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1) ARGONAUTI DEL PACIFICO OCCIDENTALE.

RITI MAGICI E VITA QUOTIDIANA


NELLA SOCIETA’ PRIMITIVA. OGGETTO, METODO E FINE DELLA RICERCA
(Branislaw Malinowski) 1) Le popolazioni costiere dei mari del sud sono abili nella navigazione e
nel commercio. Costruiscono eccellenti tipi di canoe d’alto mare utilizzate per lontane spedizioni
commerciali o scorrerie di guerra. I Papua-malesiani (che abitano costa e isole periferiche della
Nuova Guinea) non fanno eccezione alla regola. Precise forme di scambio lungo precise strade sono
state stabilite dalle diverse tribù. Interessanti: tra i Motu di Port Moresby e le tribù del golfo dei
Papua, i Motu navigano per centinaia di miglia su canoe chiamate “lakotoi” (vela a forma di chela
di granchio), portavano ceramiche, conchiglie e lame di pietra e ricevevano sago e piroghe per
costruire i lakotoi. Indigeni delle isole sparsi attorno al capo orientale sono in costante scambio gli
uni con gli altri. Esiste un altro sistema commerciale esteso e complesso che abbraccia le isole
vicine al capo orientale, le Louisiades, l’isola di Woodlark, le Trobiand e le Entrecasteaux e si
spinge all’interno della Nuova Guinea esercitando pressione sulle regioni periferiche. Questo
sistema commerciale è detto “Kula”, fenomeno economico di notevole importanza teorica. Occupa
un posto importante nella vita tribale di quegli indigeni. La sua importanza è realizzata dagli
individui, idee, ambizioni, desideri sono legati intimamente al Kula.

2) Metodi usati per raccogliere il materiale etnografico.

Sono valore scientifico solo quelle fonti etnografiche in cui è possibile tracciare una linea fra i
risultati dell’osservazione diretta e le affermazioni e interpretazioni degli indigeni, da una parte, e le
deduzioni dell’autore basate sul buon senso e intuito psicologico. Nessuno storico potrebbe essere
preso sul serio se facesse mistero delle sue fonti. In etnografia l’autore è cronista e storico allo steso
tempo, le sue fonti sono di facile accesso ma ambigue e complesse, non sono fissate in immutabili
documenti ma incarnate nel comportamento e nella memoria degli uomini. La distanza tra il
materiale grezzo e la presentazione dei risultati è enorme.

3) Pidgin (idioma derivante dalla mescolanza di lingue di popolazioni differenti, venute a contatto
in seguito a migrazioni, colonizzazioni, ecc).

Descrizione dei bianchi degli indigeni: persone non istruite, non abituate a formulare i loro pensieri
con un certo grado di coerenza e precisione. Successo ottenuto solo mediante l’applicazione
paziente e sistematica di un certo numero di regole di buon senso e di principi scientifici. Principi
metodologici, tre principali categorie: - lo studioso deve possedere reali obiettivi scientifici e
conoscere i valori e criteri della moderna etnografia; - mettersi in condizioni buone per lavorare; -
applicare un certo numero di metodi particolari per raccogliere applicare, elaborare e definire le
proprie testimonianze.

4) Condizioni appropriate per il lavoro etnografico. Tagliarsi fuori dalla compagnia di altri uomini
bianchi e restare in contatto il più stretto possibile con gli indigeni, stabilirsi nei villaggi.

Stabilito ad Omarakana (isole Trobiand), cominciai a prendere parte alla vita di villaggio. Interesse
personale ai pettegolezzi, sviluppi degli avvenimenti. Gli indigeni a forza di vedermi smisero di
essere interessati, allarmati, imbarazzati, smisi di essere elemento di disturbo. Ogni volta che si
verifica qualcosa di drammatico e importante è essenziale indagarvi nello stesso momento in cui
accade, perché gli indigeni non possono farne a meno di parlarne, troppo eccitati per essere reticenti
e troppo interessati per essere pigri a fornire dettagli.

5) L’etnografo non deve solo tendere le trappole, deve anche essere cacciatore. Avere buona
conoscenza teorica non vuol dire essere carichi di idee preconcette.
Le idee preconcette sono dannose in qualsiasi lavoro scientifico, l’intuizione dei problemi è la dote
principale per uno studioso. Chi lavora su terreno fa esclusivo assegnamento sulla guida della
teoria. Egli può essere pensatore teorico e lavoratore sul terreno ma le sue due funzioni sono
separate e nella ricerca effettiva, devono essere separate come momenti e come situazioni di lavoro.
L’etnologia ha trasformato per noi il mondo dei selvaggi in un numero di comunità ben ordinate,
governate da leggi e che si comportano e pensano secondo principi coerenti. La parola “selvaggio”
implica l’idea di libertà senza confini, sregolatezza, qualcosa di estremamente bizzarro. Queste
società sono sotto il controllo di complessi legami di parentela e di appartenenza tra clan. Il primo e
fondamentale lavoro etnografico è dare un profilo chiaro e solido della costituzione sociale e di
districare leggi e regolarità di tutti i fenomeni culturali da ciò che non è legato ad essi da una
relazione necessaria. Prima cosa: mettere a nudo lo scheletro della vita tribale. Analizzare l’intero
campo della cultura tribale in tutti i suoi aspetti. Un etnografo che si concentra solo su un campo
(es: religione, organizzazione sociale, ecc) incontra seri problemi.

6) Registrare regole e regolarità della vita tribale, tutto ciò che è permanente e fisso, delineare
l’anatomia della cultura, descrivere la costituzione della loro società. Queste cose, cristallizzate e
fisse non sono mai formulate. Non vi è codice di leggi scritte o espresse esplicitamente, l’intera
tradizione tribale, l’intera struttura della loro società è incorporata nell’essere umano. Nemmeno qui
le idee sono formulate in modo preciso. Obbediscono agli imperativi, alle forze del codice tribale
ma non lo comprendono, allo stesso modo in cui obbediscono ai loro impulsi. Le regolarità nelle
situazioni indigene sono il risultato automatico dell’interazione fra le forze mentali della tradizione
e le condizioni materiali dell’ambiente. Ne è parte, vi si trova dentro, ma non ha immagine
dell’azione totale che ne risulta e non è in grado di formulare un resoconto sulla sua organizzazione.
Nella nostra società ogni organizzazione ha i suoi membri intelligenti, negli indigeni nulla di tutto
questo. Superare questa difficoltà: raccogliere dati concreti offerti dall’esperienza e ricavare da solo
le conclusioni generali. Non possiamo porgli domande astratte e generali, ma porgli come viene
trattato un determinato caso. “Come trattate o come punite un criminale?” Un caso reale spingerà
gli indigeni in un discussione impetuosa, espressioni di indignazione, li mostrerà mentre prendono
partito. Tutto quello che diranno rivelerà il meccanismo sociale messo in moto dal reato commesso.
Il trattamento scientifico differisce da quello del buon senso comune per il fatto che uno studioso
spingerà la completezza e la minuziosità dell’indagine molto più lontano e in modo sistematico e
metodico fino alla pedanteria, in secondo luogo una mente scientificamente allenata condurrà la
ricerca lungo linee rilevanti e verso obiettivi che possiedono rilevanza reale. Lo scopo della
preparazione scientifica è di provvedere il ricercatore empirico di una carta mentale. La discussione
di un numero di casi precisi rivelerà all’etnografo il meccanismo sociale della punizione, parte
fondamentale dell’autorità tribale. Per mezzo di un simile metodo di induzione da dati ben precisi
egli arriva alla comprensione del comando di guerra. Non si possono ottenere affermazioni di
esattezza assoluta su un argomento di tale complessità senza costante azione reciproca fra gli sforzi
deduttivi e la verifica empirica. La raccolta di dati completi che coprono una vasta gamma di fatti è
uno dei punti metodologici principali del lavoro sul terreno. Tutte le volte che il materiale della
ricerca lo consente la carta mentale dovrebbe diventare reale, materializzarsi in un diagramma, in un
schema, in un esauriente tavola sinottica dei casi. Il metodo di ridurre le informazioni, in carte
sinottiche dovrebbe estendersi allo studio di tutti gli aspetti della vita degli indigeni. Tutti i casi di
transizione economica possono essere studiati osservando dei casi reali connessi collocandoli in una
carta sinottica. Tracciare un tavola di tutti i doni e i regali abituali in una data società che includa
una definizione sociologica, cerimoniale ed economica di ciascun oggetto. Anche classificare tutti i
sistemi di magia e le relative cerimonie. Il censimento genealogico di ogni comunità, mappe
estensive, schemi e diagrammi. Una genealogia è una carta sinottica di un certo numero di relazioni
di parentela collegate. Il suo valore come strumento di ricerca consente nel fatto che permette al
ricercatore di porre domande che egli formula per sé in abstracto ma che può porre concretamente
all’informatore indigeno. Fornisce un certo numero di fatti autentici, presentati nel loro raggrupparsi
naturale. Una carta sinottica della magia svolge la stessa funzione. Con una carta è facile

esaminare gli argomenti, registrare le pratiche e le credenze. La risposta al problema astratto poteva
essere risolta traendo conclusioni generali da tuti i casi.

Onestà metodologica (par. 2). Un etnografo deve presentare in modo chiaro e conciso, le proprie
osservazioni dirette e le informazioni indirette che formano la base del resoconto. Riassumere la
questione di metodo. Ciascun fenomeno deve essere studiato attraverso la serie più vasta possibile
delle sue manifestazioni. I risultati devono essere esposti in una carta sinottica. Con l’aiuto di tali
documenti e di tale studio sui fatti reali si può presentare un valido profilo della cultura indigena.
Metodo della documentazione statistica mediante la prova concreta.

7) Certi risultati del lavoro scientifico, specialmente di quello che è stato chiamato “lavoro di prima
ricognizione” ci hanno dato un eccellente scheletro della costituzione tribale. Nell’elaborare regole
e regolarità del costume indigeno, ci accorgiamo che l’esattezza è estranea alla vita reale, che non si
conforma rigidamente ad alcuna regola, deve essere integrata nell’osservazione di un dato costume,
del comportamento dell’indigeno nell’obbedire alla regola. Se tutte le informazioni si basano su
osservatori o sono dati da comportamenti oggettivi, è impossibile integrarle con comportamenti
reali. E’ questa la motivazione per cui lavori di dilettanti residenti per lunghi periodi, superano in
plasticità e vivacità la maggior parte dei resoconti puramente scientifici. Ma se uno studioso può
adottare le condizioni di vita suddette, si trova in una posizione migliore per entrare in rapporto con
gli indigeni. Se vive in un villaggio con l’unico scopo di seguire il comportamento indigeno, ha
esempi di come le loro credenze sono effettivamente vissute. E’ questa la ragione per cui
l’etnografo è in grado di aggiungere qualcosa di essenziale allo scarno schema della costituzione
tribale e di integrarlo con tutti i dettagli del comportamento, dell’ambiente e dei piccoli
avvenimenti. C’è una serie di fenomeni di grande importanza che non può essere registrata
consultando documenti ma deve essere osservata (gli imponderabili della vita reale): la routine.
Tutti questi fatti possono e devono essere registrati sforzandosi di penetrare l’atteggiamento mentale
che vi si esprime. Nessuno dei due aspetti, né quello privato, né quello legale deve essere
considerato superiore. Studiando gli avvenimenti della vita tribale si devono annotare anche i
comportamenti. Raccogliere e fissare le impressioni, è importante che cominci all’inizio della
spedizione, certi piccoli particolari fanno impressione finché costituiscono una novità, non si notano
più quando diventano familiari. Potrà sistemare l’azione al suo giusto posto nella vita tribale,
indicare se un’azione è eccezionale o banale. Mettere da parte la macchina fotografica e unirsi a ciò
che accade, con tutto ciò il loro comportamento diventa molto più comprensibile di prima.

8) Terzo ed ultimo obiettivo del lavoro sul terreno. Scheletro: schema della costituzione tribale ed
elementi culturali cristallizzati, carne e sangue: dati di vita quotidiana e comportamento usuale, vi è
ancora da registrare lo spirito. Giudizi, opinioni, espressioni. Azione di vita familiare. Routine
prescritta dalla tradizione, modo in cui viene compiuta ed infine i commenti nella mente indigena.
Sentimenti, impulsi sono modellati e condizionati dalla cultura in cui si trovano. L’ambiente sociale
e la cultura in cui si muovono li costringe a pensare in una determinata maniera. Terzo
comandamento del lavoro sul terreno: scopri i modi tipici di pensare e di sentire corrispondenti alle
istituzioni e alla cultura di una data comunità e formulare i risultati nella maniera più convincente.
Citare testualmente le affermazioni di importanza decisiva. Un passo importante può essere
compiuto dall’etnografo che acquisti la conoscenza del linguaggio. La traduzione privava il testo
delle sue caratteristiche significative: corpus inscriptionum.

9) All’obiettivo del lavoro etnografico ci si deve arrivare da tre strade:


1- L’organizzazione della tribù e l’anatomia della sua cultura devono essere registrate in uno
schema solido e chiaro. Il metodo della documentazione statistica concreta è il mezzo con cui deve
essere elaborato tale schema.

2- All’interno di questa struttura vanno inseriti gli imponderabile della vita reale e il tipo di
comportamento.

Questi dati devono essere raccolti attraverso osservazioni minuziose e dettagliate in forma di una
qualche sorta di diario etnografico, reso possibile da uno stretto contatto con la vita degli indigeni.

3- La raccolta di informazioni etnografiche, narrazioni caratteristiche, espressioni tipiche, elementi


di folklore e formule magiche deve essere fornita come un corpus inscriptionum, come documenti
della mentalità indigena.

Queste tre linee di analisi conducono all’obiettivo finale, quello di afferrare il punto di vista
indigeno, la sua visione del mondo. In ogni cultura i valori sono diversi, la gente persegue fini
diversi, diversi impulsi, desidera una diversa forma di felicità.

Prima spedizione: agosto ’14-marzo ’15; seconda spedizione: maggio ’15-maggio ’16; terza
spedizione: ottobre ’17-ottobre ’18.

2) LA POLITICA DEL CAMPO. SULLA PRODUZIONE DI DATI IN ANTROPOLOGIA


(Jean-Pierre Olivier de Sardan) Sociologia, antropologia e storia condividono una sola ed uguale
epistemologia (branca della filosofia che si occupa delle condizioni sotto le quali si può avere
conoscenza scientifica dei metodi per il raggiungimento di tale conoscenza). Non producono dati
allo stesso modo, si distinguono per le forme di indagine empirica privilegiate. Storico (archivi),
sociologo (inchiesta), antropologo (campo).

Spesso si va ad attingere anche dal vicino. Si riconosce all’antropologia la sua empatia e


all’antropologo il suo vissuto, si contesta il peccato di impressionismo e soggettivismo. La ricerca
sul campo è soltanto uno dei tanti modi di produrre dati nelle scienze sociali, ha i suoi vantaggi e
svantaggi. L’indeterminatezza del campo deve essere il più possibile diradata. Contrasto tra ricerca
sul campo e questionari. L’inchiesta preleva informazioni circoscritte e codificabili sulla base di
campioni ragionati e dotati di criteri di rappresentatività statistica, in una situazione artificiale di
interrogazione, le risposte sono fornite tramite l’intermediazione di intervistatori retribuiti. La
ricerca sul campo vuole avvicinarsi il più possibile alle situazioni naturali dei soggetti, in una
situazione di interazione prolungata tra il ricercatore e le popolazioni. Ricerca statistica (ordine
estensivo), ricerca sul campo (ordine intensivo). Ciascuna ha le sue forme di rigore. Ma il rigore
dell’inchiesta sul campo non è misurabile, a differenza di quella con i questionari. Pratica
antropologica, saper fare, la formazione avviene nell’apprendistato, non si può imparare in un
manuale. Non ci sono misure che si dovrebbero rispettare come ne esistono nell’inchiesta
quantitativa. E’ questione di abilità, si procede a colpi, intuizioni, bricolage. Gli interlocutori sono
inibiti da un quadro troppo stretto o unidirezionale. Bisogna confrontarsi con numerosi malintesi tra
chi fa l’indagine e chi ne è soggetto per individuare i controsensi delle conversazioni.
Padroneggiare i codici locali per sentirsi a proprio agio nelle chiacchere.
Si basa sulla combinazione di quattro grandi forme di produzione di dati: l’osservazione
partecipante (inserimento prolungato del ricercatore nell’ambiente di vita delle persone oggetto
della ricerca), il colloquio (le interazioni discorsive deliberatamente suscitate dal ricercatore), le
procedure di censimento (il ricorso a dei dispositivi costruiti per l’indagine sistematica), e la
raccolta di fonti scritte.

L’osservazione partecipante Si scontra con la realtà che intende studiare. Si può scomporre questa
situazione di base in due distinte: quelle che rientrano nel campo dell’osservazione (il ricercatore è
testimone), e quelle del campo dell’interazione (il ricercatore è coattore). Se le informazioni e le
osservazioni sono registrate si trasformano in dati e corpus. Se restano informali e latenti rientrano
nell’ordine dell’impregnazione.

I dati e il corpus Osservazione. Procedere a prendere appunti, organizza la conservazione di ciò a


cui ha assistito. Produrrà dei dati e costituirà dei corpus che saranno oggetto di spoglio e trattati
ulteriormente. Assumono la forma del taccuino, registra ciò che sente e che vede. Solo quello che vi
è scritto continuerà ad esistere sotto forma di dato.

I dati non sono pezzi di realtà conservati tali quali (illusione positivista), non più di quanto siano
pure

costruzioni del suo spirito e della sua responsabilità (illusione soggettivista). I dati sono la
trasformazione in tracce oggettivate di pezzi di realtà come sono stati selezionati e percepiti dal
ricercatore. Non si deve sottovalutare l’intento empirico dell’antropologia. L’osservazione è la
prova del reale a cui è sottomessa una curiosità pre-programmata. La competenza sta nel poter
osservare ciò a cui non si è preparati e nell’essere in grado di produrre i dati che l’obbligheranno a
modificare le proprie ipotesi.

1. Una parte non trascurabile dei comportamenti, non è modificata dalla presenza dell’antropologo,
una delle dimensioni del saper fare è valutare qual è. La presenza prolungata del ricercatore è il
principale indice di riduzione dei fattori di disturbo dovuti alla sua presenza;

2. Problema posto da quella parte di comportamenti dovuti alla presenza del ricercatore, due
soluzioni:

- Tentare di annullare questo cambiamento, eliminare ciò che l’osservatore ha di esteriore. Da un


lato si avrà l’endo-etnologia, o la formazione di ricercatori indigeni, dall’altro la conversione;

- Trarne profitto. E’ il processo stesso di questa modificazione a diventare oggetto di ricerca.


Utilizzare la propria presenza in quanto ricercatore come metodo d’indagine diventa una delle
dimensioni del saper fare.

La posizione adatta di solito è a metà tra le due. Si pone all’interno del gruppo in posizione di
“straniero simpatizzante”. Integrazione relativa ma reale. Ascoltare i dialoghi delle persone ha la
stessa importanza dei dialoghi con l’antropologo. Costantemente immerso in relazioni verbali, non
verbali, semplici, complesse. Sposa le forme del dialogo ordinario. Il taccuino non attiene né al
diario personale, né al taccuino dell’esploratore, ma alla strumentazione professionale di base.
Sanjek “gli appunti sul campo sono la fabbrica dell’antropologia”.

L’impregnazione Osserva e interagisce senza prestarvi troppa attenzione, senza avere


l’impressione di lavorare, senza prendere appunti, né durante né dopo. Vivendo osserva, e tali
osservazioni vengono registrate nel suo inconscio. Non si trasformano in corpus, non si scrivono nel
quaderno di campo. Ruolo importante nella familiarizzazione con la cultura locale, nella capacità di
decodificare senza prestare attenzione ai gesti di altri. Tutto ciò che accade al di fuori delle ore di
lavoro, è così che si impara a padroneggiare i codici di buona creanza. Considerare il cervello come
una scatola nera, non curarsi del suo funzionamento.

I colloqui La produzione di dati sulla base di discorsi con gli autoctoni sollecitati, elemento centrale
di ogni ricerca sul campo. Primo: osservazione partecipante non permette di accedere a numerose
informazioni necessarie alla ricerca, si deve ricorrere agli attori locali. Secondo: gli attori sociali
sono un elemento fondamentale in ogni comprensione del sociale. Rendere conto del punto di vista
dell’attore è la grande ambizione dell’antropologo. Appunti e trascrizioni di colloqui corrispondono
alla parte più consistente dei corpus di dati dell’antropologo. Si parla di politica del colloquio, modi
di saper fare.

Consulenza e racconto

1. Consulenza. Invitato a dire ciò che pensa o conosce rispetto a quell’argomento, si presuppone che
rifletta un sapere comune e condiviso dagli altri attori locali. E’ la sua competenza sulla società
locale ad essere sollecitata. Non significa sia un esperto.

2. Racconto. Il soggetto può essere sollecitato riguardo alla sua esperienza personale. Raccontare
questo o quel frammento della sua vita, di rendere conto degli

avvenimenti di cui egli è stato attore. Racconto in prima persona. Sequenze di vita, racconti di
episodi biografici delimitati.

l colloquio come interazione Non deve essere inteso come miniera per l’estrazione di
informazioni. Il colloquio di ricerca è un interazione: il suo svolgimento dipende dalle strategie dei
due partner e dalle risorse cognitive. L’interazione può essere analizzata da diversi punti di vista. Le
caratteristiche linguistiche e

culturali del colloquio comportano numerosi fattori di disturbo rispetto ai contenuti referenziali.
Brigss: il colloquio è un incontro interculturale più o meno imposto dal ricercatore, dove si
confrontano norme metacomunicative differenti e talvolta incomunicative.

Il colloquio come conversazione Avvicinare il colloquio guidato ad una banale interazione di vita
quotidiana, è una strategia ricorrente del colloquio etnografico, mira a ridurre al minimo
l’artificialità della comunicazione. Il dialogo è una costrizione metodologica, l’informatore non si
deve sentire interrogato. Avvicinarsi il più possibile ad un colloquio riconosciuto nella cultura
locale. La guida al colloquio rischia di mantenere l’antropologo in una struttura da questionario,
organizza in anticipo le domande. Il canovaccio di colloquio fa capo ad un promemoria personale
che permette rispettando la dinamica della discussione di non dimenticare gli argomenti preposti.

La ricorsività del colloquio Un colloquio deve permettere di formulare nuove domande. Quando
l’interlocutore è fuori tema, il ricercatore tenderà di più l’orecchio, perché può aprire nuove piste.
Basarsi su ciò che è stato detto per produrre nuove domande. Tali domande indotte dalle risposte
sono: sia quelle che uno si pone (livello strategico dell’evoluzione della problematica) sia quelle che
uno pone (livello tattico dell’evoluzione del canovaccio del colloquio). Capacità di decifrazione
istantanea, è il cuore del saper fare.

Il colloquio come “negoziazione invisibile” L’intervistato non ha gli stessi interessi del
ricercatore. Ciascuno cercherà di manipolare l’altro, non è una pedina mossa dal ricercatore. Non
rinuncia a strategie miranti a trarne profitto o a minimizzare i rischi della parola. Il problema del
ricercatore, dilemma che fa capo al double bind (doppio legame) è che deve mantenere il controllo
del colloquio e lasciare l’interlocutore esprimersi a modo suo.

Il realismo simbolico nel colloquio E’ professionalmente tenuto a dare credito ai discorsi del suo
interlocutore. E’ la condizione d’accesso alla logica e all’universo di sensi di coloro che
l’antropologo studia, ed è prendendo questo sul serio che può combattere i propri pregiudizi e pre-
concetti. Bellah “realismo simbolico”, la realtà che si deve accordare alle parole degli informatori è
nel significato che loro ci mettono, un’attenzione critica mette in guardia il ricercatore dal prendere
per oro colato tutto ciò che dicono. Durante il colloquio si da credito alle affermazioni
dell’interlocutore, poi la decifrazione critica.

Il colloquio e la durata Un colloquio, è l’inizio di una serie di colloqui e relazioni. Non è


incartamento chiuso, ma pratica esperta, che si può sempre arricchire. Diversi colloqui con lo stesso
interlocutore sono modi per avvicinarsi alla modalità di conversazione.

I procedimenti di censimento Si tratta di produrre sistematicamente dei dati intensivi in numero


finito (conteggi, inventari, nomenclature, piani, liste, genealogie). E’ impegnandosi nella ricerca di
dati empirici aventi un grado ragionevole di sistematicità e di organizzazione che il ricercatore
assume il distacco necessario rispetto ai discorsi (degli altri) e alle impressioni (le proprie). La
raccolta di dati emici (dati discorsivi che intendono dare accesso alle rappresentazioni autoctone
degli attori) si combina con quelli etici (dati costruiti con dispositivi di osservazione e misura).

Forniscono cifre, non si tratta più di ricerca qualitativa, ma di un certo quantitativo intensivo su
piccoli insiemi. Sono dispositivi di misura e osservazione che l’antropologo si forma sula campo.
Calibrandoli in funzione della dinamica di ricerca del momento, delle domande, e della conoscenza
del campo. Questi procedimenti possono intervenire in fasi molto differenti del processo di ricerca e
quindi interessare vari significati. All’inizio si deve costruire una sorta di “fondi di carta” (collocare
gli attori, spazi pertinenti, ritmi fondamentali, punti di riferimento). I procedimenti di censimento
sono meno polivalenti e più mirati.

Le fonti scritte Alcune sono raccolte prima della ricerca sul campo, in questo caso permettono una
familiarizzazione, l’elaborazione di ipotesi esplorative e di domande particolari. Altre sono
inscindibili dalla ricerca sul campo. Altre possono costituire corpus autonomi, distinti e
complementari a quelli della ricerca sul campo.

La combinazione dei dati Combinazione quasi continua di questi diversi tipi di dati. Questa
combinazione non può essere oggetto di ricerca.

L’eclettismo dei dati La ricerca sul campo sfrutta qualsiasi mezzo. Il suo empirismo è ecclettico e
si fonda su tutti i modi possibili di raccolta di dati. Consente di tener conto dei molteplici registri e
della stratificazione della realtà sociale studiata.

Lo studio di casi Fa convergere i quattro tipi di dati distinti intorno ad un’unica sequenza sociale,
circoscritta nello spazio e nel tempo. Intorno ad una situazione sociale particolare, l’antropologo
farà un confronto incrociato tra le due fonti. La scuola di Manchester è stata la prima a fare uno
studio di questo metodo. Gli impieghi interpretativi e teorici dello studio dei casi sono molteplici.
Alcuni illustrano, altri descrivono e analizzano.
La politica del campo Accumula le diverse forme di produzione dei dati passati prima in rassegna,
fa capo ad una strategia scientifica del ricercatore, strategia che può essere relativamente esplicita o
restare implicita.

La triangolazione E’ il principio di base di ogni inchiesta: le informazioni devono avere dei


riscontri, ogni informazione è da verificare. Triangolazione semplice: si fa un confronto incrociato
tra gli informatori, per non essere prigioniero di un'unica fonte. Triangolazione complessa: si cerca
di analizzare la scelta di tali molteplici informatori, intende far variare gli informatori in funzione
del loro rapporto con il problema. Ricercare dei discorsi in contrasto, rendere l’eterogeneità delle
argomentazioni oggetto di studio, strategia di studio sulla ricerca delle differenze significative. Si
giunge al concetto di “gruppo strategico” (aggregazione di individui che hanno globalmente, di
fronte ad uno stesso problema, uno stesso atteggiamento, determinato da un rapporto sociale simile
rispetto a questo problema). I gruppi variano a seconda dei problemi considerati, è essenzialmente
di ordine empirico. In una data società non tutti fanno gli stessi interessi, a seconda degli interessi si
aggregano in maniera diversa. Esistenza di gruppi “invisibili” o “esterni”. Il colloquio con individui
marginali al problema, è spesso uno dei modi migliori per variare i punti di vista.

L’iterazione Procede per iterazione: per andate e ritorni. Iterazione concreta (l’inchiesta procede in
modo non lineare tra gli informatori e le informazioni) o di iterazione astratta (la produzione di dati
modifica la problematica che modifica la produzione di dati che modifica la problematica).

I suoi interlocutori non sono scelti in anticipo con un metodo di selezione, prendono posto secondo
un continuo compromesso nei piani del ricercatore. Da ogni colloquio nascono nuova piste, la
dinamica dell’inchiesta crea il cammino. La ricerca sul campo si adegua, non ha niente di lineare.

Iterazione astratta: va e vieni tra problematica e dati, interpretazioni e risultati.

L’esplicitazione interpretativa Punto legato al precedente. Le interpretazioni e riformulazioni


dell’oggetto di ricerca si operano durante la produzione dei dati, sfocia spesso in una contraddizione
o paradosso. Presuppone una verbalizzazione continua, un’autovalutazione continua. Il diario del
campo permette di ”fare il punto” e di ovviare alla mancanza di dialogo scientifico nel corso di
un’inchiesta che lo rende indispensabile. Può essere un prodotto finito (tristi tropici) oppure un
supporto dei processi d’interpretazione legati alla produzione dei dati. Può essere assicurata dalla
redazione continua di schede interpretative, Strauss (memoring), accanto alla produzione di dati
(data collecting) e alla codificazione (coding). La verbalizzazione può essere assicurata dal dialogo
con un assistente di ricerca, persona istruita proveniente dall’ambiente locale. Lavoro di squadra:
verbalizzazione e oggettivizzazione sono assicurate dalla presenza di un dibattito nel cuore stesso
del processo di ricerca empirica.

La costruzione di “descrittori” Modo di praticare l’esplicitazione, attraverso la ricerca di dati ad


hoc che trasformano le interpretazioni rendendole osservabili. Si fissano dei mediatori tra concetti
interpretativi e corpus empirici. Costruire degli insiemi pertinenti di dati qualitativi che consentano
di confermare o smentire o di modificare le proposizioni interpretative.

La saturazione Ci si accorge presto quando su un problema decresce la produttività delle


osservazioni e dei colloqui. A ogni nuova sequenza si ottengono sempre meno informazioni nuove.
La durata dipende dalle proprietà empiriche, cioè dalle caratteristiche del tema di ricerca che il
ricercatore si è dato in questa società locale. Glasser e Strauss: ”quando non vengono trovati dati
aggiuntivi con i quali il sociologo possa sviluppare proprietà della categoria, vede e rivede casi
simili, il ricercatore acquisisce sicurezza che la ricerca sia satura”. Ritardando la fine: “ci diamo
delle costrizioni che obbligano a differire l’induzione” (Schwartz). Il principio di saturazione mira a
descrivere lo spazio delle possibilità in un dato spazio- tempo su un determinato problema.

Il gruppo sociale testimone Darsi un luogo intensivo di ricerca, poggiante su un insieme di


conoscenza reciproca che possa in seguito servire da base di riferimento per delle ricerche più
estensive. Varia ina base alla ricerca e può essere di diverse dimensioni, ma sempre ridotte
(famiglia, villaggio, ecc). La trappola è quella di richiudersi in questi gruppo testimone e di
produrre monografie esaustive di microcomunità. Indispensabile è il passaggio ad una ricerca più
estensiva, nella quale i soggiorni in un sito si contino in giorni, non in mesi. Il lavoro anteriore
presso il gruppo testimone permette di rendere redditizio un lavoro estensivo, fornendo un calibro di
riferimento.

Gli informatori privilegiati Può essere considerato come un caso estremo di gruppo sociale
testimone rispetto ad un solo individuo. Nasconde un punto di vista culturalista che fa di un solo
individuo (considerato esperto) il depositario di un’intera cultura. Si combina con una strategia di
ricerca pigra. Non vi è ricercatore che non abbia i suoi informatori privilegiati, ma il suo ricorso
preferenziale deve combinarsi con il principio di triangolazione.

Generalisti (danno chiaramente e comodamente accesso alle rappresentazioni usuali); tramiti


(aprono la strada verso altri attori-chiave o verso scene culturali di difficile accesso), esperti (ruolo
di consulenza o narrazione).

La gestione dei “fattori di disturbo” Non ci si può sfuggire, cercare di padroneggiarli, controllarli.

L’”incliccaggio” L’inserimento del ricercatore nella società non si fa mai con la società nel suo
insieme, ma attraverso gruppi particolari. Il ricercatore spesso può essere assimilato ad una “clique”
(fazione locale), comporta due inconvenienti. Diventare troppo la voce di un clique e di riprenderne
i punti di vista, dall’altro vedersi chiudere la porta in faccia dalle altre cliques. Il ricercatore dipende
dalle affinità e ostilità del suo interprete.

Il monopolio delle fonti Monopolio che spesso un ricercatore esercita sui dati da lui prodotti. E’ un
problema metodologico tipico delle ricerche sul campo. Due soluzioni. Primo: due antropologi
lavorino successivamente o parallelamente su campi vicini o identici, ma il confronto di studiosi
sulla stesso campo non sempre assume forme contrapposte. Seconda: fornire un accesso almeno
relativo alle proprie fonti, ai corpus prodotti, al fine di autorizzare successive reinterpretazioni da
parte di altri. Dare la possibilità al lettore di capire in tutte le parti del racconto “chi parla”, al fine di
discolparsi dal sospetto di intuizionismo o dall’accusa di volersi imporre. Malinowski: “hanno
valore solo le informazioni in cui si può tracciare un risultato tra l’osservazione e le affermazioni
indigene, e le reinterpretazioni dell’autore”.

Rappresentazioni e rappresentatività Linguaggio della rappresentatività, quando le testimonianze


di alcune persone sono presentate come se riflettessero una cultura. La ricerca sul campo parla di
rappresentazioni o di pratiche, non della rappresentatività delle rappresentazioni o delle pratiche.
Non si deve far dire all’inchiesta sul campo più di quanto possa dire. Proporre una descrizione delle
principali rappresentazioni che i principali gruppi locali si fanno a proposito di un dato problema.
Permetterà di descrivere lo spazio delle diverse logiche d’azione o delle diverse strategie messe in
atto in un dato contesto.

La soggettività del ricercatore La maggior parte dei dati è prodotta dalle sue interazioni,
attraverso la mobilitazione della sua soggettività, sotto la sua regia. Questi dati incorporano un
“fattore individuale”. Questo fattore di disturbo è inevitabile, non deve essere né negato
(atteggiamento positivista), né esaltato (atteggiamento soggettivistico), può solo essere controllato,
ridotto al minimo. Un’altra funzione del diario sul campo è aiutare il ricercatore a gestire le sue
impressioni soggettive. Valutare le sue emozioni, testimonianza della modalità del suo
coinvolgimento. Collaborazione e complementarietà valgono come controllo reciproco della
soggettività.

Due problemi contigui.

Primo: incessante pressione di stereotipi e ideologie sullo sguardo dell’antropologo.

Secondo: universo descritto dalla problematica anglosassone della gestione della rappresentazione
del sé (Goffman).

Conclusione: plausibilità e validità Validità in etnografia. Tre criteri proposti da Sanjek: 1) In che
misura le teorizzazioni dell’antropologo si fondano sui dati di campo forniti come prove?; 2) Siamo
informati sul percorso del campo, cioè su chi sono gli informatori e su come sono state raccolte le
loro informazioni? 3) Le decisioni interpretative effettuate a mano sul campo sono esplicitate? La
preoccupazione per la validità dei dati deve essere al centro del lavoro sul campo. La plausibilità è
in buona parte affidata a quella che potrebbe essere chiamata una presenza finale dei dati nel
prodotto scritto del ricercatore. Questi dati estratti dai corpus sono montati, le descrizioni sono
riscritte. I colloqui presentati tramite brevi citazioni, in generale la loro complessità viene
semplificata. Malgrado i limiti questi fattori ne garantiscono la validità e ne consentono la critica.
Questa validità rinvia ”patto etnografico” che attesta che l’antropologo non si sia inventato i
discorsi. Concetti vicini all’esperienza (Geertz), concetti di sensibilizzazione (Glaser e Strauss).

3) L’ETNOGRAFIA COME ESPERIENZA (Leonardo Piasere)

“E’ impossibile distinguere tra la mia esperienza etnografica tra i rom e la mia esperienza e basta.
Credo che le mie esperienze etnografiche continuino ad influenzare le mie esperienze e basta più di
quanto queste non influenzino quelle”. Studia i xoraxané negli anni ’70. Primi ’80 ricerca tra gli
slovénsko ròma (sloveni). Poi fase di ricerca sui “gage” (non zingari), esistono solo per i rom. Tra il
1422-1812 è prevalsa l’idea dell’origine egiziana degli zingari e della loro discendenza diretta da
Cus, figlio di Cam, figlio maledetto di Noé. Homo cingaricus, discendente dal seme maledetto di
Noè, risultano fondamentali per capire l’attuale posizione dei rom all’interno dei gage. Chi vuole
fare ricerca sul campo deve convincersi che è impossibile stabilire il confine tra soggetto e oggetto,
“in una scienza in cui l’osservatore ha la stessa natura del suo oggetto, l’osservatore stesso è una
parte della sua osservazione” (Strauss). Etnografia xoraxané marcata da un approccio oggettivista,
quella dei rom approccio etno- scientifico. Approccio oggettivista: antropologia accademica, la
realtà è la fuori, sta a te scoprirla e scoprire le leggi. La realtà è sempre quella e non varia al variare
dell’osservatore. Vivendo tra i xoraxané ha scoperto che avevano un sistema di parentela e
terminologie di parentela che non erano segnalati nei libri.

L’etnoscienza si rifà allo strutturalismo.

L’etnoscienza (agli inizi era nota come “nuova etnografia” o “etnografia semantica”, oggi si chiama
“antropologia cognitiva”) nacque alla fine degli anni ’50, si sviluppo nei ’60 in alcune università
americane, poi negli Usa dalla metà degli ’80 in poi si sviluppa l’antropologia interpretativa
(ermeneutica) e l’antropologia critica (ermeneutico- dialogica o riflessiva), i sostenitori
dell’etnoscienza cercavano di studiare il modo di conoscere di una popolazione. Il tentativo di
vedere il mondo con gli occhi dell’indigeno.

Anne Salmond (antropologa neozelandese), propone l’osservazione dell’altro in tre orientamenti


teorici.

Metafora del conoscere e vedere. Approccio oggettivista (strutturalismo, si va alla ricerca delle
leggi naturali dello spirito umano, ma queste leggi vanno indagate perché la realtà esiste e la sua
conoscenza è indipendente dall’osservatore. L’importante è trovare la distanza giusta per mettere a
fuoco la realtà e poterla così adeguatamente analizzare). Etnoscienza (strettamente imparentata con
il strutturalismo, ma si distingue perché opera una abbassamento dell’osservatore. Cerca di mettersi
allo stesso livello dell’osservato e cerca di vedere il mondo con gli stessi occhi dell’osservato).
Ermeneutico (oggi ha più vasta audience, nata in Usa, prende in considerazione entrambi gli
orizzonti, osservatore e osservato, gli orizzonti dati dalle due culture di appartenenza. Mette in
evidenza la fusione degli orizzonti, attraverso l’analisi della parte condivisa cerca di instaurare il
dialogo interlocutore. Quella critica, o dialogica, o riflessiva pone il fatto che c’è sempre un
orizzonte che ha più potere dell’altro, per cui la fusione è sbilanciata in favore del più potente).
Questa figura mostra che i tre approcci non si distinguono dal contenuto delle scienze indagate,
quanto per la posizione diversa che ognuno attribuisce all’osservatore in relazione all’osservato.
Perché è la relazione stessa che cambia, i risultati non possono cambiare. “Terreno di indagine” non
è una zona geologica o geografica, ma è un insieme di altri uomini e donne con cui si interagisce. I
risultati furono molto

condizionati dal terreno, cioè dalle famiglie rom e dalle loro diverse vite. Il rilevamento etnografico
(rilevamento diretto di dati, non ebbe un andamento lineare), nella relazione etnografica tra me e i
rom, erano i rom che comandavano che mi costringevano a seguire certe metodiche.

Scrittura etnografica (come si scrivono i resoconti etnografici, da un pinto di vista stilistico e


letterario, è un’attenzione sviluppata all’interno dell’antropologia interpretativa), una delle borie
dell’occidente è vedere nello strumento comunicativo l’essenza del lavoro. L’etnografia è prima di
tutto esperienza, una pratica, il vivere- con, coinvolgimento percettivo, emotivo, affettivo,
cognitivo. Non c’è scrittura senza vivere-con.

La conoscenza incorporata nell’esperienza etnografica un etnografo se la porta dietro, ma non


riuscirà mai completamente ad inserirla nei libri. Processo di incorporazione (antropologia
psicologica Usa), “internalization” è il processo per cui le rappresentazioni culturali diventano una
parte dell’individuo. La conoscenza incorporata gioca un ruolo importante come complesso schema
cognitivo-emozionale di riferimento.

Xoraxané. I rom sud-jugoslavi presenti in Italia sono qualche decina di migliaia, con un decina di
gruppi di appartenenza. La migrazione cominciò nei ’60, imperiosa con lo sgretolarsi della
Jugoslavia e la guerra serbo-bosniaca. Famiglie numerose, stato di bisogno giuridico, erano in Italia
in modo illegale. Grande bisogno di instaurare relazioni con gli italiani, vivevano di attività illegali.

Informatori privilegiati prima i bambini poi gli adulti. Si instaurò un rapporto di scambio.
Utilizzavano verso di me l’idea del “ni ganòl” (non sapendo dovevo essere sopportato).

Provenivano dalla regione albofona del Kosovo. “sabir”: romanes/italiano, è difficile quindi pensare
di indagare sistemi simbolici complessi. Accampamento: tende e sconquassate roulotte, non
avevano patente in pochi guidavano la macchina. Nonostante le difficoltà l’adattamento era veloce.
All’inizio era il loro maestro. Frequentavo le classi “locio drom” (unicamente per zingari).
Accettazione al campo perché capirono che non era un poliziotto. Ero utile per attenuare il conflitto
con le forze dell’ordine. In questa situazione il lavoro di etnografo era prima di tutto il vivere. Fra i
rom si viveva perché erano troppo impegnati a vivere. Mi dicevano che avrei imparato la loro vita
solo condividendola. Studiato le reti di relazioni che la famiglia di Ragip aveva instaurato con gli
altri roma’ in Italia. L’approccio oggettivista mi portava a generalizzare quel gruppo con tutti gli
altri presenti in Italia. Prevedeva anche la scomparsa dell’osservatore. Se la realtà è quella due
osservatori la vedono allo stesso modo, per cui non è importante. Posizioni variabili delle
abitazioni, i “cortili” (area psicologica invisibile che si protende al di fuori dell’abitazione). Ròma
sloveni. Situazione diversa dai xoraxané. Stato di assoluto non bisogno. Gruppo chiuso verso i gage.
Da in-vadente sono diventato e-vadente, cercavo di tirarmi fuori dalla scena, di tenere il

profilo basso. Essi non avevano intenzione di insegnarmi niente. Le cose importanti della vita non si
insegnano, si imparano. La mia integrazione non fu mai totale, non mi aggregai mia alla famiglia
dominante.

Presenti in Italia da molte generazioni, parlano bene l’italiano, diversa competenza dei dialetti del
nord-est (maggiore presenza), anziani sanno ancora sloveno e croato. Parlano nel caratteristico
romanes. Attività di compravendita, commercianti di ferro vecchio. Campo: roulotte molto grandi,
belle, costose. Mai visti dormire in tenda. Si spostavano con auto di grossa cilindrata (trainare
roulotte), prediligono Merceders. La loro presenza era legale. Diritto di voto (pochi lo fanno),
adempire i doveri come servizio militare (cercano l’evasione). Le attività di compravendita non
erano legalizzate perché i rom non avevano licenza (difficoltà burocratiche per ottenerla e evasione
di tasse). Entrai nell’anello debole della comunità. Coppia madre-figlia. Poi accampato da rom
stranieri di passaggio al campo. Poi avvicinato a Pita (anziano rom, intelligentissimo, in contrasto
con famiglia dominante). Impossibile ricerca del tipo “chiedi questo e quello”, difficile ottenere
informazioni a domande dirette. I rom partono da piste di discorsi remote, avvicinandosi
all’argomento con moto spirale. La condizione dei neri-nordamericani e degli zingari non è tanto
diversa, immersi fra una popolazione maggioritaria che li discrimina ma che tenta
contemporaneamente di sfruttare la loro forza- lavoro. Hanno entrambi creato forme di resistenza
contro l’annullamento culturale basate spesso su comportamenti di contrapposizione. Ogni
comportamento dell’”esterno” considerato come coercitivo viene scoraggiato. Se il rom sa che lo
chiami per fargli domande non verrà mai. Per un gagio l’intensità della vita rom può essere uno
stress psicologico. Mai scattato foto e adoperato il registratore, situazione di immersione completa
non sentivo il bisogno.

L’ausilio minimo di tecnologia era dettato dal mio atteggiamento e-vadente. Desiderio di
immersione accompagnato dall’impossibilità di essere invisibile. Volevo far scomparire il
ricercatore e lasciare posto all’informatore, cercavo la descrizione della realtà percepita dai rom.
Imparando la lingua e conoscendo il loro mondo avevo iniziato a toccare “l’incommensurabilità
della culture”, non significa intraducibilità. Immersione evadente. La partecipazione al fuoco in una
accampamento rom pubblicizzava le relazioni vigneti. Xoraxané (ogni famiglia si accendeva il suo),
fra i rom era previsto un solo fuoco, la presenza di più fuochi segnalava antipatie. Molto smaliziati
nel tentativo di volersi integrare spesso accoglievano dei gage. Per entrare nella loro testa bisogna
ricategorizzare il loro mondo. Combattevo per l’acquisizione di una conoscenza che scompigliava i
modelli cognitivi già interiorizzati. Il dominio cognitivo rom non opera in un mondo parallelo, ma
nel tuo. Il “là” è un “qui”, la mia vita tra i rom mi insegnava che nel mio mondo, c’erano più mondi.
Per questo è impossibile descrivere una differenza tra la mia esperienza etnografica e la mia
esperienza e basta. L’esperienza etnografica per immersione ti salva dagli eccessi delle ipotesi
deduttive per lasciare spazio di manovra all’empiria deduttiva del quotidiano. Immersione: con essa
si è completamente all’interno o irrimediabilmente al di fuori. La situazione e la natura del gruppo
implicavano al partecipazione con metodo.

5) L’OSSERVAZIONE (Carla Bianco) Cenni generali

Comprende i metodi usati dal rilevatore per ottenere dei dati mediante l’osservazione diretta dei
fatti. Non si limita agli aspetti visivi ma interessa una vasta gamma di esperienze che impegnano
tutti i sensi e il pensiero. Portare il rilevatore in condizioni ideali di contesto naturale. E’ diffusa
l’utilità di abbinare metodi di osservazione e di intervista, per cercare di sfruttare i vantaggi offerti
dai due approcci. Rispetti agli individui che deve studiare, da un lato conosce della vita del gruppo
solo una piccola parte rispetto all’informazione che possiede. Dall’altro è in grado di analizzare
aspetti complessi della società di cui possiede scarse notizie.

Neppure la più ampia familiarità individuale con la realtà sociale può offrire una seria garanzia
della validità delle generalizzazioni di senso comune. Il vantaggio degli antropologi rispetto ad altri
(es: missionari) è che non hanno altro da fare se non osservare. Possono percepire delle relazioni
che potrebbero non apparire così ovvie ad un altro genere di osservatori. Perché l’osservazione dei
fenomeni possa trasferirsi in dati etnografici occorre una continua selezione fra tutti gli elementi che
presentano attività sensibile. E’ proprio sulla necessità di concepire la natura e la finalità della
documentazione che si delineano le differenze di approccio alla rilevazione dei dati. Metodi
etnografici: approccio emico (sostiene la scarsa validità dei risultati ottenibili se si applicano
categorie inadatte alla conoscenza dei comportamenti di un dato gruppo sociale: l’inadeguatezza di
tali categorie è dovuta al loro conformarsi alle categorie culturali della società da cui proviene il
ricercatore), approccio etico (i concetti e le categorie con i quali osservare la realtà, possono e
devono essere quelli dell’osservatore scientifico, e non è necessario che i risultati corrispondano alle
considerazione dei membri della civiltà sotto osservazione). I dubbi rispetto all’impostazione emica:
il ricercatore perde la prospettiva critica e finisce con l’essere travolto da una specie di possibilismo
totale e di trasferire tale visione al resto dell’agire umano.

La maggior parte degli antropologi propende per posizioni pragmatiche di compromesso. Es:
fotografia di un folto gruppo familiare. Lasciare che si aggiunga chi vuole, posizionandosi a caso
(emico: aiutato il gruppo ad esprimere le proprie concezioni estetiche), organizzare noi stessi il
gruppo da fotografare (etico).

Tra “indigeno” e “indagine”: l’osservazione partecipante.

Livelli di partecipazione. Altre tecniche osservative Malinowski iniziatore dell’osservazione


partecipante, si basa su minuziosi criteri di osservazione diretta. Dalla metà del ‘900 in poi,
l’osservazione partecipante, diventa la base della ricerca etnografica (contraddizione letterale,
partecipazione: un coinvolgimento proprio di sé; osservazione: guardare un qualcosa che sta al di
fuori). Per osservazione partecipante si intende la situazione di ricerca in cui l’osservatore fa ogni
sforzo per diventare un membro del gruppo che deve studiare. Il risultato sarebbe quello di riuscire
a provare le stesse sensazioni e di raggiungere così una comprensione non mediata. Altro scopo:
cercare di provocare il minimo di distorsione e di cambiamento degli eventi e nei comportamenti,
per cancellare dalla mente degli individui la consapevolezza di essere osservati da un estraneo: 1)
eliminare la presenza dell’osservatore; 2) trasformare l’osservatore in una spia consumata.
Lasciare dietro di sé ogni idea preconcetta.

Il problema resterà quello di riuscire a definire quali siano i criteri precisi per l’attuazione del
metodo scientifico. Sembra dipendere da molti elementi di imponderabilità. Problema di come
creare le condizioni per una verifica o replica futura, oltre che per una chiara spiegazione delle
metodiche usate per la ricerca di dati. Handicap tecnico vistoso dell’osservazione partecipante
consiste nell’impossibilità di effettuare una qualsiasi forma di registrazione dei fenomeni osservati,
all’infuori di quanto è possibile depositare in memoria. Impossibilità di diventare un tutt’uno con
l’indigeno, la considerazione di estraneo non- partecipante presenta molti vantaggi ai fini delle
rilevazione etnografica. Certi argomenti scottanti vengono affrontati più liberamente con un
estraneo. Osservazione passiva o non-partecipante ad esempio “indigeno marginale”(Morris
Freilich), partendo dall’idea che una totale indigenizzazione non sia possibile, lo vede oscillare tra
un ruolo di indigeno e uno di indagine, caratteristica doppia di appartenenza e estraneità.

Il gruppo considererà sempre il ricercatore come un indigeno “sui generis”.

Osservazione passiva vantaggio di permettere le forme di registrazione dei fenomeni dei singoli
casi, lo scopo evidente di osservare i fenomeni giustifica le sue operazioni annotative. Spesso è
meglio usare una via di mezzo, che preveda alcune forme di colloquio, dove la presenza
ineliminabile dell’estraneo osservatore si trasforma almeno in interazione attiva ed esplicita.

I contesti dell’osservazione. Contesti naturali e contesti ricostruiti Contesti dell’osservazione:


sia gli ambiti che le occasioni in cui si verifica l’evento da studiare. Documentare un evento con
scadenza calendariale. La maggior parte di ciò che ci interessa osservare potrà avere luogo in
contesti abbastanza prevedibili e avrà caratteristiche formali e prefissate. Oppure, dobbiamo
osservare l’insieme delle pratiche lavorative che caratterizzano quotidianamente alcune fasce
distinte della società. Non tutti i fenomeni si presentano a previsione ed è proprio in considerazione
di ciò che occorre di solito ricorrere a una combinazione di tecniche diverse e cercare di assicurare
all’indagine una certa quantità di organizzazione e previsione logica. Valutare in quale misura
questi contesti sono in grado di fornirci una quantità sufficiente dei fenomeni che ci interessano, o
un numero accettabile di casi e varianti dell’unico fenomeno da studiare. I problemi si presentano
anche per i modi in cui è possibile effettuare l’osservazione di alcuni fenomeni in contesti, anch’essi
formalmente ben definiti ma scarsamente prevedibili in senso temporale e spaziale. Es: morte,
saranno i contesti a non essere prevedibili. Le dimensioni del contesto e le relative occasioni
variano, a seconda delle prospettive che occorre scegliere per una data ricerca, e che contesto,
occasione, evento non abbiano che categorie convenzionali per le quali è necessario fornire la
definizione precisa del senso dell’impiego.

Valutare la possibilità di usare contesti non naturali, contesti che si verificano in parte al di fuori
delle usuali condizioni. Il vantaggio del contesto naturale è costituito, dalla possibilità che esso offre
di cogliere, le relazioni fra un fenomeno specifico e la situazione in cui esso si verifica. Se abbiamo
necessità di documentare un certo evento in uno di questi contesti scomparsi o poco osservabili,
occorrerà trovare i mezzi più idonei per provocarne il verificarsi in un occasione ricostruita a nostra
richiesta. Gran parte della documentazione esistente è stata studiata mediante l’osservazione di
fenomeni artificialmente evocati per la ricerca. Il valore euristico di documentazione di tal genere
(cerimonie artificiali) è notevole, consente comparazioni molto interessanti con corrispondenti
fenomeni documentati in occasioni e contasti naturali.

(i) Può verificarsi che alcuni tratti presenti nel contesto naturale risultino assenti o attenuti nel
contesto artificiale. Essendo ancora osservabili i contesti naturali, la possibilità di un’analisi
comparativa può risultare molto fruttuosa. Es: gruppo che suona al chiuso e all’aperto.
(ii) Contesti naturali divenuti desueti nella vita di una società, scomparsi. Il confronto tra le
modalità ricostruite e quelle naturali potrà essere stabilito soltanto attraverso le testimonianze che
sarà possibile raccogliere circa i contesti usuali e del passato, e da tale confronto, si potranno
eventualmente cogliere differenze di contenuto.

(iii) Notare la presenza di elementi mancanti nel contesto naturale. Può costituire uno fatto positivo
dal punto di vista dell’informazione (-riproduzione precisa del fenomeno; -oppure un’accentuazione
può dipendere dalla volontà di compiacere le aspettative dell’osservatore.)

Che cosa osservare Ricercatore sul campo, due sicuri vantaggi, rispetto a chi deve utilizzare i dati
d’archivio: primo, non deve dipendere dalla documentazione altrui, secondo, il contatto diretto con
la realtà da studiare gli evita alcune distorsioni. Il problema è quello di come restringere
l’informazione a qualcosa che possa essere considerato rilevante. Riuscire a frazionare il sistema
unitario complessivo, costituito dalla realtà della cultura, in unità significative da documentare è un
operazione difficile e non sempre coronata da successo. L’analisi del problema deve fornire criteri e
idee concrete. I dati raccolti devono averne chiara la motivazione al momento stesso della
rilevazione sono quasi inutili, non essendo stati connotati da riferimenti significativi. Quadro
relativamente dettagliato di aspetti rilevanti da osservare, distinguendo per tipi di insegnamento e di
caratteristiche sociali e ambientali dei contesti in cui si situa l’osservazione dei fenomeni.

1. Caratteristiche dei luoghi in cui si situa l’osservazione: esterni (tipo di località; nome ufficiale/
dialettale; condizioni climatico-ambientali, descrizione sintetica del posto); interni (tipo di
descrizione dell’ambiente, descrizione dell’arredo e dell’uso dei locali); altri luoghi.

2. Caratteristiche dei partecipanti al fenomeno: numero di persone partecipanti; dati personali, di


vicinato e parentela; abbigliamento e altri tratti distintivi.

3. Fenomeno osservato: naturale o ricostruito; espressone descrittiva del fenomeno; elementi relativi
al tempo; interazione fra i partecipanti; struttura e sequenze interne.

4. Posizione e ruolo dell’osservatore: partecipante o passivo; luogo e punto di osservazione; durata


di presenza; eventuali collaboratori; tecniche documentarie; eventuali situazioni di disagio.

Utilità dei suggerimenti, legata alle considerazioni seguenti:

(i) Le indicazioni riguardano soltanto l’osservazione dei fenomeni, devono e essere completate con
le nozioni più generali provenienti da forme documentarie diverse.

(ii) Le indicazioni, che costituiscono elementi per la descrizione etnografica, vanno messe in
relazione con tutti gli altri punti e settori di questo lavoro in cui vengono affrontati i diversi aspetti
della descrizione.

L’ETNOGRAFIA NEL/DEL SISTEMA-MONDO. L’AFFERMARSI DELL’ETNOGRAFIA


MULTI-SITUATA (George E. Marcus)

Introduzione Metà anni ’80, due modalità di inserimento della ricerca etnografica nel sistema
mondiale della politica economica capitalistica. Più comune: conservava la focalizzazione sul sito
unico di osservazione, e nel contempo sviluppava il contesto del sistema mondiale servendosi di
altri mezzi e metodi (es: ricerche d’archivio, adattamento del lavoro di studiosi macroeconomici
come modo di contestualizzare i ritratti che descrivono situazione locali). Questa modalità riguarda
l’inclusione di popolazioni intere nella classe proletaria e la riduzione delle culture locali mediante i
macroprocessi dell’economia politica capitalistica nelle sue varie forme. Questo genere ha prodotto
raffinate analisi di resistenze e adattamenti. Quest’analisi ha mostrato che il nucleo dell’analisi
etnografica contemporanea non è il recupero di un qualche precedente stato culturale, ma è nelle
nuove forme culturali originate dalla trasformazione delle situazioni coloniali subalterne. Altro
metodo: meno comune, la ricerca etnografica è incorporata in un sistema mondiale che oggi si
associa spesso con l’ondata di capitale intellettuale etichettato come postmoderno. Abbandona la
località unica (ricerca etnografica tradizionale) per studiare la circolazione di significati culturali,
oggetti e identità in uno spazio-tempo più ampio. L’oggetto di studio è etnograficamente
impossibile da comprendere se si limita l’investigazione ad un unico punto. Considera i concetti
macroteorici e le narrative del sistema mondo. Etnografia mobile, percorre traiettorie inaspettate per
seguire il percorso di una formazione culturale attraverso e all’interno di più siti di attività.
Distinzione tra mondo vissuto e sistema. Suggerisce associazione tra i diversi siti. Ci si focalizza su
quest’ultima. Può partire dal sistema mondiale, ma per come si sviluppa il suo oggetto di studio,
finisce indirettamente con l’essere anche del sistema mondiale. Il capitale mondiale del
postmodernismo ha fornito idee e concetti per l’etnografia multi- situata, nasce come risposta a
trasformazioni empiriche del mondo, alla trasformazioni della produzione culturale. Questo tipo di
ricerca si è sviluppata all’interno di varie correnti antropologiche: marxista, economica, politica e
storia. Oppure, dalla partecipazione dell’antropologia con aree interdisciplinari sviluppatesi dagli
anni ’80 in poi (es: media studies, femministi, scienza e tecnologia, filoni degli studi culturali e il
gruppo teoria-cultura- società). Per l’etnografia, il sistema mondiale oggi non è più la cornice
olistica, costruita teoricamente, ma diventa parte integrante e incastrato nei discontinui e multisituati
oggetti di studio. Le logiche culturali sono sempre prodotte in forma multipla, e almeno in parte si
formano all’interno dei siti del sistema. Le strategie che consentono di seguire fedelmente le
connessioni, associazioni e possibili relazioni sono quindi fondamentali per progettare le ricerche
etnografiche multi-situate. Per gli etnografi interessati alle odierne trasformazioni locali nella
cultura e nella società, la ricerca mono-situata non riesce più a inquadrarsi agilmente in una
prospettiva di “sistema mondo”. Modalità per progettare la ricerca sul mondo contemporaneo, sono
due: -utilizzare vari successivi lavori accademici sui cambiamenti globali nell’economia politica
come cornice per studi mono-situati; - seguire la via più aperta e speculativa di costruire i soggetti
attraverso la simultanea costruzione di contesti discontinui nei quali questi soggetti agiscono e sono
agiti.

Ansie antropologiche Il passaggio all’etnografia multi-situata potrebbe dare origine a tre distinte
ansie metodologiche.

Saggiare i limiti dell’etnografia Multi-situata, esercizio di mappatura del terreno, ma il suo


obiettivo non è una rappresentazione olistica. Sostiene che ogni etnografia di una formazione
culturale nel sistema mondo è anche un’etnografia del sistema stesso. Assume come oggetto di
studio la formazione culturale che si produce in varie località, e non le condizioni di un particolare
insieme di soggetti. Non esiste il globale nel contesto globale/locale. Il globale è una dimensione
emergente del dibattito sui collegamenti fra i vari siti di un’etnografia multi-situata.

Ridimensionare il potere del lavoro sul campo Il lavoro sul campo, nella forma in cui viene
tradizionalmente percepito e praticato, è già multi-situato, il campo copre siti di lavoro
potenzialmente

interconnessi. Storia culturale standard, decisamente multi-situata. In questo metodo è fondamentale


la composizione e l’esame delle interrelazioni fra materiali sparsi. Nella ricerca multi-situata si
perde qualcosa della misticità del lavoro convenzionale. Le ricerche multi-situate nascono da basi di
intensità e qualità diverse, es: ricerca su un tessuto sociale che produce un particolare discorso
politico richiede pratiche e opportunità differenti da quelle del lavoro sul campo tra le comunità
situate che da quelle politiche sono convenzionate. Portare questi siti all’interno di un’unica cornice
di studio in base alle loro relazioni. In tale ricerca la valorizzazione del lavoro sul campo rischia di
essere attenuata. Quello che rimane essenziale è la funzione di traduzione da un linguaggio o idioma
culturale ad un altro. Forte capacità di sfumare e selezionare, la pratica della traduzione mette in
collegamento i vari siti esplorati dalla ricerca lungo percorsi fratturati, e perfino dissonanti di
particolari spazi sociali. L’apprendimento della lingua conserva l’importanza che aveva nella
preparazione della ricerca sul campo tradizionale.

La perdita del subalterno Stringe di solito l’indagine a soggetti subalterni, la cui posizione è
determinata dalla dominazione di un sistema. Benché la multi-situata non debba per forza rinunciare
alle prospettive del subalterno, deve però focalizzare l’attenzione su altre sfere di produzione
culturale, sfidare il posizionamento della prospettiva etnografica. Abbandonando la focalizzazione
sul subalterno, si decentra anche la cornice di resistenze e di adattamenti, che ha organizzato un
importante corpus di valide ricerche per andare alla ricerca di uno spazio riconfigurato fatto di siti
multipli di produzione culturale. Disegna un oggetto di studio nuovo, nella quale le narrative
situanti (resistenza e adattamento) si qualificano per l’ampliamento del quadro etnografico di
ricerca. La prospettiva comparativa si sviluppa de facto come funzione della discontinuità e delle
fratture dei piani di movimento e di scoperta fra siti, quando si mappa l’oggetto di studio e si
devono porre le logiche di interrelazione, traduzione e associazione fra i diversi siti. Nell’etnografia
multi-situata la comparazione nasce quando si interroga l’oggetto di studio che emerge. L’oggetto
di studi è mobile e multi- situato. La comparazione entra in gioco nell’atto della specificazione
dell’etnografia.

Arene interdisciplinari e nuovi oggetti di studio L’importante capitale teorico associato al


postmodernismo è ricco di stimoli per l’etnografia multi-situata. Il capitale teorico non è la fonte
immediata dei termini in cui la ricerca etnografica multi-situata viene pensata e concepita. Dal
punto di vista intellettuale, è costituita nei termini di specifiche costruzioni e discorsi che appaino
all’interno di varie arene interdisciplinari che sono altamente consapevoli di sé e si avvalgono
dell’importante capitale teorico che ispira il postmodernismo con l’obiettivo di riconfigurare le
condizioni per lo studio delle culture e delle società contemporanee. Un’area importante di studi è la
ricerca sui media: su prodizione e ricezione, queste due funzioni sono state messe in relazione
nell’ambito di progetti di ricerca individuale. Studio sociale e culturale della scienza e della
tecnologia altra attenzione etnografica. In questo lavoro è prevalente la tendenza verso la ricerca
multi- situata nelle seguenti aree: problemi riguardanti la riproduzione e le tecnologie riproduttive,
epidemiologici in antropologia medica, nuovi sistemi di comunicazione elettronica, ambientalismo
e disastri tossici. Altro studio: affermarsi delle biotecnologie. Il ripensamento dei concetti di spazio
e tempo in etnografia ha spinto molti generi di ricerca antropologica già affermati ad aprirsi alle
costruzioni multi-situate nei progetti di ricerca etnografica. (es: studi migratori, parte di un più ricco
corpus di studi sulle popolazioni mobili e momentaneamente sostanziali). Sono stati ripensati gli
studi sullo sviluppo. Ridisegnare i confini degli argomenti di studio porta alla sovrapposizione con
gli spazi di indagine di altre aree. Le manifestazioni più specifiche di queste configurazioni di
prospettiva in arene interdisciplinari sovrapposte sono da ricercarsi nei modi di costruire spazi
multi-situati all’interno di progetti di ricerca individuali.

Modalità di costruzione Le forti visioni concettuali di spazi di ricerca multi-situati che sono state
particolarmente influenti in antropologia non fungono anche da guida per disegnare una ricerca che
possa esemplificare e rendere concrete queste visoni. La multi-situata è disegnata attorno a catene,
percorsi, filoni di luoghi particolari nei quali si stabilisce una forma di presenza letterale con
un’esplicita e dichiarata logica di associazione o collegamento fra i siti che definiscono l’oggetto
della ricerca.

Definiscono i loro oggetti di studio servendosi di varie modalità tecniche. Si possono considerare
come pratiche di costruzione dell’oggetto di studio per mezzo di movimenti con l’obiettivo di
seguire in varie ambientazioni un fenomeno culturale complesso partendo da un’identità concettuale
di base, si rivela contingente e malleabile.

Seguire la gente Questa tecnica è forse il sistema più ovvio e convenzionale per realizzare ricerche
multi- situate. Seguire gli specifici movimenti di uno specifico gruppo di soggetti. Gli studi sulle
migrazioni sono il genere più comune di questa modalità di base.

Seguire la cosa Questo modo di costruzione di spazi di ricerca consiste nel tracciare la circolazione
attraverso differenti contesti di un oggetto di studio manifestatamente materiale (denaro, doni, opere
d’arte, ecc). Questo è l’approccio più comune allo studio dei processi del sistema capitalistico
mondiale. Mole impressionante di ricerche su consumi e merci. Sono letture, non multi-situate al
livello del disegno della ricerca, nascono da uno spirito aperto, orientato agli oggetti attraverso vari
contesti. La ricerca che fa più uso di questa tecnica sembra essere sugli studi dei mondi
contemporanei dell’arte e dell’estetica. Il sistema del seguire la cosa per la costruzione degli spazi
di investigazione risulta preminente nei più influenti lavori consapevolmente multi-situati nell’arena
degli studi scientifici e tecnologici.

Seguire la metafora Quando l’oggetto della traccia si situa nell’ambito del discorso e delle forme
di pensiero, allora il progetto è legato dalla circolazione di segni, simboli e metafore. Comporta il
tentativo di tracciare i correlati e il radicamento a livello sociale di associazioni che sono
manifestatamente vitali nell’uso parlato e scritto del linguaggio e nei media a carattere visuale.
Efficace per cucire fra loro ambienti di produzione culturale apparentemente scollegati, per creare
nuove visioni, empiricamente argomentate, di paesaggio sociale.

Seguire la trama, la storia o l’allegoria Storie o narrative raccontate nella cornice di un campo di
indagine mono-situata che possono servire da elemento euristico al ricercatore sul campo che voglia
costruire una ricerca etnografica multi-situata. Studiare una trama, raffrontarla poi alla realtà
dell’analisi etnografica che costruisce i suoi siti secondo una narrativa convincente è un sistema per
costruire una multi-situata.

Processi di ricordo o dimenticanza, producono tipi di narrative, trame, allegorie che rischiano di
configurare in termini a volte sconvolgenti le versioni utili allo stato e all’ordine costituito.
Narrative e trame sono una ricca forma di collegamenti, e relazioni per dare forma a oggetti multi-
situati di ricerca.

Seguire la vita, o la biografia La storia di vita è una variazione sul tema del seguire la trama.
Raramente si è fatto ricorso alle narrative biografiche per la progettazione di ricerche multi-situate.
Sviluppare analisi più sistematiche e generalizzazioni a partire dalla storia di vita di un particolare
individuo.

Le storie di vita rivelano giustapposizioni di contesti sociali. Rappresentano una guida alla
delineazione di spazi etnografici all’interno di sistemi modellati da distinzioni categoriche che
tendono a rendere invisibili questi spazi, non si tratta di spazi subalterni, ma di spazi che vengono
modellati da nuove associazioni.
Seguire il conflitto Seguire le parti di un conflitto. Relativamente alla ricerca su piccola scala, in
antropologia giuridica si è affermata la tecnica del “extended case method”. Ma è nella sfera
pubblica della società contemporanea che è un principio organizzatore della ricerca multi-situata.

L’etnografia (mono-situata) situata strategicamente Una ricerca può essere incorporata in un


contesto multi-situato senza spostamenti in senso spaziale. L’idea di un contesto che va al dì la
dello specifico sito rimane contingente e non assunta. Ciò che accade in un luogo particolare viene
calibrato con ciò che accade in un altro spazio locale calibrato col primo, anche se questi possono
non situarsi entro la cornice del progetto di ricerca o dell’etnografia che ne risulta.

Quest’etnografia multi-situata può considerarsi un progetto multi-situato scorciato e va tenuta


distinta

dall’etnografia mono-situata, che studia le articolazioni dei soggetti locali in quanto subalterni ad
una cultura dominante. Cerca di comprendere in termini etnografici qualcosa in generale sul
sistema, tanto quanto cerca di capire i soggetti locali: è locale in modo solo circostanziale, quindi si
colloca in un contesto in modo diverso da quello delle altre letture mono-situate. Nell’identificare in
modo iconico, in un sito, un fenomeno culturale che è riprodotto anche altrove, un certo numero di
discussioni concettuali fungono da guida a come vedere o esplorare etnograficamente una
sensibilità per il sistema nei soggetti situati. Selezionare le relazioni del globale con il locale è una
forma saliente e pervasiva di conoscenza locale che resta ancora da riconoscere e scoprire negli
idiomi incorporati e nei discorsi di ogni sito contemporaneo che possa essere definito con la sua
relazione con il sistema mondo. Haraway (analisi del posizionamento): Nei progetti di ricerca multi-
situata, pubblici e privati, ufficiali e subalterni, l’etnografo è destinato a imbattersi in discorsi che si
sovrappongono. Il lavoro sul campo viene condotto con la consapevolezza di essere all’interno di
un paesaggio, e con il modificarsi del paesaggio, deve modificarsi l’identità stessa dell’etnografo. Il
pregio dell’analisi di Haraway è quello di essere una persuasiva argomentazione in favore
dell’oggettività che nasce da una tale scrupolosa pratica metodologica della riflessività.
Ridimensionare l’auto-identificazione di etnografo, in favore di una pratica di posizionamento
mobile, costantemente variata a seconda delle variabili affinità verso i soggetti con cui l’etnografo
interagisce.

L’etnografo come attivista circostanziale Nel condurre una ricerca multi-situata ci si trova di
fronte ad ogni genere di trasversalità e responsabilità personali fra loro in conflitto. A questi
conflitti l’etnografo trova soluzione, non rifugiandosi in un ruolo di distaccato studioso, ma nel
diventare una specie di etnografo attivista, che rinegozia la sua attività nei diversi siti mano a mano
che conosce qualcosa di più del sistema mondiale. L’identità o persona che conferisce una certa
unità al suo spostarsi fra questi spazi scollegati fra loro è l’attivismo circostanziale che comporta il
lavorare in siti così diversi, dove politica ed etica del lavoro di uno qualsiasi di essi si riflette sul
lavoro negli altri. In certi siti l’etnografo sembra accompagnare, in altri resistere al cambiamento di
gruppi variabili di soggetti. Questa condizione nella posizione personale genera il senso ineludibile
che si sta facendo qualcosa in più della sola etnografia, essere attivisti pro o contro il
posizionamento. L’impegno circostanziale che deriva dalla mobilità della ricerca multi-situata
fornisce una sorta di sostituto psicologico al rassicurante senso dell’esserci. Emergente e
circostanziale senso di attivismo che si sviluppa tra gli etnografi multi-situati e la sua affiliazione
con i produttori culturali preservano un essenziale legame con la tradizione pratica di osservazione
partecipante.

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