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1

Ritratto Longobardo
Di
GIUSEPPE DALFINO

La possibilità per la Puglia di affrontare ampiamente studi sull’età postclassica rende la stessa una
regione privilegiata, in quanto è possibile cogliervi la sovrapposizione di culture nord europee e
orientali sia a livello archeologico che documentale, a partire dagli interessanti ritrovamenti di
tombe sicuramente longobarde scavate nell'area della SS. Trinità di Venosa e 1'altra di Gaidefreda
a Troia1.
Numerosi furono infatti gli invasori, bizantini, longobardi, slavi, cui la nostra regione ha sempre
fatto gola, avamposto ideale per la conquista delle terre limitrofe, passaggio obbligato per il Medio
Oriente, nonché zona dalle caratteristiche geografiche favorevoli all'insediamento.
E’ di fondamentale importanza quindi considerare le tracce lasciate dagli uomini che ne hanno
plasmato la storia alternandosi nella conquista del tacco d’Italia, soffermandoci sui Longobardi per i
quali non è ancora chiara la posizione sociale e culturale che coprirono in Puglia.
Quando la Puglia del VII-VIII secolo si trovò sotto il dominio dei Longobardi, era anche oppressa
dalle due maggiori potenze dell’epoca quali l’Impero romano-bizantino a sud e l’Impero franco-
germanico a nord. Il patriarcato di Costantinopoli e il papato di Roma che esercitava il controllo
sull’elezione e la consacrazione dei vescovi e sui distretti diocesani, in Puglia come sulla maggior
parte d’Italia, mise la prima anche al centro di interessi religiosi.
I Longobardi giunsero in Puglia, dopo una lunga preponderanza orientale, verso la fine del VI
secolo, e precisamente dal 586 quando da Benevento arrivò Zottone, attraverso la via Appia
Traiana. Arrivarono a diverse ondate, a distanza di alcuni decenni dall’inizio della campagna
d’Italia (568), con l’intento di allargare il proprio dominio affrontando in campo aperto gli
occupanti Bizantini.
Con il secolo VIII si registra la massima espansione della potenza longobarda mirata a garantirsi i
prestigiosi porti di Taranto, Otranto e Brindisi. Ma dopo cent’anni il loro dominio fu minato
dall’invasione dei Saraceni, allora conosciuti come Agareni che giunsero con flotte provenienti
dall’Africa settentrionale sulle nostre coste, dopo che qualche anno prima avevano espugnato
Palermo (831). Sconfissero i Longobardi alle porte della città di Brindisi e dopo aver saccheggiato
la città si ritirarono in Sicilia col bottino.

1
D’ANGELA C., VOLPE G., Aspetti storici e archeologici dell'Alto Medioevo in Puglia In La Storia dell'Altomedioevo
italiano (VI-X secolo) alla luce dell'archeologia. Atti del Convegno Internazionale (Siena 1992), a cura di R.
Francovich e G. Noyé, Firenze 1994, pp. 299-332.
2

Ripartiamo dall’inizio.
Quando arrivarono i Longobardi la Puglia non era nuova alle invasioni barbariche, si pensi ai Goti,
né quest’ultima creò una netta cesura culturale con i popoli indigeni (in media Romani o Italici). Si
trattò piuttosto di un avvicendamento multirazziale, che produsse una identità culturale tutta
pugliese grazie alla costante osmosi di idee e l’illuminata condizione di gente come i Longobardi.
E’necessario pertanto immaginare una società multipla dove per esempio i corredi funebri
contenevano oggetti di “fattura longobarda” che non erano direttamente relativi a una “etnia
longobarda”. Accadeva infatti di trovare oggetti bizantini insieme a quelli tipicamente o vagamente
germanici, come l’impugnatura delle spade, armi che nel VII secolo erano prodotte a Roma. Sono
quindi da interpretare come “oggetti di prestigio” che “stava bene” far figurare in un corredo
funebre, li dove il funerale era ritenuto il massimo della pubblicità nel rituale collettivo, soprattutto
nei gruppi che vivevano in regioni sottoposte al dominio longobardo che “volevano” apparire come
appartenenti ai gruppi socialmente dominanti2.

Chi erano quindi questi Longobardi? Come vivevano?

Etnonimo
Ciò che si sa di questi uomini dalla “lunga barba” e delle loro origini che prima erano chiamati
“winnili”, è quanto tramandato da Paolo Diacono.
Paolo di Warnefrido, detto Paolo Diacono, nacque a Cividale tra il 720 e il 724 da una famiglia
longobarda stanziata nel Friuli, compose l’ Historia Langobardorum nell’Abbazia di Montecassino
nel 787 circa, in cui descrisse la sua gente che prima di Longobardi Winnili (temine che è stato
tradotto come “combattenti”3) dicti fuerint, dove quindi il termine “Longobardo” in realtà sarebbe
stato un “soprannome” che aveva origine da illorum linguam in cui Ab intactae ferro barbae
longitudine [...] ita postmodum appellatos. Nam iuxta illorum linguam lang longam, bard barbam
significat[...]4.
Lo stesso Diacono fornisce anche descrizioni del loro aspetto fisico: Si rapavano la fronte
radendosi tutt’intorno sino alla nuca, mentre i capelli,divisi, in due bande, venivano a spiovere da
una parte e dall’altra all’altezza della bocca.
I vestiti erano ampi, fatti soprattutto di lino,come quelli usuali tra gli Anglosassoni, ornati di balze
più larghe e intessuti di vari colori. Portavano calzari aperti sino all’alluce, fermati da lacci di
cuoio intrecciati. In seguito cominciarono a mettere le uose(ghette che proteggono le caviglie) e

2
GASPARRI S. Culture barbariche, modelli ecclesiastici,tradizione romana nell’Italia longobarda e franca, Estratto da
Reti Medievali Rivista, VI - 2005/2 (luglio-dicembre), http://www.dssg.unifi .it/_RM/rivista/saggi/Gasparri.htm, p. 3
3
MAGLIO G., Lezioni di storia medievale. Dalle origini all’anno mille. Verona 2004 p.37
4
PAOLO DIACONO, Historia Langobardorum, Liber I, 9
3

sopra quando andavano a cavallo, una specie di calzoni di panno rossiccio: moda presa dai
Romani5. In genere si tratta di etnologie di razza germanica di statura e aspetto adeguate alle medie
dell’epoca, dei cui corredi rimangono solo resti di armi e monili.

La migrazione
Dando per buono quanto ha scritto Paolo di Warnefrido riguardo alle origini scandinave6, in epoca
imprecisata dalla terra d’origine avrebbero cominciato la discesa che li avrebbe portati nel 568 in
Italia.
L’abbandono della Scandinavia potrebbe essere avvenuto per ragioni strettamente economiche
legate forse ad una carestia, e quindi alla ricerca di un posto migliore dove ricominciare, per cui
l’intera popolazione con al seguito mandrie e famiglie tra il I e il V secolo d.C. cominciò la discesa
verso la Scoringa7, dove si trattennero, per poi spostarsi in Mauringa, l’attuale Mecklenburg-
Vorpommern e successivamente in Golanda, che oggi corrisponde al Lüneburger Heide, la landa di
Luneburgo e che comprende anche la città di Amburgo, denominata in età carolingia Bardengau.
Tutte terre bagnate dal fiume Elba che segnò quindi il tragitto fino alla Pannonia, l’ultima tappa
prima dell’Italia. Queste regioni dovevano trovarsi nella zona immediatamente a ridosso del Mar
Baltico e all’interno a sud tra Germania e Polonia, definite danubiano - balcaniche8.
Durante la loro migrazione entrarono in contatto prima con i Rugi nel 488, poi con gli Eruli, che
sconfissero nel 512, infine coi Gepidi, al punto che Vacone, re dei Longobardi, sposò Austrigosa,
figlia del loro re.
In Pannonia sarebbero rimasti per 42 anni9, finché tra la fine del V e i primi anni del VI secolo, il
lunedì di Pasqua 2 aprile 568 d.C., proseguendo lungo il basso corso dell'Elba, mossero dalla
Pannonia verso l'Italia al comando di Alboino con un esercito composto da Sassoni, Gepidi,
Bulgari, Sarmati e Svevi, dove per prima sottomisero Forum Iulii, l’attuale Cividale del Friuli.
Quindi si stanziarono in Italia, terra a loro non nuova, dove erano giunti precedentemente ai tempi
della guerra greco-gotica nel 552 d.C. al fianco del generale bizantino Narsete.
Conscio dell’indebolimento delle difese della penisola italica, causato dal lungo periodo di guerra
greco-gotica appena trascorsa, Alboino riuscì a cogliere di sorpresa gli invasi e le città si arresero
inesorabilmente una dopo l’altra senza opporre alcuna resistenza. Nel frattempo l’aristocrazia

5
PAOLO DIACONO, cit. IV,22
6
Idem, I, 7 Igitur egressi de Scadinavia Winili […]
7
Non è molto chiaro a quale parte di territorio possa corrispondere la Scoringa ma viene facile pensare ad una zona
costiera immediatamente sotto la Scandinavia.
8
province che si allineano lungo il Danubio (Norico-Pannonia, Mesia, Dacia) Cfr Le province europee dell’Impero
Romano In Enciclopedia Archeologica pp. 807-808;
9
Habitaverunt autem […]annis quadraginta duobus. De qua egressi sunt mense Aprili, per indictionem primam alio
die post sanctum pascha, cuius festivitas eo anno iuxta calculi rationem ipsis Kalendis Aprilibus fuit, cum iam a Domini
incarnatione anni quingenti sexaginta octo essent evoluti PAOLO DIACONO, Historia ….Liber II, 7
4

senatoria che avrebbe dovuto organizzare le difese fuggì verso Ravenna, Roma o Bisanzio. Milano
cadde il 5 settembre 569 e i Longobardi incontrarono le prime resistenze solo a Pavia che riuscì a
difendersi, cinta d’assedio per tre anni, prima di capitolare nel 572. Subito dopo la città fu elevata a
capitale del regno longobardo.
L’Italia rimase divisa in aree a dominazione longobarda e aree a dominazione bizantina, situazione
che determinò l’insormontabile ed eterno contrasto tra le due etnie. Infatti, per rispondere
all’espansionismo nemico nel 584, i Bizantini crearono l’esarcato di Ravenna mantenendo aperto il
collegamento di questo con Roma attraverso il cosiddetto “corridoio bizantino” che separava il
Ducato di Spoleto dalla Tuscia.
Tale separazione comportò la definizione all’interno del regno longobardo di una Langobardia
Major, che comprendeva tutte le città e i territori delle regioni settentrionali, ad esclusione della
Liguria, annessa al regno dei Longobardi solo con Rotari nel 636, e una Langobardia Minor
costituita dai ducati centro-meridionali di Spoleto e Benevento, da cui restavano esclusi Roma,
Capua, Napoli e la Sicilia.
La via usata, come documentato da Paolo Diacono nella Historia Langobardorum10, per poter
raggiungere i loro ducati al Sud Italia era quella passante per il valico del Monte Bardone (toponimo
medievale derivato da Mons Langobardorum), che in seguito diverrà l’asse viario più usato dai
pellegrini diretti a Roma e corrispondente all’attuale Passo della Cisa che separa l'Appennino ligure
dall'Appennino tosco-emiliano e permette i collegamenti tra la bassa val di Taro e la Lunigiana 11.
Conservò la denominazione fino a tutta la durata del dominio longobardo, finché con Carlo Magno
divenne una grande via di comunicazione e pertanto ne fu migliorata la percorribilità a fronte
dell’importanza che poteva avere per i Franchi come collegamento con Roma.
Da questo momento la via detta Monte Bardone divenne la Via Francigena, nel senso di “Strada
originata dalla Francia”12, la più famosa via di pellegrinaggio medioevale usata dai pellegrini che si
mettevano in viaggio da tutta l’Europa per raggiungere Roma o Gerusalemme13.

Cultura longobarda d’Italia


Un quadro inusuale dell’invasione longobarda in Italia lo dipinge il Petrucci quando afferma che
Con l’instaurazione del “Regnum” dei Longobardi […] per la prima volta in Italia una classe
dirigente sostanzialmente analfabeta arrivò a detenere in proprio il potere, senza delegarne

10
DIACONO P., Historia Langobardorum, V, 27, Quadragesimorum tempore per Alpem Bardonis Tusciam [Girmuald]
ingressus.
11
IGM Passo della Cisa Foglio 84.
12
STOPANI R., Le vie di pellegrinaggio del Medioevo. Gli itinerari per Roma, Gerusalemme, Compostella, Firenze p. 16
13
Nel 110 Enrico V (1106-1125) partì dalla Germania e attraverso la “strata Francigena” giunse a Roma nel febbraio
dell’anno successivo, cfr. DONIZONE PRESBYTERO, Vita Mathildis celeberrimae principis Italiae, ed. L. Simeoni
Bologna 1930-40, Rerum Italicarum Scriptores, V,2, lib. II, vv. 1138-1176
5

l’amministrazione a funzionari tecnicamente qualificati, cioè romani, e praticamente senza


adoperare la scrittura per esercitarlo14.
L’analfabetismo dei nuovi conquistatori e la loro tendenza a delegare lo scritto a categorie inferiori
di tecnici, rappresentò un rovesciamento di valori nel campo della cultura dove ora dei barbari erano
la classe dirigente, e determinò conseguenze di grande rilievo nella storia linguistica, artistica e
grafica dell’Italia longobarda15.
E’ anche da valutare però l’idea che secoli di relazioni con altri popoli nord europei avrebbero
portato a quell’acculturazione, che progressivamente divenne sempre più interscambio, che dette ai
Longobardi, profondi conoscitori dei Romani, la possibilità di inserirsi nella società italiana
dell’epoca senza traumi e con accettazione più o meno diffusa da parte degli indigeni.
Pertanto anche la fine dell’Impero Romano d’Occidente si può riconsiderare in quest’ottica di
“trasformazione” ed interscambio, tendendo ad interpretarla anche come una non-fine alla quale
parteciparono dei barbari integrati16.
Insomma, una lettura diversa della storia dove lo “stato” romano vive solo una presunta decadenza e
caduta, e citando Averill Cameron: la teoria del declino comprende in realtà una miriade di
cambiamenti, grandi e piccoli, ma specchio di un mondo in continua trasformazione17.

Longobardi del Sud Italia


A metà del VI secolo e precisamente tra il 570 e il 571, il duca longobardo Zottone aveva occupato
Benevento, dove dopo circa otto anni nel 578 vi costituì il ducato omonimo di cui fu primo duca,
con finalità difensive, e l’intento di arginare l’accresciuta minaccia bizantina.
Del ducato entrarono a far parte la Capitanata e i territori della Puglia settentrionale costituenti la
Daunia18, gran parte della Campania, della Basilicata, della Calabria settentrionale.
Motivati dal desiderio di conquista che ben si adattava al carattere nomade della gens, cui si
aggiunsero ragioni di carattere religioso, i Longobardi marciarono verso l’Apulia, con Zottone
prima, poi con il successore Arechi I (592-641) rimanendo comunque nella zona centro
settentrionale, più tardi con Romualdo I (663-687) conquistarono anche i territori compresi tra
Taranto e Brindisi.
Il percorso utilizzato per giungere dalla Campania, come già detto, seguì un tronco della via
Traiana19 che da Avellino, attraverso i fiumi Calore e Ofanto, giungeva fino a quella porzione di

14
PETRUCCI, A., Scrittura e libro nell’Italia alto-medievale, In Studi Medievali 10, 2, pp. 157-213; 14, 2, pp. 961-1002.
15
PETRUCCI, A. (1969-1973), cit. p. 1000
16
BROWN P., Il mondo tardo antico. Da Marco Aurelio a Maometto, Bari 1974 (ed.ita.)
17
CAMERON A., Un impero due destini. Roma e Costantinopoli fra il 395 e il 600 d.C., 1996 Genova
18
Negli altri territori pugliesi del thema di Longobardia, Salento e Terra di Bari, prevaleva invece il dominio bizantino.
6

territorio situato nel nord della Puglia e che occupava quasi la metà della Capitanata oggi noto come
Tavoliere delle Puglie20.
Varie le tracce della loro presenza nella Puglia settentrionale tra cui ampiamente testimoniata è
quella di Canosa collegata con Benevento dalla via Traiana, principale direttrice utilizzata dai
Longobardi durante il loro periodo di occupazione21. All'inizio del VII Canosa entrò a far parte del
ducato di Benevento come Gastaldato insieme a Lucera e Siponto, in tal modo il ducato continuava
ad espandersi verso sud a spese dei Bizantini.
Del periodo longobardo della città sappiamo grazie alla Vita di San Sabino22, scritta da anonimo
autore, che fu vescovo della città vissuto tra la fine del V secolo e la metà del VI (461 – 9
febbraio 566). Al tempo del suo vescovato Sabino fu partecipe degli eventi legati all’invasione gota
per cui, come dice la leggenda, proprio grazie al suo intervento la città scampò alla devastazione.
Se prima fu un vescovo a salvare la città dall’invasione barbara ora sono i barbari stessi a far
proliferare la città. Così accadde per i Longobardi e in particolare per la duchessa Teoderada moglie
di Romualdo, il cui intervento, come vedremo oltre, fu sia determinante per lo sviluppo
architettonico di quegli anni, che in particolare per la conversione al cristianesimo dei Longobardi
del Sud, fino ad allora ariani, che maturò grazie anche all’aiuto del vescovo di Benevento S.
Barbato.
Ancora a documentare i contrastanti atteggiamenti dei Longobardi, tra barbarie e buona fama
vengono in aiuto le lettere di papa Gregorio Magno. In una di queste datata al luglio del 599 ed
indirizzata al tribuno di Otranto Occilano, il papa invitava il tribuno a creare provvedimenti di legge
atti a frenare le angherie lamentate dagli abitanti di Gallipoli subite da parte del tribuno bizantino
Viatore. Esortava la massima autorità bizantina ad astenersi da tali comportamenti ricordando che il
castrum di Gallipoli era di proprietà della Chiesa e che tali atteggiamenti avrebbero potuto
costringere la popolazione a fuggire presso i Longobardi sempre affamati di nuove conquiste23.
Questo evento testimonia come, per quanto possibile, i Longobardi instaurarono con le popolazioni
locali un rapporto di scambio culturale, accomunati da “abitudini, interessi, cultura e religione, e il
diritto consuetudinario longobardo, [che] specialmente in materia matrimoniale, regolamentava i
rapporti tra le persone”24. Dimostra inoltre la popolarità acquisita, pur non accompagnati da una

19
Costruita tra il 108 e il 110 d.C. dall’Imperatore Traiano e inaugurata nel 114 d. C. a Benevento con un arco trionfale
come prolungamento della precedente via Appia antica.
20
In seguito alla frequenza con cui i Longobardi viaggiavano lungo questa strada, la stessa assunse il titolo di Via Sacra
Langobardorum, che valse a fare della via Traiana una sorta di “Cammino di San Michele”, oltre che la via usata
normalmente per raggiungere Gerusalemme.
21
Cfr ALVISI G., La viabilità romana della Daunia, Bari 1970
22
Historia vitae, inventionis, translationis S. Sabini, in AASS, Februarii, II, Antwerpen-Bruxelles 1658, pp. 323-328.
23
PAPAGNA A. Il cristianesimo in Puglia fino all’avvento dei Normanni (1071). Bari, 1993 p. 89
24
AA.VV. Storia della Puglia. Vol I. Antichità e Medioevo. A cura di MUSCA G Bari. Adda 1987 vol. I p. 151.
7

rosea fama ma adattati bene alle usanze locali, e come da un certo punto di vista questa invasione
non ebbe solo carattere espansionistico e nemmeno fu prepotente.
Vero è che furono fedeli al ruolo di barbari, in quanto cugini dei Vichinghi, ed infatti misero a ferro
e a fuoco tutta la regione fino a trovare un accordo per la gestione del territorio con i Bizantini che
mantennero porzioni di Puglia compreso l’attuale Salento e gran parte della Terra di Bari, tenendo
per loro la parte settentrionale della regione corrispondente a Daunia e Capitanata25. Ma i confini
non erano netti e pertanto nella zona d’influenza bizantina capitarono delle minoranze Longobarde,
divise dai primi forse dal discusso confine detto “Limitone dei greci”.

Religiosità longobarda
Della religiosità dei Longobardi prima del loro arrivo in Italia ne parla Tacito collocandoli tra quei
popoli che adoravano la dea Nerthus, appartenente alla triade del pantheon germano-scandinavo26,
contrariamente alla versione di Paolo Diacono che li descrive come adoratori di Dei guerrieri come
Wotan (Odino), già conosciuto ai Romani come Mercurio27. Discussa la loro fede alla religione
ariana, una dottrina cristologica elaborata dal monaco e teologo cristiano Ario (256- 336),
condannata durante il primo concilio di Nicea del 325, a cui Alboino e altri sovrani sembra che
avessero aderito. Durante la loro permanenza in Italia a causa del loro credo si scontrarono
ovviamente con la Chiesa oltre che con gli eserciti locali e occupanti, tanto che lo stesso papa
Gregorio Magno, allora regnante, li definì un “flagello” nei suoi Dialoghi, raccontando anche di
pratiche religiose basate su adorazione di teste di capra. Il simbolo della capra si rifà probabilmente
al culto di Thor-Donar (precisamente Thórr28), figlio primogenito di Odino (Wodan) e di Freya, il
dio armato del Mjöllnir29, rappresentato con la barba rossa, una corona di stelle in testa, una cintura
magica, sopra un carro tirato da due capre. Ancora oggi a Gavle6100287755 in Svezia si
festeggia nel periodo natalizio, l’incendio di una gigantesca capra di paglia, forse retaggio degli
antichi culti.
25
Nonostante tutto la grecità della Puglia non fu intaccata se non con l’arrivo dei Normanni. Si consideri che Otranto,
agli inizi del X secolo, era arcivescovado autocefalo, dipendente cioè direttamente dalla sede patriarcale di
Costantinopoli, costituendo una specie di avamposto della Chiesa greca nella Longobardìa latina, e Bari, come
vedremo, nella seconda metà del IX secolo era capitale del thema di Longobardia, uno dei themata dell'Impero Romano
d’Oriente presenti in Italia creato circa verso l’892.
26
Contra Langobardos paucitas nobilitat: plurimis ac valentissimis nationibus cincti non per obsequium, sed proeliis
ac periclitando tuti sunt. Reudigni deinde et Aviones et Anglii et Varini et Eudoses et Suardones et Nuithones fluminibus
aut silvis muniuntur. Nec quicquam notabile in singulis, nisi quod in commune Nerthum, id est Terram matrem, colunt
eamque intervenire rebus hominum, invehi populis arbitrantur. TACITO, Germania, XL

27
Wotan sane, quem adiecta littera Godan dixerunt, ipse est qui apud Romanos Mercurius dicitur et ab universis
Germaniae gentibus ut deus adoratur; qui non circa haec tempora, sed longe anterius, nec in Germania, sed in Grecia
fuisse perhibetur. PAOLO DIACONO Historia longobardorum, Liber I, 9

28
ENCICLOPEDIA ITALIANA TRECCANI, Cfr voce Thor
29
Il martello di Thor
8

Verso la fine del VI secolo, stanti i Longobardi già in Italia, fu re Autari, dal 584 al 590, che nel 589
sposò Teodolinda, ma morì l’anno dopo, pare avvelenato. Alla sua morte Teodolinda, fervente
cattolica e forte estimatrice del pontefice Gregorio Magno, ne sposò il cognato Agilulfo,
convincendolo a convertirsi al cattolicesimo trascinando tutti sotto la sua giurisdizione, fatta
eccezione per la massa del popolo che sicuramente rimase fedele agli antichi culti pagani. Regnò
fino al 625, quando le successe il figlio Adaloaldo.
Il fatto che questi si fosse battezzato con rito cattolico nel 603, non comportò però la conversione in
massa dei Longobardi, a causa soprattutto della resistenza dei duchi, tenacemente legati alle
tradizioni nazionali e per tutto il VII secolo si alternarono sul trono re cattolici e ariani.
Nel VII secolo la moglie del re Romualdo, Teoderada, fu invece fautrice della conversione dei
Longobardi dell’Italia Meridionale, finché nel 698, sotto il regno di Cunimperto, a Pavia si svolse un
concilio longobardo che suggellò il definitivo passaggio al cattolicesimo.
Questa conversione acquisisce oggi la funzione di cardine della storia di Puglia perché gravido di
conseguenze per il futuro. Dopo questi eventi infatti i Longobardi divennero seguaci del culto per
l’Arcangelo Michele30 che già dal V secolo si venerava sul Monte Gargano31.
Una Montagna Sacra, a picco sul mare. Una grotta misteriosa, l’immagine di una divinità armata e
alata che sconfigge un mostro, un demonio, il Male. Un flusso continuo e ininterrotto di pellegrini,
che sfida i secoli32. Questo quadro “fantastico” che dipinge Franco Cardini introduce ad un piccolo
saggio dedicato all’Arcangelo Michele, al suo legame con i Longobardi, quindi con il Gargano e di
conseguenza con la Puglia altomedievale.
Secondo la leggenda infatti, circa cent’anni prima dell’arrivo dei Longobardi proprio l’Arcangelo
Michele ivi apparve33, e venne in sogno al Vescovo di Siponto, Lorenzo Maiorano, al quale ordinò
che fosse costruito un santuario ad egli dedicato nella grotta, che ne è tutt’oggi sede, fino ad allora
dedicata a culti pagani.
Ma come arrivarono all’Arcangelo i Longobardi?
L’originale culto Siriaco-Egiziano entrò nella religione occidentale attraverso i Bizantini quando
questi ultimi entrarono in conflitto con i Longobardi che lo identificarono con gli dei del Walhalla.
Secondo Cardini «La tesi, diffusa fino alla metà del XX secolo, secondo la quale il culto
dell’Arcangelo Michele si affermò tra i popoli germanici in quanto adatto a obliterare e a sostituire

30
Gli Arcangeli, venerati nel mondo copto, egizio ed etiope erano in tutto sette, i cui nomi italianizzati suonano come
Michele, Gabriele, Raffaele, Jehudiele, Sealtiele, Barachiele e Uriele, ma che in realtà terminano tutti col suffisso -el e
significano quindi “Annunzio di Dio”, “Medicina di Dio” Cfr. CARDINI F., 2007 p.15
31
Non c’è forse un sol paese di Puglia, che intorno al Mille non abbia avuto un «San Michele Arcangelo”, di fonte
longobarda. Cfr. FORTUNATO G., La badia di Monticchio, Trani, Vecchi, 1904 (rist.anast. Venosa, Osanna, 1985), nota 2
32
CARDINI F., S. Michele, l’arcangelo armato, Fasano 2007, Collana Ori del Gargano n.6, p. 5
33
Data comunemente accettata è il 493 ma Giacomo da Varragine (Jacopo da Varrazze) nella sua Legenda Aurea
riporta il 390 Cfr. OLDONI M., L’angelo e la “Legenda Aurea”, In Le ali di Dio pp.74-78
9

in qualche modo, le loro divinità guerriere pagane, non è mai stata avvalorata da prove effettive
[…]. Che in qualche specifico caso il culto micaelico abbia sostituito quello reso a Thor o a Wotan-
Odhinn, o in area celtica a Lug o a Belenos (già ‘decrittato’, in area gallo-romana, come Helios-
Apollo), o a Hermes o a Mithra, può ben essere accaduto: ma non significa che sia per questo
possibile organizzare un discorso tipologico, e tanto meno elaborare una teoria generale»34.
Fatto sta che grazie all’Arcangelo si celebrarono nel mondo longobardo sia la conciliazione tra
cattolici e ariani, sia il sostanziale prevalere dei primi sui secondi […] e così la Chiesa intervenne
sulla questione sostenendo che se Il culto degli Arcangeli aveva avuto un ruolo nella
cristianizzazione delle gentes, lo stesso sarebbe stato suscettibile di sviluppi magico - ereticali e
pertanto il Concilio lateranense del 746 ne limitò il culto consentito ai tre Gabriele, Raffaele e
Michele35 .
Il santuario del Gargano fu ancora tramite tra i Longobardi e le sorti della Puglia quando nel 1009 la
città di Bari era oppressa dai Bizantini, e un nobile barese forse di origini longobarde, Melo da Bari
o Ismael, insieme al cognato Datto, organizzò e capeggiò una rivolta antibizantina nella città che fu
di seguito assediata dal catapano Basilio Argiro Mesardonite, per due lunghi anni finché la città fu
espugnata costringendo Melo e Datto a fuggire.
La fuga di Melo, dopo il fallimento della rivolta, si concluse presso il santuario di San Michele a
Monte Sant’Angelo dove nel 1016 ebbe luogo l’incontro con i Normanni e i Longobardi36. Melo
fece loro una richiesta d’aiuto contro l’ingerenza bizantina in Bari e questi, affamati com’erano di
conquiste37, accettarono aiutando Melo nell’impresa e sconfiggendo i Bizantini ad Arènola presso il
Fortore, poi a Civitate e a Vaccarizza vicino Troia.

Arte e architettura
Per quanto vi siano chiese in Italia attribuite ai Longobardi, è quanto mai fuori luogo parlare di
Architettura longobarda poiché essi non ne avevano, quanto piuttosto furono abili artigiani.
Wikipedia definisce “Architettura longobarda” quella che comprende le manifestazioni
architettoniche realizzate in Italia durante il regno dei Longobardi, giunti in Italia nel 568 e
sconfitti nel 774, con residuale permanenza nell'Italia meridionale fino al X-XI
secolo (Langobardia Minor), e commissionate dai re e dai duchi longobardi.

34
Ibidem.
35
www.gioventueuropea.it/arcangelo_michele_europa_occidentale.htm.
36
Secondo Guglielmo di Puglia, il cronista che descrisse l’arrivo dei Normanni nel Mezzogiorno d’Italia nell’opera
Gesta Roberti Wiscardi GUILLAUME DE POUILLE, La geste de Robert Guiscard, ed. M. Mathieu. Palermo 1961. Liber
primus
37
MUSCA G. 1987 vol. I p. 222.
10

E’ dato per scontato quindi che non esiste un’architettura attribuita o attribuibile a loro nel periodo
precedente alla loro permanenza in Italia. Come avrebbero fatto quindi a sviluppare una cultura
architettonica in così poco tempo?
E’ chiaro che i Longobardi debbano essere intesi più come mandanti che esecutori. Sicuramente
influenzati dall’architettura bizantina fondarono chiese in gran parte dell’Italia di cui alcune andate
perdute altre ancora visibili. Tra quelle perdute la chiesa di Santa Maria in Pertica (Sancta Maria ad
Perticas) di Pavia, fondata nel 677 dalla regina Rodelinda, quando la città era capitale del Regno
longobardo. La fondazione della scomparsa chiesa pavese faceva parte di un programma ben
preciso di partecipazione nei confronti della Chiesa cattolica nel corso del VII secolo, per cui già
Teodolinda, protagonista della conversione al cattolicesimo dei Longobardi, nel 595 circa fece
erigere una cappella annessa al palazzo reale di Monza dedicata a S. Giovanni Battista. Ne seguì
l’esempio la figlia Gundeperga che edificò una cappella dedicata all’evangelista a Pavia38 .
A testimoniare quanto i Bizantini furono influenti sulle scelte dei Longobardi si consideri che al
tempo di Arechi II gli stessi erano fortemente attratti dalla loro cultura, come dimostra la dedica alla
Sapienza della chiesa di Santa Sofia39 di Benevento capitale del ducato omonimo, voluta dallo
stesso Arechi II nel 760, in ricordo dell’omonima di Costantinopoli. Così fu anche per alcuni usi del
cerimoniale di corte e l’emissione di monete che seguivano modelli bizantini40.
La chiesa di Benevento conserva porzioni di affreschi negli absidi minori dove si possono
distinguere la storia di Zaccaria, padre di San Giovanni Battista, nell’abside sinistra, mentre in
quella di destra si svolgono storie delle Vergine.
Alla duchessa Teoderada è attribuita invece un’altra chiesa, stavolta a cupole in asse, l’unica della
sua tipologia nel territorio, S. Ilario a Port’Aurea41. L’impianto prevede un’aula rettangolare
monoabsidata, divisa in due campate. La copertura è formata da due cupole in asse, di altezza
diversa, la cui calotta è contenuta all’esterno entro tiburi separati e con tetto a padiglione, che
all’interno poggiano su quattro raccordi del tipo a tromba d’angolo. Il paramento murario esterno è
realizzato in opus incertum, mediante l’uso di materiale come conci calcarei di origine fluviale e gli
immancabili elementi di spoglio.
Entrati in territorio pugliese ci accoglie la Canosa longobarda dove al tempo della duchessa
Teoderada fu rinvenuto il corpo del santo e dalla stessa fu fatto costruire un sacello per accoglierlo
presso la locale chiesa di San Pietro.

38
JARNUT J., Storia dei Longobardi, 1995. p. 66.
39
Cfr la chiesa di Santa Sofiana Costantinopoli.
40
BERTELLI G. Cultura Longobarda nella Puglia altomedievale. Il tempietto di Seppannibale presso Fasano, 1994, p.
117 e bibliografia relativa
41
ROTILI M., I monumenti della Longobardia meridionale attraverso gli ultimi studi, Atti del Convegno Internazionale:
La civiltà dei Longobardi in Europa, Roma 1971 (1974), pp. 203-39 con bibliografia precedente.
11

Questo evento è sintomatico di un rinnovamento iniziato verso la fine del VII secolo che prevedeva
appunto il ripristino dei santuari più venerati in ottemperanza alla recente conversione dei
Longobardi del Sud al Cristianesimo. In quest’ottica va visto anche il ripristino del santuario di San
Michele a Monte Sant’Angelo. Il processo di rinnovamento attuato dalla duchessa Teoderada non è
però ristretto al solo sacello di San Sabino, infatti all’edilizia religiosa longobarda42 e quindi al VII
secolo è attribuita anche la costruzione della chiesa di Santa Sofia, che si trova fuori le mura della
città, in zona Lamapopoli. La chiesa oggi ridotta a rudere era composta da un aula unica a sviluppo
longitudinale monoabsidata i cui muri perimetrali sono in opera listata, eccezion fatta per il muro
settentrionale dove è visibile un tratto di muratura a blocchi quadrati, che la Castelfranchi ritiene
appartenere ad una fase precedente dell’edificio43.
La stessa opera listata è diffusa in area beneventana a partire dalla seconda metà dell’VIII secolo,
epoca a cui risale Santa Sofia a Benevento dove pure è presente. Stesso dicasi per la basilica di
Santa Maria a Compulteria presso Alvignano, un edificio a tre navate e monoabsidato preceduto
da un portico, risalente alla fine dell’VIII e inizi IX44. Anche qui l’opera listata ricorre nelle
murature.
Stessa datazione e stessa planimetria per Santa Anastasia a Ponte dove la particolare muratura
ricorre nell’abside che, come a Canosa, ripete il modulo di laterizi alternato a uno di pietra locale
che si combina con due filari di blocchetti di pietra e uno di laterizi.
Ritornando in Apulia, le manifestazioni architettoniche legate al periodo di occupazione longobarda
compaiono nella ex Daunia, nel centro più famoso per aver ospitato i Longobardi, Monte
Sant’Angelo, tutt’oggi sede del santuario dedicato all’Arcangelo, da essi venerato.
Il santuario fu realizzato in una grotta dove gli elementi architettonici, pur presenti, non sono
sufficienti ad identificarvi una tipologia, ma è proprio alla dinastia longobarda che si devono una
serie di opere di ristrutturazione del santuario, soprattutto a Romualdo I e ad Ansa, moglie di
Desiderio45.
Facciamo un salto di alcuni chilometri, fino alla Terra di Bari a 5 km dal centro urbano di
Rutigliano in contrada Purgatorio-Bigetti, dove sorge la chiesa di S. Apollinare46.

42
CASTELFRANCHI M.F., Contributo alla conoscenza dell’edilizia religiosa nella Longobardia meridionale. Parte I.
Canosa longobarda. Con una appendice sulla cattedrale, In Università degli Studi “G. D’Annunzio” Chieti, 1982-
1983, p. 208.
43
Idem
44
RUSCONI A. 1967, La Basilica di Santa Maria di Compulteria presso Alvignano, in “Corsi di cultura sull’arte
ravennate e bizantina” 14, Ravenna, pp. 323-337.
45
CALDAROLA A.M., Università degli Studi di Bari, Linee di ricerca sul culto di S. Michele al Gargano: prime
indagini. In Atti 22° Convegno Nazionale, sulla Preistoria - Protostoria – Storia della Daunia. San Severo 1 - 2
dicembre 2001 p. 101
46
Cfr AA.VV. S. Apollinare in Rutigliano, Nicola Didonna editore
12

Orientata e a sviluppo longitudinale, la chiesa è a navata unica coperta in origine da due cupole in
asse entrambe crollate, è conclusa da un abside semicircolare non in asse con l'assetto longitudinale.
Si presenta all'esterno come un corpo a parallelepipedo concluso da un abside di cui rimane solo la
parte inferiore della conca e a cui si appoggiano, con diametro inferiore, i resti di un’altra abside
appartenente ad una fase precedente. Sui prospetti a Nord e a Sud sporgono rispettivamente due e
tre lesene che corrispondono all'interno con i pilastri che delimitano le campate.
La popolazione del villaggio che probabilmente sorgeva nei pressi della chiesa era sicuramente di
origine autoctona, ma fortemente influenzata dalla cultura bizantino - longobarda come mostrano
gli orecchini e gli aghi crinali provenienti dallo scavo delle tombe paragonabili a quelli rinvenuti a
Castel Trosino47. Questi mostrano chiaramente una “matrice” longobarda che però non è sufficiente
a dar ragione a chi come la Lepore si è spinto fino a ipotizzare l’esistenza di un’arimannia o di una
fara nei dintorni48.
Non sono stati condotti ad oggi studi sui resti ossei provenienti dalle tombe che permettano di
trovare conferme sulla razza degli abitanti dell’insediamento di età altomedievale49.
Diversa la situazione per un altro sito che incontriamo molto più a Sud di Rutigliano, tra Monopoli
e Fasano (Brindisi) dove si trova l’interessantissima chiesa di S. Pietro Veterano, detta Tempietto
di Seppannibale.
Il contatto con i Longobardi per quest’edificio si crea quando Bertelli, che la studia
meticolosamente in una recente monografia, la descrive come prototipo delle chiese a cupola in
Puglia e datata all'VIII secolo50. Si tratta in realtà di un edificio a tre navate dove quella centrale è
voltata con due cupole e quelle laterali con volte a semibotte, ritenuta da Bertelli stessa una
derivazione di S. Ilario a Port'Aurea a Benevento, chiesa ad aula unica anche questa coperta da
cupole in asse, precedente alla chiesa di Santa Sofia, voluta da Arechi II nell’anno 758. Lieve è la
somiglianza tra i due edifici dove ricorrono solo le cupole in asse.
Piuttosto in S. Pietro sono interessanti i brani di affreschi conservati sulle volte dove sono
rappresentati temi in gran parte tratti dal libro dell’Apocalisse di Giovanni l’Evangelista, tra cui
campeggia la scena de «la donna e il drago e i sette candelabri», altri affreschi ritraggono il Cristo
che schiaccia il drago, un trono vuoto, un albero, e ritratti di santi nelle nicchie angolari alla base
delle cupole. Lo stile di questi affreschi ricorda da vicino quelli di area beneventana presenti in altri
edifici di culto51.

47
LAVERMICOCCA, PACILIO, LA NOTTE, 1987.
48
Idem p. 111-116.
49
Cfr SALVATORE, Un sepolcreto altomedievale in agro di Rutigliano (Bari). Notizie preliminari, in «Rivista di
Archeologia Cristiana» LVII, 1981, pp. 127-160
50
Eadem, Puglia preromanica, dal V secolo agli inizi dell’XI, Milano 2004, p. 121.
51
Cfr. BERTELLI G., 1994 pp. 53-113
13

Simile il caso della chiesa a due cupole in asse di S. Pietro di Crepacore nei pressi di Torre Santa
Susanna di cui diremo ancora a proposito del sepolcreto ad essa annesso. Anche qui infatti è
conservato un ciclo di affreschi accomunabile alla stessa scuola d’area beneventana di S. Pietro
presso Fasano, e sono databili quindi ad un’epoca compresa tra il IX e il X secolo.
Tra quelli contemporanei a quest’arco di tempo vi è l’Ascensione di Cristo tra gli Apostoli ritratta
nell’abside, che rappresenta Cristo tra gli arcangeli Raffaele, Gabriele e Michele ed in basso gli
apostoli, Giovanni, Luca, Matteo e Marco che reggono il Vangelo e Andrea che impugna una croce.
Il ritratto del committente dell'opera è raffigurato in abiti cerimoniali ritratto con San Pietro alla
base della seconda cupola. Al XII-XIV secolo possono invece riferirsi gli affreschi di San Pietro e
della Vergine col Bambino.
Altra somiglianza sta nel disegno architettonico di questo edificio posto su un’altura che domina il
territorio, poiché anche in questo caso si tratta di una chiesa a due cupole in asse adiacente l’antica
Masseria Li Turri52 ed esattamente sulla direttiva del discusso Limitone dei Greci (argomento che
approfondiremo oltre)presunto confine tra i territori bizantini e quelli longobardi del Salento.
La chiesa si sviluppa in senso longitudinale e si articola in tre navate con due cupole ellittiche a
copertura di quella centrale e volte a mezza botte per quelle laterali. Conclude l'edificio un abside
semicircolare. Da un primo sguardo complessivo già appare chiaro il reimpiego nella composizione
della partitura muraria, e tutta la struttura risente del carattere di “composizione” […] piuttosto
che di “costruzione”53 dell’insieme. Il materiale di reimpiego copre infatti un ruolo predominante
nell’intera struttura, come si può evincere dalla copertura a lastroni della volta della navata destra,
nelle tre colonne romano-ellenistiche, e in genere nei blocchi che costituiscono l’intera muratura, le
cui dimensioni fanno pensare alla spoliazione di una più antica struttura di età messapica caduta in
rovina ai tempi dell’edificazione di San Pietro.
I dati emersi dallo studio dei resti ossei e dai corredi provenienti dal sepolcreto, sono quelli più
attendibili per un confronto con etnie longobarde altrimenti vago per Seppannibale e quasi
inesistente per Sant’Apollinare.
Partendo dal presupposto che nessuna di queste costruzioni presenta affinità con altri edifici di culto
e non, presenti in Italia, per i quali è certo siano stati costruiti per volere di un re o una regina
longobarda, un unico comune denominatore unisce i tre edifici pugliesi, ed è la tipologia a cupole in
asse. Ma sono del tutto assenti documenti attestanti una presunta o reale committenza longobarda.
In conclusione si può notare che essi entrarono come invasori, distruttori e nemici pubblici della

52
Una costruzione risalente al 1800 oggi trasformata in agriturismo LAVERMICOCCA N., Torre S. Susanna (Brindisi),
chiesa di Masseria "Li Turri", «Taras-Rivista di Archeologia» VII, 1-2, 1987, 177 s.
53
MARUGGI G.A., LAVERMICOCCA G. (curat.) Memoria e progetto, Torre Santa Susanna: chiesa di S.Pietro, storia
archeologia e restauro, 1999 p. 4-5
14

chiesa e della cristianità per poi divenire essi stessi “promotori” di quella cultura architettonica che
precedentemente danneggiarono. Seguendo queste direttive si comprendono i limiti della cosiddetta
”architettura longobarda” senza ricadere nell’equivoco di una magistra latinitas e di una magistra
barbaritas […] guardando solo a precisi dati di fatto che attribuiscono a ciascuno quanto è di sua
spettanza54.
Si potrebbe anche aprire un dibattito, peraltro già paventato, sull’architettura di periodo longobardo
e andare avanti all’infinito dato che non ha un inizio e non una fine.
Altra espressione artistica fu l’oreficeria. Anche in questo caso l’arte longobarda comprende la
propria tradizione di matrice germanica, influenzata da elementi bizantini acquisiti durante il lungo
soggiorno in Pannonia. Risale a questo periodo la produzione di iniziale molte fibule, famose quelle
a “S” dei corredi muliebri, e le crocette in lamina d'oro lavorata a sbalzo, usate come applicazioni
sull'abbigliamento, finché poi, in seguito allo stanziamento in Italia, iniziò un processo di fusione
tra l’elemento germanico e quello romanico55. I pezzi conosciuti come la corona e l’evangeliario di
Teodolinda, conservati presso il Museo e Tesoro del Duomo di Monza sono un importante esempio
di oreficeria longobarda. Il primo è un diadema in oro, madreperla e gemme che richiama un gusto
bizantino, la seconda è una croce pettorale detta anche Croce di Adaloaldo, nome del figlio di
Teodolinda, sembra corrispondere a quella donata alla regina dal papa Gregorio Magno nel 603
quando il figlio fu battezzato nella chiesa di San Giovanni Battista a Monza, da lei stessa fondata,
dall’abate benedettino, nonché consigliere della regina, Secondo di Non (o Secondo di Trento).

La società
La sinistra fama che accompagnò l’invasione longobarda nel mezzogiorno altomedievale, rimase
tanto radicata negli italiani da essere ancora ricordata nella storiografia letteraria del XIX secolo.
Nel 1822 infatti Alessandro Manzoni, nell’Adelchi, cantava del conflitto tra Franchi e Longobardi,
da cui scaturì nello stesso anno la pubblicazione del Discorso sopra alcuni punti della storia
Longobardica in Italia.
In entrambe le opere l’autore esprimeva un pesante giudizio negativo sui Longobardi che
simboleggiavano la casa d’Asburgo e la sottomissione degli italiani a lui contemporanei, al loro
potere. Nel Discorso in particolare, cita una lettera di papa Stefano III (papa dal 1 agosto 768 al 24
gennaio 772) indirizzata al re dei Franchi in occasione delle annunciate nozze tra il franco Carlo e la
longobarda Desiderata, in cui i Longobardi erano così descritti “La perfida e puzzolentissima
nazione de’ Longobardi, che non si conta neppure tra le nazioni, e dalla quale è certo essere venuta

54
CAGIANO DE AZEVEDO, M. 1971, cit. p. 329
55
Cfr Evangeliario di Teodolinda, Croce di Agilulfo, inizio VII secolo, , Croce di Gisulfo, VII secolo, Cividale del
Friuli, Museo archeologico nazionale.
15

la razza de’ lebbrosi[…]non un matrimonio è questo ma una diabolica unione[…]E quale pazzia è
la vostra di voler contaminare la nazione franca, la più illustre del mondo, e la vostra stirpe con la
perfida e nefandissima gente longobarda ?... " 56.
Ancora dai loro contemporanei vengono testimonianze della loro ferocia:
I Longobardi sono soprattutto feroci guerrieri dal comportamento oltraggioso. Sotto il generale
Bizantino Narsete, nella guerra combattuta contro gli Ostrogoti, assumevano un atteggiamento
contrario ai loro doveri, appiccavano fuoco a qualsiasi costruzione in cui si imbattevano e
violentavano le donne che si erano rifugiate nei santuari57.
Facciamo sicuramente tesoro di questa eredità storica come abbiamo già fatto per i Dialoghi di papa
Gregorio, ma quello che resta di tangibile sono degli elementi che ci raccontano di un popolo
splendido, che pur nelle sue certe inclinazioni barbare ha mostrato averne una interessantissima
nella creazione di oggetti di oreficeria, tanto quanto un’organizzazione meticolosa della società.
Chi c’era veramente dietro a queste figure selvagge e distruttrici poi improvvisamente divenuti
costruttori di chiese e palazzi? Valutiamone i dettagli.
Vivevano in una società organizzata divisa in gruppi distinti chiamati Fare, Arimannie e Farimannie
secondo un sistema a carattere militare e agricolo, già sperimentato nell’Europa occidentale.
Il termine Arimannia (nel latino medioevale arimanus, che deriva dal longobardo
hariman=guerriero) indicava la terra assegnata agli Arimanni (soldati appartenenti ad una
guarnigione stabile), dal loro re, a titolo di proprietà ereditaria e inalienabile. La Fara era un’unità
militare tenuta insieme da vincoli familiari, che si stabilì nelle ville rustiche tardo-romane
abbandonate.
I componenti della Fara al momento della divisione del territorio conquistato, sarebbero stati i
destinatari delle quote fondiarie in cui era diviso il bottino.
Per quanto riguarda la Farimannia si può pensare ad una derivazione da “Fara” e quindi potrebbe
indicare uno stanziamento delle fare longobarde nella prima fase di occupazione della città.
Ma la parola era sconosciuta in età longobarda, e quindi potrebbe trattarsi della corruzione di foro
magno, in riferimento al foro romano58.
Un gruppo di Longobardi non era quasi mai stanziale, aveva infatti carattere nomade e quando si
muoveva lo faceva con tutta la famiglia, donne e bambini. E’ ben descritto da Strabone il quale
riferisce che Essi si spostano con estrema facilità, a causa della scarsità dei mezzi di sussistenza,

56
MANZONI A., Discorso sopra alcuni punti della storia Longobardica in Italia. Cap. 2 Se al tempo dell’invasione di
Carlo Magno, i Longobardi e gli italiani formassero un popolo solo.
57
PROCOPIO DI CESAREA, La guerra gotica, IV, 30-33
58
GASPARRI S., Pavia Longobarda, cit., pp. 25-33
16

essi non coltivano il suolo, e neppure fanno provvista di cibo,ma vivono in piccole capanne che
sono in pratica soltanto abitazioni temporanee; traggono sostentamento, per la massima parte, dai
loro greggi,come fanno i nomadi, cosicché essi caricano le loro masserizie su carri e,con le loro
bestie, si dirigono ovunque dove ritengono sia meglio andare59.
Ovviamente la fase nomade si interruppe in Italia dove formarono i vari ducati e dove cominciarono
a mischiarsi con le popolazioni indigene, i Romanici o Italici di cultura latina.
Ciò accadde gradualmente, l’inizio fu infatti tragico, erano invasori violenti e nemici della Chiesa, e
la loro forza distruttrice più invasiva della guerra greco-gotica, uccisero molti tra i Romanici,
comprese donne e bambini, probabilmente a causa loro molte sedi episcopali come Ordona, Aece e
Arpi60, scomparvero in contemporanea con la loro conquista dell’Italia Meridionale, in coincidenza
della quale vi è la perdita di notizie da parte di 47 sedi vescovili dopo l’istituzione del Ducato di
Benevento, come si deduce dai Regesta Pontificum Romanorum di Paul Kehr61.
Col passare del tempo Romani e Longobardi regoleranno i loro rapporti con l’editto di Rotari del
643, cominceranno a parlare latino lasciando molti termini germanici che ci sono stati lasciati in
eredità, ancora oggi presenti nel linguaggio di molte regioni italiane, particolarmente in quella
friulana, vivi anche in molti toponimi come vedremo oltre. I Longobardi si amalgamarono con i gli
indigeni viventi allora nella Langobardia minor tanto da esserne accomunati per abitudini, interessi,
cultura e religione e in campo giuridico il diritto consuetudinario62 regolamentava i rapporti con le
persone63.
Nelle prossime righe affronteremo con metodo ideale un esame della vita sociale dei Longobardi,
attraverso lo studio dei corredi provenienti dalle sepolture, dal momento che gli stessi erano
considerati specchio attivo della società dei vivi e che ogni gruppo, ogni Fara, stanziata nei territori
italiani, volesse presentarsi come appartenente ai gruppi socialmente dominanti.

59
STRABONE, Geografia VII, I.3.291
60
AA.VV. 1987 vol. I p. 203.
61
FONSECA C.D. Particolarismo istituzionale e organizzazione ecclesiastica del mezzogiorno medievale, Galatina 1987
p. 3
62
Il re longobardo Rotari (636–652), il 22 novembre 643, dopo l’approvazione dell’assemblea degli arimanni (gli
uomini liberi), fece mettere per iscritto le leggi del suo popolo fino ad allora tramandate oralmente. L’editto di Rotari
raccoglie le norme consuetudinarie regolanti la vita del popolo longobardo e nonostante le modifiche successive,
l’influenza delle idee cristiane e del diritto romano, esse rivelano sempre una forte impronta germanica.
63
FONSECA C. D., I Longobardi, in Storia della Puglia cit., p. 151.
17

I dati archeologici. Le necropoli


Dato il funerale come rito di passaggio e momento decisivo nel ribadire i rapporti sociali e la
posizione della famiglia nella società, i corredi contenuti nelle sepolture erano intesi come “segno di
distinzione” ed esprimevano il rango sociale del defunto e della famiglia stessa64.
Difatti in Italia i corredi divengono molto più ricchi poiché lo status da evidenziare era tale da dover
competere con l’èlites bizantine che ci vivevano da prima che i Longobardi arrivassero e quindi in
questo senso i corredi rappresentavano le lotte di potere. I defunti venivano seppelliti con i piedi ad
Oriente e il capo ad Ovest, con un corredo funerario formato da oggetti più o meno ricchi a seconda
del ceto sociale dell'inumato. Genericamente si può notare una differenza sostanziale tra i corredi
contemporanei all’invasione in cui è ancora presente il costume germanico che comprendeva fibule
a staffa e ad “S” composte da due figure zoomorfe stilizzate e contrapposte, che chiudevano il
mantello indossato sopra la tunica, monili etc. per le tombe femminili, spatha (spada con larga lama
a doppio taglio), scudo, lancia e speroni per quelle maschili, fino alla stabilizzazione quando invece
si può notare una certa romanizzazione che ricorre anche nei nomi degli inumati che già nel VII
secolo erano in latino65. In latino erano anche iscrizioni acclamatorie come “biba in Deo”,
accompagnate anche da graffiti di croci greche a bracci espansi, figura stilizzata del pesce e volatili
presenti sulle lastre tombali che riconducono agli usi paleocristiani e che quindi fanno pensare ad un
recupero proveniente da tombe più antiche66.
Andando nello specifico, esaminiamo il caso pugliese del sepolcreto venuto alla luce intorno alla
citata chiesa di San Pietro di Crepacore a 5 Km da Torre S. Susanna, in provincia di Brindisi.
Attorno a questo edificio di culto tra il 1987 e il 1994, la Soprintendenza Archeologica della Puglia
ha patrocinato campagne di scavo dirette dalla Dott.ssa Maruggi e il Dott. Lavermicocca, da cui
sono emerse 14 tombe per un totale di 28 individui tra cui 12 maschi, 12 femmine e 4 definiti
incerti, con corredi datati tra il VI e l’VIII secolo del tipo a cassa di cui 11 con resti umani e 3
vuote. I corredi composti da oggetti di uso personale, sono stati paragonati a reperti provenienti
sempre dal Salento da alcuni studiosi messi in connessione a stanziamenti Longobardi e da altri
considerati indigeni67. Di là delle interpretazioni dei singoli studiosi, le letture dei resti scheletrici
fatte dal Dott. Sandro Sublimi Saponetti, il Prof. Vito Scattarella, la Dott.ssa Concetta Sallustio e il
Dott. Nicola Cuscianna dell’Unità di Antropologia dell’Università di Bari, parlano chiaro ed
indicano che la maggior parte dei soggetti femminili hanno caratteristiche morfologiche assimilate a

64
LA ROCCA C. 1997, Segni di distinzione. Dai corredi funerari alle donazioni ‘post obitum’ nel regno longobardo,
in PAROLI L. (a cura di), L’Italia centro-settentrionale in età longobarda, Firenze, pp.31-54; GASPARRI S. 2006,
Tardoantico e alto Medioevo: metodologie di ricerca e modelli interpretativi, in CAROCCI S. (a cura di) Il Medioevo
(secoli V -XV), VIII (Popoli, poteri, dinamiche), Roma, pp. 27 -61
65
Vedi i corredi delle sepolture di Agnuli (Mattinata)
66
Cfr Sepolture di Trani
67
MARUGGI G.A., LAVERMICOCCA, 1999 p. 54
18

resti provenienti da cimiteri dell’Europa centrale ed orientale e pertinenti a popolazioni celto-


nordiche e a Longobardi. Gli stress funzionali esaminati hanno indicato che alcuni soggetti
femminili in vita erano dediti al trasporto di pesi sul dorso e che frequentemente assumevano una
posizione accovacciata.
Questi particolari inducono a pensare ad un villaggio dove frequenti erano le attività lavorative delle
donne e dove tra i maschi c’erano arcieri e in genere soggetti dediti “all’uso delle armi e del
cavallo”, un gruppo umano di alto status sociale, caratterizzato da una buona alimentazione e
presumibilmente non indigeno68.
Dall’esame osteologico dei corpi dell’insediamento di Crepacore, si può dedurre un aspetto della
vita nomadica di questi gruppi nella loro forma stanziale in accampamento o villaggio, in cui le
donne provvedevano alle faccende quotidiane, oltre che alla cura dei bambini e a lavori anche
pesanti, gli uomini invece si occupavano della difesa e conquista dei territori occupati.
Più generici i dati provenienti da contrada Purgatorio-Bigetti presso Rutigliano, dove presso la
citata chiesa rurale dedicata a S. Apollinare69, le Soprintendenze ai Beni Artistici Architettonici e
l’Archeologica di Bari promossero una campagna di scavi tra il 1979 e il 1983-84, che portò alla
luce resti di un insediamento agricolo romano e un sepolcreto70 da cui emersero 9 tombe con corredi
composti da ceramiche, vetri e oggetti di abbigliamento e ornamento personale, collocate dalla tra il
VII e il IX secolo d.C., che confrontabili vagamente con la cultura longobarda71, rinvenute
all’ultimo livello della stratigrafia e quindi contemporanee alla chiesa72, a testimoniare la frequenza
del sito in età altomedievale.
La lettura di questo insediamento non fa che confermare le teorie di Gasparri73 riguardo
all’inesistenza di una etnia esclusivamente longobarda in Italia meridionale a favore di un
avvicendamento multirazziale.
A ragione Lavermicocca74 inquadrò la chiesa in un momento storico importante per
l’organizzazione ecclesiastica delle campagne pugliesi che corrisponde alla istituzione delle pievi75,

68
MARUGGI G.A., LAVERMICOCCA G. (curat.) 1999 op.cit. p 72.
69
La dedicazione dell’edificio di culto a Sant’Apollinare, frequente nell’alto medioevo e nel medioevo e appartenente al
mondo bizantino, può essere spiegata se letta in un contesto di “bizantinizzazione” della Puglia dopo la conquista
bizantina di Basilio I e la presenza del Catapanato a Bari.
70
SALVATORE M. R., Un sepolcreto alto medioevale in agro di Rutigliano in Rivista di Archeologia Cristiana, LVII,
1981 pp. 127-160; PACILIO G., Sant’Apollinare in Rutigliano: Gli scavi archeologici in AA.VV. S. Apollinare in
Rutigliano, Nicola Didonna editore p. 77 e ss.
71
Per i reperti ceramici rinvenuti in contrada Purgatorio-Bigetti Cfr DE JULIIS E. M. La ceramica sovraddipinta Apula,
Edipuglia S. Spirito Bari, 2002 pp. 65 e sgg.
72
SALVATORE M. R., Un sepolcreto alto medioevale in agro di Rutigliano in Rivista di Archeologia Cristiana, LVII,
1981 pp. 127-160; PACILIO G., Sant’Apollinare in Rutigliano: Gli scavi archeologici in AA.VV. S. Apollinare in
Rutigliano, Nicola Didonna editore p. 77 e ss.
73
GASPARRI S. 2005 op.cit.
74
AA.VV. S. Apollinare in Rutigliano, Nicola Didonna editore p. 16
75
Vedi infra p.
19

tipo di chiese rurali che assolvevano anche alle funzioni battesimali. Ma di impianti idraulici o
vasche nel sito non ve ne è traccia, pertanto è più fattibile identificare la chiesa come una ecclesia
villana con le funzioni di chiesa funeraria.

La legislatura
Grande modernità si riscontra nella prima raccolta scritta delle leggi dei Longobardi, l'editto di
Rotari, promulgato nel 643, che risulta essere rivelatore di un’indole rivolta all’ordine e non al
caos.
La funzione dell’editto era infatti quella di risolvere le offese e le faide tra i cittadini con
risarcimenti in danaro piuttosto che ricorrere a soluzioni violente. Questi i valori espressi dal
“guidrigildo” che prevedeva quindi che venisse versato un risarcimento in denaro in base al valore e
alla dignità di chi commetteva il reato e di chi lo subiva.
Dell'occhio levato. Se qualcuno strappa un occhio ad un altro, si calcoli il valore [di quell'uomo]
come se lo avesse ucciso, cioè secondo il rango della persona; e la metà di tale valore sia pagata
da quello che ha strappato l'occhio76.
L’editto previde anche la regolamentazione del matrimonio e della figura della donna77 che era
soggetta alla giurisdizione del munduald che poteva essere il marito, il padre o un parente più

76
Guidrigildo [Leggi longobarde, cc. 48-53 (anno 643)]
77
Edictum Rothari [promulgato nel 643]
182. Della vedova, quali prerogative abbia.
Se qualcuno dà in sposa la propria figlia o una qualsiasi parente ad un altro e occorre il caso che il marito muore, la
vedova abbia facoltà , se lo vuole, di darsi ad un altro marito, purché libero. Tuttavia il secondo marito, che decide di
prenderla, deve dare come meta [il prezzo dell’acquisto di una donna, la somma che il futuro marito versa al padre di lei
per riceverla in moglie ed acquisire il suo mundio] dai suoi beni personali la metà del valore che era stato fissato quando
il primo marito aveva contratto gli sponsali con lei a colui che viene riconosciuto come erede prossimo del primo
marito. Se [questi] non vuole accettarla, la donna abbia sia il morgingab sia quanto portò con sé dai suoi parenti, cioè il
faderfio ; i suoi parenti abbiano comunque facoltà di darla ad un altro marito, qualora loro e lei lo vogliano … [il
capitolo prosegue con la definizione della attribuzione del mundio sulla donna].
199. Se una vedova fa ritorno alla casa paterna. Se un padre dà in moglie la propria figlia, o un fratello la sorella, e il
caso vuole che il marito muoia e il padre, o il fratello riscatta il suo mundio, come è stabilito sopra, e costei fa ritorno
alla casa del padre o del fratello e trova nella casa del padre, o del fratello, altre sorelle; e poi il padre, o il fratello,
muore e costei rimane nella casa con la altre sorelle, una o più, e si giunge a dividere le sostanze del padre, o del
fratello, con altri parenti o con la corte del re, allora la vedova, che ha fatto ritorno alla casa del padre, o del fratello,
abbia per sé per il futuro il morgingab e la metfio [beni promessi dall’uomo alla donna al momento degli sponsali e dati
dopo la celebrazione delle nozze; il capitolo prosegue con disposizioni circa l’attribuzione del faderfio].
200. Dell’uccisione di una donna. Se un marito uccide la propria mogie incolpevole, che non aveva meritato di essere
messa a morte per legge, paghi una composizione di 1200 solidi, metà ai parenti che l’hanno data in sposa e che
percepirono [la somma] per il mundio e metà al re, in modo tale che vi sia costretto da un attore del re e la soprascritta
pena sia composta. Se ha avuto un figlio dalla donna, i figli abbiano il morgingab e il faderfio della loro defunta madre;
se non ha avuto un figlio da lei, le sue sostanze tornino ai parenti che la diedero in sposa. Se non ci sono parenti, allora
la composizione e le summenzionate sostanze vadano alla corte del re.
216. Se un aldio prende una moglie libera. Se un aldio di chicchessia prende una moglie libera, cioè fulcfrea, e
acquisisce il mundio su di lei e poi, avuti dei figli, il marito muore, se la donna non vuole rimanere in quella casa e i
parenti vogliono riprenderla con sé, restituiscano il valore che è stato dato loro per il mundio della donna a colui cui
apparteneva l’aldio. Allora quella ritorni dai suoi parenti con i suoi beni, se ha portato con sé qualcosa dei parenti, ma
20

prossimo. La promessa di matrimonio diveniva quindi un contratto (fabula) tra lo sposo e il padre
della sposa, così il primo pagava una meta, somma in danaro, e il secondo consegnava agli sposi il
faderfio, ovvero la dote78. Dopo il matrimonio lo sposo dava alla sposa il “morgengabe”, un antico
istituto giuridico longobardo promosso da Rotari e rivisto da Liutprando nelle Leges
Longobardorum79 secondo il quale un matrimonio veniva sancito definitivamente il mattino
successivo alla prima notte di nozze con una donazione del marito alla moglie, la cui entità non
poteva superare un quarto dell’ammontare complessivo dei beni del marito80.
L’autorità del marito cessava con il divorzio, il ripudio o se faceva mancare alla donna il
sostentamento o se l’avesse indotta alla prostituzione.
Con l’editto di Rotari nasce una prima forma di burocrazia, segnata dal rafforzamento dell’autorità
del re. In esso compaiono i gastaldi, funzionari alle dipendenze del re, che possono essere sostituiti
(a differenza dei duchi) e gestiscono il fisco regio. Successivamente i gastaldi avranno anche il
controllo di intere province.
Oltre cent’anni dopo Rotari salì al trono Liutprando (712/744), caratterizzando subito la sua ascesa
con un’intensa attività legislativa, che era mirata ad aggiornare l’Editto rotariano alle nuove
caratteristiche della società, con l’introduzione di un nuovo aspetto della regalità impostata sui
principi del cattolicesimo. Si curò quindi delle fasce di popolazione più fragili, come la famiglia, i
minorenni e la donna alla quale concesse di accedere all’eredità paterna e materna. Volle una
giustizia veloce con sentenze emanate da giudici al fine di garantire la certezza del diritto.

senza il morgingab, o qualsiasi cosa dei beni del marito. [Il capitolo prosegue con la gestione dei beni rispetto alla
prole].
78
Edictum Rothari CCIV
79
Liutprandi Leges [tra 713-735]
7. Se un longobardo vuole dare il morgingab a sua moglie quando la unisce a sé in matrimonio, stabiliamo così, che il
giorno dopo [lo] mostri davanti ai suoi parenti ed amici con un documento scritto e ratificato da testimoni e dica: “Ecco
ciò che ho dato come morgingab a mia moglie”: dimodoché in futuro non incorra in uno spergiuro riguardo quella
questione. Inoltre vogliamo che il morgingab non sia più di un quarto del patrimonio di colui che dà il morgingab. Se
qualcuno vuole dare di meno dei suoi beni di detto quarto, abbia licenza ad ogni riguardo di dare quanto vuole; ma non
possa in alcun modo dare più di un quarto.
103. A nessuno sia consentito, per qualsivoglia motivo, dare alla propria moglie dai propri beni più di quanto le ha dato
nel giorno delle nozze come metphio e morgincap, secondo una precedente pagina dell’editto [capitolo 7]; ciò che dà in
più non rimanga stabile.
117. Se un ragazzo prima dei diciotto anni, che noi abbiamo disposto essere l’età legale, vuole contrarre degli sponsali
od unirsi ad una donna, abbia facoltà di costituire la meta e di dare morgingab secondo il tenore dell’editto ed anche di
contrarre un’obbligazione e di porre un fideiussore e di scrivere, se lo vuole, un documento riguardo questa cosa. Chi fa
da fideiussore, o lo scrivano che scrive il documento riguardo questa cosa, non subisca nessuna condanna per questo.
Noi abbiamo fatto giungere la causa dei ragazzi fino a quell’età perché essi non debbano mandare in rovina o dissipare i
propri beni, ma per quanto riguarda una tale unione voluta da Dio, lasciamo che ciò accada.
80
MASTROBUONO F., Sulla durata del dominio longobardo in Brindisi, in Studi di Storia Pugliese in onore di Vacca,
Galatina 1971, pp. 313-32; Biblioteca Pubblica Statale con annesso Archivio del Monumento Nazionale di
Montevergine.http://www.montevergine.librari.beniculturali.it/index.php?it/169/1161-1165: Regesti 401-456 (Anni
1161-1165) tratti dal quinto volume del Codice Diplomatico Verginiano a cura di Placido Mario Tropeano
(Montevergine, Padri Benedettini, 1981) Cfr. Cartula Morgingap 433-433 bis; 426-426 bis.
21

Mise in atto inoltre anche una riforma dell’organizzazione militare introducendo l’istituto del
gasindiato, sorta di antesignano del feudalesimo, creato sullo stesso modello vassallatico dei
franchi, in cui i nobili, il re e i potenti locali erano legati tra loro da un giuramento di fedeltà.

Il Limitone dei Greci


Lo studio della toponomastica tarantino-salentina ha fatto emergere numerosi toponimi che hanno
rivelato origini greco - germaniche, sollevando il “caso” del discusso e ormai leggendario Limitone
dei Greci o limes bizantino indicato nella carta I.G.M. F.203 II N.O. nei pressi di Torre S. Susanna
in provincia di Brindisi81 il cui tratto centrale corrisponde al ciglio murgico tra Oria e Cellino San
Marco verso est82. Il termine compare per la prima volta nell’opera del 1875 Messapografia ovvero
memorie istoriche di Mesagne del sacerdote Antonio Profilo (1839-1901), che egli collocava a
partire da Otranto sede del governo Bizantino, da dove aveva cominciamento, e si protraeva,
costeggiando la via Traiana, […] per avere termine probabilmente a Taranto, e descritto in questi
termini […] Il punto di demarcazione fra i possedimenti di questi e di quelli (intendendo
Longobardi e Bizantini) è probabilissimo sia stato quello tuttora denominato Limitone dei Greci,
nome che la tradizione ha conservato integro ad un tratto di terreno saldo ed elevato sul
circostante, e della primitiva larghezza di sette in otto metri. Aveva cominciamento questo limite da
Otranto, sede del governo bizantino in questa regione, e si protraeva, costeggiando la via Traiana,
ove più prossimamente ed ove meno, finché pervenuto alle vicinanze dell’ora distrutta città di
Valesio, di qui traversava il territorio di Mesagne, indi quello di Oria, e così gli altri di seguito per
avere termine probabilmente a Taranto. […] 83.
Da alcuni identificato in resti di muraglioni presenti nelle campagne salentino-tarantine, il limitone
sembra essere stato un confine forse più politico che non fisico. Di questo si è parlato nei termini di
“confine militare” a proposito dell’insediamento di Crepacore, data la presenza di corredi con armi
rinvenuti nel sepolcreto circostante la chiesa, «nonostante il fatto che per il kastron non si abbiano
evidenze»84. Vero è che se un confine ci fu e se ebbe carattere militare lo stesso avrebbe svolto una
funzione strategica per il collegamento tra Otranto, caposaldo bizantino, e il restante territorio
salentino85.

81
Il tratto centrale corrisponde, nella cartografia moderna, al ciglio murgico tra Oria e Cellino San Marco verso est.
82
A favore del Limitone come reale confine militare, negli anni ’70 del XX secolo scrive Cagiano de Azevedo,
attribuendogli funzioni simili a quelle del “vallum” di Adriano in Britannia, un fossato che proteggeva una strada a
ridosso del muro posto come fortificazione. Cfr. CAGIANO DE AZEVEDO M., Note sul limes greco verso i Longobardi. In
Puglia Paleocristiana II 1974 p.15. e bibliografia preced.
83
PROFILO A., 1870, 19751870, 1975, La Messapografia ovvero memorie istoriche di Mesagne, I v., II v., Lecce.
84
ARTHUR P., Tra Giustiniano e Roberto il Guiscardo. Approcci all'archeologia del Salento in età bizantina, Edizioni
all’Insegna del Giglio 2001.
85
UGGERI G., Il confine longobardo-bizantino in Puglia, in Corso di cultura sull'arte ravennate e bizantina, Ravenna
1990, pp. 479-510.
22

Le origini del Limitone risalirebbero al periodo della guerra greco-gotica, forse utilizzato anche
come asse di scorrimento preferenziale per lo spostamento degli eserciti86. Un’ipotetica linea
difensiva creata dai Bizantini fra la seconda metà del VII e l'VIII secolo a protezione dell'istmo
salentino dalle mire espansionistiche dei Longobardi beneventani in terra d'Otranto.
Attraverso i toponimi che oggi caratterizzano masserie e terreni è possibile riscontrare assonanze
con termini greco – germanici, il che ci riconduce sia a Longobardi che a Goti così come ai
Bizantini, permettendoci anche di avere un’idea dei limiti territoriali.
Confrontiamo ad esempio la dedicazione della Masseria S. Giacomo Gaudo nei pressi di Torre
Santa Susanna (BR) che contiene necropoli messapica e resti di abitato medievale. E’un nome che
deriva dal germanico “Wald” che significa “bosco, spazio incolto” ed indicherebbe quindi una
presenza longobarda a nord del limes e comunque vicino a S. Pietro di Crepacore87.
Troviamo poi nei pressi di Manduria, la Masseria detta Scolcora da cui prende nome la contrada.
Riportata sul catasto provvisorio di Manduria, articolo 239, sezione A, n. 8, 9, 10, 11, di ettari 395
6.
Il nome ricorda ancora un termine dell'antico germanico: “skulk”, che significa “posto di vedetta” o
“posto di guardia”, che testimonia l’antica presenza di un stanziamento di forza pubblica, eseguita
da militari88. Tale servizio era appunto previsto dall’ordinamento militare longobardo, che stabiliva
l’obbligo per tutti i cittadini di presentarsi per la difesa del territorio e per quella locale; e che per la
città era chiamato “vigilia murorum”, mentre per la campagna era denominato “servizio in sculca”.
Nell’anno 774, con la sconfitta e deposizione del re Desiderio ad opera di Carlo Magno, re dei
Franchi, sceso in Italia a combatterlo su richiesta del papa Adriano I, cessava la dominazione
longobarda in Italia. Aveva così fine anche la prestazione del servizio in “Sculca” e il territorio che
vi era sottoposto tornava a far parte del Ducato romano. Alla località, ormai abitata dai militari e
dalle loro famiglie, rimaneva la denominazione di “Sculca”, che attraverso i secoli si trasformava
poi in Scurca, Sculcula, Sculcola, Scurcola, Scurgola e quindi Scòrcola, termini che sono appunto
riportati in varie fonti documentali. Il nucleo abitativo con il fortilizio di guardia e di difesa, la
rocca, era così inserito nella giurisdizione ecclesiastica e, abbandonato il primitivo assetto

86
STRANIERI G., Un limes bizantino nel Salento? La frontiera bizantino-longobarda nella Puglia meridionale. Realtà e
mito del “limitone dei greci, in «Archeologia Medievale», XXVII (2000), pp. 333-355; CAGIANO DE AZEVEDO M.,
Note sul limes greco verso i longobardi, in «Vetera Christianorum», (X) 1973, n. 2, pp. 351-360.
87
SABATINI F., Riflessi linguistici della dominazione longobarda nell'Italia Meridionale, in «Atti e memorie
dell'accademia toscana di Scienze e letteratura la Colombaria», (XXVIII) 1963-64, pp. 171-184.
88
Cfr.http://www.shadowedrealm.com/glossary/term/Sculca; Cfr WIENER L., Commentary to the Germanic Laws and
Medieval Documents In the sixth century sculca was used by Gregory the Great and in Byzantium skoulka, skoulta
“scout”, skoulkeuein “to do scout duty”, were freely employed, p. 40; LEICHT P.S., Storia del diritto pubblico italiano,
Lezioni, 1933, pag. 113; SOLMI A., Storia del diritto pubblico italiano, Soc. ed. libraria, Milano 1930, pag. 184.
23

longobardo di posto militare, si trasformava in entità territoriale civile autonoma, soggetta al


governo ecclesiastico centrale.
Ad ovest di Manduria vi sono la masseria Marcincappa89 dal tedesco “morgen-gabe” (nell'usanza
longobarda: dono del mattino fatto dal marito il giorno dopo le nozze)90 e infine Casal Lombardo il
cui nome non ha bisogno di spiegazioni. Le masserie Camarda e Camardella hanno sicuramente una
radice greca, “Kamarda” infatti, significa tenda-accampamento e ci fa pensare più ai Bizantini che
ai Longobardi91.

La Chiesa meridionale nel periodo longobardo


Nel periodo di dipendenza delle regioni meridionali dalla giurisdizione longobarda si creò una
capillare organizzazione ecclesiastica anche nelle aree rurali, altrettanto abitate quanto quelle
urbane, che tra VII e VIII secolo dette vita a due eventi chiave che rappresentano a pieno
l’evoluzione dei distretti ecclesiastici, ovvero la creazione delle circoscrizioni gastaldali e
l’istituzione delle chiese rurali dette “pievi”. Le prime erano distretti amministrativi detti ministeria
che a metà dell’VIII secolo erano cinquantadue di cui 21 appartenevano a Benevento come Bari,
Brindisi, Canosa, Ascoli, e 15 a Salerno tra cui Taranto, Matera, Acerenza, e la creazione di sedi
metropolitiche di Capua, Salerno e Benevento gangli vitali dell’ordinamento ecclesiastico della
Longobardia minore92.
Per quanto riguarda le pievi93, nome dalla evidente radice latina plebs, plebis = plebe (Plebei, in
epoca romana, erano gli abitanti delle campagne che lavoravano la terra attorno alle città), erano
chiese non episcopali che servivano un buon numero di fedeli sparsi in centri finitimi o nella
campagna circostante. Si trattava di chiese lontane quindi dai centri cittadini tanto da non consentire
al vescovo il pieno esercizio della sua giurisdizione temporale e spirituale e dove perciò non era
infrequente trovarvi il battistero. L'articolazione del sistema plebanale (cioè delle pievi) e lo stato
giuridico dei monasteri soggetti alla protezione imperiale è ben delineato nella Divisio Ducatus
Beneventani94. Il territorio rurale era quindi suddiviso in plebanati, con a capo una pieve, dove il
termine stesso identificava una chiesa con chiese figliali dipendenti in cui era amministrato il

89
I.G.M. F. 203, IV S.E.
90
MASTROBUONO F., Sulla durata del dominio longobardo in Brindisi, in Studi di Storia Pugliese in onore di Vacca,
Galatina 1971, pp. 313-321.
91
ROHLFS C., Toponomastica greca nel Salento, in Ricerche e studi, Brindisi 1970, pp. 2-23.
92
FONSECA C.D. 1987. p. 13-14 Cfr bibliografia relativa
93
“Si tratta di una forma di organizzazione del territorio rurale, eccentrica in confronto al capoluogo diocesano, ma
centripeta di fronte alla popolazione sparsa sul largo distretto rurale” Enciclopedia Cattolica, s.v. “Pieve”, s.d., p. 1461;
Il termine “pieve” è adoperato dalla chiesa romana ufficialmente nell’826, ma già in uso un secolo prima, cfr.
VIOLANTE C., Le strutture organizzative della cura d’anime nelle campagne dell’Italia centro-settentrionale (sec. V-X),
in Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica delle campagne nell’alto medioevo:espansione e resistenze, Atti
della XXVII Settimana di Studio del C.I.S.A.M., Spoleto 1982, pp. 983-997.
94
Cfr FONSECA C.D. Particolarismo istituzionale… op.cit. p. 26 e ss.;
24

battesimo. Tra le chiese rurali di Puglia gli episodi di Belmonte presso Altamura e di Santa Maria di
Gallana presso Oria potrebbero essere gli unici riferibili a due ecclesiae baptismalis95, che
servivano comunità distanti dal centro abitato principale dove era amministrato il battesimo. Cinque
documenti riportati nel Codice Diplomatico Barese, risalenti ad un periodo compreso tra il 1025 e il
1172 e pubblicati da Triggiani96, riferiscono della presenza di pievi citate come plevibus o plebibus
sive ecclesiae e di chiese figliali nell’ager di Bari, chiamate tituli sive cappellis.
Nel complesso l’organizzazione ecclesiastica di questi anni nella maggior parte della regione,
mantenne le caratteristiche della chiesa romana nonostante il rito greco fosse più marcato a sud,
rinvigoritosi dalla salita al trono di Niceforo Foca (886-969) che conferì il potere all’arcivescovo di
Otranto di celebrare in tutta la Terra d’Otranto secondo la liturgia greca97.

Conclusioni
Così ho inteso ritrarre un popolo di “barbari” che definirei “illuminati” indotti dalla loro indole
selvaggia e distruttrice a insediarsi con la forza in Italia con tutta la loro cultura e con al seguito
tutti, donne e bambini compresi. Furono illuminati nel senso che seppero intelligentemente
appropriarsi delle usanze bizantine sotto ogni aspetto, dato che fino ad allora determinavano la
società soprattutto nel Sud. Qui infatti si insediarono senza stravolgere la cultura locale ma al
contrario fondendosi con la millenaria civiltà romana e vivificandola con l'introduzione di elementi
propri del loro costume e della mentalità germanica.
E’ innegabile “un certo ruolo” da essi svolto a favore dello sviluppo dell’architettura in Italia. Ma è
vero anche che non si può parlare di “architettura longobarda” poiché non esisteva una “tradizione”
architettonica precedente agli insediamenti italiani. Cagiano de Azevedo inquadra bene il problema
quando asserisce che gli edifici destinati al culto cristiano sono dovuti alla conversione dei
Longobardi, cioè alla loro accettazione della religione incontrata in Italia, accettazione che
importava non solo la sostanza del credo religioso ma la forma della liturgia e dei luoghi di culto.
Ricercare in questi una autonomia inventiva, non di opzione, significa non tener conto della realtà
storica 98.
I Longobardi semmai operarono una scelta tra edifici preesistenti e da secoli in uso, o che videro e
ripeterono. Come giustamente fa notare il Pavan, sarebbe più corretto fare riferimento
“all’architettura di tipo longobardo e non dei Longobardi in quanto essi non ne avevano, né erano

95
Per Altamura e Gallana cfr IORIO R., Presenze Bizantine - longobarde a Belmonte, in “Altamura Bollettino
dell'Archivio” - Biblioteca - Museo civico, Altamura 1977-78; DALFINO G., MELE G., Santa Maria di Gallana in Agro
di Oria. Storia e architettura, Mario Adda Editore, 2005.
96
TRIGGIANI M., Insediamenti rurali nel territorio a nord di Bari dalla tarda antichità al medioevo. Repertorio dei siti
e delle emergenze architettoniche, Edipuglia Bari 2008, p. 48
97
MUSCA G. 1987 op.cit. vol. I p. 204
98
Idem p. 309
25

architetti”99, o ancora più precisa è la definizione di una architettura del periodo longobardo, in cui
essi furono sicuramente committenti e ispirati dall’architettura bizantina.

99
PAVAN G., Architettura del periodo longobardo. In: I Longobardi- Catalogo della mostra - Milano Electa 1992 p. 236