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COLONIE, MUNICIPI, VICI (CIL IX, 3354):

Titulus operum ritrovato a Penne che ricorda l’operazione di rifacimento di una torre. L’iscrizione,
scolpita su una lastra di pietra (89 × 67 cm) è stata reimpiegata come copertura pavimentale per il
sepolcro delle suore ubicato nel procoro della chiesa cittadina di Santa Chiara, dov’è tuttora conservata;
il reimpiego come coperchio ha reso necessario l’inserimento di due maniglie di metallo nel mezzo
dell’epigrafe e, soprattutto, un ridimensionamento della lastra, per cui è stata tagliata l’estremità sinistra
dell’iscrizione.

Q(uintus) Pulfennius Q(uinti) f(ilius) Mevi[us]


C(aius) Curius Q(uinti) f(ilius) Broccḥ[us]
IIIIvir(i)
turrim (sic!) ex s(enatus) c(onsulto) refici[end(am)]
5 curarunt probaru[nt]
constat populo [((sestertium))]
((milibus))((milibus))((milibus))((milibus)) D CCCC XXX VIỊ[- c. 2 -]

«Quinto Pulfennio Mevio, figlio di Quinto, e Gaio Curio Brocco, figlio di Quinto, quattuorviri,
supervisionarono e collaudarono la torre che si decise di restaurare tramite delibera dei decurioni.
L’opera costò alla cittadinanza 493(…) sesterzi.»
La grafia è una capitale epigrafica incisa con solco a V; è presente un contrasto di modulo tra le lettere
dei primi sei righi (4,5 cm) e l’indicazione numerica del rigo 7 (3,3 cm). Le parole sono quasi sempre
separate da interpuncta, che in alcuni casi sono inclusi nella lettera precedente; soltanto la T (ai righi 5 e
6) si presenta anche in forma montante.
L’operazione di taglio, necessaria per adattare l’epigrafe all’ampiezza della botola, ha determinato la
perdita di alcuni caratteri del testo originario (± 2) nelle righe 1, 2, 4, 5, 6 e 7. Le integrazioni sono sicure
nell’onomastica (nei righi 1 e 2 è andata perduta la desinenza del nominativo singolare dei cognomina) e
al rigo 5 (desinenza di probaru[nt]). Al rigo 4 l’integrazione di reficị- è quella di un gerundivo quasi
sicuramente abbreviato per troncamento in reficiend(am), mentre al rigo 6 va quasi certamente
integrata l’unità monetaria della somma indicata al rigo successivo; che questa indicazione fosse,
nell’epigrafe originaria, in forma abbreviata (HS, IIS) lo si deduce dal fatto che nell’operazione di taglio
sono andati persi non più di 2-3 caratteri in fine di rigo, per cui sarebbe impossibile conciliare questo
dato con la forma estesa sestertium. Queste due ultime integrazioni, proposte già da Mommsen, sono
confortate dalla struttura di epigrafi analoghe, la più simile tra le quali è forse AE 1976, 16 1 (cfr. rr. 2-3:
turrim… faciundam coeravit e r. 4: constat ((sestertium)) XV milibus). Per quanto riguarda invece l’ultimo
rigo, non è possibile stabilire se l’ultima cifra fosse VII, VIII, o VIIII, per cui il costo dell’opera si colloca tra
i 4937 e i 4939 sesterzi.
La menzione del quattuorvirato rimanda immediatamente alla fase post-guerra sociale della vita
cittadina di Pinna Vestinorum: durante la guerra la città, dopo aver inizialmente fatto causa con gli
insorti, passò dalla parte di Roma e venne per questo assediata e forse conquistata dagli italici 2;
all’indomani del conflitto Pinna acquisì dunque lo status di municipium e venne ascritta alla tribù
Quirina3. La datazione del titulus, avanzata dagli studiosi su base paleografica, è il I secolo d.C.
Il restauro della torre – come attestato dall’iscrizione – è stato curato dai due quattuorviri di Pinnae,
Quinto Pulfennio Mevio e Caio Curio Brocco. I dati onomastici, tanto più perché mancanti
dell’indicazione della tribus, non offrono informazioni più specifiche sulla provenienza dei due
magistrati, anche se il dato più rilevante è l’assenza totale dei gentilizi Pulfennius e Curius nelle 79
epigrafi provenienti da Penne. Pulfennius è un gentilizio abbastanza comune nell’Italia centro-
meridionale4, ma non risulta in nessuna epigrafe associato al cognome Mevius5; Curius, dal canto suo, è
un gentilizio estremamente comune in Italia (per cui non ho ritenuto utile cercare le occorrenze), ma
non compare mai in associazione con il cognome Brocchus6, che risulta attestato a Volterra, a Turii,
Milano, Spoleto e naturalmente a Roma.
L’intervento edilizio ricordato dall’epigrafe, come già detto, è la restaurazione seguita da collaudo di
una torre (curaverunt [et] probaverunt), intervento voluto dal senato dei decurioni (ex senatus
1
AE 1976, 146: P(ublius) Tarsaeus P(ubli) f(ilius) / aed(ilis) turrim de sûa / peq(unia) f(aciundam) c(oeravit)
eid(emque) pro(bavit) / const(at) ((sestertium)) XV milibus.
2
Cfr. Valerio Massimo, Facta et dicta memorabilia V, 4, 6.
3
Cfr. Staffa 2010, p. 94.
4
Delle 21 occorrenze in Clauss la maggioranza proviene proprio dall’Italia centrale: tre epigrafi di Chiusi, quattro di
Venafro, due da Chieti e una dall’area del fiume Chienti; del resto d’Italia sei epigrafi provengono da Roma, una da
Canosa e una da Cunico.
5
Mevius è comunemente attestato in tutta Italia, ma sempre come gentilizio; l’unica attestazione in cui Mevius
sembra comparire come cognomen è CIL XIII, 3, sigillo di bronzo ritrovato a Napoli che reca il nome Remmi Mevi.
6
Brocchus è un aggettivo attestato in Varrone (De re rustica II, 7, 3), Lucilio (Marcello, De compendiosa doctrina,
25, 27) e in un frammento plautino riportato da Festo (De verborum significatione s.v. valgos), in tutti e tre i casi
con il significato di “zannuto, dentone”; in greco il sostantivo βρόχος o βρόκχος significa invece “corda da
impiccagione” o “laccio, rete da caccia”.
consulto); trattandosi dunque della manutenzione di un edificio pubblico, sembra molto probabile – ma
non certo – presumere che Mevio e Brocco fossero quattuorviri aedilicia potestate piuttosto che iure
dicundo7. Pinna era dotata di una cinta muraria – evidentemente turrita – già durante la guerra sociale,
come possiamo dedurre dal racconto di Valerio Massimo, il che porrebbe la costruzione di queste
fortificazioni almeno al II secolo a.C. Come osservato da Gregori e Nonnis 8 CIL IX, 3354 è una delle poche
epigrafi di edilizia pubblica ad attestare l’entità del finanziamento, che in questo caso è pubblico
(constat populo): l’incarico dei due magistrati dovrebbe quindi essere individuato in un’attività di
supervisione e controllo delle operazioni e non in un atto evergetico. Tra le poche altre epigrafi che
riportano l’entità della somma spesa per strutture difensive, particolarmente proficuo – per la vicinanza
cronologica, tematica e territoriale – potrebbe essere il confronto con la già citata AE 1976, 146,
ritrovata a San Paolo di Civitate e datata alla seconda metà del I secolo a.C.: in questo caso è un edile,
Publio Tarseo, a far costruire ex novo e collaudare una torre al prezzo di 15.000 sesterzi, pagati questa
volta di tasca propria.

7
Cfr. Gregori-Nonnis, p. 499, che propongono una lista di interventi edilizi attribuiti a quattuorviri, aediles,
quaestores, duoviri, quinquennales e – in due epigrafi vibonesi – a quattuorviri iure dicundo (CIL, X 44 e CIL, I 2
3166a).
8
Cfr. Gregori-Nonnis, p. 502.