ovvero Cordelia Shirley
PS: stanotte dormirò col tuo biglietto sotto il cuscino. A. ovvero C.S.
Pessimisticamente Marilla si aspettava altri guai dal momento che Anna era tornata a scuola, ma nulla accadde. Forse Anna aveva assorbito un
po’ dello spirito di “alunna modello” da Minnie Andrews; fatto sta che andava d’accordo col signor Phillips. S’era gettata anima e corpo nello
studio, decisa a non farsi superare in alcuna materia da Gilbert Blythe. La rivalità tra i due fu presto evidente; da parte di Gilbert c’era sicuramente
buona fede, ma c’è da temere che non si potesse dire altrettanto di Anna, che di sicuro era riprovevolmente tenace nel legarsela al dito. Era intensa
nell’odio come nell’amore. Non si abbassava ad ammettere di rivaleggiare con Gilbert nei compiti, perché voleva dire rendersi conto della sua
esistenza mentre Anna la ignorava con insistenza; ma la rivalità c’era e le vittorie si dividevano fra l’uno e l’altra. Ora Gilbert era il capo al corso
di scrittura, poi Anna, con un colpo delle sue trecce rosse, lo batteva. Un mattino Gilbert fece bene tutti i conti ed ebbe il suo nome sulla lavagna,
nella lista d’onore; il mattino dopo Anna, che aveva lottato furiosamente tutta la sera precedente con i numeri decimali, divenne prima. Un orribile
giorno arrivarono pari e i loro nomi vennero scritti insieme sulla lavagna. Era quasi come un annuncio sul muro e la mortificazione di Anna fu
evidente così come lo fu la soddisfazione di Gilbert. Quando, a ogni fine mese, c’era la prova scritta la tensione diventava terribile. Il primo mese
Gilbert emerse con tre punti di vantaggio. Il secondo Anna lo batté di cinque. Ma il suo trionfo fu rovinato da Gilbert, che andò a congratularsi
calorosamente con lei davanti a tutta la scolaresca. Sarebbe stato tanto più dolce per lei se lui avesse provato la fitta pungente della sconfitta.
Il signor Phillips poteva anche non essere un bravo insegnante, ma un’alunna così inflessibilmente determinata a imparare come Anna avrebbe
fatto progressi con qualunque maestro. Alla fine del trimestre sia Anna che Gilbert vennero promossi al quinto corso e fu loro consentito lo studio
dei “rami”, termine con cui si intendeva indicare il latino, la geometria, il francese e l’algebra. In geometria Anna trovò la sua Waterloo.
“È roba assolutamente orribile, Marilla”, gemette, “Sono sicura che non riuscirò a cavarci un ragno dal buco. Non c’è proprio spazio per la fantasia,
lì. Il signor Phillips dice che in geometria sono la più grande somara che abbia mai visto. E Gil... voglio dire, altri alunni sono tanto più bravi in
questa materia. È estremamente mortificante, Marilla.
“Anche Diana va meglio di me, ma a me non dispiace farmi battere da Diana. Anche se ora ci comportiamo da estranee io le voglio ancora
bene, di un bene inestinguibile. A volte pensare a lei mi rende molto triste. Però, Marilla, non si può rimanere tristi per sempre in un mondo così
interessante, vero?”

4 4 Lord Byron, Childe Harold’s Pilgrimage, strofa LIX, versi 3 e 4 (NDT)


Capitolo 18 – Anna al salvataggio

Tutte le cose grandi sono legate alle cose piccole. A una prima occhiata poteva sembrare che la decisone del primo Ministro Canadese di includere
l’Isola del Principe Edward nel suo tour elettorale non potesse avere nulla a che spartire con i destini della piccola Anna Shirley ai Tetti Verdi.
Invece ce l’aveva.
Era gennaio quando arrivò il Primo Ministro, per arringare i suoi leali sostenitori ma anche i molti oppositori che avevano deciso di essere presenti
alla mostruosa assemblea di massa che si teneva a Charlottetown. La maggior parte della gente di Avonlea era dello schieramento politico del
Premier; per questo la sera dell’assemblea tutti gli uomini e gran parte delle donne erano andati in città, a trenta miglia di distanza. Anche la signora
Rachel Lynde c’era andata.
La signora Rachel Lynde s’infervorava tantissimo con la politica, e non riusciva a credere che il mondo politico potesse andare avanti senza di lei,
anche se era dello schieramento opposto. Così andò anche lei e portò il marito Thomas – che poteva essere utile per badare al cavallo – e Marilla
Cuthbert con sé. Anche Marilla era segretamente interessata alla politica e, dal momento che questa poteva essere la sua unica occasione di vedere
da vicino un vero Primo Ministro, accettò prontamente l’invito lasciando Anna e Matthew a bada della casa fino al giorno seguente.
Quindi, mentre Marilla e la signora Rachel si divertivano enormemente all’assemblea di massa, Anna e Matthew ebbero a loro completa disposizione
l’allegra cucina dei Tetti Verdi. Un vivido fuoco splendeva nella vecchia stufa Waterloo e cristalli di brina bianco-azzurra scintillavano sui vetri
delle finestre. Matthew s’era addormentato mentre leggeva L’Avvocato del fattore sulla poltrona, e Anna, seduta a tavola, studiava con cupa
determinazione, anche se ogni tanto lanciava occhiate di desiderio alla mensola dell’orologio, dov’era posato il libro che Jane Andrews le aveva
prestato quel giorno. Jane le aveva assicurato e garantito che era un libro da brividi, o altre parole con quell’effetto, e le dita di Anna fremevano
dalla voglia di prenderlo. Ma questo voleva dire lasciare a Gilbert Blythe il trionfo l’indomani. Anna voltò la schiena alla mensola dell’orologio e
cercò di far finta che non ci fosse.
“Matthew, hai mai studiato geometria quando andavi a scuola?”
“Be’, no, non l’ho fatto.”, disse Matthew svegliandosi con un sobbalzo.
“Vorrei che l’avessi studiata”, sospirò Anna, “Perché così ora potresti capirmi. Ma non puoi essere comprensivo con me se non l’hai mai studiata.
È come una nube oscura che sovrasta tutta la mia vita. Sono una tale somara in geometria, Matthew.”
“Mah, non saprei”, disse Matthew con dolcezza, “Scommetto che vai bene in tutto. La scorsa settimana, all’emporio di Blair a Carmody, il signor
Phillips mi ha detto che sei l’alunna più intelligente della scuola e che stai facendo rapidi progressi. ‘Rapidi progressi’, ha detto proprio così. Ci
sono quelli che parlano male di Teddy Phillips e dicono che non è un bravo insegnante, ma io scommetto che è a posto.”
Matthew pensava che tutti quelli che lodavano Anna fossero “a posto”.
“Sono sicura che non andrei tanto male in geometria se lui non cambiasse sempre le lettere”, si lamentò Anna, “Io imparo le proposizioni a
memoria e poi lui le scrive sulla lavagna e mette lettere diverse rispetto al libro, e io vado in confusione. Credo che un insegnante non debba
approfittarsene così, no? Ora stiamo studiando agricoltura e alla fine ho capito perché le strade sono rosse. È molto confortante. Chissà se Marilla
e la signora Lynde si stanno divertendo? La signora Lynde dice che il Canada andrà in malora per come vanno le cose a Ottawa e che questo è un
pessimo messaggio da mandare agli elettori. Dice che se permettessero anche alle donne di votare finalmente avremmo un cambiamento positivo.
Tu per chi voti, Matthew?”
“Per i Conservatori”, rispose prontamente Matthew. Votare per i conservatori era parte della sua religione.
“Allora sono conservatrice anch’io”, disse Anna con decisione, “Sono contenta perché Gil... altri ragazzi a scuola, sono Progressisti. Scommetto
che anche il signor Phillips è Progressista, perché lo è il papà di Prissy Andrews, e Ruby Gillis dice che quando un uomo corteggia una ragazza
approva sempre le idee religiose della madre e quelle politiche del padre. È così, Matthew?”
“Mah, non lo so”, disse Matthew.
“Hai mai corteggiato qualcuno, Matthew?”
“Be’, no, non l’ho mai fatto”, disse Matthew, che certamente non aveva mai pensato di fare nulla del genere in vita sua.
Anna, il mento tra le mani, si mise a rifletterci su.
“Dev’essere piuttosto interessante, Matthew, non credi? Ruby Gillis dice che quando sarà grande avrà tantissimi innamorati e li terrà tutti sulla
corda e li farà impazzire, ma io penso che così sia troppo emozionante. Io preferirei averne uno solo con la testa a posto. Ma Ruby Gillis sa un sacco
di cose su quest’argomento perché ha tante sorelle grandi, e la signora Lynde dice che le ragazze Gillis vanno via come il pane. Il signor Phillips
va a trovare Prissy Andrews quasi ogni sera. Dice che è per aiutarla coi compiti, ma anche Miranda Sloane sta studiando per andare alla Queen’s,
e credo che lei abbia perfino più bisogno di Prissy di essere aiutata nei compiti, perché è tanto più stupida, ma lui non va mai a trovarla, né di sera
né in altri momenti. Al mondo ci sono così tante cose che non riesco a capire bene, Matthew.”
“Be’, forse non le comprendo neppure io”, la informò Matthew.
“Io dovrei finire i compiti. Non mi permetterò di aprire il libro nuovo che Jane mi ha prestato se prima non li finisco. Ma è una tentazione terribile,
Matthew. Mi pare di vederlo anche se mi volto dall’altra parte. Jane dice che l’ha fatta piangere a morte. Io adoro i libri che fanno piangere. Però
questo lo chiuderò nella credenza delle marmellate in soggiorno e poi ti darò la chiave. E tu non devi darmela, Matthew, finché non ho finito i
compiti, neppure se ti prego in ginocchio. È facile dire di resistere alle tentazioni, ma è ancora più facile resistere davvero se non hai la chiave.
Allora vado un attimo in cantina a prendere un po’ di mele ruggine. Ti vanno le mele ruggine?”
“Be’, ora non credo che mi vadano”, disse Matthew, che non aveva mai mangiato le mele ruggine ma sapeva che erano il debole di Anna.
Proprio quando Anna tornava trionfante dalla cantina col piatto pieno di mele ruggine, dal sentiero ghiacciato d’ingresso si sentirono passi veloci,
un istante dopo la porta della cucina si spalancò e Diana Barry, pallida e ansante, con uno scialle avvolto frettolosamente intorno alla testa, irruppe
in casa. Anna, sorpresa, fece cadere la candela, il piatto e le mele, e queste rotolarono insieme giù per le scale della cantina, in fondo alle quali
vennero trovate, immerse nel grasso fuso, il giorno dopo da Marilla, che li raccolse e ringraziò il cielo che la casa non fosse andata a fuoco.
“Cos’è successo, Diana?”, strillò Anna, “Tua mamma si è finalmente addolcita?”
“Oh, Anna, devi venire subito”, la implorò nervosa Diana, “Minnie May sta malissimo... ha la difterite. Lo dice la giovane Mary Joe... e mamma
e papà sono in città e non c’è nessuno che possa andare a chiamare il dottore. Minnie May sta malissimo e Mary Joe non sa cosa fare... oh, Anna,
ho tanta paura!”
Matthew, senza dire una parola, prese cappello e cappotto, superò velocemente Diana e scomparve nell’oscurità del cortile.
“È andato a preparare la cavalla per andare a Carmody a chiamare il dottore”, disse Anna che intanto era corsa a prendere giacca e mantella, “Lo
so come se l’avesse detto, perché io e Matthew siamo spiriti affini perciò riesco a leggere i suoi pensieri senza bisogno di parole.”
“Non credo che troverà il dottore a Carmody”, singhiozzò Diana, “so per certo che il dottor Blair è andato in città e credo che ci andasse anche il
dottor Spencer. Mary Joe non ha mai visto nessuno con la difterite e la signora Lynde non c’è. Oh, Anna!”
“Non piangere, Di’”, disse Anna allegra, “Io so esattamente cosa fare per la difterite. Dimentichi che la signora Hammond ha avuto gemelli per tre
volte di fila. E quando badi a tre paia di gemelli ti fai per forza un sacco di esperienza. Tutti loro si prendevano regolarmente la difterite. Aspetta
solo che prenda la bottiglia di ipecac55... tu potresti non averne in casa. Andiamo!”
Le due bambine uscirono mano nella mano e corsero via, attraverso il Viale degli Innamorati e oltre i campi incrostati di brina più indietro, perché
la neve era troppo alta per prendere la più corta via dei boschi. Anna, benché fosse sinceramente preoccupata per Minnie May, non era certo
insensibile al fascino romantico di quella situazione e alla dolcezza di dividere ancora una volta un’avventura con uno spirito affine.
La notte era chiara e gelida, tutta ebano di ombre e argento di pendii innevati; grandi stelle scintillavano sui campi silenziosi; qua e là si ergevano
scuri abeti appuntiti coi rami spolverati di neve e il vento che vi fischiava attraverso. Anna pensò che fosse veramente incantevole scivolare
attraverso quel delizioso mistero con la sua amica del cuore, dalla quale era stata separata per così tanto tempo.
Minnie May, di tre anni, era davvero molto malata. Era sdraiata sul divano della cucina, febbricitante e agitata, e i suoi rantoli si sentivano per tutta
la casa. La giovane Mary Joe, una ragazza francese paffuta e col faccione che veniva dalla valle ed era stata assunta dalla signora Barry per badare
ai bambini in sua assenza, era disperata e sconvolta, incapace di pensare a cosa fare, o di farlo se ci avesse pensato.
Anna si mise all’opera con abilità e prontezza.
“Minnie May ha davvero la difterite. Sta piuttosto male, ma ho visto di peggio. Per prima cosa bisogna bollire molta acqua. Mi pare, Diana, che nel
bollitore ce ne sia appena una tazza. Ecco, l’ho riempita. Mary Joe, metti della legna nella stufa. Non voglio ferire i tuoi sentimenti, ma se avessi
avuto un po’ d’immaginazione ci avresti pensato prima. Ora svesto Minnie May e la metto a letto, tu, Diana, procurami delle pezze di flanella
morbida. Io, per prima cosa, cercherò di darle l’ipecac.”
Minnie May non prese l’ipecac volentieri, ma Anna non aveva tirato su tre coppie di gemelli per niente. E l’ipecac andò giù; e non solo una volta,
ma molte volte durante quella notte d’ansia, mentre le due amiche lavoravano pazientemente sulla sofferente Minnie May e la giovane Mary
Joe, seriamente preoccupata, mantenne alto e ruggente il fuoco e scaldò più acqua di quanta sarebbe potuta servire a un intero ospedale pieno di
bambini con la difterite.
Matthew riuscì ad arrivare con un dottore solo alle tre di notte, perché era stato costretto ad arrivare fino a Spencervale per trovarne uno. Ma ormai
l’emergenza era passata: Minnie May stava molto meglio e dormiva saporitamente.
“Sono stata veramente sull’orlo della disperazione”, spiegò Anna, “Continuava a peggiorare, alla fine stava peggio di quanto non siano mai stati i
gemelli Hammond, perfino gli ultimi due. Davvero pensavo che sarebbe morta soffocata. Le ho dato l’ipecac fino all’ultima goccia che c’era nella
bottiglia, e quando anche l’ultima dose era finita mi sono detta – non a Diana o alla giovane Mary Joe perché non volevo preoccuparle più di quanto
non fossero già, ma solo a me stessa per sfogarmi – ‘Questa è l’ultima, incerta speranza, e forse è una speranza vana’. Ma proprio tre minuti dopo
lei ha tossito fuori tutto il catarro e ha cominciato a migliorare. S’immagini solo il mio sollievo, dottore, perché non posso esprimerlo a parole. Sa
che ci sono cose che non è possibile esprimere a parole.”
“Sì, lo so”, annuì il dottore. Guardò Anna come se stesse pensando di lei cose che non riusciva a esprimere a parole. Più tardi, però, le espresse
col signor e la signora Barry.
“Quella ragazzina dai capelli rossi che sta su dai Cuthbert è davvero intelligente come si dice in giro. Ha salvato la vita a vostra figlia, quando sono
arrivato io sarebbe stato troppo tardi. Sembra avere una capacità e una prontezza di riflessi incredibili per una bambina della sua età. Non ho mai
visto nulla come i suoi occhi mentre mi spiegava il caso.”
Anna era tornata a casa in quel meraviglioso mattino invernale bianco di ghiaccio. Aveva gli occhi pesanti per il sonno perduto ma ancora parlava
instancabilmente con Matthew mentre attraversavano il campo bianco e passavano sotto l’arco, magico e scintillante, degli aceri del Viale degli
Innamorati.
“Oh, Matthew, non è un mattino fantastico? È come se il mondo fosse qualcosa che Dio ha creato per proprio diletto, vero? Guarda quegli alberi,
sembra di poterli spazzare via con un soffio... PUFF! Sono così felice di vivere in un mondo dove ci sia la brina bianca, tu no? E in fin dei conti sono
felice anche che la signora Hammond abbia avuto tre paia di gemelli. Se non l’avesse fatto non avrei saputo che fare per Minnie May. Mi dispiace
essermi arrabbiata con la signora Hammond perché ha avuto i gemelli. Ma Matthew, ho tanto sonno, non posso andare a scuola. Non riuscirei a
tenere gli occhi aperti e sarei tutta intontita. Ma detesto rimanere a casa, perché così Gil... qualcun altro del mio corso potrebbe superarmi e poi
raggiungerli sarà molto più difficile. Anche se poi più è difficile e più soddisfazione si ha a batterli, no?”
“Be’, su, scommetto che te la caverai”, disse Matthew guardando il faccino pallido di Anna e le occhiaie scure sotto i suoi occhi, “vai a casa e fai
un bel sonno. Sbrigo io tutte le faccende.”
Così Anna andò a letto, e dormi profondamente così a lungo che era già un pomeriggio invernale bianco e rosa quando si svegliò e scese in cucina
dove Marilla, che ne frattempo era tornata, sedeva a fare la maglia.
“Hai visto il Primo Ministro?”, esclamò subito Anna, “Che aspetto aveva, Marilla?”
“Oh, se fosse dipeso dal suo aspetto non sarebbe mai diventato Primo Ministro”, disse Marilla, “Quell’uomo ha un naso orribile! Però parla bene,
mi ha fatto sentire fiera di essere dei Conservatori. Ovviamente Rachel Lynde, essendo Liberale, non l’ha apprezzato. Il tuo pranzo è nel forno,
Anna, puoi prendere dalla dispensa anche la marmellata di susine. Scommetto che hai fame. Matthew mi ha parlato di questa notte. È stata davvero
una fortuna che tu sapessi cosa fare, neppure io avrei avuto la minima idea di come muovermi, dal momento che non ho avuto mai a che fare con
casi di difterite. Coraggio, non perdere tempo a parlare prima di aver finito di mangiare. Mi basta guardarti per capire che hai un sacco di cose da
dire, ma sono cose che possono aspettare.”
Marilla aveva qualcosa da dire ad Anna, ma non la disse perché sapeva che ne sarebbe conseguita un’agitazione tale da spazzar via dalla sua mente
faccende puramente materiali come la fame e il pranzo. Fu solo quando Anna ebbe finito anche tutto il suo piattino di marmellata di susine che
Marilla disse:
“Questo pomeriggio la signora Barry è stata qui. Voleva vederti ma io non volevo svegliarti. Dice che hai salvato la vita di Minnie May e che le
dispiace di essersi comportata con te in quel modo per la faccenda del vino di ribes. Ha detto che ora sa che non volevi far ubriacare Diana e spera
che vorrai perdonarla e tornare a essere una buona amica per Diana. Se vuoi puoi andare da loro stasera. Diana non può uscire di casa perché
stanotte s’è presa un brutto raffreddore. No, Anna, per amor del cielo, non metterti a saltare!”
L’avvertimento parve inutile, perché Anna pareva già tanto sollevata ed eterea quando balzò in piedi, che il suo volto bastava a irradiare la fiamma
del suo spirito.
5 5 Ipecac, medicinale emetico (che stimola il vomito) estratto dai rizomi di ipecacuana, pianta di origine brasiliana (NDT)
“Oh, Marilla, posso andarci adesso... prima di lavare i piatti? Li lavo quando torno, ma non riesco a starmene qui ferma a fare una cosa tanto poco
romantica come lavare i piatti in un momento così emozionante!”
“Sì, sì, corri”, disse Marilla indulgente, “Anna Shirley... sei impazzita? Torna subito indietro e copriti! Sì, è come parlare al vento. Se n’è già andata
senza cappello e mantella. Guardala che corre per il frutteto coi capelli al vento. Sarà un miracolo se non muore di freddo!”
Anna tornò danzando attraverso spiazzi innevati nel purpureo crepuscolo invernale. Lontano, a sud ovest, brillava e scintillava come una perla
la grossa stella della sera in un cielo d’un pallido oro e un rosa etereo al di sopra delle bianche, luccicanti distese e delle scure forre di abeti. Il
tintinnio dei campanelli delle slitte, tra i colli coperti di neve, sembrava come il rintocco dei folletti nell’aria gelida, ma la loro musica non era certo
più dolce di quella che risuonava nel cuore e sulla labbra di Anna.
“Hai davanti a te una persona perfettamente felice, Marilla”, annunciò, “Sono perfettamente felice, sì, nonostante i capelli rossi. In questo momento
il mio animo è superiore ai capelli rossi. La signora Barry mi ha baciato, e ha pianto, e ha detto che le dispiaceva e che non potrà mai sdebitarsi
con me. Ero spaventosamente imbarazzata, Marilla, ma ho cercato di dirle più gentilmente che mai: ‘Non sono risentita con voi, signora Barry.
Vi assicuro ancora una volta che non intendevo far star male Diana, perciò da ora in poi coprirò il passato con un manto d’oblio’. Era un modo di
parlare molto dignitoso, vero, Marilla?
“Le ho reso bene per male, alla signora Barry, e ora proverà rimorso, no? Io e Diana abbiamo passato un pomeriggio splendido. Diana mi ha
mostrato un incantevole punto all’uncinetto che le ha insegnato sua zia di Carmody. Lo conosciamo solo noi ad Avonlea, e abbiamo fatto voto
solenne di non rivelarlo a nessuno. Diana mi ha regalato una bella cartolina con su una ghirlanda di rose e un verso poetico:
Se tu ami me com’io ti so amare
Soltanto la morte ci può separare
“È vero, Marilla. E chiederemo al signor Phillips se a scuola possiamo tornare a sederci vicino, e Gertie Pye può sedersi vicino a Minnie Andrews.
Abbiamo preso un tè molto elegante. La signora Barry ha tirato fuori il suo miglior servizio di porcellana, proprio come se fossi una vera invitata.
Non so dirti che brividi mi ha dato! Nessuno aveva mai usato il suo miglior servizio di porcellana per me prima d’ora. E poi abbiamo avuto la
crostata di frutta, la torta, le ciambelline e due tipi di marmellata, Marilla. E poi la signora Barry mi ha chiesto se prendevo il tè e ha detto ‘caro,
perché non passi i biscotti ad Anna?’ Dev’essere meraviglioso essere grandi, Marilla, visto quant’è bello solo essere trattati da grandi.”
“Non ne sono molto sicura”, sospirò Marilla.
“Be’, a ogni modo quando io sarò grande”, disse Anna decisa, “parlerò sempre alle bambine come se fossero grandi anche loro, e non riderò mai
quando useranno paroloni. Lo so per mia dolorosa esperienza che è una cosa che urta i sentimenti. Dopo il tè io e Diana abbiamo fatto le caramelle,
ma non sono venute tanto buone, forse perché io e Diana non le avevamo mai fatte prima. Diana mi ha fatto mescolare l’impasto mentre lei
imburrava la teglia ma io me ne sono dimenticata e le ho lasciate bruciare. E poi quando le abbiamo messe sul davanzale a farle raffreddare il gatto
ci ha camminato sopra così abbiamo dovuto buttarle. Ma farle è stato divertentissimo. Poi quando dovevo tornare a casa la signora Barry mi ha detto
di tornare da loro quando voglio, e Diana stava alla finestra e mi mandava baci per tutta la strada, finché sono arrivata al Viale degli Innamorati. Ti
giuro, Marilla, che stasera ho proprio voglia di pregare, anzi, credo che comporrò una preghiera speciale in onore di questa occasione.”
Capitolo 19 – Un concerto, una catastrofe e una confessione

“Marilla, posso andare a trovare Diana solo per un minuto?”, domandò Anna senza fiato correndo giù dalla soffitta di est una sera di febbraio.
“Non vedo perché tu debba andartene in giro col buio”, sbottò Marilla, “Tu e Diana siete venute da scuola insieme, e poi ve ne siete rimaste nella
neve per un’altra mezz’ora a blaterare tutto il benedetto tempo coi vostri bla bla bla. Perciò non credo che tu abbia tanto bisogno di rivederla.”
“Ma lei vuole vedermi”, implorò Anna, “ha una cosa molto importante da dirmi.”
“E tu come fai a saperlo?”
“Perché mi ha appena lanciato un segnale dalla finestra. Abbiamo elaborato un sistema di segnali con le candele e i cartoncini. Mettiamo la candela
vicino alla finestra e facciamo dei bagliori passando il cartoncino su e giù. Un certo numero di bagliori vuol dire una certa cosa. È stata una mia
idea, Marilla.”
“Volevo ben dire che eri stata tu”, disse Marilla con enfasi, “E la prossima volta darai fuoco alle tende coi tuoi stupidi segnali.”
“No, Marilla, ci stiamo molto attente. Ed è così interessante! Due bagliori significano ‘ci sei?’, tre significano ‘sì’ e quattro ‘no’. Cinque vogliono
dire ‘vieni appena puoi perché ho una cosa molto importante da rivelarti’. Diana mi ha appena fatto cinque bagliori, e sto morendo dalla curiosità
di sapere perché.”
“Be’, allora non soffrirai ancora per molto”, disse Marilla sarcastica, “Vai pure, ma voglio che torni entro dieci minuti, ricordatelo.”
Anna se lo ricordò e fu di ritorno nel tempo pattuito, anche se probabilmente nessun mortale può sapere quanta fatica le fosse costato riuscire a
contenere in dieci minuti la discussione sull’importante notizia di Diana. Ma alla fine aveva usato quei dieci minuti al meglio.
“Oh, Marilla, indovina! Domani è il compleanno di Diana. Be’ sua mamma le ha detto che poteva chiedermi di tornare a casa con lei da scuola e
di passare la notte lì. E le sue cugine verranno da Newbridge con la slitta per andare al concerto del Circolo Culturale al municipio domani sera. E
porteranno al concerto me e Diana... se mi lasci andare, ecco. Mi lasci andare, vero, Marilla? Oh, sono così emozionata!”
“Allora puoi anche calmarti perché non ci vai. Starai meglio a casa tua nel tuo letto, e per quanto riguarda il concerto, è una sciocchezza. Le
bambine non devono frequentare certi posti.”
“Sono sicura che il Circolo Culturale sia estremamente rispettabile”, supplicò Anna.
“Non dico che non lo sia. Ma non voglio che tu te ne vada bighellonando per concerti e rimani fuori a qualunque ora della notte. Bella roba da far
fare a un bambino. Mi sorprende che la signora Barry permetta a Diana di andarci.”
“Ma è un’occasione così speciale”, protestò Anna sull’orlo delle lacrime, “Diana ha un solo compleanno all’anno. Non è come se i compleanni
fossero cose di tutti i giorni, Marilla. Prissy Andrews ci va a recitare ‘il coprifuoco non ci sarà stanotte’. È un brano così morale, Marilla! Mi
farebbe tanto bene sentirlo. E il coro canterà quattro brani deliziosi e patetici che somigliano quasi a degli inni. E, oh, Marilla, anche il ministro vi
prenderà parte. Sì, sì, proprio lui; e farà un’allocuzione. Sarà più o meno la stessa cosa di un sermone. Ti prego, Marilla, ci posso andare?”
“Hai sentito quello che ho detto, vero, Anna? Togliti le scarpe e va’ a letto, sono le otto passate.”
“C’è solo un’ultima cosa, Marilla”, disse Anna con l’aria di giocarsi la sua ultima carta, “La signora Barry ha detto che io e Diana possiamo
dormire nella stanza degli ospiti. Pensa che onore che le tua piccola Anna venga alloggiata in una stanza degli ospiti.”
“È un onore del quale devi imparare a fare a meno. Va’ a letto, Anna, non voglio più sentirti fiatare.”
Quando Anna, le lacrime che le scorrevano sulle guance, ebbe salito le scale, Matthew, che apparentemente aveva dormito della grossa sulla
poltrona durante tutta la conversazione, aprì gli occhi e disse, deciso:
“Be’, Marilla, io penso che dovresti lasciarla andare.”
“E io no”, ribatté Marilla, “Chi sta tirando su questa bambina, Matthew? Tu o io?”
“Be’, ecco... tu”, ammise Matthew.
“Allora non intrometterti.”
“Ma no, non mi sto intromettendo. Avere un’opinione non è intromettersi. E la mia opinione è che dovresti permettere ad Anna di andare.”
“Tu penseresti che dovrei permettere ad Anna di andare sulla luna, se le venisse in mente di farlo, non ho dubbi”, fu l’affabile replica di Marilla,
“Le avrei concesso di passare la notte con Diana se fosse stato solo questo. Ma non approvo questa storia del concerto. Andrebbe lì a prendersi
un raffreddore mai visto, e si emozionerebbe riempiendosi la testa di altre sciocchezze. La renderebbe irrequieta per una settimana. Io conosco il
temperamento di questa bambina e cosa è meglio fare per lei meglio di te, Matthew.”
“Io penso che dovresti permettere ad Anna di andare”, ripeté insistente Matthew. Le discussioni non erano esattamente il suo punto forte, ma
aggrapparsi fermamente alle proprie opinioni lo era. Marilla diede un singulto disperato e si rifugiò nel silenzio. Il mattino dopo, quando Anna
stava lavando i piatti della colazione nel locale dispensa, Matthew si fermò mentre stava andando al granaio e disse ancora a Marilla:
“Penso che dovresti permettere ad Anna di andare, Marilla.”
“Va bene, allora può andare, visto che niente altro ti fa contento.”
Anna arrivò di corsa, lo strofinaccio gocciolante tra le mani.
“Oh, Marilla, Marilla, ripeti ancora una volta quelle benedette parole.”
“Una sola volta è più che sufficiente. Questa è una decisione di Matthew e io me ne lavo le mani. Se ti viene la polmonite per aver dormito in un
letto estraneo o per essere uscita da una sala calda nel mezzo della notte, non incolpare me, incolpa Matthew. Anna Shirley, stai facendo sgocciolare
acqua unta su tutto il pavimento. Non ho mai visto una bambina più sciatta di te.”
“Oh, Marilla, so di essere una prova durissima per te”, disse Anna contrita, “Faccio così tanti sbagli. Però pensa a tutti gli sbagli che non faccio,
anche se potrei. Vado a prendere un po’ di sabbia per raschiare il pavimento prima di andare a scuola. Oh, Marilla, ci avevo messo il cuore, su quel
concerto. Non sono mai stata a un concerto in vita mia, e quando le altre bambine a scuola ne parlano mi sento così esclusa. Tu non puoi sapere
come ci si sente, Marilla. Ma Matthew sì, Matthew mi capisce , ed è bello avere qualcuno che ti capisce.”
Anna era troppo eccitata per farsi onore a scuola, quel mattino. Gilbert Blythe la batté al corso di compitazione e la superò decisamente in
aritmetica. Tuttavia, in vista del concerto e della stanza degli ospiti, la conseguente umiliazione di Anna fu meno sentita di quanto avrebbe potuto
essere. Lei e Diana ne parlarono costantemente quel giorno, con un insegnante più severo del signor Phillips il loro inevitabile destino sarebbe
stata una feroce punizione.
Anna sentì che non avrebbe sopportato di non andare al concerto, perché in classe quel giorno non si parlò d’altro. Il Circolo Culturale di Avonlea,
che s’era incontrato ogni quindici giorni per tutto l’inverno, aveva dato parecchi piccoli spettacoli gratuiti, ma questa era una grossa occasione,
l’ingresso costava dieci centesimi, per aiutare la Biblioteca. I giovani di Avonlea si erano esercitati per settimane e tutti gli alunni della scuola
erano particolarmente interessati in virtù del fatto che fratelli e sorelle maggiori vi prendevano parte. Tutti quelli che avevano più di nove anni
si aspettavano d’andarci, tranne Carrie Sloane, il cui padre condivideva le opinioni di Marilla circa il permettere ai bambini di andare a concerti
notturni. Carrie Sloane pianse sul suo libro di grammatica tutto il pomeriggio e pensò che la sua vita non valesse la pena d’essere vissuta.
Per Anna la vera eccitazione cominciò con la fine delle lezioni e da lì in poi aumentò in un crescendo fino a raggiungere un apice di vera estasi
al concerto vero e proprio. Presero un tè “perfettamente elegante”, e poi venne il delizioso lavoro di vestirsi nella cameretta di Diana, al piano di
sopra. Diana pettinò la frangia di Anna nel nuovo stile Pompadour e Anna fece a Diana dei fiocchi con la sua tecnica speciale, poi sperimentarono
una mezza dozzina di acconciature differenti, e alla fine erano pronte, le guance scarlatte e gli occhi luccicanti per l’emozione.
Per la verità Anna non poté trattenere uno spasmo di dolore quando paragonò il suo semplice berretto nero e l’informe e grigio cappotto dalle
maniche strette, fatto in casa, con l’elegante cappello di pelliccia e la bella giacca corta di Diana. Ma ricordò in tempo di avere fantasia e decise
di usarla.
Poi i Murray di Newbridge, i cugini di Diana, arrivarono. Erano tutti assembrati tra la paglia e le coperte di pelliccia nella grande slitta con un
cavallo solo. Anna si godette moltissimo il viaggio fino al Municipio, scivolando su strade lisce come seta mentre la neve scricchiolava sotto di
loro. C’era un magnifico tramonto e le colline innevate e il Golfo di San Lorenzo, d’un blu cupo, parevano lati di splendore come un’enorme
scodella piena di perle e zaffiri orlata di vino e fuoco. Tintinnii di campanelli e risate lontane, che sembravano i giochi allegri degli elfi del bosco,
venivano da ogni parte.
“Oh, Diana”, sussurrò Anna stringendo la manina guantata di Diana sotto le pellicce, “Non è come un bellissimo sogno? Ti sembro la stessa del
solito? Io mi sento così diversa che credo di avere anche un aspetto diverso.”
“Sei terribilmente carina”, disse Diana che, avendo appena ricevuto un complimento da uno dei suoi cugini, si sentiva in dovere di doverne fare
uno a sua volta, “Hai dei bellissimi colori.”
Il programma per quella sera previde una serie di “brividi”, almeno per un ascoltatore in sala e, come Anna assicurò a Diana, ogni nuovo brivido
dava ancor più brividi del precedente. Quando Prissy Andrews, con indosso una camicetta nuova di seta rosa, un filo di perle attorno alla gola
bianca e liscia e veri garofani tra i capelli – si diceva in giro che il maestro avesse setacciato tutta la città per procurarglieli - “si arrampicò sulla
scala scivolosa, scura senza un raggio di luce”, Anna rabbrividì di ridondante comprensione; quando il coro cantò “Lontano al di sopra delle dolci
margherite” Anna fissò il soffitto come se fosse affrescato con angeli; quando Sam Sloane cominciò a spiegare e illustrare “Come Sockery sistemò
un pollo” Anna rise finché non cominciarono a ridere anche le persone che le sedevano accanto, più perché contagiati da lei che per la scenetta
comica, che ad Avonlea era considerata piuttosto logora; e quando il signor Phillips, nei toni più toccanti – continuando a lanciare occhiate a Prissy
Andrews alla fine di ogni verso - declamò l’orazione di Marco Antonio sul cadavere di Cesare, Anna sentì che avrebbe potuto alzarsi e ribellarsi
all’istante, se soltanto un cittadino romano avesse dato il via.
Un solo numero del programma mancò di suscitare il suo interesse. Quando Gilbert Blythe recitò “Bingen sul Rhine” Anna aprì il libro di Rhoda
Murray preso in prestito alla Biblioteca e si mise a leggere finché lui non ebbe finito. Quando lui finì Anna se ne rimase seduta, rigida, severa e
immobile, mentre Diana applaudiva fino a spellarsi le mani.
Erano le undici quando tornarono a casa, sazie di divertimento, ma con la dolcissima e piacevole aspettativa di poterne parlare ancora in seguito. La
casa era buia e silenziosa, a quanto pare tutti erano andati a dormire. Anna e Diana percorsero in punta di piedi il salotto, una lunga stanza stretta
sulla quale si affacciavano le camere da letto. Era piacevolmente calda e fiocamente illuminata dai tizzoni accesi nel focolare.
“Svestiamoci qui”, disse Diana, “È così bello e caldo.”
“Non è stata una serata meravigliosa?”, sospirò rapita Anna, “Dev’essere fantastico andare a recitare lassù. Credi che ce lo chiederanno mai,
Diana?”
“Certo, prima o poi lo faranno. Chiedono sempre di recitare agli studenti più grandi. Gilbert Blythe lo fa spesso e lui ha solo due anni più di noi.
Oh, Anna, come puoi aver fatto finta di non sentirlo? Quando ha recitato il verso
‘Ce n’è un’altra, non una sorella’
guardava proprio te.”
“Diana”, disse Anna con molta dignità, “tu sei la mia amica del cuore, ma non posso permettere neppure a te di parlarmi di quella persona. Sei
pronta per andare a letto? Facciamo una corsa e vediamo chi arriva prima.”
Il suggerimento piacque a Diana. Le due figurine ammantate di bianco schizzarono attraverso il salotto e saltarono assieme sul letto. E poi...
qualcosa... si mosse sotto di loro, ci furono un singulto e un grido... e qualcuno disse con voce soffocata:
“Oh Dio del cielo!”
Anna e Diana non seppero dire come riuscirono a uscire dal letto e dalla stanza. Seppero solo che dopo una frenetica corsa si ritrovarono in punta
di piedi, tremanti, al piano di sopra.
“Oh, chi... cosa era?”, sussurrò Anna battendo i denti per il freddo e la paura.
“Era zia Josephine”, disse Diana soffocando le risate, “Oh, Anna, era zia Josephine, comunque abbia fatto a essere lì. Oh, sarà furiosa, lo so. È
terribile, è veramente terribile... ma hai mai visto nulla di più divertente, Anna?”
“Chi è zia Josephine?”
“È la sorella di papà, vive a Charlottetown. È vecchissima, ha settant’anni, e credo che non sia mai stata piccola. Aspettavamo una sua visita, ma
non così presto. È terribilmente compita e perbene, e si arrabbierà tantissimo per questo, lo so. Questo significa che dovremo dormire con Minnie
May... e tu non sai quanto scalcia.”
Il mattino seguente, alla prima colazione, la signorina Josephine Barry non si fece vedere. La signora Barry sorrise con gentilezza alle due bambine.
“Vi siete divertite ieri sera? Io ho cercato di stare sveglia fino al vostro ritorno, perché volevo avvertirvi che era arrivata zia Josephine e che avreste
dovuto dormire al piano di sopra, ma ero così stanca che mi sono addormentata. Spero che non abbiate dato fastidio a tua zia, Diana.”
Diana mantenne un silenzio discreto, ma lei e Anna si scambiarono sorrisi furtivi di colpevole divertimento da un capo all’altro della tavola. Anna
andò a casa subito dopo la colazione, così rimase nella sua beata ignoranza del trambusto che ebbe luogo in casa Barry fino al pomeriggio seguente,
quando andò dalla signora Lynde per svolgere una commissione che le aveva affidato Marilla.
“E così, tu e Diana avete quasi spaventato a morte la povera signorina Barry l’altra notte, eh?”, disse la signora Lynde, severa ma strizzando un
occhio, “La signora Barry è passata qui pochi minuti fa, mentre andava a Carmody. È davvero preoccupata per questo. La vecchia signorina Barry
era arrabbiatissima stamattina... e la rabbia della signorina Barry non è uno scherzo, te l’assicuro. Non vuole più parlare con Diana.”
“Non è stata colpa di Diana”, disse Anna contrita, “È stata mia. Sono stata io a suggerirle di correre per vedere chi arrivava prima a letto.”
“Lo sapevo!”, esclamò la signora Lynde esultando per averci visto giusto, “Lo sapevo che l’idea era nata nella tua testolina. Be’, ha causato un
bel po’ di guai. La vecchia signorina Barry doveva fermarsi per un mese, ma ha detto che non intende più restare neppure un giorno e che se ne
andrà via domani, anche se è domenica. Se ne sarebbe andata oggi ma nessuno poteva accompagnarla. Aveva promesso di pagare a Diana un
quadrimestre di lezioni di musica, ma ora è ben decisa a non fare nulla per una monella del genere. Scommetto che hanno avuto una mattinata
piuttosto vivace. I Barry si sentiranno a pezzi. La vecchia signorina Barry è ricca e loro ci tenevano a tenersela buona. Naturalmente la signora
Barry non mi ha detto esattamente questo, ma io sono piuttosto brava a giudicare la natura umana.”
“Quanto sono sfortunata”, si disperò Anna, “Riesco sempre a procurare guai, a me e anche ai miei migliori amici, quelli per i quali darei tutto il
mio cuore. Signora Lynde, ma perché è così?”
“È perché sei troppo sbadata e impulsiva, bambina, ecco perché. Non ti fermi mai a pensare... qualunque cosa ti venga in mente di dire o fare la
dici o la fai senza riflettere un momento.”
“Ma quella è la parte migliore”, protestò Anna, “Qualcosa di eccitante mi balza in mente e io devo tirarla fuori. Se mi fermassi a pensare rovinerei
tutto. Non si è mai sentita così, signora Lynde?”
No, la signora Lynde non si era mai sentita così. Scosse la testa saggiamente.
“Devi imparare a pensare un po’, Anna, ecco cosa. Devi seguire questo proverbio: ‘guarda prima di saltare’... specialmente nelle stanze degli
ospiti.”
La signora Lynde rise tranquilla per questo scherzo leggero, ma Anna rimase pensierosa. Non ci trovava nulla da ridere in quella situazione, che ai
suoi occhi appariva molto grave. Quando lasciò la signora Lynde attraversò i campi coperti di brina, diretta al Pendio del Frutteto. Diana le venne
incontro sulla soglia della cucina.
“Tua zia Josephine si è arrabbiata molto, vero?”, sussurrò Anna.
“Sì”, rispose Diana reprimendo un risolino e lanciando occhiate apprensive verso la porta chiusa del soggiorno, dietro di lei, “Balzava letteralmente
dalla rabbia, Anna. Oh, quanto mi ha sgridato. Ha detto che sono la bambina più maleducata che abbia mai visto e che i miei genitori dovrebbero
vergognarsi per come mi hanno tirato su. Dice che non vuole restare qui. A me non importa, ma a mamma e papà sì.”
“Perché non le hai detto che era colpa mia?”, domandò Anna.
“Ti sembra che io possa fare una cosa del genere?”, disse Diana giustamente sprezzante, “Io non dico le bugie, Anna Shirley, e in ogni caso era
anche colpa mia, non solo tua.”
“Allora glielo dico io”, disse Anna risoluta.
Diana la fissò.
“Anna Shirley, non puoi farlo! Lei... ti mangerà viva!”
“Non spaventarmi più di quanto non sia già”, la implorò Anna, “Preferirei entrare nella bocca di un cannone, Diana, ma devo farlo. È stata colpa
mia e devo confessare. Per fortuna ho fatto pratica con le confessioni.”
“Be’, allora lei è in camera”, disse Diana, “Puoi entrarci se vuoi. Io non oserei, e comunque credo che non ne verrà niente di buono.”
Con questo incoraggiamento Anna andò, per così dire, nella tana del leone. Camminò risoluta fino alla porta del soggiorno e poi bussò timidamente.
Seguì un brusco “Entra!”
La signorina Josephine Barry, magra, compita e rigida, stava sferruzzando con furia accanto al fuoco, la sua ira non era ancora placata e i suoi occhi
lanciavano sguardi irritati da dietro gli occhiali con la montatura d’oro. Si voltò sulla sedia aspettandosi di vedere Diana, ma si ritrovò a guardare
una bambina pallida i cui occhi erano colmi di un misto di disperato coraggio e di folle terrore.
“E tu chi sei?”, domandò la signorina Josephine Barry senza tante cerimonie.
“Sono Anna dei Tetti Verdi”, disse le piccola visitatrice tremando e giungendo le mani in quel gesto che era una sua caratteristica, “E sono venuta
a confessare, se me lo permettete.”
“Confessare cosa?”
“Che è stata colpa mia se siamo saltate nel vostro letto l’altra notte. L’ho suggerito io. Diana non avrebbe mai pensato di fare una cosa del genere,
ne sono certa. Diana è una ragazzina molto perbene, signorina Barry. Voi dovete capire quanto sia ingiusto incolparla.”
“Ah, io devo, eh? Penso piuttosto che Diana abbia avuto la sua parte di colpa in quel salto. Che razza di comportamento in una casa di gente
perbene!”
“Ma noi volevamo solo divertirci”, insistette Anna, “Penso che voi dovreste perdonarci, signorina Barry, ora che ci siamo scusate. E in ogni caso,
vi prego, perdonate Diana e permettetele di seguire le sue lezioni di musica. Diana ci tiene tanto alle sue lezioni di musica, signorina Barry, e io
so fin troppo bene cosa significa tenerci tanto a qualcosa e non poterla avere. Se dovete arrabbiarvi con qualcuno arrabbiatevi con me. Sono così
abituata, fin dai miei primi giorni, ad avere gente arrabbiata con me che posso sopportarlo molto meglio di quanto possa farlo Diana.”
L’irritazione cominciò a svanire dagli occhi dell’anziana signora, rimpiazzata da un barlume di divertito interesse. Pure lei disse con severità:
“Io non credo che sia una scusante dire che volevate solo divertirvi. Le bambine non indulgevano in divertimenti simili quand’ero giovane io. Non
sai cosa voglia dire essere svegliata mentre sei profondamente addormentata dopo una giornata lunga e faticosa, da due ragazzine che ti balzano
addosso.”
“No, non lo so, ma posso immaginarlo”, disse Anna con veemenza, “Sono certa che sia molto fastidioso. Ma lo è stato anche per noi. Voi avete un
po’ d’immaginazione, signorina Barry? Se ce l’avete, mettetevi nei nostri panni. Noi non sapevamo che nel letto c’era qualcuno e voi ci avete quasi
spaventato a morte. Ci siamo sentite malissimo. E inoltre non abbiamo potuto dormire nella stanza degli ospiti dopo che ci era stato promesso. Voi
sarete abituata a dormire nelle stanze degli ospiti, ma immaginate come possa sentirsi un’orfanella che non ha mai avuto quest’onore.”
A questo punto tutta l’irritazione era svanita. La signorina Barry si mise a ridere, un suono che fece sospirare di sollievo Diana che, muta e ansiosa,
attendeva in cucina.
“Temo che la mia immaginazione sia un po’ arrugginita... non la uso da tanto tempo”, disse, “Credo che le tue richieste di comprensione siano forti
quanto le mie. Tutto dipende dal punto di vista. Vieni a sederti e parlami un po’ di te.”
“Mi dispiace moltissimo ma non posso”, disse Anna risoluta, “Mi piacerebbe, perché voi sembrate una signora interessante, e potreste essere
perfino uno spirito affine, anche se a vedervi non si direbbe. Ma è mio dovere tornare a casa dalla signorina Marilla Cuthbert. La signorina
Marilla Cuthbert è una signora molto gentile che mi ha preso con sé per crescermi come si conviene. Lei fa del suo meglio, ma è un lavoro molto
scoraggiante. Non dovete dare la colpa a lei se sono saltata nel vostro letto. Prima di andare spero che voi perdoniate Diana e rimaniate ad Avonlea
per il tempo che avevate previsto in precedenza.”
“Forse lo farò, se tu ogni tanto verrai a parlare con me”, disse la signorina Barry.
Quella sera la signorina Barry regalò a Diana un braccialetto d’argento e disse ai padroni di casa che aveva disfatto i bagagli.
“Ho deciso di rimanere soltanto per approfondire la conoscenza con quella bambina, Anna”, disse con onestà, “Mi diverte, e alla mia età è raro
trovare persone divertenti.”
L’unico commento di Marilla, quando venne a conoscenza della storia, fu un “Te l’avevo detto”, rivolto a Matthew.
La signorina Barry rimase un mese e più. Fu un’ospite più gradevole del solito, perché Anna la teneva di buon umore. Le due divennero amiche.
Quando se ne andò la signorina Barry disse:
“Ricordati, Anna, di venire a trovarmi quando passi in città. E io ti farò dormire nella mia migliore stanza degli ospiti.”
“Dopo tutto la signorina Barry era uno spirito affine”, Anna confidò a Marilla, “Non lo diresti la prima volta che la vedi, ma lo è. Non si vede
subito, come con Matthew, ma dopo un po’ appare evidente. Gli spiriti affini non sono così rari come credevo una volta. È splendido pensare che
ce ne siano tanti, nel mondo.”
Capitolo 20 – Una buona fantasia andata male

La primavera era tornata ai Tetti Verdi, la bella, capricciosa e riluttante primavera canadese, che indugia tra aprile e maggio in una successione
di giorni miti, freschi o gelidi, coi tramonti rosa e il miracolo della resurrezione e della crescita. Gli aceri del Viale degli Innamorati erano pieni
di gemme rosse e piccole felci arricciate spuntavano attorno alla Bolla della Driade. Lassù, sulle lande dietro le proprietà del signor Silas Sloane,
fiorivano i biancospini, dolci stelle rosa e bianche sotto le foglie marroni. Tutti gli scolari, maschi e femmine, passarono un dorato pomeriggio a
raccoglierli e tornarono a casa nel chiaro, echeggiante crepuscolo con le braccia e i cestini carichi di quel bottino floreale.
“Mi dispiace per quelle persone che vivono in posti dove non ci sono i biancospini”, disse Anna, “Diana dice che forse loro hanno qualcosa di
meglio, ma non può esserci nulla di meglio dei biancospini, Marilla, vero? E Diana dice che se non sanno come sono fatti i biancospini, non
possono sentirne la mancanza, ma io credo che questa sia la cosa più triste di tutte. Penso che sia tragico, Marilla, non sapere come sono fatti i
biancospini e non sentirne la mancanza. Sai cosa penso che siano i biancospini, Marilla? Penso che siano le anime dei fiori morti l’estate scorsa, e
questo è il loro paradiso. Oggi ci siamo divertiti tantissimo, Marilla. Abbiamo pranzato in una conca piena di muschio vicino a un vecchio pozzo,
un posto tanto romantico. Charlie Sloane ha sfidato Arty Gillis a saltare oltre il pozzo, e Arty l’ha fatto perché non avrebbe mai rifiutato una sfida.
A scuola nessuno lo farebbe. Va così di moda sfidarsi! Il signor Phillips ha dato a Prissy Andrews tutti i biancospini che ha trovato e ho sentito
che le diceva ‘dolcezza alla dolcezza’. L’ha preso da un libro, lo s, però dimostra che ha un po’ d’immaginazione anche lui. Anche a me hanno
regalato dei biancospini, ma li ho rifiutati sprezzante. Non posso dirti il nome della persona che me li ha dati perché ho fatto voto che quel nome
non debba mai essere pronunciato dalle mie labbra. Abbiamo fatto ghirlande di biancospini e ce le siamo messe sui cappelli, e quando era ora di
tornare a casa abbiamo marciato in processione, due a due, con i nostri bouquet e le nostre ghirlande cantando ‘La mia casa sulla collina’. Oh,
Marilla, era così emozionante! E tutta la gente di Silas Sloane è venuta fuori a vederci e tutti quelli che incontravamo per strada si fermavano a
guardarci. Siamo stati sensazionali!”
“Non me ne meraviglio: è una tale sciocchezza!”, fu la risposta di Marilla.
Dopo i biancospini vennero le violette, che imporporarono la Vallata Violetta. Anna l’attraversava, mentre andava a scuola, con passi riverenti e
occhi adoranti, come se calpestasse un terreno sacro.
“In qualche modo”, disse a Diana, “quando l’attraverso non m’importa se Gil... se qualcun altro mi batte a scuola. Ma quando sono a scuola è tutto
diverso e me ne importa più che mai. Ci sono tante Anne diverse in me. Qualche volta penso che è per questo che sono una tale combinaguai. Se
fossi un’Anna sola sarebbe molto più comodo, ma neppure la metà interessante.”
Un mattino di giugno, quando i frutteti erano di nuovo carichi di boccioli rosa, le rane intonavano note argentine nelle paludi all’imbocco del Lago
delle Acque Scintillanti e l’aria era satura del profumo dei campi di trifoglio e degli aromi balsamici dei boschi di abete, Anna sedeva accanto alla
finestra della sua soffitta. Aveva fatto tutti i compiti ma ora, visto che si era fatto troppo buio per leggere il libro, si era lasciata andare a un sogno
a occhi aperti e guardava fuori, oltre i rami della Regina delle Nevi, ancora una volta costellati di ciuffi fioriti.
Per tutti gli aspetti essenziali quella stanzetta non era mutata. I muri erano ancora bianchi, il puntaspilli duro, la sedia più rigida, giallognola e dritta
che mai. Eppure il carattere complessivo della stanza appariva alterato. Era piena di una nuova, pulsante e vitale personalità che la pervadeva e
non dipendeva solo dai libri di scuola, dai vestiti e dai nastri, e neppure dalla brocca blu incrinata e piena di fiori di melo sul tavolo. Era per tutti i
sogni, fatti a occhi aperti e chiusi dalla sua vivace occupante, che avevano preso forma visibile, sebbene immateriale, e avevano tappezzato quei
muri spogli di un tessuto sottile fatto di arcobaleni e chiari di luna.
In quel momento arrivò, svelta, Marilla coi grembiuli scolastici di Anna appena stirati. Li appese a una sedia e si mise a sedere con un breve
sospiro. Quel pomeriggio aveva avuto uno dei suoi mal di testa, e anche se il dolore era passato si sentiva debole ed “esausta”, come disse. Anna
la guardò con occhi limpidi carichi di comprensione.
“Vorrei davvero prendermi quei mal di testa al posto tuo, Marilla. Li sopporterei lietamente per il tuo bene.”
“Hai fatto già abbastanza sbrigando tu le faccende per lasciarmi riposare”, disse Marilla, “te la sei cavata piuttosto bene, hai fatto meno errori del
solito. Certo, non era proprio necessario inamidare i fazzoletti di Matthew. E la maggior parte della gente quando mette uno sformato a scaldare
nel forno per il pranzo poi lo tira fuori e lo mangia, non ce lo lascia dentro a bruciare e indurire. Ma evidentemente questo non è il tuo sistema.”
Le emicranie rendevano sempre Marilla piuttosto sarcastica.
“Mi dispiace tanto”, disse Anna contrita, “Non ho più pensato allo sformato dal momento in cui l’ho messo nel forno a ora, anche se sentivo
istintivamente che a tavola mancava qualcosa. Ero fermamente decisa, quando stamattina mi hai affidato tutti quegli incarichi, a non immaginarmi
nulla e a tenere i pensieri fermi sulle cose concrete. Son andata abbastanza bene finché non ho infornato lo sformato, ma poi ho avuto l’irresistibile
tentazione di immaginarmi che ero una principessa in balia di un incantesimo e rinchiusa in una torre solitaria, e c’era un bellissimo cavaliere che
veniva a salvarmi a cavallo di un destriero nero come il carbone. È così che mi sono dimenticata dello sformato. Non sapevo di avere inamidato
i fazzoletti. Mentre stiravo stavo cercando di pensare a un nome per la nuova isola che io e Diana abbiamo scoperto nel ruscello. È un posto
veramente affascinante, Marilla. Sopra ci sono due aceri e il ruscello ci scorre proprio intorno. Alla fine m’è venuto in mente che sarebbe bello
chiamarla Isola Vittoria, visto che l’abbiamo scoperta il giorno del compleanno della Regina66. Sia io che Diana pensiamo sia un’idea molto leale.
Ma mi dispiace per lo sformato e per i fazzoletti. Oggi volevo essere bravissima perché è un anniversario. Ti ricordi cos’è accaduto in questo
giorno di un anno fa, Marilla?”
“No, non mi viene in mente nulla di speciale.”
“Oh, Marilla, è il giorno che sono arrivata ai Tetti Verdi! Non potrei mai dimenticarlo, è stato un punto di svolta nella mia vita. Certo, a te non deve
sembrare tanto importante. Sono qui da un anno e ne sono così felice. Naturalmente ho avuto i miei guai, ma non si vive senza guai. Ti dispiace
avermi tenuto, Marilla?”
“No, non posso dire che mi dispiace”, disse Marilla, che ogni tanto si chiedeva come avesse fatto a vivere prima che Anna venisse ai Tetti Verdi,
“No, proprio non mi dispiace. Se hai finito i compiti, Anna, voglio che tu vada dalla signora Barry a chiedere in prestito il modello del grembiule
di Diana.”
“Oh... oh, è troppo buio!”, esclamò Anna.
“Troppo buio? Ma se è solo il crepuscolo. E solo il cielo sa quante volte sei uscita col buio.”
“Ci andrò domattina presto”, disse Anna con veemenza, “Mi sveglio all’alba e ci vado, Marilla.”
“E ora che ti passa per la testa, Anna Shirley? Voglio quel modello per preparare il tuo grembiule stasera. Va’ subito e fa’ la brava.”
6 6 All’epoca in cui si svolge la storia il Canada è sotto il dominio della Corona Inglese, per cui il riferimento è alla regina Vittoria, che
regnava in quel periodo (NDT)
“Allora prendo la strada lunga”, disse Anna prendendo il cappello con una certa riluttanza.
“Prendere la strada lunga e perdere mezz’ora? Voglio proprio vedere!”
“Non posso andare nella Foresta Stregata!”, esclamò alla fine Anna, disperata.
Marilla la guardò.
“La Foresta Stregata? Ma sei matta? Che accidenti è la Foresta Stregata?”
“Il bosco di abeti rossi oltre il ruscello”, sussurrò Anna.
“Sciocchezze! Non esistono da nessuna parte le foreste stregate. Chi ti ha raccontato una roba del genere?”
“Nessuno”, confessò Anna, “Io e Diana ci siamo solo immaginate che il bosco fosse infestato. Tutti i posti qua attorno sono così comuni, e allora
per divertimento ci siamo inventate questa cosa. Abbiamo cominciato ad aprile. Una foresta stregata è così romantica, Marilla. Abbiamo scelto il
bosco di abeti rossi perché è tanto buio. Oh, ci abbiamo immaginato le cose più strazianti! C’è una dama vestita di bianco che cammina lungo il
ruscello proprio a quest’ora della sera, si torce le mani e lancia grida di lamento. Appare quando ci sarà un morto in famiglia. E poi c’è il fantasma
di un bambino assassinato che infesta l’angolo di Selvapigra; ti scivola alle spalle e ti poggia le dita gelide sulla testa... così. Oh, Marilla, se solo ci
penso rabbrividisco. E c’è un uomo decapitato che cammina su e giù sul sentiero, e gli scheletri che lanciano minacce dai rami. Oh, Marilla, non
andrei nella Foresta Stregata col buio per nulla al mondo. Sono sicura che qualcosa di bianco mi raggiungerebbe e mi afferrerebbe.”
“Sì è mai sentita una cosa del genere?”, esclamò Marilla che aveva ascoltato tutta la storia in muto stupore, “Anna Shirley, intendi dirmi che credi
alle perfide creazioni della tua fantasia?”
“Non è proprio che ci credo”, balbettò Anna, “Almeno, non ci credo di giorno. Ma quando fa buio, Marilla, è diverso. È allora che arrivano
fantasmi.”
“Anna, i fantasmi non esistono.”
“Oh, Marilla, esistono!”, strillò con ardore Anna, “Conosco gente che li ha visti. Ed è gente rispettabile. Charlie Sloane dice che sua nonna ha visto
suo nonno condurre a casa le mucche, il giorno dopo che era passato un anno dalla sua sepoltura. Tu sai che la nonna di Charlie Sloane non direbbe
mai menzogne, è una donna molto religiosa. E il padre della signora Thomas una notte fu inseguito fino a casa da un agnello infuocato con la testa
staccata e appesa al corpo solo da una striscia di pelle. Disse che era lo spirito di suo fratello che lo avvertiva che sarebbe morto entro nove giorni.
Non fu così, però lui morì due anni dopo, perciò vedi che era vero. E Ruby Gillis dice...”
“Anna Shirley”, interruppe decisa Marilla, “Non voglio più sentirti parlare in questo modo. È da tanto tempo che ho seri dubbi su quella tua
immaginazione e se questo dev’esserne il risultato non te la permetto più. Ora vai dritto dai Barry, e ci vai per il bosco di abeti rossi, proprio per
darti una lezione e un avvertimento. E non voglio mai più sentirti parlare di foreste stregate!”
Anna poteva pure supplicare e piangere quanto voleva – e lo fece, perché il suo terrore era reale. La sua immaginazione le aveva preso la mano e
il bosco di abeti rossi, dopo il tramonto, la spaventava a morte. Ma Marilla fu inesorabile. Condusse a passo di marcia la tremebonda avvistatrice
di fantasmi fino alla fonte, le ordinò di attraversare difilato il ponte e quindi l’oscuro antro più dietro, con le sue dame lamentose e i suoi spettri
decapitati.
“Come puoi essere tanto crudele, Marilla?”, singhiozzò Anna, “Come ti sentiresti poi se qualcosa mi afferrasse e mi portasse via?”
“Correrò questo rischio!”, disse l’insensibile Marilla, “Sai bene che quel che dico faccio. Ti farò passare questa fissazione coi fantasmi immaginari.
In marcia, adesso!”
Anna si mise in marcia. A dire il vero barcollò per il ponte e, tutta tremante, si lasciò alle spalle quell’oscuro sentiero. Anna non dimenticò mai
quel percorso, e rimpianse amaramente di aver concesso tanta libertà alla propria fantasia. I folletti della sua immaginazione sbucavano da ogni
ombra e tendevano mani fredde e scheletriche per afferrare la bambina terrorizzata che li aveva chiamati in vita. La striscia bianca del ramo di una
betulla che sporgeva da un avvallamento sopra il terreno marrone le fece fermare il cuore. Il gemito provocato da due vecchi rami che sfregavano
l’uno contro l’altro le imperlò la fronte di sudore. L’improvvisa calata dei pipistrelli nell’oscurità le parve come il volo di creature sovrannaturali.
Quando raggiunse il campo del signor Bell lo attraversò di volata come se fosse inseguita da un esercito di pallidi esseri, e quando arrivò alla porta
della cucina dei Barry era così senza fiato da riuscire a stento ad ansimare la sua richiesta per il modello del grembiule. Diana non c’era, così non
ebbe scuse per fermarsi. Doveva affrontare lo spaventoso viaggio di ritorno. Anna ritornò a occhi chiusi e preferì correre il rischio di andare a
sbattere la testa contro un ramo piuttosto che vedere pallidi esseri. Quando finalmente inciampò contro il ponte di tronchi tirò, tremando, un lungo
sospiro di sollievo.
“Allora, non ti hanno acchiappato?”, disse Marilla senza un briciolo di comprensione.
“Oh, Mar... Marilla”, batté i denti Anna, “Da... da ora... in p... poi mi accontenterò dei luoghi com... comuni!”
Capitolo 21 – Una nuova partenza nell’aria

“Povera me! A questo mondo non ci sono che arrivi e partenze, come dice la signora Lynde”, osservò Anna tristemente l’ultimo giorno di giugno
mentre posava sul tavolo della cucina lavagnetta e libri e si asciugava gli occhi arrossati con un fazzoletto zuppo di lacrime, “Che fortuna, Marilla,
che oggi a scuola ho portato un fazzoletto in più. Avevo il presentimento che mi sarebbe servito.”
“Non pensavo che tenessi al signor Phillips così tanto da aver bisogno di due fazzoletti per asciugarti le lacrime solo perché se ne va”, disse Marilla.
“Ma non penso di aver pianto perché m’importa di lui”, rifletté Anna, “Ho pianto perché lo facevano tutti gli altri. È stata Ruby Gillis a cominciare.
Ruby Gillis ha sempre detto di detestare il signor Phillips, ma appena lui s’è alzato per fare il suo discorso d’addio lei è scoppiata in lacrime, e
poi tutte le ragazze, una dopo l’altra, hanno cominciato a piangere. Io ho cercato di trattenermi, Marilla. Ho cercato di ricordare quando il signor
Phillips mi ha messo vicino a Gil... a un ragazzo; e quella volta che ha scritto sulla lavagna il mio nome senza la a alla fine; e quando ha detto che
in geometria sono la peggior somara che abbia mai visto e ha riso della mia scrittura; e tutte le volte che è stato sgradevole e sarcastico, però non
ci sono riuscita, Marilla, non ho potuto far altro che mettermi a piangere anch’io. Jane Andrews diceva da un mese quanto sarebbe stata contenta
quando il signor Phillips se ne fosse andato e dichiarava che non avrebbe versato una lacrima. Be’, lei è stata la peggiore e ha dovuto farsi prestare
il fazzoletto dal fratello – ovviamente i ragazzi non hanno pianto – perché non si era portata il suo, credeva di non averne bisogno. Oh, Marilla,
era straziante. Il signor Phillips ha fatto un bellissimo discorso d’addio, cominciava con ‘È giunto per noi il momento di separarci’. Era molto
commovente. E anche lui aveva le lacrime agli occhi, Marilla. Mi sono sentita terribilmente dispiaciuta e piena di rimorso per tutte le volte che
ho parlato a scuola, e gli ho fatto le caricature sulla lavagnetta, e ho preso in giro lui e Prissy. Avrei voluto essere diventata un’alunna modello
come Minnie Andrews, lei non aveva nessun peso sulla coscienza. Le ragazze hanno pianto per tutta la via del ritorno. Carrie Sloane continuava a
ripetere ogni due minuti ‘È giunto per noi il momento di separarci’, e questo ci bloccava tutte le volte che correvamo il rischio di tornare allegre.
Mi sento terribilmente triste, Marilla. Però non si può essere negli abissi della disperazione quando si hanno davanti due mesi di vacanza, Marilla,
no? Inoltre abbiamo incontrato il nuovo ministro e sua moglie che arrivavano dalla stazione. E anche se ero dispiaciuta per il signor Phillips che
se ne va non potevo non interessarmi al nuovo ministro, no? Sua moglie è molto graziosa. Certo, non di maestosa bellezza... credo che non stia
bene che un ministro del culto abbia una moglie maestosamente bella, potrebbe dare un cattivo esempio. La signora Lynde dice che la moglie del
ministro di Newbridge da un pessimo esempio perché si veste alla moda. La moglie del nostro nuovo ministro aveva un vestito di mussola blu con
deliziose maniche a sbuffo e un cappellino circondato di rose. Jane Andrews ha detto che secondo lei le maniche a sbuffo sono troppo mondane
per la moglie di un ministro, ma io non ho fatto osservazioni così poco caritatevoli, Marilla, perché so bene cosa significhi desiderare le maniche
a sbuffo. E poi lei è la moglie di un ministro solo da poco, quindi bisogna farle delle concessioni, no? Andranno a stare dalla signora Lynde finché
non è pronto il presbiterio.”
Se Marilla quella sera nell’andare dalla signora Lynde fu spinta da altri motivi, oltre quello ufficiale di rendere il telaio per trapunte che aveva preso
in prestito lo scorso inverno, fu una scusabile debolezza, che condivideva con quasi tutti gli abitanti di Avonlea. Molte delle cose che la signora
Lynde aveva prestato, talvolta senza neppure aspettarsi di rivederle, tornarono indietro, quella sera, assieme a chi se le era fatte prestare. Un nuovo
ministro, e per di più un nuovo ministro con una moglie, era un lecito oggetto di curiosità in un piccolo paese dove gli avvenimenti degni di nota
erano pochi e molto distanziati tra loro.
L’anziano signor Bentley, il ministro che secondo Anna aveva poca fantasia, era stato il pastore di Avonlea per diciott’anni. Era un vedovo
quando arrivò e continuò a essere un vedovo, nonostante i pettegolezzi locali lo vedessero sposato a questa, quella o quell’altra, per ogni anno
del suo soggiorno. Il febbraio precedente aveva rassegnato le dimissioni e se n’era andato tra il dispiacere dei suoi fedeli, molti dei quali si erano
affezionati a causa delle lunga frequentazione a quel buon, vecchio ministro, nonostante fosse un pessimo oratore. Da quel momento la chiesa di
Avonlea aveva avuto un’allegra dispersione religiosa nel sentire i molti e vari candidati e “supplenti” che venivano a predicare in prova domenica
dopo domenica. Questi restavano in piedi o cadevano sotto il giudizio dei padri e delle madri d’Israele; ma una certa ragazzina dai capelli rossi
che se ne stava seduta mite in un angolo della vecchia panca dei Cuthbert pure aveva le sue opinioni e ne discuteva ampiamente con Matthew, dal
momento che Marilla si rifiutava in ogni modo di criticare un ministro.
“Io non credo che il signor Smith andasse bene”, ricapitolò Anna, “La signora Lynde dice che aveva una pessima pronuncia, ma secondo me il
suo difetto peggiore era lo stesso del signor Bentley... aveva poca fantasia. E il signor Terry ne aveva fin troppa; la lasciava correre proprio come
ho fatto io con la faccenda della Foresta Stregata. Inoltre la signora Lynde dice che la sua teologia non era valida. Il signor Gresham era un uomo
molto buono e religioso, ma raccontava troppe storielle divertenti e faceva ridere la gente in chiesa; non era dignitoso e se vuoi fare il ministro devi
essere dignitoso, vero, Matthew? Credo che il signor Marshall fosse decisamente attraente, ma la signora Lynde dice che non era sposato e neppure
fidanzato, lo sa perché ha fatto ricerche speciali su di lui, e dice che non va bene avere ad Avonlea un ministro giovane e celibe, perché potrebbe
sposare una della congregazione e questo porterebbe guai. La signora Lynde è una donna molto lungimirante, vero, Matthew? Sono molto contenta
che abbiano chiamato il signor Allan. Mi è piaciuto perché il suo sermone era molto interessante e pregava con intenzione, non semplicemente
per abitudine. La signora Lynde dice che non è perfetto, ma dice anche che probabilmente non possiamo aspettarci un ministro perfetto per
settecentocinquanta dollari all’anno, e inoltre la sua teologia è valida perché l’ha interrogato a puntino su ogni argomento della dottrina. E conosce
la famiglia di sua moglie, sono tutti rispettabili e le donne tutte brave massaie. La signora Lynde dice che una dottrina valida nel marito e bravura
nelle faccende domestiche nella moglie sono la combinazione ideale per la famiglia di un ministro.”
Il nuovo ministro e sua moglie erano una coppia giovane, dal volto piacevole, ancora in luna di miele e piena di entusiasmi belli e buoni per la vita
che avevano scelto. Avonlea gli aprì il suo cuore fin da subito. Vecchi e giovani apprezzarono quel giovane onesto e allegro coi suoi alti ideali e la
sua piccola, vivace e gentile signora che assunse il ruolo di padrona di casa del presbiterio. Anna s’infatuò presto e con tutto il cuore della signora
Allan: le due erano spiriti affini.
“La signora Allan è decisamente deliziosa”, annunciò una domenica pomeriggio, “Insegna in classe nostra alla scuola domenicale ed è una maestra
fantastica. Ha detto subito che pensa che non sia bello che gli insegnanti facciano tutte le domande e tu lo sai, Marilla, è quel che avevo sempre
pensato io. Ha detto che potevamo farle tutte le domande che volevamo e io gliene ho fatte tante. Sono bravissima a fare domande, Marilla.”
“Ci credo!”, fu il comprensivo commento di Marilla.
“Nessun altro ne ha fatte, tranne Ruby Gillis, che le ha chiesto se ci sarà un picnic della scuola domenicale quest’estate. Io non penso che fosse
una domanda appropriata da fare, visto che non aveva nessuna connessione con la lezione – la lezione era su Daniele nella fossa dei leoni – ma la
signora Allan ha sorriso e ha detto che pensa che ci sarà. La signora Allan ha un sorriso incantevole e squisite fossette sulle guance. Vorrei avere
anch’io le fossette sulle guance, Marilla. Non sono più ossuta come quando sono arrivata qui, ma non ho ancora le fossette. Se le avessi forse potrei
influenzare per il meglio le persone. La signora Allan dice che dovremmo sempre cercare di influenzare per il meglio gli altri. Ha parlato così bene
di tutto! Non avevo mai saputo prima d’ora che la religione è una cosa così gioiosa. Avevo sempre pensato che fosse una cosa malinconica, ma la
signora Allan non lo è. Mi piacerebbe essere una cristiana come la signora Allan, non vorrei mai diventare come il signor Sovrintendente Bell.”
“È molto cattivo da parte tua parlare così del signor Bell”, disse Marilla severa, “Il signor Bell è un brav’uomo!”
“Certo che è un brav’uomo”, concordò Anna, “Ma lui sembra non trarne alcun conforto. Se io fossi buona danzerei e canterei tutto il giorno perché
ne sarei felice. Suppongo che la signora Allan sia troppo vecchia per danzare e cantare, e poi non sarebbe dignitoso per la moglie di un ministro.
Però si vede che è felice di essere cristiana e che ne sarebbe felice anche se fosse possibile andare in paradiso senza esserlo.”
“Dovremmo invitare il signor e la signora Allan per un tè, uno di questi giorni”, rifletté Marilla, “Sono stati quasi ovunque tranne che qui. Vediamo,
mercoledì prossimo potrebbe essere un buon giorno per invitarli. Ma non farne parola con Matthew: se lo sapesse riuscirebbe a trovare una scusa
per passar fuori quella giornata. Era così abituato al signor Bentley che non faceva caso a lui, ma sarà difficile che si adatti a un nuovo ministro, e
la moglie di un nuovo ministro lo spaventerà a morte.”
“Sarò muta come una tomba”, la rassicurò Anna, “Ma mi lascerai fare una torta per quell’occasione, Marilla? Vorrei proprio fare qualcosa per la
signora Allan e tu sai che ora sono piuttosto brava a fare le torte.”
“Puoi fare una torta a più strati”, promise Marilla.
Lunedì e Martedì ci furono grossi preparativi ai Tetti Verdi. Avere il ministro e sua moglie in visita per il tè era un compito molto serio e importante,
e Marilla era determinata a non lasciarsi eclissare da nessun’altra massaia di Avonlea. Anna era fuori di sé dall’eccitazione e dall’allegria. Ne parlò
con Diana tutto martedì sera, al crepuscolo, mentre sedevano sulla grande pietra rossa vicino alla Bolla della Driade e creavano piccoli arcobaleni
nell’acqua con rametti di abete impregnati di resina.
“È tutto pronto, Diana, tranne la mia torta, che farò domattina, e i biscotti lievitati che Marilla farà proprio prima del tè. Ti assicuro, Diana, che
io e Marilla abbiamo avuto due giorni pieni d’impegni. È una tale responsabilità avere per il tè la famiglia di un ministro! Non ho mai avuto
un’esperienza simile prima d’ora. Dovresti vedere la nostra dispensa, è veramente uno spettacolo. Avremo pollo in gelatina e lingua fredda, poi
avremo due tipi di gelatina, gialla e rossa, e la panna montata e la torta di limoni, e la torta di ciliege, e tre tipi di biscotti, e la crostata di frutta, e
la famosa conserva di prugne gialle di Marilla, che lei fa solo ai ministri, e la torta semplice e la torta a strati, e i biscotti, come ho detto prima. E
pane fresco e anche vecchio, nel caso che il ministro abbia la dispepsia e non possa mangiare il pane fresco. La signora Lynde dice che i ministri
hanno sempre la dispepsia, ma io penso che il signor Allan non sia ministro da tanto tempo per dover già patire questi effetti. Mi vengono i brividi
se penso al mio dolce a strati. Oh, Diana, e se non viene bene? Stanotte ho sognato che ero inseguita da un folletto spaventoso che aveva un enorme
dolce a strati al posto della testa.”
“Sarà buono, coraggio”, disse Diana, che era un’amica molto rassicurante, “Ti giuro che quel pezzo del tuo dolce che abbiamo mangiato per pranzo
due settimane fa a Selvapigra era decisamente elegante.”
“Sì, ma i dolci hanno la brutta abitudine di riuscire male soprattutto quando tu tieni particolarmente che vengano bene”, sospirò Anna facendo
galleggiare un ramoscello carico di resina di abete, “A ogni modo, penso che dovrò semplicemente affidarmi alla Provvidenza a fare attenzione a
mettere la farina. Oh, guarda, Diana, che incantevole arcobaleno! Pensi che quando saremo andate via la driade verrà a prenderlo per farsene una
sciarpa?”
“Lo sai che le driadi non esistono!”, disse Diana. La mamma di Diana aveva scoperto la faccenda della foresta stregata e si era decisamente
arrabbiata. Come risultato Diana si era astenuta dall’imitare ulteriormente i voli di fantasia di Anna e ritenne poco prudente anche coltivare la
semplice fede in un’innocua driade.
“Ma è facile far finta che esista”, disse Anna, “Ogni notte, prima di andare a letto, guardo fuori dalla finestra e mi chiedo se davvero la driade
sia seduta qui, a pettinarsi i riccioli usando la fonte come specchio. Certe volte cerco le sue impronte nella rugiada del mattino. Oh, Diana, non
smettere di credere alla driade!”
E il mercoledì mattina arrivò. Anna si alzò all’alba perché era troppo eccitata per dormire. Aveva preso un brutto raffreddore di testa a furia di
sguazzare nella sorgente la sera prima; ma nulla di meno grave di una potente polmonite avrebbe potuto estinguere il suo interesse nelle attività
culinarie, quel mattino. Dopo la colazione cominciò a preparare il suo dolce. Quando aprì la porta del forno tirò un lungo sospiro di sollievo.
“Sono sicura che stavolta non ho dimenticato nulla, Marilla. Ma credi che crescerà? E se per caso il lievito non fosse buono? Ho preso quello del
barattolo nuovo, e la signora Lynde dice che oggigiorno è tutto adulterato e non si è mai certi di trovare del buon lievito. La signora Lynde dice
che il Governo dovrebbe interessarsene, ma dice anche che finché avremo un governo Tory non vedremo mai quel giorno. Marilla, e se il dolce
non cresce?”
“Pazienza, ne abbiamo tanti altri”, fu il modo distaccato di Marilla di affrontare la situazione.
A ogni modo il dolce crebbe e venne fuori dal forno leggero e soffice come spuma dorata. Anna, arrossendo di piacere, lo combinò con strati di
gelatina color rubino e nella sua fantasia vide la signora Allan mangiarlo e magari chiederne anche un’altra fetta.
“Naturalmente, Marilla, userai il miglior servizio da tè”, disse, “Posso decorare la tavola con felci e rose?”
“Io penso che sia assurdo”, disapprovò Marilla, “Secondo me sono le pietanze a essere importanti a tavola, non delle sciocche decorazioni.”
“La signora Barry ha decorato la sua tavola”, disse Anna, non del tutto innocente e un po’ subdolamente, “e il ministro le ha reso un bel
complimento. Ha detto che era una festa per gli occhi come per il palato.”
“Be’, fa’ come ti pare”, disse Marilla, che non intendeva farsi battere né dalla signora Barry né da nessun altro, “Bada solo a lasciare abbastanza
spazio per i piatti e le portate.”
Anna si mise a decorare il tavolo in un modo e in uno stile che avrebbe fatto sembrare un fallimento quello della signora Barry. Avendo a
disposizione una grande abbondanza di felci e rose, e anche un certo talento artistico, arrangiò il tavolo in modo tale che quando il ministro e sua
moglie si accomodarono esclamarono in coro i complimenti per tanta bellezza.
“È opera di Anna”, disse Marilla, onesta ma a malincuore. Anna sentì che il sorriso d’approvazione della signora Allan era troppa felicità per
questo mondo.
Matthew era lì, allettato da quella compagnia solo Dio e Anna sapevano come. Era rimasto in un tale stato di timidezza e nervosismo che Marilla,
disperata, ci aveva rinunciato, ma Anna aveva preso in mano così bene la situazione che adesso lui era lì, seduto a tavola nel suo completo migliore
e col colletto bianco, a conversare col ministro non senza interesse. Non disse neanche una parola alla signora Allan, ma forse nessuno se lo
aspettava.
Tutto andò liscio come l’olio finché non fu servito il dolce a strati di Anna. La signora Allan, che si era già servita di una sbalorditiva serie di
pietanze, declinò l’offerta, ma Marilla, notando la delusione sul volto di Anna, disse con un sorriso:
“Oh, ma dovete provarne una fetta, signora Allan. Anna l’ha fatta apposta per voi.”
“In questo caso devo assaggiarla”, rise la signora Allan prendendo una grossa fetta, come pure fecero il ministro e Marilla.
La signora Allan diede un morso al dolce e sul suo viso comparve una stranissima espressione; non disse una parola, ma continuò a mangiare con
decisione. Marilla vide l’espressione e si affrettò ad assaggiare il dolce.
“Anna Shirley”, esclamò, “Che accidenti hai messo in questo dolce?”
“Solo quello che diceva la ricetta, nient’altro, Marilla”, si angosciò Anna, “Non è buona?”
“D’accordo! È semplicemente terribile. Signor Allan, non mangiatela. Anna, assaggiala tu stessa. Che aromi hai usato?”
“Vaniglia”, disse Anna, il viso scarlatto dalla mortificazione dopo aver assaggiato il dolce, “Solo vaniglia. Oh, dev’essere stato il lievito. Avevo i
miei sospetti su quel liev...”
“Lievito? Sciocchezze! Va’ a prendermi la bottiglia di vaniglia che hai usato.”
Anna corse alla credenza e tornò con una bottiglietta parzialmente piena di un liquido marrone e con su l’etichetta “Vaniglia di qualità”.
Marilla la prese, la stappò e l’annusò.
“Poveri noi, Anna, per aromatizzare il dolce hai usato lo sciroppo calmante. Io avevo rotto il flacone e avevo messo lo sciroppo che avanzava in
una bottiglia vuota di vaniglia. Forse in parte è colpa mia, avrei dovuto avvertirti, ma per amor del cielo, tu non potevi annusarlo prima?”
Anna si dissolse in lacrime dopo questa doppia disgrazia.
“Non potevo... con questo raffreddore!”, e con queste parole scappò in camera sua e si buttò sul letto a piangere, come uno che rifiuti di farsi
consolare.
In quel momento sulle scale si sentì un passo leggero e qualcuno entrò nella stanza.
“Oh, Marilla”, singhiozzò Anna senza guardare su, “Sono in disgrazia per sempre. Non sopravviverò mai a questo. Si verrà a sapere... ad Avonlea
si viene a sapere sempre tutto. Sarò additata per sempre come la ragazza che ha aromatizzato il dolce con lo sciroppo calmante. Gil... i ragazzi a
scuola non smetteranno più di riderne. Oh, Marilla, se hai un briciolo di carità cristiana non dirmi di andare a lavare i piatti, dopo questo. Li laverò
quando il ministro e sua moglie se ne vanno, ma non posso più guardare in faccia la signora Allan. Forse pensa che ho cercato di avvelenarla! La
signora Lynde dice che conosce un’orfana che cercò di avvelenare il suo benefattore, ma lo sciroppo non è veleno. È fatto per uso interno... anche
se non è un dolce. Lo diresti tu alla signora Allan, Marilla?”
“Forse potresti alzarti e dirglielo tu stessa”, disse una voce allegra.
Anna balzò su e trovò la signora Allan, in piedi accanto al suo letto, che la esaminava con occhi ridenti.
“Mia cara bambina, non devi piangere così”, disse genuinamente turbata dal tragico volto di Anna, “È stato solo un errore buffo che chiunque
potrebbe fare.”
“Oh, no, ci voglio io a fare errori così”, disse l’infelice Anna, “E io volevo farvi un dolce tanto buono, signora Allan.”
“Sì, lo so, mia cara. E ti assicuro che apprezzo la tua gentilezza e la tua premura come se fosse riuscito bene. Ora non piangere più, vieni giù con me
e mostrami il tuo giardino fiorito. La signorina Cuthbert m’ha detto che hai un’aiuola tutta tua. Voglio vederla perché i fiori mi piacciono molto.”
Anna si lasciò consolare e portare di sotto, riflettendo che fosse davvero provvidenziale che la signora Allan fosse uno spirito affine. Non si disse
più nulla sul dolce allo sciroppo, e quando gli ospiti andarono via Anna scoprì di essersi divertita quella sera molto più di quanto non s’aspettasse,
considerando quel terribile incidente. Nonostante ciò, sospirò profondamente:
“Marilla, non è bello pensare che domani è un altro giorno ancora privo di errori?”
“Scommetto che ce lo riempirai tu”, disse Marilla, “Nessuno ti batte nel commettere errori, Anna.”
“Sì, e io lo so bene”, ammise Anna tristemente, “Ma hai mai notato una cosa, di me, molto incoraggiante, Marilla? Non faccio mai lo stesso errore
due volte.”
“Non so se questo è un bene, visto che ne fai sempre di nuovi.”
“Ma non vedi, Marilla? Deve pur esserci un limite agli errori che una persona può fare, e quando avrò raggiunto quel limite allora li avrò superati.
È un pensiero molto confortante.”
“Va bene, ora vai a dare quel dolce ai maiali”, disse Marilla, “Non è adatto per gli umani, neppure per Jerry Boute.”
Capitolo 22 – Anna è invitata a un tè

“E ora che hai, con quegli occhi fuori dalle orbite?”, domandò Marilla ad Anna, che era appena tornata da una corsa all’ufficio postale, “Hai
incontrato un altro spirito affine?”
L’eccitazione avvolgeva Anna come un abito, le risplendeva negli occhi, accendeva ogni suo lineamento. Aveva percorso il vialetto saltellando
come uno spiritello portato dal vento, tra la morbida luce e le ombre pigre di quella sera d’agosto.
“No, Marilla, ma indovina? Sono invitata per un tè al presbiterio domani pomeriggio! La signora Allan mi ha lasciato una lettera all’ufficio postale.
Guardala, Marilla. ‘Signorina Anna Shirley, Tetti Verdi’. È la prima vola che mi chiamano ‘Signorina’, che brividi mi ha fatto venire! Conserverò
questa lettera per sempre tra i miei tesori più preziosi.”
“La signora Allan mi ha detto che vuole invitare a turno tutti i suoi allievi della scuola domenicale”, disse Marilla considerando con freddezza quel
meraviglioso evento, “Non c’è bisogno di emozionarsi così tanto. Impara ad affrontare le cose con più calma.”
Convincere Anna ad affrontare le cose con calma voleva dire convincerla a cambiare la sua natura. Tutta “spirito, fuoco e rugiada” com’era, i
piaceri e i dolori della vita la coglievano con triplice intensità. Marilla lo percepiva e ne era vagamente preoccupata, comprendendo che gli alti
e bassi della vita sarebbero stati pesanti da sopportare per questa creatura impulsiva, ma non capiva che l’egualmente alta capacità di trovare
diletto in ogni cosa compensava più che in abbondanza i dispiaceri. Perciò Marilla riteneva fosse un suo dovere educare Anna a un temperamento
tranquillo e uniforme che per lei era impossibile e alieno, così come potrebbe esserlo per un raggio di sole che guizza sulla superficie del ruscello.
Non faceva molti progressi, come doveva ammettere tristemente. La rovina di qualche speranza o qualche suo progetto gettava Anna “negli abissi
della disperazione”. La sua realizzazione, per contro, la esaltava fino a limiti inebrianti e meravigliosi. Marilla aveva quasi cominciato a disperare
di poter modellare quella piccola reietta del mondo nella sua ragazzina modello dai modi contegnosi e il portamento affettato. E poi pensava che
anche se ci fosse riuscita Anna non le sarebbe piaciuta tanto quanto adesso.
Anna andò a letto ammutolita dalla tristezza perché Matthew aveva detto che il vento spirava da nord-est e questo voleva dire che l’indomani
sarebbe piovuto. Lo stormire delle foglie del pioppo vicino casa la spaventò, perché sembrava tanto simile al ticchettio della pioggia, e il vigoroso,
lontano ruggito del golfo, che di solito ascoltava con piacere, rapita da quel ritmo strano, potente e ossessivo, ora sembrava foriero di tempesta e
disastri per una ragazzina che desiderava tanto una bella giornata. Anna pensò che il mattino seguente non sarebbe mai arrivato.
Ma tutto ha una fine, anche le notti che precedono il giorno in cui si è invitati per un tè al presbiterio. Quel mattino, nonostante le previsioni di
Matthew, fu bello e l’umore di Anna spiccò il volo.
“Oh, Marilla, oggi c’è qualcosa in me che mi fa amare tutti”, esclamò mentre lavava i piatti della colazione, “Non sai quanto mi sento buona!
Non sarebbe bello se potesse durare? Penso che potrei diventare una ragazzina modello se m’invitassero tutti i giorni a un tè. Ma Marilla, è
anche un’occasione solenne. Mi rende così ansiosa. E se non mi comporto a modo? Non ho mai preso un tè al presbiterio prima d’ora e di certo
non conosco tutte le regole dell’etichetta, anche se da quando sono qui le studio sulla rubrica di buone maniere del Family Herald. Ho paura di
fare qualcosa di stupido, o di dimenticarmi di fare qualcosa che dovrei fare. Per esempio, sarebbe maleducato chiedere una seconda porzione di
qualcosa se davvero la desiderassi?”
“Il tuo problema, Anna, è che pensi troppo a te stessa. Dovresti pensare solo alla signora Allan, a cosa possa essere gentile e gradevole per lei.”,
disse Marilla, che per la prima volta nella sua vita aveva dato un consiglio conciso e molto assennato. Anna se ne accorse all’istante.
“Hai ragione, Marilla. Cercherò di non pensare affatto a me stessa.”
Evidentemente Anna superò quella visita senza alcuna grave infrazione “all’etichetta”, perché tornò al crepuscolo, sotto un cielo magnifico e
acceso di nuvole striate di zafferano e rosa, in uno stato di totale beatitudine, e, seduta sulla grande lastra di pietra rossa accanto all’ingresso della
cucina, la testa ricciuta e stanca posata sul grembiule di percalle di Marilla, le raccontò felice tutto quel che era successo.
Un vento freddo soffiava dalle colline di abeti rossi, attraversava i campi di grano e fischiava tra i rami dei pioppi. Una stella brillava sul frutteto
e le lucciole scintillavano nel Viale degli Innamorati, avanti e indietro, tra le felci e i rami che stormivano. Anna le osservava mentre parlava e in
qualche modo sentiva che vento, stelle e lucciole erano legate tra loro in qualcosa di inspiegabilmente dolce e incantevole.
“Oh, Marilla, è stato un pomeriggio stupendo. Ora so di non aver vissuto invano, e mi sentirei così anche se non dovessi venir invitata mai più
al presbiterio. Quando sono arrivata la signora Allan mi è venuta incontro sulla porta. Indossava un bellissimo vestito di organza rosa pallido,
con dozzine di balze e le maniche al gomito, sembrava proprio un angelo. Credo proprio che mi piacerebbe fare la moglie di un ministro quando
cresco, Marilla. A un ministro non importerebbe se ho i capelli rossi, perché loro non si curano di cose tanto materiali. Però bisognerebbe essere
buona di natura, ovviamente, e io non lo sono mai stata, quindi immagino che non ci debba neppure pensare. Lo sai, certe persone sono buone di
natura e certe altre no, e io sono fra queste. La signora Lynde dice che sono piena di peccato originale. E non importa quanto duramente mi sforzi
d’esser buona, non sarò mai come quelli che sono buoni di natura. Credo che sia come per la geometria. Ma non pensi che sforzarsi duramente
debba contare qualcosa? La signora Allan è una di quelle persone buone di natura. Io l’adoro. Sai, ci sono persone come Matthew e la signora Allan
che puoi amare senza alcuno sforzo. E poi ce ne sono altre, come la signora Lynde, che per amarle ti devi sforzare. Tu sai che devi amarle perché
sanno tante cose e lavorano per la chiesa così attivamente, ma devi continuare a tenerlo a mente altrimenti è facile dimenticarsene. A prendere il
tè al presbiterio c’era anche un’altra ragazzina della scuola domenicale delle Sabbie Bianche. Si chiama Lauretta Bradley ed è molto simpatica.
Non è proprio uno spirito affine, ma è simpatica. Abbiamo preso un tè elegantissimo e io credo di aver seguito tutte le regole dell’etichetta. Dopo
il tè la signora Allan ha suonato e cantato, e ha fatto cantare anche me e Lauretta. La signora Allan dice che ho una bella voce e che dopo avermi
sentita vuole che canti nel coro della scuola domenicale. Non puoi capire che emozione se ci penso! Ho sempre desiderato cantare nel coro della
scuola domenicale come Diana, ma pensavo che fosse un onore al quale non avrei mai potuto aspirare. Lauretta è dovuta tornare a casa presto
perché stasera ci sarà un gran concerto all’Hotel delle Sabbie Bianche e sua sorella vi prende parte. Lauretta dice che gli americani all’Hotel
danno un concerto ogni due settimane per aiutare l’ospedale di Charlottetown e chiedono a un sacco di abitanti delle Sabbie Bianche di prendervi
parte. Lauretta si aspetta che prima o poi lo chiedano anche a lei. L’ho ammirata tantissimo. Dopo che Lauretta se n’è andata io e la signora Allan
abbiamo avuto una conversazione intima. Le ho raccontato tutto... della signora Thomas e i gemelli, di Katie Maurice e Violetta, di quando sono
venuta ai Tetti Verdi e anche dei miei problemi in geometria. E ci crederesti, Marilla? La signora Allan mi ha detto che anche lei era una somara
in geometria! Non sai quanto mi ha incoraggiato! La signora Lynde è arrivata al presbiterio proprio prima che me ne andassi e indovina, Marilla?
Il consiglio d’amministrazione ha assunto un nuovo insegnante ed è una donna! Si chiama signorina Muriel Stacy. Non è un nome romantico?
La signora Lynde dice che ad Avonlea non c’è mai stata una maestra donna e lei pensa che sia un’innovazione pericolosa, ma io credo che sarà
fantastico avere un’insegnante donna e davvero con so come farò a resistere in queste due settimane che ci separano dal ritorno a scuola. Sono così
impaziente di vederla!”
Capitolo 23 – Anna soffre per motivi d’onore

Anna dovette resistere più di due settimane, visto quel che accadde. Era passato quasi un mese dall’episodio della torta allo sciroppo calmante ed
era ormai ora che si ficcasse in qualche nuovo guaio, dal momento che non valeva la pena contare quei piccoli errori quotidiani come distrarsi e
vuotare la pentola col latticello77 nel cesto dei gomitoli di lana nel locale dispensa invece che nel secchio per i maiali, o cascare giù dal ponte di
tronchi e nel ruscello inseguendo un fantastico sogno a occhi aperti.
Una settimana dopo il tè al presbiterio Diana diede una festa.
“Poca gente e selezionata”, assicurò Anna a Marilla, “Solo le ragazze della nostra classe.”
Si divertirono molto e non capitò nulla di funesto fin dopo l’ora del tè, quando andarono nel giardino dei Barry, annoiate dai soliti giochi e pronte
per qualunque seducente forma di marachella che balzasse loro in mente. E questa arrivò sotto forma di “sfida”.
La sfida era la forma di divertimento più alla moda in quel momento tra i piccoli di Avonlea. Era cominciata tra i ragazzi, ma ben presto si era
diffusa anche tra le ragazze e tutte le sciocchezze che erano state fatte ad Avonlea quell’estate solo perché chi le aveva fatte era stato sfidato
avrebbero riempito un libro.
Prima Carrie Sloane sfidò Ruby Gillis ad arrampicarsi fino a una certa altezza dell’enorme, vecchio salice davanti alla porta d’ingresso; cosa
che Ruby Gillis fece prontamente sconfiggendo la su menzionata Carrie Sloane, nonostante il suo terrore per quei bruchi verdi e cicciottelli
che infestavano l’albero e la paura di confessarlo alla mamma se avesse rotto il vestito nuovo di mussola. Poi Josie Pye sfidò Jane Andrews a
percorrere tutto il perimetro del giardino saltellando sulla gamba sinistra, senza fermarsi e senza posare per terra quella destra. Jane Andrews ci
provò coraggiosamente, ma al terzo angolo si arrese dichiarandosi sconfitta.
Il trionfo di Josie era molto più esaltato di quanto la decenza permettesse, e questo spinse Anna a sfidarla a camminare sul bordo del recinto che
chiudeva il giardino a est. La “passeggiata” sul bordo del recinto richiede molta più abilità e fermezza di testa e di piede di quanto possa credere
chi non l’ha mai fatto. Ma Josie Pye, anche se priva di altre qualità necessarie per essere popolare, aveva almeno un dono di natura debitamente
coltivato: sapeva camminare sul bordo dei recinti. Josie passeggiò sul bordo del recinto dei Barry con vivace noncuranza, come se non valesse la
pena di fare per sfida una cosa tanto semplice. Il suo exploit fu accolto con riluttante ammirazione, la maggior parte delle ragazze l’apprezzava
avendo a sua volta compiuto molti sforzi per poter camminare su bordi dei recinti. Josie, raggiante per la vittoria, scese dal suo piedistallo e lanciò
ad Anna uno sguardo insolente.
Anna scosse le trecce rosse.
“Non credo che ci sia qualcosa di meraviglioso nel camminare sul bordo dei cancelli piccoli e bassi”, disse, “A Marysville conoscevo una ragazza
che sapeva camminare sui tetti delle case.”
“Non ti credo”, disse Josie recisa, “Non credo che qualcuno possa camminare sui tetti delle case, e in ogni modo tu non ci riesci di sicuro.”
“Io non ci riesco?”, urlò Anna temerariamente.
“E allora ti sfido a farlo”, disse Josie con insolenza, “Ti sfido ad arrampicarti e a passeggiare sul tetto della cucina del signor Barry.”
Anna impallidì, ma evidentemente c’era una sola cosa da fare. Camminò verso la casa, dove una scala era poggiata al muro della cucina. Tutte le
ragazze della quinta classe dissero “Oh!”, in parte per l’eccitazione e in parte per lo spavento.
“Anna, non farlo!”, supplicò Diana, “Cadrai e ti ammazzerai. Lascia perdere Josie Pye! Non è bello sfidare qualcuno a fare una cosa tanto
pericolosa.”
“Devo farlo, è in gioco il mio onore”, disse Anna solennemente, “Camminerò sul tetto, Diana, o perirò nel tentativo. Se dovessi morire puoi tenere
tu il mio anello di perline.”
Anna salì la scala tra il silenzio assoluto, tutti trattenevano il fiato, raggiunse la cima del tetto, si alzò bilanciandosi su quel precario punto
d’appoggio e cominciò a percorrerlo, confusamente consapevole di trovarsi in un posto molto elevato nel mondo, e anche che camminare sui
tetti era una di quelle cose in cui la fantasia non le poteva venire in aiuto. Nonostante ciò riuscì a compiere molti passi prima della catastrofe. Poi
oscillò, perse l’equilibrio, inciampò, barcollò e cadde, scivolò giù dal tetto caldo di sole e precipitò sui rampicanti della Virginia, sotto... tutto
questo prima che lo sconcertato gruppetto in basso potesse dare un simultaneo grido di terrore.
Se Anna fosse caduta dal lato del tetto da cui era salita, Diana sarebbe molto probabilmente divenuta in quell’istante erede dell’anello di
perline. Fortunosamente cadde dall’altro lato, dove il tetto si stendeva sul portico così in basso che una caduta da lì era una cosa molto meno
seria. Ciononostante quando Diana e le altre ragazze – tutte tranne Ruby Gillis, che rimase radicata al suolo ed ebbe una crisi isterica - corsero
freneticamente attorno alla casa trovarono Anna, pallida e debole, distesa tra ciò che restava del rampicante della Virginia.
“Anna, sei morta?”, strillò Diana gettandosi in ginocchio vicino all’amica, “Oh, Anna, cara Anna, dimmi solo una parola e fammi sapere che non
sei morta!”
Con gran sollievo delle ragazze, e soprattutto di Josie Pye che, nonostante la sua mancanza di fantasia, aveva avuto l’orribile visione di un futuro
in cui sarebbe stata additata come la ragazza che aveva causato la morte tragica e prematura di Anna Shirley, Anna si mise a sedere, piuttosto
malferma, e disse incerta:
“No, Diana, non sono morta, ma credo di essere un po’ priva di sensi.”
“Dove?”, singhiozzò Carrie Sloane, “Oh, dove, Anna?”
Prima che Anna potesse parlare la signora Barry comparve sulla scena. Nel vederla Anna cercò a tentoni di alzarsi in piedi, ma ricadde indietro
con un acuto urlo di dolore.
“Che succede? Ti sei fatta male?”, domandò la signora Barry.
“La mia caviglia”, annaspò Anna, “Oh, Diana, per favore, trova tuo papà e digli di portarmi a casa. Io non riesco a camminare fin lì. E di certo non
posso andarci saltellando su una gamba sola quando neppure Jane riesce a farlo intorno al giardino.”
Marilla era fuori nel frutteto a raccogliere un paniere di mele estive quando vide il signor Barry venire giù per il ponte di tronchi e su per il pendio,
con la signora Barry accanto e un’intera processione di ragazzine dietro. Tra le braccia portava Anna, la cui testa era fiaccamente poggiata alla sua
spalla.
In quel momento Marilla ebbe una rivelazione. Nell’improvvisa fitta di paura che le pugnalò il cuore comprese cosa Anna significava ormai per
lei. Ammetteva che Anna le piacesse... anzi, le piaceva parecchio. Ma ora, mentre si precipitava giù per il pendio, seppe che Anna le era più cara
di qualunque altra cosa al mondo.
“Signor Barry, cosa le è successo?”, singhiozzò, più pallida e scossa di quanto la controllatissima Marilla fosse mai stata per molti anni.
7 7 Latticello= la parte liquida avanzata dal latte quando si elimina la parte più grassa per fare il burro (NDT)
Fu Anna stessa ad alzare la testa e rispondere.
“Non essere spaventatissima, Marilla. Stavo solo camminando sul tetto e sono caduta giù. Credo di avere una distorsione alla caviglia. Ma, Marilla,
avrei potuto rompermi l’osso del collo. Guardiamo il lato positivo della faccenda.”
“Sapevo che ti sarebbe capitata una cosa del genere quando ti ho lasciato andare alla festa”, disse Marilla, brusca e bisbetica per il sollievo,
“Portatela qui, signor Barry, mettetela sul divano. Povera me, è svenuta!”
Era proprio così. Sopraffatta dal dolore per la ferita, Anna aveva visto realizzato un altro suo desiderio: era crollata svenuta!
Matthew, tornato in tutta fretta dai campi di grano, fu inviato immediatamente a chiamare il dottore, che arrivò in tempo per scoprire che la ferita
era più grave di quanto avessero pensato. Anna si era rotta una caviglia.
Quella sera, quando Marilla salì alla soffitta di est, dov’era distesa una ragazzina molto pallida, una debole vocina l’accolse dal letto:
“Non sei dispiaciuta per me, Marilla?”
“È stata colpa tua”, disse Marilla mentre chiudeva la tapparella e accendeva una lampada.
“Ed è proprio per questo che dovresti essere dispiaciuta per me”, disse Anna, “Perché è il pensiero che è stata colpa mia a rendere tutto così difficile
da sopportare. Se potessi dare la colpa a qualcun altro mi sentirei molto meglio. Ma che avresti fatto tu, Marilla, se avessero sfidato te a camminare
sul tetto?”
“Io me ne sarei rimasta coi piedi sulla buona, solida terra e l’avrei piantata con le sfide. Che assurdità!”, disse Marilla.
Anna sospirò.
“Ma tu hai una tale forza di volontà, Marilla. Io non ce l’ho. Io sentivo solo che non potevo sopportare lo scherno di Josie Pye. Avrebbe cantato
vittoria su di me per tutto il resto della mia vita. Credo di essere stata punita così tanto che adesso non serve che tu sia arrabbiata con me. Marilla,
dopotutto svenire non è bello neanche un po’. E il dottore mi ha fatto un male terribile quando mi ha sistemato la caviglia. Non potrò camminare
per le prossime cinque o sei settimane e mi perderò la nuova insegnante. E Gil... tutti quanti quelli del mio corso mi supereranno. Oh, sono una
povera mortale derelitta. Ma cercherei di sopportare tutto con coraggio se solo tu non fossi arrabbiata con me, Marilla!”
“Su, su, non sono arrabbiata”, disse Marilla, “Sei una bambina sfortunata, non ci sono dubbi. Ma, come hai detto tu, ne paghi le conseguenze. Ora
cerca di mangiare un po’.”
“Non è una fortuna che abbia tanta fantasia?”, disse Anna, “Mi aiuterà splendidamente a superare questi giorni. Marilla, cosa credi che faccia la
gente senza fantasia quando si spacca le ossa?”
Anna ebbe ottimi motivi per benedire molte volte la sua fantasia nelle noiose sette settimane che seguirono. Ma non dipendeva solo da quella. Ebbe
molte visite e non passò un giorno senza che una o più compagne di scuola andassero a trovarla per portarle fiori o libri e raccontarle quello che
succedeva tra i giovani di Avonlea.
“Sono stati tutti così buoni e gentili, Marilla”, sospirò Anna felice il giorno in cui per la prima volta riuscì ad attraversare il pavimento zoppicando,
“Non è molto piacevole rimanere fermi, ma c’è un lato positivo, Marilla. Scopri quanti amici hai. Perfino il Sovrintendente Bell è venuto a trovarmi,
è un uomo molto gentile. Non uno spirito affine, naturalmente, però mi piace e mi sento terribilmente in colpa per aver criticato le sue preghiere.
Ora penso che lui le dica con intenzione, solo che è abituato a recitarle come se non fosse così. Potrebbe superare questo problema se si prendesse
la briga di farlo. Gli ho dato un suggerimento, gli ho raccontato quanto duramente io mi sforzi per rendere interessanti le mie preghiere. Lui mi
ha raccontato di quando s’è rotto la caviglia da ragazzino. È così strano pensare che il Sovrintendente Bell è stato piccolo! Anche la mia fantasia
ha i suoi limiti, perché non ci riesco. Quando cerco di immaginarmelo da bambino lo vedo coi suoi baffi grigi e gli occhiali, proprio com’è alla
scuola domenicale, solo più piccolo. Invece è così facile immaginarsi la signora Allan da piccola. La signora Allan è venuta a trovarmi quattordici
volte. Non è qualcosa di cui essere orgogliosi, Marilla? Perché sicuramente la moglie di un ministro ha così tante altre cose da fare. È una persona
allegra da ricevere in visita, non ti dice mai che è stata colpa tua e che dopo questo spera che tu impari a comportarti bene. La signora Lynde mi
parlava sempre così quando veniva a trovarmi, e lo diceva in un modo da farmi capire che lei sperava che io mi comportassi meglio, ma che in
realtà non lo credeva possibile. Anche Josie Pye è venuta a trovarmi. L’ho ricevuta con più gentilezza possibile perché penso che fosse dispiaciuta
di avermi sfidata a camminare sul tetto. Se mi fossi ammazzata lei avrebbe dovuto sopportare l’oscuro fardello del rimorso per tutto il resto della
sua vita. Diana è stata un’amica fedele, è venuta ogni giorno a rallegrare il mio giaciglio solitario. Ma sarò tanto più felice quando potrò tornare a
scuola perché ho sentito delle cose così emozionanti sulla nuova insegnante. Tutte le ragazze pensano che sia dolcissima. Diana dice che ha degli
incantevoli ricci e occhi affascinanti. Si veste bene e gli sbuffi delle sue maniche sono più grandi di quelle di chiunque altra ad Avonlea. Ogni due
venerdì pomeriggio fa recitazione e tutti devono portare un brano o un dialogo. È meraviglioso pensarci! Josie Pye dice che lo detesta ma questo è
solo perché lei ha così poca fantasia. Diana, Ruby Gillis e Jane Andrews stanno preparando un dialogo che si chiama ‘Visita Mattutina’ per venerdì
prossimo. E i venerdì pomeriggio in cui non c’è recitazione la signorina Stacy li porta tutti nel bosco per un giorno ‘sul campo’, studiano le felci,
i fiori, gli uccelli... e fanno anche esercizi di educazione fisica tutte le mattine e tutte le sere. La signora Lynde dice che non ha mai sentito nulla
del genere e che tutto questo capita quando si ha un’insegnante donna, ma io credo che dev’essere splendido e che verrà fuori che io e la signorina
Stacy siamo spiriti affini.”
“Anna, qui c’è solo una cosa evidente”, disse Marilla, “E cioè che dalla caduta dal tetto dei Barry la tua lingua ne è uscita completamente illesa!”
Capitolo 24 – la signorina Stacy e i suoi alunni allestiscono un concerto

Quando Anna fu in grado di tornare a scuola era di nuovo ottobre, uno stupendo ottobre, tutto rosso e oro, con morbidi mattini in cui le valli si
riempivano di vapori delicati color ametista, perla, argento, rosa e azzurro fumo, come se lo spirito dell’autunno vi fosse stato versato solo perché
il sole potesse asciugarlo. La rugiada era così pesante che i campi scintillavano come drappi d’argento e negli avvallamenti pieni di alberi c’erano
tanti mucchi di foglie da attraversare di corsa per farle scricchiolare. Nell’aria c’era un aroma penetrante che ispirava le ragazzine che trottavano,
per nulla simili a lumache, veloci e desiderose di raggiungere la scuola; ed era bello tornare a quel piccolo banco marrone accanto a Diana, con
Ruby Gillis che faceva segnali dall’altra parte della fila, Carrie Sloane che mandava biglietti e Julia Bell che passava la gomma da masticare88
dal banco dietro. Anna trasse un profondo sospiro di felicità mentre faceva la punta alla matita e sistemava le cartoline sul banco. La vita era
certamente molto interessante.
Anna trovò nella nuova insegnante un’altra amica sincera e pronta ad aiutarla. La signorina Stacy era una giovane donna brillante e comprensiva,
col felice dono di sapersi conquistare e mantenere l’affetto dei suoi alunni e di far emergere il meglio che c’era in loro, sia mentalmente che
moralmente. Anna sbocciò come un fiore sotto questa influenza positiva e riportò a casa, per l’ammirazione di Matthew e le critiche di Marilla,
fulgidi resoconti di compiti in classe e progetti in corso.
“Amo la signorina Stacy con tutto il cuore, Marilla. È così raffinata e ha una voce dolcissima. Quando pronuncia il mio nome sento istintivamente
che ci mette la A alla fine. Abbiamo avuto recitazione questo pomeriggio. Avrei voluto che tu fossi lì per sentirmi recitare ‘Maria, Regina di
Scozia’. Ci ho messo tutta l’anima. Mentre tornavamo a casa Ruby Gillis mi ha detto che quando ho pronunciato il verso ‘Ora, per il braccio di
mio padre’ lei ha detto ‘Addio, mio cuore di donna’ e le sono venuti i brividi.”
“Allora dovresti recitarmela, uno di questi giorni, nel granaio”, suggerì Matthew.
“Certamente”, disse Anna meditabonda, “Però non sarò in grado di farlo così bene. Non sarà così eccitante come quando lo recito davanti a tutta
una scolaresca che trattiene il fiato per le mie parole. Non potrò farti venire i brividi.”
“La signora Lynde dice che i brividi sono venuti a lei venerdì scorso quando ha visto i ragazzi arrampicarsi fino in cima a quegli enormi alberi del
signor Bell per prendere i nidi di corvo”, disse Marilla, “Mi meraviglio che la signorina Stacy incoraggi una cosa simile.”
“Ma avevamo bisogno dei nidi di corvo per lo studio della natura”, spiegò Anna, “Era il nostro pomeriggio sul campo. I pomeriggi sul campo
sono magnifici, Marilla, e la signorina Stacy spiega tutto così bene. Poi dobbiamo scrivere dei temi sui nostri pomeriggi sul campo, e i miei sono
i migliori.”
“È molto vanitoso da parte tua dirlo. Dovresti lasciare che sia la tua insegnante a farlo.”
“Ma lei l’ha detto, Marilla. E poi non sono così vanitosa. Come posso esserlo quando sono una tale somara in geometria? Anche se comincio
davvero ad andare un po’ meglio. La signorina Stacy la fa apparire chiara, però non sarò mai davvero brava e ti assicuro che è una riflessione umile.
Ma adoro scrivere i temi. La maggior parte delle volte la signorina Stacy ci lascia scegliere l’argomento, ma la prossima settimana dobbiamo
scrivere un tema su una persona notevole. È difficile scegliere con tante persone notevoli che sono vissute. Non dev’essere magnifico essere una
persona notevole e avere temi scritti su di te dopo che sei morto? Quanto mi piacerebbe essere notevole. Credo che quando divento grande farò
l’infermiera professionale con la Croce Rossa e andrò sui campi di battaglia come messaggera di misericordia. Questo se non divento missionaria.
Sarebbe molto romantico, ma per diventare missionari bisogna essere molto buoni e questo sarebbe un ostacolo invalicabile. Facciamo anche
educazione fisica tutti i giorni. Ci rende aggraziate e favorisce la digestione.”
“Favorisce sciocchezze!”, disse Marilla, che la riteneva sinceramente un’assurdità.
Ma tutti i pomeriggi sul campo, i venerdì di recitazione e le contorsioni fisiche impallidirono di fronte al progetto che la signorina Stacy preparò a
novembre. Questo prevedeva che gli alunni della scuola di Avonlea allestissero un concerto da rappresentare in municipio la notte di Natale, con il
lodevole proposito di aiutare l’acquisto di una bandiera per la scuola. Tutti gli alunni furono favorevolmente attratti da questo piano e i preparativi
per il programma cominciarono subito. E tra tutti gli eccitati prescelti per recitare nessuno era più eccitato di Anna Shirley che, ostacolata dalla
disapprovazione di Marilla, si dedicò anima e corpo a questo compito.
Marilla riteneva che tutto ciò fosse un’enorme sciocchezza.
“Non fa che riempirvi la testa di scemenze e sottrae tempo alle lezioni”, borbottò, “Non approvo che i bambini diano concerti e corrano a fare le
prove. Li rende vanitosi, presuntuosi e dediti all’ozio.”
“Ma pensa al nostro prezioso obiettivo”, piagnucolò Anna, “Una bandiera coltiverebbe il nostro spirito patriottico, Marilla.”
“Stupidaggini! C’è ben poco prezioso patriottismo nelle vostre teste. Voi volete solo divertirvi.”
“Be’, ma se riesci a mettere insieme patriottismo e divertimento che male c’è? Certo, è bellissimo allestire un concerto. Faremo sei cori e Diana
canterà un a solo. Io sono in due dialoghi, ‘La Società per la Soppressione del Pettegolezzo’ e ‘La Regina delle Fate’. Anche i ragazzi faranno
dei dialoghi. E io reciterò due volte, Marilla. Se ci penso mi metto a tremare, ma è un tremito molto emozionante. E alla fine facciamo una scena
drammatica, ‘Fede, Speranza e Carità’. Ci saremo io, Diana e Ruby, tutte ammantate di bianco e coi capelli sciolti. Io farò la Speranza, con le mani
giunte, così, e gli occhi levati al cielo. Farò le prove in solaio, non allarmarti se senti che mi lamento. In un brano devo lamentarmi da spezzare il
cuore ed è difficilissimo ottenere un lamento veramente artistico, Marilla. Josie Pye ha messo il broncio perché non ha ottenuto la parte che voleva
nel dialogo. Voleva fare la regina delle fate. Sarebbe stato ridicolo, chi ha mai sentito di una regina delle fate grassa come Josie? Le regine delle
fate devono essere snelle. Jane Andrews farà la regina delle fate e io sarò una delle sue damigelle d’onore. Josie dice che secondo lei le fate dai
capelli rossi sono ridicole come quelle grasse, ma io non mi preoccupo per quel che dice Josie. Porterò una ghirlanda di rose bianche tra i capelli
e Ruby Gillis mi presterà le sue scarpette perché io non ne ho. È necessario, sai, che le fate calzino scarpette. Non si può immaginare una fata con
gli scarponi, no? Specialmente quelli con la punta di rame. Decoreremo la sala del municipio con rami di abete rosso sulle pareti e motivi ad abete
con su rose di carta tessuto rosa. Quando il pubblico si siede entreremo in fila per due mentre Emma White suonerà una marcia sull’organo. Oh,
Marilla, so che non sei entusiasta come me per questa cosa, ma non speri lo stesso che la tua piccola Anna si faccia valere?”
“Tutto ciò che spero è che ti comporti bene. Sarò veramente felice quando questa idiozia sarà finita e tu rimetterai la testa a posto. Non riesci
a combinare nulla, ora che hai la mente piena di dialoghi, lamenti e scene drammatiche. E mi meraviglio che non ti si sia ancora consumata la
lingua.”
Anna sospirò e andò nel cortile sul retro, dove a ovest una giovane luna scintillava tra i rami dei pioppi in un cielo color verde mela, e dove Matthew
stava spaccando la legna. Anna si appollaiò su una catasta e gli parlò del concerto, sicura di trovare finalmente un ascoltatore comprensivo e pronto
ad apprezzarla.
8 8 Non si tratta di chewing gum vero e proprio ma di resina di abete, che Anna e i suoi amici amano masticare (NDT)
“Be’, scommetto che sarà un bel concerto. E mi aspetto che tu faccia bene la tua parte”, disse sorridendo a quel faccino appassionato e vivace.
Anna gli sorrise di rimando. Quei due erano migliori amici e Matthew ringraziò più volte la sua stella che non dovesse essere lui a educarla. Quello
era compito esclusivo di Marilla; se fosse toccato a lui avrebbe dovuto preoccuparsi piuttosto spesso dei conflitti tra le sue inclinazioni e il senso
del dovere. Ma al momento, con parole di Marilla, lui era libero di “viziare Anna” quanto gli pareva. Ma non era un brutto compromesso, un po’
di “incoraggiamento” certe volte fa bene quanto la migliore “educazione” del mondo.
Capitolo 25 – Matthew insiste per le maniche a sbuffo

Matthew aveva trascorso dieci minuti terribili. Era entrato in cucina, nella luce crepuscolare di una sera grigia e fredda di dicembre, e si era seduto
accanto alla legnaia per togliersi gli stivali pesanti, ignaro del fatto che Anna e una frotta di sue compagne di classe stavano provando “La Regina
delle Fate” in soggiorno. In quel momento quel gruppetto arrivò in anticamera e quindi in cucina ridendo e chiacchierando allegramente. Non
videro Matthew, che si era nascosto vergognoso tra le ombre dietro la legnaia con uno stivale in una mano e il cavastivali nell’altra. Lui le guardò
timidamente, per quei su menzionati dieci minuti, mentre loro indossavano cappelli e cappotti e parlavano dei dialoghi e del concerto. Anna era in
piedi tra loro, i suoi occhi erano luminosi e vivaci come quelli delle altre; ma Matthew divenne improvvisamente consapevole del fatto che in lei
c’era qualcosa di diverso dalle compagne. Quel che lo spaventò fu l’impressione che la differenza fosse qualcosa che non avrebbe dovuto esserci.
Anna aveva un viso più luminoso, occhi più grandi e splendenti e lineamenti più delicati delle altre; perfino il timido e distratto Matthew aveva
imparato a notare queste cose, ma la differenza che l’aveva turbato non consisteva in nessuno di questi aspetti. E allora in che cosa consisteva?
Questo interrogativo perseguitò Matthew a lungo dopo che le ragazze erano andate via, camminando a braccetto su per il vialetto lungo e ghiacciato,
e Anna era tornata ai suoi libri. Non disse nulla a Marilla perché percepiva, anzi, era piuttosto certo che lei avrebbe sbuffato e sottolineato che
l’unica differenza tra Anna e le altre ragazzine era che loro a volte tenevano la bocca chiusa mentre Anna non lo faceva mai. E questo, pensò
Matthew, non gli sarebbe stato d’aiuto.
Quella sera, con gran disgusto di Marilla, ricorse all’aiuto della pipa per studiare la faccenda. Dopo due ore di fumo e dura riflessione Matthew
giunse alla soluzione del problema: Anna non era vestita come le altre!
Più Matthew ci pensava e più si convinceva che Anna non aveva mai avuto vestiti come quelli delle altre, non da quando era arrivata ai Tetti Verdi.
Marilla la faceva vestire con abiti semplici e scuri, confezionati tutti, invariabilmente, secondo lo stesso modello. Anche se Matthew poteva non
aver neppure idea dell’esistenza della moda, era sicuro che le maniche di Anna non somigliavano per nulla a quelle che indossavano le sue amiche.
Ricordò l’allegro gruppetto di ragazzine che le aveva visto intorno quella sera, tutte allegre nei loro corpetti rossi, blu, rosa o bianchi, e si chiese
perché Marilla facesse sempre vestire Anna con abiti tanto semplici e sobri.
Certo, doveva andar bene. Marilla la stava crescendo e sapeva cos’era meglio per lei. Probabilmente se faceva questo aveva motivi saggi e
imperscrutabili. Ma sicuramente non poteva esserci nulla di male a permettere che la bambina avesse almeno un bel vestito, come quelli che
indossava sempre Diana Barry. Matthew decise che gliel’avrebbe procurato lui, questo certamente non poteva essere considerato immischiarsi. A
Natale mancavano solo due settimane, un bel vestito sarebbe stato un regalo perfetto. Matthew, con un sospiro di soddisfazione, mise via la pipa
e andò a letto, mentre Marilla apriva porte e finestre per far cambiare aria alla casa.
La sera seguente Matthew si recò a Carmody, deciso ad affrontare il peggio e a superarlo: sarebbe stata, ne era certo, una prova del fuoco da non
prendere alla leggera. C’erano cose che Matthew poteva comprare senza rischiare di concludere un cattivo affare. Ma se doveva comprare un
vestito per una ragazza sapeva di essere alla mercé dei negozianti.
Dopo averci pensato su Matthew si risolse a rivolgersi all’emporio di Samuel Lawson invece che a quello di William Blair. A dire il vero i Cuthbert
erano sempre andati da William Blair; per loro era quasi un fatto di coscienza, come seguire la chiesa presbiteriana e votare per i conservatori.
Ma spesso erano le due figlie di William Blair a seguire i clienti, e lui ne era assolutamente terrorizzato. Con loro se la cavava quando sapeva
esattamente cosa voleva e poteva indicarlo; ma in faccende come questa, che richiedevano spiegazioni e consigli, Matthew si sentiva più a suo
agio se dietro la cassa c’era un uomo. Così andò da Lawson, dove sarebbe stato seguito da Samuel o da suo figlio.
Ahimè! Matthew non sapeva che Samuel, per la recente espansione della sua attività, aveva assunto anche una commessa donna; era una nipote
di sua moglie, una giovane davvero impetuosa, con una enorme frangia alla Pompadour che le scendeva sulla fronte, grandi occhi marroni
che roteava di continuo e un sorriso decisamente largo e sconcertante. Era vestita con eccessiva vivacità e portava moltissimi braccialetti che
luccicavano, tintinnavano, trillavano a ogni movimento delle sue mani. Matthew fu sopraffatto dalla confusione quando la trovò lì, e tutti quei
braccialetti distrussero le sue facoltà mentali in un colpo solo.
“Cosa posso fare per voi stasera, signor Cuthbert?”, domandò svelta e accattivante la signorina Lucilla Harris battendo sulla cassa con entrambe
le mani.
“Avete qualche... qualche... qualche... be’, ecco, qualche rastrello da giardino?”, balbettò Matthew.
La signorina Harris fu alquanto sorpresa, per quanto potesse esserlo lei, di sentire un uomo chiedere rastrelli da giardino a metà dicembre.
“Credo che ce ne restino uno o due”, disse, “Ma sono al piano di sopra in ripostiglio. Vado a vedere.”
Durante la sua assenza Matthew raccolse i suoi nervi a pezzi per fare un altro tentativo.
Quando la signorina Harris tornò con il rastrello e chiese allegramente: “Niente altro, signor Cuthbert?”, Matthew prese il coraggio a due mani e
replicò:
“Be’, ora, visto che me lo suggerite, vorrei... prendere anche... cioè... vorrei comprare un... dei semi di fieno!”
La signorina Harris aveva sentito dire in giro che Matthew Cuthbert fosse un po’ strano. Ora giunse alla conclusione che fosse totalmente pazzo.
“Abbiamo semi di fieno solo in primavera”, spiegò altezzosamente, “Non ne abbiamo adesso.”
“Oh, certamente... certamente... come dite voi”, balbettò l’infelice Matthew afferrando il rastrello e dirigendosi alla porta. Sulla soglia però ricordò
di non aver pagato e, avvilito, tornò indietro. Mentre la signorina Harris contava il resto lui raccolse tutte le sue forze per un ultimo, disperato
tentativo.
“”Be’, adesso... se non è di troppo disturbo... potrei prendere... cioè, mi piacerebbe avere... un... un po’ di zucchero, ecco.”
“Bianco o grezzo?”, domandò pazientemente la signorina Harris.
“Oh... be’... grezzo”, borbottò Matthew.
“Ce n’è un secchio laggiù”, disse la signorina Harris scuotendo i braccialetti, “È l’unico tipo che abbiamo.”
“Ne prendo... ne prendo due libbre”, disse Matthew mentre il sudore gli imperlava la fronte.
Matthew era già a metà strada verso casa quando tornò in possesso delle proprie facoltà mentali. Era stata un’esperienza raccapricciante, ma ben
gli stava, pensò, era la punizione per aver commesso l’eresia di andare in un altro negozio. Quando arrivò a casa nascose il rastrello nella rimessa,
ma l zucchero dovette portarlo a Marilla.
“Zucchero grezzo?”, esclamò Marilla, “Che ti è preso da comprarne tanto? Sai che non lo uso mai se non per il porridge per il lavorante e per
il dolce di frutti scuri! Jerry se n’è andato e il mio dolce l’ho fatto da un pezzo. E poi questo zucchero non è neppure buono... è troppo scuro e
grezzo.... William Blair di solito non tiene zucchero così!”
“P... pensavo che potesse tornarti utile, prima o poi”, disse Matthew svignandosela.
Quando Matthew tornò a meditare sull’argomento decise che ci voleva una donna ad aiutarlo in quella situazione. Marilla era fuori discussione,
non avrebbe fatto altro che gettare acqua sul fuoco del suo progetto. Rimaneva solo la signora Lynde, perché Matthew non avrebbe osato chiedere
consiglio a nessun’altra donna di Avonlea. Dalla signora Lynde ci andò volentieri e quella brava donna tolse prontamente il problema dalle mani
preoccupate di Matthew.
“Sceglierti un vestito da dare ad Anna? Certo che lo faccio. Domani vado a Carmody e ci penso io. Hai qualcosa di particolare in mente? No?
Allora vado a mio giudizio. Credo che il marrone carico stia davvero bene ad Anna e William Blair ha della nuova seta gloria99 davvero graziosa.
Vuoi che glielo faccia io perché se glielo fa Marilla Anna potrebbe accorgersene prima del tempo e sciupare la sorpresa? Bene, lo farò io. No, non
è troppo disturbo, mi piace cucire. Ne farò uno della taglia di mia nipote Jenny Gillis, perché come struttura lei e Anna si somigliano come due
gocce d’acqua.”
“Be’, sono molto obbligato”, disse Matthew, “E... e... non so... vorrei... io credo che ora le maniche le facciano diverse da com’erano un tempo. Se
non è chiederti troppo... a me piacerebbe se le facessi nel modo nuovo.”
“A sbuffo? Certo, non devi assolutamente preoccupartene più, Matthew, lo farò all’ultimissima moda”, disse la signora Lynde. Poi, quando
Matthew se ne fu andato, aggiunse tra sé:
“Sarò proprio contenta di vedere quella povera bambina indossare per una volta qualcosa di decente. Il modo in cui la fa vestire Marilla è
semplicemente ridicolo, ecco, e io sono stata sul punto di dirglielo almeno una dozzina di volte. Però ho tenuto a freno la lingua perché vedo che
Marilla non vuole consigli, crede di saper tirare su i bambini meglio di me, anche se lei è una vecchia zitella. Ma è così che vanno le cose! Quelli
che hanno cresciuto bambini sanno che al mondo non esiste un solo metodo educativo rapido ed efficace che funzioni per tutti, ma quelli che di
bambini non ne hanno mai avuti credono che educarli sia facile come la tabellina del tre... metti giù i tuoi numeri in un certo modo e la somma
è corretta. Ma la carne e il sangue non sottostanno alle regole dell’aritmetica, ed è qui che Marilla Cuthbert sbaglia. Immagino che stia cercando
di coltivare un senso di umiltà in Anna, vestendola così, ma è più facile che coltivi invidia e insoddisfazione. Di sicuro quella bambina si rende
conto della differenza tra i suoi vestiti e quelli delle altre. E pensare che perfino Matthew se n’è accorto! Quell’uomo comincia a svegliarsi dopo
aver dormito per sessant’anni.”
Per tutte le due settimane seguenti Marilla si accorse che Matthew aveva qualcosa in mente, ma non riuscì a indovinare cosa fosse fino alla sera
della vigilia di Natale, quando la signora Lynde portò il vestito nuovo. Marilla si comportò piuttosto bene, anche se non credette alla spiegazione
diplomatica della signora Lynde, la quale disse che Matthew aveva chiesto a lei di fare il vestito perché se l’avesse fatto Marilla Anna se ne sarebbe
accorta troppo presto.
“Allora era questo a rendere Matthew tanto misterioso e sorridente in queste due settimane!”, disse un po’ duramente ma tollerante, “Lo sapevo che
era dietro a qualche sciocchezza. Be’, io non credo che Anna avesse bisogno di altri vestiti, proprio quest’autunno gliene ho fatto tre ottimi, caldi
e pratici, uno in più è solo una frivola stravaganza. In quelle maniche c’è abbastanza stoffa da farci almeno un altro corpetto, eccome se c’è. Non
farai altro, Matthew, che dar corda alla vanità di Anna, che già adesso è vanitosa come un pavone. Be’, spero che almeno adesso sarà soddisfatta,
visto che si strugge per quelle stupide maniche fin da quando sono diventate di moda, anche se non ne ha mai più parlato dopo la prima volta. E
poi quegli sbuffi stanno diventando via via sempre più grandi e ridicoli. Adesso li fanno grossi come palloni! Il prossimo anno tutti quelli che li
portano dovranno mettersi di fianco per passare dalle porte!”
Il mattino di Natale fece la sua apparizione su un bel mondo candido. Era stato n dicembre mite e la gente si aspettava un Natale verde; ma proprio
quella sera la neve aveva cominciato pian piano a cadere trasfigurando Avonlea. Anna guardò fuori dalla finestra ghiacciata della sua soffitta con
occhi incantati. Gli abeti nella Foresta Stregata erano soffici e meravigliosi, le betulle e i ciliegi selvatici avevano contorni perlacei, i campi arati
erano cosparsi di piccole fosse piene di neve e nell’aria c’era un celestiale aroma frizzante. Anna corse al piano di sotto cantando finché tutti i Tetti
Verdi non risuonarono della sua voce.
“Buon Natale, Marilla! Buon Natale, Matthew! Non è un bellissimo Natale? Sono contenta che sia bianco. Gli altri tipi di Natale non sembrano
neppure veri, no? Non mi piacciono i Natali verdi... non sono neppure verdi, sono solo grigi e marroni, brutti e sbiaditi. Perché la gente li chiama
verdi? Perché... perché... Matthew, quello è per me? Oh, Matthew!”
Matthew aveva goffamente scartato il vestito dal suo involto di carta e glielo aveva porto, sotto le occhiate di disapprovazione di Marilla, che
fingeva di riempire con disprezzo la teiera, ma che in realtà seguiva la scena con la coda dell’occhio e un’aria piuttosto interessata.
Anna prese il vestito e lo guardò in riverente silenzio. Oh, quant’era bello... una deliziosa, soffice seta gloria marrone con tutta la lucentezza della
seta, una gonna con raffinate gale e balze, un corpetto elaboratamente impunturato all’ultima moda con una piccola guarnizione di sottile merletto
al collo. Ma le maniche... erano un vero tripudio! Lunghe fino al gomito e con due bellissimi sbuffi divisi da bande di gale e fiocchi di seta marrone.
“È un regalo di Natale per te, Anna”, disse timido Matthew, “Allora... allora, Anna, non ti piace? Be’, ora... ora...”
Gli occhi di Anna si erano improvvisamente riempiti di lacrime.
“Se mi piace? Oh, Matthew!”, Anna posò il vestito su una sedia e giunse le mani, “Matthew, è veramente squisito, non ti ringrazierò mai abbastanza.
Guarda quelle maniche! Mi sembra un sogno magnifico!”
“Su, facciamo colazione”, interruppe Marilla, “Devo dire, Anna, che non ritenevo che tu avessi necessità di quel vestito. Ma da momento che
Matthew te l’ha preso, vedi di averne cura. C’è anche un nastro per capelli che la signora Lynde ti ha lasciato. È marrone, per abbinarlo al vestito.
Ora vieni a sederti.”
“Non vedo come possa fare colazione”, disse Anna in estasi, “La colazione sembra una cosa tanto banale per un momento così emozionante.
Preferisco saziare i miei occhi guardando il vestito. Sono così contenta che le maniche a sbuffo siano ancora di moda! Mi pareva di non riuscire
a sopportare che passassero di moda prima che io avessi un vestito con le maniche a sbuffo. Non sono mai stata più soddisfatta di ora. Anche la
signora Lynde è stata molto gentile a lasciarmi quel nastro. Ora so che dovrei comportarmi molto bene. È in momenti come questi che mi dispiace
non essere una ragazzina modello, e mi riprometto sempre che lo diventerò in futuro. Ma a volte è difficile perseguire un proponimento quando
arriva una tentazione irresistibile. Però dopo questo farò qualche sforzo in più.”
Quando la colazione banale finì comparve Diana, che attraversava il ponte di tronchi imbiancato nella valle, un’allegra figuretta nel suo pesante
cappotto cremisi. Anna corse giù dal pendio per incontrarla.
“Buon Natale, Diana! È un Natale meraviglioso. Ho qualcosa di fantastico da mostrarti. Matthew mi ha dato il vestito più bello che ci sia, con certe
maniche! Non riesco neppure a immaginarne di più belle.”
“Ho qualcos’altro per te”, disse Diana senza fiato, “Ecco... questo pacco. La zia Josephine ci ha mandato uno scatolone con dentro tantissime
9 9 Seta gloria= tessuto lucido composto da un misto di seta, cotone e lana, usato spesso in passato per confezionare ombrelli. Da non
confondere con una varietà di rayon che aveva lo stesso nome (NDT)
cose... e questo è per te. Te l’avrei portato ieri sera ma non è arrivato se non dopo che aveva fatto buio, e io non mi sento tanto a mio agio, adesso,
ad andare nella Foresta Stregata col buio.”
Anna aprì il pacco e ci guardò dentro. Prima vide un biglietto con su scritto: “Per la bambina Anna, Buon Natale”, e poi un paio delle più delicate
e squisite scarpette di pelle, con perline sulle punte, fiocchi di raso e fibbie scintillanti.
“Oh!”, disse Anna, “Diana, è troppo. Dev’essere un sogno!”
“Io le chiamerei provvidenziali”, disse Diana, “Ora non dovrai più chiedere in prestito le scarpette di Ruby, ed è una benedizione, perché lei ha
due taglie in più di te e sarebbe terribile sentire una fata che strascica i piedi, anche se Josie Pye ne sarebbe felice. Hai visto? L’altro ieri sera Rob
Wright è tornato a casa con Gertie Pye dopo le prove. S’è mai sentita una cosa del genere?”
Quel giorno tutti gli alunni della scuola di Avonlea erano febbricitanti per l’emozione, perché ormai il municipio era pronto e la prova generale
c’era stata.
Il concerto ci fu in serata e fu un gran successo. La piccola sala era gremita, tutti gli attori furono bravi, ma Anna in particolare fu la stella più
luminosa in quell’occasione, neppure l’invidia, sotto forma di Josie Pye, poteva negarlo.
“Non è stata una serata magnifica?”, sospirò Anna quando tutto fu finito e lei e Diana tornavano a casa sotto un cielo scuro e splendente di stelle.
“È andato tutto bene”, disse Diana pratica, “Credo che avremo tirato su almeno 10 dollari. Hai visto? Il signor Allan scriverà una recensione per i
giornali di Charlottetown.”
“Davvero vedremo i nostri nomi pubblicati, Diana? A pensarci mi vengono i brividi. Il tuo assolo era elegantissimo, Diana. Mi sono sentita più
orgogliosa di te quando ti hanno chiesto il bis. ‘È proprio la mia cara amica del cuore che stanno acclamando’, mi sono detta.”
“Be’, ma le tue parti hanno quasi fatto venir giù il palazzo, Anna. Quella triste era semplicemente splendida!”
“Ero così nervosa, Diana. Quando il signor Allan ha chiamato il mio nome non so proprio dirti come sono riuscita a salire sul palco. Mi sono sentita
come se milioni di occhi mi stessero puntando ed ero certa che non sarei neppure riuscita a cominciare. Poi ho pensato alle mie bellissime maniche
a sbuffo e ho preso coraggio. Sapevo che dovevo essere all’altezza di quelle maniche, Diana, così ho cominciato, e la mia voce sembrava venire
da tanto lontano. Mi sentivo come un pappagallo. È stato provvidenziale che abbia provato le mie parti tante volte in solaio, altrimenti non sarei
mai stata capace di farcela. Mi sono lamentata bene?”
“Sì, ti sei lamentata splendidamente”, l’assicurò Diana.
“Quando mi sono seduta ho visto il vecchio signor Sloane che si asciugava gli occhi. È meraviglioso pensare di aver toccato il cuore di qualcuno.
È tanto romantico partecipare a uno spettacolo, vero? È stata un’occasione veramente memorabile.”
“Non era bello anche il dialogo dei ragazzi?”, disse Diana, “Gilbert Blythe è stato splendido. Anna, credo che sia terribile il modo in cui tratti
Gil. Aspetta, fammi finire. Quando sei scesa dal palco dopo il dialogo delle fate ti è caduta una rosa dai capelli. Be’, ho visto Gil raccoglierla e
infilarsela nella tasca sul petto. Ecco. Tu sei tanto romantica e sono certa che una cosa del genere dovrebbe farti piacere.”
“Ciò che quella persona fa non significa nulla per me”, disse altezzosamente Anna, “Non spreco i miei pensieri con lui, Diana.”
Quella sera Marilla e Matthew, che non andavano a un concerto da vent’anni, si misero a sedere un po’ in cucina dopo che Anna era andata a letto.
“Be’, credo proprio che Anna sia andata piuttosto bene, come gli altri, no?”, disse Matthew orgoglioso.
“Sì”, ammise Marilla, “È una ragazzina brillante, Matthew, e stasera era molto carina. So che mi ero opposta al progetto di questo concerto, ma
alla fine immagino che non ci sia niente di male. In ogni caso, stasera ero orgogliosa di Anna, anche se a lei non lo dirò mai.”
“Be’, io invece ero orgoglioso di lei e gliel’ho detto prima che andasse di sopra”, disse Matthew, “Uno di questi giorni dobbiamo pensare a fare
qualcosa per lei, Marilla. Credo che alla lunga abbia bisogno di una scuola migliore di quella di Avonlea.”
“C’è tempo per pensare a questo”, disse Marilla, “A marzo farà appena tredici anni. Anche se stasera mi ha colpito vedere quanto sta crescendo.
La signora Lynde ha fatto quel vestito un po’ troppo lungo e questo fa sembrare Anna più alta. Impara velocemente e penso che la cosa migliore
che possiamo fare per lei sia mandarla alla Queen’s fra un po’. Ma non è il caso di parlarne ancora per un anno o due.”
“Be’, no, ma non fa male pensarci ogni tanto”, disse Matthew, “Su cose del genere è meglio pensarci a lungo.”
Capitolo 26 – Il Club delle Storie si forma

Per i giovani di Avonlea fu difficile tornare alla solita, monotona esistenza. Per Anna in particolare le cose sembravano particolarmente piatte,
muffose e inutili1010 dopo il calice di emozioni da cui aveva bevuto per settimane. Poteva tornare ai primi piaceri tranquilli dei tempi lontani prima
del concerto? All’inizio, disse a Diana, pensò davvero di non poterci riuscire.
“Sono assolutamente certa, Diana, che la vita non potrà mai più essere com’era in quei vecchi tempi”, disse tristemente come se si riferisse ad
almeno cinquant’anni prima, “Forse dopo un po’ mi ci abituo, ma temo che i concerti disabituino la gente alla vita di tutti i giorni, forse è per
questo che Marilla li disapprova. Marilla è molto assennata. Forse essere assennati sarebbe meglio, ma io non credo di volerlo diventare davvero,
le persone assennate sono così poco romantiche. La signora Lynde dice che non c’è pericolo che io lo diventi, ma non si può mai dire. Adesso mi
sembra quasi di star diventando assennata. Ma forse è solo perché sono stanca, stanotte non sono riuscita a dormire tanto, me ne sono solo rimasta
a letto a pensare continuamente al concerto. Ecco una cosa splendida di queste faccende... è bellissimo ricordarsele!”
Alla fine, però, la scuola di Avonlea scivolò nella vecchia routine e riprese a seguire i soliti interessi di sempre. A dire il vero il concerto lasciò delle
tracce. Ruby Gillis ed Emma White, che avevano litigato per un problema di precedenze sul palco, non furono più compagne di banco e spezzarono
una promettente amicizia che durava da tre anni. Josie Pye e Julia Bell non si parlarono più per tre mesi perché Josie Pye aveva detto a Bessie
Wright che Julia Bell, quando si era alzata per recitare, con quel fiocco che si era messa sembrava una gallina che oscilla la testa, e Bessie l’aveva
riferito a Julia. Nessuno degli Sloane voleva più avere a che fare con i Bell, perché i Bell avevano detto che gli Sloane avevano avuto troppe parti
nel programma e gli Sloane avevano risposto che i Bell non erano riusciti a far bene neppure quelle poche loro assegnate. Infine Charlie Sloane
si picchiò con Moody Spurgeon MacPherson perché Moody Spurgeon aveva detto che Anna Shirley aveva cominciato a darsi delle arie dopo la
recita, e Moody Spurgeon venne sconfitto; di conseguenza Ella May, la sorella di Moody Spurgeon, non parlò più con Anna Shirley per tutto il
resto dell’inverno. Con l’eccezione di questi trascurabili attriti, quindi, il lavoro nel piccolo regno della signorina Stacy riprese regolarmente e
senza intoppi.
Le settimane invernali scivolarono via. Fu un inverno mite, con così poca neve che Anna e Diana riuscirono ad andare a scuola passando quasi tutti
i giorni per il Sentiero delle Betulle. Il giorno del compleanno di Anna lo stavano percorrendo trotterellando allegramente, tenendo occhi e orecchie
aperte durante i loro chiacchiericci perché la signorina Stacy aveva detto che avrebbero presto dovuto scrivere un tema intitolato “Passeggiata
invernale in un bosco”, e perciò era necessario che stessero attente.
“Ci pensi, Diana? Oggi ho tredici anni”, fece notare Anna con soggezione, “Non riesco quasi a farmi capace di essere diventata un’adolescente.
Quando stamattina mi sono svegliata mi pareva che dovesse essere tutto diverso. Tu hai tredici anni già da un mese quindi immagino che per te non
sia più una novità come lo è per me. A me questo fa sembrare la vita ancora più interessante. Ancora due anni e sarò grande. È davvero confortante
pensare che allora potrò usare i paroloni senza che la gente mi rida dietro.”
“Ruby Gillis dice che vuole avere un innamorato appena compie quindici anni”, disse Diana.
“Ruby Gillis pensa solo agli innamorati”, disse Anna sdegnosa, “È sempre felicissima quando qualcuno scrive il suo nome in un annuncio, anche
se fa finta di arrabbiarsi. Ma temo che il mio sia un discorso poco caritatevole. La signora Allan dice che non dovremmo mai fare discorsi poco
caritatevoli, ma loro scappano dalle labbra prima che ci si possa pensare, vero? Non riesco proprio a parlare di Josie Pye senza fare discorsi poco
caritatevoli, perciò non la nomino più, forse te ne sei accorta. Sto cercando di assomigliare più che posso alla signora Allan, perché credo che lei
sia perfetta. Anche il signor Allan lo pensa. La signora Lynde dice che lui venera il terreno su cui lei cammina e crede che non sia giusto che un
ministro provi tanto affetto per una comune mortale. Ma Diana, anche i ministri sono umani e hanno i loro vizi incorreggibili come tutti gli altri.
La scorsa domenica pomeriggio io e le signora Allan abbiamo parlato dei vizi incorreggibili. Ci sono solo pochi argomenti di cui convenga parlare
la domenica pomeriggio, e questo è uno di quelli. I miei vizi incorreggibili sono avere troppa fantasia e dimenticarmi dei miei doveri. Sto lottando
duramente per correggerli e ora che ho davvero tredici anni credo che le cose andranno meglio.”
“Ancora quattro anni e potremo pettinarci coi capelli all’insù”, disse Diana, “Alice Bell ha solo sedici anni e li porta già raccolti, ma a me sembra
ridicola. Io aspetterò di avere diciassette anni per farlo.”
“Se avessi il naso adunco di Alice Bell”, disse Anna con decisione, “Io non farei mai... ma non dico cosa volevo dire perché sarebbe estremamente
poco caritatevole. Inoltre stavo per paragonare il suo naso al mio e questo è da vanitosi. Temo di pensare troppo al mio naso da quando ho
sentito quel complimento tanto tempo fa. Però è un gran conforto per me. Oh, Diana, guarda, c’è un coniglio. Una cosa da ricordare per il
nostro componimento sui boschi. Io credo che i boschi in inverno siano splendidi come in estate. Sono così bianchi e tranquilli, come se fossero
addormentati e stessero facendo bei sogni.”
“Non mi preoccuperò per questa composizione neppure quando sarà tempo di farla”, sospirò Diana, “Riesco a scrivere qualcosa sui boschi, ma
quella che avremo lunedì sarà terribile. Mi terrorizza l’idea che la signorina Stacy voglia una storia inventata di sana pianta.”
“Perché? È facile come sbattere le ciglia”, disse Anna.
“È facile per te perché hai fantasia”, replicò Diana, “Ma che faresti se ne fossi nata priva? Scommetto che hai già scritto il tuo tema.”
Anna annuì, sforzandosi di non sembrare virtuosamente compiaciuta, e fallendo miseramente.
“L’ho scritto lunedì sera, s’intitola ‘La rivale gelosa, ovvero uniti nella morte’. L’ho letto a Marilla e lei ha detto che è una grandissima sciocchezza.
Poi l’ho letto a Matthew e lui ha detto che è bello. Questo è il tipo di critica che mi piace. È una storia triste e dolce. Mi veniva da piangere
mentre la scrivevo. Parla di due belle ragazze di nome Cordelia Montmorency e Geraldine Seymour che vivevano nello stesso villaggio ed erano
devotamente legate l’una all’altra. Cordelia era una bruna di bellezza regale con la testa cinta da una chioma color mezzanotte e occhi scuri e
luminosi. Geraldine era una bionda maestosa con una chioma di spuma dorata e vellutati occhi porpora.”
“Non ho mai visto nessuno con gli occhi color porpora”, disse Diana dubbiosa.
“Neppure io, me li sono solo immaginati. Volevo una cosa fuori dal comune. Geraldine ha anche una fronte d’alabastro, ora so cosa significa
‘fronte d’alabastro’. Ecco il vantaggio di avere tredici anni: so molte più cose di quando ne avevo soltanto dodici.”
“Be’, allora cosa succede a Cordelia e Geraldine?”, disse Diana, che cominciava a interessarsi al loro destino.
“Crebbero in bellezza, fianco a fianco, finché non compirono sedici anni. Allora Bertram DeVere arrivò nel loro villaggio natio e s’innamorò della
bella Geraldine. Lui le salvò la vita quando il suo cavallo s’imbizzarrì trascinando via la carrozza; lei gli svenne tra le braccia e lui la trasportò a
casa per tre miglia, perché la carrozza era andata distrutta. Ho trovato difficile immaginarmi quando lui le ha fatto la dichiarazione perché non ho
nessuna esperienza in merito a cui ispirarmi. Ho chiesto a Ruby Gillis se sapeva come sono gli uomini quando fanno le dichiarazioni perché dato
che lei ha tante sorelle sposate pensavo che fosse un po’ un’autorità in materia. Ruby mi ha detto che si era nascosta nella dispensa del salotto
10 10 Piatta, muffosa e inutile è una citazione dall’Amleto di Shakespeare (NDT)
quando Malcolm Andrews ha fatto la dichiarazione a sua sorella Susan. Ha detto che Malcolm aveva detto a Susan che suo padre gli aveva intestato
la fattoria e poi aveva detto anche: ‘Che ne dici, tesoruccio, di sposarci quest’autunno?’ e Susan aveva detto: ‘Sì... no... non lo so... fammici
pensare’, e subito dopo erano fidanzati. Ma a me una dichiarazione così non sembrava per niente romantica, così ho cercato d’immaginarmela
meglio che ho potuto. L’ho fatta molto fiorita e poetica e Bertram s’ inginocchiò, anche se Ruby m’ha detto che ora non si usa più, e Geraldine
lo accettò con un discorso lungo una pagina. Ho fatto una gran fatica a scrivere quel discorso. L’ho riscritto cinque volte e lo considero il mio
capolavoro. Bertram le diede un anello di diamanti e una collana di rubini e le disse che sarebbero andati in Europa in viaggio di nozze, perché lui
era immensamente ricco. Ma allora, ahimè!, una nube oscurò il loro cammino. Anche Cordelia era segretamente innamorata di Bertram e quando
Geraldine le disse del fidanzamento s’infuriò, specialmente quando vide la collana e l’anello di diamanti. Tutto l’affetto per Geraldine si mutò in
feroce odio e lei fece voto d’impedirle di sposare Bertram. Però fece finta di essere ancora amica di Geraldine, come sempre. Una sera erano su
un ponte che sovrastava un torrente rapido e impetuoso e Cordelia, credendo che non ci fosse nessun altro, spinse giù Geraldine con un selvaggio
e irrisorio ‘Ah! Ah! Ah!’. Ma Bertram vide tutto, si tuffò nel fiume ed esclamò: ‘Vi salverò, mia impareggiabile Geraldine!’. Ma ahimè! Aveva
dimenticato di non saper nuotare e così entrambi, abbracciati, annegarono. Furono seppelliti in un’unica tomba e il loro funerale fu grandioso,
Diana. Far finire una storia con un funerale invece che con un matrimonio è più romantico. E per quanto riguarda Cordelia, lei impazzì dal rimorso
e venne rinchiusa in un manicomio. Credo che sia una punizione poetica per il suo crimine.”
“È decisamente delizioso”, sospirò Diana che apparteneva alla stessa scuola di pensiero di Matthew, “Non capisco come tu riesca a inventarti tante
cose, Anna. Quanto vorrei avere la tua fantasia!”
“L’avresti se solo la coltivassi”, disse Anna allegramente, “Ho appena pensato una cosa, Diana. Potremmo avere un club di storie tutto nostro e
fare pratica scrivendo. Io ti aiuterò finché non riesci a scriverle da sola. Dovresti coltivare le tua fantasia, sai? La signorina Stacy dice così. Solo
che dobbiamo farlo nel modo giusto. Le ho parlato della Foresta Stregata e lei ha detto che quello è il modo sbagliato.”
E fu così che nacque il club delle storie. All’inizio era limitato a Diana e Anna, ma poi si allargò includendo anche Jane Andrews e Ruby Gillis,
e un altro paio di ragazze che sentivano il bisogno di coltivare la fantasia. I ragazzi non erano ammessi (anche se secondo Ruby Gillis la loro
ammissione avrebbe reso tutto più emozionante) e ogni membro doveva creare una storia alla settimana.
“È estremamente interessante”, disse Anna a Marilla, “Ogni ragazza deve leggere la sua storia ad alta voce e poi ne discutiamo. Le conserveremo
tutte con sacro rispetto per rileggerle ai nostri discendenti. Usiamo tutte uno pseudonimo. Il mio è Rosamond Montmorency. Tutte le ragazze vanno
abbastanza bene. Ruby Gillis è piuttosto sentimentale, nelle sue storie mette sempre troppe scene d’amore e troppe è peggio che troppo poche. Jane
non ne mette nessuna perché dice che poi si sente scema quando deve leggerle ad alta voce. Le storie di Jane sono estremamente commoventi.
Diana, invece, ci mette troppi omicidi. Dice che la maggior parte delle volte non sa che farne dei personaggi e allora li ammazza per sbarazzarsene.
Devo quasi sempre dirle io cosa scrivere, ma tanto io ho milioni di idee.”
“Credo che quest’affare di scrivere storie sia incredibilmente stupido”, la sbeffeggiò Marilla, “Ti riempirai la testa di sciocchezze e sprecherai il
tempo che dovresti usare per i compiti. Leggere storie è un male, ma scriverle anche è peggio.”
“Ma noi siamo tanto attente a metterci una morale, Marilla”, spiegò Anna, “Io insisto su questo punto. Tutti i buoni vengono premiati e i cattivi
puniti a dovere. Sono certa che deve avere un effetto positivo: la morale è una gran cosa, il signor Allan lo dice sempre. Ho letto una delle mie
storie a lui e alla signora Allan ed entrambi erano d’accordo che la morale fosse eccellente. Però si sono messi a ridere nei punti sbagliati. Io
preferisco quando la gente piange, Jane e Ruby piangono quasi sempre quando leggo le parti più patetiche. Diana ha scritto alla zia Josephine del
nostro Club e lei ha risposto dicendo di mandarle qualche racconto, così noi abbiamo copiato le nostre storie migliori e gliele abbiamo spedite. La
signorina Josephine Barry ci ha risposto dicendo di non aver mai letto nulla di più spassoso in vita sua. Questo ci ha lasciate perplesse perché le
storie erano tutte molto patetiche e morivano quasi tutti. Ma sono contenta che alla signorina Barry siano piaciute, vuol dire che stiamo facendo
qualcosa di buono nel mondo. La signora Allan dice che questo dovrebbe essere il nostro traguardo in tutto ciò che facciamo. E io cerco davvero
di raggiungere il mio traguardo, però quando mi diverto me ne dimentico spesso. Spero di somigliare un po’ alla signora Allan, quando cresco.
Marilla, pensi che ci siano delle possibilità?”
“No, credo che non ce ne siano”, fu l’incoraggiante risposta di Marilla, “Penso che la signora Allan non sia mai stata sciocchina e sbadata come te.”
“No, però non è sempre stata buona come adesso”, disse Anna seria, “Me l’ha detto lei stessa... mi ha detto che da piccola era una terribile monella
e si ficcava sempre nei guai. Mi ha incoraggiato sentirlo. È molto perfido da parte mia, Marilla, sentirmi incoraggiata quando so che anche gli
altri sono stati cattivi e dispettosi? La signora Lynde dice di sì. La signora Lynde dice che lei si sconvolge sempre quando sente che qualcuno si è
comportato male, indipendentemente da quando fosse piccolo quando è successo. La signora Lynde dice che una volta aveva sentito un ministro
confessare che da piccolo una volta aveva rubato una crostata di fragole dalla dispensa di sua zia e lei ha perso ogni rispetto per quel ministro.
Be’, io non mi sarei sentita così. Avrei pensato che fosse molto nobile da parte sua confessarlo e avrei pensato quanto sarebbe incoraggiante per
i bambini di adesso che fanno dispetti e se ne dispiacciono sapere che poi possono crescere e diventare ministri nonostante tutto. Ecco come la
penso io, Marilla.”
“Quel che penso io adesso, Anna”, disse Marilla, “È che avresti già dovuto finire di lavare i piatti. A forza di chiacchierare ci hai messo un’ora in
più. Impara a lavorare prima e a parlare dopo.”
Capitolo 27 – Vanità e spirito oppresso

Marilla, mentre tornava a casa da una riunione delle Dame di Carità una sera di Aprile inoltrato, si accorse che l’inverno era finito e che la
primavera era cominciata con quella meraviglia che la primavera porta sempre a tutti, ai più vecchi e tristi come ai più giovani e allegri. Marilla non
era portata par l’analisi soggettiva dei suoi pensieri e sentimenti. Probabilmente credeva di star pensando alla riunione, alla cassa per le missioni
o al nuovo tappeto per l’anticamera, ma sotto queste riflessioni c’era l’armoniosa consapevolezza dei campi rossi che sfumavano in vapori d’un
pallido porpora nella luce del sole al tramonto, delle ombre degli alti abeti appuntiti che cadevano sul prato oltre il ruscello, degli aceri snelli con le
loro gemme cremisi che circondavano uno specchio d’acqua, del risveglio del mondo e del movimento di impulsi nascosti sotto le zolle grige. La
primavera era arrivata in quelle terre e il passo sobrio, da donna di mezza età, di Marilla era più leggero e rapido grazie a quella felicità profonda
e primordiale.
I suoi occhi indugiarono con affetto sui Tetti Verdi, che si scorgevano tra un intrico di alberi e le cui finestre, riflettendo la luce del sole, sembravano
piccole scintille di paradiso. Mentre s’incamminava sul vialetto umido Marilla pensò che fosse un vero piacere tornare a casa sapendo di trovarci
un fuoco di legna vivace e scoppiettante e la tavola già bella e apparecchiata per il tè invece del freddo ristoro che trovava la sera di ritorno dalle
riunioni delle Dame prima che Anna arrivasse ai Tetti Verdi.
Di conseguenza quando entrò in cucina e trovò che il fuoco era spento e Anna non si vedeva da nessuna parte, Marilla si sentì delusa e irritata.
Aveva detto ad Anna di preparare il tè per le cinque, ma ora dovette sbrigarsi a cambiarsi d’abito e a preparare lei stessa la cena prima che Matthew
tornasse dalla semina.
“Ma mi sente le signorina Anna, quando torna a casa”, disse arcigna Marilla mentre pelava con un coltello i ramoscelli per attizzare la legna
con più vigore di quanto fosse necessario. Intanto Matthew era arrivato e se ne stava pazientemente in un angolo ad aspettare il suo tè. “Starà
bighellonando da qualche parte con Diana a scrivere storie, provare dialoghi o qualche altra stupidaggine del genere, senza pensare minimamente
ai suoi doveri. Bisogna estirparle al più presto queste abitudini. Non m’importa se la signora Allan dice che è la bambina più dolce e brillante che
abbia mai conosciuto. Sarà anche dolce e brillanta, ma ha la testa piena di sciocchezze e non si sa mai che forma stiano per prendere. Appena le
passa un’abitudine stramba ecco che gliene viene subito un’altra. Ecco! Sto dicendo le stesse cose che ha detto oggi Rachel Lynde e per cui mi
sono tanto irritata. Ero proprio contenta che la signora Allan avesse parlato in favore di Anna, perché se non l’avesse fatto avrei rischiato di dire
qualcosa di molto acido a Rachel davanti a tutti. Anna ha un sacco di difetti ed è lungi da me l’idea di negarli. Ma la sto educando io, non Rachel
Lynde, che tra l’altro sarebbe capace di trovare difetti anche all’Arcangelo Gabriele, se solo vivesse pure lui ad Avonlea! Proprio così, Anna non
aveva motivo di uscire di casa oggi quando le avevo detto che avrebbe dovuto star qui questo pomeriggio e badare alle faccende. Eppure, con tutti
i suoi difetti, non l’avevo mai trovata disubbidiente e inaffidabile prima d’ora e mi addolora scoprire così, adesso, che invece lo è!”
“Be’, adesso non saprei”, disse Matthew che, essendo paziente, saggio e soprattutto affamato, aveva giudicato fosse meglio lasciare che Marilla
sfogasse la sua rabbia senza interromperla, dal momento che l’esperienza gli aveva insegnato che tutto le passava molto più rapidamente se non
veniva ostacolata da intempestive argomentazioni, “Forse la giudichi troppo in fretta, Marilla. Non dire che è inaffidabile se prima non ti accerti
che ti ha disubbidito. Forse tutto questo ha una spiegazione... Anna è portata per le spiegazioni.”
“Non è qui quando le avevo detto di rimanere”, replicò Marilla, “Scommetto che le sarà difficile trovare una spiegazione per questo che sia
convincente per me. Oh, certo, lo so che prendi le sue parti, Matthew. Ma la sto educando io, non tu.”
Era buio quando la cena fu pronta, e ancora non c’erano tracce di Anna che si affrettasse sul ponte di tronchi, o sul Viale degli Innamorati, ansante
e pentita per aver trascurato i suoi doveri. Marilla, accigliata, aveva lavato e riposto i piatti. Poi, avendo bisogno di una candela per scendere in
cantina, andò nella soffitta di est, dove di solito ce n’era sempre una sul tavolo di Anna. L’accese, si voltò e vide Anna sul letto, distesa a faccia in
giù immersa tra i cuscini.
“Santo cielo!”, esclamò Marilla, sconcertata, “Anna, stavi dormendo?”
“No”, fu la risposta soffocata.
“Sei malata, allora?”, domandò Marilla ansiosa avvicinandosi al letto.
Anna affondò ancora di più tra i cuscini, come se volesse rendersi invisibile agli occhi dei mortali.
“No. Ma per piacere, Marilla, vai via e non mi guardare. Sono negli abissi della disperazione, ora, e non m’importa più di chi diventi capoclasse,
o scriva il tema migliore, o canti nel coro della scuola domenicale in chiesa. Inezie come queste ora non contano più, perché credo che non andrò
mai più da nessuna parte. La mia carriera è finita. Per piacere, Marilla, vai via e non mi guardare.”
“Ma si è mai sentita una cosa simile?”, si chiese Marilla, confusa, “Anna Shirley, che cosa ti è successo? Che cosa hai fatto? Alzati subito e
dimmelo. Subito, ti dico! Ma... cos’è...”
Anna, disperata e ubbidiente, si era lasciata scivolare in terra.
“Guarda i miei capelli, Marilla”, mormorò.
Quindi Marilla alzò la candela e ispezionò i capelli di Anna, che le scendevano lunghi e pesanti sulla schiena e avevano, effettivamente, un aspetto
strano.
“Anna Shirley, che hai fatto ai tuoi capelli? Sono verdi!”
Si potevano definire verdi, semmai avessero avuto un colore di questa terra. Un verde strano, smorto, bronzeo, con strisce del rosso originario a
sottolineare quell’effetto spaventoso. Marilla non aveva mai visto in vita sua qualcosa di più grottesco dei capelli di Anna in quel momento.
“Sì, sono verdi”, gemette Anna, “Pensavo che non ci fosse nulla di peggio che avere i capelli rossi. Ora so che avere i capelli verdi è dieci volte
peggio. Oh, Marilla, non hai la minima idea di come mi senta assolutamente afflitta.”
“Io non ho la minima idea di come tu abbia fatto a combinare questo guaio, ma intendo scoprirlo”, disse Marilla, “Vieni in cucina, qui fa troppo
freddo, e dimmi cos’hai fatto. Mi aspettavo qualcosa di strano da un momento all’altro. Era da due mesi che non ti ficcavi nei guai, uno adesso era
d’obbligo. Dimmi, ora, che hai fatto ai capelli?”
“Li ho tinti.”
“Tinti? Ti sei tinta i capelli? Anna Shirley, non sapevi che era una cosa terribile da fare?”
“Sì, sapevo che era un po’ cattivo”, ammise Anna, “Ma pensavo che valesse la pena fare qualcosa di un po’ cattivo pur di sbarazzarmi dei capelli
rossi. Avevo calcolato il prezzo, Marilla. Inoltre contavo di essere straordinariamente buona in altre cose per fare ammenda per questo.”
“Be’”, disse Marilla sarcastica, “Se io avessi deciso che valesse la pena rischiare di comportarmi male per tingermi i capelli avrei almeno scelto di
tingerli di un colore decente. Non li avrei tinti di verde.”
“Ma Marilla, io non volevo tingerli di verde”, protestò Anna scoraggiata, “Se ho deciso di essere cattiva, l’ho deciso con uno scopo. Lui mi aveva
detto che i miei capelli sarebbero diventati di un bel nero corvino... mi aveva assicurato che sarebbe stato così. Come potevo dubitare della sua
parola, Marilla? So come ci si sente quando qualcuno dubita della tua parola, e la signora Allan dice sempre che non dobbiamo mai sospettare che
qualcuno non ci stia dicendo la verità a meno di non poterlo provare. Adesso ne ho la prova, i capelli verdi sarebbero una prova sufficiente per
chiunque. Ma allora non l’avevo e ho implicitamente creduto a quello che mi ha detto.”
“Chi te l’ha detto? Di chi stai parlando?”
“L’ambulante che è stato qui questo pomeriggio. Ho comprato da lui la tinta.”
“Anna Shirley, quante volte ti ho detto di non lasciar entrare in casa quegli italiani? Credo che non bisognerebbe proprio incoraggiarli a girare da
queste parti!”
“Oh, ma non l’ho lasciato entrare in casa, mi ricordavo quello che dici sempre. Sono uscita fuori io, ho chiuso la porta con cura e ho guardato le
sue cose dal gradino d’ingresso. Inoltre non era un italiano, era un ebreo tedesco. Aveva uno scatolone pieno di cose interessanti e mi ha detto
che lavorava sodo per portare i figli e la moglie via dalla Germania. Ha parlato di loro con tanta commozione che mi ha toccato il cuore. Volevo
comprargli qualcosa per aiutarlo in questo nobile proposito. Poi a un tratto ho visto la bottiglia di tintura. L’ambulante mi aveva detto che era
garantito che tingesse ogni tipo di capelli di un bel nero corvino e che non sarebbe andata via col lavaggio. Mi sono immaginata all’istante con
splendidi capelli nero corvino e la tentazione è stata irresistibile. Ma la bottiglia costava settantacinque centesimi e io avevo solo cinquanta
centesimi nel mio pulcino salvadanaio. Avevo pensato che l’ambulante fosse molto gentile, perché aveva detto che proprio perché ero io me
l’avrebbe lasciata per cinquanta centesimi, anche se era come regalarla. Così l’ho comprata e appena lui è andato via sono venuta dentro ad
applicarmela con una vecchia spazzola, come dicevano le istruzioni. Ho usato tutta la bottiglia e oh, Marilla, quando ho visto di che orrendo colore
erano diventati i miei capelli mi sono pentita di essere stata cattiva, te l’assicuro. E me ne pento da allora.”
“Be’, spero che il tuo pentimento sia sincero”, disse Marilla severa, “E che tu abbia aperto gli occhi su dove ti abbia portato la vanità, Anna. Sa il
cielo cosa possiamo fare ora. Immagino che la prima cosa da fare sia dare una bella lavata a quei capelli, e speriamo che vada bene.”
Perciò Anna si lavò i capelli, li strofinò vigorosamente con acqua e sapone. Ma l’unico risultato fu di togliere via anche quel che restava del rosso
originale. L’ambulante aveva sicuramente detto il vero affermando che la tinta non veniva via col lavaggio, ma la sua veridicità poteva essere
denunciata per altri motivi.
“Oh, Marilla, che faccio?”, domandò Anna con le lacrime agli occhi, “Non posso sopportarlo. La gente ha quasi dimenticato gli altri miei sbagli...
il dolce al calmante, e far ubriacare Diana, e il mio scatto di rabbia con la signora Lynde. Ma non dimenticherà mai questo. Penseranno che non
sono rispettabile. Oh, Marilla, ‘che intricata tela noi tessiamo quando per la prima volta inganniamo’1111. Questa è una poesia, ma è vero. E quanto
riderà Josie Pye! Marilla, io non posso affrontare Josie Pye. Sono la ragazza più infelice dell’Isola del Principe Edward!”
L’infelicità di Anna durò una settimana. In quel periodo non andò da nessuna parte e fece lo shampoo tutti i giorni. Diana era l’unica estranea a
conoscere il suo fatale segreto, ma aveva promesso solennemente di non raccontarlo mai e si poteva esser certi che avrebbe mantenuto la parola.
Alla fine della settimana Marilla disse decisa:
“Non serve a niente, Anna. Quella tinta è tenace come non mai. Bisogna tagliare i capelli, non c’è altra soluzione. Non puoi uscire conciata così.”
Le labbra di Anna tremarono, ma lei capì l’amara verità dell’osservazione di Marilla. Con un sospiro lugubre andò a prendere le forbici.
“Ti prego, Marilla, tagliali subito e facciamola finita. Sento che mi si è spezzato il cuore. Ed è un’afflizione così poco romantica! Nei libri le
ragazze perdono i capelli per malattia, oppure li vendono per guadagnare i soldi per una nobile causa, di certo non mi dispiacerebbe perdere i
capelli in quel modo. Ma non c’è nulla di consolante nel tagliarmi i capelli perché li ho tinti di un colore orribile, vero? Piangerò per tutto il tempo
che me li tagli, se non ti disturbo. Mi sembra una cosa veramente tragica.”
Anna pianse allora ma dopo, quando salì al piano di sopra e si guardò allo specchio, era calma anche se disperata. Marilla aveva fatto bene il suo
lavoro ed era stato necessario tagliare i capelli più corti possibile. Il risultato non le donava, per dirla con un eufemismo. Anna girò rapidamente
lo specchio contro la parete.
“Non mi guarderò mai più finché non mi ricrescono i capelli”, esclamò con veemenza.
Poi improvvisamente raddrizzò lo specchio.
“Invece lo farò. Sarà la mia penitenza per essermi comportata male. Mi guarderò tutte le volte che vengo in camera per vedere quanto sono brutta.
E non cercherò neanche di immaginarmi diversa. Non avevo mai pensato, fra tante cose, di essere vanitosa per i miei capelli, ma ora so che lo ero,
perché anche se erano rossi erano lunghi, folti e ricci. Adesso mi aspetto che mi capiti qualcosa anche al naso.”
Il lunedì seguente la testa rapata di Anna fece un grande scalpore a scuola, ma con suo sollievo nessuno ne indovinò il vero motivo, neppure Josie
Pye, che ad ogni modo non mancò di informare Anna che era identica a uno spaventapasseri.
“Io non ho risposto nulla quando Josie me l’ha detto”, Anna confidò quella sera a Marilla, che si era sdraiata sul divano a causa di uno dei suoi mal
di testa, “Perché ho pensato che facesse parte della mia punizione e che dovevo sopportarla con pazienza. È dura quando ti dicono che somigli a
uno spaventapasseri, volevo risponderle ma non l’ho fatto. Le ho solo lanciato uno sguardo sdegnoso e poi l’ho perdonata. Ci si sente tanto virtuosi
a perdonare la gente, vero? Dopo questo voglio devolvere tutte le mie energie per diventare buona e non cercherò più di essere bella. Certo, essere
buoni è meglio. So che è così, ma a volte è difficile credere a una cosa, anche se sai che è vera. Marilla, voglio davvero essere buona come te, la
signora Allan e la signorina Stacy, voglio crescere e farvi onore. Diana dice che quando i miei capelli cominceranno a ricrescere mi dovrò mettere
in testa un nastro di velluto nero con un fiocco su un lato. Dice che pensa che mi starebbe benissimo. Lo chiamerò nappa, suona più romantico. Ma
parlo troppo, Marilla? Ti fa molto male la testa?”
“La mia testa ora va meglio, ma oggi pomeriggio è stato terribile. Questi miei mal di testa non fanno che peggiorare, dovrò vedere un dottore. E
le tue chiacchiere no, non mi disturbano... ormai mi ci sono abituata.”
Che era il suo modo di dire che le piacevano.

11 11 Citazione dal Marmion di Walter Scott, Canto VI, Stanza XVII (NDT)
Capitolo 28 – Una sfortunata Dama dei Gigli1212

“Certo che devi essere tu Elaine, Anna”, disse Diana, “Io non avrei mai il coraggio di galleggiare fin lì.”
“E neppure io”, disse Ruby Gillis con un brivido, “Non mi dispiace galleggiare fin lì quando siamo in due o tre sulla chiatta e possiamo sederci.
Ma sdraiarsi e far finta d’esser morta... no, non posso, morirei davvero per la paura.”
“Certo, sarebbe romantico”, concesse Jane Andrews , “Ma so già che io non riuscirei a star ferma. Mi alzerei ogni minuto per vedere dove sono e
se non sto andando alla deriva. E lo sai, Anna, questo rovinerebbe l’effetto.”
“Ma è ridicolo avere un’Elaine coi capelli rossi”, si lamentò Anna, “Io non ho paura di galleggiare sulla chiatta e adoro fare Elaine, ma è ridicolo
lo stesso. Ruby dovrebbe fare Elaine, perché è bella e ha quei lunghi capelli color dell’oro... Elaine aveva ‘tutti i chiari capelli sciolti fin giù’, lo
sapete. Ed Elaine era la Dama dei Gigli. Una coi capelli rossi non può essere una dama dei gigli.”
“Il tuo incarnato va bene come quello di Ruby”, disse Diana con onestà, “E i tuoi capelli ora sono molto più scuri di com’erano prima che te li
tagliassi.”
“Lo pensi davvero?”, esclamò Anna arrossendo sensibilmente per la contentezza, “Qualche volta l’ho pensato anch’io... ma non osavo chiederlo
a nessuno per paura che mi dicessero che non era vero. Pensi che ora possa dire di avere i capelli castani?”
“Sì, e credo che siano davvero carini”, disse Diana ammirando i corti e setosi riccioli raccolti sulla testa di Anna e tenuti a posto da un elegante
nastro di velluto nero e da un fiocco.
Stavano sulla riva dello stagno, sotto il Pendio del Frutteto, dove un piccolo promontorio orlato di betulle si sporgeva dalla sponda; in fondo c’era
una piccola piattaforma di legno costruita nell’acqua a vantaggio dei pescatori e dei cacciatori di anatre. Ruby e Jane passavano quel pomeriggio
estivo con Diana, e Anna era venuta a giocare con loro.
Anna e Diana avevano giocato per la maggior parte di quell’estate sopra o attorno allo stagno. Selvapigra ormai era una cosa del passato, avendo
in primavera il signor Bell abbattuto crudelmente il piccolo cerchio di alberi nel suo pascolo sul retro. Anna si era seduta tra i ceppi e aveva pianto,
non senza gettare un occhio al romanticismo della faccenda; ma si era consolata rapidamente perché dopotutto, come lei e Diana dissero, le ragazze
di tredici anni che vanno per i quattordici sono troppo grandi per divertimenti infantili come una casa di giochi, e poi i passatempi disponibili
attorno allo stagno erano più affascinanti. Era splendido pescare le trote dal ponte e le due ragazze avevano imparato a girare sullo stagno remando
la piccola barca a fondo piatto che il signor Barry usava per andare a caccia di anatre.
Fu un’idea di Anna mettere in scena Elaine. Avevano studiato il poema di Tennyson a scuola l’inverno precedente, dal momento che il Sovrintendente
all’Educazione lo aveva inserito nel programma dei corsi di inglese delle scuole dell’Isola del Principe Edward. L’avevano studiato, analizzato e in
generale fatto a pezzi, sicché ci fu da meravigliarsi se vi era rimasto ancora un qualche significato, ma alla fine la bella Dama dei Gigli, Lancillotto,
Ginevra e re Artù erano diventati personaggi veri e reali per loro, e Anna si sentì divorata dal segreto rimpianto di non essere nata a Camelot. Quei
giorni, diceva, erano molto più romantici di quelli attuali.
Il piano di Anna fu accolto con entusiasmo. Le ragazze avevano scoperto che se slegavano la chiatta dal suo punto d’attracco questa sarebbe scesa
seguendo la corrente fin sotto il ponte e poi si sarebbe arenata a un altro promontorio più in basso che sbucava dopo una curva dello stagno. Erano
scese spesso in questo modo e non c’era nulla di più adatto per giocare a Elaine.
“D’accordo, farò Elaine”, disse Anna arrendendosi con riluttanza, perché anche se era contenta di sostenere il ruolo principale il suo senso artistico
esigeva una certa aderenza ai dettagli, e sentiva che i suoi difetti la rendevano impossibile, “Ruby, tu farai re Artù, Jane sarà Ginevra e tu, Diana,
dovrai fare Lancillotto. Ma prima dovete fare il fratelli e il padre. Non possiamo avere il vecchio servitore muto perché una volta che mi sono
distesa nella chiatta non c’è spazio per starci in due. Dobbiamo drappeggiare la scialuppa con il più nero sciamito1313 per tutta la sua lunghezza.
Quel vecchio scialle nero di tua madre andrà benone, Diana.”
Lo scialle nero venne procurato, Anna lo distese sul fondo della chiatta e poi ci si adagiò sopra, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto.
“Sembra davvero morta”, sussurrò nervosamente Ruby Gillis guardando l’immobile, pallido volto sotto le ombre tremolanti delle betulle, “Mi fa
paura, ragazze. Pensate che sia giusto che facciamo così? La signora Lynde dice che tutte le scene recitate sono terribilmente malvagie.”
“Ruby, non dovresti parlare della signora Lynde”, disse Anna severa, “Rovina l’effetto perché questa scena è successa centinaia di anni prima che
la signora Lynde nascesse. Jane, segui tutto tu. È sciocco che Elaine si metta a parlare quando dovrebbe essere morta.”
Jane prese in mano la situazione. Tessuto d’oro per farne un drappo non ce n’era, ma una vecchia copritastiera per pianoforte in crêpe giapponese
giallo fu un eccellente sostituto. Non fu possibile trovare in quel periodo un giglio bianco, ma l’effetto di quell’iris azzurro pallido tra le mani
incrociate di Anna fu più che gradevole.
“Ora lei è pronta”, disse Jane, “Dobbiamo baciare la sua fronte tranquilla e Diana, tu devi dire ‘Sorella, addio per sempre’, e tu, Ruby, devi dire
‘Addio, dolce sorella’. Tutte e due cercate di essere più tristi che potete. Anna, per amor del cielo, sorridi un po’, lo sai che Elaine ‘giaceva come
se sorridesse’. Così va meglio. Ora spingiamo la chiatta.”
Quindi la chiatta fu spinta alla deriva, ma in questo processo sfregò bruscamente contro un vecchio fasciame piantato sul fondo dello stagno.
Diana, Jane e Ruby aspettarono di vedere la chiatta catturata dalla corrente, poi si diressero verso il ponte galoppando nel bosco, attraverso la strada
e giù al promontorio più in basso dove, nelle vesti di Lancillotto, Ginevra e re Artù, dovevano prepararsi a ricevere la Dama dei Gigli.
Per qualche minuto Anna, ondeggiando dolcemente alla deriva, si godette fino in fondo il romanticismo di quella situazione. Poi successe qualcosa
di niente affatto romantico: la chiatta cominciò a imbarcare acqua. In un istante fu necessario che Elaine balzasse in piedi afferrando la coperta
d’oro e il drappo funebre del più nero sciamito e guardasse immobile la grande crepa sul fondo della sua scialuppa dalla quale l’acqua sgorgava
letteralmente. Quel fasciame tagliente a riva aveva strappato via una striscia di legno che era inchiodata al fondo della chiatta. Anna questo non
lo sapeva, ma non le ci volle molto per capire di essere finita in una situazione pericolosa. Di questo passo la chiatta si sarebbe riempita e sarebbe
12 12 In questo capitolo si fa riferimento a Elaine di Astolat, detta la Dama di Chalott o la Dama dei Gigli, personaggio del ciclo di
leggende su Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda. Nella leggenda Elaine s’innamora del cavaliere Lancillotto del Lago, ma non potendo
essere da lui ricambiata muore di dolore. Anna e le sue amiche, però, si ispirano al poema “La Dama di Chalott” del poeta inglese Alfred Tennyson
(1802-1892). In questa versione Elaine è una dama che vive segregata in una torre. Su di lei pende un incantesimo: se guarderà direttamente il
regno di Camelot morirà. Lei allora si limita a osservarlo attraverso uno specchio, ma un giorno in quello specchio vi vede riflesso Lancillotto e
allora capisce di non poter più vivere solo di ombre. Quindi si affaccia alla finestra e vede Camelot. Poi si distende in una barca e aspetta che la
corrente del fiume la porti a Camelot, dove giunge ormai morta. (NDT)
13 13 Sciamito: tessuto medievale costituito da due o più trame legate tra loro in diagonale da un ordito. Le trame potevano essere di
colori contrastanti fra loro in modo da creare decorativi effetti cromatici (NDT)
affondata prima di poter raggiungere il promontorio più in basso. Dov’erano i remi? Rimasti a terra!
Anna diede un urletto affannoso ma nessuno lo sentì; era impallidita fino alle labbra, ma non perse l’autocontrollo. C’era una speranza... soltanto
una.
“Ero terribilmente spaventata”, raccontò il giorno dopo alla signora Allan, “e mi sembrava che la chiatta ci mettesse anni a raggiungere il ponte, e
l’acqua non faceva che salire. Ho pregato, signora Allan, con tutte le mie forze, ma non ho chiuso gli occhi, perché sapevo che Dio poteva salvarmi
soltanto facendo avvicinare la chiatta ai piloni del ponte abbastanza vicino perché io potessi arrampicarmici su. Lei sa che i piloni sono solo vecchi
tronchi d’albero pieni di nodi e mozziconi di rami. Era giusto pregare, ma sapevo bene che anch’io dovevo fare la mia parte guardandomi attorno.
Dicevo solo, continuamente: ‘Dio, ti prego, fa’ solo che la chiatta si avvicini ai piloni e al resto ci penso io’. In queste circostanze uno non pensa
a infiorettare una preghiera. Ma la mia fu ascoltata, perché la chiatta andò a sbattere contro uno dei piloni e ci rimase un attimo, io mi misi la
copritastiera e lo scialle su una spalla e mi arrampicai su quel grande ceppo provvidenziale. E rimasi lì, signora Allan, aggrappata a quel vecchio
pilone scivoloso senza poter salire o scendere. Era una posizione molto poco romantica, ma al momento non ci pensavo proprio. Uno non pensa
al romanticismo quand’è appena sfuggito a una tomba d’acqua. Dissi subito una preghiera di ringraziamento e poi dedicai tutte le mie attenzioni a
tenermi saldamente al pilone, perché sapevo che probabilmente avrei dovuto contare sull’aiuto umano per tornare sulla terraferma.”
La chiatta oscillò sotto il ponte e poi affondò rapidamente nel mezzo del corso d’acqua. Ruby, Jane e Diana, che stavano già aspettando sul
promontorio più in basso, la videro scomparire in un istante davanti ai loro occhi e non ebbero dubbi che anche Anna fosse andata giù. Per un
momento stettero immobili, bianche come lenzuola, congelate dall’orrore della tragedia; poi, strillando con tutto il fiato, corsero frenetiche via,
attraverso il bosco, e si fermarono solo quando giunsero sulla strada per guardare, indietro, il ponte. Anna, disperatamente abbracciata al suo
sostegno precario, vide le loro sagome allontanarsi e le sentì strillare. Un aiuto sarebbe arrivato presto, ma intanto la sua posizione era molto
scomoda.
I minuti passavano, e ogni minuto pareva un’ora per la sfortunata Dama dei Gigli. Perché non veniva nessuno? Dov’erano andate le ragazze? E
se fossero svenute tutte? E se non fosse venuto nessuno? E se lei si fosse stancata troppo per continuare ad aggrapparsi lì? Anna guardò le perfide
profondità verdi sotto di lei che stendevano lunghe ombre oleose, e rabbrividì. La sua immaginazione cominciò a suggerirle ogni genere di
raccapricciante eventualità che potesse capitarle.
Poi, proprio quando pensava di non poter sopportare per un altro istante il dolore alle braccia e ai polsi, arrivò Gilbert Blythe, che remava sotto il
ponte sulla barchetta di Harmon Andrews.
Gilbert guardò su e vide, con sua grandissima sorpresa, un faccino pallido e altero che lo guardava dall’alto con occhi grandi e spaventati, ma
anche superbi.
“Anna Shirley? Come accidenti ci sei arrivata lì?”, esclamò.
Senza attendere risposta si accostò al pilone e tese una mano. Non ci fu bisogno di parlare: Anna, aggrappandosi alla sua mano, si arrampicò sulla
barchetta e, infangata e furibonda, si mise a sedere a poppa tenendo tra le braccia lo scialle gocciolante e l’umido crêpe. Era estremamente difficile,
in quelle circostanze, conservare una certa dignità.
“Cos’è successo, Anna?”, domandò Gilbert riprendendo a remare.
“Stavamo giocando a Elaine”, disse Anna con freddezza senza neppure guardare il suo salvatore, “E io dovevo scendere a Camelot nella scialuppa...
cioè, nella chiatta. La chiatta ha cominciato a imbarcare acqua e io mi sono arrampicata sul pilone. Le ragazze sono andate a cercare aiuto. Per
piacere, mi porti a terra?”
Gilbert, cortesemente, remò fino alla riva e Anna, rifiutando il suo aiuto, saltò prontamente a terra.
“Ti sono molto obbligata”, disse orgogliosa voltandosi per andar via. Ma anche Gilbert era saltato giù dalla barca e ora la tratteneva per un braccio.
“Anna”, disse precipitoso, “Aspetta. Non possiamo essere amici? Mi dispiace terribilmente di averti preso in giro per i capelli quella volta. Non
volevo offenderti, era solo uno scherzo. E poi è passato così tanto tempo! Ora penso che i tuoi capelli siano fantastici... davvero. Facciamo pace!”
Per un istante Anna esitò. In lei si era risvegliata la consapevolezza nuova e strana, sotto la dignità oltraggiata, che lo sguardo a metà timido e a metà
appassionato degli occhi color nocciola di Gilbert fosse estremamente piacevole da guardare. Il suo cuore ebbe un fremito rapido e sconosciuto.
Ma l’amarezza della passata sofferenza indurì rapidamente la sua volontà vacillante. La scena avvenuta due anni prima le balenò davanti agli occhi
vividamente come se fosse accaduta solo due giorni prima. Gilbert l’aveva chiamata “carote” e l’aveva fatta vergognare davanti a tutta la scuola. Il
suo risentimento, che ad altri sarebbe apparso ridicolo come ciò che l’aveva causato, evidentemente col tempo non si era neppure un po’ addolcito
o smorzato. Lei odiava Gilbert Blythe! Non l’avrebbe mai perdonato!
“No!”, disse freddamente, “Non farò mai pace con te, Gilbert Blythe, e neppure lo voglio.”
“Benissimo!”, Gilbert balzò nella sua barchetta, la rabbia che gli accendeva il volto, “Non ti chiederò mai più di fare pace, Anna Shirley, e neppure
me ne importa!”
Lui si allontanò remando rapido e stizzito, Anna risalì il ripido sentiero di felci sotto gli aceri. Teneva la testa alta ma era consapevole di provare uno
strano rimpianto. Quasi desiderava di aver dato una risposta diversa a Gilbert. Certo, lui l’aveva insultata terribilmente, però... improvvisamente
Anna pensò di aver voglia di farsi un bel pianto. Era snervata, perché la paura e il dolore per essere rimasta aggrappata al pilone cominciavano a
farsi sentire.
A metà sentiero Anna incontrò Jane e Diana che tornavano di corsa in uno stato di quasi parossismo. Non avevano trovato nessuno al Pendio del
Frutteto, dato che il signor e la signora Barry erano fuori casa. Qui Ruby Gillis era crollata in preda a una crisi isterica ed era stata lasciata lì a
riprendersi, mentre Jane e Diana erano corse attraverso la Foresta Stregata e oltre il ruscello verso i Tetti Verdi, ma anche qui non avevano trovato
nessuno: Marilla era andata a Carmody e Matthew stava mietendo il fieno nei campi sul retro.
“Oh, Anna!”, singhiozzò Diana correndo ad abbracciarla e piangendo per il sollievo e la contentezza, “Oh, Anna... pensavamo... che eri... che eri
annegata, e ci sentivamo come... come assassine... perché ti avevamo costretto... a fare Elaine. E Ruby ha avuto una crisi isterica... oh, Anna, come
hai fatto a salvarti?”
“Mi sono arrampicata su un pilone”, disse Anna stanca, “E Gilbert Blythe è arrivato sulla barca del signor Andrews e mi ha portata a terra.”
“Oh, Anna, è stato bellissimo da parte sua! Così romantico!”, disse Jane trovando il fiato per mormorare, alla fine: “Adesso, dopo questo, comincerai
a parlargli, vero?”
“Certo che no!”, sbottò Anna in un momentaneo ritorno del suo vecchio umore, “E non voglio mai più sentire la parola ‘romantico’, Jane Andrews.
Mi dispiace tantissimo che vi siate spaventate, ragazze. È tutta colpa mia, devo essere nata sicuramente sotto una cattiva stella. Tutto quello che
faccio sembra cacciare nei guai i miei migliori amici. Abbiamo perso la chiatta di tuo padre, Diana, e ho il presentimento che non ci lasceranno
più remare sullo stagno.”
Il presentimento di Anna si dimostrò più esatto di quanto non siano di solito i presentimenti. Grande fu la costernazione dei Barry e dei Cuthbert
quando vennero a conoscenza dei fatti.
“Avrai mai un po’ di buonsenso, Anna?”, brontolò Marilla.
“Oh, sì, credo di sì, Marilla”, ribatté Anna ottimista. Dopo essersi lasciata andare a un bel pianto nella solitudine della soffitta di est, i suoi nevi si
erano calmati e lei era tornata alla consueta allegria, “Credo che le mie prospettive di metter su del buonsenso siano più fulgide che mai.”
“Non vedo come”, disse Marilla.
“Be’”, spiegò Anna, “Oggi ho avuto una nuova e preziosa lezione. Da quando sono ai Tetti Verdi non faccio che errori, ma ogni errore mi ha curato
qualche difetto. La storia della spilla di ametiste mi ha curato dall’immischiarmi in cose che non mi appartengono. La Foresta Stregata mi ha curato
dalla tendenza a lasciar correre troppo la fantasia. Il dolce al calmante mi ha curato dalla sbadataggine in cucina. Tingermi i capelli mi ha curato
dalla vanità. Ora non penso più ai miei capelli o al mio naso... perlomeno non ci penso spesso. E lo sbaglio di oggi mi curerà dall’essere troppo
romantica. Sono giunta alla conclusione che non serve essere romantici ad Avonlea. Forse era facile nella turrita Camelot centinaia d’anni fa, ma
oggigiorno il romanticismo non è apprezzato. Sono piuttosto certa che mi vedrai presto migliorare sotto questo punto di vista, Marilla.”
“Speriamo!”, disse Marilla scettica.
Ma Matthew, che era stato seduto muto in un angolo, posò la mano su una spalla di Anna, dopo che Marilla si fu allontanata.
“Non abbandonare il romanticismo, Anna”, sussurrò timido, “Un po’ di romanticismo fa bene... non troppo, certo... ma conservane un po’, Anna,
conservane solo un po’.”
Capitolo 29 – Un’epoca della vita di Anna

Anna stava conducendo a casa le mucche dai pascoli sul retro passando per il Viale degli Innamorati. Era una sera di settembre e le brecce e
le radure nel bosco erano orlate dalla luce color rubino del sole che macchiava qua e là anche il sentiero, ma la maggior parte della via era già
all’ombra, sotto gli aceri, e gli spazi tra gli abeti sembravano colmi di un chiaro vapore purpureo che era come un vino fatto d’aria. Il vento soffiava
in alto e non c’è al mondo musica più dolce di quella prodotta dal vento tra le cime degli abeti alla sera.
Le mucche ondeggiavano placide giù per il sentiero e Anna le seguiva rapita ripetendo tra sé il canto di battaglia del Marmion (anche questo faceva
parte del programma d’inglese dell’inverno precedente, e la signorina Stacy l’aveva fatto imparare a memoria ai suoi alunni) ed esultando per i
suoi rapidi versi e per il clangore delle lance che evocava. Quando arrivò ai versi:
I tenaci lancieri ancora andavano
Per l’oscura impenetrabile foresta
si fermò in estasi e chiuse gli occhi per immaginare meglio di far parte di quel circolo eroico. Quando riaprì gli occhi fu per vedere Diana
attraversare il cancello che portava ai campi dei Barry con un’aria così importante che Anna indovinò subito che l’amica aveva notizie da darle.
Ma non volle far trasparire troppo presto la sua curiosità.
“Questa sera non sembra un sogno purpureo, Diana? Mi fa sentire così felice d’essere viva. Al mattino penso sempre che i mattini siano i migliori,
ma quando scende la sera penso che sia ancora più bello.”
“È una bella serata”, disse Diana, “Ma ho una notizia, Anna! Indovina! Hai tre tentativi.”
“Charlotte Gillis alla fine ha deciso di sposarsi in chiesa e la signora Allan vuole che noi la decoriamo!”, esclamò Anna.
“No. Il fidanzato di Charlotte non sarebbe mai d’accordo perché nessuno si è ancora mai sposato in questa chiesa e lui pensa che somiglierebbe
troppo a un funerale. Fa male, perché sarebbe divertente. Indovina ancora.”
“La mamma di Jane le lascia fare la festa di compleanno?”
Diana scosse la testa, i suoi occhi neri brillavano per il divertimento.
“Non riesco a indovinare, che può essere?”, disse Anna disperata, “A meno che... Moody Spurgeon MacPherson ti ha riaccompagnato a casa dopo
l’incontro di preghiere ieri sera. È così?”
“No di certo!”, esclamò Diana indignata, “Non mi vanterei affatto se lo facesse, quell’orrenda creatura! Lo sapevo che non indovinavi. Oggi
mamma ha ricevuto una lettera da zia Josephine e la zia Josephine vuole che martedì prossimo tu e io andiamo in città da lei e ci fermiamo per
l’Esposizione. Ecco!”
“Oh, Diana”, mormorò Anna che ebbe bisogno di appoggiandosi al tronco di un acero per trovare sostegno, “Dici davvero? Ma ho paura che
Marilla non mi ci lascerà andare. Dirà che non vuole incoraggiarmi a bighellonare in giro. È così che mi ha detto quando Jane mi aveva invitato
ad andare con lei in carrozza al concerto degli americani all’Hotel delle Sabbie Bianche. Io volevo andarci, ma Marilla mi ha detto che era meglio
se rimanevo in casa a fare i compiti, e questo valeva anche per Jane. Sono rimasta amaramente delusa, Diana. Ero così avvilita che la sera non ho
neanche voluto dire le preghiere prima di andare a letto. Ma poi me ne sono pentita e mi sono alzata nel cuore della notte per dirle.”
“Sai che facciamo?”, disse Diana, “Dirò a mamma di chiedere il permesso a Marilla. Così è più facile che ti lasci venire, e se funziona ci divertiremo
come mai in vita nostra, Anna. Io non sono mai stata a un’Esposizione ed è terribile quando sento le altre ragazze che parlano delle loro visite. Jane
e Ruby ci sono già andate due volte e ci tornano anche quest’anno.”
“Io non ci voglio pensare finché non so di poter andarci”, disse Anna risoluta, “Se lo facessi e poi rimanessi delusa non potrei sopportarlo. Ma se
vengo sono molto felice che il mio cappotto nuovo sia pronto in tempo. Marilla pensava che non avessi bisogno di un cappotto nuovo, diceva che
quello vecchio poteva andar bene ancora per un inverno e che avrei dovuto accontentarmi del vestito nuovo. È un vestito molto carino, Diana, è
blu marina ed è tanto alla moda. Adesso Marilla mi fa sempre i vestiti alla moda perché dice che non vuole che Matthew vada a farmeli fare dalla
signora Lynde. Sono proprio felice. È più facile essere buoni se si indossano vestiti alla moda. O meglio, è più facile per me. Immagino che per le
persone naturalmente buone non faccia alcuna differenza. Ma Matthew ha detto che mi serviva un cappotto nuovo e così Marilla ha comprato un
bel pezzo di panno fine blu e l’ha portato da un vero sarto a Carmody. Sarà pronto per sabato sera e io sto cercando di non immaginarmi mentre
vado in chiesa domenica col cappotto e il cappello nuovi, perché penso che non sia giusto immaginare cose del genere, però mi scappa sempre di
mente. Il cappello è carinissimo. Matthew me l’ha comprato quando eravamo a Carmody. È uno di quei cappellini di velluto blu che fanno furore
adesso, con una costa dorata e gli inserti. Il tuo cappello nuovo è elegante, Diana, ti sta benissimo. Quando te l’ho visto in chiesa Domenica scorsa
il mio cuore traboccava d’orgoglio al pensiero che sei la mia migliore amica. Credi che sia sbagliato che pensiamo tanto ai vestiti? Marilla dice
che è peccato, però è un argomento interessante, no?”
Marilla permise ad Anna di andare in città, così fu stabilito che il signor Barry vi accompagnasse le due ragazze il martedì seguente. Dal momento
che Charlottetown era a trenta miglia di distanza, e il signor Barry voleva andare e tornare in giornata, decisero di partire molto presto al mattino.
Ma Anna era così felice che martedì mattina si alzò prima del sorgere del sole. Un’occhiata dalla finestra le assicurò che il tempo sarebbe stato
bello, perché a est il cielo dietro la Foresta Stregata era argenteo e limpido. Tra gli spazi tra gli alberi una luce brillava nella soffitta di ovest al
Pendio del Frutteto, segno che anche Diana era sveglia.
Anna era già vestita quando Matthew accese il fuoco, e aveva già preparato la colazione quando anche Marilla arrivò, ma dal canto suo era troppo
eccitata per mangiare. Dopo colazione Anna indossò il nuovo, elegante cappellino e si affrettò oltre il ruscello e tra gli abeti verso il Pendio del
Frutteto. Il signor Barry e Diana la stavano aspettando e ben presto si misero in viaggio.
Fu un viaggio lungo, ma Anna e Diana si godettero ogni minuto. Era un piacere trottare per le strade umide sotto la luce rossa del sole nascente
che strisciava sui campi di grano falciati. L’aria era fresca e frizzante e bassi vapori azzurro fumo si arricciavano nelle valli e scorrevano dai colli.
Certe volte la strada attraversava boschi dove gli aceri innalzavano stendardi rossi; a volte attraversava fiumi e ponti che facevano accapponare
la pelle di Anna con le vecchie paure che però davano anche un leggero piacere; altre volte costeggiava la spiaggia di una baia e superava piccoli
gruppi di capanni da pesca grigi come il cielo; e di nuovo saliva sulle colline, dove si vedeva il lontano arco della curva dei monti o un cielo di un
vaporoso azzurro; ma ovunque andasse c’era qualcosa d’interessante di cui chiacchierare. Era quasi mezzogiorno quando arrivarono e trovarono la
strada per “Boscodifaggio”. Era una residenza vecchia e graziosa, lontana dalla strada e isolata tra olmi verdi e faggi fronzuti. La signorina Barry
li accolse sulla soglia con un guizzo nei suoi intensi occhi neri.
“Così alla fine sei venuta a trovarmi, ragazzina Anna”, disse, “Santo cielo, tesoro, quanto sei cresciuta! Dico che sei anche più alta di me. E sei
anche molto più carina di quanto non sia mai stata io alla tua età. Ma sicuramente lo saprai già senza che ci sia bisogno di dirtelo.”
“No, per la verità no”, disse Anna radiosa, “So di non avere più tante lentiggini come prima, così sono molto riconoscente, ma davvero non osavo
sperare di poter migliorare ulteriormente. Sono contenta che la pensiate così, signorina Barry.”
La casa della signorina Barry era ammobiliata “con gran magnificenza”, come in seguito Anna disse a Marilla. Le due ragazzine di campagna erano
sconcertate dallo splendore del salotto dove la signorina Barry le lasciò mentre andava a controllare il pranzo.
“Non è come una reggia?”, sussurrò Diana, “Non ero mai stata prima a casa della zia Josephine, non avevo idea che fosse così... magnifica. Vorrei
che la vedesse Julia Bell. Si da certe arie, lei, per il salotto di sua mamma!”
“Tappeti di velluto”, sospirò Anna voluttuosamente, “E tende di seta! Ho sempre sognato queste cose, Diana. Ma sai che dopotutto non mi ci sento
a mio agio? In questa stanza c’è così tanta roba che non rimane più spazio per l’immaginazione. Ecco una consolazione se sei povero, hai molte
più cose da immaginarti.”
Il loro soggiorno in città fu qualcosa che Anna e Diana ricordarono per anni. Dal primo all’ultimo giorno fu pieno di momenti splendidi.
Mercoledì la signorina Barry le portò all’Esposizione, dove trascorsero tutta la giornata.
“È stato fantastico”, Anna riportò in seguito a Marilla, “Non avevo mai immaginato nulla di così interessante. Davvero non so quale reparto mi
sia piaciuto di più. Credo di aver apprezzato più di tutti i cavalli, i fiori e i ricami. Josie Pye ha vinto il primo premio per il merletto ricamato. Ne
sono stata davvero felice. Ed ero felice di essere felice, perché vuol dire che sto migliorando, non credi, Marilla, se riesco a gioire per un successo
di Josie? Il signor Harmon Andrews ha vinto il secondo premio per le mele Gravenstein e il signor Bell ha preso il primo premio per un maiale.
Diana ha detto che è ridicolo che il sovrintendente di una scuola domenicale vinca un premio per i maiali, ma io non vedo perché. Tu sì? Lei dice
che adesso penserà sempre a questo tutte le volte che lo vede pregare. Clara Louise MacPherson ha preso un premio di pittura e la signora Lynde
ha vinto il primo premio per il burro e il formaggio fatti in casa. Perciò Avonlea è stata piuttosto ben rappresentata, no? Quel giorno la signora
Lynde era lì e io non avevo mai capito quanto mi piace in realtà prima di vedere la sua faccia in mezzo a tutti quegli sconosciuti. C’erano duemila
persone, Marilla, mi sentivo terribilmente insignificante. E la signorina Barry ci ha portato in tribuna a vedere le corse dei cavalli. La signora Lynde
non c’è venuta, ha detto che le corse dei cavalli sono abominevoli e che lei, essendo membro della chiesa, riteneva che fosse suo preciso dovere
tenersene lontana per dare il buon esempio. Ma c’era talmente tanta gente che non credo che qualcuno si sia accorto dell’assenza della signora
Lynde. Io comunque credo che non dovrei andare spesso alle corse dei cavalli, perché sono terribilmente affascinanti. Diana era così eccitata
che mi ha proposto di scommettere con me dieci centesimi che il cavallo rosso vinceva. Io non credevo che l’avrebbe fatto, ma mi sono rifiutata
di scommettere perché poi avrei voluto raccontare tutto alla signora Allan, ed ero sicura che non avrei potuto raccontarle una cosa del genere. È
sempre sbagliato fare qualcosa che poi non puoi raccontare alla moglie di un ministro. È un po’ come avere una coscienza in più, avere per amica
la moglie di un ministro. E sono felice di non aver scommesso perché poi il cavallo rosso ha vinto e io avrei perso dieci centesimi. Così vedi che
la virtù viene sempre premiata. Abbiamo visto un uomo che saliva in mongolfiera. Quanto mi piacerebbe andare in mongolfiera, Marilla, sarebbe
semplicemente da brividi; e poi abbiamo visto un uomo che prediceva il futuro, gli davi dieci centesimi e un uccellino sceglieva un cartoncino con
su scritta la predizione. La signorina Barry ha dato a me e Diana dieci centesimi a testa per farci predire il futuro. Il mio era che avrei sposato un
uomo molto ricco dalla carnagione scura e che avrei attraversato l’acqua per andare a vivere altrove. Perciò mi sono messa a guardare attentamente
tutti gli uomini dalla carnagione scura per cercarlo, ma nessuno di loro mi piaceva, e poi credo che sia troppo presto cercarlo adesso. Oh, è stato
un giorno indimenticabile, Marilla. Ero così stanca che la notte non potevo dormire. La signorina Barry ci ha messe nella stanza degli ospiti, come
aveva promesso. Era una stanza molto elegante, Marilla, però dormire in una camera degli ospiti in qualche modo non è come avevo sempre
pensato che fosse. È la cosa peggiore di quando si cresce, sto cominciando ad accorgermene. Le cose che desideravi tanto da piccolo una volta che
le hai ottenute non sono neppure la metà fantastiche di quel che credevi.”
Giovedì le ragazze avevano fatto un giro nel parco e la sera la signorina Barry le aveva portate a un concerto all’Accademia Musicale, dove cantava
una famosa prima donna. Per Anna quella sera era stata una scintillante visione di delizie.
“Oh, Marilla, era al di là di ogni descrizione. Ero così eccitata che non riuscivo neppure a parlare, immaginati quindi cosa potesse essere! Me ne
sono solo rimasta seduta in un rapito silenzio. Madame Selitsky era bellissima e vestiva di raso e diamanti. Ma quando ha cominciato a cantare
non ho più pensato a nient’altro. Oh, non so dirti come mi sentivo. Mi pareva che non avrei mai più fatto fatica a essere buona. Mi sentivo come
quando guardo le stelle. Mi sono venute le lacrime agli occhi, ma erano lacrime di felicità. Ero così triste alla fine del concerto, ho detto alla
signorina Barry che non vedevo come sarei potuta tornare alla mia vita normale. Lei ha detto che forse se andavamo al ristorante dall’altra parte
della strada a prenderci un bel gelato la cosa mi sarebbe stata d’aiuto. Sembrava terribilmente prosaico, ma con mia grande sorpresa era vero. Il
gelato era delizioso, Marilla, ed era cosi bello e frivolo sedersi lì a mangiare alle undici di sera. Diana ha detto che pensava di essere nata per la
vita di città. La signorina Barry ha chiesto la mia opinione ma io le ho detto che avrei dovuto rifletterci su molto seriamente prima di poterle dire
cosa pensavo davvero. Così ci ho pensato dopo che ero andata a letto. Quello è il momento migliore per riflettere. E sono giunta alla conclusione,
Marilla, che non sono nata per la vita di città e che ne sono felice. Una volta ogni tanto è bello mangiare gelati in splendidi ristoranti alle undici
di sera, ma come regola alle undici preferisco essere addormentata nella mia soffitta di est sapendo che, anche se dormo, fuori brillano le stelle
e il vento soffia tra gli abeti oltre il ruscello. L’ho detto alla signorina Barry il mattino dopo a colazione e lei s’è messa a ridere. Generalmente la
signorina Barry rideva per tutto quel che dicevo, anche se dicevo cose molto serie. Non credo che mi piacesse, Marilla, perché non stavo cercando
di essere divertente. Ma è una signora molto ospitale e ci ha riservato un trattamento principesco.”
Venerdì era il giorno del ritorno a casa e il signor Barry andò a prendere le ragazze.
“Spero che vi siate divertite”, disse la signorina Barry salutandole.
“Moltissimo”, rispose Diana.
“E tu, piccola Anna?”
“Mi sono goduta ogni minuto di questo soggiorno”, disse Anna gettandole impulsivamente le braccia al collo e baciandole le guance rugose.
Diana non avrebbe mai osato fare una cosa simile e si sentì atterrita dalla libertà di Anna. Ma la signorina Barry ne fu lieta e rimase sulla veranda
a guardare il carrozzino che si allontanava. Poi tornò sospirando nella sua grande casa. Sembrava tanto solitaria senza la presenza di quelle giovani
vite. A dire tutta la verità, la signorina Barry era un’anziana signora piuttosto egoista che non si era mai curata di nessuno se non di se stessa.
Valutava le persone in base a quanto le fossero utili o a quanto la divertissero. Anna l’aveva divertita, e di conseguenza aveva un posto molto alto
nelle grazie dell’anziana donna. Ma la signorina Barry si ritrovò a pensare meno ai bizzarri discorsi di Anna e più al suo fresco entusiasmo, le sue
emozioni trasparenti, i suoi modi accattivanti e la dolcezza dei suoi occhi e delle sue labbra.
“Avevo pensato che Marilla Cuthbert fosse una vecchia sciocca quando avevo saputo che aveva adottato una ragazzina dall’orfanotrofio”, si disse
tra sé, “Ma ora credo che non abbia fatto un errore. Se avessi qui in questa casa una ragazzina come Anna sarei una donna migliore e più felice.”
Anna e Diana trovarono il viaggio di ritorno piacevole come quello d’andata... anzi, più piacevole, visto che avevano la deliziosa consapevolezza
che alla alla fine del viaggio sarebbero tornate a casa. Era il tramonto quando passarono per le Sabbie Bianche e voltarono sulla via della spiaggia.
Più oltre le colline di Avonlea si stagliavano scure contro il cielo color zafferano. Dietro di loro la luna sorgeva dal mare che appariva radioso e
trasfigurato nella sua luce. Ogni piccola insenatura lungo le curve della strada era un tripudio di increspature danzanti. Le onde si frangevano con
un dolce mormorio contro le rocce sotto di loro e nell’aria fresca e pungente si sentiva il profumo del mare.
“Com’è bello essere vivi e tornare a casa”, sospirò Anna.
Quando attraversò il ponte di tronchi sul ruscello le luci dei Tetti Verdi brillarono come a darle un amichevole bentornato, attraverso la porta aperta
il fuoco del caminetto splendeva e mandava il suo bagliore rosso e caldo che contrastava con la fredda notte autunnale. Anna corse allegramente
su per la collina e in cucina, dove una cena calda la stava aspettando.
“Sei tornata?”, disse Marilla ripiegando la maglia che stava sferruzzando.
“Sì, ed è così bello essere a casa!”, disse gioiosa Anna, “Bacerei tutto, anche l’orologio. Marilla, il pollo arrosto! Non l’avrai cucinato apposta per
me, vero?”
“Sì, invece”, disse Marilla, “Ho pensato che saresti stata affamata, dopo un viaggio così lungo, e che avessi bisogno di qualcosa di veramente
appetitoso. Sbrigati a cambiarti, ceniamo appena torna Matthew. Sono proprio felice che tu sia tornata, questo posto è terribilmente solitario senza
di te, e questi quattro giorni mi sono sembrati lunghissimi.”
Dopo cena Anna si mise a sedere davanti al focolare tra Matthew e Marilla e diede loro un resoconto dettagliato della sua visita.
“È stato un periodo meraviglioso”, concluse felice, “E sento che ha segnato un’epoca della mia vita. Ma la parte migliore è stata il ritorno a casa.”
Capitolo 30 – Si organizza la classe per la Queen’s

Marilla posò sul grembo il lavoro a maglia e si abbandonò sullo schienale della sedia. Le bruciavano gli occhi ed ebbe la vaga idea di farsi cambiare
gli occhiali la prossima volta che andava in città, perché ultimamente gli occhi le si stancavano piuttosto spesso.
Era buio, perché il crepuscolo novembrino era calato in pieno sui Tetti Verdi, e l’unica luce in cucina era data dalle fiamme guizzanti nella stufa.
Anna era seduta con le gambe incrociate alla turca sul tappetino davanti alla stufa e fissava quel magnifico splendore in cui la luce del sole di cento
estati stillava dal legno d’acero. Stava leggendo, ma il libro era scivolato sul pavimento e lei ora sognava, con un sorriso sulle labbra dischiuse.
Scintillanti castelli in aria si profilavano tra i vapori e gli arcobaleni della sua vivace fantasia; avventure meravigliose e affascinanti le accadevano
in quel mondo fantastico, avventure che terminavano sempre con un trionfo e che non la cacciavano mai in guai simili a quelli della realtà.
Marilla la guardò con una tenerezza che non avrebbe mai sopportato di rivelarsi in una luce più chiara di quella data dal morbido miscuglio del
bagliore del fuoco e delle ombre. La lezione dell’amore che si mostra facilmente in parole e sguardi era ignota a Marilla. Ma lei aveva imparato ad
amare questa ragazzina magra dagli occhi grigi con un affetto che era ancora più profondo proprio per l’impossibilità di dimostrarlo. Inoltre il suo
amore le faceva temere di poter essere troppo indulgente. Aveva la spiacevole sensazione che fosse peccato affidare il proprio cuore a una creatura
umana come lei aveva fatto con Anna, e forse inconsciamente praticava una forma di penitenza, per questo, diventando con Anna ancora più severa
e critica che se la ragazza le fosse stata meno cara. Certamente Anna non aveva idea che Marilla le volesse bene. Certe volte pensava, meditabonda,
che Marilla fosse molto difficile da accontentare e che evidentemente mancava di comprensione e di pazienza. Ma sempre si rimproverava per quei
pensieri considerando quanto doveva a Marilla.
“Anna”, disse Marilla all’improvviso, “la signorina Stacy è stata qui oggi pomeriggio, quando eri fuori con Diana.”
“Davvero? Mi dispiace che non c’ero. Perché non mi hai chiamato, Marilla? Io e Diana eravamo solo nella Foresta Stregata. Sono splendidi i
boschi adesso. Tutte le piccole cose dei boschi, le felci, le foglie di seta, il corniolo... sono addormentati, come se qualcuno li avesse messi fino
alla primavera sotto una coperta di foglie. Credo che a farlo sia stata una fatina grigia con una sciarpa arcobaleno che è arrivata in punta di piedi
sui raggi di luna. Diana però non ne ha parlato molto. Non ha mai dimenticato quanto l’ha sgridata sua mamma quando ci siamo inventate i
fantasmi nella Foresta Stregata e questo ha avuto un pessimo effetto sulla fantasia di Diana, l’ha fatta sfiorire. La signora Lynde dice che Myrtle
Bell è una creatura sfiorita. Ho chiesto a Ruby Gillis perché Myrtle è sfiorita e Ruby dice che forse è perché il suo giovanotto ci ha ripensato sul
suo conto. Ruby Gillis non pensa ad altro che ai giovanotti, e più cresce peggio diventa. I giovanotti vanno benissimo al posto loro, ma non è
necessario tirarli in ballo in ogni occasione, no? Io e Diana stiamo pensando seriamente di non sposarci mai, di diventare dolci e anziane zitelle e
di vivere insieme per sempre. Diana però non è ancora convinta perché pensa che forse sarebbe più nobile sposare qualche giovanotto sregolato,
scapestrato e cattivo per poi correggerlo. Adesso io e Diana parliamo un sacco di argomenti seri, sai? Sappiamo che siamo cresciute e che non
va più bene parlare di argomenti infantili. È una cosa molto seria avere quasi quattordici anni, Marilla. Mercoledì scorso la signorina Stacy ha
portato tutte noi adolescenti al ruscello e ce ne ha parlato. Ha detto che non si è mai troppo attenti alle abitudini che si formano e agli ideali che si
acquisiscono nell’adolescenza, perché quando avremo vent’anni i nostri caratteri saranno sviluppati e le fondamenta gettate per tutta la nostra vita
futura. E ha detto che se le fondamenta vacillano non ci potremo costruire nulla di valido sopra. Io e Diana ne abbiamo parlato mentre tornavamo
a casa da scuola. Ci sentivamo serissime, Marilla. Abbiamo deciso di cercare di stare molto attente, di formarci abitudini rispettabili e di imparare
tutto il possibile per essere persone di buon senso, così quando avremo vent’anni i nostri caratteri saranno sviluppati correttamente. È veramente
spaventoso pensare di avere vent’anni, Marilla. Suona terribilmente grande e adulto. Ma perché la signorina Stacy è stata qui questo pomeriggio?”
“È quello che vorrei dirti, Anna, se solo mi lasciassi infilare una parola nel tuo discorso. È venuta qui per te.”
“Per me?”, Anna apparve un po’ spaventata. Poi arrossì ed esclamò:
“Ah, lo so che cosa ti ha detto. Volevo parlartene, Marilla, davvero, ma me ne sono dimenticata. Ieri pomeriggio la signorina Stacy mi ha beccato
mentre leggevo Ben Hur a scuola invece della storia del Canada. Me l’ha prestato Jane Andrews. Lo stavo leggendo a ora di pranzo ed ero arrivata
alla corsa delle bighe quando sono riprese le lezioni. Morivo davvero dalla curiosità di sapere come andava a finire, anche se ero quasi certa che Ben
Hur avrebbe vinto, perché se non avesse vinto non sarebbe stata giustizia poetica. Così avevo aperto il libro di storia sul banco e avevo incastrato
Ben Hur tra le ginocchia e il banco. Sembrava proprio che stessi leggendo la storia del Canada, mentre in realtà per tutto il tempo mi stavo godendo
Ben Hur. Era così interessante che non mi sono accorta che la signorina Stacy stava venendo verso la mia fila finché a un tratto ho alzato la testa
e l’ho vista che mi guardava con una tale aria di rimprovero... non sai quanto mi sono vergognata, Marilla, specialmente quando ho sentito Josie
Pye che ridacchiava. La signorina Stacy mi ha preso Ben Hur e al momento non ha detto niente. Poi mi ha preso da parte e mi ha parlato. Ha detto
che avevo sbagliato sotto due aspetti. Per prima cosa, stavo perdendo il tempo che avrei dovuto impiegare studiando; e come seconda cosa stavo
ingannando la mia insegnante facendo finta di leggere un libro di storia mentre in realtà leggevo un romanzo. Fino a quel momento non mi ero resa
conto che la stavo ingannando, Marilla. Ne sono rimasta sconvolta. Ho pianto amaramente, o chiesto alla signorina Stacy di perdonarmi e le ho
promesso che non l’avrei fatto mai più; mi sono offerta, per penitenza, di non toccare più Ben Hur per una settimana intera, di non andare neppure
a vedere come finiva la corsa delle bighe, ma la signorina Stacy ha detto che non ce n’era bisogno e che mi perdonava volentieri. Perciò penso che
non sia stato molto cortese da parte sue venire lo stesso qui da te.”
“La signorina Stacy non mi ha neppure menzionato questo fatto, Anna, il tuo problema è solo la coscienza sporca. Non dovresti portarti a scuola i
tuoi libri di racconti, e comunque tu leggi troppi romanzi. Quando ero giovane io non mi permettevano di leggere tutti quei romanzi.”
“Come puoi dire che Ben Hur è un romanzo quando è un libro tanto religioso?”, protestò Anna, “certo, forse è un po’ troppo emozionante per
essere letto in chiesa la domenica, e poi io lo leggo solo nei fine settimana. E comunque ora io non leggo mai libri che sia la signorina Stacy
che la signora Allan non ritengano adatto a una ragazzina di tredici anni e tre quarti. La signorina Stacy me l’ha fatto promettere. Un giorno mi
aveva sorpreso a leggere un libro intitolato ‘Il fosco mistero della sala infestata’. Era uno di quelli che mi aveva prestato Ruby Gillis ed era così
affascinante e raccapricciante, Marilla. Mi faceva gelare il sangue! Ma la signorina Stacy ha detto che era un libro stupido e diseducativo e mi
ha chiesto di non leggere più né quello né altri simili. Non mi è dispiaciuto promettere di non leggere più libri del genere, ma è stata un’agonia
restituire il libro senza sapere come andasse a finire. Però il mio amore per la signorina Stacy ha sopportato questa prova e io ho fatto come mi
aveva detto. È meraviglioso, Marilla, quel che si riesce a fare quando si è ansiosi di accontentare qualcuno.”
“Bene, credo che accenderò la lampada e riprenderò il mio lavoro”, disse Marilla, “È chiaro che non vuoi sapere cos’ha detto la signorina Stacy.
Sei più interessata al suono della tua voce che a qualunque altra cosa al mondo, tu.”
“Oh, no, Marilla, voglio saperlo”, esclamò Anna contrita, “Non dirò più una parola, neanche una. So che parlo troppo, sto cercando davvero di
correggermi, e anche se tu credi che parlo troppo, se sapessi quante altre cose avrei da dire e non le dico, ne terresti conto. Ti prego, Marilla, dimmi
tutto.”
“Bene. La signorina Stacy vuole organizzare, tra i suoi studenti dei corsi più avanzati, una classe per quelli che vogliono superare gli esami
d’ammissione alla Queen’s. Intende offrire loro un’ora di studio in più alla fine delle lezioni. È venuta qui per chiedere a me e a Matthew se
vogliamo che tu ti unisca alla classe. Che ne pensi, Anna? Ti piacerebbe andare alla Queen’s e diventare un’insegnante?”
“Oh, Marilla”, Anna si tirò su in ginocchio e giunse le mani, “È il sogno della mia vita... almeno, lo è da sei mesi, da quando Ruby e Jane hanno
cominciato a parlare di studiare per l’esame di ammissione. Ma io non ne ho detto nulla perché pensavo che fosse inutile. Mi piacerebbe moltissimo
diventare un’insegnante, ma non è spaventosamente costoso? Il signor Andrews dice che mantenere Prissy agli studi gli costa centocinquanta
dollari l’anno, e Prissy a scuola non era neppure una somara in geometria.”
“Non devi preoccuparti di questo. Quando io e Matthew ti abbiamo preso con noi abbiamo anche deciso che avremmo fatto del nostro meglio per
darti una buona educazione. Credo che una ragazza debba essere in grado di guadagnarsi da vivere, che ne abbia bisogno o no. I Tetti Verdi saranno
sempre casa tua finché ci saremo io e Matthew, ma non si sa mai cosa può succedere in questo mondo incerto, ed è meglio che tu sia preparata a
tutto. Perciò se vuoi puoi unirti alla classe per la Queen’s, Anna.”
“Oh, Marilla, grazie”, Anna abbracciò la vita di Marilla e la guardò con occhi appassionati, “Sono estremamente grata a te e a Matthew. Studierò
più che potrò e vi farò onore. Ti avverto, non aspettarti molto da me in geometria, ma credo che sarò in grado di affrontare tutte le altre materie se
m’impegno duramente.”
“Io direi che invece vai già piuttosto bene. La signorina Stacy dice che sei preparata e diligente”, per nulla al mondo Marilla avrebbe detto ad
Anna tutto quel che la signorina Stacy aveva raccontato di lei, sarebbe stato come incoraggiarne la vanità, “Non devi estremizzare tutto tanto da
ammazzarti sui libri. Non c’è fretta, non sarai pronta per gli esami di ammissione ancora per un anno e mezzo. Ma la signorina Stacy dice che è
meglio cominciare subito a gettare delle buone basi.”
“Da ora sarò più interessata che mai ai miei studi”, disse Anna beata, “Perché ora ho uno scopo nella vita. Il signor Allan dice che tutti dovremmo
avere uno scopo nella vita e perseguirlo fedelmente. Solo dice che prima dobbiamo assicurarci che sia uno scopo rispettabile. Io credo che
diventare un’insegnante come la signorina Stacy sia uno scopo rispettabile, no, Marilla? È una nobile professione.”
La classe per la Queen’s fu subito organizzata. Vi si unirono Gilbert Blythe, Anna Shirley, Ruby Gillis, Jane Andrews, Josie Pye e Moody Spurgeon
MacPherson. Diana Barry no, i suoi genitori non intendevano mandarla alla Queen’s. Questa per Anna fu una sorta di calamità. Dalla notte in cui
Minnie May aveva avuto la difterite lei e Diana non erano mai state separate. La prima sera in cui la classe per la Queen’s rimase a scuola per l’ora
di lezione in più e Anna vide Diana allontanarsi lentamente con gli altri, per tornare a casa da sola per il Sentiero delle Betulle e la Vallata Violetta,
dovette sforzarsi per costringersi a rimanere seduta e non correre impulsivamente dietro alla compagna. Le venne un groppo in gola e si nascose
rapidamente dietro il libro di grammatica latina per non far vedere le lacrime. Per nulla al mondo Anna avrebbe permesso che Gilbert Blythe e
Josie Pye vedessero le sue lacrime.
“Ma Marilla, ho davvero provato il sapore amaro della morte, come ha detto il signor Allan al sermone domenica scorsa, quando ho visto Diana che
se ne andava via da sola”, disse triste quella sera, “Ho pensato quanto sarebbe splendido se anche Diana studiasse per l’esame d’ammissione. Ma
non possiamo pretendere la perfezione in questo mondo imperfetto, come dice la signora Lynde. La signora Lynde certe volte non è una persona
molto confortante, però senza dubbio spesso dice cose vere. E penso che la classe per la Queen’s sarà estremamente interessante. Jane e Ruby
studieranno solo per diventare insegnanti, questo è il massimo della loro ambizione. Ruby dice che alla fine degli studi insegnerà solo per due
anni perché poi intende sposarsi. Jane dice che dedicherà tutta la sua vita all’insegnamento e che non si sposerà mai e poi mai, perché se insegni
ti pagano un salario ma un marito non ti paga niente e si arrabbia anche se gli chiedi i soldi per fare la spesa. Io credo che Jane parli per propria
dolorosa esperienza, perché la signora Lynde dice che suo padre è un gran spilorcio, più gretto del latte cagliato. Josie Pye dice che andrà al college
solo per avere un’educazione, dal momento che non avrà bisogno di guadagnarsi da vivere; dice pure che, certo, la cosa è differente per le orfane
che vivono di carità... sono loro a doversi dar da fare. Moody Spurgeon vuole diventare ministro. La signora Lynde dice che con un nome del
genere non potrebbe fare nient’altro. Spero che non sia cattivo da parte mia, Marilla, ma se penso a Moody Spurgeon ministro mi viene davvero
da ridere. È un ragazzo dall’aspetto così buffo, con quel faccione grasso, gli occhietti azzurri e le orecchie a sventola. Ma forse quando cresce gli
verrà un aspetto più da intellettuale. Charlie Sloane dice che entrerà in politica e diventerà membro del Parlamento, ma la signora Lynde dice che
non ci riuscirà mai perché gli Sloane sono tutti gente onesta e oggigiorno solo i furfanti riescono a entrare in politica.”
“Cosa farà Gilbert Blythe?”, domandò Marilla vedendo che Anna aveva cominciato a vuotare il sacco.
“Non ho la minima idea di quali siano le ambizioni di Gilbert Blythe... se pure ne ha!”, disse Anna sdegnosa.
Adesso tra Gilbert e Anna la rivalità era palese. Prima era stata a senso unico, ora però era evidente che anche Gilbert tenesse quanto Anna a
essere il primo della classe. E Gilbert era un nemico degno del suo acciaio. Gli altri alunni riconoscevano tacitamente la loro superiorità e non si
sognavano neppure di competere con loro.
Fin dal giorno sullo stagno in cui Anna si era rifiutata di accogliere la sua richiesta di perdono, Gilbert, con l’unica eccezione della su menzionata
rivalità, ignorava apertamente Anna. Parlava e scherzava con le altre ragazze, si scambiava libri e giochi con loro, discuteva di compiti e progetti,
a volte passeggiava con l’una o con l’altra di ritorno dalle riunioni di preghiera o dal Circolo Culturale, ma ignorava Anna Shirley, e Anna scoprì
che è brutto essere ignorati. Invano si diceva, scuotendo la testa, che non gliene importava niente. In fondo al suo cuore capriccioso e femminile
sapeva che gliene importava e che se solo ne avesse avuto la possibilità gli avrebbe dato una risposta ben diversa quel giorno, sul Lago delle Acque
Scintillanti. All’improvviso, con sua grande costernazione, si accorse con chiarezza che il vecchio risentimento che aveva sempre nutrito nei
confronti di Gilbert non c’era più... era sparito proprio quando aveva più bisogno del suo sostegno. Inutilmente ricordò ogni istante ed emozione
di quel memorabile evento per saziarne la sua rabbia. Quel giorno sullo stagno ne aveva visto l’ultimo, spasmodico guizzo. Anna si accorse di aver
perdonato e dimenticato senza rendersene conto. Ma ormai era troppo tardi.
Per lo meno né Gilbert né nessun altro, neppure Diana, sospettava quanto lei fosse dispiaciuta e quanto avrebbe voluto non essere stata così
orgogliosa e sgarbata! Anna decise che “avrebbe avvolto i suoi sentimenti nel più profondo oblio” e possiamo star certi che lo fece, e lo fece così
bene che Gilbert, che non era così indifferente come cercava di apparire, non riuscì neppure a consolarsi credendo che Anna facesse caso al suo
disprezzo vendicativo. L’unico conforto che trovò fu nel vederla snobbare Charlie Sloane spietatamente, continuamente e immeritatamente.
A parte questo l’inverno passò in un susseguirsi di doveri e compiti. Per Anna i giorni trascorsero come grani d’oro in una collana. Era felice,
appassionata e interessata; c’erano lezioni da imparare e onori da vincere; splendidi libri da leggere; nuovi pezzi da provare per il coro della scuola
domenicale; piacevoli pomeriggi di sabato trascorsi al presbiterio con la signora Allan. E poi, prima che Anna potesse accorgersene, la primavera
tornò ai Tetti Verdi e il mondo fiorì di nuovo.
Allora gli studi cominciarono a essere un po’ stancanti; la classe per la Queen’s, rimasta in aula mentre gli altri si disperdevano su verdi viali,
sentieri scavati tra i boschi rigogliosi e scorciatoie tra i prati, guardava con desiderio fuori dalla finestra e scoprì che i verbi latini e gli esercizi di
francese avevano perso gran parte del profumo e del gusto che avevano nei freddi mesi invernali. Perfino Anna e Gilbert cominciarono a rallentare
il ritmo e a perdere interesse. Insegnante e alunni furono felici quando il quadrimestre finì e gli allegri giorni di vacanza si profilarono rosei davanti
a loro.
“Ma avete fatto un ottimo lavoro quest’anno”, disse la signorina Stacy l’ultima sera, “E vi meritate una bella, spensierata vacanza. Divertitevi più
che potete in questi giorni all’aperto e preparate una scorta di salute, vitalità e ambizione da portarvi come bagaglio per il prossimo anno. Sarà un
tiro alla fune, lo sapete, l’ultimo anno prima dell’esame di ammissione.”
“Signorina Stacy, tornerete da noi l’anno prossimo?”, domandò Josie Pye.
Josie Pye non si faceva mai scrupoli a fare domande; in quel momento il resto della classe le fu grato perché nessuno avrebbe avuto il coraggio di
fare quella domanda alla signorina Stacy, anche se l’avrebbero voluto fare tutti, perché per un po’ a scuola c’erano state voci preoccupanti che la
signorina Stacy non sarebbe tornata il prossimo anno, si diceva che le avessero offerto un posto nella scuola superiore del suo distretto d’origine,
e che lei intendeva accettarlo. La classe per la Queen’s ascoltò la risposta trattenendo il fiato per l’ansia.
“Sì, credo di sì”, disse la signorina Stacy, “Avevo pensato di andare in un’altra scuola, ma ho deciso di tornare ad Avonlea. A dire la verità mi sono
accorta di essermi affezionata ai miei alunni qui e non posso lasciarli. Perciò rimango e continuo a seguirvi.”
“Urrà!”, disse Moody Spurgeon. Moody Spurgeon non aveva mai dato sfogo ai suoi sentimenti così palesemente prima, e arrossì a disagio per tutta
una settimana, dopo, ogni volta che ci pensava.
“Sono così felice”, disse Anna, gli occhi scintillanti, “Cara signorina Stacy, sarebbe stato terrificante se non foste tornata. Non credo che avrei
avuto cuore di andare avanti con i miei studi se fosse venuto un altro insegnante.”
Quando quella sera Anna tornò a casa mise tutti i suoi libri di scuola nel baule in soffitta, lo chiuse e gettò la chiave nel cassettone delle coperte.
“Durante le vacanze non voglio neppure vederli, i libri di scuola”, disse a Marilla, “Ho studiato più duramente che mai per tutto l’anno accademico,
soprattutto la geometria, e finalmente adesso conosco a memoria ogni posizione del primo libro, anche se cambiano le lettere. Sono stanca di tutto
questo buon senso, intendo lasciar correre la mia fantasia a briglia sciolta quest’estate. Non preoccuparti, Marilla, la lascerò correre entro limiti
ragionevoli. Ma voglio divertirmi davvero quest’estate, perché forse sarà l’ultima della mia infanzia. La signora Lynde dice che se l’anno prossimo
continuerò a crescere come ho fatto quest’anno, presto dovrò cominciare a portare le gonne lunghe. Dice che sono tutta gambe e occhi. E quando
metterò le gonne lunghe so che dovrò comportarmi a modo e dignitosamente. Temo che allora non potrò più credere neppure alle fate, perciò ci
crederò con tutto il cuore quest’estate. Avremo una vacanza divertentissima. Fra poco Ruby Gillis darà una festa di compleanno, poi ci saranno il
picnic della scuola domenicale e il concerto per i missionari il mese prossimo. E il signor Barry dice che una di queste sere porterà me e Diana a
cenare all’Hotel delle Sabbie Bianche. Lì si cena alla sera, sai? Jane Andrews c’è andata l’estate scorsa e dice che è una visione abbagliante con
quelle luci elettriche, i fiori e le dame in vacanza con quei bellissimi vestiti. Jane dice che è stato il suo primo sguardo sull’alta società e che non
lo dimenticherà mai fino al giorno della sua morte.”
La signora Lynde arrivò il pomeriggio seguente per scoprire perché giovedì Marilla non fosse andata alla riunione delle Dame di Carità. Quando
Marilla non andava alla riunione delle Dame era sempre perché c’era stato un guaio ai Tetti Verdi.
“Matthew ha avuto seri problemi di cuore giovedì”, spiegò Marilla, “E non me la sono sentita di lasciarlo. Oh, sì, adesso sta bene di nuovo, ma
questi problemi sono più frequenti di un tempo e io sono in apprensione. Il dottore dice che deve evitare accuratamente le emozioni forti. Questo
è abbastanza facile, perché Matthew non cerca le emozioni forti, né l’ha mai fatto, ma deve evitare anche i lavori pesanti e dire a Matthew di non
lavorare è come dirgli di non respirare. Forza, entra e mettiti comoda, Rachel. Ti fermi per il tè?”
“Be’, dal momento che insisti forse potrei rimanere”, disse la signora Rachel, che non aveva la minima intenzione di fare nulla di diverso.
La signora Rachel e Marilla si misero comode mentre Anna preparava il tè e dei biscotti così leggeri e bianchi da sfidare tutte le critiche della
signora Rachel.
“Devo dire che Anna è diventata una ragazza davvero in gamba”, ammise la signora Rachel mentre Marilla l’accompagnava fino in fondo al viale,
verso il tramonto, “Dev’esserti di grande aiuto.”
“Sì, è così”, disse Marilla, “E adesso è molto posata e affidabile. Temevo che non avrebbe mai abbandonato i suoi modi sventati, ma l’ha fatto e
adesso non ho più paura di riporre in lei la più completa fiducia.”
“Non avrei mai pensato che venisse fuori così quando la vidi per la prima volta tre anni fa”, disse la signora Rachel, “Santo cielo, non dimenticherò
mai quel suo scatto di collera! Quando tornai a casa dissi a Thomas: ‘Segnati le mie parole, Thomas, Marilla Cuthbert si pentirà per sempre della
decisione che ha preso’. Ma mi sbagliavo e ne sono felice. E io non sono una di quelle persone, Marilla, che si rifiutano di riconoscere i propri
errori. No, grazie al cielo non sono mai stata così. Ho sbagliato a giudicare Anna, ma non c’è da sorprendersi, perché non s’era mai vista al mondo
una streghetta più strana e sorprendente di lei, parola mia. Non era possibile decifrare i suoi pensieri con i sistemi validi con tutti gli altri bambini.
È veramente sorprendente quanto sia migliorata in questi tre anni, specialmente nell’aspetto. È diventata veramente carina, anche se a me non
piacciono tantissimo quegli occhi grandi e chiari. Mi piacciono di più quelli vivaci e coloriti, come quelli di Diana Barry e di Ruby Gillis. Quelli
di Ruby Gillis sono davvero spettacolari. Però in qualche modo... non so come, ma quando Anna è vicino a loro, anche se non è altrettanto bella,
le fa sembrare comuni ed esagerate... un po’ come quei gigli che lei chiama narcisi in mezzo alle peonie grandi e rosse, ecco.”
Capitolo 31 – Dove il ruscello e il fiume s’incontrano

Anna ebbe la sua “buona” estate e se la godette con tutto il cuore. Lei e Diana vissero all’aperto, assaporando tutte le delizie che il Viale degli
Innamorati, la Bolla della Driade, il Laghetto dei Salici e l’Isola Vittoria offrivano. Marilla non fece obiezioni al girovagare di Anna. Il dottore
di Spencervale, quello che era accorso la notte in cui Minnie May ebbe la difterite, aveva incontrato Anna a casa di un paziente uno dei primi
pomeriggi di vacanza, l’aveva guardata attentamente, aveva storto la bocca, aveva scosso la testa e poi, tramite un’altra persona, aveva mandato
un messaggio a Marilla. Eccolo:
“Lasciate che quella vostra ragazzina dai capelli rossi trascorra tutta l’estate all’aperto, lontano dai libri, finché i suoi passi non saranno più elastici.”
Questo messaggio terrorizzò completamente Marilla. Ci lesse dentro che Anna sarebbe sicuramente morta di consunzione e così lo seguì alla
lettera. Come risultato Anna ebbe la miglior estate della sua vita e tutta la libertà e l’allegria possibili. Camminò, remò, andò per frutti di bosco e
sognò, per la gioia del suo cuore. Quando arrivò settembre aveva gli occhi splendenti e attenti, un passo che avrebbe più che soddisfatto il dottore
di Spencervale e un cuore nuovamente pieno di ambizione ed entusiasmo.
“Ho più che mai voglia di studiare”, dichiarò portando i libri giù dal solaio, “Cari, vecchi amici, sono contenta di rivedere le vostre facce oneste...
sì, anche tu, geometria. Ho passato un’estate meravigliosa, Marilla, e ora gioisco come un uomo forte che si appresti a correre una gara, come ha
detto il signor Allan domenica scorsa. I sermoni del signor Allan sono magnifici, vero? La signora Lynde dice che migliora di giorno in giorno e
che prima che ce ne accorgiamo verrà una qualche chiesa di città a pigliarselo, e allora noi dovremo cominciare ad addestrare un altro novellino.
Ma io non vedo la necessità di preoccuparsi adesso, no, Marilla? Penso che dovremmo goderci il signor Allan finché ce l’abbiamo. Se fossi un
uomo mi piacerebbe essere un ministro. Se la loro dottrina è solida possono avere una buona influenza sugli altri; e dev’essere emozionantissimo
predicare splendidi sermoni per toccare il cuore della gente che ti ascolta. Perché le donne non possono fare i ministri, Marilla? L’ho chiesto alla
signora Lynde e lei è rimasta sconvolta, ha detto che sarebbe scandaloso. Ha detto pure che anche se negli Stati Uniti ci sono ministri donne, e lei è
sicura che ci siano, per fortuna in Canada non siamo ancora arrivati a questo livello, e lei spera che non ci arriviamo mai. Ma non capisco perché,
io credo che le donne sarebbero fantastici ministri del culto. Quando ci sono riunioni sociali da organizzare, o i tè per la chiesa, o qualunque altra
cosa per raccogliere soldi, sono le donne a occuparsi di tutto. Sono certa che la signora Lynde sappia pregare bene come il Sovrintendente Bell e
che con un po’ di pratica saprebbe anche fare le prediche.”
“Sì, penso che potrebbe”, disse Marilla, secca, “Fa già tante di quelle prediche non ufficiali. Nessuno, ad Avonlea, avrebbe la possibilità di
comportarsi male se ci fosse Rachel a controllarci.”
“Marilla”, disse Anna in un impeto di confidenza, “Voglio dirti una cosa e chiederti che ne pensi. È una cosa che mi preoccupa tantissimo,
specialmente al sabato pomeriggio, quando penso a questi argomenti. Io voglio davvero essere buona, quando sono con te, o con la signora Allan,
o con la signorina Stacy, lo desidero più che mai e farei qualsiasi cosa per farvi piacere e avere la vostra approvazione. Ma tutte le volte che sono
con la signora Lynde mi sento terribilmente cattiva, come se desiderassi assolutamente fare le cose che lei mi dice di non fare. Me ne sento attratta
irresistibilmente. Ora, secondo te perché mi sento così? Credi che sia perché sono davvero cattiva e imperdonabile?”
Marilla fu in dubbio per un istante, poi si mise a ridere.
“Se tu sei cattiva allora lo sono anch’io, Anna, perché spesso Rachel ha quest’effetto anche su di me. Certe volte penso che potrebbe avere una
buona influenza sulle persone, come dici tu, se solo la smettesse di brontolare per costringere la gente a comportarsi bene. Dovrebbe esserci un
comandamento speciale per quelli che brontolano. Ma no, non dovrei dire queste cose, Rachel è una buona cristiana e le sue intenzioni sono sempre
ottime. In tutta Avonlea non c’è una persona più gentile di lei, non si tira mai indietro quando c’è da lavorare.”
“Sono felice che la pensi come me”, disse Anna decisa, “È incoraggiante. Allora non me ne preoccupo più. Però ci sono altre cose che mi
preoccupano. Ogni volta me ne vengono di nuove... cose che mi lasciano perplessa, intendo. Risolvo un problema e subito dopo ce n’è un altro. Ci
sono così tante cose da decidere e su cui pensare quando cominci a crescere. Passo tutto il tempo a rifletterci e a decidere cos’è giusto. Crescere è
una cosa molto seria, vero, Marilla? Ma quando ho amici come te, Matthew, la signora Allan e la signorina Stacy dovrei crescere bene, e se non lo
facessi sarebbe solo colpa mia. È una grande responsabilità, perché ho un’unica occasione: se non cresco bene adesso non posso tornare indietro e
ricominciare daccapo. Quest’estate sono cresciuta di due pollici, Marilla. Il signor Gillis mi ha misurato alla festa di Ruby. Sono contenta che hai
fatto i miei vestiti nuovi più lunghi. Quello verde scuro è molto carino, è stato gentile da parte tua metterci le balze. So che non erano necessarie,
ma le balze sono così di moda quest’autunno, Josie Pye ha tutti i vestiti con le balze. So che grazie al mio potrò studiare meglio. Mi darà un senso
di sicurezza pensare a quelle balze.”
“Allora valeva la pena farle”, ammise Marilla.
La signorina Stacy tornò alla scuola di Avonlea e ritrovò i suoi alunni pronti per il lavoro. Soprattutto la classe per la Queen’s si preparò per la
lotta, perché alla fine del nuovo anno accademico si profilava, gettando già le sue ombre sul loro cammino, quella cosa fatale nota come “L’esame
di ammissione”, al cui pensiero tutti gli studenti sentivano il proprio cuore sprofondare nelle scarpe. E se non l’avessero superato? Quel pensiero
funestò Anna per tutto l’inverno, domeniche comprese, facendo scomparire quasi del tutto anche i problemi morali e teologici. Quando aveva gli
incubi, Anna si ritrovava a fissare l’elenco dei promossi all’esame d’ammissione, dove il nome di Gilbert Blythe compariva proclamato in cima
mentre il suo non compariva affatto.
Ma fu un inverno, quello, allegro e pieno d’impegni, e volò via rapidamente. Il lavoro scolastico fu interessante e la rivalità tra alunni impegnativa,
come prima. Nuovi mondi di pensieri, sentimenti e ambizioni, campi freschi e affascinanti di conoscenze inesplorate sembrarono aprirsi davanti
agli occhi appassionati di Anna.
“Colline sorgevano dopo colline, e Alpi dopo Alpi s’innalzavano”
Molto di questo era dovuto alla guida piena di tatto, attenta e dalla mentalità aperta della signorina Stacy. Portò la sua classe a pensare, esplorare
e scoprire per conto proprio, la incoraggiò a muoversi lontano dai vecchi sentieri già battuti, a un livello che sconvolse la signora Lynde e la
commissione scolastica, che avevano molti dubbi sulle innovazioni nei metodi stabiliti.
Oltre agli studi, Anna allargò la sua sfera sociale perché Marilla, memore della sentenza del dottore di Spencervale, non le vietò più di uscire di
tanto in tanto. Il Circolo Culturale fiorì e diede molti concerti; ci furono un paio di feste che coinvolgevano anche gli adulti; ci furono corse in slitta
e moltissime, divertenti pattinate.
Nel frattempo Anna crebbe, così rapidamente che Marilla un giorno si stupì, trovandosi fianco a fianco, di scoprire che la ragazza ormai era più
alta di lei.
“Accidenti, Anna, quanto sei cresciuta!”, disse quasi incredula. A queste parole seguì un sospiro, Marilla provò uno strano rammarico per quei
pollici in più. La bambina che aveva imparato ad amare in qualche modo era svanita e adesso al suo posto c’era questa quindicenne alta, dagli occhi
seri, la fronte pensierosa e la testa atteggiata a una posa piena d’orgoglio. Marilla amava la ragazza così come aveva amato la bambina, ma era
consapevole di una strana e triste sensazione di perdita. Una sera, quando Anna era andata con Diana a una riunione di preghiera, Marilla si mise
a sedere da sola in quel crepuscolo invernale e si abbandonò alla debolezza del pianto. Matthew, che stava rientrando con una lanterna, la vide e
la fissò con tale costernazione che Marilla fu costretta a ridere tra le lacrime.
“Pensavo ad Anna”, spiegò, “È cresciuta così tanto... e probabilmente il prossimo inverno ci lascerà. Mi mancherà terribilmente.”
“Ma potrà tornare spesso a casa”, la consolò Matthew, per il quale Anna era ancora, e sempre sarebbe stata, la stessa bambina appassionata che
aveva portato a casa da Bright River in quel giugno di quattro anni prima, “Per quell’epoca avranno finito di costruire il ramo ferroviario per
Carmody.”
“Ma non sarà la stessa cosa che averla sempre qui”, sospirò cupa Marilla, decisa a godersi voluttuosamente il suo inconsolabile dolore, “Ma no...
gli uomini queste cose non le capiscono!”
Ci furono altri cambiamenti in Anna, non meno concreti di quelli fisici. Per prima cosa divenne molto più calma. Forse pensava e sognava come
prima, ma certamente parlava di meno. Marilla se ne accorse e commentò anche questo.
“Non chiacchieri come facevi di solito, Anna, e non usi più tutti quei tuoi paroloni. Che cosa ti è successo?”
Anna arrossì e ridacchiò, posando il libro e guardando sognante fuori dalla finestra, dove germogli grassocci e rossi esplodevano sul rampicante
in risposta al richiamo del sole di primavera.
“Non lo so... non mi va più di parlare tanto”, disse affondando pensierosa l’indice nel mento, “Mi piace di più avere pensieri belli e preziosi da
custodire nel mio cuore come tesori. Non mi piace che gli altri ne ridano o se ne stupiscano. E non mi va più neanche di usare i paroloni. È un po’
un peccato, ora che ho l’età giusta per usarli non ne ho più voglia. È buffo essere quasi adulti, Marilla, ma non come mi aspettavo io. Ci sono così
tante cose da imparare e a cui pensare, e non c’è più tempo per i paroloni. Inoltre la signorina Stacy dice che le parole brevi sono molto migliori e
più incisive. Ci fa scrivere i temi nello stile più semplice possibile. All’inizio è stato difficile, io ero solita ammucchiare insieme tutte le parole più
complicate ed eleganti che mi venissero in mente... e me ne venivano in mente un bel po’. Ma ora mi ci sono abituata e vedo che va molto meglio
così.”
“Che ne è stato del tuo club delle storie? È da tanto tempo che non ti sento più parlarne.”
“Il club delle storie non esiste più. Non ne avevamo più tempo... e a ogni modo mi aveva stancato. Era stupido scrivere di amori e omicidi, fughe
e misteri. La signorina Stacy ogni tanto ci fa scrivere una storia per allenarci nella composizione, ma non ci lascia scrivere nient’altro che le cose
che potrebbero accadere nella nostra vera vita ad Avonlea, la critica molto severamente e la fa criticare anche a noi. Non avevo mai pensato che i
miei componimenti avessero tanti errori finché non ho cominciato a notarli io stessa. Me ne sono vergognata tanto che avrei voluto lasciar perdere
tutto, ma la signorina Stacy mi ha detto che potevo imparare a scrivere bene soltanto esercitandomi a diventare la mia critica più severa. E quindi
ci sto provando.”
“Ti mancano solo due mesi all’esame di ammissione”, disse Marilla, “Credi di essere pronta per superarli?”
Anna rabbrividì.
“Non lo so. Certe volte penso che andrà tutto bene... e poi certe altre mi preoccupo terribilmente. Abbiamo studiato sodo e la signorina Stacy ci
ha istruito a dovere, ma nonostante ciò potremmo non superarli. Ognuno di noi ha uno scoglio da affrontare. Il mio, ovviamente, è la geometria,
quello di Jane è il latino, quello di Ruby e Charlie è l’algebra e quello di Josie è l’aritmetica. Moody Spurgeon dice che se lo sente nelle ossa che
cadrà sulla storia dell’Inghilterra. A giugno la signorina Stacy ci farà fare degli esami di prova difficili come quelli d’ammissione, e ci correggerà
altrettanto severamente, così ci faremo un’idea. Vorrei che fosse già tutto finito, Marilla, questa cosa mi ossessiona. A volte mi sveglio in piena
notte chiedendomi che farò se non dovessi superare questi esami.”
“Be’, torneresti a scuola e ci riproveresti l’anno dopo”, disse noncurante Marilla.
“Oh, non penso che avrei il coraggio di farlo. Sarebbe una tale disgrazia fallire, specialmente se Gil... se gli altri venissero promossi. E quando ho
gli esami divento così nervosa che faccio sempre una gran confusione. Come vorrei avere i nervi saldi di Jane Andrews. Nulla sembra turbarla.”
Anna sospirò e, distogliendo lo sguardo dagli incanti del mondo primaverile, l’attraente giorno fatto di brezze e di azzurro e dei germogli verdi
che crescevano in giardino, sprofondò risoluta nel libro. Ci sarebbero state altre primavere, ma Anna era convinta che se non avesse superato gli
esami di ammissione non si sarebbe mai ripresa abbastanza da potersele godere.
Capitolo 32 – L’elenco dei promossi

Con la fine di giugno terminarono anche il quadrimestre e il mandato della signorina Stacy nella scuola di Avonlea. Quella sera Anna e Diana
tornarono a casa sentendosi molto serie. Gli occhi rossi e i fazzoletti inzuppati erano testimonianze convincenti del fatto che le parole d’addio della
signorina Stacy erano state altrettanto commoventi di quelle pronunciate, tre anni prima in circostanze simili, dal signor Phillips. Ai piedi della
collina di abeti rossi, Diana si voltò a guardare l’edificio scolastico e sospirò profondamente.
“Sembra la fine di tutto, vero?”, disse triste.
“Tu non dovresti star male come me”, disse Anna cercando inutilmente un angolo asciutto sul fazzoletto, “Tu potrai tornarci il prossimo inverno,
ma io probabilmente dovrò lasciare per sempre quella cara, vecchia scuola... se avrò fortuna, ovvio.”
“Ma non sarà più lo stesso. La signorina Stacy non ci sarà, e non ci sarete neanche tu, Jane e Ruby, probabilmente. Dovrò sedermi da sola, perché
non sopporterei di avere un’altra compagna di banco dopo di te. Oh, quanto ci siamo divertite, Anna, vero? È terribile pensare che sia tutto finito.”
Due grandi lacrime scesero sul naso di Diana.
“Se tu smettessi di piangere forse ci riuscirei anch’io”, la implorò Anna, “Non faccio in tempo a mettere via il fazzoletto che ti vedo piangere e
allora ricomincio anch’io. Come dice la signora Lynde, ‘se non puoi essere felice, cerca di essere più felice che ti riesce’. Dopo tutto credo che
l’anno prossimo tornerò a scuola. Questo è uno di quei momenti in cui sono certa che non supererò gli esami. E questi momenti sono sempre più
spaventosamente frequenti.”
“Ma no, negli esami di prova della signorina Stacy sei andata magnificamente.”
“Sì, ma quel tipo di esami non mi rende nervosa. Quando penso a quelli veri non puoi immaginare che razza di orribile, gelida e palpitante
sensazione mi senta nel cuore. E poi io sarò la numero tredici e Josie Pye dice che è un numero che porta sfortuna. Io non sono superstiziosa, so
che non vuol dire nulla, però vorrei non essere la numero tredici.”
“Mi piacerebbe venire con te”, disse Diana, “Passeremmo dei momenti fantastici, vero? Ma immagino che la sera tu debba ripassare.”
“No, la signorina Stacy ci ha fatto promettere di non aprire neppure un libro. Dice che non farebbe altro che stancarci e confonderci, dice che
dovremmo uscire, fare una passeggiata, non pensare agli esami e andare a letto presto. È un buon consiglio, ma penso che sarà difficile seguirlo; di
solito i buoni consigli sono così, credo. Prissy Andrews m’ha detto che la settimana prima degli esami di ammissione si alzava sempre nel cuore
della notte per ripassare, come se ne andasse della sua vita. E io scommetto che come minimo farò come lei. È gentile da parte di tua zia Josephine
propormi di ospitarmi a Boscodifaggio mentre sono in città.”
“Quando arrivi mi scrivi, vero?”
“Ti scrivo martedì sera e ti racconto com’è andato il primo giorno”, promise Anna.
“Mercoledì m’installerò nell’ufficio postale”, giurò Diana.
Anna andò in città il lunedì seguente e il mercoledì, come stabilito, Diana s’installò nell’ufficio postale finché non ebbe la sua lettera.
“Mia carissima Diana [scriveva Anna],
Adesso è martedì sera e ti scrivo dalla biblioteca di Boscodifaggio. Stanotte è stato terribile, mi sentivo così sola nella mia stanza, avrei tanto voluto
averti qui con me. Non ho potuto ‘ripassare’ perché avevo promesso alla signorina Stacy di non farlo, ma tenermi alla larga dal libro di storia è
stato difficile come lo era a suo tempo stare alla larga dai romanzi quando invece dovevo studiare.
Stamattina la signorina Stacy è venuta a prendermi per accompagnarmi alla Queen’s Academy e lungo il tragitto abbiamo chiamato anche Jane,
Ruby e Josie. Ruby mi ha chiesto di sentirle le mani ed erano ghiacciate. Josie ha detto che avevo l’aria di non aver chiuso occhio tutta la notte, lei
pensa che non sarò forte abbastanza da sopportare la fatica del corso per insegnanti neppure se superassi l’esame. Ci sono volte, e anche stagioni
intere, in cui mi sembra di non fare grossi passi in avanti per imparare a farmi piacere Josie Pye!
Quando siamo arrivate alla Queen’s abbiamo visto che c’erano decine di studenti da tutta l’isola. La prima persona che abbiamo incontrato è stata
Moody Spurgeon, che se ne stava seduto sui gradini e borbottava tra sé e sé. Jane gli ha chiesto che accidenti stesse facendo, e lui ha detto che stava
ripetendo continuamente le tabelline per calmarsi i nervi, e per l’amor del cielo che nessuno lo interrompesse perché se si fermava anche un solo
istante sarebbe andato nel panico e avrebbe dimenticato tutto quel che sapeva, ma le tabelline lo aiutavano a mantenere tutti i fatti al loro posto!
Quando siamo stati assegnati alle nostre aule la signorina Stacy ha dovuto lasciarci. Io e Jane ci siamo sedute vicino, lei era così calma che l’ho
invidiata. Non c’era bisogno di tabelline per la buona, tranquilla e sensata Jane! Mi sono chiesta se si vedesse cosa provavo e se gli altri, nella
stanza, potessero sentire i battiti del mio cuore. Poi è arrivato un uomo e ha cominciato a distribuire i fogli per l’esame d’inglese. Mi sentivo le
mani fredde e mi girava la testa quando l’ho preso. Proprio un momento orribile, Diana... mi sentivo esattamente come quattro anni fa, quando
chiesi a Marilla se potevo rimanere ai Tetti Verdi... e poi nella mia mente tutto è tornato chiaro e il mio cuore ha ricominciato a battere... mi sono
dimenticata di dirti che si era completamente fermato!... perché ho capito che potevo fare qualcosa con quel foglio.
A mezzogiorno siamo andati a casa per il pranzo e nel pomeriggio siamo tornati per l’esame di storia. L’esame di storia era piuttosto difficile e io
ho fatto una gran confusione con le date. Però credo di essermela cavata piuttosto bene oggi. Ma Diana, domani c’è l’esame di geometria e quando
ci penso devo usare ogni brandello della mia forza di volontà per impedirmi di aprire il libro. Se sapessi che le tabelline potrebbero aiutarmi le
reciterei fino a domattina.
Stasera sono andata a trovare le altre ragazze. Per strada ho incontrato Moody Spurgeon che se ne andava in giro. Ha detto che sapeva di aver
sbagliato l’esame di storia, di essere una delusione per i suoi genitori e che sarebbe tornato a casa col treno del mattino; e che comunque fare il
carpentiere è più facile che fare il ministro. Io l’ho consolato un po’ e l’ho convinto a rimanere fino alla fine, perché se non lo facesse non sarebbe
bello nei confronti della signorina Stacy. Certe volte ho desiderato d’essere nata maschio, ma quando vedo Moody Spurgeon sono contenta di
essere una ragazza, e anche di non essere sua sorella.
Ruby era isterica, quando l’ho raggiunta al pensionato, perché aveva appena scoperto un errore tremendo che aveva fatto nel compito d’Inglese.
Quando è tornata in sé siamo andati in centro a prenderci un bel gelato. Quanto avremmo voluto che anche tu fossi con noi!
Oh, Diana, se solo l’esame di geometria fosse già finito! Ma già, come dice la signora Lynde, il sole continuerà a sorgere e tramontare sia che io
fallisca in geometria sia che io vada bene. Questo è vero, ma non mi consola molto. Penso che preferirei che si fermasse se io dovessi fallire!
Devotamente tua,
Anna”
L’esame di geometria e tutti gli altri passarono in tempo debito e Anna tornò a casa venerdì sera, piuttosto stanca e con un’aria di provato trionfo.
Quando arrivò ai Tetti Verdi Diana era già lì, le due si salutarono come se non si vedessero da anni.
“Vecchia mia, è fantastico rivederti. È come se fossi andata in città da una vita. Oh, Anna, come te la sei cavata?”
“Abbastanza bene in tutto, credo, tranne che in geometria. Non so se l’ho superato, ma ho lo strisciante, pauroso presentimento di non averlo
passato. Com’è bello essere di nuovo a casa! I Tetti Verdi sono il posto più caro e delizioso che ci sia al mondo!”
“Come sono andati gli altri?”
“Le ragazze dicono di non essere passate, ma io credo che siano andate piuttosto bene. Josie dice che l’esame di geometria era così facile che
avrebbe potuto farlo un bambino di dieci anni! Moody Spurgeon continua a dire di aver sbagliato l’esame di storia e Charlie dice di aver sbagliato
quello di algebra. Ma non ne sappiamo veramente nulla, e non sapremo nulla finché non uscirà l’elenco dei promossi, e questo non succederà prima
di due settimane. Ci pensi? Vivere per due settimane con questa tensione! Vorrei potermi addormentare e svegliarmi solo quando sarà tutto finito!”
Diana sapeva che era inutile chiedere come fosse andato Gilbert Blythe, così disse solo:
“Dai, sarai certamente promossa, non ti preoccupare.”
“Preferirei non venire promossa affatto che finire in basso nella lista”, scattò Anna, e con questo intendeva (e Diana capì cosa intendeva) che il
successo sarebbe stato incompleto e amaro se non avesse avuto dei voti migliori di quelli di Gilbert Blythe.
Con questa meta in mente Anna aveva calmato i nervi durante gli esami. E così aveva fatto Gilbert. I due si erano incontrati e superati in strada
dozzine di volte, ma non avevano mai dato segno di riconoscersi, ogni volta Anna aveva tenuto la testa un po’ più alta desiderando con più fervore
di aver fatto pace con Gilbert quando lui gliel’aveva chiesto, e aveva fatto voto con sempre più determinazione di superarlo agli esami. Sapeva che
tutti i giovani di Avonlea si chiedevano chi dei due sarebbe arrivato primo; sapeva perfino che Jimmy Glover e Ned Wright ci avevano scommesso
su e che Josie Pye diceva che senza l’ombra di dubbio Gilbert sarebbe arrivato primo. E lei era certa che se avesse fallito l’umiliazione sarebbe
stata insopportabile.
Ma aveva anche un altro e più nobile motivo per desiderare di essere andata bene. Voleva “arrivare in alto” per amore di Matthew e Marilla,
soprattutto di Matthew. Matthew aveva dichiarato con convinzione che lei avrebbe “battuto tutta l’isola”. Questo, pensò Anna, era stupido da
sperare perfino nelle più fervide fantasie. Ma sperava con fervore di arrivare almeno tra i primi dieci, in modo da poter vedere i gentili occhi
marroni di Matthew brillare d’orgoglio per il suo successo. Questa, sentiva, sarebbe stata una ricompensa davvero dolce per tutta la sua fatica tra
equazioni e congiunzioni prive di fantasia.
Alla fine delle due settimane anche Anna “s’installò” nell’ufficio postale, con la distratta compagnia di Jane, Ruby e Josie, e apriva con mani
tremanti le gazzette di Charlottetown, provando le stesse fredde, spaventose sensazioni che aveva provato la settimana degli esami. Charlie e
Gilbert non furono immuni da tale comportamento, ma Moody Spurgeon se ne guardò bene dall’imitarli.
“Non ho il coraggio di andar lì a guardare quei giornali a sangue freddo”, aveva detto ad Anna, “Me ne starò solo ad aspettare che arrivi qualcuno
a dirmi se ho superato gli esami oppure no.”
Quando passarono tre settimane senza che la lista dei promossi venisse pubblicata Anna capì che non avrebbe davvero potuto sopportare oltre
quella tensione. La sua brama venne meno e il suo interesse per le faccende di Avonlea languì. La signora Lynde si chiese che altro sarebbe
potuto succedere con un sovrintendente all’educazione conservatore alla guida degli affari del paese e Matthew, notando il pallore di Anna, la sua
indifferenza e i passi sempre più lenti con cui tornava a casa dall’ufficio postale tutti i pomeriggi, cominciò seriamente a pensare di votare per i
progressisti alle prossime elezioni.
Ma una sera le notizie arrivarono. Anna era seduta davanti alla finestra aperta, per una volta dimentica dei dolori degli esami e delle pene del
mondo, s’inebriava della bellezza della serata estiva, odorosa degli effluvi dei fiori del giardino sotto e piena dei fischi e dei fruscii dei pioppi mossi
dal vento. Il cielo a est, sopra gli abeti, era acceso d’un debole rosa, che era il riflesso del cielo di ovest, e Anna, sognante, si stava chiedendo se
lo spirito del colore fosse così quando vide Diana correre tra gli abeti, sopra il ponte di tronchi e su per il pendio, con un giornale svolazzante tra
le mani.
Anna balzò in piedi, perché capì subito cosa c’era su quel giornale. La lista dei promossi era uscita! Sentì la testa girare e il cuore battere tanto forte
da farle male. Non riuscì a muovere un passo. Sembrò che passasse un’ora prima che Diana arrivasse di corsa oltre la sala irrompendo in camera
sua senza neppure bussare, tanto era eccitata.
“Anna, sei passata”, urlò, “Sei passata e sei la prima... tu e Gilbert, tutti e due... a pari merito... ma il tuo nome è il primo. Quanto sono orgogliosa!”
Diana gettò il giornale sul tavolo e poi si buttò sul letto di Anna, completamente senza fiato e incapace di parlare ancora. Anna accese la lampada,
rovesciando la scatola dei fiammiferi e sprecandone una dozzina prima che le sue mani tremanti riuscissero a portare a termine quel compito.
Quindi afferrò il giornale. Sì, era passata... eccolo lì, il suo nome, in cima a una lista di duecento studenti. Quello era un momento per cui valeva
la pena di vivere!
“Sei andata magnificamente, Anna”, ansimò Diana tornando in sé abbastanza da mettersi seduta e parlare, perché Anna, gli occhi splendenti e
incantati, non aveva spiccicato parola, “Papà ha portato il giornale da Bright River neanche dieci minuti fa... è arrivato col treno del pomeriggio,
sai, e non arriverà qui in posta fino a domattina... e quando ho visto la lista dei promossi sono corsa qui come una matta. Siete passati, tutti voi,
Moody Spurgeon e tutti gli altri, anche se lui ha una lacuna in storia. Jane e Ruby sono andate abbastanza bene, sono a metà lista, e anche Charlie.
Josie se l’è cavata solo per tre punti, ma scommetto che si darà un sacco di arie come se fosse arrivata prima. La signorina Stacy ne sarà felicissima,
no? Oh, Anna, cosa si prova a essere i primi della lista così? Se capitasse a me so che impazzirei di gioia. Sono impazzita già ora, ma tu sei calma
e fredda come una sera di primavera.”
“Sono scombussolata dentro”, disse Anna, “Vorrei dire centinaia di cose ma non trovo le parole per dirle. Non mi sognavo neppure una cosa
simile... sì, l’ho fatto, ma solo una volta! Per una volta mi sono permessa di pensare ‘e se arrivassi prima?’, tremando, sai, perché sembrava
davvero da vanitosi e da presuntuosi pensare di poter arrivare prima in tutta l’isola. Scusami un minuto, Diana. Devo correre nei campi a dirlo a
Matthew. Poi ci metteremo in strada per dare la bella notizia anche agli altri.”
Corsero nel campo di fieno sotto il granaio dove Matthew stava avvolgendo il fieno e, per colpo di fortuna, la signora Lynde stava parlando con
Marilla al recinto del campo.
“Oh, Matthew”, esclamò Anna, “Sono passata, sono la prima... cioè, una delle prime! Non sono vanitosa, solo grata.”
“Be’, io l’ho sempre detto”, disse Matthew guardando deliziato la lista dei promossi, “Sapevo che potevi battere facilmente tutti quanti.”
“Sì, Anna, sei andata abbastanza bene”, disse Marilla tentando di nascondere il suo estremo orgoglio per Anna davanti all’occhio critico della
signora Rachel. Ma quell’anima buona disse cordialmente:
“Sapevo che saresti andata bene, non esito a dirlo. Fai onore ai tuoi amici, Anna, ecco cosa. Siamo tutti fieri di te.”
Quella notte Anna, che aveva passato una deliziosa serata conversando seriamente con la signora Allan al presbiterio, s’inginocchiò, dolcemente,
davanti alla finestra aperta sul grande splendore del chiaro di luna e mormorò una preghiera di gratitudine e ambizione che le veniva dritta dal
cuore. In essa c’erano riconoscenza per il passato e rispettosa supplica per il futuro; e quando si addormentò sul suo cuscino bianco i suoi sogni
erano i più belli, luminosi e incantevoli che l’adolescenza possa desiderare.
Capitolo 33 – Concerto all’Hotel

“Devi assolutamente metterti il vestito bianco di organza, Anna”, consigliò Diana con decisione.
Erano insieme nella stanza della soffitta di est, fuori era appena il crepuscolo, un delizioso crepuscolo verde-giallastro con un cielo blu, limpido
e senza nuvole. Una grande luna rotonda, la cui pallida lucentezza incupiva lentamente in un argento brunito, splendeva sulla Foresta Stregata;
l’aria era satura dei dolci suoni dell’estate: cinguettii di uccellini che si addormentavano, brezze capricciose, voci e risate lontane. Ma nella stanza
di Anna la tapparella era abbassata e la lampada accesa, perché era in corso un’importante operazione di toelette.
La soffitta di est era un posto completamente diverso da quello che era stato quella notte di quattro anni prima, quando la sua essenzialità era
penetrata con gelo inospitale nel profondo dell’animo di Anna. C’erano stati dei cambiamenti striscianti, incoraggiati da Marilla con rassegnazione,
che lo avevano trasformato nel più dolce e delizioso nido che una ragazza possa desiderare.
I tappeti di velluto con le roselline rosa e le tende di seta rosa delle prime fantasie di Anna non si erano di certo materializzati; ma i sogni avevano
tenuto il passo della crescita, per cui lei di certo non se ne lamentava. Il pavimento era coperto con una graziosa stuoia e le tende che ingentilivano
le finestre, svolazzando per le brezze vagabonde, erano di mussola lavorata verde pallido. I muri, che non erano tappezzati con broccati d’oro e
d’argento ma con una graziosa carta da parati con motivi a fiori di melo, erano decorati con un po’ di belle immagini che la signora Allan le aveva
regalato. La fotografia della signorina Stacy occupava il posto d’onore, e Anna s’era presa l’impegno sentimentale di tenere sempre fiori freschi
sulla mensola sotto quella foto. Stasera un mazzolino di gigli bianchi profumava delicatamente la stanza come il sogno di una fragranza. Non
c’era “mobilia di mogano”, ma c’erano una libreria dipinta di bianco piena di libri, una sedia a dondolo di vimini imbottita di cuscini, un tavolo da
toelette drappeggiato con mussola bianca, uno specchio bizzarro, che prima era nella stanza degli ospiti, con una cornice dorata sulla cui sommità
ad arco erano dipinti cupidi grassocci e grappoli d’uva color porpora, e un letto basso e bianco.
Anna si stava vestendo per un concerto all’Hotel delle Sabbie Bianche. Gli ospiti avevano deciso di aiutare l’ospedale di Charlottetown e avevano
cercato tutti i talenti dilettanti dei distretti circostanti per farsi aiutare. Bertha Sampson e Pearl Clay, del coro della chiesa battista delle Sabbie
Bianche, erano state invitate a cantare un duetto, Milton Clark di Newbridge avrebbe eseguito un a solo al violino, Winnie Adella Blair di Carmody
avrebbe cantato una ballata scozzese e Laura Spencer di Spencervale e Anna Shirley di Avonlea avrebbero recitato.
Come Anna avrebbe detto, un tempo, era “un’epoca della sua vita”, e lei provava deliziosi brividi d’emozione per l’evento. Matthew era al settimo
cielo della gratificazione e dell’orgoglio per l’onore conferito alla sua Anna, e Marilla non era tanto distante da questa posizione, anche se sarebbe
morta piuttosto che ammetterlo, e aveva detto che non le sembrava opportuno che tanti giovani gironzolassero per l’albergo senza che una persona
responsabile li accompagnasse.
Anna e Diana sarebbero giunte a destinazione con Jane Andrews e suo fratello Billy nel loro carrozzino a due file di posti. Anche molti altri ragazzi
e ragazze di Avonlea ci sarebbero andati. Era atteso anche un gruppo di ospiti dalla città e dopo il concerto agli artisti sarebbe stata offerta la cena.
“Pensi proprio che il vestito di organza sia la scelta migliore?”, domandò Anna ansiosa, “Non credo che sia carino come il mio vestito di mussola
blu a fiori e di certo non è altrettanto alla moda.”
“Però ti sta molto meglio”, disse Diana, “È morbido, pieno di gale e aderente. La mussola è rigida, ti fa sembrare troppo vestita, ma l’organza
sembra crescerti addosso.”
Anna sospirò e cedette. Diana cominciava ad avere una certa reputazione per il suo ottimo gusto in materia di vestiti e i suoi consigli su tale
argomento erano molto richiesti. Anche lei quella sera era molto carina col suo vestito d’un delizioso rosa carico che ad Anna sarebbe stato per
sempre vietato. Ma lei non avrebbe preso parte al concerto, così il suo aspetto era di minore importanza. Tutti i suoi sforzi si concentravano su
Anna che, aveva giurato, per far fare una bella figura ad Avonlea avrebbe dovuto essere vestita, pettinata e addobbata secondo la moda della
Queen’s Academy.
“Tira un po’ di più quella balza... così; ecco, fatti legare la cintura; ora le scarpe. Ti pettino i capelli con due trecce spesse e te le lego a metà con
nastri bianchi... no, non metterti neanche un ricciolo davanti alla fronte... lasciali così, divisi morbidamente. Nessun’altra pettinatura ti sta così
bene, Anna, lo dice anche la signora Allan che coi capelli divisi così sembri una Madonna. Ti applico questa rosa bianca dietro un orecchio. Ne
avevo una sola nel mio roseto e l’ho conservata apposta per te.”
“Dovrei mettermi il giro di perle?”, chiese Anna, “Matthew mi ha comprato questa collana in città la settimana scorsa e so che gli piacerebbe
vedermela addosso.”
Diana contrasse le labbra, inclinò la testa nera con aria critica, e finalmente si pronunciò in favore delle perle, che furono quindi legate attorno al
collo sottile e candido come il latte di Anna.
“C’è qualcosa di così elegante in te, Anna”, disse Diana con un’ammirazione priva di invidia, “Tieni la testa in su con un’aria... credo che sia per
la tua figura, io sono così piccola e cicciottella. L’ho sempre temuto e ora so che è così. Be’, immagino che non possa far altro che rassegnarmici.”
“Ma tu hai quelle fossette!”, disse Anna sorridendo con affetto a quel volto vivace e grazioso accanto al suo, “Hai delle fossette deliziose, sembrano
quelle sulla panna. Io ormai ho perso la speranza di avere le fossette. Il mio sogno di avere le fossette non si realizzerà mai; ma ho realizzato molti
altri sogni, perciò non mi lamento. Sono pronta adesso?”
“Prontissima!”, assicurò Diana mentre Marilla compariva sulla porta, una figura scarna con più capelli grigi di un tempo e altrettanto spigolosa,
ma con un volto molto più affettuoso, “Vieni a vedere la nostra oratrice, Marilla. Non è deliziosa?”
Marilla emise un suono a metà tra uno sbuffo e un grugnito.
“Sembra pulita e appropriata. Mi piace come le hai pettinato i capelli. Ma mi aspetto che rovinerà il vestito andando sul carrozzino tra la polvere
e l’umidità, quel vestito mi sembra troppo leggero per queste notti umide. E comunque l’organza mi sembra la roba più inutile del mondo, l’ho
detto a Matthew quando l’ha presa. Ma adesso è inutile dire qualcosa a Matthew. Un tempo seguiva i miei consigli, ma adesso compra cose per
Anna senza pensarci e i commessi a Carmody sanno benissimo che possono rifilargli qualsiasi cosa. Basta che gli dicano che una cosa è carina e
alla moda e Matthew tira fuori i soldi. Bada a tenere la camicetta lontana dalle ruote del carrozzino, Anna, e mettiti la giacca pesante.”
Quindi Marilla scese impettita al piano di sotto pensando con orgoglio a quanto fosse carina Anna con quel
“raggio di luna dalla fronte alla chioma”1414
e rammaricandosi perché non poteva andare al concerto a vederla recitare.
“Forse è davvero troppo umido per il mio vestito”, disse Anna ansiosa.
“Neanche un po’”, disse Diana alzando la tapparella, “È una notte perfetta e non c’è neppure un po’ di rugiada. Guarda come splende la luna.”
14 14 Citazione dall’Aurora Leigh, poema di Elizabeth Barrett Browning (1806-1861), poetessa inglese, moglie del poeta vittoriano
Robert Browning, la sua tomba è al Cimitero degli Inglesi a Firenze (NDT)
“Sono felice che la mia finestra affacci a est verso il sorgere del sole”, disse Anna raggiungendo Diana, “È splendido guardare i mattini che
arrivano da quelle lunghe colline e risplendono attraverso le cime appuntite di quegli abeti. Ogni mattino sembra nuovo e a me pare di potermi
lavare l’anima in quei primi raggi di sole. Oh, Diana, amo così tanto questa stanzetta. Non so come potrò farne a meno quando andrò in città il
mese prossimo.”
“Non parlare neppure della tua partenza, stasera”, supplicò Diana, “Non ci voglio pensare, mi fa sentire tristissima e stasera mi voglio divertire.
Cosa reciterai, Anna? Sei nervosa?”
“Neanche un po’. Ho recitato in pubblico così tante volte che ormai non mi preoccupo più. Ho deciso di recitare ‘Il voto della fanciulla’, è così
patetico. Laura Spencer farà un pezzo comico, ma io preferisco far piangere la gente piuttosto che farla ridere.”
“Cosa reciti se ti chiedono il bis?”
“Non si sogneranno neanche di chiedermi il bis”, scherzò Anna, che però aveva la segreta speranza che invece lo facessero, e già si vedeva mentre
lo raccontava a Matthew il mattino dopo a colazione, “Billy e Jane sono arrivati, ho sentito le ruote... sbrighiamoci, su.”
Billy Andrews insistette affinché Anna si sedesse sui sedili davanti accanto a lui, così le vi si accomodò svogliata. Avrebbe preferito di gran lunga
sedersi dietro con le ragazze, dove avrebbe potuto ridere e chiacchierare per la gioia del suo cuore. Non c’era molto da ridere o da chiacchierare
con Billy. Era un giovanotto di vent’anni grosso, grasso e stolido, con una faccia tonda e inespressiva, e una dolorosa carenza di arte dialettica. Ma
ammirava immensamente Anna e si riempì d’orgoglio alla prospettiva di arrivare fino alle Sabbie Bianche con quella figura snella e dritta accanto
a lui.
Anna, a forza di voltarsi indietro per parlare con le ragazze e gettare di tanto in tanto, per educazione, qualche parola a Billy – che sorrideva,
ridacchiava e non riusciva mai a pensare a una risposta se non quando era troppo tardi – si sforzò di godersi il viaggio nonostante tutto. Doveva
essere una serata di divertimento, quella. La strada era piena di carrozzini, tutti diretti all’hotel, e riecheggiava tutta del suono argentino delle
risate. L’albergo, quando ci arrivarono, era uno scintillio di luci da cima a fondo. Alcune signore del comitato organizzatore vennero loro incontro,
una di loro portò Anna nel camerino degli artisti, che era affollato dei membri del Circolo Sinfonico di Charlottetown, tra i quali Anna si sentì
improvvisamente intimidita, spaventata e provinciale. Il suo vestito, che nella soffitta di est era sembrato così grazioso e carino, ora sembrava
semplice e modesto... troppo semplice e modesto, pensò, tra le sete e i merletti che le scintillavano e frusciavano intorno. Cos’erano le sue perle
paragonate coi diamanti di quella bella signora grande accanto a lei? E come doveva apparire povera la sua piccola rosa bianca accanto a quei
fiori di serra che indossavano le altre! Anna mise via cappello e giacca e sprofondò tristemente in un angolo. Desiderò di essere nella sua stanzetta
bianca ai Tetti Verdi.
E fu ancora peggio sul palco della grande sala da concerto dell’albergo, dove si trovò subito dopo. Le luci elettriche l’abbagliavano, i profumi
e il brusio la stordivano. Avrebbe voluto essere seduta tra il pubblico con Diana e Jane, che sembravano divertirsi molto standosene in disparte.
Anna si ritrovò incastrata tra una robusta signora in seta rosa e una ragazza alta, dall’aria sprezzante, che indossava un abito di pizzo bianco. La
signora robusta voltava di tanto in tanto la testa per guardarsi apertamente attorno e osservava Anna attraverso gli occhiali finché lei, sentendo
intensamente di essere così esaminata, non ebbe voglia di mettersi a gridare; e la ragazza in pizzo bianco continuava a parlare ad alta voce col
suo vicino di “quegli zotici campagnoli” e di “quelle bellezze rustiche” nel pubblico, e, smorfiosa, si figurava già le risate che sarebbero seguite
all’esibizione dei talenti locali presenti nel programma. Anna pensò che avrebbe odiato fino alla fine dei suoi giorni la ragazza in pizzo bianco.
Sfortunatamente per Anna, un’attrice professionista alloggiava all’hotel e aveva acconsentito a esibirsi. Era una donna agile, dagli occhi scuri,
che indossava un meraviglioso abito di una scintillante stoffa grigia, che pareva fatta di raggi di luna intessuti, e portava pietre preziose al collo
e tra i capelli scuri. Aveva una voce splendida e pastosa ed era straordinariamente espressiva; il pubblicò impazzì per il suo pezzo. Anna, per
una volta dimentica di sé stessa e dei suoi problemi, la ascoltò rapita e con gli occhi splendenti, ma quando il pezzo finì si portò le mani al volto.
Come poteva andar su a recitare dopo una cosa del genere? Come aveva potuto pensare di essere in grado di recitare? Oh, quanto avrebbe voluto
essersene rimasta ai Tetti Verdi!
In questo momento poco propizio chiamarono il suo nome. In qualche modo Anna – che non aveva notato il piccolo sussulto colpevole della
ragazza in pizzo bianco accanto a lei, e non avrebbe capito il sottile complimento che vi era insito, se l’avesse notato – si alzò in piedi e, come
ubriaca, si portò avanti. Era così pallida che Diana e Jane, nel pubblico, giunsero le mani per il nervosismo e la comprensione.
Anna era vittima di uno schiacciante attacco di panico da palcoscenico. Aveva recitato spesso in pubblico, ma non aveva mai affrontato prima
un pubblico come questo e il vederlo paralizzò completamente le sue energie. Era tutto così strano, così luminoso, così sconvolgente... le file
di signore in abito da sera, le facce critiche, tutta l’atmosfera di ricchezza e cultura attorno a lei. Completamente diverso dal Circolo Culturale,
pieno di facce note e simpatiche di amici e vicini. Invece queste persone, pensò, sarebbero state spietatamente critiche. Forse, come la ragazza in
pizzo bianco, si aspettavano di divertirsi per il suo impegno “rustico”. Si sentì sconfortata, disperatamente mortificata e infelice. Le ginocchia le
tremarono, il cuore palpitò, un’orribile debolezza si produsse in lei; non riusciva a spiccicare una sola parola e l’istante dopo se ne sarebbe scappata
dal palco nonostante l’umiliazione seguente che, ne era sicura, sarebbe stato il suo destino per sempre.
Ma improvvisamente, mentre con occhi dilatati e terrorizzati guardava il pubblico, vide Gilbert Blythe, in fondo alla sala, che si sporgeva in avanti
sorridendo... un sorriso che ad Anna sembrò di trionfo e di scherno. In realtà non era nulla del genere. Gilbert stava sorridendo semplicemente
perché apprezzava in generale tutta la faccenda, e in particolare la snella figura in bianco che era Anna e il suo volto delicato sullo sfondo delle
palme. Josie Pye, arrivata anche lei, si era seduta accanto a Gilbert, e il suo sguardo era sicuramente di trionfo e scherno, ma Anna non vide Josie,
e anche se l’avesse vista non le avrebbe dato retta. Trasse un profondo sospiro e alzò la testa con orgoglio, il coraggio e la determinazione la
facevano fremere come una scossa elettrica. Non avrebbe fatto fiasco davanti a Gilbert Blythe... lui non avrebbe mai, mai, mai potuto ridere di lei!
La paura e il nervosismo svanirono, e lei cominciò a recitare, la sua voce limpida e dolce raggiunse senza un tremito o una pausa ogni angolo della
sala. L’autocontrollo era pienamente tornato in lei e, come reazione a quel terribile momento di impotenza, recitò come non aveva mai fatto prima.
Quando finì ci fu un’esplosione di applausi sinceri. Anna, tornando a sedere al suo posto, rossa per la timidezza e la felicità, venne avvicinata dalla
signora robusta col vestito di seta rosa, che le strinse vigorosamente la mano.
“Mia cara, sei stata magnifica”, si esaltò quella, “Ho pianto come una bambina, davvero. Guarda, ti stanno chiedendo il bis... vogliono che torni
sul palco.”
“Oh, non posso”, disse Anna confusa, “Però... devo andarci, altrimenti deluderei Matthew. Lui aveva detto che mi avrebbero chiesto il bis.”
“Allora non deludere Matthew”, disse ridendo la signora in rosa.
Sorridendo, arrossendo, con gli occhi lucidi, Anna tornò indietro ed eseguì una piccola selezione di brani bizzarri e divertenti che le accattivarono
ancora di più le simpatie del pubblico. Il resto della serata fu per Anna un piccolo trionfo.
Quando il concerto terminò la robusta signora in rosa, che era la moglie di un milionario americano, la prese sottobraccio e la presentò a tutti, e
tutti furono molto gentili con lei. La signora Evans, l’’attrice professionista, venne a chiacchierare con lei, le disse che aveva una voce affascinante
e che aveva “interpretato” i suoi pezzi splendidamente. Perfino la ragazza in pizzo bianco si degnò di farle un complimento. Cenarono nella grande
sala da pranzo, fastosamente decorata; anche Diana e Jane furono invitate a prendervi parte, poiché erano venute insieme ad Anna, ma Billy risultò
introvabile, dal momento che se l’era svignata perché aveva il mortale terrore di ricevere un tale invito. Però era con gli altri ad aspettare le ragazze
e quando tutto fu finito le tre uscirono allegre nel quieto, bianco splendore del chiaro di luna. Anna respirò a fondo e guardò il cielo limpido oltre
i rami scuri degli abeti.
Era bello trovarsi di nuovo nella purezza e nel silenzio della notte! Com’era tutto grandioso, tranquillo e meraviglioso, col mormorio del mare che
risuonava intorno e le cupe scogliere, più dietro, che parevano sinistri giganti messi a guardia delle coste incantate.
“Non è stata una splendida serata?”, sospirò Jane mentre tornavano a casa, “Quanto vorrei essere una milionaria americana e poter passare l’estate
in un hotel, indossare gioielli e vestiti scollati e mangiare gelato e insalata di pollo ogni santo giorno. Sono certa che è molto più divertente che
fare l’insegnante. Anna, sei stata semplicemente grandiosa, anche se all’inizio pensavo che non saresti neppure riuscita a cominciare. Eri meglio
della signora Evans.”
“Oh, no, Jane, non dirlo neanche”, rispose subito Anna, “Sarebbe una sciocchezza. Sai che non posso essere meglio della signora Evans, perché lei
è una professionista e io sono solo una studentessa che ha un po’ di talento per la recitazione. Sono già abbastanza soddisfatta che la gente abbia
apprezzato quel che ho fatto.”
“Ho un complimento per te, Anna”, disse Diana, “Almeno, credo che fosse un complimento per il tono con cui è stato detto. A ogni modo in parte
lo era. C’era un americano seduto dietro me e Jane... un uomo dall’aspetto romanticissimo, con gli occhi e i capelli neri come il carbone. Josie Pye
dice che è un artista famoso, e che la cugina di sua mamma, quella che vive a Boston, ha sposato un uomo che andava a scuola con lui. Be’, gli ho
sentito dire, vero, Jane?, ‘ma chi è quella ragazza su palco con quegli splendidi capelli color Tiziano? Ha un volto che mi piacerebbe dipingere’.
Ecco tutto, Anna. Che vuol dire avere i capelli color Tiziano?”
“Lo si può interpretare semplicemente come rossi, immagino”, rise Anna, “Tiziano era un famosissimo pittore a cui piaceva dipingere ragazze coi
capelli rossi.”
“Avete visto tutti i diamanti che portavano quelle signore?”, sospirò Jane, “Erano semplicemente abbaglianti. Ragazze, a voi non piacerebbe essere
ricche?”
“Ma noi siamo ricche”, disse Anna con fermezza, “Abbiamo sedici anni, a nostro favore, siamo felici come regine e abbiamo tutte, più o meno,
immaginazione. Ragazze, guardate il mare... è tutto argento, ombre e visioni di cose nascoste. Non potremmo più goderci queste cose se avessimo
milioni di dollari e collane di diamanti. No, tu non vorresti far cambio con nessuna di quelle donne neanche se potessi. Vorresti davvero essere
come quella ragazza col vestito di pizzo bianco e avere per tutta la vita quell’espressione acida come se fossi nata storcendo il naso davanti al
mondo? O la signora in rosa, gentile e carina quanto vuoi, ma così robusta e bassa che davvero sembreresti informe? O anche la signora Evans,
con quel suo sguardo tristissimo? Dev’essere terribilmente infelice per avere quello sguardo! Jane Andrews, lo sai che non vorresti essere così!”
“Non lo so... esattamente”, disse Jane poco convinta, “Credo che i diamanti potrebbero consolarmi parecchio.”
“Be’, io non vorrei essere nessun’altra che me stesse, perfino se dovessi passare tutta la mai vita senza la consolazione dei diamanti”, concluse
Anna, “Sono soddisfatta di essere Anna dei Tetti Verdi con la mia collana di perle. So che Matthew nel regalarmela ci ha messo più amore di quanto
non ne abbia mai ricevuto Madame Signora in Rosa con tutti i suoi gioielli.”
Capitolo 34 – Una ragazza della Queen’s

Le tre settimane seguenti furono molto laboriose ai Tetti Verdi, perché Anna doveva prepararsi per andare alla Queen’s, e c’erano molte cose da
cucire, da arrangiare e di cui discutere. Il corredo di Anna era abbondante e grazioso, perché Matthew si era assicurato che lo fosse e Marilla per
una volta non aveva mosso alcuna obiezione a qualunque cosa lui acquistasse o proponesse. Di più... una sera salì alla soffitta di est con le braccia
cariche di un delicato tessuto verde pallido.
“Anna, ecco qualcosa per farti un bel vestito lungo. Non credo che tu ne abbia realmente bisogno, hai già tantissimi bei vestiti, ma ho pensato che
forse ti sarebbe piaciuto avere qualcosa di davvero elegante se per caso verrai invitata da qualche parte, a una sera in città, una festa o qualcosa del
genere. Ho sentito che Jane, Ruby e Josie hanno tutte ‘abiti da sera’, come li chiamano, e non voglio che tu sia da meno di loro. La signora Allan
mi ha aiutato a scegliere la stoffa in città, la settimana scorsa, e chiederemo a Emily Gillis di farti il vestito. Emily ha buon gusto ed è imbattibile
nel confezionare abiti.”
“Marilla, è splendido”, disse Anna, “Grazie mille. Non dovresti essere così gentile con me... mi rende di giorno in giorno più difficile andar via.”
L’abito verde venne realizzato con tutte le pieghe, le balze e le increspature che il buon gusto di Emily permettesse. Anna lo indossò una sera
a beneficio di Matthew e Marilla e recitò “il voto della fanciulla” per loro in cucina. Mentre Marilla guardava quel volto luminoso e animato e
quei movimenti aggraziati, il suo pensiero andò a quella sera in cui Anna era arrivata ai Tetti Verdi, e la memoria le fece tornare vivida in mente
l’immagine di quella strana bambina spaventata, con quel ridicolo vestito di flanella marrone-giallastro, il cui cuore infranto traspariva dagli occhi
pieni di lacrime. E qualcosa in quel ricordo fece salire le lacrime anche agli occhi di Marilla.
“Santo cielo, la mia recita ti ha fatto piangere, Marilla!”, disse Anna allegramente chinandosi sulla sedia di Marilla per dare un bacio leggero sulla
guancia della donna, “Questo mi sembra un bel successo.”
“No, non piangevo per il tuo pezzo”, disse Marilla che avrebbe disdegnato di lasciarsi sorprendere da una tale debolezza per una qualche faccenda
poetica, “Solo non ho potuto fare a meno di pensare alla bambina che eri, Anna. E stavo desiderando che fossi potuta rimanere per sempre così
piccola, anche con tutti i tuoi modi strani. Ora sei cresciuta e te ne vai via; sei così alta ed elegante e così... così diversa improvvisamente con quel
vestito... come se non fossi affatto di Avonlea... e a pensarci mi sono sentita tanto sola!”
“Marilla!”, Anna si mise a sedere sul grembo coperto di percalle di Marilla, prese tra le mani quel volto segnato e la guardò negli occhi seriamente
e con tenerezza, “Io non sono cambiata neanche un po’... no davvero. Sono solo agghindata e cresciuta. La vera me, qui dentro, è sempre la stessa.
Non farà alcuna differenza dove andrò o quanto cambierò esteriormente, nel mio cuore sarò per sempre la tua piccola Anna, che ama te, e Matthew,
e i Tetti Verdi, più di qualunque altra cosa in tutta la sua vita.”
Anna poggiò la sua guancia giovane e fresca su quella appassita di Marilla e stese una mano sulla spalla di Matthew. In quel momento Marilla
avrebbe dato qualsiasi cosa per saper esprimere i suoi sentimenti a parole come faceva Anna; ma la natura e l’abitudine la costrinsero a fare
diversamente, così lei si limitò ad abbracciare stretta la ragazza stringendosela al cuore, desiderando di non doverla mai lasciare andar via.
Matthew, con gli occhi sospettosamente umidi, si alzò e uscì. Sotto le stelle e il cielo blu di quella notte d’estate camminò agitato per il cortile fino
al cancello sotto i pioppi.
“Be’, ora scommetto che non l’ho affatto viziata”, mormorò orgoglioso, “Scommetto che essermi immischiato di tanto in tanto non le abbia fatto
per nulla male. È intelligente, carina e adorabile, che è meglio di qualunque altra cosa. È stata una benedizione per noi e non c’è mai stato errore
più fortunato di quello fatto dalla signora Spencer... se è stata la fortuna. Io non credo sia stata una cosa del genere. È stata la Provvidenza, perché
l’Onnipotente sapeva che avevamo bisogno di lei, ne sono sicuro.”
E finalmente arrivò il giorno in cui Anna dovette andare in città. Lei e Matthew partirono in un bel mattino di settembre, dopo un addio pieno di
lacrime con Diana e un altro pratico e senza lacrime, almeno dal canto di quest’ultima, con Marilla. Ma quando Anna fu partita Diana si asciugò
le lacrime e andò a un picnic alle Sabbie Bianche con alcuni suoi cugini di Carmody, sforzandosi di divertirsi in maniera tollerabile; mentre
Marilla si tuffò con fierezza in alcuni lavori non necessari e li proseguì tutto il giorno con la più amara malinconia... quella malinconia che brucia,
e tormenta, e che non può essere lavato via con le lacrime. Ma quella sera, quando Marilla andò a letto ed ebbe l’acuta e infelice consapevolezza
che la stanzetta della soffitta di est in fondo al corridoio fosse disabitata da una vivace e giovane presenza, che nessun dolce sospiro vi si muoveva,
seppellì il volto tra i cuscini e pianse per la sua ragazza in un tumulto di singhiozzi che la preoccupò quando si calmò abbastanza da riflettere
quanto fosse perfido da parte sua prendersela tanto per un’altra creatura peccatrice come lei.
Anna e gli altri studenti di Avonlea raggiunsero la città appena in tempo per andare all’Accademia. Quel primo giorno passò abbastanza piacevolmente
in un turbine di emozioni, incontrarono i nuovi studenti, impararono a conoscere di vista i professori e vennero divisi e organizzati nelle rispettive
classi. Anna intendeva seguire il lavoro del Secondo Anno, come le aveva consigliato la signorina Stacy. Anche Gilbert Blythe aveva deciso
di fare lo stesso. Questo voleva dire ottenere la licenza d’insegnante di Prima Classe in un anno invece che in due, se fossero andati bene; ma
voleva anche dire lavorare di più e più duramente. Jane, Ruby, Josie, Charlie e Moody Spurgeon, che non sentivano il pungolo dell’ambizione, si
accontentarono di seguire il Secondo Corso. Anna sentì una fitta di solitudine quando si trovò in classe con cinquanta altri studenti, e lei non ne
conosceva nessuno, eccezion fatta per quel ragazzo alto, dai capelli castani, all’altro capo dell’aula; e conoscerlo come lo conosceva lei non era
di molto aiuto, rifletté con pessimismo. Eppure era innegabilmente grata di essere nella sua stessa classe; la vecchia rivalità poteva continuare,
difficilmente Anna avrebbe saputo cosa fare se le fosse mancata.
“Non mi sentirei a mio agio, senza”, pensò, “Gilbert sembra terribilmente determinato. Immagino che abbia deciso, qui e adesso, di vincere la
medaglia. Ha uno splendido mento! Non l’avevo mai notato prima. Come vorrei che anche Jane e Ruby avessero scelto la Prima Classe. Forse
quando comincerò a fare amicizie non mi sentirò più come un gatto in trappola. Chissà quali di queste ragazze diventeranno mie amiche? È una
congettura veramente interessante. Naturalmente ho promesso a Diana che nessuna ragazza della Queen’s, per quanto possa piacermi, mi sarà mai
cara quanto lei; però ho ancora tanto affetto da dare a eventuali seconde migliori amiche. Mi piace l’aspetto di quella ragazza con gli occhi marroni
e la camicetta cremisi, sembra vivace e allegra. Poi c’è quella pallida e graziosa che guarda fuori dalla finestra. Ha capelli deliziosi e sembra sapere
un paio di cose sui sogni. Mi piacerebbe conoscerle entrambe... conoscerle bene, intendo, abbastanza bene da passeggiare con loro a braccetto e
darci dei soprannomi. Ma adesso non le conosco, loro non conoscono me e probabilmente non vogliono neppure conoscere proprio me. Quanto
mi sento sola!”
E si sentì ancora più sola quando, al crepuscolo, Anna si trovò da nella sua stanza da letto. Non alloggiava con le altre ragazze, che avevano
tutte parenti in città a preoccuparsi per loro. La signorina Josephine Barry l’avrebbe ospitata volentieri, ma Boscodifaggio era troppo lontano
dall’Accademia e star lì era fuori questione, così la signorina Barry le aveva scovato un pensionato che, aveva garantito a Matthew e Marilla, era
il posto adatto per Anna.
“La signora che lo gestisce è una gentildonna che ha avuto problemi economici”, aveva spiegato la signorina Barry, “Suo marito era un ufficiale
Britannico, lei è sempre molto attenta a chi si prende a pensione. Anna non incontrerà nessuno di sconveniente sotto il suo tetto. Lì si mangia bene,
la casa è vicino all’Accademia e i dintorni sono tranquilli.”
E questo poteva anche essere vero, in effetti era così, ma non aiutò concretamente Anna nel suo primo attacco di nostalgia di casa. Guardò
tristemente la sua stretta stanzetta, con quella scialba carta da parati senza disegni, la piccola testiera di ferro del letto e la libreria vuota; le venne
un terribile groppo alla gola al pensiero della sua stanzetta bianca ai Tetti Verdi, dove avrebbe avuto la piacevole consapevolezza di tutto quel
verde fuori, dei piselli dolci che crescevano in giardino, del chiaro di luna sul frutteto, del ruscello sotto il pendio e degli abeti rossi che, più dietro,
scuotevano i rami nel vento della notte, del grande cielo stellato e della luce che brillava, dalla finestra di Diana, attraverso gli spazi tra gli alberi.
Qui non c’era nulla del genere; Anna sapeva che fuori dalla finestra c’erano solo una strada dura, con un reticolo di fili del telefono a chiudere
il cielo, il calpestio di piedi sconosciuti e migliaia di luci che splendevano su volti estranei. Capì che stava per mettersi a piangere e cercò di
trattenersi.
“Non devo piangere. È stupido... ed è da deboli... ecco la terza lacrima che mi cade sul naso. E ne arrivano altre! Devo pensare a qualcosa di
divertente per fermarle. Ma qui non c’è niente di divertente, a parte le cose legate ad Avonlea, e questo peggiora tutto... quattro... cinque... torno
a casa venerdì prossimo, ma mi sembra che sia fra cent’anni. Matthew dev’essere di ritorno a casa, adesso... e Marilla è sul cancello che scruta il
viale aspettandosi di vederlo arrivare... sei... sette... otto... Oh, ma a che serve contarle? Stanno scorrendo come un fiume. Non riesco a distrarmi...
non voglio distrarmi. È meglio essere infelici!”
E il fiume di lacrime sarebbe senza dubbio arrivato se in quel momento non forse apparsa Josie Pye. Nella gioia di vedere un volto familiare, Anna
dimenticò che non c’era mai stata molta simpatia tra lei e Josie. Facendo parte della vita di Avonlea, perfino una Pye era ben accetta.
“Come sono felice che sei venuta”, disse Anna sincera.
“Hai pianto”, sottolineò Josie con un’irritante atteggiamento di compassione, “Hai nostalgia di casa, immagino... certa gente ha così poco
autocontrollo in questi casi. Ti dirò, io non ho nessuna intenzione di farmi venire nostalgia di casa. La città è troppo divertente dopo quella vecchia,
noiosa Avonlea. Chissà come ho fatto a resisterci finora? Non dovresti piangere, Anna; non ti dona, perché ti fa arrossare gli occhi e il naso e poi
diventi tutta rossa. Io ho passato una giornata di prim’ordine oggi all’Accademia. Il nostro professore di francese è semplicemente adorabile. Ha
dei baffi che mi fanno venire le palpitazioni. Hai qualcosa da mangiare, Anna? Sto letteralmente morendo di fame. Ah, dicevo che Marilla doveva
averti dato dietro una torta, ecco perché sono venuta qui, altrimenti me ne sarei andata con Frank Stockley al parco a sentir suonare la banda. Lui
è a pensione dove sono io ed è un tipo spiritosissimo. Ti ha notato oggi in classe, mi ha chiesto chi fosse la ragazza dai capelli rossi. Gli ho detto
che sei un’orfana che i Cuthbert hanno adottato e che nessuno sa molto di quel che eri prima.”
Anna si domandò se dopotutto la solitudine e le lacrime non fossero meglio della compagnia di Josie Pye, quando arrivarono Jane e Ruby, ognuna
di loro con un pollice di nastro coi colori, porpora e scarlatto, della Queen’s appuntato al cappotto. Dal momento che Josie proprio in quel periodo
non “parlava più” con Jane dovette rassegnarsi ed essere relativamente innocua.
“Be’”, sospirò Jane, “Mi sembra che siano passate diverse lune da stamattina. Dovrei essere a casa a studiarmi Virgilio, quell’orribile professore
ci ha dato venti righe da imparare per domani. Ma stasera non riuscivo proprio a mettermi a studiare. Anna, quelle sono tracce di lacrime? Se
hai pianto devi ammetterlo, mi aiuterebbe a ritrovare la mia autostima, perché stavo piangendo come una fontana prima che arrivasse Ruby. Non
m’importa di sembrare una stupida se lo fa pure qualcun altro. Torta? Me ne dai un pezzetto? Grazie. Ha il vero aroma di Avonlea!”
Ruby, notando il calendario della Queen’s sul tavolo, chiese ad Anna se intendesse tentare di vincere la medaglia d’oro.
Anna arrossì e ammise di averci pensato.
“Oh, questo mi fa ricordare”, disse Josie, “Che la Queen’s offrirà una borsa di studio Avery. L’hanno deciso oggi. A me l’ha detto Frank Stockley,
lui lo sa perché suo zio è uno del ministero. In Accademia lo diranno domani.”
Una borsa di studio Avery! Anna sentì che il cuore cominciò a batterle più forte e che gli orizzonti della sua ambizione si spostarono e si estesero
come per magia. Prima che Josie desse questa notizia il culmine della sua aspirazione era ottenere una licenza come insegnante di provincia, una
Prima Classe, alla fine dell’anno, e forse una medaglia! Ma ora, in un istante, prima ancora che l’eco delle parole di Josie si smorzasse, Anna si
vide vincere la borsa di studio Avery, seguire i corsi di storia dell’arte al Redmond College, laurearsi con la toga e il tocco. Perché la borsa di studio
Avery era in Inglese e Anna sapeva che questo era il suo campo.
Un ricco industriale di New Brunswick era morto e aveva lasciato parte delle sue fortune come dote da distribuire a un gran numero di studenti
tra i diversi licei e accademie delle Province Marittime, in base alla loro importanza. C’erano stati molti dubbi se fosse il caso di assegnarne una
alla Queen’s, ma poi era stato deciso di sì, e a fine anno il diplomando che avesse raggiunto il punteggio più alto in Inglese e in lettere avrebbe
vinto la borsa di studio... duecentocinquanta dollari all’anno per quattro anni al Redmond College. Non c’è da meravigliarsi se quella notte Anna
si addormentò con le guance in fiamme.
“Vincerò quella borsa di studio, se lavoro duro posso farcela”, decise, “Quanto sarebbe orgoglioso Matthew se io mi laureassi in Storia dell’Arte?
È delizioso avere ambizioni. E sembrano non avere mai fine... è questa la parte migliore. Appena ne consegui una ecco che ne compare un’altra
ancora più scintillante e più alta. Rendono la vita così interessante!”
Capitolo 35 – Inverno alla Queen’s

La nostalgia di Anna svanì in fretta, molto aiutata, in questo, dalle sue visite a casa nei fine settimana. Finché durò il bel tempo gli studenti di
Avonlea prendevano il nuovo treno per Carmody ogni venerdì sera. Diana e molti altri giovani di Avonlea gli andavano generalmente incontro
e poi passeggiavano tutti insieme, in allegra comitiva, fino ad Avonlea. Anna pensava che quei venerdì sera passati a girovagare tra le colline
autunnali in quella frizzante aria dorata, mentre le luci delle case di Avonlea splendevano più dietro, fossero le ore migliori e le più preziose di
tutta la settimana.
Gilbert Blythe camminava quasi sempre accanto a Ruby Gillis e le portava la cartella. Ruby era diventata una fanciulla molto bella, ma pensava di
essere un po’ più grande di quanto non fosse in realtà, indossava le gonne della lunghezza massima che le permettesse sua mamma e quando era
in città portava i capelli raccolti, anche se doveva scioglierli quando tornava in paese. Aveva grandi occhi azzurro chiaro, un incarnato luminoso e
una figura paffuta e appariscente. Rideva moltissimo, era allegra e gentile e si godeva apertamente le cose piacevoli della vita.
“Ma non credo che sia il genere di ragazza che possa piacere a Gilbert”, sussurrò Jane ad Anna. Anna la pensava come lei, ma non disse nulla per
via della borsa di studio Avery. Non riusciva a smettere di pensare che sarebbe stato bellissimo avere un amico come Gilbert con cui scherzare,
chiacchierare e scambiarsi idee sui libri, lo studio e le ambizioni. Lei sapeva che Gilbert aveva ambizioni, e Ruby Gillis non pareva essere il tipo
di persona con cui fosse utile discutere.
In Anna non c’era sciocco sentimentalismo a proposito di Gilbert. Per lei i ragazzi, quando ci pensava, erano solo possibili buoni amici. Se lei e
Gilbert fossero stati amici non le sarebbe importato chi altri lui frequentasse o con chi andasse a passeggio. Anna aveva un gran senso dell’amicizia;
di amiche ne aveva tante, però aveva la vaga consapevolezza che un’amicizia maschile avrebbe potuto essere una cosa positiva per allargare i
propri concetti di amicizia e di compagnia e le avrebbe fatto ampliare i suoi punti di vista nel giudicare e nel confrontarsi. Gilbert era un giovanotto
in gamba, aveva opinioni personali sulle cose ed era deciso a prendere e a dare il meglio dalla vita.
Ruby Gillis aveva detto a Jane Andrews di non capire neppure la metà delle cose che Gilbert Blythe diceva. Lui parlava proprio come faceva Anna
Shirley quando era pensierosa e lei, dal canto suo, non trovava per nulla divertente interessarsi a libri e cose simili quando non c’era costretta.
Frank Stockley era un tipo molto più allegro, ma non era bello neanche la metà di Gilbert e lei non riusciva proprio a decidersi chi dei due le
piacesse di più.
Gradualmente Anna si creò, all’Accademia, una piccola cerchia di amicizie, studenti pensierosi, pieni di fantasia e ambiziosi come lei. Presto
divenne intima amica della “ragazza in rosa e rosso”, Stella Maynard, e della “ragazza dall’aria sognante”, Priscilla Grant, e scoprì che quest’ultima,
pallida e dal volto spirituale, era furbissima, vivace e allegra, mentre Stella, dagli occhi neri e brillanti, aveva il cuore pieno di desideri e sogni
intensi, eterei e iridescenti come quelli di Anna.
Dopo le vacanze di Natale gli studenti di Avonlea smisero di tornare a casa al venerdì e si misero a lavorare con impegno. Entro questo tempo gli
allievi della Queen’s avevano preso a gravitare attorno ai loro posti, tenendosi nei ranghi, e ogni classe aveva assunto le proprie sfumature distintive
e stabili. Certi fatti erano ormai accettati da tutti. Si sapeva che ormai la cerchia dei pretendenti alla medaglia si era ristretta a tre studenti: Gilbert
Blythe, Anna Shirley e Lewis Wilson. Per la borsa di studio Avery si era più in dubbio, chiunque fra certi sei alunni era un possibile vincitore.
La medaglia di bronzo per la matematica era già considerata bella che vinta da un ragazzo di campagna piccolo, buffo e cicciottello, dalla fronte
grossa e il cappotto rattoppato.
All’Accademia Ruby Gillis era la ragazza più bella dell’anno; nei corsi del Secondo Anno era Stella Maynard a portare la palma della bellezza, con
una piccola, critica minoranza in favore di Anna Shirley. Una giuria competente aveva deciso che Ethel Marr avesse l’acconciatura più elegante e
Jane Andrews – la semplice, infaticabile, coscienziosa Jane – si conquistò gli onori della migliore al corso di economia domestica. Perfino Josie
Pye ottenne una certa preminenza per essere la ragazza dalla lingua più tagliente che avesse mai frequentato la Queen’s. Perciò si può ben dire che
i vecchi alunni della signorina Stacy si difesero bene nella grande arena dei corsi accademici.
Anna lavorò duro e con diligenza. La sua rivalità con Gilbert era anche più intensa di quanto fosse mai stata alla scuola di Avonlea, anche se
la maggior parte della classe la ignorava, ma in qualche modo non era più aspra come prima. Anna non desiderava più vincere per il gusto di
sconfiggere Gilbert, piuttosto per l’orgogliosa consapevolezza di una vittoria meritata su un rivale degno di rispetto. Valeva la pena vincere, ma
non pensava più che la vita potesse diventare insopportabile se non l’avesse battuto.
Nonostante i compiti, gli studenti ebbero molte opportunità di trascorrere momenti piacevoli. Anna passò gran parte del suo tempo libero a
Boscodifaggio e generalmente la domenica pranzava lì, per poi andare in chiesa assieme alla signorina Barry. Quest’ultima, dovette ammettere,
stava invecchiando, ma i suoi occhi neri non si indebolirono mai, né la sua lingua divenne meno tagliente. Però questa non veniva mai affilata su
Anna, che restava la preferita per la critica, vecchia signora.
“Quell’Anna non fa che migliorare”, disse, “Le altre ragazze mi stancano... sono tutte fastidiosamente ed eternamente uguali. Anna ha tante
sfumature, tanti colori, e ogni sfumatura è migliore della precedente. Non so se sia ancora divertente com’era da bambina, però è una che si fa
amare e a me piacciono le persone che si fanno amare. Mi risparmiano la fatica di doverle amare io per prima.”
Poi, prima che chiunque potesse accorgersene, arrivò la primavera; fuori, ad Avonlea, i biancospini si affacciavano rosei nelle pianure appassite
dove ancora indugiavano festoni di neve, e vapori verdi si diffondevano nei boschi e nelle valli. Ma a Charlottetown i tormentati alunni della
Queen’s pensavano e discutevano solo degli esami.
“Non sembra possibile che l’anno sia già finito”, disse Anna, “In autunno sembrava tanto lontano... un intero inverno di compiti e lezioni. Ed
eccoci qua, con la minaccia degli esami già la prossima settimana. Ragazze, a volte mi sento come se quegli esami volessero dire tutto nella vita,
ma poi guardo i germogli crescere su quei noccioli, e l’aria azzurra e vaporosa in fondo alla strada, e allora non mi sembrano più così importanti.”
Jane, Ruby e Josie, che erano appena entrate, non erano di quest’idea. Per loro i prossimi esami erano costantemente importantissimi... molto più
importanti dei germogli di nocciolo o delle nebbioline di maggio. Certo, per Anna, che sarebbe stata sicuramente promossa, andava bene sminuirli
di tanto in tanto, ma quando il tuo futuro dipende da quegli esami – e le ragazze erano fermamente convinte che per loro le cose stessero così – non
riesci a considerarli con tanta filosofia.
“Nelle ultime due settimane ho perso sette libbre1515”, sospirò Jane, “È inutile dire di non preoccuparsi, io mi preoccupo. Preoccuparsi aiuta...
quando ti preoccupi almeno ti sembra di star facendo qualcosa. Sarebbe terribile non riuscire a prendere la licenza dopo essere stata tutto l’inverno
alla Queen’s e aver speso tanti soldi.”
“A me non importa”, disse Josie Pye, “Se non supero gli esami quest’anno posso tornare qui l’anno prossimo. Mio papà può permetterselo. Anna,
Frank Stockley mi ha detto che il professor Tremain ha detto che la medaglia la vincerà sicuramente Gilbert Blythe e che probabilmente sarà Emily
15 15 Poco più di 3 chilogrammi (NDT)
Clay a ottenere la borsa di studio Avery.”
“Questo potrà farmi star male domani, Josie”, rise Anna, “Ma onestamente ora mi sento che finché le violette continuano a spuntare, tutte porpora,
nella valletta sotto i Tetti Verdi e le piccole felci fanno capolino nel Viale degli Innamorati, non fa molta differenza se prendo la borsa di studio
Avery oppure no. Io ho fatto del mio meglio, e credo di aver cominciato a capire cosa sia ‘la gioia della contesa’. Dopo provarci e vincere, la cosa
migliore è provarci e sbagliare. Ragazze, non parliamo degli esami! Guardate quell’arco di cielo verde pallido sopra le case e immaginatevi come
dev’essere sui boschi di faggio scuri e purpurei ad Avonlea.”
“Jane, che ti metterai per la cerimonia di diploma?”, domandò pratica Ruby.
Jane e Josie risposero contemporaneamente e il discorso scivolò sul turbinoso argomento della moda. Ma Anna, coi gomiti sul davanzale della
finestra, le morbide guance posate sulle mani giunte, gli occhi pieni di visioni, guardò distrattamente fuori, oltre i tetti e le guglie della città e quella
magnifica cupola del cielo al tramonto, e compose sogni di un avvenire possibile con quel tessuto dorato che è l’ottimismo giovanile. Tutto il
Futuro era suo, con le sue opportunità che si affacciavano rosee sugli anni a venire, e ogni anno era una rosa di promesse da tessere in una ghirlanda
immortale.
Capitolo 36 – La gloria e il sogno

Il giorno in cui i risultati degli esami vennero esposti nella bacheca della Queen’s, Anna e Jane fecero insieme la strada fino all’Accademia. Jane
era sorridente e felice: gli esami erano finiti e lei era abbastanza certa di averli, bene o male, superati. Ulteriori preoccupazioni non la turbavano;
Jane non aveva alte ambizioni e di conseguenza le inquietudini che le accompagnano non la toccavano. C’è un prezzo da pagare per tutto quello
che otteniamo o prendiamo a questo mondo, e anche se le ambizioni sono importanti, non sono a buon mercato, ma esigono il loro tributo di lavoro
e abnegazione, di ansietà e scoramento. Anna era pallida e tranquilla; fra dieci minuti avrebbe saputo chi aveva vinto la medaglia e chi la borsa di
studio Avery. Oltre a questi dieci minuti in quel momento non le sembrava che potesse esistere null’altro degno di chiamarsi Tempo.
“Naturalmente tu vincerai almeno uno dei due”, disse Jane, che non poteva ammettere che il corpo insegnanti fosse così sgarbato da decidere
altrimenti.
“Non ho speranze per l’Avery”, disse Anna, “Dicono tutti che sarà Emily Clay a vincerlo. E io non voglio andare a guardare su quella bacheca
prima di tutti. Non ne ho il coraggio! Me ne vado difilato nello spogliatoio delle ragazze. Tu, Jane, leggi l’avviso e poi vieni a dirmelo. E t’imploro,
in nome della nostra vecchia amicizia, di fare più in fretta che puoi. Se ho fallito me lo devi dire, senza giri di parole per addolcirmi la notizia; e i
ogni caso non devi compatirmi. Me lo prometti, Jane?”
Jane promise solennemente, ma per quel che accadde tale promessa si rivelò inutile. Quando superarono i gradini d’ingresso della Queen’s
trovarono l’atrio pieno di ragazzi che portavano Gilbert Blythe in spalla e strillavano a pieni polmoni: “Urrà per Blythe Medaglia d’Oro!”
Per un istante Anna provò una spiacevole stilettata di sconfitta e delusione. Così lei aveva fallito e Gilbert aveva vinto! A Matthew sarebbe
dispiaciuto... lui era così sicuro che avrebbe vinto lei.
E poi!
Qualcuno gridò:
“Tre urrà per la signorina Shirley, che ha vinto l’Avery!”
“Oh, Anna!”, ansimò Jane mentre correvano tra gli applausi nello spogliatoio delle ragazze, “Oh, Anna, sono così orgogliosa! Non è splendido?”
E poi tutte le altre ragazze le circondarono e Anna fu al centro delle risate e delle congratulazioni del gruppo. Le diedero pacche sulle spalle e le
strinsero la mano energicamente. La spinsero, la tirarono, l’abbracciarono e in tutto questo lei riuscì a sussurrare a Jane:
“Quanto ne saranno felici Matthew e Marilla! Devo scrivere subito a casa.”
La cerimonia della consegna dei diplomi fu il secondo avvenimento più importante ed ebbe luogo nella grande sala delle assemblee dell’Accademia.
Si tennero discorsi, si lessero saggi, si cantarono canzoni e si consegnarono pubblicamente diplomi, premi e medaglie.
Matthew e Marilla erano lì e avevano occhi e orecchie per una sola studentessa sul palco, una ragazza alta con un abito verde pallido, le guance
arrossate e gli occhi splendenti, che lesse il miglior saggio e venne indicata, e nominata sottovoce, come la vincitrice dell’Avery.
“Sono sicuro che adesso sei contenta che l’abbiamo tenuta, vero, Marilla?”, mormorò Matthew quando Anna ebbe finito di leggere, parlando per
la prima volta da che aveva messo piede nel salone.
“Non è la prima volta che ne sono contenta”, ribatté Marilla, “Ti piace insistere, eh, Matthew Cuthbert?”
La signorina Barry, seduta dietro di loro, si sporse in avanti e col parasole diede un colpetto sulla schiena di Marilla, per chiamarla.
“Non siete orgogliosi di Anna? Io sì”, disse.
Quella sera Anna tornò ad Avonlea con Matthew e Marilla. Non tornava a casa da aprile e sapeva che non ce l’avrebbe fatta a resistere neppure per
un altro giorno. I fiori di melo erano sbocciati e il mondo era giovane e fresco. Diana le venne incontro ai Tetti Verdi. Nella sua stanzetta bianca,
Marilla aveva sistemato una piantina di rose in fiore sul davanzale, Anna si guardò intorno e trasse un profondo sospiro di felicità.
“Oh, Diana, com’è bello tornare a casa. Com’è bello vedere quegli abeti appuntiti contro il cielo rosa... e il frutteto bianco, e la Regina delle Nevi.
Non è delizioso questo aroma di menta? E questa rosa tea... è una canzone, una speranza e una preghiera, tutto in uno. È com’è bello rivederti,
Diana!”
“Pensavo che tu preferissi Stella Maynard”, disse Diana in tono di rimprovero, “Me l’ha detto Josie Pye. Josie dice che eri pazza di lei!”
Anna scoppiò a ridere e colpì Diana coi gigli appassiti del suo bouquet.
“Stella Maynard è la ragazza più cara del mondo dopo un’altra, e quell’altra sei tu, Diana”, disse, “Ti voglio più bene che mai... e ho così tante
cose da dirti. Ma ora mi basta star seduta qui a guardarti. Sono così stanca... stanca di essere studiosa e ambiziosa. Domani voglio passare almeno
due ore sdraiata nel frutteto senza pensare assolutamente a niente.”
“Sei andata magnificamente, Anna. Immagino che ora che hai vinto l’Avery non insegnerai più.”
“No, a settembre vado al Redmond. Non è meraviglioso? Avrò un nuovo carico di ambizioni pronte dopo tre meravigliosi, scintillanti mesi di
vacanza. Jane e Ruby insegneranno. Non è splendido pensare che ce l’abbiamo fatta tutti, anche Moody Spurgeon e Josie Pye?”
“Il consiglio di amministrazione di Newbridge ha già offerto a Jane la sua scuola”, disse Diana, “Anche Gilbert Blythe insegnerà. Deve farlo, suo
padre non può permettersi di mandarlo all’università l’anno prossimo, così intanto lui vuole guadagnarsi da solo i soldi per andarci. Mi aspetto che
gli diano questa scuola se la signorina Ames decide di andarsene.”
Anna provò un senso di delusa sorpresa. Non lo sapeva, questo; si aspettava che anche Gilbert sarebbe andato al Redmond. Che avrebbe fatto senza
l’ispirazione della sua rivalità con lui? Il suo lavoro, anche all’università e con la prospettiva di una vera laurea, non sarebbe stato noioso senza il
suo miglior nemico?
Il mattino dopo, a colazione, Anna notò improvvisamente che Matthew non sembrava stare affatto bene. Di sicuro era molto più grigio dell’anno
prima.
“Marilla”, disse esitando quando lui fu uscito, “Matthew sta bene?”
“No, per niente”, disse Marilla preoccupata, “Ha avuto seri problemi al cuore e non vuole risparmiarsi neanche un po’. Mi sono preoccupata
davvero tanto, ma adesso sta un po’ meglio, e poi abbiamo assunto un lavorante, perciò spero che si riposi un po’ per riprendere forze. Forse lo farà
ora che sei tornata a casa, tu lo rendi sempre tanto felice.”
Anna si sporse sul tavolo e prese tra le mani il volto di Marilla.
“Anche tu non sembri star bene come vorrei, Marilla. Sembri stanca e hai lavorato troppo. Ora che ci sono io devi riposarti. Mi prenderò solo
questa giornata per visitare tutti i miei posti preferiti e per seguire i miei vecchi sogni, poi sarà il tuo turno per oziare, farò io tutto il lavoro.”
Marilla sorrise alla ragazza con affetto.
“Non è il lavoro... è la mia testa. Mi fa male spesso, adesso, qui dietro gli occhi. Il dottor Spencer mi scoccia sempre con quella storia degli occhiali,
ma non mi fanno niente. C’è un importante oculista che viene nell’Isola il prossimo giugno, il dottore dice che devo vederlo. Immagino che dovrò
farlo, non riesco più a leggere né a cucire agevolmente, adesso. Be’, Anna, devo ammettere che alla Queen’s sei stata proprio brava. Prendere la
licenza di Prima Classe in un anno e vincere la borsa di studio Avery... bene, bene, la signora Lynde dice che l’orgoglio dura poco e che lei non
crede nel dare un’educazione superiore alle donne, dice che non si addice alla vera sfera d’azione femminile. Ma io non credo neanche a una di
queste parole. Parlando di Rachel, mi sono ricordata una cosa... di recente non hai sentito nulla a proposito della Banca Abbey, Anna?”
“Ho sentito dire che vacilla”, rispose Anna, “Perché?”
“È quello che mi ha detto anche Rachel. È stata qui un giorno, la scorsa settimana, e ha detto che in giro se ne parla. Matthew si è preoccupato
parecchio, tutti i nostri risparmi, ogni singolo centesimo, sono in quella banca. Volevo che Matthew li passasse subito alla Banca Savings, ma il
vecchio signor Abbey era un caro amico di papà e noi abbiamo sempre depositato i nostri soldi da lui. Matthew dice che qualunque banca che abbia
lui come capo va bene per chiunque.”
“Io credo che da anni lui sia il capo solo nominalmente”, disse Anna, “È molto anziano, sono i suoi nipoti a dirigere davvero l’istituto.”
“Be’, quando Rachel ci ha detto quelle cose io volevo che Matthew ritirasse subito i nostri soldi, lui ha detto che ci avrebbe pensato. Ma ieri il
signor Russell gli ha detto che la banca era a posto.”
Anna trascorse una bella giornata all’aperto. Non dimenticò mai quel giorno, era così chiaro, dorato e bello, così privo di ombre e così generoso
di fiori. Anna passò alcune delle sue ore migliori nel frutteto, andò alla Bolla della Driade, al Laghetto dei Salici e alla Vallata Violetta; andò
al presbiterio ed ebbe una piacevole conversazione con la signora Allan; finalmente, in serata, accompagnò Matthew a riprendere le mucche,
attraverso il Viale degli Innamorati e verso il pascolo sul retro. Il bosco era soffuso della luce del tramonto e del caldo splendore che vi si riversava
dagli spazi tra le colline a ovest. Matthew camminava lentamente, chinando la testa; Anna, alta ed eretta, accordava il suo passo elastico a quello
di lui.
“Matthew, oggi hai lavorato troppo duramente”, lo rimproverò, “Perché non te la prendi con più calma?”
“Be’, non ci riesco”, disse Matthew aprendo il cancello del cortile per far passare le mucche, “È solo che sto invecchiando, Anna, e me ne
dimentico. Sai, io ho sempre lavorato duro e preferisco cadere mentre faccio il mio dovere.”
“Se fossi il ragazzo che avevate chiesto”, desiderò ardentemente Anna, “Potrei aiutarti in mille modi per risparmiarti queste fatiche. Vorrei essere
un ragazzo solo per questo.”
“Be’, invece io preferisco avere te piuttosto che una dozzina di ragazzi, Anna”, disse Matthew accarezzandole la testa, “Ricordatelo... piuttosto che
una dozzina di ragazzi. E poi, non è stato un ragazzo a vincere la borsa di studio Avery, no? È stata una ragazza... la mia ragazza... la mia ragazza
di cui sono tanto orgoglioso!”
Le sorrise, col suo sorriso timido, mentre entrava in cortile. Anna portò con sé la memoria di quel momento quando andò in camera sua e si mise
a sedere per un bel po’ davanti alla finestra, pensando al passato e sognando il futuro. Fuori la Regina delle Nevi era bianca e vaporosa sotto i
raggi della luna; le rane cantavano nelle paludi dietro il Pendio del Frutteto. Anna ricordò per sempre la bellezza argentea e tranquilla e la calma
fragrante di quella sera. Era l’ultima sera prima che il dolore toccasse la sua vita; e nessuna vita può più essere la stessa dopo che quel tocco freddo
e purificante l’ha raggiunta.
Capitolo 37 – La mietitrice il cui nome è Morte

“Matthew... Matthew... che ti succede? Matthew, stai male?”


Era Marilla a parlare, e ogni traballante parola era d’allarme. Anna arrivò dall’ingresso, le mani piene di narcisi bianchi – passò molto tempo prima
che lei potesse amare di nuovo la vista o l’odore dei narcisi bianchi – in tempo per sentirla e per vedere Matthew che se ne stava sull’ingresso del
portico, un giornale ripiegato tra le mani, il volto stranamente tirato e grigio. Anna lasciò cadere i fiori e, attraversando la cucina, lo raggiunse di
corsa, nello stesso momento di Marilla. Arrivarono entrambe troppo tardi; prima che potessero raggiungerlo Matthew era crollato sull’uscio.
“È svenuto”, ansimò Marilla, “Anna, corri a chiamare Martin... svelta, svelta! È nel granaio!”
Martin, il lavorante, era appena rincasato dall’ufficio postale e corse subito dal dottore fermandosi, per strada, al Pendio del Frutteto per avvisare il
signor e la signora Barry. La signora Lynde, che era lì per una commissione, venne anche lei. Trovarono Anna e Marilla che stavano disperatamente
tentando di rianimare Matthew.
La signora Lynde le allontanò dolcemente, gli provò il polso e poi gli poggiò un orecchio sul cuore. Guardò i volti ansiosi delle altre due e le
lacrime cominciarono a scenderle dagli occhi.
“Oh, Marilla”, disse grave, “Io non credo... non c’è più niente che possiamo fare per lui.”
“Signora Lynde, non penserete che... non crederete che Matthew sia... sia...”, Anna non riuscì a dire quell’orribile parola, e divenne abbattuta e
pallida.
“Tesoro, sì. Temo proprio di sì. Guarda la sua faccia. Quando ne avrai visto tante quanto me saprai cosa intendo.”
Anna guardò quel volto immobile e vi vide il sigillo della Grande Presenza.
Quando arrivò, il dottore disse che la morte era stata istantanea e probabilmente indolore, causata verosimilmente da un collasso improvviso. Il
motivo di quel collasso fu poi trovato nel giornale che Matthew stringeva in mano e che Martin aveva portato quel mattino dall’ufficio postale.
Conteneva un resoconto sul fallimento della Banca Abbey.
La notizia si diffuse in fretta ad Avonlea e per tutto il giorno amici e vicini affollarono i Tetti Verdi andando e venendo con i loro carichi di
gentilezza per i morti e per i vivi. Per la prima volta il timido, tranquillo Matthew fu al centro dell’attenzione; la bianca maestà della morte era
caduta su di lui e l’aveva separato dagli altri come con una corona.
Quando la notte quieta scese dolcemente sui Tetti Verdi la vecchia casa tornò silenziosa e calma. Nel salotto Matthew giaceva nella bara, i lunghi
capelli grigi che incorniciavano il volto placido su cui aleggiava un sorriso gentile, come se stesse solo dormendo e facendo sogni piacevoli.
Attorno a lui c’erano fiori, fiori profumati e di foggia antiquata che sua mamma aveva piantato nel giardino della fattoria il giorno delle sue nozze
e per i quali Matthew aveva sempre provato un amore muto e segreto. Anna li aveva raccolti e glieli aveva portati, gli occhi angosciati e asciutti le
bruciavano nel volto pallido. Era l’ultima cosa che potesse fare per lui.
I Barry e la signora Lynde si fermarono da loro quella notte. Diana andò alla soffitta di est, dove Anna se ne stava alla finestra, e le disse dolcemente:
“Anna cara, vuoi che resti a dormire con te questa notte?”
“Grazie, Diana”, Anna guardò con franchezza l’amica negli occhi, “Penso che non mi fraintenderai se ti dico che preferisco stare da sola. Non ho
paura. Non sono potuta rimanere sola neanche un minuto da quando è successo... e ora voglio restare un po’ da sola. Voglio starmene in silenzio e
tranquilla e cercare di rendermi conto di cosa è accaduto. Non riesco a rendermene conto. La metà delle volte mi sembra impossibile che Matthew
sia morto, e l’altra metà mi sembra che sia morto da tanto tempo e che io provi quest’orribile dolore sordo da allora.”
Diana non capì tutto. Riusciva a comprendere di più il dolore veemente di Marilla, che nel suo irrompere tempestoso spezzava tutti i limiti della
riservatezza naturale e delle abitudini di una vita, che non l’agonia senza lacrime di Anna. Ma se ne andò, gentilmente, lasciando Anna da sola
nella sua prima veglia di dolore.
Anna sperava che con la solitudine arrivassero anche le lacrime. Le sembrò terribile non riuscire a versare lacrime per Matthew, a cui aveva voluto
tanto bene e che era stato tanto gentile con lei, Matthew che aveva passeggiato con lei ieri sera al tramonto e che ora era disteso in quella buia
stanza al piano di sotto con quell’orribile pace sul volto. Ma all’inizio non vennero lacrime, neppure quando s’inginocchiò al buio, accanto alla
finestra, e pregò, guardando le stelle alte sopra le colline... niente lacrime, solo lo stesso, tremendo dolore sordo d’infelicità che continuò a farle
male finché non si addormentò, fiaccata dal dolore e dalle emozioni del giorno.
Di notte si svegliò, con la tranquillità e il silenzio che la circondavano, e il ricordo del giorno prima le venne addosso come un’ondata di dispiacere.
Poteva vedere il volto di Matthew sorriderle come le aveva sorriso quando si erano separati al cancello la sera prima... poteva sentire la sua voce
dire “La mia ragazza... la mia ragazza di cui sono tanto orgoglioso”. Allora le lacrime arrivarono e Anna pianse con tutto il suo cuore. Marilla la
sentì e arrivò a consolarla.
“Su, su... non piangere così, tesoro. Non lo riporterà indietro. Non... non è giusto piangere così. Oggi lo sapevo, ma non sono riuscita a fermarmi.
È sempre stato un buon fratello per me, sempre gentile... ma Dio sa cos’è giusto.”
“Lasciami piangere, Marilla”, singhiozzò Anna, “Le lacrime non mi fanno male come quel dolore di prima. Resta un po’ con me e tienimi stretta...
così. Non ho voluto Diana con me stanotte, lei è buona, cara e dolce, ma... non è il suo dolore... lei ne è fuori e non potrebbe mai avvicinarsi al mio
cuore tanto da aiutarmi. È il nostro dolore... il tuo e il mio. Oh, Marilla, che facciamo ora senza Matthew?”
“Noi abbiamo l’un l’altra, Anna. Non so cosa farei se non ci fossi tu... se tu non fossi mai venuta qui. Anna, so che forse sono sempre stata severa
e bisbetica con te... ma tu per questo non devi pensare che non ti voglia bene come te ne voleva Matthew. Voglio dirtelo ora che ci riesco. Non è
mai stato facile per me esprimere a voce i miei sentimenti, ma in momenti come questi è più semplice. Tu mi sei cara come se fossi carne della mia
carne e sangue del mio sangue, sei sempre stata la mia gioia e la mia consolazione fin da quando sei arrivata ai Tetti Verdi.”
Due giorni dopo portarono Matthew Cuthbert oltre la soglia della sua fattoria, lontano dai campi che aveva coltivato, dai frutteti che aveva amato
e dagli alberi che aveva piantato; e poi Avonlea tornò alla sua solita quiete e anche ai Tetti Verdi gli affari ripresero il vecchio corso, il lavoro fu
svolto e le faccende sbrigate regolarmente come prima, anche se c’era sempre un doloroso senso di perdita in tutte le cose familiari. Anna, che era
nuova al dolore, pensò che fosse tristissimo che accadesse così... che loro riuscissero ad andare avanti come al solito anche senza Matthew. Provò
qualcosa di simile alla vergogna e al rimorso quando scoprì che il sole che sorgeva dietro gli abeti e i boccioli rosa pallido che si schiudevano
in giardino le davano lo stesso accesso di gioia quando li vedeva... che trovava ancora piacevoli le visite di Diana e che le sue parole allegre la
muovevano ancora alle risate e al sorriso... che, in breve, quell’incantevole mondo di fiori, amicizia e amore non aveva perso il potere di far
sognare ed emozionare il suo cuore, la vita la stava richiamando a sé con molte voci insistenti.
“In qualche modo sembra sleale nei confronti di Matthew provare piacere per queste cose ora che lui non c’è più”, disse pensierosa alla signora
Allan una sera, mentre erano insieme nel giardino del presbiterio, “Mi manca tanto... mi manca sempre... e tuttavia, signora Allan, il mondo e la
vita mi sembrano ancora belli e interessanti. Oggi Diana ha detto una cosa divertente e io mi sono sorpresa a riderne. Quando è successo pensavo
che non avrei riso mai più, e in un certo senso mi sembra che non dovrei farlo.”
“Quando Matthew era con noi gli piaceva sentirti ridere, e gli piaceva sapere che tu trovavi piacere nelle cose piacevoli attorno a te”, disse
dolcemente la signora Allan, “Lui ora non c’è più, ma gli piace saperlo lo stesso. Sono certa che non dovremmo chiudere il cuore alle influenze
curative che ci offre la natura. Ma posso capire i tuoi sentimenti, credo che tutti noi proviamo le stesse cose. Ci irrita il pensiero che una qualunque
cosa possa darci piacere quando quelli che amiamo non ci sono più a condividere quel piacere con noi, e ci sembra quasi di essere infedeli al nostro
dolore quando scopriamo tornare in noi l’interesse per la vita.”
“Questo pomeriggio sono stata al cimitero a piantare una rosa sulla tomba di Matthew”, disse Anna assorta, “Ne ho preso un pezzo da innesto dalla
rosellina bianca scozzese che sua mamma aveva portato dalla Scozia tanto tempo fa; Matthew aveva sempre preferito quelle rose più di tutte le
altre... erano così piccole e dolci sui loro rami spinosi. Mi ha fatto sentire felice poterle piantare accanto alla sua tomba... come se nel portargliele
vicino stessi facendo qualcosa che gli avrebbe fatto piacere. Spero che abbia rose così in paradiso. Forse le anime di tutte quelle roselline che lui
ha amato in tante estati erano lì ad accoglierlo. Devo tornare a casa. Marilla è da sola e si sente sempre tanto sola al crepuscolo.”
“Si sentirà ancora più sola, temo, quando tu te ne andrai all’università”, disse la signora Allan.
Anna non rispose, le augurò la buona notte e tornò lentamente ai Tetti Verdi. Marilla era seduta sui gradini d’ingresso e Anna si sedette accanto a
lei. La porta, dietro di loro, era aperta, tenuta ferma da una grande conchiglia rosa con accenti di tramonto nella sua liscia spirale interna.
Anna raccolse dei ciuffi di caprifoglio giallo pallido e se li mise tra i capelli. Le piacevano quelle deliziose note profumate, come se avesse su di
lei una impalpabile benedizione tutte le volte che si muoveva.
“È stato qui il dottor Spencer mentre eri via”, disse Marilla, “Dice che lo specialista sarà qui domani e insiste perché vada a farmi controllare gli
occhi. Immagino che sia meglio andare e farla finita. Sarò più che grata se quell’uomo potrà darmi degli occhiali che mi facciano bene agli occhi.
Non ti dispiacerà stare sola mentre sono via, vero? Martin mi accompagnerà ma ci sarà da stirare e da cucinare.”
“Dovrei cavarmela. Verrà Diana a farmi compagnia. Credo di riuscire a stirare e cucinare bene... non devi temere che inamidi i fazzoletti o metta
lo sciroppo calmante nel dolce.”
Marilla rise.
“Che ragazza eri per fare quegli errori, Anna. Ti ficcavi sempre nei guai. Pensavo quasi che fossi indemoniata. Ti ricordi quando ti sei tinta i
capelli?”
“Sì, certo, non me lo scorderò mai”, sorrise Anna toccando la pesante treccia che portava avvolta attorno alla testa, “Adesso rido quando mi capita
di pensare a quanto mi preoccupassi per i capelli... ma non rido molto, perché allora erano un vero problema. Soffrivo terribilmente per i capelli e
per le lentiggini. Ora le lentiggini non ci sono più e la gente è abbastanza gentile da dirmi che i miei capelli sono castani... tutti tranne Josie Pye.
Ieri mi ha informato che pensa davvero che i miei capelli siano più rossi che mai, o perlomeno che il mio vestito nero li faccia sembrare più rossi,
e mi ha chiesto se la gente coi capelli rossi si abitua mai ad averli così. Marilla, io ho quasi deciso di arrendermi nel tentativo di farmi piacere Josie
Pye. Ho fatto quello che un tempo avrei definito uno sforzo eroico per farmela piacere, ma Josie Pye non vuole piacere.”
“Josie è una Pye”, tagliò corto Marilla, “Non può fare a meno di essere sgradevole. Immagino che gente di quel tipo debba avere uno scopo utile
per la società, ma debbo dire che io non so quale sia più di quanto non sappia a che servono i cardi. Josie insegnerà?”
“No, l’anno prossimo torna alla Queen’s, e così faranno anche Moody Spurgeon e Charlie Sloane. Jane e Ruby insegneranno e hanno già trovato
una scuola... Jane a Newbridge e Ruby da qualche parte su a ovest.”
“Anche Gilbert Blythe insegnerà, vero?”
“Sì”, fu la breve risposta.
“Che bel ragazzo è diventato”, disse Marilla distratta, “L’ho visto in chiesa domenica scorsa e sembrava tanto alto e virile. Somiglia moltissimo
a suo padre quando aveva la stessa età. John Blythe era un bel ragazzo. Eravamo molto amici, io e lui. La gente diceva che era il mio fidanzato.”
Anna la guardò con un improvviso interesse.
“Oh, Marilla... e che è successo?... perché tu non...”
“Abbiamo litigato. Io non ho voluto perdonarlo quando lui me l’ha chiesto. Volevo farlo, dopo... ma ero imbronciata e arrabbiata e per prima cosa
volevo punirlo. E lui non è mai tornato sui suoi passi... i Blythe sono tutti estremamente indipendenti. Ma mi è sempre dispiaciuto parecchio. Ho
sempre desiderato di averlo perdonato quando ne ho avuto l’occasione.”
“Così anche tu hai avuto un po’ di romanticismo nella tua vita”, disse Anna dolcemente.
“Sì, immagino che si possa definire così. Non lo diresti guardandomi, eh? Ma non si può mai giudicare la gente dall’esterno. Ormai tutti hanno
dimenticato di me e John, perfino io me n’ero dimenticata. Ma mi è tornato tutto in mente quando ho visto Gilbert domenica scorsa.”
Capitolo 38 – La curva sulla strada

Marilla andò in città il giorno seguente e tornò la sera. Anna aveva accompagnato Diana al Pendio del Frutteto e al suo ritorno trovò Marilla in
cucina, seduta al tavolo, con la testa poggiata su una mano. Qualcosa nel suo atteggiamento abbattuto gelò il cuore di Anna. Non aveva mai visto
Marilla così debolmente apatica.
“Sei stanca, Marilla?”
“Sì... no... non lo so”, disse Marilla esausta guardando in alto, “Credo di essere stanca, ma non ci ho pensato. Non è questo.”
“Hai visto l’oculista? Che ha detto?”, domandò Anna ansiosa.
“Sì, l’ho visto. Mi ha esaminato gli occhi. Ha detto che se smetto completamente di leggere e cucire e fare qualsiasi lavoro che mi affatichi la vista,
e sto attenta a non piangere, e porto gli occhiali che mi ha dato pensa che i miei occhi non peggioreranno e i mal di testa passeranno. Ma se non lo
faccio dice che entro sei mesi diventerò completamente cieca. Cieca! Anna, ci pensi?”
Per un minuto Anna, dopo la prima, immediata esclamazione di sgomento, rimase silenziosa. Le sembrò di non poter parlare. Ma poi disse
coraggiosamente, anche se con un sussulto nella voce:
“Marilla, non pensarlo. Lo sai che ti ha dato una speranza. Se farai attenzione non perderai affatto la vista, e se questi occhiali ti guariscono dal
mal di testa sarà una gran cosa.”
“Non mi sembra una gran speranza”, disse Marilla con amarezza, “Che vivo a fare se non posso leggere, o cucire, o nulla del genere? Tanto vale
diventare ciechi... o morire. E sul piangere, non posso farne a meno quando mi sento sola. Ma su, parlarne non serve a niente. Se mi fai una tazza
di tè te ne sono grata. Mi sento provata. Non farne parola con nessuno ancora per un po’. Non sopporterei tutta quella gente che verrebbe qui a fare
domande, compatirmi e parlarne.”
Quando Marilla ebbe finito la cena Anna la convinse ad andare a letto. Poi anche lei se ne andò nella soffitta di est e si sedette alla finestra, al buio
e da sola, con le lacrime agli occhi e un peso sul cuore. Com’erano tristemente cambiate le cose dalla sera in cui era tornata! Era stata piena di
speranza e di gioia e il futuro era sembrato così roseo e promettente. Ad Anna parve che fossero trascorsi anni da allora, ma prima di andare a letto
c’era un sorriso sulle sue labbra e la pace nel suo cuore. Aveva guardato coraggiosamente in faccia i suoi doveri e vi aveva scoperto un amico...
come diventano sempre i doveri una volta che li affrontiamo apertamente.
Un pomeriggio di pochi giorni dopo Marilla tornò lentamente dal cortile davanti, dove aveva parlato con un visitatore, un uomo che Anna
conosceva di vista, un certo Sadler di Carmody. Anna si chiese che potesse aver detto per far venire quell’espressione a Marilla.
“Marilla, che voleva il signor Sadler?”
Marilla si mise a sedere accanto alla finestra e guardò Anna. In barba alla prescrizione dell’oculista i suoi occhi erano pieni di lacrime e aveva la
voce rotta quando disse:
“Ha sentito dire che voglio vendere i Tetti Verdi e vuole comprarli.”
“Comprarli? Comprare i Tetti Verdi?”, Anna si domandò se avesse sentito bene, “Marilla, non vorrai vendere i Tetti Verdi?”
“Anna, non so che altro fare. Ci ho riflettuto. Se i miei occhi fossero forti abbastanza potrei restare qui e, con l’aiuto di un buon lavorante, riuscire a
far funzionare tutto. Ma così non posso, potrei perdere del tutto la vista e in ogni caso non riesco più a gestire la situazione. Non avrei mai creduto
possibile arrivare a vendere casa. Ma col tempo le cose non faranno altro che peggiorare finché nessuno vorrà più comprarla. Abbiamo perso fino
all’ultimo centesimo con quella banca, e Matthew ha lasciato altri conti da pagare. La signora Lynde mi ha consigliato di vendere la fattoria e
di andare a pensione da qualche parte... da lei, immagino. Non guadagnerò molto, la tenuta è vecchia e gli edifici sono piccoli, ma penso che mi
basterà per sopravvivere. Meno male che hai vinto la borsa di studio, Anna. Mi dispiace che non avrai più una casa dove tornare durante le vacanze,
ma sono certa che in qualche modo te la caverai.”
Marilla scoppiò in un pianto dirotto.
“Non devi vendere i Tetti Verdi”, disse Anna risoluta.
“Oh, Anna, vorrei non doverlo fare, ma lo vedi anche tu, non posso star qui da sola. Impazzirei per i problemi e per la solitudine. E perderei la
vista, so che la perderei.”
“Non dovrai star qui da sola, Marilla. Ci sarò io con te. Non ci vado a Redmond.”
“Non vai a Redmond?”, Marilla sollevò il volto sciupato dalle mani e guardò Anna, “Che intendi?”
“Proprio quello che ho detto. Non prenderò la borsa di studio. L’ho deciso ieri sera dopo che sei rincasata dalla città. Non penserai certo che ti
lasci nei guai, Marilla, dopo tutto quello che hai fatto per me. Ho pensato e progettato. Lascia che ti parli dei miei progetti. Il signor Barry vuole
affittare la fattoria il prossimo anno, così tu non devi più preoccupartene. Io insegnerò. Ho fatto domanda per questa scuola... non mi aspetto di
ottenerla perché so che il consiglio d’amministrazione l’ha già promessa a Gilbert Blythe. Ma posso avere la scuola di Carmody, me l’ha detto ieri
sera il signor Blair all’emporio. Certo, non sarà bello e conveniente come la scuola di Avonlea. Ma io posso restare a casa e fare avanti e indietro
da Carmody, almeno nella bella stagione. E anche in inverno potrei tornare a casa tutti i venerdì. Terremo un cavallo, per questo. Oh, Marilla, ho
pianificato tutto. E leggerò per te e ti farò sorridere. Non sarai apatica e sola. E staremo tanto comode e felici qui, tu e io.”
Marilla l’aveva ascoltata come in trance.
“Oh, Anna, se tu rimanessi qui potrei farcela. Ma non posso permettere che ti sacrifichi tanto per me, sarebbe terribile.”
“Sciocchezze!”, Anna rise allegramente, “Non è un sacrificio. Non potrebbe esserci nulla di peggio che vendere i Tetti Verdi, nient’altro potrebbe
farmi più male. Dobbiamo tenere questo caro, vecchio posto. Ormai ho deciso, Marilla: non vado a Redmond ma resto qui a insegnare. Non devi
preoccuparti per me.”
“Ma le tue ambizioni... e...”
“Sono ancora più ambiziosa che mai. Ho solo cambiato la meta delle mie ambizioni. Sarò una brava insegnante... e ti aiuterò a salvare la vista.
Inoltre intendo studiare mentre sono a casa e seguire un breve corso universitario per conto mio. Oh, Marilla, ho dozzine di progetti. È tutta la
settimana che ci penso. Darò del mio meglio alla mia vita qui e so che riceverò il meglio in cambio. Quando ho lasciato la Queen’s il mio futuro
sembrava stendersi davanti a me come una strada dritta. Pensavo di poterla vedere chiaramente per miglia di distanza. Ma ora c’è una curva. Non
so cosa ci sia dietro quella curva, ma sono certa che ci sia il meglio. La curva ha un suo fascino, Marilla, perché mi viene da domandarmi come
proceda poi la strada, cosa ci sia di verde, o di morbide luci screziate, o di ombre... quali nuovi paesaggi... quali nuove bellezze... quali curve,
colline e valli troverò più avanti.”
“Credo che non dovrei permetterti di rinunciarci”, disse Marilla riferendosi alla borsa di studio.
“Ma non puoi impedirmelo. Ormai ho sedici anni e mezzo e sono ‘ostinata come un mulo’, come mi disse una volta la signora Lynde”, rise Anna,
“Non devi compatirmi, Marilla. Non mi piace essere compatita, e poi non ce n’è bisogno. Io sono felice al pensiero di rimanere ai miei cari Tetti
Verdi... nessuno potrebbe amarli come me e te, perciò dobbiamo tenerli.”
“Benedetta ragazza”, disse Marilla arrendendosi, “È come se mi avessi ridato la vita. Penso ancora che dovrei impuntarmi per farti andare
all’università... ma so che non posso, quindi non ci provo neppure. Però ti ricompenserò, Anna.”
Quando ad Avonlea la decisione di Anna, di non andare all’università e di restare a casa a insegnare, divenne di pubblico dominio, se ne parò molto.
Parecchie di quelle brave persone, non sapendo nulla degli occhi di Marilla, pensarono che fosse una sciocchezza. Non la signora Allan. Lo disse
ad Anna con parole d’approvazione che fecero piangere di piacere la ragazza. E neppure la signora Lynde la giudicò una sciocchezza. Arrivò una
sera e trovò Anna e Marilla sedute davanti alla porta d’ingresso nel caldo e profumato crepuscolo estivo. A loro piaceva sedere lì quando scendeva
la sera, quando le falene bianche volavano nel giardino e il profumo della menta riempiva l’aria umida.
La signora Rachel depose la sua abbondante persona sulla panca di pietra vicino alla porta, dietro la quale cresceva un’alta fila di altee rosa e gialle,
con un lungo sospiro misto di stanchezza e sollievo.
“Sono proprio felice di potermi sedere. È tutto il giorno che sono in piedi e duecento libbre1616 sono un po’ tante da trasportare per due piedi. È una
benedizione non essere grassi, Marilla, spero che tu l’apprezzi. Be’, Anna, ho sentito dire che hai abbandonato l’idea di andare all’università. Sono
proprio felice di saperlo. Adesso hai tutta l’educazione che si addica a una donna. Non credo sia giusto che le ragazze vadano all’università con gli
uomini per riempirsi la testa di Latino, Greco e tutte quelle altre sciocchezze.”
“Ma io studierò comunque Latino e Greco, signora Lynde”, rise Anna, “Seguirò i corsi di storia dell’arte proprio qui, ai Tetti Verdi, e studierò tutto
quello che studierei all’università.”
La signora Lynde alzò le mani in sacro terrore.
“Anna Shirley, ti ammazzerai!”, disse.
“Neanche per sogno, ne trarrò profitto. Oh, non intendo strafare. Come dice ‘la moglie di Josiah Allan’, starò ‘nel mezzo’. Ma avrò tantissimo
tempo libero nelle lunghe sere invernali e non sono portata per il ricamo. Insegnerò a Carmody, sapete?”
“Non lo so. Credo che insegnerai qui ad Avonlea, il consiglio d’amministrazione ha deciso di assegnare a te la scuola.”
“Signora Lynde!”, esclamò Anna saltando in piedi per la sorpresa, “Ma... pensavo che l’avessero promessa a Gilbert Blythe!”
“Era così. Ma appena Gilbert ha sentito che hai fatto domanda è andato da loro – ieri sera c’era una riunione del consiglio a scuola – ha detto che
ritirava la sua domanda e gli ha suggerito di accettare la tua. Ha detto che avrebbe insegnato alle Sabbie Bianche. Certo sapeva quanto vuoi stare
con Marilla e devo dire che è stato molto gentile e premuroso da parte sua, ecco cosa. È stato un vero sacrificio, perché alle Sabbie Bianche dovrà
pagarsi un pensionato, e tutti sanno che ha bisogno di guadagnare per poter andare all’università. Perciò il consiglio d’amministrazione ha deciso
di prendere te. Ero colma di gioia quando Thomas è venuto a dirmelo.”
“Credo che non dovrei accettare”, mormorò Anna, “Voglio dire... non dovrei permettere che Gilbert faccia un tale sacrificio per... per me!”
“Non puoi più fermarlo, adesso, ha già firmato il contratto con il consiglio delle Sabbie Bianche. Non gli faresti alcun bene a rifiutare ora. Invece
accetterai la scuola, e andrai benissimo ora che non c’è più nessuno dei Pye. Josie era l’ultima, e per fortuna, aggiungo. C’è sempre stato un Pye
nella scuola di Avonlea negli ultimi vent’anni, e scommetto che il loro scopo nella vita era ricordare agli insegnanti che la terra non è casa loro.
Oh, santo cielo! Che significano tutti quei bagliori e scintillii dalla soffitta dei Barry?”
“Diana mi segnala di raggiungerla”, rise Anna, “Sapete, abbiamo mantenuto questa vecchia usanza. Scusatemi, corro a vedere cosa vuole.”
Anna corse come un cerbiatto giù per il pendio coperto di trifogli e sparì tra le ombre degli abeti della Foresta Stregata. La signora Lynde la guardò
con indulgenza.
“Per certi versi è ancora tanto infantile.”
“E per molti altri versi è già una donna”, replicò Marilla in un momentaneo ritorno al suo vecchio carattere graffiante.
Ma era un carattere che non faceva più parte dei tratti tipici di Marilla, come la signora Lynde disse al suo Thomas quella sera:
“Marilla Cuthbert è diventata gioviale. Ci pensi?”
La sera seguente Anna andò al piccolo cimitero di Avonlea per mettere fiori freschi sulla tomba di Matthew e innaffiare la rosa scozzese. Si fermò
lì fino al calare del sole e apprezzò la pace e la tranquillità di quel piccolo posto, coi suoi pioppi che stormivano come a fare un discorso lieve e
amichevole e le sue erbe fruscianti che crescevano tra le tombe. Quando finalmente si alzò e scese giù dalla collina che digradava verso il Lago
delle Acque Scintillanti era passato il tramonto e tutta Avonlea si stendeva davanti a lei in un’ultima luce da sogno, “un ritiro di antica pace”. L’aria
era fresca, come un venticello che spirasse dai campi di trifoglio dolci come il miele. Le luci di casa brillavano qua e là tra gli alberi della fattoria.
Dietro c’era il mare, indistinto e purpureo, col suo ossessivo, incessante mormorio. C’era un tripudio di tinte tenere che si fondevano tra loro e che
lo stagno rifletteva con sfumature ancora più tenere. Tutta questa bellezza emozionò il cuore di Anna e lei le aprì con gratitudine i cancelli della
sua anima.
“Caro, vecchio mondo”, sussurrò, “Sei incantevole, e io sono felice di vivere con te.”
A metà strada, giù dalla collina, arrivò un ragazzo alto che usciva fischiettando dal cancello davanti la fattoria dei Blythe. Era Gilbert, e il fischiettio
gli morì sulle labbra quando riconobbe Anna. Si tolse il cappello, cortesemente, ma sarebbe passato oltre se Anna non l’avesse fermato tendendogli
la mano.
“Gilbert”, disse, le guance scarlatte, “Voglio ringraziarti per avermi lasciato la scuola... è stato molto gentile da parte tua... voglio che tu sappia
quanto l’ho apprezzato.”
Gilbert le strinse la mano con entusiasmo.
“Non è stato particolarmente gentile da parte mia, Anna. Mi ha fatto piacere farti un piccolo favore. Adesso possiamo fare pace? Mi hai davvero
perdonato quel vecchio sbaglio?”
Anna rise e tentò, senza successo, di ritirare la mano.
“Ti ho perdonato già quel giorno sulla riva dello stagno, anche se non lo sapevo. Che sciocca ostinata, ero. Mi è... be’, tanto vale fare una
confessione completa... mi è sempre dispiaciuto da allora.”
“Saremo migliori amici”, esultò Gilbert, “Anna, noi siamo nati per essere amici. Hai già ostacolato abbastanza il destino. So che noi possiamo
aiutarci in molto modi. Continuerai a studiare, no? Anch’io. Andiamo, ti riaccompagno a casa.”
Marilla osservò con curiosità Anna quando, più tardi, entrò in cucina.
“Chi era con te sul vialetto, Anna?”
“Gilbert Blythe”, rispose Anna, scocciata quando si accorse di essere arrossita, “L’ho incontrato sulla collina dei Barry.”
16 16 Poco meno di 91 chilogrammi (NDT)
“Non sapevo che tu e Gilbert Blythe foste così buoni amici da passare mezz’ora a chiacchierare sul cancello”, disse Marilla con un sorriso ironico.
“Non lo eravamo... eravamo buoni nemici. Ma abbiamo deciso che per il futuro è più sensato essere buoni amici. Davvero siamo stati lì mezz’ora?
Mi sono sembrati pochi minuti. Ma vedi, Marilla, avevamo cinque anni di conversazioni da recuperare.”
Quella sera Anna sedette a lungo accanto alla finestra, con un felice senso di soddisfazione. Il vento sembrava fare dolcemente le fusa tra i rami di
ciliegio e le portava su refoli di profumo di menta. Le stelle scintillavano al di sopra delle cime appuntite degli abeti nella valle e la luce di Diana
splendeva attraverso il vecchio spazio.
Dalla sera in cui era tornata dalla Queen’s gli orizzonti di Anna si erano chiusi; ma anche se il sentiero davanti a lei era stretto sapeva che i fiori
della placida felicità vi crescevano attorno. La gioia del lavoro onesto, delle preziose aspirazioni e delle amicizie congeniali era sua; nessuno
poteva rubarle il diritto di nascita alla fantasia e al suo mondo ideale di sogni. E poi c’era sempre la curva sulla strada!
“Dio è in cielo, tutto è a posto sulla terra”, sussurrò Anna dolcemente, dolcemente.

FINE
Anna di Avonlea
Capitolo 1 - Un vicino furibondo

Una ragazza alta, magra, di sedici anni e mezzo, con occhi grigi e seri e capelli che gli amici dicevano “castani”, era seduta sui gradini di arenaria
rossa di una fattoria dell’Isola del Principe Edward un pomeriggio inoltrato di agosto, assolutamente decisa a fare l’analisi grammaticale di
parecchi versi di Virgilio.
Ma i pomeriggi di agosto, con le nebbioline celesti che avvolgevano come una sciarpa i pendii coi campi maturi, il vento che sussurrava come un
folletto tra i pioppi e gli snelli papaveri che danzavano fiammeggiando contro lo scuro boschetto di giovani abeti in un angolo dell’orto dei ciliegi,
si adattavano meglio ai sogni delle lingue morte. Virgilio scivolò presto, inascoltato, a terra e Anna, il mento affondato nelle mani giunte, gli occhi
fissi sulla meravigliosa massa di soffici nuvole che si raggruppavano sulla casa del signor J.A. Harrison come una grande montagna bianca, era
assai lontana, in un mondo incantevole dove una certa maestra faceva un lavoro meraviglioso nel modellare il destino di futuri statisti, ispirando
le loro giovani menti e i loro giovani cuori con ambizioni alte e nobili.
A dire il vero, se dovessimo attenerci rigorosamente ai fatti (cosa che, bisogna ammettere, Anna faceva raramente a meno che non ci fosse costretta)
non è che ad Avonlea ci fosse molto materiale che promettesse lo sbocciare di celebrità; ma non si può mai dire cosa può capitare se un’insegnante
usa al meglio le proprie capacità. Anna nutriva rosei ideali su cosa può ottenere un’insegnante se solo ci si mette d’impegno; era proprio nel mezzo
di una scenetta deliziosa in cui, quarant’anni dopo, era assieme a un personaggio famoso... per cosa, esattamente, fosse diventato famoso era una
cosa che aveva convenientemente lasciato nel vago, ma Anna pensava che sarebbe stato bello se fosse diventato il preside di un college o il primo
ministro del Canada... lui si chinava sulla sua mano rugosa e le giurava che era stata lei ad accendere la sua ambizione, e che tutti i successi che
aveva avuto nella vita erano dovuti alle lezioni che lei gli aveva impartito tanti anni prima nella scuola di Avonlea. Questa piacevole visione venne
infranta da un’interruzione estremamente spiacevole.
Una piccola mucca jersey, con aria innocente, venne di corsa su per il vialetto e cinque secondi dopo arrivò anche il signor Harrison... anche se
“arrivare” è un termine troppo delicato per descrivere il modo in cui irruppe in cortile.
Balzò oltre lo steccato senza fermarsi ad aprire il cancello e, furibondo, fronteggiò la sbalordita Anna, che si era alzata in piedi e lo guardava
confusa. Il signor Harrison era il loro nuovo vicino e lei non l’aveva mai incontrato prima, anche se l’aveva visto un paio di volte.
Ai primi di aprile, prima che Anna tornasse dalla Queen’s, il signor Robert Bell, che aveva la fattoria confinante con quella dei Cuthbert, sul
lato ovest, aveva venduto tutto e si era trasferito a Charlottetown. La fattoria era stata acquistata da un certo signor J.A. Harrison, e il suo nome,
oltre al fatto che fosse di New Brunswick, era tutto ciò che si sapeva di lui. Ma dopo neanche un mese che era ad Avonlea si era già guadagnato
la reputazione di persona strana... “un eccentrico”, diceva la signora Rachel Lynde, e la signora Rachel era una donna schietta, come ricorderà
chi di voi l’ha già conosciuta. Il signor Harrison era certamente diverso dagli altri... e, come tutti sanno, questa è la caratteristica essenziale degli
eccentrici.
In primo luogo, viveva da solo e aveva affermato pubblicamente di non volere donne sciocche dalle sue parti. La popolazione femminile di
Avonlea si era vendicata raccontando storie raccapriccianti a proposito di come tenesse la casa o di come cucinasse. Aveva assunto il giovane John
Henry Carter, delle Sabbie Bianche, ed era stato John Henry a dare il via a quelle storie. Per prima cosa, non c’era mai un’ora stabilita per i pasti,
alla fattoria di Harrison. Lui “mangiava un boccone” quando aveva fame, e se in quel momento capitava che John Henry fosse nei paraggi poteva
averne anche lui, altrimenti doveva aspettare che al signor Harrison venisse fame di nuovo. John Henry affermò tristemente che sarebbe morto di
fame se non fosse tornato a casa ogni domenica a rifocillarsi, e se ogni lunedì sua mamma non gli avesse dato un cestino di “spuntini” da portarsi
dietro.
E per quanto riguardava il lavare i piatti, il signor Harrison non tentava neppure di farlo a meno che non capitasse una domenica di pioggia. Allora
li lavava tutti insieme mettendoli nel barilotto che raccoglieva l’acqua piovana, poi li lasciava lì ad asciugare.
Ancora, il signor Harrison era “tirato”. Quando gli fu chiesto di sottoscrivere per il salario del reverendo Allan, lui rispose che prima doveva
vedere quanti dollari valessero i suoi sermoni... a lui non piaceva “comprare il maiale prima di vederlo”. E quando la signora Lynde andò da lui
per chiedergli un’offerta per le missioni... e per puro caso vide l’interno della casa... lui le disse che c’erano più pagane tra le vecchie pettegole di
Avonlea che in qualunque altro posto e che lui sarebbe stato felice di contribuire alla loro conversione, se lei avesse deciso di organizzarne una.
La signora Rachel se ne andò e disse che era una fortuna che la povera signora Bell fosse al sicuro nella sua tomba, perché le si sarebbe spezzato
il cuore se avesse visto in che stato era adesso la casa che lei aveva curato con tanto orgoglio.
“Lei puliva i pavimenti ogni due giorni”, disse indignata la signora Lynde a Marilla, “dovresti vederli adesso! Quando sono entrata ho dovuto
tenermi su la gonna!”
Infine il signor Harrison aveva un pappagallo di nome Ginger. Ad Avonlea nessuno aveva mai avuto un pappagallo, di conseguenza quel
comportamento non era considerato del tutto rispettabile. E che pappagallo era! Prendendo per vere le parole di John Henry Carter, non c’era mai
stato pappagallo più sacrilego di quello. Non faceva che imprecare. La signora Carter avrebbe voluto far venire via John Henry, se solo fosse stata
certa di potergli trovare un altro lavoro. Inoltre, Ginger aveva morsicato John Henry proprio sulla nuca, un giorno in cui lui si era fermato troppo
vicino alla gabbia. Quando tornava a casa, la domenica, la signora Carter mostrava a tutti la cicatrice dello sventurato John Henry.
Tutte queste cose tornarono in mente ad Anna mentre il signor Harrison se ne stava in piedi davanti a lei, evidentemente furibondo. Anche quando
era del suo umore migliore il signor Harrison non poteva essere considerato un bell’uomo; era basso, grasso e pelato; e adesso, col volto paonazzo
per la rabbia e gli sporgenti occhi azzurri che parevano quasi volergli schizzare fuori dalla testa, Anna pensò che fosse davvero la persona più
brutta che avesse mai visto.
Improvvisamente il signor Harrison ritrovò la voce.
“Non intendo sopportarlo”, sputacchiò, “neanche per un giorno di più. Mi sentite, signorina? Santo cielo, è la terza volta, signorina... la terza
volta! La pazienza non è più una virtù, signorina. L’ultima volta avevo avvertito vostra zia, le avevo detto di non farlo capitare di nuovo... e lei ha
permesso... l’ha fatto... che intendevate fare, eh? Sono venuto qui apposta, signorina.”
“Mi spiegate qual è il problema?”, Chiese Anna in modo più dignitoso possibile. Era uno stile che aveva provato moltissimo, negli ultimi tempi,
per poterlo usare al meglio quando fosse cominciata la scuola; ma a quanto pare non sortì alcun effetto sul furibondo signor J.A. Harrison.
“Qual è il problema? Povero me, è veramente un problema, direi. Il problema è, signorina, che ho trovato di nuovo la mucca di vostra zia nel mio
campo d’avena, neppure mezz’ora fa. Per la terza volta, badate bene. Ce l’ho trovata martedì scorso e ce l’ho trovata ieri. Ero venuto qui e avevo
detto a vostra zia di far sì che non capitasse di nuovo. Dov’è vostra zia, signorina? Voglio vederla un minuto e darle un bel consiglio... un consiglio
di J.A. Harrison, signorina.”
“Se vi riferite alla signorina Marilla Cuthbert, non è mia zia, ed è andata a East Grafton a trovare una lontana parente molto malata”, disse Anna
con dignità crescente, “mi dispiace molto che la mia mucca abbia fatto irruzione nel vostro campo d’avena... la mucca è mia, non della signorina
Cuthbert... Matthew me la regalò tre anni fa che era solo un vitellino, lui l’aveva acquistata dal signor Bell.”
“Vi dispiace, signorina? Il vostro dispiacervi non serve a nulla. Perché non venite a vedere che disastro ha fatto quella bestia nel mio campo? ...ha
pestato tutta l’avena dal centro alla circonferenza, signorina.”
“Mi dispiace molto”, ripeté ferma Anna, “ma forse se voi aveste riparato la staccionata, Dolly non ci sarebbe entrata. È la vostra parte di steccato,
quello che divide il vostro campo di avena dal nostro pascolo, e proprio l’altro giorno ho notato che non è in ottime condizioni.”
“Il mio steccato è a posto”, scattò il signor Harrison, più arrabbiato che mai per il fatto che Anna fosse passata all’attacco, “i cancelli della prigione
non basterebbero a contenere quella maledetta mucca. E vi dico, testina rossa, che se la mucca è vostra come affermate, fareste meglio a impiegare
il tempo nel tenerla lontana dai campi altrui, invece di gingillarvi coi vostri romanzetti gialli”, e qui lanciò uno sguardo caustico all’innocente libro
di Virgilio, dalla copertina rossiccia, ai piedi di Anna.
In quel momento qualcos’altro divenne rosso, a parte i capelli di Anna (che erano sempre stati un suo punto debole).
“Meglio avere i capelli rossi che non averli affatto, a parte un po’ di ciuffetti attorno alle orecchie.”, s’infiammò.
Il colpo andò a segno, perché il signor Harrison era molto suscettibile a proposito della sua pelata. La rabbia gli mozzò nuovamente il fiato e lui
riuscì solo a guardare in silenzio Anna, che ritrovò la calma e approfittò del vantaggio.
“Posso scusarvi, signor Harrison, perché ho immaginazione. Posso immaginarmi facilmente quanto sia stato irritante per voi trovare una mucca nel
vostro campo d’avena, e non nutrirò rancore nei vostri confronti per quello che avete detto. Vi prometto che Dolly non verrà più nel vostro campo.
Su questo vi do la mia parola d’onore.”
“Be’, fate in modo che sia così”, borbottò il signor Harrison in tono più mite; ma andò via ancora piuttosto arrabbiato, Anna lo sentì che bofonchiava
tra sé e sé finché non fu più a portata d’orecchio.
Profondamente seccata, Anna attraversò il cortile a passo di marcia e chiuse la mucca dispettosa nel recinto per la mungitura.
“Di qui non può di certo uscire, a meno che non butti giù lo steccato”, rifletté, “Adesso sembra abbastanza tranquilla. Penso che abbia fatto
indigestione d’avena. Vorrei averla venduta al signor Shearer quando me l’ha chiesta la settimana scorsa, ma pensavo che sarebbe stato meglio
aspettare l’asta del bestiame per venderle tutte assieme. Penso che sia vero che il signor Harrison sia un eccentrico. Certamente non è uno spirito
affine.”
Anna era sempre all’erta quando si trattava di spiriti affini.
Marilla Cuthbert stava entrando in cortile quando Anna tornò, e quest’ultima volò a preparare il tè. Le due discussero della faccenda a tavola.
“Sarò felice quando l’asta sarà finita”, disse Marilla, “è una responsabilità troppo grande avere in giro tanto bestiame e nessuno che ci badi a parte
quell’inaffidabile di Martin. Non è ancora tornato, e aveva promesso che sarebbe stato certamente qui ieri sera se gli avessi dato la giornata libera
per andare al funerale di sua zia. Tra l’altro, quante zie ha? Questa è già la quarta che gli muore da quando l’ho assunto, un anno fa. Sarò più che
grata quando il raccolto sarà finito e il signor Barry prenderà in gestione la fattoria. Dovremo tenere Dolly nel recinto finché non torna Martin,
poi bisognerà portarla al pascolo sul retro e riparare lo steccato. È proprio un mondo pieno di problemi, come dice Rachel. La povera Mary Keith
sta morendo e non so proprio che ne sarà dei suoi due bambini. Lei ha un fratello nella Columbia Britannica e gli ha scritto di loro, ma lui non ha
ancora risposto.”
“Come sono i bambini? Quanti anni hanno?”
“Poco più di sei... sono gemelli.”
“Oh, mi sono sempre interessati molto i gemelli, da quando la signora Hammond ne ebbe tanti”, disse con ardore Anna, “Sono carini?”
“Santo cielo, e chi può dirlo? Erano troppo sporchi. Davy era fuori a fare torte di fango e Dora era andata a chiamarlo, allora Davy l’ha spinta faccia
in giù in una delle torte e poi, visto che lei piangeva, ci si è buttato anche lui e ci si è rotolato per farle vedere che non c’era niente da piangere.
Mary dice che Dora è proprio una brava bambina, ma che Davy è un gran monello. C’è da pensare che non abbia mai ricevuto un’educazione. Suo
papà è morto quand’era piccolo e da allora Mary è stata quasi sempre malata.”
“Mi dispiace sempre per quei bambini che non ricevono un’educazione”, disse Anna assennatamente, “Sai, anch’io non ne ho ricevuta una finché
tu non mi hai presa con te. Spero che lo zio si prenda cura di loro. In che grado di parentela sei con la signora Keith?”
“Con Mary? Nessuno. Era con suo marito... lui era nostro cugino. Ecco in cortile la signora Lynde. Penso che voglia avere notizie di Mary.”
“Non dirle del signor Harrison e della mucca.”, implorò Anna.
Marilla promise, anche se fu una promessa inutile perché non appena si mise a sedere la signora Lynde esclamò:
“Ho visto il signor Harrison scacciare la vostra mucca dal suo campo d’avena, mentre tornavo da Carmody. Mi sembrava decisamente arrabbiato.
Se l’è presa molto?”
Anna e Marilla si scambiarono sorrisi furtivi. Poche cose, ad Avonlea, sfuggivano alla signora Lynde. Proprio quel mattino Anna aveva detto:
“Se uno andasse in camera propria a mezzanotte, chiudesse a chiave la porta, abbassasse le imposte e starnutisse, la signora Lynde il giorno dopo
s’informerebbe del suo raffreddore!”
“Penso di sì”, ammise Marilla, “Io ero via. Ha dato un consiglio ad Anna.”
“Credo che sia un uomo davvero sgradevole”, disse Anna scuotendo irritata la sua testa rossa.
“Parole sante”, disse solennemente la signora Rachel, “Sapevo che ci sarebbero stati problemi quando Robert Bell vendette la fattoria a uno di
New Brunswick, lo sapevo. Non so che ne sarà di Avonlea con tanti stranieri che arrivano. Fra un po’ non saremo al sicuro neppure nei nostri letti!”
“Perché? Che altri stranieri sono arrivati?”, Domandò Marilla.
“Non hai sentito? Be’, per prima cosa ci sono i Donnell. Hanno affittato la vecchia casa di Peter Sloane. Peter ha assunto l’uomo per badare al
mulino. Vengono da est, i Donnell, e nessuno sa niente di loro. Poi ci sono quegli incapaci della famiglia di Timothy Cotton, che si trasferiscono
dalle Sabbie Bianche e saranno solo un peso per la comunità. Lui è in rovina... quando non ruba... e sua moglie è una creatura tanto pigra che non
riesce a badare a nulla. Lava i piatti seduta! La signora Pye ha portato qui Anthony Pye, il nipote orfano del marito. Verrà a scuola da te, Anna,
perciò aspettati qualche guaio. E avrai anche un altro alunno strano. Paul Irving viene dagli Stati Uniti per vivere con la nonna. Ti ricordi di suo
padre, Marilla... Stephen Irving, quello che piantò Lavanda Lewis a Grafton?”
“Non credo che l’abbia piantata. Ci fu un litigio... suppongo che la colpa fosse da ambo le parti.”
“Be’, comunque non la sposò, e lei è stata stranissima fin da allora, dicono... che viva da sola in quella strana casetta di pietra che chiama Tana
dell’Eco. Stephen andò negli Stati Uniti ed entrò in affari con lo zio, poi sposò una yankee. Non è mai più tornato a casa da allora, ma sua mamma
è andata a trovarlo un paio di volte. Sua moglie morì due anni fa e ora lui manda il bambino dalla madre per un po’. Ha dieci anni e non so se sarà
piacevole averlo come alunno. Con questi yankee non si sa mai!”
La signora Lynde guardava tutte le persone che avevano avuto la sventura di nascere o di venire educati lontano dall’Isola del Principe Edward
con quella sua aria da “come può qualcosa di buono venire da fuori Nazareth?”. Potevano anche essere brave persone, ovviamente; ma era meglio
dubitarne. Soprattutto, lei aveva forti pregiudizi nei confronti degli “yankee”. Suo marito una volta era stato imbrogliato, perdendo dieci dollari,
da un capo per cui aveva lavorato a Boston, e né angeli, né sovrani, né potenti avrebbero mai convinto la signora Rachel che gli interi Stati Uniti
non ne fossero responsabili.
“La scuola di Avonlea non peggiorerà per un po’ di gente nuova”, disse secca Marilla, “e se quel ragazzo somiglia anche solo un po’ a suo padre
sarà bravissimo. Steve Irving era il ragazzo migliore mai cresciuto da queste parti, anche se qualcuno dice che è orgoglioso. Credo che la signora
Irving sarà felicissima di avere qui il nipote. È sempre tanto sola da quando l’è morto il marito.”
“Oh, il ragazzo sarà anche bravo, ma è diverso dai bambini di Avonlea”, disse la signora Rachel come se questo fosse una conferma alla questione.
Le opinioni della signora Rachel in merito a gente, posti o cose erano sempre una garanzia di precisione, “Anna, cos’è quella storia che ho sentito,
che vuoi fondare una Società per il Progresso del Paese?”
“Ne stavo solo discutendo con alcuni dei ragazzi e delle ragazze all’ultimo raduno del Circolo Culturale”, disse Anna arrossendo, “Loro pensano
che sarebbe bello... e così anche il signor e la signora Allan. Molti paesi ne hanno una, adesso.”
“Ti caccerai nei guai, se lo fai. Faresti meglio a lasciar perdere, Anna. Alla gente non piace progredire.”
“Oh, ma noi non cerchiamo di far progredire la gente. Solo Avonlea. Ci sarebbero moltissime cose da fare per renderla più graziosa. Per esempio,
se noi riuscissimo a persuadere il signor Levi Boulter a buttare giù quell’orribile vecchia casa nella parte alta della sua fattoria, non sarebbe un
progresso?”
“Lo sarebbe certamente”, ammise la signora Rachel, “Quella vecchia rovina è un pugno nell’occhio da anni, per la zona. Ma se voi Progressisti
riuscite a persuadere Levi Boulter a fare qualcosa per gli altri senza essere pagato, voglio essere lì a vedere e sentire come fate. Non voglio
scoraggiarti, Anna, perché nella tua idea può esserci qualcosa di buono, anche se immagino tu l’abbia presa da qualche insensata rivista yankee;
ma avrai già abbastanza da fare con la scuola e ti consiglio, da amica, di non perder tempo coi tuoi progressi, ecco. Ma tanto già lo so che andrai
avanti per la tua strada una volta che hai preso una decisione. Sei sempre stata una che porta le cose a termine.”
Qualcosa nel profilo risoluto delle labbra di Anna diceva che la signora Rachel non era andata fuori strada. Anna era decisa a costituire la Società
per il Progresso. Gilbert Blythe, che avrebbe insegnato alle Sabbie Bianche ma che sarebbe tornato a casa dal venerdì sera al lunedì mattina, ne era
entusiasta; e la maggior parte degli altri era favorevole all’idea di fare una qualunque cosa che comportasse riunioni occasionali e di conseguenza
un po’ di “divertimento”. Per quanto riguarda i “progressi” da compiere, nessuno aveva in proposito idee molto chiare a parte Anna e Gilbert. Ne
avevano parlato e avevano fatto progetti finché un’Avonlea ideale non nacque nelle loro menti, se non altrove.
La signora Rachel aveva altre novità.
“Affidano la scuola di Carmody a Priscilla Grant. Alla Queen’s non avevi una compagna di scuola con quel nome, Anna?”
“Sì. Priscilla va a insegnare a Carmody? Che bello!”, esclamò Anna, con gli occhi grigi che presero a scintillare come stelle, finché la signora
Lynde non cominciò a chiedersi di nuovo se avrebbe mai avuto la soddisfazione di decidersi se Anna Shirley fosse una ragazza carina oppure no.
Capitolo 2 - Vendere in fretta e pentirsi con calma

Il pomeriggio seguente Anna andò in calesse a Carmody per una spedizione di spese e portò con sé Diana Barry. Naturalmente Diana era un
membro attivo nella Società per il Progresso, e le due ragazze parlarono quasi solo di questo nel tragitto fino a Carmody e ritorno.
“La primissima cosa da fare appena cominciamo è ridipingere la sede del circolo”, disse Diana quando superarono il Circolo Culturale di Avonlea,
uno squallido edificio costruito in un avvallamento boscoso, dove gli abeti rossi lo coprivano da ogni lato, “È un posto dall’aspetto ignobile,
dovremmo occuparcene prima ancora di cercare di convincere il signor Levi Boulter a buttar giù la casa. Papà dice che non ce la faremo mai, Levi
Boulter è troppo meschino per perderci tutto quel tempo.”
“Forse permetterebbe ai ragazzi di farlo se loro promettono di trasportare le assi e di spaccargliele per il caminetto”, disse Anna speranzosa,
“Dobbiamo fare del nostro meglio e accontentarci di andar piano, agli inizi. Non possiamo aspettarci di far progredire tutto subito. Per prima cosa,
dobbiamo educare la sensibilità comune.”
Diana non era sicura di cosa volesse dire “educare la sensibilità comune”; ma suonava bene, e si sentì orgogliosa di appartenere a un’associazione
che avesse tali scopi.
“Ieri sera pensavo a qualcosa che potremmo fare, Anna. Sai quel pezzo di terra triangolare dove s’incrociano la strada per Carmody, quella per
Newbridge e quella per le Sabbie Bianche? È tutta piena di giovani abeti rossi; non sarebbe meglio toglierli e lasciare solo quelle due o tre betulla
che c’erano già?”
“Splendido”, convenne allegra Anna, “E potremmo metterci dei sedili rustici, sotto le betulle. E quando arriva la primavera potremmo sistemare,
al centro, un’aiuola fiorita e piantarci i gerani.”
“Sì; solo che dovremo escogitare un modo per convincere la vecchia signora Hiram Sloane a tenere lontana la sua mucca, o ci mangerà tutti i
gerani”, rise Diana, “Comincio a capire che intendi quando dici di educare la sensibilità comune, Anna. Ecco la casa del vecchio Boulter. S’è mai
vista una catapecchia simile? È anche piantata così vicino alla strada! Una vecchia casa con le finestre fracassate mi fa sempre pensare a qualcosa
di morto con gli occhi cavati.”
“Credo che una vecchia casa abbandonata sia un’immagine tristissima”, disse Anna sognante, “Mi sembra sempre che pensi al suo passato e
rimpianga le gioie dei vecchi tempi. Marilla dice che tanto tempo fa in quella casa c’era una famiglia numerosa, e che era un posto proprio
grazioso, con un bellissimo giardino e tante rose rampicanti. Era piena di bambini, risate e canzoni; e adesso è vuota, e nulla attraversa le sue stanze
se non il vento. Come deve sentirsi sola e triste! Forse tornano tutti nelle notti di luna piena... i fantasmi dei bambini di tanto tempo fa, e quelli
delle rose, e quelli delle canzoni... e per un po’ la casa può ancora sognare di essere giovane e allegra.”
Diana scosse la testa.
“Io non immagino mai cose del genere sui luoghi, Anna. Non ricordi quanto si arrabbiarono mamma e Marilla quando c’immaginammo i fantasmi
nella Foresta Stregata? Ancora adesso non riesco a essere a mio agio quando attraverso quel bosco col buio; e se incominciassi a immaginarmi
cose sulla vecchia casa di Boulter non riuscirei più neanche a passarci accanto senza spaventarmi. Inoltre, quei bambini non sono morti. Sono tutti
cresciuti e stanno bene... e uno di loro fa il macellaio. E comunque fiori e canzoni non possono avere fantasmi.”
Anna represse un sospiro. Lei voleva molto bene a Diana, loro due erano sempre state buone amiche. Ma aveva imparato da tanto tempo che
se voleva girovagare nei regni della fantasia doveva farlo da sola. La via per andarci era un sentiero incantato dove neanche le persone più care
potevano seguirla.
Ci fu un acquazzone, mentre erano a Carmody; però non durò molto, e il ritorno a casa, per viali dove le gocce di pioggia scintillavano sui rami
e le piccole valli verdi dove le felci intrise d’acqua mandavano odori pungenti, fu delizioso. Ma appena voltarono nel vialetto dei Cuthbert Anna
vide qualcosa che per lei rovinò tutta la bellezza del paesaggio.
Davanti a loro, sulla destra, si estendeva l’ampio campo del signor Harrison, con l’avena grigio-verde, bagnata e lussureggiante; e lì, in piedi,
con la sua sagoma squadrata, nel centro del campo, immersa fino ai fianchi lustri tra le piante succose, intenta a guardarle placida al di sopra delle
spighe che si frapponevano tra loro, c’era una mucca jersey!
Anna lasciò cadere le redini e si alzò in piedi con le labbra serrate in un modo che non lasciava presagire nulla di buono per il rapace quadrupede.
Non disse una parola, ma balzò agilmente al di là delle ruote del calesse e guizzò dall’altra parte dello steccato prima ancora che Diana capisse
cosa stava accadendo.
“Anna, torna indietro!”, strillò quest’ultima appena ritrovò la voce, “Ti rovini il vestito in quel grano bagnato... te lo rovini. Non mi sente! Be’,
non riuscirà mai a far uscire quella mucca da sola. Ovviamente, devo aiutarla.”
Anna andava alla carica nel frumento come una matta. Diana balzò svelta giù, assicurò il cavallo a un pilastro, si tirò sulle spalle la gonna del
grazioso vestito di percalle, balzò oltre la recinzione e partì all’inseguimento della sua affannata amica. Correva più veloce di Anna, che era
ostacolata nei movimenti dalla gonna zuppa e appiccicosa, e ben presto la raggiunse. Si lasciarono dietro una pista che avrebbe spezzato il cuore
del signor Harrison, quando l’avesse vista.
“Anna, per carità, fermati”, ansimò la povera Diana, “Io sono senza fiato e tu sei bagnata fino alle ossa.”
“Devo... portare... quella mucca... fuori di qui... prima che... il signor Harrison... la veda”, boccheggiò Anna, “non m’importa... se mi bagno...
purché... ci riusciamo!”
Ma la mucca non pareva vedere alcun motivo valido per lasciarsi condurre fuori dal suo pascolo lussureggiante. Non appena le due ragazze, senza
fiato, la raggiunsero, lei si voltò e se la svignò determinata verso l’angolo opposto del campo.
“Fermala”, gridò Anna, “Corri, Diana, corri.”
Diana corse. Anna ci provò e quella bestia malvagia fece il giro del campo come se fosse stata posseduta. Tra sé e sé, Diana pensava che lo fosse.
Ci vollero dieci buoni minuti prima che riuscissero a bloccarla e a condurla nell’apertura all’angolo col vialetto dei Cuthbert.
Inutile negare che in quel momento Anna non fosse d’umore decisamente angelico. Né provò minimamente sollievo nel vedere un carretto fermarsi
fuori dal viale; dentro sedevano il signor Shearer, di Carmody, e figlio, entrambi che sfoggiavano un ampio sorriso.
“Credo che sarebbe stato meglio se mi avessi venduto la tua mucca quando volevo comprarla la settimana scorsa, Anna.”, ridacchiò il signor
Shearer.
“Ve la vendo adesso, se la volete”, disse la proprietaria della mucca, paonazza e scarmigliata, “potete averla in questo istante.”
“Affare fatto. Ti do venti dollari, come ti avevo offerto prima, e Jim, qui, può condurla subito a Carmody. Andrà in città col resto della mandria
stasera. Il signor Reed di Brighton vuole una mucca jersey.”
Cinque minuti dopo Jim Shearer e la mucca marciavano per la strada e l’impulsiva Anna tornava nel vialetto dei Tetti Verdi coi suoi venti dollari.
“Cosa dirà Marilla?”, domandò Diana.
“Oh, non ci baderà. Dolly era la mia mucca ed è difficile che ce l’avrebbero pagata più di venti dollari all’asta. Ma povera me! Se il signor Harrison
vede quel grano si accorge che lei c’è stata di nuovo, e dopo che gli avevo dato la mia parola d’onore che non l’avrei più lasciato accadere! Be’, ho
imparato la lezione: non darò più la mia parola d’onore sul conto delle mucche. Una mucca che riesce a saltare o a spezzare lo steccato del nostro
recinto per la mungitura è comunque inaffidabile.”
Marilla era andata dalla signora Lynde e quando tornò sapeva già tutto della vendita e del trasferimento di Dolly, perché la signora Lynde aveva
visto la maggior parte delle operazioni dalla finestra, e il resto l’aveva indovinato.
“Immagino che sia meglio che se ne sia andata, anche se tu fai le cose in maniera troppo precipitosa, Anna. Però non capisco come abbia fatto a
uscire dal recinto. Deve aver spezzato delle assi.”
“Non ho pensato a controllare”, disse Anna, “ma vado a vedere adesso. Martin non è ancora tornato. Forse gli è morta un’altra zia. Credo che sia
qualcosa come il signor Peter Sloane e gli ottuagenari. L’altra sera la signora Sloane stava leggendo il giornale e ha detto al signor Sloane: ‘Qui
dicono che è morto un altro ottuagenario. Cos’è un ottuagenario, Peter?’, e il signor Sloane ha risposto che non lo sapeva, ma che dovevano essere
creature malaticce, perché se ne sente parlare solo quando muoiono. Dev’essere una cosa del genere con le zie di Martin.”
“Martin è soltanto come tutti gli altri francesi”, disse Marilla disgustata, “Non puoi fidarti di loro neppure per un giorno.”, Marilla stava esaminando
gli acquisti che Anna aveva fatto a Carmody, quando sentì uno strillo acuto dall’aia. Un istante dopo Anna si precipitò in cucina, torcendosi le mani.
“Anna Shirley, che cosa c’è adesso?”
“Oh, Marilla, che faccio? È terribile. Ed è tutta colpa mia. Ma non imparerò mai a fermarmi e riflettere prima di fare cose avventate? La signora
Lynde mi ha sempre detto che prima o poi avrei fatto qualcosa di terribile, e adesso l’ho fatto!”
“Anna, sei la ragazza più esasperante del mondo! Cos’è che hai fatto?”
“Ho venduto al signor Shearer la mucca del signor Harrison... quella che aveva acquistato dal signor Bell! In questo istante Dolly è qui fuori nel
recinto della mungitura.”
“Anna, stai sognando?”
“Come lo vorrei. Qui non c’è niente da sognare, anzi, sembra un incubo. E ormai la mucca del signor Harrison sarà già a Charlottetown. Oh,
Marilla, pensavo di aver smesso di cacciarmi nei guai, e invece ecco che sono finita nel più gran guaio della mia vita. Che cosa posso fare?”
“Fare? Tesoro, non c’è niente da fare, se non andare dal signor Harrison e dirglielo. Possiamo dargli la nostra mucca in cambio, se non vuole i soldi.
In fondo è buona come la sua.”
“Sono sicura che diventerà terribilmente arrabbiato e sgradevole”, gemette Anna.
“Penso di sì. Sembra un uomo molto irritabile. Se vuoi vado a parlargliene io.”
“No davvero, non sono così codarda”, esclamò Anna, “la colpa è mia e non permetterò che sia tu a subirne la punizione. Ci vado io, e ci vado
subito. Prima finisce, meglio è, perché sarà terribilmente umiliante.”
La povera Anna prese il cappello e i venti dollari e stava uscendo quando le capitò di passare davanti alla porta aperta della dispensa. Sul tavolo
c’era, a riposare, una torta di noci che aveva fatto quel mattino... una ricetta particolarmente gustosa, coperta di glassa rosa a guarnita con le
nocciole. Anna l’aveva fatta per venerdì sera, quando i giovani di Avonlea si sarebbero riuniti ai Tetti Verdi per organizzare la Società per il
Progresso. Ma cos’era la riunione in confronto all’appena offeso signor Harrison? Anna pensò che quella torta avrebbe dovuto intenerire il cuore
di chiunque, specialmente di un uomo che doveva cucinarsi da sé, così, prontamente, la infilò in una scatola. L’avrebbe portata al signor Harrison
come offerta di pace.
“Questo sempre che mi lasci parlare”, pensò mestamente mentre scavalcava lo steccato del vialetto e s’incamminava per la scorciatoia tra i campi,
resi dorati dalla luce di quella languida sera d’agosto, “Adesso so come si sentono le persone condotte al patibolo.”
Capitolo 3 - Il signor Harrison a casa sua

La casa del signor Harrison era una costruzione vecchio stile, con le grondaie basse, imbiancata a calce, e sorgeva di fronte a un fitto boschetto di
abeti rossi.
Il signor Harrison sedeva nella sua veranda, all’ombra delle viti, in maniche di camicia a godersi la sua pipa. Quando si rese conto di chi stesse
arrivando sul sentiero, balzò improvvisamente in piedi, sfrecciò in casa e chiuse la porta. Questo esprimeva solo il disagio per la sorpresa, assieme
a un bel po’ di vergogna per la sfuriata del giorno prima. Ma a momenti spazzò via il coraggio di Anna.
“Se è già così arrabbiato adesso, che farà quando saprà cosa ho fatto?”, rifletté lei tristemente mentre bussava alla porta.
Ma il signor Harrison aprì, sorridendo imbarazzato, e la invitò a entrare con toni dolci e cordiali, anche se un po’ nervosi. Aveva messo via la pipa
e indossato la giacca; con molta cortesia offrì ad Anna una sedia molto impolverata, e l’accoglienza sarebbe stata piacevole se non fosse stato per
quello spione d’un pappagallo che con perfidi occhi dorati li guardava dalle sbarre della gabbia. Non appena Anna si sedette, Ginger esclamò:
“Santo cielo, che ci fa qui quella testina rossa?”
Era difficile dire quale volto fosse arrossito di più, se quello del signor Harrison o quello di Anna.
“Non badare a quel pappagallo”, disse il signor Harrison lanciando sguardi furenti a Ginger, “Lui... lui dice sempre sciocchezze. L’ho avuto da
mio fratello, che era un marinaio. I marinai non usano sempre un linguaggio elegante, e i pappagalli sono uccelli che tendono a imitare molto.”
“Penso di sì”, disse la povera Anna, visto che il ricordo della sua missione mitigava il suo risentimento. Una cosa era certa: in quelle circostanze
non poteva permettersi di snobbare il signor Harrison. Quando avevi appena venduto disinvoltamente la mucca di qualcuno, senza che questo
qualcuno fosse consapevole o consenziente, non potevi offenderti se un pappagallo diceva cose poco lusinghiere. Nonostante ciò la “testina rossa”
non fu così mite come avrebbe potuto altrimenti essere.
“Sono venuta a confessarvi qualcosa, signor Harrison”, disse risoluta, “a proposito di... di quella mucca jersey.”
“Accidenti”, esclamò nervoso il signor Harrison, “ha fatto di nuovo irruzione nel mio campo d’avena? Be’, non fa niente... non fa niente, se è così.
Non fa proprio niente di niente, io... sono stato troppo precipitoso, ieri, sì. Non preoccuparti.”
“Oh, fosse solo questo”, sospirò Anna, “Ma è dieci volte peggio. Io non...”
“Povero me, non intenderai dire che è andata nel campo di grano?”
“No... no... non il grano. Ma...”
“Allora i cavoli! Ehi, è andata tra i cavoli che stavo coltivando per la Fiera?”
“No, non sono i cavoli, signor Harrison. Vi dirò tutto, sono venuta qui per questo... ma per piacere, noninterrompetemi. Lasciatemi raccontare la
mia storia e non dite nulla finché non ho finito... allora sì che ne avrete di cose da dire!”, concluse Anna, ma solo col pensiero.
“Non dirò più nulla”, disse il signor Harrison, e non lo fece. Ma Ginger non era legato ad alcuna promessa di silenzio, così continuò ad esclamare
“testina rossa” a intervalli, finché Anna non si sentì piuttosto arrabbiata.
“Ieri avevo chiuso la mia mucca nel nostro recinto. Stamattina sono andata a Carmody e quando sono tornata ho visto una mucca jersey tra la
sua avena. Diana e io l’abbiamo rincorsa e non sa quanto è stata dura. Ero così spaventosamente bagnata, provata e irritata... e in quel momento è
arrivato il signor Shearer e ha proposto di acquistare la mucca. Gliel’ho venduta su due piedi per venti dollari. Be’, ho fatto un errore. Avrei dovuto
aspettare e consultarmi con Marilla, è vero. Ma io ho una terribile tendenza a fare le cose senza pensare... tutti quelli che mi conoscono potranno
dirvelo. Il signor Shearer s’è portato subito via la mucca per poterla spedire col treno del pomeriggio.”
“Testina rossa”, esclamò Ginger in tono di profondo disprezzo.
A questo punto il signor Harrison si alzò e, con un’espressione che avrebbe terrorizzato qualunque uccello non fosse un pappagallo, prese la
gabbia di Ginger, la portò nella stanza accanto e chiuse la porta. Ginger strillò, imprecò e si comportò in modo da tenere alta la sua reputazione,
ma accortosi di essere rimasto solo piombò in un offeso silenzio.
“Scusami e va’ avanti”, disse il signor Harrison tornando a sedersi, “mio fratello, il marinaio, non ha mai insegnato le buone maniere a quella
bestia.”
“Sono rincasata e dopo il tè sono andata nel recinto per la mungitura. Signor Harrison...”, Anna si sporse in avanti giungendo le mani in quel suo
vecchio gesto infantile, mentre con gli occhi grigi guardava implorante il volto imbarazzato del signor Harrison, “...mi sono accorta che la mia
mucca era ancora chiusa nel recinto. Era la vostra mucca quella che avevo venduto al signor Shearer.”
“Accidenti!”, esclamò il signor Harrison per lo stupore di questa inattesa conclusione, “Questo sì che è straordinario!”
“Oh, non c’è proprio nulla di straordinario nel fatto che io metta nei guai me stessa e gli altri”, disse Anna funerea, “sono famosa per questo.
Pensavo che crescendo mi fosse passata... il prossimo marzo faccio diciassette anni... ma a quanto pare così non è. Signor Harrison, è troppo
sperare che possiate perdonarmi? Temo che sia troppo tardi per recuperare la vostra mucca, ma qui ci sono i soldi che mi hanno dato... o se preferite
potete avere la mia mucca. È un’ottima mucca, sapete. Non so dirvi quanto mi dispiaccia.”
“Bah”, disse il signor Harrison, spiccio, “Non dire altro, signorina. Non ci saranno conseguenze... nessuna conseguenza. Sono incidenti che
capitano. Anch’io certe volte sono troppo precipitoso, signorina... troppo, troppo precipitoso. Ma non riesco a fare a meno di dire ciò che penso e
la gente deve prendermi per come sono. Se quella mucca fosse andata nei cavoli, allora... ma non si preoccupi, non l’ha fatto perciò è tutto a posto.
Credo che preferirei avere la tua mucca in cambio, dal momento che te ne vuoi sbarazzare.”
“Oh, grazie, signor Harrison. Sono proprio contenta che non vi siate arrabbiato. Lo temevo proprio.”
“E immagino che avessi una paura folle di venire qui a raccontarmi tutto, dopo quello che ho combinato ieri, no? Ma non devi preoccuparti per
me. Sono un vecchio terribilmente schietto, tutto qui... con una terribile tendenza a dire la verità, non fa niente se in modo troppo aperto.”
“Anche la signora Lynde è così.”, disse Anna prima di riuscire a fermarsi.
“Chi? La signora Lynde? Non parlarmi di quella vecchia pettegola!”, disse il signor Harrison irritato, “Io non... non sono così, neanche un po’.
Cos’hai in quella scatola?”
“Una torta”, disse Anna maliziosamente. Per il sollievo datole dall’inattesa gentilezza del signor Harrison, il suo animo s’era alleggerito come una
piuma, “L’ho portata per voi... pensavo che forse non ricevete spesso delle torte.”
“No, infatti, e mi piacciono pure molto. Ti sono molto grato. Da fuori sembra ottima, spero che lo sia anche dentro.”
“Lo è”, disse Anna allegramente fiduciosa, “Ai miei tempi, come potrebbe dirle la signora Allan, ho fatto torte che non lo erano, ma questa è a
posto. L’avevo fatta per la Società per il Progresso, ma per loro posso farne un’altra.”
“Be’, signorina, ti dico una cosa: devi aiutarmi a mangiarla. Metto su il bollitore e ci facciamo una tazza di tè. Ti va?”
“Posso fare io il tè?”, disse Anna esitante.
Il signor Harrison ridacchiò.
“Vedo che non ti fidi molto della mia abilità nel fare il tè. Ti sbagli... posso preparare la miglior tazza di tè che abbia mai assaggiato. Ma fai pure.
Fortunatamente domenica scorso è piovuto e ci sono tanti piatti puliti.”
Anna saltellò vivacemente in piedi e si mise al lavoro. Lavò la teiera diverse volte prima di metterci in infusione il tè. Poi pulì il forno e preparò
la tavola, prendendo i piatti dalla credenza. Lo stato in cui era la credenza la fece inorridire, ma saggiamente non disse nulla. Il signor Harrison
le disse dove trovate il pane, il burro e un barattolo di pesche. Anna decorò il tavolo con un mazzolino di fiori preso in giardino e chiuse un
occhio sulla tovaglia macchiata. Ben presto il tè fu pronto e Anna si sedette di fronte al signor Harrison, al suo tavolo, gli versò il tè e chiacchierò
liberamente con lui della scuola, dei suoi amici e dei suoi progetti. Quasi non riusciva a credere ai propri occhi.
Il signor Harrison aveva riportato indietro Ginger, giustificandosi affermando che il poveretto si sarebbe sentito solo; Anna, sentendosi in grado di
poter perdonare tutti e tutto, gli offrì una nocciola. Ma Ginger si sentiva profondamente ferito nei sentimenti e rifiutò ogni offerta di amicizia. Se
ne rimase seduto di malumore sul suo trespolo e arruffò le penne fino a sembrare nient’altro che una palla verde e dorata.
“Perché l’havete chiamato Ginger?”, domandò Anna, alla quale piacevano i nomi appropriati e pensava che il nome Ginger, “rosso”, non si
accordasse a quel piumaggio sgargiante.
“Mio fratello, il marinaio, l’ha chiamato così. Forse ha qualcosa a che fare col suo carattere. Mi preoccupo molto per quella bestia, però... ti
sorprenderebbe di sapere quanto. Certo, anche lui ha i suoi difetti. In un modo o in un altro quell’uccello mi costa molto. Certa gente ha da ridire
sulla sua abitudine a imprecare, ma non si riesce a togliergliela. Ci ho provato... altri ci hanno provato. Certi hanno pregiudizi sui pappagalli. È
stupido, no? A me piacciono. Ginger mi fa tanta compagnia. Nulla al mondo mi convincerebbe a sbarazzarmi di lui... nulla al mondo, signorina.”
Il signor Harrison aveva pronunciato l’ultima frase con veemenza, come se sospettasse che Anna avesse il piano segreto di convincerlo a dar via
Ginger. Ad Anna però cominciava a piacere quell’ometto strano, difficile, nervoso, e quando il pasto terminò i due erano già buoni amici. Il signor
Harrison venne a sapere della Società per il Progresso e l’approvò.
“Benissimo. Andate avanti. Ci sono tantissime cose da far progredire in questa zona... e anche nella gente.”
“Oh, non lo so”, scattò Anna. Tra sé, e con gli amici intimi, poteva anche ammettere che Avonlea e i suoi abitanti avessero dei piccoli difetti,
facilmente correggibili. Ma sentire il signor Harrison, praticamente uno straniero, dirlo era una cosa completamente diversa, “Io credo che Avonlea
sia un posto delizioso e anche la gente è molto simpatica.”
“Scommetto che hai un bel caratterino, tu”, commentò il signor Harrison osservando le guance arrossate e gli occhi indignati di fronte a lui,
“Suppongo che si accordi con capelli come i tuoi. Avonlea è a posto, altrimenti non mi ci sarei trasferito. Ma immagino che perfino tu ammetta
che ha qualche difetto, no?”
“Mi piace anche di più proprio per quello”, disse Anna, leale, “non mi piacciono i posti, o anche le persone, che non hanno difetti. Credo che una
persona veramente perfetta non sia per nulla interessante. La signora Milton White dice di non aver mai incontrato una persona perfetta, ma ne ha
sentito parlare, di una, anche troppo... la prima moglie di suo marito. Non pensate che debba essere molto sgradevole essere sposati a un uomo la
cui prima moglie era perfetta?”
“Sarebbe anche più sgradevole essere sposati con la moglie perfetta.”, affermò il signor Harrison con un calore improvviso e inspiegabile.
Quando finirono il tè Anna insistette per lavare i piatti, anche se il signor Harrison l’aveva assicurata che in casa ce n’erano ancora per settimane.
Le sarebbe piaciuto tanto pulire anche i pavimenti, ma non c’erano scope in vista e lei non ebbe il coraggio di chiedere dove fossero, per paura di
sapere che non ce n’erano.
“Puoi venire a trovarmi per fare due chiacchiere, ogni tanto”, suggerì il signor Harrison quando Anna se ne stava andando, “non siamo lontani e
tra vicini bisognerebbe essere cordiali. M’interessa la tua Società. Credo che sarà divertente. Chi affrontate per primo?”
“Noi non avremo a che fare con la gente... sono solo i posti, che vogliamo migliorare.”, disse Anna con un certo contegno. Sospettava vagamente
che il signor Harrison volesse farsi beffe del suo progetto.
Quando se ne fu andata il signor Harrison la guardò dalla finestra... la figura di una ragazza agile che saltellava allegramente tra i campi negli
ultimi bagliori del sole al tramonto.
“Sono solo un vecchio burbero, solitario e bisbetico”, disse ad alta voce, “ma in quella ragazzina c’è qualcosa che mi fa sentire giovane... è una
sensazione così piacevole che mi piacerebbe ripeterla di tanto in tanto.”
“Testina rossa!”, gracchiò Ginger beffardo.
Il signor Harrison lo minacciò agitando il pugno.
“Perfido uccellaccio”, borbottò, “quasi vorrei averti tirato il collo quando mio fratello marinaio t’ha portato a casa. Non la pianterai mai di
cacciarmi nei guai?”
Anna corse a casa allegramente e raccontò le sue avventure a Marilla, che si era allarmata non poco per la sua assenza prolungata ed era sul punto
di uscire a cercarla.
“Il mondo è bello, dopotutto, vero, Marilla?”, concluse Anna felice, “L’altro giorno la signora Lynde si lamentava che non fosse un gran che di
mondo. Diceva che ad aspettarsi qualcosa di bello si finisce sempre col rimanere più o meno delusi... forse è vero. Ma c’è anche un lato buono.
Anche le brutte cose non sempre poi corrispondono alle aspettative... quasi sempre si rivelano essere migliori di quel che pensavamo. Io mi
aspettavo un’esperienza terribilmente sgradevole quando sono andata dal signor Harrison, stasera; e invece lui era gentile ed è stata una serata
piacevole. Penso che potremo essere ottimi amici se ci perdoniamo molte cose, e tutto è andato per il meglio. Però, Marilla, lo stesso la prossima
volta non venderò più una mucca prima di assicurarmi a chi appartenga. E non mi piacciono i pappagalli!”
Capitolo 4 - Opinioni diverse

Una sera, al tramonto, Jane Andrews, Gilbert Blythe e Anna Shirley se ne stavano presso una staccionata all’ombra dei rami degli abeti rossi, che
ondeggiavano dolcemente dove una scorciatoia tra i boschi, conosciuta come il Sentiero delle Betulle, si univa alla strada principale. Jane era
andata a trascorrere il pomeriggio con Anna, che l’aveva riaccompagnata per parte del tragitto di ritorno a casa; alla staccionata avevano incontrato
Gilbert, e tutti e tre adesso parlavano del fatidico mattino seguente. Perché l’indomani era il primo settembre e riaprivano le scuole. Jane sarebbe
andata a Newbridge e Gilbert alle Sabbie Bianche.
“Voi due avete un vantaggio su di me”, sospirò Anna, “andrete a insegnare a bambini che non vi conoscono, ma io dovrò insegnare ai miei vecchi
compagni di scuola e la signora Lynde teme che non mi rispetteranno, come se fossi un’estranea, a meno che io non sia molto severa fin dall’inizio.
Però io credo che un insegnante non dovrebbe essere severo. Povera me, mi sembra una tale responsabilità!”
“Scommetto che andremo tutti bene.”, disse Jane, tranquilla. Jane non era afflitta dall’aspirazione a dare il buon esempio. Lei intendeva guadagnarsi
il salario onestamente, accontentare gli amministratori e mantenere il proprio nome nella lista d’onore dell’Ispettore Scolastico. Altre aspirazioni,
Jane non ne aveva, “La cosa più importante è mantenere l’ordine, e un insegnante deve essere un po’ severo per riuscirci. Se i miei alunni non
faranno come dico io, li punirò.”
“Come?”
“Con una bella sferzata, ovviamente.”
“Oh, Jane, non farlo!”, esclamò Anna, sconvolta, “Non potrai!”
“Invece potrò e lo farò, se se lo meritano.”, disse Jane convinta.
“Io non potrei mai picchiare un bambino”, disse Anna con altrettanta convinzione, “Non credo affatto alla sferza. La signorina Stacy non ha mai
picchiato nessuno di noi e teneva un ordine perfetto; il signor Phillips usava sempre la sferza e non riusciva mai a tenere l’ordine. No, se non
riuscirò a fare a meno delle punizioni corporali allora smetterò d’insegnare. Ci sono modi migliori di agire. Io cercherò di conquistarmi l’affetto
dei miei alunni, così loro vorranno fare ciò che gli dico.”
“E se non andrà così?”, disse pratica Jane.
“Non li picchierei comunque. Sono sicura che non ne verrebbe nulla di buono. Jane, cara, non picchiare i tuoi alunni, qualunque cosa facciano.”
“Tu che ne pensi, Gilbert?”, domandò Jane, “Non credi che ci siano bambini che meritino una bella sferzata di tanto in tanto?”
“Non credi che sia una cosa crudele e barbara picchiare un bambino... qualunque bambino?”, esclamò Anna, il volto arrossato per l’ardore.
“Be’”, disse Gilbert lentamente, dibattuto tra le sue vere convinzioni e il desiderio di essere all’altezza degli ideali di Anna, “c’è qualcosa a favore
di entrambe le tesi. Io non credo molto nel picchiare i bambini. Come dici tu, Anna, penso che ci siano modi migliori per cavarsela, di norma, e
che le punizioni corporali debbano essere solo l’ultima risorsa. Ma d’altro lato, come dice Jane, penso che ogni tanto capitino bambini che non si
lasciano influenzare in nessun altro modo e che, in breve, abbiano bisogno di essere battuti, che ne risultino migliorati. Punizioni corporali come
estrema risorsa, sarà questa la mia regola.”
Nel cercare di accontentare entrambe le parti Gilbert, come al solito, finì con lo scontentarle tutte e due. Jane scosse la testa.
“Io picchierò i miei alunni quando si comporteranno male. È il modo più rapido e semplice per convincerli.”
Anna lanciò a Gilbert uno sguardo deluso.
“Io non picchierò mai un bambino”, ripeté fermamente, “sono sicura che non sia giusto né necessario.”
“E se un bambino ti risponde male quando gli dici di fare qualcosa?”, disse Jane.
“Lo tratterrò dopo scuola e gli parlerò gentilmente e con fermezza”, disse Anna, “C’è del buono in ogni persona, se si riesce a trovarlo. È il dovere
di un insegnante trovarlo e svilupparlo. È quello che il nostro professore di Gestione Scolastica ci diceva, alla Queen’s. Pensi di poter trovare del
buono in un bambino prendendolo a sferzate? È molto meglio educare bene i bambini, perfino meglio che insegnargli le tre R1, dice il professor
Rennie.”
“Ma bada che poi l’Ispettore li interroga sulle tre R, e non ti farà una buona critica se non raggiungono i suoi standard.”, protestò Jane.
“Preferisco che i miei alunni mi vogliano bene e si ricordino di me, negli anni a venire, come di chi li ha aiutati concretamente, che finire nella lista
d’onore.”, affermò Anna decisa.
“Non puniresti per niente i tuoi alunni se si comportano male?”, chiese Gilbert.
“Oh, sì, immagino che dovrò farlo, anche se so che lo detesterò. Ma potrò metterli in un angolo, o in piedi, o dargli frasi da scrivere.”
“E immagino che non punirai le femmine facendole sedere coi maschi?”, disse Jane maliziosa.
Gilbert e Anna si guardarono e sorrisero, piuttosto scioccamente. Una volta Anna era stata fatta sedere accanto a Gilbert per punizione, e le
conseguenze erano state aspre e pesanti.
“Bè, il tempo dirà qual è il metodo migliore.”, disse Jane filosoficamente quando si lasciarono.
Anna tornò ai Tetti Verdi per il Sentiero delle Betulle, ombroso, frusciante e odoroso di felci, attraversò la Valletta Violetta e superò il Laghetto dei
Salici, dove il buio e la luce sembravano baciarsi tra i rami degli abeti, e giù per il Viale degli Innamorati... posti a cui lei e Diana avevano dato quei
nomi tanto tempo fa. Camminò lentamente, godendosi la dolcezza di boschi e campi, e il crepuscolo estivo pieno di stelle, pensando con calma ai
nuovi doveri di cui avrebbe cominciato a occuparsi il giorno seguente. Quando raggiunse il cortile dei Tetti Verdi sentì, dalla finestra della cucina,
la voce alta e decisa della signora Lynde.
“La signora Lynde è venuta a darmi qualche consiglio per domani”, pensò Anna con una smorfia, “non credo che entrerò. Penso che i suoi consigli
siano come il pepe... ottimi in piccole quantità, ma troppo pungenti nelle sue dosi. Invece farò una corsa e andrò a chiacchierare col signor
Harrison.”
Non era la prima volta che Anna andava a chiacchierare col signor Harrison, dopo la famosa faccenda della mucca jersey. Era stata lì molte sere,
lei e il signor Harrison erano ottimi amici, anche se di tanto in tanto Anna trovava piuttosto esasperante quella franchezza di cui lui andava così
fiero. Ginger continuava a guardarla con sospetto e non mancava mai di salutarla sarcasticamente con un “testina rossa”. Il signor Harrison aveva
tentato inutilmente di togliergli il vizio saltando, emozionato, quando vedeva arrivare Anna, ed esclamando:
“Santo cielo, riecco quella graziosa ragazzina”, e altre cose similmente lusinghiere. Ma Ginger capiva l’inghippo e se ne faceva beffe. Anna non
sapeva quanti complimenti le facesse alle spalle il signor Harrison. Anche perché apertamente non gliene faceva mai.
“Be’, m’immagino che tu sia stata nel bosco a fare scorta di frustini, eh?”, fu il suo saluto ad Anna appena lei arrivò sui gradini della veranda.
“No davvero!”, disse Anna indignata. Lei era un bersaglio perfetto da prendere in giro, perché prendeva tutto sul serio, “Non porterò mai un
1 Le tre R = Leggere, scrivere e far di conto, ovvero le basi dell’istruzione elementare (NDR)
frustino, nella mia scuola, signor Harrison. Certo, avrò una bacchetta, ma la userò soltanto per indicare sulla lavagna.”
“Ah, preferisci le cinghiate? Non so, forse hai ragione. Una scudisciata fa male di più sul momento, ma una cinghiata brucia per più tempo, è un
dato di fatto.”
“Non farò nulla del genere. Non picchierò i miei alunni.”
“Santo cielo!”, esclamò il signor Harrison con sincero stupore, “E allora come farai a mantenere l’ordine?”
“Amministrerò l’ordine con l’affetto, signor Harrison.”
“Non funzionerà”, disse il signor Harrison, “non funzionerà per niente, Anna: ‘risparmia la verga e rovina il bambino’. Quando io andavo a scuola
il mio maestro mi frustava regolarmente perché diceva che se non ero ancora stato cattivo, sicuramente progettavo di esserlo in seguito.”
“I metodi sono cambiati da quando andavate a scuola voi, signor Harrison.”
“Ma non la natura umana. Ricordati le mie parole: non riuscirai mai a gestire quei ragazzini se non ti tieni una verga in serbo per loro. È impossibile.”
“Be’, proverò prima a modo mio.”, disse Anna, che aveva una volontà molto forte e tendeva ad aggrapparsi molto tenacemente alle proprie teorie.
“Sei piuttosto cocciuta, immagino”, il signor Harrison si espresse a questo modo, “Bene, bene, la vedremo. Quando ti arrabbierai, e le persone coi
capelli di quel colore sono terribilmente inclini ad arrabbiarsi, dimenticherai tutte le tue belle nozioni e darai a qualcuno di loro una bella battuta.
A ogni modo sei troppo giovane per insegnare... troppo, troppo giovane e infantile.”
Improvvisamente, quella sera, Anna andò a letto sentendosi decisamente pessimista. Dormì male e il mattino dopo, a colazione, era così pallida
e abbattuta che Marilla si allarmò e insistette per farle prendere una tazza di tè allo zenzero, piccante. Anna lo sorseggiò pazientemente, anche se
non capiva come potesse farle bene del tè allo zenzero. Fosse stato una pozione magica, abbastanza potente da conferirle età ed esperienza, Anna
ne avrebbe mandate giù due pinte senza batter ciglio.
“Marilla... e se fallisco?”
“È difficile fallire completamente in un solo giorno, e ne hai tanti ancora a venire”, disse Marilla, “Il tuo problema, Anna, è che ti aspetti di
insegnare tutto a quei bambini, e di correggere i loro difetti, immediatamente, e se non ci riesci pensi di aver fallito.”
Capitolo 5 - Una maestra con tutte le carte in regola

Quando quel mattino Anna raggiunse la scuola (per la prima volta in vita sua aveva attraversato il Sentiero delle Betulle sorda e cieca a tutte le
sue bellezze) tutto era calmo e tranquillo. L’insegnante precedente aveva allenato i bambini a farsi trovare al proprio posto al suo arrivo, e quando
Anna entrò in classe si trovò di fronte cerimoniose file di “luminose facce pulite”, e occhi brillanti e curiosi. Appese il cappello e guardò gli alunni,
sperando di non sembrare spaventata e stupida come si sentiva, e anche che loro non si accorgessero che stava tremando.
La notte prima era rimasta sveglia quasi fino a mezzanotte, per comporre il discorso che aveva intenzione di fare agli alunni per l’apertura della
scuola. Lo aveva riscritto e corretto instancabilmente, e poi l’aveva imparato a memoria. Era un ottimo discorso e c’erano dentro bellissime idee,
specialmente sull’aiuto reciproco e la fervida ricerca della conoscenza. L’unico problema era che adesso non se ne ricordava più neanche una
parola.
Dopo quello che le parve un anno, in realtà erano dieci secondi, disse timidamente: “Prendete la Bibbia, prego.”, e crollò senza fiato sulla sedia,
coperta dal seguente fruscio e dal fracasso dei banchi che venivano aperti. Mentre i bambini leggevano i loro versetti, Anna cercò di ricomporre le
sue traballanti facoltà mentali ed esaminò la schiera di piccoli pellegrini diretti alla Terra degli Adulti.
Ovviamente molti di loro li conosceva. I suoi compagni di corso si erano tutti diplomati l’anno precedente, ma gli altri erano andati a scuola con lei,
tranne quelli dei primi corsi e dieci nuovi arrivati ad Avonlea. Anna segretamente si sentì più interessata a questi dieci che agli altri, le cui capacità
aveva già tracciato piuttosto bene. Per la verità, questi potevano rivelarsi normali come gli altri, ma d’altra parte tra di loro poteva anche esserci
un genio. Era un’idea emozionante.
Seduto da solo, in un banco d’angolo, c’era Anthony Pye. Aveva un faccino cupo, accigliato, e fissava Anna con un’espressione ostile nei suoi
occhi scuri. Anna decise all’istante che si sarebbe guadagnata l’affetto di quel bambino sconfiggendo completamente i Pye.
Nell’altro angolo un bambino strano sedeva accanto ad Arty Sloane... un tipino dall’aspetto allegro, col naso rincagnato, la faccia piena di lentiggini
e grandi occhi azzurri, orlati di ciglia chiare... probabilmente era un Donnell; e se la somiglianza contava qualcosa, sua sorella era quella seduta
verso il corridoio centrale, vicino a Mary Bell. Anna si chiese che razza di madre avesse la bambina, da mandarla a scuola vestita così. Indossava
un abito di seta d’un rosa sbiadito, decorato con abbondanti merletti di cotone, calzava scarpette bianche di capretto e calze di seta. I capelli biondo
rossicci erano tormentati da innumerevoli ricci attorcigliati e innaturali e sormontati da una sgargiante coroncina di nastri rosa più grande della sua
testa. A giudicare dalla sua espressione, era molto soddisfatta di sé.
Una creaturina pallida, con lucidi capelli ondulati, sottili, setosi e fulvi che le scendevano sulle spalle doveva essere, pensò Anna, Annetta Bell, i
cui genitori prima vivevano nel distretto scolastico di Newbridge, ma siccome avevano spostato la casa di una cinquantina di metri a nord, rispetto
alla posizione precedente, adesso erano ad Avonlea. Tre bambine pallide accalcate in un banco erano certamente delle Cotton; e non c’erano dubbi
sul fatto che la piccola bellezza coi lunghi ricci castani e gli occhi color nocciola, che da dietro la sua Bibbia lanciava sguardi civettuoli e Jack
Gills, fosse Prillie Rogerson, il cui padre si era appena risposato per la seconda volta e aveva riportato a casa Prillie dopo che era stata dalla nonna,
a Grafton. In uno dei posti più indietro c’era una ragazzina alta, goffa, che sembrava avere troppi piedi e troppe mani; Anna all’inizio non riuscì
a inquadrarla, ma poi scoprì che si chiamava Barbara Shaw e che era venuta a vivere ad Avonlea da una zia. Scoprì anche che se Barbara fosse
mai riuscita a percorrere il corridoio senza inciampare nei propri piedi, o in quelli altrui, gli studenti di Avonlea avrebbero scritto del singolare
avvenimento sui muri del portico, per commemorarlo.
Ma quando gli occhi di Anna incontrarono quelli del ragazzo che occupava il banco di fronte alla sua scrivania, provò uno strano brivido, come se
avesse trovato il suo genio. Sapeva che doveva essere Paul Irving, e che per una volta la signora Rachel Lynde doveva aver avuto ragione quando
aveva predetto che non sarebbe stato come gli altri bambini di Avonlea. Ancora di più, Anna capì che era diverso dagli altri bambini in generale e
che c’era uno spirito sottilmente affine al suo che la guardava da quegli occhi blu scuri che la osservavano così intensamente.
Sapeva che Paul aveva dieci anni, ma non ne dimostrava più di otto. Aveva il faccino più bello che avesse mai visto in un bambino, lineamenti
squisitamente delicati e raffinati, incorniciati da un’aureola di ricci castani. La bocca era deliziosa, piena ma non sporgente, le labbra rosse si
toccavano e s’incurvavano dolcemente in angoli ben delineati che parevano quasi fossette. Aveva un’espressione composta, seria, meditabonda,
come se il suo spirito fosse molto più adulto del corpo; ma quando Anna gli sorrise dolcemente quell’espressione si dissolse in un improvviso
sorriso di risposta, che sembrò illuminarlo tutto come se d’un tratto gli avessero acceso dentro una lampada, irradiandolo di luce dalla testa ai piedi.
La cosa migliore, è che era involontario, non nasceva da uno sforzo o da un motivo esterno, ma era semplicemente la splendente manifestazione
di una personalità nascosta, rara, dolce e raffinata. Con un solo rapido scambio di sguardi, Anna e Paul divennero fedeli amici prima ancora di
essersi detti una sola parola.
La giornata trascorse come un sogno. In seguito Anna non riuscì mai a ricordarla con chiarezza. Sembrava quasi che non fosse lei a insegnare, ma
qualcun altro. Sentì i diversi corsi, fece addizioni e diffuse appunti meccanicamente. I bambini si comportarono abbastanza bene; ci furono solo
due casi di scarsa disciplina. Morley Andrews fu beccato mentre portava un paio di grilli ammaestrati nel corridoio centrale. Anna fece rimanere
Morley in piedi sulla pedana e, cosa che colpì più dolorosamente Morley, sequestrò i grilli. Li mise in una scatola e sulla via del ritorno li liberò
nella Valletta Violetta; ma Morley era convinto, allora e anche in seguito, che li avesse portati a casa per divertircisi lei.
L’altro colpevole era Anthony Pye, che aveva versato le ultime gocce d’acqua dalla sua bottiglia sul collo di Aurelia Clay. Anna mise Anthony
in un angolo e, parlandogli di cosa ci si aspettasse dai gentiluomini, lo avvertì che questi non versavano mai l’acqua sul collo delle signore. Lei
voleva che tutti i suoi bambini fossero gentiluomini, disse. Il suo discorsetto fu gentile e toccante, ma sfortunatamente Anthony non ne venne
minimamente toccato. L’ascoltò in silenzio, con la stessa espressione risentita, fischiettando sdegnoso tutto il tempo. Anna sospirò e poi si fece
coraggio ricordandosi che guadagnarsi l’affetto di un Pye, così come la costruzione di Roma, non era lavoro che potesse compiersi in un giorno.
Di fatto c’era anche il dubbio che i Pye potessero avere dell’affetto da guadagnarsi; ma Anna sperava cose migliori per Anthony, che pareva poter
essere un bambino simpatico se solo qualcuno fosse riuscito a superare la sua ostilità.
Quando la scuola finì e i bambini tornarono a casa, Anna si lasciò cadere stancamente sulla sedia. La testa le doleva e si sentì terribilmente
scoraggiata. Il suo scoramento non aveva motivazioni reali, dal momento che non era capitato nulla di tremendo; ma Anna era stanchissima e
incline a credere che non avrebbe mai imparato ad amare l’insegnamento. E com’era terribile pensare di dover fare qualcosa che non si ama tutti
i giorni per... diciamo quarant’anni. Anna era indecisa se mettersi a piangere subito o se aspettare di essere al sicuro, nella sua cameretta bianca
a casa. Prima che potesse decidersi, però, sentì un ticchettio di tacchi e un fruscio di seta sul pavimento del portico, e Anna si trovò di fronte
una signora il cui aspetto le fece ricordare una recente critica del signor Harrison, a proposito di una donna troppo vestita vista all’emporio di
Charlottetown: “Sembrava il risultato di uno scontro frontale tra una rivista di moda e un incubo.”
La nuova arrivata era abbigliata fastosamente di una seta leggera azzurro pallido, con sbuffi, gale e volant ovunque fosse possibile infilare sbuffi,
gale e volant. La testa era sormontata da un enorme cappello di chiffon bianco, abbellito da tre lunghe, ma piuttosto sottili, piume di struzzo. Un
velo di chiffon rosa, generosamente cosparso di grossi pois neri, pendeva come una balza dalla tesa del cappello fino alle spalle e le svolazzava
dietro in due nastri leggeri. Indossava tutti i gioielli che fosse possibile ammucchiare su un’unica, piccola donna ed era seguita da una forte scia
di profumo.
“Sono la signora Donnéll... la signora H.B. Donnéll”, annunciò quella visione, “e sono venuta per vedervi a proposito di una cosa che Clarice
Almira mi ha detto oggi, quand’è tornata per pranzo. Una cosa che mi ha enormemente infastidito.”
“Mi dispiace”, balbettò Anna cercando, invano, di ricordare un qualche incidente che quel mattino potesse aver coinvolto i piccoli Donnell.
“Clarice Almira mi ha detto che voi avete pronunciato il suo cognome Dònnell. Invece, signorina Shirley, la pronuncia corretta del nostro cognome
è Donnéll... l’accento va sull’ultima sillaba. Spero che ve lo ricorderete per il futuro.”
“Ci proverò”, ansimò Anna reprimendo il desiderio di mettersi a ridere, “So per esperienza quanto sia spiacevole sentire il proprio nome compitato
male e immagino che sia anche peggio quando qualcuno sbaglia a pronunciarlo.”
“Certamente è così. E Clarice Almira mi ha anche informata che voi chiama mio figlio Jacob.”
“Lui mi ha detto di chiamarsi Jacob.”, protestò Anna.
“Dovevo aspettarmelo”, disse la signora H.B. Donnell in un tono che implicava che la gratitudine dei bambini non era qualcosa da aspettarsi
in quest’epoca scellerata, “Quel ragazzo ha gusti tanto plebei, signorina Shirley. Quando è nato volevo chiamarlo St. Clair... ha un suono tanto
aristocratico, non è vero? Ma suo padre ha insistito per farmelo chiamare Jacob, come suo zio. Io acconsentii, perché lo zio Jacob era un vecchio,
ricco scapolo. E sapete una cosa, signorina Shirley? Quando il nostro piccino innocente aveva cinque anni lo zio Jacob ha preso e s’è sposato, e ha
avuto figli suoi. S’è mai vista tanta ingratitudine? Quando ricevemmo la partecipazione alle nozze (perché ha avuto l’impertinenza di mandarci la
partecipazione), signorina Shirley... io dissi: ‘Niente più Jacob per me, grazie tante’. E da quel giorno ho chiamato mio figlio St. Clair e pretendo
che tutti lo chiamino St. Clair. Suo padre continua ostinatamente a chiamarlo Jacob, e lo stesso ragazzino nutre un’inesplicabile preferenza per
quel nome volgare. Ma St. Clair è e St. Clair resta. Gentilmente, signorina Shirley, potrete ricordarvelo? Grazie. Ho detto a Clarice Almira che si
era trattato soltanto di un equivoco e che parlandone sarebbe andato tutto a posto. Donnéll, con l’accento sull’ultima sillaba, e St. Clair, lasciate
perdere Jacob... ve lo ricordate? Grazie, grazie tante.”
Quando la signora H.B. Donnéll si allontanò leggera, Anna chiuse a chiave la porta della scuola e se ne andò a casa. Ai piedi della collina vide
Paul Irving vicino al Sentiero delle Betulle. Lui le porse un mazzetto di quelle piccole, graziose orchidee selvatiche che i bambini di Avonlea
chiamavano “gigli del riso”.
“Vi prego di accettarle, maestra, le ho trovate nel campo del signor Wright”, disse timido, “e sono tornato per darvele perché ho pensato che voi
siete il tipo di signora alla quale possono piacere e perché...”, sollevò i suoi splendidi occhioni, “...voi mi piacete, maestra.”
“Tesoro”, disse Anna prendendo quelle infiorescenze profumate. Come se le parole di Paul fossero state un incantesimo, lo scoramento e la
stanchezza abbandonarono il suo spirito e la speranza sgorgò dal suo cuore come un’allegra fontanella. Attraversò a passo svelto il Sentiero delle
Betulle, accompagnata dal dolce aroma delle orchidee come da una benedizione.
“Com’è andata?”, s’informò Marilla.
“Chiedimelo tra un mese e forse saprò risponderti. Ora non posso... non lo so... è troppo presto. I miei pensieri sono come se qualcuno li avesse
mescolati rendendoli tutti spessi e torbidi. L’unica cosa che sono sicura di aver ottenuto oggi è stato di aver insegnato a Cliffie Wright cos’è una A.
Prima non lo sapeva. Non è qualcosa far imboccare a qualcuno un sentiero che potrebbe portare a Shakespeare o al Paradiso Perduto?”
La signora Lynde arrivò più tardi per darle un altro po’ d’incoraggiamento. Quella brava donna aveva atteso al varco del suo cancello ogni singolo
alunno della scuola e gli aveva chiesto se gli era piaciuta la nuova maestra.
“E tutti hanno detto che gli sei piaciuta moltissimo, Anna, tranne Anthony Pye. Devo confessare che a lui non sei piaciuta. Dice che ‘non vai bene,
proprio come tutte le maestre femmine’. Sarà un bell’impegno quel Pye. Ma non preoccuparti.”
“Non mi preoccupo”, disse Anna tranquilla, “ma farò in modo di piacere anche ad Anthony Pye. Pazienza e gentilezza avranno sicuramente la
meglio su di lui.”
“Be’, coi Pye non si può mai dire”, disse con prudenza la signora Rachel, “loro funzionano al contrario, come i sogni, più spesso che mai. E per
quanto riguarda quella signora Donnéll, sta’ sicura che io non la chiamerò mai Donnéll. Il nome è Dònnell, com’è sempre stato. Quella è pazza,
fidati. Ha un cane carlino che chiama Reginella e che mangia a tavola assieme al resto della famiglia, su un piatto di porcellana. Io avrei timore del
giudizio altrui, se fossi al suo posto. Thomas dice che il signor Donnell è un uomo di buon senso, lavoratore, ma non ha avuto molto buon senso
quando s’è trovato moglie, proprio per niente.”
Capitolo 6 - Uomini (e donne) d’ogni tipo

Una giornata di settembre sulle colline dell’Isola del Principe Edward; un vento frizzante proveniente dal mare che soffia sulle dune di sabbia; una
lunga strada rossa e tortuosa che attraversa campi e boschi, ora girando attorno a una curva fitta di abeti rossi, ora infilandosi in una una piantagione
di giovani aceri con grandi ciuffi soffici di felci alla base, ora affondando in una valletta dove un ruscello irrompe sbucando tra gli alberi per poi
ritornarvi, ora esponendosi in pieno sole tra file di verghe d’oro e astri azzurro-fumo; l’aria che freme per il frinire di una miriade di grilli, quei
piccoli, allegri villeggianti delle colline estive; un pony marrone e paffuto che procede lemme lemme sulla strada; dietro di lui due ragazze, colme
dalla testa ai piedi della semplice, impagabile gioia della giovinezza e della vita.
“Questa giornata sembra cascata fuori dall’Eden, eh, Diana?”, Anna sospirò per pura felicità, “C’è qualcosa di magico nell’aria. Guarda quelle
sfumature viola nelle valli coi campi, Diana. Ah, annusa il profumo degli abeti abbattuti! Viene da quella valletta assolata dove la signora Eben
Wright ha tagliato i pali per lo steccato. È una benedizione esser vivi in giorni come questo; ma annusare l’aroma degli abeti appena tagliati è
paradisiaco. Questo è per due terzi Wordsworth e per un terzo Anna Shirley. Ma non credo che in paradiso ci siano abeti abbattuti, no? Però ho
l’impressione che il paradiso non sarebbe veramente perfetto se non fosse possibile trovarci il profumo degli abeti tagliati quando si va per i boschi.
Forse potremo sentirne l’odore senza tagliarli. Sì, penso che sia così. Quell’aroma meraviglioso dev’essere l’anima degli abeti... e ovviamente in
paradiso ci andrebbe solo l’anima.”
“Gli alberi non hanno l’anima”, disse, pratica, Diana, “però l’odore degli abeti appena tagliati è davvero delizioso. Farò un cuscino e lo riempirò
di aghi d’abete. Dovresti farne uno anche tu, Anna.”
“Lo farò... e lo userò per le pennichelle. Sicuramente poi sognerò di essere una driade o una ninfa dei boschi. Ma al momento sono soddisfatta di
essere Anna Shirley, maestra alla scuola di Avonlea, che percorre una strada come questa in una giornata così dolce e allegra.”
“È un giorno delizioso, ma il compito che ci aspetta è tutt’altro che delizioso”, sospirò Diana, “ma perché ti sei offerta di ispezionare questa strada,
Anna? Tutta la gente più bisbetica di Avonlea vive qui, probabilmente ci tratteranno come se stessimo elemosinando soldi per conto nostro. È la
peggior strada di tutte!”
“È proprio per questo che l’ho chiesta io. Certo, Gilbert e Fred l’avrebbero presa se gliel’avessimo chiesto. Ma vedi, Diana, io mi sento responsabile
in prima persona per la S.P.C.A., visto che è stata una mia idea, e credo di dover essere io a fare le cose più sgradevoli. Mi dispiace per te; ma non
c’è bisogno che tu dica nulla quando saremo nei posti con la gente più bisbetica. Parlo solo io... la signora Lynde dice che ne sono ben capace. La
signora Lynde non sa se approvare o no il nostro progetto. Tende a farlo quando si ricorda che il signor e la signora Allan sono favorevoli; ma il
fatto che le società per il progresso siano nate per la prima volta negli Stati Uniti è un punto a suo sfavore. Così non fa che oscillare tra due opinioni
e solo il successo potrà giustificarci agli occhi della signora Lynde. Priscilla scriverà il bollettino per la nostra prossima riunione Progressista, e mi
aspetto che sarà bello, perché sua zia è una brava scrittrice e senza dubbio il talento scorre in quella famiglia. Non dimenticherò mai l’emozione
che ho provato quando ho scoperto che Charlotte E. Morgan era la zia di Priscilla. Mi sembra fantastico essere amica della ragazza la cui zia ha
scritto ‘Giorni di Edgewood’ e ‘Il Giardino dei Boccioli di Rosa’.”
“Dove vive la signora Morgan?”
“A Toronto. E Priscilla dice che verrà in visita sull’Isola la prossima estate. Se possibile, Priscilla combinerà un incontro con lei. Sembra quasi
troppo bello per essere vero... ma è una cosa piacevole da immaginarsi quando si va a letto.”
La Società per il Progresso della Città di Avonlea era ormai un dato di fatto. Gilbert Blythe ne era il presidente, Fred Wright il vice presidente,
Anna Shirley il segretario e Diana Barry il tesoriere. I “Progressisti”, com’erano prontamente stati ribattezzati, si incontravano ogni due settimane
in casa dei membri. Avevano accettato di non potersi aspettare troppi progressi a stagione così avanzata; ma intendevano programmare la prossima
campagna estiva, raccogliere e discutere idee, scrivere e leggere bollettini e, come diceva Anna, educare in generale la sensibilità pubblica.
C’erano anche delle voci contrarie e, cosa che feriva di più i Progressisti, un mucchio di richieste ridicole. La signora Elisha Wright, a quanto
pareva, aveva detto che un nome più appropriato per loro sarebbe stato “Club del Corteggiamento”. La signora Hiram Sloane affermò di aver saputo
che i Progressisti intendessero arare i bordi delle strade per piantarci i gerani. Il signor Levi Boulter avvertì i vicini che i Progressisti volevano
far abbattere a tutti la propria casa per poi ricostruirla secondo progetti approvati dalla società. Il signor James Spencer mandò loro a dire che
desiderava che, per favore, spalassero via la collina della chiesa. Eben Wright disse ad Anna che avrebbe voluto che i Progressisti convincessero il
vecchio Joshia Sloane e tagliarsi i baffi. Il signor Lawrence Bell aveva detto che, se volevano, avrebbe imbiancato i granai, ma che mai e poi mai
avrebbe messo tendine di pizzo alle finestre della stalla. Il Maggiore Spencer chiese a Clifton Sloane, un Progressista che trasportava il latte alle
fabbriche di formaggio di Carmody, se era vero che la prossima estate tutti dovevano far dipingere a mano, e piazzarci sopra un centrino ricamato,
lo sgabello usato per mungere le vacche.
Ciononostante o forse, essendo la natura umana quel che è, proprio per questo, la Società si mise coraggiosamente all’opera sul solo progresso
che potesse sperare di portare a compimento entro quell’autunno. Alla seconda riunione, nel salotto dei Barry, Oliver Sloane propose di far partire
una campagna per ripulire e ridipingere la sede del Circolo Culturale; Julia Bell lo sostenne, ma con la sgradevole sensazione che quel che stava
facendo non fosse esattamente da signora. Gilbert mise ai voti la mozione, che venne approvata all’unanimità, e Anna, compunta, ne scrisse il
rapporto dettagliato. Ora bisognava nominare un comitato e Gertie Pye, decisa a far sì che Julia Bell non si prendesse tutti gli onori, spavaldamente
propose Jane Andrews come presidente del suddetto comitato. La proposta venne diligentemente accolta e approvata e Jane restituì il favore
scegliendo Gertie nel comitato, assieme a Gilbert, Anna, Diana e Fred Wright. Il comitato scelse il proprio percorso in conclave privato. Ad Anna
e Diana venne affidata la strada per Newbridge, a Gilbert e Fred quella per le Sabbie Bianche e a Jane e Gertie quella per Carmody.
“Perché”, spiegò Gilbert ad Anna mentre rincasavano assieme passando per la Foresta Stregata, “i Pye vivono tutti su quella strada e non scuciranno
un centesimo, a meno che non sia uno di loro a chiederglielo.”
Il sabato seguente Anna e Diana cominciarono il giro. Arrivarono in fondo alla strada e poi la batterono a ritroso, andando per prime dalle “Ragazze
Andrews”.
“Se Catherine è da sola forse rimediamo qualcosa”, disse Diana, “ma se c’è anche Eliza, no.”
Eliza c’era, già... e sembrava più bisbetica del solito. La signorina Eliza era una di quelle persone che danno l’idea che la vita sia una valle di lacrime
e che un sorriso, per non dire una risata, sia un deprecabile spreco di energie. Le ragazze Andrews erano “ragazze” da almeno cinquant’anni e
pareva che sarebbero rimaste tali fino alla fine del loro pellegrinaggio terreno. Catherine, si diceva, non aveva del tutto perso le speranze, ma Eliza,
che era una pessimista nata, non ne aveva mai avute. Vivevano in una casetta marrone costruita in un angolino soleggiato ritagliato dai faggeti di
Mark Andrews. Eliza si lamentava che fosse afoso in estate, ma Catherine sosteneva che fosse delizioso e caldo in inverno.
Eliza stava cucendo del patchwork, non perché fosse necessario ma solo per protesta ai frivoli merletti che Catherine stava ricamando. Eliza le
ascoltò accigliata e Catherine sorridente, mentre le ragazze spiegavano la loro missione. A dire il vero, tutte le volte che Catherine coglieva lo
sguardo di Eliza il suo sorriso svaniva in una confusione colpevole; però tornava subito, furtivo, ad affacciarsi.
“Se avessi soldi da sprecare”, disse Eliza torva, “forse li brucerei e mi divertirei a guardare la fiammata, ma di certo non li darei al circolo, neanche
un centesimo. Non è di alcun beneficio per la comunità... è solo un posto dove i giovani si riuniscono e passano il tempo quando farebbero meglio
a starsene a casa, a letto.”
“Oh, Eliza, i giovani devono pur divertirsi.”, protestò Catherine.
“Non ne vedo la necessità. Noi da giovani non gironzolavamo per circoli e posti vari, Catherine Andrews. Il mondo va in malora di giorno in
giorno.”
“Io penso che stia migliorando.”, disse fermamente Catherine.
“Lo credi tu!”, la voce della signorina Eliza esprimeva il più completo disprezzo, “Quel che credi tu non vuol dire niente, Catherine Andrews. I
fatti sono fatti.”
“Be’, a me è sempre piaciuto guardare il lato positivo delle cose, Eliza.”
“Non ci sono lati positivi.”
“E invece sì!”, esclamò Anna che non poteva tollerare di restare in silenzio dopo una simile eresia, “Invece, signorina Andrews, ci sono moltissimi
lati positivi. È un mondo meraviglioso, questo.”
“Non ne avresti una così buona opinione se fossi vissuta tanto quanto me”, replicò aspra la signorina Eliza, “e non ti entusiasmeresti neppure tanto
a farlo progredire. Come sta tua mamma, Diana? Ahimè, credo che non sia stata bene di recente: sembra terribilmente provata! E Marilla? Quanto
tempo le manca per diventare completamente cieca, Anna?”
“Il dottore pensa che i suoi occhi non peggioreranno se starà molto attenta”, balbettò Anna.
“I dottori dicono sempre così, solo per tranquillizzare la gente. Io al suo posto non sarei così fiduciosa. Conviene prepararsi al peggio.”
“Ma non sarebbe bene prepararsi anche al meglio?”, implorò Anna, “Ci sono le stesse probabilità che avvenga.”
“Non per la mia esperienza di vita, e io ho cinquantasette anni contro i tuoi sedici”, ribatté Eliza, “Ve ne andate? Be’, spero che quella vostra società
sarà almeno in grado di impedire che Avonlea peggiori ulteriormente, anche se non ci conto molto.”
Anna e Diana furono grate di andarsene e scapparono via velocemente, per quanto potesse andare quel pony grassoccio. Appena raggiunsero la
curva della faggeta una figura paffuta arrivò correndo dal pascolo del signor Andrews, facendo loro cenni concitati. Era Catherine Andrews, ed era
così senza fiato che quasi non riuscì a parlare, ma mise due monete da un quarto di dollaro in mano ad Anna.
“È il mio contributo per far ridipingere il circolo”, ansimò, “vorrei darvi un dollaro ma non oso prendere di più dal salvadanaio, se lo facessi Eliza
se ne accorgerebbe. M’interessa davvero la vostra società, credo che farete tante cose buone. Sono un’ottimista, io, devo esserlo, vivendo con
Eliza. Devo tornare prima che si accorga che me ne sono andata... lei crede che stia dando da mangiare ai polli. Spero che abbiate fortuna con la
vostra colletta, e non abbattetevi per quel che dice Eliza. Il mondo sta migliorando... sicuramente è così.”
La casa successiva fu quella di Daniel Blair.
“Ora tutto dipende da un fatto: se sua moglie è a casa oppure no”, disse Diana mentre sobbalzavano lungo un sentiero pieno di solchi profondi, “Se
lei c’è non avremo un centesimo. Tutti dicono che Dan Blair non si taglia neppure i capelli senza chiederle prima il permesso; e di certo lei è molto
tirata, per usare un eufemismo. Lei dice che prima che generosi bisogna essere giusti. Ma la signora Lynde dice che ha talmente tanti ‘prima’ che
la generosità non la raggiunge mai.”
Quella sera Anna raccontò a Marilla dell’esperienza in casa Blair.
“Legammo il cavallo e bussammo alla porta della cucina. Non venne nessuno ma la porta era aperta e sentimmo che in dispensa c’era qualcuno che
faceva un fracasso terribile. Non riuscimmo a distinguere le parole ma Diana disse che dal suono si capiva che qualcuno stava imprecando. Non
potevo credere una cosa simile del signor Blair, perché lui è sempre tanto tranquillo e mansueto; ma evidentemente ne aveva motivo, perché quando
infine quel pover’uomo venne alla porta era rosso come una barbabietola, il sudore gli colava dalla fronte e indossava uno dei grandi grembiuli di
percalle della moglie. ‘Non riesco a togliermi quest’accidente di affare’, disse, ‘i lacci sono legati troppo stretti e non riesco a scioglierli, perciò,
signore, dovete scusarmi.’, gli dicemmo di non preoccuparsi, entrammo e ci mettemmo sedute. Anche il signor Blair si sedette; si girò il grembiule
sulla schiena e lo arrotolò, ma sembrava così vergognoso e preoccupato che mi dispiacque per lui, e Diana disse che forse eravamo arrivate in
un momento inopportuno. ‘Oh, no, niente affatto’, disse il signor Blair cercando di sorridere... sai che lui è sempre tanto educato... ‘Sono un po’
preso... mi preparavo a cucinare una torta, in realtà. Mia moglie oggi ha ricevuto un telegramma da sua sorella, a Montreal, che diceva che sarebbe
venuta stasera, e lei ha è andata in stazione a riceverla e mi ha detto di fare una torta per il tè. Mi ha scritto la ricetta e mi ha detto cosa fare, ma io
ho già dimenticato la metà delle istruzioni. Dice: ‘aromatizzare in base al gusto’. Ma che vuol dire? Che ne so? E se il mio gusto non è come quello
degli altri? Un cucchiaio di vaniglia basterà per una piccola torta a strati?’
“Mi sentii più dispiaciuta che mai per quel pover’uomo. Era evidente che quello non era assolutamente il suo campo. Avevo sentito parlare di
mariti che si lasciano dominare dalle mogli, e ora fui certa di averne appena visto uno. Stavo quasi per dire: ‘Signor Blair, se ci fate una donazione
le preparo io la torta’, ma improvvisamente pensai che non fosse gentile chiedere soldi in maniera così diretta a un poveretto in difficoltà. Così mi
offrii di fare la torta senza porre condizioni. Fu felicissimo per la mia offerta. Disse che prima di sposarsi era solito farsi il pane da sé, ma le torte
erano oltre le sue possibilità, però detestava deludere sua moglie. Mi diede un altro grembiule, Diana montò le uova e io mescolai gli ingredienti.
Il signor Blair correva in giro a procurarci le cose. Si era dimenticato di avere il grembiule, mentre correva quello gli svolazzava dietro e Diana
disse che sarebbe morta dal ridere. Lui disse che sarebbe riuscito a infornare la torta da solo, che c’era abituato, e poi ci chiese come mai eravamo
in giro e ci diede quattro dollari. Perciò vedi che siamo state ricompensate. Ma anche se non ci avesse dato neppure un centesimo sapevo di aver
compiuto un atto di carità cristiana, aiutandolo.”
La tappa seguente fu da Theodore White. Anna e Diana non erano mai state lì prima e conoscevano solo superficialmente la signora White, che non
era molto portata per l’accoglienza. Dovevano bussare alla porta principale o a quella sul retro? Mentre si consigliavano, bisbigliando, la signora
White comparve sulla soglia principale con le braccia piene di giornali. Ostentatamente li posò, uno per uno, sul pavimento del portico, sui gradini
e poi sul sentiero d’accesso fino a piedi delle due disorientate visitatrici.
“Per cortesia, dovreste pulirvi i piedi sul prato e poi camminare sui giornali”, disse ansiosa, “Ho appena spazzato tutta la casa e non sopporterei
altra polvere. Il sentiero è pieno di fango, dopo la pioggia di ieri.”
“Non azzardarti a ridere”, Anna ammonì Diana con un sussurro mentre marciavano sui giornali, “E ti supplico, Diana, di non guardarmi, qualunque
cosa dica, o non sarò capace di restare seria.”
I giornali attraversavano l’ingresso e arrivavano fino a un salotto ordinato e immacolato. Anna e Diana si sedettero cautamente sulle sedie più
vicine e spiegarono i motivi della loro visita. La signora White le ascoltò educatamente e le interruppe solo due volte, la prima per scacciare una
mosca impertinente e la seconda per raccogliere un minuscolo filo d’erba caduto sul tappeto dalla gonna di Anna. Anna si sentì terribilmente in
colpa, ma la signora White sottoscrisse per due dollari, e li pagò subito... “per impedirci di tornare a prenderli”, disse Diana quando se ne andarono.
La signora White raccolse tutti i giornali prima ancora che loro avessero slegato il cavallo, e quando uscirono dal cortile la videro che spazzava
alacremente l’ingresso.
“Ho sempre sentito dire che la signora White è la donna più pulita del mondo, e dopo di questo ci credo”, disse Diana liberando le risate represse
non appena furono al sicuro.
“Sono contenta che non abbia bambini”, disse Anna solenne, “altrimenti per loro sarebbe terribile.”
Dagli Spencer, la signora Isabella Spencer le avvilì dicendo qualcosa di perfido su ogni abitante di Avonlea. Il signor Thomas Boulter si rifiutò di
dare alcunché perché il circolo, quando era stato costruito vent’anni prima, non era stato fatto nel luogo che lui aveva consigliato. La signora Esther
Bell, che era il ritratto stesso della salute, passò mezz’ora a raccontare dei suoi doloretti e dei suoi malanni, e poi tristemente diede loro cinquanta
centesimi, perché l’anno seguente non avrebbe potuto farlo... no, per quell’epoca sarebbe già stata nella tomba.
La peggior accoglienza, però, la ebbero da Simon Fletcher. Quando arrivarono nel suo cortile, videro due facce che le guardavano dalle finestre sul
portico. Ma anche se loro bussarono e aspettarono pazientemente e con insistenza, nessuno venne ad aprire la porta. Erano due ragazze decisamente
irritate e indignate, quelle che se ne vennero via dalla casa di Simon Fletcher. Perfino Anna ammise che cominciava a sentirsi scoraggiata. Ma
poi le cose cambiarono piega. Dopo venivano diverse case degli Sloane, dove presero sottoscrizioni in abbondanza, e da lì in poi se la cavarono
abbastanza bene, ebbero solo pochi rifiuti occasionali. L’ultima visita fu a Robert Dickson, vicino al ponte sullo stagno. Si fermarono lì per il
tè, anche se ormai erano quasi arrivate a casa, per paura di offendere la signora Dickson, che aveva la reputazione di essere una donna molto
permalosa.
Mentre erano lì arrivò la vecchia signora James White.
“Sono appena stata da Lorenzo”, annunciò, “ora come ora è l’uomo più orgoglioso di Avonlea. Indovinate? Gli è appena nato un maschietto,
laggiù, e dopo sette figlie femmine vi assicuro che è un evento degno di nota.”, Anna tese le orecchie e quando se ne andarono disse:
“Andiamo subito da Lorenzo White.”
“Ma vive sulla strada per le Sabbie Bianche, è parecchio fuori mano per noi”, protestò Diana, “Da lui ci andranno Gilbert e Fred.”
“Non faranno il loro giro fino a sabato prossimo, e allora sarà troppo tardi”, affermò Anna, “la novità sarà passata. Lorenzo White è un terribile
spilorcio, ma adesso sottoscriverebbe qualsiasi cosa. È un’opportunità d’oro, Diana, non ce la dobbiamo far scappare.”, il risultato diede ragione
ad Anna. Il signor White andò loro incontro in cortile, radioso come il sole nel giorno di Pasqua. Quando Anna chiese la sottoscrizione lui aderì
con entusiasmo.
“Certo, certo. Segnatemi per un dollaro in più della sottoscrizione più alta che avete ottenuto.”
“Sarebbero cinque dollari... il signor Daniel Blair ce ne ha dati quattro.”, disse Anna timorosa. Ma Lorenzo non batté ciglio.
“E cinque siano... eccovi i soldi. Se volete entrare in casa, venite. C’è qualcosa che vale la pena di vedere... qualcosa che in pochissimi hanno già
visto. Venite e datemi la vostra opinione.”
“Che diciamo se il bimbo non è bello?”, sussurrò Diana trepidante mentre seguivano in casa l’emozionato Lorenzo.
“Oh, sicuramente ci sarà qualcosa di carino da dire”, disse Anna tranquilla, “c’è sempre, coi bimbi.”
Però il bimbo era effettivamente bello e il signor White pensò che la sincera ammirazione delle due ragazze per quel nuovo arrivato piccolo e
paffuto valesse ben cinque dollari. Ma quella fu la prima, ultima e unica volta che Lorenzo White sottoscrivesse qualcosa.
Anna, stanca com’era, quella sera fece un ultimo sforzo per il benessere pubblico e attraversò i campi per sentire anche il signor Harrison che,
come al solito, era seduto in veranda a fumare la pipa e aveva Ginger accanto. A essere precisi, lui abitava sulla via per Carmody; ma Jane e Gertie,
che lo conoscevano solo per certe dicerie non ben precisate, l’avevano supplicata ansiosamente di occuparsene lei.
Però il signor Harrison rifiutò nettamente di sottoscrivere anche per un solo centesimo, e lo stratagemma di Anna fu inutile.
“Ma signor Harrison, credevo che voi approvaste la nostra società.”, si lamentò.
“L’approvo, l’approvo... ma la mia approvazione, Anna, non arriva fino al portafogli.”
“Ancora un po’ di esperienze come quelle che ho avuto oggi, e divento pessimista come la signorina Eliza Andrews.”, disse Anna, prima di andare
a dormire, all’immagine riflessa nello specchio della sua stanzetta della soffitta a est.
Capitolo 7 - Il proprio dovere

Anna si poggiò allo schienale della sedia, una dolce sera d’ottobre, e sospirò. Era seduta al tavolo coperto di libri di testo e compiti, ma i fogli di
carta fittamente scritti davanti a lei sembravano non aver alcun legame con lo studio o coi compiti di scuola.
“Cosa c’è che non va?”, domandò Gilbert che era entrato dalla porta aperta della cucina, appena in tempo per sentirla sospirare.
Anna arrossì, e nascose subito i fogli scritti sotto alcune composizioni scolastiche.
“Nulla di terribile. Stavo solo cercando di scrivere un po’ di pensieri, come mi aveva suggerito di fare il professor Hamilton, ma il risultato non
mi piace. Sembrano inerti e stupidi appena li metto nero su bianco. Le fantasie sono come ombre... non puoi imprigionarle, sono cose capricciose
e saltellanti. Ma forse imparerò il trucco a furia di provarci. Non ho molto tempo libero, lo sai. Ora che ho finito di correggere compiti e temi
scolastici, non sempre ho più voglia di mettermi a scrivere cose mie.”
“A scuola vai magnificamente, Anna. Piaci a tutti i bambini.”, disse Gilbert sedendosi sui gradini di pietra.
“Non a tutti. Ad Anthony Pye non piaccio. La cosa peggiore, è che non mi rispetta... per niente. Semplicemente, lui mi disprezza, e non esito a
confessarti che la cosa mi avvilisce. Non che sia tanto cattivo... è solo un po’ dispettoso, ma non peggio di certi altri. È raro che mi disubbidisca.
Ma mi ubbidisce con una tale aria beffarda di sopportazione, come se non valesse neppure la pena discuterne... e questo ha una brutta influenza
sugli altri. Ho tentato in tutti i modi di conquistarmelo, ma temo che non ci riuscirò mai. Lo vorrei proprio, perché è un bambino delizioso, quasi
non sembra neanche un Pye, e potrei apprezzarlo se lui me lo permettesse.”
“Probabilmente è solo il risultato di quel che sente in casa.”
“Non del tutto. Anthony è un tipetto piuttosto indipendente che ha idee proprie. Prima ha sempre avuto insegnanti maschi e dice che le maestre
femmine non valgono niente. Be’, vedremo dove arriverò con la pazienza e la gentilezza. Mi piace superare le difficoltà e l’insegnamento è un
lavoro davvero interessante. Paul Irving compensa per tutto ciò che manca agli altri. Quel bambino è un tesoro, Gilbert, e per giunta è un genio.
Sono convinta che un giorno il mondo sentirà parlare di lui.”, concluse Anna in tono convinto.
“Anche a me piace insegnare”, disse Gilbert, “e per un verso, è un ottimo allenamento. Sai, Anna, che ho imparato più nelle settimane d’insegnamento
alla Sabbie Bianche di quanto abbia mai imparato in tutti gli anni che sono andato a scuola da studente? A quanto pare ce le stiamo cavando tutti
bene. A quelli di Newbridge piace Jane, ho saputo. E penso che alle Sabbie Bianche siano moderatamente soddisfatti del tuo umile servo... tutti
tranne il signor Andrew Spencer. Ho incontrato la signora Blewett mentre tornavo a casa, ieri sera, e mi ha detto che era suo dovere informarmi
che il signor Spencer non approva i miei metodi.”
“Hai mai notato”, rifletté Anna, “che quando la gente dice che è loro dovere dirti una certa cosa, puoi anche prepararti a sentire qualcosa di
sgradevole? Perché non sembrano mai ritenere un loro dovere informarti delle cose belle che dicono di te? La signora H.B. Donnéll è tornata a
scuola ieri e mi ha detto che pensava fosse suo dovere informarmi che la signora Harmon Andrew non approva che io legga fiabe ai bambini, e che
il signor Rogerson ritiene che Prillie non impari l’aritmetica abbastanza in fretta. Se Prillie passasse meno tempo a far gli occhi dolci ai ragazzi
da dietro la lavagnetta, sarebbe meglio. Sono quasi certa che Jack Gillis le faccia i compiti di matematica, ma non sono mai riuscita a beccarlo sul
fatto.”
“Sei riuscita a far riconciliare il promettente figlio della signora Donnéll con il suo santo nome?”
“Sì”, rise Anna, “ma è stato un compito davvero difficile. All’inizio, quando lo chiamavo ‘St. Clair’, non ci badava neanche, se non lo ripetevo
almeno due-tre volte e poi, quando gli altri ragazzi richiamavano la sua attenzione, lui si voltava con un’aria offesissima, come se io lo avessi
chiamato John o Charlie e lui non potesse certo aspettarsi che mi riferivo a lui. Così una sera l’ho trattenuto dopo scuola e gli ho parlato con
gentilezza. Gli ho detto che sua mamma desiderava che lo chiamassi St. Clair, e io non potevo andare contro i suoi desideri. Una volta spiegato
tutto ha capito, è un bambino molto ragionevole... ha detto che io potevo chiamarlo St. Clair ma che se qualcuno dei suoi compagni si fosse
azzardato a farlo ‘gliele avrebbe suonate’. Ovviamente ho dovuto riprenderlo di nuovo per avere usato un linguaggio così volgare. Da allora io lo
chiamo St. Clair e gli altri bambini lo chiamano Jake, e tutto fila liscio. Mi ha detto che da grande vuole fare il carpentiere, ma la signora Donnéll
dice che vuole che io faccia di lui un professore universitario.”
L’aver nominato l’università diede un nuovo corso ai pensieri di Gilbert, i due chiacchierarono ancora un po’ dei loro progetti e desideri... seri,
appassionati, pieni di speranza, come parlano i giovani quando il futuro è ancora un sentiero non battuto pieno di straordinarie possibilità.
Gilbert aveva finalmente deciso che voleva diventare dottore.
“È una splendida professione”, disse entusiasta, “Bisogna combattere contro qualcosa nella propria vita... qualcuno una volta non disse forse che
l’uomo è un animale che combatte? E io voglio combattere contro la malattia, il dolore e l’ignoranza, che sono tutte accomunate tra loro. Voglio
fare la mia parte di lavoro onesto e concreto, nel mondo, Anna... aggiungere un granello di conoscenza a tutta quella che l’umanità ha accumulato
dall’inizio dei tempi. La gente venuta prima di me ha fatto così tanto, per me, che voglio mostrare la mia gratitudine facendo qualcosa per quelli
che verranno. Credo che sia l’unico modo per pareggiare i conti con la razza umana.”
“A me piacerebbe dare qualcosa di bello alla vita”, disse Anna languida, “Non voglio esattamente insegnare agli altri a saperne di più, anche se
certamente questa è l’ambizione più nobile... ma vorrei che la loro vita fosse un po’ più piacevole proprio grazie a me... una piccola gioia, o un
pensiero felice che non sarebbero mai esistiti se io non fossi mai nata.”
“Credo che tu esaudisca la tua ambizione tutti i giorni.”, disse Gilbert pieno d’ammirazione.
E aveva ragione. Anna era una creatura luminosa, l’aveva come dote naturale. Quando lei incrociava la vita di qualcuno, con un sorriso e una
parola splendente come un raggio di sole, il proprietario di quella vita lo considerava, di lì a venire, come un delizioso segno di speranza e di buon
auspicio.
Infine Gilbert si alzò, a malincuore.
“Be’, devo correre dai MacPherson. Oggi Moody Spurgeon è venuto dalla Queen’s, per la domenica, e doveva portarmi un libro che mi presta il
professor Boyd.”
“E io devo preparare il tè per Marilla. Stasera è andata a trovare la signora Keith e sarà di ritorno tra breve.”
Anna aveva finito di preparare il tè quando Marilla tornò a casa; il fuoco scoppiettava allegramente, un vaso con felci sbiancate dalla brina e foglie
d’acero rosso rubino decorava la tavola, e i deliziosi aromi del prosciutto e del pane tostato pervadevano l’aria. Ma Marilla si lasciò cadere sulla
sedia con un sospiro.
“Gli occhi ti danno ancora problemi? Ti fa male la testa?”, s’informò ansiosa Anna.
“No, sono solo stanca... e preoccupata. È per via di Mary e dei bambini... Mary è peggiorata... non durerà ancora a lungo. E i gemelli... non so che
ne sarà di loro.”
“Non si è saputo niente dallo zio?”
“Sì, Mary ha ricevuto una sua lettera. Lavora in una segheria e ‘ci dà dentro’, qualunque cosa significhi. A ogni modo, dice che non può prendersi
i bambini fino alla primavera. Si aspetta di sposarsi, per quell’epoca, e allora avrà una casa in cui accoglierli; ma dice che per l’inverno dovranno
andare a stare da qualche vicino. Mary dice che lei non sopporterebbe di chiederlo a loro. Ammettiamolo, non è mai andata molto d’accordo con
la gente di East Grafton. Per farla breve, Anna, sono sicura che Mary voglia che li prenda io, i bambini... non l’ha detto ma si vedeva!”
“Oh!”, Anna giunse le mani con un brivido d’eccitazione, “E ovviamente tu lo farai, vero, Marilla?”
“Non ho ancora deciso”, fu la risposta piuttosto acida di Marilla, “Io non sono precipitosa come te, Anna. Siamo cugine di terzo grado, il diritto di
parentela è piuttosto esile. E sarebbe una responsabilità spaventosa avere due bambini di sei anni a cui badare... gemelli, per di più.”
Marilla credeva che i gemelli portassero il doppio di problemi rispetto ai singoli bambini.
“I gemelli sono molto interessanti... almeno, un paio per volta”, disse Anna, “è solo quando cominciano ad essercene due o tre coppie che la cosa
diventa monotona. E credo che sarebbe bello per te aver attorno qualcosa che ti diverta mentre io sono via a scuola.”
“Non credo che ci sarebbe nulla di divertente... piuttosto direi che ci sarebbero preoccupazioni e seccature. Non sarebbe così rischioso se avessero
l’età che avevi tu quando ti ho presa con me. Non mi preoccupa tanto Dora, sembra brava e tranquilla. Ma quel Davy è un diavoletto.”
Ad Anna i bambini piacevano molto e nel suo cuore si struggeva per i gemelli Keith. Il ricordo della propria infanzia da bambina trascurata era
ancora molto vivo in lei. Sapeva che l’unico punto debole di Marilla era la sua strenua dedizione a quel che lei credeva fosse il proprio dovere, e
abilmente Anna puntò le sue argomentazioni in quella direzione.
“Se Davy è un discolo, a maggior ragione bisogna educarlo, no, Marilla? Se non li prendiamo noi non sappiamo chi lo farà, né che tipo di influenze
riceveranno. Supponiamo che li prendano i vicini di casa della signora Keith, gli Sprott. La signora Lynde dice che il signor Sprott è l’uomo più
sacrilego del mondo e che c’è da non crederci per come parlano i suoi figli. Non sarebbe terribile che anche i gemelli imparassero quel linguaggio?
O immagina che vadano dai Wiggins. La signora Lynde dice che il signor Wiggins si vende tutto quel che riesce a vendere e che mantiene la
famiglia con un tozzo di pane. Non vorresti che dei tuoi parenti, anche se solo cugini di terzo grado, patiscano la fame, no? Mi sembra, Marilla,
che sia nostro dovere prenderli con noi.”
“Immagino di sì”, acconsentì Marilla, cupa, “Forse dirò a Mary che li prendo io. È inutile che fai quella faccia allegra, Anna. Vorrà solo dire un
sacco di lavoro in più per te. Io non riesco più a cucire un solo punto, a causa degli occhi, così dovrai essere tu a cucire e rammendare i loro vestiti.
E a te non piace cucire.”
“Lo detesto”, disse Anna tranquilla, “ma se tu per senso del dovere acconsenti a prendere quei bambini, io potrò ben cucire per senso del dovere.
Ci fa bene fare le cose che non ci piacciono... con moderazione.”
Capitolo 8 - Marilla adotta i gemelli

La signora Rachel Lynde sedeva alla finestra della cucina a sferruzzare una coperta, proprio come ci sedeva una sera di tanti anni prima quando
Matthew Cuthbert aveva condotto, giù dalla collina, quella che la signora Rachel definiva “la sua orfana d’importazione”. Ma allora era primavera;
adesso era autunno inoltrato, i boschi erano spogli e i campi avvizziti e scuri. Il sole stava tramontando con un gran dispiego di toni porpora e
sfolgorii dorati contro le foreste scure a ovest di Avonlea, quando un calesse condotto da un placido cavallino marrone venne giù dalla collina. La
signora Rachel lo scrutò ansiosa.
“Ecco Marilla che torna dal funerale”, disse al marito, disteso sul divano in cucina. Adesso il signor Thomas Lynde passava molto più tempo di
una volta, sul divano, ma la signora Rachel, tanto pronta a notare tutto quel che succedeva fuori da casa sua, di questo non si era ancora accorta,
“E ha portato con sé i gemelli... sì, ecco Davy che si sporge dal calesse e tira la coda del pony, e Marilla lo tira indietro. Dora se ne sta seduta più
composta che mai. Sembra sempre un po’ stirata e inamidata. Be’, la povera Marilla ne avrà di cose da fare quest’inverno, oh se ne avrà. Eppure
non vedo che altro poteva fare, se non prenderli, e poi ci sarà Anna ad aiutarla. Anna è felicissima per questa faccenda, lei è abile coi bambini.
Povera me, sembra ieri quando il povero Matthew ha portato Anna a casa, e tutti ridevano all’idea che Marilla allevasse un bambino. E ora ha
adottato due gemelli. Non si è mai al sicuro dalle sorprese, finché si vive.”
Il pony grassoccio avanzò lentamente sul ponte nella Valletta dei Lynde e poi lungo il sentiero per i Tetti Verdi. Il volto di Marilla era decisamente
torvo. C’erano sedici chilometri da East Grafton, e Davy Keith sembrava posseduto dall’amore per il moto perpetuo. Non era nelle facoltà di
Marilla riuscire a farlo stare seduto tranquillo, e per tutto il tragitto era stata in ansia per la paura che cadesse fuori dalla vettura e si rompesse il
collo, o che cadesse davanti finendo sotto gli zoccoli del pony. Infine, disperata, lo minacciò di dargliele di santa ragione una volta giunti a casa.
Al che Davy le salì in grembo, senza curarsi delle redini, e le gettò le braccia paffute al collo, stringendola in un abbraccio degno di un orso.
“Non ci credo che lo fai”, disse sbaciucchiando affettuosamente le sue guance rugose, “non sembri una signora che picchia un bambino solo perché
non sa stare fermo. Tu non facevi fatica a stare ferma quando avevi la mia età?”
“No, io stavo sempre tranquilla quando mi dicevano di farlo”, disse Marilla cercando di essere severa, anche se sapeva che il suo cuore si stava
ammorbidendo con le carezze spontanee di Davy.
“Be’, immagino che è perché eri una bambina”, disse Davy contorcendosi per tornare a posto dopo un altro abbraccio, “sei stata una bambina,
m’immagino, anche se a pensarci è buffo. Dora sa stare seduta tranquilla... però credo che non è tanto divertente. Mi sembra che sia una cosa lenta,
essere una bambina. Dai, Dora, fatti rianimare un po’.”
Il metodo di Davy di “rianimare Dora”, consisteva nell’afferrarle i riccioli con le dita e poi tirarli. Dora strillò e quindi si mise a piangere.
“Come puoi essere così cattivo quando la tua povera mamma è stata sepolta solo oggi?”, domandò Marilla disperata.
“Ma lei era contenta di morire”, disse Davy fiducioso, “me l’ha detto lei così. Abbiamo parlato tanto la notte prima che morisse. Mi ha detto che
tu prendevi me e Dora per l’inverno e che io dovevo fare il bravo. Io farò il bravo, ma uno non può fare il bravo anche correndo invece che stando
seduto e tranquillo? E mi ha detto che devo sempre essere gentile con Dora e che devo proteggerla, e io lo farò.”
“E tirarle i capelli, tu lo chiami essere gentile?”
“Be’, io non permetterò a nessun altro di tirarglieli”, disse Davy stringendo il pugno e accigliandosi, “Devono soltanto provarci. Non le ho fatto
tanto male... lei strilla solo perché è una bambina. Sono contento di essere un bambino, ma mi dispiace essere un gemello. Quando la sorella di
Jimmy Sprott lo contraddice lui le risponde: ‘Sono più grande di te e ne so di più’, e questo la mette a posto. Ma io questo a Dora non lo posso
dire, così lei continua a pensarla diverso da me. Posso guidare io il calesse un po’, visto che sono un maschio?”
Improvvisamente, Marilla si sentì una donna molto riconoscente quando arrivò nel proprio cortile, dove il vento della notte autunnale danzava tra
le foglie secche. Anna era al cancello ad accoglierli e ad aiutare i gemelli a scendere dal calesse. Dora acconsentì, tranquilla, a lasciarsi baciare, ma
Davy rispose al benvenuto di Anna con uno dei suoi abbracci sinceri e l’allegro annuncio: “Io sono il signor Davy Keith.”
A cena Dora si comportò come una signorinella, ma le maniere di Davy lasciavano molto a desiderare.
“Ho così tanta fame che non ci riesco a mangiare composto”, disse quando Marilla lo sgridò, “Dora non ha neppure la metà della mia fame. Hai
visto quanto esercizio ho fatto mentre venivamo qui, no? Il dolce è strabuonissimo e pieno di prugne, noi a casa non avevamo dolci da un sacco di
tempo, perché mamma era troppo malata e la signora Sprott diceva che era già tanto se ci faceva il pane. E la signora Wiggins non ci mette mai le
prugne nei dolci. Non la fregavi mai! Posso averne un altro po’?”
Marilla avrebbe rifiutato, ma Anna tagliò una seconda, generosa porzione. Però ricordò a Davy che avrebbe dovuto dire “Grazie!”. Invece Davy si
limitò a sogghignare e a dare un grosso morso alla fetta. Quando l’ebbe finita disse:
“Se me ne dai un altro pezzo ti dirò grazie.”
“No, ne hai avuto abbastanza di dolce.”, disse Marilla in un tono che Anna sapeva, e Davy l’avrebbe imparato, essere definitivo.
Davy fece l’occhiolino ad Anna, poi si sporse sul tavolo e rubò la prima fetta di Dora, da cui lei intanto aveva preso solo un minuscolo morsicino;
glielo strappò dalle mani, spalancò la bocca al massimo e ci infilò tutta la fetta. Le labbra di Dora tremarono, Marilla ammutolì inorridita. Anna
esclamò prontamente, con la sua miglior aria da maestra:
“Oh, Davy, i gentiluomini queste cose non le fanno.”
“Lo so che non lo fanno”, disse Davy non appena riuscì a parlare, “ma io mica sono un gentiluommo.”
“Ma non lo vuoi diventare?”, disse Anna stupita.
“Certo che si. Ma mica posso diventare un gentiluommo se prima non cresco.”
“Invece sì”, si affrettò a dire Anna, pensando che fosse un’opportunità per dare subito un buon insegnamento, “Si può cominciare a essere
gentiluomini da piccoli. E i gentiluomini non rubano mai le cose alle signore, né si dimenticano di dire grazie... e neppure tirano i capelli.”
“Però allora non si divertono molto”, disse Davy onesto, “mi sa che io aspetto che sono grande per diventarlo.”
Marilla, con aria rassegnata, aveva tagliato un’altra fetta di torta per Dora. Non se la sentiva di affrontare subito Davy. Era stata una giornata dura
per lei, col funerale e quel lungo viaggio. In quel momento guardò il futuro con un pessimismo che avrebbe fatto onore alla stessa Eliza Andrews.
I gemelli non si somigliavano molto, anche se entrambi erano bei bambini. Dora aveva lunghi ricci eleganti che non si scompigliavano mai.
Davy aveva un cespo di boccoletti crespi e gialli tutt’attorno alla testa. Gli occhi color nocciola di Dora erano gentili e miti; quelli di Davy erano
maliziosi e agitati come un elfo. Il naso di Dora era dritto, quello di Davy all’insù; Dora aveva una boccuccia “tutta affettata”, quella di Davy era
tutta sorrisi; inoltre lui aveva una fossetta su una guancia, e nessuna sull’altra, che gli dava un aspetto adorabile, comico e sbilenco quando rideva.
L’allegria e la malizia erano in agguato in ogni angolo del suo faccino.
“È meglio che vadano a letto”, disse Marilla pensando che questo fosse il modo migliore per disfarsi di loro, “Dora dormirà con me, metti Davy
nella soffitta di ovest. Non hai paura di dormire da solo, vero, Davy?”
“No, ma io a letto non ci vado ancora per un sacco di tempo.”, disse Davy tranquillo.
“Oh, invece ci vai.”, fu tutto quello che la provata Marilla disse, ma qualcosa in quel tono ridusse al silenzio perfino Davy. Ubbidiente, trotterellò
al piano di sopra dietro ad Anna.
“Quando cresco la primissima cosa che faccio è stare sveglio tuuutta la notte, solo per vedere com’è.”, le disse con calma.
Negli anni a venire Marilla non pensò mai a quella prima settimana di soggiorno dei gemelli ai Tetti Verdi senza rabbrividire. Non che fosse stata
tanto peggiore delle settimane seguenti; ma lo sembrò a causa della novità. Raramente ci fu un minuto di un qualunque giorno in cui Davy non
combinasse un danno o non lo progettasse; ma la sua prima impresa degna di nota capitò due giorni dopo il suo arrivo, una domenica mattina... una
bella giornata calda, con dolci nebbioline come fosse settembre. Anna lo vestì per andare in chiesa mentre Marilla si occupava di Dora. All’inizio
Davy si oppose strenuamente a farsi lavare la faccia.
“Marilla me l’ha lavata ieri... e la signora Wiggins mi ha strofinato col sapone duro il giorno del funerale. Basta, per una settimana. Non vedo che
bene c’è a essere tanto puliti. È molto più comodo stare sporchi.”
“Paul Irving si lava la faccia tutti i giorni, e di sua spontanea volontà.”, disse Anna astutamente.
Davy viveva ai Tetti Verdi da poco più di quarantott’ore; ma già adorava Anna e detestava Paul Irving, che Anna aveva preso a lodare con
entusiasmo dal giorno seguente al suo arrivo. Se Paul Irving si lavava la faccia tutti i giorni, questo sistemava la faccenda. Anche lui, Davy Keith,
l’avrebbe fatto, anche se questo l’avrebbe ammazzato. Lo stesso ragionamento lo indusse a sottomettersi docilmente agli altri dettagli della toilette,
e quando tutto fu finito era davvero un bell’ometto. Anna provò una specie di orgoglio materno mentre lo portava al vecchio banco dei Cuthbert.
All’inizio Davy si comportò abbastanza bene, impegnato com’era nel lanciare occhiate a tutti i ragazzini a portata di sguardo chiedendosi chi fosse
Paul Irving. I primi due inni e le scritture passarono senza che capitasse nulla. Il signor Allan stava pregando quando avvenne il fatto.
Lauretta White sedeva davanti a Davy, la testa appena inclinata e i capelli che scendevano in due lunghe trecce, tra le quali si svelava una porzione
tentatrice di collo bianco, racchiuso in un’ampia balza di pizzo. Lauretta era una bimba grassottella, dall’aria placida, di otto anni, che in chiesa si
era sempre comportata in maniera irreprensibile fin da quando, infante di sei mesi, sua mamma ce l’aveva portata per la prima volta.
Davy si infilò una mano in tasca e tirò fuori... un bruco, un bruco peloso che si contorceva tutto. Marilla lo vide e lo agguantò, ma non fece in
tempo. Davy fece cadere il bruco sul collo di Lauretta.
Proprio a metà della preghiera del signor Allan ci fu una serie di strilli laceranti. Il pastore si fermò sgomento e sgranò gli occhi. Ogni testa della
congregazione si alzò. Lauretta White saltellava su e giù nel suo banco e si afferrava freneticamente il vestito sulla schiena.
“Oooh... mamma... mamma... oooh... toglila... oooh... mandala via... oh... quel bimbo cattivo me l’ha buttata sul collo... oooh... mammaaa... sta
scendendo... oooh... oooh...”
La signora White si alzò e con sguardo risoluto portò Lauretta, isterica e in preda alle convulsioni, fuori dalla chiesa. Le sue urla si smorzarono
in lontananza e il signor Allan andò avanti con la funzione. Ma tutti si accorsero che quel giorno fu un fallimento. Per la prima volta in vita sua
Marilla non riuscì a seguire la messa e Anna rimase seduta con le guance scarlatte per la mortificazione.
Quando tornarono a casa Marilla mise Davy a letto e ce lo fece restare per il resto della giornata. Non gli permise di avere la cena, ma gli permise di
avere un tè con pane e latte. Anna glielo portò e gli si sedette dispiaciuta di fianco, mentre lui mangiava con sollievo e senza tracce di pentimento.
Ma gli occhi tristi di Anna lo turbarono.
“Mi figuro”, rifletté, “che Paul Irving non avrebbe fatto cadere un bruco sul collo di una ragazza in chiesa, vero?”
“No, non l’avrebbe fatto.”, disse tristemente Anna.
“Be’, allora un po’ mi dispiace”, concesse Davy, “ma era un così bel brucone... l’ho preso sui gradini della chiesa quando siamo entrati. Mi
sembrava un peccato sprecarlo. E non era buffo quanto strillava quella bambina?”
Martedì pomeriggio la Società di Mutuo Soccorso s’incontrò ai Tetti Verdi. Anna corse a casa da scuola, perché sapeva che Marilla aveva bisogno
di tutta l’assistenza possibile. Dora, pulita e posata, nel suo vestito bianco ben inamidato con la cintura nera, sedeva in salotto tra i membri della
società, parlando contegnosamente quando le rivolgevano la parola e restando in silenzio quando non lo facevano, comportandosi in ogni caso
come una bambina modello. Davy, beatamente sporco, faceva torte di fango in cortile.
“Gli ho detto che poteva”, disse Marilla stanca, “pensavo che l’avrebbe tenuto lontano da guai peggiori, così al massimo si può solo sporcare.
Avremo finito il tè prima che sia l’ora del suo. Dora può prenderlo con noi, ma non oserei mai permettere a Davy di sedersi al tavolo della Società
di Mutuo Soccorso.”
Quando Anna andò a chiamare i membri della società per avvisarli che il tè era pronto scoprì che Dora non era più in salotto. La signora Jasper Bell
disse che Davy era entrato dalla porta principale e l’aveva chiamata fuori. Una rapida consultazione con Marilla nella dispensa portò alla decisione
di permettere ai bambini di prendere il tè più tardi.
Il tè era quasi finito quando in sala da pranzo irruppe una figura disperata. Marilla e Anna la fissarono costernate, i membri della società stupiti.
Poteva davvero essere Dora quella singhiozzante, inclassificabile creatura, col vestito fradicio e gocciolante e i capelli da cui l’acqua scorreva fin
sul nuovo tappetino d’angolo di Marilla?
“Dora, che t’è successo?”, strillò Anna lanciando un’occhiata colpevole alla signora Jasper Bell, la cui famiglia, si diceva, era l’unica al mondo a
cui non capitavano mai incidenti.
“Davy mi ha fatto camminare sullo steccato del porcile”, si lamentò Dora, “io non volevo, ma lui ha detto che ero una fifona. E io sono caduta nel
porcile e il mio vestito s’è sporcato tutto, e i maiali mi sono venuti addosso. Il mio vestito era solo orribile, ma Davy ha detto che se stavo sotto
la pompa lui mi lavava, e io l’ho fatto e lui mi ha spruzzata tutta d’acqua, ma il vestito non si è pulito neanche un po’ e la mia bella cintura e le
scarpette sono tutte rovinate.”
Anna, a tavola, fece gli onori di casa da sola per il resto della cena, mentre Marilla andava di sopra a cambiare Dora e a rimetterle i suoi vecchi
vestiti. Davy fu acchiappato e mandato a letto senza cena. Quando scese il crepuscolo Anna andò nella sua stanza e gli parlò molto seriamente...
un metodo in cui lei aveva molta fiducia, una fiducia non del tutto giustificata dai risultati. Gli disse di essere molto dispiaciuta per la sua condotta.
“Adesso anche a me dispiace”, ammise Davy, “ma il problema è che a me non dispiace di fare le cose che faccio se non dopo che le ho fatte. Dora
non mi voleva aiutare a fare le torte di fango perché non si voleva sciupare il vestito e questo mi ha fatto arrabbiare tantissimo. Penso che Paul
Irving non avrebbe fatto camminare sua sorella sullo steccato del porcile sapendo che ci sarebbe caduta dentro, eh?”
“No, lui non si sognerebbe mai di fare una cosa del genere. Paul è un perfetto, piccolo gentiluomo.”
Davy strizzò gli occhi e sembrò riflettere per un po’. Poi si alzò e gettò le braccia al collo di Anna, schiacciando il visino arrossato contro la sua
spalla.
“Anna, non ti piaccio almeno un pochetto, anche se non sono un bambino buono come Paul?”
“Ma sì che mi piaci”, disse Anna sincera. In un modo o in un altro, era impossibile non farsi piacere Davy, “Ma mi piaceresti anche di più se non
fossi tanto monello.”
“Io... ho fatto anche qualcos’altro, oggi”, continuò Davy con voce soffocata, “Adesso mi dispiace, ma ho una paura terribile a dirtelo. Non ti
arrabbi tanto, vero? E non lo dici a Marilla, eh?”
“Non lo so, Davy. Forse dovrei dirglielo. Ma credo di poterti promettere che non gliene parlo se anche tu prometti che non lo farai mai più, di
qualunque cosa si tratti.”
“No, mai più. E poi non credo che ne troverò altri, quest’anno. Questo l’ho trovato sui gradini della cantina.”
“Davy, cos’è che hai fatto?”
“Ho messo un rospo nel letto di Marilla. Se vuoi puoi andare a levarlo. Ma Anna, non pensi che sarebbe divertente lasciarcelo?”
“Davy Keith!”, Anna balzò in piedi, si liberò dall’abbraccio di Davy e corse per il corridoio verso la camera di Marilla. Il letto era lievemente in
disordine. Lei tirò via le coperte con un gesto rapido e nervoso e lì sotto c’era davvero il rospo, che le strizzava un occhio da sotto un cuscino.
“E adesso come faccio a portare fuori questa bestiaccia?”, gemette Anna rabbrividendo. La paletta del camino le si presentò in mente come una
possibile soluzione, lei sgattaiolò a prenderla mentre Marilla era impegnata in dispensa. Anna ebbe un bel daffare per portare giù il rospo, perché
questo saltò tre volte giù dalla paletta e una volta temette di averlo perso nell’ingresso. Quando finalmente lo depositò nell’orto dei ciliegi tirò un
lungo sospiro di sollievo.
“Se Marilla lo sapesse non oserebbe più infilarsi nel suo letto per il resto dei suoi giorni. Meno male che quel diavoletto s’è pentito in tempo. Oh,
c’è Diana che mi manda segnali dalla finestra. Che bello... ho proprio bisogno di distrarmi un po’, perché tra Anthony Pye a scuola e Davy Keith
a casa, i miei nervi hanno sopportato anche troppo per un solo giorno.”
Capitolo 9 - Un problema di colore

“Quella vecchia seccatrice di Rachel Lynde è tornata qui oggi, a scocciarmi per farmi sottoscrivere una colletta per l’acquisto di un tappeto per la
sagrestia”, disse il signor Harrison rabbioso, “detesto quella donna, più di chiunque altro. Riesce a comprimere un intero sermone, testo, commenti
e messa in pratica inclusi, in sei parole, e scagliartele addosso come un mattone.”
Anna, appollaiata sulla balaustra della veranda a godersi il dolce venticello che da ovest soffiava sui campi appena arati e fischiava una bizzarra
canzoncina tra gli abeti ritorti al di là del giardino in un grigio crepuscolo novembrino, voltò la testa con espressione sognante.
“Il problema è che voi e la signora Lynde non vi capite”, spiegò, “è sempre questo che non va quando la gente non si piace. Anche a me all’inizio
non piaceva la signora Lynde; ma appena ho cominciato a capirla ho imparato anche ad apprezzarla.”
“Qualcuno potrà averci preso gusto con la signora Lynde; ma io non intendo continuare a mangiare banane solo perché qualcuno dice che a forza
di mangiarle poi ci prendo gusto”, ringhiò il signor Harrison, “Se poi parli di capirla, io capisco che è una ficcanaso cronica, gliel’ho anche detto.”
“Oh, questo deve aver ferito i suoi sentimenti”, disse Anna in tono di rimprovero, “Come avete potuto dire una cosa simile? Tanto tempo fa io dissi
cose terribili alla signora Lynde, ma fu perché avevo perso la pazienza. Non potrei mai farlo deliberatamente.”
“Era la verità e io credo che faccia bene dire la verità. A chiunque.”
“Ma voi non dite tutta la verità”, obiettò Anna, “Voi dite solo la parte sgradevole della verità. Per esempio, a me avrete detto una dozzina di volte
che ho i capelli rossi, ma non mi avete mai detto, neanche una volta, che ho un naso grazioso.”
“Penso che tu lo sappia già senza che ci sia bisogno di dirtelo.”, ridacchiò il signor Harrison.
“So pure di avere i capelli rossi, anche se ora sono molto più scuri che un tempo, e non c’è bisogno di dirmi nemmeno quello.”
“Va bene, va bene, cercherò di non dirlo più, visto che sei tanto suscettibile. Devi scusarmi, Anna. Io ho l’abitudine di essere schietto e la gente
non deve badarci.”
“Ma non può fare a meno di badarci. E il fatto che per lei sia un’abitudine non cambia niente. Che ne pensereste di una persona che se ne vada
in giro a infilare spilli e aghi nella gente dicendo: ‘Scusate, non ci badateci. Sapete, è un’abitudine.’? Pensereste che è un pazzo, no? E poi che la
signora Lynde sia una ficcanaso, be’, forse lo è. Ma perché non le avete anche detto che è molto generosa, che aiuta sempre i poveri, che non disse
nulla quando Timothy Cotton le rubò un vaso di burro dalla latteria dicendo alla moglie che l’aveva acquistato da lei? La signora Cotton, quando
la incontrò in seguito, l’accusò dicendo che il burro sapeva di rape, e la signora Lynde si scusò che non fosse venuto bene.”
“Sì, immagino che abbia qualche buona qualità”, ammise malvolentieri il signor Harrison, “Un sacco di gente ne ha. Perfino io ne ho, anche se
tu non lo sospetteresti mai. Però lo stesso non darò nulla per quel tappeto. A me sembra che da queste parti la gente non faccia altro che chiedere
soldi. Come va il vostro progetto di ridipingere il circolo?”
“Ottimamente. Venerdì sera abbiamo fatto una riunione della S.P.C.A. e abbiamo avuto tanti soldi per ridipingere la sede del circolo e anche per
riparare il tetto. La maggior parte della gente è stata prodiga, signor Harrison.”
Anna era una ragazza dall’animo gentile, ma riusciva a instillare del veleno tra le righe, quando l’occasione lo richiedeva.
“Di che colore la fate dipingere?”
“Abbiamo scelto un bel verde. Il tetto naturalmente sarà rosso scuro. Oggi il signor Roger Pye va a prendere la vernice in paese.”
“Chi fa il lavoro?”
“Il signor Joshua Pye di Carmody. Ha già quasi finito di riparare il tetto. Abbiamo dovuto dare a lui l’appalto, perché tutti i Pye... sono quattro le
famiglie Pye, sa... tutti i Pye dicevano che non avrebbero scucito un centesimo se non avessimo affidato il lavoro a Joshua. Tra tutti loro avevano
sottoscritto per dodici dollari ed era una cifra troppo alta per perderla, anche se alcuni dicono che non avremmo dovuto metterci in affari con i Pye.
La signora Lynde dice che loro cercano di dirigere tutto.”
“Il problema principale è se questo Joshua farà bene il suo lavoro. Se sì, non vedo che problema ci sia, che si chiami Pye o Pudding.”
“Ha la fama di ottimo lavoratore, anche se si dice che sia un tipo molto strano. Non parla quasi mai.”
“Allora è strano in senso buono”, disse il signor Harrison ironico, “O, perlomeno, la gente qui dice che è strano. Anch’io non ero un gran
chiacchierone finché non sono venuto ad Avonlea, poi ho dovuto diventarlo per autodifesa, o la signora Lynde avrebbe cominciato a dire che ero
muto e avrebbe fatto partire una colletta per insegnarmi il linguaggio dei segni. Non te ne starai andando di già, Anna?”
“Devo. Ho delle cose da cucire per Dora, stasera. Inoltre Davy avrà già fatto disperare Marilla con qualche dispetto. Stamattina la prima cosa
che ha detto è stata: ‘Dove va il buio, Anna? Voglio saperlo’. Io gli ho spiegato che andava dall’altra parte del mondo, ma dopo colazione lui ha
affermato che non era così, che invece andava nel pozzo. Marilla dice che oggi l’ha beccato quattro volte che si sporgeva sul pozzo e cercava di
raggiungere il buio.”
“È un diavoletto”, dichiarò il signor Harrison, “ieri è venuto qui e ha strappato sei penne dalla coda di Ginger prima che potessi raggiungerlo, dal
fienile. La povera bestia non fa che arruffarsi da allora. Quei bambini devono essere un bel problema per voi.”
“Tutto quello che vale comporta qualche problema.”, disse Anna, decidendo in segreto di perdonare la prossima marachella di Davy, di qualunque
cosa si trattasse, visto che l’aveva vendicata su Ginger.
Quella sera il signor Roger Pye portò a casa la vernice per il circolo e il giorno dopo il signor Joshua Pye, un uomo arcigno e taciturno, cominciò
a tinteggiarlo. Nessuno disturbò il suo lavoro. Il circolo era situato su quella che veniva chiamata “la via inferiore”. Nell’autunno inoltrato questa
strada era sempre bagnata e piena di fango, la gente che andava a Carmody viaggiava sulla più lunga “via superiore”. La sede del circolo era così
fittamente circondata dai boschi d’abete che non era visibile, a meno di non esserci vicino. Il signor Joshua Pye la tinteggiò standosene in quella
solitudine e quell’indipendenza tanto care al suo cuore poco socievole.
Venerdì pomeriggio finì il lavoro e tornò a casa sua a Carmody. Poco dopo la sua partenza arrivò la signora Lynde, che aveva coraggiosamente
affrontato il fango della via inferiore per la curiosità di vedere come fosse il circolo con la nuova tinteggiatura. Quando voltò oltre la curva degli
abeti rossi lo vide.
La vista ebbe un curioso effetto sulla signora Lynde. Fece cadere le redini, alzò le mani ed esclamò: “Santa Provvidenza!”, fissò il circolo come se
non riuscisse a credere ai propri occhi. Poi rise in maniera quasi isterica.
“Dev’esserci stato un errore... proprio così. Sapevo che quei Pye avrebbero fatto un pasticcio.”
La signora Pye tornò a casa, incontrò parecchie persone lungo la via e le fermò per raccontargli del circolo. La notizia si diffuse rapidamente.
Gilbert Blythe, che era a casa chino su un libro di testo, la sentì al tramonto dal lavorante di suo padre, e corse a perdifiato ai Tetti Verdi, raggiunto
sulla via da Fred Wright. Trovarono Diana Barry, Jane Andrews e Anna Shirley, la disperazione in persona, al cancello del cortile dei Tetti Verdi,
sotto i grandi salici spogli.
“Ma Anna, siamo sicuri che sia vero?”, esclamò Gilbert.
“È vero”, rispose Anna, che aveva tutto l’aspetto della musa della tragedia, “La signora Lynde è venuta qui, al ritorno da Carmody, per dirmelo.
Oh, è terribile. A che serve cercare di far progredire qualcosa?”
“Cos’è terribile?”, domandò Oliver Sloane, che arrivava in quell’istante con una cappelliera che aveva portato dalla città per Marilla.
“Non l’hai saputo?”, disse Jane furibonda, “Be’, è solo che... Joshua Pye ha dipinto la sede di blu invece che di verde... un blu scuro, acceso, la
stessa tonalità che usano per dipingere i carri e le carriole. E la signora Lynde dice che è il più brutto colore per una costruzione che abbia mai
visto, specialmente abbinato a un tetto rosso. Quando l’ho saputo ero così scossa che avreste potuto buttarmi giù con una piuma. È straziante, dopo
tutta la pena che ci siamo presi.”
“Come è potuto capitare un errore simile?”, gemette Diana.
La colpa di questo spietato disastro alla fine si limitò ai Pye. I Progressisti avevano deciso di usare le vernici Morton-Harris e le vernici Morton-Harris
erano numerate in base a una tabella di colori. Un incaricato scelse la tinta sulla tabella e ordinò la vernice in base al numero che l’accompagnava.
Il numero 147 era la tonalità di verde desiderata e quando il signor Roger Pye mandò a dire, tramite suo figlio John Andrew, che andava in città a
prendergli la vernice, i Progressisti dissero a John Andrew di avvertire suo padre che volevano la 147. John Andrew ha sempre affermato di aver
fatto così, ma il signor Roger Pye ha sostenuto con altrettanta fermezza che invece John Andrew gli ha detto 157; e così stanno le cose finora.
Quella notte ci fu una gran costernazione in ogni casa di Avonlea dove vivesse un Progressista. La malinconia ai Tetti Verdi era così intensa che
contagiò anche Davy. Anna piangeva e non voleva essere consolata.
“Devo piangere anche se ho quasi diciassette anni, Marilla”, singhiozzò, “È così mortificante. Questo è il rintocco funebre della nostra società. Ci
rideranno dietro a morte.”
Però nella vita, come nei sogni, le cose spesso vanno al contrario. Gli abitanti di Avonlea non risero: erano troppo arrabbiati. Avevano speso i loro
soldi per ritinteggiare il circolo e di conseguenza si sentivano amaramente danneggiati dall’errore. L’indignazione pubblica si concentrò sui Pye.
Roger Pye e John Andrew si rimbalzarono la responsabilità tra di loro; e per quanto concerne Joshua Pye, doveva essere proprio stupido per non
accorgersi che qualcosa non andava quando aveva aperto i barattoli e aveva visto il colore della vernice. Joshua Pye, quando venne così criticato,
ribatté che i gusti di Avonlea in fatto di colore non erano affar suo, qualunque fosse la sua opinione personale; era stato assunto per tinteggiare il
circolo, non per parlarne; e ora voleva essere pagato.
I Progressisti lo pagarono con un certo rancore, dopo aver consultato il signor Peter Sloane, che era un magistrato.
“Dovete pagarlo”, disse loro Peter, “non potete ritenerlo responsabile per l’errore, dal momento che lui afferma che non gli è mai stato detto quale
dovesse essere il colore, ha solo ricevuto i barattoli e l’ordine di procedere. Ma è proprio una vergogna, il circolo adesso ha un aspetto tremendo.”
Gli sventurati Progressisti si aspettavano che Avonlea avesse più pregiudizi che mai nei loro confronti; invece la simpatia del pubblico virò in loro
favore. La gente pensò che quella piccola banda di giovani appassionati ed entusiasti, che tanto aveva lavorato per i proprio obiettivi, avesse subito
un torto. La signora Lynde disse loro di andare avanti e mostrare ai Pye che al mondo c’erano persone che sapevano fare qualcosa senza combinare
disastri. Il Maggiore Spencer mandò loro a dire che avrebbe ripulito da tutti i ceppi la zona della sua fattoria che dava sulla strada e ci avrebbe
piantato un prato, il tutto a sue spese; e la signora Hiram Sloane un giorno andò a scuola e, con fare misterioso, fece cenno ad Anna di raggiungerla
nel portico, dove le disse che se la “Soccietà” voleva fare aiuole di gerani all’incrocio quella primavera, non doveva temere per la sua mucca,
perché lei avrebbe fatto in modo di tenere quella bestia predatrice al chiuso, al sicuro. Perfino il signor Harrison ridacchiò, se mai ridacchiava, in
privato, e mostrò la sua comprensione apertamente.
“Non preoccuparti, Anna. La maggior parte delle vernici sbiadisce e diventa sempre più brutta di anno in anno, ma quel blu è già bruttissimo in
partenza, perciò probabilmente sbiadendo migliorerà. E il tetto è riparato e ben verniciato. Adesso la gente potrà sedersi nel circolo senza essere
annaffiata. In ogni caso, avete ottenuto tanto.”
“Ma il circolo blu di Avonlea sarà lo zimbello di tutto il circondario, da ora in poi.”, disse Anna con una certa amarezza.
E bisogna confessare che aveva ragione.
Capitolo 10 - Davy a caccia di emozioni

Anna, mentre rincasava da scuola per il Sentiero delle Betulle un pomeriggio di novembre, era nuovamente convinta che la vita fosse meravigliosa.
Era stata una buona giornata; nel suo piccolo regno era andato tutto bene. St. Clair Donnell non aveva litigato con nessun altro bambino a causa del
nome; la faccia di Prillie Rogerson era così gonfia a causa del mal di denti, che lei non aveva cercato di civettare con nessuno dei suoi compagni
di banco. Barbara Shaw aveva avuto un solo incidente, aveva rovesciato una mestolata d’acqua sul pavimento. E Anthony Pye non era neppure
andato a scuola.
“Che bel mese è stato questo novembre!”, disse Anna, che non aveva mai abbandonato l’abitudine infantile di parlare da sola, “Di solito novembre
è un mese così sgradevole... come se l’anno s’accorgesse improvvisamente che sta invecchiando e non possa far altro che piangere e affliggersi.
Quest’anno sta invecchiando con grazia, come una signora anziana ed elegante che sa di poter essere affascinante anche coi capelli grigi e le rughe.
Abbiamo avuto giornate splendide e deliziosi crepuscoli. Queste ultime due settimane sono state così tranquille, e anche Davy si è comportato
abbastanza bene. Credo proprio che stia migliorando parecchio. Com’è calmo il bosco oggi... non si sente un fruscio, a parte il vento che fa le fusa
sulla cima degli alberi! Ha il suono di un’ondata su una spiaggia lontana. Che belli sono i boschi! Anche voi, alberi, siete belli! Amo ciascuno di
voi come un amico.”
Anna si fermò ad abbracciare una snella betulla e a baciarne la corteccia color crema. Diana, che stava voltando la curva sul sentiero, la vide e si
mise a ridere.
“Anna Shirley, tu fai solo finta di essere cresciuta. Scommetto che quando sei da sola torni a essere la bambina di sempre.”
“Be’, non è facile sbarazzarsi dell’abitudine a tornare bambini di tanto in tanto”, disse Anna allegra, “Lo sai, sono stata piccola per quattordici
anni e sto diventando adulta da appena tre. Sono certa che nei boschi mi sentirò sempre come una bambina. Queste passeggiate nei boschi, quando
torno a casa da scuola, sono l’unico momento in cui posso sognare... a parte quella mezz’oretta prima di addormentarmi. Sono così indaffarata
tra l’insegnamento, lo studio, e poi aiutare Marilla coi gemelli, che non ho altri momenti per fantasticare. Sapessi che splendide avventure vivo
ogni sera per un po’, prima di addormentarmi nella soffitta di est. Immagino sempre di essere qualcosa di molto brillante, trionfale, splendido...
una grande prima donna, o una crocerossina, o una regina... ieri sera ero una regina. È splendido immaginare di essere una regina. Hai tutto il
divertimento senza gli inconvenienti, e puoi smettere di essere regina quando vuoi, cosa che nella vita reale non capita mai. Ma qui nel bosco
preferisco immaginare altre cose... sono una driade che vive in un vecchio pino, o un piccolo elfo dei boschi marrone che si nasconde sotto una
foglia arricciata. Quella betulla bianca che mi hai sorpreso a baciare, è una mia sorella. L’unica differenza è che lei è un albero e io una ragazza,
ma non è proprio una differenza. Dove stai andando, Diana?”
“Giù dai Dickinson. Ho promesso ad Alberta di aiutarla a tagliarsi il vestito nuovo. Non puoi raggiungerci anche tu stasera, Anna, e poi torni a
casa con me?”
“Potrei... visto che Fred Wright è via in città.”, disse Anna con aria decisamente innocente.
Diana arrossì, scosse la testa e andò via. Però non sembrava offesa.
Anna intendeva davvero andare dai Dickinson quella sera, ma non lo fece. Quando giunse ai Tetti Verdi vi trovò una situazione tale che ogni altro
pensiero scomparve dalla sua mente. Marilla le venne incontro in cortile. Una Marilla dagli occhi spiritati.
“Anna, Dora s’è persa!”
“Dora! Persa!”, Anna guardò Davy, che si dondolava sul cancello del cortile, e colse un’aria divertita nei suoi occhi, “Davy, tu sai dov’è?”
“No, io no”, disse Davy con decisione, “non la vedo da pranzo, mano sul cuore.”
“Io sono stata assente dall’una”, disse Marilla, “Thomas Lynde s’è ammalato all’improvviso e Rachel mi ha chiesto di correre da lei. Quando me
ne sono andata Dora giocava in cucina con la sua bambola e Davy faceva torte di fango dietro il fienile. Sono tornata mezz’ora fa... e Dora non
c’era più. Davy dice che non la vede da quando me ne sono andata.”
“Dev’essere da qualche parte nei dintorni”, disse Anna, “Non si allontanerebbe mai da sola, sai quant’è timida. Forse si è addormentata in una
delle stanze.”
Marilla scosse la testa.
“Ho cercato per tutta la casa. Però potrebbe essere in una delle costruzioni fuori.”
Seguì una ricerca minuziosa. Ogni angolo della casa, del cortile e delle costruzioni esterne venne frugato da due persone molto agitate. Anna batté
gli orti e la Foresta Stregata, continuando a chiamare Dora. Marilla prese una candela ed esplorò la cantina. Davy le accompagnò a turno e aveva
una fertile immaginazione nel pensare a dove potesse essere Dora. Infine si ritrovarono in cortile.
“Che mistero!”, gemé Marilla.
“Ma dove può essere?”, disse Anna, avvilita.
“Forse è caduta nel pozzo.”, suggerì Davy allegro.
Anna e Marilla si guardarono spaventate. Il pensiero l’avevano avuto per tutta la durata della ricerca, ma nessuna di loro aveva osato dirlo.
“Po... potrebbe anche essere.”, mormorò Marilla.
Anna, sentendosi sul punto di svenire, andò al pozzo e guardò dentro. Il coperchio era sul suo alloggio interno. Molto più giù c’era l’indistinto
luccichio dell’acqua calma. Il pozzo dei Cuthbert era il più profondo di Avonlea. Se Dora... ma Anna non poteva neppure pensarci. Rabbrividì e
si allontanò.
“Corri dal signor Harrison.”, disse Marilla torcendosi le mani.
“Il signor Harrison e John Henry non ci sono... sono andati in città, oggi. Andrò dal signor Barry.”
Il signor Barry arrivò insieme ad Anna, portandosi dietro un rotolo di corda in fondo al quale era legato un oggetto a forma di artiglio, che una
volta era l’estremità di una zappa. Marilla e Anna rimasero nelle vicinanze, gelate e scosse per l’orrore e la paura, mentre il signor Barry dragava
il pozzo, e Davy guardava il gruppetto con una faccia che esprimeva un gran divertimento.
Finalmente il signor Barry scosse la testa con un sospiro di sollievo.
“Non può essere lì. E comunque, sarebbe un posto ben strano dove trovarcela. Vieni qui, giovanotto, sei sicuro di non sapere dove sia tua sorella?”
“Ve l’ho detto una dozzina di volte che non lo so”, disse Davy con aria offesa, “Forse è venuto un vagabondo e l’ha rubata.”
“Sciocchezze”, disse Marilla brusca, sollevata dalla terribile paura del pozzo, “Anna, pensi che possa essere andata dal signor Harrison? Non fa
che parlare di quel pappagallo da quando l’hai portata lì.”
“Non posso credere che Dora si azzarderebbe ad allontanarsi tanto da sola, ma vado a vedere.”, disse Anna.
In quel momento nessuno guardava Davy, o si sarebbero accorti che nella sua espressione era sopravvenuto un netto cambiamento. Silenziosamente,
scivolò oltre il cancello e corse veloce, per quanto gli permettessero le sue gambe grassocce, verso il fienile.
Anna attraversò i campi di corsa verso la fattoria del signor Harrison senza troppe speranze. La casa era chiusa a chiave, gli scuri alle finestre
abbassati, non c’erano segni di vita nei dintorni. Si mise in veranda e chiamò Dora a gran voce.
Ginger, in cucina, strillò e imprecò con improvvisa veemenza; ma tra questi scoppi Anna sentì un pianto lamentoso proveniente dalla piccola
costruzione in cortile che il signor Harrison usava come capanno degli attrezzi. Anna corse alla porta, aprì il lucchetto e scorse una creaturina col
volto rigato di lacrime seduta con aria miserabile su un barilotto di chiodi rovesciato.
“Dora! Dora, che spavento ci hai fatto prendere! Ma come sei arrivata qui?”
“Davy e io siamo venuti a vedere Ginger”, singhiozzò Dora, “però non siamo riusciti a vederlo, solo Davy è riuscito a farlo imprecare picchiando
alla porta. E poi Davy mi ha portata qui, è corso fuori e ha chiuso la porta. E io non potevo uscire. Ho pianto e pianto, avevo tanta paura. E ho tanta
fame, e freddo. E pensavo che non venivi più, Anna.”
“Davy?”, ma Anna non riuscì a dire altro. Portò Dora a casa col cuore pesante. La sua felicità per aver trovato la bambina sana e salva si era dissolta
nel dolore causato dal comportamento di Davy. Il dispetto di aver chiuso Dora nel capanno si poteva anche perdonare. Ma Davy aveva detto una
menzogna, una menzogna categorica e a sangue freddo. Questa era la parte brutta sulla quale Anna non poteva chiudere un occhio. Si sarebbe
seduta e avrebbe pianto per l’assoluta delusione. Aveva incominciato a voler bene a Davy, teneramente... solo ora aveva capito quanto bene gli
voleva... e la feriva in modo insopportabile scoprire che si era reso colpevole di quella menzogna deliberata.
Marilla ascoltò il resoconto di Anna in un silenzio che non prometteva nulla di buono per Davy; il signor Barry rise e suggerì di dare al bambino
una punizione esemplare. Quando se ne fu tornato a casa Anna consolò e scaldò Dora, singhiozzante e tremante, la fece cenare e la mise a letto.
Poi scese in cucina, proprio mentre Marilla, cupa, ci ritornava conducendo, o meglio, spingendo dentro Davy, riluttante e coperto di ragnatele, che
lei aveva appena trovato nascosto nell’angolo più buio della stalla.
Lo strattonò fino allo stoino al centro del pavimento e si mise a sedere accanto alla finestra che guardava a est. Anna, fiacca, sedeva accanto alla
finestra di ovest. In mezzo a loro c’era il colpevole. Rivolgeva la schiena a Marilla, ed era una schiena umile, sottomessa, spaventata; ma il volto
era rivolto verso Anna, e anche se era un po’ vergognoso c’era un barlume di cameratismo negli occhi di Davy, come se sapesse che aveva sbagliato
e che per questo sarebbe stato punito, ma che poteva comunque contare su una bella risata con Anna, più tardi.
Ma negli occhi grigi di Anna non c’era neppure mezzo sorriso, come ci sarebbe stato se si fosse trattato solo di una marachella. C’era qualcos’altro...
qualcosa di brutto e repellente.
“Come hai potuto comportarti così, Davy?”, disse lei dispiaciuta.
Davy si contorse a disagio.
“L’ho fatto solo per divertimento. Le cose qui erano tanto tranquille da così tanto tempo, che ho pensato che sarebbe stato divertente farvi prendere
un bello spavento. E lo è stato, infatti.”
Invece di provare paura o un po’ di rimorso, Davy ridacchiò nel ricordarsene.
“Ma hai detto una menzogna, Davy.”, disse Anna più triste che mai.
Davy sembrava stupito.
“Cos’è una menzogna? Vuoi dire una balla?”
“Voglio dire una cosa che non è vera.”
“Certo che sì”, ammise Davy, onestamente, “Altrimenti mica vi spaventavate. Dovevo dirla.”
Anna sentì la reazione alla paura e alla fatica. Il comportamento impertinente di Davy aggiunse il tocco finale. Due grandi lacrime si affacciarono
nei suoi occhi.
“Oh, Davy, come hai potuto?”, disse con la voce che le tremava, “Non sai quant’è brutto?”
Davy era atterrito. Anna piangeva... aveva fatto piangere Anna! Una piena di vero rimorso si rovesciò come un’onda sul suo cuoricino caldo e lo
inghiottì. Corse da Anna, le si accovacciò in grembo, le gettò le braccia al collo e scoppiò in lacrime.
“Non lo sapevo che era brutto dire le balle”, singhiozzò, “Come potevo saperlo che era brutto? Tutti i figli del signor Sprott le dicono sempre, tutti
i giorni, anche mano sul cuore. E forse Paul Irving non dice mai le balle, e io ho cercato tanto di essere buono come lui, ma adesso forse non mi
vorrai più bene. Ma credo che forse mi potevi dire cos’è che non si deve fare. Mi dispiace tanto che ti ho fatto piangere, Anna, non dirò mai più
le balle.”
Davy affondò la faccia nella spalla di Anna e pianse a dirotto. Anna, in un improvviso lampo di comprensione, lo strinse forte e guardò Marilla al
di là di quei riccioli.
“Marilla, lui non sapeva che dire menzogne è sbagliato. Io penso che stavolta dovremmo perdonarlo, per questo, se promette di non dire più cose
che non sono vere.”
“Non lo farò più, adesso che so che è un male”, asserì solennemente Davy tra un singhiozzo e l’altro, “Se mi becchi ancora che dico una balla
puoi...”, mentalmente Davy brancolò alla ricerca di una pena adeguata, “...puoi scorticarmi vivo, Anna.”
“Non dire ‘balla’, Davy... di’ ‘menzogna’.”, disse la maestra.
“Perché?”, domandò Davy, mettendosi comodo seduto e guardando su col volto bagnato di lacrime ma curioso, “Perché ‘balla’ non va bene come
‘menzogna’? Voglio saperlo. È un parolone.”
“Perché è colloquiale, i bambini non dovrebbero usare quel linguaggio.”
“Ci sono un gran mucchio di cose sbagliate da fare”, sospirò Davy, “non m’immaginavo che ce ne fossero tante. Mi dispiace che sia brutto
dire bal... menzogne, perché è utilissimo. Ma visto che è così non ne dirò più. Che mi farete perché ne ho dette adesso? Voglio saperlo.”, Anna,
supplichevole, guardò Marilla.
“Non voglio essere troppo severa col bambino”, disse Marilla, “Mi pare di capire che nessuno gli abbia mai detto che mentire è sbagliato, e
quei bambini Sprott non erano la compagnia giusta per lui. La povera Mary era troppo malata per educarlo bene e immagino che non ci si possa
aspettare che un bambino di sei anni sappia certe cose per istinto. Immagino che lui non sappia nulla di cos’è giusto e cos’è sbagliato, dovremo
cominciare dall’inizio con lui. Però dovremo punirlo per aver rinchiuso Dora, e non mi viene in mente niente se non mandarlo a letto senza cena, e
l’abbiamo già fatto tante volte. Ti viene in mente qualcos’altro, Anna? Penso che dovresti esserne capace, con tutta la fantasia di cui parli sempre.”
“Ma le punizioni sono tanto brutte, e a me piace immaginare solo cose belle”, disse Anna cullando Davy, “Ci sono già tante cose spiacevoli al
mondo, che non serve immaginarne altre.”
Alla fine, come al solito, Davy venne spedito a letto, e lì rimase fino a mezzogiorno del giorno seguente.
A quanto pareva aveva pensato un po’, perché quando un po’ più tardi Anna raggiunse la propria stanza lo sentì che la chiamava sommessamente.
Entrò e lo trovò seduto sul letto, con i gomiti sulle ginocchia e il mento appoggiato sulle mani.
“Anna”, disse solennemente, “è sbagliato per tutti dire bal... menzogne? Voglio saperlo.”
“Sì, è così.”
“È sbagliato anche per i grandi?”
“Sì.”
“Allora”, disse deciso Davy, “anche Marilla è cattiva, perché lei le dice. E lei è peggio di me, perché io non sapevo che fosse male, ma lei sì.”
“Davy Keith, Marilla non ha mai detto una bugia in vita sua.”, disse Anna indignata.
“Invece sì. Martedì scorso mi ha detto che se non dicevo le preghiere tutte le sere mi sarebbe successo qualcosa di tremendo. Io non le ho dette per
una settimana, solo per vedere che succedeva... e non è successo niente.”, concluse Davy addolorato.
Anna represse un folle desiderio di mettersi a ridere, conscia che questo sarebbe stato fatale, e poi prontamente cercò di salvare la reputazione di
Marilla.
“Be’, Davy Keith”, disse solennemente, “qualcosa di tremendo ti è capitato oggi.”
Davy sembrava scettico.
“Forse intendi andare a letto senza cena”, disse sdegnoso, “ma questo non è tremendo. Certo, non mi piace, ma è successo tante di quelle volte che
ci sono abituato. E neanche tu ci guadagni qualcosa a mandarmi a letto senza cena, perché tanto mangio sempre il doppio a colazione.”
“Non intendo il fatto che sei andato a letto senza cena. Intendo il fatto che oggi hai detto una menzogna e... Davy”, Anna si sporse sulla sponda del
letto e agitò il dito solennemente contro il colpevole, “...per un bambino dire una bugia è la cosa peggiore che possa capitargli... assolutamente la
peggiore. Perciò vedi che Marilla ti ha detto la verità.”
“Ma io pensavo che quella cosa brutta che mi succedeva era emozionante.”, protestò Davy risentito.
“Marilla non ha colpe per quello che pensavi. Le cose brutte non sono sempre emozionanti. Spesso sono solo cattive e stupide.”
“Però era molto divertente vedere te e Marilla che cercavate nel pozzo.”, disse Davy abbracciandosi le ginocchia.
Anna mantenne un volto serio finché non tornò al piano di sotto, e allora crollò sul divano del soggiorno e rise finché non le fecero male i fianchi.
“Raccontala anche a me”, disse Marilla un po’ cupa, “Non ci trovavo niente da ridere, oggi.”
“Riderai quando sentirai questa.”, l’assicurò Anna. E Marilla rise, il che dimostrò quanto fosse progredita la sua educazione da quando aveva
adottato Anna. Ma subito dopo sospirò.
“Immagino che non avrei dovuto dirglielo, anche se una volta ho sentito un sacerdote dirlo a un bambino. Ma mi aveva esasperato così tanto. Era
la sera che tu sei andata al concerto a Carmody e io lo stavo mettendo a letto. Diceva che non vedeva un motivo valido per pregare finché non
era abbastanza grande da avere una qualche importanza per Dio. Anna, non so che faremo con quel bambino. Non lo vedo mai pentito. Mi sento
proprio scoraggiata.”
“Non dirlo, Marilla. Ricordati quant’ero cattiva io quando sono venuta qui.”
“Anna, tu non sei mai stata cattiva... mai. Me ne accorgo adesso, che so cos’è davvero la cattiveria. Tu ti cacciavi sempre in guai terribili, lo
ammetto, ma i tuoi scopi erano sempre buoni. Davy fa il cattivo per puro amore della cattiveria.”
“Oh, no. Non credo che neanche lui sia davvero cattivo”, supplicò Anna, “è solo monello. E qui per lui è tutto così tranquillo. Non ha altri bambini
con cui giocare e deve pur tenere la mente occupata con qualcosa. Dora è così affettata e composta, non è certo un’ottima compagna di giochi.
Penso che la cosa migliore sia mandarli a scuola, Marilla.”
“No”, disse Marilla risoluta, “mio papà diceva sempre che i bambini di meno di sette anni non dovrebbero essere confinati nelle quattro pareti di
un’aula scolastica, e il signor Allan la pensa allo stesso modo. I gemelli potranno prendere lezioni a casa, ma non andranno a scuola prima dei sette
anni.”
“Bene, allora dobbiamo cercare di correggere Davy a casa”, disse Anna allegra, “Nonostante i suoi difetti è un bimbo adorabile. Non posso fare a
meno di volergli bene. Marilla, lo so che a dirsi è terribile, ma onestamente Davy mi piace di più di Dora, anche se lei è tanto buona.”
“Non so come, ma per me è lo stesso”, confessò Marilla, “e non è bello, perché Dora non dà il minimo problema. Non potrebbe esserci una bimba
migliore, neanche ti accorgi che è in casa.”
“Dora è troppo buona”, disse Anna, “si comporterebbe bene perfino se in casa non ci fosse nessuno che le dica cosa fare. È nata già grande e non
ha bisogno di noi; credo”, concluse Anna colpendo la verità nel segno, “che noi tendiamo a voler più bene a chi ha bisogno di noi. E Davy ha
terribilmente bisogno di noi.”
“Di certo ha bisogno di qualcosa”, ammise Marilla, “Rachel Lynde direbbe che ha bisogno di una bella sculacciata.”
Capitolo 11 - Fatti e fantasie

“L’insegnamento è un lavoro davvero interessante”, scrisse Anna a una compagna della Queen’s Academy, “Jane dice che è monotono, ma io
non trovo che sia così. Ogni giorno capita qualcosa di buffo, e i bambini dicono cose divertentissime. Jane dice che lei punisce i suoi alunni ogni
volta che fanno discorsi buffi, forse è per questo che per lei insegnare è noioso. Il pomeriggio in cui il piccolo Jimmy Andrews cercò di compitare
‘lentigginoso’, per esempio, e non ci riusciva. ‘Mah’, disse alla fine, ‘non so scriverlo ma so che cosa significa’, ‘E che cosa significa?’, domandai
io, ‘È la faccia di St. Clair Donnell, signorina.’. St. Clair sicuramente è molto lentigginoso, ma io cerco sempre di impedire agli altri di scherzarci...
anch’io un tempo ero lentigginosa e me lo ricordo bene. Ma non credo che a St. Clair importi molto. È stato perché Jimmy l’ha chiamato ‘St. Clair’,
se l’ha picchiato mentre rincasavano da scuola. Io ho saputo della faccenda solo in via non ufficiale, così non credo che prenderò provvedimenti.
“Ieri stavo cercando di insegnare le addizioni a Lottie Wright. Le ho detto: “Se avessi tre canditi in una mano e due nell’altra, quanti ne avresti in
tutto?’, ‘Un boccone!’, ha risposto lei. E quando alla lezione di scienze naturali ho chiesto di darmi un buon motivo per non uccidere i rospi, Benji
Sloane mi ha risposto tutto serio: ‘Perché altrimenti il giorno dopo viene a piovere.’
“È così difficile non ridere, Stella. Devo trattenere tutte le risate finché non sono a casa, e Marilla dice che la innervosisce sentire quegli scoppi
selvaggi di allegria venire dalla soffitta di est senza motivo apparente. Dice che una volta un uomo di Grafton impazzì e aveva cominciato proprio
in questo modo.
“Tu lo sapevi che Thomas Becket è stato canonizzato come serpente? Lo dice Rose Bell... e dice anche che William Tyndale2 ha scritto il Nuovo
Testamento. Invece secondo Claude White un ‘ghiacciaio’ è un uomo che monta finestre.
“Penso che la cosa più difficile, e anche la più interessante, dell’insegnamento sia far sì che i bambini dicano ciò che pensano davvero sulle cose.
Un giorno in cui ci fu un temporale, la settimana scorsa, li radunai tutti attorno a me a ora di pranzo e cercai di farli parlare, come se fossi stata una
di loro. Gli chiesi di dirmi cosa desideravano davvero. Alcune risposte furono piuttosto banali... bambole, pony e pattini. Altre furono decisamente
originali. Hester Boulter voleva ‘indossare il vestito bello tutti i giorni e mangiare in sala da pranzo’. Hannah Bell, di dieci anni, disse che voleva
diventare vedova. Quando le chiesi perché lei rispose, seria, che se non ti sposi la gente dice che sei una vecchia zitella, e se ti sposi tuo marito ti
comanda a bacchetta; ma se sei vedova non corri nessuno dei due pericoli. Il desiderio più notevole fu quello di Sally Bell. Lei voleva una ‘luna
di miele’. Le chiesi se sapesse cosa fosse e lei disse che pensava si trattasse di un bellissimo tipo di bicicletta, perché suo cugino di Montreal andò
in luna di miele quando si sposò e lui ha sempre tutti gli ultimi modelli di bicicletta!
“Un altro giorno avevo chiesto a tutti loro di raccontarmi la cosa più cattiva che avessero mai fatto. Non riuscii a sapere niente dai più grandi,
ma quelli di terza parlarono piuttosto liberamente. Eliza Bell aveva ‘dato fuoco ai rotoli di cartone della zia’. Le chiesi se l’avesse fatto apposta
e lei rispose ‘non del tutto’. Aveva provato ad accenderne solo un’estremità per vedere come bruciavano e quelli erano bruciati tutti in un batter
d’occhio. Emerson Gillis aveva speso dieci centesimi in caramelle quando avrebbe dovuto metterli nella cassetta delle offerte per i missionari. Il
peggior crimine di Annetta Bell è stato ‘aver mangiato dei mirtilli che crescevano nel cimitero’. Willie White aveva ‘fatto lo scivolo un sacco di
volte dal tetto dell’ovile coi pantaloni buoni’. ‘Ma sono stato punito perché poi ho dovuto portare pantaloni rattoppati per tutta l’estate alla Scuola
Domenicale, e quando sei punito per qualcosa poi non te ne devi più pentire’, ha affermato Willie.
“Vorrei poterti far leggere alcuni dei loro temi... lo vorrei così tanto che ti mando le copie di alcune recenti composizioni. La settimana scorsa
avevo detto a quelli di quarta di scrivermi una lettera sull’argomento che preferivano, aggiungendo a mo’ di spunto che potevano parlare di un
posto che hanno visitato o di qualcosa o qualcuno di interessante che hanno visto. Dovevano scrivere su vera carta da lettere, infilarle in una busta
e indirizzarle a me, senza farsi aiutare da nessuno. Venerdì scorso ho trovato una pila di lettere sulla mia scrivania e quella stessa sera mi sono resa
conto che l’insegnamento ha anche i suoi lati piacevoli, oltre a quelli faticosi. Quelle composizioni mi hanno riconciliato con questo lavoro. Ecco
indirizzo, compitazione e grammatica di Ned Clay, come da manoscritto originale:
‘Signorina maestra ShiRley
Tretti verdi
c/o Isola canada
uccelli
Cara maestra credo che vi scrivo una composizione sugli uccelli. gli uccelli è un animale molto utili. il mio gatto acchiappa gli uccelli. Lui si
chiama William ma babbo lo chiama tom. è tutto a strissie e l’inverno scorso s’è gelatto un orecchio. se non era per quello era un bel gatto. Mio
zio ha adottato un gatto. un giorno è arrivato a casa sua e non se ne voleva andare e lo zio dice che non si ricorda più quello che tutti sanno. lui lo
lascia dormire sulla sedia addondolo e la zia dice che per i figli non ha mai fatto tanto. non è giusto. dobbiamo essere gentili coi gatti e dargli il
latte buono ma non li dobbiamo trattare meglio dei figli. questo è ttutto che mi viene in mente così adesso da
edward blake ClaY’
“Il tema di St. Clair Donnell, come al solito, è breve e va dritto al punto. St. Clair non spreca mai le parole. Non credo che abbia scelto l’argomento
o aggiunto la postilla per malizia o premeditazione. È solo che non ha molto tatto né molta fantasia.
‘Cara Signorina Shirley
Ci ha detto di descrivere qualcosa di strano che abbiamo visto. Io descriverò il Municipio di Avonlea. Ha due porte, una dentro e una fuori. Ha sei
finestre e un caminetto. Ha due lati e due facciate. È dipinto di blu. È questa la cosa strana. È costruito sulla via inferiore per Carmody. È la terza
costruzione più importante di Avonlea. Le altre sono la chiesa e la bottega del fabbro. Ci tengono il circolo culturale, lezioni e concerti.
vostro devoto
Jacob Donnell
P.S.: il Municipio è proprio di un blu acceso.’
“La lettera di Annetta Bell è piuttosto lunga e questo mi ha sorpreso, perché scrivere a lungo non è il suo forte, le sue composizioni di solito sono
brevi come quelle di St. Clair. Annetta è una tipina tranquilla, un modello di buona educazione, ma non ha un briciolo di originalità. Ecco la sua
lettera:
‘Carissima maestra,
credo che vi scriverò una lettera per dirvi quanto vi voglio bene. Vi voglio bene con tutto il cuore, l’anima e la mente... con tutta me stessa... e
voglio servirvi per sempre. Sarebbe il più alto privilegio. Ecco perché cerco di essere tanto buona a scuola e imparare tutte le lezioni.
Voi siete così bella, maestra. La vostra voce è come musica e i vostri occhi sono come violette del pensiero bagnate di rugiada. Voi sembrate una
regina alta e maestosa. I vostri capelli sono come oro increspato. Anthony Pye dice che sono rossi, ma voi non dovete far caso a Anthony.
2 William Tyndale (1494 - 1536), riformatore religioso, tradusse la Bibbia in inglese (NDR)
Vi conosco solo da pochi mesi ma non riesco neppure a pensare che c’era un tempo in cui non vi conoscevo... un tempo in cui non eravate ancora
entrata nella mia vita per benedirla e santificarla. Ricorderò per sempre questo periodo della mia vita come il più bello perché ha portato voi. Inoltre
è l’anno che ci siamo trasferiti da Newbridge ad Avonlea. Il mio amore per voi ha arricchito la mia vita e mi ha allontanato dal male e dal dolore.
Tutto questo lo devo a voi, dolcissima maestra.
Non dimenticherò mai quanto eravate dolce quando vi ho vista l’ultima volta, con quel vestito nero e i fiori tra i capelli. Voi mi piacerete per
sempre, anche quando saremo entrambe vecchie e grigie. Per me voi sarete sempre giovane e bella, cara maestra. Penso sempre a voi, la mattina,
la notte e la sera. Mi piacete quando ridete e anche quando sospirate, e anche quando siete altera. Non vi ho mai vista arrabbiata anche se Anthony
Pye dice che voi lo sembrate sempre, ma non mi meraviglio se vi arrabbiate con lui perché se lo merita. Ogni volta che portate un abito nuovo
sembrate sempre più adorabile.
Cara maestra, buona notte. Il sole è tramontato e le stelle brillano, quelle stelle che sono brillanti e belle come i vostri occhi. Vi bacio le mani e il
volto, carissima. Possa Dio custodirvi e proteggervi da ogni male.
la vostra affezionata alunna
Annetta Bell’
“Questa strabiliante lettera mi aveva lasciata non poco perplessa. Sapevo che le probabilità che l’avesse scritta lei erano tante quanto quelle che
avesse di volare. Quando il giorno seguente tornai a scuola la presi da parte, durante l’intervallo, la portai a fare una passeggiata lungo il ruscello e
le chiesi di dirmi la verità sulla lettera. Annetta si mise a piangere e confessò tutto. Disse che non aveva mai scritto una lettera e non sapeva come
fare o cosa dire, ma nel primo cassetto della scrivania di sua mamma c’era un pacchetto di lettere d’amore ricevute da un vecchio fidanzato.
‘Non era papà’, singhiozzò Annetta, ‘era uno che studiava per diventare sacerdote3 così sapeva scrivere lettere deliziose, ma poi mamma non lo
sposò. Dice che la maggior parte delle volte lei non capiva di cosa stesse parlando. Ma io ho pensato che erano lettere molto dolci e che potevo
copiare qualcosa qua e là per scrivere a voi. Ho scritto ‘maestra’ dove lui scriveva ‘signora’ e ho aggiunto qualcosa di mio quando mi veniva
in mente, e ho cambiato qualche parola. Ho messo ‘vestito’ invece di ‘umore’. Non so cosa sia un ‘umore’, ma ho pensato che fosse qualcosa
da indossare. Non immaginavo che voi sapeste la differenza. Non so come abbiate fatto a capire che non era tutta opera mia. Dovete essere
terribilmente brava, maestra.’
“Dissi ad Annetta che era sbagliato copiare lettere altrui facendole passare per proprie, ma credo che l’unica cosa di cui si sia pentita è essere stata
scoperta.
‘Ma io vi voglio bene davvero, maestra’, singhiozzò Annetta, ‘era tutto vero anche se quel sacerdote l’ha scritto per primo. Vi voglio bene con
tutto il cuore.’
“È molto difficile sgridare qualcuno in queste circostanze. Questa invece è la lettera di Barbara Shaw. Purtroppo non riesco a riprodurre le macchie
dell’originale:
‘Cara maestra,
Voi evete detto che potevamo scrivere di una visita. Io sono stata in visita solo una volta. Era l’inverno scorso da mia zia Mary. Mia zia Mary è una
donna molto precisa e una gran casalinga. La prima sera che ero lì abbiamo preso il tè. Io feci cadere una caraffa e la ruppi. Zia Mary disse che lei
aveva quella caraffa da quando si era sposata e che nessuno l’aveva mai rotta prima. Quando mi alzai le pestai il vestito e le strappai tutte le gale
dalla gonna. Il mattino dopo mi svegliai e urtai la brocca contro il bacile e le spaccai tutte e due, e poi a colazione versai la tazza di tè sulla tovaglia.
Mentre aiutavo la zia a preparare i piatti per il pranzo mi cadde un piatto di porcellana e si ruppe. La sera caddi giù dalle scale e mi distorsi la
caviglia e fui costretta a rimanere a letto per una settimana. Sentii che zia Mary diceva allo zio Joseph che ringraziava il cielo per questo altrimenti
avrei spaccato tutto in casa sua. Quando mi sentii meglio era tempo di tornare a casa mia. Non mi piace molto andare in visita. Preferisco andare
a scuola, specialmente da quando vivo ad Avonlea.
Distinti saluti,
Barbara Shaw’
“Quella di Willie Wright è così:
“Esimia Signorina,
Voglio parlarvi della mia Coraggiosissima Zia. Vive nell’Ontario e una volta uscì dal fienile e vide un cane nell’aia. Quel cane non doveva stare lì,
così lei prese un bastone e lo bastonò fino a farlo entrare nel fienile e poi chiuse la porta. Più tardi arrivò un uomo che cercava un leone di sbaglio’
(Domanda: forse Willie intende un leone di serraglio?) ‘che era scappato dal circo. E venne fuori che quel cane in realtà era un leone e la mia
Coraggiosissima Zia l’aveva chiuso nel fienile con un bastone. È strano che non sia stata mangiata, ma è stata molto coraggiosa. Emerson Gillis
dice che visto che lei pensava che fosse un cane non è stata più coraggiosa che se fosse stato davvero un cane. Ma Emerson è solo invidioso perché
lui non ha una Zia Coraggiosa, lui ha solo zii.’
“Ho tenuto il meglio per ultimo. Tu mi prendi in giro perché dico che Paul è un genio ma sono sicura che questa lettera convincerà anche te che si
tratta di un bambino davvero fuori dal comune. Lui vive con la nonna vicino la costa e non ha compagni di gioco... perlomeno, non ne ha di veri.
Ricordi che il nostro professore di Gestione Scolastica ci diceva sempre che non dobbiamo avere dei ‘preferiti’ tra gli alunni, ma io non posso fare
a meno di voler bene a Paul più che agli altri. Non credo che faccia male a qualcuno, tutti vogliono bene a Paul, perfino la signora Lynde, che dice
di non poter credere di essersi tanto affezionata a uno yankee. Piace anche agli altri bambini a scuola. Non c’è nulla di debole o di lezioso in lui,
nonostante i suoi sogni e le sue fantasie. È molto mascolino e riesce a tener testa a tutti in ogni gioco. Di recente ha litigato con St. Clair Donnell
perché St. Clair dice che la Union Jack come bandiera è sempre meglio di quella Stelle e Strisce. Come risultato hanno ingaggiato una lotta e poi
sono venuti al comune accordo di rispettare, ciascuno, l’orgoglio patriottico dell’altro da ora in poi. St. Clair dice di saper picchiare più forte, ma
Paul picchia più a lungo. La lettera di Paul:
‘Mia cara maestra,
Voi ci avete detto che potevamo scrivere di gente interessante che conosciamo. La gente più interessante che conosco io è il mio popolo della roccia
e intendo parlarvene. Non ne ho mai parlato con nessuno se non con la nonna e con papà, ma mi piacerebbe parlarne anche con voi, perché voi
capite queste cose. Molta gente non le capisce, così è inutile dirglielo.
Il mio popolo della roccia vive sulla spiaggia. Di solito, prima dell’inverno, andavo a trovarli ogni sera. Ora non ci posso andare fino alla primavera,
ma quando tornerò saranno ancora lì perché gente così non cambia. Nora è stata la prima, tra loro, che ho conosciuto, perciò credo che sia la
mia preferita. Lei vive nella Grotta degli Andrew, ha i capelli e gli occhi neri e sa un sacco di cose sulle sirene e sugli spiriti acquatici. Dovreste
sentire che storie racconta. Poi ci sono i Marinai Gemelli. Loro non vivono da nessuna parte, vanno sempre per mare, ma spesso vengono a riva
3 sacerdote = ricordiamoci che qui sono protestanti, perciò i sacerdoti possono sposarsi e quindi anche fidanzarsi (NDR)
per parlarmi. Sono due allegri lupi di mare e hanno visto tutto il mondo, e anche più di quanto ci sia nel mondo. Sapete cosa capitò una volta al
più giovane dei Gemelli? Stava navigando e finì proprio in mezzo a una scia lunare. Voi sapete, maestra, che una scia lunare è quella traccia che la
luna piena lascia sull’acqua quando emerge dal mare. Be’, il Marinaio Gemello più giovane continuò a navigare sulla scia finché non finì proprio
sulla luna, e nella luna c’era una porticina d’oro, lui l’aprì e navigò dall’altra parte. Sulla luna visse avventure meravigliose, ma a raccontarle la
lettera verrebbe troppo lunga.
Poi c’è la Signora Dorata della caverna. Un giorno trovai una grande caverna lungo la costa, ci entrai e m’incamminai e dopo un po’ trovai la
Signora Dorata. Lei ha capelli dorati lunghi fino ai piedi e il suo vestito è tutto luccicante e scintillante come l’oro, però vivo. E ha un’arpa d’oro e
la suona tutto il giorno. Si può sempre sentire la sua musica lungo la spiaggia, ma quasi tutti pensano che sia solo il vento tra le rocce. Non ne ho
mai parlato con Nora perché ci rimarrebbe male. Già ci resta male se passo troppo tempo coi Marinai Gemelli.
I Marinai Gemelli li incontro sempre alle Rocce Striate. Il Gemello più giovane è molto gentile ma il più grande certe volte sembra tremendamente
feroce. Io ho dei sospetti sul Gemello grande. Credo che potrebbe diventare un pirata, se ne avesse il coraggio. C’è davvero molto di misterioso in
lui. Una volta l’ho sentito imprecare e gli ho detto che se lo faceva ancora non doveva più venire sulla spiaggia a parlarmi perché io ho promesso
alla nonna di non frequentare mai gente che impreca. Era piuttosto spaventato, ve l’assicuro, e ha detto che se lo perdonavo mi portava verso il
tramonto. Così la sera dopo mi sono seduto sulle Rocce Striate e il Gemello più grande è venuto navigando sul mare in una barca fatata, e io ci
sono salito. La barca era madreperlacea e iridescente come l’interno della conchiglia di un’ostrica, e la sua vela era come il chiaro di luna. Be’,
abbiamo navigato proprio dentro il tramonto. Ci pensate, maestra, che sono stato nel tramonto? E sapete com’è? Il tramonto è una terra piena di
fiori. Abbiamo navigato in un grandissimo giardino, e le nuvole erano aiuole fiorite. Arrivammo a un grande porto, tutto del colore dell’oro, e io
sbarcai su un grande prato tutto coperto di ranuncoli grossi come rose. Sono rimasto lì per così tanto tempo. Mi sembrava quasi un anno, ma il
Gemello grande disse che erano stati solo pochi minuti. Vedete, nella terra del tramonto il tempo dura molto più a lungo che qui.
Il vostro affezionato alunno Paul Irving
P.S. ovviamente questa lettera, maestra, non è vera sul serio. P.I.’ “
Capitolo 12 - Il Giorno di Giona4

Per la verità cominciò la sera prima, con una nottata agitata e insonne a causa di un feroce mal di denti. Quando Anna si alzò, in un mattino
invernale triste e aspro, pensò davvero che la vita fosse piatta, trita e inutile.
Quando andò a scuola era d’umore tutt’altro che angelico. Aveva una guancia gonfia e la faccia dolorante. L’aula era fredda e piena di fumo, perché
il fuoco nella stufa si rifiutava di bruciare e i bambini vi si accalcavano tutti accanto in gruppetti tremanti. Anna li spedì a posto con un tono molto
più severo del solito. Anthony Pye raggiunse il proprio con sussiego, con la sua solita boria impertinente, e Anna lo vide che sussurrava qualcosa
al suo compagno di banco, e poi la guardava sogghignando.
Ad Anna parve che non ci fossero mai state così tante matite scricchiolanti come in quel mattino; e quando Barbara Shaw raggiunse la scrivania
con il compito di matematica, inciampò nel recipiente