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LA CHIAVE A STELLA 

Il narratore è un chimico a cui era stato incaricato di progettare


una vernice per l’interno delle scatole di  conserva per un’industria
russa. La vernice però presentava alcuni difetti così, dopo un anno
di test, il chimico  va in Russia personalmente per controllare il
prodotto. Qui conosce un giovane italiano trentacinquenne. Il  suo
nome è Faussone, detto Tino. Egli è il vero protagonista. Il
giovane è un operaio specializzato che da  quindici anni lavora nel
campo. Dopo essersi lasciato alle spalle l’esperienza della catena
di montaggio alla  Lancia, racconta, gira per il mondo a montare
gru, come in Russia, ponti sospesi, come quello in India,  strutture
metalliche, in Calabria, e impianti petroliferi, come quando ha
lavorato in Alaska e in Africa. È un  uomo a cui piace lavorare e
non riesce a stare più di qualche giorno a Torino, dove si annoia.
Faussone  racconta le sue esperienze che ha vissuto in tutte le parti
del mondo. Durante i suoi lavori conosce nuova  gente, nuove
lingue e nuove culture. 
Tema: il libro racconta le avventure di un tecnico piemontese
durante il boom economico dopo la Seconda  guerra mondiale già
inoltrato. Siamo in un periodo dove la popolazione inizia a trovare
lavoro più facilmente  e soprattutto nelle varie industrie che stanno
nascendo. Questo però non basta al nostro protagonista; lui  non
lavora per guadagnarsi da vivere, ma perché gli piace. Ecco
così che abbandona il classico lavoro di  operaio di una fabbrica
per diventare uno specializzato nelle costruzioni di strutture
metalliche. Lavora in  tutto il mondo e conosce società molto
differenti da quella italiana o dalla singola Torino. «...se io faccio 
questo mestiere – dichiara subito – di girare per tutti i cantieri, le
fabbriche e i porti del mondo, non è mica  per caso, è perché ho
voluto. Tutti i ragazzi si sognano di andare nella giungla o nei
deserti o in Malesia, e me  lo sono sognato anch’io; solo che a me
i sogni mi piace di farli venire veri,se no rimangono come una
malattia  che uno se la porta appresso per tutta la vita, o come la
farlecca di un’operazione, che tutte le volte che viene  umido torna
fare male. C’erano due maniere: aspettare di diventare ricco e poi
fare il turista, oppure fare il  montatore. Io ho fatto il montatore». 
Il lavoro in questo romanzo è un attributo positivo per l'uomo:
l'uomo che fa, che agisce, realizza sé stesso  ed è con il lavoro che
si nobilita anche nella sua parte spirituale. In queste pagine
Primo Levi celebra il lavoro  "vero", quello non di scrittore, con
una frase significativa: «Se si escludono istanti prodigiosi e singoli
che il  destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che
purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore 
approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una
verità che non molti conoscono.»