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SOCIOLINGUISTICA -> studio dei rapporti fra lingua e società; studio delle strutture del linguaggio

nel suo contesto sociale e culturale.

La sociolinguistica studia la varietà degli usi linguistici, attraverso lo spazio, attraverso il tempo,
attraverso i gruppi sociali, attraverso le situazioni sociali

Essa ha come ambito di studio le lingue e le organizzazioni sociali nelle quali gli uomini vivono.

Capitolo I : storie

Autobiografia linguistica  è la descrizione della propria vita, mettendo al centro dell’attenzione


il rapporto con le lingue, utile strumento per comprendere le dinamiche sociolinguistiche. Su un
piano differente, il genere autobiografico è spesso stato utilizzato dai linguisti per riflettere su alcuni
aspetti della vicenda collettiva di una comunità attraverso il punto di osservazione privilegiato della
propria storia personale. Forte, secondo Sabina Canobbio e Tullio Telmon, l’utilità didattica di
questo genere di confine tra il saggio di scrittura e quello di applicazione di informazioni
specialistiche nel campo della sociolinguistica.

Capitolo IV: Come funzionano e come si apprendono le lingue

INTRODUZIONE

L’Italia è una nazione plurilingue con un ampio numero di dialetti accanto alla lingua nazionale. Un
plurilinguismo reso ancora più ricco dalle lingue di origine della nuova immigrazione e dalle lingue
apprese a scuola. Questa realtà fa si che oggi moltissimi italiani conoscano più di un idioma.
Per comprendere come le lingue funzionino nella quotidianità della vita degli individui e nell’intera
comunità è importante prendere in considerazione almeno queste dimensioni:

 L’uso della lingua;

 Il prestigio della lingua;

 Le circostanze dell’apprendimento;

 La competenza delle lingue;

 L’identità che le due (o più) lingue comportano.

LINGUA VS. DIALETTO

Fra lingua e dialetto non vi è alcuna differenza interna, relativa alla loro struttura. Sulla base delle
sole caratteristiche linguistiche non è mai possibile dire se un certo sistema linguistico sia un
dialetto o una lingua. Tutte quante le lingue sono storico-naturali (diverse dalle lingue artificiali
come il codice Morse) con le quali possiamo esprimere la totalità della nostra esistenza. Esse
condividono le proprietà semiologiche costitutive di ogni sistema linguistico. La distinzione fra
lingua e dialetto si basa unicamente su criteri di tipo sociale. Essenziali sono le funzioni sociali a
cui assolve, le regole di uso all’interno della comunità e il prestigio di cui gode presso i parlanti.
Esiste un rapporto gerarchico fra lingua e dialetto basato su criteri esterni agli stessi idiomi. Il
rapporto reciproco lingua vs dialetto può cambiare nel tempo. Tutti i volgari romanzi formatesi a
partire dalle differenti varietà di latino parlate in aree diverse dell’Impero romano, hanno convissuto
a lungo accanto al latino, lingua scritta e dotata di più alto prestigio. Fra tutti questi “dialetti” è
emerso progressivamente, per ragioni culturali, letterarie, storiche, economiche, il volgare
fiorentino. Tale idioma nel Cinquecento è stato riconosciuto dagli intellettuali come “lingua italiana”
ed ha quindi subito un processo di standardizzazione. Attraverso una serie di grammatiche e
vocabolari è stata stabilita in maniera alquanto dettagliata la norma linguistica e qual è il “corretto
parlato” (e scrivere). Il concetto di dialetto venne ripreso dal greco e portato al suo attuale
significato nell’Italia del Rinascimento, a Firenze, nel contesto della questione della lingua.

La codifica e la standardizzazione sono dei processi essenziali attraverso i quali un dialetto


acquisisce lo statuto di lingua. All’interno di un’ampia gamma di varietà differenti, viene selezionata
la lingua standard. Fasi del processo di standardizzazione sono:

 Selezione di una certa varietà;

 Codificazione, ad esempio scrivere grammatiche e dizionari per fissare la varietà, in modo


che tutti concordino su quello che è corretto;

 Elaborazione della funzione, ossia deve essere possibile usare la varietà scelta in tutte le
funzioni collegate con il governo centrale e la scrittura, dunque ambito burocratico,
educativo, scientifico, letterario;

 Accettazione, deve dunque essere accettata dalla popolazione come unica varietà della
comunità.

LE DIVERSE CONFIGURAZIONI DEL REPERTORIO LINGUISTICO DEGLI ITALIANI

Varietà di lingua è sinonimo di “idioma”. Quando c’è rigida distinzione fra domini e situazioni
comunicative, per alcune delle quali le regole della comunità linguistica prescrivono l’uso
dell’idioma di maggiore prestigio sociale (varietà A) e altre in cui invece questa varietà non è
presente, viene indicata genericamente con il nome di diglossia. Secondo Ferguson, il rapporto tra
una varietà alta A e una bassa B è di diglossia quando si hanno alcune condizioni:

 Specializzazione delle funzioni, le due varietà devono essere impiegate in contesti diversi;

 Prestigio;

 Eredità letteraria;

 Priorità dell’acquisizione;

 Standardizzazione.

In una situazione classicamente diglottica vi è una varietà bassa (B) impiegata nella
socializzazione primaria che viene utilizzata nel parlato ordinario della vita quotidiana. Una rigida
divisione di funzioni e ruoli fra varietà A e varietà B contraddistingue l’insieme dei mezzi espressivi
a disposizione della comunità, cioè il suo repertorio. Il repertorio linguistico è dunque l’insieme
delle lingue ( o delle varietà di una stessa lingua) e delle loro norme di uso, impiegate da una
comunità. La nozione di repertorio può riferirsi anche al singolo individuo: parleremo quindi di
repertorio linguistico del parlante X, così come di repertorio del parlante Y. In alcuni decenni sono
mutati in profondità i rapporti tra lingua e dialetto sia dal punto di vista numerico sia dal punto di
vista delle funzioni reciprocamente assolte. Vi è una nuova situazione che viene definita dilalia,
terminologia proposta da Gaetano Bruno. Un repertorio dilalico è contrassegnato dal fatto che
entrambe le varietà, sia la A che la B, possono essere utilizzate nel parlato quotidiano, nella
conversazione intrafamiliare. In tale repertorio continua a esservi una chiara differenziazione
funzionale tra varietà A e varietà B. Nel caso italiano ci sono sempre domini o funzioni esclusivi
dell’italiano (i domini pubblici e formali), mentre non vi sono domini o classi di situazioni in cui è
obbligatorio servirsi del dialetto. L’italiano è dunque prescritto dalle norme sociolinguistiche della
comunità in un’ampia gamma di situazioni, il dialetto non lo è mai. Vi sono ancora domini nei quali
tale idioma è più funzionale, come in un mercato: si è in queste situazioni riconosciuti come
membri della stessa comunità rispetto a chi, parlando italiano, viene sentito “altro”, estraneo.

LINGUA PRIMA, LINGUA SECONDA, LINGUA STRANIERA

I dialetti sono stati per lungo tempo la lingua materna della stragrande maggioranza della
popolazione, mentre l’italiano era appreso sui banchi di scuola. Siamo di fronte a modalità diverse
di sviluppare una competenza linguistica, in relazione anche a momenti diversi dell’esistenza. Nel
primo caso (l’acquisizione del dialetto come lingua madre all’interno della famiglia), si tratta di un
processo totalmente naturale che avviene fin dalle primissime fasi dell’esistenza. Non è cosi per
l’apprendimento dell’italiano a scuola oppure in situazione di emigrazione. In entrambi i casi sono
fenomeni che interessano persone che hanno già acquisito una lingua (L1) e che, attraverso
modalità diverse (guidate o spontanee), acquisiscono una seconda lingua (L2) al di fuori
dell’ambito familiare. Le diverse nelle modalità di apprendimento ha profonde ripercussioni anche
sull’idioma che effettivamente si parla (cioè il prodotto, la competenza acquisita). Nel primo caso
questa sarà sostanzialmente identica, o molto simile, a quella dei genitori e della comunità
linguistica in cui si vive, mentre nel caso in cui si impara una seconda lingua il risultato del
processo di apprendimento potrà essere anche radicalmente differente dalla lingua obiettivo (cioè
l’idioma che si vuole imparare).

L’acquisizione della lingua materna

L’apprendimento della lingua materna segue un percorso estremamente regolare. Ogni bambino
comincia gradualmente a parlare. Il bambino non è una tabula rasa sulle quali le esperienze
linguistiche iscrivano la competenza, ma dispone di una “dotazione” di partenza, cioè di strutture
che interagiscono con l’esperienza; Le esperienze linguistiche sono indispensabili, dunque il
linguaggio non si sviluppa senza l’esposizione alla lingua parlata della comunità linguistica in cui il
bambino cresce. Ogni bambino attraversa le stesse fasi nell’acquisizione linguistica: la lallazione,
le parole singole, le combinazioni di parole, ecc. Gli errori dei bambini sono il risultato del tentativo
di costruire le regole del funzionamento della lingua: il processo di acquisizione è dunque un
processo creativo che porta il bambino a produrre forme linguistiche mai sentite da altri. Il
linguaggio umano è dunque un intreccio fra innato e acquisito.

Le lingue seconde

Per lingua seconda (L2) si intende una lingua che una persona impara dopo che si è stabilizzata la
prima lingua (lingua materna, L1). Da un punto di vista generale i criteri che differenziano una L2
da una L1 sono:

 la cronologia (si impara prima la L1 e poi la L2);

 la competenza (la si conosce meno bene);

 l'uso (la L2 si parla meno della L1, generalmente).


E' utile distinguere fra L2 e lingue straniere, intendendo nel secondo caso che l'apprendimento
avviene in un contesto in cui la lingua non è utilizzata nella pratica comunicativa orale o scritta dai
parlanti di quella comunità. le lingue straniere sono idiomi appresi tipicamente in contesti scolastici
attraverso un percorso di studi guidato. Intenderemo quindi per L2 solo le lingue frutto, almeno in
parte, di un apprendimento naturale, cioè senza insegnamento esplicito.

INTERLINGUA -> con tale termine s'intende il fatto che le produzioni di un apprendente non sono
un'accozzaglia di frasi più o meno devianti e zeppe di errori, ma un sistema governato da regole
ben precise che però corrispondono solo in parte a quelle della lingua di arrivo. È un sistema
dinamico che si sviluppa in stadi man mano che l’apprendimento avanza. Il percorso verso la L2
registra variabilità nei prodotti intermedi, nei tempi o nell’esito finale, dovuta all’ambiente
socioculturale o anche all’individuo, alla sua età, livello culturale, motivazione ecc.

FOSSILIZZAZIONE -> fenomeno per cui una persona non progredisce più nella conoscenza di
una lingua.

INTERLINGUA FOSSILIZZATA -> quando uno stadio di apprendimento, governato da regole


anche molto distanti da quelle della lingua obiettivo, diviene definitivo.

Le dinamiche storico-linguistiche precedenti hanno permesso il graduale passaggio da una


situazione di generale monolinguismo dialettale (o di lingua di minoranza), a un diffuso bilinguismo
italiano-dialetto (o lingua di minoranza). Con grande precisione è stato studiato la condizione di
bilinguismo di un bambino che apprende contemporaneamente due lingue, magari perché figlio di
genitori di differenti lingue native. Secondo determinati studi, il bambino sviluppa sistemi linguistici
diversi senza creare scompensi o ritardi linguistici. Ciò dimostra l’infondatezza del concetto
secondo il quale le lingue si ostacolano l’un l’altra. L’espressione vantaggio bilingue è usata per
riferirsi ai possibili benefici che il bilinguismo può avere non solo in termini sociali, ma anche
cognitivi; è stata notata un’accelerazione in alcune aree dello sviluppo cognitivo.

COMPETENZA/COMPETENZE

LIVELLI DI COMPETENZA -> cioè di come, in quali contesti, in quali situazioni, sappiamo servirci
efficacemente di quell'idioma.

Capire/farsi capire sono i due versanti fondamentali della competenza linguistica, e, al loro interno,
anch'essa essenziale, è la distinzione fra le quattro abilità: parlare/ascoltare, scrivere/leggere.
La distinzione si riferisce in primo luogo alla natura del canale uditivo o visivo attraverso cui viene
comunicato il messaggio: due abilità sono orali (ascoltare, parlare) e due sono scritte (leggere,
scrivere). In secondo luogo è presa in considerazione la direzione della comunicazione: la
ricezione (ascoltare, leggere) viene opposta alla produzione (parlare, scrivere). Il molti casi, gli
individui padroneggiano solo alcune delle abilità, sia per ragioni di ordine anagrafico sia per ragioni
di ordine sociale.
SEMI-SPEAKERS -> quei parlanti che non riescono più a gestire la varietà nativa dei loro genitori
e mostrano di averne una competenza limitata e frammentaria. Questo accade in tutte le situazioni
in cui si ha una perdita sociale massiccia di una lingua; a tale situazione ci si riferisce anche per
quanto riguarda la competenza dialettale dei giovani in alcune aree dove si assiste ad una forte
perdita dell’idioma locale.
VARIAZIONE, VARIABILE, VARIANTE

I segni linguistici che gli individui si scambiano si caratterizzano per la presenza di un enorme
numero di oscillazioni e fluttuazioni, una infinita quantità di variazioni, non solo per ciò che attiene
al versante fonico, ma anche per ciò che attiene al mondo dei significati. Parliamo della variabilità
delle pratiche linguistiche. Uno degli strumenti utilizzati dalla ricerca linguistica per analizzare
queste molteplici forme di diversità è la nozione di variabile. Le variabili linguistiche possono
essere considerate come insieme di modi alternativi di dire la stessa cosa e ricorrono a tutti i livelli
dell'analisi (lessicale, fonologico, morfologico, sintattico). Le differenti realizzazioni di una variabile
da parte di individui diversi o dello stesso individuo, sono chiamate varianti.

VARIABILE SOCIOLINGUISTICA -> variabile linguistica che assume valori diversi in rapporto a
fattori extralinguistici, come dati biografici e socioculturali dei parlanti, reti sociali i cui è inserito ecc.

L'individuazione delle variabili sociolinguistiche costituisce il punto di partenza e il di punto di arrivo


dell'intera indagine. Tale approccio scientifico viene correntemente chiamato sociolinguistica
correlativa (o correzionale). In approcci più recenti, si evidenzia come le variabili extralinguistiche
non possano essere intese come una serie di categorie che predeterminano quali varianti il
parlante userà; i tratti linguistici sono risorse che il parlante usa per modellare e rimodellare le
strutture sociali e collocare se stesso rispetto ad esse e rispetto ad altri individui, non sono mero
riflesso di un’identità statica.

NOZIONE DI VARIAZIONE NELLA TEORIA LINGUISTICA

Ci si chiede se la variazione sia un carattere costitutivo delle lingue storico-naturali, oppure un


fenomeno superficiale che non appartiene al sistema. Tendenzialmente, si pensa che la variazione
sia un fatto connaturato a ogni sistema linguistico, in forza del quale la sua semantica e la sua
pragmatica sono in grado di adattarsi alle esigenze funzionali proprie di ciascuna lingua.

Capitolo V: Comunità plurilingui fra vecchie e nuove presenze

LUOGHI, REPERTORI, COMUNITA'

Il repertorio linguistico dell'Italia contemporanea è costituito da tendenze comuni ma anche da


notevoli differenziazioni interne. L'italiano sembra penetrare in aree sociali e domini ai quali era
stato per secoli quasi del tutto estraneo. Ma accanto a questo processo generale che accomuna
l'intera penisola, permangono diversità negli usi e negli atteggiamenti linguistici dei parlanti. La
presenza di più idiomi, l'italiano e il dialetto, a cui si aggiungono in più di un caso lingue di vecchie
e nuove minoranze, assume contorni assai diversificati nei diversi luoghi presi in esame. Le
differenze riguardano sia il tasso di multilinguismo che il plurilinguismo dei parlanti.

1.1. La Val d'Aosta: due lingue ufficiali

La Val d'Aosta si colloca all'estremo Nord-Ovest d'Italia. Da un punto di vista generale la


situazione linguistica della regione è caratterizzata dalla diffusa presenza di patois, dialetti locali di
matrice latina appartenenti alla famiglia delle parlate francoprovenzali, accanto all'italiano e al
francese (a ciò si aggiunge anche il dialetto piemontese tra le varietà basse). Il francese è stato la
lingua di cultura e di amministrazione nella Valle. Tale funzione viene confermata nel 1561 quando
Emanuele Filiberto concede ai valdostani di continuare a utilizzarlo. Ancora oggi l'uso scritto e
stato riconfermato dalle scelte della regione autonoma, che ha sancito che ogni atto legislativo
deve essere redatto sia in italiano che in francese.

“Il francese [..] è lingua ufficiale al pari dell’italiano, da cui è stato però soppiantato come lingua
alta; è stato sostenuto e promosso dall'amministrazione e dagli ambienti politici e culturali locali,
ma non ha oggi una presenza significativa negli usi quotidiani dei parlanti, che riconoscono la
propria identità, o alterità, linguistica fondamentalmente nel patois>>.

L’inchiesta dal titolo “Plurilinguismo scolastico e amministrativo" (2001-2002] ha confermato quanto


affermato da Gaetano Berruto (cit. sopra): nessuno dichiara di parlare solo francese, mentre il 15%
è italofono monolingue. Tale indagine mostra <<una comunità i cui membri si sentono [..]
”valdostani" e la cui identità e garantita dai, ed appoggiata ai, patois francoprovenzali. [..]
conoscere- non usare, si badi- il francese risulta assai importante per sentirsi membri a pieno titolo
della comunità locale ma, allo stesso tempo, la maggioranza dei valdostani è grosso modo per il
mantenimento della situazione attuale>>. Non possiamo parlare di diglossia nel senso classico del
termine poichè abbiamo due varietà alte (italiano e francese] e varietà basse come i patois locali.

1.2. Venezia: un dialetto di prestigio

La storia linguistica di Venezia è stata caratterizzata, fin dalle origini, dalla presenza diffusa di più
di un idioma. Oltre che al greco-con il quale dovettero fare immediatamente i conti i veneti
provenienti dall'entroterra, trasferitisi nella città collocata nell'orbita di Bisanzio- la toponomastica
urbana testimonia la presenza diffusa di comunità alloglotte. Le direzioni commerciali e le stesse
colonie veneziane consentono, infatti, intensi contatti con le altre realtà linguistiche mentre, nello
stesso tempo, forti flussi immigratori provengono dal nord della penisola: friulani, bergamaschi,
milanesi, bellunesi, cadorini affollano la città. All’interno di questa città profondamente cosmopolita,
il veneziano assumerà il ruolo di lingua veicolare di prestigio, parlata anche dalle classi alte in tutte
le occasioni, anche le più formali, come le arringhe degli avvocati. Il veneziano sarà dunque nello
stesso tempo lingua di scambio e di irradiazione culturale in un'area del Mediterraneo assai vasta
e, nello stesso tempo, si imporrà nella città lagunare e sulla terraferma come parlata di alto
prestigio e come lingua amministrativa. È nel '600 che si consoliderà in città “il tipo di diglossia
perfetta, che perdura fino ai nostri giorni: allo scritto è riservato il toscano, al parlato il dialetto”.
Le esplorazioni effettuate negli ultimi anni mostrano una sostanziale tenuta del dialetto urbano, pur
segnalando come le nuove generazioni presentino comportamenti linguistici assai articolati. È da
tener presente dunque che anche oggi, in gran parte del Veneto, gli individui hanno “un buon
rapporto con il loro dialetto, dimostrando di parlarlo volentieri e con schiettezza in ogni circostanza
privata e pubblica” come facevano durante la Serenissima senatori e popolani.

1.3. I giovani di Torino: il dialetto come “lingua di socializzazione secondaria”?

A Torino sono state condotte indagini con metodi e strumenti assai diversificati: questa volta
l'angolo di osservazione è offerto dai giovani. Da un punto di vista quantitativo |'inchiesta ha
evidenziato che solo il 18,9% dei ragazzi mostra di avere una competenza attiva del dialetto. Un
consistente numero conosce qualche parola o frase del dialetto, ma non è in grado di parlarlo
correntemente (24,4%), mentre il 51,6% ne ha mera conoscenza passiva e il 5,1% lo disconosce.
Ciò che si evince e che il dialetto resta il codice di comunicazione più impiegato dai nonni mentre, i
genitori presentano un comportamento linguistico diametralmente opposto: nella quasi totalità dei
casi l'unica lingua della socializzazione primaria sembra essere |'italiano. Comunque i nonni oggi
hanno un ruolo molto importante nella diffusione del dialetto: la quasi totalità dei giovani che
dichiarano di conoscere almeno un dialetto risponde, infatti, di averlo appreso a contatto con i
nonni. Un secondo elemento di notevole importanza è la presenza fra i giovani torinesi di un'ampia
maggioranza che evidenzia atteggiamenti positivi nei confronti del dialetto. Emerge quindi un
divario tra la «volontà [..] di una riscoperta dell'uso del dialetto da un lato e la scarsità quantitativa
e qualitativa delle loro produzioni dialettali dall'altro>>. Secondo Massimo Cerruti, per molti giovani
torinesi l'italiano, e non il dialetto, è stato lingua di socializzazione primaria, tuttavia, nelle
interazioni fra pari emerge un uso controllato del dialetto che mette in discussione il supposto
monolinguismo italofono di questo gruppo di parlanti e fa pensare alla possibilità che i dialetti
possano, in alcune aree, divenire una lingua di socializzazione dopo la prima infanzia, per esempio
in fase adolescenziale.

1.3. Il trilinguismo di Timau

Timau si trova nell'estremo Nord del Friuli. Si tratta di un piccolo nucleo che si caratterizza per la
presenza ancora viva di una parlata di origine germanica: il timavese. La popolazione della
comunità trilingue di Timau, insieme a quella di altre due località montane non lontane, costituisce
la minoranza linguistica tedescofona dall'area. Questo piccolo nucleo abitato è stato oggetto (fine
anni '80 di un'indagine linguistica unica. Scopo della ricerca era testare le relazioni esistenti fra i tre
codici parlati nel centro, cioè l'italiano, il friulano e il timavese in rapporto alle caratteristiche
socioculturali dei parlanti e alla tipologia familiare d'appartenenza. Il questionario mirava non
soltanto a focalizzare i domini privilegiati ma anche a testare le competenze attive e passive. Ne è
emerso un quadro in cui il timavese e il friulano dimostrano una buona vitalità, sebbene il primo
risulti prevalentemente diffuso tra gli anziani. Di fatto, ogni parlante, sembra però aver sviluppato
un proprio vocabolario per ciascuna delle lingue che controlla: infatti il 63% della popolazione
possiede adeguate conoscenze nei 3 codici esistenti.

1.5. Fra due lingue di appartenenza e due di arrivo: i tunisini a Mazara

Un altro osservatorio privilegiato e costituito da Mazara del Vallo. La cittadina è scenario di un


fenomeno immigratorio che emerge nel quadro nazionale per antichità, consistenza e omogeneità
dei luoghi di provenienza. Gli immigrati di Mazara provengono quasi tutti dalla Tunisia e hanno
raggiunto presto una consistenza numerica notevole. La principale attrazione del centro è data da
un settore peschereccio organizzato secondo modalità peculiari per cui si sta a mare per lunghi
periodi senza ritornare al porto. Lo spazio fisico e sociale all'interno del quale si muove la
maggioranza di questi immigrati appare così ristretto ai pochi metri quadrati che costituiscono la
superficie di una barca dove vivono l'uno accanto all'altro pescatori stranieri e autoctoni. Il siciliano
predomina come lingua di comunicazione, anche se si tratta di forme di interazione semplici e
stereotipate. D'altra parte il dialetto a Mazara conserva una forte vitalità e viene utilizzato in
un'ampia gamma di domini, anche formali, di sovente in alternativa con l'italiano. Continui passaggi
di codice italiano/dialetto e viceversa caratterizzano gli scambi comunicativi fra gli autoctoni anche
in presenza di stranieri. Il repertorio della comunità tunisina è prevalentemente costituito dell'arabo
e dal dialetto tunisino come idiomi di partenza. Per quanto riguarda la lingua d'arrivo siamo in
presenza di un codice misto siciliano/italiano, all'interno del quale i due idiomi si mescolano
continuamente non sempre con consapevolezza da parte del locutore.
LA COMUNITA' LINGUISTICA: CONFINI NAZIONALI, AMMINISTRATIVI, IDENTITARI

COMUNITA' LINGUISTICA -> i comportamenti e gli atteggiamenti linguistici di un singolo individuo


sono comprensibili solo all'interno del sistema di norme della collettività a cui egli fa riferimento.
L'importanza di proiettare le produzioni linguistiche dei parlanti su un quadro più vasto è una
esigenza che ha forti motivazioni teoriche ed empiriche: se è necessario leggere i nostri e gli altrui
comportamenti linguistici all’interno di quelli di una collettività più o meno ampia, non semplice è il
compito di definirne le proprietà essenziali e i confini. Esiste un dibattito relativo alla definizione di
comunità linguistica.

Servendosi della nozione di comunità, Benvenuto Terracini, parlando di comunità linguistica si


riferisce a un'entità amministrativa, un nucleo abitato di ridotte dimensioni, quello che lui chiama
"centro linguistico minimo". Egli pone l’attenzione sul ruolo che concetti quali quelli di
appartenenza, sentimenti di adesione al gruppo, legami reciproci fra parlanti, possono avere nella
comprensione della vita reale delle lingue. La nozione geografico-amministrativa di Comune gioca
un ruolo centrale nella ricerca linguistica che, negli ultimi decenni dell'800 e nei primi del secolo
successivo, tendeva a far emergere le diversità sussistenti all'interno di uno spazio geografico
vasto. In Francia, cosi come in Germania, si portavano avanti progetti di ricerca con il fine di
costruire degli atlanti linguistici, strumenti di analisi della diversità linguistica costituiti da un insieme
di carte sulle quali è rappresentata la varietà delle forme linguistiche in uno spazio geografico
coincidente o meno con un'entità nazionale. In tutte queste ricerche le unità di base della
comparazione veniva individuata nel singolo centro, il Comune in senso amministrativo, di cui solo
progressivamente si pone in evidenza la non omogeneità interna. Terracini ci indica la direzione
verso cui guardare per scoprire quali forze centripete fanno si che le lingue dei singoli individui, gli
idioletti, non si allontanino all'infinito l'una dall'altra. Si ha la definizione del termine "sentimento
linguistico" ovvero il sentimento di appartenere ad una comunità linguistica distinta da ogni altra,
elemento intorno al quale si muovono i percorsi dei singoli.

Nel 1933 il linguista statunitense Leonard Bloomfield si pone il problema di caratterizzare una
comunità linguistica (definita come "un gruppo di persone che interagisce per mezzo del
linguaggio") sulla base della densità della comunicazione. A tal fine propone la nozione di rete
relazionale. Bloomfield parte dalla constatazione che gli individui sono collegati gli uni agli altri da
rapporti comunicativi. Tracciando un diagramma di tali reti di relazioni potremo individuare la
quantità di legami che sussiste all'interno di un qualsiasi spazio, cioè la densità della
comunicazione. Utilizzando questa linea di riflessione, Lesley Milroy cinquant'anni più tardi, dopo
aver enunciato la formula che permette di calcolare la densità di relazione in rete di persone che
interagiscono per mezzo del linguaggio (densità = numero dei contatti possibili / numero dei
contatti realizzatisi), ritiene che il concetto di comunità possa risolversi in quello di rete ad alta
densità: "reti relativamente dense generalmente si considerano come meccanismi di rinforzo delle
norme, e sono caratteristici di quelle unità sociogeografiche che noi abbiamo definito come
comunità". Il criterio della densità di comunicazione permette di evidenziare la presenza di una
comunità. Per questa via Rosanna Sornicola definisce il "concetto di comunità è risolto in quello di
gruppo che contrae relazioni locali attraverso interazioni faccia a faccia".
John Lyons sostiene che una comunità è composta da tutte le persone che usano la stessa lingua
o lo stesso dialetto. Ma tale criterio non basta per far parte di una medesima collettività.
Una definizione che evita però i problemi a cui abbiamo appena accennato è quella di Kloss, il
quale afferma che "comunità linguistica è l'unione delle persone a cui è comune come lingua
materna un particolare diasistema linguistico nelle sue varianti dialettali, sociodialettali e cosi via".
Per far parte di una comunità linguistica è necessario essere parlante nativo di una lingua -> il
parlante nativo è colui che si identifica in una lingua, e che da questa viene identificato. Il parlante
nativo conosce, della lingua, le convenzioni pragmatiche, prossemiche, i valori aggiunti, i doppi
sensi, sa meglio quando parlare "bene" e quando parlare "male".

In sostanza ciò che importa ai fini della costituzione o del mantenimento di una comunità linguistica
è la condivisione di insieme di usi linguistici estremamente raffinati, tali che non possono essere
appresi se non attraverso un comune modo di vivere. I membri di una comunità linguistica hanno
in comune la prima lingua, una lingua quindi che è stata appresa insieme a un modo di vivere, a
una cultura. La nozione di comunità linguistica si gioca più a livello sociale che strettamente
linguistico o meglio si pone sempre in primo piano il fatto linguistico come fatto socioculturale.
William Labov sostiene che, ai fini della costituzione di una comunità linguistica, non bisogna
prendere in considerazione il livello degli usi effettivi ma la presenza di un comune codice di
valutazione dei comportamenti linguistici. Realtà assai diverse possono essere viste come una
comunità linguistica nel momento in cui sono un sistema di rifermento per il comportamento
linguistico dei singoli individui e, nello stesso tempo, hanno nella lingua uno dei fattori essenziali di
coesione sociale. Un aspetto che deve essere attentamente valutato è proprio che le lingue
sembrano essere uno dei luoghi fondamentali attorno a cui si formano sentimenti comunitari da
parte degli individui. Riconoscersi come linguisticamente uguali, come mezzo per creare e
consolidate comunità ai livelli più diversi. Ogni individuo fa parte di più comunità linguistiche.
Questi sistemi di riferimento multipli costruiscono l'impalcatura sociale e linguistica all'interno della
quale si muove ogni soggetto.

IL REPERTORIO FRA FATTORI SOCIALI E FATTORI INDIVIDUALI

Le comunità linguistiche sono caratterizzate da repertori plurilingui; tuttavia diverso appare in


ognuna di esse il numero dei codici compresenti, la percentuale di popolazione che mostra una
competenza attiva (o passiva) di più lingue, le situazioni sociocomunicative in cui i diversi codici
vengono abitualmente usati, il loro prestigio sociale. All'interno di ognuna di tali comunità i diversi
gruppi sociali si definiscono anche in relazione ai differenti rapporti con il repertorio locale e con le
ricerche semiotiche a disposizione della collettività. Se dai diversi aggregati sociali fin qui presi in
considerazione ci spostiamo ad analizzare il comportamento del singolo individuo dobbiamo subito
rilevare come esso non rifletta semplicemente le regolarità e la struttura del repertorio. Il linguaggio
viene associato a determinati gruppi di parlanti e di contesti situazionali, rivestendo così profondi
significati sociali. Il parlante può utilizzare il linguaggio per comunicare informazioni sulla proprio
identità o sulla relazione tra se stesso e gli altri. Osservando il parlante nelle sue concrete
interazione quotidiane vediamo infatti come egli costantemente si muova tenendo presente da una
parte le norme sociolinguistiche (esplicite ed implicite) delle comunità in cui si trova, e che
definiscono l'associazione abituale fra le lingue e i contesti situazionali, dall'altra i significati sociali
che intende comunicare.

Capitolo VI: Gli italiani, i dialetti. Le classificazioni dei linguisti e quelle dei parlanti.

IL REPERTORIO COME INSIEME DI VARIETA'

REPERTORIO -> l'insieme delle lingue, o delle varietà di una stessa lingua, e delle loro norme di
uso, impiegate in una comunità.
Quando parliamo di italiano e dialetto, facciamo volutamente astrazione delle diversità fra i modi di
parlare ( e di scrivere) dei differenti parlanti nelle varie situazioni comunicative. Per riferirci a questi
differenti modi di parlare ( e di scrivere) utilizzeremo d'ora in avanti il termine di varietà. Con tale
nozione si intende un'entità linguistica definita da un insieme di tratti (testuali, sintattici, lessicali,
fonetici) che concorrono sistematicamente con caratteristiche legate al parlante o alla situazione
comunicativa. Ognuna di queste varietà è quindi strettamente correlata a parametri extralinguistici,
in gran parte riconducibili dagli stessi parlanti.
SITUAZIONE COMUNICATIVA -> intendiamo riferirci alla presenza contemporanea di due (o più)
interlocutori che sono in una determinata relazione fra di loro e che parlano di un determinato
argomento in un determinato ambiente. E' la situazione a richiedere una modifica della varietà
linguistica scelta. I parlanti generalmente sanno quando la situazione pretende tale modifica.

DIMENSIONI DELLA VARIAZIONE E SPAZIO LINGUISTICO DI OGNI PARLANTE

Ogni varietà si caratterizza per il suo rapporto con determinati parametri extralinguistici: gli assi
della variazione. La distinzione fra parlare e scrivere occupa un posto centrale in quella che viene
chiamata architettura variazionale della lingua. Una serie di caratteristiche generali legate anche
alla modalità fisica di trasmissione del messaggio fanno si che in tutte le lingue storico-naturali vi
siano profonde differenze fra parlare e scrivere. Essi sono entrambi manifestazioni della stessa
faculté du langage, ma diversi sono i sensi coinvolti nella ricezione e produzione, prima di tutto;
ancora, si può citare la diversa durata della memoria dovuta alla diversa persistenza degli stimoli.
Bisogna tener però presente che, oltre alla differenza del mezzo fisico con cui il messaggio è
prodotto e recepito, occorre considerare il modo in cui esso è concepito: un messaggio sarà di
concezione scritta quanto più risulterà vincolato dai parametri che stabiliscono una distanza
comunicativa fra emittente e destinatario, mentre sarà di concezione parlata quanto più la sua
realizzazione dipenderà dai fattori che determinano una vicinanza comunicativa fra gli attori della
comunicazione.

Si parlerà di variazione diamesica (relativa al mezzo fisico con cui viene trasmesso il messaggio),
variazione diafasica (relativa alla situazione comunicativa) e variazione diatopica (in riferimento
alle caratteristiche linguistiche relative all'area di provenienza del parlante. Nel nostro caso avremo
varietà di lingua genericamente chiamati dialetti e varietà di lingua definite italiani regionali) e di
variazione diastratica (in rapporto alle caratteristiche sociali del parlante).

Le considerazioni appena fatte e la definizione dei parametri della definizione guardano a un


repertorio linguistico visto in un dato momento storico (cioè in sincronia). A tali parametri va
dunque aggiunto il tempo. Tutte le lingue variano, in modalità più o meno rapide, con il trascorrere
del tempo. L'osservazione di questa forma di cambiamento (variazione diacronica) richiede la
comparazione di dati ricavati da fasi temporali differenti. Molto spesso i sociolinguisti, non avendo
dati di questo tipo ricorrono a un artificio: intervistare in uno stesso momento più fasce
generazionali di individui. Le differenze fra il modo di parlare delle generazioni sono interpretate
come una sorta di diacronia virtuale, che può dare indicazioni sul cambiamento linguistico nel
tempo. Questa modalità di utilizzo di dati sincronici in funzione diacronica viene definita come il
"tempo apparente della variazione generazionale". Noi acquisiamo una parte rilevante delle nostre
caratteristiche linguistiche in una prima fase della nostra esistenza. L'ipotesi di fondo è che alcuni
cambiamenti linguistici possano essere seguiti molto da vicino utilizzando il tempo apparente della
variazione generazionale, cioè parlanti di età diversa. Bisogna ricordare che nelle produzioni
concrete dei singoli parlanti non si realizzerà mai interamente nessuna delle varietà sopraindicate ,
ma avremo realtà sfumate ed eterogenee.

E' importante riflettere sul rapporto tra varietà della lingua e funzioni sociocomunicative a cui esse
sono legate. Nella pratica sociale accade una infinità di volte che, non per scelta consapevole, ma
per mancato possesso degli strumenti linguistici, i parlanti non rispettino il rapporto fra varietà della
lingua e contesti situazionali o relazioni sociali. Ogni parlante si muove infatti diversamente
all'interno dell'architettura variazionale della lingua. Possiamo infatti a questo punto distinguere i
cittadini italiani non solo in base al numero di lingue che parlano e comprendono, ma anche in
rapporto alle varietà di una stessa lingua che sono in grado di utilizzare, e al peso socio-culturale,
cioè al prestigio, che ciascuna di esse ha. Possedere una gamma ridotta di varietà funzionali
contestuali della lingua può costituire oggi una grave forma di svantaggio socioculturale simile a
quello rappresentato in passato dalla totale dialettofonia.

VARIETA' DELL'ITALIANO E LORO RUOLO SOCIOLINGUISTICO

Si rivelano del tutto insufficienti i modelli che prevedono un'unica norma in rapporto alla quale si
dislocano gerarchicamente le diverse classi sociali. Molti dati convergenti ci mostrano infatti che la
società italiana non è composta da individui proiettati verso una norma unica bensì da soggetti che
si orientano all'interno di norme di riferimento molteplici, attorno alle quali vengono anche costruiti
complessi sistemi di autoidentificazione sociale. La stigmatizzazione (o all'opposto la
considerazione come varietà prestigiosa) non deriva certamente dalle caratteristiche linguistiche in
quanto tali, ma dalle funzioni sociali a cui una varietà assolve e dalle caratteristiche attribuite ai
parlanti.
INVESTIMENTO IDENTITARIO -> il fatto che una determinata varietà venga sentita come
elemento della propria identità di individuo o di gruppo, come fattore attivo di riconoscimento.

La nozione di italiano standard

Prendendo in esame le categorie di italiano popolare e di italiano regionale ci riferiremo a gruppi


specifici di locutori e alle loro caratteristiche socioculturali o areali. Ciò che faremo non è
descrivere i tratti linguistici (fonetici, morfologici, sintattici) di tali varietà di lingua, bensì focalizzare
l'attenzione sul ruolo che essi giocano nel repertorio italiano nel suo complesso. I due diversi punti
di vista (descrittivo vs. linguistico) devono essere a maggior ragione tenuti distinti quando si prende
in esame la nozione di standard e di lingua standard.
La nozione di standard viene utilizzata in primo luogo per indicare una varietà di lingua non
marcata su nessuno degli assi della variazione.

Tullio Telmon scrive che l'Italia era priva di una varietà standard, in quanto tutte le varietà di lingua
effettivamente utilizzate nella pratica comunicativa sono connotate socialmente o diafasicamente o
diatopicamente. Nel parlato, l'origine regionale dei parlanti traspare quasi sempre. Fanno
eccezione solo alcune categorie di professionisti della parola "in particolare attori e speakers,
specie quando recitano o leggono testi scritti" Tale italiano standard si sente dunque "a teatro, nel
doppiaggio di telefilm, soap-operas e telenovelas, nei notiziari nazionali, nella pubblicità.
La nozione di standard è indissociabile da quella di norma. Nella concreta dinamica dell'Italia
linguistica di oggi (e di ieri) vi è un punto di riferimento normativo, codificato dai vocabolari, dalle
grammatiche e dall'intera tradizione scolastica e che, in quanto tale, viene accettato come corretto.
Il riferimento esplicito alle grammatiche e ai vocabolari non è casuale; ad essi è destinato il
compito di codificare un determinato idioma (cioè di stabilire quali siano le forme corrette). La
nozione di lingua standard è quindi da intendersi come un'entità linguistica astratta, presente
obbligatoriamente nelle grammatiche e nei vocabolari, e diffusa da differenti istituzioni sociali ma
che può anche essere utilizzata da una minoranza estrema di individui in pochi contesti sociali.
Secondo la prospettiva qui adottata la nozione di standard deve essere tenuta ben distinta da
quella di italiano delle classi colte in quanto una loro sovrapposizione lascerebbe intendere che le
pratiche linguistiche di queste classi sociali siano non solo assolutamente omogenee ma anche
corrispondenti al punto d i riferimento normativo. Lo stesso riferimento normativo subisce oggi dei
processi di riassestamento: fenomeni che fino a pochi anni fa erano considerati devianti vengono
progressivamente accettati anche a livello delle grammatiche scolastiche, sostituendo forme
obsolete e giungendo ad una varietà che i linguisti chiamano “neostandard”. Tratti linguistici che la
caratterizzano sono le frasi segmentate (dislocazioni a destra, a sinistra, frasi scisse), l’uso
dell’imperfetto di cortesia, imperfetto per indicare il futuro nel passato, uso della particella “ci” con
valore attualizzante con i verbi essere, avere, vedere; perdita di codesto, preferenza per “come
mai” e per “com’è che” invece di “perché”.

L'italiano popolare (o dei semicolti)

Tullio De Mauro definiva la nozione di italiano popolare "modo d'esprimersi di un incolto che, sotto
la spinta di comunicare e senza addestramento, maneggia quella che, ottimisticamente, si chiama
la lingua nazionale". Manlio Cortelazzo, invece, “il tipo di italiano imperfettamente acquisito da chi
ha per madre lingua il dialetto". Sulla base delle nozioni di linguistica acquisizionale è possibile
considerare questa varietà alla stregua di una varietà di apprendimento (o interlingua) dove la L1 è
costituita dal dialetto e la L2 (o lingua di arrivo) è costituita dall'italiano. Uno degli elementi più
significativi di questa varietà è la sua marcata fossilizzazione, cioè il fatto che non è più in
evoluzione nel parlante. tale mancanza di movimento è riscontrabile non solo in diacronia ma
anche in sincronia. La caratteristica essenziale di questa varietà di italiano è quella di essere
l'unico strumento linguistico a disposizione del parlante nei contesti che richiedono l'uso di un
registro alto. Coloro che ne usufruiscono, oltre ad utilizzare quasi sempre come lingua della
comunicazione ordinaria il dialetto non hanno altra varietà diafasica medio-alta se non l'italiano
popolare. Appare chiara la forte stigmatizzazione di cui è oggetto questa varietà di italiano. In tale
categoria non vanno posti i testi dei bambini delle scuole elementari, in quanto sono varietà di
apprendimento prive di fossilizzazione, stadio superato presto; inoltre non suscitano alcuna forma
di stigmatizzazione. Alcuni tratti che caratterizzano l’italiano popolare sono la difficoltà a
individuare i confini tra parole, uso improprio della punteggiatura, interferenze della pronuncia sulla
grafia, ipercorrettismi, malapropismi (parole la cui forma è storpiata per l’influenza di altre più note),
forme verbali analogiche, generalizzazioni di desinenze nominali.

L'italiano regionale fra interferenza e norma endogena

Tullio Telmon ci suggerisce che "ogni italiano è capace di riconoscere la provenienza regionale del
proprio interlocutore. Talvolta è la scelta delle parole a svelare la provenienza della persona;
talvolta è la sintassi; ma il più delle volte è l'uso di certe caratteristiche fonetiche o è l'intonazione."
Appare del tutto ovvio collegare questo significativo tratto di arealità con la forte e articolata
presenza di idiomi locali che costituisce il tratto caratteristico dell'intera storia linguistica italiana.
Da questo punto di vista l'italiano regionale non può che essere visto in stretta linea di continuità
con quella realtà dialettale. Esaminando caratteristiche linguistiche, etc., individuiamo
immediatamente una corrispondenza più o meno stretta con precisi tratti del dialetto.
ITALIANO REGIONALE -> una interlingua, una varietà di apprendimento di parlanti che hanno per
madrelinua il dialetto e che trasferiscono nell'italiano tratti lessicali, sintattici, morfologici e fonetici
della loro lingua materna.

Da questo punto di vista il confine tra italiano popolare e italiano regionale appare assai sfumato: si
tratta in entrambi i casi di varietà di contatto generate dal processo di acquisizione dell'italiano che
ha coinvolto una vasta fetta degli italiani provenienti da una realtà sociale, familiare, geografica
prevalentemente dialettofona. Non tutti i fenomeni legati all'arealità di cui la grande maggioranza
degli italiani sono portatori vanno collocati sotto la categoria dei fenomeni di interferenza fra prima
lingua e lingua seconda. Infatti in un gran numero di casi l'italiano connotato in senso regionale
costituisce la lingua materna di parlanti per lo più giovani che possono acquisire il dialetto in una
seconda fase della vita (o non acquisirlo mai). Un secondo dato da tenere presente: arealità non
coincide sempre con dialettalità.

Qualsiasi sia la loro lingua materna, riconosceremo un individuo proveniente da una determinata
regione da precise caratteristiche lessicali, fonetiche, intonative, morfologico-sintattiche. La
regionalità ha una forza maggiore o minore in diverse aree della penisola. Alcuni tratti areali sono
condivisi pienamente anche dalle classi alte di determinate regioni: siamo quindi in presenza di
quelle che possiamo definire norme endogene concorrenti alla norma dell'italiano standard.
Da un punto di vista sociolinguistico la categoria di "italiano regionale", quindi di varietà attraverso
cui riconoscere la provenienza areale del parlante, è dunque profondamente articolata al proprio
interno. Fortemente stigmatizzati in alcuni casi, per nulla stigmatizzati in altri. La regionalità può
essere un tratto addirittura esibito e accennato a fini identitari. Ogni varietà regionale ha proprie
caratteristiche fonetiche, intonative, lessicali, e le principali sono quella settentrionale, centrale,
romana, meridionale, meridionale estremo e sarda.

LE VARIETA' DEL DIALETTO

L’altra metà del repertorio dell’Italia contemporanea è costituito dal dialetto e dalle sue varietà.
Anche in questo caso ci troviamo in presenza di una realtà assai dinamica che difficilmente si può
ricondurre ad un unico modello. Ponendosi dal punto di vista del parlante il parametro della
variazione che viene più spesso riconosciuto è quello spaziale. Tutti i paesi hanno un proprio
dialetto e i parlanti distinguono tra dialetto arcaico e moderno.. I due criteri, spaziale e temporale,
spesso si sovrappongono: il dialetto arcaico è più parlato in campagna, quello moderno in città.
Nella rappresentazione dell’architettura variazionale del dialetto effettuata dai linguisti, il parametro
utilizzato è quello spaziale. Lo schema più largamente utilizzato è quello che vede una
tripartizione:

 koinè dialettale

 dialetto urbano

 dialetto locale (rustico)

KOINE’ -> varietà dialettale condivisa da un territorio abbastanza ampio, quale può essere una
provincia e in certi casi una regione.

Il dialetto locale è quello meglio conservato, meno soggetto ai cambiamenti, è quello che accoglie
più lentamente le innovazioni linguistiche. Nella comunità urbana invece vi sono stratificazioni
sociali complesse, variazioni tra un quartiere e un altro, unità culturale più debole e dunque
l’italianizzazione è più marcata.

I processi di italianizzazione hanno investito in primo luogo e con più forza le città. E’ qui che
l’italiano ha penetrato il territorio dei rapporti familiari e nei contesti più informali causando processi
di innovazione nei dialetti locali. In alcune aree i linguisti segnalano il processo di formazione di
una koinè dialettale, cioè di una varietà tendenzialmente unitaria che ha come base il dialetto del
centro urbano egemonico.
Capitolo VII: Lingue e identità sociali

IDENTIFICARE E IDENTIFICARSI

COMUNITA' -> unità sociale a cui deve essere ricondotto l'intero comporsi e ricomporsi del
linguaggio e dove si costruisce anche il significato sociale della variazione. All'interno dei gruppi
dove si organizza la vita degli individui la variazione linguistica assume la forma di contrassegno di
riconoscimento. Tale contrassegno viene utilizzato, consapevolmente o meno, per identificare i
nostri interlocutori e posizionarli in una determinata categoria sociale. Allo stesso tempo, esse
costituiscono lo spazio linguistico all'interno del quale il parlante si muove, colloca se stesso, il suo
messaggio e la sua relazione con gli altri. I due poli da guardare sono da un lato l'atto enunciativo
e gli atteggiamenti linguistici del singolo, dall'altra la comunità nella sua interezza e il suo sistema
di regole e norme linguistiche e sociali insieme.
LINGUAGGIO -> usato dagli uomini sia per trasmettere informazioni, sia per produrre informazioni
su se stessi, sui propri gruppi di riferimento, sulle proprie relazioni sociali, e su come si considera
l'evento linguistico nel quale si è impegnati.
I processi di interazione verbale attraverso il linguaggio si fondano costantemente su un
complesso gioco interpretativo di proiezioni verbali e di negoziazioni in cui elemento centrale è
l'identità dei partecipanti.

L’IDENTITÀ, LE IDENTITÀ

La nozione di identità è usata sia a livello operativo (per esprimere delle rivendicazioni da parte di
categorie o gruppi, nozione pericolosa perché talvolta, in nome dell’identità si è giunti a
promuovere la pulizia etnica), sia per analizzare realtà individuali o collettive. Sotto la prospettiva
linguistica tale nozione si declina la plurale: non l’identità dell’individuo, ma le identità. Gli individui
appartengono di solito a più comunità, all’interno delle quali posizionano se stessi e gli altri
secondo un processo di inclusione ed esclusione. La ricchezza del repertorio linguistico italiano
mette a disposizione una gran quantità di strumenti simbolici, con cui si confrontano non solo i
cittadini autoctoni, ma anche uomini e donne di altre realtà: ciò rende evidente l’assurdità di una
realtà chiusa dell’identità. Troviamo spesso la compresenza nello stesso individuo di lingue
etniche, veicolari, lingue ufficiali, e il confronto con il repertorio della società di arrivo si pone sulla
base di un modello di plurilinguismo additivo (necessità di partecipare a nuovi circuiti della
comunicazione, apprendendo nuovi idiomi).

COMPORTAMENTI VERBALI E ATTI DI IDENTITA'

I parlanti utilizzano la lingua come sistema di norme di riconoscimento e quindi come veicolo e
strumento di identificazione degli altri ma, nello stesso tempo, compiono, attraverso la lingua, degli
atti di identità (ogni parlante crea dei sistemi del suo comportamento verbale in modo tale che essi
somiglino a quelli del gruppo o dei gruppi con i quali di volta in volta potrà essere identificato). E'
proprio questo continuo processo di riconoscere e riconoscersi che fonda l'esistenza stessa di una
comunità linguistica. Sulla base di una prolungata interazione, il parlante sviluppa sistemi di
classificazione degli altri parlanti a seconda di determinate differenze linguistiche. Solo dopo che
tale processo è avvenuto, si adatta il proprio comportamento verbale a quello del gruppo di
riferimento. La sociolinguistica ha sviluppato strumenti di analisi volti da un lato ad analizzare gli
atteggiamenti degli ascoltatori (i loro diversi sistemi di classificazione), dall'altra le forme
linguistiche di cui ci si serve per veicolare la propria identità sociale.
VARIETA' DI LINGUE E ATTEGGIAMENTI DEGLI ASCOLTATORI

Un primo gruppo di ricerche utilizza diverse versioni della tecnica delle voci nascoste o
"travestimenti di voci a confronto" che prevede che lo stesso parlante venga registrato mentre
parla in due diverse lingue o varietà della stessa lingua. Tali registrazioni vengono fatte ascoltare
ad individui che, ritenendole voci di persone diverse, devono valutare le differenti "voci", chiedendo
se secondo il loro giudizio la persona che parla sia simpatica, affidabile, che grado di istruzione
abbia ecc. Quando lo stesso individuo dà giudizi differenti sulla stessa voce, il ricercatore
attribuisce tale difformità alla presenza (o all'assenza) di una particolare variabile linguistica in una
delle diverse produzioni verbali. Tali ricerche sono state fatte anche in Italia, e i risultati più
significativi riguardano i dialetti: quello più stigmatizzato è il siciliano, proprio dai siciliani stessi: tale
risultato è conforme all’ipotesi della psicologia sociale per cui il gruppo di minoranza modella il
proprio atteggiamento su quello della maggioranza screditando le proprie competenze.

Punti deboli di questa metodologia di ricerca sono:


si basa sulla creazione di una situazione da laboratorio (artificiale);
difficoltà nell'isolare le variabili sociolinguistiche portatrici di significato sociale.

POTERE, SOLIDARIETA' E SCELTE LINGUISTICHE

I criteri che utilizziamo per giudicare un idioma, o una varietà dello stesso idioma, sono legati sia
alla dimensione del potere (es. status sociale), sia a quella della solidarietà (cioè della vicinanza,
lontananza, della lealtà ad un gruppo o comunità). Il prevalere dell'uno o dell'altro dipende dalla
situazione in cui il linguaggio viene usato: durante un colloquio di lavoro parametro rilevante sarà il
potere, quindi la valutazione del parlante avverrà sulla base dell’idioma di maggior prestigio sociale
o della varietà di lingua non stigmatizzata. Il dominio è punto di ancoraggio che serve a
comprendere il sistema di valori che presiede alla scelta dei codici; è una nozione astratta, legata
in primo luogo a quello che i parlanti pensano sia giusto fare, al sistema delle aspettative sociali.

CONVERSARE IN PIU' LINGUE

COMMUTAZIONE DI CODICE  i linguisti chiamano così chi passa dall'italiano al dialetto


all'interno dello stesso contesto comunicativo.

In una situazione di bilinguismo con dilalia i parlanti usano l'uno o l'altro idioma, dentro il medesimo
evento linguistico, per esprimere aspetti di un'identità sociale fluida e per soddisfare una pluralità di
funzioni comunicative contestuali. Un parlante bilingue ha a disposizione tre modi di
comunicazione, ossia parlare una lingua, parlare l'altra lingua, o usare, mescolandole in forma
diversa, sia l'una che l'altra.

Il fenomeno della CS (code switching) è aumentato esponenzialmente nell'Italia degli ultimi


decenni per quantità e varietà di forme assunte: dal passaggio funzionale di lingua in
corrispondenza di un'intera frase (commutazione di codice o code switching), al mescolamento di
più idiomi all'interno della stessa frase (enunciato mistilingue o code mixing), all'inserzione di
elementi isolati all'interno della frase, come allocutivi, interiezioni, riempitivi (commutazione
exstrafrasale o tag switching).

La scelta di passare da un codice all'altro è condizionata da una pluralità di fattori di ordine


grammaticale e sociale, che concorrono a definire le modalità dello scambio, le sue motivazioni
pragmatiche e le dinamiche identitarie dei soggetti coinvolti. Fra i fattori sociali sono da
considerare la competenza bilingue, il contesto conversazionale, la rete sociale, il prestigio e lo
status delle lingue di repertorio. Secondo un approccio di analisi pragmatica, il parlare in più lingue
nella stessa interazione verbale è da considerarsi una strategia conversazionale al pari di altre. In
pochi casi sporadici il CS è motivato dal riempimento di lacune di competenza, mentre è
prevalente la scelta di usarlo come segnale di contestualizzazione e marcare ruoli identitari come l
funzioni più diverse (ripetizione, commento, cambio di argomento). L’italiano è un esempio
interessante di switching dialetto/italiano e viceversa, favorito dalla vicinanza strutturale delle due
lingue e il diverso ruolo comunicativo svolto dal dialetto. Sulla base della teoria
dell'accomodamento vi è una scelta di convergenza e divergenza tra i parlanti che, desiderando la
reciproca approvazione, adattano il proprio linguaggio all'altro per diminuirne o aumentarne,
all'inverso, la distanza sociale. Conversare in più lingue dentro il medesimo evento comunicativo
determina dei pastiches compositi, consapevolmente utilizzati, con le connotazioni funzionali e
identitarie più varie. Nelle dinamiche sociolinguistiche che riguardano i giovani si è notato che l’uso
del dialetto si è imposto come risorsa espressiva al pari di altre lingue di nuova diffusione,
soprattutto nella conversazione confidenziale e nelle nuove forme di parlato scritto.

SCONFINAMENTI

Lo sconfinamento linguistico (language crossing) è una nuova categoria di analisi, che si occupa
dell’uso deliberato di codici che appartengono ad altri gruppi, dunque i codici implicati nel crossing
non fanno parte del repertorio del parlante. Ad un qualche livello, lo sconfinamento implica una
sorta di movimento attraverso confini sociali e etnici, ma l’aspetto essenziale è far si che gli altri
non pensino che vogliamo davvero, o crediamo seriamente nell’identità cui si sta dando corpo. In
sintesi, per language crossing si intende l’uso esplicito di codici e varietà linguistiche non
appartenenti al proprio repertorio allo scopo di ridefinire localmente l’identità.

NARRAZIONE E IDENTITÀ

Un filone di ricerche di grande interesse, strettamente legato alla concezione dell’identità come
processo che emerge nell'interazione sociale, è l'analisi della narrazione, o meglio ancora del
narrare, all'interno di una interazione sociale. In una prima fase gli studi sul narrare (storytelling)
hanno riguardato principalmente narrazioni elicitate tramite intervista in tale fase, obiettivo di
Willian Labov era dimostrare che i bambini afroamericani non mostravano alcun tipo di dislivello
rispetto ai loro coetanei bianchi nella abilità di produzione orale. Negli ultimi anni l'attenzione si e
spostata al ruolo che il narrare storie ricopre all'interno di eventi sociali più diversi: pranzi di
famiglia, interviste legali, colloqui terapeutici.

Questo spostamento di attenzione è legato a un nuovo modo di vedere la narrazione che


accomuna tutte le scienze sociali. Secondo questa prospettiva, il racconto costituisce una vera

e propria pratica sociale di contestualizzazione attraverso la quale i parlanti rendono visibili le loro
molteplici appartenenze e, al tempo stesso, comunicano implicitamente informazioni sul loro modo
di percepire lo spazio che li circonda. Il ricorrere alla narrazione di un' esperienza di vita è un modo
per provare a sostanziare con dati reali quelli che non sono altro che pregiudizi e stereotipi.
Raccontare una storia riguardante la propria esperienza personale è semplicemente un altro
esempio di un processo che pervade le nostre maniere di parlare, agire, stare al mondo.