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Storia della Filosofia

Prof. Francesco Fiorentino


Kant

Immanuel Kant (1724-1804) ha reimpostato in maniera nuova l'intera problematica filosofica,


imponendo un nuovo significato ai concetti nel campo della conoscenza e della morale, dell'estetica
e della politica, dell'antropologia e della religione. Egli ha elaborato una nuova concezione della
filosofìa come "critica", intendendo, con questo termine, che il vero oggetto del pensiero filosofico
non è più la realtà o l'essere delle cose, ma il nostro modo di conoscerla o di pensarla. In ciò risiede
il significato di fondo della svolta trascendentale impressa da Kant alla filosofia: conoscere
qualcosa significa solo determinarlo come oggetto della scienza della natura in base alle strutture a
priori della mente umana. Di conseguenza, tutto ciò che non è determinabile scientificamente
(l'anima, la libertà o l'esistenza di Dio) non sarà mai oggetto di esperienza, ma permarrà come
contenuto immanente della vita morale dell'uomo.
Il periodo di gestazione della filosofia critica di Kant, definito "precritico", contiene le fonti
e le motivazioni della svolta critico-trascendentale codificata nel 1781 con la pubblicazione della
Critica della ragion pura.
Secondo Kant, la stoffa della ragione umana è fatta del desiderio naturale di conoscere
l'incondizionato: per soddisfare questo desiderio, però, la ragione finisce per uscire dall'esperienza e
si ritrova in un vicolo cieco, non potendo più giudicare con i princìpi dell'esperienza ciò che
trascende l'esperienza stessa. Per Kant "fare esperienza" di qualcosa vuol dire conoscere le cose in
quanto ci appaiono nello spazio e nel tempo - cioè come fenomeni - e non come sono in sé stesse,
cioè appunto come "cose in sé". Ora, la metafisica, avendo trasgredito questo limite empirico della
conoscenza, si trova in una situazione di stallo che induce Kant a domandarsi: è possibile la
metafìsica come scienza? Tale questione dipende dalla domanda se e come siano possibili giudizi
sintetici a priori.
Kant risponde attuando una rivoluzione copernicana in ambito gnoseologico: egli inverte il
rapporto tra le nostre intuizioni e i nostri concetti, da una parte, e la natura degli oggetti, dall'altra:
non è più la conoscenza che si regola sugli oggetti sensibili, ma sono questi a regolarsi sulla nostra
conoscenza, che ne determina il carattere "oggettivo". Per Kant, sebbene tutte le nostre conoscenze
comincino con l'esperienza, non tutta la conoscenza deriva dall'esperienza: infatti, ogni conoscenza
empirica è una sintesi tra ciò che riceviamo mediante le impressioni sensoriali e ciò che la nostra
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facoltà conoscitiva vi apporta da sé stessa a priori. Sono dunque le forme pure a priori della nostra
mente a produrre l'esperienza secondo leggi universali e necessarie.
Kant distingue tra l'a priori e il trascendentale: il primo termine indica soltanto ciò che è
indipendente dall'esperienza, il secondo ciò che, solo, permette l'esperienza. Pertanto
"trascendentale" indica ciò che rende possibili a priori gli oggetti. Per capire se la metafisica possa
essere ancora considerata come una scienza, Kant analizza il carattere peculiare della conoscenza
scientifica in generale, indagando il modo di funzionare della nostra mente e, in particolare, i diversi
tipi di giudizio di cui è capace il nostro intelletto. Egli distingue tra giudizi analitici e giudizi
sintetici.
I giudizi analitici sono quelli in cui il predicato viene pensato a priori come una nota
caratteristica già contenuta nel concetto del soggetto; i giudizi sintetici invece sono sempre a
posteriori, cioè richiedono di fuoriuscire dal concetto del soggetto per accrescere la conoscenza
tramite l'aggiunta di un predicato. Ma per conoscere gli oggetti dell'esperienza in maniera
universale e necessaria occorrono i giudizi sintetici a priori nei quali il predicato, pur essendo
esterno al concetto del soggetto, è congiunto ad esso in maniera rigorosamente a priori. Secondo
Kant la matematica e la fisica si basano solo su questo tipo di giudizi. Pertanto egli si domanda:
come sono possibili giudizi sintetici a priori?. Per Kant i due tronchi della conoscenza umana sono
la sensibilità e l'intelletto: attraverso la sensibilità gli oggetti vengono "dati", mentre per mezzo
dell’intelletto essi vengono "pensati".
L’Estetica trascendentale si occupa della costituzione e del funzionamento della sensibilità.
Kant distingue tra sensazione e sensibilità: la prima è il semplice "effetto" di un oggetto sulla nostra
capacità rappresentativa; la seconda invece la nostra stessa capacità di ricevere rappresentazioni.
La sensazione è sempre empirica e a posteriori e fornisce la materia del fenomeno; la
sensibilità è invece la condizione a priori di ogni sensazione, e fornisce la forma a priori Che pone
in determinati rapporti il fenomeno. Le forme a priori della sensibilità sono le intuizioni pure di
spazio e di tempo: la prima è la forma del senso esterno, la seconda è del senso interno ed è la
condizione formale a priori di tutti i fenomeni in generale. Per Kant la sensibilità è distìnta
dall'intelletto, in quanto l'una è recettiva, l'altro opera in modo spontaneo. Perché si possa
conseguire una conoscenza vera, occorre una sintesi tra la sensibilità e l'intelletto. Il compito
dell'intelletto è quello di operare una sintesi tra i dati della sensibilità e i concetti a priori, attraverso
la funzione del giudizio.
La scienza delle regole dell'intelletto è la logica Kant distingue tra la logica formale che
riguarda solo la forma intellettuale con cui si pensano le rappresentazioni; e la logica trascendentale,
che giudica anche la verità e la falsità dei contenuti pensati. Essa si divide in Analitica
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trascendentale ("logica della verità") e Dialettica trascendentale ("logica della parvenza").


L’Analitica trascendentale si divide in Analitica dei concetti e Analitica dei princìpi. I concetti
dell'intelletto, o categorie, costituiscono le forme mediante le quali l'intelletto raccoglie e connette il
molteplice dell'intuizione sensibile in una conoscenza unitaria (oggetto). Kant ricava la tavola delle
categorie dalla tavola dei giudizi. Le dodici categorie si dividono in quattro classi: quantità, qualità,
relazione e modalità. Nella «Deduzione trascendentale dei concetti puri dell'intelletto» Kant si
occupa di legittimare la validità "oggettiva" delle categorie, cioè di spiegare in che modo delle
rappresentazioni soggettive siano applicabili agli oggetti dell'esperienza. Lo scopo di Kant è
dimostrare che l'intelletto è "l'autore dell'esperienza", non nel senso che l'io crei l'essere delle cose,
ma nel senso che esso produce la forma "oggettiva" del materiale sensibile (fenomeno). Conoscere
qualcosa significa sempre congiungere una molteplicità di rappresentazioni sotto una categoria: tale
operazione non può mai partire dagli elementi che vanno congiunti, bensì deve precederli. La sintesi
non è il risultato della congiunzione, bensì la condizione preliminare di ogni congiunzione, e
coincide con la coscienza che il soggetto conoscente ha di sé stesso mentre conosce. Questa è da
Kant chiamata "appercezione originaria" in quanto l'autocoscienza produce la rappresentazione "io
penso" che accompagna tutte le nostre rappresentazioni. L'io consiste dunque in una pura funzione
sintetica della conoscenza; esso non ha altra identità se non la coscienza della sintesi delle
rappresentazioni. L'azione dell'io penso sulla sensibilità e nella stessa sensibilità è attuata dalla
facoltà di immaginazione, che consiste nella capacità di rappresentare un oggetto anche senza la sua
presenza nell'intuizione e di produrre la sintesi in generale.
Nell'Analitica dei princìpi Kant determina le regole a priori in base alle quali la nostra
facoltà di giudizio sussume il molteplice dell'intuizione sotto le categorie. L'immaginazione produce
gli schemi che sono le rappresentazioni mediatrici a priori tra le categorie e i fenomeni. L'unica
mediazione possibile tra i concetti dell'intelletto e le intuizioni della sensibilità è data dalla forma a
priori del tempo. I "princìpi dell'intelletto puro", invece, sono le regole per l'uso oggettivo delle
categorie, e costituiscono i princìpi della possibilità dell'esperienza (assiomi dell'intuizione,
anticipazioni della percezione, analogie dell'esperienza, postulati del pensiero empirico in generale).
La Dialettica trascendentale è chiamata da Kant "logica della parvenza": quando l'intelletto
vuole determinare, mediante le categorie, ciò che non si dà mai nello spazio e nel tempo, cade in
una sorta di illusione. L'illusione di poter conoscere ciò che oltrepassa la sfera dei fenomeni è una
tendenza strutturale della natura umana. Per Kant gli oggetti soprasensibili sono pure idee della
ragione: l'anima, il mondo e Dio non vengono dunque rigettati, ma considerati come puri contenuti
immanenti alla ragione stessa. Perciò Kant critica quelle scienze che presumono di conoscere questi
oggetti trascendenti: la psicologia razionale, la cosmologia razionale e la teologia razionale.
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Nella psicologia razionale la parvenza dialettica si basa sullo scambio tra quella che è solo
un'idea della ragione (l'idea di un'intelligenza pura) e il concetto di un essere pensante in generale.
Questo scambio produce dei paralogismi.
Nella critica alla cosmologia razionale Kant dimostra che ogni qual volta si pretenda di
cogliere il mondo come una compiuta totalità, si finisce inevitabilmente in una serie di conflitti
interni alla ragione, chiamati antinomie.
Nella critica alla teologia razionale Kant esamina le tre prove dell'esistenza di Dio:
ontologica, cosmologica e fisico-teleologica. La critica alla prova ontologica verte sul concetto di
esistenza che non può mai essere intesa come un predicato che si aggiunga al concetto di qualcosa,
bensì è la posizione di una cosa o di certe determinazioni in sé stesse. L'impossibilità di dimostrare
l'esistenza di Dio si ritrova anche nelle altre due prove: in entrambi i casi, infatti, si arriva sempre a
pensare l'essere assolutamente necessario come l'essere che ha necessariamente in sé l'attributo
dell'esistenza, e quindi si torna alla prova ontologica.
Per Kant le idee trascendentali della ragione non hanno una funzione costitutiva, ma solo
regolativa: in esse la ragione non si riferisce più direttamente a un oggetto, bensì al modo in cui
viene usato l'intelletto nella sua massima estensione. Grazie ad esse la ragione soddisfa al suo
interno un bisogno che non può soddisfare fuori di sé: il raggiungimento dell'unità e della
completezza del reale.
Kant, nella Critica della ragion pratica, spiega che la coscienza della legge morale un fatto
della ragione, in quanto si radica nella ragione stessa. La legge morale presente nell'uomo dimostra
l'esistenza della libertà. I princìpi in base ai quali la ragione può determinare la volontà sono le
massime (soggettive) e le leggi pratiche (oggettive). Queste ultime si dividono in imperativi
ipotetici (prescrizioni pratiche che si devono osservare in vista di un fine desiderato) e imperativi
categorici (leggi pratiche che si devono osservare per sé stesse a prescindere da qualsiasi scopo). I
princìpi pratici, per essere veramente morali, devono basarsi unicamente sul dovere per il dovere.
La morale razionale per Kant è formale perché la ragione non comanda questa o quell'altra
cosa, ma obbliga solo a volere qualcosa che possa valere universalmente per tutti gli altri esseri
razionali («Agisci in modo che la massima della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso,
come principio di una legislazione universale»). Inoltre essa è una morale autonoma, nel senso che
la ragione è legge a sé stessa. Questo porta a una nuova definizione dell'oggetto e dei moventi della
moralità: l'oggetto della ragion pratica, ovvero il bene e il male, non precede la legge morale, ma
coincide con ciò che essa comanda.
Il movente determinante della ragion pratica è solo il "sentimento morale" suscitato in noi
dall'imperativo categorico e consiste nel rispetto per la maestà della legge. Pertanto la dignità
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dell'uomo risiede nel dovere e non nel godimento; essa coincide con la sua virtù più che con la
felicità.