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regolamenti Il regolamento ha portata generale.

Esso è obbligatorio in tutti i suoi elementi e


direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri. → Art. 288 TFUE. Tre caratteristiche
del regolamento: la portata generale, l'obbligatorietà, l'applicabilità diretta. - Portata
generale: determina che esso ha efficacia per un numero indeterminato e indeterminabile di
destinatari. Nella prassi, però, sono stati adottati dalle istituzioni, allora comunitarie, regolamenti
che trovano applicazione in modo differenziato nell'ambito dell'Unione, in quanto operano solo
rispetto ad alcuni Stati membri, oppure escludono dalla propria sfera di applicazione determinati
Stati o parte dei loro territori. - Obbligatorietà: riferito a tutti gli elementi del regolamento vale a
distinguere tale atto normativo dalle direttive che, invece, sono obbligatorie soltanto con riferimento
alla finalità che intendono raggiungere. - Applicabilità diretta: le disposizioni del regolamento
operano all'interno di ciascuno Stato membro senza che occorra un atto di attuazione, dell'UE o
statale. In virtù di tale carattere, quindi, il regolamento è di per sé idoneo a far sorgere in capo alle
persone fisiche o giuridiche degli Stati membri situazioni soggettive che essi possono far valere nei
confronti degli Stati, delle istituzioni dell'Unione e delle altre persone fisiche o giuridiche.

Sentenza Simmenthal (1978): la CGCE ha affermato che l’applicabilità diretta deve essere
intesa nel senso che le norme di diritto comunitario devono esplicare la pienezza dei loro effetti, in
maniera uniforme in tutti gli Stati membri, a partire dalla loro entrata in vigore e per tutta la durata
della loro validità.

Le direttive La direttiva vincola lo Stato membro cui è rivolta per quanto riguarda il risultato da
raggiungere, salva restando la competenza degli organi nazionali in merito alla forma e ai mezzi. È
un atto che ha come proprio destinatario uno Stato membro ed ha efficacia vincolante per quanto
riguarda il risultato che si prefigge di raggiungere, mentre lascia gli organi nazionali dei singoli
Stati liberi in ordine alla scelta delle forme e dei mezzi idonei a conseguire il risultato da essa
indicato. Il momento a decorrere dal quale la direttiva diventa efficace nei confronti dei propri
destinatari si distingue tra le direttive che vengono rivolte a tutti gli Stati membri e quelle che, non
riguardano la totalità degli Stati. In questa ultima ipotesi l'efficacia della direttiva è subordinata alla
notificazione ai destinatari anche se, per prassi antecedente il Trattato di Lisbona, essa è stata
pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell'Unione europea nella parte concernente gli atti per i quali la
pubblicazione non è una condizione di applicabilità. Per quanto concerne le direttive che si
rivolgono a tutti gli Stati membri vale lo stesso regime previsto per i regolamenti, ossia la
pubblicazione. Per espressa definizione del Trattato la direttiva dovrebbe lasciare agli Stati la libertà
di scelta circa le modalità di attuazione della stessa. Nella prassi però, spesso le direttive
contengono norme di dettaglio che si pongono come ulteriore limitazione ai poteri astrattamente
riconosciuti agli Stati membri in ordine alle concrete modalità di recepimento dell'atto in esame. →
Si parla di direttive dettagliate con riferimento alle quali la dottrina, contestandone la legittimità,
ha ritenuto di dover distinguere due casi: - Nell'ipotesi in cui la direttiva dettagliata venga emanata
in una materia che possa essere disciplinata, indifferentemente, con regolamenti, direttive o
decisioni, essa dovrebbe essere considerata legittima, in quanto nell'ordinamento dell'Unione si
deve prescindere dal nomen iuris dell'atto, valutando invece il contenuto dell'atto. - Se si tratta di
materia che può essere disciplinata soltanto mediante l'emanazione di una direttiva si dovrebbe
negare la legittimità dell'adozione di direttive dettagliate, posto che la previsione da parte del
Trattato dell'uso di uno strumento elastico, quale è la direttiva, per la disciplina di un determinato
settore non dovrebbe più poter essere vanificata dalle istituzioni dell'Unione europea mediante
l'adozione di uno strumento normativo diverso. La direttiva non è direttamente applicabile
all'interno degli Stati membri e necessita di una normativa interna volta al suo recepimento.
Spesso si parla di effetti diretti: capacità delle norme contenute nell'atto dell'Unione europea o nei
Trattati di determinare in capo ai singoli, siano essi persone fisiche o giuridiche, la nascita di
situazioni giuridiche soggettive. Laddove la direttiva sia inidonea a produrre effetti diretti il giudice
nazionale dovrà comunque tenerne conto nell'interpretazione di norme interne. → Sentenza
Marleasing (1990): la Corte di Giustizia ha affermato che i giudici nazionali debbono interpretare
le norme interne, siano esse anteriori o successive alla direttiva, in modo tale da assicurare la
conformità dell'ordinamento

statale agli obblighi posti dall'atto in parola. Tale interpretazione comporta una valorizzazione delle
direttive non attuate, poiché tramite un'interpretazione conforme delle norme interne, si perviene
al risultato di consentire comunque una loro applicazione sostanziale all'interno di ordinamenti
degli Stati membri inadempienti.

Le decisioni La decisione è obbligatoria in tutti i suoi elementi, e se sono indicati i destinatari solo
per quelli designati. La decisione è obbligatoria in tutti i suoi elementi e, quindi, immediatamente
vincolante per destinatari da essa designati senza la necessità dell'adozione di una normativa interna
di recepimento. Nella prassi, i casi più frequenti e rilevanti sono rappresentati dalle decisioni che la
Commissione adotta nell'ambito della disciplina della concorrenza. Si tartta di atti che possono
anche prevedere la comminazione di sanzioni pecuniarie a carico delle imprese. In tali ipotesi le
decisioni costituiscono titolo esecutivo.

4. Le fonti derivate del diritto dell’Unione europea: gli atti non vincolanti

2° fonte

Atti tipici che non hanno efficacia vincolante: si dividono in raccomandazioni e pareri. - Le
raccomandazioni sono atti esortativi che sollecitano a tenere un determinato comportamento in
linea con gli obiettivi e le finalità dell’UE. - I pareri tendono ad esprimere il punto di vista
dell’istituzione che li emette in riferimento ad una determinata materia. Raccomandazioni e pareri
possono essere diretti alle altre istituzioni, agli stati o ai singoli. Gli atti vincolanti non devono
essere obbligatoriamente pubblicati sulla Gazzetta ufficiale, ma di fatto essi sono comunque resi
pubblici attraverso questo mezzo. Effetto di liceità  consiste nel conferire liceità ad un
comportamento, che sarebbe illecito, che viene posto in essere da uno Stato per rispettare una
raccomandazione. La Corte di giustizia ha affermato, inoltre, che le raccomandazioni non possono
essere considerate del tutto prive di effetti giuridici, posto che il giudice nazionale, nel momento in
cui è chiamato ad applicare e ad interpretare le norme del diritto dell’Unione, dovrà tener conto elle
eventuali raccomandazioni che risultino essere state emanate in ordine ad una determinata questione
dalle istituzioni della Comunità.

5. Gli atti atipici

Sono una serie di atti che sono entrati nella prassi ma che non sono previsti dai Trattati. I più
importanti sono le comunicazioni, gli inviti, le dichiarazioni, i codici di condotta, le istruzioni
pratiche, i programmi generali e i libri verdi. Ad essi si aggiungono le comunicazioni della
commissione, le dichiarazioni comuni di PE, Consiglio e Commissione e gli accordi
interistituzionali.

6. Differenza tra diretta applicazione ed effetti diretti

La diretta applicazione degli atti del diritto dell’UE riguarda i regolamenti e le decisioni, ossia
quegli atti che non hanno bisogno di una norma di recepimento interna ed entrano a far parte del
novero delle fonti interne dei singoli Paesi dell’UE dal momento della pubblicazione o della
notificazione ovvero dal momento espressamente indicato in tali atti. Gli effetti diretti si riferiscono
agli atti che non sono direttamente applicabili ma che comunque siano idonei a produrre effetti
giuridici in uno stato, creando situazioni giuridiche soggettive in capo ai singoli: queste situazioni
possono essere fatte valere verso altre persone fisiche o giuridiche (effetti orizzontali) o verso lo
Stato o enti statali (effetti verticali). La nozione di “effetto diretto” è una nozione di derivazione
giurisprudenziale. In ordine a tale nozione e con riferimento alle varie categorie di atti in relazione i
quali si è riconosciuto un tale effetto, la Corte ha precisato che la disposizione comunitaria perché
possa produrre effetti diretti deve essere chiara, precisa ed avere carattere incondizionato. Sono
stati riconosciuti, quindi, effetti diretti, per lo più di carattere verticale alle disposizioni del TCE,
alle direttive e alle decisioni.

In relazione alle disposizioni del Trattato CE, la prima pronuncia che ha sancito il riconoscimento
degli effetti diretti è la sentenza Van Gend en Loos del 1963, ove la Corte ha affermato che il diritto
comunitario, indipendentemente dalle norme emanate dagli stati membri, nello stesso modo in cui
impone ai singoli degli obblighi, attribuisce loro diritti soggettivi. Si deve ritenere che questi
sussistano, non soltanto nei casi in cui il Trattato espressamente li menziona, ma anche come
contropartita di precisi obblighi imposti dal Trattato ai singoli, agli Stati membri o alle istituzioni
comunitarie.

La Corte di giustizia ha configurato gli effetti diretti come verticali, mentre ha riconosciuto solo
rispetto a talune disposizioni quelli orizzontali. Il problema della sussistenza di effetti diretti si è
posto anche con riferimento alle decisioni e ha riguardato le ipotesi in cui tale atto normativo non
era indirizzato ai singoli ma ad uno o più stati membri. Nel chiedersi se una decisione potesse
determinare l'insorgenza di una situazione giuridica soggettiva in capo alle persone fisiche o
giuridiche che non fossero, appunto, dirette destinatarie dell'atto, la Corte di Giustizia, con la nota
sentenza Grad del 1970, ha dato una risposta affermativa riconoscendo, in particolare, la
sussistenza di effetti diretti di carattere verticale. La possibilità di riconoscere la sussistenza di
effetti diretti in relazione alle disposizioni contenute nelle direttive è stata riconosciuta, per la prima
volta, dalla Corte di Giustizia nella sentenza Van Duyn del 1974. nella pronuncia la corte ha
inteso far dipendere l'esistenza di effetti diretti da caratteri oggettivi propri delle disposizioni
della direttiva, senza però individuare elementi distintivi tra gli effetti scaturenti dalla direttiva e
quelli derivanti dalle disposizioni del Trattato CE.

Sentenza Grad: una decisione può determinare l’insorgenza di una situazione giuridica soggettiva
in capo alle persone fisiche o giuridiche che non fossero dirette destinatarie dell’atto. In questo caso
la Corte di giustizia riconosce la sussistenza di effetti diretti di carattere verticale. Sentenza Ratti:
effetto diretto di una direttiva come una forma di sanzione dell’inadempimento dello Stato
membro, i quale non abbia adottato entro i termini stabiliti, i provvedimenti d’attuazione. La Corte
ha pertanto riconosciuto la sussistenza di effetti diretti di carattere verticale in virtù dei quali i
singoli, persone fisiche o giuridiche, possono far valere le situazioni giuridiche soggettive
discendenti dalle disposizioni ella direttiva, ancorchè non recepita dallo Stato, nei confronti di
quest’ultimo e degli enti statali. Sentenza Marleasing: la Corte ha introdotto il concetto di
interpretazione conforme alle disposizioni di una direttiva del diritto interno di ciascuno Stato
membro attribuendo, per tale via, alle direttive una propria efficacia indipendentemente dal loro
recepimento da parte delle autorità nazionali o dalla possibilità per le norme in esse contenute di
produrre effetti diretti. Sentenza Francovich: possibile sussistenza di una responsabilità dello
Stato che non abbia attuato la direttiva per i danni subiti dai singoli a causa della mancata
attuazione. Lo Stato che non ha recepito la normativa entro i termini ha una situazione di
responsabilità nei confronti dei cittadini. Il diritto al risarcimento dei singoli deve essere provato
con 3 caratteristiche indicate dalla Corte: il risultato prescritto dalla direttiva deve attribuire diritti al
singolo, il contenuto di questi diritti deve essere indicato all’interno della direttiva e ci deve essere
un nesso di causalità tra la violazione dell’obbligo da parte dello stato e il danno subito al soggetto
leso.
Elemento fondamentale di differenza tra la CECA e la CEE: il potere normativo ora viene
affidato al Consiglio dei Ministri. La Commissione ora non ha più la funzione normativa ma ha la
funzione di proporre gli atti. Il Consiglio non può adottare un atto se non gli viene proposto dalla
Commissione. Inoltre, il Consiglio può modificare la proposta della Commissione solo votando
all'unanimità. Questo perchè la Commissione propone gli atti nell'interesse generale della
Comunità. La Commissione, finchè il Consiglio non ha deliberato, può modificare la sua proposta;
così quest'ultima viene, poi, approvata a maggioranza qualificata dal Consiglio; per cui la
Commissione ha il potere di bilanciamento e di compromesso con l'esecutivo del Consiglio.

Era previsto un periodo transitorio (10 anni) in cui gli Stati dovevano eliminare i dazi doganali in
maniera progressiva, fino a scomparire. Gli Stati non potevano istituire dazi nuovi e quelli esistenti
potevano solo essere diminuiti e mai aumentati. Dopo il periodo transitorio era inoltre previsto il
passaggio del voto dall'unanimità alla maggioranza qualificata in certi settori chiave (politica
agricola comune, trasporti, concorrenza) → ciò significava che ogni Stato ha un certo numero di
voti che rappresenta la sua forza; questo per permettere che si potessero realizzare più facilmente gli
obiettivi previsti dal Trattato. Questo è importante anche per capire cosa succede nel 1965 con la
c.d. Crisi della sedia vuota. Questa crisi, che si conclude con un atto informale, il c.d.
Compromesso di Lussemburgo, nasce per una visione antitetica dello sviluppo dell'integrazione
europea e cje vedeva due visioni contrapposte sostenute da De Gaulle (PdR francese) e Hallstein
(Presidente della Commissione della CEE). Il problema nasceva dalla circostanza per cui il Trattato
prevedeva che alla fine del periodo transitorio si sarebbe passati per alcuni settori dalla votazione
all'unanimità alla votazione alla maggioranza qualificata. De Gaulle aveva una visione della
Commissione come segretariato servente il Consiglio dei Ministri. Inoltre egli pone il veto
all'ingresso del Regno Unito. Egli voleva che la comunità non si auto-finanziasse perchè se si ha il
finanziamento degli Stati ovviamente la Comunità è dipendente da questi. De Gaulle principalmente
contestava il passaggio alla votazione a maggioranza qualificata perchè se uno Stato non raggiunge
il numero di maggioranza per bloccare una decisione, questo Stato sarà comunque vincolato dagli
atti della CEE. Quindi aveva la preoccupazione di vedersi imposti degli atti adottati dal Consiglio
dei Ministri ma contro la volontà degli Stati. Voleva ridurre i poteri della Commissione. Hallstein
voleva invece rafforzare l'elemento sovranazionale. In occasione di un Consiglio del '65, in cui si
discuteva il finanziamento della politica agricola comune, De Gaulle ordina al proprio
rappresentante permanente (CO.RE.PER.= Comitato Rappresentanti Permanenti, che filtra le
proposte della Commissione prima che arrivino al Consiglio) di tornare a Parigi e, allo stesso tempo
il ministro francese non siede in Consiglio, quindi sedia vuota perchè manca il rappresentante
francese. Rimane vuota per 6 mesi bloccando il funzionamento della CEE. Questa crisi viene
superata con il Compromesso di Lussemburgo del 1966, il quale non modifica il Trattato istitutivo
ma viene previsto che, nel caso in cui siano in gioco degli interessi molto importanti anche di uno
solo degli Stati Membri, il principio dell'unanimità avrebbe sostituito quello della maggioranza.
Tuttavia non viene precisato cosa dovesse intendersi per interesse molto importante. È lo stesso
Stato che decide quando quello è un interesse importante. Se non si trova una soluzione condivisa,
quindi, l'atto non viene adottato = è una sorta di potere di veto. Qui vince sicuramente De Gaulle
perchè non solo si rafforza la posizione di ogni singolo Stato, ma perchè viene depotenziato il ruolo
della Commissione. Il meccanismo previsto dal Trattato era che questa doveva fare la sua proposta
al Consiglio; questo poteva adottare solo all'unanimità, la Commissione poteva modificare la
proposta tenendo conto della posizione degli Stati, fare proprie quindi le diverse posizioni degli
Stati per fare in modo che, modificando la proposta, questa potesse essere adottata a maggioranza

qualificata. Ma se il Consiglio vota sempre all'unanimità, questo meccanismo non ha più ragion
d'essere, perchè quale che sia la modifica della proposta originaria, il Consiglio vota all'unanimità,
quindi si depotenzia questa funzione propositiva della Commissione. Il Compromesso di
Lussemburgo tuttavia non si limita solo a questo, ad esempio la Commissione non può presentare
una proposta se non ha prima avvertito il Consiglio (una sorta di pre-proposta). Il Consiglio quindi
può stopparla prima. Il Compromessi di Lussemburgo quindi rafforza l'elemento intergovernativo
depotenziando la Commissione. A seguito del Compromesso la produzione normativa si è molto
ridotta perchè è più difficile arrivare all'adozione di atti sulla base di questi presupposti.

Superamento del Compromesso di Lussemburgo con l'ATTO UNICO EUROPEO (1987) che è la
prima modifica importante del Trattato istitutivo. Prima di tale atto ci sono passaggi significativi
legati all'approfondimento e all'allargamento, mediante l'estensione dell'integrazione ad altre aree
nuove, non solo in riferimento alle competenze come nel settore della cooperazione in materia di
politica estera (l'attuale PESC) o in materia di cooperazione giudiziaria; un approfondimento anche
nell'assetto istituzionale con il rafforzamento dei poteri del Parlamento Europeo. Ma si deve
considerare anche un allargamento degli Stati membri (28, oggi 27): - '73: Regno Unito, Danimarca
e Paesi Nordici, '81 Grecia, '86 Spagna e Portogallo, '95 Austria, Finlandia, Svezia (che non erano
entrati prima perchè vi era la guerra fredda ed erano stati-cuscinetto), nel 2004 c'è l'allargamento
più significativo ai Paesi dell'Est: Repubblica Ceca, Bulgaria, Romania, Lettonia, Lituania, Polonia,
Slovenia, Slovacchia, Malta e Cipro, nel 2007 la Croazia. Quindi prima di arrivare all'Atto Unico
Europeo si devono tenere presenti queste due dinamiche: l'allargamento e l'approfondimento. C'è
anche un altro passaggio: la Fusione degli esecutivi. Abbiamo 3 Trattati (CECA, CEE,
EURATOM). Nel '65 l'Alta Autorità della CECA, la Commissione della CEE e dell'EURATOM
vengono fusi in un'unica istituzione. Se i membri della Commissione unica agiscono nell'ambito
della CECA avranno i poteri propri dell'Alta Autorità, se agiscono nell'ambito del Trattato CEE
avranno i poteri conferiti dal Trattato alla Commissione. Mentre invece la Corte di Giustizia è
sempre stata una sola. L'obiettivo era quello di semplificare il quadro istituzionale pur mantenendo
diverse le competenze definite da ciascun Trattato. Nel '70 viene adottata una decisione, un
passaggio dal finanziamento degli Stati membri a un regime di risorse proprie. Vengono conferiti
poteri di bilancio al Parlamento Europeo e si aumentano i poteri. È l'unico trattato che non porta
nomi di città. Modifica in modo consistente il Trattato istitutivo: ha una struttura peculiare,
consistente nel fatto che vi è un trattato che da una parte comprende modifiche del Trattato CEE, e
dall'altra contiene disposizioni in materia di CPE (cooperazione politica europea, che nel Trattato di
Maastricht si chiamerà PESC). Atto Unico perchè è l'unico trattato che contiene disposizioni che
modificano il Trattato CEE: amplia competenze della Comunità, amplia il potere del PE (prevede
una procedura di cooperazione nel processo legislativo), aumenta il numero dei casi in cui il
Consiglio vota a maggioranza qualificata → superamento del Compromesso di Lussemburgo. Con
la Cooperazione politica europea appare il Consiglio d'Europa come organo della CPE e non
inserito nel Trattato. Ci si rende conto dell'importanza di coordinare la posizione egli Stati membri
in materia di politica estera che non era di competenza della CEE. Nell'alta politica estera gli Stati
godevano di autonomia per cui era importante coordinarli. L'Atto Unico Europeo è importante
perchè codifica per la prima volta delle procedure di consultazione di politica estera a livello
intergovernativo. Gli Stati hanno preferito tenere separati i due settori: Trattato CEE e una
cooperazione fuori dal sistema dei trattati (CPE). Perchè non è stata inserita nel sistema dei Trattati?
Il Trattato CEE è una forma di integrazione con forti elementi intergovernativi ma anche
sovranazionali e questo gli Stati, nell'ambito della politica estera non lo possono accettare perchè il
suo funzionamento è squisitamente intergovernativo; non si vogliono elementi sovranazionali per il
controllo della politica etera. Con l'aumento dei casi di votazione a maggioranza qualificata si
sblocca il progetto del mercato unico.

TRATTATO DI MAASTRICHT (1993). TRATTATO SULL'UNIONE EUROPEA (TUE):


Pone un progetto di creazione di un'Unione Europea con un progetto di unione economica e
monetaria che prevedeva 3 fasi e per la seconda e la terza si doveva procedere con delle
modifiche dei trattati. Il Trattato di Maastricht si muove su due percorsi. Abbiamo una conferenza
intergovernativa per elaborare disposizioni per l'unione economica e monetaria e un'altra conferenza
intergovernativa (unione a livello di rappresentanti dei governi per l'elaborazione delle modifiche
dei Trattati) per la modifica dei Trattati rilevanti: - Introduzione del principio di sussidiarietà -
Cittadinanza europea - 2 pilastri intergovernativi (2° e 3° pilastro): una cooperazione in materia di
politica estera e una cooperazione in materia di giustizia e affari interni. L'UE si fonda su 3
Pilastri: - Pilastro CEE → diventa CE - 2 Pilastri → Pilastri PESC e GAI, uniti non solo da
disposizioni comuni ma dal fatto che le istituzioni che agiscono nell'ambito del 1° pilastro sono le
stesse che agiscono nel 2° e 3°; quindi Commissione,

Parlamento, Consiglio Europeo, con la differenza che quest'ultimo è organo dell'Unione Europea e
non della CEE, cioè non è inserito ancora nel quadro istituzionale del 1° pilastro. Ha un ruolo
importante nel 2° e 3° pilastro con meccanismi tipici del diritto internazionale. Il punto in comune è
che ci sono le stesse istituzioni che agiscono negli stessi pilastri con poteri diversi rispetto alle
funzioni che svolgono nella CEE. - Viene introdotto il principio della codecisione, una nuova
procedura legislativa ordinaria: i legislatori sono il Consiglio dei Ministri e il Parlamento Europeo. -
Integrazione differenziata - richiamo al rispetto dei diritti umani differenziati, diritti dell'uomo come
limite alle azioni delle istituzioni della comunità e diritti dell'uomo nel rispetto degli stessi della
democrazia in relazione agli Stati membri. Vi è una crisi comunitaria dell'Unione diversa però da
quella della sedia vuota. È una crisi che nasce dall'esterno, vi è lo shock del primo referendum che
si esprime contro l'UE da parte della Danimarca. Questa crisi viene superata con l'inserimento di
deroghe al Trattato. Si parla di shock perchè si respinge un Trattato che rafforzava alcuni elementi
che avrebbero dovuto essere a favore dei cittadini (es: la sussidiarietà, la tutela dei diritti
fondamentali e il rafforzamento dei poteri del PE, quindi più democrazia). TRATTATO DI
AMSTERDAM (1999): La prospettiva storica è quella dell'allargamento: la caduta del muro di
Berlino aveva portato ad un ampliamento degli Stati membri e c'era l'esigenza di modificare i
Trattati a livello di riorganizzazione istituzionale. Significava infatti un nuovo metodo di ponderare
i voti in Consiglio, la composizione del PE e della Commissione che inizialmente vedeva 2
commissari per gli Stati più grandi e 1 commissario per quelli più piccoli; non è possibile pensare di
mantenere una Commissione composta così, infatti ora c'è 1 commissario per ogni stato. L'altro
importante ambito è quello della modifica per la possibilità di una cooperazione rafforzata, cioè la
possibilità che viene riconosciuta, a certe condizioni, agli Stati che desiderano avere una forma
di cooperazione più avanzata, di poterlo fare nell'ambito però del sistema comunitario. Questione di
grande attualità perchè si parla di un'Europa a più velocità o a cerchi concentrici e la Brexit ha
rafforzato l'idea dell'esistenza dll'UE nonostante l'uscita di altri Stati. Il Trattato di Amsterdam è poi
importante per la c.d. “comunitarizzazione del 3° pilastro” (GAI). Questo prevedeva una
cooperazione tra gli Stati del settore visto-immigrazione → viene inserito ora nel 1° pilastro, quindi
segue i suoi principi comunitari. Mentre le altre materie rimangono nel 3° pilastro. Altri elementi:
estensione della procedura legislativa ordinaria (codecisione) per l'adozione degli atti ad altri settori.
Altro elemento è la partecipazione del PE alla designazione del Presidente della Commissione.

TRATTATO DI NIZZA (2003): Avrebbe dovuto risolvere quello che ad Amsterdam non si era
riuscito a modificare. Ci furono modifiche per garantire il funzionamento efficiente delle istituzioni,
viene ridefinito il sistema di adozione degli atti a maggioranza qualificata, viene ridotto il numero
dei casi in cui si vota in Consiglio all'unanimità; si rafforza il ruolo del Presidente della
Commissione, si aumentano le competenze del Tribunale di prima istanza (la Corte di Giustizia è
composta dal Tribunale e dalla Corte); possibilità di istituire Tribunali ad hoc per certi settori e
modificate le disposizioni sulle cooperazioni rafforzate. Altro shock, il Trattato di Nizza viene
bocciato dall'Irlanda. Viene ripetuto il referendum nel 2002 e si ha la maggioranza dei si, per cui il
Trattato entra in vigore nel 2003.

COSTITUZIONE EUROPEA (2004): Mentre gli altri Trattati modificano quello esistente qui
avremmo avuto un nuovo trattato internazionale che istituisce quella che viene chiamata
Costituzione Europea. Termine per alcuni scioccante perchè vi era il timore di uno Stato federale
collegato a questo termine. La Corte di Giustizia aveva definito il Trattato CE come costituzione
molti anni prima del 2004 e sicuramente l'approccio tenuto dalla CGUE nei confronti del Trattato
CE non è certo quello di una Corte internazionale che interpreta, piuttosto quello di una Corte
Costituzionale che interpreta una Costituzione. Quindi questo Trattato ricordava anche la
Costituzione perchè aveva cambiato anche il nome degli atti: i regolamenti si chiamavano leggi, le
direttive si chiamavano leggi-quadro. Quindi questo ricordava più l'ordinamento statale che
l'ordinamento internazionale. Il Trattato era stato elaborato in odo diverso: non da una Conferenza
intergovernativa ma il metodo era mutato da quello utilizzato per elaborare un altro documento
importante, ovvero la Carta di Nizza (dei diritti fondamentali dell'UE, dichiarata nel 2001) che era
stata elaborata da una Convenzione, cioè da un'Assemblea a cui parteciparono i rappresentanti degli
Stati, del PE, della Commissione, quindi le diverse anime della CE. Quindi il Trattato che doveva
istituire la Costituzione Europea era stato elaborato da questa Convenzione, i cui lavori erano
pubblici, cioè venivano messi in rete i diversi progetti discussi, quindi c'era una trasparenza
importante. Questo non significa che non c'era più la Conferenza intergovernativa, perchè il testo
elaborato dalla Convenzione viene poi esaminato dalla Conferenza intergovernativa che finisce i
lavori nel 2004 ma i due referendum francese ed olandese bocciano questo Trattato. Il Trattato era
così firmato: 1 parte): conteneva norme di tipo costituzionale, indicava il quadro istituzionale, le
competenze, la cooperazione rafforzata, la vita democratica degli Stati e dell'UE. 2° parte): Carta
di Nizza che veniva inserita nel Trattato perchè fino a quel momento non era un atto
vincolante mentre così si. 3° parte): riproduceva le modifiche del Trattato CE per le politiche
dell'UE. 4° parte): disposizioni generali.

Un elemento importante era la previsione dell'eliminazione dei pilastri, anche se aveva delle norme
specifiche per la PESC. Dopo la bocciatura del Trattato, sparisce il termine Costituzione, le
simbologie, l'inno, la bandiera.

TRATTATO DI LISBONA (2009): Riprende i principi del Trattato istitutivo della Costituzione
Europea. Non è un nuovo trattato ma è una modifica del Trattato di Nizza. Si ha l'eliminazione dei
pilastri, la fine della CE e l'istituzione dell'UE. Non viene sottoposto a referendum. Ci sono 2
Trattati: NTUE e TFUE. L'UE si fonda su 2 Trattato. Il pilastro PESC però rimane perchè si
applicano le procedure del sistema comunitario e la stessa cosa per il 3° pilastro che viene inserito
nel Trattato. Il Trattato di Lisbona amplia le competenze del PE. Anche perchè è fortemente
coinvolto nella procedura di nomina della Commissione perchè può mandarla a casa attraverso la
mozione di censura (una sorta di sfiducia nei confronti della Commissione). Le competenze
aumentano con però la preoccupazione per questa espansione di competenze della Comunità. Gli
Stati quindi cercano di porre all'interno del Trattato disposizioni per contenere l'esercizio delle
competenze dell'UE. Il Trattato di Lisbona introduce per la prima volta disposizioni che riguardano
competenze che possono essere sottratte all'Ue, quindi c'è sicuramente un processo di
approfondimento dell'integrazione che si affianca, a partire da Maastricht con delle forme di
integrazione differenziata, sia nel senso positivo, cioè nel senso che alcuni Stati vogliono più
cooperazione (integrazione rafforzata) sia nel senso di non essere vincolati da certe forme di
integrazione. Questo Trattato contiene, come la Carta Costituzionale, un chiaro riferimento ai valori
sui quali si fonda l'Unione: la dignità umana, la libertà, la democrazia, l'uguaglianza, lo Stato di
diritto.. Vengono specificate le ripartizioni delle competenze tra l'Unione e gli Stati membri
introducendo tre tipi di competenze: - Esclusive dell'UE - Concorrenti tra UE e Stati membri -
Quelle in cui l'UE ha solo un potere di sostegno e di coordinamento. Vi è anche una nuova
formulazione del principio di sussidiarietà che coinvolge anche le autorità regionali e locali,
stabilendo che l'UE interviene solo se gli obiettivi da essa perseguiti non possono essere
sufficientemente raggiunti dagli Stati membri. Oltre al Consiglio Europeo che viene ora annoverato
tra le istituzioni dell'UE, vi è un'altra importante figura istituzionale l'Alto Rappresentante dell'UE
per gli affari esteri e la politica di sicurezza che sostituisce la figura del Ministro degli esteri.
Un'altra innovazione riguarda il meccanismo di voto in seno al Consiglio: a partire dal 2014 gli
atti sono adottati se approvati dal 55% dei membri del Consiglio con un minimo di 15,
rappresentativi del 65% della popolazione dell'UE.

Nozione di “principi generali del diritto” da ricollegare alla teoria del PRIMATO → Sentenza
Costa vs. Enel e Internazionale Handelsgesellschaft; Sentenza Hauer. Rispetto dei principi di
attribuzione, sussidiarietà, proporzionalità, leale collaborazione, uguaglianza dei cittadini, non
discriminazione..

COSTA VS. ENEL: Il Signor Costa si rifiutava di pagare la bolletta dell'energia elettrica all'Enel,
sostenendo che la legge di nazionalizzazione della distribuzione dell'energia elettrica in Italia era
contraria ad alcune disposizioni del Trattato. Il giudice dinanzi al quale fu portata la causa, ritiene di
doversi rivolgere alla Corte di Giustizia. Nel frattempo, la Corte Costituzionale affermava che,
poiché i Trattati erano stati ratificati con una legge ordinaria, questi non sfuggivano ai principi sulla
successione tra leggi e quindi potevano essere abrogati o modificati da norme interne successive.
Quindi, per la Corte Costituzionale, il governo italiano avrebbe dovuto applicare la norma interna
anche se contraria a norme di un Trattato internazionale. La posizione della Corte di Giustizia fu
diversa: con l'istituzione della Comunità, gli Stati membri hanno limitato i loro poteri sovrani e
creato un complesso di diritto vincolante per i loro cittadini e per loro stessi; tale limitazione di
sovranità ha come corollario l'impossibilità per gli Stati di far prevalere contro tale ordinamento un
provvedimento unilaterale ulteriore; se ciò accadesse sarebbe scosso lo stesso fondamento giuridico
della Comunità. Il primato serve a garantire l'efficacia del diritto comunitario. Dunque si disapplica
la norma interna in contrasto con la norma dell'UE e si applica quest'ultima, con il presupposto che
sia chiara, precisa e incondizionata. Questo per quanto riguarda il concetto di primato che è
sinonimo di preminenza e non di supremazia. Quest'ultima implica una posizione gerarchica,
mentre la preminenza indica solo che il diritto comunitario ha la precedenza sul diritto nazionale,
senza rapporti gerarchici.

INTERNAZIONALE HANDELSGESELLSCHAFT (C-11/70): Rapporto tra diritto nazionale


tedesco e diritto comunitario. Regolamento comunitario: se un operatore commerciale intende
importare o esportare in Paesi terzi deve chiedere delle licenze di importazione o esportazione e
pagare delle cauzioni. Queste cauzioni vengono perse se, nei limiti previsti dalla licenza,
l'importazione o l'esportazione non avviene. Il Governo tedesco opera un rinvio pregiudiziale: il
sistema delle cauzioni è in contrasto con la legge costituzionale tedesca che prevede la libertà
commerciale. No primato sulla Costituzione. Corte di Giustizia: non si può subordinare il
regolamento e gli atti del diritto comunitario a una norma di uno Stato membro, anche se di rango
costituzionale, perchè ciò menomerebbe l'unità e l'efficacia del diritto comunitario. Il parametro di
legittimità del regolamento non può essere la Costituzione tedesca, ma si deve trovare all'interno
dell'ordinamento comunitario. Negli anni '70 non c'era ancora la Carta dei diritti fondamentali
dell'UE, quindi il parametro non c'era. Così la Corte di Giustizia dice che è opportuno accertare se
non sia stata violata alcuna garanzia analoga inerente al diritto comunitario. La tutela dei diritti
fondamentali costituisce, infatti, parte integrante dei principi giuridici generali di cui la Corte di
Giustizia garantisce l'osservanza. Sono dei diritti risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni
agli Stati membri.

HAUER: Imprenditore agricolo che aveva dei terreni adatti alla coltivazione delle viti per produrre
uva. Viene adottato un regolamento in materia del mercato vinicolo che proibiva di piantare vitigni
per un determinato periodo di tempo, per mantenere il livello dei prezzi remunerativo (meno vino =
meno offerta = Prezzo più alto). Leso il diritto di proprietà della Hauer e anche quello di attività
commerciale. Rinvio pregiudiziale: il governo chiede se il regolamento si considera inapplicabile
perchè in contrasto con i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione tedesca.

EFFETTO DIRETTO: Per quanto riguarda le fonti primarie del diritto dell'UE, la Corte di
Giustizia aveva accentuato sin dalle prime pronunce la peculiarità del Tratto istitutivo della
Comunità Europea rispetto ai comuni trattati internazionali, evidenziando come lo stesso avesse
dato vita ad un ordinamento giuridico nuovo nel campo del diritto internazionale. Ci fu un
importante sentenza della Corte a riguardo nel '63, la:

VAN GEND EN LOOS: nella quale la Corte affermava che il diritto comunitario, nello stesso
modo in cui impone ai singoli degli obblighi, attribuisce loro dei diritti soggettivi. Quindi la Corte
afferma la sussistenza di norme del Trattato cui dovevano essere riconosciuti effetti diretti: cioè la
capacità attribuita ad alcune norme del diritto dell'UE di conferire ai singoli veri e propri diritti
soggettivi che i giudici nazionali sono tenuti a tutelare.

Art. 12 TCEE ('57): gli Stati membri si astengono dall'introdurre tra loro nuovi dazi doganali
all'importazione e all'esportazione o tasse di effetto equivalente e dall'aumentare quelli che
applicano nei loro rapporti commerciali reciproci. (Versione attuale: i dazi doganali
all'importazione e all'esportazione o le tasse di effetto equivalente sono vietati tra gli Stati membri).
Fatti: c'era una causa principale proposta dall'impresa dei trasporti olandese VGL, la quale si era
vista imporre dalle autorità olandesi dei dazi doganali maggiorati dal 3% all'8%, mentre importava
merci (creo- formaldeide) dalla Germania ai Paesi Bassi. La VGL si oppone all'applicazione del
dazio invocano l'art 12. il Supremo Tribunale Tributario olandese propone un ricorso pregiudiziale
alla Corte riguardo l'interpretazione dell'art. 12 TCEE. Chiede se ha effetto interno, ovvero se i
cittadini possono trarre da esso diritti che il giudice deve tutelare. Il ragionamento della Corte è il
seguente: per accertare se le disposizioni di un Trattato internazionale abbiano tale valore si deve
aver riguardo allo spirito, alla struttura e al tenore di esso. In questo caso lo scopo del Trattato CEE
è quello di instaurare un mercato comune, il cui funzionamento incide direttamente sui soggetti
della comunità. Ciò implica che esso va al di là di un accordo che si limita a creare degli obblighi
reciproci fra Stati membri. Ciò è confermato dal preambolo del Trattato, il quale, oltre a menzionare
i governi, fa richiamo ai popoli. Pertanto, il diritto comunitario nello stesso modo in cui impone ai
singoli degli obblighi, attribuisce loro dei diritti soggettivi, che i giudici nazionali sono tenuti a
tutelare.

REYNERS: Effetto diretto = compensazione della mancata azione. Un avvocato olandese, pur
avendo conseguito il titolo in Belgio ed essendo residente in Belgio, non poteva ottenere l'iscrizione
all'albo degli avvocati belgi perchè la legge belga ammetteva tale iscrizione per i soli avvocati
nazionali ad esclusione degli stranieri. L'avvocato Reyners, dunque, chiede l'annullamento delle
disposizioni, che, secondo lui, violano il suo diritto, riconosciuto dall'art. 52 TCEE (“nel quadro
delle disposizioni che seguono, le restrizioni alla libertà di stabilimento dei cittadini di uno Stato
membro vengono gradatamente soppresse durante il periodo transitorio.”). Il giudice belga sospese
il processo e sottopose alla Corte la questione pregiudiziale: se l'art. 52 costituisse, alla fine del
periodo transitorio, una norma direttamente efficace, nonostante la mancata attuazione delle
direttive contemplata dall'art. 54 e 57 del Trattato. Art. 54: prevede un programma generale per la
soppressione delle restrizioni alla libertà di stabilimento. Art. 57: prevede l'adozione della direttiva,
la quale direttiva non era stata adottata dal Consiglio. La Corte disse: l'attore nella causa principale
osserva che, nel suo caso, si trattava solo di una discriminazione per motivi di cittadinanza. In
questo caso l'art. 52 costituirebbe una disposizione chiara e completa, atta ad avere efficacia diretta.
Stabilendo alla fine del periodo transitorio la realizzazione della libertà di stabilimento, l'art. 52
prescrive un obbligo preciso, il cui adempimento doveva essere facilitato, ma non condizionato,
dall'attuazione di un programma di misure graduali. Il fatto che questa gradualità non sia stata
osservata, lascia intatto l'obbligo stesso, una volta scaduto il termine per il suo adempimento. Si
deve quindi risolvere la questione nel senso che, dalla fine del periodo transitorio, l'art. 52 è una
disposizione direttamente efficace e ciò nonostante la mancanza eventuale delle direttive di cui agli
artt. 54 e 57 del Trattato. Qui si basa l'effetto diretto come compensazione della mancata azione.

DIRETTA APPLICABILITA' ED EFFETTO DIRETTO:

REGOLAMENTO: La diretta applicabilità del regolamento fa sì che la norma possa essere


invocata dai soggetti, però va sempre verificata la completezza e la chiarezza della disposizione
contenuta nel regolamento. Può succedere che ci sia bisogno di norme di integrazione che
completino la disciplina del regolamento che non è completa. In questo caso, se la norma del
regolamento non è completa, non potrà essere invocata da un privato perchè gli mancano le
caratteristiche dell'effetto diretto (chiara, precisa e incondizionata). Il caso del Monte Arcosu spiega
bene la questione.

MONTE ARCOSU: La Monte Arcosu è un'azienda agricola della Sardegna e aveva chiesto alle
autorità competenti della Regione di essere iscritta all'albo degli imprenditori agricoli. Questa
domanda era stata respinta perchè non c'erano le disposizioni per definire quando una persona
giuridica si può definire un imprenditore agricolo. C'è un regolamento che definiva i criteri perchè
una persona fisica potesse essere considerata imprenditore agricolo, ma il regolamento non era
completo, nel senso che per essere considerati imprenditori agricoli, il regolamento chiedeva agli
Stati di adottare le norme che dovevano definire i criteri di imprenditore agricolo “persona
giuridica”. Dunque ci volevano norme di integrazione, ma l'Italia non l'aveva fatto. In assenza di
questa normativa, la richiesta della Monte Arcosu era stata respinta. C'è un ricorso e il Tribunale di
Cagliari chiede alla Corte (rinvio pregiudiziale) se e a quali condizioni il giudice nazionale possa
applicare, nei confronti di una persona giuridica, il regolamento. La Corte dice che il regolamento
non è completo e quindi non può essere invocato da un privato. “Non si può ritenere che i privati
possano far valere diritti sulla base i tale disposizione, in assenza di misure di integrazione, adottate
dagli Stati membri”. Quindi quel regolamento non può essere invocato dinanzi ad un giudice
nazionale.

DIRETTIVE: Questione più complessa è quella che riguarda gli effetti delle direttive. La direttiva
si caratterizza per essere diretta: ha come destinatari gli Stati (tutti, alcuni o uno solo), vincola
questi nel risultato che si prefigge la direttiva, salvo restando la scelta della forma e dei mezzi. Dal
punto di vista dell'adozione dell'atto abbiamo 2 passaggi: la direttiva viene adottata dalle istituzioni,
poi c'è il passaggio del recepimento della direttiva da parte degli Stati entro i termini indicati dalla
direttiva stessa. Che obblighi hanno gli Stati durante il periodo di recepimento della direttiva,
cioè prima della scadenza del termine di recepimento? Fino al termine non sono inadempienti.
Però è stato chiarito dalla Corte che, durante questo periodo di tempo non possono adottare delle
disposizioni che compromettano gravemente il risultato previsto dalla direttiva. La Corte ha esteso
questo obbligo anche al governo. I governi degli Stati membri devono astenersi dall'interpretare il
diritto interno in modo che rischierebbe di compromettere gravemente, dopo la scadenza del
termine di trasposizione, la realizzazione del risultato perseguito dalla direttiva. Le norme di
recepimento della direttiva devono avere rango delle norme che devono essere modificate. C'è un
limite posto dalle direttive dettagliate. Una delle questioni più complesse delle direttive è quella
sull'effetto diretto di queste.

VAN DUYN: C'è una signora olandese che lavora per una chiesa scientista e la Signora Van Duyn
vuole recarsi nel Regno Unito per assumere l'impiego di segretaria presso questa chiesa. Le autorità
inglesi le negano l'ingresso nel Regno Unito. La Signora Van Duyn usufruirebbe della libertà di
circolazione dei lavoratori subordinati. Gli Stati possono opporsi all'ingresso di lavoratori che hanno
la cittadinanza in altri Stati membri invocando alcune deroghe al principio di libertà di circolazione;
una di queste deroghe è l'ordine pubblico, la pubblica moralità, la salute pubblica e pubblica
sicurezza. In questo caso si tratta dell'ordine pubblico. Il problema è che era stata adottata una
direttiva che specificava che lo Stato poteva si invocare l'ordine pubblico ma in relazione ad un
comportamento attribuibile a quella persona. In questo caso non c'era alcun comportamento
sanzionabile in capo alla Signora Van Duyn. Questa si oppone e invoca sia il Trattato che la
direttiva. La Corte qui afferma la possibilità che la direttiva abbia effetto diretto. Il Regno Unito
dice: “Il Consiglio, emanando una direttiva, ha inteso adottare provvedimenti con effetti
diversi da quelli di un regolamento, che non sono direttamente efficaci”. La Corte invece dice: Se
è vero che i regolamenti sono direttamente applicabili, e quindi, atti per natura, a produrre effetti
diretti, da ciò non si può inferire che le altre categorie di atti non possono mai produrre effetti
analoghi. Sarebbe in contrasto con la forza obbligatoria attribuita alla direttiva, di escludere la
possibilità che l'obbligo da essa imposto sia fatto valere da eventuali interessati. La portata dell'atto
sarebbe ristretta se i singoli non potessero far valere in giudizio la sua efficacia e se i governi
nazionali non potessero prenderla in considerazione come norma di diritto comunitario. Quindi qui
la Corte fonda l'effetto diretto sul carattere obbligatorio della direttiva. Quindi si rafforza l'effetto
diretto della norma comunitaria. La reazione degli Stati è stata piuttosto negativa. RATTI:

Nella sentenza successiva la Corte cambia un po' l'impostazione e fa derivare l'effetto diretto dal
mancato recepimento della direttiva. Qui abbiamo un procedimento penale nei confronti del Signor
Ratti, il quale aveva violato le norme italiane relative all'etichettatura e all'imballaggio dei solventi e
delle vernici. Erano state adottate 2 direttive, una nel '73 e una nel '77:la prima sull'etichettatura e
l'imballaggio dei solventi, mentre l'altra delle vernici. Per la prima il termine di recepimento era
scaduto, per la seconda ancora no, i tempi del procedimento penale. Perchè la Comunità doveva
occuparsi allora di questa materia? Si tratta di prodotti chimici tossici, quindi devono avere una
particolare disciplina perchè ne diversi paesi vi erano diverse discipline di imballaggio ed
etichettatura: questo ovviamente creava degli ostacoli per l'importazione e l'esportazione e la libera
circolazione delle merci. Il Signor Ratti aveva applicato le norme della direttiva sia per i solventi
che per le vernici. Quindi, la direttiva del '73 prevedeva che gli Stati dovessero conformarsi alla
normativa della direttiva sull'importazione e l'esportazione di tali prodotti. Se uno Stato applica le
norme della direttiva, poi può esportare negli altri Stati membri. Il diritto interno italiano
contrastava con la direttiva. Il Signor Ratti le aveva applicate tutte e due ma il problema era che, in
un caso, la direttiva del '73 era scaduta, cioè erano scaduti i termini per il recepimento e l'Italia non
aveva recepito la direttiva. La direttiva del '77 invece non era ancora scaduta, quindi lo Stato
italiano non era inadempiente. Però il Signor Ratti le aveva applicate entrambe. Il governo italiano
solleva la questione alla Corte chiedendo se la direttiva del '73 rappresenta una norma direttamente
applicabile e se il singolo potesse invocarla per evitare il procedimento penale. La Corte risponde
che questa questione solleva il problema generale della natura giuridica delle disposizioni di una
direttiva; a Corte ha già affermato in una costante giurisprudenza, che se è vero che i regolamenti
sono direttamente applicabili, da ciò non si può inferire che le altre categorie di atti non possono
produrre effetti analoghi. Particolarmente, nel caso in cui le autorità comunitarie abbiano imposto
agli Stati di adottare un determinato comportamento mediante direttiva, l’effetto utile dell’atto
sarebbe attenuato se agli amministrati (privati) fosse precluso di valersene in giudizio e ai giudici
nazionali di prenderlo in considerazione in quanto elemento del diritto comunitario. Di
conseguenza, lo Stato membro che non abbia adottato entro i termini i provvedimenti d’attuazione
imposti dalla direttiva non può opporre ai singoli l’inadempimento, da parte sua, degli obblighi
derivati dalla direttiva stessa. In altri termini la Corte sta dicendo: lo Stato italiano doveva recepire
la direttiva del ’73; non può poi pretendere, sulla base del suo inadempimento, il mancato
recepimento di fare valere la sua normativa nazionale (la quale doveva essere verificata dalla
direttiva, all’atto di recepimento). Non puoi tu Stato avvalerti del tuo inadempimento per pretendere
di applicare una norma che doveva essere abrogata o modificata. Quindi si dice che l’effetto diretto
è collegato al carattere obbligatorio della direttiva perché lo Stato è obbligato a recepirla; ma al fatto
che lo Stato sia inadempiente: quindi è una sorta di sanzione per lo Stato inadempiente; tu non hai
recepito la direttiva, quindi non puoi avvalerti del tuo inadempimento per continuare a far applicare
la tua normativa ad un individuo. Quindi, nel caso in cui i termini di recepimento siano scaduti e lo
Stato si trova ad essere inadempiente, lo Stato non può applicare la propria normativa anche se
rientra nel diritto penale. Per quanto riguarda la direttiva del ’77 la Corte dice: solo alla scadenza
del periodo stabilito e in caso di inadempimento da parte dello Stato membro, la direttiva potrà
produrre gli effetti indicati nella prima questione; fino a quel momento gli Stati membri restano
liberi nel disciplinare la materia. Ci sono 3 condizioni per l’effetto diretto delle direttive: 1) Termine
scaduto 2) Norma chiara, precisa e incondizionata 3) Si applica l’effetto diretto della direttiva
solo verticale (individuo/Stato). È escluso l’effetto diretto orizzontale. (La Corte di Giustizia ha
accolto la nozione ampia di Stato e ha riconosciuto effetti indiretti nel caso di controversie
orizzontali. Es: il principio di responsabilità degli stati e l’obbligo di risarcimento. Dunque la Corte
ha attenuato l’effetto diretto solo verticale della direttiva.)

FACCINI DORI: Effetto diretto solo verticale. La Signora Faccini Dori viene fermata alla
stazione ad acquistare un corso di lingua per corrispondenza. La signora lo acquista ma poi
cambia idea e invia una raccomandata alla società che le aveva venduto il corso dichiarando la sua
intenzione di recedere dal contratto. Mala società afferma che la signora deve pagarle comunque il
corso perché all’epoca, in Italia, non c’era una normativa che prevede il diritto per un acquirente di
recedere da un acquisto entro un determinato periodo di tempo. La questione era che l’UE aveva
adottato una direttiva a tutela dei consumatori nel caso di contratti conclusi fuori dai locali
commerciali, ma l’Italia non l’aveva recepita. Dunqe l’Italia era inadempiente (prima condizione
dell’effetto diretto), seconda condizione dell’effetto diretto era che la norma dovesse essere chiara,
precisa e incondizionata e in questo caso la direttiva lo era perché stabiliva esattamente quanti
giorni erano previsti per esercitare il diritto di recesso ecc.. Il problema era che la controversia era
tra privati. Quindi la direttiva non può essere applicata dal giudice, la Signora Faccini Dori non può
invocare davanti a un giudice nazionale il diritto di recesso stabilito dalla direttiva perché la
controversia è orizzontale. MARSHALL: Anche con questa sentenza la Corte afferma che le
direttive possono avere solo effetto diretto verticale perché deriva da un’impostazione che la Corte
dà alle direttive, partendo dalla constatazione che queste ultime sono rivolte agli Stati e non agli
individui. Quindi non si può far valere una direttiva ritenendo che

questa imponga degli obblighi ai privati, perché è lo Stato che è il destinatario della direttiva e che
dovrà poi recepirla. La Sentenza Marshall è importante perché la Corte afferma che l’effetto diretto
delle direttive ha portata solo verticale e poi perché specifica che da questa portata verticale, cioè
dal fatto che un privato può chiedere allo Stato di applicare la direttiva, deriva che lo può fare non
solo quando lo Stato agisce come autorità pubblica, ma anche come un qualsiasi datore di lavoro
privato. La Signora Marshall lavorava per la Southampton Health Authority (in ospedale) e ad un
certo punto, in base aa normativa inglese, deve andare in pensione e contesta che debba farlo ad
un’età anagrafica più giovane a quella dei colleghi maschi: quindi una discriminazione in base al
sesso. C’è una direttiva dell’UE che vieta questa discriminazione ma il Regno Unito non l’aveva
recepita. Quindi la questione era se la Signora Marshall poteva invocare il diritto di non
discriminazione previsto dalla direttiva. Le norme erano chiare e precise la Southampton e il Regno
Unito dicevano, invece, che in questo caso non si può invocare la direttiva perché la Southampton
non agisce come pubblica autorità ma in este di datore di lavoro. Quindi non sarebbe giustificato
favorire i dipendenti dello Stato rispetto a quelli di un privato. La Corte riprende i suoi punti
essenziali sull’effetto diretto, collegato all’inadempimento dello Stat ed afferma: in quanto al fatto
che una direttiva non può essere fatta valere nei confronti di un singolo, la natura cogente della
direttiva, sulla quale è basata la possibilità di farla valere davanti al giudice nazionale, esiste solo
nei confronti di uno Stato membro a cui è rivolta. Ne consegue che la direttiva non può recare
obblighi a carico di un singolo e, quindi, non può essere fatta valere in quanto tale nei confronti
dello stesso. Quindi la direttiva non può porre in capo all’ospedale degli obblighi. Ma la Corte
precisa che anche se la Southampton agisce come datore di lavoro, essa è sempre un’autorità
pubblica; gli amministrati, qualora siano in grado di far valere una direttiva nei confronti dello
Stato, possono farlo indipendentemente dalla qualità nella quale questo agisce, come datore di
lavoro o come pubblica autorità perché, in entrambi i casi, è infatti opportuno evitare che lo Stato
possa trarre vantaggio dal suo inadempimento. Dunque, la Signora Marshall può chiedere al
governo inglese di applicare la direttiva nei confronti di questo ente. E allora, ad esempio per una
signora ipotetica Smith che lavora in una clinica privata cosa dice il Regno Unito? La conseguenza
è che un privato che lavora per un altro privato non può invocare la direttiva. Quindi c’è, dice il
Regno Unito, una discriminazione. La Corte risponde dicendo al Regno Unito che doveva recepire
la direttiva se voleva evitare questa discriminazione. Si può invocare la direttiva anche quando lo
Stato agisce come datore di lavoro.

Cercando di attenuare l’effetto diretto solo verticale, oltre alla nozione ampia di Stato nel caso
Marshall la Corte ha detto che può essere invocata la direttiva anche nei confronti di entiche non
sono lo Stato ma che hanno determinate caratteristiche:

- Enti soggetti all’autorità e al controllo dello Stato: spesso forniscono dei servizi, sono dotati di
poteri particolari che non sono poteri normalmente a disposizione di un privato. Esempio di questo
tipo di ente è la British Gas nel Caso Foster. Con la sentenza Foster dunque è stato esteso l’effetto
diretto delle direttive.

Un caso in cui invece la Corte ha negato la possibilità di invocare la direttiva è quello Doughty vs.
Rolls Royce, in cui quest’ultima è una compagnia osseduta si dallo Stato ma che non presta servizi
e che non le sono conferiti poteri speciali. Tutto ciò comunque lascia il problema del limite
dell’effetto diretto della direttiva a livello solo verticale. Così la Corte ha cercato di attenuare questa
circostanza elaborando i c.d. effetti indiretti, cioè fare in modo di realizzare tutte le potenzialità
della direttiva. Uno dei principi che rientra in questo quadro è quello dell’interpretazione conforme,
cioè se non si può applicare una direttiva perché la controversia è orizzontale, bisognerà applicare
il diritto interno ma che deve essere interpretato alla luce della direttiva. Il caso di riferimento di
questo principio è il Caso Marleasing.

MARLEASING: Si pone davanti ad un giudice spagnolo e riguarda la controversia tra la


Marleasing, che chiedeva l’annullamento del contratto che istituiva una società per azioni che si
chiamava Commercial e quest’ultima si opponeva. Il vizio per cui la Marleasing chiedeva al giudice
di pronunciarsi sulla nullità del contratto istitutivo della Commercial era l’assenza di causa,
fondandosi sul c.c. spagnolo. C’è una direttiva che non era stata attuata in Spagna, che non
prevedeva, tra le condizioni tassative per dichiarare la nullità di un contratto istitutivo di una società
per azioni, l’assenza di causa come vizio del contratto. Quindi il giudice spagnolo può applicare la
direttiva? La Commercial non può invocare la direttiva perchè la controversia è tra privati. E allora
la Corte, riformulando il quesito posto dal giudice del rinvio pregiudiziale, si chiede
sostanzialmente quanto segue: il giudice nazionale intende accertare se sia tenuto a interpretare il
proprio diritto nazionale, alla luce della direttiva e allo scopo della direttiva (che era quello di
prevedere per tutti gli stati dell’UE gli stessi vizi per dichiarare la nullità di un contratto). Allora la
Corte dice che, essendo una controversia orizzontale non si può invocare la direttiva e il governo
nazionale deve applicare il diritto interno ignorando la direttiva perché non sono conformi. Quindi
la Corte dice: l’obbligo degli Stati, derivante da una direttiva, di conseguire il risultato da questa
contemplato, di adottare i provvedimenti atti a garantire l’adempimento di questo obbligo, vale per
tutti gli organi degli Stati compresi quelli giurisdizionali (quindi anche il giudice). Di conseguenza,
nell’applicare il diritto nazionale, il giudice deve interpretare il proprio diritto nazionale alla luce
della lettera e dello scopo della direttiva, onde conseguire il risultato perseguito da quest’ultima.
Dunque il giudice: non può dichiarare nullo il contratto per vizio di causa alla luce della direttiva.
Eventualmente potrà, allora, vedere

se ci sono altri vizi indicati dal codice civile spagnolo che corrispondono a quelli indicati dalla
direttiva.

PRINCIPIO DI RESPONSABILITA’ E OBBLIGO DI RISARCIMENTO: L’altro rimedio che


viene elaborato in relazione alle direttive è quello del risarcimento degli stati derivante dalla
responsabilità che gli Stati si assumono nel caso in cui violino il diritto dell’UE. Nel caso di
inadempimento di uno Stato (es: non recepisce una direttiva nei termini o pone atti in violazione
degli obblighi derivanti dalla sua appartenenza all’UE), il rimedio possibile è quello del ricorso per
infrazione, che viene avviato dalla Commissione o anche da uno Stato; c’è anche una sanzione che
è quella dell’effetto diretto: lo Stato non può avvalersi dell’inadempimento e dovrà quindi accettare
che la direttiva produca i suoi effetti nell’ordinamento, anche in assenza del suo recepimento (Caso
Ratti e Marshall). Nel caso di ricorso per infrazione la Corte adotta una sentenza dichiarativa
dell’infrazione e, su proposta della Commissione, può imporre allo Stato le sanzioni pecuniarie ce
vanno all’UE. Qui, invece, stiamo parlando di un risarcimento nei confronti dei privati. Il principio
di responsabilità e di obbligo del risarcimento viene elaborato in un primo momento dalla Corte in
relazione alle direttive. Si trattava di una direttiva che non aveva effetto diretto perché non aveva il
carattere della completezza, ma lo Stato doveva attivarsi per integrare la disciplina della direttiva.
Non era stata recepita dall’Italia, il caso riguardava una controversia verticale: caso Francovich.

FRANCOVICH: Il Signor Francovich invocava l’applicazione (che in questo caso non poteva
esserci perché era, appunto, incompleta) di una direttiva che garantiva ai lavoratori un minimo di
tutela nel caso di insolvenza dei datori di lavoro. Es: il datore di lavoro fallisce e i dipendenti
devono avere delle retribuzioni che non vengono pagate per mesi; e questa direttiva garantiva
appunto un minimo di tutela nei confronti dei lavoratori. Il Signor Francovich aveva fatto ricorso
perché il datore non aveva proceduto alla retribuzione e chiede allo Stato le garanzie che son
previste dalla direttiva o, in via subordinata, un indennizzo. Dunque, il termine d recepimento della
direttiva era scaduto e, addirittura c’era stata anche una sentenza della Corte di Giustizia che aveva
dichiarato l’infrazione dell’Italia (c’era stato quindi un ricorso della Commissione per infrazione).
Allora la Corte dice: la questione sollevata dal giudice nazionale pone 2 problemi: in primo luogo
l’efficacia diretta delle norme della direttiva che definiscono i diritti dei lavoratori, e l’esistenza e la
portata della responsabilità dello Stato per i danni derivanti dalla violazione degli obblighi ad esso
incombenti in forza del diritto comunitario. Siccome la direttiva non era completa non poteva essere
invocata dagli interessati. Quindi la Corte si pronuncia, innanzitutto, sulla mancanza dell’effetto
diretto della direttiva; e poi passa ad esaminare il problema della responsabilità dello Stato per i
danni che derivano ai privati dal suo inadempimento. Nel Trattato non c’è questo principio dunque
è importante riflettere sulla ratio del principio di responsabilità. La Corte dice: questo problema
deve essere esaminato alla luce del sistema generale del Trattato e dei suoi principi fondamentali.
Questo perchè non c’è una norma specifica che prevede tale principio. Il principio ha valore in
riferimento a qualsiasi ipotesi di violazione del diritto comunitario commessa da uno Stato,
qualunque sia l’organo di quest’ultimo la cui azione od omissione ha dato origine alla trasgressione,
quindi anche quando si tratta di un organo legislativo o di una giurisdizione. Va constatato che
sarebbe messa a repentaglio la piena efficacia delle norme comunitarie (la Corte fa sempre
riferimento all’efficacia, che è la ratio che sottende all’effetto diretto: riconoscere effetto diretto dà
efficacia al diritto dell’UE; pensando alla Van Gend en Loos dove e viene riconosciuta l’efficacia
all’art. 12) e sarebbe infirmata la tutela dei diritti da esse riconosciuti se i singoli non avessero la
possibilità di invocare la norma (che n questo caso non è possibile perché non è completa) e ottener
un risarcimento ove i loro diritti siano lesi da una violazione dei diritto comunitario imputabile ad
uno Stato. La possibilità di risarcimento a carico dello Stato è particolarmente indispensabile
qualora la piena efficacia delle norme comunitarie sia subordinata alla condizione di un’azione da
parte dello Stato e, di conseguenza, i singoli, in mancanza di tale azione non possono far valere
dinanzi ai giudici nazionali i diritti loro riconosciuti dal diritto comunitario. I singoli infatti non
possono neppure invocare la direttiva perché la norma non è chiara, completa e incondizionata.
Quindi non possono nemmeno utilizzare il rimedio di un effetto diretto nel caso di inadempimento
dello Stato, come invece era stato per il Caso Ratti, Marshall ecc.. Dunque, il principio della
responsabilità dello Stato è inerente al sistema del Trattato: questo obbligo deriva dall’art. 5 del
Trattato, in forza del quale gli Stati sono tenuti ad adottare tutte le misure di carattere generale o
particolare atte ad assicurare l’esecuzione degli obblighi ad essi derivanti da diritto comunitario.
Orbene, tra questi obblighi si trova quello di eliminare le conseguenze illecite di una violazione del
diritto comunitario. Da tutto questo risulta che il diritto comunitario impone il principio secondo cui
gli Stati membri sono tenuti a risarcire i danni causati ai singoli dalle violazioni del diritto
comunitario ad essi imputabili. Bisogna vedere le condizioni del risarcimento dei danni individuate
dalla Corte. Se la responsabilità dello Stato è imposta da diritto comunitario, le condizioni in cui
essa fa sorgere un diritto al risarcimento dipendono dalla natura della violazione del diritto
comunitario che è all’origine del danno provocato. Qualora come nel caso di specie, uno Stato vili
l’obbligo (ex art. 139 del Trattato) di prendere tutti i provvedimenti necessari a conseguire il
risultato prescritto da una direttiva, la piena efficacia della norma di diritto comunitario esige che
sia riconosciuto un diritto al risarcimento ove ricorrano 3 condizioni: 1) Il risultato prescritto dalla
direttiva implichi l’attribuzione di diritti a favore dei singoli. Questa condizione non va confusa con
l’effetto diretto: la direttiva prevedeva dei diritti dei lavoratori per

conseguire dei diritti nel caso in cui il datore fosse insolvente; però poi per l’efficacia della direttiva
occorrevano de provvedimenti di attuazione della direttiva. Nel caso della Faccini Dori la direttiva
prevedeva in capo ai singoli il diritto di recesso. Qui la direttiva era completa ma non poteva essere
invocata perché era una controversia orizzontale. 2) Questi diritti devono essere individuati dalla
direttiva. 3) Esistenza del nesso di causalità tra la violazione dell’obbligo e il danno subito. È chiaro
che non sono previste le procedure, quindi è nell’ambito del diritto interno che dovranno essere
riparate queste conseguenze. Quindi gli Stati devono prevedere, negli ordinamenti interni, delle
procedure affinchè i privati possano essere risarciti. Dunque spetta allo Stato designare il giudice
competente e stabilire le modalità procedurali dei ricorsi intesi a garantire la tutela dei diritti
spettanti ai singoli in forza del diritto comunitario. Occorre rilevare che le condizioni stabilite dalle
legislazioni nazionali in materia di risarcimento die danni non possono essere meno favorevoli di
quelle che riguardano reclami analoghi di natura interna e non possono essere congegnate in modo
tale da render praticamente impossibile o eccessivamente difficile ottenere il risarcimento.
Tornando al caso di specie, la violazione del diritto comunitario a seguito della mancata attuazione
entro i termini della direttiva, è stata accertata con una sentenza della Corte. Il risultato prescritto da
tale direttiva comporta l’attribuzione ai lavoratori subordinati del diritto ad una garanzia per il
pagamento di loro crediti non pagati relativi alla retribuzione. Come risulta dall’esame della prima
parte della questione, il contenuto di tale diritto può essere individuato sulla base delle disposizioni
della direttiva (quindi ci sono le 3 condizioni). Stando così le cose, spetta al giudice nazionale
individuare le norme procedurali interne. Questa sentenza viene paragonata per importanza alla
sentenza Van Gend en Loos e alla sentenza AETS perché stabilisce il principio di responsabilità
degli Stati con la conseguenza, a certe condizioni, dell’obbligo di risarcimento ai privati. Dunque,
un’ulteriore garanzia dell’efficacia del diritto comunitario in questo caso in assenza di effetto
diretto.

La giurisprudenza evolve e risponde a degli interrogativi che la Sentenza Francovich lascia aperti: -
Questo principio si applica solo al caso di direttive che non sono state recepite o non sono state
recepite in maniera corretta entro i termini? - Che rapporto c’è tra la responsabilità dello Stato e
l’obbligo di risarcimento? - Si può considerare il risarcimento del danno un rimedio? - E quando
interviene? La Corte risponde a questi interrogativi in alcune sentenze successive: Brasserie du
Pecheur e Factortame. Bisogna fare una digressione: la controversia non riguarda una direttiva ma
riguarda la circolazione da parte degli Stati di norme in materia di libera circolazione delle merci e
di libertà di stabilimento. La libera circolazione delle merci significa che queste possono essere
esportate ed importate senza dover sottostare al pagamento dei dazi o alle quote e si pone poi il
problema di altri ostacoli come le misure di effetto equivalente alle quote.

BRASSERIE DU PECHEUR: La Germania aveva una normativa interna sulla purezza della birra:
cioè per poter commerciare una bevanda e chiamarla birra bisognava che fosse prodotta con
determinate materie prime. (ad es. in un altro Stato membro lo yogurt è solo quello che contiene
fermenti lattici vivi). Quindi sono normative nazionali che però hanno l’effetto di impedire la libera
circolazione delle merci perché se produco una birra in Franca, che non corrisponde alla legge sulla
purezza della birra tedesca, on potrà essere commercializzata in Germania la birra prodotta in un
altro Stato membro. La Corte ritiene che queste normative siano contrarie al divieto, posto in capo
agli Stati, di porre ostacoli non tariffari, cioè quelle che si chiamano misure di effetto equivalente e
restrizioni quantitative. La Corte ha anche detto che questa disposizione (art. 34 TFUE) aveva
effetto diritto, quindi nel caso Brasserie du Pecheur (impresa produttrice di birra in Francia) non
aveva potuto commercializzare in Germania a causa della norma tedesca sulla purezza della birra.
Normativa dichiarata incompatibile con il Trattato. La Brasserie invoca il principio di responsabilità
dello Stato e l’obbligo di risarcimento per chiedere al governo tedesco i danni che la restrizione
imposta dalla Germania, in violazione del diritto dell’UE, le aveva comportato.

FACTORTAME: Riguardava la normativa inglese che poneva delle condizioni alla registrazione
dei battelli da pesca nel Regno Unito. Sostanzialmente era una discriminazione fondata sulla
nazionalità. Non si potevano registrare dei battelli spagnoli. Dunque si violava il principio cardine
dell’UE, in materia di stabilimento in questo caso ma che comunque si applica anche in altri casi: la
discriminazione fondata sulla nazionalità (come nel caso Reyners).

La differenza con le altre sentenze e la Brasserie e la Factortame è che qui non c’è una direttiva, non
c’è una violazione del regno Unito per mancato recepimento di una direttiva ma c’è una violazione
imputabile rispettivamente alla Germania (misure ad effetto equivalente e restrizioni quantitative) e
all’Inghilterra (violazione del principio di divieto di discriminazione sulla base della nazionalità per
quanto riguarda i diritto di stabilimento). Tutte e due le norme (divieto di discriminazione e quella
che vieta misure di effetto equivalente) hanno effetto diretto. Questa è la differenza fondamentale
tra la Brasserie e la Factortame e

la Francovich (la quale era invece per mancato recepimento della direttiva e mancato
riconoscimento dell’effetto diretto). Qui abbiamo una violazione del diritto primario, quindi del
Trattato che ha un effetto diretto.

Cosa dicono gli Stati e la Corte? Gli Stati interpretavano l’obbligo del risarcimento sulla base della
sentenza Francovich, nel senso che compensava la mancanza di effetto diretto. La Corte invece non
accetta questo ragionamento. Essa ha ritenuto che il principio di responsabilità degli Stati e il
risarcimento die danni fossero inerenti al sistema dei Trattati in assenza di un riferimento esplicito;
nel caso Francovich oltre a indicare questo principio aveva anche indicato le condizioni per la
richiesta di risarcimento, individuando dei criteri. Nel caso Brasserie du Pecheur la questione era se
una norma avente anche effetto diretto comportasse anche l’obbligo di risarcimento in capo allo
Stato. La Corte infatti ritiene che l’effetto diretto sia una garanzia minima e che a questa vada
accompagnata il diritto al risarcimento. Il diritto al risarcimento è un corollario necessario
dell’effetto diretto; anche se le norme comunitarie hanno effetto diretto e, quindi, possono essere
invocate davanti alla giurisdizione nazionale con la conseguenza che le normative nazionali
vengono disapplicate. Quindi solo se la norma comunitaria non aveva effetto diretto, quindi il
risarcimento che veniva considerato come rimedio alternativo non è comunque sufficiente, cioè la
Brasserie può chiedere il risarcimento dei danni. Dunque la violazione di norme comunitarie, che
pure hanno effetto diretto, può dar luogo anche al risarcimento. Qui viene aggiunto anche un altro
criterio: la violazione grave e manifesta del diritto dell’UE. Il privato può chiedere un risarcimento
dei danni ad uno Stato che ha violato il diritto dell’UE ma non per qualsiasi violazione, ma per una
violazione che deve erre, appunto, qualificata. Per decidere ciò, la Corte dà delle indicazioni, fra gli
elementi che il giudice competente può prendere in considerazione figurano: - il grado di chiarezza
e di precisione della norma violata - l’ampiezza del potere discrezionale che la norma consente alle
autorità nazionali o comunitarie (cioè se il potere discrezionale è ampio, probabilmente lo Stato non
avrà violato in maniera grave e manifesta; viceversa, se il potere discrezionale è quasi assente,
allora la conclusione potrà essere diversa - carattere intenzionale o involontario della trasgressione
commessa o del danno causato - la scusabilità o l’inescusabilità di un eventuale errore di diritto - la
circostanza che i comportamenti adottati da un’istituzione comunitaria abbiano potuto concorrere
all’omissione, all’adozione o al mantenimento in vigore di provvedimenti o di prassi nazionali
contrari al diritto comunitario. La Corte poi precisa che se lo Stato perdura nella sua violazione, a
fronte di una sentenza che ha accertato l’inadempimento, allora si è in presenza di una violazione
grave e manifesta. Questo se c’è stata una sentenza dichiarativa dell’infrazione.

KOBLER: (sentenza 224 del 2003) L’ultimo passaggio relativo alla responsabilità degli Stati è
relativo ad una giurisprudenza in cui la Corte afferma che il principio di responsabilità e l’obbligo
di risarcimento dei danni, sussiste anche nel caso in cui la violazione sia posta in essere sa un
giudice. Cioè il risarcimento può essere dovuto da uno Stato ne caso di violazioni commesse da un
organo giurisdizionale. Con la specificazione che tale violazione sia grave e manifesta. C’era stata
una controversia davanti ai giudici austriaci, il Signor Kobler era un professore universitario che
aveva chiesto che gli fosse attribuita un’indennità speciale di servizio, che era prevista per i
professori universitari, subordinata alla condizione che 15 anni di esperienza richiesta fossero
maturati solo presso università austriache. Mentre il Signor Kobler aveva svolto la sua attività anche
in altri Stati. Dunque second il professore questa normativa violava il diritto comunitario ed era una
discriminazione indiretta. Il giudice d’appello aveva prima presentato un rinvio pregiudiziale alla
Corte che poi era stato ritirato e aveva respinto il ricorso del professor Kobler ritenendo che questa
normativa austriaca non violasse le norme sulla libera circolazione dei lavoratori perché si inseriva
in una deroga che è ammessa dal diritto dell’UE. Quindi viene procurato un danno a Kobler, il
quale chiede un risarcimento dei danni allo Stato austriaco, in quanto sosteneva che la sentenza del
giudice fosse in contrasto con il diritto comunitario. Dunque la questione posta alla Corte è se gli
Stati devono risarcire i danni causati ai privati per violazioni commesse dagli organi giurisdizionali.
Gli Stati intervenuti davanti alla Corte di oppongono a questo principio per 3 motivazioni: 1)
perché si rimetterebbe in discussione il principio della cosa giudicata 2) necessità di tutelare
l’autonomia degli organi giurisdizionali 3) difficoltà di identificare il giudice competente a
pronunciarsi sul risarcimento dei danni. La Corte respinge queste obiezioni in questo modo: -
Per quanto riguarda l’autorità della cosa giudicata, dice: il riconoscimento del principio della
responsabilità dello Stato per la decisione di un organo giurisdizionale di primo grado non ha di per
sé come conseguenza di rimettere in discussione l’autorità della cosa giudicata. Un procedimento
inteso a far dichiarare la responsabilità dello Stato non ha lo stesso oggetto e non implica
necessariamente le stesse part del procedimento che ha dato luogo alla decisione che ha acquisito
l’autorità della cosa definitivamente giudicata. Il ricorrente di un’azione di responsabilità contro lo
Stato, ottiene la condanna di quest’ultimo a risarcire il danno, ma non che sia rimessa in discussione
l’autorità della cosa giudicata. Il principio della responsabilità dello Stato richiede un tale
risarcimento, ma non la revisione della decisione
giurisdizionale che ha causato il danno. - Per quanto riguarda l’indipendenza del giudice, il
principio di responsabilità riguarda non la responsabilità personale del giudice ma quella dello
Stato. Ora non sembra che tale circostanza comporti il rischio di rimettere in discussione
l’indipendenza di un rogano giurisdizionale. - Per quanto riguarda il rischio che l’autorità di un
governo sia pregiudicata dal fatto che le sue decisioni divenute definitive possano essere rimesse in
discussione implicitamente mediante un procedimento che consente di far dichiarare la
responsabilità dello Stato, occorre constatare che l’esistenza di un rimedio giuridico che consenta la
riparazione degli effetti dannosi di una decisione giurisdizionale erronea potrebbe senz’altro essere
considerata nel senso che corrobora la qualità di un ordinamento giuridico e anche l’autorità del
potere giurisdizionale. Dunque si rafforza il sistema. - Per l’identificazione del giudice
competente, è una questione che spetta all’ordinamento interno agli Stati, in assenza di
regolamentazione dall’UE.

Effetto diretto: - Van Gend en Loos e Reyners (compensazione) - Van Duyn (obbligatorietà) - Ratti
(sanzione mancato recepimento) - Faccini Dori (effetto diretto verticale) - Marshall (effetto diretto
verticale con Stato come datore di lavoro)

Interpretazione conforme: - Marleasing (c.c. spagnolo)

Risarcimento Stati: - Brasserie du Pecheur - Factortame (Non c’era violazione direttive. Sono
violazioni di disposizioni del Trattato aventi effetti diretti)

LIBERA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI:

Implica l’abolizione dei dazi doganali e tasse di effetto equivalente, l’abolizione delle restrizioni
quantitative agli scambi e misure di effetto equivalente.

DIVIETO TASSA DI EFFETTO EQUIVALENTE: Serve ad evitare che la soppressione dei


dazi doganali venga meno laddove gli Stati possono percepire in altro modo prelievi fiscali sulle
merci importate od esportate. Il divieto attiene all’influenza restrittiva che una tassa produce nella
circolazione della merce, operando ad es. una differente regolamentazione tra merce importata e
merce nazionale.

DIVIETO DI MISURE RESTRITTIVE TRA STATI. MISURE DI EFFETTO


EQUIVALENTE: La Commissione ha fatto riferimento alle disposizioni legislative, regolamentari
o atti pubblici che: 1) costituiscono un ostacolo alle importazioni o le rendono più difficoltose
rispetto alla produzione nazionale, 2) hanno effetti restrittivi sulla circolazione pur non
essendo discriminatorie. Es. ostacoli tecnici: normativa tedesca che vieta la commercializzazione
di liquori di frutta il cui contenuto alcoli fosse inferiore al 25%. Ogni prodotto legalmente
fabbricato e venduto nello Stato deve essere ammesso in ogni altro Stato membro.

DIVIETO IMPOSIZIONI INTERNE (TASSAZIONE INTERNA) DISCRIMINATORIO O


PROTEZIONISTICHE PRODOTTO SIMILARE: Il TFUE riconosce la possibilità per gli Stati
di tassare i prodotti provenienti da altri Stati, ma tale potere deve essere limitato perché non può
colpire i prodotti importati in modo discriminatorio rispetto ai prodotti nazionali o protezionistico.
Quindi è necessario ce venga garantita l’assoluta neutralità dei tributi interni di uno Stato riguardo
alla concorrenza tra merci nazionali e merci importate. Distinzione tra tassa ad effetto
equivalente ad un dazio doganale e imposizione interna: le tasse ad effetto equivalente sono
vietate di per sé in quanto collegate al divieto dei dazi doganali; le imposizioni interne sono invece
vietate solo se sono discriminatorie per i prodotti importati o svolgono una funzione protezionistica
della produzione nazionale. L’art. 110 TFUE vieta ogni imposizione discriminatoria per i prodotti
simili o protettrice per i prodotti concorrenti non simili. Prodotti simili: la Corte dice che bisogna
prendere in considerazione diverse caratteristiche (vini di frutta e vini d’uva, ottenuti dagli stessi
prodotti base, secondo lo stesso processo, caratteristiche organolettice, stesse esigenze per i
consumatori). Prodotti concorrenti ma non simili: il rapporto di concorrenza sussiste tutte le volte
che vi è una sostituibilità, anche parziale di un determinato prodotto. Costituisce un ostacolo ed è,
quindi, vietata una politica fiscale di uno Stato che finisca, ad esempio, per cristallizzare le abitudini
al consumo allo scopo di rendere stabile un vantaggio acquisito dalle industrie nazionali che si
dedicano al loro soddisfacimento.

SENTENZA COMMISSIONE VS. UK: Normativa fiscale del Regno Unito che prevedeva una
tassazione più elevata di 5 volte sul vino rispetto alla birra. Secondo il Regno Unito i prodotti non
sono in relazione di concorrenzialità. La Corte dice: le due bevande sono in grado di soddisfare
bisogni identici, quindi, c’è un certo grado di sostituibilità reciproca. Per determinare questo grado
di sostituibilità non basta vedere le abitudini di consumo in atto in uno Stato membro perché queste
variano. Lo Stato quindi non deve cristallizzare tali abitudini con la sua politica fiscale. Il sistema
tributario del Regno Unito ha l’effetto di gravare il vino proveniente dagli altri Stati al fine di
proteggere la produzione nazionale della birra. Quindi il Regno Unito è venuto meno all’obbligo
previsto dal Trattato.

COMPETENZE UE E STATI MEMBRI: E’ oggetto di una serie di pronunce della Corte e di


modifica dei Trattati.

PRINCIPIO DI ATTRIBUZIONE: Art. 5 TUE: “La delimitazione delle competenze si fonda sul
principio di attribuzione”. Questo è il principio fondante, l’UE è un’organizzazione internazionale e
i colloca tra gli enti creati dagli Stati che agiscono per la realizzazione degli obiettivi individuati nel
Trattato istitutivo e a queste organizzazioni le istituzioni sono conferiti dei poteri, spesso si trattati
di poteri di tipo raccomandatario ma, in alcuni più rari casi, anche di poteri decisionali in settori che
sono indicati nei Trattati istitutivi. Il principio di attribuzione significa che l’UE può agire solo nei
settori per i quali i Trattati le hanno conferito delle competenze, esercitando i poteri che sono
stabiliti dallo stesso Trattato. Gli Stati hanno ritenuto importante inserire ed esplicitare questo
principio perché il loro timore è quello di un eccessivo potere dell’UE. Però l’indicazione dei settori
di competenza non è sufficiente per assicurare che l’UE rimanga entro dei confini determinati
perché parlare di una competenza, in materia ad es. di politica commerciale, non risolve la
questione riguardo il fatto di limitare l’azione dell’UE, perché bisogna capire cosa si intende per
politica commerciale. Se la interpretiamo in senso restrittivo, politica commerciale significa es
esempio concludere accordi in materia di dazi doganali; è molto limitata come nozione di politica
commerciale. Ma è solo questo? Non potremmo pensare anche ad ulteriori interventi che
perseguono finalità che vanno al di là della regolamentazione degli scambi tra gli Stati. Il principio
di attribuzione risponde alla domanda: l’UE ha una competenza ad agire in questo settore? E in
questo caso, il fatto di conferire una competenza all’UE che conseguenze ha per gli Stati? Ci sono
diversi tipi di competenze: quelle che appartengono all’Ue e quindi gli Stati non possono agire in
quel settore; oppure quelle in cui possono agire sia l’UE che gli Stati e in questo caso si

pone un ulteriore problema di come si configurano i rapporti nell’ambito delle competenze che sono
concorrenti.

Il principio di sussidiarietà risponde ad un’altra domanda: nel momento in cui c’è una competenza
concorrente chi deve agire? Qual è il livello di azione migliore, quello degli Stati o addirittura degli
enti subordinati, o a livello di UE? Il par. 2 dell’art. 5 TUE ci dice: “in virtù del principio di
attribuzione l’UE agisce esclusivamente nel limite delle competenze che le sono attribuite dagli
Stati membri nei Trattati per realizzare gli obiettivi da questi stabiliti. L’UE non è uno Stato perché
gli Stati non hanno limiti di competenze, nel senso che possono adottare atti in qualsiasi settore in
linea di principio, mentre l’UE ha solo e competenze che le son attribuite dagli Stati e quelle che
non le sono attribuite appartengono agli Stati membri.

E’ interessante vedere un parere della Corte di Giustizia degli anni ’90 in cui si riconosce il
principio di attribuzione delle competenze che era stato inserito nel Trattato di Maastricht (nel
Trattato CEE non era esplicitato), dove si dice che “il rispetto del principio dei poteri attribuiti vale
per quanto riguarda l’operato sia interno, sia internazionale della Comunità”; cioè tradotto significa
che il principio di attribuzione riguarda sia l’adozione di atti interni, sia accordi internazionali. Però
poi, c’è il par. 24: “la Comunità agisce normalmente sulla base di poteri specifici, che non devono
necessariamente risultare in termini espressi da eventuali disposizioni del Trattato, potendo essere
anche dedotti in modo implicito da disposizioni medesime”. Questa è una apertura verso una teoria
dei poteri impliciti: cioè la Corte ci sta dicendo che l’UE può avere dei poteri che si deducono dai
poteri espressamente conferiti. Dunque il principio di attribuzione, in realtà, non risolve tutti i
problemi della delimitazione delle competenze. C’è una serie di casi a sostegno del fatto che
l’attribuzione all’Ue di una competenza non risolve tutti i problemi, nel senso che si dice ad es.
quale è la portata della nozione di politica commerciale.

CASO ERASMUS: Elaborato alla fine degli anni ’80 dalla Comunità Europea. La domanda è: la
Comunità Europea ha una competenza ad adottare un atto che disponesse questo programma, in
base al quale gli studenti possono recarsi in università in altri Stati e sostenere esami che poi
vengono riconosciuti in ordinamenti di provenienza? E ha la competenza a prevedere anche una
circolazione dei docenti a finalità di ricerca? Quando ci poniamo la domanda se l’UE può agire in
questo settore, ovviamente dobbiamo andare a vedere sei Trattati le conferiscono il potere di azione
in quel determinato settore. Quindi si deve vedere se un atto ha quello che si chiama “fondamento
giuridico”, una base giuridica, cioè una disposizione del Trattato dalla quale si desume, appunto,
che l’UE può agire in un determinato settore. Questa disposizione del Trattato, che è la base
giuridica di un atto ci deve essere; in assenza l’atto è viziato (vizio di forma sostanziale). La base
giuridica di un atto ci dice: a) che la competenza c’è, b) quali sono le procedure che devono
essere seguite dalle istituzioni per adottare quel determinato atto. Procedure che nell’UE sono
diverse. Quella comune è la procedura legislativa ordinaria. Questo è importante perché dalla
procedura dipende se partecipano in maniera paritaria il Parlamento e il Consiglio (co-legislatori),
se devono essere consultati altri organi, qual è la votazione in Consiglio.. Nel nostro caso la
domanda è: la Comunità Europea aveva competenza a realizzare il programma Erasmus? La
risposta si doveva trovare nel Trattato in vigore nel momento in cui il programma Erasmus è stato
adottato. Troviamo questa disposizione: “Il Consiglio fissa i principi generali per una politica
comune di formazione professionale che possa contribuire allo sviluppo armonioso sia
dell’economia nazionale, sia del mercato comune”. Quindi abbiamo una base giuridica per
l’adozione di atti in materia di formazione professionale. Allora la Commissione, che ha la
funzione propositiva, propone al Consiglio di adottare un regolamento Erasmus, sulla base di questa
disposizione; cioè la Commissione ritiene che il programma Erasmus si possa fondare su questo
articolo che conferisce alla Comunità una competenza in materia di formazione professionale. Il
Consiglio invece dice che non è una base giuridica sufficiente; cioè la formazione professionale è
una cosa diversa dalla formazione degli studi universitari, tradizionalmente vuol dire qualcosa di
diverso. Allora il Consiglio indica, accanto all’art. 128 (quello che conferisce la competenza),
un’altra disposizione che viene chiamata clausola di flessibilità (art. 352), che dispone che quando
l’UE non ha il potere necessario per realizzare gli obiettivi del Trattato, è possibile l’adozione di
atti, laddove non c’è una competenza attribuita ma ci sono le finalità mancano i poteri per realizzare
quegli obiettivi, il Consiglio può adottare degli atti. Dunque il Consiglio dice che ci vuole “la
stampella” accanto all’art. 128. Questo perché secondo il Consiglio gli Stati hanno attribuito al
Consiglio il potere di adottare atti riguardanti la formazione professionale, non la formazione
universitaria (quindi si lederebbe il limite dei poteri attribuiti al Consiglio); quindi quell’articolo
non è una base giuridica sufficiente. Dunque la formazione professionale comprende anche gli
studi universitari e la ricerca? Questo contenzioso tra la Commissione il Consiglio viene portato
davanti alla Corte. Questo esempio illustra molto bene il problema dell’attribuzione delle
competenze attribuite. La Corte dice che la formazione professionale va intesa in senso ampio, a
coprire anche gli studi universitari, mentre invece non copre anche la ricerca; per cui, siccome non
copre la ricerca, la clausola di flessibilità in questo caso era un riferimento corretto; ma se il
programma Erasmus avesse riguardato solo la circolazione degli studenti, sarebbe stata sufficiente
la disposizione che conferiva all’UE le competenze in materia di formazione professionale. La
Corte interpreta la formazione professionale in maniera estensiva: “Qualsiasi forma di

insegnamento, che prepari ad una qualificazione per una determinata professione o un determinato
mestiere o una determinata attività o che conferisca l’idoneità ad esercitare tale professione, fa parte
della formazione professionale, anche se il programma e l’insegnamento comprenda materie di
carattere generale; gli studi universitari rispondono a queste condizioni”. Dunque la Corte interpreta
una competenza attribuita all’UE in maniera estensiva; non comprende invece la ricerca per cui
doveva esserci quest’altro riferimento costituito dalla clausola di flessibilità. Dunque, delimitare
l’azione dell’UE non risolve tutti i problemi.

COMPETENZE ATTRIBUITE → DIVISIONE VERTICALE DELLE COMPETENZE → gli


Stati attribuiscono all’UE delle competenze → come si configurano in rapporto alle competenze
degli Stati → 2 ipotesi: 1) o gli Stati conferiscono delle competenze all’UE e quindi in quei settori
di competenza attribuiti all’UE, solo quest’ultima può agire, gli Stati non lo possono più fare; 2)
oppure si conferiscono delle competenze e gli Stati mantengono le loro competenze: ovviamente in
questo caso si deve stabilire come si regolano i rapporti. Se l’UE ha conferite delle competenze in
materia di energia e gli Stati mantengono delle competenze in materia di energia bisogna stabilire
una regola per risolvere eventuali conflitti tra l’azione degli Stati quelle dell’UE. Art. 2 TFUE:
“Quando i Trattati attribuiscono all’UE una competenza esclusiva in un determinato settore, solo
l’UE può legiferare e adottare atti giuridicamente vincolanti; gli Stati possono agire solo se
autorizzati dall’UE oppure per dare attuazione agli atti dell’UE” (Ci sono dei casi infatti in cui l’UE
adotta un regolamento ma prevede poi che gli Stati possano adottare delle norme per integrare le
disposizioni di questo regolamento e quindi in questo caso è una sorta di autorizzazione, perché è il
regolamento stesso che prevede che gli Stati diano esecuzione normativa al regolamento). → Es: la
politica commerciale è una competenza esclusiva: la CEE aveva autorizzato gli Stati a concludere
degli accordi commerciali con i paesi dell’area dell’US perché questi paesi non riconoscevano la
CEE per fini politici, e quindi ovviamente non avevano intenzione di concludere degli accordi con
un ente che non riconoscevano. Quindi, siccome la competenza in materia commerciale è esclusiva
della Comunità, la CEE aveva autorizzato gli Stati a concludere accordi con Paesi dell’est europeo
(anni ‘60/’70).

COMPETENZA ESCLUSIVA: Settori: - Unione doganale: si definisce come un’unione tra


due o più stati che eliminano nei loro traffici commerciali i dazi doganali e hanno una tariffa
doganale esterna comune gestita dall’UE. - Definizione delle regole di concorrenza necessarie al
funzionamento del mercato interno. - Politica monetaria per gli Stati che utilizzano l’euro come
moneta. - La conservazione delle risorse biologiche del mare. - Politica commerciale comune.
Par. 2 art. 2 TFUE: “L’UE ha competenza esclusiva per la conclusione di accordi internazionali,
allorchè tale conclusione è prevista in un atto legislativo dell’UE o è necessaria per consentire di
esercitare la sua competenza a livello interno o nella misura in cui può incidere su norme comuni o
modificarne la portata.” COMPETENZA CONCORRENTE: “Quando i Trattati attribuiscono
all’UE una competenza concorrente a quella degli Stati, l’UE e gli Stati membri possono legiferare
e adottare atti giuridicamente vincolanti in tale settore”. Ma definire una competenza come
concorrente significa che anche gli Stati possono agire allora come si configurano i rapporti tra
l’UE e gli Stati in relazione ad una competenza concorrente? → Trattato: “Gli Stati membri
esercitano la loro competenza nella misura in cui l’UE non ha esercitato la propria”. Quindi finchè
l’UE non è attivata gli Stati membri possono adottare atti e concludere accordi esterni. Se l’UE ha
invece adottato un determinato atto, allora gli Stati non possono più disciplinare quanto già
regolamentato a livello di UE. → Es: se l’UE adotta un regolamento per definire le ore di riposo
degli autisti dei TIR, gli Stati non è che non possono più legiferare in tema di trasporti, ma non
possono più legiferare in tema di ore di riposo degli autisti dei tir; se lo dovessero fare abbiamo una
regola di soluzione de conflitti: prevale l’atto dell’UE. È interessante notare l’ultima parte di questa
disposizione: “Gli Stati membri esercitano nuovamente le loro competenze nella misura in cui l’UE
ha deciso di cessare di esercitare la propria”. Quindi l’UE può decidere di cessare di esercitare
competenze che le erano attribuite e in questo caso ritorneranno agli Stati. Protocollo 25 sulle
competenze concorrenti: se l’UE ha disciplinato un elemento di un settore di competenza (es: quello
dei trasporti), se c’è una disciplina completa, gli Stati non possono più regolamentare quel settore. Il
problema è quindi vedere cosa rimane agli Stati e dipende dal livello di regolamentazione che è
posto in essere dall’UE. Cioè se l’UE ha “occupato”, disciplinato completamente un settore, gli
Stati non lo possono più regolamentare. Quindi la competenza, che nasce come concorrente, diventa
esclusiva. Se invece l’UE non ha regolamentato in maniera dettagliata un determinato settore, ma ha
disciplinato solo alcuni elementi, gli Stati possono inserirsi nelle maglie lasciate libere dalla
regolamentazione dell’UE e, quindi, adottare degli atti che non siano in contrasto con la normativa
dell’UE, altrimenti scatta il principio del primato. Questo esprime chiaramente la preoccupazione
degli Stati di mettere dei confini all’azione dell’UE; nel Protocollo 25 si dice, con riferimento alla
competenza concorrente: “quando l’UE agisce in un determinato settore, il campo di applicazione di
questo esercizio di competenza, copre unicamente gli elementi disciplinati dall’atto dell’UE e non
copre pertanto l’intero settore”.

Le competenze concorrenti sono: - Mercato interno - Politica sociale - Coesione economica,


politica e sociale territoriale - Agricoltura e pesca, tranne la conservazione delle risorse biologiche
del mare. - Ambiente - Protezione dei consumatori - Trasporti - Energie - Spazio di libertà,
sicurezza e giustizia - Problemi di sicurezza in materia sanitaria. Ci sono poi i settori, menzionati
immediatamente dopo, per i quali la competenza non è esclusiva ma è particolare; 2 settori: -
Ricerca, sviluppo tecnologico e dello spazio. - Aiuto umanitario e cooperazione allo sviluppo. In
questi settori l’UE ha competenza per condurre azioni, in particolare la definizione e l’attuazione di
programmi, senza che l’esercizio di tali competenze possa avere per effetto di impedire agli Stati
membri di esercitare la loro competenza. Questo perché? Ci riferiamo a settori in cui non avrebbe
senso dire che l’UE ha disposto, ad esempio, degli aiuti umanitari per il Ghana, e quindi gli Stati
membri non possono più predisporre aiuti umanitari, sarebbe assurdo. Stessa cosa per la ricerca e lo
sviluppo tecnologico; è anzi un elemento positivo che ci siano interventi sia dell’UE che degli Stati
membri. Dunque in questi settori l’azione dell’UE non esclude l’azione degli Stati.

COMPETENZA COMPLEMENTARE: E’ quella in cui l’Ue svolge un’azione di sostegno →


Art. 2.5 TFUE: “L’UE ha competenza per svolgere azione a sostenere, coordinare o completare
l’azione degli Stati membri, senza sostituzioni alla loro competenza in tali settori”. I settori sono:
salute umana, industria, cultura, turismo.. L’ultima politica da menzionare è la politica economica e
le politiche occupazionali degli Stati membri. In questo caso gli Stati coordinano e oro politiche
economiche nell’ambito dell’UE. La norma di chiusura di questo elenco è l’art. 7: “L’UE assicura
la coerenza tra le sue varie politiche e azioni, tenendo conto dei suoi obiettivi e conformandosi al
principio di attribuzione delle competenze”. Queste disposizioni sono fondamentali perché ci
dicono in quali settori c’è la competenza dell’Unione e come si configura questa competenza
(esclusiva, concorrente, di sostegno e d coordinamento).
Esempi sulla competenza concorrente e di sostegno: Abbiamo visto che tra le competenze
concorrenti abbiamo l’energia; poi bisogna vedere nel Trattato com’è disciplinata la materia di
competenza concorrente di energia. Questo perché se l’UE dovesse adottare una misura in tema di
energia sappiamo che c’è una competenza perché ce lo dice il Trattato; ma non è sufficiente:
dobbiamo sapere come viene realizzata e quali sono gli obiettivi della politica energetica dell’UE; e
poi se le istituzioni dovessero adottare un atto in materia di energia qual è la procedura? Dobbiamo
andare a vedere la disposizione che fonda la competenza in materia di energia. Es. in materia di
energia: “Il PE e il Consiglio, deliberando con la procedura legislativa ordinaria, stabiliscono le
misure necessarie per conseguire gli obiettivi”. Dunque vi è la proposta della Commissione, poi il
PE e il Consiglio adottano e misure relative con la procedura legislativa ordinaria. Non basta. La
disposizione in materia di energia, ci dice ancora: “Tali misure, sono adottate previa consultazione
del Comitato economico e sociale e del Comitato delle regioni”. Quindi il Trattato ci dice che
quando il Consiglio e il PE vogliono adottare un atto in materia di energia, devono anche consultare
due organi che rappresentano degli interessi che devono avere voce nel processo decisionale, sono
interessi degli Enti substatali. Dunque sono organi consultivi dell’UE, i loro pareri non sono
vincolanti per il PE e il Consiglio, ma sono obbligatori, nel senso che l’atto on può essere adottato
se questi due organi non si sono espressi su quell’atto. Ci sarebbe un vizio di forma sostanziale,
quindi l’atto potrebbe essere impugnato e annullato dalla Corte. L’art. 194 ci dice che queste
misure non incidono sul diritto di uno Stato membro di determinare le condizioni di utilizzo delle
sue fonti energetiche. Questi sono elementi della politica energetica che sono riservati agli Stati.
“La procedura in deroga a quella legislativa ordinaria, il Consiglio deliberando secondo una
procedura legislativa speciale, all’unanimità e previa consultazione del PE stabilisce le misure se
sono principalmente di natura fiscale”. Quindi le misure in tema di energia di natura fiscale non
sono più adottate secondo la procedura legislativa ordinaria ma l’art. 194 ci dice che sono adottate
dal Consiglio all’unanimità (quindi vi è un controllo degli Stati membri) e il PE ha una funzione
consultiva → procedura legislativa speciale. Altro caso previsto dall’art. 173, in cui invece la
politica industriale non è una competenza né esclusiva né concorrente ma complementare, in cui
cioè possono intervenire le istituzioni ma non in funzione di regolamentazione in un settore ma di
coordinamento, di supporto dell’azione statale. Gli Stati membri si consultano reciprocamente e il
PE e il Consiglio, deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria e previa consultazione del
Comitato economico e sociale, possono decidere misure specifiche destinate a sostenere le azioni
svolte dagli Stati membri per realizzare quegli obiettivi ad esclusione delle direttive di

armonizzazione. Gli Stati, cioè, hanno detto conferiamo una competenza di supporto
complementare, ma è escluso che le istituzioni possano adottare delle direttive di armonizzazione. Il
principio delle competenze attribuite, insieme a quello di sussidiarietà, è fondamentale e ci dice che
l’UE può agire solo nei settori di competenza che le sono attribuiti.

PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETA’: Il principio di attribuzione risponde alla domanda: c’è una


competenza dell’UE? Il principio di sussidiarietà risponde alla domanda: poiché c’è una
competenza concorrente, chi deve agire, l’UE o gli Stati? L’introduzione del principio di
sussidiarietà risponde ad una preoccupazione degli Stati nei confronti di quella che alcuni
considerano “troppa Europa”; quindi una sorta di difesa della sovranità degli Stati, nel rischio di una
eccessiva regolamentazione da parte dell’UE. L’idea del principio di sussidiarietà è quella che le
decisioni devono essere prese il più vicino ai cittadini, quindi l’UE interviene solo a certe
condizioni. Questo principio è stato elaborato anche come uno scudo nei confronti di quella che
veniva percepita come un’eccessiva espansione di competenze dell’UE. Il fatto di agire in modo più
vicino ai cittadini assicura un maggiore controllo democratico delle decisioni. Però, a ben vedere, il
principio di sussidiarietà, anche se pensato come scudo per controbilanciare un eccessivo esercizio
di competenze dell’UE, è anche, allo stesso tempo, un principio dinamico che giustifica l’estensione
delle competenze dell’UE. E questo è stato riconosciuto anche dal Consiglio Europeo: già nel ‘2 si
diceva “la sussidiarietà è un concetto dinamico e dovrebbe essere applicato alla luce degli obiettivi
del Trattato; permette l’espansione dell’azione della CEE nei limiti delle sue competenze, nel caso
in cui le circostanze lo richiedano; al contrario la loro limitazione quando non c’è più
giustificazione”. Quindi il principio può sì limitare la regolamentazione dell’UE ma può anche
estenderla. Il controllo del principio di sussidiarietà è affidato a diversi attori: innanzitutto alle
Istituzioni della Comunità, quindi con un controllo ex ante (prima dell’adozione dell’atto), in
primo luogo della Commissione. Questo perché la Commissione ha una funzione propositiva e
quindi, nel momento in cui propone un atto, deve anche giustificare che questo atto debba essere
adottato dall’UE (a causa delle dimensioni dell’obiettivo ce si propone) e non debba essere adottato
dagli Stati. Quindi in primo luogo è la Commissione che valuta il rispetto del principio di
sussidiarietà; sono anche coinvolti in questo controllo ex ante i Parlamenti nazionali che possono
attivare questo meccanismo di controllo preventivo perché tutti gli atti proposti dalla Commissione
sono trasmessi ai Parlamenti nazionali che hanno la possibilità di esprimere un parere sul rispetto
del principio, ma in realtà esprimono pareri anche su altri aspetti dell’atto che viene proposto.
Perché i Parlamenti nazionali? È chiaro che la sussidiarietà si può applicare solo nell’ambito della
competenza concorrente perché in quella esclusiva l’UE agisce per definizione solo lei, quindi non
si pone il problema degli Stati che devono agire. Ma se noi stabiliamo che un’azione in materia di
politica energetica deve essere posta in essere dagli Stati e non dall’UE, questo cosa significa?
L’azione dell’UE sottrarrebbe potere ai Parlamenti nazionali. Dunque il controllo da parte dei
Parlamenti nazionali si comprende perché l’esercizio della funzione legislativa da parte dell’UE
sottrae potere ai Parlamenti nazionali. Quindi si chiede a questi ultimi di dare il loro parere sul
principio di sussidiarietà. C’è poi un controllo ex post, perché può essere esercitato dalla Corte,
perchè se viene violato il principio di sussidiarietà abbiamo la violazione di una norma del Trattato,
e quindi un atto derivato non può violare il Trattato che è subordinato gerarchicamente al Trattato, e
quindi ci sarebbe un vizio dell’atto che comporta il suo annullamento o se la questione viene
sollevata in via pregiudiziale, la Corte si pronuncia sull’invalidità dell’atto. Il controllo ex post è
una contestazione che proviene da uno Stato membro. Tale principio comporta anche un
orientamento della scelta relativa anche alla tipologia dell’atto; è chiaro che una direttiva ha un
impatto minore rispetto a regolamento. C’è una preferenza infatti per le direttive che non sono
dettagliate, in quanto permettono agli Stati di intervenire normativamente nella disciplina della
materia. L’azione dell’UE si giustifica quando: gli obiettivi non possono esser perseguiti in misura
sufficiente dagli Stati e, invece, possono essere perseguiti meglio a livello di UE; quindi criterio
della necessità del perseguimento dell’obiettivo e criterio dell’efficienza. Questo principio lo
troviamo nel Trattato di Maastricht ma ancora prima nell’Atto Unico Europeo, in cui era stata
inserita una nuova competenza della CEE in materia di tutela ambientale e abbiamo il riferimento
alla sussidiarietà. Con il Trattato di Lisbona viene poi disciplinato in modo più ampio con
l’inserimento del Protocollo. Principio di proporzionalità: in virtù del quale “il contenuto e la
forma dell’azione dell’UE si limitano a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi dei
Trattati”. Il problema del principio di sussidiarietà fa riferimento al controllo dell’azione; il Trattato
fa riferimento ai Parlamenti nazional che vigilano sul rispetto del principio sia di sussidiarietà che di
proporzionalità. Abbiamo detto che il motivo sta nel fatto che sono i Parlamenti nazionali che
perdono il loro potere a favore dell’UE. Vi sono alcune sentenze in cui la Corte è stata chiamata a
pronunciarsi sul principio di sussidiarietà: quando è stato inserito nel Trattato di Maastricht, vi
erano alcuni commentatori divisi circa la c.d. “giustiziabilità” del principio di sussidiarietà; cioè si
diceva ma qui la valutazione sulla necessità di una misura a livello di UE è una decisione
discrezionale, politica, non può essere valutata dalla Corte. Non è, appunto, giustiziabile perché è
un principio guida per le istituzioni ma non è possibile verificarlo in sede giudiziale. Questa
posizione è stata poi smentita, così un atto può essere considerato invalido dalla Corte. Il controllo
ex ante da parte dei Parlamenti nazionali come avviene ogni proposta legislativa della Commissione
deve essere trasmessa ai Parlamenti nazionali. C’è quindi un passaggio importante costituito
dall’informazione da parte delle Istituzioni ai Parlamenti nazionali; e questi hanno un periodo, che
non è molto lungo, per poter valutare la proposta legislativa, periodo di 8 settimane. In questo
periodo dunque i Parlamenti nazionali esprimono dei pareri e a ciascun Parlamento sono attribuiti 2
voti se, come nel caso italiano ci sono due Camere, un voto è per il Senato e l’altro per la Camera.
Se i pareri motivati rappresentano 1/3 dei voti attribuiti ai Parlamenti nazionali, la Commissione è
tenuta ad esaminare l proposta. Se il progetto di atto presentato alla Commissione dovrà essere
sottoposto alla procedura legislativa ordinaria, la Commissione lo deve riesaminare se la
maggioranza semplice dei Parlamenti nazionali ritiene la proposta non idonea sulla base del
principio di sussidiarietà. → c.d. Procedura di allerta precoce: quando la Commissione riesamina
la proposta. Dopodichè la Commissione può decidere di mantenere la proposta, cioè può decidere
che la stessa non violi il principio di sussidiarietà e quindi, dopo averla riesaminata, presenta, questa
volta non ai Parlamenti nazionali ma al Parlamento Europeo e al Consiglio, un parere motivato. A
loro volta, questi ultimi possono bloccare la proposta se arrivano a conclusioni diverse da quelle
della Commissione, dunque il blocco arriva da parte dei legislatori e non dei Parlamenti nazionali.
Dunque i Parlamenti nazionali non possono bloccare la proposta della Commissione ma possono
solo allertare la Commissione. Quello che possono fare eventualmente i Parlamenti nazionali ex
post è di chiedere ai singoli governi di impugnare l’atto per violazione del principio di sussidiarietà.
Il controllo sulla sussidiarietà fa parte del dialogo politico che si instaura tra la Commissione i
Parlamenti nazionali. I pareri dei parlamenti nazionali non riguardano solo il principio di
sussidiarietà ma si danno dei pareri anche diversi che riguardano l’atto. Questo dialogo politico
rappresenta un forte elemento democratico. Il tutto si collega sempre al fatto che sono sempre i
parlamenti nazionali che perdono le loro competenze perché la regolamentazione avviene a livello
di UE. Il controllo ex post è assicurato dalla Corte di Giustizia: questa può dichiarare illegittimo un
atto viziato e quindi viene annullato; oppure può dichiararlo, sulla base di un rinvio pregiudiziale,
invalido. Il vizio di sussidiarietà è quindi uno dei vizi di un atto per cui la Corte può pronunciarsi
(art. 263 TFUE). La Corte ha deciso che non ci deve essere necessariamente una motivazione
dettagliata in merito al rispetto del principio di sussidiarietà ma questa si può dedurre anche dal
preambolo, considerando la motivazione dell’atto. Ci sono poi alcune sentenze in cui la Corte si è
pronunciata più nello specifico, ad es. in merito ad una direttiva del Parlamento e del Consiglio di
armonizzazione relativa alla vendita del tabacco. Tra i diversi rilievi che erano stati fatti in merito
all’invalidità di questo atto ce ne era uno che riguardava proprio la sussidiarietà. Quindi questa
direttiva era stata esaminata dalla Corte, sulla base di un rinvio pregiudiziale e la Corte diceva
“occorre esaminare se l’obiettivo dell’azione progettata potesse essere meglio realizzata a livello
comunitario che a livello di Stati membri”. In questo caso la risposta della Corte è stata: “la direttiva
ha l’obiettivo di eliminare gli ostacoli che ancora sussistono tra gli Stati membri, relativi ai prodotti
del tabacco, assicurando, nel contempo, un livello di protezione elevato, un simile obiettivo può
essere meglio realizzato a livello comunitario.” Il Principio di proporzionalità, diverso dal quello
di sussidiarietà, non è un principio applicabile alla competenza concorrente perché è un principio
generale, applicabile a qualsiasi tipo di intervento, il quale non deve essere eccessivo rispetto ai fini
che si prefigge di realizzare.

COME SI POSSONO ESTENDERE LE COMPETENZE DELL’UNIONE EUROPEA? 1)


Sono gli Stati che decidono di aggiungere, modificando i Trattati, le competenze a quelle
originariamente conferite. 2) Altra modalità più problematica è attraverso l’interpretazione
estensiva delle disposizioni dei Trattati. 3) Altro meccanismo è rappresentato dalla Clausola di
flessibilità (art. 352) 4) Teoria dei poteri impliciti.

L’INTERPRETAZIONE ESTENSIVA (sistemi di preferenza generalizzata) delle disposizioni


dei Trattati (Es: il regolamento che statuiva il programma Erasmus) può portare ad un’estensione
delle competenze dell’UE. Es: riguarda la politica commerciale e quella di cooperazione allo
sviluppo. Art. 207 TFUE: “La politica commerciale è una competenza conferita alla Comunità
Economica Europea che è esclusiva.” All’epoca si diceva: “La politica commerciale è fondata su
principi uniformi, specialmente per quanto riguarda le modificazioni tariffarie, la conclusione di
accordi tariffari e commerciali, l’uniformazione di misure di liberalizzazione e misure di difesa, tra
cui quelle da adottarsi ne casi di sovvenzioni”. Perché una competenza esclusiva alla Comunità
della politica commerciale? Era l’unico caso, insieme a quello che riguardava gli accordi di
associazioni, in cui esplicitamente si attribuiscono poteri di concludere accordi internazionali alla
CEE. Questo perché la Comunità aveva già un’unione doganale comune, quindi era più logico che
la politica commerciale fosse attribuita alla CEE. Nell’ambito di questa materia il Consiglio votava
a maggioranza qualificata. Premessa: in ambito internazionale era stato sviluppato, in seno alla
Conferenza delle Nazioni Unite, una teoria per cui i paesi in via di sviluppo non dovevano soltanto
essere aiutati economicamente, ma bisognava sviluppare la loro capacità di sviluppo a livello
industriale, sostenendo le loro esportazioni e quindi le loro produzioni; e si poteva contribuire alla
loro crescita, abbassando o addirittura eliminando i dazi doganali che gli Stati prevedono alle
importazioni. I paesi industrializzati aderiscono a questa teoria e vengono adottati i c.d. “Sistemi di
preferenza generalizzata”. L’UE insieme al Canada, Nuova Zelanda, Australia e USA pone in
essere questo sistema di preferenze doganali. Quindi adotta dei regolamenti e decide di abbassare ed
eliminare i dazi doganali per i prodotti originari dei paesi in via di sviluppo. La Commissione
presenta al Consiglio la proposta di

questi regolamenti, fondandola sulla disposizione di cui prima; cioè dicendo che c’è a competenza
della politica commerciale. Il Consiglio dice che, invece, questa non è una base giuridica sufficiente
perché, in realtà, questa è una misura di cooperazione allo sviluppo, cioè una misura che si
inserirebbe in una prospettiva di cooperazione allo sviluppo, cioè aiutare questi paesi a svilupparsi,
utilizzando uno strumento commerciale ma, in realtà, la finalità è quella della cooperazione allo
sviluppo. E, in quegli anni, nel Trattato non c’era una competenza in materia di cooperazione allo
sviluppo. Quindi abbiamo un contenzioso tra la Commissione che impugna davanti alla Corte il
regolamento adottato dal Consiglio, sulla base della clausola di flessibilità che prevede, non a caso,
che il Consiglio voti all’unanimità. Quindi abbiamo: inizialmente una proposta della Commissione
sulla base della politica commerciale comune, per la quale il Consiglio avrebbe votato a
maggioranza qualificata; il Consiglio che modifica la proposta, nel senso che modifica la base
giuridica, cioè dice “la politica commerciale non è corretta, cambio la proposta della Commissione,
indico come base giuridica la clausola di flessibilità e adotto il regolamento”. La Commissione, una
volta che si è adottato il regolamento, lo impone davanti alla Corte di Giustizia e dice “questo
regolamento è viziato perché la base giuridica è viziata e la base giuridica scorretta comporta che il
Consiglio voti all’unanimità e non a maggioranza”. La questione, quindi, come si pone davanti alla
Corte? Questo sistema di preferenze generalizzato ricade nell’ambito della politica commerciale
oppure no? Quindi abbiamo una competenza attribuita? Si, politica commerciale; ma se noi
interpretiamola politica commerciale come comprendente anche azioni che hanno come obiettivo
quello di contribuire allo sviluppo dei paesi più poveri, di fatto, stiamo ampliando la competenza
della Comunità Europea perché non c’è una competenza in materia di cooperazione allo sviluppo.
Ma se noi interpretiamo estensivamente la nozione di politica commerciale, allora, in realtà,
autorizziamo la Comunità Europea ad agire anche in un ambito in cui la competenza non è stata
attribuita. La Corte interpreta la nozione di politica commerciale in senso estensivo, quindi dà
ragione alla Commissione. La Corte dice: “nella Comunità internazionale c’è stata un’evoluzione
della nozione di politica commerciale e comprende interventi anche di questo genere, quindi non
solo il classico intervento commerciale, ma si è sviluppato un nesso tra il commercio e lo sviluppo
nella società internazionale e quindi se mantenessimo una visione più restrittiva di politica
commerciale non ci adegueremmo a questa prospettiva”. Quindi la Corte ritiene che la politica
commerciale non potrebbe più essere seguita efficacemente se la Comunità non potesse disporre i
mezzi d’azione più complessi rispetto agli strumenti destinati a incidere unicamente sugli aspetti
tradizionali del commercio estero. Una politica commerciale del genere sarebbe destinata a
divenire, prima o poi, inoperante. Ma questo cosa vuole anche dire? Che il Consiglio deve votare a
maggioranza qualificata. Quindi in realtà dietro il contenzioso sulla politica commerciale, c’è un
contenzioso che riguarda le procedure. Questo meccanismo dell’interpretazione estensiva si è avuto
fino al Trattato di Maastricht, poi anche la Corte stessa ha avuto un atteggiamento più cauto verso
l’interpretazione estensiva dei poteri attribuiti.

CLAUSOLA DI FLESSIBILITA’: Art. 352: “Se un’azione dell’UE appare necessaria nel quadro
delle politiche del Trattato, per realizzare uno degli obiettivi di cui al Trattato, senza che questi
abbia previsto i poteri d’azione richiesti a tal fine, il Consiglio, deliberando all’unanimità su
proposta della Commissione e previa approvazione del PE, adotta le misure appropriate”. Quindi
c’è una competenza non definita nel contenuto ma definita in che modo? L’azione deve essere
necessaria per la realizzazione delle politiche del Trattato. Questa disposizione però, prima la Corte
aveva detto che non si può utilizzare per ampliare le competenze, si devono modificare i Trattati.
Ora, nella prassi della Comunità europea, fino all’AUE, in realtà, questa disposizione è stata
utilizzata per ampliare le competenze materiali: caso tipico è l’ambiente che nel Trattato CE del ’57
non era una competenza prevista; ci sono diversi regolamenti in materia ambientale fondati su
questa disposizione prima dell’AUE. C’è un altro limite all’utilizzo della clausola di flessibilità,
cioè, la Corte dice che si può utilizzare questa disposizione solo se non c’è nessun altro articolo del
Trattato al quale si possa fondare la competenza dell’UE. Caso Erasmus: la formazione
professionale intesa in senso ampio, era sufficiente a fondare il Programma Erasmus per
quanto riguardava la circolazione degli studenti poiché la formazione professionale non può
comprendere, invece, la ricerca, allora il programma Erasmus per quanto riguarda la ricerca, doveva
essere fondato su un’altra disposizione, che era, appunto, la clausola di flessibilità. Parere della
Corte sulla clausola di flessibilità: tale disposizione, costituendo parte integrante di un
ordinamento basato sul principio dei poteri attribuiti, non può costituire il fondamento per ampliare
la sfera dei poteri della Comunità, al di là dell’ambito generale, risultante dal complesso delle
disposizioni del Trattato. Essa non può, in ogni caso, essere utilizzata quale base per l’adozione di
disposizioni che condurrebbero, sostanzialmente, a una modifica de Trattato che sfugga alla
procedura all’uopo prevista. Quando c’è una modifica dei Trattati, si deve passare anche dai
Parlamenti nazionali, cosa che non è prevista nella clausola di flessibilità. Non si può utilizzare
questa disposizione per le azioni in ambito PESC. La Dichiarazione n.41 fa riferimento agli
obiettivi dei Trattati, in particolare l’art. 3 TUE ci dice quali sono questi obiettivi: “L’Unione si
prefigge di promuovere la pace e il benessere dei suoi popoli”. In questo Paragrafo primo si può
notare che gli obiettivi sono estremamente ampi; ad esempio “benessere dei popoli”
giustificherebbe l’adozione di quasi qualsiasi misura, anche perché benessere non va visto solo
come a livello economico, ma sociale, rispetto dei diritti fondamentali.. Il Paragrafo 2 fa
riferimento allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, che è il vecchio 3° pilastro (Trattato di
Maastricht istituiva i tre pilastri), che contiene disposizioni relative all’asilo, visti di immigrazione,
alla cooperazione giudiziaria in

materia civile e penale e alla cooperazione di polizia. In questo spazio deve essere assicurata la
libera circolazione delle persone, vi devono essere misure appropriate per quanto concerne il
controllo alle frontiere esterne, all’asilo e all’immigrazione, la prevenzione alla criminalità e la lotta
contro quest’ultima. Anche qui obiettivi molto ampi che poi sono specificati nelle disposizioni
contenute nel Titolo V. Il Paragrafo 3 fa riferimento all’integrazione economica e cioè al mercato
unico: l’Unione instaura il mercato interno, si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa
basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di
mercato fortemente competitiva che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un
elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso
scientifico e tecnologico. Il Paragrafo 5 fa riferimento alla proiezione esterna dell’UE: l’UE nelle
relazioni con il resto del mondo afferma e promuove i suoi valori e interessi, contribuendo alla
protezione dei cittadini; contribuisce alla pace, alla sicurezza, allo sviluppo sostenibile della terra,
solidarietà.. La Dichiarazione n.42 è sostanzialmente una codificazione della giurisprudenza della
Corte, come riconosce la stessa Dichiarazione, che infatti dice “per giurisprudenza costante della
Corte di Giustizia..”. La Corte di giustizia ha detto che l’art. 352 non si può utilizzare per estendere
le competenze materiali perché l’UE si fonda sul principio di competenze di attribuzione per cui, se
si vogliono estendere le competenze, si può agire attraverso la modifica dei Trattati.

IMPORTANTE. Quando si esamina il problema della scelta della base giuridica si deve riflettere
sul fatto che, inserire la base giuridica dell’art. 352 significa cambiare il metodo di votazione in
Consiglio dalla maggioranza all’unanimità. Quindi, in realtà, il contenzioso sulla base giuridica tra
le istituzioni è un contenzioso importante perché riguarda le procedure; perché se si cambia la base
giuridica si possono cambiare le procedure e anche le posizioni degli organi consultivi, cioè
potrebbero essere previsti i loro pareri per una procedura e per un’altra no; o ancora il PE potrebbe
essere co-legislatore oppure no. Attualmente la Corte ha detto due cose fondamentali: 1) Il 352
non si può utilizzare quando c’è già un fondamento nel Trattato. 2) Per estendere le competenze
materiali dell’UE. Gli Stati hanno recepito questa posizione nella Dichiarazione e questa ci dice che
gli Stati sono molto preoccupati di eventuali estensioni di competenze dell’UE attraverso la clausola
di flessibilità. Il principio di attribuzione delle competenze è una conseguenza di questa
preoccupazione, così come quello di sussidiarietà.

TEORIA DEI POTERI IMPLICITI: L’ultimo meccanismo che è stato utilizzato per estendere le
competenze dell’UE è quello che fa riferimento alla Teoria dei poteri impliciti (art. 118). Questa
teoria ci dice che l’UE non ha solo i poteri che le sono conferiti esplicitamente dai Trattati ma ha
anche i poteri d’azione che sono necessari per realizzare gli obiettivi del Trattato. Non si parla qui
di competenze materiali ma di poteri. Collaborazione tra Stati, decisione sulla procedura di
consultazione. Questa teoria è stata applicata anche in altri contesti, il più famoso è quello delle
nazioni Unite: la Corte Internazionale di Giustizia nel 1949 in un famoso parere sui danni subiti
nell’esercizio delle funzioni a favore delle Nazioni Unite aveva riconosciuto questa teoria in
relazione alle organizzazioni delle Nazioni Unite. Un esempio sui poteri impliciti è un caso che
riguardava la Commissione, in particolare l’art.118 del Trattato CEE, che ora non c’è più, in cui si
prevedeva che la Commissione, in ambito di politica sociale, promuovesse una collaborazione tra
gli Stati membri. La Commissione adotta una decisione in cui stabilisce una procedura di
consultazione fra Stati, ma che prevede, in capo agli Stati, l’obbligo di trasmettere certe
informazioni in materia di immigrazione alla Commissione. Questa decisione viene impugnata dalla
Germania e da altri Stati perché gli Stati membri non sono per niente contenti di avere questo
obbligo e sostengono che la Commissione, con questa decisione, abbia violato il Trattato perché
dicevano che l’art. 118 non prevede il potere della Commissione di obbligare gli Stati. Quindi c’è
questo ricorso davanti alla Corte per violazione del Trattato. La Corte applica la teoria dei poteri
impliciti dicendo che l’art. 118 attribuisce alla Commissione un compito preciso, si deve ammettere,
se non si vuole privare di qualsiasi efficacia tale disposizione, che esso le attribuisce
necessariamente tutti i poteri d’azione necessari ad organizzare le consultazioni. Quindi, sulla base
di un potere conferito (che era quello di organizzare le consultazioni), la Corte riconosce i poteri
necessari alla realizzazione degli obiettivi indicati nell’art. 118; quindi anche il potere di obbligare
gli Stati a trasmettere informazioni. Dunque la teoria dei poteri impliciti si fonda sulla necessità di
realizzare gli obiettivi del Trattato.

Principi costituzionali dell’ordinamento: - Effetto diretto - Primato - Attribuzione delle competenze

QUADRO ISTITUZIONALE DELL’UNIONE EUROPEA


Ci sono alcune domande generali che ci dobbiamo porre sul quadro istituzionale, partendo dalle
origini, cioè dal Trattato CEE. Dunque ci dobbiamo chiedere a quali esigenze rispondeva la
struttura istituzionale del Trattato CEE, come si è modificata e quali sono i principi generali che
reggono il sistema istituzionale. Inoltre una delle questioni più discusse è quella che riguarda il c.d.
“deficit democratico” dell’UE; infatti spesso si sente definire le istituzioni dell’UE come la
“burocrazia di Bruxelles” o si sente parlare della Commissione priva di legittimità. Il quadro
istituzionale fondamentalmente non è cambiato, anche se ci sono state profonde modifiche rispetto
alla struttura originaria che prevedeva le istituzioni politiche: Commissione, Consiglio e
Parlamento. Il sistema CEE dal punto di vista delle istituzioni politiche era un sistema bipolare
ovvero le istituzioni cardine erano la Commissione e il Consiglio. Il Parlamento Europeo c’era ma
aveva una funzione limitata, solo di tipo consultivo. Poi si vanno ad estendere i poteri del PE, prima
di tutto diventa un’autorità di bilancio e poi la sua posizione si rafforza nella procedura legislativa
che ora è la procedura legislativa ordinaria. Dunque la Commissione aveva la funzione propositiva,
il Consiglio adottava gli atti e il PE aveva una funzione consultiva. Dopo l’AUE l’equilibrio diventa
tripolare: il PE inizia ad essere rafforzato nella procedura di adozione degli atti. Il Trattato di
Lisbona vede una novità importante: l’inserimento del Consiglio Europeo tra le istituzioni dell’UE.
Dunque l’equilibrio si fonda su quattro istituzioni, anche se in realtà, Consiglio Europeo e Consiglio
dei Ministri li potremmo considerare insieme, perché il Consiglio Europeo è composto dai
rappresentanti dei governi a livello iù alto dell’esecutivo (Italia: presidente del Consiglio, Francia:
PdR), a livello politico; il Consiglio dei Ministri è composto dai Ministri degli Stati. Quindi si
possono abbinare perché entrambi rappresentano, anche se a livello diverso, gli esecutivi degli Stati.
L’esigenza che si era posta nei padri fondatori era quella di assicurare un sistema che garantisse la
realizzazione degli obiettivi che all’epoca riguardavano il mercato. Quindi fare in modo che il
Consiglio potesse adottare degli atti per realizzare il mercato comune. Infatti il Consiglio alla fine
del periodo transitorio doveva votare a maggioranza qualificata perché era chiaro che votare
all’unanimità avrebbe comportato una difficile produzione giuridica. L’altra questione importante è
una rappresentanza, nelle istituzioni, dei diversi interessi in gioco. Quindi la Commissione doveva
rappresentare, ed è per questo che le è conferito il potere di iniziativa legislativa, l’interesse della
Comunità nel suo insieme. Il Consiglio doveva rappresentare gli interessi dei governi degli Stati e il
PE esprimere la voce dei cittadini europei, voce che diventa più forte quando l PE è eletto a
suffragio universale, quindi, avendo una legittimità democratica molto forte si ha un rafforzamento
dei suoi poteri. C’è il problema della democraticità e della legittimità delle istituzioni che all’epoca
della CEE avevano risolto probabilmente pensando che il Consiglio dei Ministri, che era l’organo
legislativo, godeva di legittimità democratica perché i Ministri hanno la fiducia del governo di ogni
Stato. Nell’art. 13 TUE sono elencate le istituzioni. Nel par. 2 sono indicati due principi su cui si
fonda il sistema istituzionale: - Principio di attribuzione. Principio di attribuzione verticale: gli
Stati attribuiscono le competenze all’UE. Principio di attribuzione orizzontale: ogni istituzione ha le
sue competenze e il Trattato stabilisce quali sono i poteri di ogni istituzione. Si dice che “ogni
istituzione agisce nei limiti delle attribuzioni che e sono conferite dal Trattato”, se agisce al di fuori
di queste attribuzioni viola il Trattato e quindi l’atto sarà illegittimo. - Principio di leale
collaborazione delle istituzioni. Ognuna istituzione agisce nel perimetro delle sue competenze ma
ovviamente tra di loro interagiscono sempre; quindi ci deve essere una cooperazione leale. L’UE
non è uno Stato e quando parliamo delle funzioni attribuite agli organi costituzionali, ragioniamo
nei termini di divisione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario). Nell’ambito dell’UE non si
ragiona in

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