Sei sulla pagina 1di 3

1

Storia della Filosofia

Prof. Francesco Fiorentino

Descartes

Il pensiero di René Descartes (1596-1650) nasce dalla constatazione della perdita dell'evidenza
della realtà e dal tentativo di riconquistarla. Tale tentativo si traduce nella ricerca di un metodo
capace di portare la conoscenza umana alla scoperta della verità.
Descartes dedica due scritti alla ricerca del metodo: le Regole per la guida dell'intelligenza e
il Discorso sul metodo. Rifiutando la logica scolastica che non permette di scoprire nuove verità e
di ampliare la conoscenza, Descartes ritiene che la vera logica sia una logica della scoperta e la
scienza sia conoscenza del metodo. Questo si radica nella natura della mente umana e consiste
nell'elaborazione concettuale, sotto forma di regole, della maniera naturale di procedere della
ragione che si realizza compiutamente nella scienza.
Posta l'identità tra scienza e conoscenza certa ed evidente, Descartes individua nelle
matematiche (aritmetica e geometria) il modello della scienza: il loro primato risiede nel fatto che
ciascuna di esse è un'applicazione particolare di una scienza più generale, la mathesis universalis,
che ha per oggetto l'ordine e la misura.
L'intuizione e la deduzione costituiscono le due operazioni che permettono di conseguire in ogni
scienza la certezza delle matematiche: l'intuito è immediato e consiste nell'apprensione diretta
dell'oggetto conoscibile; la deduzione perviene al proprio oggetto in maniera mediata, percorrendo
delle tappe progressive.
Nel Discorso sul metodo (1637) Descartes individua quattro regole fondamentali per ben
condurre la propria ragione: la regola dell'evidenza che poggia sulla chiarezza e sulla distinzione; la
regola dell'analisi; la regola della sintesi e la regola dell'enumerazione.
Descartes applica il suo metodo a due scienze particolari: la fisica e la fisiologia. Nel
trattato di fìsica generale, propone una "favola del mondo", ossia una descrizione del mondo
guadagnata non mediante l'esperienza empirica, ma attraverso la sola evidenza della ragione. La
materia è costituita dalla sola estensione e dalle sue proprietà; tutte le altre "qualità" (il colore, la
durezza, il suono, ecc.) risultano dal contatto tra la percezione e le proprietà dell'estensione. Essa è
omogenea, continua, illimitata, divisibile all'infinito e costituita di particelle che formano i corpi
2

particolari (fisica corpuscolare). La materia è caratterizzata da un movimento continuo: la quantità


del moto è immutabile in quanto impressa da Dio al momento della creazione. Il mondo è concepito
come una grande macchina spiegabile a partire dalle sole leggi dell'estensione e del movimento.
Descartes estende la concezione meccanicistica del mondo anche alla spiegazione del corpo
umano: la fisiologia e tutta la vita biologica sono riducibili alle mere leggi della meccanica.
Descartes avverte la necessità di una fondazione metafìsica del metodo: l'evidenza
matematica potrebbe non coincidere con la verità, di conseguenza, il metodo, che poggia proprio su
questa identità, richiede una fondazione più radicale. Nelle Meditazioni sulla filosofia prima (1641-
1642) Descartes radicalizza la coincidenza tra "verità" e "indubitabilità" e considera false tutte le
conoscenze di cui è possibile dubitare.
Il dubbio cartesiano è metodico, perché costituisce lo strumento di un'indagine sistematica
sulla totalità delle conoscenze acquisite; iperbolico, perché identifica ciò che è probabile con ciò
che è completamente falso; e antiscettico, poiché mira all'acquisizione della verità. La prima classe
di conoscenze sottoposta al test del dubbio è quella delle conoscenze acquisite per mezzo dei sensi:
poiché talvolta i sensi ci ingannano, essi sono sempre inaffidabili e le conoscenze che ci forniscono
sono tutte false. Tale dubbio investe finanche le percezioni dei corpi vicini e del proprio corpo: è
sufficiente, infatti, ipotizzare di vivere in un sogno in cui ciò che ci rappresentiamo appare come
vero pur non essendo tale. Tuttavia anche nel sogno sembra che qualcosa resista al dubbio: le
nozioni di corporeità, estensione, forma, grandezza e numero, assieme alle verità matematiche
risultano assolutamente certe, sia nel sonno che nella veglia. Ma attraverso l'ipotesi del Dio
ingannatore e la figura del genio maligno, Descartes dubita anche di queste nozioni.
Da questa situazione paradossale egli guadagna la prima certezza: l'evidenza dell'esistenza
dell'io come cosa pensante (res cogitans).
Tuttavia l'io non può ancora affermare con certezza nulla del mondo fuori di sé: bisogna
dimostrare l'esistenza di Dio per assicurarsi della verità del mondo che sta fuori del cogito.
Descartes elabora tre dimostrazioni dell'esistenza di Dio: due a posteriori e una a priori. Il
punto di partenza della prima dimostrazione a posteriori è l'esame delle idee dell'io. Queste sono di
tre tipi: avventizie, innate e fattizie. Distinguendo fra realtà oggettiva e realtà formale delle idee,
Descartes afferma che l'idea innata di Dio (sostanza infinita, sommamente intelligente e potente,
causa di tutto ciò che esiste) non può essere prodotta dall'io che è una sostanza finita; per tanto
l'origine di questa idea è Dio stesso.
La seconda dimostrazione a posteriori parte dalla causa dell'esistenza dell'io. L'io non è la
causa della propria esistenza poiché se così fosse si sarebbero date tutte le perfezioni: per tanto l'io
riceve il suo essere da altro e propriamente da una causa incausata, Dio.
3

La dimostrazione a priori parte dall'analisi concettuale dell'essenza di Dio: in Dio l'esistenza


non può essere separata dall'essenza in quanto è contraddittorio pensare che ad un ente
sommamente perfetto manchi una perfezione (l'esistenza).
Le dimostrazioni dell'esistenza di Dio e della sua veracità consentono a Descartes di
annullare definitivamente l'ipotesi del Dio ingannatore e di fondare così la verità necessaria di tutte
le cose che conosciamo con evidenza e del metodo stesso. Il fatto che l'errore sia comunque
possibile dipende dal rapporto tra l'intelletto e la volontà dell'uomo: l'intelletto, finito e limitato, ha
la sola funzione di percepire le idee; la volontà, invece, ha la funzione di giudicare. Per tanto, la
volontà non sempre si limita a ratificare l'evidenza mostrata dall'intelletto, ma, spingendosi al di là
di esso, può emettere giudizi infondati.
A questo punto Descartes può riguadagnare l'esistenza e la conoscenza del mondo esterno
che gli erano state sottratte dal dubbio. Egli prima individua l'essenza dei corpi e poi ne dimostra
l'esistenza. L'essenza dei corpi è l'estensione (res extensa); la figura e il movimento ne sono i modi.
Per quanto concerne il rapporto tra la mente, "sostanza pensante e non estesa", e il corpo,
"sostanza estesa e non pensante", Descartes afferma la differenza ontologica fra le due sostanze
(dualismo).
La riflessione etica di Descartes è contenuta in due opere: il Discorso sul metodo e Le
passioni dell'anima. Nella prima egli espone le tre massime della morale provvisoria: la prima
prescrive di obbedire alle leggi, ai costumi e alla religione del proprio paese; la seconda di agire con
quanta più risolutezza possibile; la terza di cercare sempre di vincere sé stessi piuttosto che la
fortuna e di mutare i propri desideri piuttosto che l'ordine del mondo.
Nel trattato Le Passioni dell'anima Descartes si occupa del tema dell'unione sostanziale di
anima e corpo mostrando i meccanismi psico-fisiologici che regolano la corrispondenza tra i
fenomeni mentali e la meccanica del corpo. Le passioni dell'anima sono distinte in percezioni,
sensazioni ed emozioni. Le passioni si collocano in una zona di reciproca appartenenza di corpo e
anima. La ghiandola pineale costituisce il luogo corporeo deputato ad essere sede dell'anima,
rendendo possibile la stretta unità di corpo e anima.