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Storia della Filosofia

Prof. Francesco Fiorentino

Hegel

Per Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) la ragione non è solo la facoltà con cui gli uomini
cercano e comprendono il significato delle cose, ma costituisce la "sostanza" del mondo. E il mondo
non è semplicemente ciò che sta fuori di noi, ma si costituisce essenzialmente all'interno del nostro
sapere. Il fondamento del sistema filosofico hegeliano è l'unità del pensiero e dell'essere. Tale unità
si configura come un movimento dialettico: tutto ciò che è, si pone solo in quanto si contrappone a
qualcos'altro che lo nega, e questa negazione fa parte integrante della sua affermazione. Ma la
negazione è l'inizio di una nuova unità, in cui ciò che era stato negato o separato viene ripreso,
sintetizzato con il suo contrario e conservato in esso. In questa unificazione dei contrari consiste la
razionalità del reale.
Nella Fenomenologia dello spirito Hegel tenta di seguire la filosofia dal suo primo sorgere
al movimento del suo sviluppo sino alla realizzazione del suo fine. L’oggetto di quest'opera
coincide con il suo "soggetto", e cioè il pensiero come realtà. La Fenomenologia descrive il modo in
cui la coscienza fa esperienza della realtà, scoprendo che questa non è semplicemente al di fuori di
sé, ma è una sua stessa "proprietà". Come "scienza dell'esperienza della coscienza", essa è un
percorso che parte dal sapere "apparente", in cui vige ancora la separazione tra io e mondo, soggetto
e oggetto, sapere ed essere, per giungere alla verità di quell'apparenza. Per Hegel il vero non va
inteso tanto come sostanza, bensì come soggetto, giacché la realtà coincide con il sapere stesso nel
movimento continuo della sua "mediazione": la sostanza così intesa vive e agisce, perché essa,
rimanendo se stessa, diviene altro da sé.
Il percorso di manifestazione dello spirito verso la meta del sapere assoluto si articola in tre
momenti: la coscienza, l'autocoscienza e la ragione. La coscienza, considerata come rapporto del
soggetto con l'oggetto, si articola in tre figure: la certezza sensibile, la percezione e l'intelletto. La
certezza sensibile appare, secondo l'opinione comune, la più solida delle verità, ma per Hegel si
tratta della verità più astratta e più povera, giacché il suo sapere si riduce alla sola enunciazione che
una cosa "è" di fronte ad un "puro io". Nella percezione la cosa diviene un'unità cui ineriscono
molteplici proprietà e qualità sensibili; tuttavia resta indeterminato se il principio di unificazione
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risieda nella cosa stessa, oppure sia solo un prodotto dell'io che percepisce. Questo dubbio viene
superato grazie all'intelletto che pensa gli oggetti percepiti come veri e propri "fenomeni", sulla
base di leggi universali. Ma la quiete delle leggi universali si trasforma nell'«inquietudine assoluta»
della coscienza stessa, perché quando l'intelletto oggettiva il mondo, non pensa più a qualcosa di
altro da sé. In tal modo la coscienza diviene autocoscienza.
Con l'autocoscienza fa la sua irruzione sulla scena della Fenomenologia il dramma della vita
umana, presentato da Hegel in quattro celebri "figure": signoria e servitù, stoicismo, scetticismo e
coscienza infelice. L'autocoscienza si manifesta come puro movimento attraverso il suo "desiderio"
di autonomia e libertà: l'unica possibilità di appagare tale desiderio risiede nell'essere "riconosciuta"
da un'altra autocoscienza. Ma tale riconoscimento è una "lotta" fino alla morte: l'autocoscienza che
vuol essere indipendente, cioè che vuol essere il signore, giunge a soddisfare il suo desiderio grazie
al fatto di essere riconosciuto come signore da un altro, il servo. Questi ha avuto timore della morte
e ha preferito la vita invece che la sua libertà. Ma per conservare la vita egli deve tenere a freno il
suo desiderio, astenendosi dal soddisfare il suo appetito di consumare le cose: egli può solo
"trasformare" le cose attraverso il suo lavoro. Così da un lato il servo, lavorando, assicura alle cose
la loro autonomia; dall'altro lato il padrone, grazie al lavoro del servo, può fruire liberamente delle
cose, senza essere dipendente da esse. Tuttavia neanche il signore può dire di essere libero, se
continua a dipendere dal servo. Il destino della dialettica servo-signore è sempre quello del
rovesciamento: il signore diviene dipendente dal servo e il servo, tramite il lavoro, giunge alla sua
indipendenza.
Il regno della ragione inizia quando la coscienza scopre che anche il mondo fuori di sé è suo.
Esso si articola in tre momenti: la ragione osservativa, la ragione pratica e l'individualità. Nel primo
momento la coscienza cerca sé stessa attraverso la conoscenza degli enti di natura; nel secondo la
coscienza del singolo va alla ricerca della felicità, intesa come riconciliazione di sé con il mondo;
nel passo successivo la ragione si concepisce come l'attività di un "individuo" che, avendo come
propria sostanza l'appartenenza ad un popolo, si realizza come eticità. Nell'eticità la ragione si
realizza come mondo, divenendo spirito: questo si svolge attraverso figure concrete della storia del
mondo, dall'Antichità greco-romana sino alla Germania di inizio Ottocento.
La sua prima figura è quella dello "spirito vero": essa affonda le sue radici nella concezione
della pòlis greca ed è segnata dalla contrapposizione fra la legge umana e la legge divina. Da questa
divisione nasce la "condizione giuridica" romana, in cui la contrapposizione è tra una pluralità di
individui e la legge universale coercitiva. Il passaggio successivo è contrassegnato dal mondo della
"cultura", nel periodo compreso tra il feudalesimo medievale e le monarchie assolutistiche moderne,
in cui lo spirito è alienato nelle due forme del potere dello Stato e della ricchezza. Non meno
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estraniato del mondo della cultura è il mondo della fede, inteso come credenza superstiziosa in un
Dio concepito "al di là" rispetto alla realtà del mondo. A questa fede si è contrapposto
l'Illuminismo riaffermando la radicale finitezza della coscienza. Attraverso la figura della visione
morale del mondo, sorta in Germania, la coscienza si identifica con il "dovere morale" di matrice
kantiana, segnato da una profonda contraddizione interna tra un'etica autonoma e formale e
l'esigenza di ammettere una realtà sovrasensibile. Quando la coscienza individuale riconosce di non
essere assoluta, bensì finita e colpevole del male, lo spirito diviene "religione". Nella religione
l'assoluto non viene più guadagnato attraverso il lavoro drammatico della soggettività, ma è esso
stesso a manifestarsi nel suo puro contenuto giungendo al sapere cosciente di sé.
Nella Filosofia dello spirito l'idea ritorna in sé stessa, cogliendosi in sé e per sé come
spirito, la cui essenza è la libertà. Il processo di autocomprensione dello spirito si sviluppa in tre
forme: spirito soggettivo, spirito oggettivo e spirito assoluto. Nella sua forma "soggettiva", lo spirito
si manifesta come anima (antropologia), coscienza (fenomenologia), e intelligenza e volontà
(psicologia). Con l'anima si passa dalla natura corporea all'immaterialità psichica, benché lo spirito
risulti ancora connesso al corpo. Nel suo sviluppo concreto, l'anima si presenta come anima
naturale, anima senziente e anima reale. La coscienza sorge come rapporto con altro da sé e si
sviluppa in autocoscienza, per la quale l'oggetto è lo stesso io e, infine, come ragione, dove il
soggetto si scopre identico con l'oggetto. L'intelligenza (sfera teoretica) e la volontà (sfera pratica)
costituiscono le due principali facoltà dello spirito inteso come verità dell'anima e della coscienza.
Attraverso di esse lo spirito si scopre libero, ma la libertà si compie pienamente nella realizzazione
oggettiva dello spirito nel mondo.
L'idea di fondo dello spirito oggettivo è che la volontà libera dello spirito si realizza solo in
determinati rapporti sociali all'interno di un popolo e nell'appartenenza politica e istituzionale allo
Stato. La libertà dello spirito significa riconoscere, attraverso la filosofia, che ciò che è razionale è
reale, e ciò che è reale è razionale. Lo spirito oggettivo si concretizza nel "diritto astratto", nella
"moralità" e nell'"eticità". Il diritto astratto parte dal concetto astratto di "persona giuridica", basato
sulla sua legittima "proprietà", riconosciuta attraverso un "contratto", e contempla una pluralità di
relazioni che giunge sino al delitto (che deve essere risarcito per legge con la giusta punizione).
Quando il diritto non è più una mera regolamentazione esterna dei rapporti tra gli uomini, ma
diventa un principio di autodeterminazione interna, mostra la sua vera razionalità e sfocia nel regno
della "moralità". Nella moralità l'intenzione è pura e coincide con la responsabilità nei confronti di
un dovere. Ma in essa permane sempre una discrepanza tra l'intenzione del soggetto e il fine che
egli si propone, tra la sua virtù e la sua felicità. Tale discrepanza viene risolta con l'eticità.
Nell'eticità il "volere" coincide con il "sapere", la libertà riconosce come "bene" ciò che si è
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realizzato di fatto nella storia del mondo, a cui il singolo appartiene attraverso la rete di rapporti
sociali e politici in cui si trova situato. Nell'eticità diritto e dovere coincidono, giacché la "volontà
universale" dello spirito è identica alla "volontà particolare" del singolo. Lo spirito diviene mondo
attraverso le potenze etiche, che determinano l'identità astratta dei singoli soggetti nella loro
concreta appartenenza alla famiglia, alla società civile e allo Stato. Nella famiglia il singolo non è
più un'individualità astratta, ma è membro di un'unità superiore e organica, mediata dal rapporto tra
i sessi e basata sull'amore. I suoi momenti costitutivi sono il matrimonio, l'acquisizione di un
patrimonio e l'educazione dei figli. Dalla necessaria "dissoluzione" della famiglia nasce la società
civile. Questa si presenta immediatamente come un sistema dei bisogni retto dai princìpi
fondamentali dell'economia politica che riguardano soprattutto la divisione interna del lavoro.
Lo Stato hegeliano è la manifestazione necessaria dell'immanente razionalità del mondo.
Mentre il fine ultimo della società civile è l'interesse degli individui come tali, nello Stato è esso
stesso a costituire il fine ultimo universale e l'interesse particolare degli individui. Lo Stato
hegeliano è dunque uno Stato etico, in quanto non costituisce semplicemente il mezzo per realizzare
la libertà umana, ma il fine assoluto di questa libertà.
Per Hegel quando un singolo Stato entra in relazione con altri Stati è impensabile qualsiasi
forma di compromesso che limiti la sovranità assoluta di ciascuno: solo la guerra costituisce la vera
soluzione ai contrasti della politica internazionale. Dalla dialettica tra i diversi Stati si produce lo
spirito del mondo. In ogni momento della storia c'è sempre un popolo dominante in cui si condensa
il travaglio dello spirito, ma il più delle volte sia i popoli che i singoli non sono coscienti di questo
destino: ed è qui che interviene l’"astuzia della ragione" a far sì che i progetti e le azioni degli
uomini possano servire oggettivamente alla realizzazione dei fini supremi dello spirito. Sono
individui "cosmico-storici" quelli di cui lo spirito si serve per realizzare il suo piano. Hegel
individua quattro stadi di sviluppo nella storia del mondo: il regno orientale, il regno greco, il regno
romano e il regno germanico, con il quale la storia si realizza come regno spirituale. Con questa
tappa si giunge alla "fine" della storia, in quanto è stato ormai raggiunto l'orizzonte di senso entro
cui ogni evento, cultura e singola vita si rendono trasparenti nella loro sostanza spirituale.
Il passo definitivo nell'automanifestazione dell'assoluto è quello in cui il concetto dello
spirito giunge alla trasparenza di sé stesso, nello spirito assoluto. Esso si svolge in tre forme
supreme: l'arte, la religione e la filosofia, corrispondenti rispettivamente all’intuizione, alla
rappresentazione e al concetto che lo spirito ha di sé. Queste tre forme costituiscono i momenti
necessariamente concatenati dell'unica automanifestazione dell'assoluto.