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FRANCESCO REMOTTI

CONTRO L'IDENTITA'
Laterza, Bari 2001
1.

Il titolo è provocatorio. L'autore, Docente di Antropologia, sa bene che, dal livello


individuale a quello di gruppo culturale, di Nazione e di Civiltà, l'identità è un "tentativo
talvolta eroico (e irrinunciabile) di salvazione rispetto all'inesorabilità del flusso e del
mutamento" (p. 10). La provocazione serve a sottolineare che, a livello individuale e
collettivo, l'identità può tendere a irrigidirsi e a cristallizzarsi fino al punto di chiudersi
e misconoscere le connessioni con lo sfondo cui appartiene e con il flusso che permane
al fondo di ogni vicenda.

Il discorso è suggestivo perché esso implica una visione dinamica della realtà a tutti i
suoi livelli. La vera realtà - fisica, psicologica, culturale - è un sistema complesso,
caotico, che scorre nel tempo, il flusso (F) appunto. La necessità per l'uomo di definire
connessioni e alternative che organizzano e danno un ordine alla complessità infinita
del reale, e infine di costruire delle identità distinte e differenziate, che si pongono
come strutture (S), è una necessità. Legata a cosa? Al fatto che "l'uomo è un animale
biologicamente carente. Affidato alle sue sole capacità biologiche, ben difficilmente
saprebbe sopravvivere. La sua stessa sopravvivenza fisica - a quanto pare - richiede, e
fin da subito, l'intervento della cultura" (p. 12).

La teoria dell'incompletezza biologica dell'uomo - teoria introdotta nelle scienze umane


e sociali da A. Gehlen, che non viene però citato nel libro - "si traduce inevitabilmente
in un carico vistoso assegnato alla cultura" (p. 13), ma ha un'altra implicazione non
meno importante, che riguarda la "natura sociale del pensiero e delle emozioni" (p.13):
"buona parte dell'uomo (i suoi pensieri, le sue emozioni, i suoi sentimenti, le sue
inclinazioni) viene costruita socialmente… Fin da subito, l'uomo va costruito; fin da
subito occorre porre mano alla sua formazione a causa della carenza della sua natura
biologica. Ma proprio perché queste costruzioni si verificano in ambienti sociali,
variabili nel tempo e nello spazio, esse non possono non avere un carattere locale" (p.
16); "Completando cutlralmente se stesso, l'essere umano non diventa un qualsiasi
uomo, bensì un particolare tipo di uomo, culturalmente definito" (p. 17).

In conseguenza della storicità dell'esperienza umana, "l'identità si avvignhia alla


particolarità, perché la particolarità è garanzia di coerenza, e la coerenza è un valore
tipico dell'identità. Per vaere identità, occorrono infatti la continuità nel tempo, per un
verso, e la coerenza sincronica dell'assetto. Quanto più si è particolari, tanto più si
hanno garanzie di coerenza e di continuità e dunque un incremento del valore d'insieme
dell'identità" (p.21).

Il problema, da questo punto di vista, è la scarsa o assente consapevolezza della


particolarità dell'identità: "Se è vero che l'identità - tanto più se è un'identità robusta,
solida - non può che fondarsi sulla particolarità, vi è però un rapporto paradossale di
non perfetta conciliabilità tra i due termini. La particolarità è condizione dell'identità;
ma difficilmente un'identità che intenda affermarsi può ammettere senza remore la
propria particolarità" (p. 21). Questa scarsa consapevolezza, determina, sia a livello
individuale che collettivo, una tendenza a naturalizzare e ad ideologizzare l'identità,
purificandola da tutto ciò che potrebbe ricondurla alla particolarità delle sue
condizioni: "Idee, valori, credenze, principi, istituzioni possono essere sottoposti ad un
processo di trasformazione: da costumi, caratterizzati sempre da un'inevitabile aspetto
di arbitrarietà e di località, da una certa pesantezza e oscurantismo, diventano forme
dotate invece di una loro logica e coerenza interna" (p. 24). Sul piano individuale, la
"purificazione" dell'identità causa la cristallizzazione della personalità; sul piano
collettivo, essa può determinare un irrigidimento ideologico dell'identità che,
misconoscendo tutto ciò che è estraneo ad esso, può promuove l'intolleranza.

Sormontare quest'ultimo pericolo, che l'autore vede esemplificato drammaticamente


dalla storia delle religioni monoteistiche, significa anzitutto riconoscere il rapporto
dialettico che si dà tra identità e alterità: "Ogni società ha da fare i conti con l'alterità;
ogni società avverte entro di sé - in modo segreto e problematico - una sorta di ferita,
di apertura, di breccia. Se anche fa di tutto per avvolgersi nella propria identità,
rimane incancellabile il sospetto, al fondo persino la certezza, che la propria forma di
umanità (la propria identità) non è la sola… Vi è tensione tra identità e alterità:
l'identità si costruisce a scapito dell'alterità, riducendo drasticamente le potenzialità
alternative; è interesse perciò dell'identità schiacciare, far scomparire dall'orizzonte
la'lterità. La tesi che si vuole sostenere è che questo gesto di separazione, di
allontanamento, di rifiuto e persino di negazione dell'alterità non giunge mai a un suo
totale compimento o realizzazione. L'identità respinge, ma l'alterità riaffiora" (p. 61).

Per andare oltre l'identità, "il primo passo che occorre compiere è esattamente quello
di uscire da una logica puramente identitaria ed essere disposti a compromessi e
condizioni che inevitabilmente indebolliscono le pretese solitarie, tendenzialemnte
narcisistiche e autistiche dell'identità. Uscire dalla logica identitaria significa inoltre
essere disposti a riconoscere il ruolo formativo, e non semplicemnte aggiuntivo o
oppositivo, dell'alterità" (p. 99). Quest'uscita, già avviata sul piano della psicologia
individuale (laddove si riconosce che "in un certo senso, siamo tutti composti da una
molteplicità di "io" e di "sé", e la nozione di un sé come intrinsecamente relazionale è
discontinuo è ormai anch'essa un fuoco verso cui si registrano molte convergenze" p.
101), deve avvenire anche per quanto riguarda il "noi". Essa "consiste allora in una sorta
di elogio della precarietà, che è poi la libertà a cui si è ricondotti o a cui si è
condannati tutte le volte che si depongono, sia pure per un istante, maschere e finzioni.
In un mondo sempre più fitto di nessi comunicativi e di processi di globalizzazione non
vi sono molte proposte alternative: o si continua a credere pervicacemnete nelle
proprie forme identitarie (costi quel che costi), o si procede quanto meno ad
alleggerirle, così da renderle più disponibili alla comunicazione e agli scambi, alle
intese e ai suggerimenti, alle ibridazioni e ai mescolamenti. Non è detto che tale
maggiore disponibilità sia la via che ci salva; ma è abbastanza certo che l'atteggiamento
opposto (l'ossessione della purezza e dell'identità) è quello che ha prodotto, qui come
altrove, le maggiori rovine" (pp. 103-104).

2.

Breve e denso, ricco di esempi antropologici, tra cui la splendida interpretazione del
cannibalismo Tupinamba (cap. 7 e 8), il libro ripropone un tema costante nella storia
dell'antropologia - la relatività, la reciprocità e la complementarietà tra culture -
incentrando il discorso sulla dialettica tra identità e alterità. La citazione finale è
estremamente suggestiva e attuale. Se il messaggio dell'antropologia, inerente la
comprensione delle diverse culture ciascuna delle quali ha qualcosa da dare e da
ricevere rispetto alle altre, ha avuto sempre un tono alto nell'ambito delle scienze
umane e sociali, esso oggi si pone come unica speranza per evitare, nello stesso tempo,
uno scontro tra civiltà e l'imposizione egemonica di una di esse.

Ciò che è problematico è la praticabilità di tale messaggio. In quali modi si può avviare,
da parte di ogni cultura, un atteggiamento autocritico che porti i soggetti che ad essa
appartengono a riconoscerne la particolarità, vale a dire i suoi valori, i suoi limiti e le
sue carenze? In quali modi sarà possibile per le coscienze individuali e per la collettività
accedere ai livelli dell'inconscio sociale, laddove, come ha ipotizzato (e in una certa
misura documentato) la scuola francese de LesAnnales, scorrono i valori, le tradizioni e
i pregiudizi più strutturanti, che definiscono ogni cultura come un recinto mentale? In
quali modi ogni cultura potrà aprirsi al flusso dell'infinità complessità del mondo che, al
di là degli scambi tra le diverse culture, comporta anche il rischio dell'incertezza, dello
smarrimento e della confusione?

Se la praticabilità del messaggio antropologico è quanto meno dubbia, l'incidenza dello


stesso sulle scienze psicologiche e psicopatologiche sembra più immediata. L'identità
culturale e normativa, di fatto, in non pochi casi, è una gabbia che mortifica le
potenzialità più vive e i bisogni più autentici dei soggetti. A livello psicopatologico, essa
è la matrice del falso io che determina disagi che vanno dalle nevrosi ossessive alle
psicosi. Aprire l'identità sul fronte di ciò che di vitale essa ha rimosso, flessibilizzarla
quanto basta a fare scorrere a livello cosciente i contenuti inconsci e a consentirne
l'integrazione sono momenti teraèeutici essenziali. Non meno importante, da questo
punto di vista, è l'apertura dell'identità sul fronte dell'alterità, che porta il soggetto a
comprendere meglio la diversità tra le personalità e a divenire più tollerante.

Maggio 2003