Sei sulla pagina 1di 32

Analisi e commento della Saga

di Ragnarr
Filologia Germanica
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
31 pag.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
Cap. 1, pp. 31-36:
Quando Heimir (nella versione nordica della leggenda nibelungica è il tutore di Brunilde) nella valle di Hlymr (non è possibile
nessuna localizzazione geografica, anche se nella Saga dei Volsunghi il luogo viene collocato nell’Europa centrale. Si comprende che
si trova a sud poiché ad un certo punto Heimir parte per il nord) apprese la notizia che erano morti tanto Sigurdr che Brunilde,
Áslaug, la loro figlia e pupilla di Heimir, aveva tre anni. Si rese allora conto che avrebbero cercato di sopprimere la fanciulla e così
anche la sua stirpe. Ma il dolore per la perdita di Brunilde, sua pupilla, fu così intenso che non curò più né regno, né ricchezze;
vedeva soltanto che non era in grado di nascondere la fanciulla e fece fare una cetra con una cassa armonica tanto grande da farvi
entrare la fanciulla Áslaug e molti gioielli d’oro e d’argento; partì poi subito, allontanandosi il più possibile per giungere infine al
nord.
La sua cetra era fatta con tanta arte che si poteva piegare in due e quindi ricostruire; Heimir aveva dunque l’abitudine, quando si
trovava in viaggio e giungeva nei pressi di una cascata d’acqua, non però vicino a villaggi abitati, di aprire la cetra e di lavare la
bambina. Aveva soltanto crescione e glielo dava da mangiare. Questo vegetale possedeva tuttavia la proprietà di far sopravvivere a
lungo pur non avendo altro nutrimento. Quando poi la bimba piangeva, Heimir suonava la cetra e riusciva così a zittirla. Heimir
conosceva bene le arti ritenute necessarie per una persona di rango. Possedeva in quantità vesti preziose nascoste insieme a lei
all’interno della cetra e molto oro.
Continuò dunque a muoversi, finché giunse in Norvegia, a una piccola masseria, presso Spangarheidr (si tratta di una località nella
Norvegia meridionale, attualmente Spangareid, nei pressi della cittadina costiera di Mandai. Da qui giunge la stipe di Rögnvaldr, jarl
delle isole Orcadi). Vi abitava un vecchio di nome Áki. Costui aveva una moglie, chiamata Gríma (il nome si potrebbe tradurre con
“infausta”. In inglese “grimace” significa sporcizia. Il suo nome significa anche “strega”). Non c’erano altre persone oltre loro due.
Un giorno il vecchio si era inoltrato nella foresta, mentre la donna era rimasta a casa; fu lei a dare il benvenuto ad Heimir e a
domandare chi fosse. Costui dichiarò di essere un mendicante e chiese alla vecchia ospitalità; lei rispose che i visitatori erano così
rari in quel luogo e dichiarò che lo avrebbe accolto di buon grado, se avesse avuto bisogno di fermarsi in quel posto. Dopo un
attimo di silenzio Heimir disse che si sarebbe molto volentieri accontentato prima di un fuoco acceso e poi di un cantuccio per
dormire.
Quando la vecchia ebbe acceso il fuoco, Heimir adagiò la cetra su un panchetto accanto a lui mentre la vecchia ciarlava. Più volte
lo sguardo della donna andava alla cetra; difatti la frangia di una veste di pregio fuoriusciva dallo strumento. Mentre Heimir si
riscaldava davanti al fuoco, la donna vide poi sbucare un prezioso anello d’oro sotto i suoi stracci; era, infatti, vestito miseramente.
Quando gli parve di essersi scaldato abbastanza, cenò. Quindi pregò la vecchia di condurlo nel luogo in cui avrebbe dovuto
trascorrere la notte. Disse allora la vecchia che sarebbe stato meglio fuori e non nell’edificio principale: “Difatti, io e mio marito
parliamo a lungo, quand’egli rientra.”
Heimir la pregò di fare come credesse più opportuno. Infine, uscì, guidato dalla donna. Aveva preso la cetra e la teneva con sé. La
vecchia uscì dunque e si diresse verso un granaio, lo fece entrare e disse di restare in quel posto, aggiungendo che riteneva che là
avrebbe potuto dormire comodamente. Se ne andò quindi la vecchia alle sue faccende, mentre Heimir si addormentò.
Il vecchio tornò a casa quando la sera si avviava alla fine e la vecchia aveva terminato solo una minima parte delle sue faccende.
Intanto l’uomo era tornato a casa stanco e anche maldisposto poiché non era pronto quello di cui la moglie avrebbe dovuto
prendersi cura. Il vecchio osservò che c’era una bella differenza fra loro: a lui toccava lavorare ogni giorno a più non posso, mentre
lei non intendeva fare niente che fosse di qualche utilità. “Vecchio mio, non t’infuriare – diceva la donna – poiché può darsi che tu in
un attimo ti procuri quanto basta a sistemarci per tutta la vita.”
“Che vai cianciando?” sbottò l’uomo. E la vecchia: “È venuto qui da noi un uomo e gli ho offerto un ricovero. Io suppongo che
costui porti con sé moltissime ricchezze. È ormai d’età avanzata, ma dev’essere stato un campione assai valoroso, ora però è allo
stremo delle forze; anche se non ho mai visto qualcuno che gli stia alla pari, ritengo tuttavia che sia vecchio e tardo.”
“Non mi par ragionevole -osservò il vecchio – ingannare quei pochissimi che vengono in questo luogo.” Ma lei: “Sei e resterai un
pusillanime. Tutto ai tuoi occhi diventa enorme! Ma ora, una delle due: o l’ammazzi, oppure me lo prendo per compagno e, io e lui,
ti cacceremo all’istante! E a tuo vantaggio ti posso raccontare quel che ci siamo detti stasera, anche se a te sembrerà di nessun
conto. Mi si rivolse con proposte sconvenienti e sono decisa a prendermelo come compagno, a cacciarti qui su due piedi, o anche ad
ammazzarti, se non intendi fare come io voglio.”
Bisogna confessare che in quella casa era la donna a comandare e continuò a parlare finché l’uomo non soggiacque ai suoi sproni,
prese l’ascia e l’affilò a dovere. Quando fu pronto, la donna lo guidò al giaciglio di Heimir che russava rumorosamente.
A quel punto la vecchia si rivolse al marito, raccomandandogli di menare il colpo come meglio sapeva: “Affrettati a colpire e ritraiti
subito! Poiché ti mancherà il coraggio davanti alle sue grida e alle sue urla, se riuscirà ad afferrarti con le mani.”
Lei afferrò la cetra, corse via rapidamente; intanto l’uomo si inoltrò fino al giaciglio di Heimir. Lo colpì quindi e lo ferì gravemente
anche se l’ascia gli cadde di mano, ma si ritrasse subito quanto più velocemente gli era possibile. Heimir si svegliò per la ferita e
questo fu tutto. Si dice che nel momento del trapasso emettesse un grido così lacerante che i pilastri della casa non ressero, che la
casa intera crollò, e si verificò un grave terremoto. Così Heimir chiuse la sua vita.
Quando il vecchio raggiunse la moglie, disse che l’aveva colpito a morte: “E ciò nonostante ci vorrà un certo lasso di tempo che
non saprei definire. Quest’uomo era straordinariamente forte: mi auguro che ora si trovi all’inferno!”
La vecchia disse che meritava plauso per la sua impresa: “Spero che ora entreremo in possesso di una ricchezza ingente e vedremo
se io avevo ragione!”
Attizzarono allora il fuoco, mentre la vecchia prendeva la cetra con l’intenzione di aprirla ma riuscì soltanto a romperla poiché non
possedeva l’accortezza necessaria per l’operazione. Quando ebbe aperto la cetra vide una bambina come mai ne aveva viste;
c’erano però anche ingenti ricchezze nella cetra.
Parlò allora il vecchio: “Accadrà ora quel che accade spesso: nel male incorreranno coloro che tradiscono quanti in loro
s’affidano. Mi pare che ci sia capitato fra capo e collo un bambino incapace di badare a sé!”
“La cosa non è andata – rispose la vecchia – come mi aspettavo, ma non dobbiamo farcene un cruccio.”

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
La donna intanto chiedeva quale ne fosse il casato, ma la fanciullina non rispondeva, come se non avesse ancora imparato a
parlare. “Va dunque come sospettavo e la nostra macchinazione si svolge male – continuava il vecchio -, un bell’impiccio ci siamo
guadagnati! Come ci prenderemo cura di questa bambina?” “È chiaro- - disse Gríma – La chiameremo come mia madre: Kráka.”
“Ma come – insisteva l’uomo – potremo prenderci cura di questa bambina?” “Ho una buona idea – propose la vecchia -; diremo
che è figlia nostra e la cresceremo.” “Non ci si crederà. – Mormorava l’uomo – La bimba è molto più bella di noi. Noi siamo
piuttosto brutti e non parrà verosimile che abbiamo avuto un bambino siffatto, così diverso da come siamo noi.”
A quel punto osservò la donna: “Non puoi sapere se questo possa sembrare inverosimile, o io non sono capace di sotterfugi. Io la
renderò calva e le massaggerò la testa con catrame e altre sostanze appropriate in modo che da ultimo non le crescano i capelli. Le
metterò un cappellaccio e la vestirò senza eleganza. Allora avrà un aspetto più consono al nostro. Tutt’al più si potrà credere che io
sia stata in gioventù di bell’aspetto. Eppoi, le faremo fare i lavori più umili.”
Il vecchio e la vecchia credevano inoltre che non fosse in grado di parlare poiché non dava mai risposte. Come aveva progettato la
vecchia fu fatto. La giovane crebbe in grandi ristrettezze.
Analisi:
Il capitolo 1 inizia come se fosse una favola e non una saga; questo, è un elemento tipico del tempo antico. A differenza del primo, il
capitolo 2 inizia con una presentazione genealogica, quindi forse quello è il vero inizio della saga.
Il primo personaggio che si incontra è Heimir, tutore di Áslaug. Il nome rimanda a un personaggio ostrogoto, quindi forse egli cela
un racconto dei goti. Il riferimento ai goti caratterizza il capitolo per la sua arcaicità. Heimir si incontra anche in “Widsith” e nella
“Saga di Teoderico da Verona”. La funzione di tutore, invece, la assume nella Saga dei Volsunghi. Áslaug è un nome che rimanda ad
un mondo extra-umano e divino, poiché sua madre Brunilde era una Valchiria. In questo modo, si collega direttamente ad Odino.
Dopo la morte dei genitori, Heimir si prende cura della bambina: egli teme che essa possa essere uccisa e con lei tutta la sua stirpe,
quindi si preoccupa che la stirpe che rimanda a Odino possa essere estinta.
Nel momento in cui Heimir parte per Hlymr, egli nasconde Áslaug all’interno di una cetra. Questo gesto rimanda alla tradizione:
viene salvata la stirpe attraverso un fanciullo nascosto in un oggetto. È anche un motivo biblico, che rimanda a Mosè. La cetra è una
sorta di arpa, arte che Heimir conosce bene poiché era a conoscenza delle arti proprie della civiltà cortese, non sono belliche.
Egli giunge presso una piccola masseria situata a Spangarheidr, da cui giunge la stirpe di Rögnvaldr, jarl delle isole Orcadi. Lo jarl
era un grado di nobiltà che identificava un aristocratico che deteneva il potere su un’area che però non era definita come regno. Le
Orcadi erano un altro luogo in cui si era diffuso il genere della saga, di cui ne fa esempio la “Saga dei commerci delle Orcadi”.
Presso la masseria in cui Heimir si reca, abitano Áki e Gríma. Il nome della donna significa anche “strega”, oltre che “infausta”. La
parola strega, ai tempi, era considerata un tabù, perché pensava che si invocasse alla sola pronuncia. Però, le streghe nel Medioevo
non esistevano. Qui, con la parola “strega”, si indica colei che ha certe competenze e capacità nell’arte delle erbe necessarie, ad
esempio, per la contraccezione, quindi per il controllo della procreazione e per favorire quest’ultima con l’eccitazione. Questo, per la
Chiesa, era considerato inaccettabile. Le pratiche erano di tipo rituale, poiché era necessario porsi in contatto con l’aldilà. Nel mondo
romano, le streghe si sporcavano il viso per non farsi riconoscere, da qui deriva il nome Gríma. Anche le parole “maschera” e
“masca” (parola legata a “maschera” utilizzata in Piemonte, Liguria e Provenza) rimandano alla figura della strega. Quindi, la strega
è colei che partica l’arte delle erbe e si tinge la faccia sporcandosi, è quindi mascherata; e si pone in contatto con i morti. Il concetto
di tabù nasce, invece, nell’ambito della caccia: non si poteva utilizzare il vero nome dell’animale da cacciare, nella convinzione che
questo riconoscesse il proprio nome e scappasse. Quindi, si usava il nome tabù, che poi si espanse in altri campi.
Gríma ospita Heimir nella propria casa. L’ospitalità, solitamente deve essere sempre concessa, ma varia a seconda del rango sociale
della persona che si deve ospitare. Heimir, teoricamente, non avrebbe dovuto essere ospitato, perché si identifica come mendicante;
invece, viene ospitato ugualmente. Con sé porta una cetra, in cui all’interno è nascosta la bambina. Gríma, dopo aver visto
fuoriuscire un anello, si incuriosisce molto e matura il desiderio di impossessarsi dello strumento, avendo compreso che all’interno vi
sono delle ricchezze. Così, conduce Heimir nel granaio della masseria, dove dovrà trascorrere la notte. Nel frattempo, torna il marito,
a cui confida il piano. L’uomo inizialmente si oppone, ma dopo le minacce della moglie acconsente all’uccisione di Heimir. La donna
esortatrice è un topos narrativo. La donna che esorta l’uomo a fare quello che lei vuole porta alla base un inganno. Un esempio di
donna esortatrice lo si ritrova nella Laxdæla Saga, in cui Ƿorgerðr, madre di Kjartan Lax vuole vendicare la morte del figlio ucciso
dal fratello Boti, per cui esorta gli amici e spiega loro come vendicarsi.
Nell’atto dell’uccisione, Gríma prende la cetra mentre il marito colpisce Heimir, ferendolo a morte. Egli non dà un colpo deciso,
infatti l’uomo non muore subito. Prima della morte, Heimir non pronuncia una parola, ma emette un grido assordante che fa crollare
la casa e provoca un terremoto, che sta ad indicare la natura “eccezionale” della vittima. La provocazione di un terremoto a causa
della morte è un fatto legato alla morte di esseri sovrumani, soprattutto di draghi e grandi guerrieri. Gli elementi sono la bestialità,
poiché il grido è quello che farebbe una bestia e l’urlo del guerriero, che rimanda al momento in cui quando i guerrieri si pongono in
scontro sbattono l’asta sullo scudo ed emettono versi per incutere timore al nemico. L’urlo di Heimir fa intendere che è stato un
grande guerriero, che al tempo possedeva la forza smisurata dei grandi animali, i draghi. In questo episodio si crea l’idea dell’eroicità
del guerriero, assimilata al suo aspetto bestiale ( riferimento a Beowulf quando combatte contro Grendel).
Gríma non riesce a tirare fuori le ricchezze contenute all’interno della cetra, poiché non conosce la tecnica – che serve alla bambina
per entrare ed uscire dallo strumento -, quindi la rompe; a questo punto esce fuori Áslaug, che ha tre anni.
La preoccupazione del marito sta nel fatto che potrebbero incombere nella pena di morte a causa del possesso di una bambina che
non è la loro. La donna decide di tenerla, fingendo che sia loro figlia, e decide anche che l’avrebbe chiamata Kráka, come sua madre.
Il primo nome della bambina è Áslaug, poi Kráka e per finire prenderà il nome di Randalín. Kráka significa “corvo”. Il nome indica
il fatto che è una ragazzina sporca, che è piegata alla condizione di servitù e che veste abiti neri da serva. È lo stesso nome della
madre di Gríma, per cui vengono denunciate le umili condizioni della ragazza, così come tutta la famiglia della donna.
La bambina è molto più bella di loro e difficilmente si sarebbe creduto che è figlia dei due, i quali sono piuttosto brutti. La bellezza è
legata alla nobiltà, infatti Áslaug è di nobili origini in realtà. La donna, per rimediare a ciò, dice che le avrebbe tagliato i capelli e
che li avrebbe trattati con il catrame per non farli crescere. È una condizione tipica delle schiave, che non potevano dedicarsi alla

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
cura dei propri capelli perché avevano altri compiti e poiché era un’attività riservata alle donne nobili. Gríma dice anche che
l’avrebbe vestita con degli stracci per renderla brutta, una serva.
Sembrava che la bambina fosse muta. È un topos narrativo delle fiabe, che fa anche riferimento alla Laxdæla Saga: Melkorka, una
schiava comprata da un possedente e portata in Islanda, diventa anche sua concubina. Anch’ella, come Kráka, era di nobili origini, e
anch’ella non parlò fino a che non ebbe un figlio. Quando si rivolse per la prima volta al bambino il marito capì che gli stava
parlando in irlandese. Così, dichiaro di essere la figlia del re d’Irlanda e che non parlava per non rivelare il proprio rango sociale.
Kráka non è muta dalla nascita, ma non vuole parlare perché altrimenti si capirebbe il ragno di appartenenza.
Cap. 2 – “Lo jarl Herrudr e Thóra “cervo della cittadella””, pp. 37-38:
Nella terra dei Gauti (si tratta dell’attuale Götland, parte meridionale della Svezia. Nel Medioevo godeva di una certa indipendenza,
mentre la Scania faceva parte della Danimarca) c’era uno jarl (solitamente tradotto con “conte” indica in realtà una sorta di sovrano
locale, subordinato al re, ma con ampie libertà discrezionali. Qui, Herrudr è sottoposto a Ragnarr) di nome Herrudr, uomo potente e
illustre. Aveva moglie. Sua figlia si chiamava Thóra. Era di tutte le donne la più avvenente e la più cortese in ogni circostanza. Aveva
un nome metaforico dimodoché essa era chiamata “cervo della cittadella”, poiché superava in bellezza tutte le bestie selvatiche. Lo
jarl amava molto sua figlia. Aveva fatto costruire per lei un quartiere nelle vicinanze della sala del re e fatto circondar da un recinto di
assi sovrapposte. Era nelle abitudini dello jarl mandare ogni giorno alla figlia qualcosa perché si divagasse e aveva promesso che
avrebbe continuato a fare in questo modo.
A questo proposito si racconta che un giorno fece portare (nel Þáttr il serpentello viene inviato come dono rituale per il matrimonio:
l’usanza di molte popolazioni germaniche prevedeva un dono, che dai longobardi veniva chiamato “Morgingab”, che veniva offerto,
solitamente dal marito, alla donna il giorno successivo al matrimonio) alla figlia un serpentello, eccezionalmente grazioso. Questa
serpe le parve innocua e la mise nella sua cassapanca di frassino, dopo avergli messo sotto un po’ d’oro. Non trascorse però molto
tempo che il rettile crebbe a dismisura, di pari passo all’oro sotto di lui. Accadde dunque che non vi fosse più spazio nella cassapanca
e che il serpente la inanellasse al di fuori questa metamorfosi del serpente corrisponde a un motivo fiabesco diffuso, pur con varianti
notevoli, quasi ovunque, in cui fanciulla, oro e rettile sono gli ingredienti principali. Il motivo è probabilmente d’origine orientale).
Ma col passare del tempo non ebbe spazio sufficiente nemmeno nell’edificio, mentre l’oro cresceva sotto di lui con la stessa velocità
del serpe. Si trovava dunque all’esterno dell’edificio con la testa e la coda che chiudevano il circolo e male sopportava che lo si
avvicinasse; nessuno perciò si azzardava a recarsi nei pressi dell’edificio proprio a causa del serpe, tranne l’uomo che gli portava da
mangiare; difatti reclamava un bue intero per pasto. Non cessando di tormentarsi lo jarl per questi frangenti formulò il giuramento di
dare la figlia in sposa a un uomo, chiunque fosse, purché uccidesse il serpente. In più avrebbe dato in dote alla figlia l’oro che si
trovava sotto il rettile. Questa notizia si diffuse nella regione, però nessuno osava affrontare l’enorme serpente.
Analisi:
L’episodio è ambientato nella terra dei Gauti, oggi Götland, in Svezia meridionale. Il primo personaggio che si incontra è lo jarl
Herrudr. “Jarl” viene tradotto con “conte”, anche se si trattava di un sovrano locale subordinato al re che godeva di certe libertà.
Sua figlia si chiama Thóra, detta anche “cervo della cittadella” (Kenning). Il cervo è l’animale nobile per eccellenza, mentre la
cittadella è il luogo in cui si abita. Thóra è la ragazza più bella dei dintorni, così come il cervo è l’animale superiore a tutti gli altri.
La donna viene messa in contrasto con Kráka, la quale è sporca, malvestita e senza capelli.
Il padre fa costruire per lei un edificio separato a quello principale e circondato da delle assi. Questa costruzione rappresenta la
protezione della verginità di Thóra, il serpe figura come impedimento al matrimonio, ma allo stesso tempo richiama alla prigionia per
motivi politico-economici: la figlia è destinata al volere del padre e quindi avrebbe sposato l’uomo che il padre avrebbe scelto
( riferimento a Brunilde, circondata da specchi infuocati).
Per intrattenerla il padre le regala un serpentello che inizialmente pare innocuo. Il rettile viene posto nella cassapanca con sotto
dell’oro. Tradizionalmente il serpe identifica un drago, che è protettore dei tesori. Anche in questo caso, esso è protettore dell’oro
posto sotto di lui. Con il passare del tempo l’animale cresce e insieme anche il tesoro, fino a che non sta più all’interno dell’edificio
e si ritrova con la testa e la coda che fuoriescono e si incontrano formando un anello, racchiudendo tutto l’edificio. Anche
Miðgarðsormr, il “serpe della terra di mezzo”, allo stesso modo chiude il cerchio e lascerà la coda solo alla fine dei tempi, per
combattere contro Thor. Il tema della bestia che cresce sempre di più è ricorrente nella cultura indoeuropea: l’accrescimento
dell’animale diventa, di conseguenza, un problema dell’uomo, che non riesce più a dominare gli eventi. Il caos può essere dominato
solamente con la forza umana, ad esempio, con la technè di Ragnarr.
Il serpe non fa avvicinare nessuno, se non colui che la nutre con un bovino al giorno, diventando per lo jarl anche un problema
economico. Quindi, Herrudr decide che darà in sposa la figlia a colui che sconfiggerà il serpe. Questo è un tema fiabesco, in cui la
fanciulla viene promessa in sposa a colui che riuscirà a superare una prova.
Cap. 3 – “Ragnarr sconfigge il serpente”, pp. 39-42:
In quel tempo regnava nella Danimarca Sigurdr Armilla (si tratta di un sovrano semileggendario vissuto nella prima metà del IX
secolo. Risulterebbe dalla fusione di due altre figure, Sigurdr e Anulo, pretendenti della corona di Danimarca. L’epiteto “armilla”
allude alla sua generosità: era costume dei principi distribuire anelli ai loro seguaci, dopo averli eventualmente spezzati). Era un re
potente e reso famoso da quella battaglia che sostenne contro Haraldr Dente di battaglia in Brávellir (Brávellir è generalmente
localizzata in Svezia. Qui si affrontarono danesi e svedesi, guidati da Haraldr, contro norvegesi e gauti. Haraldr era zio di Sigurdr,
che probabilmente non regnava sull’intera Danimarca ma solamente in parti limitate). Per sua mano morì Haraldr, come è ormai noto
in tutta la metà settentrionale del mondo. Questo Sigurdr ebbe un figlio, che si chiamava Ragnarr. Era un uomo imponente, di
bell’aspetto e intelligente, magnanimo con i suoi, terribile con i nemici. Appena ebbe l’età giusta si procurò un seguito e navi corsare;
divenne un capitano di tal rango che a stento se ne sarebbe trovato uno pari.
Ragnarr venne a sapere quanto lo jarl Herrudr aveva promesso, ma non vi diede importanza e si comportò come se fosse all’oscuro di
tutto. Si fece fare vesti fuori dal comune, vale a dire brache di cuoio (da qui giunge l’epiteto con cui è conosciuto Ragnarr. Il termine
norreno vale più propriamente “pelo”, “pelliccia”. Qui è tradotto con “cuoio” per via del procedimento con cui Ragnarr sottopone a
conciatura le proprie vesti) e, ancora di cuoio, il mantello; quando poi furono pronti li fece bollire nella pece. Poi le rinforzò.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
Un’estate Ragnarr mosse la sua ciurma verso la terra dei Gauti e ancorò la sua nave in una insenatura nascosta, non lontana dal luogo
governato dallo jarl. Ragnarr, trascorsa in quel luogo la notte, si svegliò il mattino seguente di buonora, si alzò e prese quelle vesti da
battaglia di cui abbiamo discorso sopra; poi, indossatele e impugnata una grossa lancia, sbarcò solo soletto sulla spiaggia, dove si
rotolò nella sabbia. Inoltre, prima di avviarsi, estrasse il chiodo che fissava la punta della lancia all’asta e, allontanatosi dalla nave, si
diresse verso la porta del fortilizio dello jarl, giungendovi appena fatto giorno, mentre tutti gli uomini erano ancora addormentati.
Quindi si diresse verso l’edificio e quando entrò nel recinto di assi dove si trovava il serpe lo colpì con la lancia e poi ritrasse l’arma
verso di sé. Lo colpì quindi una seconda volta e questo colpo raggiunse il dorso del serpente il quale si mosse così repentinamente
che la punta della lancia venne divelta dall’asta. Allora il serpente emise nel momento della morte un grido così lancinante che
l’edificio tremò dalle fondamenta (è da notare qui l’analogia con la morte di Heimir nel capitolo 1 e con la morte del drago Fáfnir
che, del resto, possedeva natura sovrannaturale) . Intanto Ragnarr si era ritratto con prontezza, ma un fiotto di sangue lo raggiunse fra
le spalle. Ragnarr tuttavia non subì alcun danno poiché lo protessero quelle vesti ch’egli aveva fatto preparare (il sangue del serpente
era velenoso e occorreva tutelarsi contro i suoi effetti). Allora coloro che si trovavano in quelle stanze si destarono a quel grido e
uscirono all’aperto.
Thóra vide venire un uomo imponente dall’edificio: gli chiese il nome e chi cercasse. Costui si fermò e recitò la strofa:
La vita ho arrischiato per la gloria,
donna avvenente: combattei
il “pesce del suolo” serpente. Vengono utilizzate due parole di due campi semantici opposti
all’età di quindici anni;
avrò, a meno che la malasorte mi tocchi,
una morte rapida,
il “salmone della brughiera” al cuore serpente
avvolto in anelli, non sa avvilupparsi.
Quindi proseguì e non parlò oltre con lei. Intanto la punta della lancia era rimasta nella ferita, mentre Ragnarr impugnava ancora
l’asta. Quando la donna ebbe ascoltato questa strofa comprese che cosa aveva detto riguardo alla sua impresa e quanti anni aveva. Si
mise allora a pensare chi potesse egli essere e non le pareva di essere in grado di stabilire se fosse una creatura di natura umana o
meno, poiché la sua statura le pareva molto più alta di quanto avrebbe dovuto essere, stante l’età da lui dichiarata, e piuttosto, adatta
agli esseri sovrannaturali di cui si favoleggiava. Poi lei scomparve nelle sue stanze e si addormentò.
Quando al mattino gli uomini uscirono, videro che il serpente era morto e aveva conficcata nella ferita un’enorme punta di lancia, lo
jarl la fece rimuovere; questa era così grande che pochi erano in grado di svellere l’arma. Allora lo jarl si sovvenne di quanto aveva
promesso a chi avesse ucciso il serpente; ma non sapeva se costui fosse di natura umana o meno. Prese allora consiglio insieme agli
alleati e alla figlia su come si potesse fare per scoprirlo, ma era più probabile che l’autore di quella impresa si rivelasse da sé, per il
fatto che avrebbe reclamato la ricompensa.
L’idea della figlia era questa: bandire un’adunanza quanto più possibile numerosa: “Ordinando che accorrano tutti gli uomini, pena
l’incorrere nell’ira dello jarl, i quali abbiano il diritto di partecipare all’assemblea. Ora, se c’è qualcuno che rivendichi di aver ferito
a morte il serpente, porterà con sé l’asta della lancia alla quale la punta dovrà adattarsi.”
Lo jarl convenne con questa risoluzione e fece bandire l’adunanza. Quando venne il giorno stabilito e si tenne l’adunanza, vi si recò
lo jarl insieme a numerosi altri maggiorenti. Notevole fu l’affluenza di persone.
Analisi:
Il capitolo è ambientato in Danimarca, dove regna Sigurdr Armilla, un re potente che vinse la battaglia di Brávellir, combattuta forse
a metà del VI secolo o dell’VIII secolo, che vedeva schierati danesi e svedesi, guidati da Haraldr, contro norvegesi e gauti. La
battaglia fu vinta dai danesi e Sigurdr uccise Haraldr.
Il figlio di Sigurdr si chiama Ragnarr:
• È imponente, caratteristica tipica degli eroi guerrieri germanici con grandi capacità eroiche nei combattimenti;

• È di bell’aspetto; come per Thóra e Kráka, anche per Ragnarr la bellezza si collega al rango sociale a cui appartiene;

• È intelligente, conosce bene le tecniche ma è più debole nel comprendere le cose.

Ragnarr viene a sapere quanto detto dallo jarl, ma fa finta di non sapere nulla. Egli fa fabbricare vesti fuori dal comune: brache e
mantello di cuoio, che poi rinforza bollendoli nella pece. Egli sbarca dalla nave e parte per la terra dei gauti, rinforzando
ulteriormente i suoi abiti con uno strato di sabbia. La mattina seguente si reca nel luogo dove si trova il serpe per sconfiggerlo.
L’eroe colpisce due volte il serpe con una lancia. Il secondo colpo è fatale e la punta della lancia resta incastrata nel corpo del serpe,
il quale muore emettendo un grido assordante, tanto che fa tremare l’edificio dalle fondamenta. Qui si trova un’analogia con la morte
di Heimir e Fáfnir.
Ragnarr si ritrae, ma un fiotto di sangue velenoso del serpe lo colpisce alle spalle. Egli, però, ne rimane immune grazie alla
protezione fornitagli dagli abiti. Anche qui si ritrova un’analogia con il Sigfrido della tradizione che, a differenza di Ragnarr, muore.
Dopodiché Thóra si ritira nelle sue stanze, non comprendendo se il guerriero, per via della sua altezza, fosse un essere mostruoso o
sovrannaturale di soli 15 anni ( differentemente da Beowulf, che uccide il drago in età avanzata). Nel frattempo, lo jarl convoca
un’assemblea per scoprire chi ha ucciso il drago, perché Ragnarr non si identifica come uccisore della bestia.
Definizione del nome “Ragnarr Lothbrock”
Dietro alle vicende eroiche è possibile individuare dei riferimenti di tipo storico. Su Ragnarr, nel corso del tempo, si cercava di
individuare il personaggio storico di riferimento. Però, dietro all’eroe della Saga non è possibile identificare un unico Ragnarr. Sono
diversi i personaggi storici che, in una qualche maniera, possono essere ricondotti al re protagonista dei racconti. Esistono delle fonti
che rimandano a Ragnarr, ma allo stesso tempo esiste anche una tradizione autonoma legata a “Loðbrók”. La figura di Ragnarr è
univoca, ma l’unione con Loðbrók porta alla visione di una frammentazione storica. I due nomi vengono uniti più tardi.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
Ragnarr:
Ragnarr si collega ai nomi Ragneri, Raginerus e Ragenarius.
• Delle fonti franche ritrovate negli annali ricordano un personaggio assimilabile a un capo vichingo che nell’845 saccheggiò
Parigi, il quale rimase attivo fino all’anno dell’attacco alla città;

• Un’altra fonte franca ritrova Ragnarr sotto il re danese Horicus, morto nell’854. Secondo la fonte, Ragnarr era attivo in
Irlanda nell’831 e sarebbe morto nell’845, subito topo l’assedio di Parigi;

• Nella “Vita Anskari”, l’agiografia di un santo che convertì il sud della Scandinavia, al capitolo 21 si parla dell’esistenza di
un certo Ragenarius, il quale si era impossessato del monastero di Turholt, tra la Piccardia e il Belgio. L’epoca è coeva a
quella delle fonti franche, fra l’840 e l’843. Si dice che Ragenarius si era portato con sé all’interno del monastero degli
ostaggi, tra cui gente proveniente dall’Europa dell’est: scandinavi e slavi. Ragenarius avrebbe commesso un’azione contro
la religione cristiana e Anskarius, in sogno, si immagina che Ragenarius lo calci. A seguito del sogno, si sarebbe scoperto
che Ragenarius sarebbe stato colpito a calci da Cristo, perché dopo aver conquistato Parigi si sarebbe recato al monastero
Saint-Germain-des-Prés e, volendo impossessarsi dei beni al suo interno, sarebbe stato colpito dal protettore del monastero
San Germano, morendo dopo tre giorni di sofferenze atroci. Questi fatti sono raccontati anche in “Miracula Sancti
Germani”.

Nonostante le prime due fonti siano analitiche tutte e tre presentano l’esistenza del personaggio, che si muove nell’orbita del potere
danese. Egli avrebbe agito in Irlanda, poi avrebbe avuto a che fare con occupazioni monasteriali e con l’assedio di Parigi e subito
dopo sarebbe stato colpito e ucciso, nell’845. Però, non è detto che tutte le fonti parlino della stessa figura. La spiegazione potrebbe
essere che nelle narrazioni queste informazioni, che hanno una certa base storica, potrebbero essere state armonizzate creando
un’unica narrazione, dato che hanno tutte in comune lo stesso nome del personaggio, che era diffuso nel panorama antroponimico
nordico. Dietro, però, ci sono delle tradizioni diverse.
Loðbrók:
Il traduttore della Saga fornisce la traduzione di Loðbrók in “brache di cuoio” per evidenziare il modo in cui era vestito, ma in realtà
la vera traduzione è “brache pelose”.
• La prima volta che si trova il nome per intero è in Islanda, mentre nella Saga si parla solo di Ragnarr: Ari Þorgilsson, primo
storiografo islandese, parla di “Ívarr Ragnarrssonr Loðbrókar” (“Ívarr figlio di Ragnarr Loðbrók”), responsabile
dell’uccisione del re inglese San Edmondo. Egli ne parla nell’”Islendingabók” (1120 - 1133), un’opera che parla
dell’insediamento dei norvegesi sull’isola che successivamente daranno vita al popolo degli islandesi;

• Sassone Grammatico in “Gesta Danorum”, risalente alla fine del XII secolo, parla di “Ragnerus Lothbrog”, ma non spiega
il significato del nome. Questo personaggio se ne sarebbe andato via dalla Danimarca alle volte della Germania;

• Nel Krákumál, documento che narra la morte di Ragnarr nella fossa dei serpenti, composto sulle isole Orcadi, si dice che
Ragnarr avrebbe avuto questo nome per via dell’uccisione di un serpe poi avrebbe incontrato e sposato Thóra. Il nome
“Loðbrók” è un epiteto che significa “brache pelose”, in riferimento al modo in cui era vestito, cioè con brache e mantello
di pelo per proteggersi dal veleno del serpe. Questo racconto è presente anche nella Saga. Qui è evidente come le tradizioni
letterarie si siano unite;

• Secondo una tradizione autonoma che non è legata all’aspetto narrativo e letterario, gli studi hanno rivelato toponimi in
Inghilterra, come “Lodbrock” e “Ludebroch”;

• Sulle isole Orcadi, in Mæshowe, esiste un’iscrizione runica risalente alla metà del XII secolo che testimonia il fatto che il
nome Loðbrók è legato ad alcuni vichinghi che sarebbero considerati figli di un certo Ragnarr Loðbrók. Nell’iscrizione si
parla proprio di questi uomini.
Cosa rimanda Lothbrock nella cultura germanica:
Solitamente i toponimi non prendono il nome dalla tradizione letteraria, bensì dall’aspetto geografico, dal nome del proprietario o
dalla funzione che possiede il nome.
In Svezia, nell’isola di Öland, in Torslunda, sono state ritrovate quattro placche di bronzo risalenti all’inizio del VII secolo. Una di
queste placche mostra un uomo vestito con brache pelose che tiene nella mano destra un’ascia, mentre con la sinistra sembra
afferrare un mostro che si trova di fronte a sé. La figura rimanda a un esempio di ritualità di qualcuno in grado di sconfiggere la
mostruosità, quindi il male. Il personaggio raffigurato potrebbe essere un sacerdote o uno sciamano, che affronta il rito con indosso
un indumento particolare. Quindi, in queste zone svedesi deve essere circolata l’usanza di indossare indumenti pelosi, come se
venisse indossato un animale per poterne contrastare un altro, molto spesso mostruoso.
Quei toponimi potrebbero essere riconducibili a quelli trovati in Inghilterra, che potrebbero essere legati a questa ritualità perché è
probabile che è proprio lì venisse praticata. Si ritiene che alle quattro placche sia legato anche il culto della fertilità, poiché
l’uccisione del serpe equivale alla conquista della donna, quindi alla perdita della sua verginità, introducendola nel momento della
fertilità.
Nella Saga, Ragnarr è completamente vestito di pelo, non solamente le sue brache sono pelose. Nonostante ciò, viene chiamato
“brache pelose” e non “uomo peloso”, affinché ci si concentri sugli indumenti che indossa. Nella tradizione letteraria della Saga si ha
un abbigliamento completo, formato da brache e mantello. L’uso del mantello si spiega per la tipologia di combattimento: era
necessario proteggersi dal veleno del serpe, il quale rappresenta un’innovazione narrativa nella tradizione antropologica che serve per
far funzionare il racconto. Infatti, la tradizione dice che Ragnarr aveva solo le brache, ma per il fatto che si deve proteggere viene
introdotto il mantello.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
Nella placca di bronzo l’uomo non combatte contro un serpe. Nella Saga, invece, si tratta di un serpe per un preciso motivo: esso
viene donato a Thóra dal padre; la ragazza ripone la bestia nella cassapanca e sotto l’animale pone una moneta d’oro, che con il
tempo cresce, così come cresce anche il serpe. Quest’ultimo corrisponde al drago, che nella tradizione nordica è considerato
protettore dei tesori.
Nelle fonti più antiche non si parla di “Ragnarr Lothbrock”, ma solamente di Ragnarr. I due nomi cominciano a presentarsi insieme
soprattutto in Britannia, nelle isole Orcadi, nel Krákumál e nelle iscrizioni runiche, da qui all’Islanda. È probabile che in Europa ci
fosse un luogo in cui la funzione dell’uccisore di draghi con indosso delle brache pelose si sia fusa con la storia di Ragnarr narrata
nella Saga.
• Tradizione antropologica da cui (forse) derivano i toponimi combattimento contro un mostro con brache pelose (ritualità
del nord del VII secolo);

• Storia letteraria di Ragnarr combattimento contro il drago e vicenda di Thóra. Si tratta del “Brautwerbung”, cioè la
conquista della sposa che è protetta da qualcosa, in questo caso dal serpe;

• Zona delle isole Orcadi qui avviene la fusione narrativa: l’episodio delle brache pelose viene agglomerato alle altre
vicende che circolano su delle imprese vichinghe di un certo Ragnarr. Ciò è avvenuto probabilmente tra l’XI e il XII
secolo, prima della testimonianza di Ari Þorgilsson.
Quindi, la Saga possiede:
• Fonti storiche che parlano dei vichinghi: Ragnarr e l’assedio di Parigi;

• Fonti narrative di origine antropologica: l’episodio dell’assedio di Thóra;

• Fonti di origine nibelungico-volsungica: ciclo si Áslaug;

• Fonti antropologico-rituali: rituale delle brache pelose;

• Fonti sui figli di Ragnarr: vicende dei figli in Inghilterra con il re Edmondo e Ella di Northumbria.
Tutte queste fonti si uniscono per dare vita al nome Ragnarr Lothbrock.
Cap. 4 – “Ragnarr si reca all’assemblea”, pp. 43-44:
Ragnarr apprese, quando fu di ritorno alle sue navi, che di lì a poco si sarebbe tenuta un’assemblea. Si allontanò quindi
tempestivamente dalle imbarcazioni alla volta dell’assemblea, con tutto il suo seguito. Quando arrivarono si fermarono un po’
discosto dagli altri uomini; Ragnarr aveva notato infatti che era convenuta una folla più numerosa del solito.
Lo jarl era in piedi e reclamava silenzio per poi parlare, pregò gli uomini che accettassero i suoi ringraziamenti, poiché avevano
risposto bene alla sua richiesta e riferì il fatto che era accaduto, cominciando dalla promessa che aveva fatto per chi fosse riuscito a
uccidere il serpe; e aggiunse: “Ora, il serpe è morto e colui che ha compiuto questa impresa eroica ha lasciato la punta della lancia
conficcata nella ferita. Perciò, se è presente qualcuno fra i convenuti all’assemblea che abbia un’asta, la quale si adatti a questa punta
di lancia, la tiri fuori e dimostri in questo modo le sue parole: io manterrò quanto ho promesso, sia costui di rango elevato o umile.”
Chiudeva in tal modo il discorso, mentre faceva esibire la punta di lancia davanti a ciascuno dei presenti all’assemblea, ingiungendo
che si rivelasse chi avesse compiuto l’impresa e possedesse l’asta della lancia adatta a quella punta. Così fu fatto, senza trovare
nessuno che possedesse l’asta; ma quando, infine, si giunse davanti a Ragnarr e gli fu mostrata la punta di lancia, costui dichiarò che
la punta gli apparteneva e, poiché punta e asta si combinavano, apparve allora indubbio ai presenti che era stato proprio lui a uccidere
il serpe e, a causa di questa impresa, divenne di gran lunga l’uomo più illustre in tutte le contrade settentrionali. Chiese la mano di
Thóra, figlia dello jarl, e questi acconsentì ben volentieri. Il fidanzamento avvenne immediatamente e venne in seguito celebrato un
banchetto sontuoso con le migliori vivande che si potessero trovare nel regno. Appunto nel corso di questo banchetto Ragnarr prese
Thóra in moglie.
Terminata che fu la cerimonia, Ragnarr fece ritorno nel suo regno, dove governò amando molto Thóra. Ebbero due figli. Il maggiore
venne chiamato Eirekr, il cadetto Agnarr. Di notevole statura e tratti aggraziati, erano anche più forti della maggior parte dei loro
contemporanei. Inoltre, avevano ricevuto un’educazione sotto ogni aspetto acconcia al loro rango.
Ma dopo qualche tempo Thóra si accorse di essere ammalata e fu quella malattia che la condusse alla morte. Ragnarr fu a tal segno
prostrato che non volle più amministrare il suo regno, scegliendo per quello scopo alcuni uomini da associare ai figli, e tornò
all’occupazione che aveva avuto in precedenza, organizzando spedizioni piratesche che gli procurarono la vittoria ovunque si
spingesse.
Analisi:
Ragnarr viene a sapere dell’assemblea e vi si reca. Quando lo jarl passa davanti a lui con la punta della lancia si nota che
effettivamente essa combacia con l’asta. Il combaciare della lancia con l’asta è simbolo di complicità sessuale. La lancia è anche un
aspetto fiabesco, come Cenerentola con la scarpetta di cristallo.
Thóra manifesta un duplice atteggiamento nei confronti di Ragnarr: da un lato ne è attratta, dall’altro prova repulsione. Il motivo è
che per la donna, così come per Ragnarr, avviene un rito di passaggio.
• Per l’eroe questo rito implica l’uccisione del serpe;

• Per Thóra il rito di passaggio è rappresentato da Ragnarr che uccide il drago, superando la barriera di protezione quindi,
metaforicamente, superando la barriera della verginità, così che la donna passi dall’adolescenza all’età adulta.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
Tutto il capitolo si incentra su questo rito di passaggio, che si conclude con il matrimonio. Da quest’ultimo nascono due figli: il
maggiore Eirekr e il cadetto Agnarr. Entrambi portano la cortesia di Thóra e l’avvenenza e l’aspetto guerresco del padre. Presto la
moglie si ammala e muore. Thóra viene fatta morire perché non è centrale nel racconto, a differenza di Kráka, che è molto più
importante all’interno della Saga.
I due figli vengono ben presto abbandonati al loro destino perché Ragnarr, una volta divenuto vedovo, si rimettere a compiere
imprese vichinghe che gli portano sempre più successo, abbandonando l’amministrazione del regno. Egli si allontana dai suoi
impegni da sovrano, di signore del territorio e di padre. È una sorta di debolezza la sua: c’è sempre qualcosa che adombra l’eroe, che
può essere l’imprudenza, l’inesperienza, l’infantilità. Qui, da un certo punto di vista, c’è una sorta di rinuncia ad una delle funzioni a
cui sarebbe demandato un capo, ossia il compito di governare. Ragnarr “non volle più amministrare il suo regno”. A questo, si
aggiunge la rinuncia al suo compito di educatore della propria prole, in questo caso maschile.
Cap. 5 – “Ragnarr”, p. 45-49:
Un’estate aveva veleggiato con la sua flotta verso la Norvegia, poiché vi possedeva parecchi congiunti e alleati e desiderava visitarli,
approdando a sera con la sua imbarcazione in un porticciolo, a breve distanza dal quale si trovava una masseria chiamata “In
Spangarheidr”. Trascorsero quindi la notte alla fonda al mattino i cuochi furono costretti a scendere a terra per cuocere il pane.
Furono loro a scorgere la masseria e ritennero più opportuno eseguire il loro compito all’interno della casa. Giunti che vi furono
s’imbatterono in una vecchia, alla quale chiesero se fosse la padrona di casa e come si chiamasse. Rispose costei d’essere la padrona
di casa e aggiunse: “Non ho certo un nome benaugurante, poiché mi chiamo Gríma (“grímr” in norreno significa “cupo”, “sinistro”) .
Ma voi, chi siete?” Risposero d’appartenere al seguito di Ragnarr, quello dalle brache di cuoio, e dissero quale lavoro dovessero
svolgere: “Vogliamo, perciò, che tu ci aiuti!”
La vecchia ribatté che le sue mani erano troppo deformate dall’artrosi, ma c’era stato un tempo in cui: “Potevo svolgere in tutto e per
tutto i miei doveri… Comunque, ho una figlia che vi potrà aiutare, appena però sarà di ritorno. Si chiama Kráka, ma ha un
caratteraccio e io m’azzardo appena a darle suggerimenti.” Intanto Kráka era uscita al mattino per pascolare le pecore e aveva potuto
vedere come molte navi di grande stazza fossero approdate. Aveva cominciato a lavarsi, nonostante il divieto della vecchia, la quale
non desiderava affatto che se ne constatasse la bellezza, poiché Kráka era davvero la più avvenente di tutte le donne, con quei suoi
capelli tanto lunghi da sfiorare il suolo e tanto fini da eguagliare la seta della migliore qualità.
Al suo rientro i cuochi avevano già acceso il fuoco e Kráka vide che erano arrivati quegli uomini che aveva notato in precedenza.
Kráka si fermò a guardarli e così fecero gli uomini con lei. Si rivolsero allora a Gríma: “È questa tua figlia? Una ragazza tanto
bella?” “È così indubbiamente. – ribatté Gríma – È lei mia figlia.” “Eppure, non c’è nemmeno la più lontana somiglianza! –
Osservarono i cuochi – Tu sei veramente orribile. Invece non abbiamo mai visto una ragazza di tal fatta. Non si notano certo in lei i
tuoi tratti, poiché tu sei davvero ributtante!” Rispose Gríma: “Può anche darsi che ora non mi assomigli più, ma lei ha l’aspetto che io
possedevo un tempo.”
Gli uomini ordinarono infine a Kráka di aiutarli. Kráka chiese allora: “Cosa devo fare?” Risposero che volevano da lei che
impastasse il pane. Kráka s’impegnò dunque in quell’occupazione, compiendola a dovere. Intanto i cuochi non cessavano di
guardarla, trascurando così il loro lavoro e lasciando che il pane cuocesse troppo.
Ora, una volta terminata la loro opera, tornarono sulle navi e, quando fu il momento di pendere le vivande, tutti confessarono di non
aver mai lavorato così male e che meritavano una punizione. Tuttavia, Ragnarr volle sapere il motivo per cui avevano preparato
vivande tanto scadenti. Raccontarono allora d’aver visto una ragazza così avvenente da trascurare il loro lavoro, aggiungendo di
dubitare che al mondo ce ne fosse una più bella. Poiché erano stati così turbati dalla sua bellezza, Ragnarr osservò che certamente
non era bella quanto lo era stata Thóra, ma gli altri dissero che Kráka non aveva nulla da perdere nel confronto. Allora parlò Ragnarr:
“A questo punto invierò qualcuno perché valuti con precisione. Se le cose stanno come dite, la vostra trascuratezza verrà perdonata.
Se però costei è sotto qualsiasi riguardo diversa da come l’avete descritta, avrete una punizione esemplare.”
Inviò dunque alcuni dei suoi perché s’incontrassero con quella bella ragazza. Il vento, quel giorno, spirava con tanta forza in senso
contrario che era impossibile salpare. Ragnarr parlò allora così ai suoi inviati: “Se trovate in lei tanta avvenenza quanta le è stata
attribuita, pregatela di venire al mio cospetto. Voglio farne la conoscenza e voglio che lei veda me. È però mio desiderio ce non sia né
vestita né svestita, che non sia sazia né digiuna, che non sia sola, ma nemmeno in compagnia di un uomo (la richiesta di Ragnarr è
forse più comprensibile se si tiene conto che la donna presso le popolazioni germaniche antiche era comunque sotto la tutela del
congiunto maschile più diretto. Ragnarr chiede perciò a Kráka di avere e non avere un “tutore”).”
I messaggeri si misero in moto finché giunsero alla masseria. Esaminarono con cura Kráka e la donna si rivelò tanto bella che
nessuna parve loro degna di starle al pari. Riferirono a quel punto il messaggio del loro signore, di Ragnarr, aggiungendo in quale
condizione dovesse presentarsi.
Kráka rifletté sulle parole del re e sul modo in cui doveva prepararsi, sebbene Gríma avesse già liquidato come irrealizzabili le
richieste: era evidente che il re non aveva tutti i suoi giorni! Kráka però osservò: “Se ha parlato in tal modo, ci sarà pure una
possibilità! Basta che cerchiamo d’intuire il suo modo di pensare. Intanto non andrò certo oggi con loro, ma mi recherò alle loro navi
domani, di buona mattina.”
I messaggeri se ne andarono senza indugiare oltre e riferirono a Ragnarr d’aver fatto in modo che Kráka si sarebbe recata a trovarli.
Kráka, intanto trascorse a casa la notte. Al mattino, però, Kráka disse al vecchio che sarebbe andata a trovare Ragnarr: “Devo tuttavia
prima vestirmi diversamente. Tu possiedi una rete da trote, nella quale intendo avvolgermi. Sopra questa farò ricadere i miei capelli,
in modo da non essere nuda. Poi, assaggerò un porro; è una vivanda di poco sostentamento, ma rivelerà tuttavia che io ho mangiato.
Infine, lasciamo portare con me il tuo cane: non sarò sola, ma nemmeno in compagnia di un uomo!”
Quando la vecchia intese i suoi proponimenti, si convinse che la ragazza era davvero astuta (la figura di Kráka è qui corrispondente
al motivo fiabesco della donna, giovane contadina, che con la sua accortezza riesce a sposare il re e a elevare il suo rango sociale) .
Una volta pronta, Kráka intraprese il cammino che doveva condurla alle navi; era bella a vedersi, coi capelli sfolgoranti che parevano
d’oro. Ragnarr si rivolse a lei e chiese chi fosse e chi cercasse. Rispose Kráka con la strofa seguente:
Infrangere non osai il comando
Con cui m’ingiungevate di venire,
Ragnarr, al vostro cospetto;

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
né del sovrano violare il decreto:
nessuno si trova al mio fianco,
non è la mia pelle scoperta,
ottima è la mia compagnia,
ma anche vengo sola soletta!
Ragnarr le mandò incontro alcuni uomini e la fece condurre sulla sua nave. Ma Kráka disse di non avere l’intenzione di muoversi, a
meno che non venisse accordata protezione a lei e al suo accompagnatore. Soltanto dopo venne condotta sul vascello reale e quando
Kráka giunse nella parte centrale della nave, Ragnarr tese le braccia verso di lei, ma il cane gli morse una mano. I suoi uomini allora
balzarono in piedi e uccisero il cane. Gli gettarono un cappio fatto con la corda di un arco intorno al collo e con quello lo
strangolarono. La protezione promessa non avrebbe potuto essere garantita meglio (il cane esercita interamente la sua tutela; per
sostituirsi a esso, Ragnarr è costretto a farlo uccidere. L’impiccagione, infine, è pena riservata ai traditori) .
Ragnarr, intanto l’aveva condotta in coperta, con l’intenzione d’intrattenersi con lei. Si mostrò gentile nei suoi confronti,
manifestando la sua passione. Quindi recitò la strofa:
Fosse maggiormente stimato
“il guardiano della terra del serpe” Ragnarr stesso, uccisore del serpe che imprigionava Thóra
Dalla dolce fanciulla, certo
Ne sarebbe abbracciato.
Al che Kráka rispose:
Principe, senza macchia
A casa fammi tornare,
se vuoi mantenere la fede:
un re abbiamo visitato!
Analisi:
Ragnarr parte per la Norvegia, perché possedeva parecchi alleati e desiderava visitarli. Il re e il suo seguito giungono presso una
masseria chiamata “In Spangarheidr”, dove trascorrono la notte. La mattina dopo i cuochi, dovendo cuocere il pane, si recano nella
masseria di Gríma. Ella dice che sarebbe stata la figlia ad aiutarli con il pane. Nonostante il divieto della vecchia di potersi lavare,
Kráka è una ragazza curata con dei capelli lunghissimi, simbolo di nobiltà. Mentre Kráka svolge il lavoro, i cuochi sono talmente
ammaliati dalla ragazza che bruciano il pane. Tornati alla nave, Ragnarr chiede il motivo della mal riuscita e loro rispondono di aver
incontrato una ragazza bellissima. Il re decide di mandare i suoi uomini a verificare e nel caso fosse stato veramente così li avrebbe
perdonati. Le notizie dei messaggeri sono positive e Ragnarr, a questo punto, vuole che Kráka lo visiti alla nave.
La visita della ragazza doveva avvenire a determinare condizioni, ovvero viene sottoposta a tre prove da Ragnarr:
1. Deve recarsi dal re svestita ma vestita;
2. Non deve essere sazia, ma nemmeno digiuna.
3. Non deve essere sola, ma nemmeno in compagnia di un uomo. Nella tradizione questa prova viene anche intesa come “né
a piedi, né a cavallo” e la donna adotta come soluzione quella di giungere in groppa a una capra. Però, la capra non era un
animale adatto a Áslaug, quindi la prova viene modificata in “né sola, né in compagnia”. Quindi, Ragnarr chiede a Kráka di
avere e non avere un “tutore”, tenendo conto del fatto che nel mondo nordico la donna era sotto tutela del congiunto
maschile più diretto.

Le tre prove da superare hanno una natura fiabesca: la giovane contadina, donna di condizioni modeste, viene sottoposta a delle
prove per poter innalzare il proprio rango sociale. La prova per Kráka ha la funzione di farla finalmente uscire dalla condizione di
servitù. La tradizione nordica vuole che Kráka vada a visitare Ragnarr sottoposta a delle prove apparentemente impossibili, ma una
volta superate il re la sposerà.
Le prove sono apparentemente impossibili, ma Kráka riesce a trovare una soluzione per ognuna:
1. Si ricopre di una rete da pesca per non essere nuda e fa cadere sul corpo i capelli per coprirsi: questo simboleggia un
atteggiamento pudico;

2. Mangia un porro per far sentire che ha mangiato, ma questo non la sfama.
Confronto con la serie TV “Vikings” nella Serie Kráka in mano ha una mela al posto del porro. La mela richiama
all’immagine di Eva, tentatrice dell’uomo. Invece, nella Saga, è diverso perché è Ragnarr ad essere sessualmente
aggressivo e tentatore. Il porro è un simbolo fallico che la critica non avrebbe accettato e per questo motivo viene sostituito
con la mela;

3. Va insieme al cane del vecchio, senza essere sola e nemmeno con un uomo.
In questo capitolo emerge il fatto che Ragnarr è immediatamente attratto dalla donna; è una duplice attrazione. Kráka è stata
assimilata dagli uomini di Ragnarr a Thóra (“è bella tanto quanto Thóra”), ma allo stesso tempo possiede una cosa che Thóra non
aveva: l’astuzia, la capacità intellettiva.
La bellezza non è tutto, quindi qui Kráka dimostra di non essere una sempliciotta, preconcetto che da un punto di vista di tipo usuale
viene attribuito alle classi più deboli. Questo interessa a Ragnarr. In più, vi è la capacità da parte di Kráka di recitare strofe, quindi
conosce anche l’arte poetica, così come Ragnarr, essendo la ragazza una discendente di Odino. Però, fra i due c’è una differenza: le
Kenningar vengono usate da Ragnarr, non da Kráka. Quindi, la donna non conosce un’arte raffinata della produzione poetica, cioè la
poesia scaldica. Non conosce la raffinatezza perché la poesia scaldica viene appresa a corte, e Kráka non fa parte della corte, bensì è

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
isolata. Allo stesso tempo, però, capisce la raffinatezza utilizzata da Ragnarr e riesce a decodificare i suoi messaggi. È una sorta di
tenzone poetica che viene messa in campo fra i due.
C’è anche un’azione di movimento, di allontanamento di Kráka dalla propria masseria per giungere presso Ragnarr. A questo punto,
l’uomo cerca di attrarla sempre di più in una situazione di debolezza, nella parte più intima della nave, nel luogo in cui lei molto più
difficilmente sarebbe potuta fuggire. Da parte di Ragnarr c’è la volontà di circuire la ragazza, di soddisfare le sue voglie sessuali.
Infatti, dopo averla portata al centro della nave lui allunga la mano per toccarla, ma questo gesto viene impedito dal cane di Kráka
che morde la mano a Ragnarr. È una situazione analoga a quella di Thóra: lei era difesa dal serpe, mentre Kráka è difesa dal cane. Di
nuovo, simbolicamente, ci si trova in un contesto di difesa della verginità.
L’animale viene soppresso, quindi sembrerebbe simbolicamente una sorta di violenza sessuale quella che Ragnarr vuole compiere.
L’uccisione del cane è anche simbolo del fatto che Ragnarr si propone come nuovo tutore di Kráka, la quale, però, dice che vuole
tornare a casa e chiede di essere lasciata andare. È una donna molto astuta che gioca con le parole.
Traduzione:
Lingua = islandese antico.
Ok nú sendir hann menn sína til fundar við þessa ina fögru mey, en andviðri var svá mikit, at þeir máttu eigi fara þann dag,
ok mælti Ragnarr við sína sendimenn: «Ef yðr lízt þessi in unga mær svá væn sem oss er sagt, biðið hana fara á minn fund,
ok vil ek hitta hana; vil ek, at hún sé mín. Hvárki vil ek, at hún sé klædd né óklædd, hvárki mett né ómett, ok fari hún þó eigi
ein saman, ok skal henni þó engi maðr fylgja.»
E ora/dunque/allora mandò egli uomini suoi a trovare/alla scoperta presso quella (proprio) bella ragazza, ma il vento contrario era
così importante/grande, che loro/essi non poterono andare quel giorno, e asserì Ragnarr con i suoi messaggeri “se a voi sembra
questa giovane fanciulla così bella/avvenente quanto voi è detto, chiedete comandando lei a venire a trovare me, e voglio io
incontrare lei, voglio io che lei sia mia. Ne voglio io, che lei sia vestita ne svestita, ne sazia ne non sazia, e venga lei tuttavia non
sola, e debba lei tuttavia non uomo seguire.
Ok = e;
nú = “now” = ora;
sendir (la i ha provocato la metafonia palatale della a che stava nella radice) = “to send” = mandare al passato = mandò;
hann = “he” = egli;
menn = uomini;
sína = aggettivo possessivo = suoi;
til = per esprimere il moto a luogo, regge il genitivo = “to” = a;
fundar = il nominativo singolare è “fundr” = è legato al verbo trovare;
til fundar = alla scoperta;
við = preposizione polisemantica: vuol dire “contro” o “presso/in prossimità di” = in questo caso sta per “presso”;
þessa = pronome dimostrativo = quella;
ina = rafforzativo = proprio;
fögru (metafonia velare: al posto di ö ci sarebbe a) = al nominativo è “fagr”, che corrisponde all’inglese “fair” = bella/o;
mey = accusativo di “mær” che corrisponde all’inglese “maiden”, che nelle lingue germaniche indica la fanciulla vergine e nubile.
Non è “fanciulla” nel senso di età, ma di stato sociale = ragazza/fanciulla.
en = congiunzione disgiuntiva = ma;
andviðri = “ant” sta per “contro” e “viðri” significa “vento” = vento contrario;
var = preterito del verbo essere = era;
svá = così;
mikit = grande;
at = pronome relativo, che non si declina in islandese = che
þeir = pronome personale = essi
máttu = costruzione di un verbo modale = verbo “mega” = “might” /” mögen” = potessero;
eigi = negazione = non;
fara = “fahren” = andare;
þann = aggettivo dimostrativo = quel;
dag = giorno;
ok (avviene l’inversione soggetto-verbo) = e;
mælti = l’infinito è “mæla” che vuol dire “parlare/dire” in tono assertivo = asserì;
Ragnarr;
við = con;
sína = suoi;
sendimenn = messaggeri;
Ef = congiunzione subordinante, in inglese “if” = se;
yðr = pronome personale al dativo plurale = a voi;
lízt = all’infinito “líta”, che significa “apparire/sembrare” = sembra;
þessi in = (proprio) questa/costei;
unga = “young” = al nominativo “ungr” = giovane;
maer = fanciulla;
svá = così;
væn = bella con senso sessuale = avvenente;
sem = come;
oss = voi;
er = verbo essere alla terza persona singolare = è;
sagt = raccontare, verbo “saga” raccontate;

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
biðið = verbo “biðja” = in tedesco “bitten” = comandate/chiedete cercando di ottenere/pregate;
hana = lei;
fara = venire;
á minn fund = a trovare me;
ok = e;
vil ek = voglio io;
hitta = incontrare;
hana = lei;
vil ek = voglio io;
at = che;
hún = lei;
sé = verbo essere ottativo = sia;
mín = mia;
Hvárki = struttura italiana né…né;
vil ek = voglio io;
at hún sé = che lei sia;
klædd = vestita;
né;
óklædd = svestita;
hvárki = né;
mett = “metja” significa “prendere cibo” = sazia;
né;
ómett = non sazia = digiuna;
ok (avviene l’inversione soggetto-verbo all’ottativo e al congiuntivo) = e;
fari hún = venga lei;
þó = tuttavia/comunque;
eigi = non;
ein saman = sola;
ok = e;
skal = inglese “shall” = debba;
henni = lei;
þó = tuttavia;
engi = nessuno;
maðr = uomo;
fylgja = “folgen” /”to follow” = seguire.
Cap. 6 – "Kráka”, p. 50-52:
Ragnarr confessò allora che Kráka gli piaceva molto ed era sicuro che lei avrebbe acconsentito a partire con lui. Ma la donna
rispondeva che non era proprio possibile. Ragnarr insisteva che era suo desiderio che lei rimanesse quella notte sulla nave. Kráka
rispose che la cosa non era nemmeno in discussione, almeno non prima che Ragnarr non avesse fatto ritorno dalla spedizione per la
quale si trovava in viaggio: “O non cambierete nel frattempo opinione?” Chiamò a quel punto Ragnarr il suo tesoriere e ordinò che
andasse a prendere la veste che era stata di Thóra, cucita interamente con fili d’oro, e di portargliela. Così allora Ragnarr pregò Kráka
come segue:
Avere vorresti la tunica
Un tempo di Thóra-Cervo,
d’argento tutta intessuta?
La veste ti s’addice!
Mani bianchissime a tesserla è un topos narrativo che appartiene alle donne nobili
S’affaccendarono: al mite
“principe dei guerrieri” Kenning per “re”, “sovrano”, questo caso Ragnarr. Le due parole fanno parte dello stesso campo semantico
finché morì fu cara.
Kráka ribatté:
Non ardirei accettare
Quel che ebbe Thóra-Cervo,
la tunica d’argento ricamata:
a me non s’addice la veste,
poiché il mio nome è Kráka in norreno significa “cornacchia”
e in abiti neri come il carbone
pietre ho calcato e rocce,
il gregge guidando sull’orlo del mare.
“Non intendo affatto prendere la tunica – proseguì Kráka – e nemmeno vestirmi con sfarzo, almeno finché resterò con la vecchia.
Forse vi piacerei di più, se vestissi meglio; ma ora fatemi andare a casa! Ma puoi mandarmi a cercare dai tuoi uomini, se persisti
nelle tue intenzioni e desideri davvero che io parta insieme a te.”
Ragnarr confermò che le sue intenzioni non sarebbero cambiate. Kráka se ne andò a casa, mentre loro proseguirono il viaggio
programmato, dal momento che il vento era favorevole. Dopo che Ragnarr ebbe portato ad effetto i suoi progetti, intraprese la via di
ritorno e approdò nella stessa insenatura che aveva utilizzato nel viaggio di andata, quando Kráka era venuta da lui. La sera stessa

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
inviò alcuni dei suoi uomini da lei perché chiedessero che partisse con lui una volta per tutte. Kráka disse che sarebbe venuta, ma
l’indomani mattina (Kráka evita la notte). Poi, alzatasi di buon’ora si diresse verso il giaciglio dei due vecchi e chiese se vegliassero.
Risposero affermativamente e domandarono cosa volesse. Espresse allora l’intenzione di partire di lì a poco; non sarebbe rimasta un
minuto più a lungo con loro: “Ma lo so, che avete ucciso Heimir, il mio tutore, e avrei il diritto di ripagarvi come a nessuno sarebbe
augurabile. Soltanto per questo non vi farò del male, perché ho vissuto per lungo tempo con voi. Ma spero che trascorriate giorni uno
più infame dell’altro e che l’ultimo sia il peggiore di tutti (Kráka fa una sorta di maledizione ai vecchi). E ora, addio!” Si mise in
cammino verso la nave, dove venne ben accolta. Intanto, si era alzato un vento propizio. La sera stessa, mentre gli uomini
preparavano i loro giacigli, Ragnarr espresse il desiderio che lui e Kráka si coricassero insieme. Rispose Kráka che non era possibile:
“Bevi con me prima – spiegò – il calice delle nozze (si tratta di un atto rituale che suggellava il contratto di matrimonio in pubblico),
una volta giunto nel tuo regno. Questo mi pare degno per te e per i nostri eredi, se mai ne avessimo.”
Ragnarr soddisfece la richiesta. Viaggiarono senza inconvenienti e quando Ragnarr approdò nella sua terra si prepararono per lui
grandi festeggiamenti dove si brindò al suo ritorno e, insieme, al loro matrimonio. La prima sera che si coricarono in uno stesso letto,
Ragnarr si apprestò a consumare le nozze, ma Kráka gli voltò le spalle, giustificandosi col dire che la cosa non sarebbe riuscita a
dovere senza la sua buona disposizione. Ragnarr ribatté che non dovevano prestar fede a questo, sostenendo che il vecchio e la
vecchia non avevano il dono della preveggenza (si allude probabilmente a qualche predizione dei vecchi contadini, che la narrazione
non riporta. È probabile che fosse presente nella versione attestata in AM 147, 4to) . Chiese allora quanto avrebbe dovuto aspettare.
Kráka parlò:
Queste tre notti noi dovremo,
anche se insieme, passare
separati nella sala,
per poi sacrificare al santo dio;
così un danno non dovrà subire
irreparabile il mio bambino;
ma se tanto impaziente tu sarai
nel generarlo, nascerà senz’ossa?
Tuttavia, sebbene Kráka avesse parlato in questo modo, Ragnarr non vi prestò ascolto e mandò a effetto il suo proposito.
Analisi:
Kráka si oppone quando Ragnarr la vuole portare con sé, nonostante stesse cercando di andarsene via dalla casa di Gríma e avesse
trovato la possibilità di farlo. La donna si rifiuta perché sta cercando di mantenere la sua reputazione, la sua verginità, e soprattutto
non vuole diventare la schiava sessuale di Ragnarr. La donna si sta tutelando, cerca di proteggere se stessa da un punto di vista
sociale, non fisico. Per questo motivo, gli dice che vuole tornare a casa ed è per questo che nel capitolo precedente decide di andare
da Ragnarr la mattina successiva. Non ci va di notte, perché se fosse andata di notte avrebbe dato l’impressione di essere solamente
la concubina di Ragnarr. Kráka allontana sempre di più il momento dell’atto sessuale per capire quali sono le reali intenzioni di
Ragnarr.
Ragnarr le dona la miglior veste che aveva sua moglie Thóra; una veste bianca, simbolo di purezza. È quasi un segno di
fidanzamento quello che attua Ragnarr. Visivamente, Kráka appare come una donna di rango sociale più alto rispetto a quello di cui
fa parte, quindi sembra più che una concubina. Nella cultura nordica, l’arte della tessitura è un’arte che tutte le donne nobili devono
saper fare. Kráka, però, non accetta la veste, poiché non si sente nelle condizioni di poterla indossare, essendo una donna umile. In
questo passo si distingue qual è la donna nobile da quella umile. Thóra viene paragonata a un cervo, mentre Kráka viene paragonata
a un corvo, paragone intrinseco anche nel nome stesso della donna, che in norreno significa “cornacchia”.
Ragnarr e Kráka mettono in arto una sorta di contratto: quando il re tornerà dalla sua impresa, se le sue intenzioni saranno sempre le
stesse, la donna partirà con lui. Prima di partire si reca da Áki e Gríma. La ragazza potrebbe accusarli per la morte del suo tutore, ma
per una questione narrativa e anche perché i due l’hanno accudita, decide di non voler giungere ad estreme conseguenze. Però, lancia
una sorta di maledizione. Kráka possiede il sangue di una valchiria, un sangue semidivino, quindi c’è forza all’interno delle sue
parole, che possono arrivare a segno.
Al suo ritorno, Ragnarr vuole ancora coricarsi con lei, ma prima di tutto Kráka vuole il matrimonio. Lo scopo di Kráka non è solo la
difesa della verginità, ma diventare moglie di Ragnarr e non essere solo la sua concubina. Vuole essere sposata davanti a tutti per
palesare il matrimonio e non incorrere in rischi. Dopo le nozze, una volta giunti nel regno, essendo il matrimonio un atto pubblico, la
notte potrà essere consumata, ma Kráka gli volta le spalle perché manca la buona disposizione.
Gríma aveva lanciato una maledizione alla ragazza che viene spiegata in versi: se si fosse unita carnalmente nelle prime tre notti di
nozze, le sarebbe nato un figlio senza ossa. Quindi, Kráka rifiuta per proteggere la discendenza e anche lei stessa, poiché secondo la
tradizione nordica la donna è protetta dal marito e, in caso di morte di questo, il compito passa al figlio. Ragnarr, però, convince
Kráka del fatto che i due vecchi non sono preveggenti, ma la profezia si avvera: nasce un figlio senza ossa, Ívarr.
Cap. 7 – “Kráka ebbe un figlio di nome Ívarr”, pp. 53-54:
Il tempo trascorreva e la loro unione si rivelava felice, amandosi i due molto. Kráka si accorse di essere incinta; la maternità non fu
difficile e partorì un maschio. Il neonato venne spruzzato con l’acqua, gli fu imposto il nome e venne chiamato Ívarr (egli sarebbe
morto nell’873. È noto per aver ucciso Ella di Northumbria e aver procurato il martirio di Sant’Edmondo) . Il bambino era privo di
ossa, poiché in luogo di quelle aveva cartilagini (dalla versione di un’altra saga si sa che Ívarr era tuttavia in grado di utilizzare le
mani per tirare con l’arco).
Tuttavia, già da giovane era talmente imponente che nessuno poteva stargli al pari. Era il più bello d’aspetto ed era anche tanto
saggio che non si sarebbe trovato chi avesse più ingegno di lui. Ebbero ancora molti figli: il secondogenito si chiamò Björn (l’epiteto
“fianchi d’acciaio” è dovuto al fatto che indossava la corazza, nonostante altre fonti facciano riferimento a una più o meno
sovrannaturale robustezza dei suoi fianchi), il terzo Hvítserkr (non ha corrispondenza certa in personaggi storici), il quarto Rögnvaldr
(non ha corrispondenza certa in personaggi storici). Furono tutti uomini forti e valorosi e al momento opportuno ricevettero
un’educazione adatta al loro rango. Ovunque andassero facevano condurre con sé Ívarr sopra una lettiga, poiché non era in grado di

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
camminare (un’altra saga riferisce però che la menomazione di Ívarr veniva meno quando saliva a cavallo); aveva però il compito di
consigliarli su ogni impresa che intraprendessero.
I figli di primo letto di Ragnarr, Eirekr e Agnarr erano uomini forti e a stento se ne sarebbero potuti trovare simili. Ogni estate si
mettevano su navi corsare, traendo fama dalle loro incursioni. Accadde ora che un giorno Ívarr chiedesse ai suoi fratelli Hvítserkr e
Björn, quanto tempo ancora avrebbero dovuto trascorrere seduti in casa senza procacciarsi fama alcuna. Risposero che avrebbero
seguito il suo consiglio questa volta, così come le altre. “Vorrei – continuò Ívarr – che chiedessimo una nave e un equipaggio ben
collaudati; vorrei che ci procurassimo fama e ricchezze, se la nostra richiesta verrà accolta.”
Quando ebbero presa questa decisione comunicarono a Ragnarr il desiderio d’avere una nave e un equipaggio che fosse già esperto di
spedizioni piratesche e ben rifornito di ogni cosa. Ragnarr esaudì le richieste (la richiesta di un sostegno per attività piratesche
formulata da un giovane principe al padre o allo zio materno costituisce un motivo frequente nelle saghe eroiche). Appena
l’equipaggio fu pronto salparono e dovunque sostennero scontri ebbero la meglio, guadagnandosi seguito e ricchezze notevoli. Ívarr
tuttavia sosteneva che desiderava cimentarsi con nemici più forti al fine di mettere alla prova il loro valore. Gli chiesero se sapesse
dove trovare una simile opportunità.
Ívarr fece il nome di una città chiamata Hvítabær (la città non è ben identificabile; tuttavia, è probabile che sia presente un’eco della
Whitby northumbrica), dove venivano celebrati sacrifici: “Molti hanno cercato di espugnarla, ma senza successo.” Difatti anche
Ragnarr vi era giunto, ma era stato respinto e non aveva concluso nulla.
“È presente – chiesero gli altri – una guarnigione tanto numerosa e risoluta? O le difficoltà sono di altro genere?” Ívarr disse che
c’erano sia molti uomini sia un potente luogo di stregonerie; che questo aveva prevalso su tutti e nessuno aveva resistito. I fratelli
dissero che lasciavano a lui la decisione se dirigersi in quel luogo o meno. Ívarr confessò che voleva cimentarsi nell’impresa e vedere
se poteva più il loro coraggio oppure le cerimonie degl’indigeni.
Analisi:
Alla nascita di Ívarr “senz’ossa” gli viene spruzzata dell’acqua, una ritualità propria del mondo pagano, che probabilmente trova
origine nel battesimo, anche se questo avviene per immersione. Nonostante Ívarr fosse menomato fisicamente, egli denota comunque
la sua regalità essendo bello, intelligente, astuto e saggio. La sua regalità si vede nel grande corpo e nello spirito; infatti, egli eredita
la corporalità del padre e l’ingegno della madre.
Egli consigliava i propri fratelli in ogni impresa mentre stava sopra una lettiga. Ci si è chiesti da dove potesse saltare fuori questa
particolarità ed è stato trovato un confronto con un sovrano, chiamato Baldovino IV. Egli diventò re della Terra Santa quando fu
conquistata dai crociati. Baldovino aveva una malattia, tanto che veniva chiamato “il re lebbroso”. Seppur lebbroso, egli comandava
gli eserciti facendosi portare su una lettiga. Questo è un episodio storico accertato, quindi pare possibile che la storia di Baldovino
fosse nota anche al di fuori del giro del Mediterraneo, perché le crociate e il regno di Gerusalemme trovarono ampia diffusione per
via della loro importanza. Quindi, si potrebbe anche immaginare che fonte di ispirazione per come comanda Ívarr potesse essere
proprio il re lebbroso.
C’è una latente rivalità fra i due figli di primo letto di Ragnarr e Ívarr con a seguito i suoi tre fratelli, che si rimettono alle sue
decisioni. È una questione di prestigio: i due primogeniti del re non possono essere meno prestigiosi dei loro fratellastri, ma devono
esserlo al loro pari, quindi devono compiere anch’essi delle imprese vichinghe. Quello che apparentemente è uno sfogo giovanile ha
a suo seguito delle ragioni politiche, ossia aumentare il proprio prestigio e avere uomini per potersi difendere e attaccare.
Nelle decisioni che prende, Ívarr è come se volesse sopraffare suo padre. Ecco, che ci si ritrova in uno scontro fra la nuova
generazione e la vecchia.
Ívarr decide di voler recarsi a Hvítabær. In questo contesto entra l’aspetto magico, tipico delle saghe. La città di Whitby è sacra,
luogo in cui si compiono dei rituali pagani che hanno un potere di difesa sulla città. Anche questo è un tema tipico della cultura
indoeuropea: molto spesso ci sono esseri, tendenzialmente animali, che proteggono le città.
Cap. 8 – “La morte di Rögnvaldr”, pp. 55-56:
Fecero vela verso Hvítabær e quando giunsero in quella terra si prepararono a sbarcare; parve loro però indispensabile lasciare un
presidio sulle navi; e poiché Rögnvaldr, il loro fratello, era così giovane da non sembrare ancora opportuno schierarlo in un’impresa
che si annunciava assai difficile, lo lasciarono a presidiare le navi con un manipolo di uomini. Prima però che sbarcassero Ívarr li
informò che gli abitanti della città possedevano due bovini, per l’esattezza due vitelle; gli uomini ne erano terrorizzati, poiché non
potevano sopportare il loro muggito e il conseguente effetto magico. Quindi Ívarr parlò: “Comportatevi nel miglior modo possibile,
anche se cominciaste a esse presi dal timore: difatti non c’è da preoccuparsi di questo!”
Avanzarono allora in ordine di battaglia. Quando furono nei pressi della città, vennero avvistati dagli abitanti che sciolsero i bovini ai
quali si affidavano. Appena le vitelle furono sciolte, si gettarono all’assalto, lanciando i loro muggiti micidiali. Quando Ívarr, dallo
scudo sul quale veniva trasportato, vide quanto accadeva, comandò che gli si portasse l’arco. Così fu fatto. Lo usò allora contro le
vitelle malefiche e le uccise entrambe (tutto l’episodio è una sorta di calco sull’impresa compiuta più tardi da Ívarr e dai fratelli
contro re Eysteinn). Si concluse allora questa impresa guerresca, che era parsa terribile alla gran parte degli uomini.
Rögnvaldr nel frattempo prese la parola davanti alle navi per dire ai suoi che tutti sarebbero stati lieti d’impegnarsi nello stesso modo
dei suoi fratelli: “Ma non succederà che io rimanga indietro, mentre loro, soltanto loro avranno la gloria. Quindi tutti insieme
andremo all’attacco!” Così, dunque, fecero. Quando raggiunsero la schiera, Rögnvaldr non indugiò a gettarsi nella mischia, ma la sua
impresa si concluse con la morte. Appena i fratelli furono penetrati nella città, lo scontro tornò ad accendersi, ed ebbe come esito la
fuga dei difensori e il loro inseguimento. Quando rientrarono in città, Björn recitò la strofa:
Alte levammo grida di guerra,
più delle loro le nostre spade feriscono,
- su questo dirò il vero! –
in Gnípafjördr;
poté, ciascuno che volesse,
davanti a Hvítabær
uccidere avversari, né i giovani

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
la loro spada risparmiarono.
Quando tornarono all’interno della città razziarono ogni ricchezza, ne incendiarono ogni edificio e atterrarono le mura. Poi volsero
altrove le vele.
Analisi:
L’impresa vichinga è volta a Hvítabær ed è capeggiata da Ívarr, Björn e il giovane Rögnvaldr, che inizialmente viene lasciato a
custodire le navi. La città è protetta da due vitelle magiche che, con il loro muggito, terrorizzano gli uomini. Il piano di Ívarr è quello
di comportarsi normalmente, anche se i suoi uomini hanno timore delle due bestie.
La città di Hvítabær è protetta da due vitelle magiche, di solito innocue, che terrorizzano gli uomini con i loro muggiti. Come
animale si sceglie il bovino perché era un tipo di animale ben conosciuto e come la legge del trapasso dice: l’animale che più si ha
vicino diventa oggetto di paura.
Il primo attacco alle vitelle è guidato da Ívarr e si conclude con successo. Anche Rögnvaldr vuole partecipare all’attacco alla città e al
momento decisivo si getta nella mischia, trovando la morte. Qui è evidente il contrasto tra Rögnvaldr e Ívarr. Quest’ultimo è saggio
ed è dotato di astuzia, quindi quando si getta in un’impresa sa sempre che cosa deve fare. Rögnvaldr, invece, è un uomo troppo
impulsivo, che vuole combattere senza una strategia e senza capacità; egli è mosso dall’irrazionalità. In questo caso subentra anche il
concetto di “generazionalità”, secondo cui si deve seguire e ascoltare il più saggio: Rögnvaldr non lo fa e per questo muore.
La conclusione del capitolo è di tipo moraleggiante.
Cap. 9 – “Re Eysteinn di Svezia”, pp. 57-61:
Viveva regnando sulla Svezia (la Svezia medievale non comprendeva la Scania, considerata Danimarca, e nemmeno il Götland) un re
di nome Eysteinn. Era sposato e aveva una figlia, di nome Ingibjörg. Era costei la più bella di tutte le donne, d’aspetto davvero
avvenente. Re Eysteinn era potente e aveva un seguito numeroso, era malvagio e anche astuto. La sua reggia si trovava in Uppsala.
Pagano convinto, sotto il suo regno si celebravano in Uppsala sacrifici così solenni che mai se n’erano visti di maggiori nelle regioni
settentrionali. Veniva venerata con particolare devozione una vacca denominata Síbilja; veniva a tal punto rafforzata dai sacrifici che
nessuno era in grado di resistere ai suoi muggiti. Di conseguenza il re era solito, quando c’era da attendersi un’incursione nemica, far
marciare davanti alle sue truppe quella vacca, la quale possedeva tanto potere demoniaco che i nemici, intendendo i suoi muggiti, si
atterrivano a tal segno da colpirsi l’uno con l’altro, né erano in grado di mantenere il loro sangue freddo; questo era il motivo per cui
la Svezia non era oggetto di scorrerie nemiche. Nessuno osava cimentarsi contro un simile strapotere.
Re Eysteinn era in relazioni amichevoli con numerosi uomini e capitani e si dice che a quel tempo ci fosse una stretta alleanza fra
Ragnarr e re Eysteinn e che vigesse fra i due la consuetudine di offrirsi ogni estate a turno un banchetto. Accadde una volta che toccò
a Ragnarr recarsi al banchetto offerto da re Eysteinn. Quando giunse a Uppsala, sia lui che il suo seguito vennero bene accolti. Ora,
quando la prima sera del suo arrivo si trovarono a bere insieme, il re comandò alla figlia che servisse da bere a lui e a Ragnarr. Gli
uomini di Ragnarr, intanto, mormoravano fra loro che non ci sarebbe stato niente di più appropriato del chiedere in sposa la figlia di
re Eysteinn e di ripudiare la figlia della vecchia contadina. Accadde quindi che uno degli uomini informò Ragnarr di quell’opinione
e l’esito fu che la fanciulla venisse chiesta al re; il fidanzamento tuttavia avrebbe dovuto protrarsi a lungo nel tempo.
Il banchetto terminò e Ragnarr fece ritorno in patria dopo un viaggio senza inconvenienti, del quale nulla si racconta prima che
giungesse in vista della città, mentre col suo seguito si trovava ad attraversare una foresta. Erano difatti giunti in una radura nel folto.
Qui Ragnarr fece sostare i suoi, pretese silenzio e ordinò a tutti coloro che avevano preso parte a quel viaggio in Svezia di non far
menzione del progetto relativo al matrimonio con la figlia di re Eysteinn. Stabilì anche una punizione esemplare se avesse colto
qualcuno a riferire la cosa: non avrebbe certamente rischiato meno della vita. Dopo aver palesato le sue intenzioni sid eresse verse le
case. Esultarono gli uomini al suo arrivo, levando il brindisi del ritorno (l’uso rituale di bere birra scandisce i momenti più importanti
della vita sociale). Si era appena seduto sul trono che Kráka fece ingresso nella sala e gli sedette sulle ginocchia, gettandogli le
braccia al collo: “Come è andata?” chiese.
Ragnarr rispose che non aveva nulla di particolare da dire. A sera gli uomini si misero a bere e poi si coricarono. Quando Ragnarr e
Kráka si coricarono insieme, la donna tornò a chiedergli se c’erano novità ed egli dichiarò che non avrebbe saputa indicarne alcuna.
Kráka avrebbe prolungato volentieri il colloquio, ma Ragnarr protestò che aveva bisogno di dormire, poiché il viaggio lo aveva
spossato: “Te la dirò io allora la novità – riprese dunque Kráka – che tu non mi vuoi confidare.” Ragnarr chiese allora cosa volesse
dire. “Ecco la novità. – Concluse Kráka – Una fanciulla viene promessa a un re e tuttavia si dice che quel re abbia già una donna.”
“Chi te l’ha detto?” Domandò Ragnarr. “I tuoi non perderanno corpo e vita. Non è stato nessuno di loro a dirmelo. – Spiegò la donna
– Avrete notato tre uccelli nella foresta appollaiati su un albero a voi vicino. Sono stati loro a riferirmi la notizia (Áslaug, come figlia
di Sigurdr era, al pari del padre, capace di comprendere il linguaggio degli uccelli) . Ti scongiuro, non prendete la decisione che vai
meditando. Ti confesserò che anch’io sono figlia di re, non di un misero contadino. Mio fratello fu un uomo di tal fama che non ne
potresti trovare uno eguale; e di tutte le donne fu mia madre la più bella e la più sapiente. Rimarrà il suo nome, finché durerà il
mondo.”
Volle allora sapere Ragnarr chi fosse il padre, se lei non era la figlia di quel miserabile contadino che abitava in Spangarheidr.
Rispose Kráka che era la figlia di Sigurdr l’uccisore di Fáfnir e di Brunilde, figlia di Budli (nella leggenda è il padre di Brunilde e
Attila). “Non mi pare davvero verosimile che la loro figlia abbia per nome Kráka e che la bambina sia cresciuta nella miseria di
Spangarheidr.” A queste parole di Ragnarr lei rispose: “Si racconta, al proposito una storia.” E proseguì, cominciando dall’incontro di
Sigurdr e Brunilde sulla montagna, in cui lei venne concepita.
“Quando Brunilde partorì mi venne imposto il nome e venni chiamata Áslaug.” Infine, concluse raccontando quanto era da allora
successo finché lei e Heimir non fecero l’incontro col contadino. Allora Ragnarr rispose: “È davvero singolare quanto racconti su
Áslaug!” Ma lei: “Ebbene, sai che io aspetto un figlio. Sarà un maschio. Quando lo partorirò, troverai nel bambino questo segno
particolare: sembrerà che un serpente si trovi nei suoi occhi. Se così dovesse essere, ti prego di non partire per la Svezia per sposare
la figlia di re Eysteinn. Se tuttavia così non dovesse essere, parti secondo la tua volontà. In ogni caso, voglio che il bambino sia
chiamato col nome di mio padre, ne sei occhi sarà presente quel segno che credo apparirà.”
Sopravvennero finalmente le doglie e Kráka partorì dando alla luce un maschio. Quindi le levatrici presero il neonato e lo mostrarono
alla madre, la quale disse di portarlo a Ragnarr perché lo vedesse. Si fece allora in modo che il neonato venisse portato nella sala e

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
deposto nel risvolto del mantello di Ragnarr. Appena vide il bambino gli venne chiesto come dovesse chiamarsi. Ragnarr recitò la
strofa:
Si chiami Sigurdr il bambino, compare nelle cronache dell’873 come re dei Danesi. Muore per mano dei Frisoni nell’887
- battaglie sosterrà –
molto somiglierà alla madre,
e figlio di suo padre verrà detto:
chi sovrasta la stirpe di Odino
verrà anche chiamato
- il serpe ha negli occhi -, nelle Gesta Danorum di Sassone Grammatico questo segno di Sigurdr è tutt’altro. Sarebbe infatti originato
da polvere gettata da Odino nei suoi occhi a fini medicamentosi e non dall’ascendenza da Sigurdr Fáfnisbani. Probabilmente l’epiteto
faceva riferimento in origine allo sguardo autoritario e minaccioso di Sigurdr
gli altri farà morire!
Quindi prese un anello d’oro dalla sua mano e lo donò al bambino come regalo per l’imposizione del nome. Appena Ragnarr stese la
mano con l’oggetto d’oro, urtò la schiena del neonato; dal che Ragnarr arguì che avrebbe disprezzato l’oro. Allora recitò la strofa:
Pare ai guerrieri
che abbia la pupilla penetrante
di Brunilde l’amato figlio della figlia
e il cuore ancor più intrepido;
tutti i mortali supera in forza
“chi spartisce la fiamma della ferita” “la fiamma della ferita” è una Kenning che sta per “oro”. “Chi spartisce l’oro” sta per
“principe”, “sovrano”. Quindi, colui che spezza l’oro è il principe, che era solito spezzarlo per distribuirlo ai propri discendenti. Ma il
bambino lo ripudia perché è portatore di sventura
il congiunto di Budli che, precocemente adulto,
l’anello odia rosso. rosso è il colore attribuito all’oro
Per poi proseguire:
Così nessun giovane appare
se non il solo Sigurdr:
nelle pupille diafane
era il “cappio dell’arida collina”, è una Kenning per “serpente”. Il cappio è tondo, mentre l’arida collina e in tumulo. Ciò che sta
intorno al tumulo è protetto dal serpe (i draghi rappresentano le sepolture)
“chi sopprime il giorno delle fiere” è una Kenning non molto chiara che sta per “principe”, “sovrano”. Il “giorno delle fiere”
sarebbe l’oro e spesso il principe è chiamato “colui che distrugge l’oro” con allusione alla pratica di spezzare bracciali e anelli per
distribuirne i pezzi ai membri del seguito
facile sarà da riconoscere:
ha nell’iride penetrante
l’”anello della foresta” disegnato. Kenning per “serpente”, poiché Fáfnir viveva nella foresta
Comandò infine Ragnarr di riportare il bambino nelle stanze femminili. Venne quindi il momento per Ragnarr di partire per la
Svezia; l’ascendenza di Áslaug divenne però nota e tutti seppero che lei era figlia di Sigurdr, l’uccisore del serpe, e di Brunilde, la
figlia di Budli.
Analisi:
In Svezia, a Uppsala, regna re Eysteinn. Sua figlia, Ingibjörg, è la donna più bella di tutte le donne (non c’è una fonte storica che lo
afferma) e viene usata dal re per le sue relazioni politiche e diplomatiche. Il re, potente, malvagio e astuto, pratica sacrifici mai visti
prima, spesso in devozione alla vacca Síbilja, la quale è caratterizzata da un muggito terrorizzante e da un potere demoniaco
(“Sibilla” deriva forse da un prestito, in collegamento ad una questione pagana).
Tra re Eysteinn e Ragnarr vi sono buoni rapporti, a tal punto da offrirsi dei banchetti a vicenda. Un giorno Ragnarr viene invitato in
Svezia ad un banchetto e qui re Eysteinn ordina alla figlia di servire da bere ai due. L’atto di servire da bere significa che il padre
vuole mostrare la figlia, come se fosse un oggetto in vetrina. In particolare, la ragazza serve da bere ad un giovane; di solito le
ragazze non potevano servire i propri coetanei, ma gli anziani. Quindi, significa che il padre vuole che tra lei e Ragnarr inizi una
relazione di qualche tipo. L’esito è il fidanzamento, accolto anche dai suoi uomini.
Ragnarr torna in patria dopo il banchetto e dopo l’organizzazione del fidanzamento, nonostante sia ancora sposato con Kráka, la cui
intenzione è quella di lasciarla. Al suo ritorno il popolo esulta bevendo, tipico atto nordico come segno di ospitalità. Kráka lo saluta
posandosi sulle sue ginocchia, atto di complicità e intimità dimostrata in pubblico. È un atto simbolico di appartenenza a Ragnarr che
descrive anche la loro indivisibilità.
Quando i due vanno a coricarsi Kráka chiede a Ragnarr se ci sono novità, ma lui non ha nulla in particolare da dire. La donna sa già
quello che è successo al banchetto, ma nulla le è stato riferito dagli uomini di Ragnarr che hanno fatto un giuramento di silenzio
prima di fare ritorno. Kráka ha saputo del fidanzamento da tre uccelli che si erano posati su un albero nel momento in cui egli chiese
ai suoi uomini di giurare di non dire nulla a sua moglie. Kráka, essendo figlia di Sigurdr, possiede la stessa capacità del padre di
comprendere il linguaggio degli animali.
A questo punto a Kráka non resta che svelare le proprie origini, ma Ragnarr sembra non credere alle sue parole. Quindi, la donna
espone una profezia: se le sue parole sono veritiere, allora il figlio che sta aspettando nascerà con un segno nell’occhio a forma di
serpente, poiché suo padre è l’uccisore del serpe Fáfnir. Se così sarà, il bambino verrà chiamato come il padre di Kráka.
Ragnarr dopo aver visto il bambino recita una strofa; i suoi versi hanno una struttura complessa e il metro è quello della poesia
scaldica. Egli riconosce suo figlio come discendente di Odino. Il bambino, quindi, si chiamerà Sigurdr come il nonno, che
storicamente era re dei Danesi e muore nell’887.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
In questo passo si collegano due incisi: “battaglie sosterrà” e “il serpe ha negli occhi”. Nel IX libro di Sassone Grammatico il segno
ha un’origine diversa: sarebbe originato da polvere gettata da Odino negli occhi di Sigurdr a fini medicamentosi e non perché è
nipote dell’uccisore di Fáfnir. È probabile che l’epiteto faccia riferimento allo sguardo autoritario e minaccioso del nonno.
A quel punto, Ragnarr dona un anello (collegato al riscatto della lontra) al neonato, come segno del fatto che parteciperà all’eredità.
Non appena allunga la mano, il neonato gli volta la schiena respingendolo, a simbolo che non gli capiterà la sorte del nonno a causa
dell’oro.
I versi che recita Ragnarr danno l’idea della capacità di uomini come lui di fare poesia scaldica, un modo di fare poesia tipico del
mondo nordico, soprattutto in Islanda e Norvegia, e non appartenente al mondo indoeuropeo. Invece, l’improvvisazione è comune a
entrambi i mondi.
Ragnarr sceglie di rimanere marito di Áslaug e nonostante re Eysteinn lo stia aspettando a Uppsala, egli non vi si reca. Al re questo
pare un affronto, perciò si rompe l’alleanza. La fine dell’alleanza con la Svezia crea una crisi diplomatica.
Cap. 10 – “Re Eysteinn e i figli di Ragnarr”, pp. 62-71:
Era giunto finalmente il momento prefissato, in cui Ragnarr doveva recarsi e banchetto in Uppsala, ma poiché non vi si recò, parve a
re Eysteinn un affronto, sia per lui che per sua figlia e allora i vincoli di alleanza fra i due re vennero meno. Quando Eirekr e Agnarr,
i figli di Ragnarr, vennero a sapere la cosa (nell’Episodio la spedizione dei figli di Ragnarr si configura piuttosto come una ribellione
nei confronti del padre), decisero concordemente di raccogliere una schiera numerosa quanto più fosse possibile e di mettere a sacco
la Svezia. Raccolsero dunque le schiere ed equipaggiarono le navi; ora, a quei tempi si prestava attenzione al modo in cui le navi
salpavano per trame un auspicio, ma accadde che la nave di Agnarr scivolasse all’improvviso sui rulli, investisse un uomo e ne
provocasse la morte (questo tipo di morte venne appunto chiamato “morte per rullo”). Nonostante che questo non fosse un auspicio
favorevole, non vollero tuttavia interrompere la loro spedizione.
Una volta che la loro schiera fu pronta, fecero vela con i loro uomini verso la Svezia e appena approdarono nel regno di re Eysteinn
cominciarono le ostilità. Furono però individuati dagl’indigeni e questi si recarono subito a Uppsala per annunciare a re Eysteinn che
era sbarcata una schiera d’armati, il re fece inviare messaggi lasciando frecce (la freccia veniva deposta dai messaggeri alla porta
delle case dei notabili come simbolo di guerra imminente o di gravi decisioni da prendere) in tutto il suo regno e radunò un esercito
straordinariamente numeroso. Re Eysteinn fece dirigere le truppe in una foresta al riparo della quale si accampò. Conduceva con sé la
vacca Síbilja; era stato necessario celebrare numerosi sacrifici prima che essa fosse disposta a muoversi.
Mentre si trovavano al riparo della foresta, Eysteinn parlò: “Sono venuto a sapere – diceva – che i figli di Ragnarr si trovano nella
pianura davanti alla foresta e mi è stato assicurato che hanno forze pari a un terzo delle nostre. Si tratta, ora, di schierare le nostre
truppe per il combattimento: un terzo dei nostri li impegneranno e dovranno mostrare impeto tale che paia ai figli di Ragnarr che noi
riponiamo in quegli uomini tutte le nostre speranze; subito dopo però irromperemo contro di loro con tutte le nostre forze, facendo
precedere la nostra schiera dalla vacca. Ho buoni motivi per ritenere che non saranno in grado di resistere al suo muggito.”
Fu fatto come era stato detto: appena i fratelli videro le truppe di re Eysteinn, parve loro che non fossero di molto superiori in numero
e non sospettarono che vi fossero uomini di riserva. Ma all’improvviso tutto l’esercito sbucò dalla foresta dietro alla vacca che,
correndo, lanciava muggiti e gettava i nemici nel terrore. Aveva il muggito un tale potere da mettere i guerrieri che l’ascoltassero gli
uni contro gli altri. Soltanto i due fratelli rimasero al loro posto. Ma quella bestia diabolica uccise quel giorno molti uomini anche
con le sue corna; e, sebbene i figli di Ragnarr fossero forti e valorosi, non seppero resistere alla disparità del numero e alla
stregoneria. Tuttavia, opposero resistenza con fermezza, comportandosi con valore e coraggio degni di gran rinomanza.
Nel corso della giornata Eirekr e Agnarr, trovandosi a capo della schiera, si lanciarono più volte contro le truppe di re Eysteinn. In
questi frangenti cadde Agnarr e quando Eirekr lo vide morire prese a combattere con foga impareggiabile, senza riguardo al fatto che
poteva morire all’istante. Venne però sopraffatto e catturato. Allora Eysteinn ordinò che la battaglia cessasse, offrendo un armistizio
onorevole a Eirekr: “E intendo garantirlo – disse – dandoti in sposa mia figlia (la mossa di Eysteinn è spiegabile con la volontà di
non innescare il meccanismo della vendetta. Si deve tenere presente che presso le popolazioni germaniche antiche la vendetta era un
mezzo consentito dalla giurisprudenza per restaurare il diritto violato nel caso della morte di un congiunto. Anche un indennizzo in
denaro poteva però sanare la questione)!” Eirekr, allora, recitò la strofa:
Non voglio un compenso per il fratello
Né con anelli comprare una fanciulla: “anelli” nel senso di “oro”
- Eysteinn dicono sia stato
l’uccisore di Agnarr –
piangermi non può mia madre: Thóra, difatti, è morta
per ultimo perirò sul campo,
e l’asta della lancia rivolta
contro di me fate preparare! si tratta di una sorta di morte rituale, destinata a surrogare la morte in battaglia
Aggiunse che acconsentiva alla tregua per i suoi uomini e che lasciava liberi di andare dove volessero coloro che l’avevano seguito:
“Per me desidero tuttavia che si prendano quante più lance sia possibile e si conficchino le aste nel terreno; sollevatemi quindi sopra
le loro punte. Là voglio morire.”
Disse re Eysteinn che avrebbe fatto come chiedeva, sebbene fra le due scegliesse la sorte peggiore. Le aste vennero conficcate mentre
Eirekr recitava la strofa:
Ma il rampollo di un re,
per quanto possa sapere,
su più nobile letto morirà,
mattutino pasto dei corvi;
- già in alto gracchia con forza –
la carne, allora, e il sangue
dei fratelli divorerà
il nero, ed è un triste compenso. “il nero” indica il “corvo”

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
si diresse quindi nel luogo in cui erano state conficcate le aste e, preso un anello (secondo la Saga di Skjöldungar l’anello
rappresenterebbe una richiesta di vendetta da parte di Eirekr) dalla sua mano, lo gettò agli uomini del suo seguito, che ora avevano
ottenuto la tregua, perché l’inviassero ad Áslaug; e recitò la strofa:
Portate fra i monti il messaggio:
- andate sono le razzie a oriente – cioè nelle regioni a sud del Mar Baltico, luoghi deputati nelle saghe leggendarie per prove
d’eroismo
conservi a lungo l’esile Áslaug
questo mio anello;
allora con pena immensa
saprà che son morto,
la mia seconda madre
e potrà dirlo ai suoi figli diletti.
Quindi venne sollevato sulle punte di lancia. Vide però volare un corvo e recitò:
Gracchia il corvo sulla testa
mia e qui lo puoi vedere;
reclama il “falco delle ferite” gli occhi Kenning per “corvo”
miei, e non ne ha motivo;
lo sai che, se il corvo dalla testa
svelle le mie pupille, ripaga
l’”incitatore dell’albero marino” l’”albero marino” è la nave; l’intera Kenning vale “uomo”, “vichingo”
ingiustamente per il molto cibo. cioè i numerosi guerrieri uccisi da Eirekr e i cui cadaveri hanno nutrito i corvi
Mostrando grave valore cessò quindi di vivere. I suoi messaggeri fecero allora ritorno in patria e non sostarono finché non giunsero
nel luogo in cui Ragnarr teneva la sua reggia. Questi era tuttavia assente per partecipare a un convegno si sovrani e anche i suoi figli
non avevano ancora fatto ritorno dalla loro spedizione militare. Rimasero dunque tre notti in quel luogo prima di far visita ad Áslaug.
Quando giunsero davanti al trono di Áslaug la salutarono con reverenza e vennero ricevuti. Áslaug teneva un panno di lino sulle
ginocchia e stava per pettinarsi; aveva infatti i capelli sciolti. Chiese però chi fossero poiché non li aveva mai visti prima. L’uomo
che faceva da portavoce disse che appartenevano al seguito di Eirekr e Agnarr. A quel punto Áslaug recitò la strofa:
Dall’altra terra quali mi portate Svezia
Nuove notizie, voi intimi del re?
son penetrati nel regno gli Svedesi
o sono ancora fuori dai confini,
Io so soltanto che partirono
- più di questo non so –
i Danesi verso nord, e che i guerrieri furono investiti da un rullo.
Il portavoce replicò con la strofa:
A te annunciamo – bisogna farlo –
che i tuoi congiunti sono morti.
Infausta è per il tuo consorte,
la sorte dei figli di Thóra!
Parole fresche non abbiamo,
che siano più recenti di queste:
- ora l’ho appreso senza dubbio –
che volò l’aquila sul corpo del morto.
Áslaug volle sapere come si fossero svolti i fatti. Il portavoce riferì la strofa recitata da Eirekr, con la quale le inviava l’anello. Videro
allora i messi scenderle le lacrime sul volto; parevano sangue, ma erano dure come chicchi di grandine. Nessuno aveva mai visto
prima qualcosa di simile al modo in cui le sgorgavano le lacrime, né lo vedrà poi. Disse infine che lei non poteva vendicare il
misfatto prima che giungesse Ragnarr o i suoi figli: “Ma voi rimarrete qui fino al quel momento; e io non risparmierò gl’incitamenti
alla vendetta, proprio come se i caduti fossero figli miei!”
Arrivarono; e accadde che Ívarr facesse ritorno prima di Ragnarr. Non trascorse tuttavia molto tempo dal loro arrivo prima che
Áslaug si recasse a far visita ai figli. Sigurdr aveva allora tre anni e camminava al fianco della madre. Quando la donna entrò nella
sala dove i fratelli si trovavano a consiglio, le dettero il benvenuto e si chiesero a vicenda se ci fossero nuove. Loro riferirono
innanzitutto la morte di Rögnvaldr, suo figlio, e della piega che avevano poi preso le cose. Ma questa notizia non la turbò in modo
particolare. Difatti recitò:
Fecero sì i miei figli che
io fissassi a lungo la “via dei gabbiani”; è una Kenning per “mare”
ora voi siete a casa e da casa
capaci d’infilare la porta;
Rögnvaldr arrossò lo scudo
suo rotondo di sangue umano;
il più giovane dei miei figli,
lui “nano del terrore”, raggiunto ha Odino. è una Kenning irrisolta, manca il materiale per poterla identificare
Poi aggiunse: “Certo, non l’avrei visto vivere per compiere imprese più valorose!” toccò poi a loro chiedere quali notizie avesse. La
donna rispose: “La morte di Eirekr e di Agnarr, fratelli vostri, ma anche figliastri miei, a parer mio i guerrieri più valorosi mai vissuti.
E sarebbe inaudito che voi tolleraste il fatto (Áslaug sta istigando i figli), senza trarre una vendetta spietata. Di questo vi supplico.
Sarò con voi con tutto il mio sostegno. E sia spropositata la vostra vendetta, senza misura!”

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
Parlò allora Ívarr: “Questo è certo, che non andrò mai in Svezia per combattere contro re Eysteinn e quell’essere incantato che si
trova laggiù!” Lei insistette, ma Ívarr parlò a nome di tutti e rifiutò recisamente di partire. Allora Áslaug recitò la strofa:
Non restereste voi
Fratelli invendicati,
foss’anche per sei mesi,
se foste stati voi primi a morire;
- non lo tengo nascosto –
e fossero in vita rimasti
Eirekr e Agnarr,
figli che non ho partorito!
“Non è certo – ribatté Ívarr – se ti sarà d’aiuto recitare una strofa dietro l’altra. Ma lo sai quale ostacolo dovremo affrontare?” “Io non
saprei dire – replicò la donna – Tu, però puoi dirmi di quale difficoltà si tratta.” Ívarr spiegò che si trattava di una stregoneria
talmente efficace che nessuno era in grado di portarne un paragone: “inoltre, il re unisce alla potenza la malvagità.” “Ma su cosa
confida, facendolo oggetto di riti magici?”
“Su una vacca enorme – rispose Ívarr – che viene chiama Síbilja e in lei risiede un potere così grande che appena gli uomini sentono
il suo muggito, nessun nemico è in grado di opporre resistenza. Non si tratta dunque di combattere soltanto contro esseri umani,
piuttosto bisogna tener conto del fatto che, prima del re, bisogna affrontare quell’essere demoniaco. Per questo non desidero
impegnare me stesso né, tantomeno, la mia schiera.” “La cosa può esser vista sotto un altro aspetto. – replicò Áslaug – Non puoi
pretendere che ti si chiami uomo di valore senza far nulla per giustificarlo.”
Aveva perduto Áslaug ogni speranza e si era decisa a congedarsi; difatti le pareva proprio che le sue parole non fossero tenute in gran
conto. Fu a quel punto che intervenne Sigurdr serpe-negli-occhi: “Posso, madre, esprimerti quanto ho nel petto, ma non ho il potere
d’influenzare le loro decisioni.” “Voglio ascoltarti.” Disse la donna. Intanto Sigurdr pronunciò la strofa:
Se questo, madre, ti angustia
in non più di tre notti
- un lungo viaggio ci attende –
prepareremo una spedizione;
mai più in Uppsala,
poss’anche offrire tributi,
se le spade ci soccorrono,
Eysteinn sarà re!
Come ebbe recitato questa strofa, cominciò a mutare l’animo dei fratelli. Parlò quindi Áslaug: “Figlio mio, chiarisci meglio il modo
in cui desideri compiere la mia volontà. Difatti non riesco a vedere come potremo metterci in questa impresa, senza ottenere l’aiuto
dei tuoi fratelli. Soltanto così potrà verificarsi il partito migliore: trarre vendetta (l’esercizio della vendetta era uno strumento
giuridico consentito per rivendicare i propri diritti)! E giusto mi pare il suo comportamento, figlio mio.” Allora Björn recitò la strofa:
Soccorreranno animo e cuore,
dall’interno del costato, quest’uomo
nel petto ardito come uno sparviero,
- anche se poco di questo egli parla -;
non c’è nei nostri occhi
un serpe o un rettile balenante,
ma mi allietarono i miei fratelli:
non scordo i tuoi figliastri.
A quel punto fu Hvítserkr a intervenire con una strofa:
Riflettiamo, prima di stabilire
che trarremo vendetta:
faremo con diversi supplizi
l’uccisore di Agnarr gioire;
lanciamo lo scafo sull’onde,
rompiamo davanti alla prua il ghiaccio nel corso dell’inverno le navi venivano tratte in secco e disarmate, poiché le spedizioni
avvenivano soprattutto in estate
vediamo in che modo le navi
al più presto equipaggiare.
Hvítserkr diceva che sarebbe stato necessario rompere il ghiaccio, poiché sul mare se ne era formata una crosta spessa e anche le navi
erano incrostate di brina al loro interno. Finalmente prese la parola Ívarr e disse che, giunti a quel punto, non poteva più tirarsi
indietro; e recitò la strofa:
Coraggio certo non vi manca
e così nemmeno audacia;
ora però di questo c’è bisogno
che fermezza incrollabile s’aggiunga;
davanti agli uomini dovranno
me, che sono privo d’ossa, trasportare,
una mano fornii per la vendetta,
sebbene nessuna possa adoperare.
“Ordunque, la cosa migliore – continuò Ívarr – è equipaggiare con la maggior cura possibile le navi e radunare una schiera poiché
non possiamo permetterci di trascurare nulla, se vogliamo ottenere la vittoria.” Qui Áslaug uscì.
Analisi:

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
Quando arriva il momento del banchetto e Ragnarr non si presenta si rompe l’alleanza con la Svezia, a causa della quale si formerà
una crisi diplomatica poiché l’assenza di Ragnarr viene considerata un oltraggio al re di Svezia e a sua figlia. A quel punto Eirekr e
Agnarr, figli di Thóra, decidono di partire per una spedizione e saccheggiare la Svezia.
Era un’usanza nordica prestare attenzione al modo in cui salpavano le navi in segno di buono o cattivo auspicio. La nave di Agnarr
scivola sui rulli provocando la morte di un uomo. Questo viene considerato un cattivo auspicio, ma i fratelli decidono di partire
ugualmente. I due fratelli sono superbi, poiché decidono autonomamente di partire per una spedizione contro uno dei più potenti re
del mondo nordico, e non tengono nemmeno conto del cattivo auspicio.
Nel momento in cui giungono in Svezia, re Eysteinn riceve la notizia del loro arrivo e si sposta con il proprio esercito all’interno di
una foresta insieme alla vacca Sibiljia (elemento magico, sempre presente). L’esercito dei vichinghi è un terzo di quello del re, il
quale ha un piano: manderanno prima una parte dell’esercito insieme alla vacca, in modo che gli avversari pensino che quelle siano
tutte le loro forze e subito dopo si aggiungerà il resto dell’esercito. La disparità è notevole e nel combattimento Agnarr trova la
morte, mentre Eirekr viene fatto prigioniero. A quel punto il re offre l’armistizio ai nemici, temendo una reazione di vendetta da parte
di Ragnarr (presso le popolazioni germaniche antiche la vendetta era un mezzo giuridico per restaurare il diritto violato nel caso della
morte di un congiunto). Quindi, Eysteinn offre in sposa sua figlia a Eirekr.
Quest’ultimo, recitando dei versi poco raffinati, rifiuta la proposta del re, pur accettando l’armistizio e, al contrario, preannuncia la
sua morte invitando i nemici ad ucciderlo: Eysteinn sarà il suo uccisore e sua madre Thóra non potrà piangerlo perché già morta; in
questo senso, egli non ha obblighi dal punto di vista della protezione della madre in assenza del marito. La sua morte avverrà sul
campo conficcato sulle lance, una sorte di morte rituale che simula la morte in battaglia, una morte nobile. I versi continuano e Eirekr
dice che morirà su un letto nobile e diventerà pasto mattutino dei corvi, che mangeranno anche la carne e il sangue dei fratelli. I
corvi sono mangiatori di cadaveri ma rappresentano anche l’animale sacro ad Odino. È come se Eirekr chiedesse al dio di prendersi
cura della morte sua e del fratello.
Dopo aver recitato i versi, simili a un canto funebre, prende un anello e lo getta al suo seguito, affinché venga portato alla sua
seconda madre, Áslaug. L’anello rappresenterebbe una richiesta di vendetta da parte di Eirekr. I suoi ultimi versi sono un canto
funebre, tipico della morte di un guerriero fatto prigioniero: il corvo mangerà le sue pupille, ma lui stesso, “incitatore dell’albero
marino”, ha lasciato molto cibo ai corvi, nel senso che ha causato molte morti.
Dopodiché il seguito dei due fratelli si reca da Áslaug, che dal momento che Ragnarr si trovava in Danimarca e lo sostituiva. La
donna recita dei versi in cui chiede notizie dei due figliastri. I portavoce rispondono con altri versi, annunciando la morte dei figli di
Ragnarr avuto con Thóra. Il portavoce dice che “volò l’aquila sul corpo del morto”, in riferimento all’animale legato ai culti odinici.
Corvo, aquila e lupo sono gli animali della guerra e nella poesia eroica sono presenti per indicare che ci sono dei morti.
Alla notizia della morte dei due figliasti Áslaug reagisce con delle lacrime simili al sangue, ma dure come chicchi di grandine. Di
solito le lacrime sono calde, perché sono suscitate da un’emozione e provengono dall’interno del corpo, qui le sue lacrime sono
ghiacciate e dure. Ciò significa che la donna è colta dall’emozione causata dalla morte dei due guerrieri, ma allo stesso tempo riesce
a controllare il sentimento, poiché non deve mostrare il suo dolore. Questo modo di reagire alle sventure è caratterizzato da una
grande capacità di controllo e misurazione e di agire con razionalità tipica delle regine, infatti non può abbandonarsi alla disperazione
come una schiava.
Ívarr torna a casa prima di Ragnarr e Áslaug lo informa della morte di Eirekr e Agnarr, mentre lui annuncia la morte di Rögnvaldr.
Questa notizia, però, non tocca così profondamente Áslaug a differenza di quella ricevuta precedentemente, poiché Rögnvaldr non
ebbe un comportamento esemplare dal momento che non rispettò gli ordini dei fratelli.
Dopodiché la donna, come di suo compito essendo donna capo della stirpe, comincia ad istigare i due figli affinché vendichino la
morte dei loro due fratellastri, per mantenere l’onore della casata, ma inaspettatamente i due si rifiutano di partire per la Svezia
poiché non si tratta solamente di combattere contro degli uomini, ma anche con la vacca demoniaca che terrorizza ogni uomo.
Interviene quindi Sigurdr serpe-negli-occhi, il quale a soli tre anni propone alla madre di partire loro due per la spedizione. Con
queste parole iniziano a mutare gli animi dei due fratelli, ma secondo Áslaug la presenza dei suoi due figli è determinante. Björn
evidenzia il coraggio di Sigurdr e il fatto che loro non hanno un serpe o un rettile negli occhi, in riferimento al fatto che non hanno
ereditato le caratteristiche del nonno.
Interviene Hvítserkr, affermando la sua decisione di vendicare i fratelli. Infine, interviene Ívarr, vedendo che non ha altra scelta se
non quella di partire. Egli dice che oltre al coraggio e l’audacia sarà necessaria anche grande fermezza e qualcuno che lo trasporti,
perché è senza ossa.
Cap. 11 – “La preparazione […]”, pp. 72-73:
Sigurdr aveva un padre adottivo (solitamente è lo zio materno che assolve alla funzione di educare i nipoti) che gli permise di
equipaggiare navi e di procacciarsi una schiera in modo tale che tutto fosse preparato a perfezione. Non trascorse molto tempo prima
che la schiera, il cui equipaggiamento era demandato a Sigurdr, fosse pronta. Erano trascorse soltanto tre notti e aveva messo a
disposizione cinque navi, tutte armate a dovere. Quando furono trascorse cinque notti, Hvítserkr e Björn avevano allestite quattordici
navi, mentre Ívarr ne schierava dieci e Áslaug altre dieci: erano scadute sette notti da quando avevano parlato fra loro e deciso la
spedizione militare. S’incontrarono quindi tutti insieme e ciascuno informò gli altri sulle forze che aveva raccolto. Ívarr in
quell’occasione riferì di aver inviato una schiera di cavalieri via terra.
“Se avessi saputo – intervenne Áslaug – che avrebbero potuto risultare utili truppe via terra, anch’io sarei stata in grado d’inviarne un
bel numero!” “Non c’è bisogno – replicò Ívarr – di rinviare la partenza per questo fatto. Noi, peraltro, viaggeremo con gli uomini che
abbiamo qui radunati insieme.” Áslaug espresse l’intenzione di partire con loro e aggiunse: “So benissimo con quanto accanimento
vi siete adoperati per vendicare i vostri fratelli.” “Comunque – reagì Ívarr – non salirai con noi sulle navi. Se acconsenti, è più
opportuno che sia tu a guidare la schiera che avanzerà per terra.” Áslaug disse che avrebbe fatto così. In quell’occasione cambiò il
suo nome e si fece chiamare Randalín (si tratta di un nome adatto a una valchiria, che significa “lei che porta lo scudo”, vale a dire
“colei che guerreggia”). Ciascuno quindi si mise a capo dei suoi uomini, non prima però che Ívarr avesse stabilito il luogo in cui
avrebbero dovuto ricongiungersi. Partirono dunque entrambi senza inconvenienti e si ritrovarono nel luogo prefissato. Appena
giunsero in Svezia, nel regno di Eysteinn, cominciarono a depredare, incendiando qualsiasi cosa in cui s’imbattessero, uccisero ogni
uomo, giungendo i loro eccessi al punto di sterminare ogni creatura vivente.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
Analisi:
Viene descritta la preparazione della spedizione, costituita da circa 40 navi vichinghe. Insieme ai figli anche Áslaug parte, la quale
cambia il proprio nome in Randalín (“Hlín” = “protezione”, “Rönd” = “scudo”), nome adatto ad una valchiria poiché significa “lei
che porta lo scudo”, cioè “colei che guerreggia”. Appena giungono in Svezia fanno strage, incendiando e distruggendo ogni cosa e
uccidendo chiunque incontrassero sulla loro strada.
Cap. 12 – “Il resoconto della scorreria”, pp. 74-76:
Finalmente alcuni uomini si recarono da re Eysteinn e gli riferirono che nel suo regno era penetrata una schiera molto numerosa e
con intenti ostili a tal segno che non risparmiavano nulla; devastavano tutto ovunque si dirigessero e nessun edificio era rimasto in
piedi.
Appena re Eysteinn ebbe ascoltato queste notizie, arguì che gl’invasori erano vichinghi (qualunque sia l’etimologia, il termine
norreno “víkingr” significa “pirata”). Fece perciò inviare messaggi in tutto il suo regno con la freccia e chiamò a raccolta tutti gli
uomini che volessero prestargli soccorso e fossero in grado di portare lo scudo.
“Avremo – diceva – con noi la vacca Síbilja, la nostra divinità, e la lanceremo davanti alle schiere. Ho ragione di credere che le cose
prenderanno la piega solita: i nemici non saranno in grado di resistere al suo muggito. Voglio incitare tutti i miei uomini a lottare col
massimo valore. Ricacceremo così quell’esercito numeroso e ostile.”
Si fece dunque così e Síbilja venne lasciata libera. Ívarr la vide venire avanti e ascoltava i muggiti terrificanti che metteva. Comandò
allora ai suoi di rompere il silenzio, battendo le armi sull’umbone e lanciando grida di guerra, in modo tale da sovrastare il muggito
di quel maleficio che correva loro incontro. Ordinò poi ai suoi portatori di condurlo quanto più potevano avanti: “Ora, quando la
vacca ci assalirà, gettatemi contro di lei e allora o io perderò la mia vita o riuscirò a ucciderla. Prendete intanto un grosso tronco e da
quello ricavate un arco e frecce.”
Gli venne quindi portato quell’arco robusto e le frecce smisurate che aveva fatto fare e nessuno dubitò che queste armi non fossero
per lui. Ívarr incitava ciascuno a combattere col massimo fervore e i loro uomini avanzavano con grande impeto e frastuono, mentre
lo stesso Ívarr veniva condotto davanti alle schiere. Tuttavia, quando Síbilja muggì il clamore fu tale che giunse agli uomini come se
essi fossero in silenzio e restassero immobili.
Conseguenza ne fu che tutti gli uomini della schiera presero a combattere l’uno contro l’altro, tranne i fratelli.
Mentre si verificava questo fatto inaudito coloro che portavano Ívarr lo videro tendere il suo arco, quasi si trattasse di un ramo
flessibile di olmo; anzi parve loro che tendesse l’arco con tanta disinvoltura da farlo andare oltre la punta della freccia. Poi sentirono
la corda vibrare così acutamente come mai era capitato in precedenza. Videro quindi due frecce volare rapidamente come se fossero
state scagliate dalla balestra più potente e con tanta precisione che Síbilja venne raggiunta in entrambi gli occhi (pare che Ívarr
perdesse la sua menomazione quando si trovava a cavallo). Cadde la vacca con la testa in avanti e i suoi muggiti si levarono ancora
più tremendi. Quando l’animale fu più vicino, Ívarr comandò che lo si catapultasse contro la vacca. L’operazione riuscì facilmente ai
suoi uomini, quasi si trattasse di un bambino, sebbene non si trovassero proprio vicini alla vacca, sul dorso della quale Ívarr piombò.
Ricadde dunque così pesantemente su Síbilja che parve franare su di lei una montagna: andò in frantumi ogni osso della vacca, che
perciò morì.
Comandò allora ai suoi di tirarlo su con la massima sollecitudine. Quando l’ebbero sollevato la sua voce risuonò con tanta intensità
che a tutto l’esercito parve di averlo vicino mentre parlava, anche a coloro che erano più distanti, e così i suoi ordini ebbero
l’attenzione più grande. Sortirono le sue parole l’effetto di sedare gli scontri sorti in precedenza, i quali non avevano prodotto danni,
poiché gli uomini avevano combattuto fra loro soltanto per poco tempo. Quindi Ívarr li esortò ad aggredire i nemici col massimo
vigore: “L’avversario più temibile mi pare fuori gioco, ora che la vacca è morta.”
Gli eserciti stavano schierati in rodine di battaglia, la quale finalmente cominciò e lo scontro si accese con tanta furia che non ci fu
nessuno fra gli svedesi che potesse dire di essersi trovato precedentemente in un analogo cimento. I fratelli Hvítserkr e Björn
avanzavano con tanta foga che nessuna schiera riusciva a contrastarli. Cadde perciò gran parte del seguito di re Eysteinn; soltanto
una minoranza era rimasta in piedi. Alcuni si erano dati alla fuga. Si risolse alla fine il combattimento con la morte di re Eysteinn e
con la vittoria dei fratelli, i quali concessero un armistizio ai sopravvissuti.
Ívarr manifestò dunque il proposito di non saccheggiare oltre quella terra, anche se ora non aveva più un sovrano: “Desidero
piuttosto fare vela dove si possano affrontare avversari di rilievo.” Randalín rientrò invece in patria con parte degli uomini.
Analisi:
I fratelli giungono in Svezia e re Eysteinn viene informato del loro arrivo, così che anche lui forma un esercito, il quale è
accompagnato dalla vacca Síbilja. Egli è convinto di poter vincere grazie al potere demoniaco dell’animale.
I due eserciti sono schierati. Il piano di Ívarr per affrontare la vacca è quello di rompere il silenzio battendo le armi sugli umboni
(parte metallica che tiene lo scudo) e lanciando grida di guerra per sovrastare il muggito malefico di Síbilja; quando la vacca li
avrebbe assaliti, i fratelli avrebbero dovuto scagliare Ívarr contro la bestia, con il risultato o della morte o della vittoria su di essa.
Quando il muggito si fa troppo insistente e il seguito dei fratelli comincia a combattere l’uno contro l’altro, ecco che si vede Ívarr
tendere l’arco che si era fatto costruire e scagliare una freccia che colpisce la vacca dritto negli occhi (se si vuole sconfiggere un
essere sovrannaturale bisogna fare in modo che esso non ti guardi). Quando l’animale si avvicina ai fratelli, essi le scagliano contro
Ívarr ed è come se una montagna franasse su di essa, tanto che ogni suo osso va in frantumi. Qui è presente un contrappasso: colui
che è senza ossa frantuma le ossa della vacca. Nel momento in cui Ívarr uccide la vacca, egli esorta il suo seguito ad aggredire i
nemici; la sua voce è talmente forte che riesce a svoltare le sorti della battaglia.
A questo punto comincia realmente lo scontro fra uomini, che si risolve con la morte di re Eysteinn e la vittoria dei fratelli, i quali
concedono l’armistizio ai sopravvissuti. Ívarr ordina di non saccheggiare la Svezia per motivi politici: adesso la Svezia fa parte dei
territori controllati da Ragnarr e non sarebbe convenuto spogliare una propria terra di tutto ciò che aveva.
Randalín rientra in patria con parte degli uomini, mentre Ívarr vuole fare vela verso altri territori.
Cap. 13 – “La campagna dei fratelli di Ívarr. Hvítserkr”, pp. 77-80:

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
Decisero allora concordemente di depredare l’Europa meridionale. Sigurdr serpe-negli-occhi, figlio di Randalín, prese parte da allora
a tutte le spedizioni militari dei fratelli. Nel corso di queste giunsero davanti a una grande città: la conquistarono senza trovare
opposizione. Intanto avevano sentito parlare di un’altra città, grande e popolosa, oltre che ben munita. Ívarr manifestò dunque il
proposito di dirigersi alla sua volta. È noto, inoltre, come si chiamava quella città e chi ne era a capo. Il comandante si chiamava
Vífill e l’abitato aveva da lui nome Vífilsborg (è identificabile, in base a un itinerario dell’XI secolo di un pellegrino islandese diretto
a Roma, con la città svizzera di Wiflisburg, in francese Avenches). Avviarono dunque la loro azione militare, devastando tutte le città
che trovarono sul loro cammino, finché non giunsero in vista di Vífilsborg. Il comandante non si trovava nella città e, insieme a lui,
erano partiti molti armati.
Costruirono allora i loro baraccamenti nella zona pianeggiante prospiciente la città, restando inattivi quel giorno in cui erano giunti
sotto la città col fine d’instaurare trattative con gli abitanti della stessa, ai quali offrivano la possibilità di consegnare la città e
garantirsi in tal modo l’incolumità generale. Altrimenti avrebbero dovuto affrontare la loro forza superiore e il loro valore; nessuno,
allora, sarebbe stato risparmiato.
Ma i cittadini risposero subito col dire che mai sarebbero riusciti a prendere la città, se si aspettavano che fossero loro a
consegnargliela: “Sarete voi a esser messi alla prova e dovrete mostrarci quanto siete coraggiosi e abili in battaglia!”
Trascorsa che fu la notte, diedero l’assalto il giorno seguente alla città, ma senza successo. L’assediarono in seguito per quindici
giorni e tentarono ogni giorno di espugnarla con vari stratagemmi; tuttavia il momento della conquista si allontanava sempre di più
nonostante la perseveranza degli assalitori. Già si pensava a ritirarsi. Quando gli assediati si resero conto dell’intenzione che avevano
di togliere l’assedio, uscirono sugli spalti e spiegarono stoffe preziose lungo tutte le mura, insieme alle vesti migliori che si trovavano
nella città, ed esibirono davanti agli assedianti oro e gioielli, i più preziosi che si trovassero nella città. Poi uno di loro prese la parola
e disse: “Pensavamo di avere a che fare con i figli di Ragnarr e che la loro schiera fosse composta di uomini valorosi. Ora però
possiamo dire che a loro non è andata meglio che agli altri!” A quel punto gli assediati lanciarono grida di guerra, batterono le loro
armi contro lo scudo, incitandosi gli uni con gli altri con gran foga. A questo spettacolo Ívarr si angustiò a tal segno da cadere
ammalato né riusciva a muovere un muscolo; se non si fosse ripreso subito, ci si aspettava che morisse. Ívarr restò in deliquio l’intero
giorno fino a sera e non era in grado di articolare parola. Riuscì infine a ordinare agli uomini che gli stavano attorno di comunicare a
Björn, Hvítserkr e Sigurdr che desiderava incontrarsi con loro e con i più assennati dei loro uomini. Una volta radunatisi nello stesso
luogo i principali capitani delle loro schiere, chiese Ívarr se avessero escogitato qualche piano che avesse maggiori possibilità di
vittoria di quelli che erano stati formulati in precedenza. Tutti però risposero che non erano stati sufficientemente abili da individuare
un qualche stratagemma che assicurasse loro la vittoria: “E ora, come molte altre volte, i tuoi consigli risulteranno davvero utili!”
Allora intervenne Ívarr: “M’è venuto in mente un piano che non abbiamo ancora tentato. Non lontano da qui si trova una foresta.
Ora, nel corso della notte, dovremmo uscire dalle nostre tende e nascostamente recarci nella foresta. Il nostro accampamento resterà
però così com’è alle nostre spalle. Quindi, mentre saremo nella selva, ogni uomo raccoglierà una fascina di legna. Infine, correremo
da ogni lato verso la città, appicciando il fuoco alla legna. Il fuoco si svilupperà allora con violenza e le mura della città vedranno la
malta sciogliersi per il calore. E qui utilizzeremo le catapulte e si vedrà quanto la città potrà resistere!”
Si fece in questo modo: gli uomini andarono nella foresta, dove rimasero il tempo che Ívarr ritenne opportuno; poi, una volta
eseguito il loro compito, accorsero verso la città e quando appicciarono il fuoco alla legna, le fiamme divamparono con tale intensità
che le mura non furono più in grado di restare salde, perdendo via via il loro cemento; poi, una volta portate le catapulte nei pressi
della città, le mura vennero rotte in più punti. Allora si accese la mischia. Poiché le forze impiegate nella battaglia si equivalevano, la
schiera degli abitanti cedette, dandosi alla fuga. La battaglia si concluse in questo modo, che Ívarr e i suoi uccisero ogni uomo
presente nella città, razziarono ogni ricchezza e la incendiarono prima di andarsene.
Analisi:
I fratelli Ívarr, Björn, Hvítserkr e Sigurdr decidono di partire e spostarsi dall’area del mare del Nord all’Europa meridionale, nell’area
del bacino Mediterraneo. Queste imprese vichinghe sono avvenute realmente e gli spostamenti sono attestati storicamente. Nella
“Saga degli uomini delle Orcadi” si parla di alcuni uomini, detti “Jarlar”, e delle loro imprese nel bacino, appunto, delle Orcadi. Una
parte della Saga è ambientata nel mar Mediterraneo. I comandanti di questa spedizione arriveranno fino in Terra Santa per fare
bottino.
I fratelli si dirigono verso una città comandata da Vífill (nome germanico in forma nordica), chiamata Vífilsborg, che prende il nome
dal comandante. La critica ha cercato di capire di quale città si trattasse: è stato ritrovato un documento dell’XI secolo di un
pellegrino islandese di nome Nikolás, il quale racconta il suo pellegrinaggio attraverso Francia, Italia (Roma) e Terra Santa. Si tratta
di un tipo di testo, ossia il diario di pellegrinaggio, che era molto frequente nel Basso Medioevo. In questa “guida” compare il nome
di una città svizzera di nome Wiflisburg, la odierna Avenches che è situata nel cantone del Vaud, vicino al lago di Ginevra. Il
problema è che si deve giustificare la verità storica con ciò che si trova all’interno della Saga: è possibile che i figli di Ragnarr siano
andati a saccheggiare una città che si trova in Svizzera, nell’entroterra, oppure nel testo c’è un problema di confusione di luoghi? Si
deve giustificare un passaggio ai piedi, compreso l’attraversamento delle Alpi (noi sappiamo che anche all’interno del territorio
francese avvengono delle imprese vichinghe), ma non se ne hanno notizie. Oppure, c’è un’altra possibilità, ossia che si tratti di
Avrenches (e non Avenches), che si trova tra la Normandia e la Britannia, sulla costa. È probabile che nella saga ci sia stata
confusione, e che l’attacco sia avvenuto ad Avrenches.
Si descrive ora l’assedio alla città. Il primo giorno cercano di instaurare trattative con i cittadini offrendo la loro probabilità di
consegnare la città e garantendo la loro incolumità, ma gli abitanti si oppongono nettamente. È una città sicura, fortificata e superba
a testimonianza che potesse trattarsi realmente di una città in Normandia. Gli abitanti manifestano la gloria e la ricchezza della città,
ciò che avrebbero voluto i vichinghi.
L’assedio vichingo si rivela difficoltoso e quando i fratelli stanno per arrendersi, ecco che i cittadini eseguono un atto di istigazione
che suscita a Ívarr grande frustrazione. Egli cade, così, in una sorta di “trans”: si distacca dal mondo, cade “ammalato”, muto, senza
riuscire a muovere un muscolo, come se fosse una meditazione. Il deliquio di Ívarr, che si distacca dal mondo come se fosse quasi in
meditazione, nella letteratura nordica non era così raro e stava ad indicare la concentrazione del personaggio. Egli si distacca dalla
realtà delle cose intorno a lui, sembra quasi che muoia, per poi convocare i fratelli e le persone più sagge. Questa sorta di trans gli ha
fatto maturare un progetto: andranno nella foresta, raccoglieranno fascine di legno, le porteranno sotto le mura della città e
appiccheranno il fuoco che sbriciolerà le mura delle città perché fatte di malta, che se bruciata si disgrega sciogliendosi.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
Così fu fatto; gli abitanti cedettero e si dettero alla fuga. Ívarr e il suo seguito a questo punto uccidono ogni uomo rimasto, razziano
ogni ricchezza e incendiano la città prima di andare via. In questa scena è presente un richiamo biblico alla genesi, alla distruzione di
Sodoma e Gomorra, in cui le fiamme colpiscono la superbia.
Cap. 14 – “I figli di Ragnarr”, pp. 81-82:
Tennero dunque la rota finché non giunsero nella città di Luni (oggi si trova in Toscana settentrionale, al confine con la Liguria. Nel
Medioevo Luni era una città nota, anche se in decadenza, perché posta al punto d’intersezione fra la strada verso Roma e la via verso
i santuari spagnoli. Venne saccheggiata dai Saraceni nell’849. Nei due anni successivi si hanno notizie di incursioni vichinghe a Pisa.
Sul saccheggio e distruzione vichinga di Luni sono sorte diverse leggende: Dudone di S. Quintino nell’XI secolo la attribuisce a
Hastingus, che sarebbe riuscito a penetrare in città fingendo i suoi che fosse morto e che avesse bisogno di esequie cristiane. Altri
cronisti sostengono che i vichinghi avrebbero confuso Luni con Roma). Avevano già devastato ogni città e castello in tutto il
Meridione (qui inteso come “Mediterraneo”, probabilmente in riferimento alla zona delle coste spagnole) ed erano perciò divenuti
famosi in tutto il mondo a tal punto che non c’era bambino che non ne conoscesse il nome. Pensarono dunque di non desistere dalla
loro impresa prima di giungere a Roma, poiché era stato detto loro di questa città che era grande, popolosa, illustre e ricca. Tuttavia,
non avevano la minima idea di quanto fosse lontana, mentre avevano una schiera numerosa al seguito ed erano a corto di vettovaglie.
Indugiavano perciò a Luni per progettare la spedizione.
Giunse in quei frangenti un uomo vecchio (probabilmente un pellegrino) e mite. Chiesero chi fosse e l’uomo rispose di essere un
mendicante che non aveva fatto altro che percorrere per tutta la vita quella terra. “Tu devi sapere molte cose che noi vorremmo
conoscere.” Il vecchio rispose: “Non so bene di quale luogo volete sapere; potrebbe anche darsi che non abbia nulla da dirvi in
proposito.” “Desideriamo che tu ci dica quanto dista di qui Roma.” “Questo – rispose – tenete a mente: vedete ai miei piedi un paio
di scarpe di ferro. Vedete che sono vecchie; e l’altro paio, che porto sulle spalle, sono consumate. Ora, quando mi metto in cammino,
annodo ai miei piedi quelle consumate, che ora porto sulle spalle. L’un paio e l’altro erano nuove quando sono partito dal luogo di cui
chiedete; e ho camminato senza fermarmi!”
Come ebbe il vecchio dette queste cose, parve loro di non essere in grado d’intraprendere il viaggio che avevano progettato alla volta
di Roma. Si diressero dunque altrove con i loro uomini, conquistando numerose città mai espugnate prima d’allora e che ancora al
giorno d’oggi ne portano i segni.
Analisi:
Ívarr e il suo seguito si dirigono verso Luni, in Toscana settentrionale. In tutti i modi, che siano arrivati ad Avenches o ad Avrenches,
essi arrivano in Italia. Luni un tempo era una località sul mare, un porto conosciuto già nella tarda antichità di cui si hanno tracce e
testimonianze. Nell’antichità era già in decadenza perché era una città posta al punto d’intersezione fra la strada verso Roma e la via
diretta ai santuari spagnoli e nell’849 fu saccheggiata dai Saraceni. Si hanno notizie sul saccheggio dalla “Vita di Dudone di S.
Quintino” (libro I, cap. 5), altro santo connesso alla Normandia. All’interno della Vita viene detto che un certo Hastingus assedia e
distrugge la città di Luni. Dopo questa distruzione la città viene abbandonata e la popolazione si ritira all’interno. Luni è una delle
tappe della via francigena, che porta da Canterbury a Roma.
Poi, decidono di andare a Roma, ma non sanno quanto dista quindi chiedono a “un uomo vecchio e mite”. Quest’ultimo si denuncia
come pellegrino. I figli di Ragnarr chiedono a lui il percorso da intraprendere. Egli risponde di proposito in modo vago, al fine di non
indicare la via per Roma; non si deve credere alle sue parole. Ne sono esempi i “Dialoghi” di Gregorio Magno e il “Vita Severini”, i
due libri più letti che contengono la vita di San Benedetto da Norcia, dove i vichinghi vengono distratti per non far assalire loro la
città. Infatti, il pellegrino, sapendo le loro intenzioni, usa un particolare topos narrativo, ossia quello delle scarpe consumate, per far
intendere loro che la strada è molto lunga, quasi impossibile. Abbandonata l’idea di assalire Roma, si dirigono verso altre città che
vengono conquistate.
Cap. 15 – […], pp. 83-90:
Occorre ora riprendere il racconto da Ragnarr, il quale era rimasto nel suo regno né sapeva dove si trovassero i suoi figli; e anche sua
moglie Randalín l’ignorava. Sentiva però dire da tutti i suoi uomini che nessuno stava al pari dei suoi figli e si convinse che nessuno
ormai avesse acquistato fama superiore alla loro. Si mise quindi a pensare come anche lui potesse acquistarsi una fama che non fosse
da meno. Prese dunque la risoluzione di far venire alcuni maestri d’ascia perché riducessero due enormi tronchi in scafi ben capienti.
Si trattava, insomma, di due navi da trasporto così imponenti che mai ne erano state costruire di simili nelle regioni settentrionali.
Intanto, faceva preparare armi in tutto il suo regno. Da queste novità si dedusse che Ragnarr intendeva intraprendere una spedizione
fuori dai confini del suo regno e i fatti si diffusero ampiamente nei paesi limitrofi. Temettero dunque gli uomini e i re stranieri di
venir scacciati dalle loro terre e spodestati; per questo ciascuno di loro dislocò vedette nella sua terra, nel caso in cui Ragnarr vi si
affacciasse.
Una volta Randalín chiese a Ragnarr quale spedizione intendesse intraprendere. Le rispose che era sua intenzione dirigersi verso
l’Inghilterra, senza altra flotta se non due navi da carico e quegli uomini che in quelle potevano essere trasportati. Parlò a quel punto
Randalín: “mi pare che tu prenda alla leggera la spedizione che mediti. Mi sembrerebbe più opportuno un numero maggiore di navi
e di dimensioni minori.” “Non è degno di fama – rispose Ragnarr – conquistare una terra con molte navi. Di contro, mai si è
verificato che due navi abbiano conquistato un paese come l’Inghilterra (nell’Episodio l’Inghilterra era appartenuta agli antenati di
Ragnarr). E, se non conseguissi vittoria… ebbene, è meglio che io abbia poche navi.” “Mi pare – rispose Randalín – che non ci sia
spesa minore nell’approntare navi come queste piuttosto che molte navi corsare per questa impresa. Sai, inoltre, che non è facile
approdare in Inghilterra. Se, poi, accadesse che le tue navi facciano naufragio, ammesso che gli equipaggi riescano a guadagnare la
terraferma, essi non saranno in grado di opporre resistenza al sopraggiungere di truppe locali. È meglio avere navi corsare alla fonda,
non navi da trasporto.” Allora Ragnarr recitò la strofa:
Nessuno risparmi l’”ambra del Reno” la Kenning vale “oro”, in allusione all’oro maledetto della leggenda dei Nibelunghi. L’oro è
una lega di rame, non è puro e per questo viene paragonato all’ambra, la quale è di colore rossiccio
se vuole combattenti valorosi;
meno s’addice a un principe avveduto
gran quantità d’armille che guerrieri; oggetti preziosi
non giovano alle porte della città
armille come fuoco rubescenti:

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
capitani moltissimi conosco
viventi le ricchezze, loro morti!
Fece quindi equipaggiare la sua nave e radunare i suoi uomini finché le due imbarcazioni non furono stracolme. I suoi progetti erano
tuttavia oggetto di pareri contrastanti. Recitò allora Ragnarr la strofa:
È questo che “chi spezza anelli” Kenning per “principe”, “sovrano”
rumoreggiare ascolta dagli scogli,
cioè che “chi l’oro della mano infrange” Kenning per “principe”, “sovrano”
indietro lascerebbe il “drago marino alberato”? Kenning per “nave”
Su questo un piano nondimeno,
“Bil del pruno”, se vogliono gli dèi, Kenning per “uomo”, “principe”
il “nemico dell’oro dell’avambraccio” Kenning per “uomo”, “principe”
che non ha paura escogiterà.
Quando le navi furono pronte e così la schiera che doveva accompagnarlo, e quando il tempo gli parve volto al meglio, Ragnarr
avvertì che era giunto il momento di dirigersi alle imbarcazioni. Appena fu pronto Randalín l’accompagnò alle navi e, prima della
separazione, lei volle contraccambiare quella veste che aveva ricevuto in dono. Ragnarr chiese in quale modo. Randalín recitò allora
la strofa:
A te ho donato con tutto il cuore,
un’ampia veste, che in nessun posto
presenta cuciture, intessuta
con crine argentato;
non sanguinerà la ferita
né spada di trapasserà
se indossi la veste magica:
agli dèi venne consacrata.
Ragnarr disse che avrebbe seguito quel consiglio. Però, quando si lasciarono, fu evidente che quella separazione le era costata molto.
Ragnarr aveva fatto rotta con le sue navi verso l’Inghilterra secondo i piani, ma fu colto da un violento fortunale ed entrambe le navi
da trasporto naufragarono sulle coste inglesi; tuttavia le sue truppe al completo riuscirono a sbarcare con armi e bagagli. Ragnarr
avanzò conquistando, ovunque ne incontrasse sul suo cammino, villaggi, città e castelli.
Sull’Inghilterra regnava allora un re di nome Ella (aveva detronizzato il sovrano legittimo di Northumbria Osbriht nell’867. Nello
stesso anno Ella viene ucciso a York). Informato del fatto che Ragnarr si avvicinava alla sua terra inviò in avanscoperta i suoi uomini
perché gli riferissero tempestivamente quando fossero sbarcati i nemici. Furono appunto quegli uomini che si recarono da re Ella per
riferirgli la scorreria in corso. Ella fece allora inviare messi in tutto il suo regno e comandò che accorresse da lui ciascuno che fosse
in grado di portare lo scudo, cavalcare e affrontare un combattimento. Raccolse così una tale moltitudine d’armati da risultare
straordinaria. Si prepararono dunque alla battaglia sotto il comando di re Ella, il quale così si rivolse ai suoi uomini: “Se riusciremo
vittoriosi in questa battaglia e vi accorgete di trovarvi di fronte Ragnarr, non rivolgetegli contro le armi: ha figli tali che mai ci
lasceranno in pace, se lui muore.”
Ragnarr nel frattempo s’era preparato alla battaglia e aveva indossato la veste datagli da Randalín al momento dell’addio sopra la
corazza, mentre impugnava la lancia con la quale aveva vinto il serpe, quello che circondava la sala di Thóra e che nessuno aveva
osato affrontare; non aveva altre armi, se non l’elmo. Appena le due schiere entrarono in contatto, divampò la battaglia, con Ragnarr
che aveva un esercito di gran lunga inferiore; cosicché lo scontro non durò a lungo prima che la schiera di Ragnarr soccombesse.
Dove tuttavia avanzava Ragnarr non trovava resistenza. In quella giornata attraversò le schiere e, dove feriva oppure colpiva scudi,
corazze o elmi, erano i suoi fendenti assestati con tanto vigore che niente era in grado di resistere. Lui, però, non era fatto segno né a
colpi né a fendenti e nessun’arma l’aveva ferito né Ragnarr aveva riportato alcuna ferita. Di contro, aveva ucciso molti uomini di re
Ella. Lo scontro si concluse tuttavia con la morte dell’intera schiera di Ragnarr, il quale venne immobilizzato fa gli scudi degli
avversari e catturato.
Poiché quando gli venne chiesto chi fosse rimase taciturno senza rispondere, così parlò re Ella: “Costui verrà sottoposto a una prova
ben più cruda se si ostina a non volerci dire chi egli sia. Gettatelo in una fossa dei serpenti (è presente un’analogia con Gunnar,
fratello di Högni e cognato di Sigurdr. Sulla natura di questo tormento non si sa molto. È probabile che con “fossa dei serpenti” si
indicasse la detenzione in qualche segreta) e lasciatevelo a lungo. Se però dicesse qualcosa da cui si possa dedurre che si tratti di
Ragnarr, tiratelo fuori al più presto.” Lo si condusse quindi in quel luogo, dove venne lasciato a lungo senza che però i serpenti lo
mordessero. Allora gli uomini considerarono: “Quest’uomo è davvero potente! Durante la giornata nessun’arma l’ha scalfito e ora
nemmeno i serpenti riescono a recargli danno.” Re Ella ordinò dunque di togliergli la veste che indossava al di sopra; quando
l’ordine fu eseguito, i serpenti lo assalirono da ogni parte.
A quel punto parlò Ragnarr: “Strepiterebbero i porcellini, se sapessero quel che il verro patisce.” E, sebbene avesse parlato in questo
modo, non furono in grado di stabilire se l’uomo fosse Ragnarr o un altro sovrano. Allora egli recitò la strofa:
Cinquantuno battaglie
ho dunque sostenuto,
purché mi portassero fama,
e a molti io recai danno:
mai avrei immaginato serpenti
alla fine della mia vita;
accade molto spesso
quel che meno ci s’aspetta.
E proseguì:
Strepiterebbero i porcellini,
celando nella terra il grugno,

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
se conoscessero la sorte del verro;
s’avvia a straziarmi la serpe,
strisciando repentini
mi hanno morso i serpenti;
sarò all’istante cadavere,
fra i rettili morirò.
Quindi rese lo spirito e il suo corpo venne rimosso. Re Ella comunque sospettava che il morto fosse proprio Ragnarr e perciò si mise
a pensare al modo in cui dovesse premunirsi o, comunque, comportarsi per mantenere il regno o, ancora, indovinare come i figli di
Ragnarr avrebbero preso la cosa, quando ne fossero venuti a conoscenza. Prese quindi la decisione di far preparare una nave e di
equipaggiarla con a capo un uomo saggio e coraggioso, insieme al numero necessario di uomini perché l’imbarcazione fosse ben
armata, e ordinò che andasse da Ívarr e dai suoi fratelli per riferirgli la morte del padre loro. Tuttavia, questa missione pareva a
moltissimi inopportuna e assai pochi erano disposti a partire.
Allora il re parlò: “Dovete soltanto osservare come ciascuno dei fratelli reagirà di fronte a questa notizia. Intraprendete dunque il
vostro viaggio appena avrete condizioni meteorologiche propizie.” Aveva fatto preparare così accuratamente la loro missione che non
ebbero bisogno di alcunché. Infine, partirono e il loro viaggio non ebbe inconvenienti.
Nel frattempo, i figli di Ragnarr erano stati impegnati militarmente nell’Europa meridionale; poi avevano fatto vela verso la
Scandinavia, intendendo tornare nel loro regno, sul quale appunto regnava Ragnarr. Non erano tuttavia a conoscenza di quale esito
avesse avuto la sua spedizione in Inghilterra ed erano straordinariamente curiosi di sapere come fosse andata a finire. I fratelli erano
avanzati da meridione via terra e ovunque si era venuto a conoscenza del loro avvicinarsi, erano stati gli abitanti stessi ad atterrare le
loro città, dopo aver messo al sicuro le loro ricchezze, per poi darsi alla fuga, cosicché la schiera dei fratelli non riusciva a trovare
vettovaglie.
Un mattino Björn fianchi-d’acciaio si svegliò e recitò la strofa:
Qui volta ogni mattino
svelto sulla città,
e annuncia che, pur sano, di fame
il “falco della brughiera” morirà; Kenning per “corvo”
a sud dell’arenile volge
e scorge dove noi facciamo
con colpi d’ascia versare sangue:
là scorre “la rugiada del morto”. Kenning che designa il sangue
E aggiunse:
Questo accadeva prima che noi partissimo,
- io cominciai i “giochi di Freyr” – Kenning per “battaglia”
verso l’Impero Romano in norreno “Rómaveldi”. Indica l’Impero d’Oriente, al cui servizio nei secoli X e XI furono truppe
scandinave
laddove ci cimentammo in duelli
contro guerrieri;
là feci sulle barbe grigie accenno forse alle caratteristiche “mediterranee” degl’indigeni
- gridava sugli uccisi l’aquila –
nella sanguinosa strage
la mia spada calare.
Analisi:
Questo capitolo riprende le fila della narrazione e rimette al centro dell’attenzione Ragnarr, il quale era rimasto nel suo regno. Egli
viene a scoprire della fama che si erano conquistati i figli, così anche lui vuole conquistarsi una fama non da meno.
Lo “Speculum Principis” è un genere letterario che nel Medioevo era molto comune: come si deve governare? Quali caratteristiche
deve avere un sovrano? Ragnarr è nobile, conosce l’arte poetica ed è astuto, ma compie degli errori diplomatici. Uno degli errori che
commette riguarda il fidanzamento con la figlia del re Eysteinn di Svezia. La sua sessualità è incontrollata e un re non deve lasciarsi
dominare dal desiderio sessuale, perché non rende lucidi. Il bere, allo stesso modo, diventa nella figura di Ragnarr un elemento
negativo dal momento che non è capace di controllarsi, tanto che lo porta a parlare troppo e ad agire in modo avventato. A questi
aspetti si aggiunge l’invidia nei confronti dei figli, poiché viene detto che non c’è mai stato nessuno più valoroso di loro. L’invidia
porta Ragnarr a sentire la necessità di compiere imprese che superino le loro. Questo rivela un sentimento di debolezza e insicurezza
e allo stesso tempo anche la volontà di auto-affermazione: vuole dimostrare chi è il re, il capo. Egli teme che i figli possano
spodestarlo a causa della grande fama e delle grandi imprese che hanno compiuto.
Per rimediare alla sua preoccupazione decide di costruire due grandi navi da trasporto (Knörr), nonostante non siano adatte per delle
imprese militari, e attaccare l’Inghilterra (nel Þáttr l’Inghilterra apparteneva in passato a degli antenati di Ragnarr). Nell’età vichinga
esistevano due tipologie di navi:
• Drakkar: nave da guerra;

• Knörr: nave mercantile molto più grande di una normale e dotata di uno scafo dal momento che deve trasportare dei beni.

Per la prima volta nella Saga viene citata l’Inghilterra. Fino ad ora le imprese sono state compiute nel mare del Nord scandinavo, nel
mar Baltico e nel Mediterraneo. Ragnarr va verso gli anglosassoni. Questa scelta è anomala, a maggior ragione se vuole recarvisi con
delle navi mercantili. I figli di Ragnarr, differentemente, per andare in Svezia avevano usato più di 40 Drakkar, mentre Ragnarr vuole
partire con solamente due navi mercantili. La moglie Randalín è scettica poiché le navi con cui vuole salpare non sono adatte a delle
imprese militari perché sono lente e pesanti; inoltre; due sole navi non bastano per vincere. Gli dice che sta rischiando, ma Ragnarr si
giustifica dicendo che conquistare una terra con molte navi non è degno di fama, al contrario sarebbe la prima volta che un popolo

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
con solo due navi conquisterebbe un paese come l’Inghilterra. Quindi, pur di dimostrare di essere più bravo dei suoi figli compie
un’impresa con mezzi inadatti. Ragnarr vuole compiere un atto di superbia: vuole dimostrare di essere un grande re senza i mezzi
necessari.
Randalín dice che le coste inglesi non sono di facile approdo, poiché le coste orientali sono sabbiose e possono presentare nel fondale
delle risacche di sabbia a tal punto che la nave si potrebbe piantare, soprattutto una nave pesante come quella da trasporto. Randalín
è molto saggia.
L’oro non era puro, ma conteneva al suo interno del rame, per questo viene paragonato all’ambra. Ragnarr sta dicendo che a un re
non conviene avere tanto oro da parte, ma gli conviene avere tanti uomini. Se deve assediare una città non gli serve l’oro, ma gli
uomini. Dice di conoscere tanta gente ricca che però è morta perché non aveva abbastanza uomini ad accompagnarla.
Ragnarr sta dicendo che un piano se lo farà venire in mente e non abbandonerà le navi. Prima di partire Randalín dona una veste
magica al marito, quasi in compenso a quella che aveva ricevuto lei tempo prima. Si capisce che è una veste magica poiché è priva di
cuciture ed è intessuta con l’argento. Questa veste lo renderà imbattibile perché fu consacrata a Odino. Quindi Randalín presenta, di
nuovo, una connessione con Odino e con il mondo degli dei.
Alla fine, Ragnarr parte lo stesso con le due navi e accompagnato dai suoi uomini, ma le coste inglesi non sono di facile approdo. Le
navi naufragano ma le truppe riescono a sbarcare con armi e bagagli. Il fatto che non siano più con le navi descrive il viaggio come
se fosse senza ritorno, dal momento che non hanno più i mezzi.
In Inghilterra regnava re Ella (Aella), che nell’867 usurpò il trono di re Osbriht e nello stesso anno morì. Egli era un personaggio
storico malvagio. Subito raduna un esercito e raccoglie una moltitudine di armate enormi per prepararsi alla battaglia. Egli, però,
informa i suoi uomini di non uccidere Ragnarr per non scatenare la vendetta dei figli. Ella si comporta in maniera politicamente
saggia.
Ragnarr si era armato solo con un elmo e con la stessa lancia con cui aveva ucciso il serpe che imprigionava la defunta moglie Thóra.
La lancia lo identifica, ma un guerriero non si può presentare solamente con una lancia; non era in possesso né di una spada, simbolo
di nobiltà, né di un’ascia, tipica dei fanti. Inoltre, la lancia era utile per il combattimento a distanza, per disarcionare, ma non per un
combattimento da vicino.
La battaglia ha inizio, Ragnarr è in svantaggio nonostante nulla gli resistesse durante la sua avanzata. La battaglia si conclude con la
sconfitta della schiera di Ragnarr e con la sua cattura e imprigionamento. Poiché egli non vuole rivelare la sua identità, viene gettato
nella fossa dei serpenti. Qui resiste dagli attacchi delle bestie perché dotato della veste magica donatagli dalla moglie, ma quando
viene svestito i serpenti lo assalgono e qui Ragnarr prevede la sua morte. La fossa dei serpenti rimanda all’episodio di Gunnar del
ciclo volsungico, che viene gettato da Attila in una fossa di serpenti, viene legato con i piedi sopra un’arpa e con questa riesce ad
addormentare le serpi fin tanto che non gli viene sottratta e viene ucciso dai rettili. Il richiamo è evidente; non è la prima volta che ci
sono riferimenti ai materiali del ciclo nibelungico volsungico.
Il corpo viene poi rimosso dalla fossa, ma non viene precisato dove viene successivamente riposto. Per Ragnarr non è prevista una
tumulazione importante; il tumulo era previsto solo in epoca pagana con corredo funebre. In età cristiana, invece, si veniva sepolti
nudi e avvolti in un lenzuolo. La sepoltura poteva avvenire anche in una nave: ad esempio, Sutton Hoo è il sito di due cimiteri
anglosassoni, uno dei quali conteneva una nave funeraria, il cui corredo si trova oggi al British Museum. La nave veniva sotterrata
oppure era destinata al mare. Le Reihengräber erano, invece, delle sepolture a schiera, tombe prestigiose intorno alle quali si
aggregavano le altre sepolture.
Cap. 16 – “[…]”, pp. 91-95:
Intanto le cose erano andate così, che i figli di Ragnarr erano giunti in Danimarca prima dei messi di re Ella ed erano rimasti inattivi
insieme ai loro uomini. La schiera dei messaggeri giunse infatti in una città dove i figli di Ragnarr venivano festeggiati con un
banchetto in loro onore. Entrarono quindi nella sala dove stavano bevendo, facendosi avanti fino al trono dove era adagiato Ívarr.
Sigurdr serpe-negli-occhi e Hvítserkr lo svelto sedevano davanti a una scacchiera (non è possibile ricostruire le regole di questo
gioco, ma doveva essere simile ai nostri scacchi, poiché si trattava sostanzialmente di preservare una pedina dalla cattura) , mentre
Björn fianchi-d’acciaio affilava una punta di lancia contro la parte lastricata della sala.
Quando i messaggeri di re Ella furono al cospetto di Ívarr lo salutarono con reverenza. Ívarr accettò i loro saluti e domandò chi
fossero e cosa avessero da comunicare. Il capo dell’ambasceria disse che erano inglesi, inviati da re Ella perché riferissero della
morte di Ragnarr, padre loro.
Hvítserkr e Sigurdr lasciarono di colpo cadere in terra la scacchiera, poiché la loro attenzione si era tutta rivolta a quelle notizie.
Björn si alzò in piedi sul lastricato e si appoggiò alla lancia. Ma Ívarr volle sapere con precisione in quale modo avesse perso la vita
il padre. I messaggeri riferirono per filo e per segno come si erano svolti i fatti da quando Ragnarr era sbarcato in Inghilterra fino
appunto alle circostanze della sua morte.
Appena la narrazione giunse alle parole di Ragnarr “strepiteranno i porcellini” Björn strinse la lancia con tanta forza che lasciò
l’impronta delle sue mani sull’asta e quando i messaggeri ebbero terminato il racconto, lo stesso Björn scosse con tanta violenza la
lancia da farla andare in due pezzi. Hvítserkr afferrò invece una delle pedine che aveva fatto cadere in terra e la strinse a tal punto da
farsi sgorgare il sangue sotto le unghie. Sigurdr serpe-negli-occhi aveva un coltello in mano e si tagliava le unghie mentre ascoltava i
fatti: ne fu così colpito da non accorgersi che il coltello gli penetrava nella carne fino all’osso; non fece nemmeno una piega. Ívarr
continuava a chiedere ogni particolare, ma il suo volto ora acquistava ora perdeva colore, ora s’illividiva; e l’ira lo gonfiava a tal
segno che la pelle appariva tesa fino allo spasimo per via del furore che gli albergava nel cuore.
Prese quindi la parola Hvítserkr e disse che si poteva già cominciare la vendetta uccidendo i messi di re Ella. “Non è davvero il
caso!” disse Ívarr “I messaggeri devono andare in pace ovunque vogliano; se poi abbiano necessità di qualcosa che faccia loro
difetto, non avranno che da dirmelo e io glielo procurerò.” Terminata che ebbero la loro ambasceria uscirono dalla sala alla volta
della loro nave e, appena il vento fu favorevole, salparono verso il mare aperto e la loro traversata avvenne senza inconvenienti
finché giunsero da Ella, al quale riferirono come ciascuno dei fratelli avesse reagito al loro racconto.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
Come ebbe re Ella ascoltato il resoconto commentò: “In base a quello che mi avete detto di lui, bisogna temere Ívarr e nessun altro.
L’animo degli altri volgerà al bene nei nostri confronti e saremo in grado di difendere da loro il nostro regno.” Fece allora dislocare
vedette in tutto il suo regno affinché un esercito non potesse sbarcare all’improvviso.
Intanto, non appena i messi di re Ella se ne furono andati, i fratelli tennero un consiglio circa il modo di vendicare Ragnarr, il loro
padre. In quell’occasione parlò Ívarr: “Non intendo immischiarmi in questa faccenda né allestirò una schiera. Ragnarr, infatti, si è
comportato in maniera per me non esente da colpe. Condusse male tutta la faccenda sin dal principio. Non aveva nessuna questione
con re Ella ed è ripetutamente accaduto che precipiti nel disonore chi desidera impiegare la propria forza ingiustamente. Per parte
mia, intendo accettare un compenso in denaro per la morte di mio padre (si tratta dell’istituto giuridico del guidrigildo), se re Ella
vorrà accordarmelo.” A questi propositi i fratelli andarono in collera e dissero che mai avrebbero tollerato una vergogna simile, anche
se egli voleva così: “Molti diranno che noi facciamo l’opposto di quanto si conviene, se non vendichiamo nostro padre; eppure
abbiamo percorso in lungo e in largo il mondo, impegnati in spedizioni militari, e abbiamo ucciso molti uomini innocenti. Non
accadrà dunque questo; piuttosto armeremo ogni nave presente in Danimarca che sia in grado di sostenere la traversata e
raccoglieremo armati in maniera così capillare da mobilitare ogni uomo capace di portare lo scudo contro re Ella.”
Ívarr tuttavia dichiarò che le navi sotto il suo comando non si sarebbero mosse: “Tranne, sola, la nave che mi porta!” Appena si seppe
che Ívarr non sosteneva un ruolo attivo nella spedizione, i fratelli raccolsero una schiera di gran lunga minore e tuttavia non
rinunciarono a partire. Appena arrivarono in Inghilterra, re Ella venne avvertito e fece immediatamente suonare la sua tromba per
chiamare a raccolta tutti coloro che volessero seguirlo. Re Ella radunò quindi una schiera innumerevole, con la quale mosse contro i
fratelli. Quando giunsero in contatto, Ívarr non prese parte alla battaglia che si concluse allora con la fuga dei figli di Ragnarr e con la
vittoria di re Ella. Ora, mentre costui era impegnato a incalzare i fuggitivi, Ívarr manifestò il proposito di non tornare nella sua terra,
aggiungendo: “Voglio sperimentare se re Ella mi renderà o meno onore. Mi pare cosa migliore reclamare da lui un compenso,
piuttosto che subire avvenimenti così sventurati come sono quelli di cui ora facciamo la prova.”
Hvítserkr dichiarò che non intendeva aver niente a che fare con lui in questa faccenda, ma Ívarr poteva trattare la cosa, per quella
parte che a lui spettava, come gli pareva opportuno: “Noi però non accetteremo un soldo per la morte di nostro padre!”
Ívarr disse allora che era giunto il momento di separarsi e ordinò che si occupassero loro del regno che in precedenza tutti
concordemente governavano: “M’invierete tuttavia quelle ricchezze che io vi chiedessi.” Dopo che ebbe parlato in questo modo,
augurò loro un buon viaggio, mentre per parte sua si dirigeva incontro a re Ella. Giunto che fu al suo cospetto, salutò onorevolmente
il re e argomentò come segue: “Sono venuto a trovarvi e vorrei riconciliarmi con te. Mi attendo anche da parte tua l’onore che vorrai
accordarmi. Poiché io constato di non avere niente contro di te, mi sembra cosa migliore ottenere da voi quell’onore che tu vorrai
farmi, piuttosto che perdere la vita di molti dei miei, o di me stesso, a causa vostra.”
Rispose allora re Ella: “Alcuni ritengono che non sia prudente fidarsi di te e che tu parli giustamente, ma mediti l’inganno. Staremo
quindi sul chi vive nei confronti tuoi e dei tuoi fratelli.” “Non ti chiederò molto, se vorrai accordarmelo. Di contro ti giuro che mai ti
sarò ostile.” Allora il re chiese quale compenso esigesse. “Voglio – disse Ívarr – tanta della tua terra quanta ne possa contenere una
pelle di bue. All’esterno tuttavia dovrà anche esserci spazio sufficiente per le fondamenta di mura di cinta. Non chiederò di più; però,
se non vuoi darmi questo, concluderò che tu non vuoi trattarmi con onore.” “Non vedo”, disse il re “come questo possa esserci di
danno… avrai un po’ della mia terra! Accetto senz’altro, se giurerai di non combattere contro di me. Non tempo i tuoi fratelli, se
posso fidarmi di te!”
Analisi:
I figli di Ragnarr giungono in Danimarca prima dei messaggeri di re Ella. Questi arrivano mentre i fratelli si trovano nella sala dei
festeggiamenti per via del loro ritorno. Ívarr è sul trono, essendo il più importante, Sigurdr e Hvítserkr giocano a scacchi, passatempo
tipico del mondo nordico e della nobiltà altomedievale, Björn affila la punta della lancia. Alla notizia della morte di Ragnarr i
quattro fratelli manifestano reazioni, ma tutti esprimono rabbia dalla fisicità dei gesti. L‘unico che non esprime alcuna reazione fisica
è Ívarr che, anzi, interroga i messaggeri, chiedendo informazioni dettagliate su quello che è accaduto; ma nel livore del volto
manifesta il suo dolore, pur tentando di controllare le proprie emozioni, di non far fuoriuscire la rabbia mantenendola dentro di sé.
Hvítserkr agisce secondo un impulso, non secondo la ragione, cioè vuole uccidere i messaggeri, ma Ívarr dice che i messaggeri
devono tornare illesi in Northumbria. Al ritorno in patria dei messaggeri, viene raccontato a re Ella come hanno reagito i fratelli. Ella
dice che il pericolo può venire solo da Ívarr, poiché è quello che sa ragionare.
Intanto i fratelli tengono consiglio su come vendicare il padre. Ívarr non ha intenzione di agire poiché Ragnarr non fu esente da
colpa, dal momento che agì in modo irrazionale e sconsiderato. La sua intenzione è quella di accettare un guidrigildo, cioè un
pagamento in denaro per la morte del padre. Si tratta di una vendetta di basso onore e i fratelli vanno su tutte le furie poiché vogliono
attaccare militarmente Ella. Hvítserkr, Björn e Sigurdr non rinunciano a partire, mentre Ívarr si dichiara inattivo nella spedizione.
Giungono in Inghilterra, senza il loro comandante e fratello maggiore, e la spedizione si conclude con la fuga dei fratelli e la vittoria
di Ella.
A quel punto Ívarr decide di restare in Inghilterra per poter chiedere in futuro il compenso a Ella per il fatto che non si aggregò alla
vendetta messa in atto dai fratelli. Questi ultimi si rifiutano di agire come vuole Ívarr, tornano in Danimarca, ma hanno comunque il
compito di inviare una parte delle ricchezze a Ívarr, che di diritto gli spettano.
Ella si fida di Ívarr, il quale chiede il compenso assicurandogli che non gli sarà mai ostile. Il compenso che chiede è una parte del suo
territorio, grande quando una pelle di bue. Questo modo di dire si riferisce al fatto che la pelle di questo animale veniva tagliata a
strisce per poter costruire un perimetro.
Cap. 17 – […], pp. 96-99:
Convenirono dunque che Ívarr giurasse solennemente a Ella di non impugnare la lancia contro di lui e di non progettare alcuna
macchinazione ai suoi danni. Solo allora sarebbe diventato padrone di una parte dell’Inghilterra, quanta ne avrebbe potuta contenere
la pelle distesa di un bue, la più grande che fosse stato in grado di trovare. Ívarr si procurò quindi la pelle di un bue, la fece
ammorbidire e distendere per tre volte. Quindi la fece tagliare per lungo in una sola striscia sottilissima, dopo aver fatto separare i
crini del mantello dalla cute. Quando questa operazione fu conclusa, la striscia di cuoio era così lunga come non ci si sarebbe
aspettato; nessuno infatti avrebbe mai supposto che potesse diventare così lunga. Poi, Ívarr la fece distendere in una zona
pianeggiante; la terra così delimitata si mostrò comprendere lo spazio necessario per edificare una città. All’esterno fece scavare le

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
fondamenta per una cinta muraria imponente. Fece quindi venire molti operai e costruire molte case sulla pianura, dove favorì
l’edificazione di una grande città che ora è chiamata Londra (più in sintonia con la localizzazione northumbrica della storia,
nell’Episodio la città fondata è York, mentre nella Saga degli Skjöldungar la città che fonda è Londra). Oggi è la città più importante
e conosciuta delle contrade settentrionali.
Quando ebbe fatto costruire la città, Ívarr prese a donare le sue ricchezze, poiché era tanto generoso da distribuire a due mani;
perdipiù appariva così saggio che tutti lo ricercavano per consultarlo sulle decisioni da prendere e in situazioni difficili. Era poi
capace di escogitare i suoi consigli in modo che a tutti sembravano i migliori; era diventato, infine, così benvoluto che non c’era chi
non fosse dalla sua parte (la strategia di Ívarr consiste nel fare entrare nel suo seguito la nobiltà più influente del regno di re Ella. La
mossa è ancor più plausibile se si tiene conto che Ella aveva spodestato il re legittimo, Osbriht). Lo stesso re Ella riceveva da Ívarr un
sostegno notevole per il governo del paese; anzi, il re gli demandava la formulazione di numerose risoluzioni e ordini, anche in sua
assenza.
Appena Ívarr ritenne che in Inghilterra tutto apparisse tranquillo, inviò alcuni messaggeri sai suoi fratelli con la richiesta d’inviargli
oro e argento, in accordo con i suoi ordini precedenti. Giunti costoro dai fratelli riferirono la loro ambasceria e quali decisioni avesse
fino ad allora preso Ívarr, anche se non riusciva proprio a capire dov’egli intendesse andare a parare. Ne dedussero i fratelli che la sua
disposizione d’animo non dovesse essere la solita. Gli mandarono comunque ricchezze nella misura richiesta. Quando i messi furono
nuovamente da Ívarr, costui distribuì l’intera sostanza ai notabili del regno, attirando a sé il seguito di re Ella, e tutti promisero di
tenersi in disparte se egli avesse intrapreso un’azione militare.
Ora Ívarr, procuratosi in questo modo una schiera, mandò alcuni messi dai suoi fratelli con l’ordine di levare da tutte le terre che
erano loro soggette un esercito e che impiegassero ogni uomo a disposizione. Udito che ebbero quest’ordine, i fratelli capirono subito
che c’era una buona possibilità di riuscire vittoriosi. Radunarono quindi una schiera dalla Danimarca intera e dalla terra dei Gauti, da
tutto il regno, insomma, che era da loro governato, mettendo insieme un esercito invincibile. Nessuno era rimasto in patria. Diressero
allora le navi verso l’Inghilterra, navigando giorno e notte per far sì che la notizia del loro viaggio arrivasse il più tardi possibile. Ma
infine re Ella venne informato della spedizione e chiamò a raccolta una schiera. Accorsero però in pochi, avendogli Ívarr sottratto
gran parte del seguito. In quelle circostanze Ívarr andò incontro a re Ella, dicendo di voler comunque mantenere le sue promesse:
“Non ho però nessuna influenza sui miei fratelli. Ho deciso in ogni caso di recarmi da loro per vedere se vogliano trattenere il loro
esercito e non aggiungere danno a quello che hanno già compiuto.” Andò quindi Ívarr dai fratelli e li incitò ripetutamente ad avanzare
con la massima sollecitudine, che facessero sì di attaccare battaglia al più presto possibile: “infatti, il re ha un seguito assai scarso.” I
fratelli risposero di non aver bisogno d’incitazioni, poiché la loro disposizione d’animo non era mutata col tempo.
Di ritorno, Ívarr s’incontrò con re Ella e gli riferì che i suoi fratelli, all’ascolto delle sue parole, erano diventati di gran lunga più
accesi e furiosi: “Poi, quando volli proporre la pace fra voi, si misero a urlare. Non mi resta dunque che mantenere il mio giuramento.
Non combatterò contro di te. Me ne starò in disparte con i miei uomini, qualsiasi piega prenda fra voi la battaglia.”
Alla vista dell’esercito dei fratelli, re Ella e i suoi rimasero attoniti e si sbandarono. Allora parlò Ívarr: “È il momento, re Ella di
schierare i tuoi uomini. Suppongo che ti attaccheranno con violenza e subito!” Difatti, giunti a contatto i due schieramenti, divampò
la battaglia, con i figli di Ragnarr che avanzavano impetuosamente contro le truppe di re Ella. Erano esaltati a tal segno che
pensavano soltanto a compiere gesta memorabili. Duraturo, violento fu il combattimento e si concluse con la rotta di Ella e dei suoi.
Re Ella, anzi, venne catturato. Ívarr si trovava nelle vicinanze e disse che bisognava toglierli la vita: “Ora”, diceva, “è il momento di
ricordare quale morte abbia egli riservato a nostro padre! Ora, chi sia più abile a maneggiare il coltello, l’aquila inciderà sulla sua
schiena (si tratta di un supplizio tremendo, più volte accennato nella poesia e nelle saghe eroiche, descritto con accuratezza sia qui
che nell’Episodio. Consisteva in un’opera di alta macelleria, vale a dire nel distaccare il costato dalla spina dorsale, in modo che i
polmoni fuoriuscissero così da simulare le ali dell’aquila. Lo stesso supplizio fu inflitto a Sant’Edmondo, re cristiano. Probabilmente
era un tipo di morte rituale, col quale si consacrava la vittima a Odino) penetrando con la lama quanto più possa nelle viscere, e
quell’aquila si arrosserà col suo sangue!”
L’uomo destinato a questa operazione eseguì l’ordine di Ívarr. Feroce fu la dissezione del busto di re Ella, prima che la resecazione
del costato avesse fine; perse così la vita e loro ritennero di aver finalmente vendicato loro padre, Ragnarr. Ívarr espresse quindi il
desiderio di cedere ai fratelli il regno che prima possedevano insieme. Lui, invece, disse, avrebbe regnato sull’Inghilterra.
Analisi:
In questo capitolo si parla della fondazione di Londra da parte di Ívarr, ma in realtà si riferisce a York, città che si trova in
Northumbria. Londra, in realtà, esisteva già dall’epoca dei celti.
Ívarr rimase in Inghilterra e, per ottenere quello che re Ella gli aveva promesso, deve giurare di non impugnare la lancia contro di lui.
Diventa proprietario di una terra grande quanto la pelle distesa di un bue (riferimento all’Eneide, visto che il testo girava anche in
nord Europa). Con uno stratagemma la fa tagliare a strisce sottilissime, creando una striscia di cuoio lunghissima; la terra che
ricopriva bastava per costruirvi una città.
Dopodiché Ívarr comincia a crearsi una rete di alleati, diventando una persona importante: distribuisce ricchezze, appare come un
saggio agli altri, la persona giusta per prendere decisioni. Conquista anche la fiducia di re Ella, che lo vede come un utile sostegno
per il governo del paese. Infine, riesce a corrompere i notabili del regno affinché tutti si mettano in disparte in caso di guerra.
Poi, invita i fratelli a radunare un grande esercito composto dalla gente danese e da quella proveniente dal Götland. I fratelli
comprendono che c’erano buone possibilità di vittoria sull’Inghilterra, anche perché Ívarr aveva acquisito molta gente dalla sua parte,
tanto che il seguito di re Ella era ridottissimo.
Ívarr non rompe comunque il giuramento con Ella, cioè non combatterà contro di lui, ma dice di non avere alcun potere sui fratelli.
Fingendo, dice che si sarebbe recato dai fratelli per convincerli ad arrestarsi. Invece, arrivato dai fratelli, li esorta ad attaccare.
Tornato da Ella dice che i fratelli erano ancora più furiosi. Ívarr però mantiene il giuramento e si mette in disparte.
La battaglia ha inizio e si conclude con la sconfitta e morte di re Ella, che viene ucciso con il rito “dell’aquila di sangue”: si tratta di
un supplizio tremendo, a cui si fa riferimento più volte nella poesia e nelle saghe eroiche. Consisteva nel distaccare il costato dalla
spina dorsale, in modo che i polmoni fuoriuscissero così da simulare le ali dell’aquila. Si ritiene che possa essere un rito di natura
odinica, con cui si vuole sacrificare un uomo a Odino. Questo tipo di ritualità è testimoniato solo in quattro fonti letterarie, di cui una
è di un gigante (piano mitologico). Il “Knútsdrápa” è un carme encomiastico strutturato secondo la poesia scaldica che è andato

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
perduto, di cui si è salvata solo una strofa, dove si dice che l’aquila viene solo incisa. Quindi, questa fonte lascia aperta la possibilità
che il rito avvenisse diversamente. Molti dubitano che il rito venisse praticato. Infatti, negli anni Ottanta scoppiò una diatriba
accademica tra Roberta Frank e Bjarni Einarsson.
• La Frank sosteneva l’inesistenza del rito dell’aquila di sangue ed era dell’idea che si dovesse dare ragione al poeta scaldo,
il quale diceva che con questo rito si intendeva incidere sulla schiena un’aquila. Con questa lettura si toglieva alla cultura
nordica un elemento fortemente caratterizzante di una ritualità ferocissima, che nessun altro popolo possedeva.

• Bjarni, invece, difendeva la ritualità per ragioni culturali.

Il supporto accademico è abbastanza flebile, perché non ci sono fonti al di là della tradizione letteraria. Infatti, il rito dell’aquila di
sangue, è più un motivo letterario che una realtà storica. Lo stesso supplizio fu inflitto a Sant’Edmondo, re cristiano dell’Anglia
Orientale, martirizzato nell’870, ma i motivi storici sono andati perduti; si sa solo che fu Ívarr a martirizzarlo (nella cronaca storica
anglosassone Ívarr è crudele). Abbone di Fleury, però, scrisse un altro testo sul martirio di Sant’Edmondo, in cui dice che egli si
sacrifica per il suo regno. Sia Ella che Edmondo sono fatti prigionieri ed entrambi, nella narrazione storica, vengono uccisi da Ívarr.
Alla fine della battaglia Ívarr decide di restare in Inghilterra e diventare il re, lasciando ai fratelli l’amministrazione dei loro regni.
Cap. 18 – “I figli di Ragnarr si separano”, pp. 100-102:
Compiuti che furono questi avvenimenti, Hvítserkr e Björn fecero ritorno nel loro regno, come anche Sigurdr. Ívarr rimase e regnò
sull’Inghilterra. In seguito, ciascuno dei fratelli con i propri uomini, si mise a depredare paesi diversi. La loro madre era ormai in là
con gli anni. Suo figlio Hvítserkr si era una volta messo in una spedizione sulle coste del Baltico, ma si trovò contro una forza
militare talmente soverchiante che non fu in grado di opporre resistenza e venne perciò catturato. Egli stesso scelse di morire nel
giorno in cui si doveva accendere il rogo per il sacrificio umano (il rogo riguarda i morti caduti in battaglia); su quel rogo sarebbe
arso e così infatti perse la sua vita. Nell’apprendere questa notizia, Randalín recitò la strofa:
Un figlio, che io ebbi, colse,
sulle coste del Baltico la morte;
Hvítserkr era chiamato,
incline mai a fuggire;
venne arso sulle teste
dei morti caduti sul campo; Hvítserkr è il comandante, che viene messo in cima a tutti i suoi compagni
scelse il principe questa morte
fiero nella sua forza; e poi perì.
E quindi continuò:
Di teste fecero fracassate
innumerevoli un letto sotto il principe,
sicché al perituro “albero delle genti” Kenning per “principe”, “guerriero”
il fuoco levasse un canto;
quale giaciglio migliore potrebbe
un “tronco di battaglia” possedere? Kenning per “principe”, “guerriero”
volle con gloria il diletto
sovrano, il nobile perire.
Da Sigurdr serpe-negli-occhi è invece nata una stirpe illustre. Sua figlia fu Ragnhildr, madre di Aroldo Bellachioma (l’epiteto è
dovuto al fatto che Aroldo aveva giurato di non tagliarsi né pettinarsi i capelli finché non avesse esercitato il suo potere su tutta la
Norvegia. Si deve alla sua politica se, nell’874, alcuni nobili norvegesi si rifugiarono in Islanda, non volendo sottostare ad Aroldo,
recando con sé i germi nella grande tradizione culturale norrena), che fu il primo a regnare da solo sulla Norvegia intera. Ívarr invece
regnò sull’Inghilterra ininterrottamente fino alla sua morte. Per la precisione morì di malattia ma, quando cadde ammalato, manifestò
il proposito di recarsi immediatamente dove era in corso una spedizione piratesca, esprimendo il desiderio di soccombere appena
avesse messo piede a terra (per l’etica vichinga la morte in battaglia era di gran lunga più onorevole e desiderabile) . Quando Ívarr fu
morto, si costruì, secondo i suoi ordini precedenti, un tumulo in quel luogo. Ora molti sostengono che quando Haraldr (di lui non si
sa molto. Deve essere vissuto alla fine del IX secolo o agli inizi del X), figlio di Sigurdr, venne in Inghilterra, sbarcò nel luogo in cui
era stato sepolto Ívarr e in quell’occasione trovò la morte. Quando poi Guglielmo il bastardo (più noto come “Guglielmo il
Conquistatore”, che nel 1066 acquista ai Normanni l’Inghilterra) occupò quel paese si recò in quel luogo, violò il tumulo di Ívarr e ne
trovò il corpo incorrotto. Allora fece erigere una pira maestosa e vi fece ardere Ívarr. Soltanto dopo combatté per conquistare
l’Inghilterra, avendo successo.
Di Björn fianchi-d’acciaio i discendenti sono molti; difatti da lui ha avuto origine una progenie potente, Thórdr che dimorava in
Höfdi, in Höfdaströnd (località in Islanda), un capitano memorabile.
Una volta che i figli di Ragnarr furono tutti scomparsi, gli uomini del loro seguito si dispersero per vie diverse, prestando ad altri il
loro servizio; ma tutti coloro che avevano militato sotto i figli di Ragnarr concordavano nel dichiarare che gli altri capitani perdevano
nel confronto ogni loro valoro. Difatti solo i figli di Ragnarr avevano militato due uomini, i quali percorsero in lungo e in largo la
terra per vedere di trovare qualche capitano che sembrasse loro non disonorevole servire. Viaggiavano tuttavia ciascuno per conto
proprio.
Analisi:
I figli di Ragnarr si separano: Ívarr decide di rimanere in Inghilterra, mentre Hvítserkr, Björn e Sigurdr tornano in Danimarca e
continuano le loro imprese vichinghe. Randalín è ormai anziana e viene fatta uscire di scena.
Questo capitolo è l’”Aftermath”, cioè la conclusione, ciò che accade dopo che è passato del tempo.
• Durante una spedizione sul Baltico Hvítserkr viene catturato e decide di morire il giorno in cui sarebbe stato acceso il rogo
per il sacrificio umano, rito funebre costituito da una pira funeraria in cui vengono messi i corpi dei morti caduti in

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
battaglia. La madre recita una strofa di epitaffio in onore del figlio morto. Il rito funebre a lui riservato è proprio degli eroi
e il suo corpo viene messo sopra tutti gli altri. Di Hvítserkr non si parla di una discendenza.

• Da Sigurdr serpe-negli-occhi nasce una stirpe illustre. Egli ebbe una figlia di nome Ragnhildr, la quale ebbe a sua volta un
figlio chiamato Aroldo Bellachioma, uno dei sovrani più importanti del IX secolo, che assoggetta sotto di sé tutta la
Norvegia. L’epiteto deriva dal fatto che aveva giurato di non pettinarsi né tagliarsi i capelli finché non avesse regnato su
tutta la Norvegia. Egli viene fatto discendere da Sigurdr serpe-negli-occhi, che a sua volta discende da Sigurdr Fáfnismál,
anch’egli legato alla stirpe volsungica, quindi a Odino.

• Ívarr regna sull’Inghilterra fino alla morte causata da una malattia. Egli non volle morire nel letto, bensì da guerriero, con
la spada in mano, per poter ascendere al Valhalla. Ecco, che gli viene data una sistemazione principesca. Dopo di lui regna
Haraldr, figlio di un altro Sigurdr, il quale anch’egli trova la morte. Dopo Haraldr arriva Guglielmo il bastardo, detto anche
“Guglielmo il Conquistatore” dal momento che nel 1066 acquista ai Normanni l’Inghilterra, con la battaglia di Hastings.
Secondo la leggenda egli viola il tumulo incorrotto di Ívarr, eroe sepolto difensore del paese, per togliere la protezione
all’isola. Egli va a cercare all’interno del tumulo il corredo di Ívarr, non interessato ai gioielli, bensì alla sua arma
prestigiosa, la sua spada. Ciò significava, per Guglielmo, avere nelle proprie mani un’arma simbolicamente importante. Il
corpo incorrotto si collega ai corpi dei santi, che solitamente sono incorrotti. Allo stesso modo si trova il corpo di Ívarr, a
segnalare il suo prestigio, paragonandolo a un santo. Liberandosi del suo corpo, l’Inghilterra è priva di difese e quindi può
essere conquistata. Di Ívarr non è segnalata alcuna discendenza, per via della sua menomazione fisica.

• Björn fianchi-d’acciaio ha molti discendenti potenti, tra cui Thórdr, che dimorava a Höfdi, in Höfdaströnd, in Islanda. Con
questo personaggio si forma un potente clan islandese. Della stirpe di Ragnarr, nel ramo di Björn si forma una stirpe
potente islandese. È una sorta di richiamo nazionalistico dell’autore islandese per far capire che anche l’Islanda ha la sua
notorietà all’interno della famiglia di Ragnarr.

Dopo questi avvenimenti si sviluppa un cambio generazionale, per cui muoiono i figli di Ragnarr e gli uomini del seguito si mettono
al servizio di altri, che non avranno mai il prestigio che avevano i figli di Ragnarr. Si parla della Norvegia e dell’Islanda, ma
Danimarca e Svezia rimangono nel limbo, non si sa nulla.
Questo capitolo, che potremmo considerare come un finale, serve per collegarsi ad altro materiale, che si trova negli ultimi due
capitoli, che sembrano una sorta di interpolazione: trattano di due vicende che circolavano intorno alla figura di Ragnarr, che qui
vengono aggregate alla saga. I capitoli 19 e 20 sono significativi perché ci mostrano come potrebbe essere nato il materiale delle
saghe. La saga è comunque un materiale che ha alle sue spalle un’oralità. In forma scritta, invece, ad esempio il capitolo 19 ha una
struttura molto evidente di prosimetro e sembra quasi che il materiale prosastico faccia da collante a questi versi, che sicuramente
hanno un’origine più arcaica, proveniente dal materiale scaldico del X secolo. Il prosimetro a un certo punto viene aggregato alla
saga.
La stessa struttura di tutto il resto della saga potrebbe in qualche modo spiegarsi nella stessa maniera. Sono un insieme di episodi
indipendenti che vengono a un certo punto uniti da un compilatore. Sembrano tutti materiali che potrebbero aver avuto una loro vita
indipendente, che a un certo punto si uniscono. Lo stesso avviene anche nella Saga dei Volsunghi, quando si prende il materiale
eddico e gli si dà un ordine, una narrazione.
Cap. 19 – […], pp. 103-106:
Si era diffusa la notizia al di fuori del regno della malattia e morte di un re che aveva due figli e della loro intenzione di celebrare le
esequie funebri. Invitarono perciò al banchetto tutti coloro che fossero venuti a conoscenza del fatto. Il banchetto funebre sarebbe
avvenuto di lì a tre anni. Naturalmente la notizia si diffuse ampiamente. Quando giunse l’estate in cui dovevano essere celebrate le
onoranze funebri, all’ora prefissata arrivò una tal moltitudine di gente il cui numero nessuno era in grado di valutare. Si costruirono
allora numerose sale, circondate da molte tende. Quando fu trascorsa la prima giornata, a sera un uomo entrò nella sala. Era così
imponente da non avere uguali e dal suo abbigliamento s’indovinava che aveva militato sotto illustri capitani. Penetrò quindi nella
sala, avanzò al cospetto dei fratelli, dove parlò per chiedere quale seggio gli avrebbero attribuito. Venne da loro salutato cortesemente
e venne pregato di sedere sulla panca più alta. Occupava lo spazio di due uomini. Appena si fu seduto, gli venne portato da bere
come agli altri, ma nessun corno potorio era tanto capiente che non riuscisse a vuotarlo d’un fiato; e tutti constatarono che nessuno
poteva stargli al pari. A quel punto giunse a quel banchetto un secondo uomo, ancora più prestante del primo. Tutti e due avevano
cappucci ampi e ricadenti. Quando giunse davanti al trono dei giovani re, li salutò come si conviene e chiese che gli venisse
assegnato un posto a sedere. Decisero che dovesse sedere accanto al primo venuto, sulla panca più alta. Quindi l’uomo si avviò verso
il posto destinatogli. Presi insieme i due occupavano lo spazio sufficiente per cinque uomini. Tuttavia il primo era bevitore meno
resistente del secondo, che tracannava con tanta rapidità da vuotare con disinvoltura un corno potorio dietro l’altro; e tuttavia non si
notavano segni di ebbrezza; peraltro si era mostrato rissoso nei confronti dei vicini e non aveva esitato a mandarli a gambe all’aria.
Il primo venuto l’invitò a una disputa in versi: “Comincerò io per primo!” Stese le mani verso di lui e recitò la strofa (inizia qui un
alterco poetico che costituisce un vero e proprio genere della poesia norrena, chiamato “mannjafnadr”, “confronto fra uomini”. Il
fatto che il personaggio stenda le mani verso l’avversario è un simbolo che sta ad indicare che l’adrenalina non sta uscendo solo dai
suoi versi, ma anche dai suoi gesti):
Dimmi delle tue imprese,
- questo volevo chiederti –
dove vedesti il corvo sul ramo
fremere gonfio di sangue?
O hai più spesso altro cercato,
sedendo sul seggio più alto, cioè hai cercato di partecipare ai banchetti piuttosto che prendere parte a imprese guerresche
che non offrire cadaveri sanguinanti
sul campo agli “uccelli della strage”. Kenning per “corvi”

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
Parve all’altro, che sedeva nella parte esterna della panca, che fosse venuto il suo turno nel certame poetico e recitò la strofa di
rimando:
Taci – di sedentario hai fama! -;
tu che sei un codardo,
mai hai compiuto quanto
io portai invece a termine:
tu non hai ingrassato con la spada
il lupo nel “gioco delle armi”, Kenning per “battaglia”
tu non hai dato al grigio destriero cioè al lupo, altro animale selvatico che interviene nella descrizione di battaglie
- che vai cianciando? – sangue da bere. è un’interruzione del discorso tipica della poesia scaldica. Per questioni metriche viene
posta all’interno della strofa, ma in realtà dovrebbe stare collocata all’inizio
Replicò il primo venuto:
“Del mare” noi facemmo al “destriero” la locuzione “destriero del mare” è Kenning per “nave”
la prua massiccia correre sulla schiuma,
sulla corazza polita intanto
scendeva dal fianco il sangue; l’allusione è alle ferite onorevolmente ricevute in battaglia, mostrando il petto dell’avversario
la lupa digrignava le fauci, e l’aquila
quietava la fame, sul collo
degli uomini arrossati di sangue
procurandoci la “farina compatta del sereno”. è un’oscura Kenning che designa quasi certamente l’oro, la polvere d’oro. “Farina
compatta del sereno” descriverebbe la “luce del sole offuscata”
Riprese allora chi gli stava accanto:
Nessuno io vidi di voi,
dove aperto trovammo
l’approdo di Heilavág per il bianco località non identificabile
“destriero della via dei gabbiani”; è una Kenning per “nave”, in cui “via dei gabbiani” sta per “mare”
e cavalcando i “barili della farina” Kenning per “nave”
davanti alla costa annodammo
della collina “il cappio possente
del corvo” davanti alla prora arrossata. è una Kenning che non trova soluzioni. Potrebbe essere un sacrificio odinico
Fu quindi la volta del primo a recitare:
A noi seduti sul seggio più alto
non s’addice seguitare la disputa
su chi più glorioso sia stato;
tu stavi in piedi dove portò l’onda
il “cervo dei rostri” nello stretto, Kenning per “nave”
mentr’io sedevo dove la vela
menava al porto la prua vermiglia.
Il secondo venuto allora concluse:
Björn abbiamo entrambi seguito,
e talvolta Ragnarr
in ogni “scontro dei rostri” Kenning per “battaglia (navale)”
ci dimostrammo guerrieri;
fui dove gli eroi combatterono,
là nella terra dei bulgari. i bulgari in questo caso sarebbero i bizantini. Non si deve dimenticare che i figli di Ragnarr compierono
delle spedizioni in Europa
Ricevetti una ferita al fianco:
vieni vicino, compagno!
Si riconobbero alla fine e continuarono a banchettare.
Analisi:
L’inizio del capitolo ha lo stile di una fiaba, poiché i personaggi non hanno nomi, ma vengono chiamati con il loro ruolo (“re”,
“regina”, “figli”, ecc.). Un giorno in un regno muore un certo re, per il quale viene fatto un banchetto tre anni dopo. Durante il
banchetto arriva un uomo imponente che dall’abbigliamento era palese che fosse un guerriero valoroso. Egli viene fatto sedere al
seggio più alto. Era talmente grande che prendeva il posto di due uomini; gli viene dato da bere e nonostante bevesse molto, mai si
ubriacava. Successivamente, arriva un altro uomo, ancora più imponente del primo, che gli viene fatto sedere accanto. Il secondo
beveva ancora di più rispetto al primo guerriero e si mostrava anche rissoso nei confronti degli altri. Così, il primo dà il via a una
disputa in versi, un alterco poetico che costituisce un vero e proprio genere della poesia norrena, chiamato “mannjafnadr”, cioè
“confronto tra uomini”. La sfida poetica avviene per dimostrare il proprio valore.
Il primo uomo vuole sapere che imprese ha compiuto il suo avversario, vuole sapere se ha combattuto o se ha più spesso partecipato
a banchetti. Il secondo uomo ribatte dicendo che egli è un codardo e che mai ha compiuto imprese come le sue; dice che, a differenza
sua, il primo uomo non ha ucciso e donato gente in pasto ai lupi, animali simbolo delle battaglie insieme al corvo e all’aquila. Il
primo uomo poi racconta delle imprese in mare, ma il secondo è settico poiché non lo ha mai visto né ne ha mai sentito parlare.
Allora, il primo risponde che è inutile scontrarsi su chi sia stato più valoroso, poiché entrambi in passato si trovavano sulla stessa
nave: il primo a prua, il secondo a poppa. Quest’ultimo, quindi, conclude dicendo che entrambi seguirono Björn e talvolta anche

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
Ragnarr in ogni battaglia navale nella terra dei bulgari, cioè nell’Europa orientale dove risiedevano greci e bizantini. Con questa
ultima affermazione c’è un legame con l’Episodio.
Cap. 20 – “Ögmundr”, pp. 107-108:
C’era un uomo di nome Ögmundr, che veniva detto Ögmundr il danese. Una volta si mise in mare con cinque navi e approdò in
Munarvágr, nell’isola di Sámsey (è l’isola di Samsø in Danimarca. L’approdo qui citato non è identificabile. Comunque, isola e
approdo, vengono spesso citati nelle canzoni e saghe eroiche e rappresentano luoghi deputati ad avventure fantastiche e
sovrannaturali). Si racconta dunque che i suoi cambusieri si recassero sull’isola per rifornirsi di vettovaglie, mentre altri uomini
penetrarono nella foresta perché non avevano altro da fare. Là trovarono un uomo-albero (in norreno “trémadr”). Era alto quaranta
piedi e tutto coperto di muschio. Lo scrutarono in ogni minimo particolare, chiedendosi gli uni con gli altri da quale stregoneria
uscisse fuori un simile essere sovrannaturale. Parlò allora l’uomo-albero:
Fu già da molto tempo
che in schiera i “figli di Hœklingr” Kenning per “guerrieri”
salparono,
sul salato s’inoltrarono
“sentiero dei salmoni”: Kenning per “mare”. I salmoni si muovono in mare e risalgono i fiumi
fu allora che divenni
di questo luogo il signore.
Difatti mi posero
gli “uccisori con la spada” Kenning per “guerrieri”
a sud, sulla battigia,
i figli di Lodbrók; richiamo alla Saga
là venni consacrato
perché uccidessi uomini
sull’isola di Sámsey,
nella parte meridionale.
Comandarono che restassi
fin quando l’approdo durasse,
io, un uomo di spine
e di muschio nutrito;
ora mi batte
il “pianto del cielo”, Kenning per “pioggia”
né mi fa schermo
la cute o una veste.
Parve tutto questo mirabile agli uomini. Più tardi lo raccontarono agli altri.
Analisi:
Mentre l’inizio del capitolo 19 aveva a che fare con il genere della fiaba, il capitolo 20 inizia come tutte le saghe. Non è solo la
tipologia del primo capitolo della saga, ma del momento in cui viene presentato un personaggio.
C’è un uomo chiamato Ögmundr il danese che si mette in mare verso Munarvágr, nell’isola di Sámsey. Alcuni uomini penetrano
nella foresta e incontrano un uomo-albero, che in lingua originale viene chiamato “trémadr”, alla lettera “madre albero”. È un
personaggio alto tre metri e tutto ricoperto di muschio, tipico della narrazione medievale, soprattutto dei poemi cavallereschi. Questo
essere viene chiamato anche “Homo Selvaticus”, poiché vive nelle foreste e anche l’aspetto fisico è selvaggio. A volte sono uomini
selvaggi di natura, altre volte sono uomini che si riducono così perché si recano a vivere nelle foreste per qualche ragione precisa.
Ariosto accoglie questa tradizione dell’Homo Selvaticus con l’Orlando Furioso.
L’uomo parla e racconta la sua storia: un giorno salpò con altri guerrieri diretti verso quel posto e in quell’occasione divenne il
signore di tale foresta. Spiega che i figli di Ragnarr lo consacrarono per uccidere uomini sull’isola e gli ordinarono di rimanere
mentre loro se ne andarono via. Così, egli diventò un uomo selvaggio, sul quale cade la pioggia e che è privo di cute e di vestiti. C’è
un riferimento a Filottete, che venne abbandonato su un’isola perché ferito, temendo che potesse apportare danno alla spedizione.
Quando i suoi compagni tornarono, tentarono di raccoglierlo ma fu abbandonato di nuovo. L’uomo abbandonato su un’isola è un
episodio molto ricorrente nella letteratura indoeuropea, quindi chi raccontava di questo episodio nella Saga on è detto che conoscesse
la storia di Filottete.
Analisi della Saga:
La Saga di Ragnarr parla soprattutto dei figli del personaggio da cui la narrazione prende il nome. C’è un interesse del compilatore di
mostrare e far emergere le virtù dei figli.
Virtù:
• L’astuzia che porta al raggiungimento di uno scopo, ad esempio la strategia militare e la difesa (“Heimir”), oppure che
porta all’ascesa sociale (si ricordi Kráka, che scala poco a poco i gradini della scala sociale);

• La difesa dell’onore e del prestigio della famiglia;

• Virtù maschili;

• Virtù femminili.

Difetti:
• Superbia

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)
• Deficienza del ruolo paterno, dal momento che non accetta il cambio generazionale.

I giovani sanno ascoltare chi è in grado di guidarli e sanno trovare delle soluzioni. Per questo motivo la Saga si concentra sui figli di
Ragnarr, e chi non è in grado di ascoltare e risolvere problemi viene eliminato, come ad esempio Rögnvaldr. Ella e Ragnarr, facenti
parte della vecchia generazione, prendono decisioni affrettate e non riflettono.
Il manoscritto del XIII secolo vive in un momento di crisi politica e la nuova generazione rappresenta la soluzione alla crisi.
Le nuove generazioni, quelle venute fuori dal disastro dell’Islanda, possono avere un riscatto se si fanno forti di un’esperienza saggia
che permetta loro di usare la testa piuttosto che la pancia, il raziocinio al posto dell’istinto. È un tema moderno, che possiamo trovare
riflesso anche nei nostri giorni.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: Benedetta.Bossio (benedetta95love@gmail.com)