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Clifford D.

Simak

INGEGNERI
COSMICI
Galassia
Rivista di fantascienza N. 81. Settembre 1967
Una copia Lire 300
Direttore Ugo Malaguti
Tutti i diritti riservati
Redazione e amministrazione Casa Editrice La Tribuna Piacenza, Via
Gandine, 13
Copertina di Paola Pallottino

Galassia
mensile di fantascienza
periodico iscritto al n. 149 del registro del Tribunale di Piacenza in data
20 dicembre 1960.
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direttore responsabile L. Vitali.


PAGINA DUE
di Ugo Malaguti

Siamo tutti agenti segreti. Se James Bond ha già fatto il


suo tempo (e lo possiamo tranquillamente riporre in soffitta,
con il vecchio quarantacinque giri pop, con le prime mini-
gonne, con le camice a fiori di Antoine, e i primi fascicoli di
Ciao amici e Diabolik) altri e ben più pericolosi concorrenti
stanno prendendo il suo posto.
Povero vecchio James Bond! Sembra incredibile pensare
che solo pochi anni or sono, con quella sua macchina sor-
passata, con i suoi giocattoli scientifici, con i suoi miliardari
desiderosi di conquistare il mondo, con questo armamenta-
rio ormai out, fuori moda, oldey worldey, antiquato, con i
suoi mezzi, insomma, abbia costruito il costume di un'epoca,
abbia fatto crollare i primati d’incasso, abbia mobilitato i
sociologi in servizio permanente attivo, facendo versare fiu-
mi d'inchiostro e cumuli di termini scientifici e altamente
specializzati... Il povero James Bond, mettetela come volete,
è un rottame. E’ superato. E’ un personaggio che appartiene
al nostro passato... e cosa importa, se Kingsley Amis ha ri-
cevuto dagli eredi il compito di proseguire le avventure di
007? Servirà a ricavare una piccola somma da aggiungere
al fiume di miliardi che hanno fruttato i fortunati libri di
Fleming. Ci sarà qualche altro film, senza Sean Connery,
magari senza il fratellino, diciamo con il cugino primo o il
migliore amico di famiglia (la guardarobiera dei Beatles
non ha avuto successo, cantando da sola?) e il meccanismo
andrà avanti, i pochi e fedeli appassionati rimarranno, la
pubblicità troverà nuove formule, e il mondo sarà più bello e
più divertente di prima.
Spionaggio e western all'italiana... siamo alla fine del fi-
lone. Adesso vogliamo tutti le commedie musicali, i nostri
desideri sono sublimati dall'acuto di Little Tony, dalla lacri-
muccia furtiva di Gianni Morandi, dai pantaloni neri di Ca-
terina Caselli, e, perché no? dalle melodia strappacore di
Claudio Villa. Noi italiani siamo un popolo di navigatori,
ma i film di pirati, e i colossi storici, non ci interessano più;
siamo un popolo di poeti, ma chi legge più le poesie? Siamo
un popolo di scienziati, ma gli scienziati cattivi che vogliono
dominare il mondo non ci fanno più paura, dormiamo benis-
simo la notte, magari ci preoccupa un pochino la guerra nel
Vietnam, e ci mettiamo a posto la coscienza partecipando
con tutta l'anima, per la durata di quindici minuti, ai bollet-
tini di guerra “conversati” tra Arrigo Levi e Antonello Ma-
rescalchi; siamo un popolo di santi, e santifichiamo le feste
e andiamo in processione, e non ci pensiamo più. E allora
cosa rimane? La musica, certamente: e i Grandi Produttori
e i Grandi Editori ci danno la musica, finché ne vogliamo, in
dosi massicce, e noi assorbiamo e a settembre compriamo il
biglietto della Lotteria di Capodanno, a gennaio ci mettiamo
davanti al video per seguire il festival di Napoli, a giugno
siamo tutti alle prese con il Cantagiro, e le nostre vacanze,
al mare e ai monti, d'inverno o (l'estate, sono fatte di tante
monete da cento lire introdotte nel juke-box. Il gioco è fatto,
le carte sono state distribuite, la puntata è sempre inferiore
alla vincita. Siamo integrati. E ci va bene.
Quello che ieri non ci andava e che domani non accettere-
mo mai e che oggi disprezziamo è il nostro pane quotidiano,
se ci viene venduto sotto un'altra etichetta, se la massa giu-
stifica con la sua partecipazione l'eresia di un momento.
Quanti sono coloro che non vorrebbero leggere un libro di
fantascienza neppure a morire, e che sorbiscono senza bat-
ter ciglio, anzi, con crescente entusiasmo, le avventure mira-
bolanti del signor Matt Helm, agente segreto, e della signo-
rina Barbarella, bellezza spaziale dai nobili e generosi istin-
ti? E’ così che si creano i miti. Basta partire bene, montare
la campagna pubblicitaria, tirare le reti, raccogliere i pesci
e metterli in padella. Basta con il digiuno. Potremo mangia-
re tutti.
Siamo in pieno boom della fantascienza. E quelli che ci
sono dentro dall’inizio, quelli che hanno seguito il genere
dalle primissime pubblicazioni a quelle che escono ancora
oggi, manco se ne sono accorti. La fantascienza ha vinto
ovunque la sua battaglia, nel cinema, nella letteratura, nel-
l'arte, nella musica, nella scienza, nella moda. Ma loro, i
primi arrivati, gli apostoli della prima ora, stanno ancora
qui a discutere sul sesso degli angeli, sull'ombelico di Ada-
mo, sull'ortodossia della science fiction, sugli antenati lette-
rari di Jim Ballard e sulla supremazia di una fantascienza
nazionale, europea o anglosassone. Il fandom attacca le ri-
viste che si scannano tra di loro per unirsi ad attaccare il
cosiddetto mainstream. Gli autori italiani sono attaccati da-
gli aspiranti autori e non possono rispondere perché sono
troppo occupati ad allearsi con gli europei per combattere
la guerra santa contro gli americani, salvo poi a scodinzola-
re pur di avere la presentazione di Isaac Asimov e la colla-
borazione di Sprague de Camp e il paterno abbraccio di
John W. Campbell jr. I cosiddetti esperti di fantascienza
continuano a parlare dei fatti loro. A ciascun livello si è
creato un piccolo dizionario, una forma di espressione, uno
stile e una tematica d'obbligo. La maggiore preoccupazione
di coloro che bazzicano l'ambiente della fantascienza è quel-
la di non farsi capire dagli altri, da quelli che non sanno.
Sarebbe divertente radunare in una specie di glossario tutti i
termini per iniziati che sono apparsi sulle pagine delle varie
riviste pubblicate fino a oggi in Italia. Forse avremmo tro-
vato l'alternativa all'esperanto, un po' in ribasso in questi
ultimi tempi. Avremmo anche la fantalingua, da unire atta
fantapolitica, al fantasesso, al fantamore, alla fantasociolo-
gica, alla fantascienza e (ricordate il lancio di un film del
povero Totò?) alla fantascemenza. Amici, Modifichiamo an-
che i proverbi. Diciamo, in termini evangelici, che “chi è
senza etichetta scagli la prima pietra”. Saremo a posto con
la nostra coscienza.
James Bond è fantascienza? Barbarella è fantascienza?
Le cosmicomiche sono fantascienza? Che cos'è la fanta-
scienza? Da un giorno all'altro — e noi sfogliamo le riviste
di fantascienza, sicuri che prima o poi salterà fuori — un
critico formulerà la drammatica domanda: esiste la fanta-
scienza? E dimostrerà, con fatti, dati e persone alla mano,
che no, la fantascienza non esiste, è stata semplicemente
un’illusione degli anni tecnologici, che non esiste neppure il
giallo, e che lo spionaggio, be’, di quello non ne sa niente
nessuno, neppure alla C.I.A. e al Cremlino. Chissà: daranno
la colpa ai cinesi, si scoprirà che il libro delle massime di
Mao-Tse-Tung è stato male interpretato, e per non rivelare
la tragica verità, siccome siamo italiani, daranno tutta la
colpa a Pasquale e alla Federazione Calcio, perché, si dirà
in giro “prima delle società per azioni, tutto andava molto
meglio”.
Chi godrà di questa situazione? Ma loro, perbacco, sem-
pre ed esclusivamente loro. Quei signori, signore e signori-
ne di buona famiglia, buona istruzione e notevoli ambizioni,
capaci di buttar giù una bella paginetta di scrittura pulita,
magari non laureati e neppure diplomati (l’istruzione oggi è
superflua, dicono), attivissimi nei circoli politici, di destra e
di centro e, di sinistra (adesso la moda, ripetiamo, è cinese:
quindi, perché non filocinesi?), che hanno bussato alle porte
della Grande Cultura, e sono stati sbattuti fuori senza com-
plimenti; che hanno mantenuto amorosi contatti con il
Grande Cinema, senza concludere molto o nulla; che cono-
scono un sacco di personalità, magari intimamente (e non
ne tirano fuori un ragno da un buco); che sono stati frustrati
nelle loro legittime ambizioni da un complesso di circostan-
ze; che considerano il danaro un male necessario, ma possi-
bilmente da evitarsi; che hanno letto tanti, tanti titoli di ope-
re famose (e magari le hanno lette tutte, da Proust a Baude-
laire, da Shakespeare e Chaucer, da Milton a Moravia, da
Osborne a Pound, in una frenetica sete di “scoprire come si
fa ”); che si considerano tanto brevi quanto modesti, onesti
e generosi; che proclamano in ogni discorso, in qualsiasi
momento, la parola cultura a grandi lettere. Quelle persone
che hanno adocchiato la povera fantascienza, con l'intenzio-
ne di farsene una palestra di lancio, che cercano di far
chiasso in modo che qualcuno si accorga di loro. Che doma-
ni, sbattute fuori dal campo, andranno in giro a dire che
“non era ambiente per loro”, che le loro mete erano “ben
altre”. Quelle persone che ognuno conosce, attivissime nei
salotti, miti e servizievoli e maledettamente pericolose.
Ma per fortuna, la fantascienza, da sala, come genere e
come etichetta, è rimasta più o meno com’era. Il boom della
fantastoria e del fantasesso e del fantaspionaggio è rimasto
il boom del fantaspionaggio e del fantasesso e della fanta-
storia. La fantascienza ha goduto dell'interesse provocato
da questi fenomeni, ha assorbito nuovi lettori, ha superato
una crisi che rischiava di soffocarla, e ha proseguito per la
sua strada. Sono rimasti, in sostanza, quelli che intendono
fare danaro dalla fantascienza (ma ci sembra probabile che
questi signori, viste le loro peraltro lodevoli intenzioni, ab-
bandoneranno il campo tra qualche tempo, per altri più red-
ditizi pascoli) e quelli che non si vergognano di leggere fan-
tascienza, che sono convinti della bontà della fantascienza,
che non ne proclamano l'indiscussa supremazia né si dichia-
rano vittime di complessi di inferiorità. La fantascienza,
cioè, comincia a essere troppo equilibrata per diventare un
clamoroso fenomeno di costume.
Mentre i signori di cui abbiamo parlato prima si daranno
con sempre maggiore impegno all'attività politica e a quella
culturale. E chi ne avrà guadagnato sarà stata, nel momento
della loro dipartita, proprio lei: la fantascienza.
u. m.
Clifford D. Simak
INGEGNERI COSMICI
Titolo originale
COSMIC ENGINEERS
© by Street & Smith Publications, Inc.
from Astounding Science Fiction (now ANALOG
Science Fact/Science Fiction) and published for
arrangements with the Conde Nast Publications, Inc.
© 1967 Casa Editrice La Tribuna
Traduzione integrale dall’americano
di MAURIZIO CESARI

Ingegneri cosmici è probabilmente la chiave di volta per comprendere


il successivo sviluppo narrativo di Clifford D. Simak, l'autore che, se-
condo Gramigna, basta da solo a giustificare l'esistenza della science
fiction. In questo romanzo, scritto da Simak giovanissimo ed entusiasta,
troviamo tutte le migliori caratteristiche dei romanzi più famosi della
science fiction che a esso si sono ispirati. E il valore di questo romanzo è
nettamente superiore anche a quello delle opere che vennero considerate
i capolavori del periodo. La vastità dei concetti, la sfumata presenza del-
le creature di Giove, la visione desolata della Terra morente, l'inquie-
tante ma allusim evocazione della Cosa-Dio, la fauna cosmica, lo spirito
di fratellanza universale, lo stesso coraggio nell'accettare con umiltà e
spontaneamente l'immaturità dell'uomo, insieme a mille altri motivi, ren-
dono questo romanzo un vero e proprio classico, nuovo e avvincente sot-
to ogni punto di vista.
Clifford D Simak

INGEGNERI COSMICI

” ...oltre la vostra missione voi dovete


essere sempre ricettivi, preparati e pronti
ad agire nei confronti di qualsiasi notizia
potenziale proveniente dalle fonti più strane,
anche se questo dovesse condurvi ai margini
del sistema solare... magari anche ai confini
dell'universo...”

dal Manuale del Giornalista Interplanetario


Capitolo I

Herb Harper accese la radio e una voce ringhiò, da una di-


stanza di miliardi di miglia: “Astronave della Polizia 968.
Sorvegliare la rotta Terra-Venere. Fermare il mercantile Vul-
cano. Perquisire la nave, che è sospettata del trasporto di dro-
ga. Si ritiene...”
Herb cambiò stazione. Una voce sonnolenta invase la ca-
bina: “Yacht privato Helen, a tre ore da Sandebar. Nessun
messaggio per noi? ”.
Cambiò di nuovo stazione. La voce di Tim Donovan, il più
famoso annunciatore di agenzia, disse: “Tommy Evans dovrà
attendere qualche altro giorno prima di tentare il suo volo
verso Alpha Centauri. La Commissione per il Commercio
Solare afferma di avere scoperto alcuni difetti di costruzione
nei suoi nuovi generatori, mentre Tommy continua ad affer-
mare che quei generatori lo porteranno nello spazio a una ve-
locità superiore a quella della luce. Malgrado ciò, gli è stato
ordinato di riportare la sua astronave su Marte, in modo che i
tecnici possano eseguire gli ultimi collaudi prima di accorda-
re il permesso di decollo. In questo momento Tommy si tro-
va su Plutone, pronto a partire per lo spazio interstellare. Le
ultime notizie danno per certo il suo rifiuto di obbedire agli
ordini della commissione. I sostenitori di Tommy, negativa-
mente colpiti dall'ordine, affermano che si tratta di un prov-
vedimento arbitrario, motivato da basse manovre politiche...
Herb spense la radio e aprì la porta che divideva la cabina
di pilotaggio della Space Pup dagli altri locali.
«Sentito, Gary?» domandò. «Forse riusciremo a vedere
questo Evans, malgrado tutto.»
Gary Nelson, soffiando nel cannello annerito della sua
vecchia pipa, guardò con aria feroce Herb.
«E chi ha voglia di vedere quell’esibizionista?» domandò.
«Che ti succede, adesso?» domandò Herb.
«Niente,» rispose Gary. «Mi sta sullo stomaco Tommy
Evans, ecco tutto. Da quando abbiamo lasciato Saturno, Do-
novan non ha fatto altro che parlare di questo Tommy
Evans.»
Herb fissò il suo collega.
«È certo che ti sei preso un bel caso di febbre spaziale,»
disse. «Da qualche giorno, il tuo umore è sempre più nero.»
«E chi non si prende la febbre spaziale?» scattò Gary. In-
dicò l’oblò. «C’è solo lo spazio,» disse. «Tenebre e piccole
stelle. Stelle che hanno dimenticato come si ammicca. Si
procede a una velocità di centinaia di miglia al secondo, e re-
sti sempre a chiederti se ti muovi o se stai fermo. Nessun
cambiamento nello scenario. Pochi metri quadrati di spazio
in cui vivere. Lo spazio nero che li schiaccia da tutte le parti,
ti invita, cerca di entrare...»
Si interruppe, e si appoggiò allo schienale della poltrona di
pilotaggio.
«Che ne diresti di una partita a scacchi?» domandò Herb.
Gary si girò di scatto, e disse rabbiosamente.
«Non parlarmi più di scacchi. Non ne voglio sapere. Mi
fanno schifo.»
«Credevo che una partita servisse a calmarti.»
Gary puntò la pipa contro Herb.
«Se avessi tra le mani il tipo che ha inventato gli scacchi
tridimensionali,» disse, «gli spezzerei quel maledetto collo.
Il vecchio sistema era abbastanza brutto, ma quello tridimen-
sionale, con ventisette pedoni...» Scosse il capo, disgustato.
«Deve essere stato un pazzo,» concluse.
«Proprio così,» gli disse Herb. «Ma non per avere inventa-
to gli scacchi tridimensionali. Fra parentesi, si chiamava
Konrad Fairbanks. Adesso si trova sulla Terra, in manico-
mio. Gli ho scattato una fotografia, una volta, proprio mentre
usciva dal tribunale. Subito dopo la sentenza del giudice, che
lo aveva dichiarato infermo di mente. I poliziotti mi hanno
torchiato, ma sono riuscito a cavarmela. Il vecchio mi ha pa-
gato un premio di dieci carte, per la foto.»
«Adesso ricordo,» fece Gary. «Il migliore cervello mate-
matico dell’intero sistema. Svolgeva delle equazioni che nes-
suno riusciva a capire. È impazzito quando ha dimostrato che
effettivamente ci sono delle volte nelle quali uno più uno non
fa esattamente due. Lo ha provato, capisci. Non in teoria, o
per paradosso.»
Herb attraversò la cabina di pilotaggio e si fermò accanto a
Gary. Guardò l’oblò-schermo.
«Tutto a posto?» domandò.
Gary emise un sospiro rauco.
«E cosa può cambiare, là fuori? Neanche una meteora, se
proprio ci tieni a saperlo. C’è solo da stare seduti a guardare.
E non ce ne sarebbe neppure bisogno. Il pilota automatico
pensa a tutto.»
Il sommesso ronzio dei geosettori percorreva l’astronave.
Non si udivano altri rumori. L’astronave pareva immobile
nello spazio. Saturno galleggiava molto lontano, a destra, ed
era un disco dorato appena solcato dalla linea più vivida de-
gli anelli. Plutone era una minuscola scintilla luminosa, al
centro dello schermo. Il sole, a tre miliardi di miglia, era die-
tro di loro, invisibile.
La Space Pup era diretta verso Plutone, a una velocità di
circa mille miglia al secondo. I geosettori, che agivano sulla
curvatura dello spazio, proiettavano la piccola astronave nel
vuoto, a una velocità che fino a cento anni prima era stata
addirittura inconcepibile.
E in quel momento Tommy Evans, su Plutone, attendeva
solo che la commissione per il Commercio Solare cessasse la
sua ingerenza per lasciare il sistema solare a bordo della sua
astronave sperimentale, per raggiungere la stella più vicina,
che distava dal sole 4,29 anni luce. Se i calcoli degli invento-
ri erano stati esatti, i nuovi deflettori elettrogravitazionali gli
avrebbero permesso di superare la velocità della luce, sva-
nendo nel limbo delle impossibilità che erano state ritenute
al di là delle possibilità umane dai migliori scienziati, solo
pochi anni prima.
«Certo, dà una sensazione di stordimento,» dichiarò Herb.
«Che cosa?»
«Be’,» rispose Herb. «Il progetto di Tommy Evans. Quel
ragazzo sta facendo la storia. E forse noi potremo assistere a
questo evento. Tommy è il primo che tenta la via delle stel-
le... e se vince la sfida, gli altri verranno. L'uomo raggiunge-
rà le stelle... forse arriverà nel punto in cui lo spazio è ancora
in fase di esplosione.»
Gary grugni:
«Dovranno fare in fretta,» disse. «Perché lo spazio sta
esplodendo in fretta.»
«Aspetta un momento,» disse Herb. «Non puoi fingere che
la razza umana non abbia compiuto alcun progresso. Per
esempio, considera la nostra astronave. Ormai, non usiamo i
razzi se non al momento del decollo e dell’atterraggio. Quan-
do ci troviamo nello spazio, entrano in azione i geosettori e
raggiungiamo una velocità che nessun razzo potrebbe mai
avvicinare. Possediamo un generatore di atmosfera che fab-
brica la nostra aria. Non dobbiamo più immagazzinare ossi-
geno, dipendendo dai purificatori di aria. Lo stesso per il
cibo. Abbiamo un apparecchio che trae dallo spazio la mate-
ria e l’energia, e trasforma il tutto in sostanze assimilabili e
nutrienti. E possiamo inviare articoli e foto attraverso miliar-
di di miglia di spazio. Basta schiacciare i tasti della spazio-
scrivente, e dopo poche ore la ricevente di New York capta
la tua emissione.»
Gary sbadigliò.
«Come corri,» disse, «non abbiamo neppure cominciato...
la razza umana deve ancora cominciare. Quello che abbiamo
fatto è niente, in confronto di quello che c’è da fare. A meno
che la razza umana non riesca prima a saltare in aria, e festa
finita.»
La spazioscrivente, in un angolo della cabina, cominciò a
emettere dei suoni stridenti, riscaldandosi sotto l’impulso dei
segnali in arrivo, spediti da milioni di miglia di distanza, po-
che ore prima.
I due uomini si affrettarono a raggiungere l’apparecchio.
Lentamente, il messaggio venne trascritto sotto i loro occhi.

Nelson, astronave Space Pup, diretta a Plutone. Informati


Evans può decollare per Centauro senza autorizzazione CCS.
Dirigersi Plutone massima velocità tassativo urgenza priorità
assoluta. Saluti. Evening Racket.

L’apparecchio si fermò. Herb guardò Gary.


«Forse questo Evans ha un po’ di sangue nelle vene, dopo-
tutto,» disse Gary. «Forse riuscirà a dare una lezione alla
CCS. E quei signori sono andati a cercarsela.»
Herb grugni:
«Una cosa è certa: non gli correranno dietro.»
Gary sedette davanti alla trasmittente, e girò l’interruttore.
Il ronzio dei generatori elettrici soffocò il ronzio dei geoset-
tori. L’apparecchio stava accumulando l’energia necessaria a
trasmettere il messaggio alla Terra.
«Questo aggeggio ha un solo difetto,» disse Gary. «Ci
mette troppo tempo e “beve” troppa energia. Vorrei che
qualcuno inventasse un sistema per usare i raggi cosmici
come conduttori.»
«Il dottor Kingsley, su Plutone, ha compiuto degli studi
approfonditi sui raggi cosmici,» disse Herb. «Forse tra un
paio d’anni scoprirà il sistema.»
«Il dottor Kingsley si è occupato di molte cose, lassù,»
disse Gary. «Se quel tipo si decidesse a parlare, avremmo più
di un articolo da spedire da Plutone.»
Il ronzio era diventato più forte e più costante. Gary
cominciò a trasmettere.

Evening Rocket. Terra. Contatteremo immediatamente Evans


se ancora su Plutone. Altrimenti invieremo immediatamente ar-
ticolo. Niente da segnalare qui. Tempo buono. Herb ha rotto
l'ultima bottiglia. Che ne direste di un aumento.

«Quest’ultima frase,» disse, «li scuoterà un poco.»


«Non avresti dovuto parlare del whisky,» dichiarò Herb.
«Mi è soltanto sfuggito di mano.»
«Certo,» disse Gary. «E la bottiglia si è rotta. D’ora in poi,
mi occuperò io del liquore. Quando vorrai bere qualcosa, do-
vrai chiederlo a me.»
«Forse Kingsley possiede del liquore,» disse speranzoso
Herb. «Chissà, potrebbe anche prestarci una bottiglia.»
«Se lo farà,» disse con fermezza Gary, «tu non arriverai a
metterci sopra le zampe. Con quello che bevi, e con i guai
che combini, finisce sempre che a rimetterci sono io. Dopo
Plutone, avremo da occuparci anche di Urano e di Nettuno, e
senza carburante non rendo.»
Si alzò e si mise davanti all’oblò.
«Ci sono soltanto Urano e Nettuno davanti a noi,» disse.
«E poi basta. Se il vecchio crede di tirarmi fuori delle altre
mattane, gli dirò di cambiare indirizzo. Quando saremo a
casa, gli dirò che sono pronto a riprendere il mio vecchio po-
sto, all’agenzia dell’astroporto, e che trascorrerò lì i giorni
che mi resteranno da vivere. Starò a vedere le astronavi che
atterrano e decollano, e ogni volta mi inginocchierò a baciare
la terra, e ringrazierò il cielo di non essere a bordo.»
«Ci sta pagando bene,» osservò Herb. «A casa, il nostro
conto in banca sta aumentando.»
Gary finse di non sentirlo.
«Conosci il Tuo Sistema Solare,» disse. «Servizi speciali
ogni domenica, sull'Evening Rocket. Articoli di Gary Nelson.
Foto di Herbert Harper. Degli intrepidi giornalisti sfidano i
pericoli dello spazio per darvi delle immagini autentiche dei
pianeti del vostro sistema solare. Per un anno soli a bordo di
un’astronave, per fornire ai lettori del Rocket un quadro par-
ticolareggiato della vita nello spazio, della vita sugli altri pia-
neti. Ti ricordi il finimondo che scatenarono quelli del servi-
zio pubblicitario? Annuncio su pagina piena, e tutto il resto.»
Sputò.
«Favole per bambini,» sentenziò.
«I bambini, probabilmente, ci credono degli eroi,» disse
Herb. «Probabilmente, leggono i nostri articoli, e chiedono ai
genitori di comprare loro un’astronave. Vogliono andare a
vedere Saturno con i loro occhi.»
«Il vecchio ha detto che la tiratura sarebbe quadruplicata,»
dichiarò Gary. «Ti ricordi cosa ha detto? “Andate a visitare
tutti i pianeti. Prendete notizie e foto di prima mano. Manda-
tele al giornale. Pubblicheremo una serie di articoli nel sup-
plemento domenicale”. Come se ci avesse detto di andare a
prendere le sigarette dal tabaccaio all’angolo. Ecco tutto.
Semplice, no? Poco più di un anno nello spazio. Vivere in
un’astronave e in una tuta spaziale. Visitare i pianeti, attra-
versare le lune di Giove per raggiungere Saturno, e poi fare
un salto su Plutone. Lavoro facile. Belle vacanze, insolite.
Ecco cosa ci ha detto il vecchio. Una bella vacanza, un po’
fuori del comune.»
La canna della pipa si alzò minacciosamente.
«Bene,» fece Herb. «Siamo vicini a Plutone. Pochi giorni
e saremo arrivati. Là troveremo una stazione di rifornimento
e una radio e il dottor Kingsley con i suoi laboratori. Forse,
potremo organizzare una partita a poker.»
Gary si avvicinò allo schermo telescopico, e schiacciò il
pulsante.
«Diamo un’occhiata,» disse.
Il grande schermo circolare si illuminò di una luce dolce.
Al centro videro l’immagine di Plutone, che si trovava a
mezzo miliardo di miglia. Un pianeta morto che rifletteva la
vaga luminescenza di un Sole lontano. Un pianeta chiuso
nella morsa dello spazio nudo, un pianeta che era morto mol-
to prima che la scintilla della vita fosse scoccata sulla Terra.
La visione era confusa, e Gary manovrò diversi quadranti
per mettere a fuoco l’immagine.
«Aspetta un istante,» disse Herb, di scatto. Afferrò al volo
il polso di Gary.
«Torna indietro, ma poco,» disse. «Ho visto qualcosa là
fuori. Qualcosa che sembrava un’astronave. Forse è Evans
che torna indietro.»
Lentamente, Gary manovrò i quadranti. Sullo schermo
danzò una debole scintilla di luce.
«Eccola,» disse piano Herb, «piano, adesso. Sposta...
così.»
La scintilla di luce venne messa a fuoco dall’apparecchio.
Ma nelle condizioni migliori rimaneva un punto luminoso, e
nulla più, un oggetto piccolo e luminoso nello spazio. Un og-
getto metallico che rifletteva la luce del Sole.
«Aggiungi energia,» disse Herb. «Al massimo.»
Lentamente, la scintilla ingrandì, assunse una forma defi-
nita. Gary fece ingrandire l’immagine, finché essa non occu-
pò quasi interamente lo schermo.
Era un’astronave... eppure, non poteva essere un’astrona-
ve.
«Non ci sono ugelli,» disse sbalordito Herb. «Senza ugelli,
come può decollare? Non si possono usare i geosettori, per il
decollo. Occorrono i razzi. I geosettori distorcono lo spazio.
Possono tranquillamente prendere un pianeta, nel loro campo
d’azione.»
Gary studiò l’oggetto.
«Non sembra in movimento,» disse, «forse qualche spo-
stamento, ma non evidente.»
«Un relitto,» suggerì Herb.
Gary scosse il capo.
«Questo non spiega la mancanza di ugelli,» disse.
I due uomini si guardarono in viso.
«Il vecchio ha detto che dovevamo raggiungere Plutone
alla massima velocità,» ricordò Herb.
Gary si voltò, e si mise ai comandi. Staccò il pilota auto-
matico. Spense i geosettori, schiacciò il bottone che immette-
va carburante nei razzi direzionali.
«Va’ a farti impiccare,» disse, con aria cupa. «Ci fermia-
mo e andiamo a. vedere di che si tratta.»

Capitolo II

Il misterioso relitto si trovava ormai a poche miglia di di-


stanza. Con Herb ai comandi, la Space Pup percorreva una
spirale al cui centro si trovava l’oggetto rilucente che galleg-
giava nello spazio oltre l’orbita di Plutone.
Era un’astronave. Su questo non potevano esserci dubbi,
malgrado l’assenza degli ugelli. Ed era immobile. Non c’era-
no palpiti di energia dentro di essa, non c’erano segni appa-
renti di vita, sebbene dagli oblò uscisse una debole luce, che
probabilmente veniva dalle cabine abitabili.
Gary si fermò all'interno del portello della Space Pup,
mentre la paratia esterna si apriva. Si assicurò del fatto che la
pistola fosse al suo posto, nella fondina, e con cautela mano-
vrò gli jet direzionali della tuta spaziale.
Il microfono incorporato nel casco gli permetteva di man-
tenere i contatti con Herb.
«Tutto bene, Herb,» annunciò, «esco adesso. Cerca di re-
stringere un poco l’orbita. Sta’ attento. Quell’affare può es-
sere esplosivo.»
«Soffiati il naso,» fu la risposta di Herb.
Gary abbandonò il portello. Volò nello spazio, un abisso
di nulla, un luogo dove non esistevano direzioni, dove non
esisteva un “sopra” né un “sotto”, un mondo impalpabile nel
quale danzavano gli occhi di fuoco delle stelle.
La sua mano guantata manovrò gli jet direzionali, ed egli
si avvicinò progressivamente all’astronave misteriosa. Vide
passare davanti a sé le luci della Space Pup, che poi scom-
parvero nello spazio.
Percorse così un quarto di miglio, poi spense gli jet e muo-
vendosi lentamente si avvicinò allo scafo. Le suole magneti-
che della tuta aderirono immediatamente alla superficie me-
tallica. Rimase in piedi, sull’astronave sconosciuta.
Con cautela, si diresse verso uno dei portelli dai quali
giungeva un debole chiarore. Sdraiandosi completamente,
guardò attraverso lo spesso oblò di quarzo. La luce era debo-
le, e non riuscì a distinguere molto. Non c’erano segni di
vita, niente indicava la presenza di occupanti a bordo del re-
litto. Al centro di quella che era stata la cabina centrale del-
l’astronave, vide una grande forma rettangolare, che pareva
una cassa di proporzioni inusitate. Ma a parte questo non riu-
scì a distinguere nulla.
Riprendendo la sua marcia verso il portello, si accorse che
era ermeticamente chiuso. Se lo era aspettato. Picchiò sul
metallo con la suola pesante degli stivali, sperando che le vi-
brazioni attirassero l’attenzione degli eventuali occupanti.
Ma se all’interno dell’astronave c’era qualcuno, evidente-
mente non senti niente, oppure non badò alla vibrazione.
Lentamente, si allontanò dal portello, dirigendosi verso
l’oblò della cabina di pilotaggio, sperando di poter ottenere
una visione migliore dell'interno del relitto, da quella posi-
zione. Muovendosi, notò una curiosa irregolarità, a destra del
portello, come se delle lettere fossero state incise sullo scafo,
molto tempo prima.
Si inginocchiò e vide che era proprio così. Cercò di toglie-
re lo strato di polvere cosmica che aveva colmato le scanala-
ture e lentamente, faticosamente, riuscì a leggere. Era una di-
chiarazione secca, breve e diretta. Quando si scrive serven-
dosi di acciaio, e di acido, bisogna essere brevi per forza.
La scritta diceva: Oblò della cabina di pilotaggio aperto.
Stupito, rilesse la frase, perché non riusciva a credere a
quello che stava leggendo. Ma era proprio così. Quella sem-
plice frase, scritta con un unico scopo. Semplicemente, le
istruzioni per entrare.
Inginocchiato sulla parete d’acciaio, si senti percorrere da
un brivido. Qualcuno aveva tracciato quella frase, nella spe-
ranza che qualcuno fosse giunto. Ma forse, lui era arrivato
troppo tardi. L’astronave era antica. Il modello, il sistema de-
gli oblò e dei portelli, appartenevano tutti a un tipo di astro-
nave ormai superato da secoli.
Si sentì avvolgere dal freddo abbraccio dell’ignoto e del-
l’assurda immensità dello spazio. Sollevò il capo, e vide la
luce immutabile delle stelle. Le stelle, immobili a miliardi e
miliardi di miglia, la cui luce pareva irridere gli uomini che
sognavano di conquistarle.
Si riscosse, cercando di liberarsi dalla morsa dell’auto-
suggestione, e si voltò, cercando con lo sguardo la sagoma
familiare della Space Pup, che scorse quasi immediatamente,
a destra, in lento movimento.
Rapidamente, ma senza abbandonare le necessarie precau-
zioni, si diresse verso l’oblò.
Appiattendosi davanti a esso, guardò nella cabina di pilo-
taggio. Ma non si trattava di una cabina di pilotaggio. Era un
laboratorio. Nell’angusta cabina che una volta doveva avere
contenuto gli strumenti di pilotaggio, ora non c’era traccia di
quadri di comando, di calcolatori e di schermi telescopici.
C’erano invece tavoli da laboratorio, pieni di apparecchiature
scientifiche, file e file di scaffali pieni di contenitori chimici.
La porta che dava nell’altra cabina, quella in cui aveva vi-
sto la cassa rettangolare, era chiusa. Tutti gli apparecchi e le
boccette del laboratorio erano in perfetto ordine, come se
qualcuno avesse lasciato tutto a posto prima di uscire.
Rimase a meditare per qualche istante. La mancanza degli
ugelli, l’antichità dell’astronave, la scritta incisa con l’acido
sul metallo, il laboratorio nella cabina di pilotaggio... erano
dati che, insieme, non significavano nulla.
Scosse il capo. Era mutile fare supposizioni.
Piegandosi, spinse l’oblò. Ma non poteva spingere molto.
La sua posizione era instabile, circondato com’era dallo spa-
zio, e l’assenza di gravità era un ulteriore handicap. Si rialzò,
posò i piedi sull’oblò, fece forza. L’oblò non cedette.
Come ultimo e disperato tentativo avrebbe potuto servirsi
della sua pistola, aprendosi un varco nella paratia metallica
dell’astronave. Ma sarebbe stato lungo, monotono... senza
considerare il rischio. Doveva esistere un sistema più sempli-
ce e più sicuro.
Gli venne un’idea, ma esitò, perché il pericolo rimaneva.
Avrebbe potuto sdraiarsi, azionare gli jet direzionali, usando
il corpo come un ariete, per forzare l’oblò.
Ma sarebbe stato facilissimo liberare troppa energia, fa-
cendo schiacciare il suo corpo sull’oblò di quarzo.
Si strinse nelle spalle, e si sdraiò sull’oblò, con le mani sui
comandi degli jet. Lentamente, manovrò i comandi. Gli jet
spinsero, schiacciandolo contro la barriera di quarzo. Spense
immediatamente gli jet. Gli era parso, per un istante, che l’o-
blò avesse ceduto, sia pure di poco.
Respirò profondamente, e azionò di nuovo gli jet. Di nuo-
vo il suo corpo fu schiacciato contro l’oblò, spinto dalla po-
tente energia liberata.
Di colpo l’oblò cedette, aprendosi e proiettando Gary con-
tro il pavimento del laboratorio. Disperatamente, lui spense il
jet. Colpì duramente il suolo.
Stordito, riuscì ad alzarsi in piedi. Si udiva il sibilo dell’a-
ria che sfuggiva nel vuoto. Con passi malfermi, raggiunse
l’oblò, e lo richiuse ermeticamente.
C’era un tavolo e accanto a esso una sedia, e Gary si lasciò
cadere pesantemente su di essa. Scosse il capo, cercando di
eliminare lo stordimento dovuto alla caduta.
Nell’astronave esisteva un’atmosfera. Evidentemente, era
in funzione un generatore di atmosfera. E questo significava
che l’astronave era ancora a perfetta tenuta stagna, che il
tempo non l’aveva danneggiata.
Sollevò l’elmetto del casco. Respirò aria pura e fresca,
molto migliore dell’aria che si respirava all’interno di una
tuta spaziale. Una percentuale troppo alta di ossigeno, forse,
ma del resto, l’aria era perfetta. Se il generatore era in fun-
zione da molto tempo, probabilmente l’usura aveva provoca-
to un leggero difetto nella composizione atmosferica.
Sollevò completamente l’elmetto, e respirò a pieni polmo-
ni. La confusione spari rapidamente.
Si guardò intorno. Dall’oblò aveva già visto tutto. Si trat-
tava di un laboratorio funzionale e ottimamente fornito, però,
e di questo si rese conto solo in quel momento, gran parte
delle attrezzature erano antiquate. Antiquate... questo si ade-
guava perfettamente al quadro generale.
C’era una cornice, su un tavolo, che conteneva un docu-
mento. Gary si alzò e andò a vedere di che si trattava. Chi-
nandosi, lesse cosa c’era scritto. Si trattava di una laurea rila-
sciata dal Collegio delle Scienze di Alkatoon, su Marte, pro-
babilmente la più grande e famosa delle grandi università di
cui andava fiero il Pianeta Rosso. La laurea era stata ottenuta
da una certa Caroline Martin.
Gary rilesse quel nome. Gli ricordava qualcosa. C’era un
vago ricordo nella sua mente, una cosa impalpabile che non
riusciva ad afferrare e sfuggiva a ogni suo tentativo di anali-
si.
Si guardò intorno.
Caroline Martin.
Una ragazza che aveva lasciato una laurea in quella cabi-
na, un patetico ricordo di molti anni prima. Ritornò sui suoi
passi, e lesse la data sulla laurea. Era del 5976. Gary emise
un fischio prolungato. Mille anni prima!
Mille anni. E se Caroline Martin aveva lasciato quella lau-
rea nella cabina mille anni prima, che cosa era stato di lei, in
seguito? Dov’era Caroline Martin? Morta in qualche remoto
angolo del sistema solare? Oppure morta all’interno di quella
stessa astronave?
Si voltò, e si diresse verso la porta che conduceva nell’al-
tra cabina. La porta si apri facilmente. Varcò la soglia e poi
si arrestò bruscamente.
Al centro della cabina si trovava la cassa rettangolare che
aveva intravisto dall’oblò. Ma non era una cassa: era un ser-
batoio, assicurato al pavimento da robusti cavi di acciaio.
Il serbatoio era pieno di un fluido verdastro, e nel fluido
giaceva una donna, una donna vestita di indumenti metallici
che riflettevano la luce di una lampada al radio che si trova-
va esattamente sopra il serbatoio.
Incapace di pensare, Gary si avvicinò, guardò nel serbato-
io, dove il volto della donna era circondato dal fluido verda-
stro. La donna aveva gli occhi chiusi, occhi enormi, con lun-
ghe ciglia nere che contrastavano col pallore della pelle.
Aveva la fronte alta, e i capelli nerissimi. Il naso era fine-
mente modellato, la bocca, forse un po’ troppo grande, aveva
delle labbra sottili, nobili. Teneva le braccia distese lungo i
fianchi, e l’ampia gonna metallica era mossa in continuazio-
ne dal flusso incessante della sostanza verdastra.
Sul fondo del serbatoio, accanto alla mano destra della
donna, c’era una siringa ipodermica, luminosa e visibilissi-
ma, malgrado la presenza del fluido.
Gary aveva la mente sconvolta.
La donna pareva viva, eppure non poteva essere viva. Ep-
pure le sue guance parevano l’immagine della vita e della
giovinezza, come se la donna fosse stata semplicemente ad-
dormentata.
Sdraiata come in una bara, eppure col volto che pareva
l’immagine della vita. Aveva un viso tranquillo, sereno... e
c’era qualcosa di più. Attesa, forse. Come se stesse aspettan-
do il verificarsi di una cosa lungamente sperata.
Caroline Martin era il nome scritto sulla laurea. Poteva es-
sere Caroline Martin, questa donna? Poteva trattarsi della
giovane che si era laureata al collegio delle scienze di Alka-
toon, dieci secoli prima?
Gary scosse il capo, inebetito.
Si ritrasse, involontariamente, e allora vide la piastra di
rame attaccata alla parete metallica del serbatoio. Si chinò a
leggere.
Un altro semplice messaggio, inciso sul rame... un mes-
saggio inciso dalla ragazza che giaceva nel serbatoio.

Non sono morta. Sono in animazione sospesa. Prosciugare il


serbatoio azionando la valvola. Usare la siringa che si trova
nell'armadietto dei medicinali.

Gary si guardò intorno, e vide l’armadietto dei medicinali


su una parete. Tornò a guardare il serbatoio, e sentì il sudore
che gli scorreva lungo la schiena.
«Non è possibile,» mormorò.
Come un sonnambulo, raggiunse l’armadietto dei medici-
nali. La siringa c’era. L’apri, e vide che conteneva una fiala
piena di una sostanza rossastra. Evidentemente, una droga
che toglieva dallo stato di animazione sospesa.
Preparò la siringa, e tornando verso il serbatoio, trovò su-
bito la valvola. Gli anni l’avevano bloccato, ma dopo qual-
che tentativo riuscì a farla muovere. Il livello del fluido ver-
dastro si abbassò lentamente.
Mentre guardava, una calma innaturale si impadronì di lui,
una calma rigida che lo rendeva simile a un automa, che gli
permetteva di compiere quell’assurda operazione. Bastava
un minimo errore. Un movimento sbagliato avrebbe potuto
rendere vana l’attesa di mille anni. E se la droga avesse per-
duto il suo effetto? Potevano accadere tante cose.
Ma c’era una sola cosa da fare. Sollevò una mano, e la
guardò. Era ferma.
Non perse tempo con i dubbi. Non c’era tempo da perdere.
Si riscosse dal suo stato di trance. Avrebbe avuto tempo per i
dubbi e per le domande e per le ipotesi, una volta eseguito
quello che doveva fare.
Quando il fluido fu disceso al livello del corpo della ragaz-
za, Gary decise di non aspettare oltre. Si piegò sul serbatoio,
e sollevò la ragazza tra le braccia. Esitò per qualche istante,
poi si voltò e andò nel laboratorio, dove posò la ragazza su
uno dei tavoli. Il fluido, che gocciolava dal vestito metallico,
lasciò una scia verdastra sul pavimento.
Andò a prendere la siringa ipodermica e ritornò nel labora-
torio. Sollevò il braccio sinistro della ragazza, e lo studiò at-
tentamente. C’erano i segni di altre punture, che indicavano
un precedente impiego della siringa.
Gary sudava copiosamente. Avrebbe voluto saperne di
più. Avrebbe voluto poter immaginare quello che sarebbe ac-
caduto.
Si decise, infilò l’ago in una vena, e praticò l’iniezione. Fu
questione di pochi secondi. Poi fece un passo indietro.
Non accadde nulla. Gary restò in attesa.
Passarono diversi minuti, poi la ragazza respiro profonda-
mente. Gary la guardò affascinato, e la vide ritornare in
vita... vide che il respiro si faceva regolare, che le ciglia si
muovevano, che la mano destra si stringeva a pugno.
Poi incontrò lo sguardo di due profondi occhi azzurri.
«Ti sentì bene?» domandò.
Si trattava, e lo sapeva, di una domanda stupida.
Lei parlò, con voce incerta. Lingua e labbra si rifiutavano
di funzionare correttamente, ma Gary riuscì a capire quanto
gli veniva detto.
«Si, sto bene.» Rimase distesa sul tavolo, immobile. «In
che anno siamo?» domandò.
«Nel 6948,» le rispose.
Lei spalancò gli occhi, e lo guardò, sbalordita.
«Quasi mille anni,» disse, «sei sicuro di non sbagliarti a
proposito dell’anno?»
Lui annui.
«In questo momento, è l’unica cosa di cui sono sicuro.»
«Come mai?»
«Bene, il fatto di trovarti qui...» disse Gary. «E di averti
fatta ritornare in vita. Non ci credo ancora.»
Lei rise, una risata strana, disarmonica, perché i muscoli
atrofizzati per mille anni riprendevano molto lentamente a
funzionare.
«Tu sei Caroline Martin, no?» domandò Gary.
Gli rispose un’occhiata sorpresa. La ragazza si mise a se-
dere, faticosamente.
«Io sono Caroline Martin,» rispose, «ma come fai a saper-
lo?»
Gary indicò la laurea.
«L’ho letto.»
«Oh!» disse lei. «L’avevo dimenticato.»
«Mi chiamo Gary Nelson,» disse Gary. «Giornalista in
servizio. Il mio compagno è là fuori, a bordo di un’astrona-
ve, e ci aspetta.»
«Immagino,» disse lei, «di doverti ringraziare, ma non so
come farlo. I comuni ringraziamenti non sono né appropriati
né sufficienti.»
«Lascia perdere,» disse Gary, goffamente.
Lei tese le braccia, allungò le gambe, si mosse lentamente.
«È bello essere di nuovo in vita,» mormorò. «Ed è bello
sapere che c’è della vita davanti a te.»
«Ma tu,» disse Gary, «sei sempre stata viva. Deve essere
stato come un lungo sonno.»
«Non è stato un sonno,» fece lei. «È stato peggio della
morte. Perché, capisci, ho fatto un errore.»
«Un errore?»
«Si, un solo errore. Un errore che è impossibile immagina-
re. Per lo meno, io non riuscii a prevederlo. Vedi, quando
l’animazione è stata sospesa, tutti i processi fisici sono stati
ridotti quasi a zero, le funzioni metaboliche si sono fermate
quasi completamente. Ma con una eccezione. Il mio cervello
ha continuato a funzionare.»
Lentamente, l’orrore contenuto in quella semplice affer-
mazione raggiunse la mente di Gary.
«Vuoi dire che sapevi?»
Lei annui.
«Non potevo vedere né sentire né usare i miei sensi. Non
esisteva la minima sensazione fisica. Ma potevo pensare. Ho
pensato per quasi dieci secoli. Ho cercato di smettere di pen-
sare, ma non ci sono mai riuscita. Ho pregato che si verifi-
casse qualche guasto, in modo che io potessi morire. Tutto,
pur di fermare quell’eternità di pensiero.»
Vide la pietà negli occhi di Gary.
«Non sprecare troppa compassione per me,» disse lei, con
una nota dura nella voce. «L’ho sopportato io. Cocciutaggi-
ne, probabilmente. Ho giocato una lunga partita. Ho fatto
una grossa puntata.»
Lui ridacchiò.
«E hai vinto.»
«Una probabilità su un miliardo,» disse lei, «forse anche
meno. È stata una pazzia. Questo guscio è un granello di pol-
vere nello spazio. Immagino che ci fosse meno di una proba-
bilità su un miliardo che qualcuno mi ritrovasse. Avevo delle
vaghe speranze. Speravo in qualcosa che avrebbe ridotto le
probabilità avverse. Ho riposto la mia fiducia in persone che,
temo, non l’hanno ripagata. Forse non è stato colpa loro.
Forse sono morti prima di poter venire a cercarmi.»
«Ma come hai fatto?» domandò Gary. «Perfino oggi l’ani-
mazione sospesa è un problema per i nostri scienziati. Hanno
fatto dei progressi, ma non troppi. E tu sei riuscita a realiz-
zarla completamente, mille anni or sono.»
«Droghe,» fu la risposta. «Certe droghe marziane. Molto
rare. E devono essere miscelate con precisione. Rallentano il
metabolismo fino a renderlo quasi inesistente. Ma bisogna
stare attenti. Se lo si rallenta troppo, il metabolismo si ferma.
Ed è la morte.»
Gary indicò la siringa.
«E questo,» disse, «è l’antidoto all’altra droga.»
Lei annui gravemente.
«Il fluido nel serbatoio,» disse, «serviva a impedire la disi-
dratazione, e possedeva un certo valore nutritivo, vero? Con
il metabolismo vicino al valore zero, non c’è bisogno di mol-
to cibo. Ma la bocca e le narici? Il fluido...»
«Una maschera,» rispose lei, «una sostanza chimica asso-
lutamente impermeabile, che evapora al contatto con Paria.»
«Avevi pensato a tutto.»
«Era necessario,» dichiarò lei.
Scese dal tavolo, e camminò lentamente verso di lui. «Mi
hai detto, un momento fa, che gli scienziati di oggi non han-
no ancora risolto in maniera soddisfacente il problema del-
l’animazione sospesa.»
Lui annui.
«Vuoi dire che non hanno ancora scoperto queste
droghe?»
«Ci sono certi scienziati,» disse lui, «che darebbero la
mano destra, pur di conoscerle.»
«Mille anni fa le conoscevamo,» disse la ragazza, «Io e un
altro. Mi chiedo...»
Si rivolse a Gary.
«Usciamo di qui,» esclamò, «questo posto mi fa orrore.»
«Vuoi prendere qualcosa?» domandò lui. «Vuoi che ti aiu-
ti?»
Lei fece un gesto d’impazienza.
«No!» disse. «Voglio dimenticare questo posto.»

Capitolo III

La Space Pup si dirigeva verso Plutone. Il basso ronzio dei


geosettori invadeva l’astronave. L’oblò-schermo mostrava lo
spazio nero punteggiato di stelle. L’indicatore stava avvici-
nandosi al segno che indicava le mille miglia al secondo.
Caroline Martin si piegò in avanti, e guardò l’immensità
che si stendeva davanti a loro.
«Potrei restare a guardare all’infinito,» disse, esultante.
Gary, seduto sulla poltrona di pilotaggio, disse in tono pa-
cato:
«Stavo pensando al tuo nome. Mi sembra di averlo già
sentito. Devo averlo letto su qualche libro.»
Caroline gli lanciò una rapida occhiata, poi tornò a fissare
lo spazio.
«Forse è così,» disse, finalmente.
Ci fu un lungo silenzio, rotto soltanto dal ronzio dei geo-
settori.
La ragazza si voltò verso Gary, stringendosi il viso tra le
mani.
«Probabilmente, hai letto la mia storia,» disse, «forse il
nome di Caroline Martin è entrato nei vostri libri di storia.
Vedete, io facevo parte dell’antica commissione di ricerca
Terro-Marziana, durante la guerra contro Giove. Ero così or-
gogliosa del mio incarico. Avevo terminato gli studi da quat-
tro anni, e cercavo disperatamente di trovare un buon lavoro
nel campo della ricerca scientifica. Volevo guadagnare del
danaro per riprendere gli studi.»
«Comincio a ricordare, adesso,» disse Gary, «ma deve es-
serci un errore. Secondo la storia, tu saresti una traditrice. È
scritto che tu sei stata condannata a morte.» «Sono stata una
traditrice,» disse lei, con amarezza. «Ho rifiutato di rivelare
una mia scoperta, una scoperta che ci avrebbe fatto vincere la
guerra. Inoltre, avrebbe distrutto il sistema solare. Lo feci
presente, ma quelli che mi dovevano ascoltare erano soldati
in guerra. Erano uomini disperati. Allora, stavamo perden-
do.»
«In effetti, non abbiamo mai vinto,» le disse Gary.
«Mi condannarono,» disse lei, «mi misero in quel guscio
in cui mi hai trovata, e una corazzata lo trasportò nello spa-
zio tra Nettuno e Plutone, e lo lasciò a percorrere la sua orbi-
ta. Si trattava di una vecchia astronave in disuso, dalla quale
avevano tolto gli ugelli. La trasformarono nella mia prigio-
ne.»
Vedendo la loro espressione sconvolta, Caroline fece loro
cenno di non interromperla.
«Questo non viene detto, nei libri di storia,» disse ugual-
mente Herb.
«Probabilmente, questa parte è stata censurata,» disse lei.
«Gli uomini in guerra fanno spesso delle cose che gli uomini
normali e sani di mente non farebbero mai. E durante gli
anni di pace, nessuno vuole ammettere le atrocità che ha
compiuto durante la battaglia. Hanno lasciato il laboratorio
nella cabina di comando, come ultima beffa. Così, hanno
detto, avrei potuto proseguire nelle mie ricerche. Ricerche,
aggiunsero, che non sarei mai stata costretta a divulgare.»
«Quella tua scoperta... avrebbe davvero potuto distruggere
il sistema solare?» domandò Gary.
«Sì.» Fu la risposta. «Ecco perché ho rifiutato di rivelarla
alla commissione militare. Per questo mi hanno definita tra-
ditrice. Credo che volessero spezzare la mia resistenza..
Sono sicura che fino all’ultimo momento hanno sperato di
vedermi cedere. Non credevano che potessi resistere, una
volta nello spazio, sola, con anni di solitudine e di agonia da-
vanti a me.»
«E così,» concluse Herb, «siccome tu non hai ceduto, loro
non hanno potuto fare marcia indietro. Non potevano per-
metterti di chiamare il loro bluff.»
«Non hanno mai scoperto i tuoi appunti,» disse Gary.
«I miei appunti,» fece lei, indicandosi la fronte, «erano tut-
ti qui.»
Gary tradì il suo sbalordimento.
«E ci sono tuttora,» aggiunse lei.
«Ma dove hai preso le droghe che ti hanno permesso di
entrare in animazione sospesa?» domandò Gary.
Lei aspettò a lungo.
«È la parte più penosa, per me,» fece, alla fine. «non vor-
rei neppure pensarci. Io lavoravo con un giovane. Allora
aveva circa la mia età. Deve essere morto molti anni or
sono.»
Tacque, e Gary comprese che la ragazza non riusciva a
trovare parole per continuare.
«Eravamo innamorati l’uno dell’altra,» continuò Caroline.
«Scoprimmo insieme il procedimento dell’animazione so-
spesa. Avevamo lavorato su quel problema in segreto, per di-
versi mesi, ed eravamo pronti ad annunciare il successo,
quando io fui deferita al tribunale militare. Non mi permisero
più di vederlo, dopo, non concessero a nessuno di venirmi a
visitare.
«Nello spazio, quando la corazzata se ne fu andata, fui sul-
l’orlo della follia. Inventai di tutto, pur di tenermi occupata.
Ordinai e riordinai le sostanze chimiche, esaminai gli appa-
recchi, e un giorno scoprii le droghe, abilmente nascoste in
una scatola di sostanze chimiche. Oltre a me, c’era una sola
persona al mondo che fosse al corrente della loro esistenza.
Trovai le droghe e due siringhe ipodermiche.»
La pipa di Gary si era spenta. Il giornalista cominciò a ri-
caricarla.
La ragazza prosegui.
«Sapevo di giocare una partita folle,» disse. «E sapevo che
lui voleva che io tentassi. Forse, aveva elaborato qualche
piano pazzesco, forse voleva venire a prendermi. Forse è ac-
caduto qualcosa, che gli ha impedito di venire. Forse ha ten-
tato e fallito. Forse la guerra se lo è preso. Ma mi aveva la-
sciato una possibilità, una possibilità disperata di sfuggire al
destino che la corte marziale mi aveva preparato. Ho fabbri-
cato il serbatoio, servendomi del divisorio di acciaio della
sala macchine. Ci vollero diverse settimane. Ho inciso la tar-
ga di rame. Sono uscita nello spazio, e ho inciso una scritta
nel metallo dello scafo, vicino all’oblò della cabina di co-
mando. Temo, però, che non sia stato un gran buon lavoro.»
«E poi,» disse Herb, «terminato di fare questo ti sei messa
a dormire.»
«Non esattamente,» fece lei, «perché il mio cervello fun-
zionava ancora. Ho pensato e pensato per quasi mille anni.
La mia mente ha posto dei problemi e li ha risolti. Ho svilup-
pato la capacità della pura speculazione, perché la mia mente
era l’unico strumento di lavoro che mi restava. Credo di ave-
re sviluppato anche dei poteri telepatici.»
«Vuoi dire,» domandò Herb, «che puoi leggere i nostri
pensieri?»
Lei annui, poi prosegui, frettolosamente.
«Ma non lo farei,» disse, «non lo farei mai agli amici. Ho
sentito Gary, quando ha raggiunto l’astronave. Ho letto nei
suoi pensieri la meraviglia e la sorpresa. Avevo tanta paura
che lui se ne andasse, lasciandomi di nuovo sola. Ho cercato
di parlargli coi miei pensieri, ma lui era tanto sconvolto che
non ha compreso.»
«Ma pensa,» esplose Herb, «pensa al rischio che hai corso.
Ti abbiamo trovata per pura fortuna. La tua droga non avreb-
be potuto funzionare in eterno. Forse, qualche altro migliaio
di anni, ma non di più. Poi, il generatore di atmosfera avreb-
be potuto guastarsi. Oppure una meteora, anche piccola,
avrebbe potuto sfondare lo scafo. Avrebbero potuto accadere
mille cose.»
«Lo so,» ammise lei, «il rischio era grande. Lo sapevo. Ma
non potevo agire altrimenti. Potevo decidere di restare sve-
glia, sola e senza far niente, a impazzire. Potevo invecchiare
e morire in solitudine.» Fece una breve pausa. «Sarebbe stato
facile,» aggiunse poi. «Se non avessi fatto quel solo errore.»
«Non hai avuto paura?» domandò Gary.
Lei annui.
«Sentivo delle voci,» disse poi. «Voci che venivano dallo
spazio, che venivano dall’abisso che divide le galassie. Cose
che si parlavano a diversi anni luce di distanza. Cose che
stanno all’uomo come l’uomo sta agli insetti. Dapprima ho
avuto paura, paura delle cose che dicevano, alle orribili im-
plicazioni che avvertivo nelle cose che non potevo capire.
Poi, in preda alla disperazione, ho cercato di rispondere, di
attirare la loro attenzione. Non avevo più paura di loro e pen-
savo che potessero aiutarmi. Non mi importava più quello
che avrebbe potuto accadere, purché qualcuno, qualcosa po-
tesse aiutarmi. Almeno accorgersi di me. Tutto, pur di sapere
che non ero completamente sola.»
«Delle voci,» fece Herb.
Guardarono insieme l’immensità oscura che li avvolgeva.
Gary avverti un brivido. Un vento che veniva di lontano gli
aveva alitato sul volto, un vento freddo che portava un orrore
senza nome uscito dal cosmo, e che cercava lui, Gary, con
una fiumana di pensieri orribili e laidi. Cose che lanciavano
globi di pensiero puro nei deserti di vuoto che dividevano le
galassie.
«Dimmi,» disse Caroline, e anche la sua voce pareva veni-
re da lontano. «Come è finita la guerra?»
«La guerra?» domandò Gary. Poi capì. «Ah, la guerra.
Bene, alla fine Marte e la Terra hanno vinto. Per lo meno, lo
afferma la storia. Ci fu una battaglia nello spazio, nelle vici-
nanze di Ganimede, ed entrambe le flotte si ritirarono, semi-
distrutte. I gioviani ritornarono su Giove, la flotta Terro-
Marziana ritornò a Sandebar, su Marte. Per mesi e mesi i due
pianeti interni ricostruirono le loro flotte e rinforzarono le di-
fese planetarie. Ma i gioviani non si mostrarono più, e la no-
stra flotta non ebbe il coraggio di portare la guerra in territo-
rio nemico. Neppure oggi abbiamo costruito un’astronave
capace di sfidare l'atmosfera di Giove. I nostri geosettori
possono portarci fino all’orbita di Giove e riportarci indietro,
ma non li possiamo usare nelle vicinanze di un corpo plane-
tario. Funzionano in base al principio della distorsione dello
spazio...»
«Distorsione dello spazio?» domandò la ragazza, improv-
visamente interessata.
«Certo,» disse Gary. «Qualcosa di strano?»
«No!» disse lei. «Penso di no.»
Poi: «Non la chiamerei esattamente una vittoria.»
«La chiamano così i libri di storia.» Gary si strinse nelle
spalle. «Affermano che abbiamo costretto i gioviani a na-
scondersi, e che da allora hanno sempre avuto paura a mo-
strarsi di nuovo. La Terra e Marte hanno occupato le lune di
Giove e le hanno colonizzate, ma fino a oggi nessuno ha più
visto un gioviano né un’astronave gioviana. Mai più, da quel
giorno del 5980.»
«Cose che capitano,» decise Herb.
La ragazza guardava di nuovo nello spazio. Voleva vede-
re, voleva vivere, ma le cicatrici dei suoi orribili ricordi era-
no brucianti dentro di lei.
Gary rabbrividì. Da sola, aveva giocato la sua partita e
aveva vinto. Vinto sul tempo e sullo spazio e sulla brutalità
dell'uomo e sulla suprema indifferenza delle stelle.

A che cosa aveva pensato, durante quei lunghi anni? Qua-


li problemi aveva risolto? Che genere di creatura poteva es-
sere, con il suo corpo di vent'anni e la sua mente di dieci se-
coli?

Gary accese la pipa, studiando il profilo della ragazza sta-


gliato contro lo sfondo nero dello schermo. Mento quadrato,
fronte alta, capelli neri e copiosi.

Che cosa stava pensando, adesso? Al suo amante, che ora


non era che polvere dimenticata? A lui, che forse l'aveva
cercata, forse aveva vagato nello spazio senza riuscire a tro-
varla? Oppure stava pensando alle voci... le voci che si par-
lavano al di là degli abissi dello spazio?

La spazioscrivente cominciò a ronzare.


«Che succede, adesso?» domandò Gary, balzando in piedi.
La macchina cominciò a ticchettare, trascrivendo il mes-
saggio.
Gary andò a vedere. Gli altri due lo seguirono.

Nelson. A bordo Space Pup diretta a Plutone. Kingsley riferisce


di avere ricevuto strani messaggi provenienti da oltre il sistema
solare. Non sa, o non vuole, indicare la probabile origine. Ri-
fiuta di fornire dati sulle circostanze nelle quali i messaggi sono
stati captati, né sul loro tenore, se effettivamente ne conosce il
significato. Urgente intervistarlo prestissimo. Saluti. Evening
Rocket.

Il ticchettio della spazioscrivente cessò.


I tre si guardarono in viso, sbalorditi.
«Messaggi,» disse Herb, «messaggi dallo spazio.»
Gary scosse il capo. Lanciò un rapido sguardo alla ragaz-
za, che gli parve più pallida. Forse, stava ricordando.

Capitolo IV

Ultima Thule, l’unica comunità esistente su Plutone, si di-


stendeva ai piedi di una montagna nera, apparentemente de-
serta. Tra gli edifici che si stendevano tra lo spazioporto e le
pendici della montagna non si vedeva alcun segno di vita. La
torre a spirale della stazione radio si protendeva verso lo spa-
zio. Sotto, si trovavano la grande stazione di rifornimento e
l’hangar, mentre a mezzo miglio di distanza torreggiava l’e-
norme edificio che conteneva i laboratori della Commissione
della Scienza Intersolare.
Caroline si avvicinò a Gary.
«Sembra così solitario,» mormorò, «adesso non mi piace
la solitudine... dopo...»
Gary si sentì a disagio. Spostò il peso del corpo da un pie-
de all’altro, guardando la roccia che li circondava.
«È un posto molto isolato,» disse, ironicamente.
Non aveva ancora finito di parlare, ma si interruppe, ve-
dendo che la porta della stazione radio si apriva e una figura
nascosta da una tuta spaziale ne usciva, dirigendosi verso di
loro.
La voce dello sconosciuto si fece udire nei microfoni auri-
colari dei tre.
«Deve essere Nelson,» disse l’uomo, «io sono Ted Smith,
addetto alle comunicazioni. Kingsley mi ha ordinato di por-
tarvi da lui immediatamente.»
«Bene,» disse Gary, «sono felice di essere arrivato. Penso
che Evans sia ancora qui, no?»
«Proprio così,» disse Smith, «adesso è nell’edificio. La
sua astronave si trova nell'hangar. Secondo me, ha intenzione
di partire, infischiandosene della Commissione.» Smith li
raggiunse.
«È bello vedere delle facce nuove,» disse, «soprattutto una
donna. Non abbiamo molto spesso delle visitatrici.»
«Mi dispiace,» fece Gary, «dimenticavo di fare le presen-
tazioni.»
Presentò Caroline ed Herb a Smith, mentre insieme oltre-
passavano la stazione radio e si dirigevano verso il laborato-
rio.
«La solitudine è la cosa peggiore, qui,» spiegò Smith. «È
un posto d’inferno, parola mia. Niente vento. Niente luna.
Niente di niente. Non c’è differenza tra il giorno e la notte,
perché nessuna nuvola copre mai le stelle, e anche di giorno
il Sole è una stella come le altre.»
Continuò a parlare, riscaldato dalla presenza dei visitatori.
«Si diventa strani, quassù,» disse, «ce n’è abbastanza per
fare diventare strano chiunque. Credo che il professore abbia
perduto diverse rotelle, proprio perché è stato qui per troppo
tempo. Dice che sta ricevendo dei messaggi da qualche posto
lontanissimo. E si comporta molto misteriosamente.»
«Lei crede che si tratti soltanto di immaginazione?» do-
mandò Herb.
«Non sto dicendo di credere in qualcosa,» dichiarò
Smith. «Ma faccio solo una domanda... da dove possiamo
ricevere quei messaggi? Basta pensare all’energia necessaria
a inviare un messaggio da Alfa Centauri. E Alfa Centauri
non è così lontana. Le altre stelle sono più lontane. Alfa pra-
ticamente è la nostra stella della porta accanto.»
«Evans compirà il tragitto di andata e ritorno,» gli ricordò
Herb.
«Evans è pazzo,» disse Smith. «Pazzo dello spazio. Ha un
intero sistema solare per le sue passeggiate, ma no, vuole an-
dare sulle stelle. Non ha una sola probabilità di successo.
Gliel'ho anche detto, ma lui mi ha riso in faccia. Mi dispiace
per lui. È un ottimo ragazzo.»
Salirono i gradini, scavati nella roccia viva, che conduce-
vano allo sbocco principale del grande laboratorio. Smith
schiacciò un bottone, e aspettò.
«Immagino che Andy debba badare alla vostra astronave,»
disse Smith.
«Può scommetterci. E gli dica anche di trattarla bene,»
disse Gary.
«Andy è l’addetto alla stazione di rifornimento,» spiegò
Smith. «Ma oggi come oggi, non si può dire che sia oberato
di lavoro. Quasi tutte le astronavi si servono dei geosettori.
Ci sono solo poche vecchie bagnarole, una o due all’anno,
che hanno bisogno di carburante. Una volta era un buon me-
stiere, ma adesso...»
Una porta si apri nella roccia, ed essi entrarono. Smith ri-
mase sulla soglia.
«Devo ritornare alla stazione,» disse, «ci vedremo prima
della vostra partenza.»
La porta si chiuse dietro di loro, e il sibilo dell’atmosfera
che si disperdeva all’esterno cessò. La porta interna comin-
ciò ad aprirsi. Entrarono in una saletta le cui pareti erano co-
perte da una fila costante di tute spaziali.
Un uomo era in piedi al centro della stanza. Era un indivi-
duo robusto, dalle spalle larghe e dalle mani enormi. Aveva i
capelli neri, e la sua voce era una specie di tuono. Li accolse
gridando cordialmente:
«Felice di vedervi,» Si interruppe e rise.
Gary si tolse il casco, e tese una mano guantata.
«Lei è il professor Kingsley?» domandò.
«In persona,» rispose lo scienziato. «E chi sono i suoi
compagni?»
Gary li presentò.
«Non sapevo che c’era anche una signora, a bordo,» disse
il professore.
«Infatti, non c’era,» disse Herb. «Fino a poco fa.»
«Vuole dire che l’avete pescata nello spazio?» .
Gary rise.
«Ancora meglio, professore,» disse, «sono sicuro che la
storia della signorina Martin potrà interessarle.»
«Avanti,» esclamò il professore, «toglietevi quelle tute.
Ho preparato del caffè. E immagino che vorrete vedere Tom-
my Evans. È quel pazzoide che spera di volare verso Alfa, a
una velocità quattro volte superiore a quella della luce.»
E proprio in quel momento Tommy Evans entrò nella
stanza.
«Professore,» gridò il giovane, «quel suo trabiccolo è di
nuovo in ascolto.»
Il professore si girò di scatto e si mise a correre, gridando
agli ospiti:
«Venite, presto. Lasciate perdere le tute.»
Corsero dietro di lui. Attraversarono i locali adibiti ad abi-
tazione, attraversarono una cucinetta permeata di un forte
aroma di caffè, e si trovarono in una sala assolutamente spo-
glia, fatta eccezione per una macchina che si trovava in un
angolo. Una luce rossa stava ammiccando.
La macchina era un prodigio di complessità, una sottile
confusione di tubi e di fili, un’elaborata rete di parti metalli-
che.
Il professor Kingsley si lasciò cadere su una poltrona, da-
vanti alla macchina, prese in mano un casco e se lo mise sul
capo. Su un ripiano c’erano una matita e un blocco per ap-
punti, e il professore strinse la matita, preparandosi a scrive-
re. Ma la matita rimase a poca distanza dal foglio, e delle ru-
ghe profonde si formarono sul viso di Kingley. Portò la
mano sinistra al casco, e armeggiò intorno a una fila di botto-
ni e di pulsanti.
Doveva essere quella la macchina che permetteva al pro-
fessor Kingsley di ricevere quei famosi messaggi. Ma sem-
brava che ci fossero delle difficoltà. A quanto pareva, il mes-
saggio era indecifrabile.
La luce rossa si spense e lo scienziato si tolse il casco.
«Niente di nuovo,» disse, alzandosi. Il suo volto dimostra-
va la profonda delusione dello studioso. Comunque, la sua
voce era allegra come sempre.
Indicò Tommy Evans.
«Vi presento Evans,» disse. Subito dopo, presentò gli altri
al pilota. «Giornalisti,» spiegò, «in missione per tutto il Si-
stema Solare. E fanno un buon lavoro, tra l’altro. L’ultima
astronave di rifornimento ha portato delle copie dell’Evening
Rocket. Ho letto i vostri articoli sulle lune di Giove. Interes-
santi, davvero.»
Si avviò pesantemente verso la cucina, e versò il caffè per
tutti, mentre i nuovi arrivati si liberavano delle tute spaziali.
«Immagino,» disse, «che vi stiate domandando cosa signi-
fica tutto questo trambusto.»
Gary annui.
«Mi ha avvertito il giornale,» rispose. «Mi hanno chiesto
di fare un servizio particolare. Spero che lei possa aiutarmi.»
Il professor Kingsley sorbi il caffè.
«Non c’è molto da dire,» affermò, «e gran parte di quello
che c’è non si può pubblicare. Non c’è nessun servizio... non
ancora.»
Evans ridacchiò.
«Non faccia così, professore,» disse. «Sa benissimo che
abbiamo un sacco di cose da dirgli. Avanti, vuoti il sacco.
Nelson saprà tacere quello che gli domanderà di non rivela-
re.»
Il professor Kingsley lanciò un’occhiata interrogativa a
Gary.
«Quello che mi dirà di tacere non verrà mai pubblicato,»
affermò Gary.
«È così complesso,» disse il professore, «che a raccontarlo
sembra un sogno.»
«Diavolo,» fece Evans, «tutto quello che è nuovo pare un
sogno. Anche la mia astronave. Ma funzionerà. Lo so.»
Kingsley sedette su una poltrona.
«Tutto è cominciato circa un anno fa,» disse, «stavamo
studiando i raggi cosmici. Davvero elusivi, quei raggi. Gli
uomini li studiano da cinquemila anni, e ancora non hanno
scoperto nulla di veramente fondamentale. Dapprima abbia-
mo creduto di avere fatto una scoperta sensazionale, perché i
nostri strumenti, sistemali sulla cima dell’edificio, indicava-
no che i raggi giungevano in sequenze definite. Non solo, ma
giungevano in sequenze definite a ore particolari. Abbiamo
costruito dei nuovi strumenti, e abbiamo studiato le sequen-
ze. Abbiamo scoperto che giungevano solo quando Plutone,
seguendo il suo movimento di rotazione, esponeva questa
particolare parte del pianeta alla vista della Grande Nebulosa
di Andromeda. Abbiamo scoperto che la sequenza, oltre ad
avere una struttura fisica determinata, aveva anche un’ine-
quivocabile struttura temporale, e che l’intensità del bombar-
damento restava sempre la stessa. In altre parole, intensità,
forma e misura del bombardamento di raggi cosmici rimane-
vano sempre inalterate; l’irradiazione avveniva a intervalli
definiti, quando ci trovavamo direttamente di fronte alla
Grande Nebulosa, e l’intensità variava in misura trascurabile,
indicando l’esistenza di una fonte di energia costante, che
agiva a intervalli regolari. Tra questi periodi di attività, i no-
stri strumenti registravano il solito comportamento irregolare
che si riscontra nei raggi cosmici.
«I dati mi lasciavano sbalordito. I raggi cosmici non pote-
vano comportarsi a quel modo, ecco tutto. Nella storia delle
ricerche scientifiche, non era mai avvenuto niente di simile,
niente di neppure lontanamente paragonabile a quanto stava-
no registrando qui. Certo, si trattava della prima ricerca
scientifica operata a fondo e a una buona distanza dall’inter-
ferenza «del campo magnetico del Sole. Ma questo non spie-
gava la relazione tra le emissioni e la Grande Nebulosa.
«Con l’aiuto dei miei due assistenti, lavorai, studiai, feci
teorie, e alla fine arrivai a una sola conclusione. Quello che i
nostri strumenti stavano captando non erano affatto dei raggi
cosmici. Si trattava di qualcosa d’altro. Qualcosa di nuovo.
Una forza sconosciuta che giungeva dagli abissi dello spazio.
Una specie di segnale. Come se qualcosa, o qualcuno, Dio sa
cosa, Dio sa chi, stesse cercando di inviare un segnale a
qualcosa o qualcuno che si trovava qui, su Plutone. Abbiamo
dato un certo sfogo alla nostra fantasia. Ci siamo baloccati
con l’idea di segnali provenienti da un’altra galassia, perché
voi sapete che la Grande Nebulosa è una galassia esterna, un
enorme sistema stellare dal quale ci dividono novecento mi-
lioni di anni luce di spazio intergalattico.
«Ma si trattava di supposizioni. Le prove reali non dimo-
stravano nulla del genere. Non sappiamo ancora di che cosa
si tratta.
«Quello che abbiamo raccolto in seguito ci ha condotti a
una conclusione. Stavamo ricevendo dei segnali definiti, pro-
vocati da un’intelligenza, senza dubbio, di natura indefinibi-
le. Una forma di intelligenza, inoltre, che sapeva quando e
come trasmetterli. Ma c’era il problema della distanza. Im-
maginiamo per un momento che quei segnali provengano
dalla Grande Nebulosa. La luce impiega circa un miliardo di
anni per raggiungerci, dalla Grande Nebulosa. Anche se è
probabile che la velocità della luce possa venire ampiamente
superata, allo stato attuale delle cose nulla dimostra che l’in-
vio di segnali, in un abisso di vuoto simile, possa essere così
rapido da rivelarsi funzionale. A meno che, naturalmente, il
fattore tempo non venga manipolato, e questa supposizione
comporta problemi che una mente superiore non è neppure
capace di immaginare. La risposta probabile è una sola... che
se i segnali vengono spediti da una distanza di molti anni
luce, devono essere trasmessi attraverso qualcosa di più dello
spazio normale. Forse, attraverso un altro continuum spazio-
temporale, attraverso quella che potremmo chiamare, in
mancanza di un termine migliore, la quarta dimensione.»
«Professore,» disse Herb, «qui di distorto ce solo il mio
cervello. Non ci capisco niente.»
La risata del professor Kingsley rimbombò nel laboratorio.
«Neppure noi, amico mio,» disse. «Poi, abbiamo immagi-
nato qualcosa d’altro. Forse, quello che stavamo ricevendo
era pensiero puro. Un flusso di pensiero trasmesso telepati-
camente attraverso anni luce di spazio, attraverso un abisso
inconcepibile. Nessuno può immaginare, neppure lontana-
mente, quale sia la velocità del pensiero. Potrebbe essere
istantanea... potrebbe non essere più veloce di quella della
luce... oppure trovarsi tra le due, in un punto inidentificabile.
Ma una cosa la sappiamo: i segnali che stiamo ricevendo
sono proiezioni del pensiero. Sia che ci giungano attraverso
lo spazio, sia che percorrano una specie di scorciatoia, attra-
versando un altro continuum, si tratta di emanazioni telepati-
che. Nessuno può conoscere quale strada seguano, per lo
meno io non lo so, e forse non lo saprò mai.
«Abbiamo impiegato diversi mesi per costruire la macchi-
na che avete visto nell'altra sala. In breve, essa raccoglie i se-
gnali, li trasforma dallo stato di pura energia telepatica in
quello di pensiero reale, li traduce in simboli che la nostra
mente può capire. Abbiamo anche trovato il sistema di ri-
spondere alla stessa maniera, di comunicare con coloro, sia-
no cose, mostri o esseri umani, che cercano di parlare con
Plutone. Finora, non siamo riusciti a inviare un messaggio
completo. Comunque, sembra che coloro che cercano di en-
trare in contatto con noi abbiano ricevuto parte delle nostre
risposte, perché da poco tempo i messaggi sono cambiati,
hanno una vera e propria nota di disperazione, di perentorietà
ansiosa, sembrano quasi una supplica.»
Si asciugò il sudore che gli imperlava la fronte.
«È tutto così confuso,» confessò.
«Ma perché qualcuno dovrebbe mandare dei messaggi a
Plutone?» domandò Herb. «Finché non sono arrivati gli uo-
mini, qui non esisteva alcuna forma di vita. Plutone è sempre
stato un pianeta deserto, spoglio, senza atmosfera, troppo ge-
lido perché la vita potesse manifestarsi. L’Ultima Thule della
creazione.»
Kingsley fissò con aria solenne Herb.
«Giovanotto,» disse, «non dobbiamo mai prendere nulla
per garantito. Chi siamo noi, per dire che non c’è mai stata
vita né intelligenza su Plutone? Come possiamo sapere per
certo che una grande civiltà non possa essersi sviluppata
quassù, milioni di anni fa? Siamo sicuri che nessuna spedi-
zione di coloni non sia mai giunta dalle stelle più lontane a
civilizzare questo pianeta esterno, milioni di anni fa?»
«Mi sembra assurdo,» ribatté Herb.
Kingsley fece un gesto di impazienza.
«Anche quei segnali sembrano assurdi,» bofonchiò. «Ma li
captiamo. Ho pensato molto a queste cose. Ho la maledizio-
ne di possedere una grande immaginazione, cosa che uno
scienziato dovrebbe fuggire come la peste. Uno scienziato
dovrebbe seguire il solco, aggiungere dato a dato per ottene-
re una nuova scoperta. L’immaginazione dovrebbe lasciarla
ai filosofi. Ma io non sono così. Cerco di immaginare quello
che potrebbe essere accaduto e quello che potrebbe accadere.
Ho immaginato un pianeta madre intento a inviare segnali at-
traverso lo spazio, nel tentativo di mettersi in contatto con
una sua colonia perduta, qui su Plutone. Ho immaginato il
tentativo di ristabilire i contati con coloro che sono vissuti
qui milioni di anni or sono. Ma non sono arrivato a nessun
risultato concreto.»
Gary si accese la pipa. Di nuovo, le voci nello spazio. Le
voci che parlavano nel vuoto. Che dicevano cose inafferrabi-
li dalla mente dell’uomo.
«Professore,» disse, «lei non è il solo che abbia captato dei
pensieri provenienti dallo spazio.»
Kingsley si rivolse al giornalista, con aria bellicosa.
«Non sono il solo?» domandò.
«No! C’è la signorina Martin,» disse Gary a voce bassa.
«Non ha ancora sentito la storia della signorina Martin. Cre-
do che possa aiutarla.»
«Come?» ruggì lo scienziato.
«Bene, vede,» disse Gary, quasi sottovoce. «Ha avuto
modo di esercitare la sua mente per quasi mille anni. Ha pen-
sato, senza interruzione, per quasi dieci secoli.»
Kingsley spalancò la bocca, sbalordito.
«È impossibile,» disse.
Gary scosse il capo.
«Non è affatto impossibile. Non è impossibile, grazie al
l'animazione sospesa.»
Kingsley fece per replicare, ma Gary non gliene diede il
tempo.
«Professore.» domandò, «si ricorda di Caroline Martin,
quella figura storica che rifiutò di rivelare un’invenzione alla
commissione militare, durante la guerra contro Giove?»
«Be’, certo,» disse Kingsley, «gli scienziati hanno ipotiz-
zato per molti anni, chiedendosi cosa avesse scoperto...»
Si alzò a metà dalla poltrona.
«Caroline Martin!» esclamò.
Guardò la ragazza.
«Lei si chiama Caroline Martin... anche lei...» mormorò,
raucamente.
Gary annui.
«Professore, questa è la donna che ha rifiutato di rivelare
quel segreto, mille anni or sono.»

Capitolo V

Il professor Kingsley diede un’occhiata al suo orologio.


«I segnali dovrebbero cominciare fra poco,» disse. «Anco-
ra pochi minuti, e saremo di fronte alla Grande Nebulosa. Se
guardaste fuori, la vedreste apparire sull’orizzonte, in questo
momento.»
Caroline Martin sedeva sulla poltrona che si trovava da-
vanti alla macchina convertitrice del pensiero, e teneva il ca-
sco sul capo. Nella stanza, tutti gli occhi erano fissi sul bulbo
che sormontava la macchina. Quando i segnali avrebbero co-
minciato a giungere, la luce rossa si sarebbe accesa.
«Signore, è allucinante,» mormorò Tommy Evans.
Gary guardò la ragazza. Era seduta rigidamente, pareva
una regina incoronata. Immobile, in attesa, in attesa di senti-
re qualcuno che parlava da una distanza inconcepibile.
Con la mente allenata da mille anni di pensiero, ormai
quella ragazza era fatta di logica pura, fredda e implacabile.
Aveva pensato a tante cose sull’astronave, aveva detto di
avere risolto dei problemi in continuazione. Ma di quali pro-
blemi si trattava? Quali erano i misteri che lei aveva risolto?
Aveva il volto dolce di una ragazza, sembrava pronta a di-
sputare una partita di tennis, a trascorrere una serata in un lo-
cale da ballo... eppure, aveva pensato per mille anni.
Poi la luce apparve, e Gary vide l’espressione intenta sul
viso di Caroline, udì il suo respiro affannoso. La matita che
la ragazza stringeva in mano cadde al suolo, rotolando sul
pavimento.
La stanza era immersa in un pesante silenzio, rotto soltan-
to dal respiro degli uomini. Kingsley mormorò a Gary:
«Capisce! Capisce...»
Gary gli fece segno di tacere.
La luce rossa si spense, e Caroline si voltò. Aveva gli oc-
chi stanchi, e per un istante parve incapace di esprimere a pa-
role i suoi pensieri. Poi disse:
«Credono di parlare ad altri,» spiegò. «Ai rappresentanti di
una grande civiltà che deve essere esistita qui, un tempo. I
messaggi vengono da molto lontano. Molto più lontano della
Grande Nebulosa. La Nebulosa si trova nella stessa direzio-
ne, questo spiega il suo rapporto con i messaggi. Sono scon-
certati, perché non ricevono risposta. Cercano di aiutarci a
raggiungerli. Parlavano in termini scientifici che non sono
stata in grado di comprendere... parlavano di distorsioni del-
lo spazio e del tempo, ma in base a principi assolutamente
nuovi. Vogliono qualcosa, e sono impazienti. Sembra che da
qualche parte ci sia un grande pericolo. Pensano che noi pos-
siamo aiutarli.»
«Grande pericolo per chi?» domandò Kingsley.
«Non sono riuscita a capire,» disse Caroline.
«Puoi rispondere?» domandò Gary. «Pensi di riuscire a
farti capire da loro?»
«Tenterò,» disse lei.
«Deve soltanto pensare,» le spiegò Kingsley. «Pensi chia-
ramente e con forza. Si concentri per quanto le è possibile,
come se cercasse di proiettare i suoi pensieri. Il casco racco-
glie gli impulsi, e li affida al proiettore telepatico.»
Le dita sottili della ragazza sfiorarono un manometro. La
macchina fu pervasa da guizzi di luce azzurra. Un ronzio co-
stante riempi la stanza.
Il ronzio aumentò d’intensità, e la luce azzurra divenne ab-
bacinante.
«In questo momento, sta parlando con loro,» pensò Gary.
«Sta parlando con loro.»
I minuti sembravano eterni, poi, alla fine, la ragazza allun-
gò una mano e spense la macchina. Il ronzio svanì, e fu sosti-
tuito da un silenzio mortale.
«Hanno capito?» domandò Kingsley, e mentre parlava, si
accese nuovamente la luce rossa.
Kingsley strinse forte il braccio di Gary, e mormorò rauca-
mente:
«Istantaneo!» Sembrava sconvolto. «Trasmissione istanta-
nea. Hanno ricevuto il suo messaggio, e le stanno risponden-
do. Questo significa che i segnali passano da una dimensione
diversa da quelle che conosciamo.»
La luce rossa si accendeva e spegneva, a ritmo frenetico.
Caroline era immobile, con la fronte aggrottata.
La luce si spense, e la ragazza si tolse il casco.
«Non può essere esatto,» singhiozzò. «Non può essere
esatto.»
Gary balzò verso di lei, e le circondò le spalle col braccio.
«Cosa c’è che non va?» domandò.
«Quei messaggi,» esclamò lei. «Vengono dai confini del-
l’universo... dal limite estremo dello spazio in esplosione!»
Kingsley balzò in piedi.
«Sono come le voci che avevo udito,» disse la ragazza.
«Ma sono diverse... non saprei spiegare. Più gentili... ma
spaventose, anche così. Credono di parlare a qualcun altro. A
un popolo con cui erano in comunicazione, qui su Plutone,
molti anni or sono... non so dire quanti, ma è passato molto,
molto tempo.»
Gary scosse il capo, frastornato, e Kingsley disse qualcosa
di indistinto.
«Dapprima,» mormorò Caroline, «si riferivano a noi con
un termine che conteneva dell’affetto... un vero e proprio af-
fetto di sangue, come se ci fossero stati dei legami di sangue
tra loro e quelli che credevano di trovare su Plutone. Gli es-
seri che devono essere scomparsi molti secoli or sono.»
«Molto, molto prima,» le disse Kigsley, «se il messaggio è
diretto verso questo settore di Plutone, significa che gli esseri
con cui cercano di mettersi in contatto dovevano avere co-
struito una base vera e propria, qui, forse una città. E non ri-
mangono tracce di una precedente occupazione. Se qualcuno
è mai stato qui, persino il ricordo è scomparso da questo pia-
neta. E qui non c’è vento, non ci sono piogge e stagioni, nul-
la che eroda, nulla che distrugga. Un miliardo di anni è anco-
ra un periodo troppo breve...»
«Ma chi sono?» demandò Gary. «Color ai quali hai parla-
to. Te lo hanno detto?»
«Non sono riuscita a capire bene. Per quanto ho potuto
comprendere, essi si definiscono gli Ingegneri Cosmici. Ma è
una traduzione molto approssimativa. Non è affatto suffi-
ciente. Il “loro” termine implica molto di più.» Fece una pau-
sa, come se stesse cercando le parole adatte per proseguire.
«Come se si fossero autoproclamati i guardiani dell’uni-
verso intero,» spiegò. «Paladini di tutte le cose che vivono
entro i suoi confini spaziotemporali. E qualcosa sta minac-
ciando l’universo. Una forza possente che viene di là dall’u-
niverso... di là dove non esistono né spazio né tempo...»
Poi la ragazza disse:
«Chiedono il nostro aiuto.»
«Ma come possiamo aiutarli?» domando Herb.
«Non lo so. Hanno cercato di dirmelo, ma i pensieri che
hanno usato erano troppo astratti. Non sono riuscita a capire
appieno. Qualche indizio, qua e là. Dovranno tradurre i loro
concetti in termini più semplici.»
«Ma non possiamo andare ad aiutarli,» disse Gary. «Non
potremmo neppure raggiungerli. Non possiamo raggiungere i
margini dell’universo. Non siamo neppure arrivati alla stella
più vicina.»
«Forse,» suggerì Tommy Evans, «non è necessario che li
raggiungiamo. Forse possiamo aiutarli da qui.»
La luce rossa tornò ad ammiccare. Caroline la vide e prese
il casco, infilandoselo sul capo. La luce si spense, e la mano
della ragazza sfiorò un manometro. Si vide di nuovo la luce
azzurra, e il ronzio tornò, facendo vibrare l’intero edificio.
Il professor Kingsley stava brontolando:
«I confini dell’universo! Ma è impossibile!»
Gary ammiccò, ironicamente.
L’energia si stava radunando. L’intero edificio pulsava, e
le luci azzurre gettavano ombre spettrali sulle pareti.
Gary sentì di nuovo il freddo vento dello spazio, che gli
sfiorava il volto, e Senti un brivido che gli percorreva il cor-
po.
Kingsley era sull’orlo dell'isterismo. E lui era sull'orlo del-
l’isterismo. E chi non lo sarebbe stato, in quel momento? Un
messaggio dai confini dello spazio! Da quella zona inconce-
pibilmente remota dove spazio e tempo ancora si espandeva-
no in quella terra di nessuno fatta di nulla... là dove tempo e
spazio non esistevano, dove nulla era ancora accaduto, dove
nulla era mai accaduto, dove non c’erano luoghi né circo-
stanze né possibilità anche remote che potessero permettere
che qualcosa accadesse. Cercò di immaginarsi l’aspetto di
quel nulla. E la risposta era il nulla. Ma si trattava davvero di
quello che pensava? Si stendeva davvero il nulla, oltre i con-
fini dell’universo?
Molti anni prima, un antico filosofo aveva detto che gli
unici due concetti che l’Uomo era capace di percepire erano
il tempo e lo spazio, e che da questi due concetti aveva co-
struito l’intero universo, e che da questi due fattori aveva ot-
tenuto la somma totale di tutto il suo sapere. Se era così,
come era possibile che un uomo riuscisse a immaginare un
luogo dove non esistevano né spazio né tempo? Se lo spazio
finiva, cos’era la sostanza che non era spazio che si stendeva
al di là?
Caroline spense la macchina. La luce rossa svanì con un
ultimo guizzo, e il ronzio diminuì e svanì nel nulla. Di nuo-
vo, la luce rossa cominciò a lampeggiare.
Gary guardò attentamente la ragazza, vide il suo corpo
tendersi e poi rilassarsi. La ragazza si piegò in avanti, intenta
ad ascoltare il messaggio che le giungeva nel casco.
Il volto di Kingsley era l’immagine dello sbalordimento.
Era ancora in piedi, con la sua figura torreggiante, e apriva e
chiudeva i pugni, nervosamente.
Quei messaggi erano istantanei. Questo significava una di
queste due cose: o il pensiero era istantaneo, oppure i mes-
saggi venivano trasmessi attraverso un continuum diverso,
che abbreviava la distanza, passando da una falla all’altra del
continuum normale. In questo secondo modo, i due punti ve-
nivano a trovarsi a pochissima distanza.
Caroline si stava togliendo il casco. Si voltò verso di loro.
La guardarono tutti con aria interrogativa, e nessuno formulò
la domanda.
«Adesso capisco un po’ meglio,» disse lei. «Sono nostri
amici.»
«Nostri amici?» domandò Gary.
«Amici di tutti coloro che vivono nell'universo,» disse Ca-
roline. «Cercano di proteggere l’universo. Chiedono dei vo-
lontari, per aiutarli a scongiurare una minaccia esterna... la
minaccia di una forza che viene da fuori.»
Sorrise, vedendo le loro espressioni.
«Vogliono che andiamo ai confini dell’universo,» disse
lei, e nella sua voce poterono distinguere una nota di eccita-
zione.
La sedia di Herb cadde al suolo, tanta fu la forza con la
quale il fotografo balzò in piedi.
«Vogliono che noi...» cominciò a gridare, poi si interrup-
pe, e nella stanza ci fu solo un profondo silenzio.
Kingsley ansimò, e radunò tutto il suo coraggio per porre
una semplice domanda, la domanda alla quale tutti stavano
pensando.
«E come pensano che possiamo raggiungerli?» domandò il
professore.
«La mia astronave è veloce,» disse Tommy Evans. «Più
veloce di qualsiasi astronave mai costruita. Ma non è così
veloce!»
«Una contrazione spaziotemporale,» disse Kingsley, e la
sua voce suonò stranamente calma. «Devono servirsi di una
contrazione nello spazio-tempo per trasmettere i loro mes-
saggi. Forse...»
Caroline gli sorrise.
«È questa la risposta,» dichiarò. «Una scorciatoia. Non la
strada più lunga. Quella diretta, che attraversa le normali li-
nee spaziotemporali. Una breccia nello spazio e nel tempo.»
«Come è possibile?» domandò Herb. «Nessuno di noi può
farlo. Ci serviamo dei geosettori, che servono ad azionare le
nostre astronavi, e crediamo di essere al vertice del progres-
so. Ma i geosettori si limitano a deflettere lo spazio, secondo
i canoni tradizionali. Non siamo capaci di agire secondo uno
schema preciso, siamo come bambini, e quello che dovrem-
mo fare adesso è diverso. Non si tratta più di deflettere lo
spazio, di sfruttare una contrazione spaziale... dovremmo far-
lo in un certo modo, secondo un certo schema, e mantenere
lo schema...»
«Forse, gli Ingegneri...» disse Evans.
«Proprio così,», annui Caroline. «Gli Ingegneri possono
spiegarcelo. Sanno come farlo. Dobbiamo soltanto seguire le
loro istruzioni.»
«Ma come potremo capirle?» protestò Kingsley. «Questo
genere di calcolo matematico è al di là della nostra portata.»
Caroline lo interruppe, bruscamente.
«Io posso capire,» rispose, amaramente, «forse ci vorrà un
certo tempo, ma io posso fare quei calcoli. Ho fatto... una
certa pratica.»
Kingsley era del tutto sbalordito.
«Lei può farcela?»
«Ho elaborato delle nuove formule matematiche, delle
nuove teorie sullo spazio, a bordo di quella astronave,» disse
lei. «Sono soltanto teorie, ma potrebbero funzionare. Funzio-
nano fin nei minimi particolari. Le ho elaborate con estrema
attenzione.
«Ho avuto mille anni a disposizione,» gli ricordò. «Ho
avuto molto, molto tempo per calcolare e controllare i risul-
tati. Dovevo fare qualcosa, non capisce? Qualcosa, per non
impazzire.»
Gary la scrutò attentamente, meravigliandosi della sicurez-
za che appariva sul suo volto, della sicurezza che traspariva
dalle sue parole. Vagamente, si rendeva conto di qualcosa
d’altro. Che adesso era lei a comandare. Che nel giro di po-
chi minuti aveva preso nelle sue mani sottili il comando di
quel gruppo di uomini che si trovavano su Plutone. Che la
somma delle loro intelligenze non si avvicinava neppure lon-
tanamente a quella di Caroline. Che Caroline aveva ottenuto
una padronanza di se stessa, una padronanza su tutte le cose,
che loro non avrebbero potuto neppure immaginare. Lo ave-
va detto lei stessa. Aveva potuto pensare per quasi mille
anni.
Quanto tempo poteva dedicare al pensiero, l’uomo comu-
ne? Una vita normale di sforzi utili, ragionevoli e coordinati
da una mente adulta e istruita non durava più di cinquant'an-
ni. Un terzo di questo periodo andava perduto nel sonno, un
sesto veniva impiegato per mangiare e per riposarsi, e resta-
vano così soltanto venticinque anni per pensare, per elabora-
re delle teorie e dei dati. E poi si moriva, e tutti i pensieri
dell’individuo andavano perduti. Pensieri allo stato embrio-
nale che avrebbero potuto, con qualche anno di più a disposi-
zione, svilupparsi e diventare nuove teorie. Teorie perdute,
che forse un altro avrebbe scoperto, ma che, molto più pro-
babilmente, sarebbero andate perdute per sempre.
Ma Caroline Martin aveva pensato per quaranta vite, ave-
va pensato con la mente acuta e limpida di una giovane, sen-
za interruzioni né interferenze. Non aveva perduto tempo a
mangiare e a dormire. Avrebbe potuto passare un anno inte-
ro, oppure cento anni, su un singolo problema, se lo avesse
voluto.
Gary rabbrividì, a questo pensiero. Nessuno avrebbe potu-
to immaginare, neppure lontanamente, quello che lei sapeva,
quali chiavi aveva trovato nell'oscurità dello spazio interpla-
netario. E poi... aveva cominciato a pensare conoscendo quel
segreto di una forza immensa, che aveva rifiutato di rivelare,
preferendo l’esilio.
Caroline stava parlando di nuovo, in tono secco ed effi-
ciente; non somigliava neppure lontanamente alla deliziosa
compagna che pure sapeva essere.
«Vedete, mi interessano il tempo e lo spazio, potrei dire da
sempre. L’arma che io ho scoperto e ho rifiutato di conse-
gnare alla commissione militare, durante la guerra contro
Giove, era il vostro geosettore... ma con una grande differen-
za, sotto un certo punto di vista.»
«Lei ha scoperto il geosettore, il principio della guida di
un’astronave mediante una contrazione nello spazio, mille
anni or sono?» domandò Kingsley.
Lei annui.
«Il fatto è che allora non lo avrebbero usato per guidare
delle astronavi... no, certo. Perché Giove stava vincendo e
tutti erano in preda alla disperazione. Allora non importava il
modo in cui veniva guidata un’astronave; si voleva una cosa
sola: un’arma per vincere la guerra.»
«Il geosettore non è un’arma,» dichiarò Kingsley. «Non si
può usare nelle vicinanze di un corpo planetario.»
«Ma consideri questo,» disse la ragazza, «se lei fosse in
grado di controllare la contrazione spaziale creata dal geoset-
tore, e se il geosettore potesse distorcere lo spazio e il tempo
allo stesso modo, non sarebbe un’arma?»
Herb emise un fischio prolungato.
«Direi di si,» disse, «e come!»
«Volevano scatenare quest’arma contro Giove,» spiegò
Caroline. «Avrebbe fatto esplodere nel nulla l’intero pianeta.
I suoi frammenti non si sarebbero perduti soltanto nello spa-
zio, ma anche nel tempo.»
«Ma pensate a quello che avrebbe fatto ad Sistema
Solare!» esclamò Kingsley. «Anche se la distorsione spaziale
non avesse sconvolto l’equilibrio del continuum in tutto il si-
stema, la scomparsa improvvisa di Giove dalla sua orbita
avrebbe causato uno spostamento orbitale di tutti gli altri
pianeti. Ci sarebbe stato un nuovo assestamento di tutto il si-
stema. Alcuni pianeti sarebbero esplosi, altari sarebbero stati
attirati dal Sole. Come minimo, sulla Terra si sarebbero veri-
ficate tremende maree, terremoti di enorme portata, e spa-
ventose eruzioni vulcaniche.»
La ragazza annui.
«Ecco perché non ho voluto rivelare il segreto. Ho detto
loro che avrebbe distrutto il sistema solare. Per questo, mi
hanno chiamata traditrice, e mi hanno condannata.»
«Bene,» disse Gary, «eri già avanti di novecento anni! Il
primo geosettore funzionante è stato realizzato da non più di
un secolo.»
Novecento anni di vantaggio, e mille anni per migliorare,
sfruttando quel vantaggio! Gary si domandò se la ragazza
non stesse ridendo di loro. Se non potesse permettersi di ri-
dere perfino degli Ingegneri Cosmici. Quei geosettori che le
aveva mostrato, a bordo della Space Pup, dovevano esserle
sembrati dei giocattoli. Ricordò che lui li aveva decantati con
grande spreco di termini, e arrossi al ricordo.
«Ragazza mia,» ruggì Kingsley, «mi sembra che lei non
abbia bisogno di nessun aiuto da parte di questi Ingegneri
Cosmici.»
Lei rise, e fu una risata gentile, armoniosa.
«E invece sì,» rispose.
La luce rossa lampeggiò, e la ragazza si infilò nuovamente
il casco. Gli altri guardarono, eccitati. La matita che fa ragaz-
za stringeva in mano cominciò a scorrere sul foglio, traccian-
do simboli e sviluppando equazioni.
«Le istruzioni,» mormorò Kingsley, ma Gary gli fece un
segno imperioso, invitandolo a tacere.
La luce rossa si spense, e Caroline cominciò a trasmettere
la sua risposta. Il ronzio divenne intenso, e i palpiti di luce
azzurra danzarono sulle pareti.
La mente di Gary era stordita... pensava a quella ragazza
che parlava a creature che si trovavano a miliardi di anni
luce, di cose che riguardavano la salvezza stessa dell’univer-
so. Parlava, e capiva... forse non completamente, però, per-
ché sembrava che stesse domandando qualcosa, forse delle
spiegazioni sulle equazioni che aveva trascritte sul foglio. La
punta della matita era vicinissima al foglio, seguiva i simbo-
li, e gli occhi della ragazza controllavano attentamente quello
che era già stato scritto.
Il ronzio cessò e le ombre azzurre non danzarono più sulle
pareti. La luce rossa lampeggiava.
La matita fece delle correzioni, aggiunse delle annotazioni
e trascrisse delle nuove equazioni. Senza un attimo di esita-
zione. Poi la luce si spense, e Caroline si tolse il casco.
Kingsley si avvicinò alla macchina e prese in mano il
blocco per appunti. Rimase immobile per qualche tempo, fis-
sando con aria incredula le equazioni che vi erano scritte so-
pra.
Guardò la ragazza, con aria interrogativa.
«Lei capisce queste equazioni?» ansimò.
Lei annui. Lui rimise a posto il blocco.
«C’è una sola persona, oltre a lei, capace di comprenderle,
in tutto il sistema solare,» affermò il professore. «Una sola
persona che potrebbe anche vagamente intuirne il significato.
Si tratta del dottor Konrad Fairbanks, e in questo momento si
trova in una clinica per le malattie mentali, sulla Terra.»
«Certo,» esclamò Heifo, «è il tipo che ha inventato gli
scacchi quadrimensionali. Una volta, l’ho fotografato.»
Nessuno badò a Herb. Tutti gli occhi erano fissi su Caroli-
ne.
«Capisco abbastanza per cominciare,» spiegò lei «Proba-
bilmente dovrò interpellare gli Ingegneri, di quando in quan-
do, per farmi spiegare certi particolari. Ma potremo fare que-
sto a tempo e luogo.»
«Queste equazioni,» disse Kingsley, «si basano su una ma-
tematica quadrimensionale completamente nuova. Prendono
in considerazione delle condizioni di tensione e di spinta e
condizioni angolari che nessuno è riuscito ancora a concepi-
re.»
«Probabilmente,» suggerì Caroline, «gli Ingegneri vivono
su di un mondo più grande e pesante, così vasto da provocare
una certa distorsione dello spazio, e dove le tensioni indicate
dalle equazioni sono normali condizioni ambientali. Degli
esseri che vivono su un mondo del genere sono benissimo in
grado di risolvere i problemi delle diverse dimensioni. Dicia-
mo che, in queste condizioni, è impossibile sviluppare lo
stesso concetto di geometria piana, perché su un mondo del
genere non esiste neppure la idea di una superficie piana.»
«Cosa vogliono da noi?» domandò Evans.
«Vogliono che costruiamo una macchina,» disse Caroline.
«Una macchina che servirà da terminale per una contrazione
dello spazio-tempo. L’altro terminale si troverà sul mondo
degli Ingegneri. Tra queste due macchine, i terminali, sarà
costruita una scorciatoia che potremo attraversare onde per-
correre i miliardi di anni-luce che ci dividono da loro.»
Caroline guardò Kingsley.
«Avremo bisogno di materiali resistenti,» disse lei.
«Più resistenti di qualsiasi cosa che sia conosciuta nel si-
stema solare. Qualcosa che possa sopportare la tensione di
miliardi di anni luce di spazio distorto.»
Kingsley corrugò la fronte.
«Stavo pensando a un vortice elettronico sospeso,» disse
lei. «Avete compiuto degli esperimenti, qui?»
Kingsley annui.
«Abbiamo “congelato” il vortice elettronico,» disse il pro-
fessore. «I nostri laboratori offrono le condizioni ambientali
ideali per questo tipo di esperimenti. Ma questo non ci porte-
rà a nulla. Io posso sospendere qualsiasi azione elettronica,
immobilizzare tutti gli elettroni, ma per mantenere una certa
stabilità di condizione bisognerebbe avere una temperatura
costante vicina allo zero assoluto.
Il minimo accenno di calore basterebbe a vincere lo stallo
inerziale, e a far riprendere il processo. Un aumento di pochi
gradi basterebbe a dissolvere qualsiasi cosa sia stata creata
con questo mezzo.
«Se potessimo cristallizzare le orbite atomiche dopo averle
fermate,» aggiunse lo scienziato, «saremmo in possesso di
un materiale incredibilmente solido. Nessuna forza al mondo
potrebbe danneggiarlo.»
«Possiamo farlo,» disse Caroline, «possiamo creare una
particolare condizione di spazio capace di ” congelare ” «gli
elettroni.»
Kingsley sbuffò.
«Mi scusi,» disse, «esiste forse qualcosa che lei non possa
fare, con lo spazio?»
Caroline rise.
«Non posso fare un sacco di cose, professore,» gli disse.
«E sono poche le cose che io posso fare. Lo spazio mi ha
sempre interessata. Ecco perché ho scoperto il principio di
distorsione dello spazio-tempo. E a bordo dell’astronave ho
pensato molto allo spazio. Ho escogitato dei metodi per con-
trollarlo a piacimento. Dovevo fare qualcosa, per passare il
tempo.»
Kingsley si diede una rapida occhiata intorno, come se
fosse stato sul punto di andarsene, e avesse voluto controlla-
re di non avere dimenticato niente.
«Benissimo,» ruggì, «che cosa stiamo aspettando? Andia-
mo al lavoro.».
«Un momento, un momento,» lo interruppe Gary. «Ma vo-
gliamo davvero farlo? Siamo certi di non buttarci in un’im-
presa della quale dovremo pentirci? Dopotutto, ci basiamo
soltanto sulle Voci. Accettiamo tutto quello che dicono...
come sappiamo che le Voci dicono la verità?»
«Certo,» si lamentò Herb, «e se le Voci ci ingannassero? E
se non si trattasse che di una beffa su scala cosmica? Forse
qualcuno, lassù, sta ridendo fino alle lacrime, pensando alla
trappola che ci ha preparato.»
Kingsley arrossi violentemente, furioso, ma Caroline si li-
mitò a ridere.
«Hai un’aria così seria, Gary,» dichiarò.
«Bisogna essere seri,» protestò Gary. «Stiamo giocherel-
lando con delle forze che sono al di là di ogni nostra possibi-
lità di comprensione. Noi potremmo scatenare qualcosa che
poi non saremo più in grado di controllare. Potremmo essere
gli strumenti di qualcuno che vuole prepararsi una strada per
raggiungere il sistema solare. Chissà, forse stiamo facendo la
parte del gatto, e stiamo tirando fuori dal fuoco le castagne
che qualcun altro ha messo a cuocere.»
«Gary,» disse dolcemente Caroline, «se tu avessi sentito
quella Voce, non avresti alcun dubbio. So che non ci sta in-
gannando. Vedi, non è nemmeno una voce... è un pensiero.
So che esiste un pericolo e noi dobbiamo aiutarli, dobbiamo
fare tutto il possibile. Ci sono degli altri volontari, sai, altre
persone, e altre cose, che vengono da altre parti dell’univer-
so.»
«Come lo sai?» chiese Gary, con aria di sfida.
«Non so come,» si difese lei. «Ma lo so. Ecco tutto. Forse
si tratta di intuizione, o forse un pensiero nella mente dell'In-
gegnere, che è stato trasmesso con il messaggio.» Gary guar-
dò gli altri. Evans era divertito. Kingsley era furioso. Guardò
Herb.
«Che diamine,» disse Herb. «Corriamo il rischio.» Così,
semplicemente, pensò Gary. Un’intuizione femminile, l’an-
sia di sapere di uno scienziato, lo spirito avventuroso e non-
curante della razza umana. Nessuna ragione, niente logica...
pura emozione. Un ritorno ai tempi antichi della cavalleria.
Un tempo, un monaco pazzo si era eretto davanti alle tur-
be, aveva agitato una spada in aria e aveva lanciato sangui-
nose invettive contro un’altra fede, e, per questo gli eserciti
cristiani, anno dopo anno, si erano infranti e immolati sotto
le mura delle città d’Oriente.
Quelle erano state le Crociate.
E anche questa era una crociata. Una Crociata Spaziale.
L’uomo rispondeva di nuovo all’irresistibile richiamo alle
armi. L’uomo metteva la sua mente limitata, e le sue forze
inadeguate, contro le grandi forze del cosmo. L’uomo... il
maledetto idiota... allungava di nuovo il collo.

Capitolo VI

Una macchina allucinante stava prendendo forma sulla su-


perficie dura, contorta e gelata dell’astroporto... una macchi-
na pazzesca che luccicava vagamente sotto il chiarore delle
stelle. Una macchina dagli angoli assurdi, ricca di scintillanti
forme prismatiche e di intelaiature simili a tele di ragno, il
torreggiante scheletro di una macchina che puntava verso lo
spazio.
Fabbricata con del materiale il cui movimento atomico era
stato congelato, si ergeva a sfidare le forze più potenti del-
l’uomo e dello spazio. Ancorata magneticamente al nucleo
del pianeta, era piantata solidamente, pareva fragile ed ete-
rea, ma possedeva una forza che avrebbe sopportato le in-
concepibili tensioni della distorsione dello spazio-tempo.
Dalla macchina partivano degli enormi cavi che, come ser-
penti, univano l'apparecchiatura al centro motore del labora-
torio. Questi cavi riversavano torrenti di energia nella nuova
macchina.
«Sono pazzi,» grugnì Ted Smith, che si trovava accanto a
Gary. «Mal di spazio. Hanno deciso di far saltare in aria Plu-
tone. Peccato che io non possa filarmela, prima che cominci-
no i fuochi d’artificio.»
Gary udì negli auricolari la voce di Herb, che rispondeva
alla lamentela di Smith.
«Sciocchezze, il fatto è che non succederà nulla. Quella
specie di aggeggio sembra una costruzione fatta da un bam-
bino, non certo una macchina. Non vedo proprio come possa
funzionare, ci scommetterei l’osso del collo.»
«Io ho rinunciato, e subito,» disse Gary. «Caroline ha cer-
cato di spiegarmi il principio sul quale si basa, ma credo pro-
prio di essere ottuso. Non ci vedo né capo né coda. So solo
che dovrebbe trattarsi di un terminale, di una specie di or-
meggio, uno strumento che permetterà agli Ingegneri di sta-
bilire quella loro contrazione spaziale e di mantenerla in fun-
zione.»
«Io non ho mai visto niente di logico nelle parole degli In-
gegneri,» disse Ted. «Ma c’è qualcosa che volevo dire a voi
due. Non sono riuscito a fermarvi, tanto eravate occupati. Ma
volevo parlarvene, perché voi due siete i soli a non essere
impazziti del tutto.»
«Di che si tratta?» domandò Gary.
«Be’, sai,» disse Ted. «Non che significhi molto, secondo
me, ma è abbastanza strano. Qualche giorno fa sono andato a
fare un giro. È contro i regolamenti, naturalmente. È proibito
allontanarsi dalla postazione.
«Malgrado tutto, io sono andato a fare un giro. Lungo i
fianchi delle montagne, sopra il ghiacciaio di diossido di car-
bonio, fino a raggiungere la piccola valle che si trova oltre il
ghiacciaio.»
Fece una pausa a effetto.
«Hai trovato qualcosa laggiù?» domandò Gary.
«Certo,» dichiarò orgogliosamente Ted. «Ho trovato delle
rovine. Pietra bianca lavorata. Sparsa su tutto il territorio del-
la valle. Come se un tempo laggiù ci fosse stato un edificio, e
qualcuno lo avesse demolito pietra dopo pietra, gettando via
tutte le pietre.»
«Sei certo che non si trattasse di una semplice formazione
anomala di rocce?» domandò Gary.
«Nossignore,» disse enfaticamente Ted. «C’erano dei se-
gni molto chiari su quelle pietre. Erano state tagliate artifi-
cialmente. Ed erano tutte di pietra bianca. Fatemi vedere una
sola pietra bianca, nei paraggi.»
Gary capi quello che intendeva dire Smith. Le montagne
erano nere, nere come il nulla dello spazio. Girò il capo e
guardò le cime contorte che dominavano la postazione uma-
na, cime simili a frecce che si stagliavano contro la parete in-
terminabile dello spazio.
«Un momento,» fece Herb, «allora, forse è vero quello che
hanno detto gli Ingegneri. Forse quassù ha vissuto davvero
qualcuno.»
«Se Ted ha trovato delle pietre lavorate, non ci sono più
dubbi,» asserì Gary. «Questo vorrebbe dire che è esistita una
città, che su questo pianeta si è sviluppata un’intelligenza.
Per lavorare la pietra è necessario avere raggiunto un certo
grado di civiltà.»
«Ma come è possibile che qualcuno abbia vissuto
quassù?» obiettò Herb. «Lo sapete, Plutone, si è raffreddato
molto in fretta, ha perduto ogni traccia di gas più leggeri in
un baleno. L’ossigeno e il diossido di carbonio sono trasfor-
mati in neve e ghiaccio. È troppo freddo, per qualsiasi forma
di vita.»
«Lo so,» ammise Gary, «eppure, a quanto pare, non pos-
siamo essere sicuri di nulla, in questa faccenda. Se Ted ha
ragione, significa che gli Ingegneri erano nel giusto almeno
su un punto che noi ritenevamo completamente sbagliato.
Queste cose servono a rafforzare la fiducia nel nostro lavo-
ro.»
«Bene,» fece Ted, «volevo proprio dirvelo. Avevo inten-
zione di tornare laggiù a dare un’altra occhiata, ma poi non
ho avuto più tempo. Troppo lavoro. Da quando avete spedito
quell’articolo, i messaggi si sono susseguiti... comunicati del
governo, messaggi degli scienziati e di altri pazzoidi. Così,
addio tempo libero.»
Quando Smith fu scomparso all’interno della sua postazio-
ne radio, Gary guardò in direzione del laboratorio. Due figu-
re che indossavano tute spaziali stavano uscendo di là.
«Sono Caroline e Kingsley,» disse Herb, «sono stati a par-
lare di nuovo con gli Ingegneri. Erano rimasti bloccati su
qualcosa. Volevano farsi spiegare un certo problema dagli
Ingegneri.»
«Mi sembra che abbiano quasi finito,» disse Gary. «Caro-
line mi ha detto che non poteva fare delle date precise ma
che sperava di essere pronta entro un paio di giorni al massi-
mo. Tommy non dorme da ventiquattro ore; quel ragazzo ha
controllato la sua astronave fin nei minimi particolari.»
«Vorrei proprio sapere,» disse Herb, «come faremo a rag-
giungere gli Ingegneri, con quell’astronave.»
«Abbiamo degli ordini,» disse Gary. «Ordini dati dagli In-
gegneri. Non abbiamo il coraggio di fare nulla, se loro non ci
danno il benestare.»
Le due figure si avvicinavano rapidamente. Gary andò
loro incontro.
«Risolto il problema?» domandò.
«I problemi erano molti,» rimbombò la voce di Kingsley.
«Adesso, dovremmo esserci.»
I quattro si diressero verso la macchina. Gary si affiancò a
Caroline, e guardò il volto della ragazza, attraverso la visiera
trasparente del casco.
«Sembri un po’ giù,» le disse.
«Sono stanca,» confessò lei. «Ci sono state tante cose da
fare,» disse, «e così poco tempo. Gli Ingegneri sembrano sul-
l’orlo della disperazione. A quanto pare, il pericolo è molto
vicino.»
«Non capisco,» le disse Gary, «che cosa potremo fare,
quando saremo arrivati. Gli Ingegneri, evidentemente, pos-
siedono una scienza infinitamente superiore alla nostra. Se
loro non possono risolvere il problema, come possiamo farlo
noi?»
«Non lo capisco neppure io. Ma quando hanno scoperto
chi siamo si sono eccitati, sono diventati addirittura frenetici
quando ho descritto loro il nostro sistema solare, spiegando
che la nostra razza si è sviluppata sul terzo pianeta. Hanno
fatto molte domande sulla nostra natura. Ci è voluto molto
per inviare il concetto di creature protoplasmatica, e quando
gli Ingegneri hanno capito, si sono eccitati ancora di più.»
«Può darsi che gli esseri protoplasmatici siano una rarità
nell'universo,» disse Gary, «forse non hanno mai visto delle
creature simili a noi.»
«C’è qualcosa di molto strano in questa faccenda, Gary,»
disse lei, quasi con disperazione. «È strana la loro ansia di
vederci arrivare, è strana la loro insistenza nel porre mille
domande su di noi... sullo sviluppo della nostra scienza, e sul
nostro passato.»
Gary ravvisò una nota di paura nella voce della ragazza.
«Non badarci troppo,» le disse, «se la cosa diventa troppo
strana, possiamo sempre tirarci indietro. Non dobbiamo gio-
care con le loro carte.»
«No!» disse lei. «Non possiamo fare questo. Hanno biso-
gno di noi, hanno bisogno del nostro aiuto per salvare l’uni-
verso. Ne sono convinta.»
Si fece avanti, frettolosamente, per dare una mano a King-
sley.
«Passami quel martello,» disse la voce di Kingsley, e Gary
si piegò, raccolse il martello pneumatico che si trovava alla
base della macchina, e lo porse allo scienziato.
«Accidenti,» si lamentò Herb, «stiamo facendo sempre la
stessa cosa, da non so quanti giorni. Sempre a raccogliere
martelli, pezzi di lamiera, e mille altri trabiccoli, e a porgerli
a voi. Mi sogno questa roba anche di notte.»
Kingsley ridacchiò, manovrando il martello pneumatico
per modificare una parte della struttura metallica.
Gary sollevò il capo, e guardò le spirali incomprensibili
della macchina, e il suo sguardo incontrò l’oscurità dello
spazio e la luce fredda delle stelle. Laggiù, molto lontano,
c’era l’estremo limite dell’universo. Laggiù, molto lontano,
una razza di creature che si autodefinivano Ingegneri Cosmi-
ci stava combattendo un grande pericolo che minacciava l’u-
niverso. Cercò di immaginarsi la natura del pericolo... un pe-
ricolo capace di minacciare quell’enorme bolla di materia e
di energia che gli uomini chiamavano universo, un agglome-
rato vivo e in espansione racchiuso dalla curva del tempo e
dello spazio. Ma il suo pensiero tremò di fronte all’immensi-
tà di quei concetti, e rinunciò. Era troppo grande, troppo
grande anche per la fantasia.
Tommy Evans uscì dall’hangar, e si diresse verso di loro.
Li salutò allegramente.
«La bagnarola è pronta a partire,» gridò.
Kingsley si rialzò.
«Adesso siamo pronti anche noi,» disse.
«Benissimo, allora,» fece Herb, «andiamo.»
Kingsley guardò lo spazio.
«Non ancora,» disse. «In questa posizione, non possiamo
stabilire il contatto diretto con gli Ingegneri, fino al termine
della prossima rotazione di Plutone. Non possiamo mantene-
re permanentemente la breccia nello spazio-tempo, altrimenti
la rotazione del pianeta provocherebbe degli sconvolgimenti
su scala cosmica. La macchina, una volta aperta la breccia, è
predisposta per funzionare automaticamente, stabilendo il
contatto a ogni rotazione e mantenendolo per un certo perio-
do di tempo, corrispondente a quarantacinque gradi della ro-
tazione di Plutone.»
«Che succederebbe,» domandò Gary, «se non riuscissimo
a terminare il viaggio ai confini dell’universo entro questo
periodo? Potremmo uscire dal “passaggio”, trovandoci nello
spazio, a migliaia di anni-luce dalla più vicina galassia.»
«Non lo so,» rispose Kingsley, «mi fido completamente
degli Ingegneri.»
«Certo,» fece Herb, «ci fidiamo tutti degli Ingegneri. Spe-
ro, in nome del cielo, che loro sappiano quello che fanno.»
I cinque si diressero verso il laboratorio.
«Mangeremo qualcosa,» disse Kingsley. «Poi, una buona
dormita, e saremo pronti per partire. Adesso, siamo vera-
mente sfiniti.»
Nella cucinetta del laboratorio, i cinque consumarono una
rapida colazione. Sul tavolo c’era un fascio di spaziogrammi
destinati a Kingsley, lasciati da Ted. Kingsley li sfogliò, dan-
do chiari segni di insofferenza.
«Pazzi,» grugnì, «a centinaia. Tutti con delle idee più paz-
ze della nostra. E i pazzi più grossi sono quelli del governo.
Ci proibisce di proseguire il nostro lavoro. Pensate un po’! Il
governo ci ordina di desistere.» Sbuffò. «Una dannata legge
che gli Integralisti hanno fatto approvare centinaia di anni fa,
e che è ancora valida. Permette al governo di impedire l’ef-
fettuazione di qualsiasi esperimento che possa terminare con
danni alle cose e perdita di vite umane.»
«Gli Integralisti sono sempre forti,» disse Gary, «anche se
adesso lavorano al coperto. Ci sono troppi legami politici,
nella faccenda.»
Si frugò in tasca, e tirò fuori un foglio giallo.
«L’ho ricevuto poco fa,» disse, «me ne ero dimenticato. Ci
sono tante cose da fare...»
Porse il foglio a Kingsley. Lo scienziato spiegò il messag-
gio, e lesse:

Nelson, astronave Space Pup, Plutone. Governo solare ordinato


polizia solare di partire due giorni fa per impedire con la forza
volo ai confini dell'universo. Top secret. Questo è un avvertimento.
Non immischiarsi qualsiasi cosa succeda ripetiamo non immi-
schiarsi.

Kingsley appallottolò il foglio, rabbiosamente.


«Quando Io hai ricevuto?» tuonò.
«Un paio d’ore fa,» disse Gary. «Impiegheranno diversi
giorni, per arrivare fin qui.»
«Prima che si avvicinino a Plutone, saremo lontani, e mol-
to,» disse Tommy, che era alle prese con un grosso sandwi-
ch.
«Esatto,» ammise Kingsley, «ma è deprimente. Quel dan-
nato governo interferisce sempre negli affari degli altri. Si
proclama allo stesso tempo giudice e giuria. Crede di non
poter mai commettere un errore.»
Herb si guardò intorno.
«Sembra un banchetto d’addio,» disse, «avrei proprio vo-
glia di bere qualcosa. Dovremmo brindare al Sistema Solare,
prima di lasciarlo. Un banchetto d’addio senza un brindisi è
inconcepibile.»
«Se non avessi rovinato quel whisky, avremmo qualcosa
da bere,» gli ricordò Gary.
«Diamine,» fece Herb, «ormai te lo saresti scolato da un
pezzo tu.» Sospirò, e sollevò alle labbra la tazza di caffè.
Kingsley rise rumorosamente,
«Aspettate un momento, ragazzi,» disse. Si avvicinò a un
armadio, lo apri, e tirò fuori due file di verdure in scatola.
Apparve una bottiglia, che conteneva ancora un quarto di li-
quore ambrato. Lo scienziato la posò sul tavolo.
«Lavate le tazze da caffè,» disse. «Non abbiamo bicchie-
ri.»
Il liquore fu versato nelle tazze, e i cinque si alzarono per
fare il brindisi.
L’intercom suonò, nella stanza accanto.
Posarono le tazze, e Kingsley andò a rispondere. Udirono
la sua esclamazione di meraviglia e la fiumana di domande
che rivolgeva all’interlocutore. Subito dopo, lo scienziato
tornò nella cucina.
«Jensen, il mio assistente, in questo momento, è nell’os-
servatorio,» gridò lo scienziato, senza preamboli. «Ha indivi-
duato cinque astronavi che vengono verso di noi. Sono a po-
che ore di volo. E sono astronavi della polizia!» Herb aveva
preso in mano la tazza di liquore. Udendo le parole del pro-
fessore, si lasciò sfuggire la tazza di mano. Si udì il rumore
dei cocci, e il liquore si sparse sul pavimento.
Gary lo guardò, furioso.
«Che ti succede?» domandò. «Ti vengono i tremiti ogni
volta che senti l’odore dei liquori?»
«Il messaggio che Gary ha ricevuto...» stava dicendo
Tommy. «Deve esserci un errore. Forse, le astronavi erano
nelle vicinanze di Nettuno, quando è stato impartito l’ordine
di fermarci.»
«E che cosa potevano fare, su Nettuno?» esclamò Herb.
Tommy si strinse nelle spalle.
«Le astronavi della polizia sono dappertutto,» fece. «Basta
guardarsi intorno, e ne vedi una.»
Nella stanza cadde il silenzio.
«Non possono fermarci proprio adesso,» mormorò Caroli-
ne. «Non possono.»
«Ci rimangono circa due ore, prima che possa venire chiu-
so il passaggio nello spazio-tempo, se partiamo adesso,» dis-
se Tommy. «Forse possiamo farcela. L’astronave è pronta.»
«Chiedetelo agli Ingegneri,» disse Gary. «Cercate di sco-
prire quanto tempo ci vorrà per il viaggio.»
Kingsley impartì gli ordini.
«Caroline,» gridò, «chiama gli Ingegneri! Chiedi se pos-
siamo partire subito. Tommy, prepara l’astronave! Voi due,
andate a prendere il necessario, e portatelo a bordo.» King-
sley andò all'intercom, e chiamò Andy.
«Aprite le porte dell'hangar,» ordinò. «Riscaldate i motori.
Decolliamo.»
Caroline stava parlando con gli Ingegneri.
Kingsley stava parlando con Jensen.
«Preparati ad alimentare la macchina. Raduna tutta l’ener-
gia possibile. I cavi potranno sopportare qualsiasi quantitati-
vo. E di energia ne avremo bisogno.»
Gary si stava infilando nella tuta spaziale quando Caroline
entrò nella stanza.
«Possiamo farcela,» gridò, eccitata. «Gli Ingegneri dicono
che il tragitto sarà quasi istantaneo. Non ci vorrà molto tem-
po.»
Gary l’aiutò a infilarsi la tuta spaziale. Anche Kingsley si
stava preparando, sbuffando e imprecando.
«Non ce la faranno,» grugniva, «accidenti a loro, riuscire-
mo a fregarli! Non c’è nessun governo che mi possa dire
quello che devo fare e quello che non devo fare.» Uscirono
dallo sbocco principale del laboratorio, e si diressero rapida-
mente verso l’astroporto. Al centro del campo si ergeva l’e-
norme macchina, che pareva lo scheletro lucente di un gigan-
te posto a guardia delle distese gelate di Plutone. Gary guar-
dò il cielo. Gli venne voglia di gridare, di dare sfogo alla sua
eccitazione. Gli Ingegneri li aspettavano. E loro stavano arri-
vando. Piccoli uomini pronti a intraprendere una nuova cro-
ciata.
La grande astronave di Tommy Evans si trovava all’estre-
mità opposta dell’astroporto. Argentea, con gli ugelli di un
rosso spento, ugelli capaci di sopportare il fuoco degli jet che
avrebbero permesso loro di decollare dalla superficie gelida
di Plutone.
Certo, pensò, Gary, una nuova Crociata. Ma una crociata
senz’armi. Senza neppure conoscere il nemico. Senza un pia-
no di battaglia definito. Anzi, senza nessuna battaglia. Solo
con un ideale e un richiamo dallo spazio. Ma l’uomo aveva
bisogno di questo soltanto... era sempre stato così. Soltanto
un ideale, e un richiamo.
Caroline emise un’esclamazione di meraviglia, quasi di
paura, e Gary guardò verso il centro del campo.
La macchina era sparita! Non ne era rimasta la minima
traccia, nel punto dove si era trovata fino a un attimo prima.
C’era solo la distesa del campo, e nient’altro.
«Jensen ha immesso l’energia!» gridò Kingsley. «La mac-
china si trova in un’altra dimensione. La strada è aperta per il
mondo degli Ingegneri.»
Gary indicò lo spazio.
«Guardate!» gridò.
Un circolo di luce fievole e ammiccante era apparso nel
vuoto dello spazio. Un lento vortice di bianco nebuloso. Una
cosa irreale, che non era esistita fino a pochi attimi prima.
«Ecco la nostra destinazione,» disse Kingsley, ansando
lievemente. «Ecco la strada per raggiungere gli Ingegneri.»
Capitolo VII

Le dita affusolate di Tommy scivolarono sui comandi, pre-


parando l’astronave al decollo. Schiacciò col pollice il pul-
sante di partenza, e l’astronave si sollevò dalla superficie del
campo, vibrando.
«Immergiti nel centro esatto,» disse Kingsley, e Tommy
fece un rapido cenno d’assenso.
«Non preoccuparti,» rispose al professore. «Non mancherò
il bersaglio.»
«Mi piacerebbe vedere la faccia di quegli stupidi poliziot-
ti, quando arriveranno su Plutone e scopriranno che siamo
già partiti,» disse Herb. «Dovranno correre, per raggiunger-
ci.»
«Andrà tutto bene, se non scenderanno proprio sulla mac-
china,» dichiarò Gary. «Se invece le cadono addosso, non
avranno neppure il tempo di accorgersi di quello che potrà
succedere.»
«Ho avvertito Ted di mandare un messaggio, per farli at-
terrare il più lontano possibile,» disse Kingsley. «Non credo
che possano danneggiare la macchina, ma si caccerebbero
nei pasticci. Magari, tenteranno di distruggerla; e se lo faran-
no, avranno una bella sorpresa. Niente può farlo.» Ridacchiò.
«Pane per i loro denti!»
L’astronave si lanciò nello spazio, verso il centro del cir-
colo luminescente.
«A quale distanza ci troviamo?» domandò Gary, indicando
il circolo luminescente, e il professore scosse il capo.
«La distanza non è molta,» disse lo scienziato. «Sarebbe
inutile una distanza maggiore, tra l’altro.»
Guardarono attraverso lo schermo l’avvicinarsi del disco
luminescente, che man mano ingrandiva fino a riempire tutto
lo spazio. Al centro di esso apparve un punto nero, che di-
venne rapidamente più grande.
Tommy deviò di poco la rotta. La punta dell’astronave fu
orientata esattamente verso il foro nero.
Il circolo luminoso li inghiottì, fu intorno a loro, e il foro
nero divenne sempre più grande, uno squarcio nello spazio...
e al di là di quello spazio nel quale si erano trovati fino a po-
chi istanti prima c’era qualcosa che non era spazio, dove non
c’erano stelle.
La luce scomparve. Restò solo lo squarcio nero, che non
lasciava trapelare la minima luminescenza. L’oscurità im-
merse l’astronave, vi penetrò, schiacciò i suoi occupanti
come se fosse stata una sostanza densa e compatta.
Caroline emise un grido attutito, e poi tacque, perché l’o-
scurità venne sostituita da una fiumana di luce.
L’astronave stava scendendo su di una città, una mostruo-
sa città la cui vista mozzò il fiato a Gary. Una città che as-
sommava cima a cima, un susseguirsi di giganteschi gradini,
con delle torri altissime che puntavano verso il cielo come
dita titaniche. Una città solida e massiccia, fatta di rilucente
pietra bianca e di linee dirette, tese a utilizzare al massimo lo
spazio, una città che copriva miglia e miglia di terreno, e non
si poteva vedere la superficie del pianeta sul quale sorgeva,
perché la città si stendeva da un capo all’altro dell’orizzonte.
Tre soli fiammeggiavano nel cielo; uno bianco, gli altri
due di un azzurro nebuloso, e tutti e tre riversavano fiumi di
luce ed energia sul pianeta, e al loro confronto il Sole, nel ri-
cordo, pareva soltanto una candela.
Tommy manovrò i comandi, disponendo la traiettoria di
atterraggio. Ma mentre lo faceva, la velocità dell’astronave
parve diminuire, come se stesse affondando in una superficie
morbida ma resistente.
E nelle loro menti echeggiò una voce, che diceva loro di
non fare nulla, che loro e la loro astronave sarebbero stati
condotti nella città in assoluta sicurezza. Non erano parole,
era come se tutti avessero pensato la stessa cosa, e sapessero
esattamente, per miracolo, quello che c’era da fare.
Gary guardò Caroline, e vide che le labbra della ragazza
pronunciavano due parole:
«Gli Ingegneri.»
Così, dopotutto, non era stato un incubo. Esisteva davvero
un popolo che si autodefiniva ” Ingegneri Cosmici ”. Esiste-
va davvero una città.
L’astronave continuava a discendere, ma la sua velocità
era in continua diminuzione. Erano emersi a molte miglia
dalla superficie del pianeta. In confronto a quella città, l’a-
stronave era un oggetto minuscolo... minuscolo come loro,
che vi si trovavano a bordo, e parevano api sulle pendici di
una montagna.
Poi furono all'interno della città, o, per lo meno, nella sua
parte superiore. L’astronave passò accanto a un’enorme gu-
glia di pietra e si tuffò nella zona d’ombra sottostante. Sotto
di loro, videro dei nuovi particolari della città, strade immer-
se e grandi arterie di comunicazione, che la lontananza ren-
deva simili a nastri sottili. Era una città grande come mille
New York, e ancora il paragone non le rendeva giustizia. Era
una città che superava perfino i sogni più ambiziosi dell’u-
manità. Era come se un milione delle piccole metropoli delle
quali l’Uomo andava orgoglioso si fossero unite insieme, e
ampliate, e migliorate. Gary cercò di immaginare le dimen-
sioni del pianeta che poteva ospitare una città simile: ma era
inutile pensare, la risposta non veniva.
E continuarono a scendere tra gli enormi blocchi di pietra,
di livello in livello. Erano così vicini, che il resto della città
scomparve, e rimase soltanto l’immensa distesa che copriva
il quinto livello della città.
Una sezione della spianata si stava aprendo. Pareva una
porta, e pareva invitarli a entrare. L’astronave, che si muove-
va molto lentamente, si abbassò ancora. Poi si immerse nel-
l’apertura, che immetteva in un locale veramente enorme, le
cui pareti si perdevano in lontananza.
L’astronave si posò al suolo, senza scosse, e rimase immo-
bile. Erano giunti a destinazione.
«Bene, eccoci qui,» disse Herb. «E adesso? Cosa dobbia-
mo fare?»
Come per rispondere alla domanda, la voce si fece udire di
nuovo, la voce che non era una voce, ma che pareva la mate-
rializzazione spontanea di un pensiero.
La voce disse:
«Questo è il luogo che abbiamo preparato per voi. Trove-
rete qui un ambiente per voi naturale, come atmosfera e
come forza di gravità. Non avrete bisogno di indossare le
tute spaziali, e nessun indumento protettivo di questo genere.
È pronto il cibo.»
Lo sbalordimento era troppo grande per permettere una
reazione immediata.
«Penso che questo posto mi piacerà,» disse Herb. «Avete
sentito? Del cibo? Immagino che ci sarà anche da bere.»
«Si,» disse la voce, «c’è anche da bere.»
Herb rimase senza parola.
Tommy si alzò dalla poltrona di pilotaggio.
«Ho fame,» disse. Andò ad aprire il portello, e gli altri lo
seguirono.
Uscendo dall’astronave, si trovarono su una grande piatta-
forma di pietra, situata al centro della sala gigantesca. La
piattaforma di pietra, apparentemente, era stata costruita ap-
positamente per l’astronave, perché il pavimento della sala
era composto di una sostanza traslucida che rifletteva la luce
dei tre soli in una pioggia di colori. Al posto del tetto c’era
una grande superficie trasparente, che permetteva di vedere il
cielo.
C’erano dei mobili, perfettamente riprodotti, ma non esi-
stevano pareti divisorie. Gli Ingegneri avevano costruito una
casa composta di una sola stanza.
Un soggiorno, una biblioteca, delle stanze da letto e una
sala da pranzo. Una sala da pranzo arredata sobriamente, con
una grande tavola di quercia e cinque sedie. Sulla tavola c’e-
ra un banchetto degno di un re.
«Del pollo!» gridò Herb, che appariva letteralmente stordi-
to dall’assurdità dell’accoglienza.
«E del vino,» osservò Tommy.
Guardarono la tavola, incapaci di coordinare le idee. Gary
annusò. E senti l’odore del pollo.
«Mobili antichi,» disse Kingsley. «Questa roba costerebbe
una fortuna, nel sistema solare. Stile Chatterton... e sembra-
no autentici. Ciascuno è un capolavoro, un pezzo da museo.
Vecchi di almeno mille anni.» Si guardò intorno. «Ma come
hanno fatto a portarli qui?» esplose.
La risata di Caroline vibrò nella sala, una risata argentina
con una nota di allegria forzata.
«Che succede?» domandò Tommy.
«Non c’è niente da ridere,» dichiarò Herb. «A meno che
non sia uno scherzo. A meno che il pollo non sia pollo auten-
tico.»
«È pollo,» assicurò Caroline. «E anche il resto del cibo è
autentico. E così questi mobili. Solo, io non li credevo anti-
chi. Vedete, mille anni fa questi mobili rispecchiavano per-
fettamente lo stile corrente. Erano l’ultimo grido della
moda.»
«Ma che c’entri tu?» domandò Gary. «Che c'entri, in que-
sta faccenda dei mobili?»
«L’ho detto io agli Ingegneri,» dichiarò lei. «Mi hanno
chiesto cosa mangiavamo, e io ho risposto. Devono avere
compreso le mie risposte meglio di quanto sperassi. Ho par-
lato loro degli abiti che indossavamo e dei mobili che usava-
mo. Ma, vedete, le cose che io conoscevo erano superate,
erano di moda mille anni or sono. Tutte, meno il pollo. Si
mangia ancora pollo nel sistema solare, vero?»
«E come!» sorrise Herb.
«Bene,» disse Gary, «questo significa che gli Ingegneri
possono creare tutto quello che vogliono. Possono manipola-
re gli atomi, in modo da creare qualsiasi tipo di materiale.
Possono trasformare la materia!»
Kingsley annui.
«È proprio così,» disse.
Herb si stava dirigendo verso la tavola.
«Se non ci affrettiamo, ci lascerà le briciole,» suggerì
Tommy.
Il pollo, il puré di patate, il vino, le olive sotto olio... il
cibo era assolutamente perfetto e naturale. Avrebbe potuto
essere uscito da pochi minuti dalle cucine del ristorante più
famoso del sistema solare. Dopo giorni e giorni passati a
mangiare panini e a bere caffè, per i cinque fu una specie di
dono della Provvidenza.
Herb guardò con rimpianto l’ultimo pezzo di pollo, e scos-
se il capo, con rammarico.
«Non ce la faccio,» si lamentò. «Sono pieno.»
«Non ho mai mangiato così bene in vita mia,» affermò
Kingsley.
«Mi hanno chiesto cosa mangiavamo,» disse Caroline. «E
così, ho descritto le cose che ritenevo le migliori. Bene, non
hanno dimenticato neppure un particolare.»
«Ma dove sono gli Ingegneri?» domandò Gary. «Non ab-
biamo visto la minima traccia di loro. Abbiamo visto molto
di quello che hanno fatto e possono fare, ma nessuno di loro
si è presentato.»
Si udirono dei passi, sul pavimento del salone, e Gary si
voltò di scatto. Qualcuno stava avanzando verso di loro.
Sembrava un uomo, ma non lo era. Aveva la stessa altezza, il
medesimo aspetto generale... due braccia, due gambe, un tor-
so umano e una testa. Ma il suo volto era completamente
sbagliato; e c’era qualcosa di sbagliato anche nel suo corpo.
«Ecco la risposta alle tue domande,» disse Tommy. «Ecco
un Ingegnere.»
Gary non prestò attenzione alle parole del pilota. Stava
guardando l’Ingegnere, che si stava avvicinando. E comprese
il motivo della differenza che aveva captato immediatamen-
te. Pur essendo di forma umana, era molto lontano dagli es-
seri umani del sistema solare, perché l’ingegnere era fatto di
metallo. Un uomo il cui ciclo vitale si basava sul metallo, in-
vece che sul protoplasma.
«Un uomo di metallo,» esclamò Gary.
«Esatto,» fece Kingsley, e il suo tono era quello di uno
scienziato interessato al massimo, non di un uomo meravi-
gliato. «Questo deve essere un pianeta molto grande. La for-
za di gravità deve essere tremenda. Il protoplasma, probabil-
mente, non può resistere in forma stabile a questa terribile
gravità. Se gli Ingegneri non avessero preparato questo rifu-
gio, molto probabilmente i nostri corpi si sarebbero fusi e
scomposti nei loro componenti base.»
«Hai ragione,» disse l’uomo di metallo, ma la sua bocca
non si aprì, l’espressione del suo viso non cambiò. Stava par-
lando loro come la voce aveva parlato loro su Plutone e, di
nuovo, al termine del loro viaggio. L’Ingegnere si fermò ac-
canto al tavolo e rimase in piedi, rigido, con le braccia incro-
ciate sul petto.
«Va tutto bene?» domandò l’ingegnere.
Era strano quel suo modo di parlare. Non si udiva un suo-
no, non si vedeva il minimo cambiamento di espressione, il
minimo gesto... semplicemente, delle parole che si formava-
no nella loro mente.
«Be’, si,» disse Gary. «Va tutto bene.»
«Benissimo,» fece Herb, «perfetto.»
«Abbiamo faticato tanto perché tutto fosse come avevate
detto,» disse l’ingegnere. «Siamo lieti che vada tutto bene.
Abbiamo faticato soprattutto a capire una cosa. Quei quadri
alle pareti. Avete detto che erano cose a voi note, alle quali
eravate abituati, e noi desideravamo tanto che tutto andasse
secondo i vostri desideri. Ma i quadri erano cose alle quali
non avevamo mai pensato, che non avevamo mai fatto. Ci di-
spiace di essere stati così ottusi. Sono cose belle. Quando il
pericolo sarà passato, ne faremo degli altri. Sono così belli. È
così strano che non ci abbiamo mai pensato.»
Gary si girò, e guardò il quadro appeso davanti alla tavola.
Era evidentemente a olio, ed era molto bello. Rappresentava
una scena fantastica, con delle enormi montagne sullo sfon-
do e degli strani alberi contorti e dell’erba altissima e con il
luccichio di una cascata, in lontananza. Era un quadro, decise
Gary, che qualsiasi galleria d’arte sarebbe stata orgogliosa di
esporre.
«Vuoi dire che questi sono i primi quadri che avete dipin-
to?» domandò all’ingegnere.
«Non ci avevamo mai pensato prima,» disse l’ingegnere.
Non avevano mai sentito parlare della pittura, prima. Nes-
sun Ingegnere aveva mai pensato di ritrarre su una tela uno
scenario, un’immagine. Non avevano mai prodotto un lavoro
artistico. Eppure, davanti a loro c’era un quadro perfetto, nel-
la tecnica e nel colore, perfettamente equilibrato, piacevole a
vedersi.
«Ma voi siete capaci di fare qualsiasi cosa?» domandò
Tommy.
«Era così semplice,» disse l’ingegnere. «Che ci vergogna-
vamo di non averci mai pensato.»
«Ma questo pericolo,» domandò Kingsley. «Il pericolo che
minaccia l’universo. Ci avete avvertiti, quando eravamo su
Plutone, ma non ne avete spiegato la natura. Vorremmo co-
noscerla.»
«È questo che devo dirvi,» disse l’ingegnere.
Nessun mutamento nel tono del pensiero... neppure la mi-
nima traccia di un’emozione. Nessun cambiamento di
espressione sul volto.
«Faremo tutto il possibile per aiutarvi,» disse Kingsley.
«Ne siamo certi,» disse l’ingegnere. «Siamo felici che sia-
te qui. Siamo stati così lieti quando avete risposto che sareste
venuti. Sentiamo che voi potrete darci un aiuto molto, molto
grande.»
«Ma il pericolo,» domandò Caroline. «Qual è il pericolo?»
«Comincerò con dei dati che per noi sono elementari,»
disse l’ingegnere, «ma che non credo che voi conosciate.
Non avete avuto la possibilità di scoprirli, essendo così lon-
tani dai confini dell’universo. Ma noi che viviamo qui da
tanti anni abbiamo scoperto da molto tempo la verità.
«Questo universo è solo uno dei tanti universi che esisto-
no. Solo uno, tra miliardi e miliardi di universi. Crediamo
che esistano tanti universi quante sono le galassie del nostro
universo.»
I terrestri lo guardarono, attoniti. Gary lanciò un’occhiata
a Kingsley, e vide che lo scienziato pareva incapace di reagi-
re. Stava annaspando, alla ricerca delle parole.
«Nel nostro universo esistono circa cinquanta miliardi di
galassie,» riuscì a dire il professore, alla fine. «Per lo meno,
secondo i nostri astronomi.»
«Mi dispiace di contraddirti,» fece l’ingegnere. «Ce ne
sono molte di più. Un numero sterminato.»
«Di più!» esclamò Kingsley, sottovoce.
«Gli universi sono quadrimensionali,» disse l’ingegnere.
«E sono avvolti da un interspazio pentadimensionale, che
forse è un altro grande super-universo nel quale gli universi
hanno la funzione delle galassie nel nostro universo.»
«Un universo all’interno di un universo,» disse Gary, chi-
nando il capo. «È possibile che questo super-universo non
sia che un altro universo, che fa parte di un tutto ancora più
grande?»
«Potrebbe essere così,» dichiarò l’ingegnere. «È una teoria
sulla quale abbiamo spesso discusso. Ma non abbiamo modo
di saperlo. Sappiamo così poco...»
Ci fu una pausa di silenzio, e parvero tutti avvertire il peso
di cose più grandi di loro. Universi e super-universi. Una
completa distorsione dei valori. L’universo diventava un
semplice granello di polvere, in un tutto inconcepibile.
«Gli universi, come le galassie, sono molto lontani tra
loro,» proseguì l’ingegnere, «così lontani che la possibilità di
un contatto tra di loro è nell’ordine delle impossibilità. Sono
molto più lontani dei soli nelle galassie, e delle galassie nel-
l’universo. Ma nel corso dell’infinito, è possibile che l’im-
possibile si avveri, almeno una volta.» Fece una pausa, poi il
pensiero tornò a formarsi nelle menti dei terrestri.
«E questa possibilità solitaria si è avverata,» disse l’inge-
gnere. «Stiamo per scontrarci con un altro universo.»
Rimasero immobili, paralizzati da quelle parole.
«Come due stelle che si scontrano,» disse Kingsley. «Così
ebbe origine il nostro sistema solare.»
«Si,» disse l’ingegnere. «Come due stelle che si scontrano.
Proprio come un tempo una stella si scontrò col vostro
Sole.»
Kingsley rialzò il capo, di scatto.
«Voi sapete questo?» domandò.
«Si, lo sappiamo. Accadde molto tempo fa. Molti milioni
di anni or sono.»
«Come fate a sapere di quest’altro universo?» domandò
Tommy. «Come l’avete scoperto?»
«Ci hanno avvertito degli altri esseri di questo secondo
universo,» disse l’ingegnere. «Delle creature che ci sopra-
vanzano in moltissimi campi, che ci sono superiori infinita-
mente. Esseri coi quali siamo in contatto da molti anni.»
«Allora voi sapete che questa collisione avverrà, lo sapete
da diversi anni,» disse Kingsley.
«Si, lo sapevamo,» rispose l’ingegnere. «E i nostri due po-
poli, in due universi differenti, hanno fatto l’impossibile. Ab-
biamo cercato di impedire lo scontro, ma sembrava che non
ci fosse alcun mezzo. E così alla fine abbiamo deciso di ra-
dunare, ciascuno nel suo universo, le migliori menti che
avessimo potuto trovare. Sperando che loro, forse, avessero
scoperto un sistema... trovare la risposta là dove noi abbiamo
fallito.»
«Ma noi non siamo le menti migliori dell'universo,» disse
Gary. «Dobbiamo essere molto in basso, nella scala dell’evo-
luzione. La nostra intelligenza deve essere, in relazione all’u-
niverso, molto bassa. Siamo ai primi passi. La vostra scienza
ci sopravanza di decine di secoli.»
«Può darsi,» ammise l’ingegnere, «ma voi possedete qual-
cosa d’altro. O potete possedere qualcosa d’altro. Forse,
un’immaginazione che noi non abbiamo. Ciascuno può offri-
re qualcosa. Ricordate che non possedevamo nessuna forma
d’arte, che non conoscevamo la pittura; le nostre menti sono
diverse. Ed è essenziale evitare che i due universi si scontri-
no.»
«Cosa accadrebbe,» domandò Kingsley, «se gli universi si
scontrassero?»
«Le leggi dell’interspazio pentadimensionale,» spiegò l’in-
gegnere, «non sono quelle del nostro universo a quattro di-
mensioni. In condizioni simili, possono verificarsi dei risul-
tati diversi. I due universi non si scontreranno, in realtà. Ver-
ranno distrutti prima che lo scontro possa avere luogo.»
«Distrutti prima dello scontro?» domandò Kingsley.
«Si,» disse l’ingegnere, «i due universi si avvicineranno
tanto da provocare una specie di frizione nell’interspazio
pentadimensionale. Secondo le leggi dell’interspazio, questa
frizione creerà della nuova energia... energia allo stato puro...
materia mai esistita prima. Ciascuno dei due universi assor-
birà una certa quantità di questa energia, come una spugna.
L’energia si riverserà nei nostri universi in un flusso sempre
più copioso. Energia scatenata, incontrollabile. Aumenterà la
massa di energia di entrambi gli universi, darà a ciascuno
una massa più grande...»
Kingsley balzò in piedi, rovesciando una tazza di caffè.
«Aumenterà la massa!» gridò. «Ma...»
Poi tornò a sedersi, sfinito. Aveva l’aspetto di un uomo
sconfitto.
«Naturalmente, saremo distrutti,» mormorò. «La presenza
di una massa è la sola causa della curvatura dello spazio. Un
universo vuoto non avrebbe una curvatura spaziale. Nel nulla
completo non esisterebbero le condizioni che provocano
quello che noi chiamiamo lo spazio. Totalmente privo di
massa, lo spazio non avrebbe la minima curvatura, sarebbe
una linea retta e di conseguenza non esisterebbe affatto.
Maggiore è la massa, maggiore è la curvatura dello spazio.
Maggiore è la massa, minore è lo spazio che questa massa
può occupare.»
«E quando l’universo sarà invaso da un flusso di energia
proveniente dall’interspazio,» disse l’ingegnere. «E quando
lo spazio comincerà a restringere il diametro della sua curva,
sempre più velocemente, la materia contenuta verrà com-
pressa sempre di più. Avremo allora non più un universo in
espansione, ma un universo in contrazione.»
«Se nell'universo verrà riversata abbastanza energia,» dis-
se eccitato Kingsley, «si verificherà una vera e propria im-
plosione. Lo spazio si fonderà in una sola unità. Tutta la vita
sarà distrutta, le galassie verranno spazzate via. La massa
esistente verrà compressa in un’area ristretta. Nel migliore
dei casi, l’universo ripartirà da zero. Inizierà un nuovo
ciclo.»
«Si, inizierà un nuovo ciclo,» disse l’ingegnere, «l’energia
assorbita dall’interspazio sarà sufficiente a provocare le con-
seguenze cui hai accennato. L’intero universo ritornerà al
caos primigenio.»
«E nessuno mi pagherà la polizza di assicurazione,» disse
Herb.
Gary lo ridusse imperiosamente al silenzio.
Caroline posò i gomiti sulla tavola, e si prese il capo tra le
mani.
«Il problema consiste nel trovare un sistema per controlla-
re la nuova energia, quando essa penetrerà nel nostro univer-
so,» disse la ragazza.
«È questo il problema,» convenne l’ingegnere.
«Amico,» disse Gary, «se qualcuno può trovare la rispo-
sta, si tratta proprio di questa signora che hai davanti. Lei è
davanti a tutti noi, e nessuno può dire le cose che conosce. Ci
scommetterei tutto quello che ho…»

Capitolo VIII

Le tute erano degli indumenti meravigliosi, flessibili e


quasi senza peso: non erano scomode e fastidiose come le
tute spaziali che loro conoscevano.
Herb ammirò la sua, prima di infilarsi il casco.
«Hai detto che questi oggetti ci permetteranno di girare sul
tuo pianeta come se ci trovassimo sulla Terra?» domandò al-
l’ingegnere.
«Abbiamo cercato di rendere gradevole il vostro soggior-
no,» replicò l’ingegnere. «Speriamo che siate soddisfatti.
Siete venuti da tanto lontano per aiutarci, e noi siamo stati
così felici di vedervi. Speriamo che non vi troviate a disagio
tra noi. Abbiamo lavorato tanto.»
Caroline guardò l’ingegnere con una buona dose dì curio-
sità. C’era uno strano sottotono, indefinibile ma presente, nei
pensieri della creatura. E il tono di quei pensieri era bizzarro.
Pareva che ci fosse una continua supplica in quei pensieri,
l’attesa di una parola di elogio da parte di Caroline o di
Kingsley. E quel modo di esprimersi. Caroline scosse il
capo, con impazienza: ma non riuscì a eliminare quella biz-
zarra sensazione. Era assurdo, si disse. Si trattava di sempli-
ce immaginazione. I messaggi telepatici erano pensieri, fatti
di puro pensiero, e non c’era nulla da interpretare, non c’era-
no sottili sfumature da captare... e anche la forma di quei
pensieri non era strana, era un semplice mezzo di trasmissio-
ne, il modo in cui il pensiero veniva formulato, senza arric-
chimenti e senza elaborazioni.
Ma quella nota supplichevole!
Improvvisamente, e senza ragione, Caroline ricordò il suo
cane... un magnifico animale morto ormai da mille anni. Le
parve, a un tratto, di rivedere l’animale, che sollevava gli oc-
chi umidi verso di lei, dopo avere catturato un uccello.
Ormai non esisteva più, come non esisteva più il mondo
che lei aveva conosciuto. Le sue idee e i suoi ricordi erano
magnifici reperti d’antiquariato, pezzi da museo, in questi
tempi nuovi. Ma lei sapeva che, se per qualche miracolo an-
che al cane fosse stato concesso il dono della vita eterna, in
quel momento l’avrebbe cercata... disperatamente, famelica-
mente, disperandosi in attesa di un ritorno che non veniva
mai. E se lei fosse ritornata, un giorno, la felicità sarebbe sta-
ta immensa, per l’animale, e i suoi occhi umidi si sarebbero
levati verso di lei, in uno stordimento meraviglioso dovuto
alla gioia.
Kingsley parlò, e quelle strane sensazioni si ruppero di
colpo.
«Tute antigravitazionali,» disse Kingsley, in preda alla più
viva eccitazione. «Non solo, però! Permettono la massima li-
bertà di movimento, in qualsiasi ambiente, sotto qualsiasi
condizione. In ogni genere di atmosfera, non importa quale
sia la gravità e quale sia la pressione.»
«Con esse,» suggerì Gary, «potremmo perfino esplorare
Giove.»
«Certo, sarebbe facilissimo,» disse Tommy, «c’è un solo
particolare, però, Bisogna trovare un carburante capace di
portarci laggiù e di farci ripartire.»
«Diavolo,» si entusiasmò Herb, «scommetto che gli Inge-
gneri lo hanno già trovato. Potrebbero darcene la formula.»
«Se possiamo aiutarvi in qualche modo, per qualsiasi
cosa,» dichiarò l’ingegnere. «Noi saremo felici, orgogliosi di
aiutarvi.»
«Ci scommetto,» ammise Herb.
«Solo pochi di coloro che abbiamo chiamato sono
arrivati,» disse l’ingegnere. «Avrebbero dovuto venire molti
altri. E altri dovrebbero essere in arrivo. Abbiamo paura...»
Probabilmente, decise in quel momento di non proseguire,
perché il pensiero si interruppe a metà.
«Paura?» domandò Kingsley. «Paura di che cosa?» «Stra-
no,» disse Gary, sottovoce, «strano che possano aver paura
di qualcosa.»
«Non abbiamo paura per noi,» spiegò l’ingegnere. «Ab-
biamo paura che qualcosa possa costringerci ad arrestare il
nostro lavoro. Paura di un’interruzione. Paura di un’interfe-
renza da parte di qualcuno.»
«Ma chi potrebbe mai interferire?» domandò Caroline.
«Chi potrebbe mai interferire, in una cosa del genere? Il peri-
colo è comune. Tutte le cose dell’universo dovrebbero unirsi
per combattere la minaccia.»
«Ciò che dici è giusto,» dichiarò l’ingegnere. «Così giusto
che sembra impossibile che qualcuno possa pensarla diversa-
mente. Ma quel qualcuno esiste. È una razza accecata dall’o-
dio e dall’ambizione a tal punto che l’imminente catastrofe si
presenta come una buona occasione per eliminarci, per di-
struggere gli Ingegneri.»
I terrestri ascoltarono la notizia in silenzio.
«Un momento,» disse lentamente Gary. «Cerchiamo di ca-
pire. Vuoi dire che gli Ingegneri hanno dei nemici che mori-
rebbero pur di sapere che anche voi sarete distrutti con
loro?.»
«Non proprio,» fu la risposta dell’ingegnere, «molti di loro
sarebbero distrutti, ma pochi eletti riuscirebbero a sopravvi-
vere. Quei pochi ritornerebbero al punto in cui l’universo,
cessata l’implosione, ritornerà a esplodere di nuovo, al punto
in cui spazio e tempo ricominceranno la loro espansione. E,
partendo da lì, si impadroniranno di questo nuovo universo.
Lo forgerebbero secondo i loro desideri. Ne sarebbero i pa-
droni. I padroni assoluti.»
«Ma questo è pazzesco!» esclamò Gary. «È pura follia!
Sacrificare un popolo già esistente, distruggere un intero uni-
verso, per una possibilità futura.»
«Non è una pazzia così grande,» replicò a bassa voce
Kingsley. «La stessa storia della nostra Terra è piena di
esempi simili. Molti governanti, dittatori accecati dal potere,
sono stati pronti a distruggere ogni cosa per la pura smania
del dominio... non hanno esitato ad affrontare gli orrori e le
incognite della guerra, la guerra scientifica, con le sue armi
più terribili. Sulla Terra, la follia riuscì quasi a prevalere, una
volta... nel 2896. Per poco, l’intero pianeta non venne di-
strutto quando un uomo assetato di potere non esitò a servirsi
degli strumenti più atroci della guerra batteriologica. Costui
conosceva quali sarebbero stati i risultati delle sue azioni, ma
questo non lo ha fermato. Il suo ragionamento era semplice:
meglio che rimanessero solo mille esseri umani al mondo, a
patto che lui fosse il loro capo, e potesse stringere in una
morsa di ferro i loro destini. Nulla poteva fermarlo. Furono i
suoi seguaci a fermarlo, quando il danno già era stato fatto...
e lo ammazzarono come un cane, perché non era degno di
una fine migliore.»
«Essi ci odiano,» disse l’ingegnere, «ci odiano da un mi-
lione di anni. Perché noi, e noi soli, ci siamo trovati tra loro e
l'appagamento dei loro sogni di dominio sull’Universo inte-
ro. Ci considerano l'unica barriera da abbattere, l’unico osta-
colo sulla loro strada. Sanno di non poterci sconfiggere con
il potere delle armi, sanno di non poterci eliminare senza ve-
nire completamente distrutti a loro volta.»
«E così,» disse Gary, «anche sapendo che la collisione li
ucciderà quasi tutti, desiderano che essa avvenga.»
«Devono essere pazzi,» disse Herb.
«Tu non capisci,» protestò l’ingegnere, «da milioni e mi-
lioni di anni vivono nel sogno della conquista dell'universo.
Sono talmente imbevuti di concetti assurdi, secondo i quali
lo stato, la civiltà, la razza sono tutto... e che l’individuo non
conta nulla... che tutti sono disposti a morire per avverare il
grande sogno di conquista. Essi glorificano la morte, glorifi-
cano tutti i sacrifici che possano avvicinare, anche di poco,
anche impercettibilmente, l’avverarsi del loro sogno.»
«Hai detto che qualcuno di loro riuscirebbe a sopravvive-
re, anche se l’universo intero fosse distrutto,» disse «Caroli-
ne. «Come è possibile questo?»
«Hanno trovato un sistema per uscire dall’universo,» disse
l’ingegnere. «Per navigare nell’interspazio che esiste tra gli
universi. Sono molto più avanti di noi, in certi rami della
scienza. Se volessero, sono sicuro che sarebbero capaci, da
soli, senza alcun aiuto, di salvare l’universo dal pericolo che
lo minaccia.»
«Forse potremmo stipulare un trattato,» disse Kingsley.
«Una specie di armistizio.»
Il pensiero impersonale dell'Ingegnere rispose.
«Non può esistere pace con loro. Nessun trattato. Nessun
armistizio. Per più di un milione di anni essi hanno pensato e
agito solo in termini di guerra. Ogni loro pensiero è stato ri-
volto alla conquista. Per loro, non esiste neppure la parola ”
pace ”. La guerra è il loro stato naturale, la pace è uno stato
innaturale. E anche se potessero pensare, solo per un istante,
follemente, a un armistizio, non lo farebbero mai in questo
momento, ora che hanno la possibilità di impedirci di salvare
l’universo.»
«Vuoi dire che vogliono davvero la distruzione dell’uni-
verso?» domandò Gary, paralizzato dall’orrore. «Che sareb-
bero pronti a combattere, per impedirvi di salvarlo?» «È
quello che voglio dire,» fu la risposta dell’ingegnere. «Hai
capito perfettamente. È così.»
«Secondo te, attaccheranno presto?» domandò Tommy.
«Non lo so. Nessuno di noi lo sa. Potrebbero attaccare in
qualsiasi momento. Noi siamo sempre pronti. Sappiamo che,
prima o poi, attaccheranno.»
«Dobbiamo trovare una via d’uscita,» disse Caroline.
«Non possiamo permettere loro di fermarci! Dobbiamo tro-
vare qualcosa.»
«E come chiamate questi maledetti guastafeste?» domandò
Herb.
«Li chiamiamo Infernali,» disse l’ingegnere, ma non era
esattamente questo che intendeva. Il pensiero conteneva una
certa dose di disgusto, di paura e di odio, e un sottofondo di
sentimenti di orrore. I terrestri non riuscirono a trovare un
corrispondente migliore di ” Infernali ”, anche se era del tut-
to inadeguato.
«Possono oltrepassare la curvatura dello spazio-tempo,»
disse Caroline, meditabonda. «E possono viaggiare nell’inte-
r-spazio pentadimensionale.» Lanciò uno sguardo a Gary,
presa da un’eccitazione improvvisa. «Ma forse,» disse. «For-
se è questa la risposta. Forse dobbiamo cercare da questa
parte per trovare una soluzione.»
«Non so cosa intendi dire,» rispose Gary, «ma forse hai ra-
gione.»
«La curvatura dello spazio-tempo dovrebbe essere rigida,»
disse Kingsley. «È quasi impossibile varcarla. Sarebbe ne-
cessario un intero rinnovamento dei concetti matematici, par-
tendo da un calcolo delle linee di forza e della tensione dei
piani assolutamente nuovo. Oltre a questo, bisogna pensare
al tremendo dispiego di energie.»
«L’energia potrebbe anche esistere,» disse Gary. «Potreb-
be trattarsi addirittura dell’energia scatenata dalla frizione
dei due universi.»
Kingsley guardò il giornalista, come se lo avesse colpito
con un pugno.
«Ci sei!» gridò. «Ci sei!»
«Ma noi non possediamo quell’energia,» disse cupamente
Gary.
«No!» ammise Kingsley, «dobbiamo trovarla.»
«E imparare a comandarla,» aggiunse Caroline.
«Forse,» suggerì l’Ingegnere, «sarebbe meglio andare,
adesso. Gli altri ci stanno aspettando. Sono venuti da tanto
lontano, la maggior parte di loro da molto più lontano di
voi.»
«Quanti sono?» domandò Gary.
«Soltanto pochi,» disse l’ingegnere, «così pochi. La vita è
una cosa tanto rara, nell’universo. L’universo non bada alla
vita. A volte io penso che la vita non è che una strana malat-
tia che non dovrebbe esistere affatto, che si tratta di una con-
formazione accidentale della materia che non avrebbe alcun
diritto di esistere. L’universo è così ostile a essa, che si è
quasi portati a considerarla anormale. Esistono pochissimi
luoghi nei quali la vita è possibile.»
«Ma tra miliardi e miliardi di galassie, dovrebbero esistere
diverse specie,» dichiarò Kingsley.
«Possono esisterne molte di cui non siamo a conoscenza,»
disse l’ingegnere. «Ma sono pochissime quelle con cui pos-
siamo entrare in contatto. È così difficile stabilire i contatti.
E alcune di esse sono inutili, per noi, perché si tratta di razze
che si sono sviluppate in maniera completamente diversa,,
che hanno raggiunto una civiltà completamente aliena. Razze
che vivono senza applicare nessuna delle scienze fondamen-
tali. Razze che vivono immerse in un mare di filosofia e di
pensiero. Razze che vivono solo per l’estetica, e che hanno
rinnegato la scienza. Le sole razze che possiamo raggiungere
sono quelle che si sono sviluppate in maniera scientifica, che
sono in grado di captare i nostri messaggi e rispondere... e,
dopo, costruire l’apparecchio capace di portare qui i loro rap-
presentanti.»
«Diavolo,» disse Herb, «per fare un universo, ci vogliono
tutti i tipi di individui.»
L’Ingegnere li condusse lungo un condotto a tenuta sta-
gna, che immetteva in un enorme corridoio... un corridoio
che si stendeva a perdita d’occhio, un luogo immenso che
dava l’impressione di trovarsi nella solitudine dello spazio.
Le tute funzionavano alla perfezione. Gravità e pressione
erano normali, e le tute erano molto più comode di quelle
usate nel sistema solare.
Lentamente percorsero il lungo corridoio, seguendo l’in-
gegnere.
«Quanto tempo è stato necessario per costruire questa cit-
tà?» domandò Gary.
«Molti anni,» disse l’ingegnere, «da quando siamo giunti
qui.»
«Venuti qui?» domandò Gary, «questo non è il vostro pia-
neta d’origine?»
«No!» rispose l’ingegnere, senza dare altre spiegazioni.
«Senti,» disse Herb, «tu non hai chiesto i nostri nomi. Non
sai chi siamo.»
A Gary parve di captare un vago divertimento, nella, ri-
sposta dell’ingegnere.
«Nomi?» domandò. «Vuoi dire, qualificazioni personali?
So chi siete, senza conoscere i vostri nomi.»
«Può darsi,» disse Herb, «ma noi non siamo capaci di leg-
gere nel pensiero come voi. Dobbiamo impiegare dei nomi.»
Si affiancò all’ingegnere. «Non avete nomi, voi?» domandò.
«Siamo qualificati da numeri,» disse l’ingegnere. «Per
pura formalità. Qui l’individuo non conta come da voi.»
«Dei numeri,» disse Herb, «proprio come in un penitenzia-
rio.»
«Se ti è necessario un termine per designarmi,» disse l’in-
gegnere, «il mio numero è il 1824. Avrei dovuto dirlo subito.
Sono spiacente di averlo dimenticato.»
Si fermarono davanti a una massiccia porta e l’ingegnere
emanò un'onda di pensiero profonda, che fece vibrare la
mente degli uomini. La grande porta si apri, ed essi entraro-
no in un’immensa sala la cui volta si perdeva in lontananza,
confondendosi con il cielo.
La sala era completamente sprovvista di qualsiasi forma di
mobilio. Era un’immensa distesa di spazio vuoto, che si sten-
deva a perdita d’occhio. Ma al centro si trovava una piatta-
forma circolare di pietra bianca, che era alta circa dieci piedi.
Sulla piattaforma si trovavano diversi Ingegneri, e intorno
a essi si trovavano delle cose strane e informi, incubi strap-
pati dalle pagine di un antico libro dell'orrore, mostruosità
che fecero gelare il sangue di Gary, quando il giornalista
poté distinguerle meglio.
Senti che Caroline gli stringeva con forza il braccio.
«Gary,» mormorò lei, «che cosa sono?»
«Sono coloro che abbiamo chiamato,» disse l’ingegnere.
«Quelli che sono venuti da tanto lontano per aiutarci nella
nostra lotta.»
«Che diavolo, sembrerebbero invece il pericolo da com-
battere,» disse Herb, tremando per il disgusto.
Gary guardò gli stranieri, affascinato dalla stessa repulsio-
ne che emanavano. Signori dell’universo, pensò.
Questi sono gli esseri che rappresentano il meglio dell’in-
telligenza dell’universo. Quelle cose disgustose, viscide, in-
formi, che l’istinto umano rifiutava di accettare.
L’Ingegnere avanzò decisamente verso la piattaforma rial-
zata. C’era una breve scala che portava lassù.
«Avanti,» ruggì Kingsley, «può darsi che loro ci trovino
altrettanto disgustosi.»
Salirono sulla piattaforma. L’Ingegnere si rivolse agli altri
Ingegneri.
«Questi,» annunciò, «sono coloro che sono venuti dal pia-
neta esterno del sistema solare che osserviamo da tanti anni.»
Gli Ingegneri li guardarono. Così fecero le altre creature.
Gary si senti rabbrividire.
«Sono i benvenuti,» disse uno degli Ingegneri. «Hai detto
loro quanto siamo felici di averli qui?»
«L’ho detto loro,» dichiarò l’ingegnere 1824.
C’erano delle sedie per i terrestri. Uno degli Ingegneri li
invitò a sedersi, ed essi eseguirono, un po’ goffamente.
Gary si guardò intorno. Erano i soli che avevano delle se-
die. Gli Ingegneri, apparentemente instancabili, erano tutti in
piedi. Alcune creature straniere erano in piedi a loro volta.
Una di esse si sosteneva a una sola gamba, mentre l’altra era
ripiegata sul corpo. Gary cercò di classificare quello strano
essere. Non era né uccello né rettile né mammifero. Era dis-
simile da tutte le creature che la fantasia umana era stata ca-
pace di creare. Delle lunghe gambe squamose, uno stomaco
rigonfio, un capo irsuto, un volto dagli occhi inespressivi e
freddi.
Uno degli Ingegneri cominciò a parlare.
«Ci siamo riuniti qui,» disse il suo pensiero, «per prendere
in esame i modi e i mezzi necessari ad affrontare uno dei più
grandi pericoli...»
Proprio come un oratore politico sulla Terra, pensò Gary.
Cercò di scoprire quale Ingegnere stava parlando, ma non
vide nessuna espressione, nessun movimento, nessun segno
visibile. Cercò di individuare l’ingegnere 1824, ma era fatica
sprecata: tutti gli Ingegneri sembravano perfettamente ugua-
li.
Il discorso prosegui, un’interminabile ondata di pensieri
che spiegavano pacatamente la situazione e i molti problemi
che si presentavano, e sottolineavano l’urgenza dell’azione.
Gary studiò le altre creature che li circondavano, le cose
repellenti e innaturali che erano state portate in quel luogo
dai recessi dell’universo. Rabbrividì.
Diverse creature erano immerse in vasche piene di liquido.
Una vasca bolliva e fumava, come se nel suo interno si svi-
luppasse una violenta reazione chimica; un’altra era nebulo-
sa e sudicia all’aspetto, un’altra era limpida come l’acqua e
conteneva una cosa che paralizzò per un istante le facoltà di
raziocinio di Gary, tanto grande era l’orrore che ispirava.
Un’altra creatura si trovava in una grande sfera di cristallo,
nella quale ondeggiava e si torceva un denso gas, dall’aspet-
to venefico e corrosivo. Gary guardò la sfera e tremò, ringra-
ziando il cielo per quella atmosfera nebulosa che impediva di
distinguere chiaramente la grossa creatura che conteneva:
perché aveva scorto qualcosa di orribile e innominabile, ed
era sicuro che sarebbe impazzito, se avesse potuto vedere
l’alieno perfettamente.
In una piccola gabbia di vetro, sistemata su di un piedistal-
lo di pietra, c’erano diverse piccole creature che si torcevano
come vermi, ed erano diecimila volte più repellenti. Davanti
a Gary c’era un mostro dalla pelle in decomposizione e dalla
bocca bavosa, accoccolato a terra, un intrico di vene e di li-
neamenti sottili e contorti. Il suo sguardo si fissò sul terre-
stre, e Gary guardò subito da un’altra parte.
Non c’era nulla di simile all’uomo, tranne che gli Ingegne-
ri. Erano delle cose che sembravano delle allucinanti carica-
ture delle forme di vita più abominevoli che la natura terre-
stre avesse mai generato. E altre creature non assomigliava-
no a nulla, neppure ai sogni più pazzi delle menti più malate
della Terra.
Erano questi i migliori campioni dell’intelligenza che esi-
steva nell’Universo. Lui, Kingsley e Caroline avevano per
quelle creature un aspetto altrettanto disgustoso?
Lanciò un rapido sguardo a Caroline. Lei stava ascoltando
attentamente, fissando gli Ingegneri. Era meglio per lei, pen-
sò Gary. Era talmente concentrata, che non vedeva quelle
mostruose creature.
L’Ingegnere aveva cessato di parlare, e nella sala era cadu-
to il silenzio. Poi un nuovo impulso di pensiero colpi la men-
te di Gary, pensiero che sembrava freddo e crudele, pensiero
che era del tutto meccanico, privo di passione e di sentimen-
ti. Si guardò intorno, cercando di scoprirne l’origine. Doveva
trattarsi della cosa che si trovava nella sfera di cristallo. Non
riusciva a capire il pensiero, capì solo vaghi frammenti che
parlavano di strutture atomiche e di formule che dovevano
servire a controllare un nuovo afflusso di energia.
L’Ingegnere riprese a parlare.
«Questa soluzione,» affermò, «sarebbe possibile su di un
pianeta simile al tuo, dove un’atmosfera profonda diverse
miglia, composta di gas pesanti, crea le condizioni di pres-
sione alle quali accenni. Noi possiamo creare artificialmente
questa pressione, ma non possiamo farlo al di fuori dei labo-
ratori.»
«Di che diavolo discutono?» domandò Herb.
«Sta’ zitto,» sibilò Gary, e il fotografo, arrossendo, tacque.
Il pensiero freddo e crudele stava muovendo delle obiezio-
ni, cercando di spiegare qualcosa che Gary riusciva a com-
prendere solo vagamente. Gary lanciò un’occhiata a Caroli-
ne, domandandosi se la ragazza riuscisse a seguire la discus-
sione. L’espressione concentrata del suo volto lo rassicurò.
Il freddo flusso di pensiero era cessato, e intervenne un al-
tro pensiero, sottile e lamentoso. Forse, pensò Gary, si tratta-
va di una delle piccole creature vermiformi che si trovavano
nella gabbia di vetro. Quegli essermi schifosi!
Gary guardò la creatura bavosa e aberrante che si trovava
davanti a lui. L’essere sollevò il capo, e nei suoi occhi umidi
a Gary parve di scorgere un’espressione di divertimento.
«Perdio,» si disse il giornalista, «anche lui mi trova para-
dossale.»
Quella discussione tra esseri spaventosi! Quei pensieri la-
mentosi delle creature vermiformi che avrebbero potuto stri-
sciare nel fango della Terra. Il freddo pensiero della cosa al-
lucinante che viveva su di un pianeta coperto da miglia di
gas venefici. Gli occhi dell’essere dalla pelle che pareva in
decomposizione.
Una Crociata Cosmica! Rise di se stesso, dei suoi ideali,
delle sue illusioni. Non se l’era immaginata così. Aveva im-
maginato delle lucenti astronavi da guerra, dei raggi della
morte, uno scontro fra titani, aveva sognato un luogo in cui
solo il coraggio sarebbe stato premiato.
Ma qui non c’era nulla da combattere. Nessuna entità fisi-
ca. Nulla che si trovasse alla portata dell’uomo. Un altro uni-
verso, una creazione possente di spazio e di tempo… era
quello il nemico. Non c’era nulla da fare, contro un nemico
del genere. Nulla, alla portata dell’uomo.
«Questo posto comincia a darmi i brividi,» mormorò Herb.
Capitolo IX

«Possiamo farlo,» disse Caroline. Era davanti a miriadi di


fogli coperti da formule. «Questo lo dimostra,» dichiarò.
Kingsley guardò a sua volta i calcoli.
«Se non ti dispiace, vorresti spiegarmi tutto di nuovo?»
domandò il professore. «E con calma, per favore. È difficile
capirci qualcosa.»
«Kingsley,» disse Herb, «tu sei solo un dilettante. Per di-
ventare in gamba come lei, dovresti vivere quaranta volte.»
«Mi mettete in imbarazzo,» disse Caroline. «È molto sem-
plice. È davvero molto semplice.»
«Certo che è semplice,» disse Tommy, «stupidaggini. Bi-
sogna soltanto curvare spazio e tempo in un piccolo univer-
so. Avvolgerlo intorno a un nucleo di materia solida, e tener-
velo. Roba da ragazzi.»
«Riesco a capire il sistema di controllo dell’energia,» disse
Kingsley. «Quando la frizione degli universi comincerà, tu
sarai in grado di imprigionare la nuova energia in arrivo in
un universo artificiale. L’energia distruggerebbe questo uni-
verso, ma ce ne sarebbe un altro pronto a prendere il suo po-
sto. Non riesco a capire, invece, come sia possibile creare ar-
tificialmente uno spazio a quattro dimensioni.»
«Non è artificiale,» esclamò Gary, «è reale... quanto l’uni-
verso nel quale viviamo. Ma viene fabbricato da esseri uma-
ni, invece che dalle leggi naturali.»
Indicò il foglio pieno di formule.
«Forse,» dichiarò, «il segreto dell’intero universo si trova
su questo foglio. Forse è la chiave di volta della creazione.»
«Forse, e forse no,» disse Kingsley. «I metodi possono es-
sere diversi.»
«A me ne basta uno,» affermò Gary.
«C’è una sola cosa che mi preoccupa,» disse Caroline.
«Noi non sappiamo nulla dell’interspazio pentadimensionale.
Immaginiamo che le sue leggi siano differenti da quelle che
regolano il nostro continuum. Molto differenti. Ma in che
cosa differiscono? Che razza di energia può formarsi laggiù?
Quale forma può assumere?» Li guardò, uno dopo l’altro,
senza trovare una risposta. «La risposta a queste domande
potrebbe cambiare molte cose.»
«È così,» ammise Kingsley. «Potrebbe cambiare molte
cose. Sarebbe come predisporre una trappola per topi, e cat-
turare un orso... o viceversa.»
«Gli Infernali lo sanno,» disse Tommy. «Loro sanno come
navigare nell’interspazio.»
«Ma non ce lo diranno mai,» fece Gary. «Non vogliono la
salvezza dell’universo. Vogliono la sua distruzione, per poter
costruire sulle rovine un mondo nuovo.»
«Potrebbe trattarsi di luce, o di materia, o di calore, o di
moto, o di energia completamente diversa da quelle che co-
nosciamo,» disse Caroline, «non è improbabile, anzi, che si
tratti proprio di una forma di energia a noi sconosciuta. Nel-
l’interspazio le condizioni sono assolutamente aliene.»
«E per essere in grado di controllare questa energia,» disse
Kingsley, «bisogna conoscerne la natura, almeno parzial-
mente.»
«Per lo meno, bisogna sapere come sarà, al momento di
entrare nell’universo,» disse Gary. «Nell’interspazio potreb-
be avere un aspetto, e cambiare entrando nello spazio norma-
le.»
«Le creature dell’altro universo non lo sanno,» disse Tom-
my. «Almeno, a quanto pare. Eppure, sono state loro a sco-
prire il pericolo. Sembra che le loro possibilità si esauriscano
a questo punto.»
Gary si guardò intorno, e vide le pareti del laboratorio, una
grande sala immersa in una luce dorata, piena di macchine
enormi, motori inconcepibili che ronzavano piano.
«La cosa più strana dell’intera faccenda,» dichiarò, «è che
neppure gli Ingegneri possono fare ulteriori progressi. Perché
ci hanno convocati qui? Con questo equipaggiamento, con la
scienza che già possiedono, per loro dovrebbe essere sempli-
ce trovare una risposta a ogni cosa.»
«In questo luogo c’è qualcosa di strano,» dichiarò Herb.
«Sono stato un po’ in giro, e questa città fa venire i brividi.
Non c’è traffico nelle strade. Si può girare per ore e ore, sen-
za vedere un solo Ingegnere. Nessun negozio, nessun teatro,
niente di niente. Tutti gli edifici sono vuoti. Edifici vuoti, ed
è tutto. Una città fatta di edifici vuoti.» Sospirò. «Sembra
una città costruita per qualcuno che non è ancora arrivato.
Per qualcuno che non è mai arrivato.»
Una sensazione simile al terrore afferrò la mente di Gary.
Una sensazione strana e allucinante... un’inesplicabile senso
di rimpianto per quei magnifici edifici bianchi privi tutti di
occupanti.
«Una città costruita per milioni di persone,» disse Herb.
«E nessuno ad abitarla. Solo un manipolo di Ingegneri. Che,
probabilmente, non sono più di centomila.»
Kingsley disse, piano:
«Sembra strano che essi non abbiano mai trovato la rispo-
sta. Con tutta la loro scienza, con le loro apparecchiature
scientifiche...»
Gary guardò Caroline, e sorrise. Era una ragazza, piccola e
minuta. Ma era capace di curvare lo spazio e il tempo, fino a
formare una sfera... o meglio, un’ipersfera. Una ragazza ca-
pace di plasmare lo spazio come le pareva, capace di mani-
polarlo a volontà, costringerlo ad agire nel modo desiderato.
Poteva costruire un piccolo facsimile di universo, un piccolo
universo privato che sarebbe stato suo e di nessun altro. Nes-
suno prima di lei, Gary ne era sicuro, aveva osato pensare,
semplicemente pensare, a una cosa del genere.
La guardò di nuovo. Caroline Martin era più grande degli
Ingegneri? Era capace di risolvere un problema che essi non
avevano neppure affrontato? Era lei, del tutto inattesa, la
mente più grande dell’intero universo? La speranza di so-
pravvivere era riposta esclusivamente nella sua mente?
Sembrava impossibile. Eppure lei aveva pensato al tempo
e allo spazio per più di quaranta vite umane. Con il solo cer-
vello a disposizione, senza strumenti, senza possibilità di
compiere degli esperimenti... del tutto sola, sola con i suoi
pensieri, aveva risolto i problemi più nascosti dello spazio e
del tempo. Senza neppure immaginare, forse, che queste sue
scoperte avrebbero potuto venire usate per uno scopo deter-
minato.
Dei piedi metallici risuonarono sul pavimento del labora-
torio, e Gary si voltò, per accogliere l’Ingegnere 1824. L’uo-
mo di metallo si era avvicinato senza che loro se ne accor-
gessero.
Il suo pensiero li raggiunse, limpido, calmo, privo di ogni
emozione, impersonale... eppure con una sfumatura di calore
quasi umano.
«Ho udito i vostri pensieri,» disse lui. «E non vorrei che
pensiate che lo abbia fatto di proposito. Ma sono molto lieto
di averli uditi. Vi chiedete perché gli Ingegneri vi abbiano
portati qui. Vi chiedete perché gli Ingegneri non possono
fare da soli questo lavoro.»
Lo guardarono con aria colpevole, come dei bambini colti
in fallo.
«Ve lo dirò,» prosegui il pensiero, «e spero che voi capire-
te. È difficile spiegarvelo. È difficile dirvelo, perché noi In-
gegneri siamo pieni di orgoglio. In condizioni diverse, non
ve lo diremmo mai.»
Sembrava una confessione, e Gary guardò l’uomo di me-
tallo con sincero sbalordimento; ma non c’era alcun segno di
espressione sul volto metallico, e gli occhi erano inespressivi
come sempre.
«Noi siamo un vecchio popolo stanco,» disse l’ingegnere.
«Abbiamo vissuto troppo. Siamo sempre stati un popolo
meccanicistico, e più gli anni passavano, più noi proseguiva-
mo su questa strada. Noi avanziamo faticosamente di cosa in
cosa. Non possediamo immaginazione. La scienza che pos-
sediamo, i poteri che deteniamo, li abbiamo avuti in eredità.
In eredità da una grande razza, la più grande razza che sia
mai esistita. Abbiamo aggiunto qualcosa a questa scienza,
ma poco, molto poco. Così poco, che sembra impossibile
crederlo, pensando a tutto il tempo che è trascorso da quando
questa scienza ci è stata affidata.»
«Oh!» esclamò Caroline, e fece per portarsi una mano alla
bocca, urtando il vetro dell’elmetto. La ragazza guardò Gary,
e il giornalista vide una grande compassione negli occhi di
lei.
«Non vogliamo pietà, vi prego,» disse l’ingegnere. «Per-
ché noi siamo un popolo orgoglioso e abbiamo il diritto di
esserlo. Abbiamo tenuto fede al nostro compito, un compito
molto antico, e abbiamo agito bene. Abbiamo custodito gelo-
samente quello che ci è stato affidato. Abbiamo mantenuto
intatto il dono che ci è stato affidato.» Nella breve pausa di
silenzio che segui, Gary si trovò immerso in un’atmosfera
che sapeva di antichità, di scene perdute da tempo immemo-
rabile, di attori ormai dimenticati, di polvere che si era accu-
mulata nel corso dei secoli. Ebbe l’immagine di una razza
ancora pili grande su di un pianeta ancora più grande. E di
un messaggio antico, antichissimo, portato nei secoli da que-
gli uomini di metallo.
«Ma voi siete giovani,» dichiarò l’ingegnere. «La vostra
razza è giovane e intatta. Non siete prigionieri delle conven-
zioni. La vostra mente è libera. Siete pieni di immaginazione
e iniziativa. L’ho capito subito, quando vi ho parlato, quando
voi eravate ancora nel vostro sistema. Ed è di questo che ab-
biamo bisogno... un bisogno disperato. Dell’immaginazione,
per afferrare il problema. Dell’immaginazione, per guardare
avanti, per vedere oltre l’angolo. Una contemplazione creati-
va di quanto è necessario realizzare, e poi il vigore e l’inizia-
tiva necessaria per realizzarlo, per affrontare la sfida e le lot-
te necessarie a superare ogni ostacolo.»
Ci fu un’altra pausa di silenzio.
«Ecco perché siamo così felici di avervi qui,» riprese l’in-
gegnere. «Ecco perché io so di potervi dire quello che deve
essere detto.»
Esitò per un istante, e un milione di pensieri paurosi turbi-
narono nella mente di Gary. Qualcosa che doveva essere det-
to! Qualcosa che non era stato detto prima. Una minaccia an-
cora più grande da affrontare?
Aspettarono, ansiosi.
«Dovreste saperlo,» disse l’ingegnere. «Ma ho quasi pau-
ra, nel dirvelo. Perché è così: Nelle vostre mani, e solo nelle
vostre mani, si trova il destino dell'universo. Voi siete i soli
che potete salvarlo.»
«Nelle nostre mani?» esclamò Tommy. «Questa è pura
follia! Non puoi avere detto questo!»
«E gli altri?» domandò Kingsley. «Tutti gli altri che avete
fatto venire qui insieme a noi?»
«Li abbiamo rimandati indietro,» dichiarò l’ingegnere.
«Non ci erano di nessun aiuto.»
Gary senti che il freddo vento dello spazio gli alitava nuo-
vamente sul volto. L’uomo... l’uomo soltanto... stava tra l’u-
niverso e la distruzione. L’uomo, piccolo e goffo. L’uomo,
con un corpo così delicato che, se si fosse esposto senza pro-
tezione alla forza di gravità di quel mondo mostruoso, sareb-
be rimasto schiacciato come una mosca. L’uomo, piccola
creatura che brancolava perennemente, allungando le mani
verso la luce, senza sapere quello che andava cercando.
E poi lo squillo delle trombe risuonò nell’aria... le mitiche
trombe che chiamavano alla crociata. L’imperioso richiamo
che per diecimila anni aveva mandato alla guerra l’Uomo,
con la mano sull’elsa della spada.
«Ma perché?» stava tuonando Kingsley.
«Perché,» disse l’ingegnere, «noi non possiamo lavorare
con loro. Essi non possono lavorare con nessun altro. Riusci-
vamo a comprenderli a fatica. Il loro processo di intelligenza
era così insondabile, i loro processi di pensiero così contorti,
che la comprensione era quasi impossibile. Non saprò mai
come abbiamo fatto a spiegarci con i nostri messaggi, tanto
da farli venire qui. Molte volte, ci siamo trovati sull’orlo del-
la disperazione. Le loro menti sono così diverse dalle nostre,
così diverse, così diverse. Si trovano ai poli opposti del pen-
siero.»
Bene, pensò Gary, questo era immaginabile. Nell’universo
non esistevano casi di evoluzione fisica parallela, perché
avrebbero dovuto esistere casi di evoluzione mentale paralle-
la?
«Non che le loro mentalità non siano valide quanto la no-
stra,» disse l’ingegnere, «non che essi non abbiano una cono-
scenza scientifica uguale alla nostra, spesso anche maggiore.
Ma non sarebbe stato possibile coordinare le ricerche, com-
prenderci per lavorare insieme.»
«Ma noi comprendiamo i tuoi pensieri,» disse Caroline.
«Tu comprendi i nostri. Eppure, noi siamo lontani da te
quanto loro.»
L’Ingegnere non rispose.
«E tu somigli a noi,» disse Tommy, sottovoce. «Noi siamo
fatti di protoplasma, e tu di metallo, eppure anche tu, come
gli altri Ingegneri, possiedi delle braccia e delle gambe...»
«Questo non significa nulla,» disse l’ingegnere. «Assolu-
tamente nulla. La forma non ha importanza.» Nel pensiero
c’era una nota rabbiosa.
«Non preoccuparti, vecchio mio,» disse Herb. «Noi salve-
remo l’universo. Non so come potremo farlo, ma vedrai che
ve lo salveremo.»
«Non per noi,» lo corresse l’ingegnere. «Ma per gli altri.
Per la vita che esiste ora nell’universo. Per la vita che potrà
esistere in futuro nell’universo.»
«Questo,» disse Gary, senza accorgersi di parlare ad alta
voce. «è un ideale che basterebbe a chiunque.»
Un ideale. Qualcosa per cui combattere. Una spinta che
portava avanti l’uomo, facendolo lottare.
Salvare l’universo per quella mostruosità contenuta nella
sfera di cristallo piena di vapori ribollenti, per le piccole cose
biancastre, vermiformi, per l’orrore con la pelle in decompo-
sizione e la bocca bavosa e l’espressione divertita negli oc-
chi.
«Ma come?» domandò Tommy. «Come potremo farlo?»
«Ce la faremo,» mormorò Kingsley. Poi disse, con voce
più forte. «Ce la faremo.»
Si rivolse all’ingegnere.
«Tu sai quale tipo di energia potrebbe esistere nell’inter-
spazio?» domandò.
«No!» disse l’ingegnere. «Non posso dirtelo. Forse, po-
trebbero farlo gli Infernali. Ma è impossibile saperlo da
loro.»
«Non esiste nessun altro?» domandò Gary, in tono freddo
e distaccato. «Non esiste nessun altro che potrebbe dircelo?»
«Si,» rispose l’ingegnere. «Esiste un’altra razza. Credo
che loro potrebbero dirvelo. Ma non ancora. Non ancora. È
troppo pericoloso.»
«Non importa,» disse Herb, «noi non abbiamo paura dei
pericoli.»
«Tentiamo,» disse Gary, «possiamo andare in due. Se
qualcosa ci accadesse, gli altri potrebbero continuare da
soli.»
«No!» disse l'Ingegnere, e quel pensiero era fermo.
«Perché non possiamo andare a vedere con i nostri
occhi?» domandò Herb. «Potremmo fabbricarci un universo
in miniatura. Entrare in questo spazio pentadimensionale, e
studiare l’energia che vi troviamo.»
«Splendido,» ruggì Kingsley, «meraviglioso. Solo che non
esiste ancora nessuna energia. Non esisterà, finché i due uni-
versi non entreranno in contattore allora sarà troppo tardi per
scoprirlo.»
«Si,» disse Caroline, sorridendo a Herb. «Dobbiamo sape-
re qual è l’energia, prima che essa venga prodotta. Quando
avverrà la frizione, l’energia scaturirà così copiosamente che
il nostro universo verrà cancellato in un tempo brevissimo. Il
primo accenno di frizione ci distruggerà. Ricorda che siamo
esattamente ai confini dell’universo.»
«Non capisco del tutto.» disse l’ingegnere. «Voi parlate di
fabbricare un universo. Voi potete fabbricare un universo?
Curvare spazio e tempo intorno a una massa predeterminata?
Temo che voi scherziate. Questo sarebbe molto difficile.»
Gary sobbalzò. Possibile che Caroline avesse fatto qualco-
sa che un Ingegnere riteneva impossibile? In quel luogo sem-
brava così semplice, banale, quasi, curvare lo spazio-tempo
in un’ipersfera. Niente di speciale. Qualcosa che meraviglia-
va un poco, e che provocava delle discussioni. Poche equa-
zioni scritte su un foglio di carta.
«Certo che possiamo,» ruggì Kingsley. «Questa signorina
l’ha dimostrato matematicamente.»
«Questa signorina,» fu il commento di Herb, «è un feno-
meno, in matematica.»
L’Ingegnere allungò la mano per prendere il foglio che
Kingsley gli porgeva. Ma proprio in quel momento delle luci
rosse cominciarono a lampeggiare per tutto il laboratorio, e
si udì un suono lamentoso... un suono minaccioso.
«Che succede?» gridò Kingsley, lasciando cadere il foglio.
Il pensiero dell'Ingegnere li raggiunse, calmo come sem-
pre, privo di qualsiasi emozione.
«Gli Infernali,» disse, «gli Infernali ci stanno attaccando.»
E mentre l’ingegnere pronunciava queste parole, Gary se-
guì con lo sguardo il foglio che conteneva la chiave di tutti i
misteri dell’universo cadere lentamente a terra.
L’Ingegnere si avvicinò a un pannello nella parete del la-
boratorio. Il suo dito metallico cominciò a schiacciare dei
pulsanti. Uno schermo si accese nella parete, e su di esso vi-
dero il cielo che si stendeva sopra la città. Delle grandi astro-
navi argentee, circondate da linee di forza, si stavano alzan-
do. Si lanciarono nello spazio, a decine, a centinaia, per af-
frontare gli Infernali.
L’Ingegnere regolò alcuni manometri, e la visione si spo-
stò. Stavamo vedendo lo spazio, l’oscurità oltre i confini del-
l’atmosfera. Una scintilla d’argento apparve e si avvicinò ra-
pidamente a loro, dissolvendosi in una nube di astronavi. Mi-
gliaia di astronavi.
«Gli Infernali,» disse l’ingegnere.
Gary senti il respiro affannoso di Herb, vide che Kingsley
apriva e chiudeva il pugno, nervosamente.
«Più forti che mai,» disse l’Ingegnere. «Forse con delle
armi nuove e mortali, forse con degli schermi protettivi più
efficienti. Ho paura, tanta paura che questa sia la nostra
fine... e la fine dell’universo.»
«A che distanza si trovano?» domandò Tommy.
«A poche migliaia di miglia, ormai,» disse l’Ingegnere. «Il
nostro sistema di allarme entra in azione quando essi si tro-
vano a diecimila miglia dalla superficie. Questo ci permette
di mandare la nostra flotta nello spazio ad affrontarli.»
«Possiamo fare qualcosa?» domandò Gary.
«Stiamo già facendo tutto il possibile,» disse l’ingegnere.
«Non voglio dire voi Ingegneri,» disse Gary. «Possiamo
fare qualcosa noi cinque? Qualsiasi cosa? Aiutarvi in questa
battaglia?»
«Non ora,» disse l’ingegnere, «forse più tardi qualcosa ci
sarà. Ma non ora.»
Regolò nuovamente lo schermo, ed essi videro la flotta de-
gli Ingegneri balzare verso lo spazio... una formazione di
scintille contro lo sfondo nero dello spazio.
Ansiosamente, tennero gli occhi fissi sullo schermo, vide-
ro le due flotte avvicinarsi sempre di più, invasori e difenso-
ri. Poi sullo schermo apparvero dei rapidi lampi che non era-
no riflessi delle astronavi, ma qualcosa d’altro... dei lampi
che si lanciavano nello spazio come lame, e cercavano e col-
pivano e squarciavano, come raggi di un faro nella notte. A
un tratto apparve una scintilla rossa, che sparì subito. Un’al-
tra, poi un’altra ancora. Come lucciole nella notte. Però que-
ste non erano lucciole, la loro luce era rossa, e il lampo che
seguiva dava l’impressione dello scatenarsi di un’incredibile
violenza.
«Cosa sono quei lampi?» ansimò Caroline.
«Astronavi che esplodono,»> disse l’ingegnere. «Gli
schermi cedono e l’energia si estingue e poi un raggio o una
bomba atomica riescono a penetrare.»
«Navi che esplodono,» disse Gary. «Ma di chi?»
«Come posso dirlo?» domandò ^Ingegnere. «Possono es-
sere le loro come le nostre.»
E mentre parlava, diversi lampi rossi apparvero sullo
schermo.
Capitolo X

Mezza città era in rovina, un cumulo di macerie fumanti


squarciate dai raggi che scendevano dai margini dell'atmo-
sfera, martoriate dalle bombe atomiche e all'idrogeno che
lampeggiavano come soli nell'atmosfera del pianeta e produ-
cevano rovine per miglia e miglia, facendo crollare le im-
mense torri, lasciando di esse solo macerie fumanti e polvere
che si posava lentamente al suolo.
Dalla zona del combattimento piovevano sulla città dei
frammenti metallici, grandi incrociatori dello spazio ridotti a
carcasse fumanti, grottesche parodie innaturali.
«Possiedono delle nuove armi,» disse l'ingegnere, «nuove
armi e schermi migliori. Possiamo trattenerli ancora. Non so
però per quanto tempo.»
Nel laboratorio, che era sistemato alla base di uno dei grat-
tacieli più alti della città bianca, ormai da molte ore i terrestri
e gli Ingegneri seguivano le sorti della battaglia. Dopo il pri-
mo scontro tra le due flotte e una lunga battaglia ai margini
dell'atmosfera, gli Infernali erano riusciti, lentamente ma si-
curamente, ad avanzare, portandosi a una distanza utile dalla
superficie, e iniziando i bombardamenti.
«Possiedono un annullatore di schermi difensivi,» disse
l'ingegnere, «molto più efficiente di qualsiasi altra arma che
abbiamo mai visto. Le nostre astronavi impiegano troppa
energia per mantenere in funzione i loro schermi, sotto il
continuo attacco dell'annullatore.»
Sullo schermo telescopico un lampo accecante annullò
ogni altra immagine, nell'istante in cui un'altra bomba colpì
una delle torri restanti. La torre fu avvolta da una fiammata e
spari, sollevando un oceano di polvere.
«Non c'è nessuno che possa aiutarci?» domandò Kingsley.
«Certo deve esserci qualcuno cui possiamo chiedere aiuto.»
«Non c'è nessuno,» disse l'Ingegnere, «siamo soli. Per mi-
gliaia di anni luce non esiste nessuna grande razza che possa
aiutarci. Per milioni di anni gli Infernali e gli Ingegneri han-
no lottato, e sono sempre stati in due e non c'è mai stato nes-
sun altro. Così e adesso. Prima, li abbiamo sempre respinti.
Molte volte li abbiamo distrutti quasi interamente, solo pochi
si sono salvati. Questa volta, sembra che siano loro i vincito-
ri.»
«Nessun'altra razza,» disse Gary, meditabondo. «Per mi-
gliaia di anni luce.»
Guardò lo schermo, e vide una carcassa di metallo incan-
descente, che una volta era stata un'astronave, attraversare
l'atmosfera come una meteora per schiantarsi sul cumulo di
macerie che copriva quasi interamente la superficie.
«Invece esiste,» disse, «per lo meno, esiste un'altra grande
razza, molto vicina a noi.»
«Esiste?» domandò Caroline. «E dove?»
«Nell'altro universo,» disse Gary. «Una razza che è grande
e capace quanto gli Ingegneri. Una razza che dovrebbe esse-
re felice di aiutarci in questa lotta.»
«Accidenti,» gridò Herb, «perché non ci abbiamo pensato
prima?»
«Non capisco,» disse l'ingegnere, «ammetto che si tratta di
una grande razza, e che ci sono molto vicini. Troppo vicini a
dire il vero. Ma potrebbero essere anche a un miliardo di
anni luce da noi, e l'effetto sarebbe uguale. Non possono aiu-
tarci. Come farebbero a raggiungerci qui?»
«Si,» disse Kingsley. «Come facciamo a portarli qui?»
Gary si rivolse all'ingegnere.
«Tu hai parlato con loro,» disse, «hai idea di come siano?
Che genere di creature?»
«Sono un grande popolo,» disse l'ingegnere. «In certi cam-
pi, molto più progrediti di noi. Sono stati loro ad avvertirci
del pericolo che si stava avvicinando. Sapevano che i nostri
universi si stavano avvicinando, quando noi non sapevamo
neppure che esistesse un altro universo, oltre al nostro. Sono
delle creature molto intelligenti.»
«Allora, chiamali,» disse Gary, «Informali del fatto che
noi potremmo creare un universo in miniatura... una delle
ipersfere di Caroline.»
«Ma questo non servirebbe a niente,» obiettò l'ingegnere.
«Invece sì,» disse Gary, «se loro potessero sfruttare le leg-
gi dello spazio per formare un rigonfiamento nella superficie
del loro universo. Se potessero raggiungere i confini del loro
continuum spaziotemporale, e creare una piccola bolla di
spazio... una bolla capace di staccarsi e di rendersi indipen-
dente dall'universo-matrice, galleggiando nell'interspazio
pentadimensionale.»
Gary senti l'esclamazione di Kingsley.
«Potrebbero così raggiungere il nostro universo,» ruggì lo
scienziato. «Potrebbero navigare nell'interspazio, perfetta-
mente al sicuro.»
«Esattamente,» rispose Gary.
«Gary, è un'idea formidabile!» mormorò Caroline.
«Ragazzi,» disse Herb, «non vedo l'ora di vedere gli Infer-
nali alle prese con le creature dell'altro universo!»
«Forse,» fece Tommy, «essi non verranno.»
«Parlerò io con loro,» disse l'Ingegnere.
Lasciò il locale, e i terrestri lo seguirono lungo un altro
grande corridoio, che li portò in una sala piena di complicati
apparecchi.
L'Ingegnere si avvicinò a un quadro di comando e mano-
vrò pulsanti e manometri. I grandi condotti tubolari della
macchina furono percorsi da fiamme di luce azzurrina, e un
profondo ronzio si levò dallo strano apparecchio.
Udirono il pensiero dell'ingegnere che chiamava le creatu-
re dell'altro universo. E quel pensiero veniva inviato dalla
macchina al di là dello spazio e del tempo.
Poi giunse un altro pensiero, un flusso di pensieri che era
impossibile comprendere, confusi e distorti e sconnessi
com'erano. Ma, a quanto pareva, l'ingegnere comprendeva
perfettamente.
Due entità raziocinanti che si parlavano. E l'abisso scono-
sciuto dell'interspazio pentadimensionale li separava.
Il ronzio si attenuò e la luce azzurra si spense.
L'Ingegnere si voltò.
«Verranno,» annunciò ai terrestri, «ma solo a una condi-
zione.»
Improvvisamente, un brivido che non era di freddo percor-
se la schiena di Gary. Una condizione! A questo lui non ave-
va pensato., non aveva pensato che quelle altre creature
avrebbero potuto porre dei termini, richiedere delle conces-
sioni, cercare di avere un guadagno dal favore concesso alle
creature di un altro universo.
Li aveva sempre creduti esseri amichevoli, simili agli In-
gegneri, dedicati a una grande missione, la difesa della vita
nel loro universo Ma allora? Potevano uscire dal loro univer-
so per salvare delle creature straniere, oppure volevano lotta-
re soltanto per se stessi? Esistevano in realtà dei concetti
come il disinteresse e la fratellanza universale? Oppure gli
universi, nel futuro, avrebbero cercato di sopraffarsi a vicen-
da, come era stato per le nazioni terrestri dei tempi antichi,
quando la furia di distruzione e la sete di potere avevano pre-
valso su qualsiasi sentimento di amicizia e di
collaborazione?
«A quale condizione?» domandò Kingsley.
«Noi dobbiamo scoprire qualcosa riguardo la natura del-
l'interspazio e dell'energia che sarà generata dalla frizione
degli universi,» disse l'ingegnere. «Loro vogliono venire a
combattere per noi, ma non vogliono provocare una catastro-
fe su scala universale. Nessuno conosce la vera natura del-
l'interspazio. Nessuno conosce le sue leggi. Potrebbero esse-
re completamente diverse da quelle che regolano i nostri uni-
versi, potrebbero sfidare ogni nostra scienza. Hanno paura
che, generando l'universo-bolla che permetterebbe loro di
raggiungerci, venga scatenata quell'energia che tutti temia-
mo.»
«Un momento,» disse Gary, «questo non l'avevo pensato,
quando ho proposto l'idea. Cioè, mi è venuto in mente solo
adesso. Quando tu hai pronunciato la parola “condizione”,
mi è venuto in mente che quelle creature avrebbero potuto ri-
chiedere delle concessioni, delle promesse. Mi sono sbaglia-
to, ho interpretato male il pensiero. Ma l'idea rimane. Non
sappiamo come sono quegli esseri dell'altro universo. Non
sappiamo il loro aspetto, né la natura della loro filosofia, né
quello che possono fare. Se permettiamo loro di venire qui,
forniremmo loro una chiave per entrare nel nostro universo.
Potrebbero essere pacifici, e potrebbero anche non esserlo.
Potrebbero impadronirsi del nostro universo.»
«C'è qualcosa di vero, in quello che dice Gary,» fece Tom-
my. «Avremmo dovuto pensarci prima..»
«Non lo credo,» disse l'ingegnere, «ho buone ragioni per
credere che quegli esseri non rappresentano una minaccia,
per noi.»
«Quali ragioni?» ruggì Kingsley.
«Ci hanno avvertiti del pericolo,» replicò convinto l'inge-
gnere.
«Volevano aiutarci,» disse Tommy.
«Non siamo stati di grande aiuto, per loro,» disse l'inge-
gnere.
«Che differenza fa?» domandò Herb, «finché non trovia-
mo un rimedio, saremo sempre condannati, vada come vada.
E questo vale anche per l'altro universo. Se potessero salvarsi
distruggendo noi, forse lo farebbero: ma siamo sulla stessa
barca, e di qui non si scappa.»
«È vero,» ammise Kingsley. «Sarebbe nel loro interesse
aiutarci a sconfiggere gli Infernali. Non possono attaccarci,
finché non troviamo il modo di controllare quell'energia.»
«E noi non possiamo controllare qualcosa che non com-
prendiamo,» disse Caroline. «Dobbiamo scoprire cosa sia
questa energia, dobbiamo saperne di più, e quando lo sapre-
mo, potremo tentare di trovare un modo per salvarci.»
«Quanto tempo abbiamo a disposizione per scoprire il
modo di impedire la grande esplosione?» domandò Gary.
«Molto poco tempo,» disse l'ingegnere, «molto poco tem-
po. Siamo pericolosamente vicini al punto critico. Tra poco i
due continuum cominceranno a reagire alla reciproca vici-
nanza, provocando le linee di forza e di tensione che scatene-
ranno i campi di energia dell'interspazio.»
«E tu dici che esiste un'altra razza capace di spiegarci la
natura dell'interspazio?»
«So di un'altra razza,» disse l'ingegnere, «possono esserce-
ne delle altre, ma io conosco solo questa. Ed è difficile rag-
giungerla. Forse impossibile.»
«Ascolta,» disse Gary, «è la nostra sola speranza. È lo
stesso, se falliamo nel tentativo di raggiungere questa razza,
e se restiamo qui ad aspettare la fine. Possiamo tentare in due
soli. Gli altri potrebbero scoprire qualcos'altro, prima che sia
troppo tardi. Le ipersfere di Caroline potrebbero controllare
l'energia, ma non possiamo esserne certi. E dobbiamo esser-
ne certi. L'universo dipende dalla nostra certezza. Non pos-
siamo semplicemente sparare nel buio. Dobbiamo sapere.»
«E se scopriamo la risposta,» disse Herb, «quelli dell'altro
universo potrebbero venire a occuparsi degli Infernali, men-
tre noi ci prepariamo a combattere il pericolo più grande.»
«Temo che dovremo correre il rischio,» disse Kingsley.
«Rischio,» disse l'Ingegnere, «è molto di più di un rischio.
Il luogo che ho in mente potrebbe anche non esistere.»
«Potrebbe anche non esistere?» domandò Caroline, con la
voce velata dalla paura.
«È molto lontano,» disse l'ingegnere. «Non è lontano nello
spazio... forse nello spazio ci è vicino. Ma è lontano nel tem-
po.»
«Nel tempo?» domandò Tommy. «Una grande civiltà del
passato?»
«No!» rispose l'ingegnere. «Una civiltà del futuro. Una ci-
viltà che potrebbe anche non esistere mai. Una che forse non
esisterà mai.»
«Come fai a sapere della sua esistenza, allora?» esclamò
Gary.
«Ho seguito la probabile linea di quel mondo,» disse l'in-
gegnere. «Ma non la sua reale linea di sviluppo, bensì la li-
nea di sviluppo futura. L'ho tracciata nel regno delle probabi-
lità. L'ho seguita nel tempo, ho visto quello che non esiste
ancora, che forse non esisterà mai. Ho visto le ombre della
probabilità.»
Gary era stordito. Che discorso era questo? Seguire le pro-
babili linee di sviluppo di un mondo. Tracciare il corso di un
impero prima che esso fosse esistito! Vedere un luogo che
forse non sarebbe mai esistito. Parlare di mandare degli esse-
ri viventi in un luogo che avrebbe anche potuto non esistere
mai!
Ma Caroline aveva ripreso a parlare, con voce fredda e
calma.
«Vuoi dire di avere usato i tuoi strumenti per seguire an-
che nel regno delle probabilità le direttrici più evidenti della
storia di questo mondo? Capisco. Hai stabilito il fatto che in
un tempo futuro un certo mondo potrebbe esistere, mante-
nendosi le condizioni di cui eri a conoscenza. Cioè, salvo
l'avvento di circostanze imprevedibili, quel mondo dovrebbe
fatalmente essere come tu lo hai visto: però non puoi essere
certo che esso esisterà mai, perché la direttrice di sviluppo di
questo mondo non può prendere in considerazione i fattori
accidentali che potrebbero distruggerlo o impedirgli di segui-
re la strada che tu hai tracciato, la strada che, logicamente,
avrebbe dovuto seguire.»
«È proprio così,» disse l'ingegnere, «meno che in un parti-
colare. E cioè, che questo mondo esisterà, come l'ho visto io,
in una certa misura. Perché tutte le probabilità devono esiste-
re, in una certa misura. Ma la sua esistenza potrebbe essere
così tenue da renderci impossibile di raggiungerlo... una pro-
babilità così tenue che per noi, esseri concreti, non esistereb-
be neppure. In altre parole, non potremmo metterci piede.
Per ogni cosa reale ci sono delle probabilità infinite, tutte
esistenti, la cui esistenza, anche vaga, è originata dal fatto di
essere probabili o di essere state probabili o di potere essere
probabili in futuro. La forza delle circostanze e delle condi-
zioni sceglie poi una di queste probabilità, facendone la real-
tà. Ma anche le altre esistono, allo stesso modo. Magari, si
tratta di un'esistenza che non possiamo neppure avvertire.»
«Ma tu hai visto questa vaga probabilità?» domandò King-
sley.
«Si,» disse l'ingegnere. «L'ho vista molto chiaramente.
Così chiaramente, che sono tentato di credere al suo comple-
to avverarsi, nei tempi a venire. Ma di questo non posso es-
sere sicuro. Come ho detto, potrebbe non esistere, potrebbe
non esistere mai... per lo meno, in una misura da noi percepi-
bile... e così, non potrebbe influenzare le nostre vite.»
«Ma c'è una possibilità di raggiungere questo mondo,
però?» domandò Gary.
«La possibilità esiste,» dichiarò l'ingegnere.
«Allora, che stiamo aspettando?» domandò Herb, con im-
pazienza.
«Ma se l'universo viene distrutto,» disse Gary. «Se noi do-
vessimo fallire e l'universo venisse distrutto, questa probabi-
lità esisterebbe ancora? Il fatto che tu l'hai vista non baste-
rebbe a provare che noi saremo in grado di salvare l'univer-
so?»
«Questo non dimostra niente,» disse l'ingegnere. «anche se
l'universo venisse distrutto, la probabilità rimarrebbe, perché
quel mondo avrebbe potuto esistere. La distruzione dell'uni-
verso rappresenterebbe il fattore casuale capace di eliminare
la realtà e costringere tutte le linee di probabilità a rimanere
nel regno delle probabilità.»
«Vuoi dire,» mormorò Caroline, «che noi potremmo anda-
re in un mondo che esiste solo nel regno delle probabilità, e
trovare su di esso delle informazioni che ci renderebbero ca-
paci di salvare l'universo... e che perfino dopo la distruzione
dell'universo, se noi dovessimo fallire, l'informazione che
avrebbe potuto salvarlo sarebbe ancora esistente, e a disposi-
zione, naturalmente troppo tardi per esserci utile, su quel
mondo probabile?»
«Si,» disse l'Ingegnere, «ma allora non ci sarebbe più nes-
suno in grado di trovarla. La soluzione rimarrebbe là, inuti-
lizzata, quando ormai sarebbe troppo tardi per usarla. È così
difficile spiegare questo concetto, come dovrebbe essere
spiegato.»
«Forse saranno bellissimi discorsi, ma a me piace agire,»
disse Herb. «Quando partiamo per questo posto che potrebbe
non esserci più quando raggiungeremo la nostra destinazio-
ne?»
«Ve lo farò vedere,» disse l'ingegnere.
Lo seguirono attraverso un labirinto di laboratori, e rag-
giunsero un locale spoglio, che conteneva soltanto una enor-
me coppa levigata incorporata nel pavimento, che rifletteva
la luce di una grande lampada che splendeva nel soffitto,
perpendicolarmente alla coppa.
L'Ingegnere indicò la coppa.
«Guardate,» disse.
Si avvicinò a un quadro di comando, che si trovava sulla
parete opposta, e inserì rapidamente un'equazione in una
macchina calcolatrice. La macchina ronzò e ticchettò e gor-
gogliò mentre l'ingegnere schiacciava una serie di pulsanti.
L'interno della coppa si oscurò e parve iniziare un lento mo-
vimento, tanto da parere un gigantesco vortice di nulla. L'im-
pressione divenne sempre più forte con il passare dei secon-
di: c'era effettivamente un movimento.
Gary fissò la coppa, ipnotizzato... e forse il movimento di
essa aveva effettivamente delle qualità ipnotiche.
Poi il nulla ruotante cominciò ad assumere una forma, ne-
bulosa, tenue, come se stessero guardando un sistema solare
sconosciuto da una grande distanza. Il sistema solare svanì, e
la coppa inquadrò un singolo pianeta. Il pianeta divenne
sempre più grande, divenne un'immensa sfera che ruotava
lentamente nello spazio.
Poi esso riempi l'intero campo visivo, e Gary vide mari e
città e montagne e grandi distese desertiche. Ma le montagne
non erano alte, erano più colline livellate dal tempo che
montagne vere e proprie, e i mari erano poco profondi. I de-
serti ricoprivano quasi interamente il pianeta, e le città erano
in rovina.
Ma c'era qualcosa di terribilmente familiare in quella sfera
che ruotava nello spazio, qualcosa che colpiva la mente e il
ricordo, qualcosa che riguardava quel sistema solare... come
se Gary lo avesse già visto in precedenza.
E poi la rivelazione lo colpì con tutta la sua forza.
«È la Terra!» esclamò Gary. «Questa è la Terra!»
«Si,» disse l'ingegnere, «questo è il vostro pianeta, ma lo
vedete come sarà tra milioni e milioni di anni. È un pianeta
vecchio, molto vecchio.»
«O forse non lo sarà mai,» mormorò Caroline.
«Hai ragione,» ammise l'ingegnere, «o forse non lo sarà
mai.»
Capitolo XI

L'astronave di Tommy Evans era posata su una delle piat-


taforme più basse della città, appena più sopra del livello dei
laboratori. Tra pochi minuti l'astronave sarebbe stata solleva-
la, e lanciata attraverso una contrazione nel tempo e nello
spazio che l'avrebbe mandata sulla Terra che essi avevano
visto nella coppa luminosa... una Terra che era solo una pro-
babilità... una Terra che, se fosse mai esistita, non sarebbe
esistita prima di molti milioni di anni. Gary gli diede un'ami-
chevole pacca sulla schiena.
«Te la restituirò in condizioni perfette,» disse.
«Vi aspetteremo,» brontolò Kingsley.
«Diavolo,» brontolò a sua volta Herb. «Non mi concedete
il minimo svago. Ecco qui: tu e Caroline andate sulla Terra,
e io devo restare qui.»
«Ascolta,» ripete Gary, per la millesima volta, «è assurdo
mettere a repentaglio la vita di tutti noi. Caroline viene per-
ché potrebbe essere l'unica capace di comprendere ciò che il
futuro popolo della Terra potrebbe dirci, e io vado con lei
perché vi ho battuti a poker. E vi ho battuti regolarmente.»
«Sono stato uno stupido,» si lamentò Herb, «avrei dovuto
sapere che avevi un asso nella manica. Hai sempre tenuto un
asso nella manica.»
Tommy sorrise.
«Ho avuto una maledetta sfortuna,» disse, «avremmo do-
vuto giocare almeno un paio di mani, non una sola.»
«Era un modo per decidere, ecco tutto,» disse Gary. «Vo-
levamo partire tutti, così abbiamo giocato una mano di po-
ker. Non potevamo sprecare del tempo prezioso per giocarne
di più. Io ho vinto. Cosa volete di più?»
«Tu vinci sempre,» si lamentò Herb.
«Quante possibilità di successo avete?» domandò Tommy
a Caroline.
Lei si strinse nelle spalle.
«In teoria, funziona,» dichiarò la ragazza, «quando siamo
venuti qui, gli Ingegneri hanno dovuto operare una distorsio-
ne nel tempo e nello spazio per farci arrivare, ma hanno di-
storto i due elementi in eguale misura. In misura perfetta-
mente uguale. Ma in questo caso, bisogna distorcere il tempo
molto di più. I fattori sono diversi. Però, abbiamo delle otti-
me possibilità di raggiungere la nostra destinazione.»
«Se la trovate, quando sarete là...» cominciò Herb, ma
Kingsley lo zittì, con un grugnito rabbioso.
Caroline impartì le ultime istruzioni a Kingsley.
«Gli Ingegneri hanno compreso le equazioni
dell'ipersfera,» stava dicendo la ragazza. «Lavora con loro.
Cerca di disporne diverse nel nostro spazio, e cerca di sco-
prire se è possibile collocarne una, almeno una, al di fuori
dell'universo. Affondandola direttamente nell'interspazio.
Potrebbe servirci in seguito.»
Una violenta esplosione fece tremare il suolo. Il lampo ac-
cecante di una bomba atomica fece impallidire la luce dei
soli.
«Questa era vicina,» disse Tommy. Ormai si erano abituati
al bombardamento.
Gary sollevò il capo, e scorse molto in alto il riverbero ar-
genteo delle astronavi.
«Gli Ingegneri non possono resistere ancora per molto,»
ruggì Kingsley. «Se vogliamo fare qualcosa, dobbiamo fare
in fretta.»
«Ecco di nuovo la contrazione,» disse Herb. Infatti nel cie-
lo era apparsa la ruota luminosa, che girava lentamente su se
stessa... l'avevano già vista su Plutone. Ed era stata la porta
che li aveva condotti in un altro mondo.
«Penso che sia ora di andare,» disse Caroline. Nella sua
voce si udì chiaramente l'ombra di un singhiozzo.
La ragazza si rivolse a Kingsley.
«Se non torniamo indietro,» gli disse, «provate ugualmen-
te con le ipersfere. Cercate di assorbire l'energia. Non dovre-
te controllarne il deflusso per molto tempo. Solo fino a quan-
do l'altro universo non esploderà. Allora, noi saremo salvi.»
Sparì nel portello, e Gary la seguì. Si voltò a guardare i tre
che erano rimasti... il grosso Kingsley, il cui volto li stava
fissando forse per l'ultima volta; Tommy Evans, l'entusiasta,
il ragazzo che aveva sognato di volare fino ad Alpha Centau-
ri e invece era giunto ai confini dell'universo; Herb, il foto-
grafo, petulante e impacciato, che si stava, rodendo il cuore
perché non poteva partire. Gary li salutò, provando un impe-
to di emozione, ed essi gli restituirono il saluto. Poi il giorna-
lista entrò nell'astronave, e il portello a tenuta stagna si chiu-
se alle sue spalle.
Nella cabina di pilotaggio si tolse il casco e sedette al suo
posto. Guardò Caroline.
«Fa piacere potersi togliere il casco,» mormorò.
Lei annui, e lo imitò.
Gary schiacciò in rapida successione diversi pulsanti. In-
dugiò un istante, prima di premere il bottone di lancio.
«Ascolta, Caroline,» disse, «quante probabilità di successo
abbiamo?»
«Ci arriveremo,» rispose lei.
«No!» esclamò lui. «Non dire così. Voglio sapere la verità.
Abbiamo almeno una probabilità di successo?»
I loro sguardi si incontrarono.
«Si, abbiamo qualche probabilità di successo,» rispose lei.
«Non certo il cinquanta per cento. Ci sono tanti fattori im-
prevedibili, tanti avvenimenti casuali che possono cambiare
tutto. Abbiamo in mano solo dei calcoli matematici.»
Lui rise, seccamente.
«È una specie di tiro al bersaglio, non capisci?» disse lei.
«Un bersaglio distante milioni di anni luce, e milioni di anni
nel tempo, e tutti i calcoli vanno fatti di conseguenza. È dif-
ficile.»
La guardò, incerto. Lei diceva che era difficile. Lui poteva
rendersi solo vagamente conto delle difficoltà. Solo un genio
matematico poteva capire... un genio, però, che avesse vissu-
to per quaranta vite.
«E anche se riusciamo a colpire il bersaglio,» disse, «po-
tremmo anche non trovarlo al suo posto.»
Schiacciò il pulsante, rabbiosamente. Gli ugelli eruttarono
fiamme, e l'astronave partì. Stavano salendo, ma la città li
circondava ancora, con le sue torri mozzate, i suoi cumuli di
macerie fumanti, i vasti crateri scavati dalle bombe degli in-
vasori.
La ruota luminosa che circondava l'apertura del passaggio
nello spazio-tempo si trovava nel cielo, proprio tra due torri
mozzate. Gary fece qualche rapida correzione alla rotta, e l'a-
stronave puntò il muso verso il centro del vortice.
La velocità ascensionale aumentava.
«Ci siamo quasi,» mormorò Gary. «Lo sapremo tra poco.»
Di nuovo sul suo volto soffiava il vento freddo dello spa-
zio; e un brivido gli percorreva il corpo. L'antica sfida dell'i-
gnoto. L'antica gloria della crociata.
Lanciò un'occhiata a Caroline. La ragazza stava fissando il
vortice, proprio al centro, dove il foro oscuro della apertura
diventava sempre più grande di minuto in minuto.
La ragazza si avvicinò a lui.
«Oh, Gary!» singhiozzò, e poi l'astronave piombò nell'o-
scurità che pareva palpabile e soffocante, e tutto scomparve
all'interno della cabina.
Udì la voce della ragazza che giungeva dalle tenebre, vici-
no a lui.
«Gary, ho paura!»
Poi l'oscurità spari e l'astronave si trovò di nuovo nello
spazio... in uno spazio punteggiato di stelle, che parevano
stranamente amichevoli e familiari, dopo la breve cavalcata
nell'abisso del nulla.
«Eccola là!» gridò Caroline, e Gary sospirò profondamen-
te, dando sfogo alla tensione nervosa accumulata in quei
drammatici istanti.
Sotto di loro ruotava un pianeta, uguale a quello che ave-
vano visto nella nebulosa coppa degli Ingegneri. Un pianeta
le cui possenti montagne erano state livellate dal tempo e
dalle stagioni, ed erano diventate colline, un pianeta dai mari
poco profondi e dall'atmosfera che diventava sempre più sot-
tile.
«La Terra,» disse Gary, guardando il pianeta.
Si, la Terra. La culla dell'umanità, che adesso era un pia-
neta vecchio, decrepito, destinato alla fine, ormai sfruttato
completamente. Un pianeta che aveva generato una grande
razza... una razza capace di cercare sempre un nuovo mistero
da risolvere, una nuova sfida da accettare, una nuova batta-
glia da vincere. Una razza di crociati.
«C'è davvero,» disse Caroline. «È reale.»
Gary diede un'occhiata agli strumenti. Erano a un'altezza
di cinquecento miglia dalla superficie, e ancora non veniva
registrata la minima traccia di atmosfera. Lentamente, l'a-
stronave stava scendendo verso la superficie, ma intorno a
loro si stendeva soltanto lo spazio.
Respirò affannosamente. Gli strumenti erano in grado di
registrare anche la minima traccia di gas, e fino a quel mo-
mento erano rimasti inerti.
La Terra doveva essere antica! La sua atmosfera sfuggiva
sempre più velocemente nello spazio, lasciando del pianeta
soltanto lo scheletro esposto, nudo nel gelo dello spazio. Lo
spazio, freddo e inesorabile, stava raggiungendo la culla del-
la razza umana.
Gli strumenti registrarono le prime tracce di atmosfera a
circa duecento miglia dalla superficie.
La crosta del pianeta era illuminata da un Sole che doveva
avere perduto gran parte della sua energia, perché la luce era
molto debole, in confronto a quella che Gary ricordava. II
Sole era invisibile dalla loro posizione, perché si trovava alle
loro spalle.
Scesero rapidamente verso la superficie. Studiarono con
ansia la terra che si stendeva sotto di loro, alla ricerca di
qualche segno di vita: ma scorsero solamente una città, e lo
schermo telescopico mostrò che essa era completamente in
rovina. La sabbia si era accumulata sugli edifici, ridotti a
pure ossature, e aveva coperto dei grandi muri sgretolati.
«Ai suoi tempi deve essere stata una grande città,» disse
Caroline, sottovoce. «Chissà cosa è accaduto ai suoi abitan-
ti.»
«Si saranno estinti,» disse Gary, «oppure sono partiti per
un altro pianeta, forse per un altro sistema stellare.»
Lo schermo telescopico inquadrava delle scene di desola-
zione, una dopo l'altra, senza soluzioni di continuità. Grandi
deserti nei quali le dune di sabbia si muovevano come le
onde della marea, miglia e miglia di sabbia, senza la minima
traccia di vita vegetale. Poi delle colline livellate dal tempo,
dalle pendici argillose, sulle quali pochi arbusti scheletrici
sostenevano l'ultimo assalto di un ambiente ostile.
L'astronave entrò nella zona oscura del pianeta, e fu allora
che videro la Luna. Era enorme, occupava da sola la decima
parte del cielo, incombeva minacciosa sull'orizzonte come un
pallone color arancio.
«Che bella!» disse Caroline.
«Bella e pericolosa,» disse Gary.
Doveva avvicinarsi al limite di Roche, pensò Gary. Nella
sua corsa nel cielo, anno dopo anno il satellite si avvicinava
sempre di più alla Terra. Quando avesse raggiunto un certo
limite il complesso gioco della meccanica celeste sarebbe
stato turbato, la forza di gravità avrebbe fatto esplodere il sa-
tellite, e i suoi frammenti avrebbero cominciato a circolare in
un'orbita propria, intorno al pianeta, creando una riproduzio-
ne in miniatura dei grandi anelli di Saturno. Ma le stesse for-
ze che avrebbero provocato l'esplosione della Luna si sareb-
bero manifestate anche sulla Terra, dando inizio a violente
attività vulcaniche, a catastrofici sismi, a mostruose ondate
di marea. Le montagne sarebbero sprofondate, e dalla terra si
sarebbero sollevati dei nuovi continenti. Il volto della Terra
sarebbe mutato ancora una volta, come era già accaduto in-
numerevoli volte. Come era accaduto durante il periodo di
tempo trascorso tra la partenza di Gary e quel momento, per-
ché per quanti sforzi facesse, il giornalista non riusciva a ri-
conoscere i contorni dei continenti e dei mari, come li ricor-
dava.
Pensò ai mutamenti che dovevano essere avvenuti. La Ter-
ra aveva rallentato il suo movimento di rotazione. Probabil-
mente adesso una notte durava almeno un mese, e il giorno
prendeva lo stesso periodo. Lunghi giorni roventi e intermi-
nabili notti di gelo. Secolo dopo secolo, con la Luna che fun-
geva da freno al movimento della Terra, con un costante au-
mento della massa, dovuto alla caduta delle meteore. E così
la Terra aveva perduto le proprie energie. L'aumento della
massa e la diminuzione dell'energia avevano rallentato il mo-
vimento di rotazione, e avevano allontanato sempre di più
dal Sole il pianeta, spingendolo verso l'abisso gelido dello
spazio esterno. E adesso la Terra stava perdendo la sua atmo-
sfera. La forza di gravità stava indebolendosi, e i preziosi gas
che ricoprivano quel mondo sparivano nel vuoto.
«Guarda!» esclamò Caroline.
Gary si riscosse dalle sue meditazioni, e vide una città che
si ergeva davanti a loro, e torreggiava sull'orizzonte, in tutto
il suo splendore metallico.
«Gli Ingegneri hanno detto che avremmo trovato qualcu-
no, sulla Terra,» mormorò Caroline. «Forse li troveremo lag-
giù.»
La città stava cadendo in rovina. Senza dubbio il deserto
aveva occupato la maggior parte di essa, stringendo quanto
ne rimaneva in un cerchio inesorabile. Molti edifici erano
soltanto macerie. Però ne resistevano alcuni, miracolosamen-
te intatti, e da quel poco che era rimasto si poteva immagina-
re la grandiosità di quella città, nei tempi del suo maggiore
fulgore.
Gary fece discendere l'astronave sulla città, scegliendo
come punto d'atterraggio una spianata che si trovava davanti
al più grande degli edifici rimasti in piedi. E quello edificio
era meraviglioso, al di là di ogni descrizione: la sua struttura
architettonica era una poesia fatta di grazia e di ritmo, tanto
da apparire troppo fragile e delicata per quel mondo logoro e
consunto.
L'astronave si fermò sulla sabbia.
«Siamo arrivati,» dichiarò Gary, alzandosi.
«Non credevo .che avremmo potuto farcela,» confessò Ca-
roline. «Le possibilità contrarie erano tante...»
«E invece ce l'abbiamo fatta,» disse lui. «E abbiamo un la-
voro da fare.»
Si assicurò bene il casco.
«Immagino che ne avremo bisogno,» disse.
Lei lo imitò, e uscirono insieme dal portello.
Il vento soffiava tra le rovine, e la sabbia danzava nell'aria,
intrufolandosi ovunque, bussando con i suoi mille granelli
alla porta del grande edificio che si trovava davanti a loro.
Una forma snella scivolò dietro una duna e raggiunse in un
batter d'occhio il riparo offerto da un cumulo di macerie...
una forma che avrebbe potuto essere un cane delle praterie o
qualsiasi altra cosa.
Gary fu colpito dal senso di desolazione che si sprigionava
da quel luogo.
Rabbrividì. Non avrebbe dovuto provare quei sentimenti,
ritornando sul suo pianeta natale. Non avrebbe dovuto sentir-
si così, ritornando a casa dai confini dell'universo.
Ma i limiti dell'universo non erano la fine del tutto... Erano
solo i confini dell'universo. Perché l'universo non era tutto.
Al di là di esso si stendevano degli altri universi, in uno spa-
zio e in una successione che facevano tremare la mente. L'u-
niverso era soltanto una piccola unità del tutto, forse piccola
nei confronti del tutto quanto la Terra era piccola nei con-
fronti del suo Universo. Un granello di sabbia sulla riva del
mare, pensò... meno di un granello di sabbia sulla riva del
mare.
E questa, pensò Gary, avrebbe potuto anche non essere la
Terra. Avrebbe potuto trattarsi soltanto del fantasma della
Terra... una probabilità che aveva acquistato forza e consi-
stenza e un'esistenza apparente perché non era diventata real-
tà per qualche fattore accidentale e imprevedibile.
La sua mente tremò a questo pensiero, di fronte all'incredi-
bile panorama di possibilità che il pensiero suscitava, all'infi-
nito numero di possibilità la cui esistenza era soltanto un'esi-
stenza illusoria, fantomatica, e ciascuna possedeva una sua
spettrale realtà, per il solo fatto di non essersi realizzata pur
essendo possibile. Fantasmi delusi, pensò, che piangevano il
loro dolore nell'eternità.
Caroline era dietro di lui. Gli auricolari del casco gli tra-
smisero la voce fioca della ragazza.
«Gary, è tutto così strano.»
«Si,» disse lui. «Strano.»
Cautamente andarono avanti, verso la porta del grande
edificio di metallo, ricco di torri e di guglie e di costruzioni
aeree tra le quali i raggi di luna si frangevano in una fredda
cascata di bellezza irreale.
La sabbia scricchiolava sotto i loro piedi. Il vento produce-
va dei rumori acuti e lamentosi, e nella sabbia luccicavano
dei cristalli di ghiaccio, lacrime di un'atmosfera imprigionata
nella morsa di un gelo mortale.
Raggiunsero la porta, e guardarono all'interno. C'era un
buio completo, all'interno, e Gary prese in mano la torcia a
batteria atomica. Il raggio di luce illuminò un grande atrio a
volta, che terminava davanti alla porta, e conduceva al centro
dell'edificio.
Gary ansimò, preso da una paura senza nome, la paura del
buio e dell'ignoto, dell'antico e dell'irreale.
«Possiamo anche entrare,» disse, combattendo la paura.
I loro passi echeggiarono nell'oscurità della sala.
Gary si senti schiacciare dal peso dei secoli... e degli occhi
di molte nazioni e di molti uomini che lo scrutavano nasco-
stamente, gelosi custodi delle antiche tradizioni posti a impe-
dire l'intrusione di intelligenze straniere. Perché lui e Caroli-
ne erano .stranieri, se non per la carne, almeno nel tempo, e
la sensazione era viva e soffocante. La architettura del salo-
ne, l'atmosfera del lungo corridoio silenzioso, la pace che
gravava su quel pianeta morto o morente, erano i segni ine-
quivocabili della verità.
Di colpo il corridoio terminò, ed essi si trovarono in quella
che pareva una grande sala. Gary fece girare il fascio di luce
proiettato dalla torcia, ed esplorò il luogo nel quale si erano
ritrovati. Era pieno di mobili. Lunghe file di poltrone erano
disposte davanti a un podio, e le pareti erano fornite di pan-
che elaborate.
Una volta, molto tempo prima, quella avrebbe potuto esse-
re una sala di riunione, il luogo in cui venivano prese delle
grandi decisioni. In questa stanza, si disse Gary, forse è stata
scritta la storia, forse è stato tracciato il corso di un impero
cosmico, forse è stato deciso il destino delle stelle.
Ma adesso in quella stanza non si vedeva il minimo segno
di vita, c'era solo un cupo silenzio che sembrava mormorare
in un linguaggio senza idioma la storia di giorni e di volti e
di problemi che ormai il corso dei secoli aveva spazzato via.
Si guardò intorno, e rabbrividì.
«Questo posto non mi piace,» disse Caroline.
Una luce si accese improvvisamente quando una porta si
apri e un flusso di pensiero li raggiunse, il flusso di un pen-
siero che era sicuramente umano e amichevole:
«Cercate qualcuno?»

Capitolo XII

Sorpresi, si girarono di scatto. Un vecchio curvo era ap-


parso nel vano di una piccola porta laterale... un vecchio che
era umano, eppure aveva qualcosa di non umano. Aveva una
testa enorme, e il suo torace era grottesco. Aveva delle gam-
be molto esili, e le braccia erano lunghissime e ossute.
Portava una lunga barba bianca che gli scendeva fino al
petto, ma era completamente calvo. Malgrado la distanza che
li separava, i suoi occhi possedevano una forza immensa, e
Gary ne avverti lo sguardo penetrante.
«Stiamo cercando qualcuno,» rispose Gary, «in grado di
darci una risposta.»
«Avanti,» fu il pensiero del vecchio, «avanti. Volete che io
finisca i miei giorni per un raffreddore, tenendo aperta la
porta?»
Gary afferrò Caroline per la mano.
«Andiamo,» le disse.
Rapidamente attraversarono la sala, e varcarono la porta.
Sentirono la porta chiudersi alle loro spalle, e si girarono a
osservare il vecchio.
Lui restituì lo sguardo.
«Voi siete esseri umani,» fu il suo pensiero, «gente della
mia stessa razza. Ma di un tempo molto antico.»
«È così,» rispose Gary. «Veniamo da molti milioni di anni
or sono.»
Nei pensieri del vecchio captarono qualcosa di molto simi-
le all'incredulità.
«E siete venuti a cercare me?»
«Cerchiamo qualcuno,» disse Gary. «Qualcuno che possa
dirci come possiamo salvare l'universo.»
«Allora devo essere io,» disse il vecchio, «perché sono il
solo rimasto.»
«Il solo rimasto!» esclamò Gary. «L'ultimo uomo?»
«È esatto,» disse il vecchio, e parve divertito dalla cosa.
«C'erano degli altri, ma sono morti. Tutte le vite umane de-
vono finire, prima o poi.»
«Ma ci saranno degli altri,» insisté Gary. «Tu non puoi es-
sere l'ultimo uomo vivente.»
«C'erano degli altri,» disse il vecchio, «ma se ne sono an-
dati. Hanno raggiunto una stella lontana. Un posto che era
stato preparato per loro.»
Una morsa di gelo strinse il cuore di Gary.
«Vuoi dire che sono morti?»
I pensieri del vecchio erano queruli e impazienti.
«No, non sono morti. Sono andati in un posto migliore. Un
posto che da molto tempo era stato preparato per loro. Un
posto che non hanno potuto raggiungere finché non sono sta-
ti pronti.»
«E tu, allora?» domandò Gary.
«Io sono rimasto perché l'ho voluto,» disse il vecchio. «Io
e pochi altri. Non potevamo abbandonare la Terra. Abbiamo
deciso di restare. Di quelli che sono rimasti, tutti gli altri
sono morti e io sono rimasto solo.»
Gary si guardò intorno. La stanza era piccola, ma comoda.
Un letto, un tavolo, qualche sedia, e altri mobili che non ri-
conobbe.
«Vi piace casa mia?» domandò il vecchio.
«Moltissimo,» rispose Gary.
«Forse volete togliervi i caschi,» suggerì il vecchio. «Qua
dentro è caldo, e mantengo l'atmosfera un po' più densa che
all'esterno. Non sarebbe necessario, naturalmente, ma trovo
che sia più comodo. Fuori l'atmosfera si assottiglia sempre di
più, ed è difficile respirare.»
Si tolsero i caschi. L'aria era buona, e la stanza era calda.
«Così è meglio,» disse Caroline.
«Delle sedie?» domandò il vecchio, indicandone un paio.
Sedettero, e lui sedette su una poltrona.
«Bene, bene,» disse, e i suoi pensieri, quando si rivolgeva
a loro, avevano una sfumatura paterna e benevola. «Esseri
umani di un'epoca precedente. Splendidi esemplari umani,
entrambi. E ancora abbastanza primitivi... ma con tutte le no-
stre buone caratteristiche. Usate la bocca per parlare, e sono
migliaia e migliaia di anni che l'uomo adopera esclusivamen-
te il pensiero, come metodo di comunicazione. Questo basta
a collocarvi molto indietro nel tempo.»
«È proprio così, molto indietro,» disse Gary. «Noi siamo i
primi esseri umani che abbiano mai lasciato il sistema sola-
re.»
«Questo è molto lontano nel tempo,» disse il vecchio.
«Lontano, lontano...»
Il suo sguardo penetrante li studiò per qualche secondo.
«Avrete una storia molto interessante da raccontare,» sug-
gerì.
«È proprio così,» rispose Caroline, e succintamente gli
narrò la loro storia, alternandosi con Gary nella descrizione
dei particolari della loro avventura, aggiungendo dettagli,
spiegando le situazioni, ponendo davanti al vecchio il pro-
blema che dovevano affrontare.
Lui ascoltò con attenzione, ponendo qualche domanda, di
quando in quando, con gli occhi che gli splendevano nell'udi-
re le loro imprese, con le rughe del suo volto che esprimeva-
no la sua benevolenza, come se i due esseri umani del passa-
to fossero stati dei nipotini di ritorno dal primo giorno di
scuola, eccitati nel raccontare le nuove meraviglie che aveva-
no conosciuto.
«Così siete venuti da me,» concluse il vecchio. «Avete
percorso un pazzesco sentiero nel tempo per raggiungermi.
In modo che io potessi rispondere alla vostra domanda.»
Caroline annui.
«Puoi darci la risposta, non è vero?» domandò. «È così
importante per noi... per tutti.»
«Non mi preoccuperei tanto,» disse il vecchio. «Se l'uni-
verso fosse davvero finito, io non sarei qui. Voi non mi avre-
ste raggiunto.»
«Ma forse tu non sei reale,» disse Caroline. «Forse sei solo
un'ombra. Una probabilità...»
Il vecchio annui, e si lisciò la barba con le due dita nodose.
Respirò profondamente.
«Hai ragione,» ammise, «potrei essere solo un'ombra. Il
mio mondo potrebbe essere solo un mondo fantasma. A volte
mi chiedo se esista davvero una realtà... se esista qualcosa,
oltre al pensiero. Potrebbe darsi che una gigantesca intelli-
genza abbia soltanto sognato quelle cose che noi vediamo e
nelle quali crediamo e che accettiamo come reali... questa gi-
gantesca intelligenza avrebbe potuto popolare di attori im-
maginari i titanici scenari dei suoi sogni. A volte mi chiedo
se l'universo non sia che un grande sogno. Un palcoscenico
fantasma, sul quale una compagnia di attori fantasmi reciti
una commedia inesistente.» «Ma tu puoi darci la risposta,»
supplicò Caroline. «Tu ci darai la risposta.»
Il vecchio ammiccò.
«Si, vi darò la risposta, e ne sarò felice. La vostra quinta
dimensione è l'eternità. È il tutto e il nulla... uniti insieme. È
un luogo dove nulla è ancora accaduto eppure, in un certo
senso, dove tutto è già accaduto. È il principio e la fine di
tutte le cose. In essa non ci sono spazio né tempo né altri fe-
nomeni, quelli che noi attribuiamo al continuum quadrimen-
sionale.»
«Non capisco,» disse Caroline, perplessa, «sembra così in-
comprensibile, disperatamente incomprensibile. Non può es-
sere spiegato per mezzo di formule matematiche?»
«Sì,» disse il vecchio, «ma temo che tu non possa capire.
Fino a poche migliaia di anni or sono, non esistevano metodi
matematici per esprimere questi concetti.»
Si lisciò di nuovo la barba.
«Non voglio offenderti,» disse alla ragazza, «ma non cre-
do che tu possa avere l'intelligenza necessaria a comprende-
re. Dopotutto, voi siete degli umani di un tempo molto anti-
co, di un'epoca quasi barbarica.»
«Mettila alla prova,» disse Gary.
«Va bene,» disse il vecchio, ma nei suoi pensieri c'era un
tono di sufficienza.
Gary avverti vagamente la presenza di terrificanti equazio-
ni, di simboli assurdi che si univano in una struttura distorta
e inconcepibile... che aveva un significato così vasto e gene-
rale che la sua mente rifiutava di fare perfino delle supposi-
zioni.
Poi i pensieri terminarono, e Gary si senti venir meno, ab-
bagliato dalla forza vitale che aveva soltanto intuito dietro la
struttura simbolica creata dalle equazioni.
Guardò Caroline, e vide sul suo volto un'espressione per-
plessa. Ma poi, improvvisamente, l'espressione divenne di
meraviglia.
«Ebbene,» disse la ragazza, ed ebbe un momento di esita-
zione. «Ebbene, le equazioni si elidono, rappresentano sia il
nulla che il tutto, sia lo zero che l'assoluto in tutto ciò che è
concepibile...»
Gary avverti nella mente del loro ospite un senso di sor-
presa e di sgomento.
«Tu capisci,» disse il vecchio, sconvolto, «tu capisci per-
fettamente il significato.»
«Non te l'avevo detto.» disse Gary, «certo che capisce.»
Caroline stava parlando, come se stesse esprimendo a voce
alta i propri pensieri.
«Questo significa che l'energia sarebbe senza tempo. Non
esisterebbe alcun fattore temporale, e dato che il tempo è un
fattore di potenza, la sua potenza sarebbe quasi infinita. Una
volta scatenata, una volta iniziata la sua generazione, sarebbe
impossibile fermarla.»
«Hai ragione,» disse il vecchio, «sarebbe energia pura,
creata in una zona dove le leggi quadrimensionali non sono
più valide. Sarebbe senza tempo e senza forma.»
«Senza forma,» disse Caroline. «Ma certo, sarebbe senza
forma. Non può essere né luce, né calore, né materia, né
moto, né alcuna forma di energia che conosciamo. Ma po-
trebbe anche essere qualsiasi cosa. Aspetterebbe di diventare
qualcosa. Potrebbe solidificarsi, materializzarsi sotto qualsia-
si forma.»
«Buon Dio,» esclamò, «e come si può trattare una sostan-
za simile? Le tue ipersfere non ce la farebbero mai. Questa
energia può fondere lo spazio. Può distruggere il tempo.»
Caroline lo guardò con aria grave.
«Se potessimo creare una trappola pentadimensionale,»
disse lei. «Se potessimo rinchiuderla nell'intelaiatura del
mezzo attraverso il quale ci giunge. Non capisci che questa
intelaiatura l'attirerebbe, la radunerebbe e sarebbe capace di
trattenerla? Come una batteria trattiene l'energia. Come l'ac-
qua, che assume un livello fisso e si ferma.»
«Certo,» disse Gary, «se riesci a creare una trappola penta-
dimensionale. Ma non puoi. Si tratta dell'eternità. La dimen-
sione dell'eternità. E non si può manipolare la eternità.»
«Si, lei può farlo,» disse il vecchio.
I due lo guardarono, increduli.
«Ascoltatemi,» disse il vecchio, «facendo ruotare un circo-
lo attraverso tre dimensioni, si crea una sfera. Fate ruotare la
sfera attraverso quattro dimensioni, e avete una ipersfera.
L'avete già creata. Aveva curvato tempo e spazio intorno a
una massa per creare un'ipersfera, un universo in miniatura.
Adesso dovete semplicemente far ruotare l'ipersfera attraver-
so uno spazio pentadimensionale.»
«Ma per farlo bisognerebbe trovarsi in uno spazio pentadi-
mensionale,» obiettò Gary.
«Non è esatto,» ribatte il vecchio, «nello spazio tridimen-
sionale sono disseminate delle correnti spaziali e trappole co-
smiche e vortici del tempo... chiamateli come volete. Sono
un fenomeno diffuso e sono semplicemente, affrontando la
sostanza della questione, dei frammenti isolati dello spazio a
quattro dimensioni disseminati nello spazio tridimensionale.
Lo stesso principio si può applicare allo spazio pentadimen-
sionale nella quarta dimensione.»
«Ma come affrontarlo?» domandò Caroline. «Come si può
far ruotare un'ipersfera nella quinta dimensione?»
La stessa confusione prese la mente di Gary, quando il
vecchio pensò nei termini di una matematica inconcepibile e
grandiosa, che la mente di Gary non riusciva ad assimilare, e
che anzi rifiutava con tutte le sue forze.
«Gary,» mormorò Caroline, «hai una matita e qualche fo-
glio di carta?»
Gary frugò nella sacca della tuta, e trovò una vecchia bu-
sta e un mozzicone di matita. Porse entrambi alla ragazza.
«Ti prego, ripeti lentamente,» disse la ragazza, sorridendo.
Gary guardò sbalordito Caroline che trascriveva lentamen-
te le formule, le equazioni e i simboli... controllando con
estrema attenzione, in modo da essere sicura di non fare il
minimo errore.
«Ci vorrà molta energia,» disse lei. «Una quantità formi-
dabile di energia. Chissà se gli Ingegneri potranno fornirla.»
«Dovrebbero,» disse Gary, «i loro mezzi sono molto po-
tenti.»
Il vecchio strinse gli occhi.
«Adesso ricordo gli Infernali,» disse, «quelli che vorreb-
bero la distruzione dell'universo. Mi sembra che siano degli
esseri spregevoli. Mi sembra che sarebbe opportuno siste-
marli a dovere.»
«Ma come?» domandò Gary, «sembrano onnipotenti.
Quando saremo tornati, la città sarà stata completamente di-
strutta dalle loro armi.»
Il vecchio annui, con aria sorniona.
«Abbiamo conosciuto degli esseri come loro, durante la
nostra storia,» disse il vecchio. «Esseri che rovesciarono le
nazioni e imposero la loro volontà, mettendosi sulla strada
del progresso, come un ostacolo apparentemente insormonta-
bile. Ma qualcuno ha sempre trovato qualcosa per distrug-
gerli. Qualcuno ha trovato un'arma più potente o un esercito
più forte, e i dittatori furono rovesciati. Il loro nome, le loro
opere sono diventati polvere, ed essi sono stati dimenticati e
la civiltà che essi hanno cercato di modellare a seconda dei
loro desideri e dei loro fini ha proseguito sulla sua strada,
come se nulla fosse accaduto.»
«Ma non capisco...» cominciò Gary, e poi, improvvisa-
mente, capi... e fu chiaro come il sole. Esclamò:
«Ma certo che abbiamo un'arma! Un'arma che può spaz-
zarli via. L'energia pentadimensionale.»
«Proprio così,» disse il vecchio.
«Sarebbe una barbarie,» protestò Caroline.
«Una barbarie!» gridò Gary. «Non è barbaro il loro desi-
derio di vedere distrutto l'universo, in modo che gli Infernali
possano ritornare all'inizio e impadronirsi del cosmo, con-
trollarlo, dominarlo, impadronirsi di una galassia dopo l'altra,
durante la nascita dell'universo? Forgiarlo secondo i loro de-
sideri e i loro bisogni. Tenere sotto controllo anche la mini-
ma scintilla vitale che può nascere su un pianeta in via di raf-
freddamento. Diventare i padroni dell'universo.»
«Allora dobbiamo affrettarci,» disse Caroline. «Dobbiamo
tornare indietro. Anche i minuti contano. Potremmo ancora
riuscire a salvare gli Ingegneri e l'universo, e a distruggere
gli Infernali.»
Si alzò in piedi, con impazienza.
Il vecchio protestò.
«Non ve ne andrete così presto?» domandò. «Non volete
restare a mangiare con me? A raccontarmi qualcosa di più,
su quel luogo ai confini dell'universo? Ad ascoltare delle sto-
rie fantastiche che, ne sono sicuro, vi potranno interessare?»
Gary esitò.
«Forse potremmo fermarci un po',» suggerì.
«No,» disse Caroline, «dobbiamo andare.»
«Ascolta,» disse Gary al vecchio, «perché non vieni tu con
noi? Saremmo felici di portarti con noi. Potresti esserci utile,
nella lotta. Puoi dirci tante cose...»
Il vecchio scosse il capo.
«Non posso venire,» dichiarò, «perché, vedete, voi avete
ragione. Potrei essere soltanto un'ombra. Un'ombra molto
concreta, magari, ma sempre un'ombra, una probabilità. Voi
potete venire da me, ma io non posso tornare con voi. Se la-
sciassi questo pianeta potrei dissolvermi nel nulla, ritornando
al non-essere delle cose che non sono mai state.»
Esitò.
«Ma c'è qualcosa che mi fa sospettare di non essere un
fantasma... che questa è la realtà, e che la Terra seguirà Il
corso narrato dalla storia che io conosco.»
«Di che si tratta?» domandò Gary.
«Di una cosa che non posso dirvi,» rispose il vecchio.
«Forse potremo tornare a trovarti,» disse Caroline. «Quando
il pericolo sarà passato.»
«No, figliola,» disse lui, «tu non tornerai mai, perché le
nostre sono vite che non avrebbero mai dovuto incontrarsi.
Voi rappresentate l'inizio e io rappresento la fine. E io sono
orgoglioso che l'ultimo uomo della Terra abbia potuto essere
utile a due dei primi.»
Gary e Caroline indossarono il loro casco, e si diressero
verso la porta.
«Vi accompagnerò alla vostra astronave,» disse il vecchio.
«Non faccio molte passeggiate, ormai, perché è freddo e l'a-
ria sottile mi dà fastidio. Sto proprio diventando vecchio.»
La sabbia scricchiolò sotto i loro piedi, e il vento sibilò so-
pra al deserto, un vento lamentoso che eseguiva un'eterna
sinfonia per il palcoscenico deserto che era diventata ormai
la Terra.
«Vivo con i fantasmi,» disse il vecchio, mentre cammina-
vano verso l'astronave. «I fantasmi degli uomini e degli
eventi e dei grandi ideali che hanno costruito una razza pos-
sente.
«Probabilmente vi sarete meravigliati del mio aspetto o
così umano. Voi forse avevate immaginato che gli uomini,
nei secoli futuri, si sarebbero evoluti, diventando mostri spe-
cializzati... dei cervelli grandi e massicci che avrebbero per-
duto ogni capacità di locomozione, e ogni legame emotivo,
oppure delle costruzioni eteree di pensiero, sensibili a qual-
siasi movimento dell'aria, oppure stupidi filosofi e magari,
ancora peggio, degli squallidi realisti. Ma non siamo diventa-
ti così. Abbiamo mantenuto il nostro equilibrio. Abbiamo te-
nuto i piedi posati per terra, quando le nostre menti si riempi-
vano di sogni.»
Raggiunsero l'astronave e si fermarono davanti al portello
esterno, che avevano lasciato aperto.
Il vecchio indicò con un rapido gesto della mano il grande
edificio di metallo.
«La città più grande che l'uomo abbia mai costruito,» disse
il vecchio. «Una città la cui fama si è sparsa anche sulle stel-
le più lontane, tra le galassie più remote. Una città che com-
pariva sempre nei racconti dei viaggiatori del cosmo, che ne
parlavano a voce bassa, con gli occhi pieni di luce e di mera-
viglia. Un luogo che è stato il centro del commercio di molte
stelle e di molti imperi, raggiuntò da astronavi che venivano
dagli abissi intergalattici. Ma adesso è diventata polvere e ro-
vine. Presto il deserto reclamerà i suoi diritti e il vento cante-
rà un canto di morte per lei e i suoi anfratti saranno popolati
da piccoli animali pelosi che vi scaveranno le loro tane.»
Guardò i due terrestri, e Gary scorse nei suoi occhi una
luce quasi mistica.
«Così succede alle città,» disse il vecchio, «ma l'Uomo è
diverso. L'uomo continua nella sua marcia. Le sue città di-
ventano superate e lui ne costruisce delle altre. I suoi pianeti
diventano superati. L'uomo crea una tradizione, una grande
tradizione che in futuro ne farà il padrone dell'universo.
«Ma ci saranno intervalli di sconfitta. Verranno sempre
quei momenti nei quali tutto parrà perduto... l'uomo allora
scivolerà ancora nell'ignoranza primitiva, nella furia distrut-
tiva. Verranno dei momenti nei quali la strada parrà troppo
dura e il prezzo da pagare troppo alto. Ma ci saranno sempre
delle fiaccole nel cielo e una sfida sull'orizzonte e il richiamo
imperioso degli ideali, molto lontano. E l'Uomo andrà avanti,
verso i trionfi più grandi, e cercherà sempre di ampliare le
frontiere, cercherà sempre di andare più lontano e più in
alto.»
Il vecchio si voltò e si diresse verso la porta dell'edificio.
Se ne andò senza una parola di saluto, e i suoi piedi lasciaro-
no una serie di orme poco profonde sulla sabbia fluttuante
del deserto.

Capitolo XIII

Il buio passaggio nello spazio-tempo terminò e l'astronave


si ritrovò nello spazio normale.
Normale, ma non quello giusto.
Gary, chino sui comandi, udì il grido di sorpresa di Caroli-
ne.
«C'è qualcosa che non va!» esclamò lei.
C'era un mondo, ma non si trattava del pianeta degli Inge-
gneri. Non era coperto da una grande città che si stendeva da
un orizzonte all'altro. Invece di tre soli azzurri, ce n'era solo
uno, ed era enorme e rosso, di un rosso cupo e spento, e i
suoi raggi erano così deboli che la sua luce poteva essere
tranquillamente sostenuta dall'occhio umano, e pareva possi-
bile vedere attraverso la corona di gas incandescenti.
Non c'era nessuna flotta degli Infernali, non c'erano le ve-
loci astronavi dei difensori... non c'era la guerra.
C'era pace su quel mondo... una pace silenziosa e mortale.
La pace di quello che non è mai esistito, la pace che giunge
quando tutto è finito.
Era un mondo piatto dall'aspetto lebbroso, non era grigio,
ma i suoi colori erano quelli che avrebbe potuto usare un
bambino trastullandosi con la pagina di un libro da colorare,
trascurando l'accuratezza, per il desiderio di dedicarsi ad altri
giochi più divertenti.
Qualcosa è accaduto, si disse Gary. E un brivido di paura
gli percorse la schiena.
Era accaduto qualcosa, e loro si trovavano là... in quale
sconosciuto angolo dell'universo?
«È successo qualcosa,» disse Caroline, «forse un lieve er-
rore di calcolo, forse una deviazione infinitesimale nelle
coordinate temporali.»
«È molto più probabile che l'errore sia. dovuto alla mente
umana... o a quella degli Ingegneri,» disse Gary. «Nessuno,
né uomo, né essere pensante, può prevedere le cose con esat-
tezza, può prendere in considerazione tutte le probabilità. E
anche se fosse possibile, un fattore, anche trascurabile, ver-
rebbe ignorato o, perché la sua importanza sarebbe sottova-
lutata nel complesso degli sforzi titanici necessari a realizza-
re l'impresa.»
Caroline annui.
«Gli errori sono così facili a verificarsi,» ammise, «sono
come i topi... dei topi che ti corrono nella mente.»
«Possiamo voltarci e tornare indietro,» disse Gary, ma si
rese conto immediatamente che non era così semplice. Per-
ché se il passaggio nello spazio-tempo era in una posizione
sbagliata da quella parte, Terrore avrebbe potuto ripetersi, in-
gigantito, dall'altra.
«Non possiamo,» rispose Caroline.
«Lo so,» fece Gary, «ho parlato senza riflettere. Troppo in
fretta.»
«Non possiamo neppure tentare,» disse Caroline. «Il vorti-
ce è sparito.»
Vide che lei aveva ragione. La ruota di luce non c'era più,
nel cielo. Era scomparsa, e loro erano rimasti soli in un luo-
go sconosciuto.
E dove si trovavano, si domandò Gary, quale angolo del-
l'universo era questo?
C'era una risposta, molto semplice. Non lo sapevano. Era
impossibile dirlo, per il momento.
«Perduti,» disse Caroline, «come i bambini nel bosco. E
poi vennero a coprirli di foglie, ricordi?»
L'astronave stava scendendo verso il pianeta, e Gary tornò
a manovrare i comandi.
«Daremo un'occhiata,» annunciò.
«Forse c'è qualcuno,» disse Caroline.
Qualcuno non era la parola esatta, si disse Gary. Era me-
glio dire “qualcosa”. Qualche cosa.
Il pianeta era piatto, un mondo senza montagne, senza fiu-
mi, senza mari. C'erano delle grandi paludi verdi al posto dei
mari e delle aride pianure piatte disseminate di chiazze di co-
lori che avrebbero potuto essere chiazze di vegetazione o
semplicemente la manifestazione di strati geologici diversi.
L'astronave continuò la sua discesa a spirale e Gary e Ca-
roline guardarono ansiosamente lo schermo, cercando qual-
che segno, di abitazioni, qualche indizio sulla presenza di
una forma di vita. Una strada, per esempio. Oppure un edifi-
cio. Una costruzione. Oppure un veicolo in movimento sulla
superficie o nell'aria. Ma non videro nulla.
Finalmente, Gary scosse il capo.
«Qui non c'è niente,» disse, «possiamo anche scendere. Su
questo pianeta, un posto vale gli altri.»
Atterrarono su una piatta distesa di sabbia, che si stendeva
tra la riva di una delle paludi verdi e i margini di una chiazza
di vegetazione, perché da quella distanza era possibile vedere
che le chiazze colorate erano proprio macchie di vegetazio-
ne.
«Dei funghi,» disse Caroline, guardando lo schermo. «Dei
funghi, e un altro tipo di vegetazione, guarda! Sembrano
punte d'asparagi, solo che non si tratta di asparagi.»
«Sembra un paesaggio uscito da un libro di favole,» disse
Gary.
Un paesaggio che si poteva immaginare da bambini, quan-
do non si riusciva a prendere sonno dopo che la nonna aveva
letto una favola che parlava di un posto orribile, e ci si era ti-
rati le coperte fin sui capelli e si stava con le orecchie tese ad
aspettare i passi che sarebbero usciti dal buio.
Fecero le analisi, e scoprirono che l'atmosfera era respira-
bile, e che si poteva uscire anche senza le tute... c'era una
certa abbondanza di ossigeno, la temperatura era più rigida e
la gravità minore che sulla Terra, ma si poteva uscire tran-
quillamente.
«Usciamo,» disse Gary, «e diamo un'occhiata intorno.»
«Gary, mi sembra che tu abbia paura.»
«Ho paura,» ammise lui.
Il silenzio li avvolse quando uscirono dall'astronave. Un
silenzio grave e allucinante, che era pili forte di qualsiasi ru-
more.
Non si udiva il sibilo del vento e neppure il fruscio delle
acque. Non c'erano canti di uccelli. Non c'era erba.
Il grande sole rosso era immobile nel cielo, sopra di loro, e
le loro ombre erano pallide e confuse sulla sabbia, erano le
ombre vaghe e fuggevoli di una giornata nuvolosa.
Da una parte si stendeva l'immobile specchio d'acqua e
l'insieme di vegetazione assurda che ne fasciava i contorni, e
dall'altra si stendeva la foresta dei funghi giganteschi, alti
come un uomo.
«E adesso, ti potresti aspettare di vedere un folletto,» disse
Caroline, e rabbrividì nel dirlo.
Bruscamente, il folletto apparve.
Stava sotto uno dei funghi e li stava guardando. Quando si
accorse che lo avevano visto, abbassò una palpebra, in una
strizzata d'occhio esagerata e assurda, e la sua bocca si torse
in una smorfia che avrebbe potuto essere un sorriso. La sua
pelle era chiazzata e gli occhi erano piccoli, occhi obliqui, e
mentre lo guardavano, una secrezione di sostanza bavosa
usci da una delle aperture simili a ghiandole che costellavano
il suo viso, e scese sulle guance della creatura, molle e vi-
schiosa, cadendo sul petto.
«Buon Dio!» esclamò Gary. «Ma io conosco quel tipo!»
Il folletto balzò nell'aria e unì i calcagni e poi ricadde,
squittendo.
«È quello che abbiamo visto quando gli Ingegneri hanno
tenuto quella riunione,» spiegò Gary. «Ricordi? Quando han-
no radunato tutti gli alieni... tutti quelli che avevano raggiun-
to la città degli Ingegneri attraversando lo spazio. Era lui...
oppure uno uguale a lui. Era seduto davanti a me, e mi ha
strizzato l'occhio, proprio come ha fatto ora, e io ho
pensato...»
«Eccone un altro.» disse Caroline.
Il secondo era appollaiato su uno dei funghi.
Poi apparve un altro, e un altro ancora. Li stavano guar-
dando, tutti, e tutti sorridevano, ma i sorrisi bastavano a pro-
vocare un'ondata di terrore e repulsione nell'animo umano.
Caroline e Gary si ritirarono verso l'astronave, passò dopo
passo, lentamente, finché non ebbero poggiato la schiena
contro il metallo.
E adesso si udivano dei rumori, il rumore di piedi che cor-
revano nella foresta di funghi, il rumore delle risate gorgo-
glianti dei folletti.
«Andiamocene,» disse Caroline, «entriamo nell'astronave
e andiamocene.»
«Aspetta,» disse Gary, «aspettiamo un momento. Possia-
mo andarcene quando vogliamo. Quelle cose sono intelligen-
ti. Devono esserlo, perché si trovavano tra coloro che gli In-
gegneri avevano convocato.»
Si allontanò di due passi dall'astronave e chiamò, a voce
alta.
«Ehi!» gridò.
Smisero di gorgogliare e di correre e si fermarono davanti
a lui e lo guardarono con i loro sguardi obliqui.
«Siamo amici,» disse Gary. Non mossero un muscolo.
Gary tese le sue mani vuote, mostrando le palme, nel gesto
che gli uomini consideravano di pace.
«Siamo amici,» disse di nuovo.
Il silenzio era caduto di nuovo su quel mondo... il silenzio
desolalo e spaventoso. I folletti erano spariti. .
Lentamente, Gary ritornò all'astronave.
«Non funziona,» disse, «e dovevo aspettarmelo.»
«Non è detto che tutti gli esseri debbano necessariamente
comunicare per mezzo dei suoni,» disse Caroline. «È un
modo come un altro per farsi comprendere. Devono esistere
molti altri sistemi. Queste cose producono dei suoni, ma que-
sto non significa necessariamente che sia questo il loro siste-
ma di comunicazione. Possono essere sprovvisti di udito.
Possono perfino non sapere di produrre dei suoni, potrebbero
anche non conoscere cosa sia il suono.»
«Eccoli di nuovo,» disse Gary, «prova tu, stavolta. Prova a
pensare. Scegline uno, e concentrati su di lui.» Passò un mi-
nuto, un minuto di completo silenzio.
«È strano,» disse Caroline, «non sono riuscita neppure a
raggiungerli. Neppure una scintilla di risposta. Ma ho la sen-
sazione che capiscano, e che rifiutino quello che io tento di
dire loro. Hanno chiuso le loro menti, e non hanno voluto
ascoltare.»
«Non parlano,» disse Gary, «e non possono, oppure non
vogliono, comunicare telepaticamente. E adesso?»
«A segni,» disse Caroline, «e dopo, con i disegni. Poi con
la mimica.»
Ma non servi a nulla. I folletti guardarono, con interesse, i
tentativi di Gary di comunicare a segni. Si avvicinarono a
guardare quando lui tracciò dei disegni sulla sabbia. E squit-
tirono e gorgogliarono quando lui tentò con la mimica. Ma,
anche se avevano capito qualcosa, non lo manifestarono in
alcun modo.
Gary ritornò all'astronave.
«Sono intelligenti,» disse lui, «devono esserlo, altrimenti
gli Ingegneri non li avrebbero mai portati ai confini dell'uni-
verso. Una cosa del genere richiede intelligenza, civiltà, una
padronanza dell'alta matematica, un progresso tecnologico
notevole.»
Fece un gesto di disgusto.
«Eppure,» aggiunse, «non capiscono neppure i simboli più
elementari.»
««Questi possono non essere istruiti,» disse Caroline. «Po-
trebbero essercene degli altri. Potrebbe trattarsi di un'élite, di
una ristretta classe dominante. Questi potrebbero essere i
contadini, i servi della gleba.»
Gary disse, stancamente.
«Andiamocene di qui. Facciamo un paio di giri del piane-
ta. Guardiamo attentamente, e vedremo se c'è qualche segno
di civiltà, di sviluppo.»
Caroline annui.
«Prima, potremmo non avere notato qualche particolare.»
Salirono a bordo e chiusero il portello dietro di loro. Attra-
verso lo schermo videro i folletti, che si erano radunati ai
margini della foresta di funghi, e che guardavano l'astronave.
Erano una vera e propria folla, adesso.
Gary sedette davanti ai comandi, e schiacciò il pulsante di
avviamento. Non accadde nulla. Rimise in posizione il pul-
sante, e tornò a schiacciarlo. Nelle viscere dell'astronave ri-
mase il silenzio... non si udì il familiare ronzio dei motori
che si scaldavano.
Dio, pensò Gary, è il posto ideale per restare bloccati!
Uscì e, munito della cassetta degli strumenti, tolse la pia-
stra che proteggeva il sistema di accensione dei motori, e co-
sti iniziò a cercare il guasto.
Un'ora dopo aveva terminato. Tornò a bordo, sporco e su-
dato.
«Tutto a posto,» disse a Caroline. «Nessun motivo per cui
non dovrebbe funzionare.»
Tentò di nuovo, e non funzionò.
Controllò i fili e il circuito completo di accensione. Aprì il
quadro di comando e lo ispezionò filo per filo, lentamente e
accuratamente. Era tutto in perfetto stato.
Eppure, non funzionava.
«I folletti,» disse Caroline, meditabonda.
Lui annui.
«Devono essere i folletti. Non c'è nessuna altra causa pen-
sabile.»
Eppure, si chiese, come è possibile che degli esseri in ap-
parenza così idioti siano capaci di arrestare completamente il
funzionamento di un'astronave quasi perfetta?

Capitolo XIV

Il mattino dopo vennero gli Infernali, a bordo di una pic-


cola astronave che discese lentamente nella luce fievole della
grande stella rossa. Discese percorrendo una lunga parabola,
e atterrò nel mezzo della foresta di funghi, tracciando un lar-
go solco. Era impossibile sbagliarsi a proposito della sua na-
tura, perché la sua sagoma era inconfondibile, e le insegne
sugli alettoni di coda erano quelle che Caroline e Gary ave-
vano visto molte volte sulle astronavi che scendevano a
bombardare la grande città degli Ingegneri.
«E noi siamo qui,» disse Gary, «e abbiamo soltanto delle
armi leggere e un'astronave che non può volare.» Vide l'e-
spressione di Caroline, e cercò di rimediare.
«Forse non sanno chi siamo,» disse, «forse...»
«Non prendiamoci in giro a vicenda,» gli disse Caroline.
«Sanno chi siamo, naturalmente. Probabilmente, è proprio
per questo che sono discesi qui. Forse loro...» Ebbene un at-
timo di esitazione, e Gary domandò:
«Forse loro... che cosa?»
«Stavo pensando,» disse lei, «che potrebbero essere stati
loro a spostare l'uscita del passaggio. Forse i calcoli erano
giusti, dopotutto. Qualcuno avrebbe potuto trascinarci qui.
Forse sono stati gli Infernali a farlo. Forse ci hanno presi in
trappola perché sapevano che la nostra missione era riuscita,
che portavamo con noi la risposta ai nostri problemi. Ci han-
no portati qui e adesso vengono a terminare il lavoro.»
«Non sono stati loro a portarvi qui,» disse una voce che
era uscita dal nulla. «Voi siete stati attirati qui, ma non sono
stati loro a farlo. Anche loro sono stati attirati.» Gary si girò
di scatto.
«Chi è stato a parlare?» gridò.
«Non potete trovarmi,» disse la voce, che usciva sempre
dal nulla. «Non perdete del tempo a cercarmi. Io vi ho portati
qui e io ho portato gli altri qui e solo una delle due astronavi
potrà ripartire... potranno ripartire o gli umani o gli Inferna-
li.»
«Non capisco,» disse Gary, «sei pazzo...»
«Siete nemici, voi e gli Infernali,» disse la voce. «Siete
uguali come numero e come potenza di armi. Voi siete in
due e loro sono in due. Voi avete delle armi piccole e così
pure gli Infernali. Sarà un incontro ad armi pari.» Fantastico,
pensò. Gary. Una situazione che avrebbe potuto appartenere
ad “Alice nel Paese delle Meraviglie”, proiettato nel tempo.
Un incubo nato su quell'assurdo pianeta. Un pianeta popolato
di folletti e di incubi... il regno delle favole diventato realtà,
una realtà allucinante.
«Vuoi che combattiamo?» domandò Gary, «che combat-
tiamo gli Infernali? Una specie di... be', potremmo definirlo
un duello?»
«È proprio così,» disse la voce.
«Ma a che servirà?»
«Voi siete nemici, no, umano?»
«Be', si, lo siamo,» rispose Gary. «Ma qualsiasi cosa po-
tremo fare qui non avrà la minima influenza sulle sorti della
guerra.»
«Combatterete,» disse la voce, «voi siete due e loro sono
due e...»
«Ma una di noi è una donna,» protestò Gary. «Le femmine
umane non si battono a duello.»
La voce non rispose, ma Gary avverti della frustrazione
nella mente... o meglio, nella presenza... che si trovava vici-
no a loro.
Cercò di sfruttare il momentaneo stato di imbarazzo del-
l'invisibile interlocutore.
«Hai detto che siamo ad armi pari, che loro hanno delle
armi piccole come noi. Ma non puoi essere sicuro che si trat-
ti di armi uguali. Le loro armi, anche se non sono più grandi
delle nostre, possono essere più potenti. Le dimensioni non
sono una misura di potenza. O forse, le loro armi potrebbero
essere uguali alle nostre, ma gli Infernali potrebbero essere
meglio addestrati a usarle.»
«Sono armi piccole,» disse la voce. «Sono...»
«Tu vuoi che sia una lotta ad armi pari, no?»
«Bene, si,» disse la voce. «Bene, si, certo. È questo lo sco-
po: che tutto sia in parità, in modo che le due specie possano
provare nelle migliori condizioni il loro diritto alla sopravvi-
venza.»
«Ma, vedi,» disse Gary, «non puoi essere sicuro che le
condizioni siano pari. Non potrai esserne mai sicuro.»
«Si, invece,» disse la voce, con un tono di trionfo che tra-
diva la follia. «Posso esserne sicuro. Combatterete senza
armi. Nessuno di voi avrà delle armi. Solo le mani nude e i
denti e qualsiasi cosa possiate avere.»
«Senza...»
«È deciso. Nessuno avrà le armi.»
«Ma loro hanno delle pistole,» disse Gary.
«Le loro armi non funzioneranno,» disse la voce. «E nep-
pure le vostre. La vostra astronave non funzionerà e le armi
non funzioneranno e così dovrete combattere.»
La voce emise una risata da folle, un suono raccapriccian-
te. Poi la risata cessò ed essi capirono di essere di nuovo soli,
che la mente... o la presenza... che aveva parlato con quella
voce inesplicabile si era ritirata, che era andata altrove. Ma
sapevano che li stava ancora sorvegliando.
«Gary,» disse piano Caroline.
«Si?» fece Gary.
«Era la voce di un pazzo,» disse lei, «te ne sei reso conto
anche tu? Quelle inflessioni...»
Gary annui.
«Mania di grandezza. Gioca a fare il Dio. E quel che è
peggio è che riesce a farcela. Siamo caduti nel suo giardino.
Non possiamo farci niente.»
Nella foresta di funghi il portello dell'astronave degli In-
fernali si stava aprendo. Da esso uscirono due creature, delle
forme alte e sinuose che risplendevano nella debole luce del
grande sole rosso.
«Rettili,» disse Caroline, e nella sua voce c'era più disgu-
sto che orrore.
Gli Infernali discesero dall'astronave e si fermarono, appa-
rentemente incerti, con i loro musi serpentini rivolti verso la
nave terrestre. Poi, muovendosi a scatti, si guardarono intor-
no.
«Caroline,» disse Gary, «io resto qui di guardia. Tu va' a
prendere le armi. Sono nell'armadietto.»
«Non funzionano,» disse Caroline.
«Voglio assicurarmene,» rispose Gary.
La sentì salire.
Gli Infernali restavano ancora vicini alla loro astronave.
Anche loro erano confusi. Come noi, pensò Gary. Non capi-
scono lo scopo di tutto questo, più di quanto non lo compren-
diamo noi. Sono nervosi, cercano di decidere quello che do-
vranno fare.
Ma lui sapeva che non sarebbero rimasti fermi per molto
tempo.
Delle ombre si mossero nella grande foresta di funghi.
Forse si trattava di qualche indigeno che, nascostamente, cer-
cava di seguire da vicino quello che stava accadendo.
Caroline parlò dal portello:
«Le pistole non servono. Non funzionano. Proprio come
ha detto la voce.»
Lui annui, continuando a sorvegliare gli Infernali. Lei sce-
se dalla scaletta, e venne accanto a lui.
«Non abbiamo una sola possibilità di successo contro di
loro,» disse la ragazza. «Sono forti, sono dei bruti. Vivono e
crescono per la guerra. Uccidere è il loro mestiere.»
Gli Infernali si stavano allontanando dalla loro astronave:
si dirigevano lentamente, e cautamente, verso la nave terre-
stre.
«Non sono ancora troppo sicuri del fatto loro,» disse Gary,
«probabilmente, non abbiamo un aspetto troppo pericoloso,
ai loro occhi, però non vogliono correre il minimo rischio...
non ancora. Fra poco saranno convinti che noi siamo relati-
vamente inermi, e faranno il loro gioco.»
Gli Infernali stavano avanzando più velocemente, ora.,
«Che facciamo, Gary?» domandò Caroline.
«Chiudiamoci nell'astronave,» disse Gary. «E cerchiamo
di riflettere. Non possiamo affrontare quegli affari in una lot-
ta corpo a corpo. Sarebbe come cercare di affrontare un in-
crocio tra un alligatore e un orso bruno.»
«Chiuderci nell'astronave?»
Gary annuì.
«Dobbiamo acquistare tempo. Dobbiamo escogitare qual-
cosa. Ora come ora, siamo presi alla sprovvista.»
«E se riescono a trovare il modo di raggiungerci, penetran-
do nell'astronave?»
Gary si strinse nelle spalle.
«Correremo il rischio.»
Gli Infernali si separarono, prendendo uno la destra e l'al-
tro la sinistra. Evidentemente, intendevano raggiungere l'a-
stronave da due diverse posizioni.
«Meglio entrare,» suggerì Gary. «Va' tu. Tieniti pronta a
chiudere il portello interno. Quando salirò, probabilmente lo
farò di corsa. Non conosco la rapidità di questi signori.»
Ma mentre stava parlando, i due rettili attaccarono, comin-
ciando a correre a velocità incredibile, sollevando una nube
di polvere.
«Dentro!» gridò Gary.
Salirono d'un balzo. Caroline schiacciò il pulsante e-ster-
no, e la scaletta venne ritirata. Il portello si chiuse, lasciando
scorgere un'ultima visione dei due rettili che stavano arrivan-
do a velocità folle.
Gary si asciugò la fronte. Era madido di sudore.
«Per un pelo,» mormorò, «abbiamo aspettato troppo. Non
credevo che fossero così veloci.»
Caroline annui.
«Hanno visto giusto. Per poco, non ci hanno presi all'ini-
zio. Si sono mossi piano, dapprima, per farci credere che era-
vamo relativamente al sicuro, a quella distanza.»
La voce disse:
«Questo non è il modo di combattere.»
«Questo è buon senso,» disse Gary. «Buon senso, buona
strategia.»
«Cos'è la strategia?»
«Il sistema per ingannare il nemico,» disse Gary. «Mano-
vrare le cose in modo di ottenere un vantaggio sul nemico.»
«Aspetteranno che usciate. E dovrete uscire, prima o poi.»
«Adesso ci riposiamo e pensiamo ai casi nostri,» disse
Gary, «mentre loro mordono la terra, fuori, e si innervosisco-
no. E noi possiamo pensare.»
«È un sistema schifoso di combattimento,» insiste la voce.
«Senti,» disse Gary, «chi è che sta combattendo, qui? Tu o
noi?»
«Voi, naturalmente,» ammise la voce, «ma continuo a dire
che questo non è il modo di combattere.»
Sentirono che la mente si ritirava, brontolando tra sé. Gary
sorrise a Caroline.
«Non lo soddisfa. Troppo poco sangue,» disse. Caroline si
era seduta e lo stava guardando, con aria meditabonda.
«Non abbiamo molto a nostra disposizione,» dichiarò la
ragazza. «Niente elettricità. Niente energia. Niente di niente.
Questa astronave è più morta di una bara. È una fortuna che
il portello venga operato manualmente, altrimenti avremmo
perduto prima di cominciare.» Gary annuì.
«È quella voce che mi sconcerta,» disse lui. «Ha uno stra-
no tipo di potere. Può arrestare completamente il funziona-
mento di un'astronave. Può bloccare le pistole. Può annullare
l'elettricità; Dio solo sa cos'altro può fare.»
«Può giungere nell'ignoto dello spazio e del tempo,» disse
Caroline. «In un luogo che nessuno può individuare, e nel
quale è penetrato per portarci qui.»
«È irresponsabile.» disse Gary. «Sulla Terra la definirem-
mo “follia”, ma qui il significato delle parole può cambiare,
qui la follia potrebbe essere la legge.»
«Non ci sono basi per definire la pazzia,» disse Caroline.
«Non si può stabilire una linea comune a tutte le creature,
per definire la normalità e il comportamento logico. Forse
questo essere ha uno scopo, e un metodo per raggiungere
questo scopo, e noi non possiamo comprendere né l'uno né
l'altro, e per questo lo definiamo pazzo. Ogni razza è diversa,
pensa in maniera diversa... forse giunge alle stesse conclu-
sioni e ai medesimi risultati, ma li raggiunge seguendo strade
diverse. Ricordi tutti gli esseri che hanno risposto alla chia-
mata degli Ingegneri? Erano tutti capaci, forse più di noi. In-
dipendenti l'uno dall'altro, forse avrebbero potuto raggiunge-
re i nostri stessi risultati, e forse più facilmente e con mag-
giore efficienza... eppure gli Ingegneri li hanno rimandati sui
loro mondi, perché gli Ingegneri non potevano lavorare con
loro. Non perché non ne fossero in grado, ma perché quelle
creature pensavano in maniera così diversa, perché i loro
processi mentali seguivano delle linee così insolite, che una
collaborazione era impossibile per mancanza di basi.»
«Eppure, noi pensiamo come gli Ingegneri,» disse Gary.
«Per lo meno, in maniera abbastanza simile; possiamo lavo-
rare insieme. Chissà per quale motivo.»
Caroline corrugò la fronte.
«Gary, sei sicuro che quei folletti, là fuori, sono le stesse
creature che si trovavano nella città degli Ingegneri?»
«Ci giurerei,» disse Gary, «ho visto bene quello che c'era.
Si è... be', si è impresso nella mia mente. Non lo dimentiche-
rò mai.»
«E la voce,» disse Caroline, «mi chiedo se la voce abbia
qualcosa a che fare con i folletti.»
«I folletti,» disse la voce, «sono i miei animaletti. Come i
vostri cani. Come i gatti. Degli esseri viventi che mi impedi-
scono di sentirmi solo.»
Non furono sorpresi nel sentire la voce; anzi, inconscia-
mente avevano atteso quella risposta.
«Ma uno dei folletti,» protestò Caroline, «è giunto nella
città degli Ingegneri.»
La voce aveva un tono ironico, quando rispose.
«Ma certo, umana, ma certo. Come mio rappresentante,
naturalmente. Perché io devo avere dei rappresentanti, non
capite? In un mondo materiale devo essere rappresentato da
qualcosa di visibile... di percepibile. Non potevo partecipare
a una riunione di così grande importanza semplicemente
come una voce disincarnata, come un pensiero vagante per i
corridoi di quella città vuota. Così ho mandato un folletto, e
sono andato con lui.»
«Che cosa sei, voce?» domandò Caroline. «Puoi dirci che
cosa sei?»
«Continuo a pensare che il vostro non è un buon sistema
di duello,» disse la voce, «direi che state facendo un grosso
errore.»
«Cosa te lo fa pensare?» domandò Gary.
«Perché gli Inferriali stanno preparando un rogo sotto la
vostra astronave,» disse la voce. «Sarà una questione di tem-
po, ma vi snideranno col fumo.»
Gary e Caroline ebbero lo stesso pensiero.
«Niente energia,» disse stancamente Caroline.
«Il sistema termoregolatore,» esclamò Gary.
«Non c'è energia,» disse Caroline, «il sistema termo-rego-
latore non funzionerà.»
Gary guardò verso lo schermo. Sottili nubi di fumo si sta-
vano sollevando, all'esterno.
«I funghi bruciano bene,» disse la voce, «quando sono
vecchi e secchi. E intorno ci sono molti funghi vecchi e sec-
chi. Non faticheranno a tenere acceso il fuoco.»
«Come scoiattoli snidati col fumo,» mormorò amaramente
Gary.
«L'avete voluto voi,» dichiarò la voce.
«Fuori di qui!» gridò Gary. «Ritirati e lasciaci soli, male-
dizione!»
Avvertirono chiaramente la partenza della cosa.
Come un brutto sogno, pensò Gary. Come un'avventura
nel paese delle Meraviglie, e lui e Gary erano la piccola e
spaventata Alice che vagava in un mondo incredibile.
Ascoltando, potevano udire il crepitare delle fiamme.
Adesso il fumo era una densa nuvola, che oscurava la vista
davanti allo schermo.
Come si poteva combattere senz'armi? Come si poteva
uscire da un'astronave trasformata in una trappola? Come si
poteva trovare una via d'uscita, quando rimanevano poche
ore di tempo, o forse solo pochi minuti, per trovare una solu-
zione?
Che cos'erano le armi?
Qual era il loro meccanismo fondamentale?
Qual era la sostanza di un'arma?
«Caroline,» disse Gary, «qual è, secondo te, la definizione
di arma?»
«Be',» disse lei, «mi pare semplice. Si tratta di un'estensio-
ne del tuo pugno. Un'estensione del tuo potere di ferire, o
della tua abilità a uccidere. Gli uomini hanno cominciato a
combattere con i denti e le unghie e i pugni, poi con le pietre
e i bastoni. Le pietre e i bastoni erano delle estensioni del pu-
gno umano, un'estensione dei suoi muscoli e dell'odio o del
bisogno di un essere umano.»
Pietre e bastoni, pensò. E poi una lancia. E, dopo la lancia,
un arco... Un arco!
Balzò in piedi, e andò di corsa ad aprire l'armadietto degli
attrezzi. Frugò rapidamente, e trovò quello che cercava.
Portò con sé una manciata di aste per bandiera, in legno,
ciascuna con una piccola bandiera da una parte, e l'altra
estremità in acciaio, acuminata per facilitarne lo impiego.
«Bandiere da esplorazione,» spiegò a Caroline, «quando si
esplora un pianeta sconosciuto, bisogna essere sicuri di poter
ritrovare la strada che porta all'astronave. Basta piantare que-
sti oggetti a intervalli regolari, e poi seguirli fino all'astrona-
ve, raccogliendoli durante il viaggio di ritorno. È impossibile
perdersi.»
«Ma...» fece Caroline.
«Evans pensava di servirsi di questa astronave per rag-
giungere Alpha Centauri. E avrebbe portato queste bandiere
con sé, per servirsene in caso di necessità.»
Tolse la punta acuminata da una delle bandiere, l'appoggiò
sul pavimento, e fece forza sull'asta. Era flessibile. Gary sor-
rise, soddisfatto.
«Un arco?» domandò Caroline.
Lui annui.
«Non sarà un capolavoro. Magari non sarà perfetto. E po-
trà non essere troppo solido. Quando ero bambino, andavo
nei boschi e mi fabbricavo un arco. Senza curvatura, senza
particolari accorgimenti. Più grosso a un'estremità che all'al-
tra. Ma funzionava, e bene. Usavo come frecce delle canne.
Una volta uccisi al primo colpo uno dei polli di mia madre.
Me le diede di santa ragione, quella volta.»
«Si sta facendo caldo, qua dentro,» gli disse Caroline.
«Non possiamo perdere tempo.»
Le sorrise, e si sentì tranquillo, adesso che c'era qualcosa
da fare.
«Portami della corda,» le disse. «Di qualsiasi tipo, non im-
porta. Se non la trovi abbastanza solida, portamene una certa
quantità. Potremo intrecciarla.»
Si mise al lavoro, preparando Tasta per l'uso che intendeva
fame.
Dopo avere preparato l'intelaiatura dell'arco, preparò le
frecce. Non c'era tempo per mettere anche le piume... e poi
non c'erano piume a bordo, ma quello era un rifinimento su-
perfluo. Avrebbe usato l'arco a distanza ravvicinata.
Ma, in compenso, aveva le punte per le sue frecce. Le acu-
minate punte di metallo delle bandiere. Ed erano adattissi-
me... se riusciva a imprimere alle frecce una certa velocità.
«Gary,» disse Caroline, e la sua voce era quasi inaudibile.
Si girò di scatto.
«Non ce corda, Gary. Ho cercato dappertutto.»
Non c'era corda.
«Dappertutto?» le domandò.
Lei annui.
«Non ce n'è. Ho guardato dappertutto.»
I vestiti, pensò Gary, disperatamente. Strappare delle stri-
sce di stoffa dai loro vestiti. Ma sarebbe stato del tutto inuti-
le. Non avrebbe funzionato. Cuoio? Il cuoio era troppo rigi-
do per funzionare. Filo metallico? Non poteva dare la spinta
necessaria.
L'intelaiatura dell'arco gli sfuggi di mano e cadde al suolo.
«Sta diventando caldo, qua dentro,» disse, prendendosi il
volto tra le mani.
Si girò a guardare lo schermo. Il fumo era una nube com-
patta, nella quale si agitavano dei riflessi sanguigni, i riflessi
del fuoco che divampava intorno all'astronave.
Quanto tempo ancora? Quanto tempo rimaneva loro, pri-
ma che fossero costretti ad aprire il portello e a uscire, in un
ultimo tentativo disperato di salvezza, sapendo che sarebbe
stato ugualmente inutile, che gli Infernali li stavano aspettan-
do per finirli?
L'astronave era invasa da un calore soffocante, il calore
che si sprigiona da una strada rovente in un giorno afoso e
immobile di Agosto.
E Gary sapeva che tra poco tempo quel calore sarebbe
cambiato, non sarebbe più stato morto e afoso, ma sarebbe
diventato vivo, una fornace fiammeggiante che li avrebbe
circondati da ogni parte, facendo bruciare i vestiti, e ogni og-
getto combustibile che si fosse trovato a bordo.
Ma prima che questo fosse accaduto loro avrebbero dovu-
to compiere l'ultimo tentativo disperato, il balzo verso la li-
bertà che avrebbe portato loro la morte dalle mani delle crea-
ture che stavano aspettando vicino al portello.
Era una tana, e loro erano due scoiattoli che arrostivano al-
l'interno della tana.
Dobbiamo voltarci, pensò Gary. Dobbiamo continuare a
voltarci, in modo che possiamo arrostire ugualmente da tutte
le parti.
«Gary!» gridò Caroline.
Si girò di scatto.
«Capelli?» domandò lei. «Ci ho pensato adesso. I capelli ti
potrebbero servire, come corda per l'arco?»
Fu come una scossa elettrica, che pervase Gary.
«Capelli!» gridò. «Ma certo... capelli umani! Sono il mi-
gliore materiale esistente!»
Caroline sciolse le sue trecce.
«Sono lunghi,» disse, «ne ero orgogliosa, così li ho lasciati
crescere.»
«Bisognerà intrecciarli,» disse Gary, «in modo che formi-
no una corda solida.»
«Dammi il tuo coltello,» disse lei.
La ragazza si tagliò una treccia. Era lunga e spessa.
«Dobbiamo fare in fretta,» disse Gary. «Non ci rimane
molto tempo.»
L'aria era secca e irrespirabile. Il metallo era rovente.
«Devi aiutarmi,» disse Gary, «dobbiamo agire in fretta e a
colpo sicuro. Non possiamo permetterci un secondo tentati-
vo. Non possiamo sbagliare.»
«Dimmi cosa devo fare,» rispose lei.
Un quarto d'ora dopo, le fece un cenno d'assenso.
«Apri il portello,» le disse, «e poi mettiti contro la parete,
immediatamente. Ho bisogno di spazio.»
Aspettò, con l'arco in mano, e la freccia pronta.
Non era un grande arco, pensò. Ma la distanza era poca.
Un arco che sarebbe servito per un paio di tiri... era la loro
speranza.
Il portello si apri. Il fumo entrò dall'apertura e nel fumo
Gary vidi le sagome di coloro che aspettavano.
Sollevò l'arco e il legno si curvò, e Gary fu pervaso da una
sensazione improvvisa di odio e di trionfo... l'odio e la paura
del fuoco, l'odio per le cose che attendono al varco l'uomo
per ucciderlo, la furia dell'essere umano costretto in un ango-
lo, incalzato da cose aliene.
La freccia sibilò e attraversò la nube di fumo. L'arco si
curvò di nuovo e ci fu un altro sibilo, il mormorio della cor-
da e del legno e della tensione dei muscoli umani.
Fuori, a terra, due forme oscure stavano agonizzando, tra
le nubi di fumo.
Era stato proprio come tirare a degli scoiattoli.

Capitolo XV

«Davvero ingegnoso,» disse la voce. «Avete vinto chiara-


mente. Avete fatto meglio di quanto pensassi.»
«E adesso,» disse Caroline, «tu ci riporterai nella città de-
gli Ingegneri. Ci farai tornare indietro.»
«Bene, certo,» disse la voce. «si, certo, lo farò. Ma prima
devo fare un po' di pulizia in giro. I corpi, prima di tutto. I
cadaveri sono così spiacevoli.»
Ci furono due brevi lampi, e i corpi dei due Infernali
scomparvero. Dove si erano trovati rimase soltanto una nu-
voletta di fumo giallo, e un po' di cenere sul terreno.
«Te l'ho già domandato una volta,» disse Caroline, «e tu
non «mi hai risposto. Che cosa sei? Abbiamo cercato qual-
che segno di civiltà e...»
«Sei sulla strada sbagliata, giovane umana,» le disse la
voce. «Hai cercato delle cose infantili. Hai cercato delle città
e qui non ci sono città. Hai cercato delle strade e delle navi e
delle fattorie, e qui non ce ne sono. Ti aspettavi di trovare
una civiltà e qui non esiste nessuna forma di civiltà che tu
possa riconoscere come tale.»
«Hai ragione,» disse Gary, «non c'è il minimo segno.»
«Io non ho città,» disse la voce, «perché non ne ho biso-
gno, benché io possa costruire una città in un secondo. Le fo-
reste di funghi sono le uniche coltivazioni che mi servono
per nutrire i miei animaletti. Non ho bisogno di strade e di
navi, perché posso andare dovunque senza servirmi di esse.»
«Vuoi dire che puoi spostarti col pensiero?»
«Con la mia mente,» disse la voce, «io vado dove voglio,
nel tempo e nello spazio, e raggiungo la mia meta. Non mi
immagino soltanto di spostarmi: ci vado davvero. Da un tem-
po immemorabile la mia razza ha abbandonato le macchine,
sapendo che nelle sue capacità mentali, nella profondità della
sua mente collettiva, essa aveva in potenza molto di più di
quanto fosse possibile ottenere da meccanismi artificiali e di-
fettosi. Così la razza ha costruito delle menti, invece che del-
le macchine. Menti, ho detto. Ma ” mente ”, una mente, una
sola mente, è la spiegazione migliore. Oggi io sono quella
mente. Una singola mente razziale.
«Ho usato questa mente per strapparvi dal passaggio spa-
zio-temporale nel momento preciso in cui stavate per emer-
gere sopra la città degli Ingegneri. Ho usato questa mente per
portare qui gli Infernali. Questa mente ha bloccato le vostre
macchine e l'astronave e le armi, e se solo lo pensassi, questa
mente potrebbe uccidervi immediatamente.»
«Ma tu,» disse Caroline, «il pronome personale che tu usi.
L' “io” di cui tu parli. Di che si tratta?»
«Io sono la mente,» disse la voce, «e la mente è me.
Io sono la razza. Io sono la razza da molti milioni di anni.»
«E tu giochi a fare il Dio,» disse Caroline. «Porti su questo
mondo degli esseri inferiori, come in un'arena, e li fai com-
battere, mentre tu stai a vedere e ti diverti...»
«Be', certo.» disse la voce, «perché, vedi, io sono pazzo. In
certi momenti la mia pazzia è davvero molto violenta.»
«Pazzo?»
«Be', certo,» continuò la voce, «è quello che doveva acca-
dere. Non si può portare una mente, una grande mente comu-
ne, una possente mente razziale, al punto di perfezione al
quale io sono stato portato, e aspettarsi di mantenerla in per-
fetto equilibrio, come un orologio infallibile. Il comporta-
mento di una mente è variabile. A volte,» disse la voce, in
tono confidenziale. «La mia pazzia è terribile.»
«E adesso, come sei?» domandò Gary.
«Be', in questo momento,» disse la voce, «anche se ti può
sembrare strano, sono abbastanza razionale. Sono quasi me
stesso.»
«E allora, che ne diresti di lasciarci partire?»
«Subito,» disse la voce, in tono formale, «devo sistemare
solo un paio di cose. Non mi piace che sul pianeta rimangano
i resti del mio comportamento irrazionale. Per esempio, quel-
l'astronave degli Infernali, laggiù...»
Ma invece dell'astronave Infernale, fu l'astronave terrestre
che salì in cielo ed esplose in un accecante fiore di fuoco che
riscaldò per qualche istante quel pianeta deserto.
«Ehi, un momento...» gridò Gary, e poi tacque, perché l'e-
normità di quanto era accaduto gli era penetrata nella mente.
«Ahi, ahi,» disse la voce, «che stupido sono stato. Come
ho potuto fare una cosa simile! Adesso, non potrò più farvi
ritornare indietro!»
La sua risata folle tuonò nel cielo, come il battito di un
grande tamburo.
«L'astronave degli Infernali!» gridò Gary. «Corriamo...
presto!»
Ma mentre diceva queste parole, l'astronave degli Infernali
esplose in un fiore di fuoco, seguita da una scia di fumo che
gravò per qualche istante sull'allucinante foresta di funghi.
«In ogni modo, non avreste potuto farla funzionare,» disse
la voce, «non vi sarebbe servita proprio a niente.»
Rise di nuovo, e la risata si allontanò, come gli ultimi tuo-
ni di un temporale d'estate.
Gary e Caroline restarono immobili, e si guardarono intor-
no, incontrando solo funghi giganti e acque verdastre e la
strana vegetazione che sorgeva intorno alla palude.
Un folletto fece capolino dietro un fungo, squittì e scom-
parve.
«Che cosa facciamo, adesso?» domandò Caroline, e fu una
domanda alla quale sarebbe stato impossibile, almeno per il
momento, dare una risposta.
Gary fece un rapido inventario mentale.
I vestiti che indossavano.
Pochi fiammiferi, che teneva in tasca.
Un arco e qualche freccia, ma l'arco non serviva a molto.
Ed era tutto. Non c'era altro.
«Dei nuovi animaletti,» disse amaramente Caroline.
«Cosa hai detto?» fece Gary, pensando di avere frainteso.
«Lascia perdere,» disse lei, «dimentica quello che ho det-
to.»
«Non ce niente da vedere,» disse Gary. «Niente da tocca-
re. Quella voce... quella voce è niente.»
«È una cosa orribile,» disse Caroline, «non capisci,
Gary, quanto sia orribile? La fine di una grande razza.
Prova a pensarci. Milioni di anni, miliardi di anni per co-
struire una grande civiltà della mente. Non una civiltà mec-
canica, non una cultura materialistica, ma una civiltà menta-
le. La lotta per raggiungere la comprensione, l'unità.
«E adesso è una creatura nella sua senilità, una cosa folle
che è ritornata alla seconda infanzia, ma i suoi poteri sono
troppo grandi per un bambino, sono pericolosi... pericolosi.»
Gary annui.
«Può trasformarsi in qualsiasi cosa. Ha mandato un follet-
to nella città degli Ingegneri, e gli Ingegneri hanno pensato
che il folletto fosse la mente con la quale erano entrati in
contatto. Ma non lo era. Era semplicemente una marionetta
stolida, «ma la voce la manovrava a volontà, parlava attra-
verso la sua mente inerte.»
«Gli Ingegneri devono avere avvertito le sfumature di paz-
zia di quella mente,» disse Caroline. «Forse non ne hanno
avuto la certezza ma, per lo meno, l'hanno intuito, e così
l'hanno fatta partire con gli altri. La voce avrebbe potuto la-
vorare con noi. Hai notato che i suoi discorsi sono umani...
perché ha preso tutto dalle nostre menti, ha assorbito le no-
stre definizioni, il nostro linguaggio, il nostro modo di vede-
re le cose.»
«Può comprendere tutto quello che esiste nell'universo,»
disse Gary. «Avrebbe potuto scoprire tutti i misteri che sono
invece rimasti insoluti.»
«Ma forse l'ha fatto,» fece Caroline. «Forse il peso della
conoscenza è stato troppo grande. Quando sovraccarichi un
motore, il motore si brucia. Cosa succede se sovraccarichi
una mente, anche se grande come questa?»
«Forse giunge la pazzia,» ammise Gary. «Dio, non lo so. È
un'esperienza del tutto nuova.»
Caroline si avvicinò a Gary.
«Siamo soli, Gary,» disse lei, «la razza umana è sola. Nes-
sun'altra razza possiede il nostro equilibrio. Le altre razze
possono essere grandi come la nostra, ma non avranno mai il
nostro equilibrio. Guarda gli Ingegneri. Materialisti. mecca-
nizzati a tal punto che per loro è impossibile concepire linee
diverse di pensiero. E la voce. Si trova esattamente all'oppo-
sto. Esiste solo la mente. Una mente troppo grande e troppo
potente. E gli Infernali. Selvaggi uccisori. Piegano tutte le
scienze allo scopo di uccidere. Sono dei monomaniaci che
sono disposti a distruggere lo universo, pur di ottenere una
completa supremazia.» Rimasero in silenzio, fianco a fianco.
Il grande sole rosso stava calando sull'orizzonte, a occidente.
I folletti correvano tra i funghi, gorgogliando e squittendo.
Una cosa disgustosa, lunga due piedi, strisciò ai margini del-
la palude fangosa, si fermò a guardarli, e poi scomparve nel-
l'acqua.
«Accenderò un fuoco,» disse Gary, «sarà presto notte. Do-
vremo alimentare il fuoco in continuazione, quando lo avre-
mo acceso. Mi rimangono pochi fiammiferi.»
«Forse possiamo mangiare i funghi,» disse Caroline.
«Alcuni di essi potrebbero essere velenosi,» le disse Gary.
«Dovremo sorvegliare i folletti. Mangiare quello che loro
mangiano. Non sarà una garanzia assoluta, certo, perché il
loro fisico potrebbe sopportare delle sostanze per noi veleno-
se, ma non possiamo fare altrimenti. Mangeremo pochi boc-
coni per volta, e uno per volta...»
«I folletti! Credi che ci daranno fastidio?»
«Non credo,» le disse Gary, ma non ne era così sicuro.
Prepararono il fuoco, prendendo manciate di funghi sec-
chi. Gary accese un fiammifero.
Il sole era calato e le stelle stavano apparendo nel cielo ne-
buloso... stelle che non conoscevano.
Rimasero accanto al fuoco, non tanto per il calore che esso
produceva, quanto per il conforto che davano le fiamme, e
guardarono le stelle, ascoltarono i rumori della foresta, e lo
sciacquio della palude.
«Abbiamo bisogno di acqua,» disse Caroline.
Gary annui.
«Dovremo filtrarla. C'è molta sabbia. E la sabbia è un otti-
mo filtro.»
«Sai,» disse Caroline, «mi sembra impossibile che questo
sia accaduto proprio a noi. Continuo a pensare che presto ci
sveglieremo, e che tutto tornerà normale. Non è accaduto
niente, in realtà. È...»
«Gary...» ansimò la ragazza.
Lui sobbalzò, sentendo il tono allarmato della sua voce.
Caroline aveva le mani tra i capelli.
«C'è di nuovo!» mormorò. «La treccia che ho tagliato per
fare la corda dell'arco. L'ho tagliata, capisci, e adesso c'è an-
cora!»
«Be', io...» Ma Gary non terminò la frase.
Perché davanti a loro, a non più di cento metri, c'era l'a-
stronave... l'astronave di Tommy Evans, l'astronave che la
voce aveva distrutto con una sola fiammata. Era sulla sabbia,
e dal portello usciva della luce, e il metallo rifletteva il chia-
rore delle stelle.
«Caroline!» gridò. «L'astronave! L'astronave!»
«Correte,» disse loro la voce, «correte, prima che io cambi
idea. Correte, prima che io ritorni pazzo.»
Gary aiutò Caroline ad alzarsi in piedi.
«Vieni,» gridò.
«Consideratemi meglio che potete,» disse la voce. «Ricor-
datemi come un vecchio, un vecchio che non è più quello
che è stato... che non è più quello che è stato.» Corsero nel-
l'oscurità verso l'astronave.
«Correte, correte,» gridava la voce, «non posso fidarmi di
me stesso.»
«Guarda!» gridò Caroline, «guarda nel cielo!»
La ruota luminosa era lassù, la ruota nebulosa che avevano
visto per la prima volta nel cielo di Plutone... l'ingresso del
passaggio nello spazio-tempo.
«Vi ho restituito l'astronave,» disse la voce, «vi ho restitui-
to la treccia di capelli. Vi prego, pensate a me con indulgen-
za... vi prego, vi prego... consideratemi con indulgenza...»
Si arrampicarono sulla scaletta, e chiusero il portello alle
loro spalle.
Davanti ai comandi, Gary scoprì che il motore era già sta-
to avviato. Tutto pronto, dicevano i quadranti.
L'astronave parti verso il cielo, e colpirono il centro della
ruota luminosa, e affondarono nel buio insondabile della
quarta dimensione. Poi fu di nuovo giorno, e la città degli In-
gegneri apparve sotto di loro... una città annientata, in rovi-
na, coperta di macerie, bombardata in continuazione dal cie-
lo.
Gary si voltò, felice, e vide che gli occhi di Caroline erano
velati di lacrime. La ragazza stava piangendo.
«Quella povera creatura,» disse la ragazza, «quella povera,
vecchia creatura laggiù.»

Capitolo XVI
La città degli Ingegneri era in rovina, ma nel cielo, impe-
gnati in un combattimento disperato, pochi contro le orde de-
gli Infernali, i resti della flotta degli Ingegneri si ergevano
ancora tra loro civiltà e la completa distruzione.
Le superbe torri erano state ridotte in polvere e le strade
erano coperte di macerie; i frammenti delle astronavi cadute
si trovavano ovunque.
Gary guardò ansiosamente il cielo.
«Spero che riescano a trattenerli,» disse, «almeno per il
tempo necessario ad accumulare l'energia.»
Caroline sollevò il capo dagli strumenti, sistemati sul tetto
del laboratorio.
«Sta accumulandosi in fretta,» rispose «ho quasi paura.
Sai, potrebbe sempre sfuggire al controllo. Ma dobbiamo ac-
cumularne una certa quantità, per incominciare. Se il primo
colpo non distruggerà completamente gli Infernali, non avre-
mo una seconda opportunità.»
La mente di Gary ripercorse i frenetici giorni di lavoro, la
disperata lotta contro il tempo, che erano seguiti al loro ritor-
no. Kingsley e Tommy avevano raggiunto i confini dell'uni-
verso per creare un'enorme bolla spazio-temporale, racchiu-
dendo il continuum spazio-temporale in un'ipersfera, che poi
si era staccata dall'universo-madre, iniziando la sua vita di
universo indipendente, nell'interspazio.
C'era voluta molta energia per fare questo, un continuo ca-
nale di energia fornita dai generatori magnetici, e trasmessa
attraverso lo spazio sotto forma di un raggio sottile. Ma c'era
voluta ancora più energia per fare ” ruotare ” l'ipersfera attra-
verso la teorica quinta dimensione, fino a renderla uguale al-
l'interspazio... un luogo nel quale il tempo non esisteva, le
cui leggi non erano le leggi dello universo, una misteriosa re-
gione che, una volta creata, era incredibilmente facile da ma-
novrarsi nello spazio normale. Non era una sfera, non era
neppure un'ipersfera... era una strana dimensione che appa-
rentemente non poteva essere né identificata, né misurata, né
definita dai sensi umani e dai consueti strumenti di analisi.
Ma, qualsiasi cosa fosse, gravava ora nel cielo sopra la cit-
tà, sebbene nulla tradisse la sua esistenza. Non poteva essere
vista, né percepita... era una cosa creata grazie alle equazioni
fornite dall'ultimo uomo della Terra, equazioni che Caroline
aveva annotato su una vecchia busta.
Fuori dell'universo quella piccola ipersfera artificiale stava
creando una frizione, e delle tensioni, le condizioni necessa-
rie perché la misteriosa energia dell'eternità si sprigionasse...
un'energia che in quel momento si stava riversando nell'uni-
verso, e veniva assorbita dall'intelaiatura pentadimensionale
che gravava sulla città.
Una nuova energia allo stato puro, proveniente da una re-
gione dove il tempo non esisteva, un'energia che era senza
forma e senza tempo, ma che poteva venire cristallizzata in
qualsiasi forma.
Kingsley era in piedi accanto a Gary, e guardava il cielo.
«Un campo di energia,» disse, «e che energia! Una specie
di batteria, che sta accumulando l'energia proveniente dall'in-
terspazio. Spero che vada tutto secondo i piani di Caroline.»
«Non preoccuparti,.» disse Gary, «hai visto le formule.»
«Certo, le ho viste,» brontolò Kingsley, «ma non ho capito
assolutamente niente.»
Scosse il capo.
«Come va quell'universo?» domandò.
Caroline parlò con voce calma all'Ingegnere.
«Adesso c'è energia sufficiente,» disse, «puoi fare atterrare
i superstiti.»
L'Ingegnere aveva una cuffia sul capo, ed evidentemente
stava impartendo degli ordini: ma i terrestri non riuscirono a
captare i suoi pensieri.
«Guardiamo, adesso,» disse Herb, «sarà uno spettacolo de-
gno di essere visto.»
Nello spazio al di sopra della città un'astronave si impen-
nò, e discese, come una freccia, seguita da alcune altre. Dopo
pochi istanti i resti della flotta degli Ingegneri si stavano diri-
gendo verso terra. E la flotta degli Infernali si stava radunan-
do, per distruggere completamente il nemico che si ritirava. ,
L'Ingegnere si era tolto la cuffia, e si era messo davanti a
un quadro di comando. Gary vide Caroline e l'uomo di me-
tallo al lavoro.
Sapeva che l'Ingegnere stava spostando la massa pentadi-
mensionale in una posizione intermedia tra loro e la flotta
degli Infernali. Quel campo di terribile energia si sarebbe
trovato sulla strada degli invasori.
L'ultima astronave della flotta degli Ingegneri si era messa
al riparo.
E a poche miglia la flotta degli Infernali cominciava a di-
scendere, in formazione compatta, e ora le armi non tuonava-
no, mentre gli schermi protettivi erano sempre in azione: il
nemico si preparava a dare il colpo di grazia.
Gary chiuse gli occhi per un momento, quando Caroline
sollevò il braccio, puntando un piccolo riflettore, dall'aspetto
inoffensivo, contro la flotta degli invasori.
Vide un raggio di luce partire verso l'alto, pallido nella
luce dei tre grandi soli... un raggio di luce pallido, debole,
inoffensivo, che si dirigeva contro la flotta nemica.
E poi il cielo parve esplodere, e una fiammata di luce az-
zurra avviluppò la flotta nemica. Gli schermi protettivi av-
vamparono per qualche istante, poi esplosero in una pioggia
di scintille. Per lo spazio di un secondo, prima che fosse co-
stretto a ripararsi gli occhi dalla luce accecante, Gary vide gli
scheletri neri delle astronavi Infernali, che si accartocciavano
e scomparivano nella fornace di energia che era divampata
nel cielo.
Poi il cielo fu vuoto, vuoto come se non fosse mai esistita
nessuna astronave Infernale. Non c'era alcun segno della
massa pentadimensionale, non c'era alcun segno di astronavi
e di armi... solo l'azzurro del cielo, nel quale la luce dei tre
soli danzava sull'orizzonte violetto.
«Bene,» disse Herb, singhiozzando per l'emozione, «que-
sta è la fine degli Infernali.»
Si, questa era la fine degli Infernali, pensò Gary. Non esi-
steva nulla, in tutto l'universo, capace di resistere a quella
tremenda energia. Quando la luce, quel sottile e debole rag-
gio di luce emanato dal ridicolo proiettore, aveva colpito il
campo di energia, la sostanza senza tempo e senza forma si
era improvvisamente materializzata, aveva assunto la forma
dell'energia con la quale si era scontrata. E in un lampo di
luce aveva travolto gli Infernali, aveva colpito mortalmente e
definitivamente... li aveva cancellati dall'Universo senza pie-
tà.
Cercò di immaginare quella fiammata di energia in movi-
mento nell'universo. Avrebbe viaggiato per anni, avrebbe
fiammeggiato senza pietà attraverso migliaia di anni luce.
Col tempo l'energia sarebbe diminuita, lentamente si sarebbe
scaricata, avrebbe perduto gran parte della sua forza negli
spazi intergalattici. E forse un giorno sarebbe scomparsa del
tutto. Ma nel frattempo nulla avrebbe potuto resistere sulla
sua strada, nulla avrebbe potuto sopravvivere. Negli anni
della Fiamma i più grandi soli dell'universo si sarebbero
scomposti nei loro gas fondamentali, sarebbero scomparsi
non appena la Fiamma fosse giunta a sfiorarli. E qualche
astronomo, cogliendo il fenomeno attraverso le lenti del suo
telescopio, si sarebbe chiesto l'origine di quella strana ano-
malia cosmica.
Si voltò, lentamente, e guardò Caroline.
«Come ci si sente,» domandò, «dopo avere vinto una guer-
ra?»
Lei lo guardò, e il suo volto era pallido e stanco.
«Non dirmi questo,» esclamò, «sono stata costretta a farlo.
Erano degli esseri terribili, ma erano vivi... e la vita è così
rara, nell'universo.»
«Hai bisogno di dormire,» disse lui.
La bocca di Caroline si curvò in una smorfia amara.
«Non si può dormire,» disse lei. «Non si può riposare. Ab-
biamo appena cominciato. Dobbiamo salvare l'universo.
Dobbiamo creare delle altre intelaiature pentadimensionali,
più grandi di questa, e in grande quantità. Per assorbire l'e-
nergia, quando gli universi si incontreranno.»
Gary sobbalzò. Aveva dimenticato l'altro universo. Era
stato tanto preso dalla distruzione degli Infernali, che l'altro
problema, quello più grande e drammatico, gli era uscito di
mente.
Ma adesso, riportato bruscamente alla realtà, comprendeva
l'entità del lavoro che si trovava davanti a loro. Interpellò
l'ingegnere:
«Quanto tempo ci resta?» domandò.
«Molto poco tempo,» disse l'Ingegnere. «Molto, molto
poco. Temo che l'energia possa raggiungerci in qualsiasi mo-
mento.»
«Quell'energia,» esclamò Kingsley, in preda a una emo-
zione violenta. «Pensate a quello che potremmo fare con
essa. Potremmo creare una grande intelaiatura pentadimen-
sionale, e usarla come batteria. Potremmo mandare dell'ener-
gia in qualsiasi angolo dell'universo. Potremmo creare un ge-
neratore di energia universale.»
«Per prima cosa,» dichiarò Tommy, «dobbiamo imparare
a controllarla, a incanalarla secondo i binari desiderati.»
«Per prima cosa,» insiste Caroline, «dobbiamo fare qual-
cosa per l'altro universo.»
«Un momento,» disse Gary, «abbiamo scordato una cosa.
Abbiamo chiesto alle creature dell'altro universo di venire ad
aiutarci, ma ormai non abbiamo più bisogno di loro.».
Guardò l'Ingegnere.
«Hai parlato con loro?» domandò.
«Si,» disse l'ingegnere, «ho parlato con loro. Vogliono
sempre venire.»
«Vogliono sempre venire?» chiese Gary. sbalordito. «E
per quale motivo?»
«Vogliono emigrare nel nostro universo.» disse l'ingegne-
re. «E ho concesso loro il permesso di farlo.»
«Tu hai... concesso...» ruggì Kingsley, «e da quando in
qua il nostro universo è entrato nel mercato dell'immigrazio-
ne? Non conosciamo quegli esseri. Potrebbero essere perico-
losi. Potrebbero voler distruggere la vita attualmente esisten-
te nel nostro universo.»
«C'è posto in abbondanza, per loro,» disse l'ingegnere, e la
sua voce parve ancora più fredda e impersonale del solito.
«C'è spazio in quantità. Abbiamo più di cinquanta miliardi di
galassie e ogni galassia comprende circa cinquanta miliardi
di stelle. È vero, certo, che solo una stella su diecimila pos-
siede dei pianeti... ma è anche vero che solo un sistema sola-
re su cento possiede la vita. E se avessimo bisogno di un nu-
mero maggiore di sistemi solari, potremmo fabbricarli. Con
l'energia della dimensione dell'eternità a nostra disposizione,
possiamo muovere le stelle, possiamo farle scontrare onde
creare dei nuovi sistemi solari. Con questa nuova energia po-
tremo rimodellare l'universo, forgiarlo secondo i nostri biso-
gni.»
L'idea colpi Gary con terribile violenza. Potevano rimodel-
lare l'universo! Lavorando con l'energia allo stato puro, con
il potere quasi infinito che essa metteva a loro disposizione,
avrebbero potuto mutare il corso delle stelle, cambiare la di-
sposizione delle galassie, fabbricare dei pianeti, elaborare un
piano per vincere l'entropia, la tendenza ad ammassarsi. L'i-
dea era nuova e fantastica e terribile. E c'era anche un cam-
panello d'allarme che suonava nella sua mente... un suono
sottile ma insistente. La razza umana non era pronta a riceve-
re questi grandi poteri, non poteva usarli con misura e intelli-
genza, e forse con essi avrebbe distrutto l'intero universo. Ma
esistevano degli esseri, in tutto l'universo, degni di ricevere
quel potere? Sarebbe stato saggio affidare tanto nelle mani di
una singola razza?
«Ma perché vogliono venire?» disse Caroline.
«Perché,» rispose l'Ingegnere, «stiamo per distruggere il
loro universo per salvare il nostro.»
Fu come se una bomba fosse esplosa in mezzo a loro. Ci
fu un lungo istante di completo silenzio. Gary senti la mano
di Caroline che stringeva la sua. Lui restituì la stretta, con
forza.
«Ma perché distruggere il loro universo?» gridò Tommy.
«Abbiamo a portata di mano i mezzi per salvarli entrambi.
Dobbiamo semplicemente creare degli altri schermi pentadi-
mensionali per assorbire l'energia.»
«No!» fece l'ingegnere. «Non possiamo farlo. Se avessimo
del tempo a nostra disposizione, sarebbe un altro discorso.
Ma è rimasto così poco tempo. Una volta scatenata, l'energia
sarebbe inarrestabile. Ci vorrebbero tanti schermi, e noi ab-
biamo così poco tempo.»
Kingsley brontolò qualcosa. L'Ingegnere prosegui:
«Quegli altri esseri,» il silenzio era diventato concreto e
palpabile, intorno a loro, «sanno che il loro universo avrà co-
munque vita breve. Ha quasi raggiunto la fine del suo ciclo
vitale. Presto nel suo spazio materia ed energia saranno di-
stribuite in parti eguali. Verrà presto il giorno in cui calore,
energia e massa diventeranno una sola rete impalpabile, ai li-
miti dell'annullamento totale.»
Gary fischiò, piano: «Come un orologio scarico.» mormo-
rò.
«Hai ragione,» disse Kingsley, «come un orologio scarico.
E questo accadrà a suo tempo anche al nostro universo.»
«No,» fece Gary, «se avremo a nostra disposizione l'ener-
gia dell'interspazio.»
«In questo momento,» prosegui l'ingegnere, «solo un an-
golo dell'altro universo può ancora ospitare la vita... la parte
che sta davanti a noi. Tutta la vita è stata trasferita in quel-
l'angolo e adesso verrà trasferita nel nostro universo.»
«Ma come faranno a venire qui?» domandò Herb.
«Si serviranno di una contrazione temporale,» disse l'inge-
gnere. «Usciranno dal loro universo, ma nel fare questo mo-
dificheranno il fattore tempo nelle pareti della loro
ipersfera... una distorsione che li manderà avanti nel tempo,
e li porterà più vicini al nostro universo che al loro. La nostra
forza di attrazione prenderà la loro ipersfera, portandola
qui.»
«Ma questo produrrà maggiore energia,» protestò Gary.
«Il loro universo in miniatura verrà distrutto.»
«No!» dichiarò l'ingegnere. «Perché essi uniranno il loro
continuum spazio-temporale a quello del nostro universo non
appena i due si incontreranno. Diventeranno immediatamen-
te parte del nostro universo.»
«Hai detto loro come creare un'ipersfera?» domandò Herb.
«Si,» rispose l'ingegnere, «e questo salverà il popolo del-
l'altro universo. Essi hanno tentato molte strade, hanno ela-
borato nuove teorie e nuovi rami della matematica, tentando
di salvarsi. Hanno scoperto molte cose che noi non conoscia-
mo, ma non hanno mai pensato di poter uscire dal loro uni-
verso. A quanto pare sono un popolo meccanicistico, ancor
più degli Ingegneri. Hanno perduto la scintilla vitale della
immaginazione, di cui voi uomini siete così ben forniti.»
«Dio mio,» fece Gary, «ma pensate! L'immaginazione che
salva il popolo di un altro universo. L'immaginazione di una
piccola razza di terza categoria, che non ha neppure comin-
ciato a farne uso propriamente!»
«Hai ragione,» dichiarò l'ingegnere. «E nei millenni che
verranno questa immaginazione farà della vostra razza la pa-
drona dell'universo intero.»
«Profetico,» disse Gary.
«Lo so,» obiettò l'ingegnere.
«Una sola cosa,» volle sapere Herb, «come verrà distrutto
l'altro universo?»
«Lo distruggeremo noi,» disse l'Ingegnere. «esattamente
come abbiamo distrutto gli Infernali.»

Capitolo XVII

Tommy era seduto sulla poltrona di pilotaggio, e faceva


avanzare lentamente l'astronave, impiegando i razzi a brevi
intervalli.
«Bisogna lottare per restare fermi,» sibilò tra i denti. «Non
si può dire la posizione. Da queste parti non esistono direzio-
ni, né punti coi quali orientarsi.»
«Certamente no,» brontolò Kingsley, «siamo in un luogo
che nessun uomo ha mai visto. Ci troviamo nel punto in cui
spazio e tempo si annullano, dove le linee di forza sono di-
storte, dove tutto è aggrovigliato e confuso.»
«Il confine dell'universo,» disse Caroline.
Gary guardò lo schermo. Non c'era nulla da vedere, solo
un abisso di un azzurro profondo, che pareva singolarmente
vibrante di vita.
Si voltò e domandò all'ingegnere:
«Ancora nessun segno di energia?»
«Segnali deboli,» disse l'ingegnere, studiando le lancette
dell'indicatore. «Debolissimi, anzi. In questo momento l'altro
universo è quasi su di noi, e le linee di forza stanno appena
iniziando a reagire tra di loro.»
«Quanto tempo ci vorrà, ancora?» domandò Kingsley.
«Non posso dirlo,» rispose l'ingegnere, «sappiamo ben
poco sulle leggi del luogo dove ci troviamo. Potrebbe essere
un periodo breve o lungo. Dipende.»
«Bene,» disse Herb, «i fuochi artificiali possono comincia-
re da un momento all'altro. Quelli dell'altro universo hanno
già raggiunto il nostro senza incidenti, e non ci sono ragioni
per cui l'altro universo debba continuare a esistere. Possiamo
farlo saltare quando vogliamo.»
«Gary,» disse Kingsley, «è meglio che tu ed Herb andiate
a occuparvi dei proiettori. Dobbiamo prepararci ad agire in
fretta.»
Gary annui, e si mise ai comandi di un proiettore. Sedette
davanti a esso, e strinse la leva direzionale. La mosse, sapen-
do che, all'esterno, la punta del proiettore stava descrivendo
un ampio circolo.
Attraverso il portello vedeva l'azzurro intenso del vuoto
nel quale si muovevano.
Là fuori, spazio e tempo stavano confondendosi e assotti-
gliandosi. Come una barca sul mare in burrasca, stavano na-
vigando sui confini dell'universo, e la loro astronave era gui-
data dalle confuse linee di forza che nascevano a ogni istan-
te.
Là fuori, molto vicino, invisibile ma presente, c'era il mi-
sterioso interspazio. E pure vicinissimo, e invisibile, pur es-
sendo immenso e titanico, c'era un altro universo. Un univer-
so vecchio e in disfacimento, dal quale tutti gli abitanti erano
fuggiti, un universo morente che era stato condannato a mor-
te.
Tra pochi istanti lo spazio tra gli universi avrebbe comin-
ciato a colmarsi di una terribile energia, senza tempo e senza
forma. Lentamente, questa massa avrebbe cominciato a fil-
trare nei due universi, dapprima lentamente, ma poi sempre
più in fretta, aumentando la loro massa, condannandoli a una
distruzione quasi istantanea.
Ma prima che questo potesse accadere, il raggio disinte-
gratore, la più terribile forma di energia conosciuta dagli In-
gegneri, sarebbe penetrato nel campo di energia latente,
avrebbe fiammeggiato verso la massa dell'altro universo.
Istantaneamente, il campo di energia si sarebbe tramutato
nella terrificante potenza del raggio disintegratore, ingiganti-
to di milioni di volte... una accecante massa di energia che
nessuna forza avrebbe potuto arrestare, che avrebbe bruciato
l'essenza del tempo e dello spazio, che avrebbe distrutto la
materia e cancellato qualsiasi altra energia. E questa massa
fiammeggiante sarebbe penetrata nell'altro universo.
E quando questo fosse accaduto, il campo di energia, ri-
versando tutta la sua potenza nella fiamma disintegratrice,
sarebbe stato allontanato dall'universo più giovane, si sareb-
be completamente riversato nell'universo che doveva essere
distrutto.
E l'altro universo, attaccato dalla massa di energia, avreb-
be cominciato a contrarsi.
Gary si asciugò il sudore che gli imperlava la fronte.
Questo sarebbe accaduto se tutto fosse andato come Caro-
line e l'ingegnere avevano previsto. Eppure sembrava impos-
sibile che quella piccola astronave, con due piccoli proiettori
manovrati dai fragili membri della razza umana, potesse di-
struggere completamente un universo, una matrice spazio-
temporale di dimensioni inimmaginabili.
Eppure lui aveva visto il raggio del minuscolo proiettore
raggiungere il punto in cui giaceva inerte la massa dell'ener-
gia pentadimensionale, e aveva visto l'accecante fiammata
che aveva annientato nello spazio di un secondo una possen-
te flotta di astronavi da guerra, protette da schermi quasi
inattaccabili... apparentemente immuni a qualsiasi attacco...
meno che dalla fievole luce di un raggio manovrato dalla
mano di una ragazza fragile.
Ricordando questo, era più facile credere che i raggi disin-
tegratori, cristallizzando un campo di energia molto più va-
sto, potessero distruggere un universo. Perché non erano i
proiettori che dovevano svolgere il lavoro, ma semplicemen-
te dirigere l'immensa energia verso l'universo morente.
«Il campo sta formandosi,» avvertì Caroline. «State pron-
ti.»
Gary le sorrise.
«Spareremo quando vedremo il bianco dei loro occhi,»
disse.
Cercò nella sua mente l'origine di quella frase. Qualcosa
che apparteneva alla storia. Qualcosa che apparteneva alle
oscure leggende del passato. Un racconto popolare di una
grande battaglia dei tempi antichi.
Si strinse nelle spalle. La storia poteva non essere vera. Le
antiche leggende erano per lo più dei miti. Era un'altra storia
da raccontare davanti al caminetto, in una buia notte d'inver-
no, quando il vento ululava e la pioggia cadeva sul tetto.
Guardò di nuovo lo schermo e vide di nuovo l'azzurro che
sembrava palpitare di vita.
Dovevano aspettare. Aspettare che l'energia si accumulas-
se. Che la quantità fosse sufficiente. Ma non troppo. Perché
se aspettavano troppo, nulla avrebbe potuto fermare l'ener-
gia, ed essa si sarebbe riversata anche nel loro universo. E
per loro sarebbe stata la fine.
«Preparatevi,» disse Kingsley, e Gary allungò la mano
verso l'interruttore che avrebbe messo in funzione il disinte-
gratore. Tese i muscoli.
«Adesso!» ruggì Kingsley, e Gary girò l'interruttore.
Con entrambe le mani spinse il regolatore indietro e avan-
ti, indietro e avanti. Accanto a lui, Herb faceva lo stesso.
All'esterno sbocciò un fiore di fuoco, un lampo accecante
e sinistro che sembrò ribollire e danzare per diventare infine
un solido lenzuolo di fiamme. Una massa solida che comin-
ciò ad avanzare, allontanandosi da loro, per portare la morte
a un universo ormai esausto.
Fu tutto finito nel giro di pochi secondi... pochi secondi
durante i quali l'inferno si scatenò, libero e fiammeggiante,
tra due universi.
Poi l'azzurro nebuloso occupò l'intera superficie dello
schermo, e l'astronave fu ripresa dalle linee di forza che si
rincorrevano ai confini dell'universo.
Gary si voltò, e vide che Caroline e l'ingegnere erano chini
sull'indicatore, e guardavano ansiosamente la lancetta.
Kingsley, in piedi accanto a loro, brontolò:
«Nessun segno. Nessun segno di energia.»
Questo dunque significava che l'altro universo si stava già
contraendo, che stava rinchiudendosi in se stesso, verso un
nuovo principio... e che non esisteva più nessun pericolo.
Gary sorrise. Il disintegratore e l'ingegno umano avevano
vinto. L'Uomo aveva distrutto un universo, ma aveva salvato
un altro universo. Sembrava troppo fantastico per essere
vero.
Si guardò intorno. Tommy era ai comandi. Herb al secon-
do proiettore. Gli altri tre osservavano il segnalatore di ener-
gia. Tutto come sempre. Nulla era diverso da prima. Era tut-
to tranquillo, usuale.
Eppure, per la prima volta, dei piccoli esseri che vivevano
nell'universo avevano deciso il destino del cosmo. D'ora in
avanti l'Uomo e le creature che lo accompagnavano nel suo
viaggio nell'universo non sarebbero stati semplici pedine in
balia delle forze cosmiche. D'ora in avanti la vita avrebbe di-
retto quelle forze, piegandole alla sua volontà, facendole agi-
re, mutandole, manipolandole.
La vita era un caso. Senza alcun dubbio. Qualcosa che non
era stato esattamente previsto. Qualcosa che si era infiltrato,
come un tumore maligno, nel perfetto meccanismo dell'uni-
verso. L'universo era ostile alla vita. L'abisso dello spazio era
troppo freddo per la vita, gran parte della materia condensata
era troppo calda per la vita, lo spazio era attraversato da una
moltitudine di radiazioni mortali per la vita. Ma la vita trion-
fava. Alla fine, l'universo non l'avrebbe distrutta... sarebbe
stata essa a governare l'universo.
La sua mente ritornò al giorno in cui Herb aveva avvistato
quella minuscola scintilla di luce sullo schermo telescopico...
e questo aveva portato alla scoperta della ragazza nel relitto
spaziale. E davanti a lui parve svolgersi la catena degli even-
ti che avevano portato a quel momento di vittoria. Se Caroli-
ne Martin non fosse stata condannata all'esilio nello spazio,
se lei non avesse scoperto il segreto dell'animazione sospesa,
se l'animazione sospesa non avesse in un certo senso fallito,
non sospendendo il pensiero. se Herb non avesse avvistato la
scintilla che aveva rivelato la presenza del relitto, e se lui,
proprio lui, non fosse stato capace di far ritornare in vita la
ragazza, se Kingsley non avesse cercato di scoprire il motivo
per cui i raggi cosmici avevano seguito una sequenza defini-
ta... E in questa catena di avvenimenti gli parve di vedere la
mano di qualcosa di più grande del solo caso. Che cosa ave-
va detto il vecchio della Terra? Qualcosa, a proposito di un
grande sognatore che creava dei palcoscenici e li popolava di
attori.
«Nessun segno di energia.» disse l'ingegnere, «abbiamo
definitivamente vinto la minaccia. L'altro universo si è con-
tratto oltre il punto del pericolo. Noi siamo salvi.
Sono così felice...»
Si voltò a guardarli.
«E anche così grato,» aggiunse.
«Dimenticalo,» disse Herb, «era la nostra pelle, quanto la
tua.»

Capitolo XVIII

Herb ripulì l'ultimo osso di pollo metodicamente, e sospi-


rò.
«È stato il pranzo più bello della mia vita.»
Erano a tavola, nell'appartamento che gli Ingegneri aveva-
no preparato per loro. Era sfuggito alla generale distruzione
operata dagli Infernali, sebbene la torre sovrastante fosse sta-
ta demolita da una bomba all'idrogeno.
Gary riempì di nuovo il suo bicchiere di vino, e si appog-
giò allo schienale della sedia.
«Credo che il nostro lavoro, qui, sia terminato,» disse.
«Forse fra poco torneremo a casa.»
«A casa?» domandò Caroline. «Vuoi dire sulla Terra?»
Gary annui.
«Ho quasi dimenticato la Terra,» disse la ragazza. «Non la
vedo da tanto tempo. Penso che sia cambiato molto, dai miei
tempi.»
«Forse si,» le disse Gary, «anche se ci sono delle cose che
non cambieranno mai. L'odore dei campi arati di fresco e il
profumo del grano nel tempo del raccolto e la bellezza degli
alberi contro il cielo del tramonto.»
«È solo un poeta,» disse Herb, «solo un dannato poeta.»
«Forse ci saranno delle cose che non riconoscerò,» disse
Caroline. «Delle cose che mi parranno tanto diverse.»
«Ti mostrerò la Terra,» disse Gary, «ti farò vedere tutto.
Sarà un ritorno a casa, per te.»
«Quello che mi preoccupa,» brontolò Kingsley, «è il fatto
del popolo dell'altro universo. Mi pare di avere concesso il
visto d'immigrazione a un gruppo di elementi indesiderabili.
Chissà chi sono. Non possiamo dirlo. Potrebbero diventare
nostri nemici.»
«Oppure,» suggerì Caroline, «potrebbero essere in posses-
so di una grande civiltà e di una scienza poderosa. Potrebbe-
ro dare molto al nostro universo.»
«Non sono un pericolo,» disse Gary, «gli Ingegneri si oc-
cuperanno di loro. Li mantengono all'interno dell'ipersfera
usata per la traversata, finché non sarà trovato un sistema so-
lare adatto a loro. Gli Ingegneri penseranno a tutto.»
Si udirono dei passi metallici, e l'Ingegnere 1824 entrò
nella sala, dirigendosi verso di loro.
Si fermò davanti al tavolo, e incrociò le braccia sul petto.
«Tutto bene?» domandò. «Il cibo è buono, vi sentite a vo-
stro agio?»
«Puoi giurarci,» disse Herb.
«Siamo felici,» disse l'ingegnere, «abbiamo faticato tanto
per farvi sentire a casa vostra. Vi siamo tanto grati per essere
venuti. Senza di voi, non avremmo mai potuto salvare l'uni-
verso. Non saremmo mai andati sulla Terra Antica a cercare
il segreto dell'energia, perché noi non possediamo immagina-
zione... l'immaginazione che impedisce di essere in pace con
se stessi finché l'ultimo mistero non sia stato svelato.»
«Abbiamo fatto il possibile,» ruggì Kingsley, «ma tutto il
merito è di Caroline. È stata lei a creare le formule necessa-
rie alla costruzione dell'ipersfera. E lei sola era in grado di
comprendere le equazioni relative all'energia e all'interspa-
zio.
«Hai ragione,» disse l'Ingegnere. «E noi ringraziamo parti-
colarmente Caroline. Ma tutti voi avete avuto la vostra parte.
Questo ci ha resi molto orgogliosi.»
«Orgogliosi,» pensò Gary, «perché dovrebbe essere orgo-
glioso di quello che abbiamo fatto noi?»
L'Ingegnere captò i suoi pensieri.
«Tu chiedi perché dobbiamo essere orgogliosi,» disse l'uo-
mo di metallo, «e io ti dirò il perché. Da quando siete venuti
vi abbiamo studiati e osservati attentamente, discutendo sul-
l'opportunità di dirvi quello che ora io vi dirò. In circostanze
diverse, probabilmente vi lasceremmo partire senza parlare,
ma abbiamo deciso che voi dovete sapere.»
«Sapere che cosa?.» tuonò Kingsley.
Gli altri tacevano, in attesa.
«Sapete come è nato il vostro sistema solare?» domandò
l'ingegnere.
«Certo,» rispose Kingsley, «uno scontro tra due soli. Il no-
stro, e un'altra stella. Circa tre miliardi di anni fa.»
«Quell'altra stella,» disse l'ingegnere, «era il Sole del mio
popolo, un sole i cui pianeti ospitavano una grande civiltà. Il
mio popolo seppe con grande anticipo che la collisione si sa-
rebbe verificata. Furono i nostri astronomi a scoprirlo, e poi i
nostri fisici e gli altri scienziati lavorarono incessantemente
all'inutile tentativo di evitare la collisione o, in via subordi-
nata, di salvare il salvabile della nostra civiltà, quando fosse
avvenuto lo scontro. Ma i secoli trascorsero, e le due stelle
continuarono ad avvicinarsi. Sembrava impossibile salvare
qualcosa. Sapevamo che i pianeti sarebbero stati distrutti dal-
la prima fiammata, che l'esplosione avrebbe distrutto ogni
traccia di vita, che poco sarebbe rimasto della materia che
ruotava intorno alla nostra stella.
«I nostri astronomi ci dissero che il nostro Sole sarebbe
passato a non più di due milioni di miglia dalla vostra stella,
che avrebbe attratto gran parte della massa fluida emanata
dal vostro Sole. In questo caso, sarebbe stata quasi nulla la
speranza di salvare la nostra civiltà.»
Il suo pensiero si interruppe, ma nessuno parlò. Tutti gli
occhi fissavano l'impassibile volto metallico dell'ingegnere,
attendendo il seguito.
«Finalmente, sapendo che tutti i loro sforzi erano inutili,
quelli del mio popolo costruirono delle immense astronavi.
Astronavi costruite per passare molti anni nello spazio. E
queste astronavi furono lanciate molto tempo prima che la
collisione avesse luogo, con a bordo dei membri selezionati
del nostro popolo. Gruppi rappresentativi. Esponenti di
scienze diverse, che avevano contribuito in maniera determi-
nante al nostro progresso, e con molti documenti della nostra
civiltà.»
«L'Arca,» disse Caroline, senza fiato, «l'antica storia del-
l'Arca.»
«Non capisco,» fece l'Ingegnere.
«Non importa,» disse Caroline, «ti prego, continua.» «Da
un punto molto lontano nello spazio, il mio popolo vide le
due stelle sfiorarsi,» disse l'ingegnere. «Fu come se tutto il
cielo esplodesse. Grandi lingue di gas e di materia incande-
scente si disseminarono nello spazio, per milioni di miglia.
Videro il loro sole trascinare per milioni di miglia una gran-
de massa di questo materiale stellare, seminandone fram-
menti durante il tragitto. Videro la graduale formazione della
materia intorno al vostro Sole e poi, con il trascorrere del
tempo, la persero di vista, perché si stavano allontanando
nello spazio e le masse eruttive si stavano quietando, assu-
mendo uno stato meno fluido.
«Per molte generazioni il mio popolo cercò una nuova pa-
tria. Molti uomini morirono, e furono sepolti nello spazio.
Nacquero molti bambini e invecchiarono e a loro volta mori-
rono. Per molti secoli le grandi astronavi viaggiarono di stel-
la in stella, cercando un sistema planetario sul quale fermarsi
e ricostruire. Una delle astronavi si avvicinò troppo a una
stella gigantesca e fu assorbita dalla fornace. Un'altra esplose
scontrandosi con una stella nera. Ma le altre sfidarono i peri-
coli e le insidie dello spazio, cercando sempre una nuova pa-
tria.»
Un'altra pausa, poi l'ingegnere prosegui:
«Ma non riuscirono a trovare nessun sistema planetario.
Solo una stella su diecimila possedeva dei pianeti, e avrebbe-
ro potuto vagare per migliaia di secoli senza mai trovarla.
«Finalmente, stanchi di cercare, decisero di ritornare al vo-
stro Sole. Perché, anche se allora non esisteva un sistema
planetario, essi sapevano che con il trascorrere dei secoli ne
avrebbe avuto uno.»
Il vento freddo dello spazio soffiava nuovamente sul volto
di Gary. Era la verità, quello che stava raccontando l'inge-
gnere? Era per questo che gli Ingegneri avevano inviato quei
segnali a Plutone?
I pensieri dell'ingegnere proseguirono:
«Dopo molti anni essi raggiunsero il vostro Sole, ed avvi-
cinandosi essi videro che intorno ai nuclei di materia relati-
vamente solida si stavano formando dei pianeti. Ma c'era
qualcosa d'altro. Su una grande orbita irregolare, ai confini di
quella massa nebulare di materia planetaria fluida, ruotava
un pianeta che essi riconobbero. Era uno dei pianeti della
loro antica stella natale, il quarto dal loro Sole. Era stato sot-
tratto al loro Sole, e ora percorreva una lunga orbita intorno
alla sua nuova stella.
«Il mio popolo finalmente aveva trovato una patria. Disce-
sero sulla superficie del pianeta, e scoprirono che la atmosfe-
ra non esisteva più, che ogni vita era svanita, che tutti i segni
della loro civiltà erano stati completamente spazzati via.
«Ma si fermarono lassù e cercarono di ricostruire, per lo
meno in parte, la civiltà che essi possedevano. Ma era un
compito impossibile. Per anni e secoli essi seguirono la lenta
formazione del vostro sistema solare, videro i pianeti raffred-
darsi e assumere lentamente una forma, lottarono contro la
natura ostile in attesa del giorno in cui la vita sarebbe stata
possibile sui nuovi mondi, ed essi avrebbero potuto prender-
ne possesso. Ma il processo era troppo lento. Il lavoro di ri-
costruzione della loro civiltà, la mancanza di atmosfera, il
terribile gelo dello spazio, stavano minando le forze del mio
popolo. Videro che era imminente il giorno della loro fine, il
giorno in cui l'ultimo della loro razza sarebbe perito. Ma fe-
cero dei piani per il futuro. Dei piani molto accurati.
«Ci crearono e ci diedero delle grandi astronavi e ci man-
darono a cercare per loro una nuova patria, sperando contro
ogni speranza che noi potessimo trovare una patria migliore
prima che fosse troppo tardi. Perché nello spazio le nostre
astronavi si separarono, ciascuna dirigendosi verso una meta
separata, decise a esplorare l'intero universo, se fosse stato
necessario.»
«Vi crearono?» domandò Gary. «Che vuoi dire? Non siete
i discendenti diretti di quell'altra razza, del popolo della stel-
la che ha sfiorato il nostro sole?»
«No!» rispose l'ingegnere. «Siamo dei robot. Ma costruiti
così abilmente, con una tale parvenza di vita, che non possia-
mo essere distinti da un'autentica forma di vita. A volte pen-
so che in tutti questi anni forse siamo diventati veramente
vivi. Ci ho pensato molto, ho tanto sperato che con il trascor-
rere del tempo forse saremmo diventati qualcosa di più che
semplici macchine.»
Nel silenzio che segui a queste parole, Gary si domandò
per quale motivo non avesse intuito prima la verità. Era stata
evidente fin dall'inizio. L'aspetto, le stesse azioni degli Inge-
gneri erano meccaniche. Quando l'ingegnere gli aveva detto
che la sua razza era meccanicistica, che non possedeva alcu-
na immaginazione... certo, le macchine non possedevano al-
cuna immaginazione.
Ma erano sembrati così simili a esseri viventi, parevano
quasi esseri umani... lui li aveva creduti veramente vivi, ba-
sati però sul metallo e non sul protoplasma.
«Be', che io sia dannato,» disse Kingsley.
«Amico,» disse Herb, «parola mia, tu sei un robot fuorise-
rie!»
«Chiudi il becco,» sibilò Gary.
«Forse non siete più robot,» stava dicendo Caroline. «For-
se, in tutti questi anni, siete diventati delle vere entità indi-
pendenti. I vostri creatori vi hanno dato probabilmente dei
cervelli elettrochimici, e questa, dopotutto, è la composizio-
ne del cervello umano. Col trascorrere del tempo il vostro
cervello è diventato reale, e la sua efficienza è diventata qua-
si pari, e sotto certi aspetti superiore, a quella di un cervello a
base protoplasmatica. E quando l'equilibrio esiste, la facoltà
di pensare è quella che conta. Di pensare, e di ragionare.»
«Grazie,» disse l'ingegnere, «grazie, grazie. Sei così genti-
le a dirlo. È di questo che ho cercato sempre di convincer-
mi.»
«Senti,» disse Gary, «non è davvero importante, no? Vo-
glio dire, che siate robot o entità indipendenti. Voi servite la
stessa causa, seguite gli stessi dettami di coscienza, create il
vostro destino, proprio come esseri viventi. Sotto molti
aspetti, secondo me, un'esistenza robotica potrebbe essere
preferibile a quella umana.»
«Forse non conta molto davvero,» ammise l'ingegnere.
«Una volta vi ho detto che noi siamo un popolo orgoglioso,
che abbiamo tenuto fede a una grande missione, che l'abbia-
mo svolta nel migliore dei modi. L'orgoglio avrebbe potuto
impedirci di dirvi quanto ora vi ho detto, ma sono lieto di
averlo fatto, perché il resto sarà più facile da comprendere.»
«Il resto?» domandò sorpreso Tommy. «C'è dell'altro?»
«Si,» disse l'ingegnere.
«Aspetta un istante,» ruggì Kingsley, «vuoi dire che tutti
gli Ingegneri sono stati creati da una razza vissuta miliardi di
anni or sono, e che voi avete vissuto per tutto questo
tempo?»
«Non tutti,» rispose l'ingegnere, «il mio popolo creò pochi
Ingegneri, il numero necessario a manovrare ogni astronave.
Noi stessi ne abbiamo creati degli altri, copie perfette degli
originali. Ma in ogni nuova creazione abbiamo cercato di
porre quanto mancava in noi. L'immaginazione, per prima
cosa, e una maggiore iniziativa, e una gamma più vasta di
emozioni.»
«Tu sei uno dei robot originali, fabbricati su Plutone?» do-
mandò Caroline.
L'Ingegnere annui.
«Tu sei eterno e immortale,» disse Kingsley.
«Né eterno, né immortale,» disse l'ingegnere. «Ma con
cure adatte, sostituendo le parti consumate, e salvo incidenti,
continuerò a funzionare per molti altri miliardi di anni.»
Miliardi di anni, pensò Gary. Era al di là di qualsiasi im-
maginazione. La mente umana non poteva visualizzare un
miliardo di anni, e neppure mille, cento anni.
Ma gli Ingegneri, se avevano vissuto per tre miliardi di
anni, per quale motivo non erano stati capaci di creare una
ipersfera, perché non erano riusciti a scoprire le leggi dell'in-
terspazio?
«A questo ho già risposto prima,» disse l'Ingegnere, «e ri-
sponderò di nuovo. È perché non possediamo l'immaginazio-
ne... la capacità di vedere al di là dei fatti, di indagare nel re-
gno delle probabilità, di visualizzare quello che potrebbe es-
sere e poi cercare di renderlo realtà. Questo noi non possia-
mo farlo. Siamo legati all'azione meccanica e al pensiero
meccanico. Non andiamo al di là del fatto dimostrato. Quan-
do due fatti creano un terzo fatto, noi accettiamo il terzo fat-
to, ma non speculiamo sulle sue conseguenze, non facciamo
una dozzina di ipotesi per poi controllarne la validità. Questa
è la risposta alla tua domanda.»
Gary era sbalordito. Non aveva capito che l'Ingegnere era
in grado di leggere i suoi pensieri indiretti. Caroline lo stava
guardando, e sorrideva.
«Gli hai chiesto qualcosa?»
«Credo proprio di sì,» fece Gary.
«Avete più avuto contatti con gli altri Ingegneri?» doman-
dò Kingsley. «Quelli che si trovavano a bordo delle altre
astronavi?»
«No!» rispose l'ingegnere. «Mai. Probabilmente, hanno
trovato degli altri pianeti, sui quali cercano di compiere lo
stesso lavoro che noi abbiamo terminato qui. Abbiamo cer-
cato di metterci in contatto con loro, ma inutilmente.»
«Qual è stato il vostro lavoro?» domandò Gary.
«Be', Gary, dovresti saperlo,» fece Caroline, «è quello di
preparare un luogo in cui potrà vivere il popolo degli Inge-
gneri. Esatto?» aggiunse la ragazza, rivolgendosi all'ingegne-
re.
«È esatto,» rispose l'ingegnere.
«Ma quel popolo è morto,» disse Gary, «nel sistema «sola-
re non ne è rimasto il minimo segno, e certamente essi non
avranno cercato una nuova patria. Si sono estinti su
Plutone.»
Ricordò le pietre bianche che Ted Smith aveva trovato. Le
mani dei creatori degli Ingegneri avevano tagliato quelle pie-
tre, migliaia e migliaia di anni prima... e ancora si trovavano
sulla superficie di Plutone, muta testimonianza della gran-
dezza di una razza che era morta quando i pianeti del sistema
solare si stavano ancora raffreddando.
«Non sono morti,» disse l'ingegnere, e uno strano calore
parve entrare nei suoi pensieri.
«Non sono morti?» fece Gary. «Tu sai dove sono?»
«Si,» disse l'ingegnere, «alcuni di loro si trovano in questa
stessa stanza.»
«In questa stanza...» cominciò Caroline, e poi si interrup-
pe, comprendendo il significato delle parole dell'Ingegnere.
«In questa stanza,» disse Herb. «Diavolo, le uniche perso-
ne che si trovano in questa stanza siamo noi. E noi non sia-
mo il vostro popolo.»
«E invece si,» dichiarò l'ingegnere. «Certo, ci sono delle
differenze. Ma voi somigliate ai miei creatori, sotto molti
aspetti. Siete composti di protoplasma, come loro. La vostra
forma generale è la stessa, e così pure, senza dubbio, il vo-
stro metabolismo. E, soprattutto, il modo in cui pensate.»
«Ecco perché noi siamo riusciti a comprendervi, e voi ave-
te compreso noi,» disse Caroline, «ecco perché ci avete tenu-
ti qui, e avete mandato indietro gli altri.»
«Vuoi dire...» esclamò Kingsley, «vuoi dire che noi siamo
i diretti discendenti del tuo popolo... che il tuo popolo è riu-
scito a occupare quei pianeti? Questo mi sembra impossibile,
perché sappiamo che le nostre origini sono state molto umili.
Non abbiamo leggende, non abbiamo prove di un'origine ex-
traterrestre.»
«No, certo,» rispose l'ingegnere, «non è proprio così. Ma
immagino che vi siate domandati per quale motivo la vita ab-
bia avuto inizio sul vostro pianeta. Ci sono diversi sistemi
planetari, lo sapete, nei quali la vita è totalmente sconosciuta.
Pianeti antichi quanto il vostro, completamente deserti.»
«C'è la teoria della disseminazione,» cominciò Kingsley e
pronunciando questa frase, assunse un'espressione di trionfo.
«Perdio, è così!» gridò. «La teoria della disseminazione. Il
tuo popolo, su Plutone, quasi estinto, con i pianeti ancora
inabitabili, davanti alla fine... ma certo! Non possono avere
seminato la vita, per mezzo di spore immesse nell'atmosfera
dei pianeti?»
«È quanto pensavo,» disse l'Ingegnere. «È questa la mia
teoria.»
«Ma se fosse stato così,» disse Caroline, «come mai ci sia-
mo sviluppati in questo modo? Come mai abbiamo pratica-
mente raggiunto la condizione di duplicati del tuo popolo?
Certo, nelle spore essi non potevano avere inserito dei fattori
ereditari... non potevano avere previsto tante cose. Non pote-
vano avere previsto e programmato la creazione di una razza
uguale alla loro!»
«Era un popolo molto antico,» disse l'ingegnere, «e molto
saggio. Non ho dubbi sulle loro possibilità di programmare
quanto tu hai detto.»
«Interessante,» disse Herb, «ma noi cosa siamo, allora?»
«Siete gli eredi del mio popolo,» disse l'ingegnere. «Signi-
fica che quanto abbiamo fatto qui, tutto ciò che abbiamo, tut-
to ciò che sappiamo è vostro. Noi ricostruiremo questa città,
in modo che il vostro popolo possa viverci. E anche tutto ciò
che gli altri Ingegneri possono avere fatto o trovato è vostro.
Non vogliamo nulla per noi, tranne che la soddisfazione di
sapere che siamo stati utili, che abbiamo tenuto fede alla
missione che ci era stata affidata.»
Rimasero paralizzati, increduli.
«Vuoi dire,» domandò Kingsley, «che ricostruirete questa
città e la consegnerete al popolo del sistema solare?»
«È così,» rispose l'ingegnere, «è tutto vostro. Voi discen-
dete dal mio popolo, su questo non ho dubbi. Vi ho studiati
attentamente da quando siete giunti qui. Non ci sono dubbi.»
Gary cercò di riflettere. Gli Ingegneri stavano offrendo
alla razza umana l'eredità di un antico popolo, stavano of-
frendo una città e una civiltà già costruite, una città e una ci-
viltà che la razza umana, da sola, non avrebbe raggiunto pri-
ma di molte migliaia di anni.
Ma c'era qualcosa che non andava, qualcosa che non com-
binava.
Ricordò il commento di Herb: quella città sembrava in at-
tesa di qualcuno che non era mai venuto. Herb aveva centra-
to l'esatta situazione. Quella città era stata costruita per un
popolo più grande, un popolo che probabilmente si era estin-
to prima che la prima pietra fosse stata posata. Una razza
tanto progredita da fare apparire selvaggio l'uomo, in con-
fronto.
Cercò di immaginare gli effetti che quella città e la civiltà
che veniva offerta avrebbero avuto sulla razza umana. Cercò
di pensare all'odio e all'invidia, alle manovre politiche, alla
selvaggia lotta commerciale, alle diseguaglianze sociali e
alla conseguente lotta di classe... tutte caratteristiche
umane... che sarebbero stati ospitati da quella città immersa
nella luce di tre stelle. Uomo e città non potevano essere uni-
ti.
«Non possiamo farlo,» dichiarò. «Non siamo ancora pron-
ti. Sarebbe un disastro generale. Avremmo troppi poteri,
troppo tempo libero, troppe cose. Saremmo praticamente
sbalzati di sella. La nostra civiltà non ha ancora prodotto le
basi necessarie.»
Kingsley lo guardò, sbalordito.
«Ma pensa alla scienza! Pensa alla civiltà, al progresso...»
esclamò lo scienziato.
«Gary ha ragione,» disse Caroline, «non siamo ancora
pronti.»
«Un giorno,» disse Gary, «un giorno, in futuro. Quando
avremo eliminato alcune delle passioni primordiali. Quando
avremo risolto i problemi economici e sociali che ora ci af-
fliggono. Quando avremo superato le crisi della nostra adole-
scenza. Un giorno saremo pronti per questa città.»
Ricordò il vecchio che aveva incontrato sulla Terra Anti-
ca. Aveva parlato della sua razza, aveva detto che gli altri
erano partiti, partiti per una stella lontana, per un posto che
era stato preparato per loro.
E il luogo di cui aveva parlato il vecchio era quella stessa
città. Se ne rese conto in quell'istante. E questo significava
che la Terra Antica che avevano visitato era davvero la Ter-
ra... non era l'ombra di una probabilità, un pianeta fantasma,
ma la realtà futura. E il vecchio aveva fatto capire che gli al-
tri erano partiti da poco tempo. Lui aveva rifiutato di partire,
perché lui non aveva potuto lasciare la Terra.
Il tempo sarebbe stato lungo, pensò. Più di quanto avesse
pensato. Un'attesa lunga e amara del giorno in cui la razza
avrebbe potuto entrare tranquillamente in un posto migliore,
avrebbe potuto ricevere l'eredità lasciata da una razza che era
morta mentre il sistema solare nasceva.
«Mi capisci?» domandò all'Ingegnere.
«Ti capisco,» rispose l'ingegnere, «significa che dovremo
aspettare i padroni per i quali abbiamo lavorato... significa
che sarà una lunga attesa.»
«Avete aspettato per tre miliardi di anni,» gli ricordò
Gary. «Aspettateci per qualche altro milione di anni. Non
sarà un tempo troppo lungo. C'è molto di buono nell'animo
umano, ma ora non siamo ancora pronti.»
«Io dico che tu sei matto,» brontolò Kingsley.
«Ma non capisci,» domandò Caroline, «quello che farebbe
ora la razza umana a questa città?»
«Ma l'energia magnetica,» disse Kingsley, «e queste altre
meraviglie scientifiche. Pensa a quanto potrebbero aiutarci.
Abbiamo bisogno di sapere, e abbiamo bisogno di strumenti
e di energia, e qui tutto è a nostra disposizione!»
«Potrete portare certe informazioni con voi,» disse l'inge-
gnere, «quanto crederete opportuno portare. Vi osserveremo
e parleremo con voi nei prossimi anni, e forse qualche volta
potrete richiedere il nostro aiuto.»
Gary si alzò. Posò la mano sull'ampia spalla di metallo
dell'ingegnere.
«E nel frattempo c'è del lavoro per voi,» disse. «Una città
da ricostruire. La creazione di un gruppo di stazioni per uti-
lizzare l'energia pentadimensionale. Dovrete apprendere a
controllarla e a usarla. A usarla, per controllare l'universo. Se
non provvederemo noi, verrà giorno in cui l'universo si esau-
rirà come l'altro che ora non esiste più. Ma con l'eterno pote-
re dell'interspazio, potremo modellare e controllare l'univer-
so, mantenerlo adatto a soddisfare i nostri bisogni.»
Parve che l'uomo di metallo si sollevasse ancora di più.
«Sarà fatto,» dichiarò.
«Dobbiamo lavorare non solo per l'Uomo, ma per l'intero
universo,» disse Gary.
«Questo è giusto,» disse l'Ingegnere.
Kingsley si alzò in piedi a sua volta.
«Dobbiamo tornare su Plutone,» dichiarò, «il nostro lavo-
ro qui è finito.»
Si avvicinò all'Ingegnere.
«Prima di andare,» disse, «sarei lieto di stringerti la
mano.»
«Non capisco,» disse l'ingegnere.
«È un segno di rispetto,» spiegò Caroline. «Una dimostra-
zione di amicizia. Una specie di sigillo per stabilire un pat-
to.»
«Va bene,» disse l'ingegnere. Tese la mano.
È poi i suoi pensieri si spezzarono. Per la prima volta da
quando lo avevano conosciuto, in quella stessa stanza, i suoi
pensieri furono scossi da una grande emozione.
«Siamo così felici,» disse l'ingegnere, «possiamo parlarvi
e non sentirci più così soli. Forse un giorno potrò venire a
farvi visita.»
«Puoi scommetterci,» esclamò Herb, «e ti farò vedere il
panorama!»
«Andiamo, Gary?» domandò Caroline, ma Gary non ri-
spose.
Un giorno l'Uomo sarebbe venuto in quella meravigliosa
città di pietra bianca, e avrebbe trovato la sua patria tra quel-
le costruzioni solenni, quelle spirali fantastiche, quelle guglie
audaci che parevano sfidare il cielo. La nuova patria dell'uo-
mo, dove tutto sarebbe stato a sua disposizione. La nuova pa-
tria, un sogno diventato realtà... il grande sogno di un popolo
ancora più grande che si era estinto, ma che morendo aveva
affidato la sua eredità a un sistema solare appena nato. E, so-
prattutto, aveva affidato la sua scienza e il suo sapere nelle
mani di quelle creature di metallo, che avevano servito fedel-
mente, e che un giorno avrebbero consegnato tutto alla razza
umana.
Ma quella città e quelle meraviglie non appartenevano a
lui, né a Caroline, né a Kingsley o a Herb o a Tommy. E
neppure a molte generazioni che sarebbero venute dopo di
loro. Quella città non sarebbe stata loro finché l'Uomo non si
fosse liberato dalla barbarie e dal vizio e dalle miserie. Solo
allora gli uomini avrebbero potuto raggiungere la grande cit-
tà.
Prima di raggiungerla l'Uomo avrebbe percorso dei lunghi
sentieri ingombri di polvere amara, avrebbe conosciuto il
primordiale trionfo della strada che porta alle stelle. Le ga-
lassie avrebbero scritto nuovi alfabeti nel cielo, e molti even-
ti sarebbero stati scritti nel grande libro del tempo. Nuove
cose sarebbero venute, avrebbero vissuto la loro vita per poi
morire. Dei grandi condottieri sarebbero apparsi, avrebbero
vinto le loro battaglie per poi declinare e morire ed essere di-
menticati. Molte fedi sarebbero nate e fiorite per diventare
polvere vagante tra i mondi. Lo sguardo notturno delle stelle
avrebbe visto dei grandi delitti, avrebbe onorato dei grandi
eventi, avrebbe assistito a delle grandi sconfitte, avrebbe
pianto sulle delusioni più amare.
«Pensa,» disse Caroline, «stiamo tornando a casa.»
«Si,» disse Gary, «finalmente, stiamo tornando a casa.»
Clifford D. Simak