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IL PRINCIPE, MACHIAVELLI

CAPITOLO 1 - Quali sono i tipi di principati e in quali modi si acquisiscono


Tutti gli Stati e i governi che hanno avuto potere sugli uomini sono stati o repubbliche o
principati. I principati possono essere: ereditari, se la famiglia del Principe è da lungo tempo al
potere; completamente nuovi, come fu Milano per Francesco Sforza; o misti, ossia territori
aggiunti allo Stato ereditario del Principe, come il regno di Napoli conquistato dal re di Spagna.
Questi territori sono abituati a vivere sotto un Principe o a essere liberi, e sono conquistati o con
armi altrui o con le proprie, per fortuna o per virtù.
CAPITOLO II - I Principati ereditari
Machiavelli non tratta delle repubbliche ma dei principati e in che modo questi possano essere
governati e mantenuti. Gli Stati ereditari sono più facili da mantenere rispetto ai nuovi, in quanto
è sufficiente non tralasciare i metodi degli antenati e prender tempo con i fatti imprevisti.
Pertanto, anche un Principe ereditario con normali abilità governative, manterrà il potere e, se
venisse scacciato da forze straordinarie, lo riconquisterebbe alla prima occasione. Ad esempio:
in Italia, il duca di Ferrara, non resse agli assalti dei Veneziani nel 1484, né a quelli di Papa
Giulio II nel 1510, e non perché apparteneva a una dinastia antica. Poiché un Principe ereditario
ha minori motivi e necessità di offendere, egli è più amato dal popolo, se non si fa odiare per vizi
straordinari.
CAPITOLO III - I Principati misti
È nel principato nuovo che si incontrano difficoltà. Se quest'ultimo non è completamente nuovo,
ma misto, il cambiamento nasce da una naturale difficoltà: gli uomini mutano volentieri Principe,
armandosi contro di lui e credendo di migliorare. Ma s'ingannano e solo con l'esperienza se ne
accorgono. Questo dipende da un’altra necessità naturale, ossia che il Principe deve sempre
colpire i suoi sudditi con l’esercito e con numerosi danni che il nuovo acquisto si porta dietro, in
modo da farsi nemici coloro che ha danneggiato con l’occupazione del principato e mantenere
amici coloro che l'hanno aiutato nella conquista, in quanto non può soddisfarli in ciò che si erano
presupposti e non può usare contro di loro le maniere forti perché ha bisogno del loro favore per
entrare in una provincia, anche se possiede un esercito fortissimo. Per questo, Luigi XII di
Francia occupò subito Milano e le sole forze di Ludovico il Moro bastarono a fargliela perdere,
perché le popolazioni che gli avevano aperto le porte, capendo di essersi ingannati sulla loro
decisione, non potevano sopportare i fastidi causati dal nuovo Principe. Conquistando per la
seconda volta i paesi ribelli, questi vengono persi con più difficoltà; perché il signore, traendo
profitto dalla ribellione, ha meno riguardi per mettersi al sicuro, smascherare e punire i traditori e
rafforzarsi. Infatti, per far perdere Milano alla Francia una seconda volta era necessario che tutti
gli fossero contro affinché le sue armate fossero distrutte o messe in fuga dall’Italia.
Dopo la prima, Machiavelli esamina le ragioni della seconda perdita per comprendere quali
rimedi aveva a disposizione il Principe per mantenerla meglio di come fece la Francia. Gli stati
che una volta conquistati sono aggiunti a uno Stato nel quale il conquistatore è signore da molto
tempo, se appartengono alla stessa nazionalità, è facile conservarli, soprattutto se non sono
abituati a vivere liberi. Per possederli con sicurezza si devono mantenere le vecchie condizioni,
affinché, non essendoci diversità di costumi, gli abitanti vivano tranquillamente. Non modificando
le loro leggi, diventa un corpo unico con il principato precedente. Ma quando si conquistano Stati
in una provincia diversa per lingua e costumi, occorre avere fortuna e abilità per mantenerli. Uno
dei modi più efficaci per il Principe è andare ad abitarvi, come fece il Turco con la penisola
balcanica. Perché solo abitandovi, si può rimediare ai disordini al loro nascere, prima che
diventino gravi e quindi irrimediabili. Inoltre, i sudditi facendo ricorso al Principe vicino possono
trovare soddisfazioni e di conseguenza hanno più ragioni per amarlo se vogliono essere fedeli e,
volendo agire altrimenti, di temerlo. A vantaggio del Principe, se uno straniero volesse assaltare
quello stato vi avrebbe più rispetto. L’altro provvedimento è mandare colonie in uno o due luoghi
cardini di quello stato, le quali saranno sostenute quasi senza costi, danneggiando solo coloro
cui sono tolte proprietà per darli ai nuovi abitanti. I danneggiati, restando isolati e impoveriti, non
potranno mai nuocergli. E tutti coloro rimasti indenni, per questo motivo saranno calmi e timorosi
di essere anche loro danneggiati. Machiavelli sostiene che gli uomini si debbano adulare o
uccidere; perché si vendicano dei danni leggeri e non possono vendicarsi di quelli gravi. Perciò,
il danno deve essere arrecato in modo da non temere vendette. Ma tenendo un esercito,
anziché le colonie, si spende gran parte delle entrate dello stato, tanto che il beneficio della
conquista si tramuta in perdita, nuocendo allo stato stesso. Risentendo tutti di questo disagio
potrebbero diventare suoi nemici. Tenere un esercito è inutile, mentre mandarvi delle colonie è
utile. Il Principe di una regione diversa deve farsi difensore dei prìncipi vicini meno potenti,
indebolire i potenti della sua nuova regione, ed evitare che vi entri un altro principe potente
quanto lui. Lo straniero verrà sempre chiamato dai malcontenti di quella regione come accadde
agli Etoli che chiamarono i Romani in Grecia. È necessario che non appena un potente straniero
entri in una provincia, tutti quelli che in essa sono meno potenti lo favoriscano. Il Principe riuscirà
facilmente a farsi amici i minori potenti, in quanto formano volentieri unità con lo stato che ha
acquistato. Deve solo controllare che essi non acquistino troppa autorità e che lo aiutino a
limitare la potenza dei potenti, per poter governare da solo tutta la regione. Chi non rispetta
queste norme, perde presto ciò che ha conquistato, andando incontro a numerose difficoltà. I
Romani, nelle regioni conquistate, osservarono bene queste regole: mandarono colonie;
ridussero la forza dei potenti e non permisero ai potenti stranieri di acquistare prestigio. I
Romani fecero ciò che i prìncipi saggi devono fare: non pensare solo alle discordie e ai disordini
presenti, ma anche a quelli futuri ed evitarli con ogni mezzo. Perché prevedendoli in anticipo si
può porre rimedio con facilità, poiché all’inizio la malattia è facile da curare e difficile da
diagnosticare ma, col passare del tempo, non agendo subito, essa diventerà facile da
diagnosticare e difficile da curare. Perciò i Romani, prevedendo in anticipo le difficoltà ebbero il
rimedio per evitare una guerra, o meglio, portando la guerra a Filippo e Antioco nella penisola
balcanica, per non combattere contro di loro in Italia, si affidarono alla loro virtù e alla loro
prudenza. Il re di Francia Luigi XII, il quale ha tenuto più a lungo in Italia dei possedimenti,
procedette in modo contrario a come si dovrebbe mantenere il possesso di una provincia con
caratteristiche diverse da quelle del proprio Stato. Egli fu introdotto in Italia dall’ambizione dei
Veneziani che con la sua venuta, volevano guadagnare mezza Lombardia. Egli, essendogli
chiuse tutte le porte per il comportamento di Carlo VIII, fu costretto a prendere le amicizie che gli
si offrivano. La sua decisione sarebbe stata buona se non avesse commesso alcun errore nelle
altre scelte politiche. Conquistata la Lombardia il re riguadagnò subito l'autorità che era stata
perduta da Carlo VIII: Genova cedette; i Fiorentini, il marchese di Mantova, il duca di Ferrara,
Caterina Sforza e altri si dichiararono suoi amici. Solo allora i Veneziani poterono considerare la
sconsiderata iniziativa presa: acquistare due terre in Lombardia rendendo il Re Signore di un
terzo dell’Italia. Luigi XII avrebbe potuto mantenere il suo potere se avesse dato sicurezza e
difesa a tutti i suoi amici, essendo numerosi, deboli e timorosi della Chiesa o dei Veneziani, in
quanto con il loro aiuto avrebbe potuto neutralizzare gli Stati più grandi. Ma lui, al contrario,
diede aiuto a Papa Alessandro VI affinché occupasse la Romagna. Con questa decisione
indeboliva sé stesso perdendo gli amici e aggiungendo al potere spirituale anche un potere
temporale. Inoltre, per impedire a Papa Alessandro di conquistare la Toscana, fu costretto a
venire in Italia e, per ottenere il regno di Napoli, lo divise con il re di Spagna. Pertanto, gli
ambiziosi del luogo e i malcontenti ebbero la persona cui ricorrere. È naturale desiderare di
accrescere il proprio potere e gli uomini che possono farlo saranno sempre lodati e non
biasimati; coloro che non possono e vogliono farlo, invece, sbaglieranno e saranno biasimati. Se
Luigi XII di Francia, dunque, poteva con le sue forze assalire il regno di Napoli, doveva farlo; se
non poteva, non doveva condividerlo. La divisione del regno di Napoli merita biasimo, perché
non è giustificata dalla necessità. Luigi XII aveva commesso questi cinque errori: eliminato i
meno potenti; accresciuto in Italia la potenza dello Stato; fatto arrivare in Italia uno straniero
potentissimo; non è venuto ad abitarvi; non vi ha mandato colonie. Tuttavia, questi errori
avrebbero potuto non danneggiarlo, se non avesse compiuto il sesto, ossia: togliere ai
Veneziani le loro ultime conquiste. Se non avesse rafforzato la Chiesa né fatta venire in Italia la
Spagna, sarebbe stato ragionevole e necessario indebolirli; ma avendo preso altre decisioni,
non avrebbe dovuto mai indebolirli, perché essendo potenti, i Veneziani avrebbero sempre
distolto gli altri dal tentare l’impresa in Lombardia, se non a patto di diventarne loro i padroni. E
gli altri non avrebbero voluto togliere la Lombardia alla Francia solo per darla a loro, né
avrebbero avuto l’ardire di combattere contro entrambi.
Riguardo la cessione della Romagna al Papa e di Napoli alla Spagna, per evitare una guerra,
Machiavelli sostiene che non si debba mai far nascere un disordine per evitare una guerra,
perché non la si evita, ma la si rimanda a proprio svantaggio. Di questa materia egli parlò a
Nantes con il cardinale di Rouen quando il Valentino (Cesare Borgia, figlio di Papa Alessandro)
occupava la Romagna. Quando il cardinale di Rouen disse a Machiavelli che gli Italiani non si
intendevano di guerra, egli rispose che i Francesi non si intendevano di politica, poiché altrimenti
non consentirebbero alla Chiesa di diventare così potente. Infatti, la grandezza della Chiesa e
della Spagna è stata causata dalla Francia, che in tal modo determinò la sua stessa rovina.
Chi è causa della potenza di qualcuno va in rovina, perché quella potenza è stata determinata
con l’ingegno o con la forza, e l’una e l’altra sono sospette a chi è diventato potente.
CAPITOLO IV - Per quale ragione il regno di Dario, conquistato da Alessandro, non si
ribellò dopo la morte di Alessandro ai suoi successori
Poiché è difficile mantenere uno Stato recentemente conquistato, ci si chiede come sia possibile
che Alessandro Magno conquistasse in pochi anni l’Asia. I principati che ricordiamo sono
governati in due modi: o da un Principe che domina su tutti, servi e sottomessi, alcuni dei quali
per grazia e concessione sua, lo aiutano a governare il regno, o da un Principe circondato da
baroni che occupano tale posizione per diritto ereditario. Essi possiedono Stati e sudditi propri, a
loro devoti, in quanto li riconoscono come signori. I primi hanno autorità maggiore: in tutta la
regione nessuno è superiore a lui. Tali esempi di governi potrebbero riferirsi alla monarchia turca
e al regno di Francia. La prima è governata da un signore circondato dai suoi servi. Il re di
Francia, al contrario, vive in mezzo a una moltitudine di antichi signori feudali, riconosciuti e
amati dai propri sudditi. Dunque, si avrà difficoltà nel conquistare lo Stato turco ma sarà facile
mantenerlo. Mentre sarà più facile conquistare lo Stato francese, ma più difficile mantenerlo. Le
difficoltà del conquistare il Regno turco consistono nel non poter essere chiamati dai principi di
quel regno e, con la ribellione dei governatori del re non si può facilitare la sua impresa. I
Sangiacchi, essendo schiavi, difficilmente possono essere corrotti e la loro corruzione
risulterebbe poco utile perché essi non possono coinvolgere i popoli. Per questo, chi attacca il
Turco, deve sperare più nelle proprie forze che nelle ribellioni altrui. Al contrario, nel regno di
Francia si può entrare con facilità grazie alla complicità di qualche barone del regno, in quanto
malcontenti e desiderosi di rinnovamenti. Tale vittoria si porta dietro tante difficoltà riguardo
coloro che hanno aiutato e coloro che sono stati sconfitti, che dovranno essere superate per
mantenere il potere. Non basta eliminare la famiglia del Principe, perché restano i signori a capo
dei cambiamenti e non potendoli accontentare egli perderà lo stato.
L'organizzazione del regno di Dario è simile a quello Turco; perciò ad Alessandro fu necessario
prima sconfiggerlo e poi, con la sua morte, ottenere il possesso di quello Stato. In quel regno
non insorsero altri tumulti che quelli suscitati da loro stessi, a differenza degli Stati organizzati
come quello francese, in cui, causa dei numerosi principati presenti, nacquero ribellioni contro i
Romani. Dunque, Alessandro riuscì a conquistare l’Asia, non grazie alle sue capacità ma alla
diversa organizzazione delle regioni conquistate.
CAPITOLO V – Come si debbano governare le città e i principati che vivono secondo le
loro leggi
Quando si conquistano stati abituati a vivere in libertà, ci sono tre modi per mantenerli:
distruggerli, andare ad abitarvi, o lasciarli vivere secondo le loro leggi creandovi un governo, che
in quanto creato dal Principe, sa di non poter sopravvivere senza la sua forza e la sua amicizia
e deve far di tutto per proteggerlo. Se non lo si vuol distruggere, esso si governerà più
facilmente per mezzo dei suoi cittadini. Vi è l'esempio degli Spartani e i Romani. I primi tennero
Atene e Tebe creandovi uno Stato oligarchico, ma le persero. I Romani, per tenere Capua,
Cartagine e Numanzia, le distrussero e non le persero. Non riuscirono a tenere la Grecia
rendendola libera e furono costretti a distruggere molte città di quella regione, in quanto fu
l'unico modo sicuro di possederle.
Chi diventa Principe di una città abituata a vivere libera e non la distrugge, sarà distrutto da
essa, perché essa giustificherà ogni ribellione in nome della libertà e dei suoi ordinamenti, come
fece Pisa dopo cent'anni di sottomissione da parte dei Fiorentini. Ma, quando le città sono
abituate a vivere sotto un Principe, e la famiglia di costui viene distrutta, essendo abituati a
obbedire non riescono ad accordarsi per eleggere un Principe nuovo: così sono più lenti a
prendere le armi e un Principe può essere sicuro della loro fedeltà. Nelle repubbliche c’è
maggiore vita, maggiore odio e desiderio di vendetta; la memoria della loro libertà permane, per
questo bisogna distruggerle o andare ad abitarvi.
CAPITOLO VI - I principati nuovi conquistati con le proprie armi e con virtù
Un uomo saggio deve sempre seguire l'esempio dei grandi uomini imitandoli. I principati
completamente nuovi sono difficili da mantenere a seconda della virtù del loro conquistatore. Il
diventare Principe, dopo esser stato semplice cittadino, presuppone o la virtù o la fortuna. Colui
che non si è fondato sulla sola fortuna si è mantenuto al potere più a lungo.
Tra coloro che solo per virtù sono diventati principi figurano: Mosè, Ciro, Romolo e Teseo, che
furono i più eccellenti. Nonostante Mosè sia stato un semplice esecutore di decisioni prescritte
da Dio, egli ebbe la grazia che lo rese degno di parlare con Dio. Le azioni di Ciro e degli altri
conquistatori o fondatori di regni sono simili a quelle di Mosè: essi hanno ricevuto dalla fortuna
l’occasione per introdurre negli Stati gli ordinamenti più opportuni. Senza quell'occasione, la loro
virtù si sarebbe spenta e, senza tale virtù, l’occasione sarebbe arrivata invano. Era dunque
necessario che il popolo d’Israele fosse schiavo e oppresso dagli Egiziani, affinché, per liberarsi
dalla schiavitù, lo seguissero; che Romolo fosse stato abbandonato alla nascita, perché
diventasse re di Roma; che Ciro trovasse i Persiani malcontenti dei Medi e che questi fossero
diventati deboli a causa della lunga pace; che Teseo trovasse disuniti gli Ateniesi.
Coloro che diventano principi per virtù conquistano il principato con difficoltà, in quanto obbligato
a introdurre nuovi ordinamenti. Con quest'ultimi si inimicherà coloro che traevano beneficio da
quelli vecchi e troverà tiepidi difensori che lo difendono, timorosi degli avversari e dello
scetticismo degli uomini nei confronti delle novità. Pertanto, difenderanno con scarso impegno
agli attacchi nemici, per non correre pericoli.
S gli innovatori realizzano i propri intenti grazie alle forze degli altri, non realizzeranno nulla; se
con le proprie forze, invece, corrono raramente pericoli - difatti tutti i profeti armati vinsero e i
disarmati andarono in rovina, in quanto è facile convincere i popoli di una cosa, ma è difficile
mantenerli fermi in quella convinzione se non creando istituzioni che permettono di usare la
forza per farli continuare a credere - Mosè, Ciro, Teseo e Romolo non avrebbero potuto far
osservare a lungo i loro ordinamenti. Se fossero stati disarmati come accadde a fra’ Gerolamo
Savonarola, che andò in rovina non appena la moltitudine cominciò a non prestargli più fede, e
non aveva i mezzi per mantenerli fermi. Costoro devono superare le difficoltà incontrate nel loro
cammino con la loro virtù e dopo eliminare i loro avversari per restare potenti. Un altro esempio
è Gerone Siracusano, il quale da privato cittadino diventò Principe di Siracusa grazie alla
fortuna: i Siracusani, essendo assoggettati ai Cartaginesi, lo elessero prima capitano e poi
Principe. Egli distrusse la vecchia milizia creandone una nuova; lasciò le antiche amicizie e ne
strinse di nuove. Su tale fondamento, fu facile mantenere il potere.
CAPITOLO VII - I principati nuovi conquistati con le armi e la fortuna altrui
Coloro che, soltanto grazie alla fortuna da semplici cittadini diventano principi, conquistano il
potere con poca fatica, ma con grandi difficoltà lo mantengono. Essi ricevono uno Stato in
cambio di denaro o per grazia, come accadde a molti in Grecia, o a quei cittadini Romani che
divennero imperatori per corruzione dei soldati. Costoro si reggono solo sulla volontà e sulla
fortuna di chi gli ha concesso il potere, due cose volubili e instabili. Non sanno conservare il
potere perché un uomo privo di ingegno e virtù, avendo sempre vissuto come privato cittadino,
non è in grado di governare; né possono perché non possiedono forze amiche e fedeli. Inoltre,
gli Stati che si formano rapidamente non hanno solide radici, perciò cadono alla prima difficoltà.
Solo se posseggono virtù sono in grado di conservare ciò che la fortuna ha messo loro in
grembo. Due esempi su tali tipi di principi provengono da Francesco Sforza e Cesare Borgia.
Francesco con mezzi politici e con grande virtù, da privato cittadino, diventò duca di Milano e
mantenne facilmente ciò che aveva difficilmente conquistato. Cesare Borgia (duca Valentino),
invece, conquistò lo Stato grazie alla fortuna del padre e con quella lo perse, nonostante avesse
fatto tutto ciò che un uomo prudente e virtuoso avrebbe dovuto fare per mettere radici in quelle
regioni. Chi non crea i fondamenti prima, potrebbe con una grande virtù farlo successivamente.
Il duca aveva costruito solide fondamenta per la sua futura potenza e le sue azioni sono il
miglior esempio da fornire a un Principe nuovo. Se le sue decisioni non diedero buoni frutti non
fu per colpa sua ma a causa della cattiva sorte. Alessandro VI, nel voler rendere potente il duca
suo figlio con qualche stato, aveva molte difficoltà presenti e future. Se avesse deciso quello
della Chiesa, il duca di Milano e i Veneziani non glielo avrebbero consentito, perché Faenza e
Rimini erano già sotto la protezione di Venezia. Inoltre sapeva che le milizie armate italiane
erano nelle mani di coloro che temevano la grandezza del Papa e di cui quindi, non poteva
fidarsi, essendo tutte nelle mani degli Orsini, dei Colonna e loro amici. Era necessario mutare
l’ordinamento di quegli Stati e scardinarne il regime per potersene impadronire con sicurezza. E
per gli fu facile perché i Veneziani, spinti da altre mire, si erano adoperati per far ritornare i
Francesi in Italia: il Papa Alessandro VI non si oppose a questo ritorno anzi, lo facilitò
sciogliendo il primo matrimonio di Luigi XII. Il Papa ottenne dal re truppe per l’impresa della
conquista della Romagna e, dopo la conquista e sconfitti i Colonna, al Duca sembrava che le
truppe degli Orsini, delle quali si era avvalso, e il Re di Francia potessero tradirlo e togliergli ciò
che aveva conquistato. Per questo decise di non dipendere più dalle armi e dalla fortuna altrui.
Indebolì le fazioni romane degli Orsini e dei Colonna perché portò dalla sua parte tutti i loro
partigiani facendoli suoi gentiluomini, onorandoli secondo le qualità, con incarichi militari e
politici, al fine di spegnere il loro attaccamento agli antichi signori. Egli disperse la famiglia
Colonna e distrusse il capo degli Orsini i quali, accortisi tardi che la potenza del Duca e della
Chiesa li avrebbe rovinati, organizzarono un'assemblea a Magione dalla quale nacque la
ribellione di Urbino e i tumulti della Romagna e molti pericoli per il Duca. Riconquistata la sua
autorità, per non entrare in uno scontro con la Francia e altre autorità, ingannò gli Orsini
riconciliandosi con loro con l’intermediazione del signor Paolo, il quale fu rassicurato dal duca
mediante doni, tanto che la loro stoltezza li condusse a Senigallia nelle sue mani dove furono
uccisi. Trasformati in suoi amici i loro partigiani, il Duca aveva acquisito un solido potere,
conquistando l'amicizia e il rispetto della Romagna con il ducato di Urbino. Dopo tale conquista,
il Duca ritenne che per ottenere pace e obbedienza fosse necessario darle un buon governo.
Perciò diede pieni poteri a Remirro de Orco, uomo crudele e sbrigativo. Ma in seguito, per
evitare che tale autorità divenisse odiosa, istituì una magistratura civile con un presidente che
fungeva da consigliere. E per liberare i popoli da ogni sospetto su di lui, volle dimostrare che le
crudeltà non erano dipese da lui ma dall’aspro carattere del suo ministro, soddisfacendo e
intimorendo così i popoli. Ritrovandosi il Duca potente, al sicuro dai pericoli presenti e avendo in
buona parte eliminato le milizie pericolose, restava il problema del rispetto al Re di Francia
perché si era accorto tardi che quest'ultimo non gli avrebbe permesso altre conquiste. Per
questo iniziò a cercare nuove amicizie e a essere freddo con i Francesi, nella discesa che fecero
verso il regno di Napoli contro gli Spagnoli che assediavano Gaeta. L'obbiettivo di stare vicino ai
francesi sarebbe riuscito se Papa Alessandro avesse continuato a vivere. Per evitare, nel futuro,
che il successore di suo padre al soglio pontificio gli togliesse quello che Alessandro gli aveva
dato, pensò di risolvere il problema in quattro modi: eliminando tutti i consanguinei dei signori
per togliere al Papa la possibilità di dar loro i propri possedimenti; facendosi amici tutti i
gentiluomini di Roma per poter, insieme, tenere a freno le azioni del Papa; acquisendo un forte
potere di controllo sul Collegio dei Cardinali; acquistando tanto potere da poter resistere da solo
a un attacco. Voleva diventare signore della Toscana, possedeva già Perugia e Piombino e
aveva preso Pisa sotto la sua protezione. Appena non avesse avuto più il dovere di portare
rispetto alla Francia si sarebbe gettato su Pisa. Se questo gli fosse riuscito avrebbe acquistato
tante milizie e tanto potere, che si sarebbe retto da solo con la sua potenza e la sua virtù, senza
dipendere più dalla fortuna e da forze altrui. Ma Alessandro lo lasciò col solo Stato di Romagna
consolidato, mentre tutti gli altri erano ancora malsicuri tra due potenti eserciti nemici.
Ciononostante il duca aveva tanta virtù ed erano tanto validi i fondamenti che aveva creato in
poco tempo che, se non avesse avuto addosso gli eserciti e non fosse stato malato alla morte di
papa Alessandro VI, avrebbe resistito a ogni difficoltà. Secondo Machiavelli, le azioni del duca
sono un modello da imitare per tutti coloro che salgono al potere con la fortuna e con armi altrui.
Cesare Borgia, avendo grande carattere e alto proposito di dominio non poteva prendere
decisioni più opportune. Si opposero al suo progetto solo la breve vita di Papa Alessandro e la
sua malattia. L’unica critica che si può muovergli riguarda la creazione di Giulio II pontefice che
fu un'elezione funesta per lui perché non poteva far eleggere un Papa a lui favorevole, ma
poteva impedire che qualcuno diventasse Papa, e non avrebbe dovuto consentire l’ascesa al
Papato dei cardinali che aveva danneggiato o che avrebbero temuto il suo potere. Perché gli
uomini attaccano o per paura o per odio, pertanto il Duca avrebbe dovuto far eleggere Papa uno
spagnolo e, non potendo, il cardinale di Rouen, non Giuliano Della Rovere. Nei grandi
personaggi i benefici nuovi non fanno dimenticare i vecchi oltraggi. A causa di questa errata
elezione, il Duca fu lui stesso causa della sua rovina.
CAPITOLO VIII - Di coloro che sono pervenuti al principato per mezzo delle scelleratezze
L'altro modo per diventare principe non per fortuna e virtù è con il favore degli altri suoi cittadini.
E Machiavelli espone due esempi: uno antico l’altro moderno. Agatocle, figlio di un vasaio di
condizione sociale semplice e spregevole, condusse sempre un'esistenza scellerata con tanta
forza d’animo e di corpo che gli permise di entrare nella milizia fino a divenire prima pretore di
Siracusa poi Principe tenendo con la forza quel potere che all'unanime gli avevano concesso e,
dopo essersi accordato col cartaginese Amilcare Barca, che con le sue truppe si trovava in
Sicilia, radunò il popolo e il senato di Siracusa con la scusa di dover deliberare affari riguardanti
lo Stato e fece uccidere dai suoi soldati tutti i senatori e le persone più ricche della popolazione;
dopo di ché mantenne il principato della città senza alcun dissenso. E, benché dai Cartaginesi
fosse stato due volte sconfitto e assediato, poté difendere la città e, lasciata una parte dei suoi a
difesa dell’assedio, con l’altra parte assaltò l’Africa e in breve tempo liberò Siracusa dall’assedio
costringendo i Cartaginesi ad accordarsi con lui lasciando infine ad Agatocle la Sicilia. In
Agatocle non vi è quasi nulla che si possa attribuire alla fortuna. La sua virtù nell’affrontare i
pericoli e nel trovarvi le soluzioni opportune e nel reggere e superare le avversità, non è inferiore
ad altri eccellenti condottieri. Tuttavia, la sua crudeltà nell'ammazzare i propri concittadini, tradire
gli amici e mostrarsi senza pietà o ideale morale, possono far acquistare potere ma non gloria e
non gli consentono di essere celebrato fra gli uomini più eccellenti. Durante il Papato di Papa
Alessandro VI, Oliverotto da Fermo, in breve tempo, grazie all’intelligenza e alla forza dell’animo
e del corpo, diventò il primo uomo della milizia. Ma, giudicando servile il restare sotto il comando
di altri, con l’appoggio di Vitellozzo e di alcuni cittadini di Fermo, che preferivano la servitù alla
libertà della patria, volle impadronirsi di Fermo. Scrisse allo zio Giovanni Fogliani, al quale
voleva apparire degno di onore, pregandolo di essere ricevuto onorevolmente dai Fermani.
Oliverotto organizzò un banchetto al quale invitò Giovanni Fogliani e cominciò a ragionare sulla
grandezza di Papa Alessandro e di Cesare Borgia suo figlio e delle loro imprese. Dopo di ché
affermò che tali argomenti dovevano essere trattati in un luogo più riservato, pertanto, si ritirò in
una stanza e Giovanni e tutti gli altri cittadini lo seguirono, ignari che un gruppo di soldati li
avrebbe uccisi. Dopo la strage Oliverotto assediò nel palazzo il supremo magistrato e per paura
furono costretti a obbedirgli e a costituire un governo di cui si proclamò Principe. Uccisi i
malcontenti, che in quanto tali avrebbero potuto nuocergli, si rafforzò con nuovi ordinamenti civili
e militari, per poter vivere al sicuro nella città, ed essere temuto dai suoi vicini. Tuttavia, si lasciò
ingannare da Cesare Borgia quando a Senigallia eliminò gli Orsini e i Vitelli, e un anno dopo fu
strangolato insieme a Vitellozzo, maestro delle sue scelleratezze. Il fatto che Agatocle e altri
principi simili potessero, nonostante tradimenti e crudeltà, vivere a lungo e sicuri nelle loro patrie
e difendersi dai nemici senza che i concittadini cospirassero contro di loro, mentre altri principi,
pur usando la crudeltà non abbiano conservato il potere, dipende dal modo in cui si utilizzano le
crudeltà. Crudeltà usate bene sono quelle che si fanno una sola volta, per mettersi al sicuro,
dopo di ché vengono prese decisioni per avvantaggiare i propri sudditi. Male usate, invece, sono
quelle che pur essendo poche all’inizio, crescono col passare del tempo piuttosto che cessare.
Nell’impadronirsi di uno Stato il conquistatore deve avere ben chiari i provvedimenti violenti da
prendere e attuarli tutti in una volta, per non dover rinnovare le offese. Chi agisce in modo
diverso, per mancanza di risolutezza o malignità d’animo, deve essere pronto a far ricorso alla
violenza; non può contare sui sudditi che, per le continue violenze, non hanno fiducia in lui. Un
Principe deve vivere con i suoi sudditi in modo che nessuna occasione faccia loro cambiare
condotta.
CAPITOLO IX - Il Principato civile
Qui Machiavelli esamina la modalità con cui un semplice cittadino non per scelleratezza o per
violenza, ma con l’aiuto dei concittadini, diviene Principe della sua patria, la quale prende il
nome di principato civile. Per ottenerlo non basta possedere solo virtù o solo fortuna, piuttosto
un'accortezza sostenuta dalla fortuna che si raggiunge con il consenso del popolo o dei potenti.
Perché in ogni città si trovano queste due tendenze: il popolo che desidera non essere
comandato e oppresso dai potenti, e i potenti che desiderano comandare e opprimere il popolo.
Da questi due desideri diversi può nascere il principato, la libertà o l'anarchia.
Il principato è causato o dal popolo o dai potenti: quando i potenti non possono più resistere al
popolo, cominciano a dare il loro appoggio a uno di loro e lo fanno Principe per poter realizzare
la loro brama di dominio. Il popolo, quando si rende conto di non poter resistere ai potenti,
accresce la forza di uno e lo fa Principe per essere difeso mediante la sua autorità. Colui che
diventa Principe con l’aiuto dei potenti resta al potere con maggiori difficoltà di colui che lo
diventa con l’aiuto del popolo; perché si trova intorno persone che sembrano essere del suo
stesso rango, per cui non può né comandarli né governarli secondo la sua volontà. Inoltre non si
può onorevolmente accontentare i potenti senza danneggiare altri, ma si può soddisfare il
popolo: perché il fine del popolo (non essere oppresso) è più onorevole di quello dei potenti
(opprimere). Inoltre un Principe non è mai al sicuro quando il popolo gli è nemico perché sono
troppi, mentre può essere facilmente al sicuro dai potenti perché sono pochi. Da un popolo
nemico si può essere abbandonati, ma dai potenti nemici non solo si può essere abbandonati,
ma muovono anche contro perché, essendo più astuti, riescono in tempo a salvarsi e a cercar
meriti presso colui che sperano che vinca. Il Principe deve necessariamente vivere con un
popolo, mentre può vivere senza i potenti, potendo togliere o dare loro autorità a suo
piacimento. I potenti devono essere: o governati in modo da vincolarli alla sorte del Principe,
oppure no. Coloro che si vincolano, e non sono avidi prepotenti, devono essere onorati e amati;
quelli che non si vincolano, o lo fanno per inettitudine e mancanza di carattere e, in questo caso,
il Principe si deve servire dei buoni consigli degli esperti, che nella prosperità gli procurano
onore e nelle avversità non ha da temerne; oppure lo fanno per convenienza o ambizione,
pensando più a sé stessi che al Principe. Sono questi che il principe deve temere in quanto,
nelle avversità, favoriranno la sua rovina. Pertanto, chi diventa Principe con il favore del popolo,
deve mantenerlo amico e ciò gli sarà facile perché il popolo non chiede altro che di non essere
oppresso. Ma chi è contro il popolo e diventa Principe con il favore dei potenti, deve prima di
ogni altra cosa conquistare il popolo dandogli protezione. E, poiché gli uomini quando ricevono
del bene da chi credevano di ricevere del male si sentono più obbligati verso il loro benefattore,
diventerà favorevole e il Principe può conquistare questo favore in molti modi, a seconda delle
situazioni. Nabide, Principe degli Spartani, sostenne l’assedio della Grecia e dell'esercito
romano e contro di loro difese la sua patria e il suo Stato: gli bastò solo, al momento del
pericolo, guardarsi dai rivali; e questo non gli sarebbe bastato se avesse avuto nemico il popolo.
Il proverbio che afferma che chi basa il proprio potere sul popolo lo basa sul fango, è vero
quando riguarda un privato cittadino che impadronendosi del potere si illude di essere liberato
dal popolo se fosse aggredito dai nemici o dai magistrati, come accadde a Roma ai Gracchi e a
Firenze a Giorgio Scali. Ma quando pone i suoi fondamenti sul popolo un Principe capace di
comandare, coraggioso e temerario, non verrà ingannato da questi in quanto avrà creato
resistenti fondamenti. Questi principati di solito sono in pericolo quando c’è il salto dal governo
basato sul favore dei cittadini a quello assoluto; perché questi prìncipi o governano da soli o per
mezzo di magistrature. Organizzare lo Stato con le magistrature è più debole e pericoloso,
perché dipende tutto dalla volontà dei magistrati i quali, soprattutto nelle avversità, possono
facilmente togliergli lo Stato, agire contro di lui o disubbidirgli. Il Principe, nel pericolo, non può
fare in tempo a impadronirsi del potere assoluto perché i cittadini e i sudditi, che sono soliti
prendere ordini dai magistrati, non sono disposti, in quei frangenti, a obbedirgli; e un tale
Principe non può fidarsi di ciò che vede nei tempi di pace, quando i cittadini hanno bisogno dello
Stato perché allora ognuno promette e vuole morire per lui ma, nei tempi avversi, quando lo
Stato ha bisogno dei cittadini, se ne trovano pochi. Perciò un Principe saggio deve governare in
modo che i suoi sudditi, in ogni circostanza, che sia di pace o di guerra, abbiano bisogno dello
Stato e di lui; e che sempre gli siano fedeli.
CAPITOLO X - Come si debbono valutare le forze di tutti i principati
Machiavelli esaminando le caratteristiche di questi principati si domanda se un Principe con uno
Stato grande, al momento del bisogno, possa reggersi con le sue forze o debba essere aiutato
da altri. Riguardo il secondo caso si possono esortare i principi a fortificare la propria città e non
tenere in conto la campagna. Chiunque avrà ben fortificato la sua città e avrà governato bene i
sudditi, sarà sempre attaccato con gran timore, perché gli uomini sono sempre contrari alle
imprese che presentano difficoltà e non è facile attaccare il Principe di una città potente e non
odiato dal popolo. Le città della Germania sono liberissime, hanno poca campagna,
obbediscono all’imperatore e non temono né lui né altri potenti dei dintorni, in quanto ciascuno
pensa che la loro conquista sia irritante e difficile. Tutte sono fortificate con fossati e mura,
artiglieria e provviste di cibo. E, per tenere sazia la plebe, offrono loro un lavoro per un anno in
attività che concernono la vita della città. Inoltre, danno grande importanza gli esercizi militari. Le
cose del mondo sono così mutevoli che è quasi impossibile che qualcuno possa col suo esercito
stare ad assediarlo ozioso per un anno intero. Un popolo assediato che avrà le sue proprietà
fuori dalle mura, potrebbe non avere la pazienza e il lungo assedio e l’attaccamento alle proprie
terre gli potrebbe far dimenticare il Principe: ma un Principe potente e coraggioso supererà
sempre queste difficoltà dando ai sudditi la speranza che il male non sarà lungo. Secondo logica
il nemico deve incendiare e distruggere il contado al suo arrivo, nel momento in cui gli animi
degli assediati sono ancora impetuosi e desiderosi di difendersi e, per questo, tanto meno il
Principe deve dubitare, perché dopo qualche giorno, quando gli animi si sono raffreddati, i danni
sono stati già fatti e non c’è più rimedio: allora ancor più si stringono al loro Principe, credendo
che lui abbia assunto un obbligo verso di loro, essendo state arse le loro case e distrutte le loro
proprietà per la sua difesa. La natura degli uomini è tale che essi si legano per i benefici che
fanno e per quelli che ricevono. Per cui non sarà difficile a un Principe prudente mantenere fermi
gli animi dei suoi sudditi in ogni momento durante l’assedio purché non manchi loro il necessario
per vivere e per difendersi.
CAPITOLO XI - I Principati ecclesiastici
Per i principati ecclesiastici, si incontrano molte difficoltà prima di possederli, perché si
conquistano o per virtù o per fortuna e si possono mantenere senza l’una e senza l’altra; hanno
il loro fondamento nelle istituzioni e nelle leggi radicate nella religione le quali sono diventate
tanto potenti che mantengono i loro prìncipi al potere, in qualunque modo governino. Soltanto
questi prìncipi possiedono Stati che non difendono e hanno sudditi che non governano; gli Stati,
sebbene siano indifesi, non gli sono tolti e i sudditi, sebbene non siano ben governati, non se ne
curano né possono separarsi da loro. Dunque solo questi principati sono sicuri e felici. Essi sono
retti da cause superiori che la mente umana non comprende. La Chiesa ha raggiunto una tale
grandezza nel potere temporale in quanto è temuta dal Re di Francia, essendo stata capace di
cacciarlo fuori dall'Italia e danneggiare i Veneziani. Fino ad Alessandro VI, invece, i potentati
italiani stimavano poco il potere temporale della Chiesa. Prima dell’arrivo di Carlo VIII Re di
Francia, l’Italia era dominata dal Papa, dai Veneziani, dal Re di Napoli, dal Duca di Milano e dai
Fiorentini. Questi potentati avevano due preoccupazioni: che un potente straniero non entrasse
in Italia armato e che nessuno di loro conquistasse altri territori. A suscitare maggiori
preoccupazioni erano il Papa e i Veneziani. Per tener a freno i Veneziani occorreva l’alleanza di
tutti gli altri, come avvenne nella difesa di Ferrara; per il Papa, bastava servirsi dei baroni
romani, in quanto essendo divisi nelle due fazioni degli Orsini e dei Colonna, vi erano sempre
occasioni di risse; ed essere armati sotto gli occhi del Pontefice rendeva quest'ultimo debole.
Benché ogni tanto venisse eletto un Papa audace, come Sisto IV, la fortuna o la prudenza
politica non lo tennero lontano da queste difficoltà a causa della brevità della loro vita, perché un
Papa, in dieci anni di potere, avrebbe potuto a stento sottomettere una delle due fazioni. Questo
rendeva il potere temporale del Papa poco stimato in Italia. Venne poi papa Alessandro VI che
per primo dimostrò quanto un Papa potesse avvantaggiarsi col denaro e con l’esercito e operò
per mezzo del Duca Valentino e dell’arrivo dei Francesi. E, benché la sua intenzione fosse
quella di favorire il duca e non la chiesa, ciò che fece aumentò la grandezza di quest’ultima.
Dopo di lui Papa Giulio II, si ritrovò grande la Chiesa per la conquista della Romagna e
annientate le fazioni con l’eliminazione e sottomissione dei baroni romani. Egli mantenne le cose
acquistate, conquistò Bologna, sconfisse i Veneziani e cacciò i Francesi per ingrandire la
Chiesa. Mantenne invariate le fazioni degli Orsini e dei Colonna; e nonostante qualche difficoltà,
due cose le tennero ferme: il timore per la grandezza della Chiesa, e il non avere cardinali che
sono all’origine delle contese fra loro. Queste fazioni staranno quiete finché avranno cardinali,
perché questi favoriscono le fazioni a Roma e fuori, e i baroni sono costretti a difenderle: così
dall’ambizione dei prelati nascono le discordie e i tumulti fra i baroni. Papa Leone X ha ereditato
questo pontificato potentissimo.
CAPITOLO XII - I vari tipi di eserciti e le milizie mercenarie
Qui Machiavelli esamina i mezzi di attacco e di difesa che sono connessi a ciascun principato. È
necessario che un Principe crei buoni fondamenti al suo Stato per non andare in rovina. E i
principali fondamenti di tutti gli Stati, (nuovi, ereditari o misti), sono le buone leggi e un esercito
affidabile. Non possono esistere leggi efficaci dove non c’è un esercito fedele, e viceversa.
L’esercito col quale un Principe difende il suo Stato o è suo oppure è mercenario, ausiliario o
misto. Gli eserciti mercenari e ausiliari sono inutili e pericolosi. Uno Stato fondato su armi
mercenarie non sarà mai al sicuro, perché sono disunite, ambiziose, indisciplinate e infedeli,
senza timor di Dio. In tempo di pace sei depredato dai mercenari, in tempo di guerra dai nemici,
in quanto l'unica ragione che le tenga in campo a combattere è lo stipendio; e ciò non è
sufficiente affinché vogliano morire per te. Vogliono essere tuoi soldati mentre non fai guerra e
appena la guerra scoppia vogliono fuggire. La rovina dell’Italia è dovuta all’essersi per molti anni
retta sulle armi mercenarie, le quali, per merito del loro condottiero, fecero qualche conquista
territoriale e sembrarono gagliarde tra loro, ma non appena arrivò lo straniero mostrarono quel
che erano realmente tanto che a Carlo VIII re di Francia fu consentito di impadronirsi dell’Italia
col gesso. Ed era vero quando Savonarola diceva che la causa era da cercare nei nostri peccati.
Tuttavia, i peccati non erano quelli che credeva lui, ma questi. E poiché erano peccati dei
Principi, loro stessi ne hanno subito la pena. I capitani mercenari o sono uomini eccellenti
nell’arte militare o no: se lo sono non te ne puoi fidare perché sempre aspireranno a diventar
potenti per sé, o distruggendo il loro padrone, o attaccando altri contro le tue intenzioni. Le armi
devono essere adoperate o da un Principe o da una Repubblica. Il Principe deve assumere
personalmente il comando dell’esercito; la Repubblica deve mandare uno dei suoi cittadini e,
quando manda un comandante non valido, deve cambiarlo, mentre se è valido, deve trattenerlo
con le leggi affinché non ecceda nell’uso del potere. Per esperienza possiamo notare che solo i
Principi e le Repubbliche provvisti di eserciti propri hanno compiuto progressi grandissimi
estendendo il proprio territorio, e che le milizie mercenarie producono solo danni. Una
Repubblica dotata di armi proprie cade sotto il potere di un suo cittadino con più difficoltà di
quanto possa accadere a una Repubblica che si serve di armi mercenarie. Per molti secoli
Roma e Sparta sono state armate e libere, come anche gli Svizzeri. Un esempio dell’uso antico
delle armi mercenarie sono i Cartaginesi: essi, finita la prima guerra coi Romani, stavano per
essere oppressi dalle loro milizie mercenarie, benché fossero comandate dai loro cittadini.
Filippo il Macedone, dopo la morte di Epaminonda, fu creato dai Tebani capitano del loro
esercito e dopo la vittoria tolse loro la libertà. I Milanesi, morto il duca Filippo Maria Visconti,
assoldarono Francesco Sforza contro i Veneziani il quale, sconfitti i nemici a Caravaggio, si alleò
con essi per sopraffare i Milanesi suoi padroni. Muzio Attendolo Sforza, padre di Francesco,
mentre era al servizio della regina Giovanna di Napoli, la lasciò improvvisamente disarmata; e
lei, per non perdere il regno, fu costretta a gettarsi fra le braccia del re d’Aragona. I Fiorentini
furono favoriti dalla sorte, perché degli abili condottieri, di cui potevano avere timore, alcuni non
hanno vinto, altri non hanno avuto validi oppositori o hanno rivolto altrove la loro ambizione.
Quello che non vinse fu Giovanni Acuto (John Hawkwood) e non vincendo non se ne poté
conoscere la lealtà; ma se egli avesse vinto, i Fiorentini sarebbero caduti in suo potere.
Francesco Sforza ebbe sempre avverse le truppe di Braccio da Montone e si controllarono l’un
l’altro: Sforza rivolse le sue ambizioni verso la Lombardia e Braccio da Montone contro la Chiesa
e il regno di Napoli. Ma, recentemente, I Fiorentini scelsero come loro capitano Paolo Vitelli,
abile, di modesta condizione sociale, che aveva raggiunto una grandissima reputazione. Se
costui avesse espugnato Pisa e fosse stato assoldato dai loro nemici, i Fiorentini non avrebbero
avuto possibilità di salvezza. Considerando le vicende del loro Stato, i Veneziani hanno
gloriosamente agito mentre fecero la guerra avvalendosi di armi proprie, prima che si volgessero
alla conquista della terraferma. Ma appena cominciarono a combattere in terraferma lasciarono
la strategia di combattere con le armi proprie e seguirono il modo di combattere con armi
mercenarie. E all’inizio della loro espansione in terraferma, non avendo un territorio esteso ed
essendo considerati potenti, non avevano molto da temere dai loro condottieri ma,
ingrandendosi sotto il Carmagnola, ebbero la riprova del loro errore. Perché dopo aver sconfitto
sotto la sua guida il Duca di Milano e accorgendosi che si era raffreddato nel condurre la guerra,
giudicarono che con lui non potevano più vincere, perché lui non voleva, né potevano licenziarlo
per non averlo nemico, per cui furono costretti ad ammazzarlo. Hanno poi avuto altri capitani
come Bartolomeo Colleoni da Bergamo, Ruberto da San Severino, Niccolò Orsini conte di
Pitigliano… con i quali dovevano temere la perdita di territori e non le nuove conquiste: come
successe nella battaglia di Vailate-Agnadello, dove in una giornata persero quello che avevano
conquistato in 800 anni con tanta fatica. Con armi mercenarie si realizzano solo conquiste lente
e incerte, mentre le perdite sono improvvise e sorprendenti.
Con questi esempi Machiavelli parla dell'uso da parte dell’Italia delle armi mercenarie e ne
esamina un possibile rimedio. Da quando negli ultimi secoli l’Impero cominciò a perdere potere
in Italia e il Papa acquisiva sempre più forza nel potere temporale, l’Italia si suddivise in più Stati;
molte delle grandi città presero le armi contro i loro nobili, i quali, fino a quel momento, favoriti
dall’Imperatore le avevano tenute sottomesse; e la Chiesa le aiutava per accrescere il suo
potere temporale. In altre città un cittadino diventò Principe. Per cui, essendo l’Italia ormai nelle
mani della Chiesa e di qualche Repubblica, ed essendo i preti e i cittadini inesperti nell’arte
militare, cominciarono ad assoldare stranieri. Il primo a dare prestigio alle armi mercenarie fu il
romagnolo Alberigo da Barbiano, conte di Conio. Dalla sua scuola discesero Braccio da
Montone e Muzio Attendolo Sforza che ai loro tempi furono arbitri della politica d’Italia. Purtroppo
il risultato fu che l’Italia fu conquistata da Carlo VIII, assoggettata con violenza da Ferdinando il
Cattolico, depredata da Luigi XII e disonorata dagli Svizzeri. Il principio cui si sono attenuti, per
dare prestigio alle proprie truppe è stato toglierlo alle fanterie in quanto, non avendo uno Stato e
vivendo del loro mestiere militare, impiegarono i cavalieri che, anche se in numero modesto,
potevano essere nutriti e onorati. E le cose erano arrivate al punto che in un esercito di ventimila
soldati non si trovavano più di 2000 fanti. Inoltre i condottieri avevano usato ogni astuzia per
togliere a sé stessi e ai loro soldati la fatica della guerra e la paura della morte. Non si
ammazzavano nelle battaglie, ma si prendevano prigionieri senza riscatto; non davano di notte
l’assalto alle città, non costruivano intorno al campo né steccati né fossati; non facevano
imprese militari in inverno. Tutto ciò era previsto nei loro ordinamenti militari per evitare la fatica
e i pericoli: tanto che hanno ridotto l’Italia schiava e disonorata.
CAPITOLO XIII - Eserciti ausiliari, misti e propri
La armi ausiliari (altre armi inutili) sono quegli eserciti che appartengono a un potente al quale
chiedere aiuto e difesa con le sue armi, come fece Papa Giulio II, il quale, avendo visto la cattiva
prova fornita dalle sue milizie mercenarie nell’impresa di Ferrara, si volse alle armi ausiliarie e si
mise d’accordo con Ferdinando re di Spagna, perché venisse ad aiutarlo coi suoi eserciti.
Queste armi possono essere utili ed efficaci per chi le chiama quasi sempre dannose; perché se
vieni sconfitto rimani distrutto, se vinci resti loro prigioniero. La decisione di Papa Giulio II di
gettarsi nelle braccia d’uno straniero per conquistare Ferrara fu sconsiderata. Ma la sua buona
fortuna fece nascere un terzo effetto, risparmiandogli le gravi conseguenze della sua decisione:
il Papa, essendo state sconfitte a Ravenna le sue truppe ausiliari spagnole dai Francesi e
sopraggiungendo gli Svizzeri mercenari del Papa stesso, che cacciarono i vincitori, si trovò a
non restare prigioniero né dei nemici, che erano stati messi in fuga, né delle sue milizie
ausiliarie, poiché il Papa aveva riportato la vittoria con le armi mercenarie. I Fiorentini, essendo
privi di esercito, assoldarono 10000 Francesi per espugnare Pisa e con tale decisione dovettero
affrontare i momenti più pericolosi del corso della loro storia. L’imperatore di Costantinopoli, per
opporsi ai suoi vicini, mandò in Grecia diecimila Turchi; i quali, finita la guerra, non vollero andar
via e questo fu l’inizio della servitù della Grecia con gli infedeli. Le milizie ausiliarie sono molto
più pericolose delle mercenarie. Esse conducono alla rovina e sono tutte unite e rivolte a
obbedire a un altro. Le mercenarie, invece, anche dopo una vittoria, hanno bisogno di maggior
tempo e di opportune occasioni per colpire e il capo di esse non può raggiungere subito tanto
potere da attaccarti. Insomma, nelle milizie mercenarie è più pericolosa la pigrizia, nelle
ausiliarie il valore. Pertanto un Principe saggio ha sempre evitato di servirsi degli eserciti altrui,
creandone uno proprio. Perdendo con le sue truppe, piuttosto che vincere con quelle degli altri:
giudicando non vera una vittoria ottenuta con armi non sue. Machiavelli riporta come esempio il
duca Cesare Borgia, il quale entrò in Romagna con le milizie ausiliarie, composte da francesi,
con i quali conquistò Imola e Forlì. Ma, non sembrandogli leali tali truppe, si rivolse alle armi
mercenarie, credendo che presentassero minori pericoli, si servì degli Orsini e i Vitelli, dopo di
ché le eliminò creando una propria milizia in quando le giudicò incerte, infedeli e pericolose. La
differenza tra le due milizie sta nella reputazione che aveva il Duca quando si servì solo dei
Francesi, quando ebbe gli Orsini e i Vitelli e quando, infine, rimase padrone di sé stesso con i
suoi soldati: mai fu stimato tanto come quando videro che possedeva interamente le sue truppe.
Siracusano Gerone, creato dai Siracusani comandante delle truppe, capì subito che la milizia
mercenaria non era utile perché i loro condottieri agivano come quelli italiani e non potendoli
conservare né lasciar andar via li fece tagliare a pezzi e, da quel momento, fece guerra con le
sue truppe e non con quelle altrui. Un altro esempio di Machiavelli, in riferimento a questo
discorso, è un personaggio simbolico del Vecchio Testamento. Davide offrendosi a Saul di
andare a combattere contro Golia, fu vestito delle sue armi per dargli coraggio. Ma Davide, dopo
averle indossate, le rifiutò dicendo che con quelle non sarebbe stato a suo agio e voleva
affrontare il nemico con la sua fionda e il suo coltello. Dunque, le truppe degli altri o ti cadono di
dosso, o ti pesano, o sono strette. Carlo VII, padre del re Luigi XI, avendo liberato la Francia
dagli Inglesi grazie alla sua fortuna e alla sua virtù, sentì la necessità di armarsi con un proprio
esercito e istituì nel suo regno l’arma della cavalleria e della fanteria, che fu in seguito, abolita
dal figlio Luigi XI che cominciò ad assoldare gli Svizzeri: e questo errore, seguito da altri, è
causa dei pericoli che corse quel regno. Perché avendo dato prestigio agli Svizzeri, eliminando
la fanteria e la cavalleria, l'esercito si indebolì e furono costretti a dipendere dalle armi altrui e,
avendo sempre combattuto con gli Svizzeri, non pensarono di poter vincere senza di essi. Di
conseguenza, i Francesi non arrivarono a essere sullo stesso piano degli Svizzeri, e senza gli
Svizzeri non osarono combattere contro altri. Gli eserciti della Francia, dunque, sono in parte
mercenari e in parte propri: e questo essere miste rende le armi migliori di quelle solo
mercenarie o solo ausiliarie. Il regno di Francia sarebbe stato insuperabile se l’istituzione
introdotta da Carlo fosse stata potenziata o conservata. Un Principe che non individua i mali sul
nascere, non è veramente saggio. E se si guarda alla prima causa della rovina dell’impero
romano, essa è nata quando si cominciò ad assoldare i Goti, in quanto cominciarono a svigorirsi
le forze dell’impero romano e tutta la potenza che esse perdevano passava agli altri. Senza
possedere milizie proprie, nessun principato è sicuro: dipende in tutto dalla fortuna. Ed è sempre
stata opinione e massima degli uomini saggi che niente è tanto instabile e debole quanto la
potenza non sostenuta da una propria forza. E le armi proprie sono quelle composte dai sudditi,
dai cittadini o da tuoi prescelti: e le armi altrui sono o mercenarie o ausiliarie. Machiavelli si
affida ai modelli seguiti da Filippo II, padre di Alessandro Magno, e molte Repubbliche e Principi,
che si sono armati e organizzati.
CAPITOLO XIV - Quel che conviene a un Principe rispetto alla milizia
Un Principe non deve avere altra occupazione, pensiero o attività all’infuori della guerra,
dell’organizzazione dell’esercito e dell’arte militare. Questo è un compito tanto importante che
non solo mantiene al potere coloro che sono nati principi, ma spesso fa salire privati cittadini a
quel grado di potere; e al contrario si può vedere che, quando i principi hanno pensato più alle
raffinatezze che alle armi, hanno perso il loro Stato. La prima causa che ti fa perdere lo Stato è
trascurare l’arte militare. E la ragione che te lo fa conquistare è l’essere esperto in questa arte.
Francesco Sforza, poiché possedeva un esercito, da semplice cittadino diventò duca di Milano. I
successori, per aver ripudiato i disagi dell’arte militare, da duchi ritornarono semplici cittadini.
Perché l’essere disarmato ti rende anche disprezzabile e la cattiva reputazione è una delle
infamie da cui il Principe si deve guardare. Perché non c’è alcun confronto tra un uomo armato e
uno disarmato; e non è logico che uno che è armato obbedisca volentieri a uno che è disarmato,
e che il Principe disarmato possa vivere al sicuro fra servitori armati. Perché essendoci
insofferenza nei servitori armati e diffidenza nei principi disarmati, non è possibile che operino
bene insieme. Perciò un Principe che non si intende di eserciti non può essere stimato dai suoi
soldati né fidarsi di loro. Inoltre, non deve distogliere mai il pensiero dagli esercizi militari, ancor
di più in tempi di pace; e può fare questo o con le opere o con la mente. Con le opere, oltre a
tener in ordine e in esercizio i suoi uomini, deve sempre praticare la caccia per abituare il corpo
ai disagi e imparare la natura dei luoghi e a conoscere il suo paese e capire quali siano le sue
difese naturali. Inoltre, la conoscenza pratica dei luoghi è fondamentale i luoghi della Toscana,
somigliano a quelli delle altre regioni. Il Questa è la prima dote che un Principe deve possedere.
Essa insegna a trovare il nemico e il luogo su cui accamparsi, a guidare l’esercito, preparare la
battaglia, assediare le città a proprio vantaggio. A Filopemene, Principe degli Achei, in tempo di
pace pensava solo all’esercizio della guerra; e, quando andava in campagna con gli amici,
spesso si fermava e discuteva con loro, sottoponendogli tutte le situazioni in cui un esercito si
sarebbe potuto trovare. Ascoltava il loro parere, diceva la sua e in queste riflessioni, guidando gli
eserciti, mai avrebbe potuto presentarsi qualche incidente al quale non avrebbe saputo trovare
un adeguato rimedio. Con l’esercizio della mente, invece, un Principe deve leggere la storia e
analizzare le imprese degli uomini eccellenti, i loro comportamenti nelle guerre e le ragioni delle
loro vittorie e sconfitte, per poter evitare le sconfitte, imitare le vittorie e imitare i comportamenti
gloriosi, come si dice che Alessandro Magno imitava Achille, Cesare Alessandro, Scipione e
Ciro. E chiunque legge la vita di Ciro scritta da Senofonte, riconosce poi nella vita di Scipione la
gloria che gli arrecò quella imitazione e fino a che punto nella onestà, nella castità, nell’affabilità,
nella umanità e nella liberalità si conformasse a quelle cose che di Ciro sono state scritte da
Senofonte. Un Principe saggio deve osservare simili regole e mai restare ozioso in tempo di
pace, ma farne tesoro con intelligenza per potersene valere nelle avversità affinché, quando
muta, la fortuna lo trovi pronto a resisterle.
CAPITOLO XV - Le cose per le quali gli uomini e soprattutto i principi sono lodati o
disprezzati
Machiavelli analizza quali debbano essere le norme di comportamento di un Principe con i
sudditi e con gli amici. Molti si sono immaginati repubbliche e principati inconosciuti nella realtà
storica. Perché c’è tanta differenza tra come si vive e come si dovrebbe vivere. Un uomo che
voglia sempre comportarsi da persona buona è inevitabile che cada in rovina in mezzo ai non
buoni. Per cui è necessario che un Principe impari a non essere buono e a usare la capacità di
poter fare del male secondo le necessità. Tutti gli uomini di cui si parla, e soprattutto i prìncipi,
possiedono alcune qualità che arrecano loro o biasimo o lode: chi viene ritenuto prodigo e chi
misero; chi generoso chi rapace, crudele o pietoso; uno leale, l’altro astuto, ecc. Sarebbe cosa
lodevole se un Principe possedesse solo qualità buone; ma, poiché non è possibile, egli deve
essere tanto accorto da poter evitare l’infamia dei vizi che gli farebbero perdere il potere e
guardarsi da quelli che non glielo farebbero perdere; ma, se non gli è possibile, si può lasciare
andare a questi vizi senza troppo timore, perché si troverà sempre qualcosa che sembrerà virtù
e seguendolo il Principe sarebbe portato alla rovina; e qualcos’altro che sembrerà vizio e
seguendolo ne ricaverebbe sicurezza e benessere.
CAPITOLO XVI - La prodigalità e la parsimonia
Sarebbe bene essere ritenuto prodigio, ma la prodigalità usata perché obbligato, danneggia;
però quando la si usa con moderazione, non verrà conosciuta e non arrecherà l’infamia
procurata dall’essere avaro. Se si vuol mantenere fra gli uomini la fama di essere prodigo, è
necessario che non si tralasci nessun genere di spese di lusso e di magnificenza; tanto da
consumare tutti i suoi beni e alla fine essere costretto a imporre al popolo tasse straordinarie ed
essere oppressivo prendendo tutti quei provvedimenti necessari a raccogliere soldi. Se vuol
mantenere la fama di essere generoso, questo lo renderà odioso ai sudditi e nessuno lo
degnerà di stima, diventando povero; così, con questa sua generosità, avendo danneggiato
molti e premiato pochi, sente le difficoltà appena si presentano e corre dei rischi al primo
pericolo. E al momento in cui vuole evitarlo, viene considerato misero. Un Principe dunque, non
potendo usare la sua prodigalità, senza danneggiare sé stesso, non deve, se è saggio,
preoccuparsi della fama di misero: perché col tempo sarà considerato sempre più prodigo, in
quanto, con la sua parsimonia, le sue entrate gli bastano, può difendersi da chi gli fa guerra, può
compiere le sue imprese senza gravare sulle popolazioni; così usa la sua prodigalità con i molti
ai quali non ha tolto nulla, e avarizia con i pochi ai quali non dà. Hanno fatto grandi cose solo
coloro che sono stati ritenuti miseri: gli altri sono stati sconfitti. Papa Giulio II si servì della fama
di prodigo per essere eletto Papa, ma poi non la mantenne per poter fare guerra. L’attuale re di
Spagna, se fosse prodigo, non avrebbe compiuto e vinto tante imprese. Pertanto, un Principe
non deve pensare di apparire misero, perché così non deve derubare i suoi sudditi, è in grado di
difendersi, non diventa povero o disprezzabile e non è costretto a diventar rapace: vizio che gli
consente di mantenere il potere. Cesare salì al potere grazie alla sua prodigalità? Se si è già
Principe, questa prodigalità è dannosa; Se si è già Principe, questa prodigalità è dannosa; se si
cerca di diventarlo è necessario essere creduto prodigo. E Cesare era uno che voleva arrivare al
potere di Roma; ma se, dopo esserci arrivato, fosse sopravvissuto e non si fosse moderato nelle
spese, avrebbe distrutto il suo potere. O il Principe spende il denaro suo e dei suoi sudditi,
oppure quello di altri. Nel primo caso deve essere parsimonioso, nel secondo non deve lasciar
da parte nessun moto di prodigalità. A un Principe che guida un esercito, che si sostiene dell’uso
dei beni altrui, è necessario l’uso della generosità, affinché sia seguito dai suoi soldati. Di ciò
che non appartiene a lui o ai suoi sudditi, poteva donare di più, come fecero Ciro, Cesare e
Alessandro; perché spendere il denaro altrui non toglie prestigio, ma lo fa crescere; soltanto lo
spendere il proprio denaro nuoce. E non c’è cosa che consumi sé stessa quanto la prodigalità,
perché mentre la si usa, si perde la facoltà di continuare a usarla, e si diventa o povero e
spregevole, oppure, per evitare la povertà, rapace e odioso. E tra tutte le cose da cui un Principe
si dovrebbe guardare è l’essere spregevole e odioso e la prodigalità conduce all’una e all’altra
cosa. Pertanto è più saggio avere la fama di misero, da cui deriva una cattiva fama senza odio,
piuttosto che, per voler la fama di essere prodigo, venir considerato un rapace che porta a una
cattiva fama unita all’odio.
CAPITOLO XVII - La crudeltà e la clemenza: se sia meglio esser più temuti che amati o più
amati che temuti
Un Principe deve desiderare di essere ritenuto clemente, non crudele: tuttavia deve stare attento
a non usare male la clemenza. Cesare Borgia era ritenuto crudele, ma la sua crudeltà aveva
riordinato la Romagna, unificata e resa fedele. Il conte Valentino, per esempio è stato molto più
clemente dei Fiorentini che, per sfuggire alla fama di crudeltà, lasciarono che le fazioni
provocassero la rovina di Pistoia. Un Principe non deve preoccuparsi di essere considerato
crudele, se questo può mantenere i suoi sudditi uniti e fedeli; perché con pochissime condanne
esemplari, sarà più clemente di coloro che, per troppa pietà, lasciano aggravare i disordini fino a
far nascere uccisioni e rapine, le quali recano danno all’intera collettività, mentre le condanne
del Principe colpiscono il singolo individuo. È impossibile che il Principe nuovo non sia
considerato crudele, perché gli Stati nuovi sono pieni di pericoli. E Virgilio stesso, per bocca di
Didone, dice che la difficile situazione e il regno appena costituito lo costringono a fare tali cose,
e a difendere i confini con molti difensori (Eneide, I, 563-4). Egli deve essere cauto prima di
cedere e agire e non deve fare paura a sé stesso, ma comportarsi con prudenza e umanità.
L'eccessiva fiducia e diffidenza non devono renderlo imprudente o crudele. È difficile essere sia
amato che temuto e, dovendo scegliere, risulta molto più sicuro esser temuti che amati. Perché
gli uomini sono ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitivi davanti al pericolo e, quando il
bisogno è lontano, sono pronti a offrirti tutto; ma, quando il bisogno si avvicina, ti si rivoltano
contro. Il Principe che si è interamente fondato sulle loro parole, se è privo di altre difese, va in
rovina; perché le amicizie che si acquistano non con grandezza e nobiltà d’animo, ma col
denaro. Non si possiedono e, al momento del bisogno, non le puoi spendere. Agli uomini risulta
più facile attaccare colui che si fa amare che colui che si fa temere, in quanto basato sulla paura
di essere punito. Tuttavia, il Principe deve farsi temere ma non odiare. Se avesse la necessità di
colpire un casato, deve farlo quando vi è una giustificazione adeguata; inoltre, non deve
appropriarsi della roba degli altri: gli uomini dimenticano più in fretta la morte del padre che la
perdita del patrimonio. È soprattutto quando il Principe si trova col suo esercito e comanda un
gran numero di soldati, che è necessario che non si curi della fama di crudele; perché senza
questa nomea nessuno ha mai tenuto unito un esercito né disposto alcuna impresa. Fra le
mirabili imprese di Annibale si annovera che, pur possedendo un esercito grandissimo, portato a
combattere in terre straniere non era mai sorto alcun conflitto né fra loro né contro il
comandante, sia nella cattiva che nella buona fortuna. Il che derivò dalla sua crudeltà che,
insieme ad altre doti, lo rese venerabile e temibile agli occhi dei suoi soldati. Tuttavia, gli storici
contestano tale crudeltà, mentre altri l'ammirano. Un altro esempio è il caso in cui contro
Scipione l’Africano, condottiero di qualità rarissime, in Spagna, le sue legioni si ribellarono a
causa della sua eccessiva clemenza che aveva permesso ai suoi soldati di godere di una libertà
non compatibile con la disciplina militare. Tale comportamento gli fu rimproverato in Senato da
Fabio Massimo che lo definì corruttore delle legioni romane. I Locresi, essendo stati depredati
da un luogotenente di Scipione, non furono indennizzati da lui, né fu punita l’insolenza del
luogotenente: e tutto ciò nasceva proprio dalla sua natura troppo indulgente. Questa
caratteristica della sua natura avrebbe potuto macchiare la fama e la gloria di Scipione se
avesse continuato a manifestarsi; ma vivendo sotto il potere del Senato, questa non solo rimase
nascosta, ma gli recò gloria. Un Principe saggio deve fondarsi su ciò che è suo, deve fuggire
l’odio.
CAPITOLO XVIII - Come la parola data deve essere mantenuta dai principi
Coloro che si sono fondati sull'inganno hanno superato coloro che si sono fondati sulla lealtà.
Due sono i modi di combattere: con le leggi, o con la forza. Il primo è proprio dell’uomo, il
secondo, delle bestie: ma poiché il primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo.
Pertanto, un Principe deve saper utilizzare bene entrambe le qualità. Per mezzo di un mito,
questo principio è già stato fornito ai Principi dagli antichi scrittori quando hanno narrato che
Achille e molti altri prìncipi dell’antichità furono affidati al centauro Chirone perché li educasse. E
avere un precettore metà bestia e metà uomo, significa che un Principe deve saper usare
entrambe le nature: e l’una senza l’altra non permette di mantenere il potere. Riguardo la qualità
della bestia, egli deve prendere come esempio la volpe e il leone. Bisogna essere volpe (astuti)
per riconoscere gli inganni, e leone (forte) per impaurire i lupi violenti. Coloro che si limitano
all’uso della forza non conoscono l’arte di governare. Pertanto un Principe accorto non può né
deve mantenere la parola data quando tale rispetto si potrebbe ritorcere contro di lui e quando
sono venute a mancare le ragioni che lo portarono a promettere. Se gli uomini fossero buoni,
questo precetto non varrebbe; ma poiché non lo sono, non manterrebbero la promessa fatta e
anche egli non deve mantenerla con loro. Colui che meglio ha saputo usare le doti della volpe,
s’è trovato meglio. Ma è necessario saper mascherare bene queste doti ed essere gran
simulatore e dissimulatore: gli uomini sono tanto inesperti che colui che inganna troverà sempre
chi si lascerà ingannare. Per esempio, Papa Alessandro VI non fece mai altro che ingannare gli
uomini e sempre trovò uomini per poterlo fare. Un Principe non deve necessariamente
possedere tutte le qualità ma deve dare l’impressione di averle. Anzi, avendole e osservandole
sempre si rivelano dannose e dando l’impressione di averle gli sono utili: devi essere con
l’animo disposto in modo che, se sarà necessario non esserlo, possa agire in modo contrario.
Un Principe, soprattutto nuovo, non può osservare tutte le caratteristiche che lo rendono buono,
essendo spesso costretto, per mantenere lo Stato, a operare contro la lealtà, la carità, l’umanità,
o la religione. Perciò bisogna che abbia un animo pronto a prendere quella strada dove il vento
della fortuna e il mutare delle situazioni lo indirizzano. Gli uomini giudicano più dalle apparenze
che dalla sostanza; perché a tutti è concesso vedere, a pochi toccare con mano. Pertanto, la
plebe, che è la maggioranza, va sempre sedotta con le apparenze e coi risultati conseguiti.
CAPITOLO XIX - Come evitare il disprezzo e l’odio
Il Principe deve evitare tutto ciò che possa renderlo odioso e disprezzabile. Disprezzabile lo
rende essere ritenuto volubile, incostante, pauroso, irresoluto. Un Principe deve avere due
paure: una all’interno per conto dei sudditi e una all’esterno, per conto delle potenze straniere.
Da questa si difende con un buon esercito e buoni alleati, e se avrà un buon esercito avrà buoni
alleati; e quando sono in pace i rapporti con i potentati esterni, sarà tranquilla la situazione
interna; e, quand’anche fosse attaccato dall’esterno, se si è organizzato e non perso d’animo,
sempre sosterrà ogni assalto, come fece lo spartano Nabide. Nel tempo in cui non subiscono
attacchi dall’esterno, il Principe deve stare attento che i sudditi non congiurino in segreto: da
questo si mette al sicuro evitando di essere odiato o disprezzato e mantenendo il popolo
soddisfatto di lui. Egli non deve farsi odiare dalla maggioranza dei sudditi, perché chi congiura
crede di dare soddisfazione al popolo con la morte del Principe. Ma quando invece l’uccisione
del Principe offende il popolo, non ne ha il coraggio, perché chi congiura non può essere solo e
può avere solo compagni che lui crede malcontenti; e non appena apri il tuo animo a un
malcontento, gli dia modo di poter essere contento, ossia denunciandoti per trarne beneficio.
Dalla parte di chi congiura c’è solo paura al momento dell’adesione di essere scoperti, che li
scoraggia; ma dalla parte del Principe ci sono la maestà del principato, le leggi, l’appoggio degli
amici e dello Stato e se aggiungiamo anche il favore popolare, è impossibile che qualcuno sia
così temerario da congiurare. L'esempio più importante a riguardo proviene da Messer Annibale
Bentivoglio, nonno dell’Annibale, che era Principe di Bologna e fu ucciso dai Canneschi che
congiurarono contro di lui, e non rimase della sua famiglia altri che messer Giovanni, in fasce;
dopo tale omicidio il popolo si ribellò e ammazzò tutti i Canneschi. E questo dipese dal favore
popolare di cui la famiglia dei Bentivoglio godeva in quei tempi, al punto che, dopo l’uccisione di
Annibale, avendo saputo che a Firenze viveva un parente del Bentivoglio, i Bolognesi si
recarono in Firenze, e gli affidarono il governo della città, che fu da lui governata finché messer
Giovanni raggiunse l’età adeguata per il governo. I principi saggi hanno con diligenza cercato di
non inasprire i nobili e di tener contento e soddisfatto il popolo; questo è uno dei compiti più
importanti del Principe. Fra i regni ben ordinati e governati vi è quello di Francia, in cui ci sono
molte buone istituzioni, dalle quali dipendono la libertà e la sicurezza del re, come il parlamento
con la sua autorità. Perché colui che creò gli ordinamenti di quel regno, conoscendo l’ambizione
dei potenti e la loro insolenza, credette che fosse necessario porre loro un freno, e conoscendo
l’odio che la maggioranza della gente nutre verso i nobili, fondato sulla paura, e volendo
rassicurarli non volle che tutto questo fosse una cura specifica del re, per evitargli quell’odio che
potrebbero avere i nobili contro di lui favorendo il popolo o viceversa. Per questo costituì il
Parlamento che senza far carico al re, punì la nobiltà e favorì il popolo. Dunque, il Principe deve
far somministrare ad altri i provvedimenti impopolari, e riservare a sé quelli più graditi. Deve
avere considerazione per i nobili, senza farsi odiare dal popolo. Anche il fatto che alcuni
imperatori romani siano vissuti sempre con dignità e coraggio ma abbiano perso il potere o la
vita per mano dei congiurati, è dovuto a tali cause. Vi è l'esempio degli imperatori che si
succedettero da Marco Aurelio, suo figlio Commodo, Pertinace, Giuliano, Settimio Severo, suo
figlio Antonino Caracalla, Macrino, Eliogabalo, Alessandro Severo e Massimino. Oltre
all’ambizione dei potenti e l’irriverenza dei popoli, gli imperatori romani dovevano sopportare una
terza difficoltà, ossia la crudeltà e l’avidità dei soldati, la quale causò la caduta di molti, in quanto
era difficile accontentare sia i soldati che il popolo, perché il popolo amava la pace e per questo
preferivano i principi miti, mentre i soldati lo preferivano dall’animo bellicoso, crudele e rapace,
che esercitasse contro i popoli per ricevere uno stipendio duplicato e sfogare la loro avidità e
crudeltà. Queste qualità (insolenza, crudeltà e rapacità) furono la causa della rovina di quegli
imperatori che, per incapacità, non possedevano abbastanza prestigio da tenere a freno il
popolo e l’esercito; la maggioranza degli imperatori, soprattutto quelli che da semplici cittadini
erano arrivati al potere, scelsero di soddisfare le aspettative dei soldati, dando scarsa
importanza all’ingiuria fatta al popolo. Ma i prìncipi devono innanzitutto cercare di non farsi
odiare dalla maggioranza dei sudditi; e se non possono, devono cercare di non farsi odiare dalla
maggioranza dei potenti. Per questo, gli imperatori, avevano bisogno di consensi straordinari,
cercavano l’appoggio fra i soldati, più che nel popolo. Da queste ragioni derivò che Marco
Aurelio, Pertinace e Alessandro Severo, essendo tutti di carattere mite, amanti della giustizia e
nemici delle crudeltà, ebbero tutti una triste fine, eccetto Marco Aurelio, il quale visse e morì
onoratissimo perché ottenne il potere per diritto ereditario e non doveva essere riconosciuto né
dai soldati né dal popolo. Inoltre, essendo dotato di molte virtù, mantenne sempre nel corso
della sua vita i soldati e il popolo ciascuno nei propri limiti e non fu mai odiato né disprezzato.
Pertinace, invece, creato imperatore contro il volere dei soldati, che abituati a vivere senza freni
sotto Commodo, non poterono tollerare la vita onesta ch’egli voleva imporre loro. Pertanto fu
odiato ed eliminato. Secondo Machiavelli, un Principe può essere odiato sia per mezzo delle
buone azioni, che di quelle scellerate, per questo è spesso costretto a non essere buono. Con
Alessandro Severo, dotato di tanta clemenza, nei 14 anni in cui mantenne il potere, non fu mai
giustiziato nessuno senza che fosse stato processato; eppure, essendo considerato effeminato
e soggiogato dall’autorità della madre Giulia Mamea, suscitando disprezzo, fu ucciso
dall'esercito. Opposte erano le qualità di Commodo, Settimio Severo, Caracalla e Massimino:
crudeli e rapaci perché, per dare soddisfazione ai soldati, non si astennero da nessuna specie di
delitto contro il popolo. Tutti fecero una tragica fine, tranne Settimio Severo, perché possedeva
capacità tanto grandi che, benché i popoli fossero da lui oppressi, poté sempre regnare
mantenendosi amici i soldati, entrambi stupefatti dalle sue capacità. Egli seppe usare bene le
qualità della volpe e del leone. Settimio Severo convinse l’esercito, di cui era condottiero in
Slavonia, ad andare a Roma a vendicare la morte di Pertinace, ucciso dai pretoriani, senza
mostrare di aspirare all’impero. Con tale pretesto arrivò a Roma, dove fu proclamato imperatore
dall’impaurito Senato e fece uccidere l’imperatore Marco Didio Giuliano. Ora, per impadronirsi
dell’intero potere, gli restavano due difficoltà: una in Asia, dove Caio Pescennio Nigro,
condottiero delle legioni asiatiche, si era fatto proclamare imperatore; e l’altra in Occidente, dove
si trovava Decio Claudio Settimio Albino, anche lui aspirante all’impero. E, poiché riteneva
pericoloso rivelarsi nemico di entrambi, decise di attaccare Nigro e ingannare Albino,
manifestandogli la volontà di dividere la carica con lui, accordandogli il titolo di Cesare e, con
deliberazione del Senato, se lo associò come collega al potere. Ma, dopo che Settimio Severo
uccise Nigro e sedò la rivolta in Oriente, tornato a Roma si lamentò in Senato di Albino che,
poco riconoscente dei benefici ottenuti, aveva cercato di ammazzarlo con l’inganno e per questo
era costretto ad andare a punire la sua ingratitudine togliendogli la vita. Egli fu temuto e riverito
da tutti e non odiato dai soldati. Anche suo figlio Antonino Caracalla aveva qualità eccellenti che
lo rendevano ammirevole agli occhi dei popoli e gradito ai soldati; perché era un uomo esperto
dell’arte militare, resistente a ogni fatica e, per questo, amato da tutte le legioni. Eppure sterminò
gran parte del popolo di Roma e di Alessandria, crudeltà che lo rese odioso e temuto anche da
quelli che gli stavano attorno: tanto che fu ammazzato da un centurione del suo esercito. Simili
uccisioni sono inevitabili ma rare. Deve solo evitare di recar grave danno a qualcuno di coloro
che sono al suo servizio, come fece invece Antonino Caracalla, che uccise un fratello del
centurione che teneva come sua guardia del corpo: quest'imprudenza lo condusse alla rovina. A
Commodo, invece, essendo figlio di Marco Aurelio, gli sarebbe bastato solo seguire le orme del
padre per soddisfare le aspettative dei soldati e dei popoli; ma essendo d'animo crudele, cercò
di guadagnarsi i soldati con favori, permettendo loro di agire senza freni; inoltre, non tenendo
alla propria dignità col discendere spesso nelle arene a combattere coi gladiatori, diventò
spregevole agli occhi dei soldati, al punto che fu ucciso in una congiura ordita contro di lui.
Massimino, uomo bellicoso, fu proclamato imperatore dalle legioni, disgustate dalla mitezza di
Alessandro Severo, che venne ucciso. Ma costui non mantenne il potere per molto tempo,
perché fu odiato e disprezzato per essere di umili origini, avendo fatto il guardiano di pecore in
Tracia, e per aver ritardato l’andata a Roma e la presa di possesso del trono imperiale. Inoltre,
mentre tutti erano in subbuglio a causa dello sdegno per le umili origini della sua famiglia e per
la sua ferocia, si ribellò prima l’Africa, poi il Senato insieme al popolo di Roma: tutta l’Italia
cospirò contro di lui, anche il suo esercito che, assediando Aquileia e trovando difficoltà a
espugnarla, turbato dalla sua crudeltà ma incoraggiato dal fatto che avesse tanti nemici, lo
ammazzò. Nessuno dei prìncipi “odierni” possiede eserciti che stiano da lungo tempo insieme
con i governi delle provincie, come lo erano le legioni dell’impero romano. Per questo, se allora
era necessario accontentare più i soldati che i popoli, perché i soldati erano più potenti dei
popoli, ora è necessario, eccetto che ai Sultani della Turchia e dell’Egitto, accontentare più i
popoli che i soldati perché, i popoli sono più potenti di questi. Il sultano turco fa eccezione in
quanto tiene sempre presso di sé dodicimila fanti e quindicimila cavalieri, dai quali dipende la
sicurezza e la potenza del suo regno; ed è necessario che quel Principe se li mantenga amici.
Anche al Sultano d’Egitto essendo in mano ai soldati, conviene, senza riguardo per il popolo,
mantenerseli amici. Lo Stato del Sultano non è né un principato ereditario né un principato
nuovo ma è simile al pontificato cristiano, perché non sono i figli del vecchio Principe a ereditare
il potere, ma chi è eletto da coloro che possiedono l’autorità per eleggerlo. E, sebbene il Principe
sia nuovo, gli ordinamenti di quello stato sono vecchi. A Pertinace e ad Alessandro Severo, che
erano principi nuovi, fu inutile e dannoso voler imitare Marco Aurelio, che era diventato Principe
per diritto ereditario; e allo stesso modo a Caracalla, Commodo e Massimino è stato funesto
imitare Settimio Severo, non avendo doti tali sufficienti per seguirne le orme. Un Principe nuovo
non può imitare le azioni di Marco Aurelio né di Settimio Severo; ma deve prendere da
quest'ultimo quelle regole necessarie per fondare il suo Stato, e da Marco Aurelio le regole
necessarie per conservare uno Stato.
CAPITOLO XX - Utilità o inutilità delle fortezze e di molte altre cose fatte ogni giorno dai
principi
Alcuni prìncipi, per conservare con sicurezza il potere, hanno disarmato i loro sudditi; altri hanno
tenuto divise in fazioni le città sottomesse, alimentato inimicizie contro sé stessi o hanno cercato
di procurarsi l’appoggio di coloro che erano sospetti quando avevano conquistato il potere. Mai
un Principe nuovo ha disarmato i suoi sudditi, li ha bensì armati; perché armando coloro che ti
sono sospetti, armi anche te in quanto anche loro, insieme ai sudditi, diventano fedeli. Ma non
appena li disarmi, mostri diffidenza nei loro confronti, e ciò fa nascere odio contro di te. Pertanto,
bisogna rivolgersi alla milizia mercenaria, che possiede le qualità necessarie, ma che tuttavia
non potrebbe essere così numerosa da difenderti contro nemici potenti e sudditi sospetti. Per
questo un Principe ha sempre armato i suoi sudditi. Tuttavia, quando si conquista uno Stato
nuovo da annettere al vecchio, è necessario disarmare tutti, eccetto coloro che durante la
conquista sono stati tuoi sostenitori; e anche quelli, col tempo e le occasioni, è necessario
renderli deboli. Gli antichi saggi sostenevano che fosse necessario dominare Pistoia con le
fazioni e Pisa con le fortezze; per questo alimentavano le discordie in qualche città
assoggettata, per possederle più facilmente. Ma questo poteva essere ben fatto nei tempi in cui
in Italia esisteva un certo equilibrio politico e non al tempo di Machiavelli: perché le divisioni
interne non hanno mai fatto bene, anzi, con l’avvicinarsi del nemico, le città divise cadranno
subito, perché sempre la fazione più debole si unirà alle forze esterne e l’altra non potrà
resistere. I Veneziani, mossi da tali ragioni, favorivano le fazioni dei guelfi e dei ghibellini nelle
città assoggettate; e, benché non permettessero che cittadini si affrontassero a sangue,
alimentavano questi contrasti affinché, occupati a combattersi, non si unissero contro di loro. Ma
questo, come si è visto, non procurò loro vantaggi; perché, dopo la sconfitta di Vailate-
Agnadello, una di quelle fazioni tolse loro tutti i possedimenti. Questo fu causato dalla debolezza
del Principe. I prìncipi diventano grandi quando superano le difficoltà e le opposizioni mosse
contro di loro: e perciò la fortuna, fa nascere contro di lui, specialmente se nuovo, dei nemici e li
induce ad attaccarlo affinché abbia la possibilità di superarle e salire più in alto su per quella
scala che i nemici gli hanno dato. Alimentare con astuzia le inimicizie e dopo averle annientate,
derivarne una maggiore grandezza. Spesso i prìncipi hanno trovato più utilità nel governare con
coloro che sembravano sospetti che con i sostenitori, come fece Pandolfo Petrucci, signore di
Siena. Ma questo comportamento non va generalizzato, perché varia secondo la situazione
degli Stati. Il Principe può sempre, facilmente conquistare gli uomini che inizialmente erano
nemici. Il Principe che ha conquistato di recente uno Stato con il favore di cittadini, deve
considerare bene quale ragione li abbia spinti ad aiutarlo: se non fosse per devozione verso di
lui, ma solo perché non erano contenti di quello Stato, con grande difficoltà se li potrà mantenere
amici, perché gli sarà impossibile accontentarli. Piuttosto, sarà molto più facile farsi amici coloro
che si contentavano del precedente regime ed erano suoi nemici. È stata consuetudine dei
prìncipi, per poter mantenere lo Stato con maggior sicurezza, edificare fortezze contro coloro
che pensassero di attaccarlo. Machiavelli difende tale difesa, presente sia nell'antichità che nei
tempi moderni. Messer Niccolò Vitelli, per conservare il suo Stato, ha smantellato due fortezze in
Città di Castello. Guidobaldo, duca di Urbino, ritornato nei suoi domini, dai quali era stato
cacciato da Cesare Borgia, distrusse tutte le fortezze di quella provincie e ritenne che senza di
esse gli sarebbe stato più difficile perdere di nuovo il suo Stato. I Bentivoglio, ritornati a Bologna,
si comportarono in modo simile. Le fortezze, dunque, sono utili o meno a seconda delle
circostanze. Il Principe che ha paura più dei suoi sudditi che dei nemici esterni, deve costruire le
fortezze; ma chi ha più paura dei nemici esterni che dei suoi sudditi, no. Alla famiglia degli
Sforza ha procurato più danni il castello di Milano, edificato da Francesco Sforza, che qualunque
altra ribellione. Tuttavia la migliore fortezza che esista è il non essere odiati dal popolo, perché
ai popoli armati, non mancano mai forestieri che li soccorrano. Le fortezze sono state utili solo
alla contessa di Forlì Caterina Sforza quando fu ucciso il marito, il conte Girolamo Riario; perché
mediante la fortezza poté evitare l’assalto popolare e aspettare il soccorso da Milano, ma in
seguito valsero a poco quando l’assaltò Cesare Borgia e il popolo.
CAPITOLO XXI - Quel che deve fare un Principe per farsi stimare
Niente procura tanta autorità a un Principe quanto il compiere grandi imprese guerresche e
azioni magnanime e liberali. Ne è l’esempio Ferdinando d’Aragona, re di Spagna, il quale può
essere definito quasi un Principe nuovo perché, da re debole che era è diventato, per fama e per
gloria, il primo re dei Cristiani grazie alle sue grandi azioni. Fondamento del suo potere fu
l'attacco a Granada, compiuto in un momento di pace interna, e senza il timore di essere
frenato; quest’impresa tenne occupati gli animi dei baroni di Castiglia i quali, pensando a quella
guerra, non s’interessarono più ai cambiamenti interni; così lui acquistava potere e prestigio sui
baroni; poté mantenere le truppe coi danari della Chiesa e del popolo e gettare le basi per la
creazione della sua milizia. Inoltre, per poter intraprendere imprese ancora più grandi,
servendosi della religione come pretesto, realizzò una decisione crudele spogliando e cacciando
dal suo regno i Marrani. Col medesimo pretesto religioso assaltò l’Africa, conquistò il regno di
Napoli e attaccò la Francia. E queste sue azioni si sono succedute in poco tempo per non far sì
che si potesse tramare con calma contro di lui. Giova molto a un Principe anche in politica
interna compiere azioni rare ed eccezionali, simili a quelle di messer Bernabò Visconti di Milano.
Un Principe deve crearsi una fama di uomo autorevole e intelligente. Egli è stimato anche
quando si presenta come vero amico e vero nemico, il ché sarà più utile che restar neutrale; se
due potenti vicini si fanno guerra, o sono dotati della capacità di far temere il vincitore, nel caso
in cui dovesse essere uno di loro, o no; in ogni caso sarà sempre più utile uscire allo scoperto e
combattere coraggiosamente, in quanto nel primo caso, si sarebbe preda del vincitore, senza
alcuna difesa, e nel secondo caso, chi perde, invece, non darebbe protezione, perché non si è
voluto, con le armi in mano, correre il rischio. Antioco era arrivato in Grecia, chiamato dagli Etoli
per cacciare i Romani, e inviò ambasciatori agli Achei, amici dei Romani, per incoraggiarli a
rimanere neutrali; i Romani, invece, li incitavano a prendere le armi per loro. Nell’assemblea
degli Achei, l’ambasciatore di Antioco li invitò a restare neutrali, ma l’ambasciatore romano non
fu d'accordo. Sempre succederà che chi non ti è amico ti chiederà di esser neutrale, e colui che
ti è amico ti chiederà di scoprirti con le armi. E i prìncipi irresoluti, per evitare i pericoli, seguono
il più delle volte la neutralità, spesso perdendo il potere. Ma quando il Principe si schiererà
apertamente da una parte e il proprio alleato vincerà, egli si sentirà obbligato verso il Principe e
si creerà un legame di natura affettiva. Ma se quest'ultimo venisse sconfitto, si avrà il suo aiuto e
si diventerà compagno d’una fortuna che può risorgere. Un Principe non deve mai allearsi con
uno più potente di lui, per attaccare altri, se non per necessità; perché vincendo rimani in suo
potere. Infatti, la rovina dei Veneziani fu causata dalla loro unione con la Francia contro il duca
di Milano. Quando l’intesa non può essere evitata (come accadde ai Fiorentini) allora il Principe
deve aderire. La prudenza consiste nel saper riconoscere le qualità degli inconvenienti e
prendere il meno sciagurato. Un Principe deve mostrarsi anche amante delle arti e dei mestieri,
ospitando gli uomini eccellenti nell’arte loro e onorando gli uomini geniali. Inoltre deve
rassicurare i suoi sudditi perché possano esercitare tranquillamente le proprie attività
commerciali, in modo che non temano di arricchire i loro possedimenti nel timore che gli siano
tolti o per paura delle tasse. A essi deve anche offrire degli incentivi al fine di far progredire la
città o il suo Stato. Inoltre deve, in certi momenti dell’anno, far divertire il popolo con feste e
spettacoli. E mantenere sempre intatta la sua dignità.
CAPITOLO XXII - I ministri del Principe
Per la prima opinione su un Principe, è importante la scelta dei ministri. Egli deve osservare gli
uomini di cui si circonda; e quando questi sono valenti e leali, può essere giudicato saggio,
perché ha saputo riconoscere uomini all’altezza del loro compito ed è stato in grado di
conservare la loro fedeltà; ma quando non lo sono si forma un cattivo giudizio su di lui, in quanto
tale scelta è il suo primo errore. Non c’era nessuno che conoscesse messer Antonio Giordani da
Venafro come ministro di Pandolfo Petrucci, Principe di Siena, che non giudicasse Pandolfo un
uomo valentissimo, perché lo aveva come suo ministro. Esistono tre generi di cervelli: il primo
capisce da solo ed è eccellentissimo; il secondo capisce quel che un altro intuisce ed è
eccellente; il terzo non capisce né da solo né per mezzo di altri ed è inutile; per cui se Pandolfo
Petrucci non apparteneva al primo tipo, apparteneva al secondo: perché quando si ha
l’intelligenza di conoscere il bene o il male commessi, riconosce le azioni sbagliate e giuste del
ministro, esalta le prime, corregge le seconde; e il ministro non può sperare di ingannarlo e resta
fedele. Per riconoscere le qualità di un ministro, il Principe deve accertarsi che quest'ultimo non
pensi più a sé che al Principe, perché chi ha nelle mani uno Stato, non deve pensare mai a sé,
ma sempre al Principe. D’altra parte il Principe, per mantenerlo fedele, deve pensare al ministro,
onorandolo, vincolandolo a sé, dandogli una parte negli incarichi di responsabilità, affinché si
renda conto che non può fare a meno del Principe e che i molti onori non gli facciano desiderare
altri onori, le molte ricchezze non gli facciano desiderare altre ricchezze. Se il Principe e i
ministri adotteranno tali comportamenti, potranno aver fiducia l’uno nell’altro, altrimenti, vi
saranno conseguenze dannose per entrambi.
CAPITOLO XXIII - Come evitare gli adulatori
Se i prìncipi non sono prudentissimi e non hanno scelto un buon ministro, non hanno una buona
difesa contro gli adulatori. Gli uomini si compiacciono tanto delle proprie azioni fino a ingannarsi
da sé, e chi volesse difendersene corre il rischio di diventare spregevole. Perché per difendersi
dall’adulazione, bisogna che gli uomini capiscano che non ti offendono se ti dicono la verità; ma
dicendoti la verità, mancherà il rispetto. Pertanto, un Principe prudente deve comportarsi in un
terzo modo, scegliendo all’interno del suo Stato delle persone sagge e dare solo a loro il libero
arbitrio di dirgli la verità e solo su questioni espressamente poste da lui; deve udire le loro
opinioni e poi deliberare da sé. Il Principe deve assicurarsi che i consiglieri sappiano che quanto
più liberamente si parlerà, tanto più gli sarà gradito. Chi si comporta diversamente, o va in rovina
a causa degli adulatori o cambia decisione col variare dei pareri, facendo nascere scarsa stima
nei suoi confronti. Un esempio è Prete Luca Rinaldi, uomo di fiducia di Massimiliano e
imperatore, parlando di sua maestà disse ch’egli non si consigliava con nessuno e non faceva
mai nulla a modo suo; tenendo una condotta opposta a quella che dovrebbe. Poiché
l’imperatore è uomo riservato, non comunica a nessuno i suoi progetti e non chiede un parere su
di essi; ma non appena, mettendoli in atto, cominciano a essere conosciuti, essi iniziano a
essere criticati, e l’imperatore, arrendevole, li cambia. Da ciò deriva che non si può fare
affidamento sulle sue deliberazioni. Un Principe non deve consigliarsi sempre, ma solo quando
vuole lui. Tuttavia, deve porre spesso domande ai suoi consiglieri ed essere ascoltatore del
vero. Un Principe, che non sia saggio di per sé, non può essere ben consigliato. Se chiede
pareri a più d’un consigliere, un Principe che non sia saggio, non riceverà mai consigli concordi,
né sarà mai in grado di metterli insieme; tutti i consiglieri penseranno al proprio interesse e il
Principe non saprà conoscere i consiglieri capaci né correggere quelli che sbagliano. Dunque,
conviene che i buoni consigli nascano sempre dalla saggezza del Principe, e non la saggezza
del Principe dai buoni consigli.
CAPITOLO XXIV - Perché i Principi d’Italia hanno perso il potere
Tali regole, praticate con intelligenza, fanno sembrare ereditario un Principe nuovo e lo rendono
più sicuro e più stabile nel suo Stato. Un Principe nuovo, infatti, è molto più osservato nelle sue
azioni di uno ereditario e, quando queste sono giudicate valide, conquistano gli uomini e li
vincolano molto più della antichità della dinastia. Perché essi sono coinvolti più dalle cose
presenti che da quelle del passato e, quando nel presente realizzano il loro interesse, sono
soddisfatti e non cercano altro; anzi lo difenderanno purché non venga meno ai suoi compiti. In
tal modo egli avrà due glorie: dato inizio a un principato nuovo, e l'avrà reso importante con
buone leggi, buon esercito, buone deliberazioni. I signori che in Italia hanno invece perduto lo
Stato, come il re di Napoli, il duca di Milano… avranno come difetto comune l’esercito e
qualcuno di loro o avrà avuto il popolo come nemico o come amico. Filippo il Macedone, quello
che fu sconfitto da Tito Quinzio Flaminino, possedeva uno Stato non molto vasto rispetto alla
grandezza dei Romani e dei Greci che lo attaccarono eppure, essendo esperto di cose militari e
sapendo tenersi amico il popolo e difendersi dai nobili, sostenne contro di loro per più anni la
guerra. Pertanto, questi nostri prìncipi, che per molti anni hanno mantenuto il potere nel loro
Stato, non accusino la fortuna ma la loro inettitudine se lo hanno poi perso: per non aver mai,
nei tempi di pace, previsto che la situazione potesse ribaltarsi, e quando vennero i momenti
difficili, pensarono a fuggire e non a difendersi. E sono buone, sicure e durature, solamente le
difese che dipendono solo da te e dalle tue capacità.
CAPITOLO XXV - Il potere della fortuna nelle cose umane e il modo di resisterle
Molti avevano l’opinione che le vicende del mondo fossero governate dalla fortuna e da Dio, e
che gli uomini non potessero modificarle con la loro prudenza e, anzi, nemmeno difendersene; e
per questo potrebbero credere che bisogna lasciarsi guidare dalla sorte. Tuttavia, affinché il
nostro libero arbitrio non sia cancellato, Machiavelli afferma che metà della nostra sorte è
governata dalla fortuna, e l'altra metà da noi stessi. Egli paragona la fortuna a un fiume
disastroso che, quando s’infuria, allaga pianure, abbatte alberi ed edifici, trascinando con sé
ogni cosa. La consapevolezza che i fiumi siano fatti così non impedisce però che gli uomini, nei
periodi di bel tempo, vi provvedano con ripari e con argini, in modo che, nei periodi di piena, i
danni siano limitati. Così come il fiume, anche la fortuna dimostra tutta la sua potenza là dove
non c’è un intervento umano che la resista. L’Italia è una campagna senza argini né riparo. Se
fosse governata da prìncipi con adeguate doti, come la Germania, la Spagna e la Francia,
l’inondazione non avrebbe prodotto tante profonde variazioni, o non sarebbe arrivata. Un
Principe che si basa unicamente sulla fortuna perde il potere non appena questa cambia. Un
Principe riesce a mantenere il potere adattando il modo di governare alla qualità dei tempi. Gli
uomini, per raggiungere il fine proposto, ossia la fama e la ricchezza, si comportano o con
prudenza, o con impeto, o con violenza, o con astuzia. Di due persone prudenti, una raggiunge il
suo scopo e l’altra no. E analogamente due persone possono prosperare con due caratteri
diversi. Tutto dipende dalla qualità dei tempi e dal fatto che i tempi si accordino o no con
l’operato umano. Da ciò deriva che due persone, operando diversamente, sortiscono il
medesimo effetto, mentre di due altre, operando allo stesso modo, solo una raggiunge il suo
fine. Il variare del buon esito delle azioni del Principe dipende anche dal fatto che se si comporta
con prudenza e pazienza e solo se i tempi che richiedono queste qualità si accordano col suo
comportamento, allora ha successo. Ma un uomo giudizioso, quando è il momento di essere
impetuoso, non sa farlo, per cui non riesce a mantenere il potere; infatti, se egli riuscisse a
mutare coi tempi la sua indole, non cambierebbe la sua fortuna.
Papa Giulio II si comportò sempre impetuosamente, e trovò i tempi e le vicende tanto adatti alla
sua indole, che sempre raggiunse il suo fine. La sua prima impresa, quella di Bologna, mentre
era ancora vivo messer Giovanni Bentivoglio, vide contrari i Veneziani e il re di Spagna; con la
Francia stava prendendo accordi su tale impresa; e lui nonostante tutto, si mise alla testa di
quella spedizione. Con questa mossa, da una parte rese ansiosi il re di Spagna, per il desiderio
di recuperare il regno di Napoli, e i Veneziani, per paura. Giulio II, dunque, con la sua mossa
impetuosa raggiunse quello che nessun altro saggio pontefice avrebbe potuto ottenere; se egli,
infatti, avesse aspettato di muoversi da Roma dopo aver raggiunto gli accordi e con tutte le cose
ben ordinate, mai gli sarebbe riuscita l’impresa, perché il re di Francia avrebbe messo su mille
scuse e gli altri mille ostacoli. Essendo mutevole la fortuna, se gli uomini sono ostinati nell’usare
i loro metodi, hanno successo finché metodi e tempi concordano. Nonostante tutto, Machiavelli
ritiene che sia meglio essere impetuosi che cauti, perché la fortuna è donna ed è necessario,
volendola tenere sottomessa, batterla e dominarla. Ed essa si lascia sottomettere più dagli
impetuosi, che dai cauti. E oltretutto, è amica dei giovani, perché sono più aggressivi e con
maggiore la comandano con maggiore audacia.
CAPITOLO XXVI - Esortazione a prendere l’Italia e a liberarla dalle mani dei barbari
Nessun tempo, oltre quello attuale, è favorevole in Italia per onorare un nuovo Principe,
prudente e saggio, e un nuovo ordinamento. Se era necessario per vedere le grandi doti di
Mosè che il popolo d’Israele fosse schiavo in Egitto; e per conoscere la grandezza dell’animo di
Ciro che i Persiani fossero oppressi dai Medi… così per riconoscere la virtù di un Principe
italiano era necessario che l’Italia fosse senza Principe e ordinamenti propri, sottomessa da armi
straniere e impoverita. E, benché in qualcuno si sia mostrato con qualche barlume di virtù da
pensare che fosse mandato da Dio per riscattare l’Italia, tuttavia nel momento decisivo non è
stato favorito dalla fortuna. E così, quasi come senza vita, l’Italia aspetta colui che sia in grado di
sanare le sue ferite, e che la liberi da queste crudeltà. Essa è disposta a seguire una bandiera,
purché ci sia uno che la stringa in pugno. Qui Machiavelli si rivolge a Lorenzo dei Medici,
affermando che nonostante gli uomini elencati siano stati eccezionali, Dio non fu con loro più
amico che con lui. In quest’impresa la giustizia è grande e ogni evento è favorevole e non ci
possono essere grandi difficoltà dove tutto è favorevole, purché la sua Casata imiti le azioni di
coloro che Machiavelli ha indicato come modelli. Inoltre, in questa impresa si vedono prodigi
straordinari voluti da Dio: “ogni evento ha contribuito alla vostra grandezza. Il resto dovete farlo
voi. Dio non vuole fare ogni cosa, per non toglierci il libero arbitrio e quella parte di gloria che
tocca a noi. Se nessuno dei prenominati italiani ha potuto fare quello che si può sperare che
faccia l'illustre Casa dei Medici, e se pare che si sia spento il valore militare, è perché i vecchi
ordinamenti non erano più buoni, e non c’è stato nessuno capace di trovarne di nuovi, cosa che
darebbe tanta reputazione a un Principe nuovo, rendendolo ammirevole e degno di rispetto, e in
Italia non manca la materia per introdurvi i nuovi ordinamenti militari. Gli italiani sono superiori
per forza, destrezza e ingegno nei duelli fra pochi. Ma quando fanno parte degli eserciti, non
fanno una buona figura. Questo dipende dalla debolezza dei capi, perché quelli bravi non sono
obbediti e ognuno crede di saper comandare, non essendoci stato finora nessuno capace di
distinguersi per virtù o per fortuna. In tante guerre, l'esercito italiano ha sempre dato cattiva
prova di sé. Ne sono testimoni prima la battaglia del Taro, quelle di Alessandria, Capua,
Genova, Vailate-Agnadello, Bologna, Mestre. Volendo dunque la illustre Casa Vostra imitare gli
eccellenti uomini che liberarono le loro terre, è necessario innanzi tutto armarsi di un proprio
esercito; perché non si possono avere soldati più fedeli, più leali e migliori. E se ciascuno di essi
fosse valente, tutti insieme diventerebbero migliori, quando saranno comandati dal loro Principe.
È necessario preparare questo esercito per poter difendersi dai nemici esterni. E benché le
fanterie svizzere e spagnole siano considerate terribili, in entrambe ci sono difetti, per cui un
terzo tipo di esercito potrebbe non solo opporsi a esse, ma batterle. Gli Spagnoli, infatti, non
sanno resistere all’assalto della cavalleria e gli Svizzeri devono temere i fanti, in quanto
determinati a combattere come loro. Si è visto che gli Spagnoli non hanno la forza di sostenere
l’urto della cavalleria francese e gli Svizzeri essere sconfitti dalla fanteria spagnola, come
riscontriamo nella battaglia di Ravenna, quando quest'ultime affrontarono i battaglioni tedeschi.
Gli Spagnoli, con l’agilità del corpo e l’uso dei loro brocchieri, erano penetrati sotto le picche
nemiche e li colpivano stando al sicuro, senza che i Tedeschi avessero scampo; e se non fosse
arrivata la cavalleria che li assaltò, li avrebbero uccisi tutti. Si può, dunque, conosciuti i difetti di
queste fanterie, istituirne una nuova che resista ai cavalli e non abbia paura dei fanti, utilizzando
un nuovo tipo di armi e di schieramento sul campo di battaglia. E l’esercito, con un nuovo
modello di schieramento, dà prestigio e grandezza a un Principe nuovo. Non si deve dunque
lasciar passare questa occasione affinché l’Italia, dopo tanto tempo, veda un suo redentore.
Prenda dunque, l’illustre Casa Vostra, questo impegno, con il coraggio e la speranza con cui si
prendono le imprese giuste, affinché sotto la sua insegna la patria sia nobilitata e si avveri il
detto del Petrarca: Virtù contra furore, Prenderà l’arme; e fia ’l combatter corto: Ché l’antico
valore, Nell’italici cor non è ancor morto.”