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INTRODUZIONE ALLA GEOGRAFIA POLITICA

Francesca Governa1
(dispense ad uso didattico)

1.1. Che cosa studia la geografia politica?


1.1.1. Definizioni di geografia politica
1.1.2. Geografia e politica, politica e geografia
1.1.3. Le concezioni recenti
1.2. La geografia politica e la geopolitica non sono la stessa cosa
1.2.1. Oggetto e obiettivi della geopolitica
1.2.2. Tradizione e evoluzione della geopolitica

Per saperne di più

Che cosa studia la geografia politica?

Definizioni di geografia politica

La geografia politica è un campo di studio e ricerca molto ampio, di tipo multidisciplinare.


Le conoscenze che essa fornisce sono utilizzate da molte altre discipline. Come ogni
disciplina, la geografia politica, nel corso della sua storia, ha conosciuto momenti di fortuna
e momenti di appannamento.
Cerchiamo di capire, almeno in prima approssimazione, che cosa studia la geografia politica.
A tal fine, possiamo fare riferimento alle diverse definizioni di questa disciplina date da
importanti cultori della stessa e riportate da Martin Ira Glassner (1997) all'inizio del suo
manuale. Come si legge alle pagine 27 e 28 del libro, la geografia politica è alternativamente
definita come:
 lo studio della distribuzione geografica dei fenomeni politici, in interconnessione con la
distribuzione di altre caratteristiche della Terra, intesa come dimora degli uomini
(Hartshone);
 un ramo della geografia umana, interessata ad un particolare aspetto dei rapporti
Terra /uomo, e con un'accentuazione specifica …al rapporto tra fattori geografici ed
entità politiche (Weigert);
 lo studio delle regioni politiche o delle fattezze politiche della superficie terrestre
(Alexander);
 il carattere geografico, la politica e le fattezze dello stato (Pounds);
 lo studio dei fenomeni politici nel loro contesto geografico (Jackson);
 lo studio dell'interazione fra regione geografica e processo politico (ad hoc Committee,
Association of American Geographers);
 lo studio delle configurazioni sul territorio delle interazioni fra processo politico e
sistemi o, più semplicemente, l'analisi geografica dei fenomeni politici (Kasperson &
Minghi);
 (lo studio degli) attributi geografici del processo politico (Cohen & Rosenthal);
 (lo studio delle) conseguenze geografiche delle decisioni e delle azioni politiche, (dei)
fattori geografici che sono stati considerati al momento di decidere e (del) ruolo di ogni
fattore geografico che ha influenzato l'esito delle azioni politiche (Pacione);
 (la disciplina che) mira a identificare i processi sociali attraverso i quali le
caratteristiche geografiche del mondo naturale e sociale vengono organizzate e

1 Docente di geografia politica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino.


riorganizzate da gruppi nazionali e transnazionali in regioni geograficamente
delimitate e simbolicamente significative (Brunn & Yanarella).

Glassner conclude la rassegna di definizioni di geografia politica mettendo in evidenza le


differenze fra di esse e sostenendo che non esiste una definizione universalmente accettata.
Tuttavia, come mette in evidenza lo stesso autore, nonostante la grande varietà di
definizioni e le grandi differenze che le caratterizzano, le definizioni riportate possono essere
suddivise in due gruppi principali. Il primo gruppo comprende le prime 5 definizioni, quelle
cioè che individuano come specificità della geografia politica l'attenzione verso le regioni
politiche (e, in particolare, lo Stato) (Scheda 1). Il secondo gruppo è invece formato da quelle
definizioni che riconoscono nell'attenzione verso le caratteristiche geografiche dei processi
politici (conseguenze, fattori, ecc.) il carattere distintivo della geografia politica rispetto a
altre discipline che si occupano di cose simili (la scienza politica, lo studio delle relazioni
internazionali, ecc.).

Scheda 1 - La Regione geografica

Il concetto di regione è un concetto fondamentale della geografia. Tuttavia, il concetto di regione geografica è diverso
da quello di regione prevalente nell'uso comune in cui la regione indica la dimensione territoriale immediatamente
inferiore a quella nazionale. Al contrario, la regione geografica prescinde da ogni riferimento dimensionale: regione
geografica può essere una piccola radura in un bosco o l'area nord-atlantica composta dall'Europa nord-occidentale e
dall'America Settentrionale. Nel senso più ampio, per regione geografica si intende una porzione della superficie
terrestre che presenta questi tre requisiti:
 è costituita da un insieme di luoghi contigui (vincolo della contiguità geografica);
 tali luoghi hanno tutti qualche caratteristica comune tra loro;
 in base a tali caratteristiche, essi si differenziano da altri insiemi di luoghi confinanti che, avendo caratteristiche
diverse, costituiscono altre regioni.

Le regioni geografiche, inoltre, pur essendo basate sul riconoscimento di caratteri realmente esistenti e sovente
misurabili (ad esempio, la percentuale di superficie coltivata, le tonnellate di merci o i milioni di dollari scambiati, ecc.),
sono sempre, in una certa misura, delle costruzioni mentali soggettive. Esse sono cioè un modo che la geografia usa
per dare un ordine ai fatti osservabili sullo spazio terrestre. Ciò significa che esistono una molteplicità di divisioni
regionali, diverse secondo i caratteri utilizzati per la loro individuazione. Questi ultimi si possono raggruppare per grandi
classi tematiche a cui corrispondono diversi tipi tematici di regione. Avremo pertanto:
 la regione politico-amministrativa che corrisponde al territorio soggetto all'autorità di uno stesso ente pubblico
(ad esempio, il Comune, la Comunità Montana, la Provincia, la Regione)
 la regione politica che corrisponde normalmente allo Stato, ma anche livelli inferiori (ad esempio, le singole unità
politiche che compongono uno Stato federale come i Länder tedeschi o i cantoni svizzeri) o superiori (ad esempio, le
associazioni politiche sovranazionali come l'Unione europea)
 la regione naturale, identificata dalle caratteristiche fisiche, come ad esempio, il rilievo pianeggiante, il clima e la
particolare idrografia della pianura padana. Adesso si preferisce parlare di ecoregione, intesa come spazio di
interazione fra ecosistema e comunità umane
 la regione storica caratterizzata da fatti fisici e naturali cui si sovrappongono peculiarità culturali e storiche
 la regione economica, divisa a sua volta in regione formale o omogenea, caratterizzata e identificata in base alla
omogeneità di specifici attributi (ad esempio, le regioni risicole o quelle turistico-balneari), e regione funzionale,
identificata sulla base delle relazioni spaziali che connettono fra loro i diversi luoghi (ad esempio, l'hinterland di un
porto o 'area di pendolarità giornaliera per lavoro di un centro industriale).

Da: Conti S., Dematteis G., Lanza C. e Nano F. (1999), Geografia dell’economia mondiale, UTET, Torino.
1.1.2. Geografia e politica, politica e geografia

In anni più recenti, le concezioni di geografia politica si fanno più complesse, ma anche più
interessanti. Kevin Cox, professore di geografia politica all’Ohio state University, all'inizio
del suo manuale di geografia politica pubblicato nel 2002 si propone di chiarire quale sia lo
specifico disciplinare di questo ambito di studi. La prima e più semplice risposta è che la
geografia politica studia la geografia e la politica. Questa affermazione, peraltro vera, è però,
come riconosce lo stesso autore, troppo semplice. La geografia politica non è, infatti,
semplicemente, la somma di due parti; queste due parti, unendosi, diventano qualcosa di
diverso. In altri termini, il tutto (geografia politica) è più della semplice somma delle parti
(geografia + politica). In effetti, nella geografia politica, la geografia è intesa e praticata in
un modo molto selettivo: serve a chiarire aspetti, problemi, temi della politica e delle
politiche. Anche la politica è intesa nello stesso modo: affrontare temi e problemi della
politica dal punto di vista della geografia politica serve a chiarire la geografia. I due termini,
dunque, non sono solamente vicini, ma si completano l'uno con l'altro.
Secondo Cox, quindi, la geografia politica è lo studio dei fenomeni e dei processi politici
condotto adottando un approccio geografico e, specularmente, lo studio dei fenomeni e dei
processi geografici svolto guardando agli stessi dal punto di vista dei fenomeni e dei processi
politici. La geografia politica si pratica quindi costruendo un dialogo fra geografia e politica.
Questo dialogo permette di affrontare lo studio di fenomeni che si svolgono a diverse scale
geografiche: dalla scala macro (lo Stato, le relazioni internazionali, la globalizzazione, ecc.)
alla scala micro (il locale e il localismo, le partizioni territoriali sub-nazionali, ecc.) adottando
come particolare punto di osservazione le relazioni reciproche fra caratteristiche geografiche
e caratteristiche politiche.
In parte diversa è la posizione di John Agnew, un geografo politico dell’UCLA – University
of California di Los Angeles. All’inizio del suo libro Fare geografia politica, pubblicato negli
Stati Uniti nel 2002 e tradotto in italiano nel 2003, Agnew mette in evidenza il cambiamento
del significato di geografia politica nel corso del tempo. Secondo Agnew, infatti, la geografia
politica è comunemente intesa come lo studio del modo in cui le caratteristiche geografiche
influenzino la politica. A lungo, le caratteristiche geografiche considerate sono state le
caratteristiche fisiche della terra (la distribuzione dei continenti e degli oceani, delle catene
montuose e dei fiumi), con le loro influenze sui modi in cui l’umanità suddivideva il mondo
in unità politiche (gli Stati, gli imperi, …) e sul modo in cui queste unità si contendevano il
potere. Questa concezione è, secondo Agnew, superata e tale superamento deriva
fondamentalmente dal cambiamento dei due termini della questione, geografia e politica. La
politica abbraccia attualmente anche le questioni dell’identità politica (in che modo i gruppi
sociali definiscono sé stessi e i propri obiettivi politici) e dei movimenti politici (perché questo
movimento o partito politico è iniziato qui e perché si associa a questa o quella distribuzione
geografica del voto). Anche l'approccio generale della ricerca geografica contemporanea è
cambiato, poiché riconosce e descrive le differenze sociali ed economiche fra luoghi senza
ascriverle direttamente e necessariamente alle differenze derivanti dalla geografia fisica.
Inoltre, la geografia si pratica attualmente non tanto come semplice enumerazione di un
insieme di fatti oggettivi identificabili dall’esterno, ma attraverso una descrizione che
seleziona e classifica temi, questioni, fatti, soggetti e relazioni ritenuti importanti per la
descrizione stessa. Secondo Agnew, il cambiamento dei due termini - geografia e politica -
mette in evidenza l’inscindibile rapporto che collega la geografia al potere. Come sostiene
Agnew (2003) “chi detiene il potere e ha la capacità di comandare gli altri può stabilire la
nozione stessa di geografia” (p. 19). Ciò porta ad un completo ribaltamento dei rapporti fra
geografia e politica. Mentre tradizionalmente la geografia politica era considerata lo studio
di come la geografia influenzi la politica, oggi essa va più correttamente considerata come
studio di come la politica influenzi la geografia.
1.1.3. Le concezioni recenti

La concezione di geografia politica di Agnew si compone di due aspetti, diversi anche se


strettamente interrelati. Il primo aspetto è la centralità del potere, del suo dispiegarsi, del
suo influenzare la geografia di volta in volta descritta e praticata. Per Agnew, infatti, la
politica ha a che fare con le lotte per il potere di esercitare il controllo sugli altri e su sé
stessi, di soddisfare gli interessi e di esprimere le identità od ottenere il loro riconoscimento.
Il secondo aspetto è l’idea che la geografia politica sia un “farsi”, una creazione continua a
secondo del modo in cui la geografia è coinvolta nella pratica politica.
L'elemento centrale che caratterizza la concezione di geografia politica di Cox è la
consapevolezza che la dimensione politica permea ogni sfera della vita quotidiana delle
persone. Essa non è quindi ristretta ai meccanismi del governo, i quali costituiscono solo una
parte, quella formale, della politica stessa. L'attenzione verso la parte formale della politica
e delle politiche, e soprattutto verso la parte formale delle politiche di livello statale e delle
relazioni internazionali, ha dominato a lungo la geografia politica. Anche quando questa era
l'attenzione dominante, l'idea che i processi politici formali influenzassero la vita quotidiana
dei singoli era ovviamente presente. Tuttavia, c'era scarsa consapevolezza che la politica
fosse, sempre e comunque, parte della nostra vita. La politica era quindi vista come qualcosa
di estraneo alla vita delle persone comuni, un "gioco" condotto e realizzato da altri (i politici),
che avveniva altrove (nelle istituzioni di governo). La concezione di Cox sottolinea due
aspetti di cambiamento rispetto a questa "tradizione". Il primo aspetto concerne la crescente
consapevolezza dell'impatto che le politiche formali del governo, soprattutto quelle di livello
statale, hanno sulla vita quotidiana; il secondo aspetto riguarda invece la sempre maggiore
importanza assunta dalle politiche informali, connesse a scelte personali o comunque in
luoghi non formalmente deputati alla politica (la casa, i posti di lavoro, le strade, la
comunità).
Se proviamo a far dialogare il pensiero di Agnew e quello di Cox, vediamo che entrambi
sottolineano un cambiamento relativo al modo di considerare la politica e, di conseguenza,
anche la geografia politica. Come riconosce Agnew, infatti, per un periodo di tempo piuttosto
lungo, che va dall’Ottocento fino alla metà degli anni Settanta, i geografi politici prendono
raramente in considerazione il significato del politico, dimostrandosi totalmente ignari della
necessità di esaminare criticamente l'aggettivo che aggiungono a geografia. Nella concezione
prevalente, in effetti, la geografia politica fu, a lungo, la geografia degli Stati, senza bisogno
di alcun chiarimento al riguardo. Lo Stato era visto come unica espressione della politica,
unica fonte e unico interesse del potere. Il potere, inoltre, era visto unicamente come
coercizione.
In definitiva, quindi, il dibattito più recente sottolinea un cambiamento del centro di
attenzione della geografia politica. Il focus della disciplina non è infatti più (esclusivamente)
quello delle politiche formali. Essa rivolge invece sempre maggiore attenzione
all'esplorazione della molteplicità di politiche informali, di "atti" politici minuti che
costellano la nostra esistenza e, più in generale, delle relazioni di potere di cui sono intessute
le relazioni sociali. In questo modo, cambia anche il "referente spaziale" della geografia
politica: non più solo lo Stato, ma ogni luogo in cui si fa politica e si esprimono relazioni di
potere. Questi cambiamenti modificano anche sensibilmente l'approccio alla interpretazione
delle politiche, con il passaggio da una visione giuridico-formale dell'esercizio del governo
allo studio e alla rilevazione empirica degli attori e dei ruoli sostanziali che essi rivestono
all'interno dei processi sociali.
Al di là di ogni definizione, per capire cosa studia la geografia politica, e soprattutto qual è
lo specifico punto di vista con cui la geografia politica guarda il mondo, è necessario
presentare e discutere i concetti fondamentali della disciplina (territorio, territorialità,
stato/nazione, limite/frontiera). Questo è il compito del capitolo 2 di queste dispense. Per
concludere il capitolo 1, invece, cercheremo di chiarirci le idee sulle somiglianze e le
differenze fra due discipline che sono spesso considerate uguali: la geografia politica e la
geopolitica.
1.2. La geografia politica e la geopolitica non sono la stessa cosa

1.2.1. Oggetto e obiettivi della geopolitica

La geografia politica e la geopolitica non sono la stessa cosa, benché la loro evoluzione sia
strettamente intrecciata. La geopolitica è uno degli argomenti studiati dalla geografia
politica che, quindi, è una disciplina più ampia della geopolitica e la comprende.
Il termine geopolitica fu coniato dal politologo svedese Rudolph Kjellen all’inizio del
Novecento per indicare una particolare analisi della politica (specialmente la politica estera
degli Stati nazionali), condotta in riferimento ai condizionamenti su di essa esercitati dai
fattori geografici, intendendo come tali non solo quelli propriamente fisico-naturali (come gli
aspetti geomorfologici o climatici), quanto l’insieme delle relazioni di interdipendenza
esistenti fra le entità politiche territorialmente definite e le loro componenti
(l'organizzazione fisica del territorio, la localizzazione degli insediamenti umani e della rete
delle infrastrutture di trasporto, la presenza di risorse, ecc.). La geopolitica studia lo Stato,
le relazioni fra gli Stati, le influenze dei fattori geografici sulle politiche, sulle relazioni e
sulle strategie internazionali. L’obiettivo della geopolitica è individuare e descrivere le
caratteristiche geografico-territoriali che definiscono la potenza statale e la natura delle
interazioni fra gli Stati. Nella geopolitica, dunque, gli "attori" sono gli Stati, concepiti come
entità indipendenti e isolabili, e il motore è la tendenza di ogni Stato a dominare gli altri,
con un risvolto spesso direttamente "applicativo".
Secondo il Dictionary of Human Geography, l'ipotesi di fondo della geopolitica è che le
caratteristiche geografiche e le risorse fisico-naturali e umane dei territori rivestano un
ruolo significativo nella definizione delle politiche internazionali. I fattori geografici presi in
considerazione sono le caratteristiche fisico-naturali del territorio (geomorfologia,
idrografia, climatologia, ecc.) e la distribuzione delle risorse fisiche e umane, considerando
la distanza, la prossimità, la localizzazione. Tali aspetti, al centro, da sempre, dell'attenzione
del geografo, sono considerati direttamente connessi alle situazioni politiche: in altri
termini, nella visione geopolitica, i "fatti" della geografia influenzano in maniera diretta e
prevedibile i processi politici. In quest'ottica, negli studi di geopolitica si afferma una visione
della geografia di tipo fondamentalmente determinista: la geografia è cioè vista come «il più
importante fattore nello studio delle relazioni internazionali perché è il più permanente»
(Nicholas Spykman, cit. in Sharp, 1999, p. 182) (Scheda 2). Lo studio dei “fatti” geografici,
inoltre, consente ai cultori della disciplina di valutare la maggiore o minore difficoltà di
difesa degli spazi, nonché le caratteristiche topografiche che rendono uno Stato più o meno
sicuro o vulnerabile. Negli studi di geopolitica il concetto di sicurezza è fondamentale. Esso
si riferisce alla possibilità di uno Stato di confrontarsi "positivamente" con le sfide che
provengono dall'esterno.
Scheda 2- Il determinismo geografico

Per il pensiero positivistico della seconda metà dell’Ottocento, i fatti naturali (climatici, geomorfologici, ecc.)
erano visti come la causa della distribuzione geografica degli insediamenti, delle attività umane e degli stessi
caratteri della popolazione.
Questa scuola del pensiero geografico, secondo la quale l’economia, la cultura, la politica di una regione
sarebbe determinata, in maniera diretta e prevedibile, essenzialmente dalle sue condizioni e risorse naturali
fu detta determinismo ambientale. Ad essa si contrapposero, all’inizio del secolo, concezioni ambientaliste più
“temperate”, che davano maggiore spazio e importanza all’azione umana. In questo modo, i caratteri naturali
non erano più visti come condizioni imperative all’azione umana, ma come “possibilità” offertegli (possibilismo
geografico). Questi studi misero in evidenza come, in epoche diverse, i territori potevano essere organizzati,
socialmente ed economicamente, in maniera completamente differente. Inoltre, sottolinearono come regioni
con caratteristiche naturali analoghe possono ospitare gruppi umani con attività economiche e organizzazioni
sociali del tutto differenti. Queste diversità erano spiegate dai possibilisti facendo ricorso al concetto di genere
di vita, concetto utilizzato da Vidal de la Blache per indicare un insieme di abitudini e tradizioni consolidate nel
tempo che portavano ogni gruppo umano a utilizzare certe condizioni e risorse naturali piuttosto che altre.
La concezione possibilista, benché costituisca ovviamente un passo in avanti nella concezione geografica dei
rapporti uomo-ambiente, si adattava bene a descrivere economie chiuse e società tradizionali. Oggi è stata
anch’essa superata da concezioni che fanno riferimento ad una geografia della complessità.

Da: Conti S., Dematteis G., Lanza C. e Nano F. (1999), Geografia dell’economia mondiale, UTET, Torino.

Il determinismo ambientale insito in questa concezione di geopolitica appare attualmente


superato, almeno nelle sue interpretazioni più banali. Come sostiene il generale Carlo Jean,
autore di uno dei primi (se non unico) manuale italiano di Geopolitica uscito nel 1995 (ora
anche 2003), è facile dimostrare, sulla base dell’esperienza storica, che i fattori ambientali
non determinano le scelte politiche, pur condizionandole grandemente, al pari però di altri
fattori e producendo interazioni talmente complesse e variabili da escludere ogni rapporto
di causa-effetto. Tuttavia, come riconosce lo stesso autore, in realtà la “tentazione
determinista” della geopolitica permane anche in tempi recenti, influenzando, anche in
maniera inconscia, tutti coloro che elaborano teorie, ipotesi e scenari geopolitica. Tale
tentazione deriva dalla mancanza di neutralità della geopolitica: la geopolitica non è cioè
che la “geografia del principe”, un “sapere” per costruire il consenso (del principe,
dell’opinione pubblica, …) attorno a scelte politiche e strategiche.
Secondo Jean, non esiste una definizione di geopolitica accettata da tutti, né una sua chiara
collocazione disciplinare. Taluni la collocano nell’ambito delle scienze geografiche; altri fra
le scienze politiche, in particolare nell’ambito delle relazioni internazionali. Secondo questo
autore, essa è, prima di tutto, azione: più che disciplina conoscitiva, infatti, la geopolitica è
innanzi tutto disciplina performativa, votata all'azione. La geopolitica quindi non è una
scienza, ma un particolare approccio alla politica. Essa tende a individuare gli interessi e gli
obiettivi di un particolare soggetto politico, in relazione ai suoi principi, valori e
convincimenti, nonché al livello di potenza e libertà di azione ad esso disponibili. La
geopolitica non è né neutrale, né oggettiva: essa costituisce l'applicazione delle informazioni
geografiche alla formulazione e allo sviluppo della politica estera di uno Stato. Come
vedremo, questo compito è stato per lungo tempo interpretato in un'ottica puramente
"militarista". Le rappresentazioni geopolitiche hanno inoltre una grande capacità di influire
sulle percezioni, quindi sulle scelte e sul consenso. Possiedono cioè una notevole valenza
propagandistica, informativa e disinformativa. Proprio da ciò deriva la loro importanza
politica, nonché il favore che godono nei mezzi di informazione.
Essendo una disciplina fortemente performativa, sempre secondo Jean (2003), esistono
diverse scuole geopolitiche la cui diversità non è tanto riferibile a diverse impostazioni
ideologiche e/o teoriche, quanto alla particolare situazione dei singoli Stati. Non esiste
dunque una geopolitica marxista o cattolico-sociale o liberale, mentre esistono la geopolitica
tedesca, russa, americana, francese, italiana. Il significato di geopolitica risente quindi
fortemente non solo delle condizioni specifiche di un determinato contesto storico, ma anche
delle motivazioni e degli interessi che hanno motivato quella definizione.
Secondo Yves Lacoste, uno dei principali studiosi francesi di geografia politica e di
geopolitica, fondatore e direttore della rivista francese Hérodote e collaboratore della Rivista
Limes (la Rivista Italiana di Geopolitica, fondata nel 1993 da Lucio Caracciolo; vedi allegato
1), la geopolitica è semplicemente un "metodo", un "approccio razionale di un insieme di
rappresentazioni e di argomenti contradditori, che esprimono le rivalità di diversi tipi di
potere su dei territori". Il termine sottolinea l'importanza, in certi rapporti di forza, di dati
geografici che sono considerati come poste in gioco rilevanti (uno stretto, un canale, i
giacimenti di petrolio, ecc.). Claude Raffestin, infine, autore di un importante libro intitolato
Per una geografia del potere, considera la geopolitica come "la conseguenza della volontà di
dominare il mondo", espressione di "una conoscenza tecnica il cui obiettivo è l'azione efficace"
Tra geografia politica e geopolitica c'è lo stesso rapporto che esiste tra scienza e tecnica: "una
disciplina diventa una pura tecnica quando non è più attraversata da una filosofia: la
geopolitica è una meccanica delle forze politiche, nulla di meno... ma nulla di più".

1.2.2. Tradizione e evoluzione della geopolitica

La geopolitica è nata verso la fine del XIX secolo con lo sviluppo della tecnologia e della
scienza e l'apertura di nuove prospettive, conoscitive e pratiche, sul mondo. Il
consolidamento degli Stati moderni, l'espansione imperialistica europea, la comparsa di due
nuove potenze (USA e Giappone), la rapida crescita demografica e la conseguente maggior
pressione sulle risorse naturali, l'avviarsi di uno sviluppo ineguale fra i paesi del Nord e i
paesi del Sud del mondo sono tutti fenomeni e problemi che iniziarono a manifestarsi in
questo periodo, dando così un grande impulso allo sviluppo della geopolitica. Essa conobbe
un periodo di grande popolarità nel primo dopoguerra, soprattutto per l'impulso datole da
studiosi tedeschi (in particolare da Karl Haushofer, fondatore e direttore della scuola di
Monaco di Baviera e della rivista Zeitschrift für Geopolitik). In questo periodo, scuole di
geopolitica sorsero un po' ovunque, anche in Italia, sotto la guida di Ernesto Massi e Giorgio
Roletto, e alla rivista Geopolitica pubblicata fra il 1939 e il 1942.
Nel secondo dopoguerra la geopolitica subì un periodo di appannamento, fu quasi messa al
bando perché associata con i programmi di espansione territoriale e con le teorie razziste
della Germania nazista. A partire dagli anni Sessanta si ricomincia a parlare di geopolitica
e dalla fine della guerra fredda si assiste ad una esplosione di interesse, soprattutto nei
media e nell'opinione pubblica, per la geopolitica. Questa aumento di interesse non è casuale,
ma deriva dalle profonde trasformazioni in corso nel sistema delle relazioni internazionali e
dalle incertezze e turbolenze che caratterizzano il mondo attuale, nonché dalla
moltiplicazione del numero e del tipo degli attori geopolitici: stati, organizzazioni
internazionali, organizzazioni non governative, organizzazioni illegali (mafia, terrorismo,
….).

1.2.3. La tradizione: geografia politica, geopolitica, geostrategia, geopolitik

Nel corso del Novecento, la geopolitica si è sviluppata seguendo due principali percorsi di
studi, di riflessioni e di pratiche: da un lato, la teoria organicistica dello Stato; dall'altro lato,
la geostrategia.
Il primo percorso fa fondamentalmente riferimento a Fredrich Ratzel (1844-1904), una
singolare figura di studioso formatosi nell'ambito delle scienze naturali (biologia e chimica).
Dopo la carriera giornalistica, che lo portò a viaggiare molto in tutto il mondo, nel 1886
Ratzel dviene professore di geografia all'Università di Lipsia, dove rimase fino alla morte.
Ratzel visse da vicino il processo di unificazione della Germania. Frequentò le lezioni di
biologia evoluzionista di Ernst Haeckel, studiò l'opera di Charles Darwin e strinse una
profonda amicizia con Moritz Wagner, uno studioso di scienze naturali. Proprio gli influssi
derivanti dalle frequentazioni degli ambienti dei naturalisti di matrice evoluzionistica
faranno attribuire alla produzione di Ratzel il marchio di determinismo. Ratzel fu, inoltre,
uno scrittore molto prolifico (oltre 16.000 pagine, considerando esclusivamente le opere
principali), tanto che, secondo alcuni, le contraddizioni presenti in molte interpretazioni del
pensiero ratzeliano derivano proprio dalla frammentaria conoscenza della sua ampia
produzione.
Nel 1982 Ratzel pubblica Anthropo-Geographie e, nel 1897, Politische Geographie (del libro
uscì anche una seconda edizione nel 1903). La produzione di Ratzel è una pietra miliare
della riflessione geografica e, in particolare, a lui si deve la prima sistemazione scientifica
della geografia politica che ha a lungo influenzato le principali scuole di geografia politica
del mondo.
Il libro di Ratzel del 1897 segna per tanti versi la nascita della geografia politica come
disciplina, ma la sua influenza si riversa principalmente sulla geopolitica. In questo libro,
Ratzel usa analogie e metafore tratte dalla biologia per spiegare il funzionamento dello
Stato. Paragonando lo Stato ad un organismo vivente, egli formula una teoria organicistica
dello Stato. L’elemento fondatore dello Stato, è il radicamento al suolo di comunità che
utilizzano le potenzialità del territorio. Ogni popolo, secondo Ratzel, dà luogo ad uno Stato;
a definire la potenza degli Stati concorrono vari fattori, tra i quali le condizioni ambientali
e le attitudini politiche del popolo stesso.
Come gli organismi, gli Stati crescono e muoiono; come gli organismi, passano diversi stadi
della loro vita, ma, a differenza degli organismi viventi, possono anche ringiovanire. La
vitalità di uno Stato può essere misurata dalle sue dimensioni ad un dato momento.
Nel suo libro, Ratzel indica quelle che chiamò le 7 leggi della crescita dello Stato (Glassner,
1997, pp. 194-195 e Agnew, 2003, pp. 85-86):

1. lo spazio dello Stato cresce con la crescita della popolazione accomunata dalla medesima
cultura;
2. la crescita territoriale è conseguente ad altri aspetti dello sviluppo;
3. uno Stato cresce assorbendo unità (Stati) minori;
4. la frontiera è l'organo periferico dello Stato, di cui rispecchia la forza e la crescita;
dunque, non è permanente;
5. durante la loro crescita, gli Stati cercano di assorbire territorio politicamente utile;
6. la spinta a crescere è una conseguenza dello sviluppo civile;
7. la tendenza alla crescita territoriale è contagiosa (viene trasmessa da Stato a Stato e
aumenta continuamente di intensità).

Come tutti gli organismi viventi, anche lo Stato non può sopravvivere in zone non adatte
alla vita, come i deserti e le zone polari. Lo Stato, quindi, si sviluppa in dipendenza
dall'ambiente fisico. Per procurarsi le risorse e lo “spazio vitale” (Lebensraum) di cui hanno
bisogno, gli Stati sono in lotta continua fra loro. L’espansione degli Stati è quindi considerata
da Ratzel un ‘bisogno fisiologico’ o, per usare le sue parole, una “necessità insita nella loro
essenza”, in quanto “la tendenza ad abbracciare spazi sempre maggiori è nella scienza del
progresso stesso”.
Elaborando le sue 7 leggi, Ratzel pensava di aver svelato le tendenze naturali della crescita
territoriale degli Stati. Egli inquadrò lo sviluppo coloniale delle potenze europee in Africa
come la manifestazione della ricerca del loro ‘spazio vitale’ (Lebensraum), legittimando come
‘naturale’ - una vera e propria lotta per la vita - l’espansione europea nel mondo. La sua
visione dello Stato come organismo in continua espansione lo portò alla convinzione che
l’ideale al quale dovevano aspirare gli Stati avanzati fosse il Grossraum (grande spazio) al
quale gli Stati europei potevano pervenire solo attraverso acquisizioni territoriali
d’oltremare.
La teoria di Ratzel sullo Stato e su altri aspetti della geografia e della geografia politica in
particolare è, ovviamente, molto più ampia e complessa di quanto qui brevemente accennato.
Vi sono però due elementi chiave della geografia politica ratzeliana. Il primo è la proposta
di riorganizzare la geografia intorno alla geografia dello Stato: "i luoghi, le regioni, gli spazi,
i paesaggi e tutti gli altri concetti associati al pensiero geografico erano ora subordinati allo
Stato" (Agnew, 2003, pp. 84-85). Nelle parole di Ratzel, lo Stato è "il più grande risultato
ottenuto dall'uomo sulla terra" e "l'apice di tutti i fenomeni legati alla diffusione della vita".
Il secondo elemento è che il "politico" della geografia politica è limitato allo Stato. L'idea che
il politico permeasse la società non era contemplata da Ratzel, il quale ammetteva
apertamente il ruolo che la geografia doveva svolgere nel sostenere il "nuovo" Stato
"aristocratico-borghese" (cfr. allegato 2).
La teoria organicistica dello Stato influenzò successivamente gli sviluppi della geopolitica.
Benché Ratzel fosse consapevole della natura puramente analogica della relazione fra lo
Stato e l'organismo vivente, tanto da scrivere, nella seconda edizione di Politische
Geographie, che il confronto diretto fra gli organismi altamente sviluppati e gli Stati è
infruttuoso, nonché dei rischi del determinismo insito nei suoi ragionamenti, tanto da
sostenere chiaramente che le influenze dell'ambiente sull'uomo è solo indiretta e mediata
dalle condizioni economiche, dalla situazione dei trasporti, dalla mobilità della popolazione,
ecc., le sue idee furono distorte e utilizzate per legittimare l'azione politica della Germania
nazista e, in particolare, per fornire una giustificazione nazionalistica dell'aggressione. Un
esempio concreto del modo in cui la teoria ratzeliana influenzò la geopolitica d'inizio
Novecento (al di là delle intenzioni dell'autore) ci viene offerto dai successori di Ratzel, alcuni
dei quali, portando all’esasperazione le sue idee, arriveranno addirittura a fornire ‘basi
scientifiche’ alla discriminazione razziale.
Le idee di Ratzel furono riprese da Rudolf Kjellen (1864-1922), professore di scienze politiche
all’Università di Uppsala e membro del Parlamento svedese. E’ a Kjellen che si deve la
“nascita” del termine geopolitica. Fu infatti il primo a usare questa espressione in un articolo
del 1899 sui confini della Svezia e, successivamente, nel suo libro, Staten som Lifsform (Lo
Stato come organismo vitale), pubblicato nel 1916 e tradotto in tedesco nel 1917. Il termine
geopolitica viene usato da Kjellen per indicare l’influenza determinante degli aspetti
geografici (forze sociali e culturali, risorse fisiche ed economiche) sulla politica di un paese.
La geopolitica è, per questo autore, una delle cinque categorie con le quali analizzare gli
Stati e le loro relazioni reciproche (le altre quattro sono: la demopolitica, l'ecopolitica, la
sociopolitica e la cratopolitica, relative rispettivamente ai fattori culturali, economici, sociali
e istituzionali) (Jean, 2003). Applicando queste categorie, a loro volta articolate in sotto-
categorie (ad esempio, la geopolitica è articolata in "topopolitica", cioè la posizione relativa
di uno Stato rispetto ad altri Stati; "morfopolitica", cioè la forma dello Stato e "fisiopolitica",
cioè le caratteristiche fisiche dello Stato, in primo luogo la dimensione), Kjellen si proponeva
di valutare il livello di potenza dei singoli Stati e di prevedere l'evoluzione della situazione
internazionale.
Kjellen considera lo Stato un organismo vivente territoriale. La geopolitica costituisce
l'ossatura o il "corpo" dello Stato, mentre le altre categorie (demopolitica, ecopolitica,
sociopolitica e cratopolitica) ne costituiscono la mente e l'anima. Ogni Stato sovrano occupa
un particolare territorio con tratti geofisici unici che determinano, almeno in parte, le forme
più efficaci di organizzazione politica, sociale, economica e militare, anche in relazione alla
localizzazione geografica degli altri Stati. L’autore teorizza inoltre la competizione fra Stati
come tendenza naturale degli Stati più grandi a sottomettere quelli più piccoli. Mentre per
Ratzel l'aumento delle dimensioni di uno Stato era conseguenza della sua "vitalità", per
Kjellen esso era il risultato logico di una inevitabile competizione fra Stati per il potere.
Come esito di un simile processo, Kjellen prefigura il mantenimento di un piccolo numero di
Stati, estremamente grandi e potenti come, in Europa, la Germania.
Nello stesso periodo in cui Ratzel pubblica la Politische Geographie, altri studiosi
focalizzarono la loro attenzione sul mondo politico nel suo complesso, alla ricerca di modelli
teorici in grado di spiegare lo sviluppo e il comportamento degli Stati. I principali esponenti
di questa corrente di studi, denominata geostrategia, furono Alfred Thayer Mahan (1840-
1914), storico della marineria e ufficiale della Marina degli Stati Uniti, e Halford J.
Mackinder (1861-1947), professore di Geografia a Oxford, rettore della London School of
Economics, membro del Parlamento nelle file dei conservatori dal 1910 al 1922 e presidente
dell'Imperial Shipping Committee dal 1920 al 1945. Questi studiosi, spesso militari di
carriera o comunque implicati in attività di governo, svilupparono una visione della
geopolitica a servizio delle scelte strategiche degli Stati. L'approccio geostrategico è infatti
strettamente legato alle azioni e alle politiche militari messe in atto a livello statale.
Nel suo scritto The Influence of Sea Power upon History (1890), Mahan descrive la natura
delle potenze di mare, sottolineando il ruolo degli oceani come "grandi arterie" dello sviluppo
delle potenze marittime, storicamente importanti poiché il costo dei trasporti marittimi è e
sarà sempre inferiore a quelli terrestri. Il pensiero di Alfred Thayer Mahan ebbe un grande
impatto sulla politica estera e sulla strategia navale degli Stati Uniti e influenzò, in
particolare, i piani di guerra statunitensi della fine degli anni Trenta.
Le tesi di Mackinder sono più ampie anche dal punto di vista teorico: egli propone una
visione della geografia come scienza per spiegare i fenomeni umani in termini naturalistici
e a servizio dell'imperialismo contemporaneo. Nel suo caso, dell'imperialismo della Gran
Bretagna. Il punto centrale della sua tesi, sostenuta nella relazione "The geographical pivot
of history" presentata alla Royal Geographical Society nel 1904, è che la storia sia sempre
stata dominata dal conflitto fra potenze marittime e potenze continentali. Le potenze
marittime sono però in declino rispetto a quelle continentali, a causa dell'avvento delle
ferrovie. Secondo Mackinder, nella massa continentale eurasiatica esiste un'area,
inizialmente denominata pivot area (perno del mondo) e, successivamente, heartland (cuore
della terra), che sarebbe diventata il centro del potere mondiale e il cui dominio avrebbe
garantito il dominio del mondo. Di conseguenza, l'unico modo per evitare il declino delle
potenze marittime era assicurarsi il dominio del perno del mondo, prima che questo cadesse
nelle mani delle potenze continentali. Nella sua formulazione originaria, la pivot area è
compresa fra l'Asia centrale e l'Oceano Artico; dopo la prima guerra mondiale, l'heartland è
spostato verso ovest (includendo così i bacini del Mar Baltico e del Mar Nero e l'intera
Europa centro-orientale). La tesi di Mackinder è riassunta nella seguente frase del 1919:
"chi governa l'Europa orientale, domina lo heartland; chi governa lo heartland domina la
world island (l'isola del mondo, costituita da Europa, Asia e Africa); chi governa la world
island domina il mondo".
Accanto a queste due scuole di pensiero, ne nasceva in Germania una terza, la Geopolitik, la
cui attività si prolungò durante tutta la seconda Guerra Mondiale. Il principale esponente
di questo approccio, che animò la Scuola di Monaco di Baviera, fu Karl Haushofer (1869-
1946), ufficiale di carriera nell'esercito tedesco. Haushofer estese, distorcendole, alcune delle
concezioni di Ratzel, in particolare il concetto di spazio vitale (Lebensraum), per giustificare
le guerre di espansione della Germania. Per Haushofer i confini politici erano temporanei
segni d'arresto nell'espansione di un popolo, potendo così giustificare come naturale e
inevitabile l'aggressione militare. Combinando la teoria organicistica dello Stato di Ratzel,
i modelli geostrategici di Mackinder (ovviamente, nella prospettiva di garantire il dominio
dell'heartland alla Germania) e la politica nazista, Haushofer cercò fondamentalmente di
utilizzare la geografia come "arma" per legittimare “scientificamente” la politica del
nazismo.
Pur nelle differenze che caratterizzano i diversi autori di cui abbiamo parlato, è comunque
possibile, seguendo Agnew (2002), individuare alcuni elementi ricorrenti che costituiscono i
dati di fondo della "tradizione" della geografia politica e della geopolitica moderna con cui
gli sviluppi più recenti si sono confrontati, anche criticamente. Essi sono (Agnew, 2002, pp.
104-105):
 la continua centralità degli Stati come unità di analisi della geografia politica e della
geopolitica, escludendo così di fatto lo studio dei processi politici operanti ad altre scale
geografiche;
 una conoscenza "naturalizzata" e "oggettiva", basata sull'uso di metafore biologiche, al
fine di servire il proprio Stato-nazione;
 l'orientamento verso il problem-solving, cioè il tentativo di influenzare la politica e di
legittimare la geografia come sapere "utile" alla ragione di Stato;
 l'accettazione delle diversità razziali sulla base delle diversità ambientali;
 la visione dell'Europa, e in parte anche degli Stati Uniti, come centro del mondo: tutti gli
altri paesi sono cioè accessori, giocatori minori o pedine in uno scacchiere geopolitico
mondiale il cui gioco era guidato dalla competizione fra grandi superpotenze e dalla
rivalità fra imperi.

1.2.4 Verso una geopolitica "critica"

Il collegamento fra geopolitica e nazismo ha pesato a lungo sullo sviluppo della disciplina.
Nel secondo dopoguerra la geopolitica fu infatti sottoposta ad una sorta di "processo", che
portò all'eclissi della disciplina. Con il passare degli anni, tuttavia, la geopolitica è
progressivamente riuscita a togliersi di dosso i sospetti della Geopolitik nazista, a fare i conti
con una tradizione ingombrante; è riuscita a rinnovarsi, almeno in parte, anche nelle
formulazioni teoriche che apparivano ormai decisamente superate.
Una fase importante per la geopolitica è rappresentato dal periodo della cosiddetta "Guerra
Fredda". In questa fase storica, si afferma e si consolida una visione del mondo del tutto
bipolare: esistono solo due centri di potere (URSS e USA), incompatibili e contrapposti, e le
uniche relazioni possibili fra di essi sono relazioni di forza. La fine della Guerra Fredda e la
caduta dell'Unione Sovietica, simbolizzata dalla caduta del muro di Berlino e dal
rovesciamento delle statue dei leader comunisti, sembrava annunciare un nuovo ordine
mondiale, di pace e stabilità dopo la paura e le ansie del periodo precedente. Un mondo,
dunque, unificato e pacificato, descritto attraverso immagini di stabilità e di pace.
In realtà, com'è drammaticamente sotto gli occhi di tutti, il Nuovo Ordine Mondiale non è
un ordine di pace e di stabilità. La sostituzione, almeno teorica, di una molteplicità di centri
di potere ai due che avevano retto i destini del mondo e la realtà dello strapotere americano,
benché drammaticamente sfidato dalla tragedia dell'11 settembre 2001, apre la strada a un
nuovo ordine mondiale post-Guerra Fredda del tutto incerto. L'unica certezza è che il mondo
è diventato più complicato rispetto alla contrapposizione binaria del periodo precedente.
Tale complessità moltiplica i rischi, i pericoli e le trappole per la pace e la stabilità: esse
derivano principalmente dall'emergente nazionalismo, dalla sempre più spinta competizione
economica e dalla lotta per il controllo di risorse strategiche (le Guerre del Golfo), dalla
presenza di situazioni ormai incancrenite (il Medio oriente e il conflitto arabo-israeliano),
dall'appello alla Guerra Santa (l'Afganistan di Bin Laden e la risposta armata
dell'Occidente) (Sharp, 1999).
Nonostante ci si muova in uno scenario affatto pacifico e pacificato, una parte almeno della
geopolitica odierna è meno bellicosa e imperialista di quella di un tempo. Oggi non si
considera più la geopolitica come una disciplina (solo) per guerrafondai. Anzi, essa si
configura come geopolitica della pace.
Benché dal punto di vista scientifico permangano delle riserve, la concezione e il ruolo
tradizionale della geopolitica sono comunque ridefiniti nel dibattito e nelle pratiche recenti,
nel tentativo di superare una visione deterministica del ruolo dei fattori geografici
nell'influenzare la situazione politica internazionale. Questo approccio della geopolitica
contemporanea, anche denominato geopolitica critica (che si presenta particolarmente attivo
negli Stati Uniti), si fonda sul riconoscimento della complessità e della crisi delle "grandi
narrazioni" teoriche, nel tentativo di superare l'approccio della geopolitica classica mettendo
in discussione non solo gli assunti geografici, ma anche il linguaggio utilizzato per descrivere
la situazione geopolitica e le pratiche della politica estera. In questo modo, la geopolitica
critica mette in evidenza come le relazioni e i fatti geografici non siano elementi "senza
tempo", ma siano, al contrario, specifici di determinati contesti storici, sociali e culturali.
Pertanto, l'influenza della geografia sui processi politici può cambiare e può essere cambiata
(Sharp, 1999). La geopolitica critica, inoltre, discute i modi con cui i politici e i media
rappresentano i luoghi e il loro significato strategico, decostruendo, in riferimento alle tesi
post-strutturaliste di Foucault, Derrida, Baudrillard e Virilio, le strategie discorsive usate
per rendere "comprensibili" e "accettabili", e quindi spesso fondamentalmente per
legittimare la necessità di interventi militari, le situazioni di crisi e di conflitto.

PER SAPERNE DI PIÙ

Agnew J. (2003), Fare geografia politica, FrancoAngeli, Milano.


Cox K. R. (2002),Political Geography, Blackwell, Oxford.
Dell’Agnese E., (2005), Geografia politica critica, Guerini Scientifica, Milano.
Glassner M. I. (1997), Manuale di geografia politica, 2 volumi, FrancoAngeli, Milano.
Jean C. "Geopolitica del mondo contemporaneo", Laterza, Roma-Bari, 2012.
Limes, Rivista Italiana di Geopolitica.
Minca C., Bialasiewicz L., 2004, Spazio e potere. Riflessioni di geografia critica, Cedam.
Raffestin C. (1981), Per una geografia del potere, Unicopli, Milano.