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Il libro

I
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Buzzati poteva forse trovare occasione più felice per confrontarsi con la realtà
quotidiana che un’inchiesta giornalistica sui fenomeni di parapsicologia? E infatti
Buzzati la colse con contagioso entusiasmo nell’estate del ’65, quando scrisse per il
«Corriere della Sera» una serie di «pezzi» dal titolo In cerca dell’Italia misteriosa. Ne
uscì un servizio dal fascino straordinario, che riusciva a rendere allucinatorio il reale
e realistico l’incredibile: dal ferroviere medium che organizza a Verona una seduta e
poi scopre che è morto tre mesi prima, alla strega abruzzese che con cca 400 aghi nel
corpo di un bambino. Mai lo humour nero del Buzzati narratore aveva trovato modo
di calarsi così spontaneamente nella immediatezza del Buzzati giornalista. Così
questa raccolta, mentre ci propone il puzzle imprevedibile di un’Italia sconosciuta, fa
emergere l’immagine, affabile ed elusiva, ironica e indecifrabile, di un grande scrittore
del nostro Novecento.
L’autore

Dino Buzzati (Belluno 1906 - Milano 1972), tra i più originali autori italiani del
Novecento, entrò nel 1928 al «Corriere della Sera», di cui fu cronista, redattore e
inviato speciale. Esordì nel 1933 con Bàrnabo delle montagne, cui seguirono
numerosi romanzi e racconti di successo tra i quali ricordiamo: Il segreto del Bosco
Vecchio, Il deserto dei Tartari, La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Paura alla
Scala, Sessanta racconti (Premio Strega nel 1958), Un amore e Il colombre, tutti nella
collezione Oscar.
Dino Buzzati

I MISTERI D’ITALIA
Cronologia

1906
Dino Buzzati Traverso nasce il 16 ottobre a Belluno, nella villa di proprietà della famiglia in località
San Pellegrino. Ma per gran parte dell’anno i Buzzati risiedono a Milano, nella casa di piazza San
Marco 12. Il padre, Giulio Cesare Buzzati, è professore di Diritto internazionale all’Università di Pavia
e alla Bocconi di Milano. La madre, Alba Mantovani, è discendente di una nobile famiglia, e sorella
del letterato e scrittore Dino Mantovani. I Buzzati avranno quattro gli: Augusto (1903), Angelina
(1904), Dino, e Adriano (1913).
Negli anni dell’infanzia si sovrappongono in Dino le suggestioni legate al luogo di origine e quelle
derivate dall’ambiente cittadino. «Le impressioni più forti che ho avute da bambino appartengono alla
terra dove sono nato, la Valle di Belluno, le selvatiche montagne che la circondano e le vicinissime
Dolomiti. Un mondo complessivamente nordico al quale si è aggiunto il patrimonio delle
rimembranze giovanili e la città di Milano dove la mia famiglia ha sempre abitato d’inverno» (L’uomo
libero di Buzzati cerca un’uniforme per vincere la paura, in «Il Giorno», 26 maggio 1959). E la Milano
scoperta nei primi anni è quella cui Buzzati rimarrà sempre fedele: il quartiere che si estende tra via
San Marco e il Pontaccio, tra corso Garibaldi e piazza Castello.

1916
È iscritto al Ginnasio Parini di Milano, allora con sede in via Lulli. Vi conosce Giovanni Mira e Arturo
Brambilla. Mira era lo scolaro migliore, il vero primo della classe. «Brambilla era secondo. E terzo ero
praticamente io. Ma la superiorità di Mira era una cosa spaventosa, anche irritante...» (Y. Pana eu,
Dino Buzzati: un autoritratto, Mondadori, Milano 1973, pp. 62-63). Soprattutto con Arturo si
stabilisce un rapporto destinato a durare: il fedele «Illa», che sarebbe poi divenuto professore di latino
e greco al Liceo Beccaria, rimarrà il primo degli amici di Dino.

1919
Frequenta il Ginnasio superiore. La famiglia si trasferisce in piazza Castello 28. È una casa dell’alta
borghesia colta, dotata di una ricca biblioteca: Dino vi abita con i genitori, i fratelli Augusto e Adriano,
la sorella Nina. Nasce in lui la passione per l’egittologia, che coltiva insieme con l’amico Arturo. È un
libro di Gaston Maspéro, La storia dell’arte egiziana, che accende la fantasia dei due ragazzi. «Eravamo
in quarta ginnasio. Avevamo tredici anni. È stato una follia. Tutto quello che era Osiride, Iside,
Anubis, Orus, eccetera, Ramsete, Sesostri, bastava vederlo e avevamo un senso di emozione quasi
sica. Lui faceva un poema su Orus, io facevo un poema su Anubis e così via...» (Dino Buzzati: un
autoritratto, cit., p. 27). Dino è anche affascinato dalle tavole di un grande illustratore inglese, Arthur
Rackham. A tredici-quattordici anni comincia a leggere autori come Poe e Hoffmann.

1920
Muore il padre, per un tumore al pancreas. Di lui Dino ha un ricordo «assai vago», come dirà molti
anni dopo commentando su un settimanale le foto del suo album di famiglia: «Conservo un ricordo
assai vago della sua persona. Forse anche perché portava la barba dava l’impressione, a me ragazzo, di
essere molto vecchio. Quello che posso dire con certezza è che era un uomo estremamente chic: aveva
una distinzione naturale, amava l’eleganza, non perdeva mai il controllo di se stesso [...] Se ho preso
qualche cosa da lui, è stato senza dubbio il mio gusto nel vestire» (G. Grieco, La mia vita, i miei amici,
in «Gente», 9 luglio 1969).
Si sviluppa in lui la passione per la montagna, a cui rimarrà fedele per tutta la vita. Compie le prime
escursioni sulle Dolomiti: con il fratello Augusto e poi con gli amici Alessandro Bartoli, Arturo
Brambilla, Emilio Zacchi. Di Bartoli Dino ricorderà la vocazione per l’alpinismo: «Era molto più
bravo di me, e sarebbe diventato uno dei più grandi alpinisti del mondo, come capacità, volontà e
sico, senonché morì in montagna nel 1928 per un incidente cretino» (Dino Buzzati: un autoritratto,
cit., p. 60).
Comincia a scrivere e a disegnare. Legge i romanzi di Dostoevskij. Nel dicembre compone una prosa
poetica, La canzone alle montagne. Tiene un diario, in cui continuerà ad annotare, con una breve
pausa tra il 1966 e il 1970, impressioni, giudizi, pensieri.

1924
Supera gli esami di maturità. Ne scrive, da Agordo, all’amico Arturo Brambilla: «Essendo passato,
sono felice. Me ne frego dei voti più o meno belli. A me basta essere venuto fuori da quell’abominevole
scuola» (lettera del 10 agosto 1924, in Lettere a Brambilla, a cura di L. Simonelli, De Agostini, Novara
1985, p. 154). Il solo professore per cui conserva sentimenti di gratitudine è Luigi Castiglioni, latinista
di fama, docente severo e amato: anche in un articolo di molti anni dopo rievocherà «le sue
meravigliose virtù di insegnante» (D. Buzzati, Tante lodi e tutte sincere paiono troppe a Luigi
Castiglioni, in «Corriere della Sera», 7 maggio 1961).
Dopo alcune esitazioni, si iscrive alla facoltà di Legge.

1926-1927
Chiamato a svolgere il servizio militare, frequenta il corso per allievi ufficiali presso la Caserma Teulié,
a Milano, in corso Italia. In una lettera dell’8 settembre 1926 scrive: «Ora sono qui in questa specie di
prigione in cui bisogna lavorare senza requie dalla mattina alla sera. Orribilmente ricoperti come
forzati, sempre sotto la minaccia di punizioni. Così che le pupe, le montagne, la musica, la libertà
appaiono cose così straordinariamente belle che sembra non si potranno più avere» (Lettere a
Brambilla, cit., p. 182).
Il 30 settembre del 1927 è congedato dal servizio di leva con il grado di sottotenente. Presenta regolare
domanda di assunzione al «Corriere della Sera».

1928
È assunto al «Corriere», come praticante cronista. Annota il 10 luglio, nel diario: «Oggi sono entrato
al Corriere, quando ne uscirò? – presto, te lo dico io, cacciato come un cane». Raccoglie le notizie dai
commissariati e stende brevi tra letti per la cronaca cittadina.
Il 30 ottobre si laurea in Legge, con una tesi su La natura giuridica del Concordato. Riporta una
votazione di 95/110. Così valuterà, in una lettera del 15 febbraio 1930, la conclusione dei suoi studi:
«Da piccolo a scuola e anche all’università ho conosciuto dei falsi trionfetti che mi hanno montato: mi
sono creduto superiore alla media. Il asco alla laurea è stato il primo segno del ristagno» (Lettere a
Brambilla, cit., p. 197).
Si innamora di Beatrice («Bibi») Giacometti. Annota nel diario, in dicembre: «Domenica sono stato a
ballare con la Bibi al Camparino. Mi dispiace che la mamma abbia paura di questo amore».

1929
Nel novembre viene promosso redattore interno, e liberato dall’incarico di «fare i commissariati».
Diventa anche vice del titolare Gaetano Cesari per la critica musicale. Deve seguire i concerti e il
programma minore della Scala. Dino non è digiuno di qualche competenza: aveva, n dagli anni
dell’infanzia, studiato violino e pianoforte. Ma svolge senza entusiasmo tale compito che lo impegna,
presumibilmente, no all’agosto del 1930.
Di Bibi parla nelle lettere a Brambilla. In quella del 25 luglio 1929: «Poi voglio bene alla deliziosa pupa
e lavoro al giornale con notevole serenità» (Lettere a Brambilla, cit., p. 191), e in una di poco
posteriore (2 settembre): «La B., che purtroppo sempre più amo, è ad Alleghe per 10 giorni e ha fatto
il viaggio insieme con me» (Ivi, p. 192).
La famiglia si trasferisce nella casa di via Donizetti 20.

1930
In una lettera del 13 gennaio delinea un bilancio della situazione: «Io continuo a fare la solita vita:
concerti, paura di fare qualche fotta nella cronaca scaligera, inquietudini, vedere un po’ la B., essere
solo, pensare alle montagne piene di neve dove sono adesso per no mio cognato, la Nina e la pupa.
Poi vorrei fare qualche cosa d’altro o studiare o suonare il piano, o scrivere qualche capolavoro; ma mi
viene un’apatia spaventosa e sento che il mio cervello si spappola nella vita attiva» (Lettere a Brambilla,
cit., p. 195).
Dopo due anni di praticantato è iscritto come professionista (14 febbraio) al sindacato dei giornalisti
(allora Sindacato fascista lombardo dei giornalisti).
In vacanza a San Pellegrino, compie a giugno e settembre due campagne alpinistiche. Nella salita della
Cima Piccola di Lavaredo è con lui la guida Giuseppe Quinz, di Misurina.
Durante le escursioni e le scalate raccoglie idee per il primo romanzo. Annota nel diario: «Penso alla
storia di “Bàrnabo delle montagne”, che attende di essere scritta. Ecco prima la strada che va su verso
la valle, la sera e la stanchezza di Bàrnabo giovane; meglio passare al di là – la notte il fuoco lontano, il
suono delle sette armoniche. La vita nella casa alta, la caccia, la cornacchia prigioniera, la tempesta ed
il racconto di quello ch’era stato. La guardia alla polveriera, il pomeriggio grigio e gli spiriti, i vecchi
ultimi spiriti della montagna».
Inizia la collaborazione a «Il Popolo di Lombardia», settimanale «politico-sindacale della Federazione
provinciale fascista milanese». Vi pubblica articoli, racconti, disegni.

1932
Il 13 aprile muore improvvisamente, per un attacco di peritonite, Beatrice Giacometti.
Fa leggere al capocronista del «Corriere» Ciro Poggiali il manoscritto di Bàrnabo. Poggiali si impegna
a trovargli un editore.
Nuovo trasferimento della famiglia in viale Majno 18.

1933
Passa in redazione e cura, insieme con Emilio Radius, le corrispondenze «dalle province». Ricorderà
tale incarico, che mantenne no al ’39, in un articolo di molti anni più tardi: «Domenica sera, quando
si entrava in redazione, ci aspettava uno spettacolo desolante: gigantesche pile di fogli, dattiloscritti,
manoscritti, telegrammi, che venivano da ogni parte d’Italia. Per il 95 per cento cerimonie: adunate,
celebrazioni, inaugurazioni, sagre, visite e discorsi di gerarchi; e tutti invariabilmente terminavano con
deliranti acclamazioni all’indirizzo del “Duce”[...] Noi redattori dovevamo trasformare quelle
corrispondenze, in genere prolisse e nauseabonde, in un notiziario che avesse un minimo di umanità
e di decenza. Impresa improba che alle cinque del mattino ci faceva rincasare estenuati, con la testa
ridotta a una vescica...» (D. Buzzati, Quello strano umore che si chiamò fascismo, in «Corriere della
Sera», 21 novembre 1964). Con Radius stabilisce un rapporto di fraterna amicizia. «In questo lavoro
ero inesperto, e anche piuttosto intimidito dall’ambiente nuovo. Potevo fare delle fesserie. Ora, lui mi
ha aiutato senza quasi ch’io me ne accorgessi. Anziché fregarmi lui mi ha aiutato a fare bella gura, il
che è tanto contrario a quello che succede di solito nella vita!» (Dino Buzzati: un autoritratto, cit., p.
61).
Pubblica sul «Corriere» il suo primo elzeviro: Vita e amori del cavalier rospo. Il Falstaff della fauna (27
marzo).
Il romanzo Bàrnabo delle montagne esce per le edizioni Treves-Treccani-Tumminelli.
Su incarico del giornale Buzzati parte per la Palestina. Fa tappa in Grecia, in Siria, in Libano. Ne
nascono alcune corrispondenze dalla motonave Augustus (I misteri della motonave, in «Corriere della
Sera», 19 agosto 1933) e dalle città visitate nel corso del viaggio.

1934
Si collocano in questi mesi le prime letture dei libri di Kaa. Buzzati ne dà conto in una lettera ad
Arturo Brambilla del 3 aprile 1934: «Non sono andato avanti per complesse ragioni siche e
temporali, nel libro di Kaa» (Lettere a Brambilla, cit., p. 219) e in una del 2 giugno 1935: «Scrivimi
cosa ti sembra Il Castello. È più Kaiano ancora del Processo, mi sembra» (Ivi, p. 231).
Termina la stesura del Segreto del Bosco Vecchio. Il 28 settembre scrive a Brambilla: «Due minuti fa ho
nito la mia storia meditata da oltre due anni. A me piace, ma questo non basta» (Ivi, p. 222).

1935
È colpito da una dolorosa mastoidite che rende necessaria un’operazione. Il decorso della malattia gli
suggerisce pessimistiche considerazioni. Da queste fantasie nasce il racconto Sette piani, poi su «La
Lettura», 1° marzo 1937. Scrive a Brambilla il 29 marzo: «Eccomi oggi di ritorno dalla casa di salute
dopo dodici giorni di cosiddetta degenza, piuttosto sfessato e triste. Mi hanno detto che l’operazione è
stata abbastanza grave perché hanno dovuto levare pus che si era formato a contatto della prima
meninge» (Lettere a Brambilla, cit., p. 226).
Pur continuando a lavorare nella redazione del «Corriere», nell’aprile è chiamato a occuparsi del
periodico «La Lettura», supplemento letterario che esce con cadenza mensile. Sulla rivista pubblicherà
alcuni dei suoi racconti migliori: Sette piani (marzo 1937), Una cosa che comincia per elle (gennaio
1939), I sette messaggeri (giugno 1939), Eppure battono alla porta (settembre 1940). Esce, sempre per
le edizioni Treves-Treccani-Tumminelli, Il segreto del Bosco Vecchio.
Compone con il cognato Eppe Ramazzotti Il libro delle pipe, che verrà pubblicato dieci anni più tardi,
con preziose illustrazioni dello stesso Buzzati.

1936
Si interrompe il suo lavoro per «La Lettura» e Dino riprende al «Corriere» l’orario completo di
redazione.
1939
Il 12 aprile si imbarca a Napoli e parte per Addis Abeba, come inviato speciale. Rimarrà per circa un
anno in Etiopia, impegnato in un compito che lo sottrae alla routine del lavoro redazionale. Gibuti in
letargo, pubblicato sul «Corriere della Sera» del 7 maggio 1939, è l’articolo che inaugura la serie
«africana».
Prima di partire consegna il manoscritto de La Fortezza a Leo Longanesi, che lo accoglierà nella
collana «Il sofà delle Muse» dell’editore Rizzoli. Longanesi chiederà poi un mutamento del titolo e il
romanzo acquisirà allora quello de nitivo, Il deserto dei Tartari.

1940
Dopo aver superato un attacco di tifo lascia Addis Abeba in aprile per un breve congedo in Italia. Il 6
giugno è a Napoli e si accinge a tornare in Etiopia. Ma le navigazioni per l’Africa vengono sospese: si è
alla vigilia del con itto con la Francia e la Gran Bretagna.
Il 10 giugno a Roma ascolta il discorso di Mussolini e la dichiarazione di guerra.
Richiamato alle armi, il 30 luglio riparte da Napoli, imbarcato sull’incrociatore Fiume come
corrispondente di guerra, e raggiunge la zona delle operazioni navali del Mediterraneo. Il 27
novembre, a bordo del Trieste, partecipa alla battaglia di Capo Teulada. Così lo ricorda un testimone
diretto, Giorgio Dissera Bragadin: «Dino Buzzati, pur non essendo dei nostri, non avendo cioè
speci che mansioni nel tiro o nella manovra [...] rimaneva sempre al suo posto, dimostrando calma e
coraggio» (Dino Buzzati, a cura di A. Fontanella, Olschki, Firenze 1982, p. 350).
Da Addis Abeba continua a seguire le fasi di composizione e di stampa del nuovo romanzo. Scrive il
16 febbraio all’amico Arturo e lo incarica di correggere le bozze e di procedere a un ritocco dettato dal
timore di eventuali censure: si dovrà passare dal «lei» al «voi» nei dialoghi, per uniformarsi alle
direttive del regime (Lettere a Brambilla, cit., p. 249). Finalmente Il deserto dei Tartari esce in giugno,
presso l’editore Rizzoli. «La copertina era gialla, con il titolo in carattere egizio e nel risvolto una
fotogra a dell’autore, molto romantica» (G. Afeltra, Il tenente Drogo dal «lei» al «voi», in «Corriere
della Sera», 20 settembre 1990). Il libro ha successo, la prima edizione si esaurisce rapidamente.
Sul «Corriere della Sera» del 2 agosto viene pubblicata una recensione di Pietro Pancrazi, che giudica
Il deserto «uno dei romanzi più singolari che si siano pubblicati da noi negli ultimi anni». Il 3 agosto
da Napoli Dino scrive a Brambilla: «Hai visto l’articolo di Pancrazi? Un bell’onore in fondo. E mi ha
detto cose molto simpatiche» (Lettere a Brambilla, cit., p. 252).
Lascia Rizzoli e il 25 novembre rma con la casa editrice Mondadori un contratto che lo impegna per
la pubblicazione delle opere future (prevede una durata di cinque anni «a datare dalla consegna del
primo manoscritto»).

1941
Il 28-29 marzo partecipa alla battaglia di Capo Matapan, assistendo all’affondamento dell’incrociatore
Pola e rischiando la morte. Il 17 dicembre prende parte alla prima battaglia della Sirte.

1942
Agli inizi dell’anno è a Messina, dove, per incarico delle autorità della Marina, lavora alla preparazione
di un libro «sulla attuale nostra guerra navale»: l’opera non verrà portata a compimento. Si imbarca di
nuovo in marzo. È presente, sempre come corrispondente di guerra, alla seconda battaglia della Sirte
(22 marzo). È a bordo del Gorizia quando assiste allo svolgimento delle operazioni, che ricostruirà poi
in un ampio e documentato articolo, La tempesta salvò gli Inglesi nella seconda battaglia della Sirte
(«Corriere della Sera», 6 aprile 1947). In un successivo scritto, Fecero di giorno notte gli Inglesi alla
seconda Sirte (4 aprile 1953), dirà di condividere, da testimone diretto dei fatti, le opinioni e le
giusti cazioni dell’ammiraglio Angelo Iachino. Nell’agosto è richiamato a Milano.
A Messina incontra C.M., la donna con la quale inizia una lunga e difficile relazione. Da San
Pellegrino scrive a Brambilla il 29 agosto 1942: «Ma invece mi trovo in una deplorevole condizione: di
amare una donna la quale credo, sul serio, che mi voglia abbastanza bene, nello stesso tempo di non
vedere nel futuro, per tale legame, che amarezze, lontananza, sospetti eccetera; che cosa posso sperare
di tirarne fuori?» (Lettere a Brambilla, cit., pp. 268-69). Alla ne della guerra Buzzati rintraccerà la
donna, e con l’aiuto degli amici Indro Montanelli e Silvio Negro la farà venire a Milano, occupandosi
della sua sistemazione.
Esce la raccolta I sette messaggeri (Mondadori, Milano), il primo libro pubblicato da Dino con il suo
nuovo editore.
Compare la traduzione tedesca del Deserto: Im vergessenen Fort (traduzione di R. Hoffman – Zsolnay
Verlag – K.H. Bischoff, Wien 1942). È la prima versione del romanzo in lingua straniera.

1943-1944
La caduta del fascismo provoca terremoti al «Corriere» e coglie Buzzati nel pieno svolgimento del
consueto lavoro. Il 25 luglio Aldo Borelli è sostituito alla direzione da Ettore Janni, che a sua volta
all’arrivo dei tedeschi (9 settembre) si allontana dal giornale. Gli subentra Ermanno Amicucci, con il
quale il quotidiano di via Solferino si allinea alle posizioni degli occupanti. Alla ne d’agosto Dino
termina il suo servizio in Marina e lascia l’incarico di corrispondente di guerra: l’ultimo articolo
inviato «da una base navale» è pubblicato l’8 agosto 1943 (Il cappellano porta fortuna). Mentre si trova
a Napoli è richiamato dalla direzione del «Corriere». Rientra a Milano e riprende il suo vecchio
lavoro. «L’8 settembre il giornale diede ordine a Buzzati di restare al lavoro in redazione e Buzzati ci
restò» (I. Montanelli, Tali e quali, Longanesi, Milano 1951, p. 197). Svolge il suo compito in mezzo a
difficoltà di ogni genere, mentre la maggior parte dei suoi amici ha abbandonato il «Corriere».
Continua a pubblicare, ma con frequenza via via decrescente, articoli e testi che in qualche caso
ristamperà in successivi volumi: La questione della porta murata (26 settembre 1943), Progetto sfumato
(29 settembre 1943), L’uomo nero (2 aprile 1944), Patrocinatore dei giovani (20 aprile 1944), Cuore
intrepido (27 aprile 1944), Miniera stanca (6 maggio 1944), Mercato nero (20 maggio 1944), L’esattore
(3 giugno 1944), Scherzo (23 giugno 1944), Dopo tanto tempo (25 giugno 1944), La fine del mondo (7
ottobre 1944), Pranzo di guerra (15 dicembre 1944), Una goccia (25 gennaio 1945).

1945
Esce a puntate sul «Corriere dei Piccoli», tra il 7 gennaio e il 29 aprile, La famosa invasione degli orsi,
con le tavole a colori dello stesso Buzzati. La pubblicazione rimane interrotta e la favola, rielaborata
dall’autore, verrà riproposta in volume con il titolo La famosa invasione degli orsi in Sicilia (Rizzoli,
Milano 1945).
Si dirada la sua collaborazione al «Corriere». Ma è richiamato in redazione il 25 aprile dopo che del
giornale ha assunto la direzione Mario Borsa. Ricorda Gaetano Afeltra: «Era a casa come se nulla
stesse accadendo. Cenava con la mamma. Gli dissi di venire. Non si scompose, né chiese il perché di
quell’unica violazione alla messa al bando di tutti i collaborazionisti. Anche lui arrivò in bicicletta»
(Buzzati e il Corriere, supplemento al «Corriere della Sera», 12 giugno 1986). Scrive a tamburo
battente il racconto delle vicende della città liberata, quella Cronaca di ore memorabili che campeggia
il giorno dopo in prima pagina («Il Nuovo Corriere», 26 aprile 1945).
Alle vicissitudini politico-editoriali del giornale Buzzati assiste in modo più de lato. È impegnato nel
progetto di realizzazione di un nuovo quotidiano, di orientamento liberale moderato, «Il Corriere
Lombardo», che realizza insieme con Gaetano Afeltra, Bruno Fallaci, Benso Fini. Il primo numero
esce il 30 luglio 1945.
In una pagina di diario datata «Giugno 1945» registra alcune sue impressioni sulla ne del con itto:
«Le città nottetempo sono illuminate, le nestre aperte, gli animi tornati ormai alle cose di un tempo
che parevano perdute, il sole vogliamo dire sulle spiagge felici, i suoni di festa dalle aeree logge, le
partenze verso regni favolosi, le avventure di notti lontane, le speranze, i sogni (la luna non fa più
paura). Eppure da un momento all’altro, oggi o domani, domani o dopodomani l’altro, misericordia di
Dio, ma che cosa abbiamo fatto per avere tutto questo? Il silenzio ora regna sulle notti, gli amori,
delicate chitarre, sospiri, canti, schi di locomotive, tenebrose sirene di pirosca illuminati in
partenza, pieni di fatalità. Ma non è un gioco questo, un inganno? Forse che è mutata la nostra
condanna, ch’era così giusta?» (D. Buzzati, In quel preciso momento, Mondadori, Milano 2006, pp. 21-
22). Esce la seconda edizione del Deserto dei Tartari. La pubblica Mondadori, cui Rizzoli ha ceduto i
diritti di ristampa, dopo laboriose trattative.

1946
Esauritasi l’esperienza del «Lombardo», Buzzati torna nel novembre al «Nuovo Corriere della Sera»,
diretto da Mario Borsa.

1947
Il 16 luglio quarantaquattro bambini ospiti di una colonia milanese muoiono annegati ad Albenga per
il naufragio di una motobarca. Buzzati detta alla telescrivente una cronaca divenuta celebre, Tutto il
dolore del mondo in quarantaquattro cuori di mamma («Corriere della Sera», 18 luglio 1947).

1948
Scrive Paura alla Scala, un ampio racconto in forma di parabola in cui rappresenta la paura “dei rossi”
che aveva attanagliato la borghesia milanese dopo l’attentato a Togliatti. Il tema gli era stato proposto
da Arrigo Benedetti, direttore de «L’Europeo». Sul settimanale il racconto esce, in quattro puntate e
come «romanzo breve», tra l’ottobre e il novembre.

1949
È inviato del «Corriere» al seguito del Giro d’Italia, di cui racconta le vicende, incentrate sul duello tra
Bartali e Coppi, con liberi e fantasiosi commenti. Gli articoli di Buzzati, pubblicati dal 18 maggio al 14
giugno, verranno poi raccolti in Dino Buzzati al Giro d’Italia (a cura di C. Marabini, Mondadori,
Milano 1981).
Pubblica un nuovo libro di racconti, Paura alla Scala, sempre presso Mondadori.
Esce la traduzione francese del Deserto: Le Désert des Tartares (traduzione di M. Arnaud, Laffont,
Paris 1949). Farà da apripista alla cospicua fortuna dell’opera buzzatiana tra i lettori francesi. L’editore
Robert Laffont è un ammiratore di Buzzati e svolge un ruolo non secondario nel promuovere
l’affermazione dello scrittore italiano.

1950
Diviene vicedirettore della «Domenica del Corriere», affidata ufficialmente a Eligio Possenti. Manterrà
tale incarico no al 1963. Il suo nome non gura nello staff della redazione, ma di fatto spetta a lui il
compito di sovraintendere alla realizzazione del popolare settimanale (N. Giannetto, Uno scambio di
lettere fra Calvino e Buzzati, in «Studi buzzatiani», I, 1996, p. 103). Verrà citato solo a posteriori nel
numero 1 del 1964, in cui Possenti, abbandonando il suo incarico, ringrazia tra gli altri «Dino Buzzati,
geniale e operoso, che mi fu compagno e vicedirettore dal 1950 ad oggi». È in realtà una sorta di
direttore occulto e dà un taglio suo alla rivista, scrivendo pochissimo, commissionando articoli e
lavorando di no sui titoli e sulle didascalie. Il suo amore per il mestiere e le sue inclinazioni per un
certo côté fantastico-popolare trovano non inadeguato ricetto in quel settimanale di larga diffusione:
la «Domenica» di Buzzati «reste encore entièrement à découvrir pour pouvoir comprendre l’écrivain,
son rapport entre réalité et imagination, son vrai rapport avec le fantastique qui ne passe pas tellement
par Kaa (comme on dit souvent) mais par le féerique italien» (A. Cavallari, Buzzati journaliste, in
Dino Buzzati, cit., p. 272).
Viene pubblicato sulla «Revue de Deux Mondes» un articolo di Marcel Brion, saggista e narratore di
fama, che contribuisce a richiamare l’attenzione sull’autore del Deserto, di cui era uscita l’anno prima
la traduzione francese (M. Brion, Trois écrivains italiens nouveaux, in «Revue de Deux Mondes», 19,
1950, pp. 530-39).
Presso l’editore Neri Pozza di Venezia, Buzzati pubblica In quel preciso momento, una raccolta di prose,
abbozzi, pagine diaristiche.

1953
Il 14 maggio viene rappresentato al Piccolo Teatro di Milano, per la regia di Giorgio Strehler, Un caso
clinico. La pièce ha un esiguo numero di repliche ma è accolta con favorevoli giudizi. Il più autorevole
critico del momento, Silvio D’Amico, la recensisce sul «Tempo» del 22 maggio 1953: «Di Dino Buzzati,
scrittore sui generis, è stato detto fra l’altro che il suo genere sarebbe il “pezzetto”. La verità si è che tra
le sue virtù ci sono quelle del costruttore: e buon naso hanno avuto Paolo Grassi e Giorgio Strehler
quando, non scoraggiati dall’esito dubbio o negativo d’altri tentativi per portare al loro Piccolo Teatro
scrittori di cartello, si sono rivolti al romanziere Dino Buzzati».

1954
Esce presso Mondadori un nuovo volume di racconti, Il crollo della Baliverna, con cui l’autore il 23
ottobre vince il premio Napoli, ex aequo con Cardarelli, premiato per il suo Viaggio di un poeta in
Russia.

1955
Viene presentata a Parigi la commedia Un cas intéressant, trasposizione di Un caso clinico. Autore
dell’adattamento è Albert Camus. L’opera va in scena il 9 marzo al éâtre La Bruyère, con la regia di
Georges Vitaly e alla presenza dello stesso Buzzati. Suscita l’interesse del pubblico e della critica; e si
avvale dell’acuta presentazione di Camus, che con Buzzati stringe un rapporto di amicizia e di
simpatia: «Même lorsque les Italiens passent par la porte étroite que leur montrent Kaa ou
Dostoievski, ils y passent avec tout leur poids de chair. Et leur noirceur rayonne encore. J’ai trouvé
cette simplicité à la fois tragique et familière dans la pièce de Buzzati et j’ai, en tant qu’adaptateur,
essayé de la servir» (in D. Buzzati, Œuvres, Laffont, Paris 1995, p. 697).
Compone il libretto di Ferrovia soprelevata, racconto musicale in sei episodi, con cui si avvia la sua
collaborazione con il musicista Luciano Chailly. L’opera è rappresentata il 1º ottobre al teatro Donizetti
di Bergamo.

1957
Conosce Yves Klein alla galleria Apollinaire di via Brera. Alla sua mostra dedica un resoconto (Blu,
blu, blu) sul «Corriere d’informazione» del 9-10 gennaio.

1958
Esce da Mondadori la raccolta Sessanta racconti, un’antologia personale curata dallo stesso Buzzati
mediante una selezione di pezzi in parte già inclusi in precedenti raccolte. Il libro ottiene il premio
Strega; vince con 135 voti contro i 118 attribuiti a Il soldato di Carlo Cassola. A tale occasione si lega
l’importante intervento di Debenedetti, Dino Buzzati, premio Strega, in «La Fiera letteraria», 20 luglio
1958 (poi in Intermezzo, Mondadori, Milano 1963, pp. 181-89).
Il 1º dicembre alla galleria dei Re Magi, «al pianterreno di un austero palazzetto milanese, con
ingresso ad arco e pusterla, nella Milano che rammenta gli scapigliati, fu inaugurata la prima mostra
del pittore Dino Buzzati» (A. Sala, Dino Buzzati pittore: la frontiera perenne, in Dino Buzzati, cit., p.
307).

1959
Nel marzo va in scena alla Scala di Milano Jeu de cartes di Igor Stravinskij. Buzzati è autore del
bozzetto e dei costumi.
In aprile incontra S.C., la giovane donna che poi diverrà la protagonista di Un amore.
Il 30 settembre viene presentata al teatro Villa Olmo di Como l’opera buffa in un atto Procedura
penale, con musiche di Luciano Chailly.

1960
Pubblica sul «Corriere d’informazione» del 5-6 gennaio un ricordo di Albert Camus (Era un uomo
semplice), che aveva conosciuto alcuni anni prima a Parigi.
Esce a puntate sul settimanale «Oggi», e poi in volume presso Mondadori, il romanzo Il grande
ritratto.
Scrive nel diario, riferendosi alla tormentata liaison che poi narrerà in Un amore: «L’unica, per
salvarmi, è scrivere. Raccontare tutto, far capire il sogno ultimo dell’uomo alla porta della vecchiaia. E
nello stesso tempo lei, incarnazione del mondo proibito, falso, romanzesco e favoloso, ai con ni del
quale era sempre passato con disdegno e oscuro desiderio».
Conosce, in estate, Almerina Antoniazzi, che incontra durante la lavorazione di un servizio
fotogra co per «La Domenica del Corriere».

1961
In una conversazione con Paolo Monelli del febbraio del 1961 rivela alcuni aspetti della sua esperienza
privata: «Ci sono individui [...] che maturano tardi, molto avanti con gli anni. Io debbo essere uno di
quelli. Molte cose non le capisco ancora, altre le ho capite quando non mi serviva più di capirle.
L’amore per la donna, dico l’amore, non l’andarci a letto, le gelosie, le lacrime di passione, il desiderio
di morire o addirittura di uccidersi, il piacere disperato di soffrire per un’ingrata, per un’infedele, tutto
questo l’ho scoperto solo in questi tempi. Non saprei dire se son diventato nalmente maturo, o arrivo
appena adesso ai veri vent’anni» (P. Monelli, Ombre cinesi. Scrittori al girarrosto, Mondadori, Milano
1965, p. 111).
Il 18 giugno muore la madre, Alba Mantovani. «Mia madre era l’unica persona che veramente, se io
facevo qualcosa, se avevo un piccolo successo, ne era felice. E se invece avevo un piccolo dolore, era
veramente infelice. Questo è l’unico tipo di amore – per quello che conosco io – che veramente
realizza in modo perenne (cioè senza squilibri) questa partecipazione meravigliosa, che è proprio
l’amore del prossimo» (Dino Buzzati: un autoritratto, cit., p. 20). La morte e il funerale della madre
producono in Dino un acuto rimorso: le accuse di ingratitudine e di egoismo che rivolge a se stesso si
riverberano nella novella I due autisti («Corriere della Sera», 21 aprile 1963).

1962
Dino si trasferisce nella casa di viale Vittorio Veneto 24. Nello stabile abitano anche il fratello Augusto
e la sorella Nina con il marito Eppe Ramazzotti.

1963
In aprile esce, presso Mondadori, il romanzo Un amore, che suscita discussioni e polemiche. Il 18
aprile si svolge alla galleria del Mulino in via Brera una vivace discussione sul libro, sotto forma di
“processo a Dino Buzzati”.
Il 16 maggio muore Arturo Brambilla. Buzzati dirà a Pana eu, commentando tale perdita: «[...] io
dopo la sua morte in un certo senso sono stato un sopravvissuto. In un certo senso sono subito
diventato vecchio... Sono diventato l’omino che va al cimitero, una sera di novembre...» (Dino Buzzati:
un autoritratto, cit., p. 63).
Comincia un’intensa stagione di viaggi in qualità di inviato speciale. Tra il 19 ottobre e il 18 novembre
è in Giappone. Da Tokyo manda al giornale una serie di corrispondenze. Al suo ritorno si trova
privato del suo incarico di vicedirettore della «Domenica del Corriere».

1964
Nel gennaio è inviato del «Corriere» a Gerusalemme, per seguire il viaggio di Paolo VI. Il ponte ce gli
dimostra stima e considerazione.
In febbraio si reca a New York e a Washington. A tale tour si lega un primo articolo sulla Pop Art: Una
folle camera da letto («Corriere della Sera», 23 febbraio 1964).
In dicembre segue il viaggio del papa a Bombay.

1965
Nella primavera visita Praga. «Mi è piaciuta anche la bellezza di Praga, come città fantastica, benché io
l’abbia vista con della popolazione che dava un senso di grande tristezza e miseria» (Dino Buzzati: un
autoritratto, cit., p. 39). Tra le corrispondenze che invia spicca l’elzeviro Le case di Kaa («Corriere
della Sera», 31 marzo 1965).
In dicembre compie il secondo viaggio a New York, di circa dieci giorni. Approfondisce la conoscenza
degli artisti della Pop Art, di cui visita gli studi. La spedizione è raccontata con humour e con
manciate di aneddoti in tre articoli pubblicati sul «Corriere della Sera» (2, 9, 13 gennaio 1966).
Per l’editore Neri Pozza esce il primo libro di versi, Il capitano Pic e altre poesie. Sul numero 5 del
«Caffè» (5 marzo) compare il poemetto Tre colpi alla porta.

1966
Lavora alla stesura del copione de Il viaggio di G. Mastorna, per un lm che avrebbe dovuto realizzare
Federico Fellini. Il quale si dichiarava ammiratore di vecchia data di Dino: ricordava in particolare
uno dei primi racconti, Lo strano viaggio di Domenico Molo, letto ai tempi del liceo. Tra il ’66 e il ’67 il
lavoro è compiuto ma il lm non verrà mai realizzato.
Esce presso Mondadori Il colombre e altri cinquanta racconti, che comprende testi pubblicati a partire
dal 1960.
Nel maggio espone i suoi dipinti a Milano, presso la galleria Gian Ferrari.
L’8 dicembre sposa nella parrocchia di San Gottardo in Corte Almerina Antoniazzi. Dopo il
matrimonio rimane a vivere nella casa di viale Vittorio Veneto, dove tuttora abita Almerina.

1967
Assume l’incarico di critico d’arte per il «Corriere della Sera», subentrando a Leonardo Borgese. In
tale veste ufficiale (ma si era già variamente ed ecletticamente occupato, soprattutto sulle colonne del
«Corriere d’Informazione», di artisti e pittori) esordisce con È arrivata l’arte Funk («Corriere della
Sera», 13 ottobre 1967).

1969
Vara la pagina settimanale «Il mondo dell’arte», che dirigerà no agli ultimi mesi di vita. Il primo
numero si apre con un breve editoriale siglato «d.b.», E se fosse ancora viva («Corriere della Sera», 26
gennaio 1969).
Pubblica presso Mondadori Poema a fumetti.

1970
Gli viene assegnato il premio giornalistico Mario Massai per gli articoli pubblicati sul «Corriere» nel
1969, a commento dello sbarco dei primi astronauti sulla Luna.
Dipinge gli ex voto della serie I miracoli di Val Morel. La mostra delle tavole buzzatiane si tiene in
settembre a Venezia, nella galleria Il Naviglio.

1971
Nel febbraio avverte i primi sintomi della malattia, un tumore al pancreas.
In estate registra al magnetofono una lunga serie di colloqui con Yves Pana eu, che da quel materiale
trarrà il libro-intervista Dino Buzzati: un autoritratto (Mondadori, Milano 1973).
Esce presso Mondadori l’ultima raccolta di racconti e di elzeviri, Le notti difficili. Il libro non è accolto
dalla critica con particolari consensi. Anche Giorgio Bocca pubblica una recensione in cui, pur
riconoscendo il talento dello scrittore, ripropone le obiezioni allora correnti sulla sua posizione
ideologica: ostile al nuovo e fedele al genere della favola, Buzzati rischierebbe «di stare oggettivamente
dalla parte di coloro i quali vogliono che tutto stia fermo com’è per non perdere uno solo dei loro
privilegi» (G. Bocca, I rischi e i timori di un reazionario, in «Il Giorno», 27 ottobre 1971).
Le sue condizioni di salute si aggravano progressivamente. «Giorno per giorno lo abbiamo visto
allontanarsi come l’eroe di uno dei suoi racconti fuori del tempo e dello spazio: sempre più solo,
sempre più ombra, bisbiglio, sussurro. Sapeva tutto, prima ancora che lo sapessero i medici. Sin
d’allora si era ritirato nella sua inaccessibile spiaggia, e rispondeva ai nostri richiami ghiacciandoci
sulla bocca le pietose menzogne di cui li condivamo» (I. Montanelli, Lo stile di una vita, in «Corriere
della Sera», 29 gennaio 1972).
Dal diario, 1º dicembre: «[...] e invece adesso la storia è terminata, sta per terminare tra l’assoluta
indifferenza del pubblico pagante che per me non ha mai pagato mezzo soldo, è freddo, è il principio
di dicembre, farò in tempo a vedere il Natale?».
Pubblica sul «Corriere della Sera» dell’8 dicembre il suo ultimo elzeviro, Alberi. Nello stesso giorno
viene ricoverato nella clinica La Madonnina di Milano.

1972
Muore il 28 gennaio, alle quattro e venti del pomeriggio.

(a cura di Giulio Carnazzi)


Bibliogra a

Opere di Dino Buzzati


ROMANZI E RACCONTI

Bàrnabo delle montagne, Treves-Treccani-Tumminelli, Milano-Roma 1933 (poi Garzanti, Milano


1949).
Il segreto del Bosco Vecchio, Treves-Treccani-Tumminelli, Milano-Roma 1935 (poi Garzanti, Milano
1957).
Il deserto dei Tartari, Rizzoli, Milano-Roma 1940 (poi Mondadori, Milano 1945).
I sette messaggeri, Mondadori, Milano 1942.
La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Rizzoli, Milano 1945 (poi Martello, Milano 1958).
Il libro delle pipe, in collaborazione con G. Ramazzotti e con disegni degli autori, Antonioli, Milano
1945 (poi Martello, Milano 1966).
Paura alla Scala, Mondadori, Milano 1949.
In quel preciso momento, Neri Pozza, Vicenza 1950 (2 a ed. accresciuta 1955; 3 a ed. Mondadori,
Milano 1963).
Il crollo della Baliverna, Mondadori, Milano 1954.
Esperimento di magia. 18 racconti, Rebellato, Padova 1958.
Sessanta racconti, Mondadori, Milano 1958.
Egregio signore, siamo spiacenti di..., con illustrazioni di Siné, Elmo, Milano 1960 (poi con il titolo
Siamo spiacenti di, con introduzione di D. Porzio, Mondadori, Milano 1975).
Il grande ritratto, Mondadori, Milano 1960.
Un amore, Mondadori, Milano 1963.
Il colombre e altri cinquanta racconti, Mondadori, Milano 1966.
La boutique del mistero, Mondadori, Milano 1968.
Poema a fumetti, Mondadori, Milano 1969.
Le notti difficili, Mondadori, Milano 1971.
I miracoli di Val Morel, Garzanti, Milano 1971 (1 a ed. nel catalogo Miracoli inediti di una santa,
Edizioni del Naviglio, Milano 1970; poi Per grazia ricevuta, GEI , Milano 1983).
Romanzi e racconti, a cura di G. Gramigna, Mondadori, Milano 1975 (“I Meridiani”).
180 racconti, con una presentazione di C. Della Corte, Mondadori, Milano 1982.
Il reggimento parte all’alba, con una prefazione di I. Montanelli e uno scritto di G. Piovene, Frassinelli,
Milano 1985.
Il meglio dei racconti, a cura di F. Roncoroni, Mondadori, Milano 1990.
Lo strano Natale di Mr. Scrooge e altre storie, a cura di D. Porzio, Mondadori, Milano 1990.
Bestiario, a cura di C. Marabini, Mondadori, Milano 1991.
Opere scelte, a cura di G. Carnazzi, Mondadori, Milano 1998 (“I Meridiani”).

POESIA

Il capitano Pic e altre poesie, Neri Pozza, Vicenza 1965 (poi in Le poesie, Neri Pozza, Vicenza 1982).
Scusi, da che parte per Piazza del Duomo?, in G. Pirelli – C. Orsi, Milano, Al eri, Milano 1965 (poi in
Due poemetti, Neri Pozza, Vicenza 1967; quindi in Le poesie, cit.).
Tre colpi alla porta, in «Il Caffè», n. 5, 1965 (poi in Due poemetti, cit.; quindi in Le poesie, cit.).

TEATRO

La rivolta contro i poveri, in «I quaderni di “Film”», 1946.


Un caso clinico, Mondadori, Milano 1953.
Drammatica fine di un noto musicista, in «Corriere d’informazione», 3-4 novembre 1955.
Sola in casa, in «L’Illustrazione italiana», maggio 1958, pp. 75-80.
Le finestre, in «Corriere d’informazione», 13-14 giugno 1959.
Un verme al Ministero, in «Il dramma», aprile 1960, pp. 15-48.
Il mantello, in «Il dramma», giugno 1960, pp. 37-47.
I suggeritori, in «Documento Moda 1960», Milano 1960.
L’uomo che andrà in America, in «Il dramma», giugno 1962, pp. 5-37 (poi in L’uomo che andrà in
America. Una ragazza arrivò, Bietti, Milano 1968).
La colonna infame, in «Il dramma», dicembre 1962, pp. 33-61.
La fine del borghese, Bietti, Milano 1968.
L’aumento, in «Carte segrete», VI, n. 19, luglio-settembre 1972, pp. 73-85 (l’atto unico, del 1961, è
preceduto da una nota di L. Pascutti).
Un caso clinico e altre commedie in un atto, a cura di G. Davico Bonino, Mondadori, Milano 1985
(“Oscar Teatro e Cinema”).
Teatro, a cura di G. Davico Bonino, Mondadori, Milano 2006 (raccoglie tutti i testi teatrali).

LIBRETTI PER MUSICA

Ferrovia soprelevata, Edizioni della Rotonda, Bergamo 1955 (poi Ferriani, Milano 1960).
Procedura penale, Ricordi, Milano 1959.
Il mantello, Ricordi, Milano 1960.
Battono alla porta, Suvini-Zerboni, Milano 1963.
Era proibito, Ricordi, Milano 1963.

SCRITTI GIORNALISTICI IN VOLUME

Cronache terrestri, a cura di D. Porzio, Mondadori, Milano 1972.


I misteri d’Italia, Mondadori, Milano 1978.
Dino Buzzati al Giro d’Italia, a cura di C. Marabini, Mondadori, Milano 1981.
Cronache nere, a cura di O. Del Buono, eoria, Roma-Napoli 1984.
Le montagne di vetro, a cura di E. Camanni, Vivalda, Torino 1989.
Il buttafuoco. Cronache di guerra sul mare, Mondadori, Milano 1992.
La «nera» di Dino Buzzati, 2 voll., a cura di L. Viganò, Mondadori, Milano 2002.
Le cronache fantastiche, 2 voll., a cura di L. Viganò, Mondadori, Milano 2003.
Il panettone non bastò, a cura di L. Viganò, Mondadori, Milano 2004.
Sulle Dolomiti. Scritti dal 1932 al 1970, a cura di M.A. Ferrari, Editoriale Domus, Rozzano 2005.

PREFAZIONI E ALTRI SCRITTI

Ritratto con battaglia, in AA.VV., Prime storie di guerra, a cura di A. Cappellini, Rizzoli, Milano-Roma
1942, pp. 39-50.
Difficoltà di Verdi, in AA.VV., Giuseppe Verdi, a cura di F. Abbiati, Milano s.d. [ma 1951], pp. 79-81
(pubblicazione del Teatro alla Scala per le onoranze a Giuseppe Verdi nel cinquantenario della
morte).
Prefazione a G. Supino, La vera storia di Galatea, Ceschina, Varese-Milano 1962.
Milano, in AA.VV., Lo stivale allo spiedo. Viaggio attraverso la cucina italiana, a cura di P. Accolti e
G.A. Cibotto, Canesi, Roma s.d. [ma 1964], pp. 75-81.
Come fece Erostrato, in AA.VV., Quando l’Italia tollerava, a cura di G. Fusco, Canesi, Roma 1965, pp.
101-106.
Il maestro del Giudizio universale, in L’opera completa di Bosch, con apparati critici e lologici di M.
Cinotti, Rizzoli, Milano 1966 (“Classici dell’arte”).
Prefazione ad A. Pigna, Miliardari in borghese, Mursia, Milano 1966.
Week-End, in F.S. Borri, Il Cimitero Monumentale di Milano, Arti Gra che E. Marazzi, Milano 1966,
pp. 71-75.
Prefazione ad A. Giannini, Il brevetto, con tredici disegni di D. Buzzati, Longanesi, Milano 1967.
Prefazione a M.R. James, Cuori strappati, Bompiani, Milano 1967 (“Il pesanervi”).
Testimonianza di due amici, in A. Brambilla, Diario, a cura di F. Brambilla Ageno e A. Brambilla,
Mondadori, Milano 1967.
Disegno e fotografia, in Trieste e il Carso nelle tavole di Achille Beltrame della «Domenica del Corriere»
(1915-1918), All’insegna del pesce d’oro, Milano 1968, pp. 10-16.
Prefazione a D. Manzella, L’incontro giusto, Bietti, Milano 1968.
Prefazione a W. Disney, Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni, Mondadori, Milano 1968.
Introduzione ad A. Sala, Il giusto verso, Rusconi, Milano 1970.
Un nobile addio, introduzione a W. Bonatti, I giorni grandi, Mondadori, Milano 1971.
Prefazione a E.R. Burroughs, Tarzan delle scimmie, Giunti, Firenze 1971.
Prefazione ad A. Pasetti, L’ora delle lucertole, Bietti, Milano 1971.
Il giornale segreto, con prefazione di G. Schiavi, Fondazione Corriere della Sera, Rizzoli, Milano 2006.

LETTERE

D. Buzzati, Lettere a Brambilla, a cura di L. Simonelli, De Agostini, Novara 1985 (cfr. M. Depaoli, Il
«Fondo Buzzati», in «Autografo», vol. VII, n.s., n. 19, febbraio 1990, pp. 101-108).
—, Il figlio della notte. Lettere inedite di Dino Buzzati ad Arturo Brambilla, a cura di M. Depaoli, in
«Autografo», vol. VIII, n.s., n. 23, giugno 1991, pp. 50-67.
N. Giannetto, Uno scambio di lettere fra Calvino e Buzzati, in «Studi buzzatiani», I, 1996, pp. 99-112.
—, «Di solito ciò che si scrive su di me mi annoia terribilmente...»: una lettera inedita di Buzzati sul libro
dedicatogli da Gianfranceschi, in «Studi buzzatiani», II, 1997, pp. 164-72.
—, «Sono arrivato all’ultimo capitolo...»: una preziosa lettera di Dino Buzzati a Franco Mandelli a
proposito di «Un amore», in «Studi buzzatiani», VI, 2001, pp. 95-98.

Bibliografia della critica

BIBLIOGRAFIE E RASSEGNE DI STUDI

A. Marasco, Buzzati nella critica dal 1967 ad oggi (con nota bio-bibliogra ca), in «Annali della Facoltà
di Magistero dell’Università degli Studi di Lecce», II, 1972-1973, pp. 3-46.
N. Giannetto, Bibliografia della critica buzzatiana, in Il coraggio della fantasia. Studi e ricerche intorno
a Dino Buzzati, Arcipelago, Milano 1989, pp. 106-51.
G. Fanelli, Dino Buzzati. Bibliografia della critica (1933-1989), Quattroventi, Urbino 1990.
C. Bianchini, Bibliografia della critica buzzatiana 1989-1994, in «Studi buzzatiani», I, 1996, pp. 173-
203.
N. Giannetto, Il caso Buzzati, in Il sudario delle caligini. Significati e fortune dell’opera buzzatiana,
Olschki, Firenze 1996, pp. 225-52.
L’aggiornamento della bibliogra a della critica buzzatiana per gli anni successivi (dal 1995 in poi) è
pubblicato annualmente dalla rivista «Studi buzzatiani», edita dagli Istituti editoriali e poligra ci
internazionali di Pisa e Roma.

PROFILI BIOGRAFICI E TESTIMONIANZE

E. Montale, L’artista dal cuore buono, in «Corriere della Sera», 29 gennaio 1972 (poi in Il secondo
mestiere. Prose 1920-1979, a cura di G. Zampa, Mondadori, Milano 1996, p. 2991).
I. Montanelli, Lo stile di una vita, in «Corriere della Sera», 29 gennaio 1972.
D. Porzio, Buzzati nel grande deserto, in «Epoca», 6 febbraio 1972.
Y. Pana eu, Dino Buzzati: un autoritratto, Mondadori, Milano 1973.
AA.VV., Il mistero in Dino Buzzati, a cura di R. Battaglia, Rusconi, Milano 1974.
A. Buzzati – G. Le Noci, Il pianeta Buzzati, Apollinaire, Milano 1974.
G. Piovene, Avvisi di partenza, in «il Giornale», 30 ottobre 1974 (poi in D. Buzzati, Il reggimento parte
all’alba, cit., pp. VII-X).
G. Grieco, «Mio marito Dino Buzzati», in «Gente», 17 ottobre 1980 (la ricostruzione biogra ca
prosegue poi nei numeri successivi: 24, 31 ottobre, 7, 14, 21, 28 novembre, 5, 12, 19 dicembre).
A. Montenovesi, Dino Buzzati, Veyrier, Paris 1984.
AA.VV., Dino Buzzati. Vita & colori, Mostra antologica: dipinti, acquarelli, disegni, manoscritti
(catalogo della mostra di Cencenighe, Belluno, 28 giugno - 14 settembre 1986), a cura di R.
Marchi, Overseas, Milano 1986.
G. Afeltra, Famosi a modo loro, Rizzoli, Milano 1988, pp. 47-49.
M. Carlino, voce “Buzzati Traverso, Dino”, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. XXXIV, Istituto
della Enciclopedia Italiana, Roma 1988, pp. 567-71.
G. Ioli, Nota biogra ca in Dino Buzzati, Mursia, Milano 1988, pp. 203-15.
Y. Pana eu, Les miroirs éclatés, Pana eu, Paris 1988.
G. Afeltra, Lungo viaggio di Dino verso la notte, in «Corriere della Sera», 27 gennaio 1992.
G. Soavi, Buzzati, narratore di quadri, in «il Giornale», 18 maggio 1995.
L. Viganò (a cura di), Album Buzzati, Mondadori, Milano 2006.

MONOGRAFIE E STUDI DI AMBITO GENERALE

E. Bigi, Romanzi e racconti di Dino Buzzati, in «Saggi di Umanesimo Cristiano», V, n. 3, settembre


1950, pp. 26-31.
R. Bertacchini, Dino Buzzati, in AA.VV., Letteratura italiana. I contemporanei, vol. II, Marzorati,
Milano 1963, pp. 1397-1411 (poi in AA.VV., Novecento. I contemporanei, a cura di G. Grana, vol.
VI, Marzorati, Milano 1979, pp. 5633-59).
W. Pedullà, Buzzati scivola nel buonsenso, in «Avanti!», 28 giugno 1966 (poi in La letteratura del
benessere, Edizioni Scienti che Italiane, 1968, pp. 200-203; 2 a ed. Bulzoni, Roma 1973).
F. Gianfranceschi, Dino Buzzati, Borla, Torino 1967.
C. Marabini, Dino Buzzati, in «Nuova Antologia», CII, fasc. 1999, luglio 1967, pp. 357-77 (poi in Gli
Anni Sessanta: narrativa e storia, Rizzoli, Milano 1969, pp. 113-33).
E. Kanduth, Wesenzüge der modernen Italienischen. Erzählliterature. Gehälte und Gestaltung bei
Buzzati, Piovene und Moravia, Winter, Heidelberg 1968.
AA.VV., Dino Buzzati. Un caso a parte, Delta, Roma 1971.
C. Garboli, Dino delle montagne, in «Il Mondo», 21 gennaio 1972.
C. Bo, Buzzati e il tarlo delle verità, in «Nuova Antologia», CVII, vol. 514, fasc. 2054, febbraio 1972,
pp. 147-50.
A. Veronese Arslan, Invito alla lettura di Buzzati, Mursia, Milano 1974 (4 a ed. aggiornata 1993).
G. Gramigna, Introduzione a D. Buzzati, Romanzi e racconti, cit.
AA.VV., Omaggio a Dino Buzzati scrittore pittore alpinista (Atti del Convegno, Cortina d’Ampezzo,
18-24 agosto 1975), a cura del Circolo Stampa Cortina, Mondadori, Milano 1977.
I. Crotti, Dino Buzzati, La Nuova Italia, Firenze 1977.
A. Lagoni Danstrup, Dino Buzzati et le rapport dialectique de la littérature fantastique avec l’individu et
la société, in «Cahiers Dino Buzzati», n. 3, 1979, pp. 71-116.
B. Baumann, Dino Buzzati. Untersuchungen zur ematik in seinem Erzählwerk, Winter, Heidelberg
1980.
E. Gioanola, Dino Buzzati, in AA.VV., Letteratura italiana contemporanea, vol. II, Lucarini, Roma
1980, pp. 819-28.
M.B. Mignone, Anormalità e angoscia nella narrativa di Dino Buzzati, Longo, Ravenna 1981.
AA.VV., Dino Buzzati (Atti del Convegno di Venezia, Fondazione Cini, 3-4 novembre 1980), a cura di
A. Fontanella, Olschki, Firenze 1982.
A. Zanzotto, Per Dino Buzzati, in AA.VV., Dino Buzzati, cit., pp. 77-82 (poi in Aure e disincanti del
Novecento letterario, Mondadori, Milano 1994, pp. 242-47).
A. Laganà Gion, Dino Buzzati. Un autore da rileggere, Corbo e Fiore, Venezia-Belluno 1983.
S. Jacomuzzi, «Questa quiete assoluta»: la montagna di Buzzati e la letteratura alpinistica, in AA.VV.,
Montagna e letteratura, a cura di A. Audisio e R. Rinaldi, Museo nazionale della Montagna, Torino
1983, pp. 217-28.
M. Carlino, Autour de quelques constantes du style narratif de Dino Buzzati, in «Cahiers Dino Buzzati»,
n. 6, 1985, pp. 249-66.
A. Veronese Arslan, voce “Buzzati, Dino”, in AA.VV., Dizionario critico della letteratura italiana,
diretto da V. Branca, vol. I, Utet, Torino 1986 (2 a ed.), pp. 445-49.
G. Bàrberi Squarotti, Invenzione e allegoria: il «fantastico» degli anni Trenta, in La forma e la vita: il
romanzo del Novecento, Mursia, Milano 1987, pp. 208-41.
C. Toscani, Guida alla lettura di Buzzati, Mondadori, Milano 1987.
G. Ioli, Dino Buzzati, Mursia, Milano 1988.
N. Giannetto, Il coraggio della fantasia, cit.
V. Anglard, Technique de la nouvelle chez Buzzati, Pierre Bordas et ls, Paris 1990.
M.-H. Caspar, Fantastique et mythe personnel dans l’oeuvre de Dino Buzzati, Editions Européennes
Erasme, La Garenne - Colombes 1990.
M. Suffran – Y. Pana eu, Buzzati. Suivi des entretiens Dino Buzzati - Yves Panafieu, La Manifacture,
Besançon 1991.
AA.VV., Il pianeta Buzzati (Atti del Convegno internazionale, Feltre e Belluno, 12-15 ottobre 1989), a
cura di N. Giannetto, Mondadori, Milano 1992.
A. Biondi, Metafora e sogno: la narrativa di Buzzati fra «Italia magica» e «surrealismo italiano», in
AA.VV., Il pianeta Buzzati, cit., pp. 15-59.
I. Crotti, Tre voci sospette: Buzzati, Piovene, Parise, Mursia, Milano 1994.
S. Lazzarin, Immagini del mondo e memoria letteraria nella narrativa buzzatiana, in «Narrativa», n. 6,
giugno 1994, pp. 139-54.
C. Lardo, L’universo tangente. Una lettura della narrativa di Dino Buzzati, Nuova Cultura, Roma 1994
(2 a ed. 1996).
Y. Pana eu, Le mystère Buzzati. Dédales et labyrinthes. Masques et contradictions, Y.P. Éditions,
Liancourt - St Pierre 1995.
N. Giannetto, Il sudario delle caligini, cit.
G. Cavallini, Buzzati. Il limite dell’ombra, Studium, Roma 1997.
S. Lazzarin, Preliminari a uno studio dell’intertestualità buzzatiana, in «Italianistica», XXVI, n. 2,
maggio-agosto 1997, pp. 303-11.
AA.VV., Dino Buzzati, a cura di F. Siddell, numero monogra co di «Spunti e ricerche», rivista del
dipartimento di Italianistica dell’Università di Melbourne, n. 13, 1998.
AA.VV., Buzzati giornalista, Atti del Congresso internazionale, a cura di N. Giannetto, Mondadori,
Milano 2000.
P. Biaggi, Buzzati. I luoghi del mistero, Edizioni Messaggero, Padova 2001.
AA.VV., Dino Buzzati trent’anni dopo, a cura di M.-H. Caspar, numero monogra co di «Narrativa»,
rivista del dipartimento di Italianistica dell’Università di Parigi X, n. 23, maggio 2002.
P. Dalla Rosa, Dove qualcosa sfugge: lingua e luoghi di Buzzati, Istituti editoriali e poligra ci
internazionali, Pisa-Roma 2004.
AA.VV., La saggezza del mistero. Saggi su Dino Buzzati, Ibiskos Editrice, Risolo, Empoli 2006.
L. Bellaspiga, Dio che non esisti ti prego. Dino Buzzati, la fatica di credere, Ancora Editrice, Milano
2006.
M. Trevisan, Dino Buzzati, l’alpinista, Istituti editoriali e poligra ci internazionali, Pisa-Roma 2006.
L. Cremonesi, Il nemico invincibile. Diari e reportage di Dino Buzzati, in Dai nostri inviati. Inchieste,
guerre ed esplorazioni nelle pagine del Corriere della Sera, Fondazione Corriere della Sera, Rizzoli,
Milano 2008.
S. Lazzarin, Fantasmi antichi e moderni. Tecnologia e perturbante in Buzzati e nella letteratura
fantastica otto-novecentesca, Fabrizio Serra Editore, Pisa-Roma 2008.
C. Posenato, Il «Bestiario» di Dino Buzzati, Gli inchiostri Associati, Bologna 2010.
A partire dal 1977 l’Association Internationale des Amis de Dino Buzzati ha pubblicato la serie dei già
citati «Cahiers Dino Buzzati». Nel complesso i nove volumi usciti tra il ’77 e il ’94 raccolgono un
notevole corpus di testimonianze, documenti, interpretazioni critiche. I numeri 2, 4, 5, 6, 7 e 9 sono
dedicati quasi interamente agli atti dei «colloques» organizzati dall’Associazione. Tale eredità è stata
raccolta, per iniziativa del Centro studi Buzzati di Feltre, dalla rivista «Studi buzzatiani».

SULLE PRIME OPERE NARRATIVE

M. Brion, Préface a Bàrnabo des montagnes – Le secret du Bosco Vecchio, Laffont, Paris 1959.
S. Jacomuzzi, I primi racconti di Buzzati: il tempo dei messaggi, in AA.VV., Dino Buzzati, cit., pp. 99-
119.
F. Spera, Modelli narrativi del primo Buzzati, in AA.VV., Dino Buzzati, cit., pp. 87-98.
M.-H. Caspar, Récit iniziatique et discours sur la violence du pouvoir (Il segreto del Bosco Vecchio),
Université de Paris X, Nanterre 1982.
F. Livi, «Bàrnabo des montagnes»: genèse d’une mithologie, in «Cahiers Dino Buzzati», n. 5, 1982, pp.
63-73.
F. Schettino, Le pouvoir de l’écriture dans «Bàrnabo delle montagne», in «Cahiers Dino Buzzati», n. 6,
1985, pp. 229-48.
A. Colombo, «Un linguaggio universalmente comprensibile». Correzioni e varianti nei primi racconti di
Buzzati, DBS , Seren del Grappa 1996.

SU «IL DESERTO DEI TARTARI»

P. Pancrazi, «Il deserto dei Tartari», in «Corriere della Sera», 2 agosto 1940 (poi in Ragguagli di
Parnaso, vol. III, Ricciardi, Milano-Napoli 1967, pp. 137-40).
E. De Michelis, Letteratura narrativa, in «La Nuova Italia», XII, 1, gennaio 1941, pp. 28-31 (poi in
Narratori al quadrato, Nistri-Lischi, Pisa 1962, pp. 159-64).
M. Brion, Trois écrivains italiens nouveaux, in «La Revue des Deux Mondes», 1º ottobre 1950, n. 19,
pp. 530-39.
F. Livi, Le désert des Tartares. Analyse critique, Hatier, Paris 1973.
M. Carlino, Come leggere «Il deserto dei Tartari» di Dino Buzzati, Mursia, Milano 1976.
M. Suffran, Bastiani ou le For intérieur. Racines et prolongements mythiques de l’oeuvre de Dino Buzzati,
in «Cahiers Dino Buzzati», n. 3, 1979, pp. 119-37.
I. Calvino, Quel deserto che ho attraversato anch’io, in «la Repubblica», 1º novembre 1980 (ora in Saggi
1945-1985, a cura di M. Barenghi, Mondadori, Milano 1995, pp. 1012-15).
AA.VV., Analyses et réfléctions sur «Le Désert des Tartares» de Dino Buzzati. La fuite du temps,
Marketing, Paris 1981.
AA.VV., Lectures de «Le Désert des Tartares» de Dino Buzzati, Belin, Paris 1981.
G. Amoroso, Una «rientrata avventura»: Il deserto dei Tartari, in «Humanitas», XXXVI, 2, aprile 1981,
pp. 270-74.
A. Biondi, Il Tempo e l’Evento (tre momenti della narrativa buzzatiana), in «Il Contesto», nn. 4-6, 1981,
pp. 307-20.
S. Jacomuzzi, 1939: l’armata del Nord davanti al Deserto dei Tartari. Per una rilettura del romanzo di
Dino Buzzati, in «Sigma», 1, gennaio 1981, pp. 56-68 (poi in Sipari ottocenteschi e altri studi,
Tirrenia, Torino 1987, pp. 255-68).
G. Nascimbeni, Buzzati: i Tartari in mezzo a noi, in Il calcolo dei dadi. Storie di uomini e di libri,
Bompiani, Milano 1984, pp. 233-36.
G. Bàrberi Squarotti, La fortezza e la forma: «Il deserto dei Tartari», in AA.VV., Dino Buzzati, cit. (poi
in La forma e la vita: il romanzo del Novecento, Mursia, Milano 1987, pp. 133-48).
J.L. Borges, Prólogo, in D. Buzzati, El desierto de los tártaros, Hyspamérica Ediciones, Buenos Aires
1985, p. 9.
D. Unfer, Il deserto del tempo e le frontiere del desiderio. Una lettura del «Deserto dei Tartari», in
«Inventario», XXIII, n. 15, settembre-dicembre 1985, pp. 97-116.
G. Fanelli, Le tre edizioni del «Deserto dei Tartari», in «Il lettore di provincia», XIX, n. 71, 1988, pp. 22-
31.
G. Afeltra, Il tenente Drogo dal «lei» al «voi», in «Corriere della Sera», 20 settembre 1990.
A. Mariani, «Il deserto dei Tartari» di Dino Buzzati ed «Aspettando i Barbari» di J.M. Coetzee: il tema
dell’attesa, in AA.VV., Lingua e letteratura italiana nel mondo oggi (Atti del XIII Congresso AISL-LI ,
Perugia, 30 maggio - 3 giugno 1988), a cura di I. Baldelli e B.M. Da Rif, vol. II, Olschki, Firenze
1991, pp. 481-88.

SU «SESSANTA RACCONTI»

A. Bocelli, Racconti di Buzzati, in «Il Mondo», 1º luglio 1958.


E. Cecchi, «Sessanta racconti», in «Corriere della Sera», 10 luglio 1958 (poi in Letteratura italiana del
Novecento, vol. II, Mondadori, Milano 1972, pp. 1006-11).
G. Debenedetti, Dino Buzzati, premio Strega, in «La Fiera letteraria», 20 luglio 1958 (poi, con il titolo
Buzzati e gli sguardi del «Di qua», in Intermezzo, Mondadori, Milano 1963, pp. 181-89).
P. Milano, Dino Buzzati o il brivido borghese, in «L’Espresso», 20 luglio 1958 (poi in Il lettore di
professione, Feltrinelli, Milano 1960, pp. 321-24).
C. Varese, Scrittori d’oggi, in «Nuova Antologia», XCIV, fasc. 1897, gennaio-aprile 1959, pp. 119-23.
L. Bianciardi, Prefazione a D. Buzzati, Sessanta racconti, Club degli Editori, Milano 1969.
N. Bonifazi, Dino Buzzati e la «catastrofe», in Teoria del fantastico e il racconto «fantastico» in Italia:
Tarchetti-Pirandello-Buzzati, Longo, Ravenna 1982, pp. 141-70.
P.L. Cerisola, I «Sessanta racconti» di Dino Buzzati, in «Testo», nn. 6-7, gennaio-giugno 1984, pp. 56-
69.
E. Esposito, «Il cane che ha visto Dio» di Dino Buzzati, in «Narrativa», n. 6, giugno 1994, pp. 5-14.
N. Giannetto, Sessanta racconti e una lingua da scoprire, in Il sudario delle caligini, cit., pp. 167-223.

SU «UN AMORE»

G. Piovene, Il nuovo sorprendente romanzo di Dino Buzzati, poeta bambino, in «La Stampa», 10 aprile
1963.
E. Montale, «Un amore», in «Corriere della Sera», 18 aprile 1963 (ora in Il secondo mestiere. Prose
1920-1979, cit., p. 2567).
A. Bonsanti, Un amore di Buzzati, in «La Nazione», 23 aprile 1963.
G. Vigorelli, Un atto di coraggio, in «Il Tempo», 4 maggio 1963.
P. Citati, I gentili automi di Buzzati, in «Il Giorno», 15 maggio 1963.
G. Pullini, Buzzati, «Un amore», in «Comunità», XVII, 106, maggio 1963 (poi in Volti e risvolti del
romanzo italiano contemporaneo, Mursia, Milano 1971, pp. 152-54).
—, «Il deserto dei Tartari» e «Un amore»: due romanzi in rapporto speculare fra metafora e realtà, in
AA.VV., Dino Buzzati, cit., pp. 169-93.
V. Volpini, Un compiacimento decadente, in «Il Popolo», 12 giugno 1963.
D. Fernandez, La call-girl, in «L’Express», 19 marzo 1964.
M. Brion, Un roman d’amour de Dino Buzzati, in «Le Monde», 4 aprile 1964.
A. Biondi, Il Tempo e l’Evento, cit., pp. 320-28.
G. Bàrberi Squarotti, L’ora dell’alba e la città, in AA.VV., Il pianeta Buzzati, cit., pp. 151-74.

SU «IN QUEL PRECISO MOMENTO»

Per la bibliogra a storica si rimanda al libro di G. Fanelli, Dino Buzzati. Bibliografia della critica: 1933-
1989, Quattroventi, Urbino 1990, e ai successivi aggiornamenti pubblicati su «Studi buzzatiani».
F. Linari, Dalla narrativa al diario: strutture diaristiche nella raccolta buzzatiana «In quel preciso
momento», in «Studi buzzatiani», V, 2000.
L. Viganò, Introduzione a D. Buzzati, In quel preciso momento, Mondadori, Milano 2006.

SUL TEATRO

S. D’Amico, «Un caso clinico» al Piccolo Teatro di Milano, in «Il Tempo», 22 maggio 1953 (poi in
Cronache del Teatro, a cura di E.F. Palmieri e S. D’Amico, vol. II, Laterza, Bari 1964, pp. 785-88).
R. De Monticelli, «Un caso clinico» di Dino Buzzati, in «L’Illustrazione italiana», giugno 1953, n. 6, p.
49.
A. Camus, «Le Cheval Dino Buzzati», in «Combat», 10 marzo 1955.
G. Marcel, Le théâtre. Un cas intéressant, «Les Nouvelles Littéraires», 24 marzo 1955.
M. Esslin, e eatre of the Absurd, Anchor Books, London 1961 (trad. it. Il teatro dell’assurdo, Abete,
Roma 1975, pp. 240-41).
F. Grisi, «Ferrovia soprelevata», in Incontri in libreria, Ceschina, Milano 1961, pp. 71-78.
Y. Pana eu, anatopraxis, in «Cahiers Dino Buzzati», n. 1, 1977, pp. 85-134 (poi in Les miroirs
éclatés, cit., pp. 458-66).
R. Bertacchini, L’«assurdo» teatrale di Buzzati, in AA.VV., Novecento, a cura di G. Grana, vol. X,
Marzorati, Milano 1980, pp. 9954-65.
P.L. Cerisola, Il teatro dell’assurdo: Dino Buzzati, in «Testo», n. 12, luglio-dicembre 1986, pp. 99-112.
L. Chailly, Buzzati in musica, EDA , Torino 1987.
N. Giannetto, Buzzati a teatro. Rassegna, in «Quaderni Veneti», n. 14, dicembre 1991, pp. 117-46.
P. Puppa, Il teatro di Buzzati: modelli vecchi e stimoli nuovi, in AA.VV., Il pianeta Buzzati, cit., pp. 307-
18.
—, Buzzati: la lingua in scena, in AA.VV., Dino Buzzati: la lingua, le lingue (Atti del Convegno
internazionale, Feltre e Belluno, 26-29 settembre 1991), a cura di N. Giannetto, con la
collaborazione di P. Dalla Rosa e I. Pilo, Mondadori, Milano 1994, pp. 55-64.
M. Marcone, Su Buzzati librettista e la sua collaborazione con Luciano Chailly: l’esperienza di
«Procedura penale», in «Studi buzzatiani», I, 1996, pp. 27-43.

SULL’OPERA POETICA

C. Marabini, Buzzati poeta, in «Il Resto del Carlino», 10 marzo 1965.


G. Gramigna, Il capitano trova la rima (su alcuni aspetti della poesia di Buzzati), in AA.VV., Dino
Buzzati, cit., pp. 321-30.
B. Pento, Prosa in versi di Buzzati, in «Letteratura», nn. 91-92, gennaio-aprile 1968, pp. 147-49.
F. Bandini, Scheda bibliogra ca in D. Buzzati, Le poesie, Neri Pozza, Vicenza 1982.
A. Sala, Quando Buzzati scriveva versi, in «Corriere della Sera», 11 luglio 1982.
P. Corbo, Buzzati poeta, in «Margo», IV, 7, dicembre 1991, pp. 54-65.

SU «POEMA A FUMETTI» E SULL’ULTIMO BUZZATI

G. Nascimbeni, Buzzati a fumetti, in «Epoca», 19 ottobre 1969.


V. Lisiani, L’Aldilà di Dino Buzzati, in «La Notte», 13 novembre 1969.
E. Falqui, I fumetti di Buzzati, in «Il Tempo», 14 novembre 1969.
I. Montanelli, L’ultimo Buzzati, in «Corriere della Sera», 15 novembre 1969.
C. Della Corte, Orfeo a fumetti nella Milano-pop dell’ultimo Buzzati, in «Il Gazzettino», 16 novembre
1969.
F. Giannessi, Orfeo ed Euridice oggi, a fumetti, in «La Stampa», 16 novembre 1969.
C. Marabini, È uscito il volume di Dino Buzzati «Poema a fumetti», in «Ti-Sette», 23 novembre 1969.
A. Sala, Orfeo con chitarra, in «Corriere d’informazione», 26-27 novembre 1969.
C. Garboli, Tutta la vita in venti minuti, in «Il Mondo», 4 dicembre 1969.
A. De Lorenzi, Orfeo cantautore a Milano, in «Il Messaggero veneto», 7 dicembre 1969.
C. Quarantotto, Orfeo a fumetti, in «Roma», 11 dicembre 1969.
L. Gigli, Quando i fumetti diventano poesia, in «Gazzetta del Popolo», 16 gennaio 1970.
D. Borioni, «Poema a fumetti» di Dino Buzzati, in «Gazzetta di Parma», 27 gennaio 1970.
D. Buzzati, L’autore giudica i suoi critici, in «Corriere della Sera», 8 febbraio 1970.
S. Castelli, Fumetti di Buzzati, in «Avanti!», 22 febbraio 1970.
G. Casolari, Poema a fumetti, in «Letture», aprile 1970, pp. 289-92.
D. Porzio, Introduzione a D. Buzzati, Le notti difficili, Mondadori, Milano 1971, pp. V-XI.
D. Del Giudice, Gli incubi di Buzzati, in «Paese Sera», 29 ottobre 1971.
G. Pampaloni, Buzzati uno e due, in «Corriere della Sera», 19 dicembre 1971 (su Le notti difficili e I
miracoli di Val Morel).
A. Veronese Arslan, «Poema a fumetti», in Invito alla lettura di Buzzati, cit., pp. 106-107.
L. Pozzoli, Dino Buzzati tra limpidità e lucidità, in «Letture», giugno-luglio 1975, p. 442.
A. Laganà Gion, Caratteri unitari nell’opera di Buzzati: i rapporti tra letteratura e pittura, in Dino
Buzzati, Atti del congresso di Venezia, 3-4 novembre 1980, cit., pp. 290-304.
A. Sala, Dino Buzzati pittore: la frontiera perenne, in AA.VV., Dino Buzzati, cit., pp. 305-11.
A. Laganà Gion, Una pittura esistenziale su uno sfondo naïf e Rapporti fra letteratura e pittura, in Dino
Buzzati. Un autore da rileggere, cit., pp. 89-109.
G. Zampa, Una partenza senza perché, in «il Giornale», 27 gennaio 1985.
C. Marabini, Buzzati guida un reggimento carico di pena, in «Tuttolibri», supplemento de «La Stampa»,
2 marzo 1985.
G. Gargiulo, Il lettore degli anni Sessanta nel «Cut-up» di «Poema a fumetti», in AA.VV., Il pianeta
Buzzati, cit., pp. 293-306.
A.P. Zugni Tauro, L’affabulazione fantastica ne «I miracoli di Val Morel», in AA.VV., Il pianeta Buzzati,
cit., pp. 341-71.
C. Donati, Scrittura-immagine nel «Poema a fumetti» di Dino Buzzati, in Letteratura italiana e arti
figurative, Olschki, Firenze 1988, pp. 1139-47.
M. Ferrari, L’immaginario dipinto, in Dino Buzzati. La donna, la città, l’inferno, a cura di M. Ferrari,
Canova, Treviso 1997, pp. 15-18.
—, Buzzati 1969: il laboratorio di «Poema a fumetti», Mazzotta, Milano 2002.
AA.VV., Poema a fumetti di Dino Buzzati nella cultura degli anni ’60 tra fumetto, fotografia e arti visive
(Atti del Convegno internazionale), a cura di N. Giannetto, Mondadori, Milano 2005.
L. Viganò, Introduzione a D. Buzzati, Poema a fumetti, 7 a ed. Mondadori, Milano 2009.

SU DINO BUZZATI E LA MONTAGNA

G. Zecchini, Le creste dei sogni. Incontro con Dino Buzzati e le sue montagne, in «Le Alpi Venete»,
primavera-estate 1975.
G. Mazzotti, L’alpinista, in Omaggio a Buzzati (Atti del convegno, Cortina 1975), Mondadori, Milano
1977.
P. Mazeaud, Dino Buzzati et la montagne, in «Cahiers Dino Buzzati», n. 3, 1979.
I. Crotti, Le montagne geografiche e metafisiche di Buzzati, in AA.VV., Montagna e letteratura, a cura di
A. Audisio e R. Rinaldi, Museo Nazionale della Montagna, Torino 1983, pp. 195-99.
C. Sgorlon, Dino delle montagne, in «Nuova Antologia», CXX, 1985, pp. 336-47.
G. Franceschini, Vita breve di roccia, Nuovi Sentieri, Belluno 1986, pp. 83-143.
J. Lacroix, Le montagne, mythologie buzzatienne de l’écriture, in «Cahiers Dino Buzzati», n. 7, 1988, pp.
23-57.
Le Dolomiti di Dino Buzzati (catalogo della mostra promossa nel 1989 dall’Associazione Dino Buzzati,
dal CAI di Feltre e dalla Cominità Montana Bellunese), a cura di M. Fiori e B. Pellegrinon, con
interventi di N. Giannetto, M. Fiori, G. Franceschini e testi di D. Buzzati, Nuovi Sentieri, Belluno
1989.
A. Biancardi, Dino Buzzati Traverso: pagine di letteratura alpinistica, in «Giovane montagna», luglio-
settembre 1992.
C. Cima, Buzzati e le sue montagne, in AA.VV., Il pianeta Buzzati, a cura di N. Giannetto, Mondadori,
Milano 1992, pp. 553-58.
F. Faoro, Fra i monti di Buzzati, in «Il Gazzettino», 29 luglio 1992.
L. De Anna, Dino Buzzati e il segreto della montagna, Pubblicazioni di lingua e cultura italiana,
Università di Turku, Turku 1993 (poi Tararà Edizioni, Verbania 1997).
AA.VV., Le montagne di Buzzati fra vissuto e rappresentazione. Montagne di vetro, di pietra, di carta
(Filmfestival Internazionale Montagna Esplorazione Avventura “Città di Trento”. Atti della Tavola
Rotonda tenutasi il 6 maggio 1993), con interventi di S. Metzeltin, I. Pilo, N. Giannetto, E.
Camanni, M. Trevisan, C. Donati, D. Ribola, A. Giorgetta, P. Dalla Rosa, Vivalda, Torino 1994.
N. Giannetto, Montagne di pietra, di vetro, di carta, in Il sudario delle caligini. Significati e fortune
dell’opera buzzatiana, Olschki, Firenze 1996, pp. 139-66.
E. Kanduth, Il paesaggio alpino nell’opera di Dino Buzzati, in «Archivio per l’Alto Adige», XCI-XCII,
1997-1998, pp. 317-28.
AA.VV., Le Alpi di Buzzati (volumetto pubblicato in margine alla mostra documentaria tenutasi a
Belluno nell’ottobre 1999), a cura di R. Ricci, con interventi di A. Stragà, N. Giannetto, R. Ricci, M.
Trevisan, G. Sandrini, Gra che Antiga, Cornuda 1999.
S. Metzeltin, Le Alpi di Buzzati, in «Studi buzzatiani», IV, 1999, pp. 157-66.
AA.VV., Le Alpi di Buzzati, in «Quaderni del Centro Studi Buzzati», n. 2, Istituti Editoriali e
Poligra ci Internazionali, Roma-Pisa 2002.
P. Dalla Rosa, Al di sopra dei lucernari e delle guglie: gli «altrove» intravisti da Dino Buzzati, in
«Narrativa», 23, 2002, pp. 127-43.
R. Marchi, Così gli feci rivivere l’emozione della prima scalata, in «Gazzetta dello Sport», 28 gennaio
2002.
G. Franceschini, Le cinque vie nuove di Dino, in «Le Dolomiti bellunesi», I, estate 2005, pp. 16-17.
Per una bibliogra a più esaustiva si rimanda al catalogo elettronico della Biblioteca del Centro Studi
Buzzati di Feltre (Belluno).

SULLE TRADUZIONI E LA FORTUNA EUROPEA

N. Giannetto, Bibliografia delle traduzioni delle opere di Buzzati, in Il coraggio della fantasia, cit., pp.
93-101.
C. Bec – J.-M. Gardair – F. Livi, Cinquant’anni di letteratura italiana nei paesi europei di lingua francese
(1937-1986), in AA.VV., Lingua e letteratura italiana nel mondo oggi, cit., vol. I, pp. 193-201.
AA.VV., Dino Buzzati: un écrivain européen. Problèmes de traduction et d’analyse textuelle (Actes du
colloque international organisé les 10, 11 et 12 avril 1992), a cura di M. Bastiaensen e E. Hoppe, in
«Idioma», 5, 1993.
Y. Frontenac, Réflexions sur Dino Buzzati écrivain européen, in «Cahiers Dino Buzzati», n. 9, 1994, pp.
355-60.
AA.VV., Dino Buzzati: la lingua, le lingue, cit., con un’appendice di M. Formenti e I. Pilo, Buzzati
all’estero, pp. 267-76, che integra la precedente bibliogra a di N. Giannetto.

(a cura di Lorenzo Viganò)


Avvertenza

In cerca dell’Italia misteriosa è il titolo di una serie di “pezzi” scritti da Dino Buzzati – allora inviato
speciale del «Corriere della Sera» – nell’estate del 1965. Da qui l’idea non solo del titolo, ma di una
raccolta omogenea in cui quei testi (i primi dieci di questo volume) fossero affiancati da altri scelti per
la loro comune matrice di parapsicologia “regionale” e di tutti i misteriosi fenomeni ad essa collegati.
Alcuni di questi testi sono già stati riprodotti in Cronache terrestri, a cura di Domenico Porzio
(Mondadori, Milano 1972).
Una precisa collocazione nella raccolta hanno trovato anche un interessante inedito tipicamente
buzzatiano, Lo spirito in granaio, nonché il racconto Tre storie del Veneto tratto da Le notti difficili
(Mondadori, Milano 1971).
Il volume chiude con due “pezzi” di fantascienza che completano emblematicamente il quadro del
mondo fantastico – tra magia e realtà – dello scrittore scomparso.
I misteri d’Italia
Batticuore a mezzanotte:
c’è un fantasma nel granaio

Belluno, luglio 1965

Sono seduto sul pianerottolo della scala, di anco a me, per terra, un
candeliere di latta con una candela accesa. Di fronte, una porta a due
battenti, appena appena socchiusa.
È la porta del vecchio granaio che sorge di anco alla casa dove sono
nato. Intorno, la notte della campagna, e i ricordi.
Tra poco, di là dalla porta, si farà vivo lo spirito che frequenta questo
granaio da tempo immemorabile.
Forse.
Un curioso e bel libro intitolato Guide de la France mystérieuse, editore
Claude Tchou – con dentro le leggende di Francia, i monumenti enigmatici,
i mostri, i maghi, i demoni, i fantasmi, i tesori nascosti, – mi ha fatto venire
la voglia di raccontare qualcuno dei misteri grandi o piccoli che esistono
anche da noi, tanti e tanti in un Paese antico e profondo come l’Italia.
E mi è parso giusto cominciare dal posto dove sono nato. Qui infatti per
me comincia l’Italia, anche se si tratta di un mistero piccolino, di cui non
hanno mai parlato i giornali e le cronache.
La Val Belluna non è tipica terra da stregonerie e da fantasmi. La gente
qui non ha molti umori fantastici, la campagna e i declivi sembrano bonari.
Però incombono le montagne. Tranne lo Schiara e il Pizzocco, sono cime
senza storia alpinistica, tuttavia dirupate, selvagge, di forme insolite e ne
viene un sentimento dell’ignoto, ne vengono romantiche gurazioni,
decrepite querce, casolari abbandonati, echi di schioppettate lontane,
straducole su e giù per le forre che a un tratto si perdono nel nulla, ponti
fradici, fumi solitari, viandanti zoppi, cornacchie, valloni deserti, frane,
macigni troppo immobili, cimiteri derelitti, imboscate al lume di luna.
Al pianterreno, seminterrata, c’è una lunga e vasta cantina, con i tini
tenebrosi, le botti, gli arnesi vinari. Sopra, altrettanto grande, il granaio.
Sopra ancora, la soffitta immensa. Lui sta nel granaio.
Poi, alle mie spalle, esistono due stanzette dove vive la custode della
nostra casa, di nome Maria Pia Orzetti, sugli anni quaranta, chissà perché
chiamata Amabile. A quest’ora dorme.
Non è lo spirito di un antenato ma semplicemente di un antico fattore,
altrimenti detto castaldo, del principio dell’Ottocento. Ma la differenza conta
poco. Anche l’ultimo dei bifolchi, una volta disincarnato, diventa più
importante di un arciduca corporeo.
È leggenda si chiamasse Fontana, è leggenda che defraudasse i padroni e
gli altri contadini nel conteggiare le misure di granturco; e perciò fu
condannato a rimanere quaggiù nel preciso luogo delle sue malefatte. Fino a
quando?
Da bambino sentivo dire che lo udivano spesso rimestare tra i mucchi di
grano e di mais e far rotolare sul pavimento il cilindro di legno con cui si
livellano le staia. Poi lo si è udito sempre meno, progressivamente, come se si
apprestasse a lasciarci. (Stupidaggini, vero? Ridicole superstizioni da
analfabeti, si intende.)
Dicono infatti che gli spiriti dei personaggi trapassati perdano di anno in
anno vitalità e consistenza, dimagrino, si attenuino, si facciano sempre più
evoli e sottili, no a dissolversi del tutto. Quasi che non si trattasse di
anime trattenute quaggiù dal carico dei peccati, bensì di una impronta,
un’orma, una traccia, uno stampo, lasciato da alcuni esseri umani; che,
appunto come tale, con l’andare del tempo si smussa, si logora, si annulla.
Ore 23.10. Sono solo. Le luci delle due stanzette sono spente. Avevo detto
all’Amabile che sarei venuto, mi ha preparato una sedia e una candela, non
ha riso né sorriso del mio sopraluogo, anche lei ci crede a queste storie e dice
che certe notti “quello lì” si dà un gran daffare soprattutto nella soffitta.
Però adesso l’Amabile dorme. E la vicina nostra casa, dove sono nato,
stanotte è chiusa, deserta e nera. E di fuori un ticchettìo di pioggia morente
sulle foglie della vite selvatica arrampicata sul muro. Un’automobile che si
avvicina e dilegua, uno svogliato ronzio di mosca.
Emanuele De Bona, marito dell’Amabile, ha trovato la morte un mese e
mezzo fa in un incidente di motocicletta. Due sue giacche pendono al mio
anco da un rustico attaccapanni, una di tela blu, l’altra di lana grigia. E nel
granaio, appena di là dalla porta, sta sull’apposito sostegno la motocicletta
fatale, semicoperta da un pietoso telo.
L’ho vista poco fa quando sono entrato a ispezionare il nudo stanzone:
per terra, giusto nel mezzo del granaio, una coltre quadrangolare di
granturco dello spessore medio di 15 centimetri. Poi due ceste vuote, una
scopa di ramoscelli, lo staio col suo cilindro di legno, nient’altro. Dall’ombra
proiettata sul muro dalle due giacche esce in silenzio un millepiedi che si
incammina orizzontalmente sul muro.
Ore 23.25. Sì, sono stato abbastanza coraggioso, forse una volta non ce
l’avrei fatta a venire qui solo di notte, sullo spirito del granaio c’è poco da
ridere. Undici anni fa, come adesso, in una notte di settembre, appostati su
questo medesimo pianerottolo, al lume di una candela anche allora, mio
cognato e io col batticuore lo udimmo camminare. 1
Inconfondibilmente, dal fondo dello stanzone, un essere umano avanzò
senza fretta in direzione della porta dietro la quale stavamo noi due. Era un
passo scandito e pesante, come di scarponi chiodati.
Tramp, tramp, ormai doveva essere a non più di quattro metri.
«Apriamo?» domandò mio cognato.
«Apriamo» dissi e lui si alzò con la candela in mano, si avvicinò alla porta
e d’impeto spinse il battente socchiuso.
E il passo di colpo è cessato, e là dentro non si è vista anima viva, i
mucchi e i sacchi di grano giacevano immobili al posto di prima,
apparentemente addormentati.
Ore 23.31. Il millepiedi si è spostato a sinistra della porta, ora è appeso
sullo sghembo soffitto della sottostante rampa di scala.
L’intelaiatura della porta è fatta di pietra intonacata di bianco ma sugli
spigoli, a forza di passare, di strusciare, di urtare per tanti anni, l’intonaco è
andato via e traspare il lucido del sasso. Rumore di pioggia, ticchettìo sulle
foglie. Ma è proprio rumore di pioggia? O altro? Questo ticchettìo è fuori, o
dentro la casa, oppure dentro di me?
La ammella della candela, senza apparenti ragioni, dava ogni tanto
improvvisi piccoli guizzi.
E il sentimento della notte, così forte e struggente nella casa mia natale,
popolata di volti, di voci, di momenti perduti per sempre, quella soggezione
solenne e antica che viene su dal sangue a rintocchi.
Suonò da una chiesa lontana mezzanotte. Mi sono fatto forza, ho spento
la candela, per invogliare colui. Ma stringo nella destra la torcia elettrica
pronto a scattare. L’udito è una caverna dove un moscerino farebbe
frastuono. Che si sta facendo a quest’ora nel Vietnam? Stanno rientrando
alla base le pattuglie della notte con due tre uomini in meno? E come sarà
tra poco il tramonto sulle torri arroventate di Nuova York?
Ore 0.07. Un colpetto, sì un minimo colpetto di là dalla porta, laggiù in
fondo, ma forse è un banale scricchiolio, forse è niente, sì, non è niente.
Un’auto, un’altra auto, dove corrono a quest’ora, dove vanno?
Dalla nestrella con inferriata a lo del pianerottolo inferiore traspare,
fra una foglia e l’altra della vite selvatica, il buio del giardino, meno nero di
questo nero-inchiostro dal quale mi trovo avvolto.
Sembrò di udire un ritmico rantolo sommesso, forse è l’Amabile che
dorme. Spirito, se ci sei, fatti sentire, pensai intensamente. Sarebbe dovuto
bastare. Mi è mancato il coraggio di pronunciarlo ad alta voce.
Ore 0.17. Un tenue breve trapestio di sopra, soffice. Topi. Non piove più.
Un cane lontano chiama. La nestrella, di sotto, come due occhi
fosforescenti.
Sì, sì, non ci può essere errore, un passo. Un passo umano che si avvicina,
un po’ strascicato, pesante. Il tonfo del cuore all’urto dello spavento.
Poi capisco. E la paura svanisce. Il passo non viene dal granaio bensì
risuona alle mie spalle, dalle due stanzette dell’Amabile. È chiaro: l’Amabile,
che avevo preavvertita, si è alzata e viene a vedere.
Ecco infatti il cigolìo dell’uscio dietro di me. Accendo la torcia elettrica,
dirigo il raggio alla porta. Un battente si schiude un poco, muovendosi con
lentezza. Vedo di là una fetta di buio, lei Amabile non la vedo, ma so che è
lei, venuta a controllare.
«Sì, sono io. Buonanotte» dico. Il battente adagio si richiude senza parole.
Ancora il passo strascicato che si allontana e si perde nel silenzio.
Così si è rotto l’incantesimo, banalmente. Sono le 0.46, tardi oramai. Un
aereo altissimo che passa; da dove? Verso dove? Un clic clic che si ripete tre
quattro volte giù all’ingresso, forse una goccia. Addio, spirito antico, anche
tu consumato dal tempo a poco a poco, simbolo di una età felice e defunta,
della remota fanciullezza, delle favole, delle parole che dissi e che udii, dei
lari benigni, dei vecchi che non conobbi, del padre, della mamma, addio.
Prima di ripartire, la mattina dopo, sono passato a salutare l’Amabile. La
porta del granaio era chiusa. «Amabile! Amabile!» chiamo.
Risplendeva il sole bianco e bellissimo sull’erba ancora imperlata di
tempesta, le montagne così nitide si erano fatte vicine. Il coccodè idiota delle
galline, un contadino che batte col martello la falce, il rumore metallico si
spandeva lontano.
La Amabile si è affacciata alla nestra. «Ah, buongiorno, signor Dino. Ieri
sera non è venuto, poi? Io l’ho aspettato no alle 11. Poi mi scuserà ma sono
andata a dormire.»
«Dopo però si è alzata per vedere se c’ero, no?»
«Io? Quando? Mi deve scusare, sa, ero così stanca...»
«Ma se ho sentito i suoi passi, se ho visto la sua porta che si apriva!»
Scuote la testa: «Oh, signor Dino, a lei piace scherzare».
Un gallo ritardatario cantò.

1
L’episodio è narrato nel racconto inedito Lo spirito in granaio.
Gli angoli strani del Veneto

Vicenza, luglio 1965

Il Veneto della pianura è un posto abbastanza misterioso, se non uno dei


posti più misteriosi d’Italia. Non è che ci siano molti fantasmi, castelli in
rovina, oggetti e creature sinistre, ruderi stregati, paesaggi che danno
inquietudine, personaggi enigmatici. Anzi.
Il basso Veneto è così misterioso proprio perché il mistero non si vede. La
luce del mattino qui esprime pace e buoni raccolti, la luce del pomeriggio
raccomanda di non esagerare nel lavoro, la luce del tramonto dice amore,
felice notte, dormirete tranquilli. Le case del Veneto non sono accigliate o
severe, non hanno l’aria di nascondere qualcosa. I vicoli, i cortili, i quadrivi
non sono mai ambigui o minacciosi. Il male si direbbe debba sentirsi
spaesato. Però ascoltate:
La storia della signora Vittoria Manzan. «A Conegliano, durante l’ultima
guerra, mia sorella Ermenegilda si è ammalata. Febbre, dolori, le ghiandole
gon e, i dottori non ci capivano niente. Un bel giorno, sa come ci dico, è
capitata una donna di Arcade con due occhi che pareva una strega. Guarda
mia sorella e dice: Vedrà che stasera sentirà una persona che farà pipì nella
sua stanza. Tutte robe fantastiche. E alla sera nella stanza si sente come una
fontana che buttava. Da principio si credeva che piovesse. Abbiamo aperto la
nestra, ma niente... Quella donna è tornata dopo due giorni e noi le
abbiamo raccontato tutto. Allora lei: Domani notte lei sentirà dei sassi che
busseranno alla porta. Viene la notte e si sentono quattro cinque sassi che
vengono giù per la scala... Se li abbiamo trovati? No, non c’era niente... E
dopo altri due giorni quella là torna e dice: Provate a vuotare il piumino del
letto. E noi l’abbiamo vuotato e c’erano dentro due pezzi di legno legati in
croce e poi una cosa tonda di lo grosso con tante piume intorno e poi degli
stecchetti anche questi con le piume legate con lo bianco. Allora noi
abbiamo bruciato il piumino con tutto quanto. E dopo altri due giorni la
donna è tornata e ha detto a mio cognato di andare a Sant’Urbano di
Godega da una chiromante a farsi fare le carte, che gli avrebbe detto chi
aveva fatto il male cio. Mio cognato va e la chiromante gli dice di accendere
il fuoco e di buttarci sopra una manciata di sale, che la donna che ha fatto il
male cio verrà. Infatti, buttato il sale, è piombata in casa una donna del
paese e mio cognato l’ha tenuta chiusa a chiave per un’ora. Poi lei è scappata
e non si è più vista, così mia sorella è guarita.»
Benché non esista più la repubblica, il ri esso di Venezia si propaga
ancora su tutti i territori che le appartenevano. Non si tratta di un’immagine
letteraria bensì di un fenomeno sico che tutti possono constatare. Sue
caratteristiche sono la saggezza, la signorilità, l’eleganza e la luce. Si ha quasi
la sensazione che in quei paesi la gente una volta fosse abbastanza felice; e
ancora oggi un po’ del bene co in usso sopravvive. Nel complesso, una
terra rassicurante, dove gli incubi non possono attecchire. Però ascoltate:
La storia di don Chiotto. Il popolarissimo consolatore dei carcerati, che
no all’ultimo fu accanto ai condannati del processo di Verona – già
venerato da molti come santo – raccontava a un amico: «Questo pomeriggio
ho preso il tram da Porta Nuova a piazza delle Erbe. Salgo. Mi siedo. Una
voce: buongiorno, don Chiotto. Mi volto. Di anco mi sta seduto uno che
conoscevo benissimo, l’avevo incontrato in carcere, un brav’uomo, sai, tante
volte aveva fatto la confessione con me. Morto tre anni fa, mi ricordo... Sì, sì,
morto tre anni fa... Così chiacchieriamo un poco, lui mi dice che se la passa
abbastanza bene ma mi raccomanda di pregare per lui... Intanto io sono
arrivato. Mi alzo. Scendi anche tu?, gli domando. Lui ride: Eh, don Chiotto.
Lo so come andrebbe. Lei dopo mi offre un caffè e io, lei mi capisce, io non
posso...».
Il Veneto è una plaga molto cattolica, le suore del Veneto sono un po’ più
sorridenti delle altre suore d’Italia, fanno dolci e pasticcini un po’ più buoni.
Però si commettono molti peccati nell’incavo delle famiglie, alcuni
sostengono che i peccati del Veneto sono spesso più strani e perversi che
nelle altre regioni. Il Veneto è pieno di storie familiari strane, spiritate e
cattive di cui non si parla ma si sussurra (e affiorano ogni tanto nelle pagine
di Guido Piovene). Ascoltate dunque:
La storia delle confessioni. «Il 26 maggio a Fanzolo c’è la festa della
Madonna di Caravaggio e viene steso un grande telone davanti alla chiesa e
su un piedestallo mettono la statua della Madonna. Intorno, una quantità di
gente, soprattutto donne inginocchiate che si battono il petto, e tra la folla
gira un tipo dall’aria cattiva che raccoglie gli oboli. Poi la folla spinge avanti
le indemoniate sotto la statua della Madonna. Vedesse che spettacolo.
Donne che sputano chiodi, donne che sputano aghi, una abbaia, una
miagola, una si rotola per terra. Poi se ne vanno via paci che come tante
pecorelle. L’ultima volta mi ricordo che proprio vicino a me c’era un
marcantonio d’uno che sembrava un Ercole, l’avesse visto. E quando le
indemoniate si sono messe a sputare fuori i diavoli, lui ha cominciato a
tremare. Tremava, tremava, e si è messo a piangere come un bambino.»
Di persone strambe che facevano cose strambe, il Veneto una volta era
pieno. Può esistere del resto una città eccentrica, inusitata, illogica, pazzesca
più di Venezia? In ogni famiglia del Veneto si raccontano curiosi episodi
dello zio o della zia, del bisnonno o della bisnonna. Adesso, col progressivo
livellamento delle creature umane, questi casi si fanno sempre più rari. Però
ascoltate:
La storia del Mazzariol. «Mi raccontava mia nonna» dice la signora
Casteller, di Nervesa della Battaglia, una signora posata e sempre di
buonumore «che quando lei andava al pascolo col cavallo, dai cespugli
saltava fuori il Mazzariol, era un omino tutto rosso coi cornetti neri e la
coda, che teneva in mano un secchiello; e schiava sempre... Anche mio
papà l’ha incontrato una volta, il Mazzariol, di notte, erano passate le dieci,
lui andava attraverso i campi a incontrare la mamma. Ma come ha visto il
Mazzariol che saltellava di qua e di là, non è più riuscito a trovare la strada.
Gira e gira per la campagna, è venuta l’alba e lui era ancora là che girava. E
quando è suonata l’Ave Maria, si è sentita una risata e poi un lungo schio. E
mio papà si è ritrovato sulla strada.»
Nel Veneto della pianura non esistono foreste o selvatiche selve. I
superstiti parchi delle antiche ville sono ormai ammaestrati e non fanno
paura, anche quando lasciati a se stessi e invasi da erbacce. I ponti non sono
stati costruiti dal Diavolo. Le libellule dei fontanili non mordono. Gli
spaventapasseri sono pochi. Però ascoltate:
La storia del mostro di Castelbaldo. Da qualche tempo, tra la mezzanotte e
l’una, comitive venute in macchina dal Padovano, dal Rodigino, dal
Vicentino, dal Veronese, si raccolgono sulle rive di uno stagno in mezzo alla
campagna, presso Castelbaldo, mandamento di Montagnana, per ascoltare
gli ululati terri canti di un mostro, simili a cavernosi muggiti che
scaturiscono dal fondo dell’acqua scura. È come una disperata invocazione –
dicono – che dura pochi minuti. Le fantasie si sbizzarriscono. È un drago?
Un serpente lacustre? Una gigantesca tartaruga? La voce, per la verità,
sembra di un bue. Ma può un bue vivere sott’acqua? I paesani hanno
sondato lo stagno con lunghe ocine, hanno buttato grosse pietre, hanno
per no versato del solfato di rame per avvelenare le acque e costringere la
bestia a venir fuori. Finora senza risultato. Intanto c’è chi gira tra le frotte di
curiosi vendendo bibite e panini.
Le strade del basso Veneto, prima ancora dell’asfalto, erano ancheggiate
da le di alberi, rinomate per la loro larghezza e i generosi retti li. Anche le
strade secondarie erano buone e spesso ancheggiate dagli alberi che
facevano ombra alle carrozze nei solleoni. Pure i viottoli di campagna sono
raccomandabili e non c’è pericolo, scostando all’improvviso la tta ramaglia
delle siepi, di sorprendere, chino in agguato, l’ergastolano evaso, l’ebreo
errante o il frate sacrilego con la tonaca macchiata di sangue. Però ascoltate:
La storia della Lumiera. Un vecchio che vive alla periferia di Mogliano di
nome Primo Pasauria, mi ha garantito che quando era giovanotto e col
cavallo e il birroccio andava alla sera a trovare la danzata che stava dalle
parti di Molino dei Rosini, a Visnadello, a un certo punto arrivava la
Lumiera, una specie di minuscolo fantasma, come una luna. E il Pasauria
gridava: «Brutta bestia, sei ancora qui?». Questa Lumiera si metteva sul
timone e faceva luce per tutta la strada no al ponte del Brentelone, dove si
fermava. Non c’era verso di mandarla via. Tanto che una sera il giovanotto
perse la pazienza: «Son tanto stufo che ti tiro un sasso se non vai via!».
Senonché gli arrivarono due tremendi schiaffoni che per qualche giorno gli
rimasero i segni delle dita sul viso. Gli ho chiesto: «In questi ultimi anni la
Lumiera l’ha più rivista?». «Mai più» ha detto il vecchio Pasauria. «Queste
cose succedevano quando si era giovani. Poi tutti questi spiriti sono stati
con nati al Concilio di Trento... Del resto, chissà, forse tutto dipendeva dal
fatto che allora si mangiava molto poco e per la debolezza si vedeva anche
quello che non c’era.» Lo stesso mi ha raccontato che prima dell’altra guerra,
al Buso delle Fate, sul Montello, si vedevano le fate vestite di bianco come
tante mummie, coi piedi di pecora, che lavavano. Poi anche le fate sono state
“consegnate al Concilio di Trento”.
Le ferrovie del Veneto, per essere onesti, non sono più solitarie e
romantiche che le ferrovie delle altre parti d’Italia. Le massicciate coi binari
che attraversano le campagne disabitate raccontano favole e trasudano
rimpianti né più né meno che altrove. E le bambine dei casellanti non si
possono dire più lentigginose e gentili che di norma. Le ferrovie del basso
Veneto non hanno insomma niente di speciale. Però ascoltate:
La storia del ferroviere medium. «Conosco diversi a Verona» mi ha detto
il pittore Carlo Guarienti «che si interessano di spiritismo. Un gruppetto di
amici. Mi hanno riferito un episodio spaventoso, mi vengono i brividi solo a
pensarci. È successo cinque anni fa. Una sera, in un caffè di piazza Bra,
incontrano un ferroviere di loro conoscenza, discreto medium. (È curioso
come tra i ferrovieri i medium siano abbastanza frequenti.) Insomma si
mettono a chiacchierare e combinano di fare una seduta la sera stessa. Una
seduta spettacolosa. Mai quel ferroviere aveva fatto tanto. Nessuno no
allora aveva assistito a fenomeni così sbalorditivi. Bene, la settimana dopo
gli amici si ritrovano e dicono: “Quel medium è in forma meravigliosa,
bisogna appro ttarne, facciamo un’altra seduta, andiamo a prenderlo a casa”.
Vanno a casa del ferroviere, vicino al ponte Garibaldi, suonano alla porta. Si
apre una nestra, si affaccia una donna: “Desiderano?”. “Vorremmo parlare
col signor F. G.” “Era mio marito” dice la donna con una faccia desolata “ma
è morto tre mesi fa.”»
Il Veneto della pianura è una terra fertile, di temperamento sereno e lieto.
La gente è cortese, le notti tranquille, il cielo luminoso. Le campane suonano
spesso e contrariamente alla regola danno un suono piacevole. L’accento
dialettale riesce in genere gradito ai forestieri e favorevole ai rapporti
amorosi. Una contrada insomma fortunata. Però.
La caramella stregata
vola per quattro chilometri

Treviso, luglio 1965

Ho chiesto allo scrittore Bepi Mazzotti, vecchio amico, la cosa o la persona


più misteriosa che conoscesse nel Veneto. Pochi come lui hanno percorso in
su e in giù l’intero Veneto, anche negli angoli più reconditi, guardando,
osservando, fotografando, domandando, frugando, scoprendo.
Di per se stesso il fenomeno Mazzotti, in Italia, è abbastanza misterioso.
Che un uomo abbia potuto opporsi alla travolgente marea di volgarità per
salvare le cose belle, oneste e pulite della sua terra e vincere più di una
battaglia – basta pensare alla crociata per le ville venete di cui egli è stato il
banditore – questo è pressoché incredibile in un mondo teso alla
speculazione e indifferente se non rabbiosamente nemico dei valori
spirituali. Incredibile e consolante. Anche nei periodi più squallidi, l’Italia ci
riserva sempre qualche lieta sorpresa.
Non si è meravigliato affatto, Mazzotti, della mia richiesta. Ha risposto:
«Proprio la cosa o la persona più misteriosa, non so. Ad ogni modo...». È
andato al telefono e ha fatto un numero: «Parlo col signor Lava? Sono
Mazzotti, si ricorda?... quella notte col dottor Boccazzi... Questa sera lei è
libero?». Era libero.
«Chi è questo signor Lava?» ho chiesto.
«Un geometra, brava persona. Un medium straordinario.»
«No, grazie, i medium non mi interessano. E confesso che mi fanno
paura. Se poi il tavolino mi annuncia che il giorno dopo devo morire... Ho
paura, ti dico.»
«Non occorre una seduta spiritica. Il Lava è un medium speciale. Anzi, le
cose più interessanti gliele ho viste fare senza tavolo.»
È venuto a pranzo con noi al ristorante. C’era anche la moglie di
Mazzotti, Nerina e una ragazza di Conegliano, sua amica, dal nome quasi
identico, Merina.
Il signor Bruno Lava, 43 anni, abitante in via Nervesa della Battaglia, non
ha assolutamente nulla di spiritato, di tenebroso, di ambiguo, di insolito, di
sinistro. È alto, magro, posato e molto gentile. Assomiglia, di faccia,
all’editore Aldo Martello. Anche dopo avergli parlato a lungo nessuno
supporrebbe in lui le facoltà che possiede (a meno che il discorso non tocchi
proprio l’argomento).
Lui non se ne vanta e preferisce non parlarne. Però, se sollecitato, non ha
difficoltà a discorrerne e a confessarsi.
Aveva otto anni quando cominciò a dare segni di una sensibilità
anormale. Alcune sue intuizioni impressionarono i genitori: come quando
previde prossima la morte della nonna, che allora stava benissimo.
Ma fu solo nel 1942, cioè a vent’anni, che si determinarono, per il suo
intervento, i primi fenomeni. A quel tempo cadde in trance, ma lo “spirito” –
Lava crede nell’aldilà da cui possono tornare fra noi le anime dei trapassati –
lo redarguì; per poter “dire la verità” doveva stare sveglio.
Da allora ha sempre evitato la trance. Gli “spiriti” non entrano in lui –
spiega –, egli non diventa mai loro strumento; perciò non parla e non scrive
a nome loro. «Io resto sempre cosciente e padrone di me.»
Parla in termini precisi, con tranquillo distacco. Come se fossero le cose
più naturali del mondo.
Mi conferma un caso impressionante di cui mi aveva parlato Mazzotti. A
un certo Valentino Prevedello, di Treviso, uno “spirito” evocato dal Lava
predisse che sarebbe morto sotto un treno entro breve tempo. Naturalmente
da quel giorno il Prevedello si tenne ben lontano dalle ferrovie, dalle
stazioni, dai passaggi a livello. Ma rimase investito e ucciso da un camion:
era un gigantesco autocarro che trasportava un vagone ferroviario.
Dopodiché Lava andò spesso a visitare il Prevedello al cimitero; (quella di
frequentare di notte i cimiteri da solo e di trattenersi coi morti è un’abitudine
del geometra: i cimiteri, le vecchie case isolate, secondo lui, sono i luoghi che
più sollecitano le sue facoltà).
Una volta anzi il Prevedello gli comparve in sogno: «Se vai in località
Chiodo verso mezzanotte,» disse «mi troverai, ma non devi voltarti indietro,
io devo stare dietro di te, altrimenti non riesco a materializzarmi». E lui ci
andò?
«Sì che ci sono andato. Era buio. A un tratto lui mi arriva di dietro. Lo
sento camminare. Avevo netta la sensazione della sua vicinanza. Come una
ventata di freddo. Allora mi volto e vedo una massa oblunga e informe più
buia del buio.
«Un’altra volta, io ero in compagnia, lo abbiamo visto che attraversava un
campo e subito dopo è comparso sul ponte della Piavesella. Saranno state le
dieci. La luce di un fanale lo illuminava in pieno. Era vestito normalmente e
fumava una sigaretta. Però coi piedi non toccava terra. Stava appoggiato con
le due mani al parapetto e oscillava come un pendolo. Di colpo è
scomparso.»
Ahimè, le profezie degli “spiriti” sono quasi sempre funeste. Durante una
seduta, il padrone di casa sente qualcosa di bagnato. Accendono la luce. Era
sangue. Rifatto buio, piomba sul tavolo un’automobilina giocattolo, pure
sporca di sangue; subito dopo un cagnolino di maiolica piccolo così. Passa
un mese e a bordo della sua auto muore di infarto un certo dottor Cagnetto,
che non aveva voluto assistere alla seduta “per paura che gli dicessero
qualcosa di brutto”.
E mai pronostici fausti? Mai numeri del lotto? Sì, una volta. Lo “spirito”
promise – era venerdì – che avrebbe dato una cinquina ma in una busta
chiusa che non doveva essere aperta prima di lunedì, altrimenti sarebbe
accaduta una disgrazia. Nella busta furono messi un foglio bianco e un
mozzicone di matita. Fu aperta il lunedì. La matita aveva segnato i cinque
numeri usciti sabato sulla ruota di Venezia.
Racconta che una sera all’improvviso si invertì la forza di gravità. Lava si
trovò disteso sul soffitto. Venne accesa la luce, gli altri cercarono di tirarlo
giù. Riuscirono infatti a staccarlo dal plafond e a portarlo in basso, senonché
appena lasciato andare il geometra risalì lievitando, ritrovandosi in cima.
Finché, durante una di queste manovre, il paradossale fenomeno cessò e lui
cadde sul pavimento da un’altezza di quasi due metri.
L’esperienza più straordinaria – dice – fu durante la guerra. Lava era
artigliere in un reparto comandato da un colonnello tedesco. L’8 settembre
fu dichiarato prigioniero. Chiese di parlare col colonnello, che conosceva i
suoi misteriosi poteri. «Devo andare a casa» gli disse. «È scritto. Entro
quattro giorni io sarò a casa.» Il colonnello lo guardò tristemente: «Tu sì,
forse, tornerai a casa. Io no. Comunque io non posso liberarti, ci sono ordini
precisi». Intanto i compagni del Lava venivano portati via, a gruppi, in
camionetta. Quando venne il suo turno, Lava si nascose dietro la porta di
una baracca e invocò uno “spirito”: Come posso salvarmi? Risposero dei
battiti sul muro. I battiti dicevano: prendi il fucile. Lui mormorò: qui non ci
sono fucili. Risposero dei battiti in un armadietto di legno. Aprì l’armadietto,
dentro c’era un fucile. E adesso come faccio? domandò ancora. Vestiti bene
ed esci, rispose lo “spirito”. Lava si mise in tenuta di marcia, con zaino
affardellato, elmetto, fucile e tutto il resto. Attraversò il cortile, in lò il
portone, la sentinella rispose al suo saluto. Con la coda dell’occhio scorse il
colonnello tedesco, in piedi, che lo guardava. Il colonnello non atò.
Così abbiamo terminato di pranzare. Ricordandomi certe strane cose
raccontate da Mazzotti, ho proposto di andare a un cimitero. Mai avevo
assistito a fenomeni spiritici, ci credevo relativamente. Nerina Mazzotti ha
consigliato il cimitero abbandonato di Silea, a circa quattro chilometri da
Treviso. Nerina Mazzotti è al di sopra di qualsiasi sospetto, l’ipotesi di un
compare in questo caso non sussiste.
Il cimitero di Silea dormiva al buio sotto le stelle. La macchina si è
fermata dinanzi al chiosco d’ingresso, ermeticamente sprangato. Si è scesi
sulla strada d’asfalto, non passava nessuno. Da una parte, il muro del
cimitero, qua e là in rovina, con brecce da cui erompevano intrichi tti di
alte erbacce; dall’altra parte la campagna nera.
Al bordo dell’asfalto abbiamo raccolto qualche sassolino e lo abbiamo
lanciato di là dal funereo muro. Non è successo niente.
Lava era con noi, potevamo controllarne i movimenti. Io ho tirato un
altro sasso, il rumore della caduta non si udì.
«Ahi!» La ragazza di Conegliano ha mandato un grido. Un piccolo sasso
l’aveva colpita alla mano destra che stringeva una torcia elettrica spenta. Lo
abbiamo raccolto. Dalla forma caratteristica lo si è potuto riconoscere. Era
una delle prime pietruzze lanciate nel cimitero, quasi due minuti prima.
Altri tre sassetti, di ritorno, sono piombati sull’asfalto. Allora Mazzotti ha
cavato di tasca un gettone telefonico e lo ha tirato con forza. Se ne è udito il
tintinnio sulla parete laterale del chiosco d’ingresso. Quasi subito, un suono
metallico sull’asfalto, ai nostri piedi. Il gettone era ritornato. Così due volte
consecutive.
Dalla borsetta, la ragazza di Conegliano ha tratto una caramella di colore
rosso, di marca inglese (l’unica che aveva con sé) e l’ha porta a Lava da
gettare. Lava, lo si è visto distintamente, ha schiacciato le due orecchiette di
carta per diminuire la resistenza dell’aria e ha lanciato. La caramella è volata
di là dal muro. Non è ritornata.
Il gioco era affascinante ma alquanto sinistro. Non provavo paura, però
ne avevo abbastanza. Andiamo? Andiamo.
Tornati in Treviso, al momento del commiato, Nerina Mazzotti ha
proposto di fare una seduta col tavolino. Mazzotti e io non si era entusiasti.
«Se la facciamo a casa,» diceva Mazzotti «dopo va rotta una quantità di
cose.» «Be’, ci mettiamo in cucina» ha detto la signora.
Ci siamo seduti nella cucina intorno a un vecchio tavolino a quattro
gambe, oblungo, di noce massiccio, pesantissimo. Abbiamo spento il
lampadario. Un po’ di luce ltrava dal giardino attraverso la porta
spalancata.
Io tenevo la mano sinistra di Lava, Mazzotti la sua mano destra. Quasi
subito il tavolo ha cominciato a lievitare orrendamente, con dentro una
forza incoercibile.
«Se ci sei batti un colpo» ha detto Lava, tranquillo. Un piede del tavolo ha
percosso il pavimento con impeto rabbioso.
Imperturbabile, Lava si è messo a discorrere con lo “spirito”: è vero che
qualche volta si veri cano dei fenomeni del tutto spontanei?
Il tavolo, con un curioso velocissimo movimento ritmico, ha risposto:
“Ma è male”.
Lava: «Allora, spirito, vuoi dirci chi sei?».
Immediatamente qualcosa è caduto sul tavolo. «Un sasso» ha detto Lava.
«Accendiamo» ha detto Nerina Mazzotti. Si è acceso. Non era un sasso. Era
una caramella, di colore rosso, di marca inglese. Su un lato si notava una
piccola ammaccatura sporca di terra.
Era inverosimile, e spaventoso. Non riuscivo a vedere possibilità di
inganno. La caramella l’avevamo vista lanciare aldilà del recinto cimiteriale.
«Ma come può essere venuta dal cimitero n qua?» ho chiesto. «In volo?
E come ha fatto a passare i muri di questa casa?»
Lava calmissimo: «Non si è spostata nello spazio, la caramella. La materia
non può passare attraverso la materia. La materia in questi casi passa
attraverso la dimensione-tempo. Ma naturalmente voi non potete capire».
Fellini per il nuovo lm
ha fatto incontri paurosi

Roma, agosto 1965

Federico Fellini è attualmente in Italia la persona più carica di misteri.


Per il suo nuovo lm Giulietta degli spiriti Fellini ha girato penisola e isole
per oltre due mesi visitando i più strani o addirittura inverosimili
personaggi, maghi, indovini, streghe, invasati, medium, astrologi, operatori
metapsichici, depositari di occulte potestà, ne ha fatto una scorpacciata, ne è
rimasto saturo.
Non è che volesse utilizzare questi tipi per il suo lm. Giulietta degli
spiriti non è un documentario di prodigi tradotti in chiave fantastica. È una
favola inventata di sana pianta nella vicenda, nei personaggi e nell’ambiente.
Di tutti i maghi interpellati, compare in carne ed ossa soltanto Genius
(pronuncia “ginius” all’inglese) lo sconcertante e pittoresco indovino di
Roma che per il modo di vestire e di atteggiarsi ricorda il sarto Schubert.
Il pellegrinaggio è servito a Fellini soltanto come preparazione
psicologica indiretta. Il contatto con quelle abnormi creature in certo modo
dava impulso alla carica magica che già Fellini aveva dentro di sé, così come
in certi scrittori la musica serve a promuovere le idee. E a giudicare dai
risultati il sistema è stato ottimo. In Giulietta degli spiriti, che Fellini mi ha
fatto vedere, il clima di sortilegio, di inquietudine, di attesa, non viene mai
meno, con una varietà abbacinante di motivi e fantasmagorie.
Fellini però ne parla con cautela, cercando di minimizzare la sua impresa.
Va da sé che il regista ha una grande ducia in sé, altrimenti non oserebbe
mai tentare lm come questo. Ma poi, quando ne discorre, entra in gioco il
suo istintivo understatement. La classe, anche come uomo, è rivelata subito
da questa disarmante quanto spontanea semplicità. Un altro autorevole
esempio a conferma che il talento e il darsi importanza non possono andare
d’accordo.
Ora, fra tanti personaggi dell’Italia magica – gli chiedo – chi gli ha fatto
più impressione?
La maggioranza, anche se si trattava di fenomeni notevoli, non aveva
niente di eccezionale. I soliti tavolini semoventi, le solite decifrazioni
chiromantiche, le solite letture delle carte, le solite interpretazioni degli astri,
le solite operazioni taumaturgiche; con risultati spesso curiosi o addirittura
impressionanti. Nulla però che si staccasse dal classico repertorio.
Molti di questi maghi, o sedicenti maghi, pareva avessero smarrito ogni
personalità, come se fossero posseduti da un potere estraneo a loro;
risultavano quindi alquanto stolidi, o assolutamente infantili, o inesistenti
come creature umane. Agivano come automi, non tentando neppure una
interpretazione di ciò che facevano.
Comunque, Fellini mi cita Pasqualina Pezzolla, di Porto Civitanova, che
riesce a “vedere” l’interno del corpo umano quasi i visceri fossero
completamente scoperchiati ed esposti alla luce. Ed è quindi in grado di fare
delle diagnosi di una precisione tremenda. «Sembra un Macario vestito da
donna» racconta Fellini. «È una ex contadina, priva di studi ma dotata di un
notevole orecchio; a espressioni rozze e popolaresche mescola una
terminologia medica d’accatto che coi clienti le conferisce un certo tono. Per
farsi visitare vengono anche da lontanissimo, intorno alla sua casa c’è sempre
una folla che aspetta, bivaccano per no nella strada per non perdere il
turno. Come fa a visitare i malati? Pasqualina siede, ssando il cliente, con
respiri sempre più affannosi e contratti. Cade insomma in una specie di lieve
trance. La si vede trasformarsi, e dalla sua faccia sembra uscire un altro volto
più aguzzo. Intanto tiene una mano a visiera sopra gli occhi, come per
ripararsi dalla luce. Poi si alza in piedi. Biascica e parlotta tra sé forse delle
formule magiche. Si risiede. Ha due tre violenti scossoni. Sorride. È pronta.
Comincia a parlare: Vedo lo stomaco un po’ spostato in basso, vedo tre
calcoli uno grosso e due piccoli nel sacchetto della bile... Tale e quale che se
invece degli sguardi avesse i raggi X.»
Mi parla a lungo anche di “zio Nardu”, un bizzarro vecchio che diventava
cavallo. Abitava in una povera bicocca fuori Nuoro. Fellini ci andò
accompagnato da un pretino in fama di buon esorcista. Arrivati alla casa di
zio Nardu, dovettero aspettare due ore perché lui non voleva aprire. Alla ne
si spalancò la porta e zio Nardu apparve, un vecchietto di settant’anni,
all’apparenza niente di straordinario. Come vide il prete, si fece il segno della
croce. Salutò in tono piuttosto servile. Subito il pretino lo redarguì
severamente: «Ti vuoi convertire nalmente? La devi smettere di
trasformarti in bestia! Altrimenti nirai all’inferno...». E lui diceva di sì, era
pentito, prometteva di non farlo più, lacrime gli colavano dagli occhi. A
questo punto intervenne Fellini: il pretino, continuando così, gli avrebbe
rovinato tutto quanto. «Sì, zio Nardu, tu devi convertirti» disse il regista.
«Sono venuto apposta da Roma per parlare con te. Ma, per dimostrarti la
sua benevolenza, la Chiesa ti dà il permesso di diventare bestia ancora una
volta.» A quelle parole zio Nardu si rianimò, fece una grande risata, poi si
mise a parlare velocemente, non si capiva una parola, sembrava recitasse una
lastrocca di nomi messi insieme senza nesso.
All’improvviso cominciò a nitrire, non a emettere suoni, simili a nitriti,
ma a nitrire veramente come un cavallo. Ben presto avvenne una
metamorfosi mostruosa. La faccia divenne un muso, il muso si allungò a
vista d’occhio assumendo fattezze equine; gli occhi si ingrandirono,
divennero interamente neri e lucidissimi, appunto come gli occhi dei cavalli,
le orecchie si spostarono in alto, così da sporgere dalla sommità del capo.
Per no il corpo, sembrò a Fellini, acquistava un certo che di cavallino.
Allora, sempre cacciando altissimi nitriti di gioia, l’uomo-cavallo cominciò a
scalciare furiosamente. E il pretino a recitare le formule sacre dell’esorcismo.
Fino a che l’altro si quietò e nel giro di pochi secondi riacquistò sembianze
umane.
Al termine dell’inusitata scena, Fellini si trattenne a discorrere con zio
Nardu. «Spiegami un po’» gli chiese: «perché ti piace fare il cavallo?». «Ma il
cavallo è più buono, è più onesto degli uomini» rispose il vecchio con
entusiasmo. «Non c’è niente di più bello di un cavallo. Sì, per questo io
voglio diventare un cavallo. Sì, sì, io sono un cavallo.»
Zio Nardu è morto recentemente, del tutto felice perché nella suprema
agonia aveva avuto una delle sue crisi, tramutandosi in destriero. E i suoi
ultimi rantoli furono nitriti. Un matto, insomma, ma fuori della norma dei
matti. Del resto, mi ha fatto notare Fellini, la pazzia in certi casi è
“materializzante” cioè l’uomo nisce per assomigliare alla persona o alla
cosa in cui si illude di essere trasformato. Così c’è il pazzo che può
assomigliare a Napoleone, il pazzo che assume le forme di un uccello e così
via.
«Ma il personaggio di gran lunga più interessante» racconta Fellini «che
sta a sé, completamente fuori di questa galleria di fenomeni più o meno
patologici, il personaggio più portentoso è il dottor Gustavo Rol, di Torino.
Anche lei certo ne ha già sentito parlare. Non si tratta di un “mago” più
dotato degli altri. È un signore civilissimo, colto, spiritualmente raffinato,
che ha fatto l’università, dipinge, si è dedicato per anni all’antiquariato. Ma
dispone di tali poteri che non si capisce come non sia famoso in tutto il
mondo. Chissà, forse non è ancora venuto il suo momento.
«Quello che Rol sa fare è pauroso. Chi assiste prova la sensazione di uno
che sprofonda in un abisso marino senza scafandro. È la testimonianza
fascinosa e provocatoria di una trascendenza. Se non si resta terrorizzati è
soltanto per il suo modo gioviale e scherzoso un po’ da Fra Ginepro, per
l’atmosfera salutare che si sprigiona da lui. Del resto egli stesso, prima degli
esperimenti, cerca, con opportuni avvertimenti, di creare un limite alla
meraviglia, altrimenti si potrebbe rimanerne schiantati.»
Del prodigioso mondo in cui vive Gustavo Rol, Fellini mi ha parlato a
lungo, senza un dubbio, senza una riserva. Ecco quattro episodi esemplari.
Erano seduti, Fellini e Rol, in una sala dell’albergo Principe di Piemonte,
a Torino. Accanto a loro un tavolino con sopra un grosso calamaio d’argento.
«Adesso provo un esperimento» disse Rol. «Guarda però che non mi riesce
sempre. Vedi quel calamaio? Ti prego tienilo d’occhio.» Fellini ssò il
calamaio. Subito ebbe la sensazione che “qualcosa succedesse dentro di lui,
qualcosa di obliquo, come un malessere lucido”. A un tratto, mentre
continuava a ssare il calamaio gli “venne a fuoco” il piano del tavolino, con
eccezionale evidenza, ma senza più il calamaio. Sotto i suoi occhi il calamaio
era sparito. E Rol non si era mosso dalla poltrona, non aveva mosso le mani.
«Il calamaio era sparito» spiega Fellini. «Si trattava però come di un’eco.
L’operazione, come dire?, era avvenuta su di un altro piano, io ne percepivo
soltanto una rifrazione.» Rol era sudatissimo, quasi uscisse da un lungo e
spossante sforzo. Ma scherzava: «Adesso mi arresteranno come ladro.
Adesso come facciamo? Riuscirò a far tornare il calamaio? Quel signore
laggiù ci sta guardando. Lo conosci tu quel signore laggiù in fondo?». Fellini
si voltò a guardare. Non c’era nessun signore. Riportò gli sguardi al tavolino.
Il calamaio era tornato.
«Come può fare cose simili? Da quello che ho vagamente intuito, Rol
deve compiere una serie di operazioni mentali in cui crea un certo ordine
che si traduce in realtà sica. Chissà, si direbbe che conosca la famosa legge
di Einstein per cui la materia può trasformarsi in energia e viceversa; solo
che lui la realizza sul piano mentale.»
Un altro prodigio avvenne in un ristorante, pure a Torino. Avevano nito
di pranzare, era già stato pagato il conto. «Andiamo?» propose Fellini.
«Andiamo pure» rispose Rol. Fellini fece per avviarsi all’uscita ma si accorse
che Rol restava seduto. «Non ti alzi?» gli chiese. «Ma io sono già alzato» fece
Rol. «Io sono in piedi.» Fellini guardò meglio: Rol era alzato, infatti, ma
aveva la statura di un nano. Il dottor Gustavo Rol, che s ora il metro e
ottanta, non era più alto di un bambino di dieci anni. Qualcosa di folle, di
allucinante: come Alice nel paese delle meraviglie. «Su, andiamo, andiamo»
fece Rol a Fellini annichilito. Ma a Fellini mancò di nuovo il ato; senza che
egli avesse potuto percepire il mutamento, Rol di colpo si era trasformato in
un gigante, stava accanto a lui come un cipresso, lo sovrastava di almeno una
spanna.
Ed eccoli al parco del Valentino, Rol e Fellini, in un pomeriggio
sonnolento. Contrariamente al solito, Rol è malinconico, parla poco, insegue
certi suoi sconosciuti pensieri. Si siedono in silenzio su una panchina. Più in
là, seduta a un’altra panchina, una nurse dormicchia con dinanzi la
carrozzella del bambino. Sopra la carrozzella si mette a girare un grosso
calabrone. «Guarda là,» dice Fellini «bisogna andare a cacciare via quella
bestiaccia.» «No, non occorre» risponde Rol, e tende la mano destra in
direzione dell’insetto. Uno schiocco di dita, e il calabrone cade a piombo,
fulminato secco. «Ah, mi dispiace» deplora l’uomo misterioso e affascinante.
«Mi dispiace. Questo non dovevo fartelo vedere!»
Quarto caso. Per avere disobbedito, Fellini stette male, per due giorni non
riuscì né a mangiare né a dormire. «Mi fa scegliere una carta da un mazzo.
Era, mi ricordo, il sei di ori. Prendila in mano, mi dice, tienila stretta sul
tuo petto e non guardarla; ora, in che carta vuoi che la trasformi? Io scelgo a
caso. Nel dieci di cuori, gli dico. Mi raccomando, ripete lui, tienila bene
stretta e non guardarla. Lo vedo concentrarsi, ssare con intensità
spasmodica la mia mano che tiene la carta. Intanto io penso: perché mai non
devo guardare? Sì, me lo ha proibito, ma il tono non era troppo severo. Che
me lo abbia detto apposta per indurmi a trasgredire? Insomma, non resisto
alla tentazione. Stacco un po’ la carta dal petto e guardo. E allora ho visto...
ho visto una cosa orrenda che le parole non possono dire... la materia che si
disgregava, una poltiglia grigiastra e acquosa che si decomponeva
palpitando, un amalgama ributtante in cui i segni neri dei ori si
disfacevano e venivano su delle venature rosse... A questo punto ho sentito
una mano che mi prendeva lo stomaco e me lo rovesciava come un guanto.
Una inesprimibile nausea... E poi mi sono trovato nella mano il dieci di
cuori.»
Per ultimo ho chiesto a Fellini: «Di tutte queste esperienze, di tutte queste
stregonerie, c’è stata qualche ripercussione nella realizzazione del lm?».
«È difficile rispondere» dice Fellini. «Certo, mi sono trovato di fronte a
una quantità di imprevedibili e strane opposizioni, quasi che una forza
oscura mi volesse scoraggiare. Cose vaghe, però, forse soltanto mie assurde
sensazioni... E poi, a motivo di questo lm, alcune amicizie si sono guastate,
perdute, distrutte. Si intende, amicizie apparenti, di super cie... Contro la
vera amicizia non credo che la magìa possa fare molto.»
Un pittore morto da 70 anni
ha dipinto un paesaggio a Torino

Torino, agosto 1965

La luce è stata spenta. La sala resta buia tranne il rettangolo di una porta di
vetro smerigliato da cui ltra il ri esso di una lontana stanza. Siamo in un
grande appartamento in via Galileo Ferraris, a Torino.
La luce è stata spenta, su ordine di Rol. Adesso il mago, ma non è un
mago, come possiamo de nirlo? il Maestro? l’Illuminato? il Sapiente? il
Superuomo? adesso il potente e irraggiungibile Rol farà un esperimento di
pittura al buio, con la partecipazione di un pittore francese, François-
Auguste Ravier.
Dipingere al buio un quadro sensato non è cosa facilissima. L’operazione
diventa anche più incerta se a dipingere è un uomo morto settant’anni fa.
Infatti François-Auguste Ravier, maestro del nostro Fontanesi, nacque a
Lione nel 1814, morì nel 1895.
Due settimane fa, quando venni a Torino per incontrare per la prima volta
il dottor Gustavo A.C. Rol, restai stupito. Non già della sua casa che mi
avevano descritto molto bella, con preziosi mobili, oggetti e quadri antichi,
ricca di cimeli napoleonici. Ma di lui. Da quanto avevo letto e sentito dire, dal
ritratto a matita pubblicato dalla rivista «Planète», mi aspettavo un uomo
freddo, ermetico, reticente, chiuso nel giro dei suoi fantastici segreti, perciò
inquietante e indecifrabile, da avere disagio o paura.
Colpisce invece in Rol, che a sessantadue anni ne dimostra almeno dieci di
meno, una vitalità straordinaria, e gioiosa. Insisto sulla serenità e l’allegrezza
che ne emanano. Qualcosa di benefico che si irraggia sugli altri. È questa la
caratteristica immancabile, almeno secondo la mia esperienza dei rari uomini
arrivati, col superamento di se stessi, a un alto livello spirituale, e di
conseguenza alla autentica bontà.
In quanto alla faccia, descriverla è difficile. Qualcuno l’ha definita da bon
vivant. Non è vero. Potrebbe essere quella di un guru indiano. Ma potrebbe
anche appartenere a un chirurgo, a un vescovo, a un tenero bambino. Ci si
aspetta una maschera impressionante e magnetica. Niente di questo. Ciò che
sta dietro a quella fronte, almeno a prima vista, non traspare.
Nella sua casa al quarto piano di via Silvio Pellico 31, un’ora fa, Rol ci ha
parlato a lungo – c’erano la signora Franca P., giovane vedova di un
industriale torinese di cui ora dirige intrepidamente la azienda, sua glia
Lucia quattordicenne eppure già assennatissima, il giovane editore F. e il
sottoscritto – ha parlato a lungo spiegandoci in che modo, secondo lui, il fu
François-Auguste Ravier interverrà all’esperimento. Rol dichiara di non
essere un medium. Rol, cattolico convinto, non crede che l’anima dei morti
possa tornare fra noi e manifestarsi. Crede che, all’atto della morte, l’anima
torni alle origini, ma sulla terra possa restare un quid, chiamiamolo pure
“spirito”, cioè la carica di vitalità e di intelligenza che l’uomo trasmise alle sue
opere. Questo “spirito” può, in determinate circostanze, ripetere cose che
aveva fatto durante la vita, non mai creare qualcosa di nuovo o rivelare i
segreti dell’aldilà. Il Ravier che tra poco dovrebbe dipingere al buio non è
l’anima del defunto pittore bensì quella parte spirituale di lui che fu spesa su
questa terra e che qui continuerà a esistere anche fra cento milioni di anni.
In quanto al legame fra Rol e Ravier, non esiste spiegazione, Rol dice che
Ravier è venuto a lui spontaneamente e da allora gli è rimasto fedele,
prendendo parte a una numerosa serie di esperimenti.
Come Rol mi vide per la prima volta, due settimane fa, e seduto di fronte a
me, mi osservò sorridendo, subito mi puntò l’indice al fianco destro. «Eh, là.
Bisogna fare attenzione. Stomaco e fegato... Lei li maltratta, vero? (era vero)...
In passato lei ha avuto una piccola ulcerazione al duodeno, ora cicatrizzata...
Una periduodenite è in atto... Nel complesso però la vedo bene. La sua aureola
è chiara, di un bel colore verde, solo ai margini un poco grigia... No, non mi
guardi così. Non sono un mago. Non credo nella magia... Tutto quello che io
sono e io faccio viene di là (e indicava il cielo), noi tutti siamo una parte di
Dio... E a chi mi domanda perché faccio certi esperimenti rispondo: li faccio
proprio a confermare la presenza di Dio...»
Seduti intorno al tavolo rotondo della sala da pranzo. Due sontuose
consoles dorate Luigi XIV, vasi primo impero, un nudo canoviano di marmo,
le pareti tappezzate da uno stupendo papier peint del primo Ottocento, con
rupestri romantici paesaggi. «Hai sentito poco fa quello scricchiolio là a
sinistra? No, non era uno scricchiolio, era qualcosa di più. Mi sono subito
accorto che lui era qui. Lui Ravier...» Prende una matita, ne poggia la punta
su un foglio bianco. «No, non sono in trance...» La matita si muove, traccia
alcuni segni. «Ecco la rma» dice Rol. «Allora vediamo... Io sono pronto a
scrivere ma la mia mano non va...» La matita però si muove nuovamente: “Je
veux bien peindre mais pas ici, pas dans cette maison”. La signora Franca P.
propone: «Andiamo a casa mia?».
Il fu François-Auguste Ravier approva sempre in francese: “Mi piace il
quadro (si tratta di un quadro di ori dipinto da Rol) che la signorina si è
portato a casa. Voglio dipingere guardandolo. Presto, presto, partite...
Dipingerò a olio. Prendete il necessario, a suo tempo vi dirò i colori che
intendo adoperare. Il signore più giovane mi piace molto. L’altro (che sarei
poi io) mi fa pena a motivo della sua solitudine. Entrambi sono dei veri
amici. Grazie. Le signore le conosco da parecchio tempo. Presto, presto,
partite”. Così ha scritto, per mano di Rol, il pittore morto settant’anni fa.
La seconda volta che incontrai Rol, mi fece vedere alcuni esperimenti. I più
semplici, mi disse, l’ABC, proprio le aste che fanno i bambini dell’asilo. C’erano
sul tavolo nove mazzi di carte, a cui fece fare, senza toccarle mai, cose
semplicemente folli. Non so più quanti esperimenti, per oltre tre ore filate. Rol
usa volentieri le carte da gioco perché sono maneggevoli, si distinguono
facilmente, si prestano a un controllo perfetto e offrono una infinita varietà di
combinazioni. Qualche esempio: in piena luce, sopra un mazzo scelto a caso
da me, da me controllato e lungamente mescolato, veniva messo un vaso del
peso di circa due chili. Quindi da un altro mazzo Rol mi faceva scegliere una
carta, mettiamo fosse l’asso di fiori. Rol, concentrandosi ma non cadendo
affatto in trance, tendeva le mani verso il vaso; dopodiché, tolto il peso, nel
mazzo si trovava l’asso di fiori rovesciato.
Altro gioco, se si può dire gioco, che a raccontarlo forse non sembra gran
cosa eppure a pensarci fa venire i brividi nella schiena perché implica una
trasformazione istantanea della materia o comunque un fenomeno altrettanto
contrario alle leggi fisiche: Rol mi faceva scegliere un mazzo, quindi
mescolarlo, quindi dividerlo in quattro mucchietti non importa se disuguali,
quindi mi chiedeva: Che seme preferisci? I cuori, io dicevo. Allora lui: E quale
dei tre mucchietti preferisci? Quello là, indicavo io. Rol rovesciava il
mucchietto e nel mucchietto, misteriosamente, si erano concentrati tutti i cuori
del mazzo.
Un altro ancora: Rol mi fece scegliere uno dei mazzi e mi invito a
infilarmelo nella tasca interna della giacca. Da un altro mazzo mi fece
scegliere una carta, era il quattro di cuori. Allora Rol prese un mozzicone di
matita e con arguta intensa espressione da folletto punzecchiò l’aria, in
direzione del mio petto. Dopodiché, nel mazzo che avevo messo in tasca, trovai
il quattro di cuori traforato da tredici piccoli buchi.
Trasferitici, a mezzanotte e mezzo, in casa della signora Franca P., Rol ci
fa sedere tutti su un lato, prepara la cassetta coi colori su una sedia, fa
rmare da tutti, per garanzia, il retro di un piccolo cartone telato, consegna a
ciascuno un foglio di carta, da scuotere, se lui lo chiederà, perché quel
rumore – spiega – promuove la concentrazione mentale. Ha fatto spegnere
la luce, si toglie la giacca, nel buio si distingue la sagoma della camicia
bianca. A voce alta invoca: «François-Auguste Ravier, peintre à Lyon. Je
demande François-Auguste Ravier, peintre à Lyon. Je suis Rol à Turin...».
Silenzio.
«François-Auguste Ravier, peintre à Lyon!» ripete. «... Ma guarda se si fa
sentire!... Forse sono troppo distaccato da voi, e non vi capto.»
Evidentemente la nostra assistenza gli è necessaria. Riaccesa la luce, Rol
ci fa cambiare di posto, alza un lembo del tappeto, distende sul pavimento
un giornale, vi depone tavolozza e pennelli. «Sono proprio scalognato»
mormora intanto fra sé. «Magari adesso quello mi fa il bello scherzo di
lasciare il cartone bianco e di rmarlo... Come sono nervoso!»
Ma nel frattempo, sopra un foglio steso sul tavolo, la destra di Rol
ricomincia a tracciare parole. È Ravier che sceglie colori e attrezzi: “Biacca,
giallo, vermiglione, un verde qualsiasi, bruno Van Dyck, blu cobalto, un
pennello grande e uno piccolo, una paletta, un coltellino, un tampone, e
buona volontà”.
Con parsimonia estrema Rol, rifatta luce, dispone sulla tavolozza i colori
richiesti, sembra impossibile che possano bastare per un quadro, per piccolo
che sia. Poi ci chiede di scegliere il soggetto. Uno dice: una campagna al
mattino. Uno dice: un ume. Uno dice: un tramonto in montagna. Uno dice:
un paesaggio di foreste.
Al nostro primo incontro Rol aveva accennato a questi esperimenti di
pittura come a prove di grado avanzato, a cui io non potevo ancora assistere.
Il motivo? Stasera lo capisco, il perché. Perché qualcuno potrebbe anche
prendersi una paura maledetta.
Ecco di nuovo il buio e nel buio la sagoma fantomatica di Rol che si mette
a vagolare su e giù per la stanza assumendo un passo sempre più pesante e
stentato. E intanto si curva, come carico di migliaia di anni. Ed emette voci
impressionanti, raschiamenti di gola, gemiti di caverna, lamentose
invocazioni: «Non riesce, non riesce, ci sono troppe luci!... No, no, adesso
non andate di là a spegnere, sarebbe peggio... Oh questi capelli che mi vanno
negli occhi che cosa tremenda (si tratta della lunga capigliatura di Ravier)...
Dov’è questa paletta?... Il colmo dei colmi... Eccola qua... Ah mais c’est lourd
ça, Monsieur Ravier... Voi, sentite: se diventassi piccolo o altissimo non
prendete paura...».
Una parola! Proprio questo avvertimento aggrava l’incubo. Perché dovrei
aver paura di vedere un uomo accorciarsi o allungarsi? (questa è appunto
una specialità di Rol). Il motivo non lo so, ma sono sicuro che avrei uno
spavento mostruoso.
Solo per pochi secondi, e a intermittenza, Rol si siede dinanzi al cartone
da dipingere. Lo intravediamo invece che si trascina per la sala come
ubriaco, curvo a guisa di uncino, mugolando. E intanto, a tre metri di
distanza, si ode là sul pavimento un nervoso tramestio di pennelli e palette.
«Ho ottant’anni!...» è un soffio da moribondo. «... Ottant’anni!... C’est
fatigant... Non mi era mai successo di essere così maltrattato...» Ansima
enormemente. All’improvviso si batte con gioia le cosce. «Ah, che buono!...
Ah, che luce, che grande luce!» Silenzio. «Non ho mai faticato tanto... Queste
luci in sala sono mortali... La luce! Accendete quella lampada in angolo.»
Si accascia su una poltrona, ansimando come dopo una corsa disperata.
Tiene con la destra il cartone telato che non è più bianco come prima. Lo
depone al suo anco su di un tavolino. Chiede un asciugamani per tergersi il
sudore. La allucinante scena non sarà durata più di venti minuti nel
complesso, la fase vera e propria di pittura al buio non più di dieci. E nel
frattempo il dipinto è stato fatto.
Qualche volta Rol si diverte anche a fare il burlone, a prendersi gioco degli
amici, quasi per spronarli a maggiore scaltrezza. Come quando, una settimana
fa, annunciò a chiusura della seduta: Adesso tenterò un esperimento che fa
paura perfino a me: cambierò il colore al dorso delle carte. Prese uno dei
mazzi, era il più usato di tutti, fece scegliere tre carte da noi. Chissà come,
risultarono un otto, un nove e un dieci. Mi disse: Scegli un colore. Risposi:
Rosso. Disse: Il dorso di queste carte è blu, blu più rosso fa viola, adesso tutti
gli otto, i nove e i dieci diventeranno viola. La signora Franca P. pose una
mano sul mazzo. Rol vi appoggiò sopra le sue. Dopo qualche secondo si
controllò. Sul dorso, gli otto, i nove e i dieci avevano innegabilmente un colore
diverso, più intenso, di intonazione violacea. Era sconvolgente. Soltanto più
tardi, sulla via del ritorno a Milano, mi resi conto dello scherzo. Infatti gli otto,
i nove e i dieci, cioè i cosiddetti scartini, sono in genere adoperati molto meno.
Logico che non fossero sbiaditi come le altre carte del mazzo, che la tinta fosse
più viva.
Ma stasera la burla sicuramente non c’è. Immaginare o semplicemente
sospettare un trucco è di gran lunga più difficile e assurdo che ammettere il
prodigio. Qualcuno, o qualcosa, ha dipinto sul cartone telato un grazioso
paesaggio di gusto ottocentesco, alquanto di maniera: si vedono un ume, o
laghetto, recinto da ripe boscose, una montagna sullo sfondo, il sole che
balena attraverso una striscia di nuvole. La tecnica è da maestro. I colori,
assai diluiti (ce n’era tanto poco) si accordano in amabile armonia. Si
constata al tatto che sono freschissimi. Un pittore provetto, che avesse già
eseguito lo stesso quadro cento volte e lo sapesse ripetere a memoria, non
potrebbe impiegare meno di due o tre ore, per veloce che sia.
Strano: quanto più li osservo, tanto più mi sembra che disegno e colori si
de niscano, si rassodino, prendano consistenza. «Naturale» fa Rol. «Mentre
noi qui esaminiamo il dipinto, Ravier sta dando gli ultimi tocchi. Una volta,
in uno dei suoi quadri, è comparsa una piccola gura, una specie di
fantasma parecchi minuti dopo che l’esperimento era nito.»
Sono le tre di notte. Il paesaggio non si muove più dopo l’ultimo
rimescolio i colori hanno cessato di palpitare. Monsieur Ravier
apparentemente ha preso congedo. Adesso dove sarà? Lo incontrerò
sull’autostrada di Milano?
I bimbi concepiti oggi
saranno tutti maschietti?

San Vito di Valle Castellana, agosto 1965

Anche questa è una storia misteriosa d’Italia ma senza spiriti né altre brutte
cose che possano dare fastidio. Una piccola storia, se volete, simpatica e
ottimista però, e indiscutibilmente abbastanza misteriosa tanto è vero che
quando l’ho raccontata a mio fratello professore universitario di genetica, io
mi aspettavo che facesse una oltraggiosa risata, invece sorrise solamente e
disse: «Bah, nora ne sappiamo così poco di queste cose!».
Franco Manocchia, direttore della «Gazzetta di Pescara», mi accompagnò
in macchina a trovare il signor Antonio Sabatucci, l’uomo che ha trovato il
metodo – detto appunto metodo Sabatucci e approvato, garantisce lui, dalla
presidenza del Consiglio dei Ministri in data 24-11-1956 con atto numero
0/57810 – per mettere al mondo bambini maschi o bambine femmine
secondo il proprio desiderio e non si è mai dato il caso, dice lui, che il
metodo abbia fatto cilecca.
Il signor Sabatucci abita a San Vito di Valle Castellana, 617 metri sopra il
livello del mare. Per andarci si raggiunge Teramo e poi ci si inerpica su per i
anchi di montagne verdi. Era una bellissima giornata, quanto più ci si
alzava tanto più l’aria si faceva fresca e gradevole, la strada era asfaltata e,
almeno questa mattina, piena di allegria, allegri erano pure i prati, gli alberi,
le coltivazioni qua e là e, controluce, la sagoma alquanto solenne del Gran
Sasso il quale però venne ben presto nascosto dal monte sul quale stavamo
innalzandoci e allora non rimasero disponibili alla vista che dossi, valloni e
cucuzzoli verdi dall’espressione gioviale e rassicurante.
Poco prima di arrivare a San Vito di Valle Castellana, la nostra auto
raggiunse una Volkswagen 1200 bianco-grigia pilotata da una donna, con
targa Aosta. Io mi chiesi: anche costei va a trovare il signor Sabatucci?
Quanti altri, oltre a me, sono andati oggi a trovare il signor Sabatucci?
Chissà quanto ci sarà da aspettare.
Ragione per cui la nostra macchina cercò di sorpassare la Volkswagen
per arrivare prima, ma non fece in tempo perché proprio in quel mentre
arrivammo a San Vito che è un paesello di tre-quattro case, la Volkswagen
fece alt e noi ci fermammo subito dietro. La casa del signor Sabatucci, ci
informarono, era là, a sinistra, a una ventina di metri. Altre macchine non si
vedevano, non si notavano assembramenti o code. Tutto era deserto e
tranquillo.
Dalla Volkswagen emerse una signora magra e bionda dell’età di
trentacinque anni circa, non sgradevole, dotata di un’estroversa vitalità
apparentemente inesauribile. Indossava un abito di lino bianco tagliato bene
e subito notai alla sua mano sinistra uno smeraldo scandaloso che, a occhio
e croce, doveva pesare un paio di chili.
Subito ci chiese: «Anche voi siete venuti a consultare il mago? Non per
voi, immagino. Sposati tutti e due? E... di quanti mesi?... Ah no?...
Giornalisti? Che bellezza, i giornalisti io li adoro... No, no, niente in
contrario! Certo che possiamo entrare insieme... Juliette, ma ti decidi a
scendere?... Voi due lo conoscete già questo Bartolucci? Me ne hanno detto
meraviglie, ah già, Sabatucci, pardon... Juliette ti prego, spicciati e porta la
mia borsa verde che ho dimenticato in macchina...».
Pesantemente comparve Juliette che non doveva aver passato ancora la
trentina ma a tavola non aveva perso tempo a giudicare dalle dimensioni,
aggravate dal visibile stato interessante. Seguirono le presentazioni:
«Questa è mia cugina Juliette,» fece la bionda della Volkswagen «è per lei
che siamo venute, mi intende... Piacere. Piacere. Io mi chiamo Martina.»
Salimmo insieme alla casa del signor Sabatucci. Una delle sue due glie ci
informò che stava ancora mangiando ma che presto sarebbe venuto, intanto
ci accomodassimo. Si capiva che la casa, a due piani, era stata costruita da
poco, anche i mobili di quel tinello (lui evidentemente stava pasteggiando in
cucina) erano stati comperati da poco, e il tavolo ovale aveva una copertura
di vetro. Sopra una credenza stavano la televisione e un falchetto impagliato.
Ai muri oleogra e con scene di caccia. Avendo Manocchia accesa una
sigaretta, la glia Sabatucci gli porse un portacenere di ceramica con l’effigie
dell’Empire State Building.
La signora Martina non poté istruirci completamente sulla propria vita
nascita famiglia parenti educazione scuole danzamento matrimonio
puerperii letture lm e attori preferiti perché, accompagnato da un’altra
glia, entrò il signor Antonio Sabatucci (ha avuto sette gli di cui uno
morto, sono rimasti quattro maschi e due femmine).
Il signor Sabatucci porta magni camente i suoi settantatré anni e
assomiglia a Benedetto Croce. È bonario e sereno, non si dà importanza ma
parla della sua teoria come fosse Vangelo. La signora Martina non lo lasciò
atare:
«Ah signor Sabatucci» irruppe a guisa di mitra «consoli consoli la mia
cuginetta, le dia la buona notizia, si immagini, sposata da cinque anni, a
proposito Juliette cinque o sei? No no cinque anni, e suo marito n da
danzato non la smetteva più con la storia del glio maschio, ah questi
mariti che roba, lei sapesse, il nome della famiglia da perpetuare, il titolo da
conservare e tutte queste storie, e invece ha cominciato a venire una
femminuccia un tesoro lei sapesse e passa un anno e viene un’altra
femminuccia e passa un altro anno e arriva una terza femminuccia e adesso
se arrivasse una quarta femminuccia lo capisce che cosa succederebbe
eccetera eccetera? Perché sembra una dannazione della famiglia, mica che
non gli si voglia bene lo stesso ma anche a me è capitato lo stesso destino,
cose da non credersi, due volte mamma e anche a me due femminucce e nel
mio caso per fortuna non c’è il titolo di conte da trasmettere ma anche mio
marito, mi deve credere, anche lui è ssato con l’erede...»
Per fortuna le mancò il ato e il signor Sabatucci poté fare udire la sua
voce baritonale: «Allora l’hanno informata malamente signora, il mio
metodo riguarda il concepimento, e per poter sapere se la signora sua cugina
avrà un maschio oppure una femmina dovrei sapere l’esatto giorno del
concepimento».
«Juliette Juliette» fece la signora Martina. «Lo saprai, no, quando l’hai
concepito!»
«Concepito come?» erano le prime parole uscite dalle labbra della Juliette.
«Dai Juliette non stare lì sempre come un coso. Concepito, no? Insomma
quando è cominciato, e tutto quanto...»
«In aprile deve essere stato.»
«In aprile quando? In che giorno preciso?» chiese il signor Sabatucci.
«Non so, non posso ricordarmi.»
«Allora mi dispiace signora» disse con dignità il sosia di Benedetto Croce
«temo di non poter esservi utile. Lei dovrebbe dirmi il giorno preciso.
Perché ci sono dei giorni in cui si concepiscono solo maschi e dei giorni in
cui si concepiscono solo femmine e il mio metodo stabilisce in anticipo, di
anno in anno, quali saranno i giorni maschi e quali saranno i giorni
femmine, di solito vanno a piccole serie, per esempio sei giorni consecutivi
maschi, poi un giorno di intermezzo in cui possono nascere gemelli di sesso
opposto, poi quattro giorni consecutivi femmine e così via.»
«Ma è magni co, ma è divino!» esplose la signora Martina gesticolando
in modo da far cadere a terra la sua borsa verde appoggiata al bordo del
tavolo e si udì un colpo secco e metallico. «Meraviglioso, signor Lorenzucci,
speriamo che non si sia rotto il acone... Allora la serie nera in casa mia è
nita, allora, Dio che bellezza, la nirà mio marito di cosare e tutto
quanto...»
«Sicuramente, signora» confermò il Sabatucci soddisfatto. «Liliana, porta
un po’ di quei volantini!»
La glia Liliana maritata Ciafferdoni andò di là e tornò con un
fascicoletto dalla copertina azzurra nonché una decina di fogli stampati che
dicevano:

Mamme, spose, fidanzate! Le Vostre preoccupazioni di non poter sapere


come sarà composta la famiglia sono finite.
Con l’eccezionale novità del metodo Sabatucci potrete stabilire prima del
concepimento il sesso di ciascun figlio, che sarà maschio se così lo vorrete,
oppure femmina, a Vostra scelta... La teoria Sabatucci non è in vendita nelle
librerie e si potrà ricevere l’opuscolo inviando all’autore Antonio Sabatucci, San
Vito (Teramo), lire 2000. Riceverete il libro in raccomandata con tutte le
istruzioni, serietà e garanzia assoluta... Mi potranno scrivere tutte le donne
incinte precisandomi in quali giorni è avvenuto il concepimento ed io
risponderò gratuitamente indicando con certezza il sesso del bambino che
verrà alla luce dando così loro la possibilità di preparare il corredino adatto...
Si prega di allegare il francobollo per la risposta.
Riuscii a intervenire: «Signor Sabatucci, come l’ha scoperto questo
metodo?».
Sabatucci si ritrasse alquanto in sé: «Ho pensato, ho studiato. Ho
consultato i registri delle nascite. Posso dire solo che entrano in gioco gli
in ussi della luna... Certo che per arrivare alla certezza ne ho impiegato del
tempo... Ma da vent’anni, ormai, posso dire che la teoria è perfetta».
«E si può sapere in che cosa consiste?»
La glia Liliana: «È un segreto. Il papà non l’ha mai detto a nessuno,
neppure a mio fratello Salvatore che fa il medico. Papà dice che lo lascerà ai
gli in testamento, vero, papà?».
«E nella sua famiglia» chiesi ancora «il metodo ha funzionato sempre
bene?»
«Perfettamente» disse l’inventore. «I miei gli e le mie gliole hanno tutti
avuto bambini maschi o bambine femmine a volontà. Ah, no, c’è stato un
errore...» e sorrise compiaciuto «... perché, vede, quando è nato il mio sesto
glio, che era una femmina, allora io ho fatto sapere pubblicamente: adesso
Antonio Sabatucci ne ha abbastanza, ma se per caso Dio vorrà benedire
ancora la mia casa, ve lo annuncio n da adesso che sarà un maschio... Poi
lei sa come vanno queste cose... Un bel giorno mia moglie – in questi giorni
si trova a Rimini ma domani o dopodomani ritorna – un bel giorno mia
moglie mi dà la bella notizia. Caspita, e quando è successo? le chiedo...
Insomma facciamo bene i conti e viene fuori che sarà una femmina invece
che un maschio. E io in paese che gura ci facevo, dopo quello che avevo
annunciato? Un bel problema... Per fortuna mi è venuto in mente di
chiedere consiglio a mio glio medico. E lui mi risponde: ma è semplice,
papà, basta far sapere in paese che avevi sbagliato il conto e che il nuovo
nato sarà una femmina, così avrai salvato la faccia... Ed è stato proprio così e
nessuno ha avuto niente da dire...»
La signora Martina, con due biglietti da mille in mano, stava sulle suste:
«Allora, signor Gasparucci, me lo può dare il suo libro?».
«Ecco qua» disse lui prendendo in mano lo smilzo fascicoletto con la
copertina azzurra.
Il fascicolo si apre con una introduzione di tono dotto in cui è detto fra
l’altro:
Oggi, dopo aver controllato la propria teoria su migliaia di casi, il Sabatucci
è riuscito a dare una base categorica al proprio metodo. La determinazione
preventiva del sesso può essere considerata ormai un fatto compiuto nelle sue
possibilità di applicazione pratica. All’indagine degli studiosi resta soltanto
l’interpretazione esatta dei fattori che vi entrano in giuoco.
L’esperienza medica conferma l’esistenza di un ciclo: la scienza deve ancora
spiegarne le cause. Comunque, le ricerche in corso sono giunte a stabilire,
confermando il metodo Sabatucci, la presenza di fattori stagionali che si
ripetono con metodica periodicità.
Attualmente esistono metodi rigorosi per svelare il sesso del nascituro, ma
solo nel corso della gravidanza. Tra i più recenti quello di Rapp e Richardson,
basato sulla presenza nella saliva della gestante di un ormone libero –
l’estrogeno – determinabile con una semplice reazione chimica... Penetrare nei
misteri della “petite différence”, come la chiamano i francesi, non è un sistema
nuovo.
Le stesse considerazioni basilari che articolano il metodo Sabatucci si
possono ravvisare nella formulazione della nota teoria Ogino-Knaus. Questa
teoria determina...

Seguono le pagine dedicate ciascuna ai dodici mesi. Per ogni giorno,


stampigliata a mano, c’è l’indicazione “maschio” o “femmina”. Di quando in
quando un giorno in bianco: sono quelli “soggetti a gemelli di sesso
opposto”.
Gli chiedo: «Signor Sabatucci, potrei pubblicare la lista sul giornale?».
Lui mi guarda perplesso: «Be’. E dopo, chi si rivolge più a me, se con
cinquanta lire può sapere tutto quanto? Guardi, per farla contento, le lascio
pubblicare i giorni che rimangono di agosto».
Si fece portare un fascicoletto senza le stampigliature e a mano riempì gli
spazi in bianco:
13 agosto, si concepisce maschio. 14 agosto, si concepisce maschio. 15
agosto, maschio. 16 agosto, maschio. 17 agosto, maschio. 18 agosto, nessuna
segnalazione. 19 agosto, femmina. 20 agosto, femmina. 21 agosto, femmina. 22
agosto, femmina. 23 agosto, femmina. 24 agosto, femmina. 25 agosto,
femmina. 26 agosto, nessuna segnalazione. 27 agosto, maschio. 28 agosto,
maschio. 29 agosto, maschio. 30 agosto, maschio. 31 agosto, maschio.
Sarà poi vero? Se lo fosse, una bella occasione persa dai signori professori
scienziati, direi.
La storia del bambino-feticcio

Ortona, agosto 1965

Alberto Melisana, corrispondente del «Corriere» da Pescara, e Franco


Manocchia, direttore della «Gazzetta di Pescara», mi hanno gentilmente
accompagnato qui a Ortona per aiutarmi, loro due pratici dell’ambiente, in
una intervista alquanto difficile.
Si trattava di intervistare un uomo uscito in carne ed ossa dalle tenebre
del Medioevo, uscito dai più sozzi e crudeli ludibri dell’epoca nera, uscito da
una investitura di mistero e di morte, uscito fumigante ma ancora vivo dalla
pentola del demonio.
E volevo persuaderlo a tirar fuori tutto questo bitume, a raccontarmi
quello che si ricordava in ogni minimo particolare, morti cazione e
vergogna, perché è una delle storie più folli e buie del Sud che abbia mai
udito.
Si arrivò in automobile ad Ortona che saranno state le sei del pomeriggio.
Faceva caldo, Melisana e Manocchia chiesero a un caffè dove si potesse
trovare Giovannino Lucci, e avverto subito che questo non è il nome giusto,
ma io gli ho fatto promessa formale di non nominarlo: tanto, quelli del posto
capiscono al volo e, per gli altri, che si chiami Tizio o Tazio non ha la
minima importanza.
Al caffè dissero che Giovannino Lucci, che loro sapessero, lavorava al
comune e abitava in quel certo rione, uno anzi speci cò che il Lucci, al
comune, faceva l’usciere.
Ci portammo al quartiere indicato e chiedemmo informazioni a un
giovanotto corpulento e accaldato.
Ci disse che anche lui lavorava al comune e ci indicò la strada dove
abitava il Lucci, era proprio a due passi, doveva essere, disse, la prima o la
seconda casa a sinistra.
L’etichetta col nome Giovanni Lucci era proprio la prima delle varie
etichette alla porta della prima casa a sinistra, si tratta di moderne abitazioni
a due piani costruite dal comune per i dipendenti.
Melisana e Manocchia dissero che era meglio io aspettassi fuori, loro
entrarono e suonarono all’uscio del piano rialzato a sinistra, vennero fatti
accomodare.
Dopo circa cinque minuti ricomparvero insieme al signor Giovannino
Lucci ma subito capii che di intervista lui non ne voleva sapere.
Il Lucci è un uomo di trentatré anni, statura modesta, aspetto gracile, in
certo modo acerbo e patito come dopo una lunga malattia. Anche il volto,
affilato e intelligente, si direbbe porti il ricordo di antiche sofferenze. Le
labbra sottili hanno spesso una piega beffarda e amara.
«No, no» diceva. «Vi ringrazio della visita e ho piacere di conoscere il
signor qui, ma vi giuro che ne ho abbastanza dei giornali. Scusatemi ma non
dirò più niente.»
«Perché? Sono state stampate delle inesattezze?»
«Non dico questo. Erano anche cose esatte ma senza nessun rispetto.
Ormai mi sono rifatto una vita, ho una famiglia, di quella maledetta storia
non voglio più sentir parlare.»
Eravamo fermi sul marciapiede. Da una nestra del piano rialzato due
bambini e una donna stavano osservandoci. Quella era la pulizia, la serenità,
la salvezza, dopo trent’anni di umiliazione e di tortura non ancora
interamente esaurite.
Non era, in fondo, turpe che noi si volesse costringere l’uomo a
disseppellire l’obbrobrio e a spalancarcelo dinanzi? Pensai a certi incettatori
senza scrupoli che con abbiette diplomazie inducono l’ingenuo contadino a
vendere per tre soldi l’antico canterano di famiglia. La signora Lucci, al
davanzale, sicuramente lo intuiva, e a ragione ci odiava.
«No, no,» diceva «anche se non viene fatto il mio nome. Se ne è già
parlato n troppo. Credetemi, non è per scortesia.»
Non vuole parlare della casupola dove nacque, in via della Giudecca, a
Ortona. Non vuole dire ciò che faceva suo padre, sempre su e giù di
prigione, né il triste mestiere di sua madre. Non vuole più ricordare l’aria di
miseria, di ignoranza, di cupa superstizione che dovette respirare da
bambino.
Non vuole più parlare della terribile nonna che per così dire si prese cura
di lui, abbandonato dai genitori: madre di sua madre, Marietta di nome,
allora cinquantenne, in fama di strega.
Né dello zio Cecco Mengoni, allora di ventiquattro anni, calzolaio, che
aveva sposato la sorella tredicenne di sua madre.
E soprattutto non vuole più sentir parlare della inverosimile tresca fra lo
zio e la nonna, origine della propria sventura.
«Io non chiedo niente a nessuno» ripete cortese ma fermo
«chiacchieriamo pure, se volete. Andiamo a bere una cosa, qui al bar. Ma su
quell’argomento lasciatemi in pace.»
Lo zio si ammalò, fu portato all’ospedale, i medici dissero tubercolosi. La
nonna Marietta impazzì di dolore. Poiché i medici davano poche speranze e
non c’erano soldi per le medicine, ci pensò lei con le sue arti di strega.
Giovannino Lucci è vestito propriamente, una camicia azzurra di bucato,
i pantaloni scuri con la piega, lucide le scarpe marrone. Alle insistenze di
noialtri sorride, con quella sua espressione ironica ed amara, è chiaro che
non cederà.
Esiste, o per lo meno esisteva – si era nel lontano 1936 – la “fattura a
trasferimento”, per togliere la malattia a una persona trasmettendola a
un’altra. La nonna Marietta, accecata dal tardivo amore, pensò di
appro ttare del bambino. Prendeva degli aghi, li intingeva nella saliva del
malato e li con ccava nelle carni di Giovannino. Così Cecco Mengoni
sarebbe guarito.
Ci sediamo a uno squallido bar moderno, a poca distanza dalla sua casa.
Giovannino Lucci si comporta da signore, ordina gli aperitivi, offre le
sigarette a noi che oggi siamo i suoi aguzzini. La conversazione è lenta e
difficile.
La nonna prendeva degli aghi, dei chiodi sottili senza testa, degli spilli
senza capocchia, delle punte di forcine aguzzate con la lima e li con ccava,
cinque sei al giorno, nelle gambe, nelle braccia, nella schiena, nel petto
dell’infelice, per no nella pianta dei piedi, tanto che Giovannino non riuscì
più a camminare e si trascinava per la casa sul culetto.
Il bambino era stato trasformato in feticcio, uno di quei sinistri simulacri
di argilla o di legno, tra tti da spilloni maledetti, che si trovano nei musei
etnogra ci o criminali. Il bambino urlava e piangeva, giorno e notte un
continuo lamento. I vicini chiedevano: «Ma che cos’ha Giovannino che
strilla sempre?». «Da qualche tempo non sta bene» spiegava la nonna strega
«e poi è anche capriccioso.»
Franco Manocchia tenta qualche approccio, con scarso risultato. «Il
processo è stato nel ’39, vero, subito prima della guerra?» «Sì» è la secca
risposta del Lucci. «E lei, la nonna, ha confessato, vero?» «No,» risponde il
giovane «non ha confessato.»
In tre mesi quattrocento pungiglioni di metallo immersi nelle tenere
membra, che di fuori non si vedesse niente se non dei piccoli gon ori, dei
segni rossi, delle pustolette. Arrivavano vicino al cuore, non lo toccavano
però. S oravano i polmoni, lo stomaco, i reni, però non vi penetravano. Ah,
era brava, come strega, nonna Marietta.
Ci alziamo. Giovannino Lucci si dimostra più che mai gran signore, non
escogita facili pretesti per congedarsi, non ci manda a quel paese, propone
anzi di fare insieme quattro passi. «Per prendere un po’ di fresco.» E ci
incamminiamo verso il centro di Ortona.
Le urla del bambino erano tali che i vicini cominciarono ad avere
sospetti. Un giorno che la nonna e lo zio erano fuori, presero il piccolo e lo
portarono all’ospedale. Il medico lo esaminò perplesso, subito volle una
radiogra a. «Ma questo qui non è un bambino,» disse inorridito quando
ebbe la lastra «questo è un puntaspilli!» Spostandosi lungo i fasci muscolari,
aghi e chiodi avevano camminato, spargendosi in tutto il corpo. Ma chi, e
perché, lo aveva martoriato così? Nessuno pensava a un “sortilegio”. Finché
un giorno, l’infermiera accingendosi a fargli un’iniezione, Giovannino
vedendo l’ago andò in smanie: «Nonna, no, basta nonna, non farmelo più!».
E nalmente tutto fu chiaro, nonna e zio vennero arrestati.
Ortona massacrata dalla guerra, in gran parte è stata ricostruita. Vi grava
però sempre, anche nella strada principale, un’aura di meridionale tristezza,
che il mare non riesce a distruggere. Nella sera si accendono i neon, gente va
e viene. Giovannino Lucci del delitto non parla, ma mi narra lo smarrimento
e la fame dopo che, nel 1954, fu dimesso dal collegio di Chieti. Dovettero
ricoverarlo ancora in ospedale, ricominciarono le tormentose estrazioni di
aghi e di spilli, non era mai nita (non è ancora nita adesso, e sì che sono
passati trent’anni).
Poi la ricerca di un lavoro, il primo impiego al comune come bidello delle
scuole elementari, il tener duro per cancellare il passato, diventare un uomo
come tutti gli altri, rispettabile e rispettato, nonostante quell’orribile ombra
alle spalle, di cui non aveva colpa. Bidello, usciere, su, su, oggi impiegato al
protocollo. Quanti sarebbero stati capaci di tanto?
Il processo si celebrò nel ’39 alla Corte d’Assise dell’Aquila, i giornali
pubblicarono poche righe, col fascismo la cronaca nera era tabù. Dopo avere
confessato in istruttoria, la nonna e suo genero negarono. Condannati a
trent’anni entrambi. In carcere la strega morì.
«E suo zio?» domando al Lucci.
«È guarito. Per mio zio ho rmato l’atto di perdono. Così è stato graziato.
Sono riuscito a trovargli un posto al comune. Adesso lavora da spazzino.
Ogni tanto ci incontriamo. Lo invito al caffè, discorriamo.»
«E di che cosa parlate? Di quella faccenda là?»
«Ah no. Di quella faccenda neanche una parola. Mai.»
“Check-up” in dieci minuti
dalla signora Pasqualina

Civitanova Marche, agosto 1965

Tutti mi avevano detto, a cominciare da Federico Fellini, di andare a trovare


la signora Pasqualina Pezzolla, qui a Civitanova, perché ne valeva la pena.
Pasqualina Pezzolla possiede la straordinaria facoltà di vedere
nell’interno del corpo umano come in certi atlanti anatomici a vari strati che
si adoperano nelle scuole. Il primo strato è la pelle, così come normalmente
la vediamo. Sotto il primo strato compaiono i muscoli, coi loro bei fasci
affusolati color carne viva, ed ecco che la testa, scoperchiata l’intera
dentatura, comincia ad assomigliare al teschio famigerato.
Alzato anche il secondo foglio, vediamo i visceri, polmoni, cuore, reni,
fegato, stomaco eccetera. Insomma di strato in strato si scende sempre più
dentro, nché in ultimo rimangono soltanto le ossa, il vecchio dannato
scheletro come nelle danze macabre degli antichi cimiteri.
Bene, per la signora Pasqualina Pezzolla ciascuno di noi è come uno di
quegli atlanti didattici. Senza neppure il bisogno di sollevare i successivi
strati, lei automaticamente penetra con gli sguardi al di là della pelle e dei
fasci muscolari nché le vene, le arterie, i ventricoli e le orecchiette, il colon
ascendente e discendente e così via le si presentano in tutta la loro verità
carnale, e se c’è una imperfezione, un difettuccio, una in ammazione, una
deformazione o qualche cosa che non dovrebbe esserci, lei subito la avvista e
può fare così diagnosi di precisione tremenda battendo i clinici più sapienti
e sperimentati. Così almeno mi avevano garantito.
Proprio recentemente sugli schermi italiani è comparso un brutto lm
che si annunciava come pellicola del terrore: L’uomo dagli occhi a raggi X,
protagonista Ray Milland. È la storia di un medico che inventa un farmaco il
quale conferisce agli occhi appunto la facoltà di vedere attraverso la materia.
Quindi egli diventa capace di identi care le malattie più recondite e di
smentire clamorosamente diagnosi sbagliate fatte da illustri professoroni.
Diventa anche capace di “leggere” le carte da gioco dal dorso e di far saltare i
banchi al casinò. Senonché, per aver voluto superare e violare la natura,
come in qualsiasi altra storia del genere, l’uomo dagli occhi a raggi X nisce
male, processato per assassinio e orribilmente accecato.
La signora Pasqualina Pezzolla è molto meglio di questo sciagurato e
improbabile dottor Xavier. Prima di tutto perché, per vedere nell’interno del
corpo umano (è presumibile, non gliel’ho chiesto, sia capace di fare lo stesso
anche con gli animali) la signora Pasqualina non ha bisogno di cospargersi i
bulbi oculari con pericolosi intrugli. In secondo luogo, a differenza dallo
scienziato della pellicola, la Pezzolla possiede lo straordinario dono
dell’ubiquità, o più propriamente della eteroquità, vale a dire che mentre se
ne sta seduta nella sua casa di Civitanova Marche, la sua mente e la sua vista
possono trasferirsi istantaneamente anche in località lontane e ivi visitare un
malato esattamente come se il malato fosse presente: prestazioni queste
alquanto faticose che adesso la Pasqualina preferisce risparmiarsi mentre
una volta, quando era più giovane, scorrazzava su e giù per il mondo come
niente fosse.
Io quindi mi ripromisi di andare a trovare la signora Pezzolla e di
assistere a qualcuna delle sue diagnosi. Personalmente, come è ovvio, mi
sarei ben guardato dal farmi visitare. Avevo già affrontato penosi patemi
d’animo, l’anno passato, per aver voluto sperimentare, a scopo giornalistico,
le laboriose tra le di un check-up secondo tutte le regole dell’arte. Figurarsi
se adesso volevo sobbarcarmi a un bis ancora più preoccupante per l’aura di
magìa, se non di negromanzia, che circonda la signora Pasqualina. No,
assolutamente. Bisogna essere devoti al proprio mestiere al punto di patire
disagi, sacri ci e anche spaventi, se occorre; ma c’è un limite a tutto.
È impressionante la simpatica popolarità che gode la signora Pasqualina
Pezzolla nella zona. Ancora parecchi chilometri prima di Civitanova, tutti
erano al corrente di lei, di dove abitasse, e di che meravigliose imprese
eseguisse. Ciascuno aveva la sua piccola esperienza personale: «L’autunno
scorso al mio bambino di 7 anni è venuto un gon o qui e i medici non
capivano che cosa fosse e hanno prescritto degli impacchi ma un bel giorno
mi sono deciso e sono andato dalla Pasqualina...». «Mia suocera, lei l’avesse
vista, camminava piegata in due, anzi non camminava nemmeno, e i medici
dicevano ch’era artrite deformante e nalmente io l’ho portata dalla
Pasqualina...» «La mia gliola dimagriva ch’era tutta pelle e ossa, l’età della
crescenza si diceva, l’età difficile, sa come, e i medici dicevano esaurimento
nervoso e un po’ di anemia e non le dico quante medicine, una per no fatta
venire apposta dalla Svizzera, e dài e dài le garantisco che mi sono stufata e
mi sono detta ma perché non provare dalla signora Pasqualina e difatti...» E
naturalmente ciascuno aveva da raccontare un responso fulminante che
aveva sistemato la famiglia e condotto alla guarigione.
Altra cosa eccezionale: io chiedendo la strada per andare dalla signora
Pasqualina, tutti mi davano le stesse identiche indicazioni, ciò che
soprattutto in Italia rappresenta una infrazione alle classiche norme di
inesattezza: «Al prossimo bivio prendere la strada per Macerata, andare
avanti per circa un chilometro n dove la strada fa un rialzo, subito dopo
prendere una strada a sinistra non asfaltata, passare un passaggio a livello e
lì, a pochi metri, c’è la casa della Pasqualina».
Il passaggio a livello era chiuso, aspettai insieme con un bel giovanotto in
blue-jeans che guidava un trattore, gli chiesi se sapeva dove abitava la
signora Pasqualina, e lui mi fece vedere, di là dalla ferrovia, il tetto di una
casa tra gli alberi.
Avevo sentito dire che dalla signora Pasqualina c’era sempre molta gente e
che ci sarebbe stato da aspettare. Mi meravigliai quindi che dinanzi alla casa
indicatami dal giovanotto non ci fosse anima viva, né un’automobile, né una
motoretta neppure una bicicletta. Che bellezza, pensai, così mi farà entrare
subito.
Ma l’indicazione del giovanotto era sbagliata. La casa della signora
Pasqualina era una cinquantina di metri più in là e vi stazionavano davanti
quattro automobili, a cui si aggiunse la mia, e gente in attesa si stipava sulla
scaletta che porta alla piccola veranda d’ingresso, gente stava sulla veranda e
altra gente riempiva la sala d’aspetto. Erano donne, uomini e anche
giovanotti che sembrava grondassero salute da tutte le parti e non si capiva
che cosa venissero mai a fare dalla signora Pasqualina. Mi dissero che era
venuta anche, su consiglio del marito, la moglie di un ottimo medico.
Erano le dodici e quaranta, mi misi in piedi di anco alla porta che
conduceva di là, sarei stato pronto ad abbordare la maga.
Si aprì la porta, mi feci incontro a una signora dal volto benigno di
casalinga che pensai fosse la segretaria-assistente. Dissi che ero giornalista,
lei subito si inalberò, era stanca di interviste, non desiderava pubblicità, di
gente ne arrivava n troppa, insomma la solita predica che noi giornalisti ci
sentiamo fare così spesso.
Allora capii che la casalinga era esattamente lei Pasqualina Pezzolla e
chiesi: «Ma, dico, senza interviste né interrogazioni, non mi può far assistere
a qualche visita? Me ne starò buono in un angolo senza atare».
Pasqualina rispose: «Per me si immagini, ma bisogna che sia d’accordo la
persona». E siccome lei si accingeva a ricevere una coppia anziana, io chiesi
al marito se aveva niente in contrario a che io assistessi alla visita, tanto, la
Pasqualina i clienti non li fa spogliare mai, i suoi sguardi passano anche
attraverso i tessuti pesantissimi da inverno.
L’uomo rispose: «Per me si immagini, ma bisogna che chieda a mia
moglie, è per lei che siamo venuti, bisogna chiedere a lei, tanto più che ha
avuto recentemente un brutto esaurimento nervoso e basta un niente a farla
inquietare». Quindi andò a parlamentare con la moglie la quale sedeva fuori
sulla veranda e che naturalmente disse di no.
Allora rimasi ad aspettare, e quando i due coniugi anziani furono
espletati, la signora Pasqualina si affacciò nuovamente alla porta e avvertì
che per quella mattina bastava, avrebbe ricominciato alle quattro e mezzo
del pomeriggio. E distribuiva dei cartoncini coi numeri progressivi per
regolare le precedenze.
Ero venuto no a Civitanova apposta per conoscere la signora Pasqualina
e mi toccava tornare a mani vuote. Mi venne una tale rabbia che persi il
controllo ed esasperato dissi alla signora Pasqualina: «Se non posso assistere
alla visita come testimone, lei però non può ri utare di visitarmi, signora».
Al che lei disse: «Benissimo» e mi consegnò un cartoncino col numero
cinque.
Ero già fuori, seduto a un ristorante di Civitanova, quando misurai la
sciocchezza compiuta. L’appetito mi era passato di colpo. Maledetta la volta
che mi ero messo in cerca di maghi. Sono le una e un quarto, fra tre quattro
ore conoscerò la mia condanna. Figurarsi se gli sguardi X di Pasqualina
Pezzolla non scoveranno nelle mie profondità qualche cosa di poco
raccomandabile. E forse tutto è preordinato: l’idea di fare questo servizio
giornalistico, le informazioni degli amici, la mia decisione di venire qui a
Civitanova, la riluttanza di Pasqualina a farsi intervistare, il diniego della
malata di nervi. Andarsene, fuggire, sbarazzarmi del cartoncino col numero
cinque non servirebbe a niente. Non solo mi pentirei della vigliaccheria, ma
la paura si moltiplicherebbe.
Pasqualina Pezzolla riceve in una stanza molto pulita, con un divano
d’angolo, un tavolo, una credenza e alcune sedie. L’imbottitura del divano e
delle sedie è ricoperta da una plastica trasparente. Sulla credenza, la statuetta
in ceramica di una donzella tra i ori e la fotogra a di una ragazza, amica
della Pezzolla, morta alla vigilia delle nozze. La tenda alla nestra è di tulle
bianco, immacolata.
Pasqualina, nata da famiglia contadina, deve avere cinquantacinque
sessant’anni, di complessione robusta, i capelli ancora tutti neri. Fellini trova
che assomiglia a Macario, a me non sembra. Il volto è regolare, simpatico,
pieno di benevolenza. Oggi indossa un vestito grigio-blu a piccoli quadratini
bianchi. Ai piedi, delle pantofole con tacco ortopedico. Ecco come procede.
Al cliente Pasqualina non chiede nulla, né perché è venuto, né quali
disturbi abbia, né quali malattie abbia sofferto in passato. Lo fa accomodare
su una sedia. Gli si siede di fronte a mezzo metro di distanza. Si fa il segno
della croce, si concentra chiudendo gli occhi, in questo stato di semi trance
rimarrà no al termine della visita.
Per prima cosa mi prende i polsi, lievemente. Dopo qualche secondo si
alza in piedi, mi passa le mani intorno alla faccia senza toccarla, s ora
ripetutamente le spalle, poi i capelli. Dà dei colpi nell’aria con la destra
aperta come saggiasse la consistenza di un cuscinetto.
Dopodiché mi fa alzare in piedi, mi passa le mani, sempre senza toccare,
sul petto e intorno al collo. Accosta l’orecchio al petto come per auscultare il
cuore, si accoccola per sondare, col passaggio delle mani, il ventre, l’inguine,
le gambe. Poi è la volta della schiena, con breve auscultazione di polmoni.
Esamina quindi a lungo le mie mani, toccando i polpastrelli e si sofferma
lungamente sulla piega interna del braccio, che tocca più di una volta
interrogativamente.
Mi fa risedere. Si inginocchia, mi fa allungare prima una gamba e poi
l’altra, passandovi sopra le mani sembra cercarvi qualcosa; e comincia a
mormorare delle voci tte e incomprensibili, forse una preghiera.
Per ultimo mi prende tra le mani la testa, senza stringere, mi unisce le
mani sulle ginocchia. Finalmente si risiede abbandonando le braccia in
grembo. Ha tre violenti scossoni. Riapre gli occhi sussurrando: «Ah, mio
Dio». Sorride.
Restò così qualche istante, ssandomi, sempre con quel dolce sorriso. E
mi tornò alla mente quello che mi aveva raccontato Fellini, di un frate che in
sua presenza si era fatto visitare dalla Pasqualina e Pasqualina gli aveva
chiesto se era venuto solo e avendo lui risposto di sì, gli aveva detto che
aveva un tumore all’intestino e che avrebbe dovuto farsi operare e il frate era
scoppiato in singhiozzi disperati.
Mi tornò alla mente quello che mi aveva raccontato il professore Raoul
Bocci di Camerino il quale con un collega era andato apposta a Civitanova
per consultare Pasqualina sul conto di un amico ammalato. E Pasqualina,
caduta in trance, aveva cominciato a muoversi e a parlare come se salisse in
pullman, arrivasse a Camerino, chiedesse la strada, raggiungesse la casa del
malato, suonasse il campanello, entrasse, salutasse, visitasse il malato con le
consuete modalità. Dopodiché, riaperti gli occhi, aveva detto al Bocci che lei
aveva visto, nel fegato di quel suo amico, una specie di uovo con tante
diramazioni e che non avrebbe avuto più di due mesi di vita; come infatti fu.
Io non atavo per non sembrare ridicolo e Pasqualina continuava a
ssarmi col suo sorriso soave come se in cuor suo pensasse: Povero gliolo,
adesso dovrò pur trovare il modo di dirtelo, quello che hai.
Poi ebbe un moto del volto quasi per dire: “Be’, insomma, eccomi qua.
Coraggio, cominciamo”. E io sentivo il cuore che si era messo a scalciare
furiosamente.
Cominciò col dirmi la stessa identica cosa che mi aveva detto il dottor
Gustavo Rol di Torino, quando mi vide per la prima volta: nel duodeno, una
vecchia ulcera cicatrizzata (di cui non avevo mai saputo l’esistenza). Poi
passò al fegato, all’intestino, eccetera, spiegando tutto quanto. Ricominciavo
a respirare.
Un po’ scassato insomma, qua e là, come era prevedibile. Ma nel
complesso niente di speciale, o di terribile. Ricominciavo a vivere con quel
meraviglioso senso di levità che provavo da bambino quando uscivo dal
confessionale, con tutti i peccati obliterati.
Si trattenne qualche minuto a chiacchierare amabilmente, chiedeva varie
cose della mia vita. Poi mi diede la mano. C’era tanta gente di là che
aspettava. Dalla mattina alla sera tutti i santi giorni quella processione. Ogni
consulto, appena tremila lire. Se si tratta di un povero, niente.
Ma mi è rimasto sso nella mente quel suo sorriso buono e comprensivo.
Che nascondesse qualcosa? Che, vedendo la mia paura, Pasqualina abbia
taciuto la verità? Me lo sto chiedendo ancora adesso.
Il segreto dell’ammiraglio

Positano, agosto 1965

L’ammiraglio Paolo Aloisi è una delle persone più di spirito che abbia
conosciute.
Il mistero che sono venuto a cercare da lui è forse una cosa molto piccola,
una curiosità, un giochetto, lui anzi esclude nettamente che sia mistero.
Proprio per questo nel venire da lui mi sentivo imbarazzato. C’era il caso
si offendesse e mi mettesse alla porta. Come se uno andasse a intervistare
uno statista, o uno scienziato, o un losofo esclusivamente per chiedergli
come si fa il nodo della cravatta.
Pensavo: come faccio a domandargli di farmi vedere quella sua specialità?
È probabile lui non ne faccia il minimo conto. Perché prendesse il mio
desiderio in buona parte bisognerebbe che fosse un uomo straordinario, con
un senso dell’humour quale in Italia di solito è proibito.
Mi accolse gentilmente in casa sua, previa telefonata. Mi fece
accomodare.
«Lei si meraviglierà, ammiraglio,» dissi «ma mi hanno detto che lei...»
«Sì, sì, certo,» disse sorridendo (aveva capito al volo) «avremo occasione
di parlarne... Lei guarda le gure sul pavimento? Sì, abbastanza ben riuscite,
le ha fatte Vaccarella... Rappresentano le etimologie, presunte, del nome
Positano.»
Ai quattro angoli della sala, nel rosso pavimento di cotto, erano incastrate
come intarsio delle piastrelle di maiolica a colori che formavano disegni
diversi.
«La prima» disse «è la leggendaria naiade Pasadena, da cui Positano,
divorata dai mostri marini.»
L’ammiraglio Aloisi è un uomo di sessantacinque anni, vivacissimo anche
se tutt’altro che smilzo. Porta appeso al collo, con un cordoncino nero, un
paio di occhiali senza stanghette e senza stringinaso che egli manovra di
quando in quando con l’eleganza di un monocolo. Era in camicetta bianca e
shorts.
«La seconda si riferisce alla leggenda cattolica del “posa posa!”. Perché qui
a Positano nel 1020 ci fu uno sbarco di saraceni (o per caso erano livornesi?
o erano pisani?). E qui dove adesso c’è la chiesa esisteva un convento di
benedettini i quali presero una fazza tale che tolsero gli ormeggi e
andarono a fondare la badia a Cava dei Tirreni, come? Lei non c’è mai stato?
No, no bisogna assolutamente che lei ci vada, è la più importante abbazia
benedettina dopo Cassino, ci sono sepolti tre antipapi... Bene, pare che
durante questa incursione, quando i saraceni stavano per andarsene col
bottino comprendente un prezioso quadro della Madonna, pare sia
comparso l’arcangelo Gabriele che si è messo a gridare “Posa, posa!” e i
saraceni sgomenti hanno restituito l’immagine. Poi l’arcangelo attraverso i
secoli è diventato la Madonna stessa e da allora tutti i quindici agosto si fa
una solenne processione dalla spiaggia alla chiesa appunto per ringraziare
del suo intervento Maria Santissima. E il quadro si conserva sempre nella
chiesa.»
L’ammiraglio Aloisi ha dato le dimissioni dalla Marina alla
proclamazione della Repubblica. E ha scelto a dimora Positano dove vive
solo in una bella casa che si è costruita subito sotto la strada principale. Ma è
solo per modo di dire, tanti sono i suoi amici, e di quando in quando
arrivano i due nipotini gemelli.
«E la terza» disse «è l’ipotesi storica. Secondo la quale il nome Positano
deriverebbe dai paestani, cioè gli abitanti della zona di Paestum che nel
Seicento, scacciati dai greci, si sarebbero trasferiti su queste montagne.»
Dalla casa dell’ammiraglio Aloisi si gode una vista meravigliosa su
Positano e sul mare. Di qui, specialmente verso sera quando si accendono le
luci, il paese sembra un immenso e fantastico presepio come quelli che si
costruiscono per Natale.
«E questa» chiesi indicando il quarto disegno «è un’altra etimologia? Di
chi sono queste due facce?»
Mi sembrava opportuno, prima di abbordare l’argomento che mi
premeva, ascoltare attentamente le storie di Positano. O l’ammiraglio faceva
apposta? Con le divagazioni etimologiche intendeva elegantemente castigare
la mia indiscreta curiosità?
«La prima faccia» spiegò «è del marchese Paolo Sersale che è stato
sindaco di Positano per quindici anni con pieno vantaggio per il paese, un
marchese sui generis, candidato della lista comunista. E la seconda faccia è
Mendès-France il quale dieci anni fa, quando era premier, venne in vacanza
a Positano e se ne parlò tanto nel mondo che Positano ebbe un rilancio
formidabile. Tutti e due, come vede, hanno la coda di sirena.»
Con scarsa diplomazia, tentai di svicolare: «Scusi ammiraglio, a parte
Positano e i suoi ricordi, è vero che lei è capace di...?».
«Ma sì, certo» interruppe sorridendo. «Però mi creda, non c’è niente di
soprannaturale. Chiunque, se ci si mette, può riuscirci. Se mai, ci tengo di
più a quello che ho fatto qui a Positano, per varie estati consecutive, per la
festa dell’Assunzione.»
E con un brio affascinante, perché Aloisi è un gran conversatore, mi ha
descritto la grandiosa festa in costume da lui messa in scena, dal ’52 al ’59, la
sera di Ferragosto, ricostruzione del leggendario sbarco saraceno: con
l’entusiastica partecipazione del popolo, con irruzione delle feluche
piratesche, assalto al paese, rapimento della dogaressa, incendio
fantasmagorico della intera Positano a base di bengala, falò, mortaretti,
brulotti, fuochi arti ciali e proiettori (così realistico che la prima volta il
parroco si mise a gridare: «Che facite? Il paese va tutto a fuoco»), ingresso
solenne, in groppa a un elefante di paglia manovrato da diciotto uomini,
dell’ammiraglio Aloisi nella parte di sultano, rapimento dell’immagine sacra,
quindi controffensiva dei Positanesi, scon tta dei turchi e nale intervento
della Madonna che costringeva il barbaro a restituire il quadro nelle mani
del vescovo.
Raccontata da lui, sembrava di esserci. E non mi sono accorto che era
passata quasi un’ora.
«Bellissimo» dissi alla ne «ma lei, ammiraglio, deve perdonare la mia
insistenza. Per la verità io sono venuto...»
Lui completò: «... a vedere l’ammiraglio Aloisi che fa stare in equilibrio
cose che di solito non stanno in equilibrio» rise di cuore. «Proprio per
questo lei è venuto? Eppure è una cosa semplicissima. E glielo spiego: a una
super cie convessa di qualsiasi genere – il bordo di un bicchiere o di una
tazza per esempio, o la punta di un ombrello, o la punta di una matita – ogni
scabrosità di una super cie orizzontale presenta tre punti di contatto
vicinissimi tra loro. Se uno ha l’abilità, che si coltiva facilmente, di far cadere
il baricentro dell’oggetto su questi tre punti, il gioco è fatto...»
Ecco appunto il segreto dell’ammiraglio per cui ero venuto a Positano.
Infatti mi avevano detto che egli faceva stare in piedi bastoni, spade,
cucchiai, occhiali, bicchieri, sedie e vasi messi di sghembo, i quali restavano
là immobili per ore, in quell’assurda posizione, come per effetto
d’incantesimo E io non ci avevo creduto.
«Sì,» disse «ammetto di avere una sensibilità particolare. Per esempio
quando comandavo i mezzi d’assalto, quelli che dopo divennero la Decima
Mas, e mi esercitavo anch’io sott’acqua a cavallo dei famosi “maiali” – si
ricorda l’affondamento delle corazzate inglesi ad Alessandria d’Egitto? – ero
capace di rimanere in quota senza guardare l’inclinometro.»
C’era un’ombra di malinconia nell’ammiraglio Aloisi? Un uomo che aveva
contribuito, con la sua genialità meccanica, a creare gli ordigni più insidiosi
della guerra per mare e che ci diedero le sole grandi vittorie navali
nell’ultimo con itto; che aveva progettato tra l’altro gli affusti a scomparsa
per le armi automatiche, adottati sulle nostre grandi navi; che aveva
comandato e portato al combattimento le forze di super cie in Mar Rosso;
che, caduta l’Africa Orientale, aveva organizzato per la Marina un servizio
segreto in Eritrea e lottato contro Intelligence Service, collaborazionisti e
doppiogiochisti con astuzie, rischi e peripezie degni di James Bond; non era
un po’ triste che un uomo simile dovesse ora la fama alla capacità di far stare
in piedi una forchetta? Tuttavia, se era così, non me ne accorgevo, tanto lui
era cordiale e sorridente.
«Questi miei giochetti del resto qualche volta sono stati utili. Quando
avevo a che fare coi segretissimi mezzi d’assalto, quando in Africa
organizzavo le radio clandestine, e si giocava ogni giorno la pelle, io mi
esibivo appena possibile in piccoli spettacoli d’equilibrismo. Chi mai
immaginava che un buontempone simile potesse essere pericoloso?
Ombrelli, bicchieri e sedie mi hanno servito egregiamente da alibi.»
Una sera, dopo la guerra, all’albergo Cappuccini di Amal , Aloisi stava
trattenendo con la sua bravura una tavolata di amici quando si avvicinò,
incuriosito, l’ammiraglio inglese Sir Arthur Power, di passaggio col suo
pan lo. L’inglese puntò l’indice al petto d’Aloisi: «Duilio, vero?». Era vero. Si
erano conosciuti a Taranto, durante il periodo del controllo alleato, mentre
Aloisi comandava la corazzata. «Lo sa che lei mi è costato un’ira di Dio?
Cinquanta sterline ci ho rimesso per colpa sua.» E raccontò che un ufficiale
italiano gli aveva descritto gli stupefacenti giochetti di Aloisi e lui non aveva
voluto crederci tanto che ne era nata una scommessa; senonché poco dopo
un collega inglese assolutamente attendibile gli aveva confermata la cosa; e
lui aveva dovuto pagare.
«Ci sono state anche delle conseguenze tragiche. Una sola volta per
fortuna. A Brioni, prima della guerra. Per accontentare degli amici, in una
sala dell’albergo, avevo fatto i miei esercizi, poi ce n’eravamo andati lasciando
ritti, in equilibrio, sedie, vassoi, bottiglie, posate, una scena abbastanza ben
riuscita. Quand’ecco, reduce dal bridge, arriva la vecchia principessa
Hohenlohe. Vede quello spettacolo, immagina chissà quale stregoneria,
stramazza a terra svenuta. La soccorrono, le danno i sali, la mettono a letto.
E dal letto non si è più alzata, poveretta, tre giorni dopo era già morta.»
Così raccontando lo straordinario personaggio è uscito sulla terrazza,
con delicati tocchi ha sistemato sul muretto alla sua maniera una penna biro,
un bicchiere e una tazzina da tè messi di sghembo. Ora, contro lo sfondo del
mare, i tre oggetti se ne stanno in bilico, assolutamente immobili e
incredibili, con l’inquietante assurdità di un quadro di Magritte. A guardarli,
danno per no fastidio. Ma è proprio soltanto un giochetto? Non c’è sotto
qualcosa d’altro che l’ammiraglio preferisce tacere? Come mai non ho mai
visto nessuno, non ho mai sentito parlare di nessuno capace di fare
altrettanto? Aloisi perfeziona la minuscola esibizione issando, sul bordo
superiore della tazza, una sigaretta, anch’essa ritta in piedi, naturalmente.
Mi ero detto: “Non se la prenderà, a chiedergli dei suoi giochetti? Non si
offenderà? Avrà abbastanza spirito e senso dell’humour, avrà abbastanza
classe? Ce ne vorrebbe una bella dose”.
Ce l’aveva.
Melinda, strega per forza

Teramo, settembre 1965

L’amico Franco Manocchia mi ha condotto a vedere la casupola


abbandonata dove è vissuta e morta la strega Melinda. È una misera
catapecchia della montagna, il pavimento è di terra battuta, le stanze per
modo di dire sono tre, i mobili non esistono più tranne una rozza mensola
dove una volta stava il rozzo testone di legno per le fatture. Sul focolare,
ancora della cenere. Nel letto del primo locale, dove lei dormiva, una breccia
fra le sconnesse tegole di cotto. Di là è volata fuori l’anima di Melinda al
momento della morte, tre anni fa, per vecchiaia, all’età di 93 anni.
Pianse la mamma quando io nacqui, per giorni e notti mi hanno detto che
pianse, e morì pochi mesi dopo, credo che morì proprio per questo, perché ero
nata io figlia maledetta. Se fossi nata maschio, sarebbe stato tutto diverso,
avrei spezzato la catena del destino; un bambino come tutti gli altri, un
ragazzo, un uomo come tutti gli altri, contadino, muratore, cameriere, o sarei
morto in guerra, chissà. E non sarei stata sempre così sola. Settima femmina di
una famiglia senza maschi, nata al settimo mese avvolta nella placenta, sette e
sette, numero della malasorte. Chi mai nacque più strega di me?
È uno sperduto paese di povera gente sul piedestallo del Gran Sasso, tra
boschi, ripidi prati e magri campi. Fino a pochi anni fa né strade né luce.
Una dozzina di case ai lati di una strada erta e fangosa. Altri casolari sparsi
intorno. Niente che sorrida, se non qualche faccia di bambino, e il sole di
settembre. L’ex tana di Melinda sorge isolata, alta sopra il paese.
«Poveraccia» dice Manocchia. «La sua storia ricorda un po’ la Monaca di
Monza. Fin da piccola condannata a fare la strega, come quella era stata
condannata al convento. E non si poteva ribellare. Io l’ho conosciuta.»
Ma da bambina io non lo sapevo, nessuno mi aveva detto niente. Soltanto
non capivo perché le altre bambine non giocavano volentieri con me, perché in
chiesa le donne mi guardavano fisse. Mi guardavano perché ero una bella
ragazza? No, mi guardavano perché ero disgraziata, ma la mia disgrazia non
la conoscevo ancora.
Avevo quindici anni quando una comare mi disse: lo sai che sei una strega?
Nata settima femmina il settimo mese, questo è il segno, sarai strega per tutta
la vita.
Alla notizia feci un salto di gioia, invece che piangere. Così cominciò la mia
vita grama. Felice di sapermi una strega perché un giovanotto di Penne
proprio di quei tempi mi aveva avuto; sedotta e poi abbandonata; quindi
partito per militare senza un bacio né un saluto né una cartolina postale. E io
ero andata dalla comare con questa mia disperazione. Allora lei disse: brava,
fagli subito vedere che strega sei, fagli una buona fattura a legare, vieni di qua
che ti insegno io.
Mi insegnò. Quando lui tornò dal fronte nel suo guanciale del letto c’era
nascosta la mia fattura, e in pochi giorni fu ammattito d’amore. Erano ciocche
dei miei capelli, un bottone del mio corpetto, un pannolino sporco di sangue
mio. Così tornò da me e in pochi giorni eravamo sposi.
Ma ero venuta al mondo disgraziata: poco dopo ch’era ripartito per la
guerra, mi arrivò una carta dei comandi militari: siamo dolenti di... Insomma
era rimasto ammazzato in battaglia.
Ebbi due gemelli, due bei maschietti. I miei figli! Appena diventati grandi,
uno da una parte e uno dall’altra.
Una madre come me? Una madre strega? Via tutti e due per il mondo. Non
li ho mai più visti, non hanno mai scritto, dovrebbero stare nelle Americhe,
chissà.
«L’ho conosciuta» racconta Manocchia. «Una classica strega abruzzese
senza niente di romantico: una che applica l’antico codice della stregoneria
locale tramandato a voce di strega in strega: una che sa benissimo quando fa
il bene e fa il male, che non si illude e sa di non poter evitare l’inferno. C’è
per lei una sola salvezza possibile; se al momento della morte, quando il
diavolo aspetta alla porta, qualcuno apre un buco nel tetto, per dove l’anima
possa fuggire.
«Però era una buonissima donna. Avrà magari ammazzato qualcuno con
le sue ingenue fatture, però so che era una buonissima donna, per quanto
sembri assurdo. A 83 anni, quando l’ho conosciuta, i capelli erano tutti neri
e lucidi come un corvo. Occhi a spillo, labbro inferiore sporgente, naso
aquilino, sembrava la sorella di Dante Alighieri. Un’espressione bonaria e
tranquilla. Tanto lei era pulita di persona, tanto era sudicia la sua casa.
Zoppicava un poco, parlava soltanto in dialetto. La gente la odiava e la
temeva; in fondo erano loro che l’avevano voluta così. Solo i bambini
venivano a beffeggiarla, allora lei usciva con la scopa in mano. Ma senza
rabbia. Finiva la sfuriata sorridendo.»
Il buon effetto della mia prima fattura fece il giro delle comari. Per il marito
morto in guerra mi diedero una pensione, ma era così poca. I due piccoli
avevano fame, avevo fame io. Mi diedi da fare.
Andai a Forcella da un magarone che operava con un trincetto da calzolaio
e guariva torcibudella e cancro. Quello però era un mago buono, mi insegnò
soltanto le arti del bene. Le fatture cattive le imparai da una vecchia di
Monteprandone, provincia di Ascoli Piceno.
Poi me ne tornai al paese e cominciai a operare, non avevo ancora
diciott’anni.
Da allora cominciarono a venire dai paesi vicini perché avevano bisogno: di
guarire, di guadagnare, di amare, di uccidere. Quando mi chiedevano del
male, appena possibile rispondevo di no; allora gridavano: che razza di strega
sei? Per le fatture buone mi davano a volontà: un mazzo d’agli, qualche carta
da cento. Per le fatture a morte volevo mezzo maiale.
Un giorno arrivò un vecchio dalla montagna, era brutto, cattivo, padre di
tre figli, voleva una fattura a morte per una biondina del suo paese. La
conoscevo, aveva appena tredici anni, con due belle trecce, due occhi azzurri,
un visino da baci. Il vecchio le si era attaccato alle sottanelle, lei lo aveva
cacciato, lui l’aveva presa per forza. I genitori avevano fatto denuncia, adesso si
aspettava il processo, il vecchio voleva la ragazzina morta perché non andasse
più a testimoniare. Non era un delitto troppo brutto? Io gli risposi di no. Ma
l’uomo impazzito cominciò a bastonarmi, gridava: se non obbedisci ti
ammazzo. Mezza morta allora gliela feci, era però una fattura falsa, infatti la
biondina neppure si ammalò.
«Melinda mi aveva preso subito in simpatia» dice Manocchia. «Fatto è
che mi ha spiegato vari suoi sortilegi. Per esempio quello che fa diventare
pazzi, o ciechi, o sordi; lei usava un faccione di donna scolpito in una radice
d’olivo, con una criniera di capelli nti; e ccava chiodi nella parte
desiderata. Questo feticcio serviva anche per le fatture a trasferimento, che
fanno passare una malattia da una persona all’altra. E spesso il risultato c’era.
Probabilmente per effetto della suggestione. Se uno sapeva di essere stato
affatturato, a forza di pensarci su c’era il caso che si ammalasse o impazzisse
davvero.
«Per far soffrire d’amore invece Melinda chiedeva una fotogra a
dell’amato, un oggetto o indumento che fosse stato a contatto della sua pelle,
un cuore di capretto e degli spilli. Il cuore lo metteva sopra la foto e poi lo
tra ggeva con gli spilli. L’oggetto dell’amato doveva essere tenuto sotto il
guanciale di lei.
«Le fatture a morte erano fatte di succo di radici bollite, infuso di lauro,
sangue di porco lessato, sangue della donna che voleva uccidere o seme
dell’uomo, svariate erbe e spezzatino di funghi velenosi; da versare, in dosi
minime, per sette giorni, nel caffè della vittima. Melinda una volta me n’ha
consegnato un campione. Era un intruglio nerastro che ho voluto dare a un
laboratorio da analizzare. S do che aveva effetto, altro che arti magiche. Mi
hanno risposto che era veleno bello e buono.
«Da quel giorno non l’ho vista più. Povera Melinda. È morta tre estati fa.
Forse è stata l’ultima vera strega d’Abruzzi» nella voce di Manocchia c’è quasi
un velo di rimpianto. «Le altre ancora vive, dai loro paeselli sono scese nelle
città, all’Aquila, a Teramo, a Pescara, a Francavilla, si sono industrializzate,
hanno aperto gabinetti di consultazione, mettono inserzioni sui giornali,
piccole maghe imborghesite. È un mondo scomparso per sempre. E delle
streghe defunte, come in questo paese, nessuno parla volentieri.»
Di fatture ne feci migliaia e migliaia nella lunga vita, molte per il bene,
poche per il male e la morte. Però sempre povera in canna rimasi. La gente
non mi amava né odiava, certo se uscivo nella notte di Natale quando c’è la
caccia alle streghe, mi bruciavano viva, garantito. Io lo sapevo e mi chiudevo
in casa; chiusa in casa più sola che mai, per tante e tante notti del Santo
Natale che mi ero ormai stancata di contarle.
Ma non era questo il mio dispiacere. La pena era che alla mia morte
nessuno sarebbe venuto ad aprire il buco nel tetto, un foro, una porticina per
l’anima mia.
Eppure al mondo c’è più buona gente di quello che si crede. Ero in letto
senza più forze, che non mi potevo neanche muovere, però con gli occhi ancora
aperti, e sentivo fuori il diavolo che camminava su e giù aspettando e batteva
lo zoccolo impaziente perché ero così lenta a morire, quando sono arrivate due
con una scala di legno, hanno rotto le tegole, hanno fatto un buco nel tetto, e la
mia vecchia anima se n’è volata su come una farfalletta.
Così adesso, io, dormo in pace. Grazie.
Un memorabile venerdì

San Damiano Piacentino, luglio 1966

Sono venuto in questo piccolo borgo, tra Parma e Piacenza, per assistere
all’apparizione della Madonna.
A cominciare dal 16 ottobre 1964, ogni venerdì a mezzogiorno la
Madonna compare a Rosa Quattrini e le trasmette una quantità di messaggi.
Da quando c’è l’ora legale, compare alle ore una.
Rosa Quattrini è una contadina di 57 anni, madre di tre gli: uno è in
seminario, una è suora, uno lavora a Modena ed è già padre. È una creatura
estremamente semplice, a mala pena sa scrivere il suo nome, ma si vede
subito che ha dentro una forza straordinaria.
Rosa Quattrini è bassa e corpulenta, s ancata dalle vecchie malattie. Ma
adesso è vigorosa e i colori della salute sono sul volto largo, infantile, da
bonario ranocchione.
Da parecchio tempo la sua povera casa vede arrivare un continuo
pellegrinaggio. Vengono anche da molto lontano.
I primi pellegrini furono tre cugini di Lucia di Fatima, partiti apposta dal
Portogallo in volo, nove giorni dopo la prima apparizione della Madonna.
Dio solo sa come potessero averne notizia. Certo, Rosa Quattrini non aveva
tenuto conferenze stampa alla televisione.
Queste cose mi raccontano brevemente due gentili e colte signore di
Parma, devote a Rosa Quattrini: Chiara Vigenzi e Giulia Branchi vedova
Menotti, le quali mi sono venute incontro al casello dell’autostrada a
Fiorenzuola. Da Fiorenzuola si raggiunge Carpaneto, si costeggia il campo
d’aviazione della NATO e si arriva a San Damiano: una ventina di chilometri.
Qui tutto è rimasto come negli antichi tempi. Non si vedono costruzioni
moderne. E ci si accorge che le vecchie case dei contadini, anche le più
povere, anche le più malandate, sono bellissime.
È una giornata di sole limpido. Stranamente, una fresca brezza rianima il
luglio della valle padana.
Sono appena le undici e mezzo ma c’è già un gran fermento di donne
venute dai dintorni. Il clero si tiene molto riservato, il vescovo di Piacenza
non ha concesso che si celebri la messa ogni venerdì sul luogo delle
apparizioni, come la Madonna avrebbe richiesto a Rosa Quattrini. «Decida il
Sant’Uffizio» ha detto. Ma di venerdì in venerdì accorre sempre più gente.
Quando arriviamo, Rosa Quattrini si trova, soffocata di baci, di abbracci,
di suppliche, di benedizioni, in una stanzetta al pianterreno intonacata
d’azzurro dove lei si è organizzato una specie di altarino personale. Indossa
un disadorno vestito nero, in testa un fazzoletto a piccoli rombi grigio-
azzurri. (Suo marito, umile uomo tutt’altro che entusiasta di tanta
confusione, sta di là preparando la tavola, diversi poveri poi si fermeranno a
colazione.)
Illuminata vivamente, sotto un minuscolo baldacchino di velluto rosso,
sta una statua colorata della Madonna alta una sessantina di centimetri.
«Vede quei segni sul manto, ai lati della testa?» mi dice una signora che non
conosco. «È perché in quel punto l’hanno toccata due indemoniate.»
Sul muro, intorno e sopra, vari ex voto, ritratti di Padre Pio, le immagini
della Via Crucis e un quadretto con le foto di due automobili orribilmente
sfasciate. C’è scritto: “Per grazia ricevuta – Bianca e Adelaide Melzi d’Eril –
Giovanni Cagnasso”.
Una donna ansiosa si avvicina alla Rosa. «C’è l’apparizione, adesso?»
domanda. Rosa risponde «Sì» con la stessa tranquilla sicurezza con cui il
capostazione conferma il prossimo arrivo del direttissimo.
Nonostante la gente che la aspetta, Rosa gentilmente acconsente a parlare
con me. Mi fa accomodare in un’altra stanzetta in penombra: un tavolo
coperto di cerata, tre sedie, un fornello a gas, una vecchia radio, una vecchia
macchina da cucire.
La prego di raccontarmi la sua storia.
Rosa entra subito in argomento. L’antefatto consiste in una serie
sciagurata di malanni. La nascita del terzo glio era stata ancora più
travagliata che la nascita dei primi due: non solo un terzo taglio cesareo ma
complicazioni di ogni genere, una operazione dopo l’altra, per anni e anni
sofferenze senza ne. Allora la famiglia abitava in un altro podere, non
lontano di qui.
«Dall’ospedale» racconta «mi avevano accompagnata a casa con la Croce
Rossa perché, tanto, non c’era più speranza. Arrivata a casa, per cinque
giorni ho avuto un certo miglioramento, poi di nuovo sono stata malissimo,
peggio ancora di prima.
«Be’, era il 29 settembre, giorno di san Michele. Di che anno?... Sì, sono
passati ormai cinque anni, dunque era il settembre del ’61.
«Io ero distesa in letto, non mi potevo muovere, mio marito era in giro
per cercare un po’ di castagne. In casa c’era soltanto mia zia Adele. Era una
giornata calda.»
Rosa parla con accento dialettale ma con vocaboli italiani, ciò di cui non
era capace tre quattro anni fa: il contatto con tanta gente l’ha trasformata,
non è più la rozza campagnola che vide entrare la Madonna in camera sua.
«Verso mezzogiorno è arrivata una giovane sposa che domandava un
obolo, doveva servire a comperare tre candele, tre lampadine per il santuario
di Padre Pio. Erano millecinquecento lire.
«La zia Adele ha detto: ma noi siamo poveretti. In casa fra tutti abbiamo
solo mille lire e anche queste ce le hanno date in prestito. E quella signora
dice: l’offerta la devi fare lo stesso.
«Io le ho sempre fatte le offerte, dice zia Adele, ma oggi proprio non
possiamo. C’è di là la mia nipote Rosa ammalata che soffre le pene
dell’inferno e bisogna curarla e noi abbiamo soltanto quelle mille lire.
«Dov’è la tua nipote? domanda la signora. È di là, dice zia Teresa. Allora
la signora entra e mi vede distesa in letto. Su coraggio, mi dice, che cos’hai?
«Sono tutta sventrata, rispondo, mi hanno portato a casa dall’ospedale
perché non c’è più speranza. In quel momento si è sentito il suono di
mezzogiorno.
«Allora quella mi ha detto: Su, alzati. Non son capace, dico io. Dammi
una mano, dice lei. Io le ho dato una mano ma era inutile.
«Allora lei mi dice: Dammi le due mani. Io le ho dato le due mani e ho
sentito una grande scossa. Su, alzati, mi dice ancora. E io mi alzo e sono
guarita.»
«Guarita completamente?» domando io.
«Guarita, sì» risponde. «I dolori erano scomparsi. Dopo, sono sempre
stata bene. Mai più a letto.»
«E quella signora com’era?»
«Aveva una faccia tanto bella, era più bionda che bruna.»
«Che età?»
«Avrà avuto venticinque anni.»
«Com’era vestita?»
«Era vestita da povera. In testa un fazzoletto celeste. La veste era grigia
ma piuttosto celestina. E aveva una borsa nera. Diceva che era venuta da
lontano.»
«E dopo, questa signora che cos’ha fatto?»
«Io mi sono messa a gridare: sono guarita! sono guarita! ma lei mi ha
detto “taci” e mi ha ordinato di recitare un Agnus Dei e poi cinque Pater,
cinque Ave e cinque Gloria secondo le intenzioni di Padre Pio. Io le ho
recitate e lei mi ha messo le mani sulle piaghe e le piaghe si sono subito
chiuse.
«Poi mi ha detto: Va’ subito da Padre Pio. Con che soldi? dico io, il
padrone ci ha portato via tutto quanto. E lei: Intanto partite subito di qua,
cercate un’altra casa. E poi tu devi andare da Padre Pio.
«Ma non ho soldi neppure per mangiare, non ho vestiti per il viaggio. E
lei: Non pensarci, quando sarà l’ora, avrai tutto quanto. Difatti qualche
tempo dopo mi è arrivata una lettera senza nome con la quota per il viaggio,
deve essere stato il parroco a mandarmela.»
«E quella signora come se ne è andata?»
«Intanto mia zia era salita di sopra a prendere cinquecento lire e gliele ha
date. Poi la signora è partita. Quando è stata sull’uscio, di fuori c’era della
gente e Piergiorgio il mio bambino che giocava. E Piergiorgio l’ha vista
benissimo, gli altri invece non l’hanno vista, tranne il bambino non l’ha vista
nessuno. È partita così.
«Ma quando sono andata a San Giovanni Rotondo, era sabato mattina, là
sul piazzale è ricomparsa. Mi riconosci? mi ha detto. Annuncia pure che
sono la madre della consolazione e degli afflitti. Dopo la messa, ti porterò da
Padre Pio che ti darà una missione da fare.»
Rosa quindi racconta come Padre Pio la mandò ad assistere i malati degli
ospedali; e come due anni e mezzo dopo la richiamò per dirle: «Adesso la
tua missione negli ospedali è terminata. Ora ti aspetta un grande
avvenimento».
«Difatti» continua Rosa Quattrini «il 16 ottobre 1964, a mezzodì io ero
qui che recitavo l’Angelus Domini, proprio su questo tavolo pregavo, quando
ho sentito da fuori una voce che mi chiama: Vieni avanti, vieni avanti, ti
attendo!
«Io esco e vedo in cielo una grande nuvola d’oro e d’argento con tante
stelle e tante rose di vari colori.
«Dalla nuvola è venuto fuori un globo rosso... un globo rosso che è
disceso sul pero.
«Allora dal globo è uscita la Madre Celeste vestita di una grande luce.
Aveva un grande manto e un serto di stelle, e sul capo una grande luce.
«E mi ha detto: Figliola mia, io vengo da tanto lontano. Annuncia al
mondo che tutti devono pregare perché Gesù non può più reggere la croce.
Io vi voglio tutti salvi, tutti, i buoni come i cattivi, io sono la madre
dell’amore, la mamma di tutti, siete tutti miei gli, tutti vi voglio salvi. Perciò
sono venuta ad avvertire il mondo di pregare perché i castighi sono vicini. E
io qui tornerò ogni venerdì e ti darò dei messaggi e tu devi annunciarli al
mondo.
«Io allora le ho detto: Ma come possono credere a me che sono una
povera contadina ignorante? Io non ho forza abbastanza, mi metteranno in
prigione.
«E lei mi ha risposto: Ti crederanno perché io adesso quando partirò ti
darò un segno. Vedrai. Queste piante oriranno.
«Così la Madre Celeste se ne è andata e il pero, che aveva già i frutti sui
rami...»
Ma tre donne sono entrate di precipizio nella stanza: «Mamma Rosa, fa’
presto, Mamma Rosa vieni che è tardi».
«Che ora è?»
«L’una meno un quarto.»
Sorride. Si alza. «Eh sì, devo andare. Mi dispiace, mi scusi, devo andare.»
Fuori, tutto è pronto per l’Apparizione.
La Madonna appare così

San Damiano Piacentino, luglio 1966

Il pero sul quale dicono la Madonna si poserà tra pochi minuti è alto circa
tre metri. Le sue fronde s orano quelle di un susino, molto più grande, che
ha ancora i frutti attaccati.
Il 16 ottobre 1964, subito dopo l’apparizione della Madonna a Rosa
Quattrini, questo pero, carico di frutta, orì improvvisamente e in
abbondanza. I ori durarono tre settimane nonostante le piogge autunnali. Il
giorno successivo orì anche un ramo del susino che, secondo il racconto di
Rosa Quattrini, la Madonna aveva toccato. I testimoni sono numerosi.
Può un pero orire così, fuori stagione? Persone competenti hanno
risposto di sì, che il fenomeno non è poi tanto straordinario. I fautori del
“miracolo” obbiettano che, comunque, fu prodigiosa la rapidità della
oritura.
Il pezzetto di terra intorno ai due alberi, un quadrato che avrà otto metri
per lato, è stato acquistato per Rosa Quattrini da una pia signora. E intorno è
stata stesa una rete metallica.
Alla prima biforcazione di rami, a un metro e mezzo dal suolo, è
sistemato un trespolo metallico verniciato di bianco sul quale è poggiato un
cuscino di seta bianca con frangia dorata. Sul cuscino infatti poseranno i
piedi della Madonna.
Di traverso alla stessa biforcazione c’è un paletto di legno, pure dipinto di
bianco, che regge due microfoni collegati con altrettanti registratori. Un
terzo magnetofono è collocato più in là. Per la prima volta nella storia le
parole della Madonna vengono registrate su nastro.
Per terra, ai piedi del pero, numerosi vasetti di ori, specialmente rose.
Poi c’è l’inginocchiatoio per Rosa Quattrini.
La scena si presenta così: Rosa Quattrini inginocchiata che recita il
rosario in italiano a voce alta e scandita; ai suoi anchi sono tre bambine.
Intorno, all’interno e all’esterno della rete metallica, una piccola densa folla
che si unisce alle preghiere. In maggioranza sono donne. Tra gli uomini
spiccano un signore anziano e dignitoso che è il duca Melzi d’Eril, un altro
signore magro dalla tipica faccia francese, che è monsieur Roger Carlier,
diplomatico belga, e un alto massiccio uomo dai capelli bianchi e dal volto
agreste che sta inginocchiato per terra e porta sulla giacca una quantità di
distintivi; poi mi diranno che è un “guaritore”. Accanto a me un giovane
cieco il quale emette dei potenti e cavernosi “Così sia”. Il solo che sembra
in schiarsene di tanto fervore mistico è un tipo male in arnese disteso
neghittosamente sull’erba a un paio di metri dalla rete metallica; in seguito
lo vedrò aggirarsi zoppicando a chiedere la carità: è l’“ubriacone del paese”.
Mi hanno detto che, a partire dal 16 ottobre di due anni fa, non un solo
venerdì la Madonna ha mancato di apparire a Rosa Quattrini. Con la
Madonna, in varie occasioni, si sono rivelati anche Gesù, l’arcangelo San
Michele, San Giuseppe, altri santi e angeli. Particolarmente frequente – mi è
stato fatto notare – la presenza dell’Eterno Padre e dello Spirito Santo.
A tali visioni gli astanti non partecipano. Due strani fenomeni però sono
stati percepiti da vari pellegrini. Il primo consiste in un “intenso e
delicatissimo profumo” che si sarebbe diffuso nell’aria in coincidenza con le
apparizioni. Il secondo è analogo a quello registrato a Fatima: il sole che si
mette a roteare e a pulsare ed emette immensi fasci di luce dorata, verde e
rossa.
A poco a poco la ripetizione delle “Ave Maria” scandite con una identità
assoluta di accenti e di ritmo, crea un’aura magica e tesa. Intorno, la
campagna beatamente assopita nel sole, di quando in quando, dietro il
muretto laggiù in fondo, un camion che passa. La signora Giulia Branchi,
che mi è stata gentile presentatrice, mi fa segno a una rustica porta della casa
vicina: «Là dietro,» mi sussurra «stanno gli indemoniati. Alle volte, anche
durante le apparizioni, si sentono delle urla, dei grugniti spaventosi».
Quando Rosa Quattrini dice: «Nel terzo mistero gaudioso si contempla il
santo Gesù bambino nella capanna di Betlemme», un uccellino si posa sul
susino, esattamente sopra la sua testa e cinguetta con note lunghe ed
espressive proprio come se volesse dirle una cosa. Ma non si trattiene.
Dopo il primo rosario, le voci in coro: «Madonna miracolosa delle rose
vogliamo il tuo trionfo!». Tre volte. Poi un silenzio. Si ode soltanto il ronzìo
dei magnetofoni messi in azione, e più sommesso, quello degli alveari a
ridosso della casa. È l’una in punto.
Rosa Quattrini si è alzata in piedi. «Toccate qui» ordina portando le mani
delle persone intorno a toccare il sostegno del cuscino di seta alla
biforcazione del pero. Le tre bambine, che non ci possono arrivare, si
aggrappano alla sua gonna.
È il momento. Ma Rosa Quattrini non cade in estasi, non dilata gli occhi,
non si altera in alcun modo. Tutto avviene senza soluzione di continuità.
Neppure la voce cambia di intensità e di accento. Solo che all’improvviso
non è più Rosa Quattrini a parlare; a parlare è la Madonna.
«Pregate, glioli, pregate! Io vi voglio tutti salvi... Io sono la vostra
mamma del cielo... vi voglio tutti con me in paradiso... anche il Santo Padre
lo voglio qui ai miei piedi... il Santo Padre verrà in aeroplano qui dove
sorgerà il santuario... lo voglio vicino a me, lui che patisce tanto... Io sono la
mediatrice... Non preoccupatevi delle cose terrene, bisogna pensare alla
eternità, non dubitate vi manderò schiere di angeli che vi assisteranno, vi
consoleranno, vi proteggeranno... Vi ringrazio di essere venuti alla mia
gloria di Lurdis (allude a un recente pellegrinaggio da San Damiano a
Lourdes) con questo pellegrinaggio avete sconvolto questo grande agello
che doveva venire... Io vi mando una grande pioggia di rose... Io vi benedico
glioli... Recitate forte anche voi bambini.»
È terminata l’apparizione? Chissà. Senza por tempo in mezzo, Rosa
Quattrini intona il secondo rosario con la sua voce acidula da bambina. Mi
domando: fra trent’anni che cosa ci sarà in questo posto? Sarà tornata la
pace solitaria della campagna oppure sorgerà una immensa basilica
contornata da ospedali, alberghi e negozi di oggetti-ricordo tra un via vai di
elicotteri e aeropullman?
Alla ne del secondo rosario, ecco ancora un messaggio. Rosa Quattrini,
in ginocchio, ora parla tenendo le braccia spalancate. «Pregate, gli miei,
raccomandate tutto il mondo, specialmente i consacrati... ognuno secondo il
suo stato deve pregare, per tutti, per i malati d’animo e di corpo, per i
sacerdoti, per le suore malate e minga malate... E a voi bambini darò una
grande potenza per pregare... voi dovete pregare per tutti i vostri compagni
perché ce n’è in peccato mortale... La Madre celeste chiede che tutti quelli
che vengono a questo albero devono dare tante corone e la Madre celeste le
donerà a chi celebrerà qui la prima messa... I primi sabati del mese la Madre
celeste bacerà le corone offerte...»
E immediatamente, il terzo rosario. Rosa Quattrini vede ancora la madre
di Cristo? Non si può capire. Le donne intorno hanno ripreso con impeto le
orazioni, qualcuna singhiozza.
I quindici “misteri” sono niti. «Alzatevi» ordina Rosa Quattrini.
«Mettete le braccia così» e le alza in gesto di invocazione. «La Mamma
celeste dice a voi bambine che quando tornate dovete portare una rosa rossa
e una rosa bianca ciascuna, la rosa rossa simbolo di fede, la rosa bianca
simbolo di purezza... Non dovete portarmi cose da bere, è la Mamma celeste
che pensa a me... Ora vi do una grande benedizione.» Si inginocchia, si
inginocchiano. I Kyrie Eleison, le litanie lauretane, ancora Ave Maria, Pater,
Gloria, poi l’inno di Lourdes.
La piccola folla si scioglie in un’atmosfera di festa. Tutte si stringono
intorno a Rosa Quattrini: «Era contenta la Madonna?». «Sì» risponde. «Oh
che gioia!» «Era proprio contenta?» «Prima di partire» spiega mamma Rosa
«ha slargato le braccia così» e fa il gesto.
Si intrecciano strani discorsi, meravigliose con denze:
«La vigilia di Natale, sotto il pero» racconta la signora Paolina Battaglini
«appena nita l’apparizione un’amica mi dice: che cos’hai là nel bottone?
Guardo e in un bottone del cappotto si era incastrata una foglia di pero,
bisognava proprio avercela messa apposta. Ho chiesto alla Rosa e mi ha
detto che era un segno della Madonna. E io le ho chiesto se potevo darla a
un malato e lei mi ha detto di no che dovevo tenerla con me...»
«In inverno» racconta un’altra «ero ammalata e una sera mi sono sognata
che quella statua che c’è di là mi stava poggiata su una spalla e il giorno dopo
sono guarita.»
Un giovane sacerdote, venuto da Rovigo col padre e il fratello chierico, mi
dice di aver accompagnato il pellegrinaggio di San Damiano a Lourdes.
Erano in ventuno. Poi si è saputo – spiega – che nel giro di pochi giorni
doveva scoppiare una terribile guerra; ma il cataclisma era stato sospeso
grazie appunto a questo pellegrinaggio.
Don Gerolamo mi offre anche di farmi sentire, registrato, uno dei
messaggi che la Madonna ha trasmesso alle quattro bambine di Garabandal,
in Spagna. Tra le apparizioni di San Damiano e quelle di Garabandal, dice,
c’è una stretta connessione. Un rapporto esiste anche con le apparizioni
avvenute ad Amsterdam nel giro degli ultimi anni, mediatrice la signora Ida
Peerdeman.
La Madonna, attraverso vari messaggi – aggiunge don Gerolamo – ha
ordinato di intensi care le preghiere specialmente in questo mese di luglio,
non c’è da perdere tempo, la giustizia di Dio non trattiene più il braccio, il
agello è vicino. «Anche a me del resto il diavolo ha detto che il castigo sarà
molto prossimo.»
«Il diavolo?» faccio io.
«Sì, parlando attraverso un indemoniato.»
Una giovane bella signora di Milano racconta, in termini alquanto
ermetici, di avere avuto vari inconfondibili “segni” dalla Madonna di San
Damiano. Tra l’altro le era stata preannunciata la prima apparizione, tanto
che aveva potuto trovarsi sul posto. Ma non vuol darmi maggiori
spiegazioni.
Un’altra signora dice: «Ah, io qui non ho assistito a nessun fatto
straordinario. Io vengo qui solo perché la Rosa prega tanto bene!».
La bella indemoniata

San Damiano Piacentino, luglio 1966

Nei giorni di venerdì, quando la Madonna appare a Rosa Quattrini spesso


vengono a San Damiano uomini e donne che si ritengono posseduti dal
Demonio. Essi sperano, se non di essere completamente liberati, di ricavarne
qualche bene cio; come infatti è avvenuto più di una volta.
Verso le tre del pomeriggio, quando già si è sciolta la piccola folla che ha
assistito alla “apparizione” e io sto per tornare a Milano, la signora Giulia
Branchi, che mi ha accompagnato qui, mi avverte che di là, nella stalla, don
Gerolamo sta esorcizzando le indemoniate e che se voglio posso assistere.
Don Gerolamo è un giovane prete di Rovigo in fama di forte esorcista. È
venuto col fratello, chierico, più magro e più sorridente.
Come entro nella stalla – che non è propriamente una stalla ma un ampio
locale come se ne trovano sempre nelle vecchie case di campagna, dove si
ammucchiano una quantità di cose, legna da ardere, botti, bottiglie,
materassi, giganteschi pentoloni, attrezzi rurali –, sopra un grande mucchio
di paglia fresca stanno inginocchiate cinque donne e dinanzi a loro in piedi,
col rituale dei sacramenti in mano, don Gerolamo sta terminando le litanie
dei santi.
Delle cinque donne, come mi diranno poi, soltanto tre sono
“indemoniate”: una signora borghese sui cinquant’anni coi capelli tinti in
biondo-rosso, una grassa ragazzina sui quattordici, cieca da vari anni, e una
bella ragazza magra ventiduenne che chiamerò Ghita perché è logico tacere
il suo vero nome.
Tutte e tre hanno un contegno normalissimo; con le mani giunte e volto
compunto rispondono alle invocazioni del prete e ci si domanda perché
siano venute qui.
Senonché appena don Gerolamo, terminate le preghiere di preparazione,
le si avvicina, la Ghita chiude gli occhi e comincia quella che da principio
sembrerebbe la commedia di una ragazza dispettosa che si diverte a fare
impazzire i grandi.
«Chi sei?» le chiede il prete. «Sei Ghita?»
Lei, sempre con gli occhi chiusi fa segno di no. E la bocca si contrae
esattamente come di chi stenta a trattenere le risa.
Don Gerolamo: «In quanti siete?» (allude al numero dei diavoli entrati
nella ragazza).
La Ghita solleva l’indice sinistro.
Don Gerolamo: «Uno soltanto? Sei quello piccolo, che Satana
schiaffeggia? quello buono a niente?... Dove sei adesso? In quale parte del
corpo sei?» (avvicina alla Ghita un piccolo croce sso e lei, come per
sfuggirgli, si ritrae all’indietro violentemente, e sembra che a malapena si
trattenga dal ridere).
Don Gerolamo: «Ti comando di alzarti» (avvicina la croce al collo della
ragazza, che ha un sussulto). «Ah, dunque sei qua? Apri gli occhi...» (la
ragazza sbuffa e il sacerdote le mette una mano su una spalla). «Cosa senti?...
Apri quella bocca, spirito immondo!» (la ragazza mugola). «Cosa senti,
imbroglione? Parla, te lo comando, so che non sei muto... Dimmi: chi è
venuto stamattina qui?» (è un’allusione alla Madonna, e la Ghita emette un
terrorizzato «Buuuh!» come fosse stata scottata). «Chi c’era? C’era Gesù
Cristo? C’era san Michele?» (la Ghita non risponde)... «Dimmi se questa
mattina è veramente apparsa...» (la Ghita fa segno di sì con la testa)... «Sei
stanco?... Sono le preghiere che ti stancano?»
Non è un dialogo continuo perché don Gerolamo ogni tanto riprende la
lettura delle sacre formule, che sono lunghissime. Ora lascia per un
momento la Ghita e si rivolge alla signora biondo-rossa, che, a giudicare
dalle reazioni, si direbbe abbia in corpo una dose almeno tripla di diavoli
rispetto alla ragazza. Come il prete la tocca con la croce, mugola, tossisce,
singulta, si getta lunga distesa contorcendosi come una biscia.
Ma don Gerolamo torna alla Ghita la quale nalmente apre la bocca per
delle beffarde risate e dei versacci con la lingua.
Don Gerolamo: «Su, ti ordino, fa’ professione di fede con noi. Ripeti:
Credo in Deum Patrem omnipotentem...» (la Ghita si mette a schiettare)...
«Chi ti ha insegnato a schiare? Lo capisci il latino?» (continua intanto con
l’aspersorio a spruzzarla di acqua benedetta: il tailleur di seta a ori azzurri e
la camicetta nera devono essere ormai fradici). «Sei stanco? Quanti siete?
Vuoi sentire il fuoco?...» (la ragazza si dibatte). «Chi c’è dietro a me? Ti
schiaccerà il capo, la Madonna...» ( nalmente la Ghita pronuncia due tre
parole incomprensibili)... «Chi ti ha fatto parlare?... Quando sarai scon tto
da quella che oggi è venuta sul pero?» (la Ghita ride)... «Sei sempre stato il
più piccolo, buono a niente... Ora ti do un esorcismo grande... O san
Michele Arcangelo scon ggi questo piccolo!» (così dicendo il prete tocca
con la croce la Ghita la quale grida: No, no! Pfuh!).
Viene meno ormai il sospetto che la ragazza faccia una commedia. È
chiaro che ha dentro qualcosa di veramente storto. Sua mamma, pure
inginocchiata sulla paglia, col rosario tra le mani, alle spalle del prete, la
guarda con tenerezza. Strano, più si prolunga quello strano travaglio, più il
volto della “indemoniata”, già piacente in condizioni normali, diventa vivo e
bello. È una faccia magra, moderna, i capelli neri tagliati cortissimi.
Don Gerolamo: «Vuoi sentire un poco d’inferno? Dammi la mano...» (lei
fa un versaccio con la lingua). «Exorcizo te, immundissime spiritus, omnis
incursio adversarii, omne phantasma, omnis legio: in nomine Domini nostri
Jesu Christi eradicare et effugare...» (lei ride, sputa, fa boccacce, fa segno di
no). «E niscila, sta’ lì obbediente in ginocchio, maledetto.»
Ghita: «No, porco».
Don Gerolamo: «Exorcizamus te...».
Ghita: «Porco, smettila!».
Don Gerolamo: «... Audi ergo et time, satana, inimice fidei, hostis generis
humani, mortis adductor...».
Ghita: «No, no, no...! Vai da quella là...! Guarda come sudi, porco... più
porco di te non c’è nessuno... Non ne puoi più, smettila, porco... Se non vuoi
che bestemmi, lasciami andare...».
Finalmente, con lenta fatica, il sacerdote è riuscito ad avvolgere intorno al
collo della “indemoniata” la sua piccola stola viola e, infaticabile, legge ad
alta voce:
«Adjuro te, serpens antique, per judicem vivorum et mortuorum, per
factorem tuum, per factorem mundi, per eum qui habet potestatem mittendi te
in gehennam...»
La Ghita si butta all’indietro sulla paglia e grida: «Uscite tutti, tutti fuori,
tranne la tonaca nera!...».
Don Gerolamo: «In ginocchio, te lo comando...» (le avvicina alla bocca
una tazzina piena d’acqua santa). «Apri la bocca... Bevi...»
La Ghita (al fratello di don Gerolamo che regge la bottiglia dell’acqua):
«Va’ via tu, che non sei neanche consacrato... io bevo da sola... Ah ah, tutti
soddisfatti perché bevo l’acqua! Porci... Vi divertite eh? Spettacolo gratis per
tutti!...».
Don Gerolamo: «Exi, ergo, transgressor. Exi, seductor, plene omni dolo et
fallacia...» (avvolge una corona del rosario a un polso di Ghita).
Ghita: «Non mi fa niente! Ah! ah! ah!».
Don Gerolamo: «Dove eri questa mattina?».
Ghita: «Fattelo dire dalla Ghita...».
Don Gerolamo le riallaccia la stola intorno al collo.
Ghita: «Me la pagherai, pappagallo» (ora si piega in avanti, presa da
lunghi conati, come se tentasse di liberarsi lo stomaco). «Dài, dài, aiutami,
maiale... È la terza volta che cerchi di farmi uscire e non ci riesci!...»
Don Gerolamo: «... quia tu es princeps maledicti homicidii, tu auctor
incestus, tu sacrilegorum caput, tu actionum pessimarum magister, tu
haereticorum doctor, tu totius obscenitatis inventor...».
Ghita: «Muoviti, porco... Ce la metto tutta, ma se tu non mi aiuti...» (si
scuote nei violenti conati).
Don Gerolamo (porgendole un’altra tazzina d’acqua consacrata): «Bevi
ancora questa».
Ghita: «No, voglio quell’altra».
Una donna: «La Rosa ha detto di darci solo l’acqua santa».
Ghita (beve e poi si contorce negli sforzi): «Quando sto vomitando
nessuno deve interrompermi» (il sacerdote la tocca con la croce). «Me ne
vado, me ne vado, porco, me ne vado...»
Don Gerolamo spruzza ancora abbondantemente la giovane con acqua
benedetta.
Rosa Quattrini entra con passo giovanile, si inginocchia sulla paglia
dietro agli altri. Ad alta voce: «Forte, forte, padre! Lei non deve temere».
Quel “forte” signi ca, presumo, intensità e vigore negli esorcismi.
Ma sembra che non ce ne sia più bisogno.
Appena la Rosa è entrata nello stanzone, la Ghita ha smesso i conati, si è
afflosciata in avanti, la testa china, come una bestia battuta, come uno
pneumatico sgon ato. Non fa più boccacce, non dice più parolacce, non ride
più, non sputa più, non parla più. Dopo tre ore buone di esorcismi se ne è
andato per sempre il “piccoletto”, buono a niente, che Satana schiaffeggia? O
è solo una breve licenza?
Festa in villa col mago

Luvignano (Padova), gennaio 1967

A una festa di giorno nella sua meravigliosa villa a Luvignano di Torreglio,


poco lontano da Abano, il dottor Vittorio Olcese ha avuto la spiritosa idea di
invitare anche un mago.
Si tratta del palazzo di campagna che nella prima metà del Cinquecento
Alvise Cornaro, il saggio umanista autore dei famosi Discorsi intorno alla
vita sobria fece costruire dal pittore e architetto Giovanni Maria Falconetto
per la villeggiatura dei vescovi di Padova, di cui era amministratore.
È uno dei primi esempi di architettura classica nel Veneto. Palladio non si
era ancora rivelato. Sorge in cima a una collinetta e i suoi due orgogliosi
loggiati ssano, immoti, il singolare panorama che è probabile sia unico al
mondo. Sorgono infatti all’intorno alcuni dei migliori Colli Euganei i quali,
per non essere deturpati da colture, per non portare sulla sommità alcuna
fabbrica e per la tipica sagoma a cono che allude a preistoriche eruzioni,
risultano oltremodo puri e misteriosi.
Di vescovo in vescovo, la villa era andata a nire nelle mani di un istituto
religioso; quando Vittorio Olcese la comperò era in condizioni pietose e
l’architetto Marcello Checchi ha lavorato due anni per ridare al palazzo il
respiro nativo e liberare ciò che restava dei bellissimi affreschi, nascosti da
turpi calcine, che uno studioso pare sia riuscito a identi care come opere
dell’olandese Lamberto Sustris.
Benché alcuni incontentabili trovino a ridire qua e là, è stato un restauro
esemplare e si è cercato di ridurre al minimo le contaminazioni moderne.
Così non si vedono all’esterno li della luce o del telefono, il piano principale
è illuminato quasi esclusivamente a candele, vasche da bagno e lavabi sono
antichi e per no i vater sono mascherati da cassettoni di noce uguali alle
“comode” dei nostri bisnonni. Questo “palazzo da principe”, come lo de nì
allora il tipografo Francesco Marcolini, occupa insomma un posto d’onore
nella lista dei 214 edi ci di valore artistico salvati dalla rovina per merito
diretto o indiretto dell’Ente Ville Venete.
Gli amici, quasi tutti giovani, erano convocati da Padova, Vicenza,
Verona, Treviso, Venezia e soprattutto da Milano. Dopo la colazione di stile
rustico (“torresani” allo spiedo, fegato alla veneziana, baccalà alla vicentina,
polenta bianca della Bassa) ci sarebbe stato un ritorno del Ruzzante, dopo
quattrocento anni, nella sua autentica atmosfera: Alvise Cornaro gli era stato
infatti amicissimo al punto di far costruire apposta un teatro ad Este dove
rappresentare le sue commedie. La compagnia padovana chiamata appunto
“Il Ruzzante” avrebbe recitato, con la regia di Gigi Giaretta, Il parlamento. E
poi era venuta una piccola orchestra per la musica allegra.
In quanto al mago, chiaro che non si poteva piani care un programma. Si
chiama Bruno Lava, è un uomo di 45 anni, molto magro, persona
estremamente cortese, che vive a Treviso e fa il geometra oltre che
l’imprenditore edile. La sua potenza di medium ha avuto larghi
riconoscimenti anche all’estero. Di lui si raccontano, sostenuti da ferree
testimonianze, episodi sbalorditivi. Cose sbalorditive aveva fatto, due anni
fa, in mia presenza, a Treviso, in casa di Bepi Mazzotti, il pioniere della
crociata per le ville venete.
Ma perché un mago in una festa di giovani? Chissà. Era una giornata
fredda e grigia. Alle tre del pomeriggio sembrava già sera, i Colli Euganei
assumendo un’espressione oltremodo circospetta. Un grosso gatto nero
ciondolava su e giù per la terrazza sommitale seguendo con la coda degli
occhi i movimenti degli ospiti. Da lontani casolari, laggiù nella bruma,
giungevano lunghi lamenti di cani. L’aspetto stesso della villa, insieme
fastoso e bizzarro, la luce torpida del pomeriggio, collaboravano a quella
speciale aura magica non rara in queste contrade del Veneto. Seduto,
durante l’asciolvere, dinanzi a una mastodontica forma di grana che
rimpiccioliva a vista d’occhio, Lava raccontava come uno spirito, da lui
interpellato anni or sono circa la sorte di un certo Carrer di Treviso,
ammalato di cancro, a cui i medici davano al massimo una settimana di vita,
avesse risposto: «In questo momento posso fare qualcosa per lui. Ditegli che
si alzi e riprenda la vita solita»; dopodiché il Carrer si levò dal letto
completamente guarito. Ma il mago credo non abbia avuto modo di toccare
cibo: tre bellissime ragazze lo assediavano con domande su domande a cui
Lava docilmente rispondeva.
Ora non dico che tutto sia dipeso da Lava. Ma è certo che la
consapevolezza della sua presenza contribuì a portare la riunione allo stato
di grazia. Ci sono delle feste pur organizzate con straordinaria magni cenza
che per ignoti motivi riescono morte. Altre che, altrettanto
inesplicabilmente, si caricano di una tensione fantastica così da assomigliare
a un pezzo di romanzo.
Era come se un invisibile Federico Fellini avesse rastrellato da tutta l’alta
Italia i tipi più selezionati per una delle sue geniali féeries. O meglio ne
avesse assoldato i fantasmi perché, nell’andirivieni su e giù per le scale e da
un locale all’altro, nell’oscillare delle ombre proiettate dai tremuli ceri, fra le
risonanze di classici “yé yé” diffusi da sommessi altoparlanti, nel clima
stravagante della risuscitata villa, i presenti intensi cavano se stessi, come
appunto avviene nei lm, diventando un simbolo, una sottolineatura, un
raddoppio snobistico della propria personalità consueta.
E la complessiva sensazione di follia veniva anche dalla varietà della
gente, assortita come capita di raro, miliardari e poveri, nobili, sportmen,
industriali, scrittori, medici, architetti, seduttori, studiosi, mercanti d’arte,
professori, mariti, musicisti, asceti, parassiti, e fra le donne poi un
campionario tremendo di bambole, sposine, putte, streghe giovinette, mogli
infelici, ereditiere scompensate, poetesse febbricitanti, pitonesse in erba,
vampire, angeli lisergici, polene da nave ammiraglia, graziose cretine e
peccatrici d’ogni stampo. Gli uomini in grigio, artatamente trascurati,
per no con rozzi maglioni da rifugio, le donne non già in abito d’impegno
bensì a personale capriccio, vale a dire in maschera, con stoffe e fogge da
delirio. Al passaggio di certe avarissime gonne si avvertiva, pur tra i giovani
blasés, una energica ripercussione nervosa.
Mentre di sopra la tromba attaccava lo storico charleston di Lola, al piano
di sotto una decina di congiurati preparavano il tavolo e le sedie.
C’era da aspettarsi che, in mezzo a quel bel mondo, il mago si tirasse
indietro. Ma Lava è così forte da accettare un handicap simile. Perché
notoriamente gli spiriti non si fanno vivi volentieri in mezzo alle folle
mondane ma preferiscono le case solitarie e silenziose, i sotterranei dei
castelli, i camposanti di campagna, i musei di storia naturale.
Il primo tavolo con cui si cimentò Lava pesava quaranta chili a dire poco.
Si sollevò tre volte, pestando in giù da stritolare, se ci fosse stata, la zampa di
un dinosauro.
Lo spirito – si trattava, a detta del medium, di un certo Mare, armatore
veneziano del Seicento – ricusò pure un secondo tavolo rotondo, di rozzo
abete, troppo ballerino.
Accettò invece un terzo tavolo, rettangolare, di esiguo peso. Ma
chiaramente disse che là, in quella nuda stanza, non gli andava di lavorare. Il
locale non era producente. Preferiva una camera da letto. E ci si trasferì,
mentre dall’alto si diffondeva la struggente melodia del dottor Zivago, in una
vicina camera, con un letto di stile alquanto mortuario.
Valzer scesero dall’alto, inadatti a quel pubblico da shake, poi si udì
un’arietta degli anni Trenta, quindi il caro ululato dei Beatles. Ma Lava non
si formalizzò. La musica, dice, in certi casi aiuta.
Al buio – ora di sopra tuonavano le invettive di Ruzzante – lo spirito,
sbattendo il tavolo con rabbia annunciò che entro un anno ci sarà una crisi
di governo, che prima delle elezioni il governo cambierà ma che dalle
elezioni il centro-sinistra uscirà rafforzato.
Disse che Kennedy fu ucciso da due e non dal solo Oswald, che Johnson
non è colpevole, che Johnson era in parte a conoscenza, che Johnson lo
sperava.
Disse che Mao Tse-tung non vincerà, che entro dieci mesi morirà, che il
successore è ignoto.
Ogni tanto lo spirito chiedeva fosse fatta luce. E allora nuovi amici
battevano alla porta, entravano, disponendosi negli angoli, le donne
ammucchiandosi sul letto. E la normalità, il mondo positivo, la rassicurante
regola era lui, Lava, il mago. I veri fantasmi erano gli altri, dissipate larve che
a otti scendevano coi bicchieri di whisky, sogghignando, ma appena entrati
restavano interdetti e muti; e se ne udiva il respiro.
Nessuno più si meravigliò dell’incredibile. Un bicchiere volò al buio da
un punto all’altro della camera. Un’unghia di cavallo fatta a portacenere
schizzò da un canterano piombando con un tonfo sopra il tavolo. La signora
Armanda Guiducci si sentì scompigliare i capelli da una manina sudaticcia
che le tolse anche un orecchino e subito glielo riconsegnò in mano. A un
giovanotto venne strappato l’orologio da polso. Lea Quaretti, scrittrice, si
sentì torcere un dito al punto da gridare.
Ma sempre nuovi e folli fantasmi in minigonna si ingolfavano giù per le
scale facendo ressa dinanzi alla porta del paziente mago. Adesso non era più
una seduta spiritica bensì un comizio. Intorno al tavolo si congestionava un
coacervo di compatto e rigoroso snobismo, con tutte le inquietudini relative.
Il professore Silvio Ceccato, il losofo, il cibernetico, il costruttore del
cervello cominciò, tramite il medium, a fare domande difficili:
«Le mie concezioni del tempo e dello spazio» chiese «sono giuste?»
Con due colpi rabbiosi il tavolo disse di no.
«Che cos’è lo spazio?»
«Una sfera col centro fuori.»
«È vero che il singolare è composto da uno stato di attenzione seguito
dalla combinazione di due stati di attenzione seguita a sua volta da uno stato
di attenzione?»
Lo spirito rispose di sì.
«Che rapporto c’è tra universo e cosmo?»
Il tavolo ticchettò rapidissimo: «Lo stesso rapporto che c’è tra palo e
foro».
Si udì a questo punto un urlo atroce come nei lm del terrore. Poi un
altro urlo, un tonfo, una confusione. «Luce! Luce!»
L’architetta Gae Aulenti di colpo era stata sollevata con la sedia da una
forza irresistibile, poi la sedia le si era s lata di dietro passandole sopra la
testa per poi ricadere schiantandosi sul tavolo.
Una esperienza orrenda, si sarebbe pensato. Ma la architetta non fece una
piega e si risedette. Lo spirito però ne aveva abbastanza. «Siamo in troppi?»
chiese Lava. Tac, rispose il tavolo. «Spirito sei presente?» Silenzio. «Te ne
vai?» Tac, il tavolo rispose.
Il tavolo non si mosse più. Erano le nove meno un quarto, sembrava notte
profonda.
Le automobili ad una ad una, via, in direzione di Padova. Nessuno rideva.
Le vanità, le lusinghe, le idiozie, le beffe, i desideri, i rimorsi, le avidità, le
paure, le lussurie, la corsa dietro il vento. Nel buio i Colli Euganei non si
vedevano più.
Lo spirito in granaio

Si parla qui dello spirito che abita un vecchio edi cio, presso alla nostra casa,
in campagna. Al pianterreno, seminterrata, c’è una vasta cantina con tini
tenebrosi e gli arnesi vinari; al primo piano due stanze vuote e un granaio, e
di sopra la soffitta. Lui sta nel granaio.
Non è lo spirito di un antenato, ma semplicemente di un antico fattore, o
castaldo, come si dice. La differenza non conta: anche l’ultimo dei bifolchi,
quando si trasforma in uno spirito, acquista più nobiltà che dieci arciduchi
corporei. È leggenda che egli defraudasse i padroni nel conteggiare le misure
di granoturco, e perciò l’anima fu condannata a rimanere quaggiù, no a una
scadenza che nessuno può dire.
Ancora pochi anni fa i contadini spesso lo udivano, anche di pieno
giorno, rimestare stranamente fra i mucchi di mais e di grano e far rotolare
sul pavimento il cilindro con cui si livella la staia. Negli ultimi tempi la sua
vitalità è diminuita, segno forse ch’egli si appresta a lasciarci.
I contadini non ne hanno paura, in fondo egli è uno di loro; e lo
conoscono da tanti anni che non c’è più motivo di far meraviglia o scalpore.
Lo considerano quasi un fatto nella Natura, né buono né cattivo, ma che è
preferibile evitare: come le talpe, le saette, i cani randagi.
Andammo, in una notte di settembre, un mio parente ed io, a trovarlo.
Non lo facevamo certo con intento maligno poiché beffarsi di uno spirito è
atto stupido e ingeneroso. Era un semplice desiderio di constatazione. Ma in
cuor nostro ci auguravamo che la prova riuscisse, ad onta degli inevitabili
terrori.
Importava ch’egli ci fosse per accreditare certe romantiche cose che
entrambi amavamo, per non dover ri utare, alla nostra età, le superstiti
fantasie della fanciullezza, perché la casa non rimanesse completamente sola
d’inverno, quando noi siamo lontani.
Lasciammo in salotto i familiari increduli e attraversammo il giardino,
immerso nel buio. Il parente, di nome Giuseppe, aveva una candela e la
accendemmo quando si fu alla porta del granaio. Allo scuro, là dentro, certo
non avremmo resistito.
Si aprì la porta e all’oscillante lume salimmo due rampe di scala, no a un
pianerottolo di pietra. Di là si entrava nel granaio propriamente detto.
Entrammo, per controllo, nel misterioso stanzone.
La luce della candela non riusciva a raggiungere il fondo, ingombro di
tenebre. Tutto era a posto e tranquillo. Per terra, i mucchi di granoturco e di
grano, da un lato una pesa, in un angolo alcuni sacchi pieni, uno dei quali
sbilenco, in atteggiamento sospetto. Io mi avvicinai, senza che Giuseppe mi
badasse, e con una spinta lo raddrizzai, che assumesse un aspetto più onesto.
Perlustrando facilmente lo stanzone, privo di ogni possibile nascondiglio,
riaccostammo la porta e ci sedemmo sul pianerottolo della scala ad
aspettare. Lo spettro certo non si sarebbe rivelato se noi fossimo rimasti
dentro.
Sedevamo in silenzio e io vedevo sul muro l’ombra del mio parente
dondolare su e giù a ogni oscillazione della ammella. Nell’edi cio, col
procedere della notte, andava sempre più accumulandosi qualche cosa che
non si può de nire. Era una emanazione indipendente dalla nostra presenza
e dalla nostra fantasia umana. Anche nelle giornate più festose, del resto,
avevo sempre notato che la solitudine di quelle stanze risultava eccessiva; i
bianchi raggi del sole, risplendenti sul granoturco d’oro, non servivano a
nulla contro il sinistro torpore che vi ristagnava. La campagna, i ori, gli
uccelli, le meravigliose nuvole, l’allegria della gente, le automobili, ch’erano
pure vicine, a due passi, diventavano cose remotissime e assurde.
Adesso ch’era notte profonda, questa impressione era moltiplicata. Dai
muri stanchi, dalla voragine della cantina, dalla campagna stessa
addormentata, uiva dentro alla casa la paura. Non i terrori che popolano i
meandri dei castelli, le delittuose autorimesse del Bronx o i fossati delle
polveriere. No, era una paura solenne ed antica, e parlava di spiriti sì, ma
anche di decrepite querce, di ponti fradici, di viandanti zoppi, di gu , di
valloni deserti, di cimiteri, di imboscate alla luce di luna. Una paura senza
soggetto, estranea alla cattiveria degli uomini.
Noi la sentivamo intorno e a nulla valeva che dal giardino giungessero,
orribile a dirsi, vaghi echi della radio (senza contare qualche cosa di simile a
un tenue vocìo di grilli). Ci guardavamo ogni tanto, senza parlare, per non
rompere quel silenzioso incanto, così propizio ai fatti sovrumani. La amma
della candela dava ogni tanto, senza apparenti ragioni, improvvisi guizzi che
ci lasciavano perplessi. Nel granaio, di là della porta socchiusa, tutto
dormiva in pace. A un certo punto udii, per qualche secondo, il battito
dell’orologio che Giuseppe teneva nel panciotto. Un breve scricchiolio sulla
scala. Silenzio.
Suonò, da una chiesetta vicina, mezzanotte, un’ora così banale in città ma
ancora rispettabile nei luoghi poco abitati. I rintocchi si aggirarono
meticolosamente per tutto l’edi cio e ci vollero diversi secondi perché si
estinguessero.
«Silenzio» mi sussurrò il parente benché io non accennassi affatto a
parlare. Forse lo disse istintivamente, riferendosi ai colpi della campana.
Certo quella doveva essere l’ora buona. Sentivo il cuore battermi. Persino il
nostro lievissimo respiro turbava la concentrazione dell’ascoltare.
Ma niente. Il granaio pareva morto come una pietra, ci sembrò anzi che a
poco a poco, con l’approssimarsi dell’alba, i terrori notturni stessero per
sfaldarsi. Ciascuno di noi due, senza rendersene conto, cominciò a meditare
le proprie cose, il pensiero sgusciò fuori del vecchio granaio per correre le
future vie della nostra vita.
Pure mi dispiaceva. Ecco qua un altro amico che se ne va per sempre,
un’altra illusione sterilizzata, un’altra squallida vittoria della ragione.
Maledetta la volta che ci era venuto in mente di fare la prova. Non sarebbe
stato più giudizioso continuare a crederci così, gratuitamente? Alla ne fui
stanco.
«Che ora è?» feci sottovoce.
«Le una e un quarto» rispose Giuseppe, lisciandosi la barba.
«Restiamo ancora?» domandai.
Il parente non mi diede retta e se ne restò immobile e serio, con la sua
ombra irrequieta che smaniava sul muro. Ora la radio, laggiù in salotto, era
spenta, i grilli avevano perso ato, tutto era disceso nel sonno e lo spettro
non c’era; quella era dunque una casa qualsiasi, un po’ più solitaria forse; un
po’ più melanconica, ma in fondo come tutte le altre. Peccato.
Avevamo ormai perso ogni speranza e ci eravamo già alzati in piedi (in
tutti i racconti di spettri è di prammatica dire così, lo sappiamo ma non ci è
data facoltà di mutare la storia) ci eravamo dunque già alzati in piedi e
Giuseppe aveva raccolto da terra il candeliere, quando nel granaio, di là
dell’uscio, si udì distintamente un passo.
Dal fondo dello stanzone un essere umano avanzava senza fretta verso la
porta, dietro alla quale noi stavamo. I suoi passi risuonavano sul pavimento
di legno ben staccati e regolari, con progressivo aumento di tono man mano
che si avvicinava.
«Lo senti?» domandai a Giuseppe per timore di un’autosuggestione; e non
riconobbi più la mia voce.
«Lo sento» fece lui con un accento irreale.
Toc, toc, toc, egli doveva essere ormai a metà locale. Proprio in mezzo al
granaio c’era un mucchio di granoturco e mi domandai come non vi avesse
ancora urtato se procedeva, come era presumibile, in linea retta. Intanto si
avvicinava. Ancora quattro metri, ancora tre, era proprio dietro alla porta.
L’avrebbe varcata? Noi si doveva sapere.
«Apriamo?» fece il mio parente, commosso anche lui da un sentimento
senza nome.
«Apriamo» dissi.
Dissi “apriamo” ma in verità fu Giuseppe che ebbe il coraggio di spingere
il battente socchiuso, dietro al quale, a meno di un metro, si trovava lo
spirito. La porta si aperse, il passo cessò, non si vide nessuno. I mucchi di
granoturco giacevano placidi al posto di prima, i sacchi non si erano mossi,
nessuna traccia sul pavimento, nulla di sospetto negli angoli zeppi di buio.
Lui era ancora là di sicuro, ma era tornato già a rinserrarsi nella sua essenza
meta sica, dopo quella passeggiata troppo umana. Era ancora là e forse ci
guardava, chi lo sa, con un bonario sorriso.
Nessuno di noi due ebbe l’animo di fare un saluto o qualche cosa del
genere, prima di uscire. Dopo aver bene constatato che nessuna creatura
visibile, oltre a noi, poteva trovarsi nel granaio, ce n’andammo meditabondi,
mentre la candela moriva.
Negli ultimi anni non si è quasi più fatto vivo. La gente ormai non lo
prende più sul serio, o meglio non ci pensa neppure. Lo spirito del granaio
non è mai esistito, si capisce, sono tutte stupide superstizioni. E oggi gli
uomini hanno altro da pensare. Ma torneranno a crederci, presto o tardi, se
Dio vuole, statene certi, anche se lui nel frattempo si sarà dissolto nel nulla.
Il veggente prende un granchio
sulla data della propria morte

Ero ospite di una villa in mezzo ai boschi sul Ticino di Pavia, quando una
sera mancò la luce. Erano le nove e venti, si stava nendo di mangiare. Una
sera di pioggia e di vento.
Uno telefonò alla centrale, alla centrale si meravigliarono, non risultava
nessun guasto, forse un ramo rotto dal vento aveva tagliato il lo, certo no
al mattino dopo di riparazioni manco parlarne. Per quella sera, dunque,
addio televisione e giradischi.
Furono portate le candele, venne servito il caffè, poi si passò nell’altra
sala. C’era un vago stato di disagio e fuori, nella notte, si sentivano vagare
nebbia, umidità e strane ombre.
Allora le signore si rivolsero a un mio collega, ospite come me: Vittorio
Beonio Brocchieri, giornalista, scrittore, professore universitario di storia
delle dottrine politiche, pittore, inventore della stereopittura
tridimensionale, aviatore, esploratore, conferenziere e probabilmente io non
ho menzionato qui che una piccola parte dei suoi meriti.
«Caro Beonio,» gli disse la padrona di casa «senza luce la serata minaccia
di farsi barbosa, su, ci racconti qualcosa dei suoi viaggi, lei che ha girato
tanto il mondo.»
«Con piacere, signora,» egli rispose «ma di quale parte del mondo lei
preferisce che parli?»
«Scelga lei. Un Paese adatto a una sera come questa, a una casa come
questa, a un buio come questo.»
«Bene,» fece lui, pronto come al solito «allora vi parlerò di certi miei
viaggi in un Paese che sta al con ne estremo del mondo conosciuto, un
Paese bizzarro ed evanescente, di cui non ci sono carte geogra che e che
certuni addirittura pretendono non esista neppure. Non tiene guardie ai
con ni, per entrarci non occorre il passaporto, per arrivarci non occorrono
né treni né auto né aerei. Sapete dirmi a che Paese mi riferisco?»
Tutti lo guardarono perplessi e ingenuamente incuriositi. Eravamo seduti
accanto al fuoco i cui rossi riverberi tremolavano sul volto di Beonio
rendendolo quasi satanico. Finché io dissi: «È il paese degli spiriti».
Un vago brivido percorse le schiene degli amici raccolti nella villa
solitaria e buia in mezzo al bosco, nella notte di pioggia.
«Come hai fatto a indovinare?» mi chiese.
«Perché io ti conosco.»
Il paese degli spiriti: alludevo a quel vasto dominio la cui caratteristica
dominante è il mistero, dove trovano posto gli spiriti propriamente detti, i
fantasmi, i medium, la metapsichica, la telepatia, le premonizioni, le
profezie, le guarigioni prodigiose, gli occulti poteri taumaturgici, la
radioestesia, gli sdoppiamenti, la reincarnazione, i maghi, le streghe, gli
esorcisti, gli ipnotizzatori, gli indovini, i chiromanti, gli zombies, i vampiri, i
lemuri, i lupi mannari, i diavoli e tutta la schiera di creature leggendarie che
si dice popolino il mondo e il cuore dell’uomo.
Parlare di spiriti è uno dei giochi di società più divertenti, molto più del
bridge e della canasta. Solo che ce ne dimentichiamo e passano degli anni
senza che si ricorra a questo sano e refrigerante svago dello spirito.
(Naturalmente ci vogliono la sede e il tempo adatti, parlare di spiriti su una
spiaggia in una splendida mattina di sole può riuscire falso e manierato.)
In quell’inquietante e problematico paese Beonio Brocchieri ha compiuto
numerosi viaggi tenendosi ugualmente lontano dai fanatici che interpretano
ogni fenomeno come rivelazione di potenze sovrumane, quanto da coloro
che vivono nel continuo terrore di “essere fatti fessi” e ciò che esce dalle loro
possibilità di razionale comprensione, lo eliminano tout court dicendo che
sono tutte ciurmerie.
Così la serata, che si pro lava letargica e sembrava promettere un
generale squagliamento verso i letti poco dopo le ore 10, si mutò in un
trattenimento eccitantissimo e alle 2 dopo mezzanotte noi si stava ancora
con le orecchie dritte ad ascoltare Vittorio Beonio Brocchieri, simile più che
mai a un serpente a sonagli in grande forma.
Magìa, invasati che passeggiano sui carboni ardenti, arcane profezie che
si avverano, pendolini che smascherano delitti, intuizioni di cose e fatti
lontani, diagnosi a distanza, sogni premonitori, misteriose facoltà di
animali: ne raccontò a decine, quella notte, Beonio Brocchieri; e di ciascun
caso, se non era stato diretto testimone, sapeva citare nomi, date e
circostanze. Per fortuna, data la presenza di signore, egli si astenne dal
repertorio macabro e terri cante, di cui tuttavia è probabile possieda un
ragguardevole campionario. Anche quando si affacciavano agli abissi più
tenebrosi, le sue storie conservavano una esemplare correttezza mondana.
Soprattutto tre ne ricordo, che pure non erano fra le più importanti. La
prima aveva per teatro l’ospedale civico di Lonato. Una sera, una povera
contadina moribonda di tubercolosi chiama la suora e le annuncia che entro
un’ora morirà, aggiungendo però che tornerà in sogno quella stessa notte
rivelando la cinquina buona da giocare il giorno dopo al lotto. E così
avviene. La poveretta entro un’ora muore ma poi compare in sogno a una
delle religiose dandole cinque numeri. Quella si sveglia eccitatissima
gridando le cifre alle compagne: 16, 27, 47, 49, 66. Ma la luce elettrica si era
stranamente guastata proprio in quell’ora. Si cerca invano una candela.
Finalmente, in un’atmosfera di alto nervosismo, si scova una lucernetta a
petrolio al cui tremolante lume la cinquina viene in qualche modo trascritta
a matita. Al mattino presto si spedisce un messaggero al prossimo
botteghino per le giocate. E si comincia ad aspettare. Passano le ore,
l’estrazione deve essere già avvenuta, cresce l’orgasmo, di minuto in minuto
si aspetta il messo di ritorno. E il messo alla ne arriva: sono usciti i numeri
16, 27, 47, 49, 76. Settantasei invece di sessantasei! La delusione, la rabbia.
Ma la suora del sogno aveva capito giusto? «Non so... io credo... Insomma a
me pare che la povera Marta mi abbia proprio detto... Scusate, adesso mi
confondo... Ha detto 76.» «Ma qui c’è scritto...» «No, il 66 è stato ricalcato
dopo e lo si vede, perché la matita era spuntata il numero è stato rifatto al
momento di andare al botteghino. Chi è stato a sbagliare?»
La seconda storia riguardava proprio lui Beonio, e in fondo non aveva
niente di misterioso, ma era di un paradosso senza uguali. Beonio
Brocchieri va a Lourdes per un’inchiesta giornalistica e lassù, nella contrada
dove i paralitici camminano, le piaghe si cicatrizzano, i dolori scompaiono,
egli cade in una buca e si rompe una gamba. Ebbene, la sua infermità,
assolutamente irregolare e abusiva nella terra delle guarigioni, non poteva
essere presa sul serio. Di medici ce n’erano a decine, di infermiere a
centinaia, di stampelle a migliaia, ma tutto, medici, infermiere, stampelle,
era destinato ai pellegrini sospinti dalla fede, non a un bracconiere del
dolore come lui. Morale, dovette farsi caricare di peso su un treno e sbarcare
a Tolosa.
E anche la terza storia non è proprio una faccenda di spiriti. Ma è
abbastanza singolare. Venuto a parlare di premonizioni, Beonio Brocchieri
disse che sapeva benissimo quando sarebbe morto: esattamente nel 1976. Ed
ecco la spiegazione: «Mio padre andava dicendo: sono nato nel 1872, morirò
nel 1953 perché sono rimasto 27 anni scapolo, 27 anni ammogliato e quindi
resterò 27 anni vedovo. Morì infatti alla scadenza precisa». Anche per lui,
Vittorio, varrebbe un numero fatale, il 37. E Beonio ritiene di doverlo
moltiplicare per due. Quindi: 37 più 37 uguale 74.
Naturalmente anche quella sera c’erano gli scettici che continuavano a
domandargli: «Ma lei ci crede sul serio?». E Beonio Brocchieri, a onor del
vero, metteva bene i punti sulle i. Lui credeva a ciò che aveva visto e sentito,
o creduto di vedere e di sentire, lui non negava certi fenomeni testimoniati
da persone superiori a ogni sospetto. Si guardava bene però dal pensare ad
anime di trapassati, a messaggi dall’aldilà, a interventi divini. Nella
interpretazione, Beonio è quanto mai riservato. A proposito dei tavolini che
ballano, per esempio, egli crede che tutta la verità e la realtà dei fatti
metapsichici di carattere cinetico ossia motorio possa essere de nita come
un “percipi”, il cui contenuto consiste appunto nella sensazione di percepire
un tavolino che balla. Non concede di più. E il suo atteggiamento
prudenziale sembra fatto apposta per fare andare in bestia gli spiritisti che
giurano sulle anime dei morti che ritornano.
«Ma dico,» gli chiese una signora quando Beonio si accomiatò da noi
riluttanti per andare a letto, ed erano quasi le 3 «perché lei che sa tante cose
straordinarie non ne fa un libro? Sa che successo avrebbe?»
«Chi lo sa?» fece lui. «Può anche darsi che mi decida.»
Si è infatti deciso. E a distanza di pochi mesi ecco che esce, editori
Longanesi & C., un suo libro sul mondo degli spiriti e dei misteri: con le
storie raccontateci quella sera nella villa sul Ticino più moltissime altre che
non poté raccontarci altrimenti avremmo fatto notte bianca; per la verità
una più strana e affascinante dell’altra. (Solo non mi convince il titolo
Camminare sul fuoco; il quale è un diretto riferimento al capitolo sugli
“anastenarides” macedoni e forse vorrebbe anche alludere ad altri ignoti
fuochi che ardono sotto la banale crosta della nostra vita quotidiana. Ma
non si poteva trovare un richiamo più esplicito e stimolante?)
In quanto alla data della propria morte, riferita anche nel libro, Beonio
Brocchieri bisogna riconoscere che non ha eccessive pretese, comunque si è
preso un margine di 12 anni che gli concede un certo respiro. Ma non si è
accorto di avere fatto uno sbaglio. Vorrei infatti sapere perché la regola che
valeva per suo padre non debba valere anche per lui. Il numero fatidico non
va cioè moltiplicato per due ma per tre. Dunque: 37 più 37 più 37, uguale
111. Nel 2013 i miei pronipotini spero che seguiranno il suo funerale.

marzo 1964
Tre storie del Veneto

Un amico da Vicenza che da molti anni ha lasciato la sua città mi ha


raccontato tre storie curiose. (Nomi di persone e luoghi qui sono cambiati.)

La torre
Ben di raro ormai raccontava, io càpito nella mia città dove non abbiamo
più casa. Quando ci vado, sono ospite di una lontana cugina zitella che abita,
sola, in un antico malinconico palazzo dalle parti di Mure Pallamaio.
Questo palazzo ha un’ala interna che dà sul giardino, dove a memoria
d’uomo nessuno ha mai abitato, neppure nelle lontane stagioni felici. Chissà
perché viene chiamata “la torre”.
Ora è leggenda familiare che in quelle stanze deserte si aggiri nottetempo
un fantasma: una certa mitica contessa Diomira morta in epoca remota
dopo una vita di peccati.
Bene, l’ultima volta, tre anni fa, forse ero anche un po’ bevuto, fatto è che
mi sentivo in forma e ho chiesto a Emilia di farmi dormire in una delle
camere stregate.
Lei a ridere: «Cosa ti salta in mente?». «Da ragazzo,» dico io «non mi
sarei certo dato, ma con l’età certe paure scompaiono. È un capriccio, se
vuoi, ma accontentami, ti prego. Solo mi dispiace del disturbo.»
«Se è per questo,» lei risponde «nessun disturbo. Ce ne sono quattro,
nella torre, di camere da letto e n dai tempi dei miei bisnonni, sono sempre
tenute in ordine coi letti fatti e tutto quanto; unico inconveniente sarà un po’
di polvere.»
Lei no e io sì, lei no e io sì, alla ne Emilia si decide: «Fa’ come vuoi, che
Dio ti benedica». E lei stessa mi accompagna laggiù, al lume di candele,
perché nella torre non è mai stata messa la luce.
Era una grande stanza con mobili impero e qualche antico ritratto che
non ricordo; sopra il letto, il fatidico baldacchino.
La cugina se ne va e dopo qualche minuto, nel grande silenzio della casa,
sento un passo nel corridoio. Bussano alla porta. Io dico: «Avanti».
È una vecchietta sorridente vestita di bianco come le infermiere; e sopra
un vassoio mi porta una caraffa di acqua e un bicchiere.
«Sono venuta a vedere se il signore ha bisogno di qualche cosa.» «No,
niente, molto gentile» rispondo. La ringrazio dell’acqua.
E lei: «Come mai l’hanno messa a dormire quaggiù con tante stanze più
comode che ci sono nel palazzo?».
«Una mia curiosità. Perché in questa torre dicono che ci abiti un
fantasma e mi piacerebbe di incontrarlo.»
La vecchietta scuote la testa: «Non ci pensi neppure, signore. Una volta
forse, chissà, ma oggi non sono più tempi da fantasmi. Si immagini poi
adesso che qui sotto, all’angolo, hanno costruito un garage. No, no, può stare
tranquillo, signore, lei si farà un sonno solo».
E così è stato difatti. Mi sono addormentato quasi subito, mi son svegliato
che il sole era già alto.
Mentre mi vesto, però, girando gli occhi, mi accorgo che non ci sono più
né il vassoio né la bottiglia né il bicchiere.
Mi vesto, scendo, trovo mia cugina: «Scusa, sai, si può sapere chi, mentre
dormivo, è entrato in stanza a prendere la bottiglia e il bicchiere
dell’acqua?».
«Che bottiglia?» fa lei. «Che bicchiere?»
«Ma sì, quelli che ieri sera mi ha portato una gentile vecchietta, per tuo
ordine immagino, poco dopo che tu eri andata via.»
Lei mi ssa: «Guarda che devi essertelo sognato. Le mie persone di
servizio le conosci. Qui in casa di vecchiette non ne esistono».

La maga
Mia nonna raccontava, era una donna straordinaria; a soli ventisette anni
dirigeva un laboratorio di tessitrici di damaschi, alle porte di Vicenza.
Un giorno una delle ragazze arriva da lei tutta in lacrime. «Cosa è
successo, Rita, per agitarti così?» E quella le confessa di aspettare un
bambino.
«Ah sì? E chi è stato?» domanda mia nonna. «È stato Duilio, il nipote del
farmacista.»
«Lascia fare a me» dice mia nonna. Chiama tutte le ottanta ragazze, gli
spiega il fatto e le prega di aiutare la Rita.
Te le immagini ottanta ragazze, scatenate tutte insieme alle spese di un
povero disgraziato? Dopo neanche un mese si fanno le nozze. Dopo sette
mesi nasce un bel bambino.
Un matrimonio che sembra riuscito, nei primi tempi tutto bene. Poi lui
diventa taciturno e cupo, fa scenate, beve, sta fuori n tardi alla notte. Però
lei cìtta, come se non si accorgesse di niente.
Senonché una sera, tornato dal lavoro, lui domanda: «Cosa hai preparato
per cena?». E lei: «Ho buttato appena adesso gli spaghetti». «Niente
spaghetti,» fa lui «stasera di spaghetti non ho voglia. Fammi invece del riso
in bianco.» Lei dice: «Riso in casa non ce n’è più». E lui: «Allora va’ fuori a
comperarlo».
Lei esce, starà fuori neanche mezz’ora, quando ritorna il marito è
scomparso.
Per tutta la notte lei in piedi ad aspettarlo. Ma neppure il giorno dopo
Duilio si fa vedere. Lei chiede in giro, nessuno ne sa niente.
Un giorno, due giorni, l’uomo non si fa vivo. Che sia successa una
disgrazia? Dai carabinieri Rita fa denuncia.
Passano ancora giorni su giorni e la moglie si consuma nei pianti.
Finalmente i carabinieri la chiamano: «Abbiamo appurato che tuo marito è
partito il giorno cinque per il Brasile, leggi qui il fonogramma da Genova».
Fuggito dunque, partito per sempre. La Rita non riesce a rassegnarsi,
senza un soldo senza un lavoro. Per fortuna c’era mia nonna.
Altri sei mesi e mia nonna va a trovarla. «Niente notizie?» «No, ancora
niente.» Allora mia nonna: «Sai cosa facciamo? Qui bisogna interpellare la
maga Baù. Su, vestiti, che andiamo».
Vanno da questa vecchia maga vicentina e le raccontano tutta la storia. La
maga Baù si concentra, poi dice alla Rita: «Va’ di là, ti prego, e da’ una
occhiata allo specchio».
Nella stanza vicina c’è un grande specchio, e dentro nello specchio la Rita
cosa vede? Vede suo marito Duilio sotto una pergola che paci co e contento
sta giocando alle bocce.
La Rita grida: «Duilio mio dove sei? Io son qui disperata e tu giochi alle
bocce?». «Sta’ tranquilla,» dice la maga Baù «vedrai che entro due mesi tuo
marito ritorna.»
E dopo due mesi precisi eccolo infatti che rincasa. E subito chiede alla
moglie, prima ancora di abbracciarla: «Dimmi, Rita, che cosa mi hai fatto?».
«Io? Niente ti ho fatto. Perché?»
«Perché io me ne stavo beato laggiù dalle parti di Pernambuco, avevo
trovato un buon lavoro e un giorno sotto una bella pergola stavo giocando
alle bocce con degli altri italiani, quando all’improvviso ho sentito una cosa
qui nel petto, come un rimorso, un tormento, un fuoco. E da quel momento
non ho avuto più pace, non ho pensato altro che a tornare. Si può sapere,
Rita, che cosa mi hai fatto? Si può sapere che cosa mi hai combinato?»
«Io?» rispose lei tranquilla. «Cosa potevo farti io, con l’oceano di mezzo,
povera moglie abbandonata?»
E lui: «Cosa mi hai fatto, Rita?».
E lei: «Niente, ti giuro, niente».

La sosia
Mi ricordo, raccontava di un certo Luigi Bertàn, un bravo giovanotto, di
buona famiglia, unico glio, orfano, danzato di una certa Màrion, una delle
più belle ragazze di Treviso. Ma questa stupenda creatura muore, che non ha
ancora diciott’anni, peritonite o che so io.
Ora nessuno può immaginare la disperazione del Bertàn. Si chiude in
casa, non vuol più vedere nessuno. I vecchi amici battono alla porta: «Gino,
fatti almeno vedere, noi tutti si capisce il tuo dolore, ma questa è una
esagerazione, tu che eri il più allegro di noi, tu che eri l’anima della
compagnia». Ma lui niente, non risponde, non apre, insomma un caso
pietoso.
Credere o non credere, per due anni interi così. Finché un giorno due dei
vecchi amici riescono, supplicando, a farsi aprire. Lo abbracciano, cercano di
consolarlo, era diventato uno scheletro, con una barba lunga così. «Senti,
Gino, hai sofferto abbastanza, non puoi assolutamente continuare, hai il
dovere di ritornare alla vita.»
Fatto è che, per tirarlo su, gli amici gli combinano una festa in suo onore,
invitano un sacco di belle ragazze, champagne, musica, allegria.
E bisognava vederlo, quella sera, Gino Bertàn, sbarbato, col vestito delle
grandi occasioni, sembrava diventato un altro, brillante e spiritoso come ai
bei tempi.
Ma a un certo punto della festa lui si apparta in un angolo con una
bionda e parla, parla, parla, come fanno gli innamorati.
«Chi è quella bionda?» uno domanda. Rispondono: «Non so, deve essere
forestiera, da queste parti non si è mai vista». Rispondono: «Pare che sia una
amica della Sandra Bortolin». Dicono: «Comunque, lasciamolo in pace, Dio
voglia che questa bionda gli faccia passare le paturnie». Dicono: «Si vede
proprio che è il suo tipo. Mica per niente, ve ne siete accorti?, ha gli stessi
occhi della povera Màrion». «È vero, è vero, accidenti come le assomiglia.»
Per tutta la sera quei due insieme, no a che la festa si scioglie, erano già
passate le ore tre.
Gino accompagnerà la bella in macchina a casa. Escono, lei ha un
brivido, si è messo infatti a soffiare il vento. «Si copra con questo» fa lui. E le
mette sulle spalle il suo pullover.
«Dove l’accompagno, signorina?» «Da quella parte» risponde lei facendo
segno. «Ma in che via precisamente?» «Non importa, non importa, le dirò io
dove fermarsi, magari i miei sono ancora svegli ad aspettarmi, non vorrei
che ci vedessero insieme.»
Vanno, vanno, per le strade deserte. Ormai sono alla periferia.
«Ecco» fa la ragazza a un certo punto. «Adesso siamo arrivati. No, non si
disturbi a scendere. Grazie di tutto. E arrivederci.»
«Ma il suo indirizzo? Il suo telefono? Ci potremo rivedere, no?»
Lei, già scesa di macchina, sorride: «Eh, dovrò pur restituirle il
pullover!». Ora fa un cenno d’addio con la mano, è già scomparsa dietro
l’angolo.
Un po’ frastornato lui riparte, avviandosi in direzione di casa, quando gli
viene un dubbio strano: “Ma dove l’ho accompagnata? Che posto era?”.
Torna indietro, ritrova il luogo, svolta l’angolo dove lei è scomparsa. C’è
una strada buia, non si vede niente. Lui accende i fari. Laggiù in fondo una
cancellata.
Si avvicina. Il suo pullover pende da una delle aste di ferro. È il recinto
del cimitero dove Màrion è sepolta.

gennaio 1967
Si chiama disco volante
il diavolo dei nostri giorni

Non è più lecito prendere sottogamba i cosiddetti dischi volanti. I dischi


volanti esistono, in un modo o nell’altro. Per lo meno sono uno dei fenomeni
più tipici e interessanti di questo periodo.
Se ne era già reso conto, per la verità, n dal 1957, il celebre psicologo
Carl Gustav Jung. Nel libro intitolato Un mito moderno Jung dava, dei
leggendari ordigni, una interpretazione che fece scalpore. In parole povere,
egli vedeva nei dischi volanti una proiezione dell’inconscio: l’umanità
oscuramente avverte i pericoli che la minacciano, la guerra atomica per
esempio, o la fame per eccesso di popolazione, o, peggio ancora, la
spersonalizzazione e il piallamento dell’individuo nella civiltà di massa: e
allora cerca nel cielo qualche segno di salvezza, l’annuncio di un evento
straordinario che la potrà liberare. Così appaiono i dischi, che i singoli
testimoni “vedono” veramente, anche se i dischi non esistono.
Un cervello grosso come Jung riconosceva dunque che i dischi volanti
erano tutt’altro che una cretineria e formulava una teoria che anche a un
profano come me sembra accettabilissima.
Jung però non aveva notato un altro aspetto, abbastanza singolare, del
problema. Vale a dire che, in un certo senso, i dischi volanti rappresentano
lo Ersatz moderno delle antiche potenze infernali, la materia prima per
segrete pratiche esoteriche, paragonabili ai riti delle streghe.
Qualche settimana fa la «Domenica del Corriere», dove lavoro, pubblicò
due fotogra e prese da una terrazza di Milano, in cui si distingueva
benissimo, di pro lo, la sagoma di un disco quale è ormai codi cata; come
una lenticchia rastremata al bordo, con al centro una torretta tondeggiante.
Autentica o truccata? Un giudizio sicuro al cento per cento era impossibile.
Si pensava perciò che almeno una buona parte dei lettori avrebbe reagito
in forma negativa, sostenendo la misti cazione.
Avvenne, invece, il contrario. Fu una pioggia di lettere da ogni regione
d’Italia: professionisti, impiegati, operai, per no madri di famiglia. Si
congratulavano che la «Domenica del Corriere», dopo tanto silenzio, avesse
ripreso un argomento così “importante” e riferivano quindi personali
esperienze o avvistamenti di cui erano venuti a conoscenza.
Allora, per controllare alcune di queste testimonianze e in genere per
raccogliere notizie in certe zone, come la riviera adriatica, che sarebbero
visitate più frequentemente dai dischi, si pensò di mandare qualcuno.
Senonché, il collega Renato Albanese, quando gli venne dato l’incarico,
storse il muso. «Che cosa volete che possa fare?» brontolò. «Tanto, sappiamo
benissimo in partenza che sono tutte panzane dalla prima all’ultima o, nella
migliore delle ipotesi, fenomeni di autosuggestione, allucinazioni, isterismi.»
Gli sembrava insomma una fatica sprecata. Ma, siccome è disciplinato e
zelante, Albanese partì.
Quando fece ritorno una decina di giorni dopo, mi guardò con una certa
faccia. «Be’» gli chiesi «per caso hai cambiato parere? Ai dischi adesso ci
credi? Sarebbe bella se ti fossi convertito. Te li ricordi i discorsi che facevi?»
«No,» disse «ci credo esattamente come prima, vale a dire che non ci
credo affatto. Però confesso che sono rimasto sbalordito. Mi hanno
raccontato certe cose. È stato un po’ come quando in campagna si urta col
piede in una gobba del terreno e sotto c’è un formicaio.»
Infatti, sia l’esperienza di Albanese, sia le lettere ricevute hanno rivelato
l’esistenza di uno strano mondo sotterraneo di fanatismi, di speranze, di
illusioni, di pseudoscienza, per no di magìa.
Nella grande maggioranza è gente in completa buona fede. Anche se i
dischi in realtà non c’erano essi hanno creduto di vederli veramente. E
questo dà loro, in genere, una coscienza di privilegio, come per una
onori ca investitura.
Caratteristica, in questi testimoni, è la tendenza al mistero. Raccontano
tutto ma si ri utano, per esempio, di dare il loro nome, accampando curiosi
pericoli, o giurano di avere le fotogra e dei dischi volanti e magari dei loro
equipaggi ma non possono farle vedere perché, dicono, sarebbero
gravemente puniti.
Specialmente elusivi coloro che hanno avuto la fortuna di incontrare
personalmente i passeggeri dei dischi. Essi però lasciano capire che un patto
segreto – non si sa quale – è intervenuto con quei marziani (“marziano” è
usato genericamente per gli abitanti di tutti i pianeti); e i marziani
torneranno da loro, magari per portare un messaggio fondamentale per
l’avvenire dell’umanità. (Da notare che i marziani, in questi racconti, sono in
tutto e per tutto simili all’uomo, l’unica differenza è di statura; talora alti un
metro e venti, altre volte due metri, due metri e mezzo; e vestono tute
spaziali con casco, assomigliando nel modo più pedissequo ai modelli dei
fumetti fantascienti ci.)
Non solo: spesso si scopre che questi “amici dei marziani” sono a
conoscenza l’uno dell’altro, e si scambiano lettere, informazioni e consigli.
Ma tutto viene fatto con grande cautela, dietro il paravento, quasi che
fossero maneggi peccaminosi. Si ha insomma quasi l’impressione che esista
una specie di setta.
Imbroglioni? Bugiardi? Nemmeno per idea. Certo non manca qualche
buffone che inventa strane storie e magari elabora delle fotogra e truccate
per il gusto di far parlare di sé, di lucrare qualche soldo, o di menare per il
naso il prossimo, perché anche questa è una bella soddisfazione. Ma nella
maggioranza sono persone oneste, convintissime di quello che dicono.
Ed ecco tornano alla mente le streghe degli antichi tempi, ecco il
modernissimo mito prospettarsi con gli inquietanti fascini di una cosa
proibita. Era il diavolo, allora, la potestà sovrumana che poteva concedere
facoltà miracolose o paradisiache voluttà.
Ci credevano veramente al diavolo le streghe? I diabolici amplessi erano
per loro una realtà? Penso che non ci possa essere dubbio. La mente umana
è capace di questo ed altro.
Altrettanto gli adoratori dei dischi. I quali “vedono” le macchine volanti,
le fotografano (e la macchina fotogra ca, chissà che non registri davvero la
illusoria visione), incontrano i “marziani”, hanno con loro colloqui in lingua
italiana, ssano con loro appuntamenti a lunga scadenza e concordano patti
segreti su cui mantengono il più geloso riserbo.
Certo, il diavolo aveva lo straordinario vantaggio di essere il fuorilegge
per eccellenza, il simbolo incarnato del male, l’avere commercio con lui
procurava alle streghe e agli stregoni i tenebrosi piaceri dell’abisso e il
brivido di un pericolo mortale.
Sotto questo riguardo i rapporti con i viaggiatori degli spazi sono molto
meno eccitanti.
Sussiste tuttavia, per quegli esaltati, il gusto di essere i depositari di una
verità che la restante umanità nega o beffeggia. Sussiste la voluttà dell’ignoto.
Sussiste la speranza di ricevere un giorno, da quegli stranieri, favolosi doni.
Sussiste l’attesa – come dice Jung – di una potestà sovrumana che libererà il
mondo dalle paure.
E a questo punto so benissimo di essermi tirato addosso l’anatema della
setta che giura nella verità dei dischi. Mi scriveranno lettere di minacce e di
vituperio, mi malediranno. Non rendendosi conto che alla n ne io, che
scrivo queste cose, sono molto più vicino a loro di tutti gli altri; i quali,
allorché sentono parlare dei dischi, alzano sorridendo le spalle come se si
trattasse del solito idiota serpente dei mari.

giugno 1962
Dobbiamo rassegnarci:
i dischi non esistono

Un’altra doccia fredda per chi si ostina a credere nei dischi volanti. La
misteriosa fossa scavata in un campo a Charlton nello Wiltshire non è stata
provocata dall’atterraggio di un veicolo spaziale proveniente da Marte o da
Urano, come sosteneva il signor Roberto Randall, sedicente scienziato, bensì
da un meteorite volgarissimo: come hanno constatato, senza ombra di
dubbio, le indagini eseguite dai tecnici dell’esercito britannico.
Era la prima volta, forse, che uno scienziato metteva in gioco il suo nome
a favore dei dischi, in un particolare episodio. Il Randall, che si dice cultore
di astro sica, sosteneva che il cratere era stato scavato da un gambo del
treppiede su cui poggiava il mastodontico disco, costretto all’atterraggio da
una avaria. Egli aveva per no calcolato, chissà come, le dimensioni dello
spaventoso ordigno: circa centocinquanta metri di diametro. E aggiungeva
che il suo peso si poteva valutare a seicento tonnellate; cosa assurda, perché
una macchina di quelle dimensioni, con una cinquantina di persone a bordo
– come pretendeva lui – avrebbe raggiunto un peso di migliaia e migliaia di
tonnellate, a meno che non fosse stata fatta di cartone, cosa sommamente
improbabile.
E invece non è vero niente. Il Randall si è reso irreperibile. Aveva detto di
aver fatto varie ricerche del genere in Australia, ma in Australia, a quanto
sembra, nessuno l’ha mai sentito nominare. Insomma è risultato trattarsi di
un fantasioso cialtrone, sul tipo del nostro simpatico Paneroni di buona
memoria, quel pittoresco tipo che si appostava all’ingresso del Politecnico di
Milano e qui teneva comizio agli studenti col fatidico slogan: “Astronomi
bestie, la terra non gira!”.
Anch’io confesso, nei primi anni di questa diceria, avevo tanto sperato
che i dischi volanti fossero veri. Sarebbe stato così bello. Si sarebbe aperta
una porta meravigliosa. Ogni pericolo di guerra, se i marziani o altri esseri
extra-terrestri si fossero rivelati una realtà, sarebbe scomparso. America e
Russia si sarebbero messe automaticamente d’accordo. La storia avrebbe
preso un nuovo corso. Noi stessi avremmo dovuto cambiare mentalità e
abitudini di vita. Il fatto più sensazionale da quando l’uomo è comparso
sulla terra.
E che rabbia mi facevano i gretti ragionamenti dei negatori benpensanti.
Quanta idiota presunzione sembrava nascondersi in quel beffardo
scetticismo. Come se fosse assurdo immaginare che nell’universo possano
esistere delle creature più sapienti e progredite di noi.
E ci ho creduto, o meglio mi sono sforzato di crederci per anni. E mi
aggrappavo a tutti gli argomenti possibili. E ho preso per vere certe
truccatissime fotogra e coi dischi che sorvolavano Milano.
Senonché, proprio per esigenze giornalistiche, mi toccò, in diverse
occasioni, avvicinare i testimoni, coloro cioè che avevano veduto coi loro
occhi. E ogni volta, purtroppo, cadevano le braccia. Perché i casi erano tre: o
si trattava di piccoli imbroglioni, o di tipi estremamente ingenui e
suggestionabili, privi di qualsiasi senso critico, oppure di fanatici invasati.
Nei casi più clamorosi poi – atterraggio di dischi con fuoriuscita di marziani
e magari colloqui coi terrazzani nitimi – quando si cercava di andare a
fondo, si incontrava un muro di inesplicabile riserbo. «No, di più non posso
dire. Andrei incontro a gravissimi pericoli. Ne va della mia vita.» Quali
pericoli? Non siamo mai riusciti a saperlo.
Ciò che qui scrivo – lo so bene – provocherà le più colleriche reazioni dei
“credenti”, annidati in ogni parte d’Italia, che si tengono a contatto fra di loro
come i membri di una setta esoterica e proibita. In questi strani tipi, la fede
nell’esistenza dei dischi ha sostituito in un certo modo l’antica religione.
Alcuni dicono – e a forza di dirlo hanno nito per crederci veramente in
buona fede – di aver ricevuto messaggi arcani da quei trasvolatori spaziali,
con annunci più o meno apocalittici da rivelare all’umanità allo scoccare di
un’ora X. Altri raccontano, giurando sulle cose più sacre, di aver assistito,
sullo schermo della televisione, a grandiose battaglie fra dischi di opposte
fazioni, e spiegano che certi dischi dispongono di stazioni televisive
trasmittenti i cui “programmi”, in date circostanze, possono essere
intercettati anche dai nostri comuni apparecchi. Depositari di un segreto
ultraterreno, essi ormai vivono in una specie di quieto delirio, persuasi di
essere su un piano di gran lunga superiore a noi, rettili, che sorridiamo
increduli, accecati dall’ignoranza.
Il professore Robert Randall deve essere uno di loro. Perché in tutto il
mondo alligna questa caparbia follia a cui partecipano talora anche persone
istruite e apparentemente ragionevoli.
Ora non mi meraviglierei se, dopo aver letto queste righe, qualche
iniziato invochi contro di me, blasfemo, l’intervento di quei potentissimi
signori svolazzanti fra i pianeti. Nella speranza che un disco ben armato
scenda sulla mia casa, in viale Vittorio Veneto, per un adeguato castigo.
Bene, di cuore mi auguro che ciò possa avvenire. A costo di veder messo
il mio appartamento e me stesso a soqquadro. Anche per me, se devo essere
sincero no in fondo, la faccenda di Charlton è stata una brutta delusione.

luglio 1963
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I misteri d’Italia
di Dino Buzzati
© 1978 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
Ebook ISBN 9788852051340

COPERTINA || ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO | GRAPHIC DESIGNER: VALENTINA


CANTONE | DINO BUZZATI, RITRATTO DI ALBERTINA (PART.), 1968, ACRILICO SU
TELA, MILANO, COLLEZIONE PRIVATA