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1) LEGGI PONDERALI DELLA CHIMICA:

Le tre leggi ponderali della chimica, sviluppate per puro approccio sperimentale e
quando ancora l' esistenza degli atomi
era ingnota, sono la legge di Lavoisier, la legge di Proust e la legge di Dalton.
Secondo la legge di Lavoisier in natura
nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma (principio di
conservazione della materia, con il quale smentì
una nota teoria del tempo della teoria del flogisto relativa ai processi di
combustione). Secondo la legge di Proust le
quantità in peso degli elementi che si combinano per formare determinati prodotti,
stanno sempre fra di loro mediante
rapporti definiti e costanti (legge delle proporzioni definite). Infine secondo la
legge di Dalton, dati due composti A e
B che reagiscono per formare due o più composti, le quantità variabili dell' uno
che reagiscono con una quantità fissa
dell' altro per formare i diversi composti stanno fra di loro mediante rapposrti
esprimibili da numeri interi e piccoli
(legge delle proporzioni multiple).

2) IPOTESI ATOMICA DI DALTON:

Le prime ipotesi scientifiche relative alla natura atomica della materia sono
dovute al chimico francese Dalton, il quale
propose quattro ipotesi a fondamento della sua ipotesi: la materia è formata da
particelle indivisibili dette atomi,
indistruttibili e non creabili; atomi di uno stesso elemento sono tutti uguali fra
di loro (cosa smentita dall' esistenza
degli isotopi); atomi di un elemento non possono trasformarsi negli atomi di un
altro (cosa smentita dai processi di
decadimento radioattivo); le reazioni chimiche sono date dalla ricombinazione degli
atomi dei reagenti secondo rapporti
costanti.

3) PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA CHIMICA:

Fra i principi fondamentali della chimica è necessario riportare i principi di Gay-


Lussac, Avogadro e la regola di
Cannizzaro. Secondo il principio di Gay-Lussac nelle reazioni fra sostanze gassose,
i volumi dei reagenti e prodotti
nelle stesse condizioni di temperatura e pressione stanno fra loro mediante
rapporti di numeri interi e semplici (ciò aprì
all' esistenza delle molecole biatomiche, sebbene il concetto di molecola era al
tempo ancora sconosciuto, come per
esempio nell' interpretazione della reazione fra H2 e Cl2 per formare HCl).
Secondo il principio di Avogadro, volumi
uguali di sostanze diverse nelle stesse condizioni di temperatura e pressione
contengono lo stesso numero di particelle
(la conferma di tale principio arriverà dalla teoria cinetica dei gas di Maxwell e
Boltzmann). Infine la regola di
Cannizzaro stabilisce che le varie quantità in peso dei vari elementi che
compongono un qualsiasi composto sono da
ritenersi multipli di una stessa quantità detta peso atomico dell' elemento.

4) MODELLI ATOMICI DI THOMSON E RUTHERFORD:

Verso la fine dell' Ottocento, il fisico inglese J. Thomson fa una scoperta molto
importante relativamente alla natura
degli atomi che pone in crisi il modello precedente e piuttosto semplice di Dalton.
Attraverso un tubo a raggi catodici
(dispositivo formato da un tubo di vetro nel quale si ricrea un vuoto spinto,
collegato ad un generatore in corrente
continua per la formazione di un raggio catodico e ad una lastra fotografica per la
rilevazione del fascio prodotto)
lo scienziato scoprì l' esistenza nell' atomo di particelle cariche negativamente,
che vennero chiamate elettroni.
L' uso di una versione modificata di tale dispositivo da parte di Goldstein portò
alla scoperta di particelle molto più
pesanti e positive chiamate poi elettroni. Nell' atomo erano dunque presenti
particelle sub-atomiche che lo costituevano.
Le evidenze sperimentali portarono alla creazione di un primo modello atomico da
parte di Thomson, comunemente noto come
'modello a panettone' in cui in una 'pasta gelatinosa' positiva si incastonavano
gli elettroni. Questo modello però venne
subito soppiantato dal modello elaborato dal fisico Rutherford che, mediante il
bombardamento di una lamina d' oro
attraverso raggi alfa, intuì l' esistenza di un nucleo formato dai protoni e dai
neutroni, particelle neutre da lui
ipotizzate, attorno al quale ruotavano 'come i pianeti attorno al Sole' gli
elettroni. Anche questo modello però aveva
grosse limitazione che aprirono la strada alla crisi della fisica moderna e alla
nascita dei modelli atomici di Bohr e
Schrodinger.

5) SPIEGARE IL DIFETTO DI MASSA:

Quando si tenta di misurare la massa del nucleo di un atomo, si rileva una


discrepanza fra l' approccio sperimentale
e l' approccio teorico. Nel primo caso si misura la massa del nucleo mediante l'
utilizzo di particolari strumenti quali ad
esempio uno spettrografo di massa, nell' altro si sommano i valori sperimentali
delle masse dei singoli nucleoni che
formano il nucleo. I valori che si ottengono sono diversi (nel primo caso si
ottiene un valore minore) e in ciò consiste
il difetto di massa. La spiegazione di questo fenomeno è ottenibile dall'
equivalenza energia-massa risultato della
Relatività di Einstein. Quando infatti i nucleoni sono legati fra di loro, l'
energia di legame partecipa alla massa del
nucleo, perciò la massa calcolata teoricamente è uguale in realtà alla somma della
massa effettiva più il contributo
dell' energia di legame. Tale difetto è ottenibile dalla relazione dm = dE / c^2,
dove c è la velocità della luce.

6) DESCRIVERE LA DIFFERENZA FRA SPETTRO DI EMISSIONE E SPETTRO DI ASSORBIMENTO DI


UN ATOMO:

Per spettro di emissione in un elemento si intende l' insieme delle lunghezze d'
onda delle radiazioni elettromagnetiche
emesse dagli atomi di quell' elemento quando questi si trovano in uno stato
eccitato. Il termine righe si riferisce al modo
con cui le radiazioni emesse venivano rilevate, ossia come righe su di una lastra
fotografica a seguito della scomposizione
da parte di un prisma della radiazione emessa dal campione di atomi eccitati
(termicamente o elettricamente).
Per spettro di assorbimento si intende invece l' insieme delle lunghezze d' onda
della radiazioni questa volta assorbite
da un campione dell' elemento in uno stato di vapore rarefatto quando attravesato
da una radiazione a spettro continuo
(ex. la classica luce bianca).
L' analisi dello spettro di emissione degli atomi e la sua natura discreta ha
portato alla caduta del modello atomico di
Rutherford, il quale invece in accordo con le leggi della fisica classica aveva
come conseguenza la perdita graduale
di energia cinetica da parte degli elettroni orbitanti nel nucleo con conseguente
collasso accompagnato dall' emissione
di una radiazione elettromagnetica a spettro continuo. Le osservazioni degli
spettroscopisti invece suggerirono da subito
come l' emissione fosse associata ad uno stato di eccitazione e che tale
eccitazione era collegata a particolari 'livelli
energetici'. Rydberg ottenne una formula matematica dipendente da numeri interi e
da una costante (costante di Rydberg)
che era in grado di restituire il valore della frequenza di una particolare riga
dello spettro a partire dalla sua
posizione nello spettro stesso.

7) DESCRIVERE BREVEMENTE IL FENOMENO DELLA RADIAZIONE DEL CORPO NERO:

Per corpo nero si intende un corpo in grado di assorbire ed emettere qualsiasi


radiazione senza alcun comportamento
selettivo. Il modello generalmente usato per rappresentare un corpo nero (che non
necessariamente deve essere nero) è
quello di una sfera cava dotata di un piccolo foro dal quale una radiazione
elettromagnetica può entrare senza però poter
uscire perchè completamente assorbita dal corpo nero. Per la conservazione dell'
energia il corpo nero si riscalda ed
emette radiazione di varia frequenza con un intensità che dipende solo ed
esclusivamente dalla sua temperatura. Al variare
della temperatura il valore di frequenza per cui si ha il picco di intensità cambia
posizione in accordo con la legge
dello spostamente di Wien (T * 1/f = k). Verso la fine dell' Ottocento i fisici non
riuscivano a spiegare il fenomeno,
ottenendo solo risultati paradossali quali la 'catastrofe ultravioletta' prevista
dalla curva di Rayleygh-Jeans in cui
l' intensità della radiazione di picco è inversamente proporzionale alla quarta
potenza della corrispondente lunghezza
d' onda. Ciò comportava l' assenza di picchi e anzi la divergenza per frequenze
alte e perciò la produzione di quantità
enormi di energia, da qui il nome di 'catastrofe'. La soluzione fu data dal fisico
Max Planck che, usando un approccio
più matematico che fisico privo di supporto sperimentale, ipotizzò che l' energia
venisse emessa dal corpo nero non in
maniera continua, bensì discreta secondo unità ben definite di energia dette
'quanti'. Ogni quanto possiede un' energia
pari a E = hv, dove h è una costante empirica detta costante di Plank, mentre v è
la frequenza della radiazione emessa.
Tale idea risolve efficacemente il problema della catastrofe ultravioletta:
affinchè il corpo nero possa liberare
determinati quanti di energia, è necessario che i suoi atomi vibrino ad una
frequenza sufficente pari a v; così
all' aumentare della frequenza della radiazione emessa è necessario che anche gli
atomi vibrino a tale frequenza, ma
essendo l' energia del corpo finita, ciò ad un certo punto non è più possibile per
cui l' energia emessa non diverge ma
al contrario tende a zero.
8) DESCRIVERE BREVEMENTE L' EFFETTO FOTOELETTRICO:

Per effetto fotoelettrico si intende la produzione di corrente elettrica (flusso di


elettroni) da una superficie metallica
quando questa viene colpita da una radiazione elettromagnetica avente frequenza
superiore ad una frequenza minima detta
di soglia. Al variare del tipo di metallo considerato, varia anche la frequenza
soglia. Sebbene tale fenomeno fosse
comprensibile usando la fisica classica, le condizioni che lo caratterizzavano non
erano per nulla chiare.
Teoricamente si prevedeva infatti che all' aumentare dell' intensità della
radiazione incidente, sarebbe aumentata
l' energia cinetica con cui gli elettroni venivano emessi dal metallo, invece ciò
accadeva aumentando la frequenza della
radiazione, mentre aumentandone l' intensità si assisteva ad un aumento della
corrente e dunque del flusso di elettroni
nell' unità di tempo. La risposta ai dubbi arrivò grazie all' intuizione di Albert
Einstein che rifacendosi al concetto
di 'quanto' di energia introdotto da Max Plank per la spiegazione della radiazione
del corpo nero ipotizzò che l' energia
non solo potesse essere liberata in maniera discreta ma anche assorbita, ed inoltre
la luce doveva essere pensata anche
dotata di una natura corpuscolare, ossia formata da pacchetti energetici che
successivamente vennero chiamati fotoni.
Ogni fotone avrebbe avuto per Einstein un' energia pari a E = hv, l' energia minima
proposta da Plank per un quanto, dove
h è una costante detta costante di Planck, mentre v è la frequenza della radiazione
elettromagnetica associata.
Gli elettroni per poter essere liberati dalla superficie del metallo necessitavano
dunque di essere colpiti da fotoni con
quantità sufficenti di energia, da cui la dipendenza del fenomeno da una frequenza
soglia. Aumentando la frequenza si
aumentava l' energia di un singolo fotone, non il loro numero ed ecco spiegato il
non aumento di intensità di corrente.
Aumentando l' intensità della radiazione, a patto di avere una frequenza oltre la
soglia, si aumentava il numero di fotoni
disponibili, dunque il numero di elettroni liberati e la corrente elettrica.

9) DESCRIVERE BREVEMENTE IL MODELLO ATOMICO DI BOHR:

L' analisi dello spettro di emissione dell' atomo di idrogeno e la relazione


ricavata da Rydberg per la determinazione delle
frequenze associate a ciascuna riga dello spettro offrirono il presupposto per
immaginare che all' interno dell' atomo
gli elettroni potessero possedere solo quantità di energia ben definite e discrete
(livelli energetici) e che l' emissione
di radiazione, presente solamente in uno stato eccitato, fosse riconducibile ad una
transizione fra due livelli concessi.
Sulla base di ciò Nielhs Bohr propose un nuovo modello atomico, in cui gli
elettroni ruotano attorno al nucleo con momenti
angolari quantizzati e proporzionali ad un intero n e alla costante di Plank
secondo la formula mvr = nh / 2pi. Attraverso
l' applicazione delle leggi della fisica classica Bohr riuscì a ricavare i valori
del raggio dell' orbita concessi agli
elettroni e le energie associate (stati dinamici possibili) e fu in grado di
spiegare lo spettro di emissione atomico:
l 'emissione di radiazione elettromagnetica di frequenza v avviene solo quando all'
elettrone viene fornita energia
sufficente per passare da un livello energetico ad un altro (stato eccitato) e
questo nel ritorno in condizioni normali
restituisce l' energia ricevuta sottoforma di un fotone secondo la relazione E2 -
E1 = hv, dove E2 e E1 sono i valori
di energia associati a due stati dinamici dell' elettrone concessi e distinti.
Maggiore dunque è questa differenza,
maggiore è la frequenza del fotone emesso e diversa sarà la riga di spettro. In
condizioni nn eccitate, non si ha alcuna
emissione. In realtà un' analisi più attenta mostra come ciascuna riga dello
spettro sia in realtà un insieme di 'sotto
righe' e perciò oltre alle orbite circolari si propose l' esistenza di orbite
ellittiche (orbite di Sommerfiled) di
varia eccentricità in ogni libello energetico. Ciò verrà poi superato dal concetto
di numero quantico secondario o azimutale.

10) DESCRIVERE BREVEMENTE IL SIGNIFICATO FISICO DELL' EQUAZIONE DI SCHRODINGER:

Il dualismo onda-particella proposto da De Broglie e il principio di


indeterminazione di Heisemberg pongono fine all' idea
di un elettrone inserito in un orbita ben definita attorno al proprio nucleo. A
partire da ciò lo scienziato austriaco
Schrodinger elaborò agli inizi del Novecento un' equazione differenziale per un
sistema monoelettronico (x, y, z) a
potenziale costante centrato nel nucleo di un atomo, detta equazione d' onda, le
cui soluzioni, funzioni d' onda,
consentissero di interpretare il comportamento degli elettroni alla luce della loro
natura ondulatoria
(si considera l' onda associata agli elettroni come stazionaria e indipendente dal
tempo).
In forma compatta l' equazione è nella forma H psi = E psi, dove H è l' operatore
hamiltoniano. Ciascuna funzione d' onda
soluzione accettabile dell' equazione rappresenta un orbitale, ossia una regione di
spazio in cui la probabilità di trovare
l' elettrone è direttamente proporzionale al quadrato del modulo della funzione d'
onda stessa (interpretazione di Max
Born che rientra nella così detta interpretazione di Copenhagen della meccanica
quantistica). Ad ogni funzione d' onda
è inoltre possibile associare valori discreti di energia possibili detti
autovalori, gli unici disponibili per
l' elettrone. Conseguenze dunque fondamentali dell' equazione di Schrodinger sono
l' approccio probabilistico alla
descrizione dell' elettrone e la quantizzazione dell' energia già prevista da Bohr.

11) DESCRIVERE I NUMERI QUANTICI RELATIVI AD UNA FUNZIONE D' ONDA:

Ciascuna autofunzione dell' equazione di Schrodinger, ossia ciascuna funzione d'


onda soluzione accettabile dell' equazione,
dipende da tre parametri fondamentali detti 'numeri quantici' e indicati con le
lettere n, l, m. Il primo numero quantico
n viene detto numero quantico principale ed è indicatore delle dimensioni dell'
orbitale e della sua energia:
all' aumentare di n aumenta anche la dimensione dell' orbitale e aumenta la sua
energia (diventa meno negativa in accordo
alla relazione di Bohr ricavata anche da Schrodinger E = -1/n^2 hR, dove h è la
costante di Plank mentre R è la costante
di Rildberg); in generale per atomi monoelettronici orbitali aventi pari numero n
sono isoenergetici (degeneri), mentre
in atomi multielettronici il livello energetico dell' orbitale non è completamente
determinato dal numero n ma anche dal
numero l. Il secondo numero quantico l viene detto numero quantico di momento
angolare o azimutale ed è un indicatore della forma
dell' orbitale; può assumere valore intero da 0 a n-1 e per i primi 4 termini si
ottengono l=0 (orbitale s a simmetria
sferica), l=1 (orbitale p bilobato con piano nodale in corrispondenza del nucleo),
l=2 (orbitale d), l=3 (orbitale f).
Infine il numero quantico m viene detto numero quantico di momento magnetico ed è
un indicatore della disposizione nello spazio
dell' orbitale; può assumere valore intero compreso fra -l e +l e perciò a seconda
del tipo di orbitale si possono riconoscere
diverse orientazioni: per un orbitale di tipo s l' unico valore è m=0 quindi un'
unica possibile orientazione, per un orbitale
p se ne hanno 3 (tre orbitali perpendicolari fra di loro) e così via. Si aggiunge
alla terna di numeri quantici anche il numero
di spin riferito all' elettrone e indicatore della proprietà di spin, ossia la
'rotazione' dell' elettrone attorno ad un' asse
passante per il nucleo dell' elettrone e responsabile della creazione di un campo
magnetico locale; può assumere solo valore +1/2 o
-1/2 e per il principio di esclusione di Pauli, all' interno di uno stesso orbitale
possono disporsi massimo due elettroni aventi
numero di spin opposto.

12) DESCRIVERE IL COMPLETAMENTO DELLA CONFIGURAZIONE ELETTRONICA:

Per configurazione elettronica si intende l' elenco degli elettroni presente in un


atomo e la loro disposizione all' interno dei vari
orbitali. La determinazione della configurazione elettronica teorica di un atomo
segue 3 regole semplici che formano il cosiddetto
principio di Aufbau: la prima regola fondamentale prevede che gli elettroni si
dispongono negli orbitali in modo da minimizzare
l' energia del sistema atomo; la seconda regola corrisponde al principio di
esclusione di Pauli, ossia in ogni orbitale possono
trovarsi sempre massimo due elettroni con spin opposto; l' ultima invece è la
regola di Hund secondo la quale nel riempimento
di orbitali isoenergetici si procede distribuendo gli elettroni in maniera
uniforme. (Esempio di determinazione della configurazione
elettronica). Esistono tuttavia varie eccezioni alla regola, ad esempio nel caso
del Cromo e del Rame: nel primo caso il Cromo
predilige per motivi di minimizzazione dell' energia il semiriempimento dei
sottogusci s e d dell' ultimo livello energetico, mentre
nel caso del Rame, si preferisce il riempimento totale del sottoguscio d dell'
ultimo livello energetico non rispettando dunque in
entrambi i casi la regola (che però non è legge) di Hund che prevede invece una
distribuzione uniforme.

13) DESCRIVERE BREVEMENTE I FONDAMENTI DELLA TEORIA DEL LEGAME DI VALENZA:

La teoria del legame di valenza (VB) è una teoria che consente di dare una nuova
interpretazione del legame chimico alla luce delle
scoperte della meccanica quantistica. Secondo la teoria VB il legame covalente non
consiste nella semplice condivisione di elettroni
da parte degli atomi coinvolti nel legame, come aveva suggerito Lewis nel suo
modello, ma consiste nella sovrapposizione di orbitali
atomici per la creazione di nuovi orbitali comuni ai due atomi coinvolti detti
orbitali di legame. In accordo con il principio di
esclusione di Pauli, l' orbitale di legame ospita sempre due elettroni che formano
la 'coppia di legame' aventi spin antiparallelo.
La forza del legame covalente così prodotto deriva dalla maggiore o minore
sovrapposizione degli orbitali: maggiore è questa, più il
legame è forte. A seconda del tipo di orbitali coinvolti nel legame (numero
quantico azimutale l) si distinguono diversi tipi di
legami: il legame sigma, un legame a simmetria cilindrica privo di piani nodali
lungo l' asse internucleare (punti per cui la funzione
d' onda si annulla e dunque la probabilità di trovare l' elettrone in quella data
regione di spazio) dato dalla sovrapposizione
frontale o di due orbitali s, due orbitali p o un s e un p; il legame pi greco, un
legame avente un piano nodale lungo l' asse
internucleare e dato dalla sovrapposizione laterale di due orbitali ad esempio di
tipo p. Quest' ultimo legame è più debole del
precedente in quanto la sovrapposizione è minore. Anche i legami multipli vengono
interpretati come combinazione di questi due legami
principiali: un legame singolo coincide con un legame sigma, un legame doppio con
la somma di un legame pi greco ed uno sigma (ciò
spiega anche perchè un legame doppio sia più intenso di uno singolo ma meno intenso
di due legami singoli), un legame triplo con la
somma di un legame sigma e due legami pi greco. All' interno di tale teoria è
presente inoltre un' estensione data dal concetto di
ibridazione, necessario per modellizzare molecole come quelle del metano aventi
geometrie non compatibili con le semplici geometrie
degli orbitali 'puri' e in cui gli atomi non rispettano la propria valenza
leggibile sulla tavola periodica. Con l' ibridazione
si ammette la formazione di orbitali ibridi dati dalla combinazione lineare di
autofunzioni dell' equazione di Schrodinger, aventi
geometrie e disposizioni diverse. Esempi di ibridazione sono la sp3, sp2 ed sp in
cui un orbitale s si combina con 3, 2 o 1 orbitale
p per formare 4, 3 o 2 orbitali ibridi.

14) DESCRIVERE IL CONCETTO DI ELETTRONEGATIVITA':

Per elettronegatività si intende la tendenza di un atomo legato ad attrarre a sè


gli elettroni coinvolti nel legame. Non è dunque
classificabile come proprietà periodica in senso stretto poichè per definizione le
proprietà periodiche si riferiscono ad atomi
isolati e non legati. Una differenza di elettronegatività fra i due atomi coinvolti
nel legame provoca la formazione di un legame
polare, ossia un legame covalente in cui la condivisione degli elettroni non è
equa, ma maggiormente spostata verso l' atomo con
più tendenza ad attrarli (maggiore elettronegatività) e con la conseguente presenza
di parziali cariche elettriche non nulle.
All 'interno della tavola periodica è possibile osservare un' andamento dei valore
dell' elettronegatività opposto rispetto a quello
relativo alla proprietà periodica del raggio atomico, ossia una diminuzione del
valore muovendosi lungo un periodo (dall' alto verso
il basso) e un aumento muovendosi lungo un gruppo (da destra verso sinistra). Ciò è
legato proprio alla tendenza del raggio atomico:
più un atomo è 'voluminoso' più gli elettroni più esterni risentiranno dell'
effetto di schermaggio causato dalla presenza degli
elettroni interni che riducono così la carica effettiva positiva nucleare e
diminuiscono il potere attrattivo del nucleo verso gli
elettroni più esterni, fra i quali si hanno anche gli elettroni di legame.
Diminuendo il raggio atomico accade invece il contrario.
Esistono due principali definizioni applicative di elettronegatività che consentono
di calcolarne la differenza fra due atomi: la
prima è dovuta a L. Pauling, il quale elaborò la formula |XA - XB| = .... dove D(*
- +) indica l' energia di dissociazione fra gli
atomi * e +; la seconda invece è di Mulliken, secondo il quale l' elettronegatività
di un atomo è data dalla media fra la sua energia
di ionizzazione e quella di affinità elettronica. Questa impostazione è più
intuitiva poichè è logico aspettarsi che più un atomo
ha affinità elettronica alta e bassa di energia di ionizzazione la sua
elettronegatività sarà maggiore dato che ha maggiore tendenza
ad acquistare gli elettroni piuttosto che cederli e perciò sarà molto
elettronegativo.

15) DESCRIVERE LE PROPRIETA' PERIODICHE DEGLI ELEMENTI:

Le proprietà periodiche degli elementi sono proprietà riferibili agli atomi degli
elementi isolati e distribuite sulla tavola
periodica secondo schemi di carattere generale. Le tre principali proprietà
periodiche sono: il raggio atomico, l' energia di
ionizzazione e l' energia di affinità elettronica. Il raggio atomico di un elemento
si definisce sperimentalmente a seconda della
natura dell' elemento: se si tratta di metalli si considera la metà della distanza
che intercorre fra due atomi contingui in un
campione del solido; se si tratta di non metalli o metalloidi si considera la metà
della distanza fra due atomi dell' elemento allo
stato gassoso e impegnati in un legame covalente (si parla di raggio covalente)
mentre si prende la metà della distanza fra due atomi
vicini in un campione di gas solidificato se si tratta di gas nobili (raggi di Van
der Walls), ma essendo questi ultimi molto più
grandi rispetto ai valori dei raggi di altri atomi per via della natura secondaria
delle interazioni fra atomi di gas nobili, in genere
non vengono presi in considerazione nella classificazione periodica. Si può
riscontrare un' aumento del raggio atomico lungo un periodo
ed una sua riduzione lungo un gruppo a seconda dell' intensità dell' effetto di
schermaggio esercitato dagli elettroni interni verso gli
elettroni esterni.
L' energia di ionizzazione si definisce invece come l' energia minima che è
necessario somministrare agli atomi di un elemento in fase gassosa
per sottrarre un elettrone dal loro guscio più esterno. E' possibile definire
diversi tipi di energia di ionizzazione (prima ionizzazione,
seconda ionizzazione etc.) a seconda del numero di volte in cui si attua tale
eliminazione dell' elettrone. In genere le energie di prima
ionizzazione sono sempre più basse di quelle di seconda ionizzazione e così via
poichè via via diminuisce l' effetto di schermaggio sugli
elettroni più esterni ed aumenta la capacità del nucleo di attrali a sè. Sulla
tavola periodica l' energia di ionizzazione segue un andamento
opposto rispetto al raggio atomico.
Infine l' energia di affinità elettronica è l' energia liberata da un atomo di un
elemento in fase gassosa quando questi acquista un elettrone.
La reazione di riferimento è X + e -> X^- E = energia di affinità elettronica. Se E
< 0, è necessario somministrare energia per permettere
all' atomo di acquistare l' elettrone (ex. i gas nobili in cui il nuovo elettrone
andrebbe ad occupare un nuovo guscio vuoto lontano dal nucleo
e sotto l' effetto della repulsione degli elettroni più interni), mentre se E > 0
l' atomo libera energia (ex. gli alogeni per cui acquistare
un elettrone favorisce il raggiungimento di una configurazione elettronica esterna
stabile del gaso nobile che li segue). L' andamento di
quest' ultima proprietà è meno netto rispetto ai precedenti, ma i generale si può
dire che gli atomi con energia di affinità elettronica negativa
occupano la parte in alto a destra della tavola periodica, mentre sulla sinistra e
centralmente si rilevano valori prevalentemente negativi
(parte occupata dai metalli).