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Fu vera gloria?

Ai posteri
l’ardua sentenza […].

Alessandro Manzoni, “Il Cinque Maggio”


Danilo
PARRICIDIO DANTESCO Caruso

IN OCCASIONE
DEL VII CENTENARIO
DELLA SCOMPARSA
DI DANTE ALIGHIERI

a “Divina Commedia” è il celebratissimo poema di Dante Alighieri

L (1265-1321) da svariati secoli. La critica ne ha fatto un monumentum aere


perennius. Per anni simile atteggiamento mi ha guidato nella mia per-
sonale considerazione. Tuttavia nelle mie riflessioni in materia sono giunto a
un punto in cui ho guardato le tre cantiche senza la mortadella critica appresa
comunemente, e le cose mi sono apparse parecchio in dissonanza con il tono
celebrativo.
Dante mi si è rivelato prigioniero di vari limiti e difetti. Prigioniero del-
la sua epoca medievale, di un’integralistica dottrina cattolica, di sentimenti
poco nobili (antipatia, rancore, odio). Simili aspetti negativi balzano subito in
maniera impetuosa a partire dall’“Inferno”. Non sono stato precipitoso
nell’assumere un pensiero critico severo, ho provato a vedere se nel Dante del-
la “Commedia” al di sotto dello spirito del tempo (il quale lo circoscriveva con
forza) ci fosse uno spirito del profondo che potesse veicolare messaggi di uni-
versale valore positivo.
Però ciò è naufragato di fronte all’innegabile evidenza: quel percorso
immaginifico letterario dantesco non rappresenta un iter junghiano di indivi-
duazione. Sono stato propenso a leggere Dante con i parametri adottati da
Jung per il suo “Liber novus”, ma lo scrittore fiorentino non mi ha disvelato la
profondità ricercata. Sono stato alquanto suggestionato ad esempio dall’idea
di accostare i danteschi Paolo e Francesca a Salomè ed Elia junghiani nella ri-
cerca di formali spunti di tangenza e di metri interpretativi, però l’autore della
“Divina Commedia” alla fine del mio tentativo di salvataggio ha dimostrato
che il di lui pensiero coincide con le parole scritte, che queste sono soltanto fi-
glie della forma mentis medievale erudita cattolica. Non c’è figurativo cam-
mino alchemico (dalla nigredo alla rubedo), c’è invece una simbologia espres-
siva di isolati stati d’animo (ad esempio la selva oscura non è collegabile al
concetto di nigredo).
Avevo pensato pure di equiparare i personaggi di Virgilio e Beatrice al-
le funzioni razionali individuali secondo il pensiero di Jung (la ragione e il
sentimento), tuttavia la mia prova non ha recuperato margini adeguati. Ero
propenso a vedere nello schema infernale dantesco il riflesso delle junghiane
facoltà personali irrazionali (percezione e intuizione). Notavo le anime dei de-
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funti intuitive del futuro, e i lussuriosi mi apparivano dei percettivi-


sentimentali e i golosi molto percettivi. Però tutte le suggestioni evocate non
sono state confermate dalla presenza di un reale quadro dantesco di profondi-
tà universale. Dante rimane quello indicato dal suo contesto storico-culturale,
e questo non ammette un antitetico e contraddittorio profondo contenuto).
Ho cercato di immaginare i personaggi della “Commedia”, laddove il
caso desse spiraglio, quale archetipi junghiani, ma neanche qui si è dato spa-
zio a un’operazione critica ad hoc.
Loro rappresentano vittime o premiati unicamente nel riduttivo mondo
dantesco, e solo se decontestualizzati (ad arte) possono diventarlo (come
Francesca da Rimini o Ulisse). La biografia dell’autore fiorentino ci mostra un
uomo che non disdegna l’uso delle armi: fu infatti in gioventù un milite guel-
fo. Il primo appunto che rivolgo a Dante e ai suoi critici adoratori è questo: co-
stui non è un pacifista, è pronto ad ammazzare o a far uccidere gli altri in
guerra a causa dei propri ideali politico-religiosi. Nell’“Inferno” il sommo (?)
poeta esprime un forte odio contro Genova, Pisa e Pistoia, disprezzo verso i
Lucchesi (tramite un diavolo), i Senesi e i Francesi: dov’è finito l’amore nei
confronti del prossimo?
Dante a Firenze è anticapitalista, si mostra ostile nei riguardi della bor-
ghesia più intraprendente (quella che porterà alla signoria medicea e che si
troverà davanti l’integralista fra Girolamo Savonarola, a suo modo una sorta
di epigono di Dante nell’attaccare i costumi). Il nostro scrittore florentini na-
tione non moribus proveniva da famiglia legata alla rendita agraria, perciò
possiede una mentalità reazionaria (ciceroniana direi).
È protagonista dello scontro politico nella propria città e finisce per re-
starne vittima. Chi ha stabilito che i guelfi (bianchi) fossero i buoni e tutti gli
altri i cattivi? Certa critica che ha beatificato Dante, il quale il primo a mettere
all’inferno i suoi avversari (a cominciare da Farinata degli Uberti, il ghibellino
salvatore di Firenze dall’intenzione catoniana di farla scomparire).
Pensiamo che il sommo poeta attraversa tutto il mondo infero andando
alla fine a infierire contro l’anima dannata di Bocca degli Abati, ritenuto tradi-
tore dei guelfi alla battaglia di Montaperti. Dante arriva in prossimità di Luci-
fero ed è ancora carico di astio: a che pro tutto quel cammino? Non si accorge
innanzitutto di colpire col piede la testa di quel dannato emergente dal Cocito
(denotando mancanza d’attenzione), poi comincia a tirargli e strappargli i ca-
pelli perché quello non vuol dirgli l’identità. Questo non costituisce un ideale
coronamento dell’iter nella prima cantica, la quale si rivela nelle sue parti una
celebrazione di un sadico odio. Gli inquisitori tiravano e strappavano i capelli
alle streghe durante le torture. Dante avalla in quel momento modi aggressivi
a scapito di chi non è ben allineato alla propria parte, senza che né Virgilio né
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Dio lo riprendano. Mi chiedo perché non gli sia finita come Vanni Fucci canti
prima punito a causa di un innocuo gesto di antipatia verso Dio fatto con la
mano (il gesto delle fiche). La condotta di Dante a scapito di Bocca degli Abati
rimane ingiustificabile e inqualificabile.
Ma in fin dei conti l’“Inferno” dantesco si rivela un testo protosadiano.
Il meccanismo del contrappasso qui applicato appartiene a un’idea di giustizia
arcaica: occhio per occhio, dente per dente. Un secondo pesante appunto che
muovo deriva dal non valutare con lucidità tale impianto. Esso traduce, in
maniera distopica, il sistema teologico cattolico medievale. Esiste una divinità
suprema che punisce all’inferno attraverso la sofferenza: Dante ha ornatus
verbis simile formale caposaldo (ribadito e chiarito dalla Chiesa attraverso la
bolla papale “Laetentur coeli” del 1439 in occasione del Concilio ecumenico di
Firenze: punizione di dannati mediante diverse modalità). Il Dio dantesco
rappresenta un soggetto sadico, giacché si compiace della sua giustizia e di
quelle forme di pena descritte dall’autore fiorentino.
Un tale parametro generale si mostra inaccettabile dalla moderna giuri-
sprudenza postilluministica: non si può torturare il condannato in quanto sif-
fatta prassi denota più che altro un atteggiamento patologico. Dante non canta
l’amore universale, celebra una visione di sadismo religioso (proseguita nella
realtà con le varie persecuzioni e torture a danno di streghe, omosessuali, E-
brei, dissidenti, non cattolici).
La critica letteraria celebrativa dantesca accantona perlopiù i lati oscuri
della “Divina Commedia” assieme alle loro negative influenze sul comporta-
mento. Esaltare questo Dante equivale a esaltare le cose che sostiene. E lui af-
ferma che extra Ecclesiam nulla salus, e che chi devia può, e se non si correg-
ge, deve finire male (per mano di Dio o degli uomini). Il poema dantesco costi-
tuisce un’apologia del totalitarismo religioso. Dante si rivela ad esempio omo-
fobo, gli omosessuali vanno all’inferno. Egli non possiede elementi di moder-
nità. In confronto a lui e al suo Medioevo cristiano migliore la più antica civil-
tà pagana greco-romana con tutti i limiti di turno però meno nefasti.
C’era una misoginia meno perniciosa; non si torturavano uomini e
donne sulla base di nevrotici motivi religiosi; la religione sospendeva le guerre
non le promuoveva. Il sommo poeta ha preso la mitologia pagana allo scopo
di usarne personaggi in vista di un obiettivo di degradazione: questi hanno
avuto compiti di presenza e/o gestione infernali. Ciò indica uno spirito che
nutre disprezzo nei confronti dei non cattolici. Si pensi in particolar modo a
Maometto collocato tra i dannati. Dante ha coltivato una nevrotica presunzio-
ne di possedere la verità assoluta, nevrosi la quale nella Cristianità medievale
tutto sommato non era obbligatoria. L’amico di gioventù Guido Cavalcanti
(1258-1300), appartenente a una ricca famiglia guelfa a vocazione imprendito-
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riale, era di mentalità filosofica agnostica più filorazionalistica. I due compa-


gni nella poetica dello Stil Novo si allontanarono poi a causa di un variato in-
dirizzo dantesco che propendette alla volta di un involutivo interesse verso la
dimensione dogmatica teologica (simpatie francescana e domenicana). Guido
Cavalcanti, sposato con Beatrice/Bice degli Uberti (figlia del ghibellino Farina-
ta: fu un matrimonio politico), fu espulso da Firenze in seguito a un violento
episodio cittadino grazie anche all’intervento governativo ostile del suo ex
amico, il quale nel fare ciò fa sospettare possibile compiacenza per via di anti-
patia ideologica (politico-religiosa).
Dino Compagni nella sua “Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi
suoi” ci racconta i fatti: «Uno giovane gentile, figliuolo di messer Cavalcante
Cavalcanti, nobile cavaliere, chiamato Guido, cortese e ardito ma sdegnoso e
solitario e intento allo studio, nimico di messer Corso, avea più volte dilibera-
to offenderlo. Messer Corso forte lo temea, perché lo conoscea di grande ani-
mo; e cercò d'assassinarlo, andando Guido in pellegrinaggio a San Iacopo; e
non li venne fatto. Per che, tornato a Firenze e sentendolo, inanimò molti gio-
vani contro a lui, i quali li promisono esser in suo aiuto. E essendo un dì a ca-
vallo con alcuni da casa i Cerchi, con uno dardo in mano, spronò il cavallo
contro a messer Corso, credendosi esser seguìto da’ Cerchi, per farli trascorre-
re nella briga: e trascorrendo il cavallo, lanciò il dardo, il quale andò in vano.
Era quivi, con messer Corso, Simone suo figliuolo, forte e ardito giovane, e
Cecchino de’ Bardi, e molti altri, con le spade; e corsogli dietro: ma non lo giu-
gnendo, li gittarono de’ sassi; e dalle finestre gliene furono gittati, per modo fu
ferito nella mano. Cominciò per questo l’odio a multiplicare».
La situazione si ricompose con delle espulsioni da entrambi i gruppi in
contesa: «Confinorono alcuni di ciascuna parte: cioè, per la parte de’ Donati,
messer Corso e Sinibaldo Donati, messer Rosso e messer Rossellino della Tosa,
messer Giachinotto e messer Pazino de’ Pazi, messer Geri Spini, messer Porco
Manieri, e loro consorti, al Castel della Pieve; e per la parte de’ Cerchi, messer
Gentile e messer Torrigiano e Carbone de’ Cerchi, Guido Cavalcanti, Baschiera
della Tosa, Baldinaccio Adimari, Naldo Gherardini, e de’ loro consorti, a Sare-
zano, i quali ubidirono e andorono a’ confini».
Il poeta compagno della gioventù stilnovistica dantesca morì poco do-
po in seguito all’espulsione dal Comune fiorentino, «tornonne malato Guido
Cavalcanti, onde morìo, e di lui fue grande dammaggio, perciò ch’era come
filosafo, virtudioso uomo in più cose, se non ch’era troppo tenero e stizzoso
[da “Nuova Cronica” di Giovanni Villani]». Dante, uno degli artefici di quel
provvedimento, potrebbe aver sentito sulla coscienza quella morte prematura,
tant’è che di costui scrisse solo bene (mentre la realtà ha dimostrato che gli fu
avverso appoggiando la misura di un allontanamento dalla città toscana).
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L’orientamento radicalizzato religioso del sommo poeta si mostra rilevabile


non con difficoltà. L’autore della “Divina Commedia” appare sessuofobico,
del resto in linea con la Chiesa (dalla Patristica in poi). Simile mia ulteriore
considerazione necessita ovviamente di un approfondimento, e questo non
può che far riferimento al celeberrimo V canto infernale.
Ci ho riflettuto sopra e dunque ricavato delle idee che dovessero essere
omogenee al Cattolicesimo integralista dantesco. Che cosa fa Dante nel V can-
to? Mette la poetica stilnovistica e l’esercizio sessuale non conforme ai principi
patristici all’inferno. Sottolinea che femina est ianua Diaboli, e lo fa in un mo-
do così preciso e fine che come effetto collaterale imprevisto davanti a menti
libere, progredite, sane suscita molta simpatia a carico di Francesca da Rimini.
Il che non era la sua intenzione: siamo tra la perduta gente – non dimenti-
chiamolo – la quale non può e non dev’essere oggetto di apprezzamento e/o
ammirazione.
L’autore del sommo (?) poema colloca i due noti amanti nel mondo in-
fero giacché vuole così: quella storia rappresenta un monito catechetico. Lui
non fa parlare Paolo Malatesta a causa di un semplice motivo: è la vittima del-
la porta del Diavolo, è stato fregato per debolezza (incontinenza), ed è finito
all’inferno. Non parla poiché non avrebbe niente da aggiungere nel suo essere
rimasto preda della lussuria (provocata ovviamente da una donna con le sue
“malevoli” qualità). Francesca da Rimini recita la sua ante litteram parte ro-
mantico-decadente, ed è in virtù di ciò che ci piace. I critici e qui, come nel ca-
so di Ulisse, hanno decontestualizzato la sezione in contraddizione al tutto.
Dante non nutre indulgenza speciale nei riguardi di Francesca: vicever-
sa non l’avrebbe messa nell’inferno (un pagano suicida fa il guardiano del
purgatorio, i due pagani Traiano e Rifeo addirittura in paradiso; e quella che
poteva stare quantomeno nel secondo regno oltremondano – non trascuriamo
la vicenda dell’inganno matrimoniale a sua discolpa – sta invece all’inferno!).
Perché Dante viene alla fine sopraffatto dalla tensione e dall’emozione?
Altresì qui mi è parso di trovare il bandolo della matassa. Lo scrittore
fiorentino cade a terra privo di sensi perché ha pensato di essere stato anche
lui a un passo da quella radicale condanna oltremondana. A lui piaceva Bea-
trice sua coetanea, già sposatasi intorno ai 14/15 anni (stando alla scoperta di
documenti d’epoca da parte di Domenico Savini), a lui piaceva una donna nel-
la dimensione della ianua Diaboli. Il giovane Dante non era molto diverso dai
suoi coetanei. L’inquadramento religioso lo porterà alla “Divina Commedia”,
e prim’ancora alla sistemazione della “Vita nuova”. In parole povere la morte
nel 1290 di Beatrice coniugata viene interpretata dal sommo poeta quale una
concessione della Grazia divina allo scopo di toglierlo dalla propensione al
peccato. Da quel punto in poi Beatrice viene desessualizzata (al pari della Ma-
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donna) e diviene l’antitesi di Francesca. Che la seconda concezione dantesca


della maturità involuta a proposito delle donne sia meramente patristica lo
dimostra la collocazione infernale della figlia di Tiresia. Attraverso la figura di
Manto di Tebe vengono condannate le streghe e le donne – dice Dante alla fine
di quel canto – che non sono rimaste a badare agli affari casalinghi predili-
gendo arti diaboliche.
La “Divina Commedia” legittima la persecuzione per stregoneria: se
Dio le tortura nel regno infernale, dove sta l’errore a infierire sul corpo delle
donne in parallela maniera sadica in questo mondo nel momento in cui si
combatte il Maligno? Se quella rappresenta la prassi approvata dal divino vo-
lere non è lecito che i suoi ministri terreni la riproducano? Infatti i torturati in
genere, se non morivano prima, venivano uccisi al rogo, riproducente le
fiamme del biblico inferno. Dante non condanna lo sterminio dei catari eretici
e si pone, nella proporzione storica, come uno che oggi apprezzasse o negasse
la Shoah. Simili cose a livello critico non si possono accantonare.
Lo scrittore fiorentino alla luce del VI cerchio infernale manifesta la sua
scelta illiberale pro Inquisizione (non la condanna, anzi ad esempio nel caso di
Griffolino d’Arezzo non dice una parola al riguardo del rogo di costui). Agli
occhi del sommo poeta esiste una sola Verità da imparare e da imporre, pure
facendo ricorso alla violenza. Dante ha riproposto il fuoco dell’inferno biblico,
passando dalla condanna capitale al rogo, nel contrappasso punitivo di eretici
e atei. Una sottigliezza sadica, la quale non mi risulta notata in precedenza,
riguarda il fatto che quella descrizione dantesca abbia anticipato i quemadores
degli inquisitori spagnoli: nei territori sotto il controllo della Spagna il con-
dannato a morte poteva essere messo a perire in un contenitore infuocato (tipo
un forno) e moriva nel giro di pochissimi giorni.
Il sommo poeta (magari ispirandosi al toro di Falaride) ha ideato una
sadica macchina presentatasi nella realtà cattolica. Un altro aspetto della “Di-
vina Commedia” in relazione a cui ho rilevato capriole critiche proviene dalla
problematica antisemitica di origine patristica. L’autore del poema pone tutto
l’universo non filocattolico nel mondo infernale: e gli Ebrei? Egli naturalmente
dal proprio punto di vista non li trascura, infatti stanno nella sezione più pro-
fonda dell’inferno prima di Lucifero: la Giudecca.
Tale termine è noto a Dante per il fatto di indicare il quartiere/ghetto
ebraico di una comunità cittadina più ampia. La Giudecca, nella città di Dite,
circoscrive lo spazio dei dannati di provenienza giudaica, rei di aver rinnegato
il Messia venuto in terra. Dante in occasione dei primi tre settori del IX cerchio
crea nomi ad hoc, per il quarto no, ne prende uno di uso corrente. Poiché il va-
lore semantico che vuol comunicare è quello: nella Giudecca ci finiscono gli
Ebrei. Dante è antisemita: all’inferno, dopo i Giudei, simboleggiati da Giuda
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traditore di Gesù, sta solo Satana. Il loro peccato si rivela il peggiore e Giuda
rappresenta il loro campione da additare all’esecrazione universale.
I contenuti del sommo poema letto e analizzato con obiettivo sguardo
scientifico sono di tale tono. La fortuna critica di Dante è stata analoga a quella
filosofica di Aristotele. La Cristianità medievale e posteriore ha selezionato gli
autori più affini all’ideologia dominante. Quel cattolico nevrotico Dante era
molto utile a scopi propagandistici religiosi. Soltanto il “De monarchia” è fini-
to all’indice per via della non accettazione della Donazione di Costantino. Ma
anche sotto il profilo teorico politico il Fiorentino lascia a desiderare.
Infatti pure qua non è moderno. La diarchia cesaropapista che invoca
non costituisce nient’altro che una ripresentazione dello Stato fondamentalista
teodosiano, il quale esordì col significativo e gravissimo femminicidio di Ipa-
zia d’Alessandria (del quale il sommo poeta non molto stranamente tace nella
montagna di cose dette). Dante non sostiene affatto un dualismo laicizzante
Chiesa/Stato: il suo ideale resta quello testé evocato, pertanto la persecuzione
di quanti non fossero graditi al regime cattolico si configura ammissibile al fi-
ne di salvaguardare la Verità (soprattutto di fede).
L’autore fiorentino coltivò una posizione prossima a quella di Thomas
More1: si tratta di due cattolici radicali filoaristotelici. Due per i quali la scien-
za e il progresso scientifico e conoscitivo si sono fermati all’apice toccato
nell’antichità dallo Stagirita («maestro di color che sanno»). A tal riguardo è
d’uopo menzionare il canto di Ulisse, al quale è d’applicarsi lo stesso metro
usato da me a proposito di Francesca da Rimini. Altresì qui sta parlando un
dannato, il cui manifesto ideologico (al pari di quello stilnovistico pronunziato
da Francesca) contiene secondo l’avviso dantesco elementi peccaminosi.
Mentre in precedenza la sessuofobia antifemminista ha comportato il
rigetto dell’emancipante poetica dello Stil Novo, qua il principio d’autorità
scientifica a tutela del sistema religioso cattolico condanna l’intraprendenza
conoscitiva. La solita decontestualizzazione critica attira al prometeico Ulisse
dantesco un sentimento non ostile da parte del lettore progredito e liberale,
facendo di quest’Odisseo tutto sommato un nuovo romantico Prometeo.
Le cose che gli fa dire Dante sono le cose da non fare (poiché avendole
compiute è andato all’inferno). Ulisse costituisce un exemplum negativo, la
ricerca scientifica e filosofica deve sottostare al dogmatismo ecclesiastico: simi-
le il monito dantesco, ripetuto nelle altre due cantiche. Di tale atteggiamento
ne fece nel tempo le spese il progresso: eclatanti i casi di Galileo Galilei e di
Giordano Bruno. Il meccanismo teologico punitivo dell’inferno è molto pun-

1Per approfondimenti si veda nella mia monografia Teologia analitica (2020) la


sezione intitolata: Cristianesimo razionale e nazional-socialismo in Thomas More.
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tuale e rigoroso circa il suo nevrotico profilo repressivo. Una cosa che ha fatto
saltare in aria lo schema narrativo non soltanto della prima cantica è stato nel
2007 il proclamare l’inesistenza del limbo da parte di Papa Benedetto XVI. Il
che a livello di racconto presso Dante equivale a un violentissimo terremoto.
Virgilio non dovrebbe più abbandonare il protetto al purgatorio, visto che a-
desso ha meritato il paradiso. Non ci sarebbe più necessità della guida di Bea-
trice (il Fiorentino ne aveva fatto una Diotima cattolica).
L’autore della “Divina Commedia” incontrerebbe gli spiriti magni nella
terza cantica (tra cui il virtuoso Saladino, e i filosofi arabi Avicenna e Averroè
ammiratori d’Aristotele). In parole povere pure la Chiesa sembra mettere in
crisi un Dante ormai con difficoltà riproponibile alla modernità laica e libera al
di fuori di campanilistici toni di ascendenza tradizionalistica cattolica e/o na-
zionalistica: la vision de l’Alighieri mi pare destinata a non brillar più in tutti i
cuor. Naturalmente sarebbe stupido negare l’abilità letteraria di questo scritto-
re fiorentino che ha creato un testo ricco e complesso, il quale a mio modesto
intendere dovrebbe essere inserito però nel consono filone della letteratura cui
appartiene de facto. Prima di fare un pronunciamento voglio ricordare un pa-
io di episodi infernali che mi sono apparsi grotteschi.
Il primo riguarda il demone Barbariccia qui dat signum culo sicut tuba
(«avea del cul fatto trombetta»). L’antropomorfismo demonologico medievale
porta la teologia sul triviale, e questa mostra la sua fantastica sostanza anima-
ta da puerili vuoti conoscitivi. Immaginare l’oltretomba alla guisa dantesca e
medievale, con le reali persone così prese e così convinte che fosse un esistente
universo tolkieniano, ci lascia disorientati e di sasso nel valutare quali fossero
le concrete capacità di giudizio dell’uomo del Medioevo.
Non c’è da stupirsi del modo patologico in cui si sono sviluppati i cat-
tolici fenomeni persecutori misogini, omofobici, antiereticali. Il secondo epi-
sodio riguarda il dannato Guido da Montefeltro il quale ricorda come san
Francesco d’Assisi e un diavolo intavolassero una disputa di carattere giuridi-
co-teologico in relazione alla sua destinazione ultraterrena (paradiso o infer-
no). Una cosa simile si ritroverà nella seconda cantica.
Pure qui notiamo come toni mitologici traenti spunto dalla realtà vada-
no ad animare visioni fantastiche, sostitutive dell’ignoto. Il Cristianesimo me-
dievale (e non solo) materializza un distopico cosmo fantasy alimentandolo di
kierkegaardiana ansia2. La nostra epoca postilluministica ci ha emancipati da
quei nevrotici turbamenti, pertanto il destino letterario di Dante e della
“Commedia” mi sembra quello di finire nella distopia (teologica) fantasy a far

2Al fine di approfondire rinvio al mio saggio Filosofie sadiche (2021) nella parte
recante il titolo L’irrazionalismo nevrotico di Kierkegaard.
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compagnia a “Lo hobbit” e a “Il signore degli anelli” (opere non distopiche,
attenzione, di un cattolico), nonché in aggiunta nel genere sadico. Il poema
dantesco è datato in relazione ai suoi contenuti e alle sue proposte morali e
culturali. Ad esempio, i suicidi vanno all’inferno a prescindere: si ricava di ri-
flesso una contrarietà assoluta nei confronti dell’eutanasia.
La illiberale posizione del Cattolicesimo medievale non è più ripropo-
nibile in termini attuali. Lo sviluppo dell’impianto ideologico dantesco prose-
gue sulla stessa falsariga nella seconda cantica del “Purgatorio”, dove trovia-
mo subito qualcuno che sembra (in apparenza) stonato e disarmonico rispetto
al quadro cattolico via via costruito: il custode del secondo regno oltremonda-
no, Catone l’Uticense. Perché Dante conferisce a simile personaggio storico un
compito che in teoria non potrebbe né assumere né svolgere? La motivazione
si rintraccia nel campo delle preoccupazioni e delle riflessioni politico-
religiose del sommo poeta. Egli è sostenitore, come già detto, di un cesaropa-
pismo teodosiano (“De monarchia”), non ambisce a un modello teocratico di-
retto che unisca sostanzialmente i poteri religioso e politico. Si riaggancia pure
al modello statale ebraico veterotestamentario, in cui il potere politico e quello
religioso erano formalmente separati. L’obiettivo dantesco si rivela il conse-
guimento di simile rigido assetto. Perciò a lui non bastava un personaggio di
schietta natura religiosa laddove ha voluto indicare l’esempio ideale del mar-
tire funzionale alla sua ideologia. Aveva bisogno, in un’adeguata ricerca di
milites christiani, di proporre una figura significativa con i piedi in politica.
Catone l’Uticense gli serve a ciò, a spronare sino al martirio religioso
con contenuti politici. Il Fiorentino rileva la necessità di uomini pronti a tutto
pur di realizzare quell’ideale cesaropapista, e in quanto progetto politico abbi-
sogna di usare una figura da esaltare a scopi emulativi che sia adatta allo sco-
po. Per far vincere i guelfi bianchi ci vogliono parabalanoi, gente pronta a
combattere. Notiamo, in generale come il sommo poeta della “Divina Com-
media” possieda un diffuso spirito veterotestamentario3. Nel caso di Catone,
della celebrazione del martirio, dell’esaltazione del martire, pensiamo al bibli-
co Sansone. Tali ragionamenti danteschi me ne rievocano altri somiglianti era-
smiani4. Proseguendo nel mio esame, debbo dire che, per altro canto tematico,
Dante continua a non essere migliore del misogino Erasmo da Rotterdam. Nei
pochissimi versi dedicati all’imprecisata Pia senese, dove i critici estraggono

3 Nella pubblicazione menzionata nella nota 1 interessante al riguardo: Aristo-


tele e il pericoloso regno di Dio.
4 L’approfondimento è possibile mediante un mio studio contenuto nella mia

opera Letture critiche (2019) dal titolo Il machiavellico disegno della “follia” era-
smiana.
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soltanto il succo di un’artata delicatezza, il Sommo poeta costruisce un piccolo


monumento di tolleranza dell’uxoricidio. A questa anima penitente mette in
bocca parole accomodanti nell’ottica di un maschilistico regime matrimoniale:
a carico dell’assassino non si dice niente come se il marito, in quanto maschio
e dunque superiore alla donna (sulla base della teologia medievale), potesse
spingersi lecitamente alla volta di forme repressive, anche violente, contro la
ianua Diaboli, motivato appunto dal fatto di essere un uomo, pertanto porta-
tore di una razionalità genuina.
Nel precedente caso di Francesca da Rimini, ella, non Dante, si scaglia
contro il femminicida. In tale secondo caso le parole di una dannata non pos-
siedono rilevanza di condanna formale, tanto meno generale. Il significato del
discorso di Pia da Siena è questo: una donna cattolica devota, e “pia”, deve
accettare e perdonare il consorte che la maltrattasse o la uccidesse a ragione (?)
o a torto (nel primo caso perché giustificato nella sua azione correttiva, nel se-
condo poiché la donna inferiore deve fare professione d’amore). Il pensiero
cattolico medievale di Dante si mostra siffatto: è inutile ricamarci attorno, ad-
dolcirlo, aggraziarlo. Se vogliamo comprendere il senso delle cose che scrive
dobbiamo applicare un’ermeneutica contestuale al redattore. Se interpretiamo,
con giochi di prestigio critici, ogni epoca gli potrà far dire ciò che le aggrada.
Per spirito di onestà intellettuale debbo riconoscere a Dante che il suo
biasimo inerente agli interessi mondani della Chiesa aveva formale validità:
l’ingerenza ecclesiastica diretta negli affari politici non portava altro che un
peggioramento nel panorama europeo già compromesso dalla diffusione
dell’intollerante Cristianesimo. Una poco encomiabile e poco evangelica acre-
dine dantesca viene fuori nel passaggio in cui invoca la maledizione divina a
scapito degli imperatori germanici del suo tempo, secondo lo scrittore colpe-
voli di disinteressarsi della pacificazione italiana. E questi non rappresentano
toni da sommo poeta (equilibrato) bensì da fanatico esacerbato.
L’estremistico pensiero dantesco tocca un picco molto significativo in
occasione del sogno da parte di Dante, mentre dorme sulla montagna del Pur-
gatorio, riguardante la “femmina” balba (balbuziente) e tutta fisicamente ma-
landata. Qui siamo di fronte a un manifesto misogino molto grave, sottaciuto
dalla critica celebrativa. In detto sogno compare una dicotomia la quale non è
stata ben approfondita agli occhi dei discenti. Da un lato sta questa tutta mal-
messa, simbolo di peccati (quelli delle ultime tre cornici purgatoriali), la quale
vista nel contesto onirico dal poeta fiorentino ex abrupto gli diventa molto at-
traente e incantevole. Dall’altro si trova a comparire nella narrazione una
“donna” santa e presta (premurosa che richiama un contestuale sognato Virgi-
lio a intervenire in difesa di un Dante ammaliato). Cominciamo a far chiarezza.
In relazione a questi due simboli (peccato e rimedio) pone una dicotomia se-
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Danilo
PARRICIDIO DANTESCO Caruso

mantica (femmina/donna) la quale si rivela nevralgica. Notiamo che il versan-


te di alcuni precisi peccati viene declinato al femminile (mi riferisco a un livel-
lo ontologico e antropologico): si tratta in particolare di avarizia/prodigalità,
gola, lussuria. Sul piano rappresentativo letterario possiamo osservare che tale
megasimbolo va a connotare in modo negativo la sua ascendenza di genere.
La peccaminosità viene raffigurata mediante una donna, in seguito a cattoli-
che patristiche ragioni. Le quali impregnano l’autore della “Commedia” sino
al midollo. Infatti egli quando parla di “femmina” balba e non di “donna”
balba ha compiuto una precisa operazione semantica e concettuale: ha usato
un invalso e spregiativo termine di genere (in latino “femina”) adottato nella
teologia cattolica dalla Patristica in poi.
La donna quando è ianua Diaboli è femina, non donna/mulier. Il sim-
bolo della femmina balba va a colpire l’universo delle donne sulla base di un
pensiero, allora dominante, molto antifemminista (Tommaso d’Aquino spiega
l’inferiorità della donna rispetto all’uomo riecheggiando le consolidate radici
patristico-agostiniane5). Un soggetto di sesso femminile può assurgere al ran-
go di “donna” in quel mondo cattolico solo se desessualizzata, e quasi masco-
linizzata per ciò che concernerebbe il possesso della Ragione (naturalmente fin
dove potrebbe, dato che questa viene data da Dio in misura integrale al sesso
maschile). Tant’è che alcuni critici nella donna santa e presta hanno intravisto
uno strano clone virgiliano. Dante nell’allegoria di questo sogno descritto sta
disprezzando molto pesantemente le donne: tale l’effetto della dicotomia
femmina/donna. E come se ciò non gli fosse bastato rincara la dose misogina
con un finale sconcertante coperto dalla critica con un velo pietoso. Virgilio
incalzato dalla santa donna, nelle parole del Fiorentino: «L’altra prendea, e di-
nanzi l’apria / fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre; quel mi svegliò col
puzzo che n’uscia». Il Mantovano ha usato violenza su una donna allo scopo
di denudarla e il suo protetto ci informa di essere stato risvegliato da una va-
gina male odorante (sic!). Che la puzza venisse da là non c’è dubbio, se pen-
siamo all’espressione “fructus ventris”.
Dopo l’episodio di Barbariccia il sommo poeta ha qui toccato il fondo.
Egli riflette un’idea della donna, in quanto soggetto biologico di genere, as-
surda (appresa dal Cattolicesimo medievale). Il brano esaminato, circa specifi-
ci spunti di suggestione presso Dante, mi ha fatto pensare a Oddone di Cluny,
canonizzato, il quale definì la donna un sacco di merda. L’autore della “Divina
Commedia” nel simbolo della femmina balba ha generalizzato specifici pecca-
ti, i quali nel mio primordiale tentativo di una lettura psicanalitica del testo ho

5Allo scopo di approfondire si veda nel saggio citato dentro la nota 1 la sezio-
ne intitolata: L’irrazionale misoginia tomista.
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Danilo
PARRICIDIO DANTESCO Caruso

intravisto connessi a una dimensione pulsionale libidica di grado freudiano.


Parlo di lussuria e gola. In più l’avarizia ricollegabile a un impantanamento
dello sviluppo psichico personale a una fase del carattere anale. Pertanto sco-
priamo che le ultime tre cornici del purgatorio (e gli speculari cerchi infernali)
sono freudiani. Dove sta l’errore cattolico-dantesco?
Nel pensare che la libido freudiana sia una prerogativa femminile e nel
declinarla quale tale, allorché soltanto all’uomo dovrebbe spettare la guida
della società in virtù della sua pura razionalità, messa a rischio a causa di de-
bolezza davanti alla porta del Demonio. A questo punto del mio esame posso
aggiungere il mio pensiero sulle tre iniziali fiere infernali. La lonza assieme
alla lupa rappresenta i fattori freudiani testé evocati: quindi le fiere femminili
sono equivalenti alla femmina balba nella sua facciata gradevole. La lupa indi-
ca la vocazione capitalistica e la relativa tendenza all’accumulazione di ric-
chezza. Il leone, maschile, mi è parso simboleggiare qualcosa di politico: il
machiavellismo.
Tornando alle ultime cornici purgatoriali vediamo che Dante riconfer-
ma omofobia e sessuofobia nell’ultima: c’è soltanto speranza di salvezza eter-
na a beneficio di chi in vita si pente. A ulteriore testimonianza della nevrotica
concezione dantesca a detrimento dell’immagine femminile rileviamo il ten-
denzioso ricordo della zoofilia di Pasifae. Nella cornice terminale troviamo un
illustre pentito: il lussurioso ghibellino bolognese Guido Guinizelli, padre del-
lo Stil Novo. Che Dante ha salvato per spirito di reverenza giovanile, ma la di
lui poetica è rimasta all’inferno in compagnia di Francesca da Rimini. L’uscita
del Fiorentino dall’area purgatoriale riservata ai lussuriosi ci riserva nel testo
della “Commedia” alcune altre sconcertanti notazioni. I critici, allorché ritenu-
to utile, hanno rammentato i lati deteriori del Medioevo. Però mi sembra che
non abbiano sviluppato a dovere i nessi di circostanza con Dante, come se co-
stui avesse la qualità di un alieno venuto «da cielo in terra a miracol mostra-
re». Egli fa parte di quel mondo, e per giunta ne rispecchia il peggio. il sommo
poeta in quell’atto descritto di transizione ci comunica che ha assistito a delle
esecuzioni al rogo: «In su le man commesse mi protesi, / guardando il foco e
imaginando forte / umani corpi già veduti accesi».
Tale cosa è gravissima per ovvi vari motivi. Lui ci sta parlando di cri-
mini contro l’umanità come se quelle nefandezze fossero così lecite, così scon-
tate, così normali da poter essere ricordate in funzione di paragone positivo.
Infatti non le disapprova, si compiace anzi del loro effetto letterario. Un detta-
glio scandaloso, anticipato nel testo dantesco dalla rievocazione di un’altra
prassi esecutoria capitale sempre in funzione di paragone: finire interrati vivi
a testa in giù (propagginazione). Questa, per inciso, la punizione infernale nel-
la “Divina Commedia” a danno dei simoniaci. Il sommo poeta fa paragoni sa-
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Danilo
PARRICIDIO DANTESCO Caruso

dici considerando quei procedimenti giusti. Risiede qui un nocciolo critico


molto importante: non si può far finta di niente al cospetto di uno scrittore con
simile forma mentis. È come se ci dicesse di essere andato in giro dentro un
campo di concentramento nazista mentre era operativo nelle sue tragiche atti-
vità, e non aggiungesse altro mirante a disapprovare.
Dante è un estremista medievale cattolico, ragiona e parla da tale, mo-
stra gli effetti della sua collocazione ideologica. Il gusto sadico infernale si è
protratto sino alla fine del purgatorio. La sua guida Virgilio, la maschilistica
Ragione, mi è sembrata una versione dell’orwelliano O’Brien in veste di peda-
gogo in docenza positiva. Dante avalla l’arcaico e barbarico sistema giudizia-
rio della propria era ripresentandone spirito e sostanza nelle prime due canti-
che. Nel XXIX canto del “Purgatorio”, d’altro verso, appare ancora una volta
possibile mostrare l’aderenza dantesca alla cultura e alla teologia cattoliche
medievali in generale attraverso un nuovo poco encomiabile uso della dico-
tomia concettuale e semantica femmina/donna più sopra già da me illustrata.
In 20-30 lo scrittore si rammarica con mentalità misogina del peccato di Eva, e
a costei attribuisce la qualità di “femmina” non di “donna”. L’antifemminismo
dantesco anche qua presso i critici benefica del fatto di far del Fiorentino e del
sommo poema un sepolcro imbiancato.
Egli ci dice che le donne sono state create per stare nella nicchia dove
certo maschilismo vorrebbe relegarle: a loro spetterebbe adeguarsi e obbedire
alla voce maschile (da Dio agli uomini). Dante incolpa Eva di averlo privato di
godere un’esistenza edenica a causa del cosiddetto peccato originale (sic!). In
tutto il sommo poema il suo autore rispetta il cliché semantico dicotomico
femmina/donna. Esistono però pochissime ma apparenti, e dunque non defi-
nibili infine tali, eccezioni. Necessario dunque un approfondimento a difesa e
a ulteriore dimostrazione di quanto ho sostenuto.
Allorché Dante ha incontrato nel purgatorio il suo giovanile dissoluto
amico Forese Donati gli ha fatto recitare uno dei suoi manifesti antifemministi.
Tale anima purgantesi elogia la moglie, ancora in vita, molto dedita a pregare
in favore dell’anima di lui defunto.
Il che tradotto vuol dire che se a una muore il marito dovrebbe starsene
indefinitamente a rimpiangerlo immersa in una prassi nevrotica. Ma come già
visto allo scrittore fiorentino non basta costruire ideologiche e patologiche
proposte di stampo religioso volte a colpire una lecita libertà. Ama gettare il
fango misogino cattolico-patristico sulle donne. Compare allora nelle parole
del testo un dispregiativo «femmine» contrapposto alla moglie di questo peni-
tente, figura femminile additata quale esempio in una Firenze di cui vengono
represse le «sfacciate donne» responsabili di avere abiti scollati mostranti i se-
ni (ci sarebbe da ridere se non fosse che a suo tempo grazie ad assurdità del
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Danilo
PARRICIDIO DANTESCO Caruso

genere la Chiesa ha provocato torture e femminicidi). L’autore della “Com-


media” in simile brano, sempre attraverso interposta persona, apprezza la co-
pertura fisica nell’abbigliamento delle donne islamiche e minaccia castighi se-
vere sulle Fiorentine non osservanti.
A questo punto chiediamoci quanto in passato la celebrazione di Dante
abbia potuto influire a vantaggio delle persecuzioni religiose cattoliche in ge-
nerale nel momento in cui è lui il primo a invocare repressioni. Non direi che
il testo della “Divina Commedia” dipinga l’esortazione all’equilibrio e alla tol-
leranza. Qui troviamo le peggiori idee della Patristica, pensiamo al “De cultu
feminarum” di Tertulliano. Comunque, torniamo alla quaestio semantica rile-
vata: «sfacciate donne», e non “sfacciate femmine”. Dov’è il trucco retorico
dantesco? Lo andiamo a scoprire nella sottigliezza creativa, letteraria e concet-
tuale, di tale scrittore. Se lui avesse usato “femmine” avrebbe generalizzato in
toto a proposito delle Fiorentine.
Un fattore estensivo lo obbliga a usare “donne”. Simile scelta però ri-
porta la delimitazione dell’estensione nell’aggettivo attribuito “sfacciate”. Do-
veva creare lo spazio semantico abitativo a beneficio delle donne conformi al
suo vedere (la madre, la figlia, la moglie di quell’amico, Beatrice, etc.). E non
ha potuto fare a meno di scegliere il termine di accezione positiva, negativiz-
zato dall’aggettivo (è successo qualcosa di analogo a un numero positivo mol-
tiplicato per uno negativo al fine di produrre concettualmente “femmine”).
Un’altra mina dantesca che mi è doveroso disinnescare si trova all’“Inferno”.
Dante è nel cerchio dei lussuriosi e ci dice: «… ebbi ’l mio dottore udito
/ nomar le donne antiche…». È lampante che quello è un girone pieno di
“femmine”. Come è lampante che «donne» sia latinismo stricto sensu (domi-
na, signora di potere). Pensiamo a Purgatorio VI, 77 («… donna di provin-
ce…»). Le «donne antiche» sono le antiche regine (Semiramide, Didone, Cleo-
patra, Elena…). Ma ammettiamo pure che il latinismo possa essere sfumato,
giacché la cosa non mi preoccupa a livello analitico. Quanto si rileverebbe qui
sarebbe la tendenza dantesca all’ossequio formale verso il cosmo globale delle
donne figlie e consorti di monarchi: si veda l’esempio della superba Mi-
kal/Micòl, figlia di Saul, la quale è designata «donna». La preoccupazione del
sommo poeta in ultima istanza sarebbe uguale a quella del caso precedente-
mente illustrato: dare margine estensivo ed evitare la preclusione totale.
È chiaro che il Fiorentino non possa qualificare tutte le regine e le prin-
cipesse “femmine”, è controproducente verso il sistema di governo monarchi-
co filocattolico. Altresì qui è costretto all’uso del termine positivo “donne”. E
che di queste non faccia parte Francesca da Rimini lo specifica l’aggettivo at-
tribuito «antiche». Francesca gli è temporalmente vicina, tale espediente cro-
nologico-retorico ricrea la dicotomia spregiativa femmina/donna. Colei che
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Danilo
PARRICIDIO DANTESCO Caruso

parlerà a Dante è “femmina”, e lui con certosina cura semantica narrativa lo fa


intendere benissimo a chi sappia leggerlo obiettivamente. Degno del miglior
romanzo distopico il finale del “Purgatorio”. L’autore narra di bere le acque
del Letè e dell’Eunoè.
Le prime rimuovono la memoria del Male, le seconde rafforzano quella
del Bene. Dove sta la distopia? Essa si manifesta nell’intento illiberale di quelle
allegoriche operazioni. Infatti privare l’intelletto della possibilità di pensare la
dimensione (teorica) del Male equivale a restringere la libertà. Non sto dicen-
do che sia lecito attuare il Male. Ma che impedire di concepirlo in abstracto
toglie margine di spazio alla riflessione. A mio avviso chi ha matura consape-
volezza astratta (non pratica) del Male è più in grado di non concretizzarlo
rispetto a chi non ne abbia idea alcuna (intellettualismo etico socratico). Dante
rimpiange l’ingenuità edenica, la quale è condizione distopica. La catarsi ari-
stotelica attraverso media di apprendimento mi sembra rimedio più efficace
che non il relegare gli uomini in una culla. L’intenzione dantesca è opposta, si
mostra unidimensionale nei confronti del pensare.
La teologia cattolica propone infatti di irrigidire la libertà umana dentro
un ristretto campo concettuale teologico. Tutto quanto si troverebbe al di fuori
sarebbe aberrazione dalla Verità (principalmente di Fede). Tale lo schema di
letterarie e filmiche rappresentazioni distopiche. Voglio ricordare in particola-
re “Noi” di Zamjatin per la somiglianza dinamica con i pertinenti tratti della
“Commedia”6.
Sulla cima del purgatorio una desessualizzata Beatrice rimprovera Dan-
te di aver indulto alle seduzioni mondane: lui sviene, come accadde a udire
Francesca da Rimini, a riprova che là aveva in mente analoghi contenuti ine-
renti al rimprovero di Beatrice. Il protagonista zamjatiniano D-503 alla conclu-
sione di quel romanzo è simile al sommo poeta sessuofobico cattolico che nella
“Divina Commedia” si appresta a salire in paradiso assieme alla nuova guida.
Il Fiorentino si è sbarazzato della mistica sensualità stilnovistica di Beatrice.
Quella che gli è comparsa rappresenta un surrogato simbolico e teologico del-
la Madonna (della quale ormai pare quasi un’emanazione ipostatica: la Vergi-
ne, santa Lucia, Beatrice).
Nell’ultima cantica Dante sarà guidato da una theological (non dark
bensì) blond lady. La terza cantica del “Paradiso” esordisce sotto il profilo di-
stopico nel migliore di modi. Qual è la prima anima beata con cui interloqui-
sce Dante dopo Beatrice qui? È quella di una sua conoscenza da giovane, Pic-
carda Donati, la quale fattasi clarissa era stata riportata a forza nella vita mon-

6Rinvio alle sezioni del caso all’interno della mia monografia L’antipanlogismo
di Evgenij Zamjatin (2015).
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Danilo
PARRICIDIO DANTESCO Caruso

dana da familiari. Ecco il modello di donna ideale agli occhi del sommo poeta:
la suora (da non dimenticare che la figlia di lui si fece monaca). La triade dan-
tesca “Francesca da Rimini / Pia da Siena / Piccarda Donati” mostra una logi-
ca weiningeriana.
I soggetti di sesso femminile possiedono tre prospettive: desessualizzati
possono diventare suore e sante, questa la via migliore in assoluto; non deses-
sualizzati mantengono una liceità di congresso carnale agostiniano al fine di
divenire madri (e in precedenza mogli sacramentali); la possibilità biasimata
contempla un esercizio della sessualità liberalizzato (da in generale al di fuori
del regime matrimoniale cattolico alla prostituta). Dante ha ricalcato alla per-
fezione le categorie di Otto Weininger, le quali in sostanza nel primo hanno
radici patristiche. Nel suo colloquio con l’autore della “Commedia” Piccarda
Donati espone un molto significativo manifesto di teologia distopica. Da un
lato ribadisce le cose poco sopra spiegate sulla circoscrizione degli spazi di vo-
lontà e libertà: le anime beate desiderano soltanto ciò che vuole Dio, e in tale
adeguamento risiederebbe la loro beatifica gioia celeste. Dall’altro chiarisce di
conseguenza la normalità dell’esistenza di una gamma di collocazione dei be-
ati per gradi: simile dettaglio mi ha ricordato la fortissima analogia con la ge-
rarchia sociale in “Brave New World” e come allo stesso modo ognuno, in vir-
tù di spirito indotto all’adeguamento, rimanga contento e soddisfatto del suo
posizionamento7.
Poi, nel canto del “Paradiso” in questione, allo scopo di dare un suggel-
lo sessuofobico (antitetico a quel mondo huxleyano), Dante fa allontanare Pic-
carda mentre questa recita l’“Ave Maria”. Il poeta fiorentino nell’ultima canti-
ca riprende i temi politici. Per lui l’Impero romano e la sua prosecuzione ger-
manica medievale scaturiscono dalla volontà divina. Pertanto l’opposizione
guelfa e francese è contro Dio. Vediamo che lo scrittore rimane molto politi-
cizzato nel suo fanatismo religioso. Inoltre il suo atteggiamento contempla pu-
re nel “Paradiso” la condanna di un incipiente moderno capitalismo. Fra i bea-
ti si trova Folchetto di Marsiglia, poeta e vescovo, accanito persecutore di cata-
ri albigesi (dunque uno responsabile di crimini contro l’umanità), a cui il
sommo poeta fa pronunziare asperrime parole all’indirizzo di Firenze: creatu-
ra demoniaca per il fatto di aver introdotto una moneta in oro dal 1252, il fio-
rino, il cui uso di allora è paragonabile al dollaro dell’ultimo dopoguerra. Al
di là della polemica dantesca anticapitalistica che bersaglia tutti quelli dimen-
tichi dei tradizionali affari di Chiesa a vantaggio della speculazione terrena,
voglio richiamare l’attenzione su un aspetto inerente a Folchetto. Dante pone

7Riguardo a ciò indirizzo alle pertinenti parti del mio saggio Il capitalismo im-
pazzito di Aldous Huxley (2015).
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Danilo
PARRICIDIO DANTESCO Caruso

in paradiso, tra la schiera dei beati i quali in vita furono in modo particolare
sensibili all’amore, qualcuno che è paragonabile a Adolf Eichmann.
Non appaia iperbolico l’accostamento poiché alla superficiale obiezione
d’ufficio difensivo che le vittime delle persecuzioni cattoliche siano state
quantitativamente molto inferiori rispetto a quelle causate da moderni totali-
tarismi rispondo con puntualità. A chi volesse farne una questione di contabi-
lità, non deve sfuggire che all’epoca di Dante l’intera popolazione europea era
dell’ordine della sola italiana oggigiorno e che per fare qualcosa in termini di
Shoah sarebbe occorso ucciderne il 10% circa (cioè un’assurda esagerazione
pratica). La Chiesa medievale a differenza dei nazisti, portò a compimento
una soluzione finale antiereticale su vasta scala (ovviamente quella dei numeri
di allora su base proporzionale in relazione all’insieme). Lo sterminio di catari,
con l’ipotesi di un milione di vittime a detta dello storico tedesco Hans Wol-
lschläger (1935-2007), si rivela un riuscito Olocausto medievale.
Un milione di morti su 60 costituisce intorno allo 1,6%. In Europa negli
anni della barbarica Shoah nazista c’era circa mezzo miliardo di persone, le
vittime ebree circa lo 1,2%. Anche a dimezzare l’ipotesi di Wollschläger rimar-
remmo sul piano estensivo interessato al livello della qualità di “sterminio re-
ligioso in misura molto rilevante”. E Dante, il sommo poeta, mette un crimina-
le in paradiso senza che la critica faccia notare le mie osservazioni precedenti.
La cosa che mi preme sottolineare resta la qualità del reato, crimine
contro l’umanità, non solo la sua problematica di estensione, cui non avrei fat-
to cenno se non avessi immaginato repliche storiografiche di natura fuorvian-
te. Tra le cose che non piacquero a Papa Innocenzo III nell’avviare la campa-
gna anticatara l’idea portata avanti da quegli eretici (estremisti rigoristi ses-
suofobici) che uomini e donne fossero uguali e non che il maschile si rivelasse
superiore al femminile, tesi ribadita invece da quel pontefice facendo richiamo
alle Sacre Scritture. Il sommo poeta aderisce al versante ortodosso tradiziona-
lista cattolico avverso a uno spunto di modernità e di normalizzazione (il qua-
le era già stato gnostico e rifiutato a suo tempo).
A questo punto mi è lecito aprire una parentesi sulla questione lingui-
stica del volgare in Dante. Alcuni al cospetto della mia disamina potrebbero
evocare “il sommo poeta padre della lingua italiana”. L’uso che lo scrittore
fiorentino ha fatto del volgare a beneficio della “Commedia” disvela un ideale
né tanto patriottico né tanto nobile. I catari adottavano nel loro Cristianesimo
alternativo testi biblici tradotti nella loro parlata. Mettiamo tale cosa in rela-
zione con Dante e ricaviamone delle conseguenti conclusioni. L’autore di Fi-
renze non propose mai l’idea luterana di tradurre la Bibbia in una lingua na-
zionale o regionale. E qui casca l’asino linguistico dantesco. Se per lui il volga-
re è così importante perché tra tutto il veleno che sputa a proposito delle de-
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Danilo
PARRICIDIO DANTESCO Caruso

vianze ecclesiastiche non inserisce la possibilità di una forma liturgica post-


conciliare novecentesca?
Ovviamente perché lui è un cattolico ortodosso di allora, e non può e
non vuole cestinare la lingua degli angeli. Ma dunque se al suo sguardo il la-
tino ecclesiastico mantiene il primato filosofico e religioso, il volgare italiano
che adotta allo scopo di rivolgersi alla gente comune non si rivela un codice
linguistico di serie B? Al sommo poeta ergo il volgare non interessava quale
fine, bensì esclusivamente come mezzo. Perciò non rientrava nelle intenzioni
dantesche la promozione e la costruzione di una parlata la quale portasse alla
traduzione delle Sacre Scritture in virtù di una sua nobiltà molto elevata: il la-
tino è la lingua degli angeli, il volgare è la lingua degli uomini.
Nel momento in cui lui vuol radunare attorno a sé quanta più gente
possibile viene costretto dalle circostanze a scrivere il sommo poema non in
latino virgiliano. Il poeta di Firenze quando si serve del volgare nutre simpatie
pragmatiche: si mostra buono a usarsi poiché raggiunge un’estensione supe-
riore rispetto al latino. Dante ha scritto il “De monarchia” e il “De vulgari elo-
quentia” in questa lingua, non in protoitaliano. Simile dettaglio denota il suo
malcelato disprezzo di fondo nei confronti della massa incolta.
Non gliel’ha offerti in volgare giacché non la riteneva all’altezza intel-
lettuale. Si ribatterà qui: sì, ma il latino era il codice linguistico ufficiale della
cultura. Vabbè, però come la mettiamo quindi con il volgare della “Comme-
dia”: sta fuori del campo culturale? Risposta coerente: di quello nobilissimo sì.
Allora, a cosa ambisce il sommo poeta (non trascuriamo pure mediante il
“Convivio”) grazie alla sua innovativa forma linguistica vincolata alla sua so-
stanza poetico-ideologica? A uno strumento mediatico volto al condiziona-
mento popolare. Da tale progettazione non credo sia legittimabile una felice
paternità della lingua italiana.
Il sommo poeta non mirava alla costituzione di una nazione italica in-
dipendente, a lui premeva l’Impero germanico: auspica quel dominio politico
nel quadro delle sue idee. Un concetto di “italianità” separato e autonomo dal-
la sfera politica germanica è assente in lui. Concepisce l’Italia nel ruolo di
“provincia” imperiale (canto VI del “Purgatorio”). L’idioma unitario proposto
da Dante guarda al contesto politico meridionale italiano coevo con un occhio
di riguardo. Là Aragonesi e Angioini hanno da poco tempo privato l’Impero
germanico del controllo sui territori dell’Italia del sud. Scontato che i nuovi
dominatori portassero le loro parlate. L’italiano serve a Dante in funzione an-
tiaragonese e antiangioina a vantaggio dello schema imperiale: lo scopo è cre-
are una provincia omogenea per cultura cattolica ortodossa e per volgare co-
mune laddove lui rilevò la presenza di decine di forme dialettali varie. Al
Sommo poeta il gioco linguistico viene agevolato dal fatto che la scuola poeti-
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Danilo
PARRICIDIO DANTESCO Caruso

ca siciliana era stata ripresa dal Settentrione stilnovistico: la cultura di epoca


medievale sveva imperiale si proietta nel tempo verso di lui, e nello spazio
verso il Nord comunale. La cagliata linguistica volgare che lui ha presentato
nella “Divina Commedia” non sarebbe stata possibile se quel procedimento
non fosse già stato iniziato dalle scuole poetiche siciliana e dello Stil Novo
(come lui stesso ha ammesso). L’idioma comune italico teorizzato dall’autore
di Firenze possiede radici imperiali. L’operazione linguistica dantesca allora
gli appare lecita, gode dell’osservanza dell’ortodossia politico-ideologica da
lui richiesta. Il successo dell’idioma di Dante proviene da un effetto seconda-
rio: l’imposizione del sommo poema nel panorama culturale italiano a partire
dal Boccaccio che lo definì divino.
Un principio d’inerzia ha perpetuato il mito e il modello linguistico del-
la “Commedia”, un principio radicato nell’humus cattolico d’Italia in quanto
sede pontificia e dunque centro di grande promozione e propagazione fidei-
stica. Se il sommo poeta avesse scritto il “Decameron” e Boccaccio in seguito
una “Divina Commedia” molto probabilmente sarebbe stato il secondo il pa-
dre della lingua italiana. Il primo sarebbe stato declassato al livello dei poeti
siciliani e stilnovistici per quanto concerne il riconoscimento legato al valore
della forma linguistica adottata.
La materia dantesca ha congiurato a favore dell’autore di Firenze. Nel
celebrare l’ideologo cattolico, si è portato avanti un discorso sulla formazione
della lingua italiana, il quale secondo me a lui non importava così tanto al di
sopra delle considerazione pragmatiche e politiche evidenziate. Egli vuole che
la gente ascolti la liturgia in latino, quella è la lingua della patria celeste e in
disuso in una patria terrestre degenerata. Non mi sembra che volesse nobilita-
re un aspetto della degenerazione al pari delle volture bibliche catare.
Dante nel non proporre traduzioni delle Sacre Scritture ancora una vol-
ta manifesta il suo volto illiberale. Appare scontato che lui teorizzasse una so-
vralingua volgare italica raffinata giacché lo esigevano le materie letterarie (fi-
losofia e teologia) da inculcare. L’italiano che ha inventato si trova a metà
strada fra la scarsa acculturazione generale e la teologia cattolica ortodossa,
rappresenta simile anello mirante a far calare i contenuti della seconda nei lar-
ghissimi spazi della prima. La nostra lingua in Italia si è consolidata in seguito
ad accidenti non programmatici. L’obiettivo dantesco era apologetico ideolo-
gico, la lingua ne è stato il medium, rimasto valido per il motivo sopra chiari-
to. Il sommo poeta raffigura il padre accidentale dell’italiano: il suo poema
appare come una mela di Newton caduta dall’albero cattolico in Italia. Nella
storia letteraria italiana, Dante, il quale aveva avuto la notevole machiavellica
intuizione sull’importanza politica della koinè linguistica in funzione di un
disegno politico preciso, verrà contestato nella sua esemplarità nel ’500 da Pie-
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PARRICIDIO DANTESCO Caruso

tro Bembo che indicherà come modelli da seguire il Petrarca e il Boccaccio.


L’autore della “Divina Commedia” ritornerà in alta quota dopo l’Illuminismo
grazie a critici encomiastici soprattutto imbevuti di essenze tradizionalistiche
e/o nazionalistiche.
È stato, così, grandiosamente e universalmente ripompato sino a noi.
Ritorniamo comunque al cammino dantesco nell’ultima cantica. Fra i beati ec-
celsi per sapienza lo scrittore fiorentino parla con san Tommaso d’Aquino, te-
ologo e filosofo nella realtà misogino e legittimante il sistema di servitù in vi-
gore durante il feudalesimo. Giunto tra i premiati per aver combattuto in dife-
sa del Cristianesimo, il sommo poeta esterna il proprio sadico compiacimento
sulla pena infernale: «Bene è che sanza termine si doglia / chi, per amor di co-
sa che non duri / etternalmente, quello amor si spoglia». In questo pertinente
cielo incontra il nonno di suo nonno (trisavolo), un crociato. Il personaggio di
Cacciaguida, martirizzato nella lotta antislamica (secondo il generale ideale
proposto da Dante attraverso il simbolico Catone Uticense), è rilevante per
due ragioni. La prima: sino al tempo del sommo poeta sono state bandite sette
crociate e costui non le disapprova, tutt’altro.
Dante apprezza i conflitti armati quali strumenti di risoluzione delle
contese politiche e religiose (auspica il ritorno del controllo cristiano sulla Ter-
rasanta in vista del quale non esalta un’alternativa procedurale pacifica: nel
“De vulgari eloquentia” sostiene che il valore militare sia un altissimo tema
poetico). La seconda ragione inerisce alla critica di Cacciaguida sopra Firenze:
ancora una volta vengono prese di mira le donne (per via di abbigliamento e
trucco ricercati), le libertà sessuali, l’evoluzione sociale capitalistica. Il trisavo-
lo (alter ego dantesco) nel suo manifesto reazionario e liberticida indica il po-
sto ideal-distopico del gentil sesso: «donne al fuso e al pennacchio».
Poi prosegue – non dimentichiamo che sta parlando uno in paradiso e
quindi moralmente docente – con altre sconcertanti idee. Nella sua versione
filoimperiale cesaropapistica, ostile ai deragliamenti inopportuni sul versante
ecclesiastico (ingerenza politica diretta di stampo teocratico esplicito), il trisa-
volo ci spiega che le commistioni etniche – sta ragionando di Firenze e del cir-
condario – sono pericolose nei confronti di una comunità in quanto potrebbe-
ro far perdere a uno status ideale originario la sua qualità alla volta di una de-
generazione sociale e politica. Il che sarebbe accaduto, a di lui giudizio, alla
città di Dante. Naturale che rimaniamo disorientati di fronte a simili aristoteli-
che considerazione evocanti l’ideologia nazista, e aventi ascendenze peraltro
veterotestamentarie. Il paradiso dantesco rappresenta il ricovero di alcuni
preoccupanti personaggi che l’autore indica quali esemplari e degni di imita-
zione. Il sommo poeta attraverso Cacciaguida propone de facto la laconizza-
zione di Firenze mirante al ripristino di una purezza etnica e spirituale avita. È
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Danilo
PARRICIDIO DANTESCO Caruso

chiaro il perché egli non possa mai essere contrario all’eliminazione anche fisi-
ca dell’avversario sino ad arrivare allo sterminio: le mele marce si devono to-
gliere o con le buone o con le cattive maniere. E dove stia il marciume e dove
l’integrità ce lo chiarisce mediante la “Commedia”. In quale angolo sia nel
sommo poema quel presunto modernamente inteso amore evangelico rimane
cosa da scoprire.
L’anima beata di Cacciaguida si rammarica che Dio non abbia fatto mo-
rire anzitempo Buondelmonte Buondelmonti (uno di questi nuovi arrivati a
turbare l’ordine sociale fiorentino) al centro di una vicenda di inizio del ’200 la
quale portò alla divisione cittadina tra guelfi e ghibellini. Che cosa c’è di nobi-
le, specialmente in paradiso, a rivangare rancore? Dante non è un pacifista,
discrimina le donne, respinge la modernizzazione, odia. Cacciaguida addita
simili aspetti della personalità del poeta. A testimonianza del valore positivo
accordato dal sommo poeta alla pratica del conflitto armato, il trisavolo gli va
a menzionare alcuni significativi beati combattente in vita (tra cui Giosuè e il
crociato Goffredo di Buglione).
Simile lista si segnala per il non positivo fatto di esprimere e spronare
aggressività contro gli islamici, il che certamente non suona alla stessa manie-
ra di un appello al pacifismo. Il passaggio dello scrittore fiorentino dal cielo di
Marte dei filobellici a quello di Giove dei giusti offre una chicca dantesca mi-
sogina. Nel paragonare il cambio dei colori planetari visti dal rosso al bianco
rispettivi egli si serve dell’immagine di un volto arrossitosi a causa della ver-
gogna il quale quindi si schiarisce. E che cosa fa? Cala un paragone femminile
di sgradevole gusto: a carico di un uomo generico sarebbe stato mortificante
di genere. Poi notiamo che tale generico soggetto femminile nel recuperare un
colorito naturale è diventato «bianca donna». Qual è il dietro le righe? La
donna con vergogna – si tenga presente la mia spiegazione della dicotomia già
illustrata nel saggio – appartiene alla dimensione del peccato, diventa rossa, è
dunque “femmina”; allorché la catartica vergogna svanisce e torna il colorito
bianco ella diventa “donna”, ossia soggetto conforme alle richieste teologiche
cattoliche. Ecco perché Dante dice «bianca donna» e non “bianca femmina”:
era sottintesa una “rossa femmina”.
Le parole della “Divina Commedia” nel cielo dei giusti espongono al-
tresì la dottrina sulla superiorità della Rivelazione davanti a tutte le forme di
ricerca scientifica e puntualizza che al di fuori della fede nel Messia biblico
non si dà via al paradiso: si tratta di principi cattolici allora canonici.
L’abolizione del limbo da parte di Benedetto XVI – dettaglio già ricor-
dato nella mia analisi – mette in crisi qui la teologia dogmatica sopra cui Dan-
te si appoggia giacché non si richiederebbe la tomistica “fede implicita” pre-
miante Traiano e Rifeo e discriminante le anime rimaste nel limbo dantesco:
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Danilo
PARRICIDIO DANTESCO Caruso

ora queste contrariamente alla separazione operata dal sommo poeta sulla ba-
se del tomismo, finiscono per ottenere l’accesso al paradiso così annullando
l’insegnamento della mistica aquila dei beati giusti secondo il quale: extra Ec-
clesiam nulla salus est. A scanso di equivoci è da dirsi che un’implicita voca-
zione di fede in un non cristiano necessita un’interiore rivelazione divina
(mancata alle anime del limbo). Di questa avrebbe beneficato Rifeo, a dire
dell’Aquila, mentre era ancora in vita. Invece Traiano sarebbe stato resuscitato
(ne parla anche Tommaso d’Aquino nella “Summa theologiae”) dalla sua
condizione infera post mortem grazie alle preghiere di Papa Gregorio Magno,
e in un rinnovato segmento si sarebbe fatto credente al pari di Rifeo (questo in
Cristo venturo, quello in Cristo venuto).
L’abolizione del limbo supera la dottrina tomistica sui tipi di fede indi-
spensabili (esplicita e implicita). A chi volesse osservare che la naufragata ipo-
tesi teologica sarebbe stata semplicemente assorbita in una più limpida idea di
paradiso, faccio notare che l’obiezione creerebbe un’aporia dantesca di natura
non soltanto letteraria, e un’aporia in toto teologica tomistica. Se ci sono anime
che potrebbero andare in paradiso perché tenerle fuori con l’unica discrimi-
nante che morirono da non credenti nel Messia? Perché aspettare posteriori e
isolati interventi della Grazia divina e non intervenire in qualche maniera in
massa e subito?
Tutto ciò non costituirebbe un’assenza di bontà e misericordia divina
(perciò l’intervento di Papa Ratzinger a rimedio nella dottrina)? L’idea di fede
cattolica nella concezione dantesca e medievale era nevralgica, e produceva
conseguenze teologiche e pratiche non da poco. L’ancoraggio biblico veterote-
stamentario da parte di Dante fa sì che nel cielo degli spiriti contemplativi Be-
atrice ricordi a lui che Dio è uno che attua «vendetta» sopra gli uomini e che la
compia con tempistica calma: «La spada di qua sù non taglia in fretta / né
tardo, ma’ ch’al parer di colui / che disïando o temendo l’aspetta». I termini
che adotta evocano una divinità bellica, poco evangelica. Le crepe ideologiche
e concettuali dantesche non sono minimali. Dire che l’adesione dello scrittore
fiorentino all’astronomia tolemaica accolta dalla Chiesa passata suscita ormai
un effetto grottesco appare superfluo.
Con tutto il resto di cose che lui reputava obiettivamente vere sui tre
regni oltremondani, immaginarlo mentre viaggia nello spazio interplanetario
in compagnia di Beatrice al pari di un supereroe dei fumetti fa ridere. Inoltre
la sua simpatia nei confronti della tradizione aristotelica ne limita di parecchio
l’orizzonte mentale a tutti i livelli.
In una delle sue ultimissime comparse nel “Paradiso” Beatrice suggella
il suo ruolo di theological Barbie doll. Dante le fa pronunziare un discorso
molto violento contro il libero pensiero a difesa del principio dell’autorità bi-
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PARRICIDIO DANTESCO Caruso

blica. Viene colpito al cuore il diritto a esistere della ricerca filosofica e scienti-
fica. L’autore della “Commedia” condanna la diffusione di idee religiose non
ortodosse presso la massa (il che costituisce il lato oscuro della lingua volgare,
poco apprezzabile allora per lui in simili circostanze). Vorrebbe così uccidere
alla base una possibilità socratica nel circolo delle idee. Egli si mostra a favore
– nelle parole di Beatrice – di un pensiero unico e unidimensionale: le Sacre
Scritture non vanno contestate, ciò rappresenta un peccato molto grave diret-
tamente ispirato dal Demonio.
Il sommo poeta si rivela così legato a un’interpretazione letterale e rigo-
ristica della Bibbia da rifiutare ipotesi miranti a spiegazioni scientifiche (sem-
pre contestuali alla fede) nei casi miracolosi raccontati. Cosicché lui appare
più radicale ad esempio di Tommaso d’Aquino nel pretendere che alla morte
di Cristo il Sole si sia spento nell’oscuramento narrato e non che ci fosse stata
un’eclisse solare. L’antifilosofico manifesto che Dante fa proclamare alla guida
paradisiaca sui generis Diotima è molto grave agli occhi non solo della mo-
dernità meglio laicizzata. Lui disprezza il fatto che si faccia filosofia sopra i
testi biblici, lui non vuole libertà di pensiero.
Si può dire che sia tra i mandanti ideali della futura uccisione di Gior-
dano Bruno. Quanto pretendeva Dante era rendere impossibile il rendersi
consapevoli che la Sacre Scritture contengono racconti mitologici anche mal
volti dalle lingue originarie8. Egli parla delle distorsioni teologiche interpreta-
tive, però non si è reso per niente conto di essere stato intrappolato in una fan-
tasiosa costruzione nevrotica a sua volta distorsione e deviazione della tradi-
zione religiosa ebraica antica. Il principio dell’autorità ecclesiastica cattolica

8 A vantaggio di un approfondimento suggerisco di leggere i miei lavori di se-


guito ricordati:
1) Ermeneutica religiosa weiliana (2013);
2) nella pubblicazione ricordata nella nota 1: L’acqua e il Dio biblico;
3) Antropogonia e androginia nel Simposio e nella Genesi, nel mio saggio recante il
titolo Considerazioni letterarie (2014);
4) Radici sumere di Ebraismo e capitalismo, dentro la mia pubblicazione Note di
critica (2017);
5) Simone Weil / Filantropia e fede di una filosofa, nella mia opera Donne della liber-
tà (2012);
6) L’origine ideologica del Cristianesimo, studio contenuto nel mio saggio Consi-
derazioni critiche (2014), e la parte attinente in Note di studio (2016);
7) le sezioni della mia pubblicazione intitolata Note umanistiche (2020) recanti i
titoli: Abramo o della contraddizione teologica; Cristianesimo e Verità in Simone
Weil.
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Danilo
PARRICIDIO DANTESCO Caruso

sostenuto, de facto, costituisce un’aporetica petizione di principio: si sconfina


nel puro dogmatismo, alimentato di irrazionalismo e complessi nevrotici, e
impediente un sano e corretto sviluppo scientifico in grado di metterlo alla
prova e di verificarlo. La critica encomiastica celebra un Dante liberticida e
fondamentalista. I temi politici continuano a sostanziare la “Divina Comme-
dia” sino alla fine.
Nella candida rosa dei beati l’autore del sommo poema riservo un po-
sto, a venire rispetto al tempo narrativo, ad Arrigo VII del Lussemburgo,
l’imperatore su cui Dante concentrò le sue speranze politiche durante l’esilio:
purtroppo quello nella realtà storica morì precocemente senza dar corpo a
quegli auspici. Si vede come nella “Commedia” la distribuzione delle anime
nei tre spazi ultraterreni avvenga secondo criteri di simpatia/antipatia politica
e religiosa. A conferma di ciò, in tal brano, le ultime parole in assoluto nel te-
sto di Beatrice saranno usate allo scopo di comunicare che Papa Clemente V,
avversario di Arrigo VII, finirà all’inferno a fare compagnia al suo predecesso-
re Bonifacio VIII.
E questo sarebbe l’esemplare poema? A me pare un romanzo in versi
mirante a trasmettere odio partigiano. Non solo, alla fine lo scrittore fiorentino
ribadisce il proprio antifemminismo della maturità. Nonostante abbia tramu-
tato Beatrice in una bambola teologica, la forma femminile di lei non la rende
degna di accompagnare il poeta sino alla visione divina.
Qualcuno potrebbe dire: ma Beatrice non è una canonizzata, ci vuole a
vantaggio dell’ultimo tratto una figura santificata. Vabbè: ma perché Dante
mette proprio l’antiereticale e mariologo san Bernardo di Chiaravalle (sosteni-
tore della crociata alla quale prese parte il trisavolo del sommo poeta) e non
santa Lucia? Un uomo e non una donna?
A me sembrano evidenti le ragioni politico-religiose, e quelle maschili-
stiche teologiche volte a celebrare il supremo modello femminile mariano de-
sessualizzato (il quale appunto farà da mediatore): tra Dante e Dio ci volevano
“un santo” e appresso non una “donna qualunque”.
Le esigenze misogine della teologia medievale sono molto pressanti, e
lui non può accantonarle. Beatrice deve uscire di scena: tale cosa costituisce
allegoria di un femminicidio. Tutto sommato l’iniziativa a beneficio della sal-
vazione dell’anima dello scrittore fiorentino era partita dalla Madonna, non da
quella. Il sommo poeta si abbandona in toto all’irrazionalismo filoestatico di
Bernardo (teorizzatore dell’intuizione di Dio, e non della possibilità di quella
conoscenza dentro un quadro razionalistico).
La teologia prevale sulla filosofia, e la nevrosi primeggia su tutto: tale
l’ordine di importanza nella psiche dantesca. Bernardo di Chiaravalle, estrema
guida di Dante, fra le anime beate della candida rosa non manca di rammenta-
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PARRICIDIO DANTESCO Caruso

re l’antifemminista, omofobo, antisemita Agostino d’Ippona 9. L’arco ideologi-


co delineatosi lascia più di qualche semplice perplessità: offre invece molta
preoccupazione notarlo in prossimità della divina presenza nel testo della
“Commedia”. Bernardo espone inoltre a proposito della destinazione ultra-
mondana dei bambini una dottrina sulla Grazia concessa da Dio ai nascituri la
quale ricalca il principio gerarchico sociale di “Brave New World”: a chi più, a
chi meno.
Se morti in tenera età e soddisfacenti i requisiti allo scopo di andare in
paradiso, in relazione a quei gradi avranno il corrispettivo posto nella scala
della beatitudine celeste. Simile idea assunta da Dante in contrasto col pensie-
ro tomistico, il quale in materia di Grazia intravede uniformità universale lad-
dove operante, oltre a ribadire un impianto distopico contiene (pericolosi)
spunti luterani. Se infatti pensiamo che per il sommo poeta i beni terreni sono
amministrati da un’intelligenza celeste che lui chiama “Fortuna” (la quale a
me evoca la smithiana “mano invisibile”) e che accoglie altresì il concetto di
predestinazione, siamo portati a osservare il modo in cui il suo radicalismo
contenga elementi poi dal Protestantesimo (e dalla sua cultura) sviluppati in
altra direzione. Detti elementi posseggono la propria radice genetica
nell’antipelagianesimo di Agostino d’Ippona.
Max Weber poi studierà con attenzione il nevrotico attivismo prote-
stante. Per quanto concerne Dante possiamo vedere che pure costui manifesti
forme attivistiche e auspicio a esse (tuttavia non forme di natura economica):
attivismi bellico e politico, nonché quello di scrittura propagandistica (le opere
dantesche della fase matura), messi al servizio della fede cattolica.
L’autore della “Divina Commedia” nel complesso riesce a rimanere
saldamente nell’alveo della Chiesa medievale e si appaga in ultima istanza di
una mistica contemplazione della Santissima Trinità (supremo dogma cristia-
no). Proviamo adesso a scoprire le cause generatrici del pensiero, dell’azione,
della scrittura danteschi raffrontando le opere e quanto si sa della sua vita.
Il motivo centrale di quella giovinezza è rappresentato dalla mitica Bea-
trice (1266-1290), una ragazza fiorentina figlia di Folco Portinari (legato ai Cer-
chi guelfi bianchi), grosso banchiere e politico in Firenze provenuto dalla Ro-
magna. Ella però non è single: dall’età di 14/15 anni è coniugata con Simone
de’ Bardi, appartenente a un gruppo familiare anch’esso rilevante nell’attività
bancaria. Il padre di Dante è stato un piccolo prestatore di denaro schieratosi
dalla parte dei Cerchi; la moglie dello scrittore, Gemma, sua coetanea, provie-
ne dallo schieramento opposto dei Donati; il matrimonio era stato program-

9Per approfondire rimando alla mia monografia indicata nella nota 1, al seg-
mento dal titolo Nevrosi e irrazionalismo in Agostino d’Ippona.
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PARRICIDIO DANTESCO Caruso

mato nel 1277 essendo il padre forse già scomparso. Non si sa con esattezza
quando sia stato celebrato lo sposalizio del sommo poeta con Gemma Donati:
la gamma temporale comincia dal 1283-85 e culmina col 1290-95. Andiamo a
guardare ora la “Vita Nuova”. I testi poetici ricadono nel decennio 1283-93, la
cornice in prosa è del ’94 circa. Riflettiamo riguardo al triangolo Dan-
te/Beatrice/Gemma.
Questo sui generis romanzo autobiografico è stato definito prima o do-
po che lui si sposasse? Non lo sappiamo, possiamo ricavare solo due ipotetici
gradi di eccesso dantesco: 1) a lui non sposato piace una coniugata, 2) a lui
maritato piace una impegnata. In entrambi i casi pare un libertino destinato a
finire in mezzo ai lussuriosi del suo inferno, nella realtà poteva dare comun-
que nell’occhio (peggio ancora se da sposato). Si trova in una selva oscura dal-
la quale solo la precoce morte di Beatrice lo porterà fuori.
Non è immaginabile che il marito di lei tollerasse l’inopportuna atten-
zione del poeta sulla di lui moglie. Nella “Vita Nuova” Dante si prende gioco
del lettore. Rielaborando i fatti originari egli non ci dice mai che Beatrice sia
coniugata, attraverso un’esposizione quantomeno nevrotica ci parla del suo
trasporto sentimentale. Perché Dante si scherma nella narrazione e nella real-
tà? Nel testo ci sono due tecniche schermanti: 1) l’omissione della notizia che
Beatrice sia sposata (lui parrebbe di no: a metà degli anni ’90 un Dante cattoli-
co come avrebbe giustificato la “Vita Nuova” se redatta da maritato?); 2) le
note donne schermo.
I versi dedicati a queste ultime fanno pensare due cose: o il poeta ci ha
provato con più donne, o queste l’hanno schermato dal marito di lei e dalle
dicerie (strategia dissimulante nella realtà non allo sguardo di Beatrice). Lo
scrittore a disagio, che si sente male, nella “Vita Nuova” rievoca il sommo po-
eta molto giovane. La storia della presa in giro a scapito di lui di Beatrice e al-
tre a una festa di matrimonio potrebbe celare un episodio reale delle nozze di
costei: quindi il ricordo recuperato sarebbe di un Dante più o meno quindi-
cenne. Egli poi più avanti negli anni avrebbe impastato un racconto consunti-
vo con la farina nevrotica. Non trascuriamo che nello ’89 era tra i combattenti
di Campaldino contro i ghibellini, e quindi fosse di sana e robusta costituzio-
ne. L’imprinting di Beatrice a mio avviso si è evoluto in nevrosi. Non escludo
che esso col passare del tempo abbia prodotto turbe allucinatorie di natura
schizofrenica: alcune visioni da lui avute nella “Vita Nuova” mi inducono a
ipotizzarlo. Dante dice di aver visto Amore e Beatrice defunta.
A chi replicasse che lo scrittore fiorentino inventava immagini lettera-
rie, replico che il sommo poeta nella famosa lettera a Cangrande della Scala
sul senso delle sue parole nella “Divina Commedia” afferma che sono da
prendersi alla lettera, cioè specchio di esperienze vissute. L’integralismo catto-
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Danilo
PARRICIDIO DANTESCO Caruso

lico di Dante è stato così patologico da renderlo vittima di allucinazioni? La


sua mente era popolata da spettrali complessi nevrotici così pericolosi? Il suo
originario adolescenziale interesse sessuale verso Beatrice lo ha condotto alla
volta di una sublimazione patologica?
In termini di psicanalisi freudiana possiamo concludere di sì. Da tutta
questa vicenda possiamo altresì scoprire l’origine dell’anticapitalismo dante-
sco. In attività bancarie erano coinvolte le famiglie di Beatrice e del marito, un
matrimonio di interesse cui lui non poteva ambire. Il capitalismo gli ha impe-
dito di conquistare la meta cui lui ambiva.
Egli perciò l’ha odiato, ed ha ripiegato sopra un cattolicesimo integrali-
stico. La morte di Beatrice avrà segnato la sua svolta sessuofobica e misogina.
In quell’evento avrà visto la mano di Dio che lo tirava fuori dall’impaccio. Er-
go ella è stata rielaborata in prospettiva di recupero nella nuova ottica religio-
sa attraverso la desessualizzazione.
La prima versione mentale dantesca di lei è di sostanza stilnovistica. E-
siste una canzone del trovatore Raimbaut (Rambaldo) de Vaqueiras (1165-
1207) intitolata “Calendimaggio [Kalenda maya, in provenzale]” la cui quinta
strofa parla di una «na Beatritz [donna Beatrice, della nobile famiglia degli A-
leramici]» e presenta analogie col sonetto dantesco il cui capoverso è «Tanto
gentile e tanto onesta pare».
Il Dante cattolico poi nella realtà sposatosi con Gemma Donati si buttò
in politica dalla seconda metà degli anni ’90 e finì esiliato nel 1302 da Firenze.
Hanno fatto male a cacciarlo? Penserei di no, osservando le sue idee: troppo
estremistiche e troppo reazionarie (tra l’altro, vide di malocchio e osteggiò lo
schema amministrativo comunale democratico antinobiliare di Giano della
Bella del 1293-95 agendo a vantaggio di una parziale restaurazione destinata a
scoppiare).
Il capitalismo fiorentino stava dentro la parte guelfa (scissasi aperta-
mente nel 1300). Egli era schierato con la destra guelfa (i Bianchi), sostenitrice
dell’autonomia comunale davanti alla Chiesa e propensa alla collaborazione
col tradizionale ceto nobiliare. Si sa che il suocero, durante la vita cittadina di
Dante, avesse garantito a suo beneficio in prestiti di denaro, e i Donati erano
Neri (sinistra guelfa papalina e filopopolare). Tale gruppo familiare della mo-
glie è stato ben trattato nella “Commedia”.
L’ultimo tratto dell’esistenza dello scrittore fiorentino fu dedicato alle
opere figlie dell’esilio: la “Divina Commedia”, il “De monarchia”, il “De vul-
gari eloquentia”. Reputo che senza l’esilio la prima non sarebbe stata affatto
scritta (almeno così come lo è stata nella sua monumentale e complessa archi-
tettura). L’esperienza di esule ha caricato il sommo poeta di inacidita vis crea-
tiva, un’esperienza traumatica con i suoi possibili contorni psicopatologici più
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PARRICIDIO DANTESCO Caruso

sopra ipotizzati. Voglio concludere il mio saggio con parole di Giovanni Villa-
ni (1280-1348) riguardo a Dante. Il primo, che fu storico, imprenditore e ban-
chiere fiorentino, vicino ai guelfi Neri, autore della “Nuova Cronica” (una sto-
ria di Firenze ab ovo ad eum), in detta opera dopo aver elogiato il sommo poe-
ta, alla fine del capitolo interessato (“Chi fue il poeta Dante Allighieri di Fi-
renze”), non ha potuto far a meno di sottolineare che «Dante per lo suo savere
fue alquanto presuntuoso e schifo e isdegnoso, e quasi a guisa di filosafo mal
grazioso non bene sapea conversare co’ laici».

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Palermo

aprile 2021

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