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Le vie di Wodanaz

Speciale dedicato agli Dèi Germanici

Un caloroso bentornati (quando non benvenuti) a tutti coloro che seguono il nostro
progetto, come è ormai consuetudine presentiamo oggi il nostro nuovo pdf
stampabile dedicato agli Dèi arcani della tradizione germanica.
Come non vi sarà difficile notare questo file avrà dimensioni ovviamente maggiori
rispetto a quelle di un nostro pdf “medio” ma, per ovvie motivazioni, non ci era
possibile ridurre più di un anno di attività del nostro progetto ad una manciata di
pagine.
Vi presentiamo quindi una raccolta di informazioni brevi e dirette, come nostra
abitudine, tese a descrivere nella maniera più corretta possibile le divinità dei nostri
antenati germanici che, insieme ad altri popoli indoeuropei, hanno contribuito a
forgiare la nostra penisola per come la conosciamo oggi.
Ne seguiranno altri dedicati ad altre vie, in maniera da rendere sempre più amplio il
nostro contributo alla diffusione della via antica e poter così meglio onorare gli Dèi
tutti.

“Che cosa mi chiedete?


Tutto io so, Óðinn,
nella famosa
Mímir beve
dal pegno pagato da Valfǫðr.

Perché mi mettete alla prova?


dove tu nascondesti l'occhio
Mímisbrunnr!
idromele ogni mattino
Che altro tu sai?”
Vör

Dèa della cautela, legata alla saggezza e alle decisioni ben ponderate, fa parte delle
Asinie, Dee della stirpe degli Asi.
Ad essa nulla sfugge, è saggia e attenta, il suo nome viene usato anche per definire
una donna dotata di acume non comune, che ha quindi raggiunto un alto grado di
consapevolezza, come citato anche nell’Edda in prosa, nel Gylfaginning (inganno di
Gylfi).

Tíunda Vǫr, hon er ok vitr ok spurul svá at engi hlut má hana leyna. Þat er orðtak at
kona verði vǫr þess er hon verðr vís.

(La decima è Vǫr; è saggia e indagatrice, e non le si può nascondere nulla. C'è
un'espressione secondo cui una donna viene detta vǫr quando diventa consapevole di
qualcosa.)

Forseti

Dio della giustizia, della verità e della pace, figlio di Baldr il luminoso e di Nanna sua
sposa, presiede alla risoluzione pacifica delle controversie.

Non va tuttavia invocato invano, la sua sacralità è tale da richiedere la sua


invocazioni solo per i giuramenti più solenni e per la risoluzione di situazione gravi
nella quale mi sia assolutamente necessario il prevalere della giustizia.

Si racconta che in un tempo lontano dodici asegeir vagarono per tutte le terre in cerca
delle leggi migliori di ogni tribù, loro obbiettivo era scegliere le migliori fra questa
leggi e formarne un unico corpo legislativo che permettesse giuste pene e ricompense
per quanti agivano su questa terra di mezzo.
Una volta ascoltate tutte le leggi decisero quindi di prendere il mare, in cerca di un
luogo tranquillo ove poter discutere e stilare le nuove leggi ma il mare, si sa, può
essere pericoloso ed i dodici saggi si ritrovarono così in balia di una tempesta.
Fu quindi invocato il Dio, patrono di ogni impresa tesa a portare sacra giustizia, e
questi apparve sulla imbarcazione guidando i dodici verso un’isola che prese da lui il
nome di Helgoland, isola sacra.

Dopo aver aver creato una fonte ed unito le leggi portate dai savi in un unico corpo
egli scomparve.
Da quel giorno l’isola divenne luogo di un importante santuario e questi non venne
mai saccheggiato ne oltraggiato, neppure in epoca volgarmente detta vichinga.
Fu inoltre luogo di numerose assemblee, tesi alla risoluzione di importanti questioni,
ed era tradizione che non vi si discutesse mai in inverno o di notte.

Non vi sono notizie di una sua partecipazione al Ragnarök, quanto il nostro mondo
cadrà per poi rinascere, ma è lecito supporre che egli, vista la sua natura pacifica, non
vi prenderà parte e che assisterà suo padre nella prossima era.

Godan
Molto si può scrivere, e molto è stato scritto su questa figura.

Godan, Wodan, Odinn, il padre del tutto, il viandante, colui che veglia su di noi, che
offre istruzione e guida a quanti a lui si consacrano, Jólnir, signore degli Dèi.
Egli è anche Haptagoð, Dio dei legami, delle fratellanze, della lotta per qualcosa di
più grande, Oðinn, Ása-Oðinn, Ásagrimmr, scuotitore di scudi, creatore dei galdra,
Grímnir.
A lui e per lui consacriamo la nostra opera e la nostra lotta, Hagverkr.
Egli ha dato un nome al nostro popolo, e lo guidato nel compimento del proprio
Wyrd anche innanzi al tradimento e dopo esser stato rinnegato.

Angan Friggjar, ha seguito il consiglio della sua consorte donandoci un nuovo nome
insieme alla vittoria.
Hléföðr, padre dei popoli, progenitore di Re ed eroi, guida contro il male, Hrjóðr, ci
possa guidare nelle sue vie.

Sacrificare agli Dèi

È importante, per chi davvero crede e vive delle antiche vie, sacrificare ai propri Dèi,
seguire rituali propri ed offrire i frutti della terra.
Non è necessario esagerare in queste pratiche, che vanno utilizzati con cura, quando
necessario per glorificare le nostre divinità e rendere viva l testimonianza della nostra
fede.
Vale poi la pena ricordare di come i nostri Dèi non necessitino di sacrifici continui
ed esagerati, siamo noi, con questo atti, a rendere volontario omaggio a loro
riconoscendo il bisogno della loro guida.

Citando il discorso dell’eccelso:

“È meglio non essere invocato


che [ricevere] troppi sacrifici:
un dono è sempre per un compenso.
È meglio essere senza offerte
che [ricevere] troppe immolazioni.”
(Hávámal, verso 145)

Molte cose possono essere sacrificate, ovvero rese sacre, che si tratti di cibo o
bevande, in questo caso meglio se fermentate in quanto la fermentazione è vita, fino
all’accensione di un fuoco o la realizzazione di un oggetto rituale.
Il toccare spesso un simbolo sacro, quali un martello Mjöllnir od una lancia Gungnir,
può essere considerato come un segno di rispetto verso le divinità.
A rimanere valido è il sempiterno principio del buonsenso, sia ne l’offrire che nel
domandare.

Völva, sacerdotessa del mondo antico

Sola sedeva di fuori


quando il vecchio giunse
Yggjungr degli Æsir
e la fissò negli occhi.

“Che cosa mi chiedete?


Perché mi mettete alla prova?
Tutto io so, Óðinn,
dove tu nascondesti l'occhio
nella famosa
Mímisbrunnr!
Mimir beve idromele
ogni mattino
dal pegno pagato da Valfǫðr.
Che altro tu sai?”

Vǫluspá, la profezia della veggente - verso 28

Poche figure del mondo antico hanno subito tante mistificazioni quanto la völva,
bistrattate e perseguitate prima e dimenticate poi le völur sono sopravvissute
nell’immaginario popolare sotto forma di streghe e veggenti.
Ma cosa erano, e soprattutto cosa rappresentavano, queste donne nella società
germanica antica?

Partiamo dal significato etimologico, völva ha le sue radici nella parola vǫlr, ovvero
verga, bastone con poteri divinatori, la völra è “colei che porta il bastone” o
“portatrice di bastone”, è quindi una sibilla, una sacerdotessa incaricata
dell’interpretazione del futuro al quale gli uomini si rivolgevano per chiedere
consiglio e, spesso, andarsene ancor più pieni di domande.

La loro autorità era indiscussa, libera dai legami tipici della loro società, viaggiavano,
spesso accompagnate da un seguito variabile di giovani servitori di ambo i sessi, tra
svariati insediamenti mettendosi spesso al servizio dei vari signori della guerra dai
quali ottenevano protezione e doni in cambio dei propri servigi.

Peculiare è anche la visione delle pratiche magiche presso questi popoli, viste talvolta
come inadatte ad un uomo e riservando quindi il ruolo sacerdotale al sesso femminile
e, in alcuni rari casi, a uomini considerati “ergi”, effemminati o omosessuali.

Una leggenda legata alla figura di queste sacerdotesse sono i riti erotici che la vox
populi attribuisce loro, oltre ovviamente agli immancabili filtri amorosi con i quali le
suddette avrebbero portato via i mariti a povere ed ingenue popolane; come sempre in
questi casi la verità assoluta non esiste, vi sono però diverse teorie più o meno
razionali.

In tutta probabilità queste donne “libere” avevano un certo fascino sugli uomini ed il
loro status permetteva una certa “varietà” a livello sessuale impensabile per le loro
coeve, inoltre durante i loro viaggi le völur erano vulnerabili e necessitavano di una
compagine di guerrieri come scorta, l’approccio sessuale poteva rappresentare un
mezzo di reclutamento per questa schiera.

Questa figura, come è ovvio, divenne più rara con l’avvento della religione del Cristo
Bianco e dei suoi adepti, questi infatti mal tolleravano la libertà perfino negli uomini,
non potevano certo accettare quella di una donna.
Vennero quindi gli anni della persecuzione e delle calunnie, l’età del lupo era infine
giunta.
Grímnir

Una pioggia fitta batte contro il tetto di cannicci dell’aula, un uomo solo, ancora
sveglio, fissa le braci del fuoco morente.
Vi si rivede, l’anziano patriarca, un tempo possente, ammirato in battaglia e nel thing,
canta ora le gesta di coloro che gli sono succeduti.
La mano, ancora forte, incide una runa su una costola di lupo
“Manwaz”
Pronuncia lentamente, in tono musicale, cantilenante
“Manwaz”
Pietra contro osso
“Manwaz”
Fuliggine e miele fanno risaltare
“Manwaz”
La lama sfugge, un nuovo taglio su antiche cicatrici
“Manwaz”
Un grigio viandante varca la porta, percorre la sala, estraneo e familiare, terribile e
fonte di delizia
Giunge il tempo, l’uomo caro lascia i propri congiunti, la costola cade, capovolta
Destino di ognuno, su questa terra di mezzo

Mardǫll

Nenie e canti aleggiano fra i campi

lodi e omaggi alla signora di Sessrumnir


Veglia su gemiti e ardori, la giovane Óð's, madre della battaglia, pace degli
innamorati, delizia del morente

A lei, Gefn, che a generato Gǫrsimi e Hnoss, dedichiamo il cuore e la spada, l’ardore
e la passione

Sorella e amante, figlia e moglie, donatrice del Seiðr, prediletta fra i Vanir.

Volete saperne ancora?

Rán

Moglie di Ægir, madre di Bára, Blóðughadda, Bylgja, Dúfa, Hefring, Himinglæva,


Hrönn, Kólga, e Unnr, ella è terribile Dèa delle profondità marine e guardiana di
coloro che perdono la vita fra i flutti.

A lei conviene rivolgersi per placare tempeste e marosi, o per domandare aiuto in
caso di pericolo in mare.
Nelle sue sale, che talvolta ospitano perfino gli Dèi, ella accoglie queste anime
sfortunate che presso di lei dimoreranno fino alla fine dei tempi.
Cosa sarà di esse dopo il Ragnarok non è dato sapere, se, come coloro che dimorano
in Gimlè continueranno la loro esistenza o se, nella furia della fine dei tempi,
verranno spazzate via.

Nehalennia e la resistenza frisone

Dèa del viaggio, sia terreno che ultramondano, originariamente adorata da frisoni e
franconi, il suo culto ebbe una grossa fioritura durante gli ultimi secoli dell’impero
romano arrivando a scontrarsi, nelle ultime fasi di questo, con la novella religione del
Cristo bianco ed i suoi adepti.
I frisoni difesero con grande coraggio la propria fede e per lunghi anni riuscirono ad
opporsi alle orde dei franconi, la superiorità numerica del nemico, purtroppo, era
spaventosamente alta, i frisoni, lasciati soli davanti ad un nemico tanto numeroso e
organizzato, non avevano possibilità.

Anche fra le loro fila non mancarono traditori e convertiti, l’oro dei franchi fu per
secoli in grado di comprare gli uomini da poco.
Finì così la resistenza in Frisia, dopo anni di guerre, intrighi diplomatici e campagne
militari e l’antica fede dovette rifugiarsi nella selva.
Rimane, tuttavia, il loro esempio di uomini liberi, fortemente radicati e legati ai valori
della tribù, della comunità e della fede.
In una guerra fra schiavi ed uomini liberi possono essere anche i primi, che del resto
sono molti di più, ad ottenere la vittoria.

Gli schiavi però rimangono schiavi, i liberi, nella vita come nella morte, liberi.

I danesi, secoli dopo, riportarono l’antica via alle genti frisone ma, anche tra loro, il
veleno del monoteismo si era già infiltrato con astuzie e inganni.

Thunor
E così corse, a perdifiato, per i boschi della Northumbria e le pianure del Caucaso,
per gli acquitrini dei sassoni e fra le valli degli svioni.
Grandi Re e signori lo adorarono, molti sacrifici gli vennero tributati, e così templi e
luoghi sacri, egli lottò per i figli degli uomini, anche quando questi lo rinnegarono in
nomi di una divinità straniera.
Egli era e rimase, così come ora è.
Protettore dei mondi, Ǫkuþórr, amico degli uomini, flagello degli Jǫtnar.
Wōđanaz

"Wodan, id est furor"


- 'Gesta Hammaburgensis Ecclesiæ Pontificum' di Adam Bremensis

Teonimo derivante dalla radice protogermanica *wōđ- (i.e. gotico Wōds "posseduto",
anglosassone wōð "canto", norreno óðr "ebbrezza poetica", tedesco Wut "furore") che
identifica quella divinità del pantheon germanico descritta da Tacito nel 'De origine et
situ Germanorum' con l'epiteto di regnator omnium deus (i.e. "dio, regnante del
tutto"), Wōđanaz è attestato come Wōtan/Wōdan in antico alto tedesco, Wōdan in
antico basso tedesco (i.e. sassone), Wōden in anglosassone, Óðinn in norreno ed
infine come Godan in longobardo per via di una particolare forma ortografica della
semiconsonante [w].

La radice *wōđ- è esemplificativa dei ruoli che questa divinità ricopre; omen nomen.
Wōđanaz è considerato dio dei poeti e dei veggenti; il suo teonimo è legato infatti al
termine protogermanico *wōþuz (i.e. "furor poeticus") - nella mitologia norrena è il
protagonista del recupero dell'idromele della poesia dal gigante Suttungr che ne era
custode.
Wōđanaz è dio mutaforma - basti pensare all'abito d'aquila di cui egli si riveste per
sfuggire al gigante Suttungr - è signore delle forche - ricordiamo che stando alla
mitologia scandinava egli pendette per nove notti dalle fronde di un frassino, forse lo
stesso Yggradsil, dopo essersi ferito con una lancia al fine di ottenere sconfinata
sapienza.
Wōđanaz è personaggio di rilievo nella caccia selvaggia e per questa ragione viene
associato alla guerra; è infine portatore di vittoria - basti ricordare il mito di
fondazione longobardo narrato da Paul Warnefried nella 'Historia Langobardorum' da
lui scritta; fu Godan, convinto da Frigg, a sancire la vittoria dei Winnili sui Vandali
dopo avergli fatto dono del nome "Longobardi".
Þūnraz

Teonimo derivante dal sostantivo maschile protogermanico *þūnraz il cui significato


è “tuono” (i.e. in antico alto tedesco è donar > in tedesco è Donner, in antico frisone è
þuner; in medio olandese donre > in olandese è donder, in antico inglese è þunor > in
inglese è thunder ed infine in danese è torden), identifica quella divinità del pantheon
germanico che, stando agli scritti riguardanti la mitologia scandinava quali l’Edda
Poetica di Snorri Surluson, nacque dall’unione di Óðinn (i.e. Wōđanaz) e Jörð;
divenne poi uno dei governatori di Ásgarðr dacché primeggiava per forza e possanza
fra gli Æsir tutti.
Il martello Mjöllnir (i.e. “Frantumatore”) è la sua arma e dall’utilizzo di questa sono
soliti sprigionarsi tuoni e lampi. Snorri Sturluson nel Skáldskaparmál racconta di
come Mjöllnir fu forgiato dal nano Sindri, il quale oltre alla capacità di frantumare
ogni cosa gli si fosse parata dinanzi diede al martello la capacità di resuscitare i
defunti.
Con il Frantumatore al suo fianco, a bordo del suo carro trainato da capri - da qui
deriva uno dei suoi epiteti, Öku-Þórr - Þor si rese protagonista di eroiche imprese
quali la pesca del serpe Jörmungandr e la cattura dell’Ase Loki, padre di
quest’ultimo.

Þūnraz è attestato come Donar in antico alto tedesco, Thūnor in antico basso tedesco
(i.e. sassone) a volte riportato come Thunær nelle abrenuntiationes (i.e. voti di
rinuncia al culto di divinità estranee al credo cristiano volti a confermare la piena
conversione a quest’ultimo), Þūnor in anglosassone, Þórr/Þor in norreno ed infine
come Thor negli scritti latini quali le ‘Gesta Darorum’ di Saxo Grammaticus.

Il culto del suddetto era presente anche fra le genti longobarde; per confermare ciò è
sufficiente ragionare sull’origine del toponimo Capracotta, comune del molisano
fondato per l’appunto dai Longobardi in età altomedievale.
Quest’ultimo richiama una delle ritualità in onore dell’Ase Þórr compiute dai
Longobardi nell’atto di fondare una nuova città. La descrizione di quest’ultima ci è
stata tramandata dai ‘Dialogi’ di Gregorio I detto Magno e dal ‘Martyrologium
Romanum’ di Cesare Baronio Sorano; il rituale apotropaico prevedeva l’uccisione di
una capra alla quale seguiva poi un banchetto rituale con le sue carni, chiaro
riferimento all’episodio narrato da Snorri Sturluson che va sotto il nome di
Gylfaginningin nel quale l’Ase sfama se stesso ed alcuni suoi compagni con i capri
del suo carro e li resuscita il giorno seguente.

Mjolnir

Molti sono i miti nordici da cui prendere spunto, vere e proprie guide lungo il
sentiero della vita che da sempre è stata lotta.
Uno in particolare fra la vastità di questi è degno di nota; riguarda il furto del
martello di Thor, di quella magnifica arma simbolo di forza e fecondità della quale da
sempre le forze distruttici bramano impossessarsi.

{...
Una notte, mentre dormiva, Thor fu derubato del prezioso martello. Il ladro era un
gigante di nome Prymr. Al risveglio, nell’accorgersi del furto, il dio fu scosso dall’ira
e tormentato dalla preoccupazione: si confidò allora con Loki il quale, per
l’intelligenza e l’astuzia, era l’unico in grado di aiutarlo. Loki non perse tempo: con
Thor si recò da Freyja per chiederle in prestito il suo travestimento da falco. La dea lo
cedette volentieri: "Te lo darei", disse, "anche se fosse d’oro, te lo d’arei anche se
fosse d’argento". Volò dunque Loki oltre il recinto degli Asi, volò finché raggiunse
Jotunheimr. Prymr sedeva su una collinetta, pettinava la criniera dei suoi cavalli e
serrava un collare d’oro ai cani. Egli domandò a Loki: "Che cosa accade mai fra gli
Asi e fra gli elfi perché tu venga in Jotunheimr?" "Un guaio c’è fra gli Asi e fra gli
elfi", rispose Loki. "Sei tu che hai nascosto il martello di Thor?" Prymr rispose che si,
era stato proprio lui: aveva sottratto il prezioso martello. "Io l’ho celato", disse, "otto
miglia sotto terra: nessuno potrà riaverlo se non mi portate Freyja in sposa."

Volò dunque Loki e tornò nel recinto degli Asi. Thor gli si fece incontro tutto ansioso
e lo invitò, prima che a sedersi, a riferire il risultato della missione. Andarono dunque
Thor e Loki dalla dea Freyja e le proposero d’essere sposa del gigante. Freyja montò
su tutte le furie e si adirò terribilmente, tanto che tutte le dimore degli dèi ne furono
scosse; persino il prezioso monile Brìsingamen le schizzò via dal petto. Ella disse:
"Credi davvero che abbia una voglia così sfrenata di maschi da venire con te in
Jotunheimr?"
Gli dèi si riunirono al consiglio: ora dovevano assolutamente trovare il modo di
recuperare il prezioso martello di Thor. Il suggerimento migliore venne da Heimdallr,
dio degli Asi assai luminoso, che tuttavia conosce il futuro come i Vani. Heimdallr
dunque disse così: "Adorniamo invece Thor con la veste nuziale, mettiamogli al collo
il monile Brisingamen! Appendiamo al suo fianco un mazzo di chiavi e facciamo che
una veste da donna gli copra le ginocchia! Poi simuleremo il petto con grosse pietre e
bene gli acconceremo la chioma". A Thor questo suggerimento piacque assai poco:
"Gli dei mi daranno dell’invertito", disse, "se mi lascio vestire da sposa". Loki
rispose: "Ben presto i giganti abiteranno in Asgaror se tu non recuperi il martello!"
Questa osservazione eliminò qualsiasi esitazione.

Thor venne dunque adornato con vesti nuziali ed ebbe al collo il monile Brisingamen
Di Freyja; un mazzo di chiavi gli fu appeso al fianco e una veste di donna gli coprì le
ginocchia. Poi gli fu simulato il petto con grosse pietre e gli fu ben acconciata la
chioma. Quando ciò fu fatto Loki disse: "Io sarò la tua ancella e ti accompagnerò in
Jotunheimr".

Partirono dunque Loki e Thor sul carro del dio trainato dai capri. Essi correvano così
velocemente che le montagne cadevano in pezzi e in fiamme bruciava la terra.
...
Prymr, signore dei giganti, si preparava ad accogliere la sposa. Egli disse: “Presto,
preparate le panche per ricevere Freyja figlia di Njörðr! Io possego vacche e buoi
dalle corna d’oro e ho molti gioielli, collane e tesori, tuttavia lei sola mi manca”.

Alla sera fu preparato un grandioso banchetto e ai giganti fu servita la birra. Thor era
assai affamato e mangiò avidamente: da solo divorò un bue e otto salmoni, bocconi
prelibati destinati alle donne; inoltre bevve ben tre litri di idromele. Prymr ne fu
meravigliato e insospettito; perciò disse: “Hai mai visto una sposa mangiare tanto
avidamente e una donna bere tanto idromele?” L’ancella espertissima e astuta che
stava che stava seduta di fronte s’affrettò a spiegare: “Freyja non toccava cibo da otto
giorni tanto era il suo desiderio di venire in Jotunheimr”. Prymr parve convinto; di
nuovo tuttavia si meravigliò e si insospettì quando si chinò sulla sposa per baciarla: lo
sguardo era così infuocato che egli fece un balzo all’indietro nella sala del banchetto.
Allora domandò: “Perché sono tanto terribili gli occhi di freyja? Sembra proprio che
in essi vi sia fuoco che arde”. L’ancella espertissima e astuta che stava seduta di
fronte s’affrettò a spiegare: “Freyja non chiudeva occhio da otto notti, tanto era il suo
desiderio di venire in Jotunheimr”.
In quel momento entrò nella sala la sorella del gigante e volle chiederle un dono
nuziale; ella disse a Thor: “Togli dalle tue mani gli anelli d’oro se vuoi conquistarti la
mia benevolenza e il mio amore!” Allora parlò Prymr, signore dei giganti: “Portate il
martello per consacrare la sposa, ponete Mjollnir sul suo grembo e consacrateci
insieme per la mano di Vàr!” Gioì Thor nel profondo del cuore, quando riconobbe il
martello: subito lo afferrò e colpì a morte Prymr per primo e subito dopo tutti i suoi.
Né risparmiò la vita alla sorella del gigante: lei, che aveva osato chiedere i doni
nuziali, ebbe una martellata al posto dell’oro, botte sonanti invece che anelli.

Così il figlio di odino recuperò il martello prezioso.


...}

Questo mito presenta molti particolari interessanti, primo fra tutti il furto del martello
di Thor, strumento vitale per l’equilibrio cosmico.
Vi è poi l’aiuto di Loki, emblema dell’inaspettato e necessario supporto dettato dalla
condizione ontologica dell’essere umano - ricordiamoci che gli inganni e la furbizia
sono sempre esistiti - per un fine superiore e sacro.
L’aiuto iniziale di Freyja e il rifiuto di andare in sposa al gigante vanno a dimostrare
che non bisogna mai vendersi a nessuno.
Il travestimento di Thor è un semplice mezzo per raggiungere un fine superiore;
nonostante questo gesto sia degradante per Thor, egli lo compie per il bene della
comunità tutta.
La sorella del gigante che chiede gli anelli al dio del tuono a causa del suo
mammonismo, mettendo non solo a repentaglio il matrimonio ma vendendo il suo
rispetto per cose materiali sono la prova che atteggiamenti contro la famiglia portano
solo a una meritata e triste fine.

Il paganesimo ai nostri giorni è spesso inteso come un semplice veicolo di modernità


e di degenerazione ma quando la scintilla divina tornerà ad animare gli animi esso
ritornerà a splendere come il tuono.

Fonti:
- I miti nordici, Gianna Chiesa Isnardi, pag. 118-121.
Frawj

Teonimo derivante dal sostantivo femminile protogermanico *frawj il cui significato


è “fanciulla”, identifica quella divinità del pantheon germanico che nella mitologia
norrena è nota come Freyja ed il cui corrispettivo longobardo, stando a quanto scritto
nella ʻHistoria Lagnobardorumʼ da Paul Warnefried, è Frea. È presente anche nel
manoscritto in antico alto tedesco degli incantesimi di Merseburgo con il teonimo di
Friia la cui forma ortografico normalizzata è Frīja.

Stando allʼEdda Poetica di Snorri Sturluson Freyja nacque dallʼunione fra Njörðr, dio
del mare e dei naviganti, e la sorella di questʼultimo; i due ebbero un altro figlio
prima di separarsi al quale diedero il nome Freyr.
Freyja dunque, alla stregua di suo padre e di Freyr, è una divinità appartenente alla
stirpe dei Vanir. Con il concludersi della guerra scoppiata fra questi ultimi e gli Æsir
ella si stabilì assieme con il fratello ad Ásgarðr divenendo 'en ágætust af ásynjum'
(i.e. “la più illustre fra le Ásynjur”).
Ella è dèa della bellezza e dellʼamore, della seduzione e della fertilità, del seiðr (i.e.
pratica sciamanica che le permette di prevedere il futuro e di dispensare sventura) ed
infine dèa dellʼoro ché dʼoro sono le lacrime che ella piange per la lontananza di Óðr,
marito suo e padre delle sue due figlie.
Sessrúmnir (i.e. “spazio per seggi”) è la sua dimora sita in Fólkvangar (i.e. “campi
dellʼesercito”) dalla quale è solita allontanarsi ogni giorno su un carro trainato da due
skogkatt (i.e. “ felini delle foreste”).
Freyja è anche dèa della guerra e della morte ché, come ci ricorda Snorri Sturluson
nel ʻGrímnismálʼ, in Fólkvangar si raduna quella metà di guerrieri da lei scelti fra i
caduti; lì
attendono che questʼultima li guidi in battaglia nel Ragnarök (i.e. “crepuscolo degli
Dèi”).
In Freyja lʼamore e la guerra si mescolano sino a divenire un unicum inestricabile.
LʼAmore è Guerra; le sue ferite sono dolorose quanto quelle del freddo e bruciante
ferro, le sensazioni che reca con sé sono inebrianti forse ancor di più di quanto non lo
siano quelle nate da una vittoria su di un campo di battaglia.
In un mondo come il nostro in cui ogni forma di conflitto è negata lʼultima guerra che
ci è concesso combattere è quella dellʼAmore.
In essa sono presenti due dei tre fondamenti del vivere umano; il tendere ad un
qualcosa di più alto ed il lottare strenuamente per raggiungerlo. Infine da essa può
nascerne il terzo; una famiglia.
Per quanto sinora detto lʼAmore è caro agli Dèi, in quanto conflitto generatore, come
pure lo sono Guerra e Poesia e dellʼAmore come della Guerra Freyja è la perfetta
incarnazione.

Loki e la Lokasenna

L'Ase Loki è una figura centrale nella mitologia scandinava eppure se lo si guarda
con occhio attento non è del tutto integrato in essa.
Padre di alcune "bestie" - generò il lupo Fenrir in 'Járnviðr' (i.e. "foresta di ferro") che
nel Ragnarǫk divorerà Odino come pure 'Sleipnir' il cavallo ad otto zampe di
quest'ultimo - è solito aiutare gli Æsir nel recuperare i loro preziosi oggetti quali ad
esempio il martello di Thor 'Mjöllnir' (i.e. "Frantumatore") e la lancia di Odino
'Gungnir' (i.e. "Implacabile").
A lui è da imputare la morte del figlio di Odino, Baldr, ed è per questo che fu
catturato ed imprigionato una grotta del 'Niflheimr' (i.e. "terra delle nebbie") dagli
Æsir. Egli si libererà solamente nel Ragnarǫk durante il quale duellerà fino alla morte
con Heimdallr.

Il fatto che non esistano tracce di culti a lui dedicati né luogo o persona che attestino
una qualsiasi devozione nei suoi confronti ha fatto sorgere l'ipotesi che egli fosse
assurto a ruolo di divinità solo a posteriori grazie agli scritti di Snorri Sturluson.
È una figura cosi ambivalente che lascia spazio a varie interpretazioni.
Per Jan de Vries egli è un 'trickster' (i.e. "ingannatore").
Per Georges Dumézil egli è un'intelligenza impulsiva e per questa ragione lo
contrappone all'Ase Hœnir, accorto e ponderante. Sulla base del ruolo che Snorri
Sturluson gli attribuisce nell’uccisione di Baldr, Dumézil paragona Loki a Syrdon,
responsabile dell’uccisione dell’eroe Soslan nelle leggende ossete [1].
Per Folke Ström Loki risulta essere un'ipostasi di Odino dacché presenta tratti in
comune con quest'ultimo seppur il carattere di Loki, malefico ed ingannatore, non
corrisponda in toto alla personalità dell'Alfǫþr (i.e. "Padre degli uomini", epiteto di
Odino).
Anna Birgitta Rooth ipotizza un'origine aracnoide del teonimo Loki essendo questi
l'inventore della rete da pesca che è simile alla tela di un ragno; il termine 'lokke'
significa infatti 'ragno' in medio svedese e in alcuni dialetti scandinavi ma il sostegno
a favore di questa teoria è scarso.

Tutte queste interpretazioni sono solite concentrarsi su un solo aspetto della natura
dell'Ase Loki ed è per questa ragione che Edward Oswald Gabriel Turville-Petre le
definì deboli in un suo scritto del 1964.

Il ruolo dell'Ase Loki nell’Edda Poetica, se si esclude la 'Lokasenna' (i.e. "disputa di


Loki"), è molto minore rispetto alle restanti narrazioni mitiche; le informazioni su di
lui sono limitate.
Sappiamo che egli è figlio della gigantessa Laufrey e - come già ricordato in
precedenza - sappiamo che egli è padre di Fenrir, di Sleipnir, del serpe Jǫrmungandr
(i.e. "essere infinitamente potente") e di Svaðilfœr. A lui viene attribuita la paternità
di una stirpe di troll partorita dopo aver mangiato il cuore di una strega bruciato a
metà.
Dall’Edda Poetica veniamo a sapere dell'esistenza di un suo fratello, Býleistr, il cui
teonimo è legato a temporali e tempeste, alla stregua di Loki; questi infatti è noto con
i nomi di 'Loptr' e 'Hveðrungr' (i.e. "aria, folata di vento").
Sua moglie Sigyn viene presentata come modello di amorevole devozione. Quando
Loki fu incatenato nel 'Niflheimr' la gigantessa Skaði pose sul suo viso un serpente
grondante stille velenose, la moglie Sigyn rimase accanto a lui raccogliendo le stille
velenose in una ciotola al fine di non far soffrire il marito.
Seppure sia una teoria desueta, non è possibile escludere a priori il fatto che Loki
abbia assunto un ruolo fondamentale nella mitologia scandinava solamente con
l'avvento del cristianesimo in Islanda e con la messa per iscritto da parte di Snorri
Sturluson nel 1200 dei vari carmi nell'Edda Poetica della quale fa parte la
'Lokasenna'.

Loki a causa del suo comportamento degradante e delle sue malefatte descritte
nell'Edda di Snorri potrebbe a prima vista venir scambiato per la trasposizione forzata
nel pantheon scandinavo del Lucifero della tradizione cristiana; eppure la figura
dell'Ase Loki presenta tratti non certo assimilabili a quelli di un essere demoniaco
dacché qualunque azione da questi compiuta è compiuta per la salvezza degli Æsir e
di Ásgarðr.

- Aiutò l'Ase Thor a recuperare 'Mjöllnir' dalle grinfie del gigante Þrymr come
narrato nella 'Þrymskviða' (i.e. "carme di Þrymr").

- Nel 'Reginsmàl' (i.e. "discorso di Regin") dell'Edda in Prosa si racconta di come


egli, dopo aver ucciso il mutapelle Ótr avendolo scambiato per una comune lontra,
aiutò gli Æsir ad ottemperare alle richieste di Hreiðmarr, padre di Ótr, il quale
pretendeva un guidrigildo per la morte del figlio. Loki riempì la pelle di lontra del
mutapelle Ótr con l'oro e l'anello 'Andvaranautr' (i.e. "dono di Andvari") sottratti al
nano Andvari e li consegnò ad Hreiðmarr ben sapendo che Andvari aveva maledetto
sia l'oro che l'anello.
Si rese così responsabile della morte di Hreiðmarr e dei suoi figli, Fáfnir e Reginn,
con il solo scopo di liberare gli Æsir dalla minaccia di possibili ritorsioni da parte di
Hreiðmarr o della sua famiglia.

- Nel 'Fjölsvinnsmál' (i.e. "discorso di Fjölsviðr") Fjölsviðr (i.e. "Assai sapiente",


epiteto di Odino) narra di come Loki forgiò la possente spada 'Lævateinn' (i.e.
"Bacchetta della distruzione").

Loki è però un elemento imprevedibile, le cui azioni possono a volte risultare


imperscrutabili e prive all'apparenza di una qualsivoglia utilità o programmaticità.
Così come si rese protagonista di imprese eroiche, Loki si rese protagonista di scherzi
ed inganni ai danni degli stessi Æsir. Basti pensare alla 'Hymiskviða' (i.e. "carme di
Hymir") dove gli viene attribuita la colpa dell’azzoppamento di uno dei caproni di
Thor [2].

Lo stretto legame di cui si narra nella 'Völuspá' (i.e. "Profezia della Veggente", Edda
Poetica) fra Loki e le tristi schiere del 'Múspellheimr' (i.e. "terra delle fiamme")
nacque in seguito all’umiliazione che l'Ase ricevette durante il banchetto di Ægir da
parte degli Æsir lì presenti.
Nella 'Lokasenna' si narra di come le lodi con le quali Ægir accolse i suoi ospiti
fecero sorgere in Loki un'aspra gelosia tanto da spingerlo ad uccidere Fimafeng, uno
dei servi di Ægir. Gli Æsir si arrabbiarono con Loki e lo trascinarono fuori dalla sala,
prima di tornare al loro banchetto. Venuto a sapere del fatto che non fosse più il
benvenuto, Loki entrò nella sala con moto di sfida scatenando la reazione ancor più
violenta dei presenti fra i quali vi era lo stesso Odino. All'arrivo del figlio di questi,
Thor, Loki si ritirò. Fu catturato e sottoposto al supplizio delle stille velenose non
prima di aver assistito alla trasfigurazione del figlio Narfi in un lupo ed all'uccisione
dell'altro suo figlio, Váli, le cui viscere furono utilizzate per imprigionare Loki in una
grotta del del 'Niflheimr'.

Per quanto sinora detto la 'Lokasenna' sembra fornire la chiave del come l'Ase Loki
sia assurto a nocchiero delle schiere del 'Múspellheimr' ma dacché non se ne hanno
versioni di altri autori questo componimento potrebbe essere frutto di un esercizio
stilistico di Snorri Sturluson realizzato su modello de "L'assemblea degli Dèi" di
Luciano di Samosata nel quale i protagonisti divengono gli Æsir nordici e non più gli
Dèi del pantheon greco.

La 'Lokasenna' - seppur possa apparire estranea e posteriore all'Edda Poetica - è ricca


di informazioni inedite quale ad esempio la fratellanza di sangue fra Loki ed Odino,
informazioni che vanno inevitabilmente a confliggere con il ruolo assegnato a Loki
da Snorri Sturluson nella sua Edda in Prosa; come già detto in precedenza fu Loki a
spingere l'ignaro Höðr ad uccidere Baldr, figlio di Odino.
Con l'Edda di Snorri nacque quindi una tradizione differente da quella narrata dalla
'Lokasenna' dell'Edda Poetica come pure da quella narrata da Saxo Grammaticus -
contemporaneo di Snorri - nelle 'Gesta Danorum' (i.e. "Gesta dei Dani") dove si narra
di come fu la rivalità tra Balderus (i.e. Baldr) e Hotherus (i.e. Höðr), conseguenza
dell'amore che entrambi provavano per Nanna, a spingere Hotherus ad uccidere
Balderus.

Tradizioni posteriori e geograficamente differenti seppur nate dallo stesso seme


mitologico portano con sé versioni differenti ed è difficile determinare quale fra le
tante sia quella delle origini; ciò assumendo che la tradizione originaria si sia
conservata intatta, il che non è scontato.
Sono del tutto assenti testimonianze comprovate di rituali dedicati a quest'Ase ma è
logico supporre che il culto di una simile figura non fosse per nulla ampiamente
praticato proprio per via della sua natura ineffabile ed intangibile.
Per quanto sinora detto è difficile definire con precisione il ruolo che l'Ase Loki ha
nella mitologia scandinava e germanica; forse durante il periodo di conversione al
Cristianesimo - per via dei suoi inganni e delle sue malefatte ai danni degli Æsir - la
sua figura fu assimilata a quella di Lucifero accrescendone così di molto la sua
importanza o forse no.
D'altronde pretendere di cogliere l'essenza di colui che ha ingannato persino gli stessi
Æsir è senza dubbio hýbris (i.e. "tracotanza").

Note:
- [1] Saghe dei Narti

- [2] "Þórr e Týr, dopo aver sgominato gli Jǫtnar, sono evidentemente passati dalla
casa di Egill dove hanno recuperato il carro e i caproni: gli animali sono stati
aggiogati al carro ma, percorso un breve tratto, uno è caduto al suolo, impossibilitato
a proseguire il viaggio. — (e-f) Entrambi i manoscritti riportano una lezione comune,
che non sembra però avere molto senso: <var scıR scꜹkvls scacr abaNı> (ms. R), e
<var skıRr skꜹkvls skaKr a baNı> (ms. A). La lezione skirr, «compagno», sebbene
accettata da alcuni interpreti (Detter 1903) è stata tuttavia rifiutata dalla maggior
parte dei moderni curatori e viene solitamente accolto il suggerimento del linguista
Rasmus Christian Rask (1787-1832), che ha emendato la parola in skær «destriero».
In verità quest'ultima parola, utilizzata come radice in kenningar per «lupo» o
«nave», non sembra adattarsi molto bene a un ovino: ma poiché il carro di Þórr è
trainato da due caproni, l'espressione skær skǫkull, «destriero della stanga», potrebbe
significare, generalizzando, «animale da tiro». Analogamente, la parola banni,
«proibizione», è stata emendata da Rask in beini «osso», così da ottenere skakkr á
beini, «distorsione, slogatura dell'osso» (Rask 1818). Tale correzione, sebbene non
convinca appieno tutti gli studiosi, è stata comunemente accettata anche sulla base
dell'omologo racconto riferito da Snorri nella Prose Edda, dove uno dei caproni di
Þórr rimane azzoppato perché Þjálfi, incautamente, ne ha inciso un osso col coltello
per estrarne il midollo (Gylfaginning [44]). — (g-h) lævíss, «sapiente negli inganni»,
epiteto di Loki, al quale viene assegnata qui la colpa dell'azzoppamento del caprone,
sebbene il personaggio non compaia mai nel testo. Non si capisce neppure perché sia
Egill a farsi carico della responsabilità. L'esito è tuttavia il medesimo nelle due fonti:
i suoi due figli (Þjálfi e Rǫskva in Gylfaginning [44]) verranno ceduti a Þórr quali
suoi servitori, come ricompensa per il danno subìto dal caprone." [ stralcio tratto da
https://bifrost.it/GERMANI/Fonti/Eddapoetica-7.Hymiskvidha.html#n-37 ]
Orlando, in collaborazione con le vie di Wodanaz

Tīwaz

Teonimo derivante dal sostantivo maschile protogermanico *tīwaz il cui significato è


"dio", identifica quella divinità del pantheon germanico che nella mitologia
scandinava è nota come Týr il cui corrispettivo anglosassone è Tíw.

Il teonimo protogermanico *Tīwaz come anche le sue derivazioni successive è legato


al termine protoindoeuropeo *Dyeus Pətēr che tradotto significa "padre degli Dèi".
Nell'universo delle lingue germaniche il protoindoeuropeo *Dyeus venne recepito
come *deywos e successivamente come *teiwaz; mutò infine nel protogermanico
*Tīwaz.
Il termine 'Tuesday' che nella lingua inglese corrente identifica il giorno della
settimana da noi noto come Martedì, deriva dall'anglosassone Tīwesdæg che ha molti
corrispettivi fra le lingue del ceppo germanico; basti pensare al frisone 'tīesdi',
all'antico alto tedesco 'zīostag', al medio alto tedesco 'zīestac' ed all'alemannico
'zīstac'. Dagli ultimi tre esempi è possibile estrapolare il corrispettivo in antico
germanico continentale del protogermanico *Tīwaz, ossia Ziū.

Týr nella mitologia scandinava è uno dei governanti di Ásgarðr ed è l'Ase che è
incarnazione della Guerra e della Giustizia.
Stando alla 'Hymiskviða' (i.e. "carme di Hymir") facente parte dell'Edda Poetica, Týr
sarebbe figlio dello jötunn (i.e. "gigante") Hymir, marito di Hroðr, mentre stando allo
'Skáldskaparmál' (i.e. "dialogo sull'arte poetica") contenuto nell'Edda in Prosa o Edda
di Snorri egli risulterebbe esser figlio dell'Ase Óðinn.
Stando alla 'Lokasenna' egli avrebbe una moglie, forse quella dea che fra i Suebi è
nota come Zisa; di questa si ha menzione nel Codex Monac e nel Codex Emmeran,
entrambi risalenti alla prima metà del XII secolo.

Týr è una figura non molto frequente fra gli scritti della tradizione scandinava; dalla
'Hymiskviða' sappiamo di come egli aiutò l'Ase Thor a sottrarre ad Hymir un
calderone dal quale sgorgava dell'ottima birra.
Da altri scritti sappiamo di come egli sacrificò il suo braccio per permettere agli Æsir
di incatenare il lupo Fenrir nato dall'unione fra l'Ase Loki e la gigantessa Angrboða.
Nel 'Gylfaginnin' dell'Edda di Snorri viene descritta la sua morte; sarà il lupo Garmr
ad uccidere nel Ragnarök l'Ase Týr poco prima di morire per le ferite infertegli da
quest'ultimo.

Testimonianze archeologiche del culto dell'Ase Týr si estendono sino al V secolo; a


quell'epoca risale il bratteato (i.e. particolare tipo di moneta) in oro rinvenuto a
Trollhättan sul quale è rappresentato Týr con la sua mano sinistra in bocca al lupo
Fenrir.

Infine molti toponimi scandinavi presentano rimandi all'Ase Týr; basti pensare al
Tyrseng, quel tratto di campagna stretto fra la città di Viby nello Jötaland ed il fiume
Dødeå il cui toponimo deriva dal norreno Týs eng (i.e. "Pascolo di Týr") e dal quale è
possibile dedurre che un tempo fosse un luogo dedicato al culto dell'Ase Týr.

Frawjô

“Tertius est Fricco, pacem voluptatemque largiens mortalibus.”


- ʻGesta Hammaburgensis Ecclesiaæ Pontificumʼ di Adam Bremensis

Teonimo derivante dal sostantivo maschile protogermanico *frawjô il cui significato


è “signore”, identifica quella divinità del pantheon germanico che nella mitologia
scandinava è nota come Freyr ed il cui corrispettivo anglosassone è Ing derivante dal
protogermanico *Ingwaz al quale sono legati i nomi Yngvi, Yngvin, Ingwine ed
Inguin. Il primo fra questi, stando ad una possibile ricostruzione dellʼiscrizione runica
in Fuþark antico dellʼAnello di Pietroasele (i.e. gutanī [i(ng)]wi[n] hailag, “ad Ingwi
dei Goti, santo”, III-IV secolo d.C.), risulterebbe essere il corrispettivo in lingua
gotica di Freyr.
Da ciò si presume che il protogermanico *Ingwaz, nelle sue quattro versioni, non
fosse altro che lʼantico teonimo dellʼAse Freyr. Nella ʻYnglinga sagaʼ che Snorri
Sturluson scrisse intorno al 1225, si narra di come Yngvi-Freyr divenuto re di Svezia
alla morte del padre Njörðr fondò la dinastia degli Ynglingar (i.e. “Scylfings” in
ʻBeowulfʼ).
Infine, del teonimo Freyr si hanno diverse attestazioni in scritti latini. Nelle ʻGesta
Hammaburgensis Ecclesiaæ Pontificumʼ di Adam Bremensis Freyr è attestato come
Friccus mentre nelle ʻGesta Danorumʼ di Saxo Grammaticus è attestato come Frø.

Stando allʼEdda Poetica di Snorri Sturluson Freyr nacque dallʼunione fra Njörðr, dio
del mare e dei naviganti, e la sorella di questʼultimo; questi si separarono dopo la
nascita di Freyr. Prima di questi ebbero unʼaltra figlia al quale diedero il nome
Freyja.
Freyr dunque, alla stregua di suo padre e di Freyja, è una divinità appartenente alla
stirpe dei Vanir. Con il concludersi della guerra scoppiata fra questi ultimi e gli Æsir
egli si stabilì assieme con la sorella ad Ásgarðr con la quale, stando a quanto riportato
nella Lokasenna, ebbe una relazione. Lì gli Æsir lo resero governatore di Álfheimr
(i.e. “terra
degli Elfi”); divenne così ʻhinn ágætasti af ásumʼ (i.e. “il più illustre fra gli Æsir”).
Egli è lʼAse della bellezza, della pace e della fecondità come appunto recita il
seguente passo tratto dal libro quarto delle ʻGesta Hammaburgensis Ecclesiaæ
Pontificumʼ di Adam Bremensis:
“Tertius est Fricco, pacem voluptatemque largiens mortalibus. Cuius etiam
simulacrum
fingunt cum ingenti priapo [...] Omnibus itaque diis suis attributos habent sacerdotes,
qui
sacrificia populi offerant [...] si nuptiæ celebrandæ sunt, Fricconi (lybatur).”
Segue la traduzione:
“Il terzo è Freyr, il quale procura ai mortali la pace e la voluttà. [Gli scandinavi] sono
soliti
realizzarne il simulacro con un enorme fallo [...] Essi hanno dei sacerdoti adibiti a
tutti i loro
dèi, che a essi presentano i sacrifici del popolo [...] se vi sono delle nozze da
celebrare,
(viene fatta unʼofferta) a Freyr.”

La sua sposa è Gerðr, una gigantessa di incomparabile bellezza. Per conquistarne il


cuore chiese aiuto al suo vassallo Skìrnir al quale dovette cedere come ricompensa
per i suoi sevigi la sua infallibile spada assieme con la sua cavalcatura, forse
Blóðughófi (i.e. “zoccolo insanguinato”), capace di
attraversare fiamme e fuoco.
A causa di ciò egli morirà durante il Ragnarök nellʼaffrontare lo jötunn Surtr il quale
giungerà ad Ásgarðr dallʼestremo sud insieme alle fiamme ed ai Múspellsmegir (i.e.
“figli di
Muspell”).

Stando a quanto scritto da Saxo Grammaticus nel libro terzo delle ʻGesta Danorumʼ,
Freyr era venerato ad Uppsala come ʻdeorum satrapaʼ (i.e. “satrapo/viceré degli Dèi”)
e lì venivano fatti sacrifici umani in suo nome; tanto era radicato il suo culto che i
luoghi limitrofi presentano ancora toponimi a lui legati.

Baldr

Stando a quanto sostenuto da Jacob Grimm nellʼundicesimo capitolo del suo scritto
ʻDeutsche Mythologieʼ (i.e. “Mitologia germanica”, 1835), il teonimo norreno Baldr
deriverebbe da quellʼaggettivo maschile protogermanico *balþaz il cui significato è
“audace” e che è antesignano del gotico balþs, dellʼantico alto tedesco pald e del
sassone bald i quali condividono con il suddetto il medesimo significato.
Nel secondo incantesimo di Merseburgo (i.e. “Merseburger Zauberspüche”) è
riportato il teonimo Balder, il corrispettivo di Baldr in antico alto tedesco.
Attestazioni in latino di questo teonimo sono presenti in opere come ʻGesta
Danorumʼ di Saxo Grammaticus dove Baldr è noto con i nomi di Balderus e di
Fjallerus. Fjallerus è legato allo scandinavo Falr (i.e. Fjalarr) il quale presenta forti
somiglianze con un certo Phol menzionato sul principiare del testo del secondo
incantesimo di Merseburgo; stando agli scritti di Calvin Thomas questi non sarebbe
altro che Baldr stesso.

Non si può trascurare però la forte correlazione fra questo teonimo norreno e gli
aggettivi baltas in lituano e balts in lettone il cui significato è “bianco”.
Nella tradizione sassone continentale Baldr è noto come Baldag mentre in quella
anglosassone è noto come Bældæg (i.e. Beldeg, attestato nella ʻHistoria Brittonumʼ di
Nennio come Beldeyg). Entrambi questi teonimi presentano al loro terminare il
suffisso -dag derivante dal sostantivo maschile protogermanico *dagaz (i.e. “giorno”)
unito alla radice baltica degli aggettivi baltas e balts.

Il teonimo Baldr assumerebbe così la connotazione di “bianco giorno” la quale


Grimm preferisce alla più semplice connotazione di “audace” dacché richiama
espressamente un passo del ʻGylfaginningʼ (i.e. “inganno di Gylfi”, Edda in Prosa)
che ora segue:

“Annarr son Óðins er Baldr, ok er frá honum gott at segja. Hann er beztr, ok hann
lofa allir. Hann er svá fagr álitum ok bjartr svá at lýsir af honum [...] Hann er vitrastr
ásanna ok fegrst talaðr ok líknsamastr. En sú náttúra fylgir honum at engi má haldask
dómr hans.”

“Il secondo figlio di Óðinn è Baldr, e di lui si deve davvero parlar bene. È il più
buono e tutti lo elogiano. È così bello d'aspetto, e così lucente, da irradiare splendore
[...] Egli è il più saggio degli Æsir, il più raffinato nel parlare e il più gentile. Possiede
questa virtù naturale: che nessuno può opporsi al suo giudizio.”

Stando a questo estratto, lʼAse Baldr è figlio di Óðinn e di Frigg e quindi fratello di
Höðr e fratellastro di Váli. Da altre fonti apprendiamo che egli è sposo di Nanna e
padre di Forseti (i.e. “colui che presidia”) Ase che amministra la giustizia in Ásgarðr
avendo ereditato dal padre la virtù dʼessere da tutti rispettato. In Ásgarðr, per conto
degli Æsir, Baldr fu reso governatore di Breðablik (i.e. “ampio splendore”) terra nella
quale si trovano poche rune funeste.
Egli è un Ase di incredibile bellezza come attestato dal passo del ʻGylfaginningʼ che
ora
segue:

“ [...] ok eitt gras er svá hvítt at jafnat er til Baldrs brár. Þat er allra grasa hvítast, ok
þar eptir mátþu marka hans fegrð bæði á hár ok á líki.”

“ [...] c'è un fiore così bianco da essere paragonato alle sopracciglia di Baldr. Esso è
fra tutti i fiori il più candido e da questo puoi intuire la bellezza di Baldr, sia dei
capelli che del sembiante.”
Egli è attestato in molti scritti della tradizione nordico islandese e della letteratura
latina i quali restituiscono differenti versioni della sua morte e della causa che lʼha
scatenata:

- Nella ʻVöluspáʼ (i.e. “Profezia della Veggente”) contenuta nellʼEdda Poetica si


accenna alla sua morte causata da un rametto di vischio e di come dopo il Ragnarǫk
egli tornerà dal Helheimr (i.e. “regno di Hel”).

- Nel ʻBaldrs draumarʼ (i.e. “i sogni di Baldr”) poema contenuto nellʼEdda Poetica si
narra di come Óðinn, in seguito a dei sogni nefasti avuti da Baldr, decida di scendere
sino al Niflhel (i.e. “inferno delle nebbie”) in sella al suo palafreno Sleipnir per
interrogare sul destino del figlio una Völva (i.e. “veggente”) morta da tempo. Questa
rivelerà ad Óðinn che Höðr ucciderà suo fratello Baldr e che Váli vendicherà la morte
di questʼultimo.

- NellʼEdda in Prosa Snorri Sturluson narra in maniera più dettagliata la morte di


Baldr. In seguito ad un sogno profetico fatto sia da Baldr che da sua madre sulla
morte del primo, Frigg costrinse ogni cosa presente sulla terra a giurare di non
arrecare mai danno alcuno al figlio; fra queste tutte prestarono giuramento eccetto un
cespuglio di vischio. Quando lʼAse Loki venne a conoscenza di ciò fabbricò una
lancia da questo cespuglio - in versioni manoscritte successive si parla di una freccia
- e la consegnò a Höðr, il fratello cieco di Baldr, il quale assieme al resto degli Æsir
indulgeva nel passatempo di tirare oggetti contro Baldr ché questi non ne riceveva
danno alcuno. Nellʼistante in cui Höðr colpì il fratello con la lancia di vischio questi
morì. Óðinn si unì allora con la gigantessa Rindr la quale partorì Váli che divenuto
adulto in un giorno vendicò Baldr uccidendo Höðr. Il corpo di Baldr fu cremato sulla
sua enorme nave dal nome di Hringhorni (i.e. “vascello con un disco sulla prua”) e la
moglie Nanna si gettò su di lui fra le fiamme in attesa del Ragnarǫk; solo allora si
sarebbe riunita con il suo sposo.

- Secondo le ʻGesta Danorumʼ di Saxo Grammaticus la morte di Balderus, ivi


descritto come un semidio, è da ascriversi alla rivalità fra questi ed Høtherus (i.e.
Höðr) per la mano di Nanna, figlia del re di Norvegia Gewar. Høtherus, ben conscio
della natura semidivina di Balderus, affrontò questʼultimo armato di una spada
incantata dal nome ʻVischioʼ e con questa lo ferì mortalmente.
- Nel ʻChronicon Lethrenseʼ (i.e. “Cronache di Lejre”, opera danese del XII secolo
scritta in latino) e nella sua ripartizione che va sotto il nome di ʻAnnales Lundensesʼ
(i.e. “gli Annali di Lund”) si narra di come Hother (i.e. Höðr) re dei Sassoni dopo
aver ucciso in battaglia Balder figlio di Othen (i.e. Óðinn) cercò di attaccare battaglia
con Othen e Thor ma venne ucciso da Both, fratellasto di Balder.

Infine, nonostante le ampie testimonianze scritte sono ben pochi i toponimi legati
allʼAse Baldr e molti di questi risalgono allʼetà moderna o contemporanea.

Bragz

Stando a quanto sostenuto da studiosi della filologia germanica il teonimo Bragi


deriverebbe o dalla forma debole ʻbragiʼ dell'aggettivo norreno ʻbragrʼ (i.e.
“migliore”) o dal sostantivo maschile norreno ʻbragrʼ (i.e. “arte poetica”, “metrica”)
il quale però se legato al termine anglosassone ʻbregoʼ (i.e. “principe”) andrebbe a
significare “guerriero” o “signore”; è possibile far risalire entrambe queste forme al
sostantivo maschile protogermanico *bragz (i.e. ”principe”, “signore”) seppur questo
condivida il suo significato solo con il sostantivo maschile ʻbragrʼ.
Bragi - o Brage che dir si voglia - era poi il nome di quel semimitico scaldo Bragi
Boddason attivo nella prima metà del IX secolo; è forse a lui che fa riferimento quel
passo del ʻGrímnismálʼ (i.e. “discorso di Grimnir”, Edda Poetica) dove un certo Bragi
viene definito come ʻhann er æztr skáldaʼ (i.e. “il migliore fra gli scaldi”).
Il nome Bragi è tuttora usato come nome proprio di persona la cui versione femminile
è Braga.

Bragi risiede in Ásgarðr con la sua sposa e nella ʻValhǫllʼ (i.e. “sala dei caduti”)
accoglie i guerrieri morti in battaglia come testimoniato nell'anonimo ʻEiríksmálʼ (i.e.
“discorso per Eiríkr”, scritto per commemorare il re di Norvegia Eiríkr blóðøx) e nel
poema ʻHákonsmálʼ (i.e. “discorso per Hákon”, scritto dallo scaldo Eyvindr Finnsson
per commemorare Hákon goði morto nella battaglia di Stǫrð combattendo contro i
figli di suo fratello, Eiríkr blóðøx).
Si dice che Bragi abbia rune incise sulla lingua ed è forse per questo che egli è ʻhann
er ágætr at speki ok mest at málsnild ok orðfimiʼ (i.e. “famoso per la sua saggezza ma
soprattutto per la sua eloquenza e abilità con le parole”, Edda di Snorri,
Gylflaginning).
Giocando su entrambi i significanti del termine norreno ʻbragrʼ, Snorri Sturluson nel
ʻGylfaginningʼ (i.e. “inganno di Gylfi”, Edda di Snorri) ci restituisce un ritratto breve
e conciso dellʼAse Bragi:

“Bragi heitir einn [...] Hann kann mest af skáldskap, ok af honum er bragr kallaðr
skáldskapr, ok af hans nafni er sá kallaðr bragr karla eða kvenna er orðsnild hefir
framar en aðrir, kona eða karlmaðr.”

“Bragi si chiama egli [...] Conosce benissimo l'arte poetica, che da lui chiamata
ʻbragrʼ e dal suo nome viene infatti chiamato uomo migliore (i.e. “bragr karl”) o
donna migliore (i.e. “bragr kvenna”) chi possieda un'eloquenza superiore agli altri.”

Nella suddetta sezione dellʼEdda di Snorri è riportato il nome della sposa di Bragi
così come anche il ruolo che questa svolge in Ásgarðr; Iðunn è Dea della giovinezza
e ne custodisce i pomi:

“Kona hans er Iðunn, hon varðveitir í eski sínu epli þau er goðin skulu á bíta þá er
þau eldask, ok verða þá allir ungir, ok svá mun vera allt til ragnarøkrs [...]”

“Sua moglie è Iðunn, che conserva nel suo scrigno di frassino le mele che gli dèi,
quando invecchiano, devono mangiare per poter tornare tutti giovani, e così sarà
sempre, fino al ragnarøkkr [...]”

Nello ʻSkáldskaparmálʼ (i.e. “Dialogo sullʼarte poetica”, Edda di Snorri) Bragi spiega
le ʻkenningarʼ (i.e. “metafore poetiche”) ad Ægir nel corso di un banchetto,
rivelandogli i miti e i racconti che le hanno originate; da una di queste si apprende
che lʼAse Bragi è figlio di Óðinn:

“Hvernig skal kenna Braga? Svá at kalla hann Iðunnar ver, frumsmið bragar ok inn
síðskeggja ás - af hans nafni er sá kallaðr skeggbragi, er mikit skegg hefir - ok sonr
Óðins.
“Quali sono le kenningar per Bragi? Si può chiamarlo marito di Iðunn, primo creatore
della poesia, áss dalla lunga barba - da questo nome, chiunque abbia una gran barba è
chiamato skeggbragi – e figlio di Óðinn.”

Bragi compare anche nella ʻLokasennaʼ (i.e. “gli insulti di Loki”) come protagonista
di un velenoso scambio di invettive che egli tiene con Loki il quale aveva interrotto
con insulti ed offese la quiete del banchetto organizzato da Ægir al quale avevano
preso parte tutti gli Æsir e le Ásynjur. In questa circostanza Bragi mostra il suo
carattere incline alla mediazione e alla diplomazia; è pronto a offrire doni a Loki
purché non sparga dissapori fra i presenti ma questi lo accusa di essere un vile e lo
definisce ʻbekkskrautuðrʼ (i.e. “ fronzolo da panca”) suscitando le ire del poeta che
minaccia di ucciderlo. La sua sposa Iðunn interviene per metter pace fra i due.

Dalla ʻLokasennaʼ si viene poi a conoscenza del fatto che Bragi abbia dei figli sia
veri che adottivi:

“Iðunn kvad: Bið ek, Bragi, barna sifjar duga ok allra óskmaga, at þú Loka kveðir-a
lastastǫfum Ægis hǫllu í.”

“Disse Iðunn: Ti prego, Bragi, di pensare ai figli veri e a quelli adottivi e contro Loki
di non parlare con ingiurie nella corte di Ægir.”

I loro nomi non vengono però menzionati né nella ʻLokasennaʼ né in altra fonte.
Subito dopo questo breve passo segue la risposta ingiuriosa e pungente dellʼAse
Loki:

“Loki kvad: Þegi þú, Iðunn, þik kveð ek allra kvenna vergjarnasta vera, síztu arma
þína lagðir ítrþvegna um þinn bróðurbana.”

“Disse Loki: Sta' zitta, tu, Iðunn! Dico fra tutte la più vogliosa d'uomini sei: fra le tue
braccia, ben lavate, hai stretto l'uccisore di tuo fratello.”
Forse l'uccisore del fratello (i.e. “bróðurbani”) di Iðunn è proprio lo sposo di
questʼultima, Bragi, dacché nonostante Loki le attribuisca una vita sentimentale
molto movimentata l'unica relazione nota di Iðunn è quella avuta con Bragi.

Infine in un verso di Egill Skallagrímsson, si parla dell'occhio di Bragi (i.e. “Bragi


auga”); su questa espressione di oscuro significato alcuni studiosi hanno basato la
seguente ipotesi. Bragi, avendo un solo occhio ed essendo anchʼegli Ase della
conoscenza poetica, risulterebbe essere una delle varie personificazioni di Óðinn ma
non essendovi attestazione alcuna di ciò questa tesi è dai più rigettata.

Nerthus

Di questa Dea, che tanto affascina coloro che ne vengono a conoscenza, abbiamo
informazioni parziali ma è possibile, tramite l’uso delle fonte in nostro possesso,
ricostruire qualcosa su questa divinità e sul culto ad essa dedicato.
Partiamo da un assunto: questa Dea viene tradizionalmente associata alla madre terra,
sarebbe quindi la Dea madre per antonomasia il cui culto è attestato fin dal
paleolitico.
Alcune ricostruzioni hanno accostato il nome di Nerthus a quello di Njörðr, arrivando
addirittura ad ipotizzare che quest’ultimo fosse un Dio ermafrodita o in grado di
cambiare sesso a proprio piacimento, un’altra teoria, che è anche quella del
sottoscritto, vede in Nerthus la prima sposa di Njörðr, amante e sorella dalla quale si
dovette separare per entrare a far parte delle schiere degli Asi.
Essa sarebbe quindi la madre degli Dèi Freyr e Freyja
Essa è spesso accostata alla figura di Jǫrð, prima sposa e amante del padre del tutto e
madre di Þórr.
Del culto ad essa tributato sappiamo grazie a Tacito che, nel suo Germania, ce ne ha
parlato in maniera piuttosto esauriente, concludo quindi l’articolo con le sue parole
invitandovi, qualora praticaste, a ricordare anche questa Dèa arcaica nei vostri
sacrifici.

“Dopo i Longobardi vengono Reudigni, Auioni, Angli, Varni, Eudosi, Suardoni e


Nuitoni, tutti ben protetti da fiumi e foreste. Non c'è nulla di importante da dire
riguardo a questi popoli tranne il fatto che tutti adorano Nerthus, che rappresenta la
Madre-Terra. Credono che lei si interessi degli affari degli uomini e che li guidi.

Su un'isola nell'oceano si trova un bosco sacro in cui si trova un santo carro coperto
da un drappo. Solo a un sacerdote è permesso di toccarlo. Egli è in grado di sentire la
presenza della dea quando si trova nel santuario, e la accompagna con grande
riverenza mentre si muove sul carro trainato da tori.

Si festeggia ovunque quando decide di fare l'onore di presentarsi. Nessuno va in


guerra, nessuno usa armi, si vive in pace e quiete finché la dea, avendone avuto
abbastanza della compagnia degli uomini, viene infine riaccompagnata dallo stesso
sacerdote presso il suo tempio. Dopodiché il carro, il drappo e, se mi credete, la
divinità stessa fanno il bagno in una misteriosa vasca.

Questo rito viene svolto da schiavi che, appena finito il compito, vengono affogati nel
lago. In questo modo il mistero viene mantenuto, e rimane la beata ignoranza
riguardo al suo aspetto, concesso solo a chi è destinato a morire”

(Tacito, Germania)

Aldilà

L’aldilà nella mitologia scandinava presenta una ripartizione legata ad un criterio


geografico-funzionale; vi sono due macroregioni nelle quali confluiscono i defunti
dividendosi in base al modus moriendi (i.e. “tipologia della morte”).

In Ásgarðr (i.e. “terra degli Asi", ossia degli Dèi e quindi slegata dal mondo dove noi
risiediamo che è detto Miðgarðr) vi sono due luoghi dove i caduti in battaglia
dimorano in attesa del Ragnarök e sono la 'Valhalla' (i.e. “sala dei caduti”) di Óðinn
ed il 'Fólkvangr' (i.e. “campo delle genti/eserciti”) di Freyja. Freyja è solita scegliere
per sé la metà dei caduti sul campo di battaglia, i restanti vanno ad Óðinn.
Nel Ragnarök gli Æsir avranno bisogno di individui che si sono distinti in battaglia
per la difesa di Ásgarđr ed è per questo che nella Valhalla e nel Fólkvangr vi
giungono solo coloro che sono morti con onore marziale, ossia l'onore che solo le
armi e la guerra possono conferire.

Per quanto riguarda coloro che non muoiono sul campo di battaglia vi sono le sale di
Gimlé site nella parte meridionale del Víðbláinn (i.e. “cielo remoto”, terzo cielo della
cosmologia scandinava dove dimorano i Ljósálfar ossia gli elfi chiari) citate nella
'Völuspa' (i.e. “profezia della veggente”, Edda, sopravvissute al Ragnarök le sale di
Gimlé diverranno residenza escatologica dei giusti di tutti i tempi) e l'Helheimr (i.e.
“regno di Hel”).

Nell'Helheimr i giusti ed i rei di delitti infamanti sono divisi dalla stessa Hel la cui
parte di volto non tumefatto è rivolta verso i giusti mentre l'altra verso i rei di delitti
commessi in aperta opposizione alla legge degli Dèi; i defunti vengono accolti nel
‘Gnipahellir' (i.e. “recesso di Gnipa”, anfratto che conduce all’Helheimr) dal lupo
Garmr la cui pelliccia è rossa di sangue; superato questo terribile guardiano i defunti
seguono il corso del ‘Gjöll’ (i.e. “Ululante”, fiume sotterraneo sulle cui acque
corrono lame) per giungere al Gjallarbrú (i.e. “ponte sul Gjöll”, ponte dorato che
sovrasta il precedente fiume) presidiato dalla fanciulla di nome Móðguðr (i.e. “furia
guerriera”) in quanto porta dinanzi all’Helgrind (i.e. “cancello di Hel”).

L’Helheimr viene erroneamente descritto come un luogo freddo ed inospitale; questo


errore frequente è legato al fatto che spesso l’Helheimr viene confuso con il regno
che lo contiene, il ‘Niflheimr’ (i.e. “terra delle nebbie/gelo”, ultimo dei nove mondi).
Così recita un passo del ‘Vafþrúðnismál’ (i.e. “Il Discorso di Vafþrúðnir”, Edda
Poetica):

“[…] nío kom ek heima fyr Níflhel neðan, hinig deyja ór heljo halir.”

“[…] giunsi nei nove mondi fino al Niflhel in basso, presso Hel, dove vanno i morti.”

C’è da dire che i luoghi dove dimorano i rei non sono per nulla confortevoli; vi è
persino una sorta di spiaggia chiamata ‘Nástrǫnd’ (i.e. “lido dei cadaveri”) dove
vengono raccolti gli omicidi i quali vengono divorati dal maligno serpe ‘Níðhöggr’
(i.e. “colui che sferza con malizia”).
Per quanto concerne la sala dove risiede Hel, con pareti e tetto di serpenti intricati che
grondano stille di veleno, c'è da dire che non è propriamente un bel posto.
La sezione dove sono accolti i giusti è invece più accogliente, non è certo la Valhalla
ma alla fin fine non è così male; ricordiamo che nell'Helheimr vi dimora Baldr il
valoroso, figlio di Óðinn.

Þursar

Termine legato alla runa 'thurs' (i.e. "gigante") del Fuþark antico, va ad raccogliere
sotto di sé quelle variegate stirpi di giganti che sono parte integrante della mitologia
scandinava.

Esistono in norreno due termini per identificare questi esseri e sono 'Jötnar' - il cui
equivalente anglosassone è 'Eotenas' stando al Beowulf - ed appunto 'Þursar' - il cui
equivalente anglosassone è 'Ðyrs'.

Gli Jötnar che sopravvissero al diluvio di sangue erano i discendenti di Bergelmir (i.e.
"[colui che] rumoreggia"), figlio di Þrúðgelmir (i.e. "[colui che] grida con forza") e
nipote di Ymir (i.e. "mormorante").
Stando all'Edda Poetica ed alla Völuspá (i.e. "Profezia della Veggente"), Ymir
nacque in 'Ginnungagap' (i.e. "abisso aperto", voragine dei tempi primordiali
attraversata dagli undici Élivágar, fiumi primordiali le cui acque erano velenifere)
stretto fra il 'Niflheimr' (i.e. "terra delle nebbie" dalla quale provenivano freddo e
tenebre) ed il 'Múspellheimr' (i.e. "terra delle fiamme" dalla quale provenivano calore
e luce).
Quando la brina ed il vento caldo si incontrarono in Ginnungagap questa si sciolse e
dalle sue gocce ebbe origine Ymir; dacché quelle gocce contenevano stille del veleno
degli Élivágar, Ymir e la sua progenie furono per natura malvagi. I suoi diretti
discendenti nacquero per generazione spontanea; dal suo sudore crebbero sotto la
mano sinistra un uomo ed una donna, dai suoi piedi nacque invece un gigante con sei
teste (i.e. Þrúðgelmir).

Assieme ad Ymir, dalla brina nacque anche Auðhumla (i.e. "vacca abbondante [di
latte]", latte con il quale Ymir era solito nutrirsi) che - leccando via per ben tre giorni
il sale da alcune pietre ghiacciate - portò alla luce Búri (i.e. "generato") il quale
generò Borr (i.e. "[colui che] perfora"), il quale una volta unitosi con Bestla generò
Óðinn, Vili e Vé.
I figli di Borr e Bestla uccisero Ymir in una sorta di sacrificio e trascinarono quel che
ne rimaneva nel Ginnungagap dando origine al mondo; le sue carni vennero usate per
creare la terra, le sue ossa divennero montagne, i suoi denti e gli altri frammenti
d'osso divennero pietre e massi, il suo cranio divenne la volta celeste ed infine il suo
cervello fu scagliato nell'aere e divenne nube.
Óðinn, Vili e Vé decisero poi di affogare con il sangue sgorgato dalla ferita di Ymir
la sua progenie temendone l'ira; soltanto Bergelmir assieme alla moglie scamparono
al diluvio di sangue che affogò il resto dei giganti discesi da Ymir.

Con questo oceano di sangue i figli di Borr avvolsero la terra sul cui limitare
esiliarono la stirpe di Bergelmir che divenne progenitore di tutti gli hrímþursar (i.e.
"giganti della brina).
Per proteggere la neonata stirpe degli uomini, Óðinn ed i suoi fratelli crearono dalle
sopracciglia di Ymir il cosiddetto 'Miðgarðr' (i.e. "recinto/terra di mezzo").

Gli Jötnar, cacciati dagli Æsir sul limitare del mondo, giurarono vendetta contro
questi ultimi e divennero nemici giurati del nuovo ordine cosmico. Gli Jötnar
divennero insomma un contraltare alla possanza degli Æsir compiendo ardite imprese
ai danni di questi ultimi; il ratto dell'Asinia Iðunn e l'inganno ai danni di Þór narrato
nel 'Gylfaginning' (i.e. "inganno di Gylfi") e portato a compimento dagli jötnar
Skrýmir (i.e. "[colui che] si vanta) ed Útgarða-Loki (i.e. "Loki al di là del recinto",
sovrano della rocca di Útgarðr in Jötunheimr). Sono destinati a fronteggiare gli Æsir
nel Ragnarök (i.e. "crepuscolo degli Dèi") quando lo jötunn Surtr giungerà
dall'estremo Sud con una fiammeggiante alla testa delle schiere del Múspellheimr;
sarà questi ad uccidere Freyr.

Gli Jötnar vengono solitamente descritti dalla vulgata comune come degli esseri non
molto intelligenti pur non essendo affatto vero dacché Ymir - loro capostipite - era un
essere molto saggio, qualità che tramandò ai suoi discendenti.
Non tutti gli Jötnar hanno forma umana; basti pensare a Jörmungand, figlio di Loki e
la gigantessa Angrboða altrimenti noto con il nome di 'Miðgarðrsormr' (i.e. "serpe di
Miðgarðr").
Vi sono infine diverse stirpi di giganti:
- Hrímþursar (i.e. "giganti della brina" che dimorano in Jötunheimr)
- Múspellmegir/Múspellssynir (i.e. "figli di Múspell", giganti del fuoco che dimorano
a Múspellheimr come Surtr)
- Sjörisar (i.e. "giganti del mare" quali Ægir e Rán)
- Leirjötnar (i.e. "giganti della terra" quali Jörð)
- Vindþursar (i.e. "giganti del vento")

Eir

Non ci è dato sapere molto di questa Dea ma, data la sua importanza nella vita di tutti
i giorni, è buona cosa parlare anche di questo poco.

Dea della medicina e della speranza, a lei è concesso di resuscitare i morti, ruolo che
svolge come Valchiria sui campi di battaglia.

Dea prettamente femminile, essa è amica e consigliera di Frigg (Frea in lingua


longobarda) sposa del padre del tutto e patrona del matrimonio e delle partorienti.
Ad essa occorre rivolgersi per richiedere aiuto e protezione quando si teme per la
propria o altrui salute.
La sua dimora è Lyfjaberg, il cui significato è probabilmente “collina della
guarigione” o “collina salutare”, un luogo altamente sacro nel quale è possibile
ritrovare ristoro e cura.

Viene generalmente accostata alla Dea greca Igea, figlia di Asclepio, ma noi, in
quanti sostenitori del tribalismo spirituale come disciplina sana per il rapportarsi agli
Dèi immortali, consigliamo sempre di trattare ogni divinità (o, a seconda della
propria interpretazione, ogni manifestazione della stessa) singolarmente, senza
sovrapporre forzatamente una Dea ad un’altra, rischiando inutilmente di non dedicare
ad una di esse il giusto tributo.
Irminsul, la memoria e l’ispirazione

Milleduecentoquarantasette anni, tanto è passato dalla distruzione del santuario sacro


nel quale era custodito il sacro Irminsul.
Tre giorni occorsero alle truppe del maledetto Carlo per distruggere il luogo sacro, tre
giorni di blasfemia e distruzione seguiti da più di un millennio di menzogna, odio e
persecuzione.
Questo, tuttavia, non è bastato a seppellire la verità, la fede negli Dèi immortali
rifiorisce e, un passo alla volta, si riprenderà tutto ciò che è suo.
Ogni quercia, ogni frassino, ogni alito di vento ed ogni nenia di corvo canta la gloria
degli Dèi immortali, perché la verità primordiale tornerà a splendere su ogni cosa.
Ispirati dal sommo Vate, padre di ogni cosa e portatore di verità, leveremo ancora
canti di lode ai nostri alti Dèi e in ogni notte ed ogni giorno vivremo pienamente la
nostra sacra lotta.
Hailaz Wodanaz, dalle nebbie al mare, Hailaz Wodanaz, Báleygr, occhio
fiammeggiante, Jólnir, signore degli Dèi!

(Num. speciale del 27 Maggio 2019, articoli dal blog


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fonte. Per pareri, critiche o richieste contattare la pagina Facebook “Le vie di
Wodanaz” https://www.facebook.com/leviediwodanaz)