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Il pensiero classico VS il pensiero keynesiano

Alcuni temi e modelli macroeconomici sono controversi e la causa principale è l'esistenza di più scuole di
pensiero, filosofie, visioni e approcci, per esempio il monetarismo e la supply-side economics. Ma la più
grande e longeva controversia storica è quella tra la scuola di pensiero classica e liberista (oggi "neo-
liberista") e la scuola di pensiero keynesiana (oggi "neo-keynesiana"). L'approccio classico è stato il primo a
nascere ed è stato fondato dall'economista scozzese Adam Smith con la sua opera più celebre, "La
Ricchezza delle Nazioni" (1776). In esso, ha spiegato che tutta l'economia si autoregola ed è preimpostata
per lavorare bene portare ricchezza a tutti i suoi partecipanti, come se una mano invisibile spargesse
benessere e soddisfazione tra gli uomini; in più, sosteneva che ogni attore doveva perseguire il proprio
interesse ed era a favore del libero mercato senza alcun intervento da parte dello Stato (e.g. la paga
minima), siccome ogni suo intervento è visto come un ostacolo. Il benessere sarebbe stato solo interrotto
da eventi incontrollabili come carestie e guerre.

Smith pensa che la mano invisibile esista anche in contesto di aumento dei prezzi se la quantità e
disponibilità di un bene crolla: per esempio, se per una carestia il grano disponibile si dimezza e il prezzo
raddoppia, con i soldi ottenuti dal raddoppio del prezzo si può piantare nuovo grano in nuovi campi in
modo tale da produrne a sufficienza per abbassare il prezzo. Una buona corrispondenza tra bene e prezzo
viene chiamata "equilibrio di mercato" e il prezzo oscilla da sé in base alla disponibilità di un bene e si
aggiusta rapidamente. Se in contesto di aumento del prezzo (e.g. del grano) lo Stato intervenisse a tutelare
la popolazione di consumatori meno abbienti per esempio mettendo un tetto al prezzo massimo del grano
al chilo, i produttori non otterrebbero il denaro per allestire nuovi campi di grano. Quanto alla paga minima,
essa secondo Smith non andrebbe istituita siccome, con un ragionamento analogo, se un produttore deve
pagare i lavoratori una cifra minima per legge quando non ha molta liquidità perché il business è dissestato,
semplicemente avrebbe meno possibilità di riassestarlo siccome la sua liquidità viene "buttata" nelle paghe
minime invece del riassestamento; se li investisse nel riassestamento, il business si riprenderebbe e le
paghe si aggiusterebbero da sé velocemente. Con questo esempio e simili esempi, si dimostra come
l'intervento dello Stato sia negativo e, nel caso peggiore, debba essere ridotto e modesto.

Il pensiero keynesiano invece nasce con "The General Theory of Employment, Interest, and Money" ovvero
"Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta" (1936) dell'economista inglese John
Maynard Keynes. Quest'ultimo spiegava che la teoria di Smith era sbagliata in quanto, in un contesto di
recessione globale (la crisi del 1929, durata per degli anni), il mercato non era tornato rapidamente in
equilibrio e l'economia era ancora stagnante e il livello di disoccupazione alto. Ribaltò dunque l'idea di
Smith, cioè che i prezzi e le paghe tornano in equilibrio lentamente. Pertanto, per velocizzare il ritorno
dell'equilibrio, soprattutto in un contesto di crisi record, Keynes ha proposto l'intervento diretto e massiccio
dello Stato, che avrebbe dovuto rimettere in moto l'economia e l'occupazione tramite l'aumento della
spesa pubblica (ovvero l'acquisto di beni e servizi da parte dello Stato, e.g. la costruzione di una grande
infrastruttura).

Questo aumento avrebbe portato a un aumento della domanda di beni e servizi e dunque avrebbe portato i
produttori ad assumere lavoratori. Questi ultimi, con la loro paga, sarebbero tornati a consumare e a
chiedere beni. Si sarebbe dunque innescato un circolo virtuoso che avrebbe rimesso in moto l'economia e
l'occupazione. Pertanto, astraendo l'esempio, lo Stato può intervenire in aree critiche (e.g. l'inflazione dei
prezzi e recessione), deboli o piene di potenziale dell'economia per stimolarle e migliorarle. Keynes è anche
considerato il fondatore della macroeconomia moderna e gran parte delle notazioni che si usano oggi
risalgono alle convenzioni di Keynes. Il pensiero keynesiano ha soppiantato quello classico fino agli anni '70,
quindi al periodo dello scoppio della crisi petrolifera e dell'abbandono del sistema di Bretton Woods, tale
per cui il valore del dollaro statunitense era ancorato a quello delle riserve auree. In questo periodo, negli
Stati Uniti è scoppiata la crisi di stagflazione ed è entrato in rimonta il pensiero neoliberista e monetarista, il
cui caposcuola è Milton Friedman.

Oggi, i due approcci sono stati approfonditi con numerosi studi, scoperte e aggiustamenti, ma non è mai
sparita la loro divisione: un economista, nell'effettuare ricerca e consigliare policy al mondo politico, sceglie
una visione dell'economia e dello Stato o l'altra (ma, quando per esempio si scrive un testo universitario di
macroeconomia, l'approccio deve essere oggettivo in base a un principio di onestà intellettuale). In più,
anche il pensiero neoliberista è stato messo in discussione: per esempio, Milton Friedman sosteneva che i
business devono solo occuparsi di perseguire le loro attività e arricchirsi (nel caso delle corporation,
massimizzare il valore dell'azienda agli occhi degli azionisti correnti e potenziali e dunque aumentare il
valore dell'azione e dei profitti); ogni altro ruolo non è connaturato ai business. Questo pensiero viene oggi
messo in discussione da una visione ampia del concetto di stakeholder/titolare d'interessi verso un
business: anche l'ecosistema e la comunità è uno stakeholder e il business dovrebbe accollarsi l'onere di
non recargli danni.

I business dovrebbero tutelare anche altri stakeholder oltre agli azionisti, come ad esempio i lavoratori e i
creditori e dunque migliorare il welfare aggregato. Il ruolo dello Stato, esercitato in primis tramite le leggi
(e.g. le norme di corporate law) avrebbero questo scopo e, senza, i business agirebbero senza freno e con il
rischio di ledere dei diritti molto elementari pure degli azionisti (e.g. non praticare l'information disclosure),
il rischio di investire in un business diventerebbe alto (e.g. se la corporation non pratica l'information
disclosure, gli azionisti rischierebbero delle perdite e le banche, se concedessero prestiti, chiederebbero
degli interessi alti e altre condizioni stringenti; anche le assicurazioni chiederebbero dei premi assicurativi
molto alti) e i problemi di opportunismo e di negligenza tra stakeholder (problemi di agency) si baserebbero
solo su vincoli contrattuali che potrebbero essere assenti siccome mancherebbe ogni imposizione dall'alto.

Il dialogo/scontro tra i due approcci è ancora aperto.