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Storie di uomini, armi, atti di forza


111
LE GUERRE

2
VENEZIA CONTRO NAPOLEONE
La lezione, 1796-97

Federico Moro

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ISBN: 978-88-6102-565-3
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INDICE

Introduzione .........................................................................................9

Premessa ............................................................................................15

Capitolo Primo: 1789-95……………………………………………33

Capitolo Secondo: 1796, Venezia .....................................................51

Capitolo Terzo: 1796, La Campagna d’Italia, gennaio-giugno ........63

Capitolo Quarto: 1796, La Campagna d’Italia, luglio-dicembre…...123

Capitolo Quinto: 1797………………………………………………161

Conclusione ......................................................................................197

Appendice 1 ......................................................................................201 Esercito e Marina veneziani

Appendice 2 ......................................................................................233 Esercito e Marina francesi

Bibliografia .......................................................................................245

Indice dei nomi .................................................................................261

Indice dei luoghi ...............................................................................269

Tavole ...............................................................................................277

5
«Almeno venisse la peste, che così moriressero noi altre, ma morirebbero anche questi ricchi, che ci
hanno venduti, o che sono cagione che moriamo di freddo, e da fame.» 1

«Non mi sono mai spaventato di ricercare il perché del perché; a me infatti non interessa scrivere
qualcosa che si presenti bene. Cerco per me e per gli altri verità certe e lezioni utili. Questo mi porta
dentro a un complesso di analisi e di verifiche che interessano soltanto se si cerca lo sviluppo della
verità interna e non l’impressione generale esterna del fenomeno.» 2

1
Popolana di Venezia, San Marcuola, in Al servizio dell’amatissima patria, le memorie di Lodovico Manin e la gestione
del potere nel Settecento veneziano, a cura di Dorif Raines, Venezia, Marsilio, 1997, p. 23.
2
Carl von Clausewitz, Lettera a Karl von der Groeben del 2 gennaio 1829, in ID. Vom Kriege, a cura di Gian Enrico
Rusconi, Torino, Einaudi, 2000, p. XXI.
6
Introduzione
«Verità certe e lezioni utili», scriveva nel 1829 Clausewitz a proposito del suo lavoro di ricerca.
Un insegnamento per chiunque si avvicini al passato e a maggior ragione alla parabola conclusiva di
Venezia indipendente: per capire cosa sia successo e quanto possa insegnare.
Nel giro di appena un anno, tra le primavere del 1796 e del 1797, si consuma l’atto finale della
Serenissima. Dopo mille anni di storia documentata, elezione dei primi dogi a Civitas Nova
Heracleiana, e quasi quattordici secoli di Mito, a partire dal 25 marzo 421, l’antica Civitas Rivoalti
diventata Venezia muore.
Le risulta fatale lo scontro con la Grande Nazione uscita dalla Rivoluzione, la Francia. Esecutore
materiale della condanna, un generale còrso destinato a diventare leggenda ancor prima che
imperatore: Napoleone Bonaparte.
Ci sono diversi aspetti ironici in questo bizzarro incrocio di destini. Per esempio, la più antica
repubblica d’Europa viene uccisa dall’ultima arrivata, a lungo esempio di assolutismo monarchico.
Bonaparte, inoltre, nasce francese solo in virtù di una circostanza casuale. Il 15 maggio 1768, con
il Trattato di Versailles, la Corsica e l’isola di Capraia sono date in garanzia al regno di Francia dalla
repubblica di Genova per via di un debito. Questo derivava dall’assistenza militare fornita dai
Borbone ai liguri contro gli indipendentisti còrsi. Napoleone viene alla luce ad Ajaccio il 15 agosto
1769. Giusto quindici mesi dopo.
Il còrso Bonaparte, quindi, poteva essere genovese: a determinare la morte della Serenissima è in
sostanza un quasi figlio dell’arci-nemica storica di Venezia, la Superba. Neppure ci si trovasse ancora
ai tempi della Guerra di Chioggia e Napoleone fosse al posto dell’ammiraglio Pietro Doria.3
Singolari incroci del caso a parte, ci si potrebbe chiedere come mai un’armata francese sia in azione
nella primavera del 1796 nell’Italia settentrionale. In realtà la ragione è semplice. Scrive, infatti,
Clausewitz che l’Italia rappresenta

Un antemurale della Germania e non possiamo essere indifferenti se i frivoli e disuniti italiani attraverso una
momentanea confusione politica offrono ai francesi il mezzo di combattere con maggiori vantaggi quella potenza in cui
riposa il baricentro della resistenza europea, cioè la potenza tedesca. 4

La Germania, qui intesa come Reich su base etnica comprendente tanto la Prussia che l’Austria,
nel suo pensiero rappresenta per collocazione geografica e storia il cuore d’Europa. Il cui avversario
naturale è la Francia, la quale cerca da sempre di sottrarle tale ruolo. Per questo non smette di suscitare
alle frontiere tedesche nemici, allo scopo di sottometterla. Polonia, Belgio e Italia sono le tre porte
utilizzate da Parigi per realizzare i propri disegni egemonici. Pertanto è qui che si trovano le faglie da
controllare per impedirne il successo.
Tenendo conto che Clausewitz elabora la sua riflessione in un arco che varia tra il 1827 e il 1830,
ci troviamo di fronte a una precisa analisi del passato e a una formidabile capacità di anticipare gli
eventi: dalla Guerre d’Italia del Cinquecento in poi il confronto tra Borbone e Asburgo si è svolto in
buona parte tra Penisola, Paesi Bassi e Germania, con alcune divagazioni polacche. All’inizio lo
scontro dinastico ha riguardato la Spagna imperiale, poi dal XVIII secolo in avanti è diventata rivalità
franco-tedesca o, per meglio dire, “soprattutto” franco-tedesca.
Basti pensare nell’Età Contemporanea, oltre alle tre guerre combattute direttamente nel periodo
post-napoleonico e cioè quella del 1870-71 e le due Mondiali, ai conflitti risorgimentali italiani e alle
guerre balcaniche: rientrano a pieno diritto in questo urto generale per il controllo del Vecchio
Continente, prima tappa in vista dello scontro finale tra Imperi di Terra e Imperi del Mare per il
dominio del Mondo.

3
Cfr. Federico Moro, Venezia in Guerra, quattordici secoli di storia, politica e battaglie, Venezia, Studio Lt 2, 2011, pp.
123-36
4
Carl von Clausewitz, Die Zurückführung der vielen politischen Fragen, welche Deutschland beschäftingen, auf die
unserer Gesamt-Existenz, in Karl Schwarz, Leben von Generals Carl von Clausewitz und der Frau Marie von Calusewitz
geb. Gräfin von Brühl, mit Briefen, Aufsätze, Tegebüchern und anderen Schriftstucken, vol. II, Berlin, 1878, p. 412
7
Il centro d’Europa è Berlino, scriverà l’inglese Halford J. Mackinder, anche se oggi sono almeno
una mezza dozzina di località sparse tra Estonia, Lituania, Slovacchia e Ucraina a contendersi l’onore.
Il pensatore inglese, però, aveva senz’altro ragione in termini geopolitici piuttosto che banalmente
geografici. Chi voglia il Continente deve possederne il cuore. Da qui, poi, potrà passare al Pianeta
perché con il primo avrà le chiavi dell’Heartland. 5
Se questa sarà l’opinione di Mackinder, troviamo ampie anticipazioni della sua riflessione nella
geostrategia francese di fine Settecento. Se per quasi l’intero corso del secolo, infatti, Parigi sacrifica
grandi risorse e alcuni tra i suoi uomini migliori nel tentativo di contrastare il dominio del mare
britannico, dopo tante sconfitte elabora un’idea nuova: invece di continuare a sbattere contro un
avversario sempre superiore sull’acqua, meglio trasferire lo scontro sulla terraferma. Cioè là dove la
Francia è meglio attrezzata del rivale inglese.
La domanda a cui si deve rispondere sulle rive della Senna, del resto, è chiara: quale la fonte del
potere marittimo inglese? Il commercio che ne alimenta le flotte militari e mercantili, a un certo punto
rappresenteranno circa il 40% dell’intero naviglio mondiale. Come colpirlo? Strappandogli l’India.
In che modo? Evitando gli oceani, cioè la Royal Navy, e seguendo la via di terra. Cioè ripercorrendo
gli stessi passi di Alessandro Magno. Da qui, la campagna d’Egitto.6
Un perfetto esempio di offset strategy diremmo oggi.7 Vale a dire, la Francia a fine Settecento
rinuncia alla chimera di contrastare sul mare la Gran Bretagna e decide di tentare una sorta di
aggiramento strategico delle sue flotte: porterà gli eserciti dal Delta del Nilo a quello dell’Indo e da
lì nella pianura del Gange.
Nulla di esotico, dunque, o di singolare nella scelta di attaccare l’Egitto, bensì una lucida
determinazione sviluppata a partire da un’esatta valutazione delle forze in campo. Nonché da una
precisa conoscenza della realtà geografica. Anche per questo a Venezia dovrebbero preoccuparsi.
Un qualsiasi mappamondo, infatti, mostra come la città lagunare si trovi all’origine della rotta
diretta per Alessandria d’Egitto. Salpando dalle lagune, cioè, si può raggiungere la metropoli sul Nilo
senza dover fare alcuna deviazione a causa di ostacoli fisici.
Si affronterebbe, così, una navigazione vincolata solo all’opportunità di qualche scalo intermedio.
A cominciare da quelli delle essenziali isole Ionie, Corfù e l’Eptaneso veneziano, vera chiave di volta
dell’intero piano. Ai quali, eventualmente, aggiungere i porti cretesi.
Quasi a ogni passo aumentano per Venezia le ragioni di scrutare con ansia qualunque movimento
francese. La repubblica Serenissima, però, ha un altro fronte da cui guardarsi: quello settentrionale
alpino, su cui incombe un vicino ingombrante, l’impero degli Asburgo. Da qui arriva una minaccia
costante, almeno dal tempo della Guerra della Lega di Cambrai, iniziata nel 1509, giusto per non
tornare troppo indietro nel tempo.
Tenuti a bada solo dalla forza militare, finché è durata, da tempo gli imperiali spadroneggiano in
Italia, avendo sostituito gli spagnoli come potenza egemone della Penisola. Una situazione che non
5
Cfr. Halford J. Mackinder, The Geographical Pivot of History, in "The Geographical Journal", Vol. XXIII, n. 4, aprile
1904, pp. 421-444; Id., Democrats ideals and realities, A Study in the Politics of Reconstruction, London, Constable 1919
–New York, Holt, 1919; rist. Democratic Ideals and Reality. A Study in the Politics of Reconstruction, New York, Norton,
1962
6
Argomento del saggio di Federico Moro, Eptaneso, quando Venezia diventò Grecia, Venezia, la Toletta Edizioni 2013.
«Una pagina poco conosciuta di Storia e una vicenda sorprendente: alla fine della Serenissima, uomini e idee si scontrano
in un angolo all’apparenza marginale del Mar Jonio. Napoleone Bonaparte, Horatio Nelson, Giovanni Capodistria,
Alessandro I Romanov e Alì di Giannina combattono con ogni arma disponibile. Tuttavia… Perché la Francia vuole il
piccolo arcipelago delle sette isole Ionie? Perché la Gran Bretagna si oppone? Perché la Russia entra nello scontro? Tra
fine Settecento e primi anni dell’Ottocento nell’Arcipelago si svolge l’ultima puntata della secolare lotta tra Gran Bretagna
e Francia per il dominio del Mondo.»
7
Cfr. Ezio Bonsignore, Offset strategy, in «Rivista Italiana di Difesa», 7 (2016), p. 39. «Si tratta di trovare un nuovo
modo per far leva sui punti di superiorità (propria) per garantire la proiezione del potere militare in un modo diverso.
(“Offset” nel senso di compensazione o bilanciamento, quindi,)…(sviluppando) Tecnologie e dottrine operative destinate
a impedire che un avversario possa sfruttare appieno un certo margine di vantaggio (quantitativo, qualitativo e/o
operativo) di cui egli gode senza impegnarsi a ridurlo o eliminarlo in modo diretto: per esempio attraverso una corsa agli
armamenti di tipo simmetrico.»
8
sta bene ai francesi, già risoluti avversari degli iberici e quindi, dopo la pace dei Pirenei, soci di
maggioranza nella nuova alleanza borbonica. Sempre lasciando in disparte, ma solo per semplicità, i
lontani trascorsi angioini e svevi.
Il problema strategico per Venezia è grave. Gli Asburgo, infatti, controllano la Via d’Alemagna
che rappresenta una delle strade commerciali fondamentali del porto lagunare. Sono installati anche
a Milano e quindi pure il secondo grande asse di traffico d’un tempo risulta nelle loro mani. A ciò, si
aggiunga la precisa volontà di Vienna di perseguire una linea politica di espansione adriatica: la stessa
che conduce alla creazione della nuova Trieste e al potenziamento di Fiume, quali scali la prima
dell’area germanica e boema e la seconda di quella croato-magiara.8
Il vero e dichiarato obiettivo degli Asburgo, però, consiste nel cercare di sostituirsi all’antica
Dominante nella signoria del Golfo, cioè della via liquida adriatica che unisce il centro dell’Europa
al Levante mediterraneo e questo con le antiche Vie della Seta. Forse non è proprio un caso se, alla
fine, sia stato un austriaco di lingua italiana, il trentino di Fiera di Primiero Luigi Negrelli, a progettare
il Canale di Suez.
La geopolitica non è un singolare gioco di società, ma l’arte di analizzare la realtà alla luce della
Geografia e della Storia per verificare le scelte fatte e quelle che sarebbe opportuno compiere. Venezia
a fine Settecento ha in mano tutti gli strumenti per capire che Francia da un lato e Austria dall’altro,
per ragioni diverse ma convergenti quanto a effetti, rappresentano una mortale minaccia. Non solo.
Nella sua stessa Storia può trovare le opportune contromisure. Non accade. Scopo di questo libro è
individuarne le cause per trasformare quegli eventi nelle «lezioni utili» di Clausewitz: perché la
Venezia di allora occupa lo stesso spazio geografico dell’Italia di oggi, che ne è erede sotto ogni
punto di vista.

8
Cfr. Peter Kandler, Emporio e porto franco di Trieste, Lloyd, Trieste, 1864
9
Premessa

Nella primavera del 1796 l’Italia Settentrionale diventa campo di battaglia per francesi e austriaci.
Nulla di cui stupirsi, ricordando le vicende che seguono all’ultimo conflitto interamente “italiano” e
cioè la cosiddetta Guerra del Sale (1482-84)9: dopo di allora non c’è vicenda bellica nella Penisola
che non veda protagonisti eserciti stranieri.
Per quanto riguarda la Francia è dai tempi di Carlo I d’Angiò (1226-85) che i suoi uomini provano
l’irresistibile richiamo d’attraversare le Alpi. Sempre sorvolando sul fatto che i Normanni, fondatori
del regno di Sicilia, sono “uomini del Nord” di nome e per lontana origine, ma franchi per lingua,
religione, cultura.
La spinta germanica verso l’Italia è ancora precedente e affonda le sue radici nel più lontano
passato. Quella asburgica, però, non è così remota e ha preso quota dal momento in cui al crescere
della propria dimensione politico-militare è corrisposto lo speculare indebolirsi veneziano. Non c’è
dubbio: la repubblica subisce da un pezzo il soffocante abbraccio viennese. A tratti, questo ha assunto
i connotati di un vero e proprio assedio. Economico e militare.10
Da osservare che l’attrazione per l’Italia configura una duplice costante geopolitica di lungo
periodo, in cui s’inseriscono sia le tendenze espansionistiche francesi che germaniche: siamo
nell’attualità.
Dopo l’ultima guerra veneto-ottomana conclusa nel 1718, i governanti veneziani decidono di
estraniarsi dalle vicende europee per osservare una stretta neutralità. Nel 1733 il bailo a
Costantinopoli Angelo Emo sottoscrive la «pace perpetua» con la Sublime Porta, ribadita nel 1736.
Verso la metà del secolo, però, il patriziato entra in fibrillazione.11 In molti avvertono la necessità di
cambiamenti che devono partire dalle istituzioni per approdare al posizionamento geostrategico della
repubblica.
Un’intera generazione di giovani nobili fa proprio il malessere che pervade la Serenissima. Questo
riguarda da un lato la distribuzione di fortune e opportunità, fortemente diseguali tanto all’interno
della società quanto dello stesso corpo sovrano, dall’altro la decadenza della repubblica: scesa sul
piano internazionale dal rango di potenza a quello di stato regionale.
Le dinamiche interne si intrecciano con i fattori sistemici, permanenti o congiunturali. Lo scontro
spacca il patriziato in novatori e conservatori. Gli uni e gli altri appartengono alle stesse famiglie,
escono dal medesimo contesto culturale e socio-economico, ma si dividono sulle soluzioni.
Nel 1761 la cosiddetta agitazione querinista, che ha nell’avogadòr de comùn Angelo Querini il
grande protagonista, rappresenta sul piano istituzionale la sfida maggiore per i conservatori.
Intervengono gli organi della sicurezza che dispongono di strumenti assai efficaci, tra cui spicca il
famigerato rito segreto del Consiglio di Dieci: procedura inquisitoria condotta con l’uso della tortura,
nella quale all’incriminato non è dato difendersi e che può concludersi con una condanna capitale
senza possibilità di appello.
Il terrore che il rito genera è sufficiente a garantire la fine delle velleità riformiste. Le quali, in
realtà, si riducevano a un riordino delle competenze, in particolare dell’Avogaria de Comùn, spesso
espropriate da prassi plurisecolari e a un abbassamento del numero legale per la validità delle riunioni
del Maggior Consiglio: da 800 a 600 presenti. Nessuna rivoluzione, insomma, caso mai una riforma
nel senso letterale del termine, vale a dire restituzione alla forma originaria.
Molti, verrebbe da dire quasi tutti, tra i giovani patrizi esordiscono novatori e finiscono
conservatori. Clamorosi i casi di Paolo Renièr, (1710-89) penultimo doge di Venezia, il quale si
trasforma da rivoluzionario a ultraconservatore e di Andrea Tròn, (1712-85) senatore e procuratore
di San Marco, anche lui novatore e sostenitore infin dell’alleanza con il nemico asburgico.

9
Cfr. Federico Moro, Ercole e il Leone, 1482 Ferrara e Venezia duello sul Po, Studio Lt2 editore, Venezia 2008
10
Cfr. Federico Moro, Venezia neutrale, la fatale illusione, Linea edizioni, Padova, 2017
11
Mario Nani Mocenigo, Storia della Marina veneziana da Lepanto alla caduta della Repubblica, Venezia, Filippi 1995,
p. 242
10
Nel 1775 una commissione in cui siede anche Angelo Emo (1731-92), noto come l’”ultimo
ammiraglio”, al termine dei propri lavori consegna alle autorità competenti la celebre Scrittura sul
sistemare la marina da guerra, in cui eravi il capitano Emo cioè sulla conferenza che l'ha prodotta.
E dettata dal capitano Emo stesso.12 Finisce in un cassetto, ma segna il momento di maggiore
espressione delle idee del partito militare, presente in forma sfumata all’interno delle Forze Armate.
La Scrittura è importante. Rivoluzionaria perché riformista nel senso appena chiarito. Al punto da
poter essere considerata eversiva dagli organi della sicurezza. In estrema sintesi sostiene che, sulla
base delle consuetudini e degli antichi statuti, il pieno godimento dei diritti politici dev’essere
subordinato all’adempimento dei doveri militari. Vale a dire, per i giovani patrizi, almeno un biennio
di servizio in Marina prima di poter entrare in Maggior Consiglio.
La ragione è che Angelo Emo, e chi lo sostiene, ritiene la vita di mare un’indispensabile palestra
formativa per quanti, dopo, assumeranno responsabilità di governo. Sul ponte delle navi devono
avvenire crescita individuale e selezione dei migliori. Si tratta di una proposta all’apparenza coerente
con la storia veneziana. In realtà è assai pericolosa per la maggioranza di quanti siedono in Maggior
Consiglio: chi tra loro può esibire un decente stato di servizio navale? È la ragione per cui la Scrittura
viene ignorata e il suo principale estensore onorato pubblicamente, ma depotenziato negli anni
successivi fino a fargli assumere il comando della spedizione contro Tunisi, l’ultima guerra
veneziana, con forze inadeguate a ottenere un risultato positivo. Secondo alcuni, alla fine sarà
avvelenato su ordine del Consiglio di Dieci.13
Osservatori attenti della vicenda querinista, invece, sono Carlo Contarini (1732-80) e Giorgio
Pisani. Il secondo coagula anni dopo attorno a sé il malcontento per l’immobilismo del patriziato di
governo. Il 5 maggio 1779 Contarini pronuncia un primo violento discorso in Maggior Consiglio,
invocando la necessità di una profonda correzione ovvero riforma che tocchi alcuni punti sensibili
della vita politica veneziana.
Il primo dicembre dello stesso anno, Contarini interviene una seconda volta in Maggior Consiglio
sulla medesima materia e intanto Pisani fa circolare una bozza di proposta. Leggendola ci si rende
conto di quanto reazionaria sia, in realtà, la visione di questi novatori.
Le presunte riforme tendono a una semplice redistribuzione del potere e quindi delle fortune
all’interno della ristretta cerchia del corpo sovrano: le critiche alla decadenza presente servono a
supportare la richiesta del patriziato povero di avere accesso a fonti finanziarie, che lo strappino alla
sua condizione. Nessun intervento di carattere istituzionale e/o amministrativo. Men che meno a
includere nella gestione della cosa pubblica la Terraferma, neppure la sua nobiltà esclusa da ogni e
qualunque partecipazione significativa. Il 30 maggio 1780, Pisani e Contarini sono arrestati dagli
Inquisitori di Stato.14 Ed è qui che le questioni interne si mescolano con quelle di carattere
internazionale. Perché i novatori spesso sono anche massoni e parte di un ulteriore fronte politico e
cioè quello dei geniali di Moscovia.
Si tratta di uno degli aspetti più interessanti della politica veneziana della seconda metà del
Settecento. Premesso che con il termine geniale in laguna s’intende il sostenitore di un qualche
movimento o partito, avremo così nel tempo i geniali d’Austria o di Prussia o di Francia, quelli di
Moscovia sono quanti a Venezia sostengono l’opportunità, meglio, la necessità di un’alleanza
organica con la grande potenza emergente del momento: la Russia zarista.
Le ragioni sono a un tempo geografiche e storiche. Venezia nasce ad Altino sulle rive del Sile, là
dove il ramo principale del fiume conduceva nella Laguna Nord e il secondario nell’allora delta del
Piave. Altino è la città-matrice, l’originale di cui l’erede conserva tracce architettoniche e identico
impianto urbanistico: canali come strade, fondamenta, case-fondaco sull’acqua, la medesima
tecnologia costruttiva antico-veneta che i romani hanno conservato.

12
BMC, coll. 965
13
Federico Moro, Angelo Emo, eroe o traditore? La rivoluzione fallita dell’ultimo dei veneziani, Venezia, Studio Lt2,
2012, a tutt’oggi unica biografia dedicata all’”ultimo ammiraglio”
14
Cfr. Carlo Grimaldo, Giorgio Pisani e il suo tentativo di riforma, Venezia, Callegari e Salvano, 1907
11
Le due città condividono posizione geografica, conformazione fisica ed estensione di territorio.15
Si trovano, infatti, sulla costa euro-mediterranea del Rimland;16 nell’angolo nordorientale
dell’autostrada liquida mare Adriatico; all’incrocio degli assi terrestri Baltico-Mediterraneo,
Corridoio 1, e Ucraina-Iberia, Corridoio 5. Nord-Sud ed Est-Ovest. Nel tempo mitico degli Dèi e
degli Eroi conosciuti quali Via dell’Ambra e Via di Eracle.
Questa la fortuna di Venezia. Al resto pensano gli abitanti. Perché la città sin dall’Alto Medioevo
è una metropoli. Nell’Età Moderna resta una città importante. Geografia e demografia sono le basi
della potenza veneziana. Cioè le due leve mosse senza esitazioni da una serie di formidabili uomini
di stato, che hanno fatto uso spregiudicato di forza economica, diplomatica e militare. Posizione
geografica, carattere nazionale, carattere del governo, popolazione, infrastruttura industriale, marina
mercantile e da guerra. I fattori per puntare al dominio del mare ci sono tutti.
Per ottenerlo, però, serve una strategia. La popolazione è sì in quantità tale da permettere di
equipaggiare su base volontaria flotte numerose e di alto livello marinaro, ma alimenta anche un
sistema di leva, basato sulla divisione in parrocchie della città. Al reclutamento non si sfugge. Del
resto, quasi nessuno vi si sottrae: in guerra si va a fare bottino e la prospettiva stimola.17
L’ultimo passo è compiuto durante l’epopea del 1202-04. È in occasione della Quarta Crociata,
infatti, che agli ordini del maggior stratega veneziano di sempre, il doge Enrico Dandolo, gli uomini
di San Marco fondano un impero. Si tratta di una costruzione politico-militare particolare: lo Stato
da Màr si presenta come una catena di basi navali scaglionate con la funzione di mantenere il
controllo delle rotte commerciali.18 Queste ultime escono dai terminali terrestri delle Vie della Seta,
nel Mar Nero e nell’Asia mediterranea, e hanno il mercato di Rialto quale centro di scambio e
smistamento. Venezia fornisce il trasporto, le navi di cui garantisce la sicurezza, e l’insieme dei
servizi finanziari necessari alla movimentazione delle merci.
La premessa generale è la libertà di navigazione. Senza la quale non esiste quella di commercio,
cioè del motore del Mondo.19 I problemi per la repubblica iniziano quando le rotte cominciano a
chiudersi. Vale a dire a partire dal ventinove maggio 1453, data in cui Mehmet II Fatih entra a
Costantinopoli. Subito dopo, Dardanelli, Bosforo e l’intero Mar Nero diventano ottomani. Nel giro
di un secolo e mezzo il potere della Mezzaluna si estende all’intera sponda meridionale del
Mediterraneo.20
Il Quattrocento è pure il secolo in cui Enrico il Navigatore getta le basi dell’espansione portoghese
in Africa e nell’Oceano Indiano. Quando i cannoni lusitani tagliano la rotta del Golfo

15
Tre dei sei fattori del potere marittimo individuati da Arthur T. Mahan, ai quali Venezia aggiungerà anche gli altri tre
e cioè carattere nazionale, carattere del governo, popolazione. Cfr. The influence of Sea Power upon History 1660-1783,
trad. it. Antonio Flamigni, Ufficio Storico della Marina, Gaeta, 1994
16
Non mi sembra che l’intuizione di Spykman sia stata considerata nella giusta misura per valutare le ragioni del successo
plurisecolare della repubblica Serenissima. Cfr. Nicholas J. Spykman, America's Strategy in World Politics: The United
States and the Balance of Power, Piscataway, New Jersey, Transaction Publishers, 2007
17
È piuttosto curioso constatare come, ancora oggi, ci siano autori che ignorano l’esistenza della leva nella Venezia
comunale e altri che le neghino, addirittura, l’esistenza di sviluppate e ben strutturate Forze Armate, cfr. Aldo A. Settia,
Comuni in guerra, armi ed eserciti nell’Italia delle città, Bologna, Clueb, 1993
18
«Il potere navale è composto dalla flotta e dalle basi. Queste ultime dovrebbero potersi difendere da sole.» Mahan,
L’influenza, p.20; di conseguenza, «(…) è il sistema delle basi quello più importante per l’applicazione del potere navale.»
Ivi, p. 22. Da Cittanova a Rovigno, Pola, Lussino, Zara, Sebenico, Traù, Spalato, Càttaro, Corfù, Zante Modone, Corone,
Malvasìa, Napoli di Romania, Negroponte da un lato; giù verso Canea, Suda, Candia, Spinalonga dall’altro si sviluppa
una serie ininterrotta di «basi navali». Vale a dire il fondamentale «elemento difensivo della forza navale.» Ivi, p. 522.
Chi le riduce a meri scali commerciali, da un lato fa torto alla realtà, dall’altro omette di ricordare che per costruire un
reale potere marittimo serve il potere navale: il quale è dato dall’insieme inscindibile rappresentato da struttura
politico/economica, industria, marina militare e mercantile di un paese. Cfr, ivi, p. 8
19
Cfr. Mackinder, The Geographical…, pp. 421-444
20
Cfr. Franz Babinger, Mehmed der Eroberer und Seinezeit. Weltenstürmer einer Zeitenwende, München, F. Bruckmann,
1957, trad. it. Evelina Polacco, Torino, Einaudi, 1967; Vie della Seta è un’espressione coniata da Ferdinand von
Richthofen nel 1877. Cfr. Ferdinand von Richthofen, China: Ergebnisse eigener Reisen und darauf gegründeter Studien,
Berlin, Verlag von Dietrich Reimer, 1877
12
Persico/Arabico, con una squadra navale basata a Hormuz, e quella del Mar Rosso, con l’equivalente
a Socotra, in Laguna si sparge il panico.
I veneziani arrivano a sostenere gli ottomani, impegnati contro i portoghesi in quelle acque. A
palazzo Ducale si pensa anche allo scavo di un canale nella zona di Suez, in Egitto. Poi nell’Indiano
e nel Pacifico compaiono anche olandesi, francesi e inglesi, mentre alla Spagna si aprono gli orizzonti
atlantici. Nascono gli Imperi del Mare e per Venezia è la fine di una posizione privilegiata.21
In seguito all’espansione in terraferma della prima metà del Quattrocento, si accentua inoltre il
cambiamento in corso nell’economia veneziana e, quindi, nella natura del suo porto. Il quale da centro
di scambio per beni provenienti e diretti altrove, diventa luogo di contrattazione per manifatture
destinate all’esportazione. La progressiva ruralizzazione dell’intera Penisola, però, e il suo
trasformarsi da officina del Mondo a terminale di consumo per derrate alimentari e prodotti finiti
importati ne impedisce il successo. Venezia, insomma, fallisce il salto da polo commerciale a
industriale. Il suo patriziato mercantile non riesce ad adeguarsi e ripiega sulla gestione, il più delle
volte inefficiente, dei fondi agricoli pur rimpiangendo di continuo il glorioso passato.22
Alla metà del Settecento ogni e qualunque danno al commercio veneziano è un dato di fatto. La
decadenza di Rialto non è in cifra assoluta, quanto piuttosto in percentuale sul movimento merci
mondiale. È diventato un mercato regionale, il porto della sua Terraferma. Il traffico ad alto valore
aggiunto e bisognoso di costosi servizi finanziari è altrove. A questo si aggiunge la perdita di prestigio
della bandiera veneziana. Invano si cerca di restituirle peso con ripetute spedizioni in Nord Africa,
contro i cosiddetti Cantoni Barbareschi, nel tentativo di arginare la pirateria musulmana.23
Nella Venezia neutralista del Settecento, ogni geniale non allineato è un potenziale oppositore del
governo per gli organi della sicurezza interna. Male sempre per la stabilità del regime oligarchico,
malissimo nel caso si tratti di un patrizio veneto. Ovvero di un appartenente al corpo sociale
depositario della sovranità. L’unico vero beneficiario della signoria collettiva chiamata repubblica
Serenissima. Il compito degli organi della sicurezza, però, non è facile quando la fronda agiti il corpo
sovrano. Un patrizio, specie se di buon casato, non può semplicemente essere eliminato.
Il trauma dal quale Venezia non si è più ripresa si è verificato il 26 gennaio 1699 a Sremski
Karlovci, più nota come Karlowitz o Carlowitz. Lì l’ambasciatore veneziano Carlo Ruzzini ha dovuto
prendere atto che i tre imperi, asburgico-russo-ottomano, e la Confederazione Polacco-Lituana
avevano già sottoscritto una pace sulla quale in laguna non possono dire nulla: solo prenderla o
lasciarla. In questo secondo caso, però, la Serenissima dovrebbe continuare da sola la guerra contro
la Sublime Porta.24
Gravissima umiliazione politico-diplomatica. È appena l’inizio, però. Il ventuno luglio 1718 a
Požarevac nell’odierna Serbia, cioè Passarowitz, la scena si ripete. È ancora Carlo Ruzzini
l’ambasciatore cui tocca l’ingrato compito di accettare quanto deciso altrove. Da questo momento
Venezia non combatterà più alcuna guerra su larga scala, restando neutrale sino alla fine.
Non basta. Il 18 marzo 1719 l’imperatore Carlo VI, istituisce due porti franchi: Trieste e Fiume.
Insieme a loro, nasce la Compagnia Orientale.25 La fine del predominio adriatico della Serenissima,
da sempre obiettivo strategico dei governanti di Vienna, sembra a portata di mano. Da quando, poi,
Milano è diventata asburgica, quello mosso da Vienna a Venezia somiglia sempre più a un assedio.
Nel 1722, Vienna conclude trattati particolari con i cantoni barbareschi a tutela della bandiera
imperiale, e accorda alla compagnia di Ostenda, quindi dei Paesi Bassi austriaci e specializzata nel

21
Francisco Bethencourt e Diogo Ramada Curto, Portuguese Oceanic Expansion 1400–1800, Cambridge UK, Cambridge
University Press, 2007; Anthony Disney, A History of Portugal and the Portuguese Empire: From the Beginnings to
1807, 2 voll. Cambridge UK, Cambridge University Press, 2009, pp. 1–83
22
Marino Berengo, La società veneta alla fine del Settecento, Roma, Edizioni di Storia e di Letteratura, 2009; Dario
Beltrami, La penetrazione economica dei veneziani in Terraferma, forze di lavoro e proprietà fondiaria nelle campagne
venete dei secoli XVII e XVIII, Venezia-Roma, s.e., 1961
23
Cfr. Moro, Angelo Emo, eroe o traditore…
24
Carlo Ruzzini, Relazione di Germania, 1699, in Berchet, Relazioni degli ambasciatori di Venezia, VII
25
Cfr. Kandler, Emporio e….
13
commercio con le Indie Orientali, scalo privilegiato a Trieste e nei porti pugliesi.26 Nel 1723, Johann
August von Berger scrive la Succinta commentatio de imperio maris Adriatici nella quale contesta,
anche sotto il profilo teorico, il predominio veneziano. Pone, quindi, le basi dottrinarie della politica
aggressiva asburgica contro la repubblica, fornendole dignità filosofica.27 L’episodio chiarisce le
intenzioni austriache anche se in proposito la Serenissima non dovrebbe avere dubbi.
Ci penserà la Guerra di Successione Austriaca a spezzare la ganascia meridionale della morsa
concepita in riva al Danubio, quando Carlo di Borbone già duca di Parma diventa re a Napoli, ma la
deriva è tuttavia evidente: l’antica Dominante lagunare è ormai in pericolo.
Un discorso a parte merita il Grande Nemico di sempre: l’impero Ottomano. Per Venezia resta
l’avversario per eccellenza. Non per caso il comando della flotta si trova a Corfù. Venezia intrattiene
con la Sublime Porta un rapporto schizofrenico. Da un lato il Turco incarna una sorta di Male assoluto,
dall’altro, resiste il mito del Levante quale luogo privilegiato degli scambi commerciali e di ogni
possibile rinascita politica.28
Secondo alcuni, se la rotta orientale adriatica con le sue interconnessioni marittime e terrestri ha
prodotto in passato la grandezza della repubblica, potrebbe ancora offrire le migliori opportunità per
sfuggire a decadenza economica e abbraccio asburgico.29 Tra questi proprio i geniali di Moscovia:
delle possibilità aperte dall’alleanza russa si parla addirittura dal 1663.
È stato Pietro I il Grande (1672-1725) a proiettare il proprio paese verso nuovi orizzonti. In
particolare a sostituire la Russia alla Confederazione Polacco-Lituana quale principale avversario
della Sublime Porta nelle pianure e nel Mar Nero. Un ruolo accentuato dai successori, specie la grande
zarina Caterina II.
La Russia, nel corso del Settecento, annichilisce la Svezia di Carlo XII; potrebbe schiacciare la
Prussia di Federico II e non lo fa per la morte improvvisa della zarina Elisabetta, cui succede il
filoprussiano nipote Pietro III; cresce sotto il lunghissimo regno, trentaquattro anni, della tedesca
Caterina II (1729-1796). Al punto da risultare interlocutore obbligato per qualunque capitale. Per
Vienna, in particolare, diventa di volta in volta alleato prezioso e pericoloso concorrente.
Quando Pietro il Grande vuole costruire una flotta, in prima istanza si rivolge a Venezia: così
vedremo le galee sul Mar Baltico. Il vascello a vela, però, ha già soppiantato ovunque l’ex regina del
Mediterraneo e presto lo zar si rivolgerà a Olanda e Inghilterra.
Per la repubblica Serenissima nella seconda metà del Settecento, quindi, Vienna, Costantinopoli e
San Pietroburgo rappresentano le tre incognite di un’equazione strategica di difficile soluzione. Che
fare?
La domanda attraversa la società veneziana. Tra le personalità coinvolte nei geniali di Moscovia
prevalgono i novatori i quali si dividono in chietini, cioè riformisti morbidi, e in furenti, i più radicali.
Non tutti sono convinti allo stesso modo della bontà del progetto. In particolare Andrea Tron,
ondivago e troppo preoccupato di perseguire il proprio successo personale per assecondare altre
suggestioni. Infatti diventerà conservatore e neutralista, unendosi a quanti considerano l’alleanza con
l’Austria la migliore garanzia per l’oligarchia patrizia al potere.
Ancora riformista, nel 1763 Tron raccoglie attorno a sé un considerevole seguito politico. L’anno
è fondamentale dal punto di vista della politica internazionale: i trattati di San Pietroburgo, Parigi e
Hubertusburg pongono fine alla Guerra dei Sette Anni. La Gran Bretagna assurge a unico Impero del
Mare e impone il suo controllo lungo l’intero Rimland, grazie alla posizione egemone sugli oceani.

26
Cessi, Storia della repubblica…, p. 667
27
Ivi, p. 668
28
Moro, Venezia neutrale, pp. 141-42
29
Cfr. Federico Moro, Venezia alla conquista di un impero, Costantinopoli 1202-04, Gorizia, LEG, 2018
14
A Venezia, intanto qualcosa s’era mosso. Il 22 novembre 1760, il novatore Francesco II Lorenzo
Morosini (1714-93), era stato nominato ambasciatore a Londra in coppia con il procuratore Tommaso
Querini (1706-dopo il 1763). L’occasione, l’incoronazione di re Giorgio III.30
In realtà, i due rappresentanti della repubblica partono nell’autunno dell’anno successivo.
Morosini, così, partecipa da savio del Consiglio alla crisi queriniana. Definito nel 1788
dall’ambasciatore austriaco a Venezia, Francesco Simone Corradini, «spirito furente»,31 Morosini si
muove in ambito riformista: diventerà anche massone affiliato alla loggia di rio Marin.
Lasciata, infine, Venezia alla fine di marzo del 1762, Morosini e Querini arrivano a Londra l’8
giugno 1762. L’ingresso nella capitale inglese viene ritardato fino al 18 aprile 1763 per permettere
loro di dialogare con l’ambasciatore russo Aleksandr Romanović Vorontsov (1741-1805).
L’obbiettivo minimo è un accordo commerciale veneto-russo.
Durante i colloqui avviene però a San Pietroburgo il colpo di stato che detronizza lo zar, Pietro III,
e porta al potere la consorte tedesca, Caterina II. Le trattative s’interrompono, anche perché la potente
famiglia Vorontsov, a suo tempo tra le favorite della zarina Elisabetta, non è affatto nelle grazie della
nuova autocrate.
L’interesse per l’accordo resta comunque vivo in entrambe le parti, tant’è che le trattative
proseguono nella sede di Vienna. Qui l’ambasciatore veneziano riceve dall’omologo russo
un’articolata proposta di trattato commerciale.32
A dispetto degli apparenti progressi non se ne farà nulla. Pesa la ritrosia dei conservatori e
neutralisti veneziani a compiere un passo che Costantinopoli interpreterà come anti-ottomano. Tra
l’altro in un momento molto fluido, con il trono di Caterina II non ben consolidato e le prospettive
internazionali incerte.
Nel momento cruciale dello scoppio della Quinta Guerra Russo-Ottomana, combattuta tra il 1768
e il 1774, è bailo veneziano a Costantinopoli un altro novatore e geniale di Moscovia: Gerolamo
Ascanio Giustinian, (1721-1791), arrivato sul Bosforo il primo ottobre 1767.
La spinta russa verso i mari caldi trova in questo momento la sua prima stabile realizzazione. Del
resto, la zarina Caterina II aveva già reso palese il suo programma politico:

Unire il Mar Caspio al Mar Nero e l’uno e l’altro ai mari del Nord; far passare i commerci della Cina e delle Indie
Orientali per la Tartaria equivale a elevare quest’impero (il russo, ndr.) a un grado di potenza superiore agli altri imperi
d’Asia e d’Europa. E chi può resistere al potere illimitato di un principe assoluto che governa un popolo bellicoso?33

Non si può certo dire mascherasse le proprie intenzioni. Né che queste non rappresentino da Pietro
I a Wladimir Putin una costante di lungo periodo nella geopolitica russa. Sarebbe nell’interesse
nazionale della repubblica Serenissima inserirsi in questo paradigma. Specie alla luce di quanto detto
sull’origine delle passate fortune della Serenissima. Se la Russia riaprisse le Vie della Seta terrestri e
spezzasse il blocco ottomano sulle rotte marittime verso e dal Mar Nero, Venezia otterrebbe due
risultati fondamentali: primo, riprendersi una parte dei flussi commerciali deviati da portoghesi a
anglo-franco-olandesi verso gli oceani, riportandoli a Rialto; secondo, spezzare l’assedio asburgico,
rimettendo in discussione l’egemonia esercitata sui mercati continentali dall’asse di penetrazione
renano a partire dagli scali di Anversa, Rotterdam, Amsterdam.
La riacquistata libertà di commercio non potrebbe che tradursi in nuovi orizzonti politici e militari.
In una parola, strategici. Perseguire una simile impostazione, però, richiederebbe adesso d’entrare in
guerra a fianco dei russi. È proprio Giustinian, invece, nel luglio 1770 a rassicurare la Sublime Porta
circa la stretta neutralità veneziana.

30
Cfr. Gullino Giuseppe, Francesco Lorenzo Morosini, Treccani-DBI, vol. 77 (2012); BMC, Manoscritti, c. 113r,
Commissione del doge Francesco Loredan a Tommaso Querini e Francesco Morosini eletti ambasciatori straordinari al
re di Gran Bretagna
31
Tabacco Giovanni, Andrea Tron e la crisi dell’aristocrazia senatoria a Venezia, Udine, 1980, p.118
32
ASV, Senato, Deliberazioni, Corti, 26 marzo 1763, p.12
33
Così Caterina II in Henry Troyat, La Grande Caterina, Milano, Rusconi, 1993, p. 206
15
In sei anni di conflitto le forze del sultano vengono sconfitte a ripetizione per terra e per mare.
Emergono figure di grandi comandanti, quali Pëtr Aleksandrovič Rumjancev-Zadunajskij, Aleksandr
Vasil'evič Suvorov, Grigorij Aleksandrovič Potëmkin, ma a Venezia interessa di più l’ultimo di
questa schiera e cioè Aleksej Grigor'evič Orlov-Česmenskij.
Figura di primo piano nella politica e nelle Forze Armate russe del periodo, pesa per il suo ruolo
di ammiraglio comandante della squadra navale del Baltico, che guida nel Mediterraneo. Il 2 luglio
1770 a Çeşme sulla costa egea dell’Anatolia, da cui il Česmenskij aggiunto al cognome Orlov,
infligge agli ottomani una terrificante sconfitta.
Grigorij Aleksandrovič Potëmkin, invece, non è solo uno dei grandi favoriti della zarina Caterina
II, forse suo marito segreto e padre di una figlia naturale, bensì è l’uomo che studia e porta a
compimento la grande espansione meridionale dell’impero: quando la guerra finisce, il 21 luglio 1774
con la pace di Küçük Kaynarca, la Sublime Porta cede alla Russia la regione compresa tra i fiumi
Dnieper e Bug Meridionale.
Alla foce del Dnepr, il principe di Tauride Potëmkin nel 1778 procede alla costruzione di un porto
nuovo di zecca: lo chiama Cherson, richiamando l’antica colonia greca in Crimea. I russi ora hanno
scali marittimi non bloccati dai ghiacci d’inverno. Il sogno di Pietro I diventa realtà.
Il medesimo trattato assegna alla Russia anche il porto di Kerč', l’antica colonia milesia di
Panticapeo. Situata all’estremità dell’omonima penisola in Crimea, controlla l’accesso al Mar
d’Azov, cioè la Palude Meotide degli Antichi. Vale a dire del terminale delle Vie della Seta terrestri
a conclusione della traversata delle steppe eurasiatiche.
Alla base della penisola di Kerč', quindi sempre in Crimea, si trova anche la città portuale di
Feodosia, cioè la Caffa “Regina del Mar Grande (Nero)” dei genovesi. Per almeno due secoli
metropoli in grado di rivaleggiare con la stessa Costantinopoli.
Con il trattato del 1774, i russi ottengono anche Yenikale, la formidabile fortezza costruita
dall’italiano Goloppo agli inizi del secolo proprio sulla punta estrema della penisola di Kerč. Infine
l’intero Caucaso occidentale, fino a Cabardino-Balcaria, oltre a tutti i territori che si affacciano sul
Mare d’Azov, porti di Mariupol e Rostov sul Don in testa.
Su quanto resta del dominio ottomano in Crimea, vale a dire il Khanato omonimo, esercitano una
forma di protettorato che arriverà all’annessione nel 1783. Aggiungiamoci la piena libertà di
navigazione, anche attraverso i Dardanelli, con il permesso per i sudditi cristiano-ortodossi del sultano
di alzare la protetta bandiera russa.
La costruzione della città-fortezza portuale di Sebastopoli, sul luogo dell’antica Chersoneso
Taurica greca e romana, da parte di Potëmkin, a partire dal 1784, completa l’opera: qui viene stanziata
la nuova flotta russa del Mar Nero.
È da notare che Cherson sul Dnepr non è distante da un altro porto destinato a grande rilevanza:
l’antica colonia greca di Tyras, cioè l’odierna Odessa. Rifondata dai russi nel 1794, dopo l’acquisto
dell’intero territorio al termine della Settima Guerra Russo-Ottomana nel 1792.
Non è un caso se Federico II di Prussia, il quale incontra Giuseppe II d’Asburgo per cercare di
fermare Caterina II, la definisce il «torrente che rischia di sommergere il Mondo».34
Si deve alla lungimirante politica della zarina se la serie di uomini sopra ricordati riesce a
espandere le frontiere russe sia a meridione che a occidente. Perché il secondo grande fronte aperto
dalla tedesca di San Pietroburgo si chiama Polonia.
Caterina II, dopo aver trasformato la Confederazione Polacco-Lituana, o quanto ne resta, in
vassallo, imponendo quale sovrano-fantoccio il 26 agosto 1764 il proprio ex-amante Stanislaw
Poniatowski, la smembra tra il 1772 e il 1795. Quello che è stato il regno egemone nell’Europa centro-
orientale viene divorato dalle “Tre Aquile Nere”, Russia, Prussia e Austria.
Vienna assurge al rango di Grande Potenza grazie alle conquiste balcaniche ai danni della Sublime
Porta e all’espansione in Galizia derivante dalle spartizioni della Polonia. È San Pietroburgo, però, a
restare un faro per Venezia. La Russia di Caterina II, infatti, ha tre assi nella manica per i geniali di

34
Ivi, p. 268
16
Moscovia: una flotta e un esercito superiori a quelli turchi; un mercato interno in espansione con
ampia disponibilità di materie prime indispensabili all’Occidente; il controllo degli antichi terminali
delle Vie della Seta.
È il terzo punto quello davvero importante: è pensabile riattivare le vie commerciali all’origine
della prosperità e grandezza veneziane? Non è un quesito ozioso riservato a qualche circolo
intellettuale veneziano affascinato da incerte utopie. Infatti

(…) sul Bosforo e a Vienna si temeva infatti che i “Geniali di Moscovia” presenti in Senato potessero indurre la
Repubblica all’alleanza con Caterina II, nonostante il recente rifiuto veneziano di accordare protezione a Stefano il
Piccolo, capo della rivolta anti ottomana nel Montenegro.35

Tra i disegni della vulcanica zarina rientra a pieno titolo quello di un impero di Dacia esteso dai
Balcani al Bosforo, almeno, da assegnare al suo secondo nipote Costantino che riunisca i sudditi
ortodossi del Sultano e riconsegni al cristianesimo orientale la sua capitale storica: Costantinopoli.
Sotto protettorato russo, ovviamente.36
La Serenissima avrebbe tutto da guadagnare dal partecipare alla spartizione del bottino derivante
dalla vittoria, certo, sempre stando attenti a non sostituire la preponderanza russa a quella ottomana.
Il risultato, comunque, sarebbe quello di aggirare la minaccia asburgica, che da Milano lungo l’intero
arco alpino e fino al Quarnero soffoca il commercio di terra veneziano, minacciandone pure quello
marittimo. Il punto, dunque, diventa riuscire a decodificare con precisione natura e possibili sviluppi
dell’espansionismo russo, cercando al tempo stesso d’inserirsi senza subire danni nel processo di
disfacimento dell’impero ottomano, avviato a diventare il Grande Malato d’Europa. E attorno al cui
cadavere già in tanti s’affollano. Come gli accordi sottoscritti tra Russia e Austria dimostrano.37
La pace di Küçük Kaynarca viene sottoscritta il 21 luglio 1774 e il 15 dicembre il Collegio convoca
l’incaricato d’affari russo per riprendere il discorso lasciato cadere a Vienna dieci anni prima.38 Dai
documenti emerge la solita visione veneziana: riaprire il Mar Nero alle navi della Serenissima,
assicurare all’import-export di merci con la Moscovia via Rialto un trattamento di favore, trasformare
l’intera costa ora russa nel punto di transito per ogni genere di prodotto da e per Georgia-Armenia-
Persia da un lato e, grazie alla presenza militare russa, allargare la penetrazione commerciale fino al
Mar Caspio e oltre.39
Tutte belle intenzioni che dimostrano da parte dei consigli di governo veneziani l’assunzione del
punto di vista dei geniali. Troppo tardi. Quanto era possibile nel 1763, di sicuro contrattabile al meglio
nel 1769-70 prima di Çeşme, ottenibile in buona parte con una partecipazione alle operazioni al fianco
delle vittoriose armate russe, ora diventa aleatorio: Caterina II ha già il controllo del Mar Nero, o
quasi, e conquistato sul campo buona parte dei suoi obiettivi.
Pessima si rivelerà la decisione del Senato di dichiarare guerra, l’ultima effettivamente combattuta
da Venezia, al bey di Tunisi per porre un freno all’attività dei pirati musulmani con base nei cosiddetti

35
Giuseppe Gullino, Gerolamo Ascanio Giustinian, Treccani, DBI, vol. 57 (2001)
36
Troyat, La Grande Caterina, p. 363
37
Due lettere autografe di Caterina II datate 12 aprile 1781 e altrettante di risposta di Giuseppe II in data 12 maggio 1781
sulla spartizione dell’Impero Ottomano, in Caterina II, Oeuvres de l’imperatrice Catherine II, 12 voll, Parigi, 1907
38
ASV, Senato, Deliberazioni, Corti, 15 dicembre 1774
39
BNM, ms., Codice CXXXVIII, cl.XI, ital. «E convenendo in ciò la Imperatrice, nei patti preliminari che la mercanzia
e i prodotti della Moscovia passanti ora in Europa, e le manifatture e generi dell’Europa che passano ora in Moscovia
possano in parte pervenire a noi per una strada d’ingresso e regresso al commercio più breve, più sicura e di minor
dispendio non solo per le russe province, ma per quelle ancora dell’Europa, dell’Armenia e della Persia, conviene quindi
ricercare in secondo luogo la libertà dell’importazione ed esportazione de’ generi tra le due nazioni sì nell’acquisto che
nella vendita, non che il loro transito, onde aperta resti la comunicazione fra il Mar Nero e il Mar Caspio. Stabiliti
preliminarmente questi due punti si può assicurarsi del vantaggio che ne risulterà tanto in vista di risparmio ai nostri
consumi, quanto in vista di copioso esito dei nostri prodotti e delle nostre manifatture con profitto degli effetti sì andanti
che venienti costituenti un sempre attivo commercio. Qualora sia tutti ciò dalla corte di Russia accordato concorrerà ben
volentieri questo Consiglio nel più volte palesato desiderio della medesima per la spedizione dei relativi ministri incaricati
alla trattazione di questo negozio.»
17
Cantoni Barbareschi.40 Tra il 21 giugno 1784, data della partenza della prima squadra navale
veneziana, e il 24 maggio 1792, quando il corpo imbalsamato del grande protagonista di questa
vicenda, l’ammiraglio Angelo Emo, rientra a Venezia la flotta della repubblica si esaurisce in una
serie di defatiganti quanto inutili campagne per cercare di risolvere il problema. Il quale, invece,
sarebbe stato eliminato alla radice schierandosi in precedenza con la Russia di Caterina II.
Nel 1787 scoppia la Sesta Guerra Russo-Ottomana. Viene iniziata dal sultano, Abdul Hamid I, il
13 agosto di quell’anno come risposta all’annessione russa del Khanato di Crimea. In riva al Bosforo
ignorano che, durante il viaggio attraverso le nuove conquiste russe del 1784, Caterina II e Giuseppe
II si sono accordati per spartirsi l’Impero Ottomano. Quanto meno la sua parte europea. Ferigo
Foscari, il nobile a San Pietroburgo, ne sa poco o nulla. Neanche i tanto celebrati servizi segreti della
Serenissima sembrano averne il minimo sentore. Eppure la faccenda riveste la massima importanza
per Venezia.
Il 18 febbraio 1789 (1788 m.v.) muore il doge Paolo Renier. Aveva esordito come novatore, finisce
come conservatore e neutralista. Al suo posto viene scelto Lodovico Manin. Sul fronte balcanico,
intanto, l’andamento delle operazioni non è così favorevole ai collegati austro-russi, mentre la
diplomazia avversaria solleva contro Caterina II prima gli svedesi e poi la Prussia di Federico
Guglielmo II. Al resto penserà la morte nel 1790 dell’imperatore Giuseppe II: il suo successore,
Leopoldo II, preferisce sfilare l’Austria dal conflitto per non incappare nell’ostilità prussiana.
Tuttavia la pace di Iassy assicura un notevole bottino alla Russia imperiale, che prosegue
nell’espansione verso meridione. Comporta, però, anche l’abbandono del sogno dell’impero di Dacia
per il nipote Costantino, coltivato dalla formidabile zarina.
È l’ultimo momento in cui a Venezia si prende in considerazione la possibilità di un accordo con
la Russia. Certo, in una forma quanto mai ridotta rispetto a quanto ci si aspetterebbe. La scelta cade
sullo scalo di Odessa. Anche qui un semplice ritorno, in realtà, visto che si tratta di un porto ben noto
alle navi della Serenissima sin dal Medio Evo.41
L’insuccesso dell’impresa pare scontato a occhi contemporanei: talvolta succede che l’economico
funga da apripista allo strategico, ma il più delle volte accade il contrario. La riapertura dei terminali
commerciali sull’antico Mare Maggiore o Grande per funzionare avrebbe bisogno di un supporto
politico di ben altra caratura. Purtroppo Venezia a fine Settecento non ha più alcuna vera ambizione
che superi la mera sopravvivenza quotidiana. Da qui l’esito negativo.42
I geniali di Moscovia avevano intuito una delle possibili strade percorribili dalla geostrategia
veneziana del tempo. L’impero Russo di Caterina II rappresentava un partner incredibilmente
interessante per la repubblica, subito e in prospettiva. Oltretutto offrendo immediato contrappeso
all’invadenza asburgica nella Penisola e in Adriatico e con il vantaggio di una rassicurante distanza
geografica. La repubblica ha perso l’attimo: affronterà da sola la prova decisiva.

40
Cfr. Moro, Angelo Emo, eroe o traditore?...
41
Sergej Karpov, La navigazione veneziana nel mar Nero, XIII-XIV secolo, trad. G. Fanti e M. Bakhmatova, Ravenna,
Edizioni del Girasole, 2000
42
Scattolin C., Un “esperimento” commerciale veneziano nel Mar Nero al tramonto del Settecento, in Archivio Veneto,
s.v., 164 (1987), pp.27-44
18
Fonti archivistiche e manoscritti

Archivio di Stato di Venezia, ASV

- Archivio Gradenigo rio Marin


- Archivio proprio G.M. Schülemburg
- Avogaria di comun. Matrimoni patrizi per nome di donna
- Inquisitori di Stato
- Misc. codd., I, Storia veneta
- Savio di Terraferma alla Scrittura
- Savio di Terraferma alle Ordinanze
- Senato Militar Deliberazioni
- Senato Militar Registri
- Senato Secreta
- Senato Dispacci Ambasciatori
- Provveditore Generale in Dalmazia
- Provveditore Generale in Terraferma
- Provveditore Generale da Tera e da Mar
- Inquisitori sopra l’amministrazione dei Pubblici Ruoli

Archivio di Stato di Verona, ASVr

- Sanfermo

Biblioteca Istituto Studi Militari Marittimi, BISMM

- Giovan Battista Stratico, Elenco manoscritto delle navi di linea costruite dall’Arsenale di
Venezia compilato da G.B. Stratico il 16 aprile 1796 e dedicato al n.h. Franceco Condulmèr,
Venezia, Biblioteca ISMM

Biblioteca Museo Correr Venezia, BMC

- Scrittura sul sistemare la marina da guerra in cui eravi il cav.Emo cioè della conferenza che
l’ha prodotta è dettata dal cav. Emo stesso, coll. 965
- Manoscritti Gradenigo, vol. 187
- Manoscritto Ciscogna, 2503 e 3426/25

Biblioteca Querini Stampalia Venezia, BQS

- Progetto di regolamento generale delle Milizie

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19
Risorse internet

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