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COSTANZA CISCATO

La guerra giusta in Giorgio La Pira


Giorgio La Pira è stato un politico, giurista e docente siciliano (nonché sindaco di
Firenze) che all’alba del secondo conflitto mondiale riprese il concetto di “guerra giusta”.
Questo concetto aveva costituito per secoli uno dei capitoli peculiari della teoria del diritto
internazionale ed era assai antico, tanto da essere presente in forma embrionale già negli
scritti di Agostino di Ippona.
Il politico di Pozzallo pubblicò tra l’agosto e il dicembre del 1939 tre articoli su “Vita
Cristiana”, una rivista di profonda opposizione fascista.
I tre articoli vogliono essere non solo una denuncia in toni crescenti della guerra,
strettamente connessa al progressivo aggravarsi della situazione, quanto piuttosto un
mutamento di prospettiva.
Nel primo articolo, il concetto di “guerra giusta” viene usato per confutare le teorie realistiche
della politica che avevano giustificato ed esaltato la guerra in nome della “ragion di Stato”,
con l’intento di condannare la guerra nata tra Germania e URSS, scrivendo che fare guerra ai
vicini solo per ingrandirsi, sconfiggere e sottomettere un popolo solo per la cupidigia di
regnare, è un grande brigantaggio.
In questo contesto aveva parlato di un’unica legge morale per i privati e per quelli che
amministrano la cosa pubblica: tutti sono tenuti a serbare fede alla parola data, di soccorrere
poveri e oppressi, di fare giustizia e di condannare il machiavellismo, cosa moralmente cattiva
tanto per i cittadini privati che per gli altri.
Nel secondo articolo, invece, si dice favorevole a un intervento a favore delle popolazioni
aggredite: la guerra diventa giusta laddove aiuta gli oppressi a difendersi o liberarsi dalla
tirannia, quando - cioè - ha come fine la giustizia.
Il tema viene qui affrontato richiamandosi direttamente ai grandi classici del pensiero
giuridico internazionale come Francisco Vitoria, Francisco Suarez e Ugo Grozio.
Nell’ultimo dei tre articoli, invece, La Pira si chiede come possa essere qualificata dal punto di
vista cristiano la nuova aggressione militare ai danni della Finlandia (così come poco prima
era accaduto per la Polonia).
Egli afferma che “la coscienza cristiana non può mai essere in stato di neutralità; essa è per
natura belligerante perché è sempre amica del bene e nemica, senza compromessi del male”.
Con queste parole e in linea con quanto papa Pio XI aveva dichiarato con le due encicliche
del marzo del 1937, in cui aveva condannato tanto il Nazismo quanto il Comunismo - il primo
perché aveva fatto una guerra distruggendo i principi etici fondamentali posti da Dio e il
secondo perché aveva invitato alla lotta di classe facendo scorrere fiumi di sangue - La Pira
afferma che ormai si ritrovano di nuovo in tempo di crociata.
La guerra non solo è giusta, ma è diventata santa: il giurista sollecita quanti hanno
responsabilità politica e di governo a intervenire con armi spirituali e materiali contro i nuovi
turchi, più pericolosi dei primi (cioè di quelli delle crociate).

FRANCESCO BERTI
Eximeno e i gesuiti espulsi dalla Spagna
Nel XVIII secolo si assistette al declino e a una crisi profonda nell’ordine dei Gesuiti, che
aveva vissuto la sua stagione d’oro nel secolo precedente.
In ambito spirituale e culturale, essi erano diventati una delle componenti più
importanti e potenti del cattolicesimo: avevano creato una fitta rete di collegi, tramite
cui avevano attivato una grande opera di evangelizzazione soprattutto in Cina.
Tuttavia, il Settecento fu il secolo dei lumi, quindi di un processo di laicizzazione e
secolarizzazione della società europea.
Gli Stati, quindi, sia per le guerre di religione cinquecentesche, sia per il processo di
secolarizzazione di cui si è detto, ritennero indispensabile, ai fini del disciplinamento dei corpi
e delle coscienze, sottrarre alla Chiesa il suo monopolio nella sfera educativa.
Si determinò una situazione tale per cui i gesuiti furono cacciati dapprima dalla Spagna, poi
dal Portogallo e da tutti i domini, fino a che papa Clemente XIV non decise di sciogliere
l’ordine.
I gesuiti furono tacciati di “machiavellismo”, inteso come uso cinico del potere al limite con
azioni immorali (è quanto sostenne Diderot definendo la voce “gesuita” nella sua
Enciclopedia; questa considerazione fu ulteriormente rafforzata da D’Alembert che sostenne
la necessità di una politica autonoma rispetto alla sfera religiosa).
Ormai fuori dalla Spagna e dal Portogallo, molti gesuiti si riversarono in Italia e
continuarono - per quanto possibile - la loro attività intellettuale.
In questo contesto si colloca lo scritto dell’ex gesuita Antonio Eximeno, Lo spirito di Machiavelli.
In questo scritto l’autore si proponeva due obiettivi: difendere i gesuiti dall’accusa di aver
distorto il pensiero di Machiavelli, presentandolo come un autore filo-tirannico, e dimostrare
effettivamente che il Principe deve essere inteso come il “codice dei tiranni”.
Machiavelli - per Eximeno - è stato un grande pensatore politico che con il suo Principe
non ha distinto il monarca dal tiranno, né il bene dal male.
Dopo aver scritto i Discorsi sopra Tito Livio, Machiavelli, in quanto pensatore politico realista,
dopo aver servito fedelmente la repubblica, si rese conto che l’unico modo per garantire
l’indipendenza nazionale e l’unità politica era quella di affidare il governo dell’Italia a un
principe della famiglia Medici.
Infine, se Eximeno ritiene dannosa e illegittima la fondazione di una scienza politica svincolata
dalla morale e dalla religione, reputa anche innegabile che gli stati - come diceva Cosimo de’
Medici - non si governano con il Pater noster, ma servono prudenza e destrezza.

MARTA FERRONATO
Antonio Rosmini e la ragione di Stato
Nella produzione assai ampia di Rosmini, filosofo e teologo italiano, né negli scritti filosofico-
politici, né in quelli letterari, si fa uso della locuzione e del concetto di “Stato”.
Tuttavia, sebbene egli non abbia trattato esplicitamente del suddetto concetto o non abbia
elaborato programmaticamente una riflessione sulla “ragion di Stato”, è chiaro come il
roveretano - focalizzando le sue ricerche soprattutto sull’essenza e sul fine della società
civile - intenda la politica come non concepibile e apprezzabile autenticamente al di fuori di
un orizzonte morale visto che il fine unico e primario della società civile è l’appagamento
morale dell’animo umano.
È interessante notare come Rosmini, pur conoscendolo, non citi mai Botero, ma piuttosto si
richiami direttamente a Tacito, ritenendo che la frattura tra politica e morale passi proprio
attraverso quest’autore che è stato cinico maestro di tiranni, nonché notomizzatore degli
arcani imperii.
Dalle sue riflessioni, appare chiaro come per lui ragion di Stato e ragion di guerra finiscano
per richiamarsi a vicenda: da pensatore realista e anti perfettista, gli è chiaro come nessun
sovrano abbia mai mosso guerra dichiarando pubblicamente le varie motivazioni. Piuttosto
queste sono state spesso nascoste da qualcosa di migliore e più onesto, tanto che si
potrebbe concludere che per Rosmini la ragion di Stato condurrebbe a praticare la
dissimulazione per legittimare una guerra preventiva, che giusta non è.
A tal proposito cita proprio Machiavelli, che insegnò ai dominatori a giustificare senza pudore
le lor sanguinose contese.
Allo stesso tempo, Rosmini riflette sulla ragion di Stato “napoleonica”, fondata sulla
concezione utilitaristica della giustizia e della politica, che egli giudica particolarmente
disdicevole: i conquistatori scambiarono il giusto col vantaggioso.
A questo punto, Marta Ferronato ritiene che in Rosmini siano ravvisabili due diverse
accezioni di “ragion di Stato”: una relativa alla definizione che ne diede Botero, nel senso di
“conservare le cose conquistate”, quindi quando si parla di intraprendere una guerra per
mantenere i propri domini e la propria pace; un’altra è riconducibile alla pura politica di
potenza, prescindendo da qualsiasi forma di giustizia assiologicamente fondata.
In particolare, Rosmini, nei suoi scritti di “Filosofia del diritto” aveva distinto tra bene pubblico
e bene comune. Per bene comune si intende il bene di tutti i cittadini, cioè di tutte quelle
persone che compongono la società civile stessa, che sono soggetti di diritti; per bene
pubblico si intende il bene del corpo civile, considerato del punto di vista organizzativo.
Ma proprio in questi scritti parla di ragion di Stato come un principio volto a giustificare
qualsiasi malefatta dello Stato, come la restrizione della libertà e l’offesa del diritto, proprio in
virtù della realizzazione del presunto bene pubblico.