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Storia della Filosofia

Prof. Francesco Fiorentino


Leibniz

La grande ambizione del pensiero di Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716) è quella di cogliere la
razionalità che governa l'Universo e di cui la ragione umana costituisce il più nitido specchio. Egli
parte dalla scoperta che la sorgente della meccanica è nella metafìsica, individuando nella realtà
fìsica un principio spirituale che anima dall'interno la materia universale. Così, attraverso la
metafisica, cambia l'immagine fisica del mondo che risulta caratterizzato da sostanze dinamiche,
grazie alle quali la materia si manifesta come pura energia. A questa energia, fisica e metafìsica
insieme, Leibniz dà il nome di monade.
Il pensiero di Leibniz si sviluppa come risposta alla seguente questione: che relazione vi è
tra la forma sostanziale di una cosa - grazie alla quale noi possiamo conoscere quella cosa in quanto
appartenente a un certo genere o a una certa specie - e la sua individualità, cioè il principio che la
rende unica o differente da tutte le altre?
Nella Disputazione metafisica sul principio di individuazione, Leibniz sostiene che il
principio di individuazione di una cosa coincide con l'unità inscindibile di materia e forma. Nella
materia di una cosa è incarnata la sua forma, assolutamente unica e individuale: l'universale, quindi,
non è più inteso da Leibniz come l'opposto dell'individuale, ma come la sua immanente realtà.
Partendo da questa concezione della sostanza individuale, Leibniz concepisce la materia dei corpi
fisici come una forza dinamica immanente a tutto ciò che esiste. Si affaccia così l'ipotesi che ogni
fenomeno fisico dipenda da un principio vitale e che lo stesso meccanicismo si fondi su una
metafìsica della natura. Nella Breve Dimostrazione di un errore memorabile di Cartesio, Leibniz
rigetta la tesi cartesiana che a rimanere costante nei fenomeni fisici sia la quantità di moto e ritiene
che il moto costante di un corpo sia l'effetto di un'azione immanente al corpo stesso, denominata
forza viva (l'energia cinetica). Di qui deriva anche il convincimento che lo spazio e il tempo
costituiscano solo due ordini di relazioni: lo spazio è «l'ordine delle coesistenze», mentre il tempo è
«l'ordine delle successioni» tra le sostanze individuali.
La nozione di sostanza come un ente individuale, dotato di una propria forza immanente, è
alla base della fisica, della metafisica e della logica. Per Leibniz le leggi fondamentali del pensiero
coincidono con la struttura ontologica del mondo. In senso logico una sostanza individuale è un
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unico soggetto a cui vengono attribuiti molti predicati, e che a sua volta non è predicato di
nient'altro.
I due princìpi che per Leibniz reggono ogni ragionamento umano sono il principio di
contraddizione (A non è non-A), che si basa sul principio di identità (A è A), e il principio di ragion
sufficiente che fornisce la ragione metafisica di eventi contingenti. Tale ragione non indica soltanto
l'essenza di una sostanza, ma anche l'esistenza, cioè il fatto che quella sostanza accada o non accada
di fatto. A questi due princìpi logici Leibniz aggiunge il principio dell'identità degli indiscernibili,
secondo cui ogni sostanza ha un'identità unica e irripetibile, di modo che in natura non esistono mai
due enti perfettamente sovrapponibili.
Ai due princìpi fondamentali della logica (contraddizione e ragion sufficiente)
corrispondono due specie di verità: quelle di ragione e quelle di fatto. Le prime sono necessarie e il
loro opposto è impossibile, le seconde sono contingenti e il loro opposto è possibile. Leibniz cerca
di mostrare come le verità di fatto possano essere riportate alle verità di ragione, facendo appello
alla libera decisione con cui Dio ha fatto sì che esse accadano: Dio sceglie tra le cose che potranno
accadere secondo la regola dell'ottimo. Tuttavia ciò che non accade realmente non è in sé
impossibile, ma incompossibile con il mondo esistente. Per esistere, infatti, non basta che qualcosa
sia possibile in sé, ma occorre soprattutto che essa sia compossibile con l'insieme del mondo reale,
secondo l'ordine di congiunzione più perfetto tra tutti i fenomeni, passati, presenti e futuri.
Per indicare la sostanza individuale Leibniz usa il termine monade (l'unità). Le monadi
costituiscono dei punti metafìsici inestesi: esse non hanno un inizio naturale, né periscono
naturalmente, non sono divisibili e si distinguono tra loro solo per le rispettive qualità interne.
Tuttavia esse implicano in sé una pluralità di stati e una molteplicità di rapporti che costituiscono il
principio del mutamento continuo, presente al loro interno. Il principio del cambiamento risiede
nella facoltà di avere rappresentazioni, che Leibniz distingue in percezioni, appetizioni e
appercezioni. L'ordine gerarchico tra le monadi dipende dal grado delle percezioni, delle appetizioni
e delle appercezioni presenti in esse. Per Leibniz un nesso essenziale lega tra loro il singolo
individuo e la totalità del mondo: Dio, infatti, ha creato il mondo come un insieme connesso e
reciprocamente adattato di corpi viventi. Perciò non solo il creatore, ma anche ogni monade creata è
infinita al suo interno. Il problema di Descartes relativo alla conformità dell'anima e del corpo
organico è risolto da Leibniz mediante l'armonia prestabilita tra tutte le sostanze: Dio ha
sincronizzato i due orologi fin dal principio della creazione, in modo tale che ad ogni moto
dell'anima corrisponda un moto del corpo, e viceversa.
I gradi della conoscenza umana sono: 1) la conoscenza oscura, che consiste in una nozione
che non è sufficiente a far riconoscere la cosa rappresentata; 2) la conoscenza chiara, che consente
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di riconoscere la cosa rappresentata, la quale può configurarsi come chiara e confusa, quando non è
in grado di enumerare tutti i caratteri sufficienti a distinguere una cosa dalle altre; 3) la conoscenza
chiara e distinta, quando consente di conoscere le caratteristiche che distinguono una cosa da tutte le
altre cose simili ad essa.
Nei Nuovi saggi sull'intelletto umano (1704), Leibniz, attraverso un confronto, con la
gnoseologia di John Locke, riconosce la tesi dell'empirismo, secondo cui non vi può essere nulla
nell'intelletto che prima non sia passato dai sensi, ma la corregge, rivendicando la spontaneità
dell'intelletto rispetto alla passività dei sensi. I dati delll'esperienza dipendono da ragioni o verità a
priori: l'anima è paragonabile a un blocco di marmo e le verità presenti in essa alle venature che
prefigurano l'immagine che verrà ricavata dallo scultore.
La soluzione di Leibniz al problema dell'origine delle idee è mediana tra empirismo e
innatismo: egli ammette l'esistenza di idee e verità innate in senso virtuale, considerando attuali
solo le nozioni acquisite per esperienza.
Per Leibniz l'esistenza di Dio può essere dimostrata sia a priori che a posteriori. La
dimostrazione a priori parte dal concetto di perfezione e, dopo aver dimostrato che tutte le
perfezioni sono compatibili tra loro, conclude che il soggetto di tutte le perfezioni, cioè l'essere
perfettissimo, esiste, poiché l'esistenza è compresa nel novero delle perfezioni. La dimostrazione a
posteriori si basa sul principio secondo cui ogni realtà possibile tende con pari diritto all'esistenza,
ma, tra le infinite combinazioni e le possibili successioni dei possibili, accade sempre quella per cui
si avrà il massimo della perfezione. Entrambe le dimostrazioni poggiano sul concetto di possibile.
Nei Saggi di teodicea sulla bontà di Dio, la libertà dell'uomo e l'origine del male (1710), Leibniz
afferma che Dio sceglie il mondo che deve passare dalla possibilità all'esistenza in base alla sola
regola del meglio, scegliendo il migliore fra i mondi possibili.
Per spiegare la presenza del male nel mondo egli chiama in causa la libertà umana: la
giustificazione di Dio di fronte all'esistenza del male (teo-dicea) sta nel fatto che egli non ha creato
il male, ma ha creato il mondo in cui l'uomo liberamente sceglie e in cui il male è semplicemente
permesso. Per Leibniz il male non consiste in una realtà o in una sostanza, ma solo in una
privazione d'essere, e quindi non ha una causa efficiente, ma solo una «causa deficiente», in quanto
mancanza. Egli distingue tre forme di male: 1) il male metafìsico, che consiste nella semplice
imperfezione e deriva dalla finitezza delle creature; 2) il male fisico, che consiste nella sofferenza;
3) il male morale, che consiste nel peccato, di cui l'uomo è direttamente responsabile.