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L’idea di mediazione nasce d studi non tanto relativi all’ ambito dell’interpretariato e della traduzione, ma

per lo più relativi a contesti prettamente professionali dove il punto focale è la coordinazione tra due parti
che hanno prospettive e posizioni differenti, come si riscontra nel campo legale e político dove la mediazione
è associata a conflitti e problemi derivanti da controversie. In questo senso i mediatori hanno il compito di
coordinare e mettere d’accordo le due parti cercando di trovare un compromesso ed una soluzione comune
al problema in questione (Baraldi e Gavioli, 2012). Secondo il Webster’s Dictionary esistono tre prospettive
per quanto riguarda la definizione di mediazione, due delle quali sono strettamente legate ossia
“intervention between conflicting parties or viewpoints to promote reconciliation, settlement, compromise
or understanding” e “intercession of one power between other powers at their invitation or with their
consent to conciliate differences between them”. La seconda definizione è “the function or activity of an
intermediate mean sor instrumentality of transmission” ed è proprio questa che meglio si presta come
modello semantico per equiparare la mediazione con la traduzione (Valero e Martin, 2008). Otto Kade, uno
dei pioneri degli studi di traduzione come disciplina accademica, usò il termine “mediazione linguistica”
come denominazione del suo oggetto di studio e definì la traduzione e l’ interpretariato come le principali
suddivisioni concettuali in cui essa si divide. La mediazione linguistica e quella dei conflitti dunque, pur
avendo a che fare con tipologie di problemi differenti, hanno in sostanza l’obiettivo comune di facilitare la
comunicazione tra le parti migliorando il rapporto tra esse. Interpretare implica la mediazione tra lingue
differenti nell’ interazione e il significato di mediazione linguistica è di solito associato a specifici tipi di
espressione da parte dell’ interprete come le modified renditions e/o le non-renditions. In questo senso gli
interpreti sono definiti mediatori linguistici nella misura in cui contribuiscono all’ interzione e la coordinano,
riducendo o espandendo, nelle loro renditions, le espressioni degli altri partecipanti alla conversazione,
producendo additional talk (o non-renditions) e migliorando la comprensione reciproca (Baraldi e Gavioli,
2012). Nel 2008 Pochhacker analizzò tre dimensioni analitiche che potrebbero essere usate per spiegare
l’interpretazione come mediazione: la mediazione linguística/culturale, la mediazione cognitiva e la
mediazione contrattuale (Baraldi, 2014).

Secondo Pochhacker la mediazione linguistica è inevitabilmente anche culturale in quanto la mediazione


include sempre aspetti linguistici e culturali. Essa come riporta Baraldi (2014) può essere concettualizzata in
modi differenti. Wadensjo (1998) definisce l’ interpretare come mediazione culturale in quanto,
promuovendo la comprensione reciproca nelle interazioni, gli interpreti rendono possibile identificare
differenze culturali così come differenti concezioni del mondo. Davidson (2000) descrive la mediazione degli
interpreti come un forma di comunicazione transculturale “between immigrants and agents of the First
World”, in particolare, percepisce la mediazione culturale come una forma di “gatekeeping” del sistema
medico, in cui gli enunciati e le espressioni dei migranti sono adeguate alla visita medica in questione. Egli
osserva che per facilitare le visite mediche, gli interpreti adottano criterio autonomi per quanto riguarda
cosa deve essere tradotto, che promuove appunto una forma di “gatekeeping” del sistema medico e riduce
l’efficacia dell’ assistenza medica. Secondo Penn e Watermeyer (2012) l’ interprete farebbe da ponte tra
culture differenti, visioni del mondo e mondi di vita presenti nell’interazione, mentre secondo Davitti (2013)
interpretare è legato strettamente alla mediazione interculturale, un’ attività sociale che promuove l’
accettazione culturale, la comprensione reciproca e l’ empowerment. Possiamo dire che vari autori in questo
campo rifiutano una visione puramente linguistica della traduzione (troppo stretta), dando primaria
importanza anche alla dimensione culturale della lingua in quanto quest’ ultima è parte di una data cultura
(Valero e Martin, 2008). In questo senso la traduzione come mediazione tra lingue e culture, è
probabilmente il senso con cui di default la traduzione è equiparata alla mediazione e l’ implicazione di
questa sovrapposizione potrebbe essere che ovunque sia presente la traduzione , ci sia anche la cultura.
D’ altro canto potrebbe sorgere il dubbio se il termine “traduzione”, tradizionalmente incentrato sul
concetto di “lingua”, sia abbastanza forte da solo per trasmettere il legame inseparabile e l’ interdipendenza
di lingua e cultura presunti nelle moderne teorie di traduzione. Citando Valero e Martin possiamo
tranquillamente affermare che “the association between translation and culture is at least as strong as that
between translation and mediation”.