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L’ALTRO

La parola “altro” viene utilizzata per distinguere gli europei occidentali bianchi dagli extraeuropei non
bianchi. L’Europa è l’unica area geografica a manifestare una curiosità per il mondo che risiede non solo
nella necessità di conquistarlo, ma anche di conoscerlo. I nostri rapporti con gli altri abitanti del pianeta
hanno una lunga tradizione, iniziano in letteratura con le “Storie” di Erodoto, che ci mostra che già allora
(duemilacinquecento anni fa) il mondo era popolato da diverse società con una cultura sviluppata e un
senso di identità. Si rendeva già conto che questo altro era, quindi, qualcuno; Erodoto non prova disprezzo
per gli altri ma cerca di conoscerli e di capirli, è contrario all’isolarsi. Lo storico greco sembra dire che la
xenofobia è una malattia della gente spaventata, afflitta dai complessi di inferiorità e dal timore.

L’incontro tra europei ed extraeuropei ha assunto da sempre, un carattere violento, e i loro rapporti
possono essere suddivisi in fasi:

1) La fase dei mercanti in cui la gente entra in contatto con gli altri attraverso vie commerciali. Questo
dura fino al 15esimo secolo
2) Tra la fine del medioevo e l’inizio dell’era moderna è avvenuta una grande spedizione dell’Europa
per la conquista del mondo. In questi anni l’altro (l’extraeuropeo da conquistare) viene visto come
un pagano, un cannibale e l’europeo aveva il compito di assoggettarlo. Il modo in cui vengono
osservati gli altri durante questi viaggi, formerà una serie di stereotipi e preconcetti che oggi, sotto
varie forme, continuano ancora ad esistere. In questa ottica l’altro viene visto come un soggetto da
conquistare e dominare e ci vorranno anni prima che si farà avanti l’idea di una uguaglianza.
3) Durante l’era dell’illuminismo si fa avanti l’idea che il non-bianco è anch’esso un uomo. Questa
idea si fa avanti grazie alla letteratura, diversi autori condannano lo sfruttamento e la crudeltà dei
conquistatori. In questa ottica vengono organizzate delle spedizioni non a scopo di conquista, ma
scoprire nuove terre e popolazioni. La paura dell’altro viene sostituita con il desiderio di conoscerlo.
4) Fase degli antropologi: nasce l’antropologia che promuove la comprensione, la conoscenza e
l’accettazione dell’altro. Proprio per via di questo desiderio di conoscere l’altro, alcuni antropologi
si recano nei luoghi più remoti del Pianeta, come le isole del Pacifico o in alcune regioni dell’Africa,
per poi trattare della molteplicità e della ricchezza di questi pianeti in alcune opere. un passo avanti
lo compie Malinowski, secondo cui non bisogna solo andare da loro, ma vivere con loro. Da questa
serie di scritti è emerso che gli altri non erano come li immaginavano gli europei: non sono un’orda
di primitivi, ma vivono in culture sviluppate, con delle strutture complesse.
5) Fase di Levinas: lui è vissuto tra le due guerre mondiali che hanno portato alla nascita dei due
sistemi totalitari e alla formazione della società di massa. L’uomo della società di massa è
caratterizzato dall’anonimità, dalla mancanza di legami sociali, dall’indifferenza verso l’altro. Ciò
che vuole dire Levinas è che l’uomo dovrebbe fermarsi e guardare, conoscere e incontrale l’altro
affianco a lui. L’autore evidenzia la superiorità dell’altro, lo elogia e afferma che la relazione con lui
è un movimento verso il bene. (però l’altro di cui parla è il bianco, e non un altro che ha la pelle
diversa dalla nostra e crede in altri dei). Quello che ci interessa di Levinas è il significato che da alla
diversità: l’accettare l’altro benché diverso, considerarlo una ricchezza proprio per la sua alterità
6) Nella seconda metà del 19 secolo i 2/3 della popolazione si liberano dalla dipendenza coloniale e
diventano cittadini liberi ed indipendenti, così iniziano a riscoprire il proprio passato, i propri miti e
le proprie radici. Questi territori cominciano a sentirsi se stessi e a guardare con odio tutti i tentativi
di dominio. Oggi ci troviamo di fronte ad una nuova epoca che nasce in concomitanza con due
fattori: l’aumento della rivoluzione elettronica e la fine della Guerra Fredda. Con la fine della Guerra
Fredda si crea un mondo più mobile ed aperto dove le persone iniziano ad incontrarsi in diverse
aree del Pianeta. Tale mobilità è data dal: grandissimo sviluppo delle comunicazioni, dei trasporti e
dei collegamenti (rendendo così gli spostamenti molto più veloci e semplici) e dall’emergere delle
disuguaglianze, di conseguenza i più poveri cercano di entrare nei territori più ricchi per migliorare
la loro vita. L’incontro tra culture e persone diverse non è sempre semplice, possono emergere
problemi differenti come: l’arroganza di un paese più ricco rispetto ad un altro ed il carattere
ambivalente nell’incontro con l’altro dove da una parte si ha la volontà di conoscere gli altri e di
vivere con loro, dall’altra la paura della differenza.
Oggi viviamo in un mondo multiculturale, non tanto perché composto da tante culture diverse, ma
perché vi è la consapevolezza dell’importanza di esse e del loro diritto di esistere. Questa
consapevolezza è un grande progresso che però potrebbe portare le nuove culture ad essere
manipolate dai razzisti o nazionalisti per creare una guerra contro l’altro, inoltre il desiderio di
sviluppare la propria cultura potrebbe portare all’odio verso gli altri. Per poter appartenere ad un
mondo multiculturale sarebbe necessario maturare un deciso senso di identità, solo così l’uomo
può confrontarsi con culture diverse non isolandosi dagli altri. (dopo che Malinowsky ha raggiunto
le isole Trobiand per conoscere la popolazione locale, la sua esperienza non è stata sempre facile,
ha avuto crisi, depressioni e malumori).

Nella prima metà del 900 il mondo è cambiato, non vi sono più in cima le grandi potenze coloniali degli
uomini bianchi e sotto le loro colonie, oggi vi sono molti più stati indipendenti. Il problema è che noi
Europei non siamo ancora pronti a tale cambiamento, in quanto trattiamo l’altro ancora come se fosse un
estraneo ed una minaccia. Inoltre la letteratura non ci aiuta a scoprire le popolazioni terzomondiste per i
loro pensieri, comportamenti, sembrerebbe che la loro esistenza debba essere studiata solo da specialisti
(antropologi, viaggiatori e giornalisti). In conclusione, l’altro viene ancora trattato come un oggetto di
studio senza diventare nostro partner.

Tischner è l’unico dei pensatori polacchi, noti allo scrittore, che abbia trattato in modo ampio
dell’importanza della relazione con l’altro. Lui sostiene che ogni individuo è un valore in se, cerca di esaltare
continuamente il suo diritto ad esistere, la sua identità, il suo rispetto, l’attenzione e la considerazione per
l’altro. Arricchendo la filosofia di Levinas, Tischner sostiene che l’io deve anche addossarsi la responsabilità
dell’altro (questo è un concetto nuova per la nostra società egoistica, che tende a chiudersi nel proprio
privato). L’autore sottolinea l’importanza dell’incontro con l’altro, un evento che merita di essere ricordato
e può rappresentare un’esperienza profonda. L’elemento principale dell’incontro è il dialogo che mira alla
comprensione. Affinchè ci sia un vero incontro ci deve essere la volontà, cosa che oggi spesso manca, in
quanto si ha spesso diffidenza, ostilità e riluttanza nel conoscersi, oggi vengono eretti muri, barriere, fossati.
Inoltre oggi le comunicazioni danno la possibilità di comunicare con maggiore facilità, ma non garantiscono
la vicinanza fisica delle persone, la vicinanza è un elemento fondamentale per l’incontro. Oggi si erigono
grandi muraglie perché vi è l’idea che chiunque non appartiene alla mia stessa razza, religione o cultura
deve vivere lontano da me.

UNA CASA SENZA IDOLI


Qoèlet è un libro che fa parte dell’Antico Testamento dove si parla e si condanna l’ideologia delle religioni.
Le religioni nascono quando degli uomini seguono una voce e creano delle istituzioni per poterla custodire
e servire ma nel tempo si accorgono di non potersi più accontentare della nudità di questa voce e della
verità della fede e nasce così l’ideologia. L’ideologia porta ad introdurre una credenza nelle varie sfere della
vita, come quella economica e politica (un modo per creare rivelazioni che rispondono a tutte le domande
degli uomini), l’ideologia è comune soprattutto nelle religioni. Qoèlet, essendo contrario all’ideologia, è
favorevole ad una religione caratterizzata dal silenzio, dall’ascolto e dalla preservazione del divino dalle
troppe parole, è contrario alle religioni che fanno uso di sacrifici, di offerte, di riti che hanno bisogno di
vedere e sentire Dio. Secondo lo scrittore queste erano religioni mercantili: si fanno donazioni e sacrifici in
cambio di meriti, grazie ed indulgenze. (critica la fede come ideologia di mercato perché in questo caso la
fede entra nella logica del mercato: se io do qualcosa a Dio lui mi deve qualche merito in cambio). Per
Qoèlet una delle caratteristiche che dovrebbero possedere tutte le culture non contaminate dall’ideologia è
l’auto-sovversione, cioè la capacità di mettere sempre in discussione le proprie certezze, di non cercare nel
mondo elementi che confermano le nostre certezze, ma quelli che le negano. L’auto-sovversione può
avvenire, molto raramente, anche nelle società contaminate e serve per distruggere tutte le costruzioni che
sono state create attorno alla prima promessa, alla voce primordiale. Infatti, le ideologie finiscono per
soffocare l’evento vocazionale originario e, col passaùre del tempo, è difficile riprenderne coscienza. Può
però accadere che qualcuno si renda conto della trasformazione ideologica ma, affinchè tutti se ne liberino,
è fondamentale che chi si renda conto dell’ideologia sia chi l’ha generata e sparisca. Solamente così si
compie l’auto-sovversione.

Qoèlet condanna l’ideologia meritocratica che fa del merito un criterio per valutare, classificare e ordinare
le persone e veniva utilizzata per cercare di rispondere alle ingiustizie della società. Questa forma di
ideologia esiste da sempre ed è sempre stata utilizzata nelle varie religioni: nelle civiltà antiche si pensava
che il merito fosse legato alle ineguaglianze, per cui il ricco era benedetto ed il povero era condannato, in
altri umanesimi religiosi si pensava che le ingiustizie sarebbero state eliminate in un’altra vita, quindi il
povero giusto sarebbe stato premiato, al contrario del ricco empio. Oggi la meritocrazia viene utilizzata
nelle grandi imprese che premiano i lavoratori. Ma vivere la vita legata a meriti e premi è una soluzione
vana alla domanda di ingiustizia, perché il merito non può essere una soluzione alle grandi domande sulla
giustizia. Questa è quindi una vanitas. L’umanesimo cristiano ha liberato il mondo dalla cultura retributiva.

 Qoèlet introduce un concetto fondamentale: l’hebel, tutto è hebel, cioè tutto è fumo, vuoto, nulla,
vanità; questo termine si rifà all’immagine di Abele che venne ucciso da Caino. L’idea che si ha
dell’uomo è quella di Abele, un uomo con una vita effimera, che è soggetto alla morte. Gli uomini
pensavano che questa vanità potesse essere curata con il profitto: per la religione ideologica il denaro
cura la vanità e promette di ridurre l’incertezza della condizione umana con il successo economico.
(ovviamente questa idea viene criticata da Qoèlet)

Qoèlet si domanda come poter ricercare la verità e prova diversi metodi:

1) Inizialmente ipotizza di poterla ottenere con la sapienza, ma poi sostiene che attraverso la sapienza noi
ci rendiamo conto che tutto è hebel, tutto è fumo, solamente i saggi (come Qoèlet e Salomone),
possono prendere coscienza di questa situazione.
2) Dopo aver compreso che la sapienza è vana, Qoèlet prova un’altra strada per trovare qualcosa di bene
che non sia solo hebel (niente), questa via è fondata sulla ricerca delle ricchezze, dell’eros e del piacere
(ha comprato servi, accumulato ricchezze fabbricato case e parchi). Ma alla fine di questa ricerca
capiamo ancora una volta che tutto è hebel. La differenza tra la sapienza e la vita fondata sull’accumulo
di ricchezze è che la prima smaschera le nostre illusioni e ci fa comprendere il mondo nella sua nudità,
mentre la seconda da una consolazione nelle cose stesse che però si esaurisce nel loro consumo.
3) Ora ricerca la non-vanità nel ricordo dei posteri, secondo l’autore è inutile cercare di diventare saggio
per essere ricordato da chi verrà dopo, in quanto molto probabilmente verrà dimenticato inoltre quello
che viene lasciato dai posteri verrà probabilmente utilizzato male. Quindi anche questa ricerca è vana.

Alla fine di ciò trova una non-vanitas che corrisponde alla morte, secondo Qoèlet però ciò non vuol dire
limitarsi ad aver paura di essa, ma di accettarla, di capire che esiste e di vivere la propria vita sapendo di
dover prima o poi morire. Oggi per cercare di vincere e non pensare alla fine vengono utilizzati idoli, ma
così si ha solo l’illusione di poter allietare la morte.

Secondo Qoèlet la sapienza è un dono disponibile a tutti, ma è un dono provvisorio, i sapienti sono tali solo
nel momento in cui fanno esperienza della sapienza, la luce della sapienza è quindi effimera, vive in un
individuo solo per un periodo di tempo. Il sapiente, però, deve essere umile e non pensare di essere tale,
deve solo sapere che ogni tanto e per qualche ragione ha una luce diversa in volto. È inoltre fondamentale
non dire ai sapienti che sono tali, perché in questo modo vorranno impossessarsi della loro sapienza e chi
l’ha udita tenderà ad elevare il sapiente ad un dio. Così facendo potrebbe emergere il rischio dell’idolatria,
infatti Qoèlet diffida dai sapienti quando diventano uno status o una èlite.

 Se, quando emerge la necessità di comprendere la verità sulla nostra vita e se tutto quello che abbiamo
creato sono, in realtà, delle illusioni, ci rendiamo conto che la vita è fatta di illusioni, e quindi è vanitas,
nasce un combattimento tra l’individuo ed il mondo esterno, esso non è semplice e si ha paura della
vita post-illusione. Emerge quindi un conflitto tra il bisogno di verità e il costo del processo di
liberazione dalle illusioni. All’inizio si rimane dentro la frattura illusione-delusione, poi bisogna cercare
di reagire e ci si risveglia risorti, ma in questa nuova vita ci si sente soli, si sente di essere gli unici a
vedere la verità. In seguito, si scoprono nuove persone che vivono questa nuova verità e si ha il
desiderio di risvegliare tutti gli altri per incontrare la verità. Alla fine, però, ci si rende conto che questa
verità risorta è una vanitas, da cui siamo scappati perché, in realtà, la verità non la posso sapere.

L’uomo va alla ricerca dell’olam, cioè di poter comprendere tutto il mondo, all’uomo non bastano le
spiegazioni della filosofia o della scienza, lui vuole comprenderne il significato più profondo di tutto, vuole
possedere l’interezza di tutti i fenomeni (tutte le cose sono accomunate da un uno, una unica verità). Ma
l’essere umano non può arrivare a tale conoscenza, anche questo è fumo e vento. Quando ha compreso
che non può comprendere le verità del mondo e non è il padrone delle cose, l’unica cosa che può fare è
voltarsi e vivere la vita, lavorare, scoprire la vita come dono vero e come unica felicità possibile. Secondo
Qoèlet, inoltre, tutti gli uomini muoiono come tutti gli altri esseri animali, con questa scoperta viene lodata
nuovamente la vita dell’individuo.

Secondo Qoèlet bisogna trovare un giusto equilibrio tra il lavoro e l’inattività: è necessario lavorare e
lasciare uno spazio per godere di quanto ricavato. Vi sono uomini che lavorano troppo per colmare il loro
vuoto interiore (hebel) e tutta la ricchezza ricavata non basta mai e lo scopo principale della vita diventa il
solo accumulo di denaro, queste persone sono sole perché necessitano di tanto tempo per seguire la
propria carriera. Se però non si ha nessuno con cui condividere o con cui far crescere tale ricchezza, essa
sarà nulla, vento.

CONTRO LA COMPARAZIONE
Rispetto alla cultura europea, la Cina è in una situazione di esteriorità, sia per quanto riguarda il linguaggio
(la Cina usa la scrittura ideografica) sia per quanto riguarda la storia perché i due continenti entrano in
contatto solo nel 16 secolo, quando i missionari arrivano in Cina. L’autore decide di prendere come punto di
riferimento questo territorio perché, proprio in ragione delle grandi differenze che esistono tra Oriente ed
Europa, è possibile prendere le distanze dalla cultura e dal mondo europeo per poter riflettere su di esso e
comprendere i partiti presi (elementi nascosti, non esplicitati) da cui l’Europa si è sviluppata. Questa è
definita una decostruzione dal di fuori, nel senso che tenta di osservare da fuori (dal punto di vista esterno,
cinese) l’Europa. Quando si lavora in questo modo si parla di differenze culturali. La differenza è un
concetto che tende a classificare le culture e non a scoprirle. Per comprendere l’idea di differenza è
necessario sapere che è un concetto legato con quello di identità.

- La differenza presuppone che esista una identità generale, una identità che accomuna tutte le culture.
Bisognerebbe però eliminare questo pregiudizio: non c’è nessuna cultura primaria che fa da base alle
altre.
- La differenza serve ad identificare una identità, a far emergere le caratteristiche di un singolo. Il punto
è che non è possibile definire una cultura nella propria essenza, in quanto le culture mutano
continuamente, se non si trasformassero sarebbero morte, proprio come quando si parla di lingua
morta: una lingua che non cambia e non viene più parlata.
- Lo stabilire le differenze presuppone che io mi ponga in una posizione dall’alto della quale posso
comparare due elementi differenti. Ma noi siamo immersi nella nostra cultura, è così impossibile
avere uno sguardo esteriore.

L’autore oppone il concetto di differenza a quello di scarto. La differenza tra questi due concetti si basa su
tre elementi: riflessività, esplorazione ed auto riflessività

1) Mentre la differenza stabilisce una distinzione tra due culture, lo scarto presuppone una distanza
tra esse. Lo scarto corrisponde ad uno spazio che si crea tra due culture diverse, dove esse si
confrontano e si conoscono reciprocamente, in questo modo l’uno, separandosi dall’altro, può
riscoprirsi. Inoltre al contrario delle differenze, lo scarto non porta a posizionarsi in alto per
determinare le differenze e non utilizza neanche una logica analitica (una logica che tende a
classificare tutte le differenze tra due culture); esso è un distacco con uno scopo produttivo e
riflessivo in quanto mette in tensione e in dinamicità ciò che ha separato (cioè separa le culture
che, in ragione delle loro differenze, sono in tensione e questo le porta ad una continua
conoscenza, cioè ad una riflessione reciproca). Per comprendere quanto detto viene preso come
esempio lo scarto tra Oriente ed Europa: esso non mira a comparare un territorio in base all’altro
(quindi definendo l’altro in base alle differenze riscontrare con sé), ma vuole aprire alla riflessività: i
pensieri dei singoli territori, che si scoprono proprio grazie alla distanza presa tra loro, si squadrano
e si confrontano vicendevolmente.
2) Il concetto di scarto ci consente di uscire dalla prospettiva identitaria ed entrare in quella
esplorativa, in quanto non fa emergere l’identità di una cultura, composta da specifici e immobili
tratti distintivi, bensì esplora le sue risorse. Due culture diverse poste l’una di fronte all’altra, negli
scarti che le distanziano, nello spazio vuoto (il tra) che si dischiude fra di loro ritrovano la possibilità
d’interrogarsi a vicenda e di conoscersi. In questo modo lo scarto è fecondo in quanto da la
possibilità alle culture di scoprire le proprie risorse. Attraverso lo scarto è inoltre possibile
comprendere le “pieghe del pensiero” cioè quegli elementi della cultura che sono ormai sepolti.
3) Infine, invece di definire una natura dell’uomo, come fa la differenza, lo scarto permette una auto-
riflessione dell’uomo, l’individuo interrogandosi sugli scarti si osserva e comprende le proprie
risorse e possibilità.

Lo scarto produce un “tra” tra due culture, questo tra non possiede una essenza e non può essere
determinato. Proprio per questa ragione esso sfugge ad una definizione ontologica (l’ontologia cerca di
studiare l’essere) in quanto non è qualcosa di sostanziale, non può esistere di per sé. Il tra permette un
confronto, un dialogo tra due culture e una riscoperta dell’una grazie all’altra, come tra la cultura cinese e
quella europea; facendo lavorare gli scarti, le distanze, tra due culture produco del tra, tra loro. Al contrario
di questa visione vi sono i Greci che si sono focalizzati sulle differenze e sulle stremità e non hanno preso in
considerazione il tra che può esistere tra loro (come Platone che suddivide il mondo delle idee da quello
dell’essere). Questo tra è un non luogo e si trova in bilico tra due estremi, in quanto, permettendo il
dialogo, non si focalizza ne da una parte ne dall’altra. È come Socrate, che si colloca tra i sofisti e i moralisti,
lui non appartiene a nessun logo, è come un traduttore, che deve cercare di tradurre dei concetti e frasi, ma
cercando di mantenere degli elementi che non possono essere assimilati dall’altra lingua. È come la
relazione tra analista e paziente: questo tra non si limita all’influenza che ha l’uno sull’altro, ma più in
generale al non detto o il tra che separa una seduta dall’altra.

Da questo discorso sullo scarto possono essere tratte delle conseguenze etiche e politiche e delle
conseguenze logiche. Conseguenze etiche (modo di comportarsi) e politiche: è necessario non considerare
lo scarto in modo verticale, accentuando quindi le differenze e le disuguaglianze, come scarti tra classi,
fortune e ranghi (quindi differenze basate sulla sfera politica); ma in modo orizzontale, cioè deve essere
attuata una rivoluzione culturale non più basata sul distanziamento dall’altro ma aprirsi all’altro e alla sua
conoscenza. È quindi necessario attenuare le differenze e mettere in relazione comunità e società. Dal
punto di vista logico io comprendo che l’altro è un soggetto logico, pensante e quindi, con il quale posso
entrare in relazione per conosce l’altro e me stesso tramite l’altro (scopro le differenze e le somiglianze che
ci accomunano). Se non ci fosse tutto ciò non ci sarebbe né mobilità né cambiamento (io tramite l’altro
posso conoscermi e quindi cambiare).

Tutto questo per dire la fondamentale importanza del continuo confronto tra culture che da una parte
permette di omogeneizzarsi e dall’altra di pluralizzarsi, di comprendere se stessa ma anche di comprendere
l’altro.

DIFFORMITA’ EDUCATIVE PER UNA SOCIETA’ COMPLESSA


La nostra società vive una trasformazione complessa in ragione delle problematiche multiculturali, difficoltà
legate al mondo del lavoro e dell’indebolimento delle dinamiche relazionali. Molti di questi cambiamenti
sono determinati dall’economia globalizzata che negli ultimi 20 anni ha quasi completamente ristrutturato
le comunità dal punto di vista materiale, politico, lavorativo e personale. Il compito di questo volume è
definire il compito dell’educazione: addentrarsi nelle nuove forme di vivere sociale per sollecitare una
nuova collaborazione con l’Altro. Con “difformità educative” si vuole proporre diverse forme di azione
educativa che possano far fronte alle crescenti manifestazioni di disagio sociale.

La globalizzazione è un fenomeno che ha unito la società in un villaggio globale che produce una economia
mondiale. La globalizzazione ha portato:

- Modificare i contesti lavorativi: il capitalismo (globalizzazione e capitalismo vanno di pari passo in


quando il fine ultimo del capitalismo è la ricchezza e la produzione e grazie all’abbattimento dei
confini è possibile garantire una maggiore ricchezza in diversi territori) ha portato al disinteresse dei
diritti dei lavoratori, dei cittadini e ha minato le relazioni di collaborazione tra lavoratori.
- L’aumento delle migrazioni, facendo emergere questioni riguardanti la diversità e il pluralismo.
- L’evoluzione tecnologica: aumenta la capacità di comunicazione che, però, non è collocata in nessun
tempo e in nessuno spazio. In questo modo l’altro con cui parliamo è semplicemente un intermediario
e non è un soggetto che è direttamente partecipe della comunicazione. L’allontanamento delle
relazioni sociali e l’aumento di quelle multimediali generano un sentimento di isolamento sociale
dell’individuo.

Tutti questi cambiamenti producono nel singolo un sentimento di insicurezza ed incertezza costante che lo
privano di progettualità e di speranza verso il futuro e l’Altro che viene considerato come una minaccia; di
conseguenza l’uomo si emargina. L’insicurezza, inoltre, porta il soggetto a deresponsabilizzarsi e a pensare
che la società debba garantire la sicurezza, infatti l’uomo si sente al sicuro solo nelle restrizioni messe in
atto dalle leggi o da regole che limitano le sue azioni. Bauman descrive la società di oggi come modernità
liquida, in quanto l’uomo è in una situazione di solitudine, è smarrito e perde riferimenti valoriali.

 Di fronte a questa situazione l’educazione dovrebbe leggere e comprendere la complessità e tutti i


cambiamenti in atto per utilizzare delle nuove strategie d’azione che formino le nuove generazioni. In
particolare, è necessario ridare fiducia all’altro, solo così l’uomo può uscire dal suo isolamento ed
iniziare a dialogare con l’alterità, in questo modo la diversità viene riletta sotto forma di ricchezza da
acquisire e non più come qualcosa da cui allontanarsi. Il sistema educativo fino ad ora non è riuscito a
riconoscere e a trattare la complessità, ha infatti utilizzato un metodo che non lega e astrae un oggetto
dal suo contesto, lasciando quindi che la conoscenza sia astratta. Il sistema educativo, avendo
preparato il soggetto a pensare per schemi, diventa incerto nel mettere in relazione e contestualizzare i
vari concetti, in questo modo si forma una intelligenza che ragiona in modo molecolare e parcellizzato
che non coglie la complessità nella sua interezza, ma cerca di leggere i problemi solo frazionandoli.

Oggi la diversità sociale è determinata, in gran parte, dall’impossibilità per alcuni individui di accedere
all’istruzione, questa disuguaglianza educativa è un mezzo per legittimare la divisione sociale: da una parte
vi è chi detiene il sapere che sono organizzati in corporazioni professionali, dall’altra vi è la massa che ha un
bagaglio di conoscenze minime per poter svolgere lavori precari e poco qualificati. La disuguaglianza sociale
è il prodotto di vari sistemi: politico, educativo, economico, lavorativo che non sono diretti eticamente. L’
individuo, per contrastare queste derive, dovrebbe assumere su di sé la responsabilità dell'altro, inteso
come soggetto che dovrebbe condividere i suoi stessi mezzi, e quindi avere la sua stessa educazione.
L’obiettivo finale del pedagogista è la costruzione di una etica della responsabilità che rivolga uno sguardo
verso la partecipazione comunitaria. Il cambiamento è possibile solo se tutti sono responsabili delle azioni.

L’educazione risente dei condizionamenti della politica, infatti in quei territori dove i cittadini non hanno
elevate conoscenze, i governi emarginano questi territori e li esulano delle conoscenze utili al vivere
comunitario. Oggi viene controllata l’educazione dall’economia per crearne una slegata con la realtà, una
conoscenza anche molto approfondita sulle cose ma che poi non viene applicata al contesto. Sarebbe
quindi necessario modificare l’educazione per creare un senso critico nell’uomo, dandogli la possibilità di
criticare il mondo in base a quanto studiato. In base a questo senso critico potrà rendersi conto che
l’educazione è legata con la politica in quanto viene determinata da essa e dovrebbe cambiare per
modificare il contesto politico nel quale l’uomo è inserito (l’educazione dovrebbe cambiare nel senso di far
sviluppare il senso critico nell’uomo per fargli cambiare o criticare la politica nel caso in cui sia sbagliata).
Questa forma di educazione critica è raggiungibile da tutti quindi elimina le disuguaglianze sociali. La
formazione, inoltre, deve comprende sempre l’Altro, nel senso che nella scuola l’altro deve esser un attore
partecipante e non bisogna dare importanza solamente al risultato finale, o al raggiungimento di
determinati obiettivi. Oggi non si tengono in considerazione i bisogni dell’altro, l’unica cosa importante
sembra essere la valutazione e l’accumulo di informazioni senza considerare il singolo o le sue capacità.
Grazie ad una educazione fondata sul pensiero critico e che sia responsabile nei confronti dell’altro si crea il
cittadino

IL PARADOSSO DELL’INTEGRAZIONE
Oggi si pensa che la società sia divisa, in realtà le disuguaglianze sono radicalmente migliorate: le possibilità
di partecipazione per le donne, gli omosessuali e i disabili sono migliorate, è quindi aumentata l’apertura
interna. Anche l’apertura esterna è migliorata in quanto sono stati aperti i confini con la globalizzazione, e
questo ha portato ad un avvicinamento tra le persone. L’apertura verso l’interno e l’esterno rischia di
essere mal interpretata come una mancanza di confini, ma è vero il contrario: apertura significa che ci sono
dei confini, la vera sfida è come regolarli, in questo volume verrà trattato della società aperta e dei suoi
confini che è possibile superare attraverso l’integrazione.

Oggi l’integrazione dei migranti funziona molto meglio che in passato, le chance di partecipazione sono
superiori rispetto a venti o trenta anni fa, questo vale per il mercato del lavoro, la scolarizzazione le
condizioni abitative, la partecipazione politica e l’alfabetizzazione. Anche se la perfezione è molto lontana le
cose sono sicuramente messe meglio rispetto al passato. Opposti a questi passi in avanti che sono sotto gli
occhi di tutti vi è l’idea comune che le cose stiano sempre peggiorando. Per comprendere la divergenza tra
le attese soggettive e la realtà è necessario comprendere la storia della migrazione verso la Germania.

- Dopo la Seconda guerra mondiale vennero utilizzati i migranti per rimettere in piedi l’economia,
questi non dovevano essere istruiti e non dovevano ambire ad elevate carriere, in quanto il loro
compito era solo quello manuale. Inoltre sarebbero dovuti rimanere in Germania solo per il tempo
necessario al lavoro, quindi non avrebbero dovuto sviluppare un senso di appartenenza. Questi
lavoratori migranti vennero chiamati Gastarbeiter. Loro non potevano usufruire di corsi di lingua, i
loro figli venivano separati dai tedeschi nelle scuole e, non sapendo parlare il tedesco, usufruivano di
una scolarizzazione inferiore. Da quanto detto è evidente che le politiche di integrazione erano
assenti, oggi al contrario la situazione è migliorata vi sono corsi di lingua, integrazione nel mondo del
lavoro, oggi l’integrazione è il tema politico più importante
- L’idea di paese chiuso all’immigrazione continua ma a partire dagli anni 90 si è diffusa la necessità di
politiche di integrazione: vennero fondate nuove istituzioni, introdotti programmi per
l’apprendimento della lingua, facilitata l’acquisizione della cittadinanza. Con queste riforme sono nate
grandi contestazioni sull’integrazione (Ex: cittadinanza sì o no)
- Nel 2007 inizia una grande crisi che colpisce vari settori come quello formativo, sociale e della
pubblica sicurezza, e vengono definiti come responsabili i migranti.
- Nel 2011 c’è il terrorismo di estrema destra e quello islamico. Tutto ciò genera un grande senso di
insicurezza e mancano simboli positivi.
- A partire dal 2015 si sviluppò la crisi dei rifugiati: moltissimi rifugiati iniziarono a migrare verso la
Germania, senza che essa fosse preparata ad accoglierli e si decise di aprire i confini, la Merkel ha
giustificato tale azione dicendo che non vi erano alternative all’aperture delle frontiere in quanto era
impossibile difenderle. Questa motivazione apparse disastrosa, il governo di un paese non può
affermare di non poter difendere le proprie frontiere in quanto questa è la prima e più basilare azione
del governo, che deve necessariamente garantire la sicurezza. Oggi il governo tedesco propone una
distribuzione equa, cerca la cooperazione con i paesi di origine e i campi profughi sono equipaggiati
meglio.

Quando l’integrazione funziona non diminuisce, ma aumenta il conflitto. Questo accade in quanto sempre
più persone vogliono partecipare alle decisioni e alla vita pubblica, vogliono contribuire attivamente e
trarre beneficio. Il processo dell’integrazione può essere spiegato con la metafora del tavolo: la prima
generazione dei migranti è umile e non pretende ne partecipa con i nativi, i nativi siedono al tavolo mentre i
migranti per terra. Con la seconda generazione (i figli dei migranti) l’integrazione migliora: siedono al tavolo
e si sentono parte del tutto. Questo fa sorgere dei conflitti in quanto tutte le diverse persone sedute
vogliono tutti i posti migliori e un pezzo di torta. La terza generazione si integra sempre di più volendo e
richiedendo di partecipare sempre di più: vogliono ordinare per sé e decidere che torta mangiare. La
società aperta consente di discutere gli uni con gli altri sotto la protezione di uno stato, questa nuova
società non è come quella del passato: imposta da qualcuno con la forza, immobile e uguale, al contrario è
diversa e caratterizzata da scambi.

 L’integrazione riuscita aumenta la conflittualità, poiché l’inclusione e le pari opportunità non portano
ad uno stile di vita più omogeneo, bensì ad uno eterogeneo. Tutti hanno la possibilità di esprimersi i
propri interessi e i propri bisogni. Un conflitto nato a causa di una integrazione riuscita emerge perché
due fronti, che fino a quel momento non avevano nulla da spartire, si trovano in una situazione di
interdipendenza. Ovviamente questo non avviene senza attriti, per un periodo il conflitto può
aumentare, si può avere la sensazione di andare a ritroso, ma in realtà il conflitto segna un
avvicinamento. Quindi tutto dipende da come vengono gestiti i conflitti e se si riesce a ricavare aspetti
positivi da essi. Per poter far ciò è fondamentale accordarsi su come discutere e fissare delle leggi per
approcciarsi gli uni gli altri.
 C’è bisogno di una vera cultura del dibattito che consiste nello stimare l’altro, non in ogni sua presa di
posizione e non entrando in conflitto con l’obiettivo di vincere, ma per trovare un’intesa e lottare per
una maggiore partecipazione.
Può però emergere una discrepanza tra le condizioni dei migranti e le loro aspettative, in quanto vanno a
velocità diverse. I nuovi integrati hanno delle grandi aspettative che viaggiano più veloci rispetto a quanto
riesca a migliorare la realtà. Là dove vi sono maggiori chance di partecipazione sono più frequenti le
denunce di discriminazione (per esempio più i neri sono interai in un paese e più si sentono discriminati per
il loro colore della pelle).

Oggi vi sono diverse associazioni che operano a favore dei migranti o sono composte da essi (come il
gruppo strutturato in base alla nazionalità: turca, araba, italiana, russa… o il gruppo strutturato in base alla
religione). In questo modo le organizzazioni rappresentano la comunità migratoria e cercano anche di
garantire la loro integrazione. Queste forme associative sono orientate, quindi, alla partecipazione nella
società tedesca e promuovono una società aperta. Contemporaneamente si verificano dei movimenti
contrari a ciò, queste sono delle posizioni estremiste e radicali che puntano alla chiusura della società. A
livello nazionale si sviluppano delle posizioni razziste che influenzano la maggior parte della società, di
contro chi si sente emarginato o discriminato risponde. Ad esempio i mussulmani sulla scena internazionale
sono diventati i principali nemici, ciò li costringe a mettersi sulla difensiva, per questo i giovani musulmani
hanno creato il movimento salafita che propone un ritorno alle origini dell’islam.

Con la migrazione la società diventa più varia, disomogenea e più complessa. I migranti portano nel paese
in cui arrivano le loro abitudini alimentari, la loro lingua, le loro usanze e la loro religione. Dal lato opposto
le tradizioni e le usanze in Germania diventano sempre meno influenti. In realtà non sono i migranti ad
attivare il cambiamento, ma sono i nativi che sono troppo orientati al nuovo e alla digitalizzazione. Quando
arrivano delle persone in un nuovo Paese, si aspettano di ricevere delle regole, degli orientamenti precisi,
ma nessuno dice loro cosa fare e come (spesso chiedono: “come si fa a conoscere nuove persone?” “Come
ci si rivolge ad una donna?”). Non sapendo come orientarsi cercano di utilizzare la propria cultura o quella
del paese di arrivo, ottenendo però scarso successo. A differenza della Germania nelle aree multiculturali,
come negli Stati Uniti, si utilizza un modo di fare che evita incomprensioni e che cerca di spiegare tutto il
necessario; ad esempio viene utilizzato un tono molto amichevole, diretto, una pronuncia lenta che
funziona sempre. In questo modo è molto più semplice comunicare con le persone. Generalmente si dice
che i figli dei migranti vivono tra due mondi: in casa vivono il tradizionalismo della cultura familiare, nel
mondo esterno invece fanno esperienza di una società molto diversa, complessa e che devono imparare. I
genitori, dal canto loro, si aspettano che i figli riscuotano successo nel nuovo paese, rimanendo però fedeli
alle tradizioni. Spesso risulta difficile riuscire in entrambi gli ambiti, di conseguenza possono emergere dei
conflitti familiari. Spesso inoltre, i figli si sentono responsabili dei genitori, che non conoscono bene la
lingua o le usanze o la patria e quindi i ragazzi, che sono maggiormente immersi nel nuovo mondo rispetto
ai genitori, devono continuamente fare da traduttori. Di conseguenza, per amore dei genitori, sentono di
dover rimanere fedeli agli ideali e regole proposte, rendendosi contemporaneamente conto di dover
continuamente metterli da parte per poter vivere nel nuovo mondo.

Spesso accade che di fronte a persone diverse da noi si sviluppi il razzismo, la diversità può portare una
persona ad essere in tensione o ad essere prudente, ma non è normale interpretare la diversità come
inferiorità e quindi far sviluppare il razzismo. Il razzismo sopprime la curiosità in quanto fa vedere l’altro
come cattivo, colpevole o deficitario. Viene utilizzato il razzismo per eliminare l’insicurezza della diversità.
Questa forma di discriminazione è nata con i cristiani che si sono posti al centro del sistema, i cristiani
bianchi erano considerati la normalità, i non bianchi vennero ridotti in schiavitù gli vennero negati i diritti
fondamentali, rubate le terre e le risorse. Attraverso questa forma di discriminazione vengono raggruppate
delle persone in un gruppo definendole come “altre” in base alle loro caratteristiche biologiche o culturali
diverse. I pregiudizi razzisti possono ricoprire un ruolo di primo piano nel dibattito proprio perché
aumentano le possibilità di partecipazione e di integrazione: grazie alle politiche indirizzate verso le pari
opportunità, l’integrazione e la lotta alla discriminazione oggi in Germania c’è molta meno discriminazione,
i migranti oggi hanno accesso ad una ampia gamma di servizi, anche se vi è un grande miglioramento si
discute sulla immigrazione come se fosse peggiorata.

I paesi mete di immigrazione sono molto avvantaggiati in quanto sono società che rispecchiano la
complessità globale, sono dei territori dinamici e variegati proprio come il mondo. Questi territori
possiedono al loro interno tutte le competenze mondiali: conoscono i problemi, i conflitti, i modi di
ragionare, al contrario delle società omogenee che si occupano principalmente dei problemi e dei conflitti
interni.

 Da quando sono scomparse la cultura e la coscienza sociale, è toccato a noi ricrearle. Il fatto che siamo
noi a ricrearle è la prova evidente che ci troviamo di fronte ad una società aperta. Ogni persona è
invitata a partecipare e a discutere.

Oggi viviamo in un modo caratterizzato da:

 La globalizzazione, un processo iniziato più di 500 anni fa, quando gli europei hanno conquistato
tutti i continenti e hanno influenzato diverse strutture sociali e religioni. Oggi con la globalizzazione
vengono trasportati in poco tempo merci, esseri umani, in pochi secondi si può accedere ad
informazioni e le comunicazioni si sono diffuse moltissimo. Per queste ragioni i confini sono sempre
meno rilevanti.
 Un grande miglioramento, visibile su più fronti: alfabetizzazione, reddito in crescita, accesso
all’istruzione. Allo stesso tempo aumenta il numero dei profughi, questo accade perché se la qualità
e l’aspettativa di vita aumentano nei territori in via di sviluppo, aumenta anche l’emigrazione da
questo paese.
 L’Occidente diventa sempre più importante e meno dominante. Diventa sempre più importante in
quanto tutte le culture sono influenzate dall’Occidente, lo si vede nello stile di vita, nella moda e nei
modelli presi come perfezione da raggiungere (i beni di consumo in India vengono presentati da
modelli Occidentali). D’altra parte, proprio per via della globalizzazione che ha portato ad una
dipendenza reciproca e un aumento di potere economico di diversi stati, i paesi Occidentali non
riescono più a farsi valere come in passato. Questo è un paradosso della globalizzazione: da un lato
ha portato alla diffusione di idee e regole dell’Occidente, dall’altro ha indebolito il predominio degli
stati occidentali.

Con le società aperte vi è la necessità di crescere insieme, per farlo bisogna volerlo fare e non demordere di
fronte alle difficoltà. Alzare i muri non serve a molto, anzi vi sono le prove di come le culture e le società
che costruiscono muri siano col tempo scomparse. Generalmente chi è favorevole a movimenti di chiusura
sono i conservatori, che non vogliono che a tavola siedano persone diverse e che si decida tutti insieme. Vi
sono i populisti che vorrebbero tornare ai “tempi gloriosi” in cui si esercitava un potere globale, quando si
era una forte nazione. In passato si aveva speranza nel futuro, mentre oggi sembra averne paura. La cosa
importante è prendere di buono dal passato quello che aveva di positivo e contrastare gli aspetti negativi,
infatti il passato porta a tendenze di chiusura e porta ad abbattere tutto ciò che è stato ottenuto dalla
società aperta. Il passato è ovviamente molto importante ma non contiene nessuna visione sul futuro.

PRENDERE TEMPO
Nel libro “Prendere tempo” viene descritto un dialogo tra Filippo la Porta e Marc Augé, dove il primo
interroga il secondo cercando di comprendere la sua visione in merito ad alcune tematiche. Vengono in
particolare trattati due argomenti principali: i “non luoghi” e il “prendere tempo”.
Secondo Marc Augè oggi esistono i “non-luoghi” degli spazi caratteristici della società odierna, che non
hanno storia, sono luoghi di passaggio, di viaggio, sono spazi senza storia, privi di identità e senza memoria.
Questi luoghi sono: aeroporti, centri commerciali, stazioni e banche. In particolare i centri commerciali sono
ambienti in parte positivi, in quanto, essendo senza passato, sono ambienti liberatori, e in parte negativi, in
quanto le relazioni che vi si manifestano devono passare attraverso l’acquisto di merci. Questi spazi sono
basati sul consumo, in quanto portano le persone ad acquistare merci, ovviamente chi vi si reca non è
obbligato ad acquistare beni e prodotti per esempio molti francesi la domenica passeggiano nei
supermercati come se fosse un museo. È proprio la globalizzazione che garantisce lo sviluppo di spazi per
circolazione e la comunicazione (si potrebbe dire che la globalizzazione ha prodotto i non luoghi.

L’altro tema fondamentale di questo testo è il “prendere tempo”. Filippo la Porta chiede ad Augé se lui
crede nella spontaneità, Augé risponde che la spontaneità è una cosa bella, che offre svago, ma è
immediata ed ignora il tempo. Infatti oggi i mezzi tecnologici ci fanno vivere in un mondo di immediatezza,
con le nuove tecnologie si tende a pensare che l’istantaneità sia la normalità, di conseguenza sarebbe
necessario educare al prendersi del tempo un’arte sempre più ardua da praticare. Oggi l’immediatezza
rappresenta un pericolo, perché la relazione tra le persone richiede del tempo. L’autore è fiducioso nei
confronti di una utopia dell’educazione, una educazione uguale per tutti, anche se oggi avanza sempre più
l’ineguaglianza sia economica che di conoscenze, e siamo quindi molto lontani dal raggiungimento di tale
utopia, è possibile raggiungere l’uguaglianza di saperi. Quindi è possibile per l’uomo raggiungere il sapere,
ma lo si può raggiungere progressivamente, nel corso del tempo. L’educazione non deve solo infondere
informazioni, deve anche educare al tempo per riuscire a gestirlo e padroneggiarlo.

Infine La Porta, ricollegandosi all’opera “L’Educazione Sentimentale” di Flaubert, domanda ad Augé se


secondo lui è possibile una educazione sentimentale, l’autore risponde che questa forma di educazione è
molto complessa, in quanto è un sapere che si trasmette principalmente attraverso l’esempio e forse poi
attraverso la letteratura.