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Il Canto descrive il Limbo, il I Cerchio dell'Inferno dove sono relegate le anime

di coloro che vissero virtuosamente, ma non furono battezzati (come i bambini morti
in tenera età) oppure vissero prima di Cristo (come i pagani, fra cui Virgilio
stesso). Questi spiriti non sono dannati, la loro unica pena consiste in un
desiderio eternamente inappagato di vedere Dio e non potranno mai salvarsi. Il nome
Limbo significa «lembo» e indica l'orlo estremo della voragine infernale.
Protagonista nella prima parte del Canto è ovviamente Virgilio, che impallidisce al
suo ritorno nel luogo infernale cui appartiene e suscita i timori di Dante, che è
appena all'inizio del suo difficile viaggio nell'Oltretomba: il maestro spiega le
ragioni della sua angoscia, dovuta al dramma spirituale vissuto da lui e da tutte
le anime confinate nel Limbo, escluse dalla salvezza non perché abbiano commesso
peccati, ma solo in quanto non hanno conosciuto la fede cristiana. Dante tocca qui
il delicato tema dell'apparente ingiustizia della condizione di queste anime, fra
le quali egli comprende subito che sono inclusi personaggi di altissimo riguardo e
che sono esclusi dalla salvezza perché nati prima della venuta di Cristo (è il caso
di Virgilio, ma anche dei principali filosofi e personaggi pagani mostrati più
avanti) o vissuti in terre lontane dall'Occidente in cui è avvenuta storicamente la
predicazione cristiana, senza contare il caso dei bambini morti prima di ricevere
il battesimo (e infatti il pianto degli infanti è una sensazione uditiva che
colpisce subito l'orecchio di Dante). Il poeta tornerà a più riprese su questo
argomento che suscitava i dubbi suoi e di altri pensatori cristiani nel Medioevo, a
cominciare dal Canto III del Purgatorio in cui proprio Virgilio spiegherà a Dante
che la giustizia divina fa sì che i corpi umbratili delle anime possano subire pene
fisiche e che questo mistero divino è incomprensibile alla ragione umana, come
quello della Trinità (invano i filosofi antichi tentarono di dare risposta a simili
questioni, così come ora essi desiderano invano conoscere Dio, destino che accomuna
Aristotele, Platone e altri tra cui forse lo stesso poeta latino). In seguito, nei
Canti XIX-XX del Paradiso, l'aquila del Cielo di Giove tornerà a spiegare a Dante
che la salvezza è legata alla fede in Cristo venturo o venuto e che l'esclusione da
essa per quelle persone vissute ai limiti estremi del mondo può sembrare ingiusta,
ma è motivata dall'imperscrutabile volontà divina che la ragione umana non deve
avere la presunzione di comprendere, in quanto la sua profondità è insondabile.
L'unica eccezione rispetto al destino delle anime vissute nell'antichità è
rappresentata dai patriarchi biblici che, secondo la testimonianza di Virgilio,
soggiornarono nel Limbo fino alla morte e resurrezione di Cristo, che venne poi
trionfante nell'Inferno a trarli fuori e portarli in Paradiso. Tra queste anime
c'era anche Catone l'Uticense, divenuto poi custode del Purgatorio (cfr. Purg., I,
28 ss.), nonché altre figure da Dante incluse nella rosa dei beati dell'Empireo.
L'episodio serve a Dante anche per aprire un discorso intorno alla poesia, infatti
i protagonisti del Canto sono quattro fra i principali poeti classici secondo il
pensiero medievale: anzitutto Omero, autore di Iliade e Odissea e presentato come
il più autorevole del gruppo, quindi Orazio, Ovidio, Lucano. Va detto che Dante non
conosceva il testo omerico direttamente, ma attraverso traduzioni e rimaneggiamenti
tardi (l'episodio di Ulisse del Canto XXVI, ad esempio, è estraneo ai poemi
classici); più diretta la sua conoscenza degli altri tre, soprattutto di Ovidio e
Lucano di cui conosceva Metamorfosi e Bellum civile, entrambi fonte di innumerevoli
immagini mitologiche. Il pensiero medievale aveva sottoposto specialmente Ovidio a
un intenso lavoro di reinterpretazione in chiave cristiana, il che vale
naturalmente anche per lo stesso Virgilio e per la letteratura classica in
generale, per cui non c'è da stupirsi se Dante accorda la sua preferenza a questi
autori che costituivano il «canone» del Medioevo latino ed erano presi a modello
dagli scrittori di poesia; tra essi vi era una sorta di gradazione di importanza,
per cui si può ipotizzare che l'ordine in cui li cita Dante rispetti tale gerarchia
e consideri Virgilio e Omero come i modelli più autorevoli, non solo in quanto
maestri di letteratura ma anche di filosofia e sapere, il che vale in particolare
per il poeta latino. Dante stesso gareggia proprio con Ovidio e Lucano in Inf.,
XXV, 94-102, allorché descrive le mostruose trasformazioni dei ladri nella VII
Bolgia e manifesta con un certo orgoglio la propria abilità che gli consente, a suo
dire, di superare di gran lunga il loro esempio e il loro magistero. Già in questo
Canto, del resto, il poeta moderno viene accolto nella compagnia di quelli antichi
e si vanta di essere sesto tra cotanto senno, ammesso alla discussione di profondi
argomenti che, in virtù di una sorta di reticenza, non esplicita al lettore.
Nella seconda parte viene descritto il castello degli «spiriti magni», ovvero i
pagani virtuosi che si sono distinti per meriti letterari, militari, scientifici o
morali, e che pur non essendo salvi godono di un maggior grado di considerazione
rispetto alle altre anime. Tra questi Dante cita personaggi del mito classico, sia
del ciclo troiano sia di quello latino e personaggi dell'antica storia romana, come
il Bruto che cacciò Tarquinio il Superbo, Lucrezia moglie di Collatino che si
suicidò per la violenza subita da Sesto Tarquinio, la figlia di Giulio Cesare, la
moglie di Catone Uticense. Cita anche personaggi musulmani, come il Saladino e i
filosofi Avicenna e Averroè, nonché quasi tutti i filosofi greci, tra i quali
Aristotele è definito maestro di color che sanno. Il luogo in cui essi risiedono è
un nobile castello che li tiene separati dal resto delle anime del Limbo, in
ragione dell'eccellenza che essi raggiunsero durante la vita terrena, e che
rappresenta l'unico punto luminoso nella tenebrosa oscurità del I Cerchio;
all'interno vi è un giardino la cui descrizione ricorda molto quella classica del
locus amoenus, nonché la raffigurazione dei Campi Elisi dove Enea, nel libro VI
dell'Eneide, incontra l'ombra del padre Anchise (l'eroe troiano figura tra gli
spiriti indicati da Dante, mentre curiosamente assente è il padre che non viene mai
presentato direttamente nel poema). L'episodio ha anche una certa attinenza con
quello della valletta dei principi negligenti (Purg., VII-VIII), in cui sarà il
poeta Sordello a indicare a Dante e Virgilio alcune anime particolarmente eminenti,
in modo a simile a quanto Anchise fa col figlio Enea nel poema virgiliano
mostrandogli i futuri eroi dell'antica Roma.

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